Istituto "A.Aveta" SUORE DOMENICANE DI POMPEI

 Figlie del S.Rosario di Pompei

Chi sono le Suore Domenicane Figlie del Santo Rosario di Pompei?

Conta più di cento anni questa storia mariana-rosariale, densa di fatti, ricca di manifestazioni, popolata di Orfani.

Vi si muovono insigni personaggi, non esclusi re e regine e principi reali, Cardinali e Vescovi e Gerarchie civili e militari, ogni ceto di persone, e folle … tante folle!

È una caratteristica, questa, per Pompei, e trova spiegazione solo nella fede e nella carità, cioè nella presenza di Maria, la Madre della fede viva, Madre della divina grazia, Madre del bello amore.

Due nomi balzano alla memoria di chi sente pronunziare il nome: Pompei! La Madonna e il suo fedelissimo servo l’Avvocato Bartolo Longo.

Più di cento anni di storia che esalta è quella che si è venuta sviluppando attorno all’Immagine prodigiosa della Madonna, senza dubbio la prima e la più venerata fra le immagini della Vergine in Italia.

Di questa storia le principali componenti (umane) sono la presenza del Clero e delle Suore.

Bene inteso che a tutta l’Opera Pompeiana presiede un Delegato Pontificio.

Tra l’altare e il confessionale si svolge l’azione del Sacerdote; in mezzo alle Orfanelle, in primo luogo, quella della Suora.

Un’azione che ha il medesimo valore dell’aria, dell’acqua, del cibo; un’azione che, pur svolgendosi nel nascondimento, attualizza, nella sua parte, un disegno divino.

Poiché è Dio il vero operatore nelle anime, è sempre Lui che inizia e delimita il cammino.

La Suora, da Lui chiamata a Pompei, cerca di affiancarlo, come e insieme alla Madonna, cioè pone la sua vita al servizio di un regista che va sempre innanzi, spargendo luce e parlando di amore.

Trecentocinquanta unità sono le Suore. Pochissime! In rapporto alle necessità.

Ma chi sono e che colore hanno queste Suore?

Quale la loro istituzione e come se ne articola la vita?

Pensereste che a istituirle fosse stata una pia suora o un santo sacerdote.

Non suore, non sacerdoti, non vescovi … ma … un borghese ne è il fondatore.

Fatto insolito nella storia della Chiesa.

Il loro nome è: Suore Domenicane Figlie del Rosario di Pompei.

La Congregazione, pur legata, logicamente e storicamente, alla spiritualità Domenicana, ha la sua particolare fisionomia, esclusivamente “pompeiana”, in quanto riflette la vita, le esigenze, le finalità dell’Opera.

Se il Santuario è la fiaccola accesa al fuoco del santo Rosario, di questo fuoco rosariale divampa in primo luogo l’azione delle Suore: materna e scolastica, di laboratorio e catechesi in mezzo agli Orfanelli delle elementari e alle Orfanelle, ai bambini della città e della campagna e nei tanti canali dell’Opera di Bartolo Longo, il geniale Fondatore della Congregazione religiosa femminile delle Suore del Santo Rosario di Pompei aggregata al III Ordine Domenicano.

Egli scelse come campo d’azione l’Agro-Pompeiano (1872).

Fu una scelta, diremmo, obbligata dalla Madonna.

A lei un bel giorno di ottobre, quasi a far eco alla voce timida e fioca di una campana … lontana che, “di clivo in clivo a la campana”, tra il Vesuvio e il mare, recitava la sua “Ave Maria” alla bella Madre di Gesù … a Lei Bartolo Longo, trentenne, promette che, da quel momento, il Rosario sarebbe stato il suo canto di fede per tutta la vita.

La conversione lo aveva inserito nella vita della Chiesa e nella sua azione; sente quindi il dovere di non reagire negativamente alla generosa mozione dello Spirito; costata che la grazia zampilla unicamente per farlo entrare profondamente in una comunità di carità e lavorare con tutti, per portare dappertutto la vita del Cristo e per promuovere un mondo nuovo da quest’angolo dell’Italia, panoramicamente il più bello.

La penitenza cristiana reclamata dalla Madonna a Lourdes, ora ripetuta a lui a Pompei, termina in servizio e in azione.

I trecento contadini di Valle di Pompei (quanto ferace n’ è la campagna, altrettanto infeconda era allora l’anima del popolo, lontano, per abbandono, dalla pratica religiosa) vogliono un’immagine della Madonna dinanzi  alla quale raccogliersi e recitare il Rosario. Ne sono entusiasti, perché di questa preghiera hanno sentito parlare tanto bene dall’Avvocato e da alcuni sacerdoti missionari.

Il Rosario, musica del cuore, luce riposante per l’intelligenza, diventa ogni giorno più voce e canto sulle labbra, e gli occhi vogliono anch’essi entrare in coro, posarsi sopra un’immagine.

Viene l’immagine, povera e rozza, nel silenzio della sera (13 novembre 1875), non però come l’aveva pensato l’uomo. Nonostante lo stupore, dovette essere quella, e fu accolta.

Si pensa di mettere su una fatiscente parrocchia, ritrovo di topi, scarabei, insetti, tappezzata di brandelli di ragnatele, aperta al soffio dei venti e alle raffiche di pioggia … un altare e cappella alla Regina del Rosario.

Presto l’idea si allarga in chiesa, e non passano cinque anni che l’altare – cappella – chiesetta … diventa Santuario, che scavalcando l’infanzia, scatta subito alla celebrità. Le folle vi accorrono entusiaste, Dio lo benedice, la Madonna lo governa. Essa, con chiari segni, accetta di essere invocata: Regina del Santo Rosario di Pompei.

E di Regina è il Trono che la pietà le innalza. Attorno a Lei Bartolo Longo vuole un coro di anime semplici, le più bisognose di assistenza, fanciulle sole e doloranti della più aspra ferita: l’ orfanezza.

L’appello, volando da un capo all’altro dell’Italia, è accolto come voce della madre che chiama.

Consensi autorevoli incoraggiano, aiuti poderosi persuadono, segni celesti spingono all’azione.

Viene su l’Orfanotrofio armonioso nelle sue linee e dimensioni, e si inaugura in un giorno tanto caro a Bartolo Longo, oggi  storico per Pompei, l’otto maggio 1887.

Vi preme un problema inquietante: Chi penserà alle Orfanelle, a curarne l’educazione? Sono tante quelle arrivate dal nord, dal centro, dal sud.

Per Bartolo Longo, borghese, il compito potrebbe dirsi compiuto. Non è compiuto però il disegno della Madonna, e dev’essere lui a risolvere il problema.

Egli, geniale sempre anche nella rete del dubbio, capisce, riflette, prega, interroga e carezza un’idea che, rotti da parte della Madonna chiamata in causa da induci e difficoltà, sottopone umilmente all’esame di personalità illuminate e capaci.

Vuole creare, nientemeno, - ma l’audacia è delle anime grandi e coraggiose – un corpo nuovo di Suore, nuovo come l’Opera, secondo lo spirito del Santuario: Santuario del Rosario di Maria, Santuario della carità, quindi Suore che ne riflettano il volto, il cuore, la voce, l’azione.

Le vuole come “… figlie che convivano con la propria madre, poste a custodia della casa di lei, a servizio del tempio a lei dedicato…”.

A queste figlie carissime  dedica perfino una delle più belle opere ascetiche: “Come si deve  pregare”.

Il discorso prende vari anni. Dopo una fase di prova con elementi ottimi, ma provvisori, il 25 agosto 1897 la Congregazione è bella e formata, e il Cardinale Mazzella, in qualità di Vicario del Pontefice Leone XIII, dichiarava “canonicamente eretta la Congregazione Regolare delle Suore del Terz’Ordine di San Domenico, sotto il titolo di Figlie del Rosario di Pompei…”.

Il granello o virgulto oggi è un albero vigoroso, largo di rami e conta 111 anni.

Vocazioni generose, venute da ogni parte e ceto, hanno riempito la casa, l’hanno  riscaldata con la preghiera da sembrare il cenacolo con Maria, Madre di Gesù, a presiedere.

Chiama queste fortunate figliole, fortunate perché prescelte, il Rosario benedetto di Maria, che, come la chiave di un mondo nuovo, svela loro la ricchezza del Cuore di Cristo e della sua Madre. Perciò, ne polarizza l’attività e ne permea si intimamente il lavoro della giornata, che, a volte, sembri che non avvertano lo scorrere delle ore e vivano senza sonno, né stanchezza, né morte, finchè, d’un tratto, a un cenno materno, chiudano gli occhi alla terra e volino al cielo come silenziose colombe che migrano per la loro patria.

Pompei è carità, e la Suora pompeiana per la sua formazione vuole avere (e viverla in conseguenza) la musica della carità di Cristo. Egli vuole che il fuoco da Lui acceso divampi. Ebbene il Cuore di Gesù con una serie di fatti strepitosi e un miracolo di primo piano, che fu determinante per la canonizzazione della beata Margherita Maria Alacoque, avvenuto nel Santuario, ha manifestato un suo impegno per il Santuario e le sue Opere, come una risposta gioiosa all’azione della sua Madre, in questa Casa. Che non è, no, un giardino murato, ma un porto d’approdo di folle e folle di anime … Queste la Suora deve avvicinare con l’azione personale e con la preghiera.

Casa affollata di anime Pompei! Tutte le anime entrano nel cerchio dell’amore di Cristo, tutte Egli le vuol vedere gioiose tra le braccia della sua Madre, nella casa che Essa alimenta e governa.

Per questa folla di anime: anime di piccoli orfani, di poveri, di peccatori, di buoni cristiani, di penitenti, di anime ribelli e anime sottomesse al dolore, di anime bianche come colombe, anime smarrite in cerca di una strada, di un rifugio, di una parola pietosa, di anime che cercano la Madre … ci vuole una folla di Suore…! Una folla di Suore!

Quanta gioia e quale cantico di lode eromperebbe dal cuore della Madonna se il cuore di tante ragazze ascoltassero la sua voce che l’invita a legarsi al Rosario, essendo tanta abbondante la messe e tanto pochi, insufficienti e distratti gli operai, e tanto amareggiata la sua Chiesa.

Santuario ed Opere reclamano nuove e numerose leve.

Un fatto significativo: la “Casa Madre” delle Suore Domenicane Figlie del Rosario, a Pompei, è attaccato al Santuario, come a dire che non sanno staccarsi le figlie dalla madre e la Madre le vuole vicine alla sua persona.

Al piccolo monastero eretto da Bartolo Longo, ora si affianca il nuovo: nuovo, di sana pianta, funzionale e con quei conforts indispensabili che il tempo e la vita stessa richiedono, per viverla come dono di Dio per sé e per i fratelli.