
Istituto
"A.Aveta" SUORE DOMENICANE DI POMPEI
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Bartolo Longo e Madre Antonia Lalìa
1893, si affaccia sulla scena della
storia pompeiana un personaggio di primo piano
nella grande famiglia di San
Domenico: Madre Antonia Lalìa.
L’ incontro con la Suora Domenicana avvenne a Roma i primi di dicembre del 1893; lì Bartolo Longo e la Contessa convennero sulla venuta della Madre a Valle di Pompei. Le furono esposti i progetti che, da tempo, erano stati redatti per l'apertura del noviziato. Il 26 dicembre di quell’ anno 1893, Madre Lalìa venne tra le Opere di Bartolo Longo per prendere visione dell'incarico di Superiora al Personale femminile del Santuario che le doveva essere assegnato qualora avesse accettato di lasciare S. Sisto.
Tuttavia, Madre Lalìa “parlò chiaro", disse che non voleva abbandonare la poverissima nascente fondazione di San Sisto a Roma, ma a Pompei poteva lasciare la propria compagna Calderato” soluzione che non fu accettata.
Intanto in questo rapporto e della iniziativa di unire le due fondazioni veniva coinvolto Padre Alberto Lepidi, al quale Bartolo Longo confessò il suo desiderio di unire le due case, quella di S. Sisto con Pompei. Madre Lalìa certamente non avrebbe però lasciato la sua novella istituzione, anzi esprimeva il desiderio che Mons. Vincenzo Leone Sallua avesse mandato a Pompei Suor Maria Agnese Gambigliani che avrebbe ricoperto l'incarico di Superiora, mentre lei sarebbe restata a S. Sisto. Lì avrebbe potuto preparare le otto postulanti da inviare, come ottime religiose, a Pompei. Ne parlò e si consigliò con Padre Vincenzo Giuseppe Lombardo anzi, a lui si raccomandò "perchè scriva all'Avvocato perchè le mandi solo otto postulanti, e non tutte perchè Agnese era il sostegno del Monastero di Fabriano". Insomma, il progetto di unire Pompei a S. Sisto aveva ambiziose prospettive. Si riparlò di noviziato da aprire a Pompei e di preparare "ottime religiose e maestre per le scuole e la casa di Pompei".
L'abito sarebbe stato uniforme nelle due case e all'estero, di colore bianco come S. Domenico e con il mantello color viola. Vi era anche il progetto di preparare frati missionari destinati a Pompei e all'estero, da formare ad Acireale e che avrebbero potuto continuare l'opera dei Fondatori pompeiani anche nel fututo. Tutto il disegno andò sfumando e fallì ogni impresa anche a causa del concretizzarsi del progetto di una casa ad Asti dipendente da S. Sisto. Tuttavia, tra Madre Lalìa e Bartolo Longo non mancò la stima reciproca tant'è che a lei il Beato si rivolse per l'assistenza, nel 1896, nell'Ospizio di mendicità che il Longo aveva aperto a Latiano suo paese natio. Alle stesse suore di S. Sisto chiese aiuto per quasi otto mesi per la cura e la medicazione di circa trenta Figli dei Carcerati affetti da tigna.
In una lettera del 7 settembre del 1904, Bartolo Longo faceva esplicita richiesta al Card. Monaco La Valletta, di Suor Maria Gambigliani Zoccoli, Domenicana di Fabriano, per averla come Maestra delle novizie onde aprire un Noviziato a Valle di Pompei, avendo oltre quaranta giovanette che intendevano consacrarsi al Signore e restare a servizio del Santuario pompeiano. La figura di questa suora è sempre presente in Bartolo Longo che fece molti voti per averla a Pompei.
Madre Maria Antonia
Lalia,
sulla scia di Santa Caterina da Siena.
La Madre Suor Maria Antonia Lalìa nacque il 20 maggio
1839 a Misilmeri, in quella meravigliosa
Conca d'Oro che circonda Palermo.
Era il tempo in cui l'Italia si preparava alla sua unità nazionale con il Risorgimento, che doveva in seguito snaturarsi con la lotta tra la Chiesa e lo Stato e la conseguente soppressione degli Ordini Religiosi, causa della distruzione di tanti valori culturali, morali, spirituali. Mentre si demoliva tutto un passato, la Provvidenza preparava una nuova primavera, una nuova stupenda fioritura.
Più è duro l'inverno, più è bella la primavera; più satanica l'offensiva del male, più divina la controffensiva del bene; più dura la persecuzione, più radiosa la rinascita della Chiesa. Don Bosco, il Cottolengo, Bartolo Longo, Pio X, P. Ludovico da Casoria, e uno stuolo di eroine di varie parti d'Italia risposero all'appello del Magistero. Poteva mancare la Sicilia? La piccola Lalìa al battesimo ricevette un bel nome: Rachele; ebbe la prima educazione in casa, quando le case delle famiglie cristiane erano santuari; fece la prima comunione a sei anni, caso rarissimo se non unico; all'altarino di casa ebbe i primi colloqui con la Vergine Santa e con Gesù; nel monastero delle Domenicane di Misilmeri fece gli studi e sentì richiami misteriosi verso Roma, verso San Sisto e verso l'Ordine Domenicano, di cui prese l'abito nel novembre 1859, consacrandosi tutta e per sempre al Signore.
Furono gli anni
più belli, ricchi di sogni e di "pazzie",
come essa avrebbe in seguito chiamato le
visioni e
le profezie. Le autorità ecclesiastiche
compresero le promesse del domani in quella creatura eccezionale. A loro
volta le suore le regalarono la croce del superiorato
per 24 anni. In quegli anni, mentre il governo della
nuova Italia si ostinava nell'opposizione
agli istituti religiosi, Madre Lalìa, rivelando
una magnifica tempra di lottatrice, contrattaccava
e teneva a bada gli untorelli di
Misilmeri; contro quelli più grossi ricorreva
al Consiglio di Stato a Roma e riusciva a
far rispettare la libertà
d'insegnamento del suo collegio e il
suo diritto a sussistere.
Ma quella piccola siciliana guardava ben oltre le mura del suo monastero e i confini della sua terra: si può dire che si interessò degli avvenimenti europei e delle necessità del mondo intero con spirito ecclesiale e missionario. Alla vigilia del 1870, Roma sta per essere occupata, il papato stesso sembra in pericolo, la Francia vive un'ora tremenda. Madre Lalìa arditamente scrive e riscrive all'imperatore Napoleone III ammonendolo a non tradire il Papa perché un tal tradimento sarebbe fatale per l'imperatore e la Francia. Si direbbe che essa veda profilarsi minacciosa all'orizzonte la sconfitta di Sédan. Un altro problema, sentito da Madre Lalìa per tutta la vita, fino ai suoi ultimi giorni, fu la conversione della Russia. Si può dire che lo spirito missionario ferveva nell'umile suora siciliana come in San Domenico, che desiderava andare a convertire i popoli non ancora cristiani e aspirava a morire martire per la fede.
Proprio
durante la guerra del 1877 tra Russia e
Turchia, che vede coalizzate contro la
prima tutte le potenze europee, Madre
Lalìa scrive allo Zar chiedendogli di concederle
di aprire a Pietroburgo un collegio
missionario per l'educazione delle fanciulle,
come forma di apostolato. Può
sembrare il sogno di una fantasia
eccitata, ma Suor Antonia sente che
quella è la sua missione, alla quale
aspira e lavora sino alla fine della
sua vita
. Non essendovi potuta
riuscire in vita, lascerà quel progetto
alle sue figlie, come scopo della Congregazione
di San Sisto. Varie generazioni di
suore si trasmetteranno quel sogno, che
finalmente sarà realizzato un secolo dopo,
nel 1993,
Altri sogni di dilatazione oltre Misimeri:
entrata in contatto con il cardinale
Lavigerie, apostolo dell'Africa, si dice pronta a partire
per aprire una casa di missione a Tripoli.
Non vi riesce. In contatto con il
domenicano monsignor Del Corona,
vescovo di San Miniato, vorrebbe
persuaderlo a una fondazione
missionaria in Toscana, dove però quel vescovo ha bisogno di suore per le sue
opere locali, e ancora una volta Madre Lalìa deve rinunciare, ma non si
arrende. Venuta a conoscere un altro
domenicano, il P. Vannutelli,
viaggiatore instancabile dell'Oriente, ne
chiede la protezione. Nell'ardore della sua fede, sente il bisogno
di consacrare se stessa e la sua famiglia
spirituale alla riunione delle Chiese
"dissidenti"- come si diceva in quel tempo - alla Chiesa di Roma.
Essa va ascritta nel novero dei pionieri in questo apostolato, che lasciò come ideale alle sue figlie. Per questo ottenne dall'Autorità Ecclesiastica di salire a Roma per fondarvi una nuova congregazione di finalità missionaria e, come si direbbe oggi, ecumenica. E anche su questa via si sarebbero mosse le sue figlie. A Roma fu consigliata e diretta da religiosi domenicani, tra i quali primeggia il P. Lepidi, Maestro del Sacro Palazzo, che la guidò nella fondazione della Congregazione, nella preparazione delle suore per i tempi nuovi, nella accettazione dei sacrifici che le condizioni del momento imponevano a chi voleva operare per i santi ideali che la Provvidenza avrebbe fatto diventare realtà nel futuro.
Intanto Madre Lalìa riuniva
e formava le suore, apriva le case in
Italia (e una per l'apostolato tra gli insegnanti a Berna), pregava e soffriva
conformandosi sempre più al Crocifisso. Dalla sua partecipazione alla
Passione di Cristo nacque la Congregazione di
San Sisto, che fin da bambina aveva
sentito nominare da una voce misteriosa; nacquero le varie case; nacque tutta l'opera delle
sue figlie in Italia, nell'America Latina, in
Russia; nacque tutto quello che essa
potè realizzare in vita, e anche dopo
la morte, come in un momento di
intuizione profetica aveva
preannunciato: "Quando non ci sarò
più, le mie opere fioriranno". Il
prezzo, che essa dovette pagare per il futuro successo apostolico, fu molto alto.
Verso il 1909
cominciò a sentire o presentire l'approssimarsi di un ciclone che poteva far crollare l'edificio
da lei innalzato pietra su pietra. Venne infatti l'ora terribile vissuta
anche da molti altri fondatori e fondatrici:
l'ora del Calvario, che completa la
conformazione a Cristo e porta all'eroismo
della santità. Madre Lalìa lo sa, capisce
ciò che la Provvidenza ha disposto:
lei deve sparire, perché la
Congregazione, opera di Dio, frutto di preghiere e di lacrime,
viva. Con l'aiuto dei suoi direttori spirituali e specialmente, negli ultimi anni,
del canonico Annibale di Francia, oggi
Beato, si offre a Dio quale ostia
sacrificale.

Deposta da Superiora Generale della sua fondazione, prende la via dell'esilio, benedicendo e baciando la mano che la colpisce. Come madre, è lei che deve soffrire, morire, per salvare i figli.
Come Gesù! Essa dice: "morte a me, vita alla congregazione!" In una lettera al canonico Di Francia del 7 marzo 1913, scrive: "Mio dolce esilio, mia cara prigione, mio delizioso paradiso! Gesù è solo in questo sacro ciborio, io sono sola in questa amata cella, Lui forma ed è il mio paradiso; spero da questo paradiso di santa rassegnazione passare all'eterno riposo."
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E lo raggiunge il 9 aprile 1914 in Ceglie Messapico, dove si era ritirata tra le consorelle, e dove venne sepolta. Ma il 22 luglio 1939 la sua salma torna trionfalmente a San Sisto Vecchio, nella tomba preparata per lei nel Capitolo dove San Domenico riuniva le monache da lui fondate e dirette.
Ě un fatto significativo: "la meschinella Lalìa", come essa si autodefiniva, così amante della povertà da affermare: "la povertà è la mia ricchezza", ora è onorata come Madre da tante Suore che a lei si ispirano e da lei imparano la via del Vangelo.
Lei, che tanto rispetto e affetto ebbe per i rappresentanti dell'Autorità ecclesiastica, ora li vede spesso riuniti intorno alla sua tomba, mentre nelle sedi competenti della Santa Sede si lavora per preparare il riconoscimento delle Sue virtù eroiche.
Nell'atmosfera di silenzio e di pietà del Capitolo, a tutti è reso più facile afferrare qualche raggio del mistero dei santi. (Mario Rosario Avellino)
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