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"A.Aveta" SUORE DOMENICANE DI POMPEI
Storia del Santo Simulacro
“Alcuni rintocchi della più grande delle campane
annunziarono alla città di Pomp
ei la morte dell’ insigne Benefattore”, erano le
ore otto e trenta circa del giorno 5 ottobre 1926, martedì.
Abitava in una casa di sua proprietà posta di fronte al Santuario, attualmente vi zampilla la grande fontana.
Nella stanza accanto alla sua si stava celebrando la Messa, era il momento dell’Elevazione.
Il Vegliardo, stretta tra le scarne mani la sua corona, guardò la Madonna e, fissato l’occhio verso l’infinito, lasciò la terra per sempre.
In quell’istante
un duplice sacrificio si compiva: l’uno divino sull’altare, l’altro tanto umano
su di un lettuccio di sofferenza.
Morì di broncopolmonite, la diagnosi posta dal Prof. Giuseppe Moscati che l’aveva visitato la sera precedente; gli apprestava amorevolmente le cure l’egregio dottor Alberto Fienga, medico curante.
Le spoglie mortali furono composte in quella stessa stanza; sul petto faceva spicco lo scapolare Domenicano, tra le mani la inseparabile corona.
Il giorno 7 ottobre i funerali: il feretro portato a spalla dai figli dei carcerati tra immense ali di folla entrò nel Santuario: la sua casa spirituale.
Nella pace del Tempio si concludeva la sua parentesi terrena, compiendosi il mito di un uomo che aveva già incisa una vigorosa pagina nella storia dell’umanità.
La sera stessa del 7 ottobre fu tumulato.
È utile una digressione: l’interno del Tempio della
Madonna di Pompei era a quell’epoca di struttura alquanto diversa da quella
naturale. Esisteva la navata centrale, mentre al posto delle due navate laterali
si aprivano delle cappelle. La tomba di Bartolo Longo fu
ricavata appunto nella cappella dedicata a Santa Caterin
a, occupava la prima parte dell’attuale navata sinistra
del Tempio.
Un loculo semplice, chiuso da lastra di marmo, piuttosto in alto ed alla destra di chi entrava nella cappella stessa; fu scavato nel pilone portante della cupola.
In un tale sito remoto e quasi nascosto del Santuario che fu suo, egli rimaneva così occulto allo sguardo dei fedeli. Fu necessario quindi provvedere ad un monumento.
Mons. Carlo Cremonesi, destinato al governo del
santuario da Papa Pio XI, affidò l’incarico al Comm. Tonnini,
romano. –
L’artista aveva già fuso il grandioso monumento a S. Francesco, sulla piazza di
S. Giovanni in Laterano. – Il monumento fu inaugurato il 5 ottobre 1928,
venerdì; il tempio rigurgitava di un’immensa folla di devoti, pellegrini e
benefattori. Vi fu il discorso di Mons. E. A. Fabozzi.
Chi entra oggi nel Tempio, dalla navata centrale in alto a sinistra vedrà quel monumento; esattamente alle spalle di esso ebbero la prima sepoltura le spoglie del Beato.
Corre l’anno 1937: l’ampliamento del santuario volge al compimento – i grandiosi lavori gli doneranno lo splendore e la magnificenza attuali -. Sotto il trono della vergine è stato ricavato un locale: la Cripta.
“… spero, pochi palmi di spazio sotto il trono della madonna, lì dove desidero di essere seppellito …”.
L’ultimo voto del grande cuore si realizza. Martedì
24 agosto 1937, festa di S. Bartolomeo, promotore il
Patriarca A. Rossi, si
adempie la estrema volontà del Fondatore: le sue spoglie dopo undici anni
riposeranno sotto il Trono della vergine, le ricopre una bianca pietra di marmo
con la scritta BARTOLO LONGO MDCDXXVI.
Nell’anno successivo, il 23 luglio P. Alberto M. Radente ed il 3 novembre la contessa De Fusco, nella stessa Cripta ricostituiranno la triade. Il padre, il consigliere, l’amico giacque accanto al suo figliuolo spirituale; un altare proveniente dal vecchi Santuario, mistico tramite tra due tombe, ricomponeva nel segno della preghiera un’antica unione.
Intanto si accresce la devozione per Bartolo Longo, si ottengono favori e grazie per sua intercessione, si avvera il prodigio: il primo miracolo.
Siamo nell’anno 1966, nella Cripta si completano i grandiosi lavori di restauro. Ampliata ed ornata con decoro, accoglie quanti chiederanno il conforto che si riceve dal mistico raccoglimento in preghiera.
Alla destra dell’altare una pesante lastra di granito rosso copre e suggtella la terra il cui cavo accoglie il feretro di Bartolo Longo.
Sarà questa l’ultima dimora materiale dell’insigne uomo?
Il processo di beatificazione è alla svolta decisiva, all’orizzonte si intravede sempre più netta e luminosa la figura del Beato.
Il Santo Padre Paolo V
I ordina la ricognizione
canonica dei resti mortali del Servo di Dio Bartolo Longo. Le operazioni
iniziate l’11 febbraio dell’anno 1967 terminano il 4 di marzo. I resti vengono
custoditi in due cassette di zinco, recano il suggello dell’Ordinario della
Curia; la perizia medico-legale è esperita. – L’avvocato Bartolo Longo ascenderà
l’altare - !
Il tributo di una gloria ampiamente meritata. La Sacra Congregazione per le Cause dei Santi ordina una nuova ricognizione canonica dei resti mortali.
Si effettua il 1° settembre 1980.
La data fatidica è imminente, le autorità della Curia Pompeiana non contengono la loro intima commozione: l’evento che si preannuncia è straordinario.
È doveroso a questo punto fornire alcuni dati essenziali circa la struttura ed il contenuto dell’attuale simulacro del Beato.
Nel corso della seconda recente ricognizione le due cassettine, dissuggellate, mostrarono contenere l’una tutte le ossa del Beato nonché una piccola teca d’argento che custodiva esigui residui di meningi di cervello mummificati; l’altra, quanto, stando a stretto contatto col corpo del Beato, era residuato nel feretro.
Il contenuto di quest’ultima, considerato come
reliquia “a contactu corporis”, viene custodito a parte e con la
dovuta
venerazione.
Tutte le ossa invece vengono racchiuse nel simulacro.
È suggestivo quanto vero pensare che la stupenda maschera di argento accoglie il cranio osseo ed i frustoli cerebrali mummificati del Beato e che il simulacro strutturato con impasto di resina bianca contiene nel suo cavo tutte le sue ossa.
Il vestito ed i calzari riproducono il colore e la foggia dell’epoca, tra le mani la sua “dolce catena”.
Quanta tenerezza ispira quel Santo Vegliardo!
Pieghi il capo raccolto in meditazione profonda, una spinta che viene di dentro, irrefrenabile, ti conduce oltre l’angusto confine, verso il trascendente.
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