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Il Santuario > Pompei tra Cronaca e Storia
*Altare e Trono della Vergine
Descrizione del Trono e dell’Altare Maggiore – 1885
Altare e Trono da dedicarsi alla Vergine SS. del Rosario nel suo nuovo Tempio in Valle di Pompei
Fatto di pianta e terminato di rustico il Tempio della SS. Vergine del Rosario, bene avviate di già le magnifiche decorazioni dello stesso, il primo pensiero, dopo un periodo di lungo e penoso lavoro, si è rivolto all’altare di nostra Signora ed al Trono, su cui Ella siederà come Regina di Misericordia: Trono, che formar dovrà il più perfetto gioiello, che sarà consacrato alla Madre nostra dolcissima.
Ed oggi, che dopo sei mesi di studio il disegno del nostro Architetto Rispoli è compiuto, per soddisfazione nostra e per letizia spirituale di tanti generosi che mandano le loro offerte per l’erezione del Trono e dell’Altare della nostra Regina, ci è grato dare una particolareggiata descrizione di questa parte importantissima dell’Opera nostra, ed ora ci facciamo pregio di presentare cotal disegno.
Il lavoro si comporrà di due parti al tutto distinte, staccate l’una dall’altra; ma in complesso formar dovranno un sol tutto. L’Altare ed il Tabernacolo della Vergine, ecco le due parti. La difficoltà di conciliare questi due concetti di somma importanza, senza far servire l’uno all’altro, è stata grandissima. Alle incontrovertibili ragioni di rito si opponevano anche validissime ragioni di arte, e ci trovavamo di fronte ad un problema complesso, il quale offriva un campo di incognite, di cui l’una si risolveva a pregiudizio dell’altra.
Però la ferma volontà di conseguire lo scopo non ci ha fatto perdere d’animo. Non dissimuliamo che il concepire un lavoro di simil fatta, e coordinarlo strettamente alle esigenze del culto, e non derogare alle rigide leggi di estetica e del bello artistico, ci ha fatto trepidare non poco e meditare di continuo nello svolgimento del concetto, al quale abbiamo già dato una plastica esecuzione con un rigoroso disegno e con un rilievo in grosso ridotto al decimo del vero.
Chi ha avuto agio di vedere questo rilievo, esposto nei mesi di Ottobre e di Novembre ultimi, ci ha confortato col suo giudizio. Ma oggi siamo assai lieti di poterne presentare il disegno a tutti, anche a quelli che si trovano lontani, i quali senza vederne il modello, con una fiducia veramente eroica, sono stati so9lleciti di mandare le loro generose offerte rimettendosi a noi.
Come dicevamo, l’Altare forma sistema da sé, e il concetto informatore è stato ispirato sui monumentali altari delle grandiosi Chiese di Roma. Il principio fondamentale che ci ha guidati è stato sempre la Rubrica, e quella stupenda semplicità grave e maestosa dell’Altare romano, in cui signoreggia lo stile corretto a preferenza del materiale prezioso o almeno raro.
Con tre ampi scalini di granito del Sempione si impiana la predella. La larga e spaziosa mensa è sorretta da quattro colonne di uno spiccato marmo rosso con capitelli di bronzo dorato.
Il fondo della sotto mensa è ornato con marmi rari e con una croce a bronzo dorato. La mensa sarà vuota nella parte sottostante, e verrà ricacciato da un massello di marmo bigio.
Fiancheggeranno la mensa le due ali dell’altare, ricche per scelti marmi e partito di fondati e di risalti, da creare un giusto movimento di linee che inquadrano buona scultura.
Dalla mensa in sopra vi saranno due scalini per i candelieri. Il primo bassissimo, ed il secondo raggiungerà appena l’altezza di centimetri 50.
Il lato destro e quello sinistro dei due scalini assortiti con marmi rari e di valore, avranno ognuno una disposizione tale architettonica, che i tre candelieri grandi, da collocarsi per ogni lato, sormontino un dado che fa da base, nel fronte del quale per ognuno verrà una testa di Cherubino a bronzo dorato, inquadrato in calotta di bronzo con patina antica. Fra i tre dadi nasceranno due rincassi per i due candelieri piccoli. Gli scalini nella parte centrale sono discontinui, e nel mezzo della mensa, fra i cennati scalini, si ergerà un maestoso Ciborio.
Esso avrà una forma di “panteon”, riccamente adorno di pietre preziose e istoriato con bronzi cesellati e dorati. Si è inteso così di esprimere il concetto vero della Custodia, che deve raffigurare la sacra “Pisside”, la quale custodendo gelosamente il Corpo santissimo di nostro Signore viene per riverenza preziosamente vestita.
La specialità del nostro Altare sta appunto nella spaziosa mensa e nella mancanza dei capi altari, cose che gl’improntano un tipo tutto proprio.
A ridosso della Custodia, che viene isolata completamente, si eleverà un dado sino a raggiungere il piano superiore degli altri scalini, e su di esso verrà collocata la croce.
Tralasciamo di enumerare i nomi dei marmi da impiegarsi per non imbarazzare chi legge in un linguaggio troppo tecnico.
Il gran Tabernacolo della Vergine SS. si ergerà a ridosso dell’Altare scostandosene di un metro, in modo da formare un corpo tutto a sé, e non menomare punto la maestà dell’Altare, il quale conserverà completamente la sua autonoma dignità.
Due grandi pilastri sorreggeranno il gran ripiano dove poggerà la macchina architettonica. Tali pilastri decorati in rivestimento di scelti marmi a colore, lasceranno uno spazio fra essi, ed in modo da fare intravedere la decorazione delle prospere e degli stalli del dietrostante Coro. La parte alta dei pilastri è cinta ad un gran festone di alloro scolpito in fino marmo di Carrara.
Il gran ripiano è garantito da una bassa barriera di serti e corone, e nel fronte principale è intermezzato da 5 grandi angeli di grandezza quasi eguale al vero, i quali sorreggono in alto ognuno un Cuore in cui resteranno perennemente chiusi i nomi di tutti i prediletti figliuolo di Maria che hanno concorso ad innalzarle il Trono. In cima di ogni cuore arderà perennemente una lampada, simbolo della fede e dell’amore di quei generosi, i cui nomi sono lì dentro racchiusi come in un’arca di salvezza. Questa parte verrà eseguita da valente artista, in bronzo patinato. Dal modello possiamo argomentare, senza tema di errare, che tale cinta ai piedi del Tabernacolo risulterà di un effetto meraviglioso e senza riscontro in altri lavori di tal fatta.
Il Tabernacolo avrà un imbasamento, che sorregge quattro belle colonne a marmi colorati a contrasto di tinte, con capitelli e basi di bronzo dorato: ed una trabeazione di fino ordine corintio, di scelti marmi e vagamente intagliati, ispirandosi nel più bello antico, sormonterà le quattro colonne. Sulla trabeazione vi sarà un frontone coronato da un terminato, nel quale in un cerchio di Cherubini sarà letto il monogramma di Maria.
Le quattro colonne, due da un lato, due dall’altro lasceranno uno spazio nel mezzo che costituirà la parte preziosa del monumento, che esser deve la sede della regina del Rosario.
La prodigiosa Immagine verrà inquadrata in una grande piastra di rame, cesellata ed a sbalzo, del più scelto gusto, e dorata o bronzata secondo il bisogno. In tale piastra, fra serti di fiori, di allori, di cherubini, e di svolazzi saranno incastonati quindici quadretti circolari rappresentanti “i quindici Misteri del Rosario”.
Quale sarà la nostra cura in tale parte speciale del Tabernacolo, lo potrete giudicare dal risultamento; ed abbiamo fede nel patrocinio della nostra potente Regina, che raggiungeremo lo scopo prefissoci.
(Autore: Bartolo Longo - 1885)
*Altare e Trono della Vergine di Pompei
8 Dicembre 1884, è giunto l’istante fortunato in cui tutti dobbiamo porre la nostra pietra per erigere l’Altare Maggiore del Santuario di Pompei, e dietro di esso la gran macchina di marmo su cui verrà collocata la prodigiosa Effigie, Ci vorrà del tempo, ci vorranno pure delle forti somme; forse novelli assalti noi sosterremo dagli avversari di questo Tempio; ma gli splendidi trionfi che Maria ha conseguiti in questo anno 1884, ci sono di forte guarentigia d’inaspettati e di più gloriosi risultati.
Chi sente il cuore balzargli d’insolito affetto all’udire il nome di Maria Regina in Pompei, si faccia Promotore e Zelatore della più grande Opera che si compirà in questo Tempio, cioè l’Altare e il Trono della Regina delle Vittorie. L’offerta ed il concorso di ciascuno dev’essere spontaneo e diviso dall’associazione al Nuovo Tempio.
Nel giorno destinato dai decreti di Dio, che sorriderà di nuova luce di grazia ai figli del Rosario in questa Valle dei prodigi, in quel giorno in cui si benedirà l’Altare, e sul suo Trono verrà collocata la regina delle Misericordie; oh, in quel giorno stesso tutti i nomi di ciascuna persona che avrà mandato un obolo qualsiasi per l’Altare e per il Trono della prodigiosa Vergine di Pompei, verranno rinchiusi in un gran cuore di argento. E questo cuore resterà perennemente ai piedi del soglio della Gran Regina, sostenuto da un angelo, che elevando le sue braccia, presenterà quel cuore con tutti i nomi che esso racchiude alla Sovrana dell’Universo. Simbolo dell’offerta dei cuori dei figli alla propria Madre.
E su quel cuore di argento arderà perennemente una lampada, simbolo dell’amore ardente verso Maria di tutti coloro i cui nomi si troveranno lì dentro scritti; i quali hanno concorso all’erezione del Tabernacolo e dell’Altare del Rosario, guidati da ferma speranza che il loro amore manifestato nel tempo nel tempo perduri inestinguibile per tutta l’eternità.
*La dedicazione del nuovo Altare
L’Arcivescovo Tommaso Caputo ha presieduto, il 12 settembre, la celebrazione di Dedicazione della mensa eucaristica di marmo che lascia ora emergere, in tutto il suo splendore, il mosaico dell’Agnello dell’Apocalisse, posto, per volontà del Beato Bartolo Longo, al di sotto dell’antico Altare. Sul frontale del nuovo Altare, inoltre, sono state incise le parole “Beati gli invitati alla cena dell’Agnello”. Durante il rito, il Prelato ha posto, all’interno di una delle otto colonne che sorreggono la sacra mensa, le reliquie del Fondatore, di San Ludovico da Casoria e di Santa Caterina Volpicelli
Il 12 settembre 2023, Memoria del Santissimo Nome di Maria, la comunità pompeiana si è radunata attorno alla mensa eucaristica per la solenne celebrazione di Dedicazione del nuovo Altare del Santuario, presieduta dall’Arcivescovo della Città mariana, Monsignor Tommaso Caputo. Grazie alla nuova disposizione, si può ora ammirare meglio lo splendido mosaico, voluto dal Beato Bartolo Longo, al di sotto dell’antico Altare, raffigurante l’Agnello dell’Apocalisse in trono, simbolo di Cristo risorto, che regna vincitore, perché col sacrificio della croce ha redento e salvato l’umanità. Egli ha con sé “il libro della vita con i sette sigilli”, e rivela il senso di tutta la storia, dell’umanità nel suo insieme e del singolo uomo. Sul frontale del nuovo Altare, inoltre, sono state incise le parole “Beati gli invitati alla cena dell’Agnello”. I marmi e l’assemblaggio dell’Altare, frutto di un lavoro sinergico che si è avvalso della collaborazione del Professor Saverio Carillo del Dipartimento di Architettura dell’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli, sono un dono dell’impresa di famiglia dell’Architetto Giuseppe Gargiulo di Santa Maria La Carità (NA), che ha anche commissionato la preparazione dell’opera presso una nota azienda di San Gennaro Vesuviano (NA). Il marmo della mensa, di colore grigio cinerino, proviene dalla cava Maiellaro di Mercato San Severino (SA). Le otto colonne e i quattro candelieri sono di marmo rosso alicante estratto da una cava dei Pirenei spagnoli. I capitelli e le basi in bronzo sono stati realizzati da una vita con i sette sigilli”, e rivela il senso di tutta la storia, dell’umanità nel suo insieme e del singolo uomo. Sul frontale del nuovo Altare, inoltre, sono state incise le parole “Beati gli invitati alla cena dell’Agnello”. I marmi e l’assemblaggio dell’Altare, frutto di un lavoro sinergico che si è avvalso della collaborazione del Professor Saverio Carillo del Dipartimento di Architettura dell’Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli, sono un dono dell’impresa di famiglia dell’Architetto Giuseppe Gargiulo di Santa Maria La Carità (NA), che ha anche commissionato la preparazione dell’opera presso una nota azienda di San Gennaro Vesuviano (NA). Il marmo della mensa, di colore grigio cinerino, proviene dalla cava Maiellaro di Mercato San Severino (SA). Le otto colonne e i quattro candelieri sono di marmo rosso alicante estratto da una cava dei Pirenei spagnoli. I capitelli e le basi in bronzo sono stati realizzati da una Il rito La dedicazione del nuovo Altare L’Arcivescovo Tommaso Caputo ha presieduto, il 12 settembre, la celebrazione di Dedicazione della mensa eucaristica di marmo che lascia ora emergere, in tutto il suo splendore, il mosaico dell’Agnello dell’Apocalisse, posto, per volontà del Beato Bartolo Longo, al di sotto dell’antico Altare. Sul frontale del nuovo Altare, inoltre, sono state incise le parole “Beati gli invitati alla cena dell’Agnello”. Durante il rito, il Prelato ha posto, all’interno di una delle otto colonne che sorreggono la sacra mensa, le reliquie del Fondatore, di San Ludovico da Casoria e di Santa Caterina Volpicelli. Fonderia di Nola. La messa in opera dell’Altare è stata curata da una ditta specializzata in beni culturali, in coordinamento con l’ufficio tecnico del Santuario. Il progetto ha usufruito dei consigli e dell’approvazione della competente Autorità di tutela del patrimonio artistico. Durante il rito, ricco di gesti simbolici densi di significato, all’interno di una delle otto colonne di marmo che sorreggono il nuovo Altare sono state deposte le reliquie del Beato Bartolo Longo e di due santi che sono stati sostegno e strumento nella realizzazione della sua missione a Pompei: San Ludovico da Casoria e Santa Caterina Volpicelli. «Questo Altare – ha spiegato il Prelato nell’omelia – con la sua scritta sarà un ricordo perenne per noi, “invitati alla cena dell’Agnello”: seguendo fedelmente Cristo risorto, in comunione tra noi, porteremo a compimento la sua missione salvifica e contribuiremo a rendere nuovi e belli la nostra vita e questo nostro mondo. E saremo “beati”, perché tenderemo alla santità, sull’esempio di San Ludovico da Casoria, di Santa Caterina Volpicelli e del Beato Bartolo Longo, le cui reli
quie sono a fondamento di questo Altare». Non a caso, in Basilica, hanno partecipato al rito le Suore Domenicane “Figlie del Santo Rosario di Pompei” fondate dal Beato e dalla Contessa Marianna Farnararo De Fusco; le Suore Francescane Elisabettine Bigie fondate da San Ludovico; le Ancelle del Sacro Cuore di Santa Caterina Volpicelli. «Affidiamo i nostri propositi – ha proseguito l’Arcivescovo nell’omelia – alla potente intercessione della Madre di Dio e madre nostra, Regina di questa straordinaria città. Contemplando nella preghiera del Rosario il volto di Cristo con gli occhi della Madre e nutriti dell’unico pane di vita, possiamo vivere in sintonia con Cristo Signore e in comunione tra noi ed essere seminatori di pace e di speranza a Pompei e nel mondo intero!». Un nuovo Altare è anche simbolo stesso di pace, di concordia tra gli uomini, di riconciliazione.
Nel brano del Vangelo di Matteo proclamato durante la Santa Messa, è scritto: «Se dunque tu presenti la tua offerta all’Altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia il tuo dono davanti all’Altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono» (Mt 5, 23-24). «Il Vangelo di oggi – ha affermato l’Arcivescovo commentando proprio questo passaggio – illumina la nostra coscienza con esigenze inevitabili. Per essere di Cristo, per essere veri cristiani, non è sufficiente una osservanza esteriore, né una pratica legale dei comandamenti, perché il Padre celeste vede nel segreto del cuore, dove accogliamo la Parola, ma dove a volte si può consumare il peccato». «La vera preghiera, l’autentico incontro con Dio – ha detto ancora – non può non aprire il nostro cuore ai fratelli. Come cristiani abbiamo la missione di essere seminatori di pace e di speranza e non possiamo mai stancarci di costruire rapporti umani sempre più autentici ad iniziare con le persone che incontriamo ogni giorno. Non è facile. I conflitti sono dietro l’angolo e non possiamo sempre attribuire la colpa agli altri, alimentando chiusure crescenti. Gesù ci invita a percorrere costantemente la via della riconciliazione
(Autore: Michele Cantisani)

*Cammino Giubilare Longhiano - 01.10.2022/01.10.2023

Il 1° ottobre è iniziato l’Anno dedicato al Beato, che con il suo esempio era riferimento sicuro per i suoi contemporanei e continua a parlare all’uomo di oggi. Intensissimo il programma, un “viaggio” che si concluderà il 31 ottobre 2023 e sarà percorso tra celebrazioni, momenti di preghiera, incontri, approfondimenti. Un tempo per riscoprire il carisma del Fondatore e l’identità stessa di Pompei.
Ripartire da Bartolo Longo un faro per il nostro tempo
Incontri, approfondimenti, momenti di preghiera, celebrazioni, ma ogni Cammino Giubilare è anche penitenziale, di rinascita. A tal riguardo Papa Francesco, per l’intera durata dell’Anno giubilare, ha concesso l’indulgenza plenaria a chiunque visiti il Santuario o sosti in preghiera dinanzi alle reliquie del Beato Bartolo Longo, alle solite condizioni: Celebrazione Eucaristica, Sacramento della Riconciliazione, recita del Credo e preghiera secondo le intenzioni del Santo Padre. Nella foto accanto, il Decreto della Penitenzieria Apostolica.
Si è aperto ufficialmente, il 1° ottobre scorso, il Cammino Giubilare Longhiano, un Anno speciale indetto per celebrare il 150° anniversario dell’arrivo del Beato Bartolo Longo a Pompei. L’evento, che si concluderà il 31 ottobre 2023, è stato presentato alla stampa, il 28 settembre, nella Sala del - la Curia della Prelatura di Pompei. «Nel mese di ottobre 1872 – ha ricordato l’Arcivescovo, Monsignor Tommaso Caputo – il Beato Bartolo Longo, Fondatore del Santuario, delle Opere di carità e della stessa Nuova Città di Pompei, arrivò per la prima volta nell’allora Valle desolata.
Vi giunse per amministrare i beni della Contessa Marianna Farnararo, vedova De Fusco, che diventerà non solo la sua consorte, ma anche la cofondatrice del Santuario. Possiamo dire che quel giorno, per questa terra, cambiò ogni cosa». «Intorno al Santuario, la cui prima pietra fu posta nel 1876 – ha proseguito il Prelato – cominciò a svilupparsi una vera e propria Città: gli istituti per l’accoglienza degli orfani e dei figli dei detenuti, l’ufficio postale e telegrafico, via Sacra, le case operaie, la sta - zione ferroviaria, la fontana pubblica. Fu sì uomo del - la Madonna, apostolo del Rosario, ma ebbe anche un indiscutibile ruolo sociale e civile. Bartolo Longo parla - va ai contemporanei e continua a parlare all’uomo del nostro tempo».
È proprio per rimarcare quest’aspetto che Monsignor Caputo ha rivolto una Lettera alla Città e ai fedeli dal titolo “Dall’illuminazione interiore di Bartolo Longo un nuovo slancio per Pompei e un model - lo per il mondo”. «Abbiamo bisogno – ha spiegato ancora – di guardare all’esempio del Beato, qui ed ora, in un tempo di difficoltà gravi, dalla guerra in Ucraina alla complessa uscita dalla crisi sanitaria, dalla povertà in continuo aumento, anche nel nostro Paese, alla crescente conflittualità che corrode la società.
Direi anche che abbiamo bisogno delle parole di Longo e, tra i segni di questo anno speciale, ve n’è uno al quale un’equipe di studiosi ha lavorato per anni e con grande passione e impegno. Pubbliche - remo a breve il volume introduttivo all’Edizione Critica degli scritti di Bartolo Longo perché tutti possano attingere alla fonte originale del Beato».
Ad entrare nel dettaglio degli eventi del Cammino Giubilare Longhiano, è stato Monsignor Pasquale Mocerino, Rettore del Santuario, che ha sottolineato come «la Chiesa di Pompei sia una Chiesa per il mondo, una Chiesa ad extra» come confermano le oltre 130 chiese e cappelle intitolate alla Madonna di Pompei, censite in Italia e in decine di nazioni. «Nel corso dell’Anno longhiano – ha detto – proporremo ai pellegrini un focus dedicato alla figura del Beato e coinvolgeremo gli eredi dei compagni di viaggio di Longo a cominciare dagli ordini e dalle congregazioni religiose, innanzitutto le Suore domenicane “Figlie del Santo Rosario di Pompei”, che fondò, e i Fratelli delle Scuole Cristiane, che operano a Pompei dal 1907». L’Anno longhiano ha avuto inizio con un intenso mese di ottobre: la recita della Supplica nella prima domenica; la festa del Beato celebrata il 5; la preghiera del “Buongiorno a Maria” elevata all’alba di tutti i giorni, dal lunedì al sabato.
E ancora, il 19 ottobre, si è tenuto l’incontro dedicato al XX anniversario della pubblicazione della “Rosarium Virginis Mariae”, la Lettera Apostolica di San Giovanni Paolo II sulla preghiera del Rosario, con gli interventi dell’Arcivescovo Domenico Sorrentino, Vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e Foligno, e di Margaret Karram, presidente del Movimento dei Focolari, al quale, insieme al Santuario di Pompei, Papa Wojtyla affidò la promozione della preghiera del Rosario. Il 26 ottobre, poi, il Coro “Mysterium Vocis”, diretto dal maestro Rosario Totaro, e l’Orchestra “Artemus”, diretta dal maestro Alfonso Todisco, hanno proposto in Santuario un concerto in occasione del 42° anniversario della beatificazione di Bartolo Longo. Durante la serata è stato eseguito, in prima assoluta, l’Inno al Beato, composto dal maestro Nicola Hansalik Samale.
Infine, il 29 ottobre, in via Arpaia, la località dove il Beato nel 1872 sentì l’ispirazione interiore: «Se cerchi salvezza, propaga il Rosario. È promessa di Maria. Chi propaga il Rosario è salvo!», si è tenuta una celebrazione commemorativa che ha coinvolto, in modo particolare, le cinque comunità parrocchiali della Città.
Nel corso della presentazione alla stampa degli eventi del Cammino Giubilare Longhiano, don Ivan Licinio, Vicerettore del Santuario, ha annunciato il vincitore del concorso di idee “LO(n)GO design contest”, aperto ai giovani di Pompei dai 18 ai 35 anni, per la creazione di un progetto grafico che, con unico logo, riuscisse a comunicare quanto accadde 150 anni fa. «La storia del Fondatore – ha rimarcato – ha tanto da dire ai nostri ragazzi. È una vicenda esemplare, che saranno i giovani a dover tramandare».
È risultato vincitore il logo di Elio Sorrentino, che mette in evidenza il numero 150 ed esprime, in modo stilizzato, il legame tra Pompei e la Madonna, con il profilo del campanile e la corona del Rosario, di colore rosso pompeiano a sottolineare il riferimento all’antica città romana.
“Dall’illuminazione interiore di Bartolo Longo un nuovo slancio per Pompei e un modello per il mondo”
È questo il titolo della Lettera che l’Arcivescovo Prelato, Monsignor Tommaso Caputo, ha rivolto alla Città e ai fedeli in occasione dei 150 anni dall’arrivo del Fondatore a Valle di Pompei
I n occasione dell’inizio dell’Anno Giubilare Longhiano, l’Arcivescovo di Pompei, Monsignor Tommaso Caputo, ha inteso rivolgere alla Città e ai fedeli una Lettera intitolata “Dall’illuminazione interiore di Bartolo Longo un nuovo slancio per Pompei e un modello per il mondo”. Il testo è introdotto dalle parole dello stesso Fondatore della Nuova Pompei, che racconta, nel volume intitolato “Storia del Santuario dalle origini al 1879”, il suo primo arrivo nella “Valle sconsolata”, definita «solitaria, triste, temuta, fuggita da gente civile». Era l’ottobre 1872 quando il Beato si ritrovò in Località Arpaia, per le strade pericolose di quelle contrade e sentì un’ispirazione interiore: «Se cerchi salvezza, propaga il Rosario». Quel giorno la sua vita cambiò radicalmente e, negli anni, Longo fondò il Santuario, le Opere di Carità e la stessa Nuova Città di Pompei. Un fatto lontano nel tempo, ma che continua a parlare all’uomo contemporaneo, ai cittadini di Pompei così come ai devoti di tutto il mondo, in modo speciale in questo presente così complesso. «Ciò che sentiamo di dover fare oggi, per amore della nostra comunità, della Chiesa di Pompei e di tutti i devoti della Madonna del Rosario – scrive Monsignor Caputo – non è semplicemente sfogliare l’album da quell’illuminazione interiore in poi. Ma vedere come essa possa continuare, oggi, in questo primo drammatico scorcio del terzo millennio, a segnare il nostro cammino e, quel che più conta, diventare paradigma di un “nuovo inizio” non solo per la città di Maria, ma per il mondo intero». L’esperienza mistica del Beato segna, come spiega l’Arcivescovo, “un momento di svolta”. Quella scintilla iniziale diventa, citando il Libro dell’Esodo, un “roveto ardente”, fuoco che genera un nuovo inizio, del quale c’è, anche oggi e ovunque, assoluto e urgente bisogno. «Le crisi d’oggi si chiamano, più spesso, emergenze – considera il Prelato guardando al presente – abbiamo imparato a conoscerne tante e tuttora siamo nel pieno di un’emergenza sanitaria, sociale ed economica, per il Covid che fatica a togliere il disturbo e per un insensato conflitto nel cuore del nostro Continente». L’esempio del Beato e di chi, con lui, non si arrese alle difficoltà, traccia una via da seguire. «Il pensiero – prosegue la Lettera – ritorna a Valle di Pompei. A quella scintilla che diventò fuoco e che incenerì alla fine la sterpaglia che infestava i campi. Bartolo Longo e poi i pompeiani non furono “spaventati dalla crisi”, ricordando che, come afferma Papa Francesco, il “Vangelo stesso è il primo a metterci in crisi”. Sembrano scritte per la condizione di Valle di Pompei, le parole del Papa sulla crisi come prova che passa al vaglio e di fronte alla quale l’esperienza del buio, della debolezza, della fragilità, delle contraddizioni e dello smarrimento non fa sentire schiacciati». La disperazione non può appartenere ai credenti anche dinanzi alla più grave delle crisi. Ed è per questo che la Lettera dell’Arcivescovo diventa un invito alla speranza, a guardare il futuro con fiducia. L’esperienza del Beato diventa oggi programma anche per la Chiesa e la comunità civile di Pompei. «Via Arpaia – spiega Monsignor Caputo – potrebbe chiamarsi via del Rosario di Pompei o via della fondazione della città di Maria. Quell’attimo è diventato storia. Quell’attimo è cresciuto, via via ad accompagnare i passi di una comunità nuova che si è resa consapevole dell’ineffabile risorsa affidata nelle proprie mani e ne ha fatto tesoro. Era il Rosario a legare Bartolo Longo alla terra che si distendeva davanti a lui a partire da Località Arpaia. Era la preghiera a misura di Pompei, la città di Maria protesa verso il Regno celeste». In quel giorno dell’ottobre 1872 si posero le fondamenta del futuro della città, un futuro edificato nel terreno della fede: «I mattoni del coraggio, il cemento di una rinnovata speranza, la malta di una coesione sociale che si andava manifestando nella carità man mano che il nuovo cantiere prendeva forma». Si deve «riscoprire – esorta l’Arcivescovo – lo spirito di quel tempo, risvegliare l’entusiasmo sopito, ritrovare il gusto di investire sulla speranza». E questo riguarda non solo Pompei “in un nuovo millennio” che “non poteva presentarsi peggio”: «Dopo l’anno di straordinaria quiete del Duemila, quasi un atto di omaggio al Grande Giubileo nel segno della pace e della riconciliazione, ecco il feroce attacco alla Torri Gemelle e, nella scia di altri sanguinosi attentati, la vasta geografia di guerre dimenticate, fino al conflitto scatenato dalla Russia ai danni dell’Ucraina.
La guerra nel cuore dell’Europa e, prim’ancora, per quasi tre anni, il tormento di una pandemia che ha seminato lutti e sconvolto un mondo sempre più smarrito e disorientato». In tal senso quel che accadde in Località Arpaia «può essere modello per una rigenerazione a doppia mandata: culturale e sociale sì, ma in primo luogo spirituale» in un mondo che sembra aver accantonato il Vangelo, in un’Europa che assiste al tramonto della “christianitas”, «anima stessa di un continente per il quale il richiamo alle radici cristiane si estendeva ai due grandi polmoni dell’Oriente e dell’Occidente e, in senso geografico, dall’Atlantico agli Urali». Guardare a tutto questo è prendere atto della situazione, ma mai motivo per «indietreggiare o lasciarsi prendere dallo sconforto» perché «la via Arpaia di Bartolo Longo e le vie di salvezza sparse per il mondo, tornano a ricongiungersi alla luce del Vangelo, “lampada dei passi” per l’intera umanità».
C’è bisogno di persone che portino la Parola di Dio al mondo e questo ha anche un ritorno evidente sulla stessa società. Le comunità parrocchiali pompeiane sono chiamate a rendere possibile l’incontro tra le persone e il Vangelo. Lo stile dei credenti deve essere quello di Gesù, fatto, come esorta Papa Francesco, di tenerezza, incontro e vicinanza. E Monsignor Caputo ricorda anche la specificità propria di Pompei, sorta come «Città della Carità, dell’accoglienza dell’infanzia abbandonata». «Oggi più che mai abbiamo il dovere di guardare oltre e più lontano per mettere in pratica nella vita concreta e piena di ogni giorno, accanto ai fratelli e in primo luogo a chi soffre, la ricchezza di un’eredità che non può passare tra le nostre mani senza “ungerle” dell’olio buono della condivisione.
Non siamo stati chiamati a montare la guardia a un bel monumento, bensì ad essere le “sentinelle” di ogni nuovo mattino, che in questa nostra Chiesa locale, è annunciato dal canto a Maria». Solidarietà da un lato, evangelizzazione dall’altro.
È il modo in cui Pompei accoglie il messaggio che viene dall’evento dell’ottobre 1872 che cambiò, in Località Arpaia, la storia di questa terra.
(Autore: Giuseppe Pecorelli)
*Cinquantesimo Anniversario del Santuario
“Nel 1934 ho iniziato a lavorare, quale scalpellino in architettura, nella Basilica di Pompei, fino al 1939. Ho trattato pietre provenienti da tutto il mondo: dal Belgio, dalla Francia, dall’Australia, dal Canada, dalla Russia, da Trani, da Carrara e dal Piemonte con il suo granito cipollino o rosso”.
È la viva testimonianza del sig. Marino Machetti, anni 76, che venne a lavorare per l’ampliamento del Santuario di Pompei, un anno dopo l’inizio dei lavori e che ancora oggi, quando entra in Chiesa, tutte le sere per la Messa prova “una grande emozione nel vedere le colonne” che egli stesso ha contribuito a mettere in opera (30 tonnellate ciascuna), con una fatica certamente improba, se si pensa che i mezzi tecnici non erano quelli attuali. Dinanzi allo straordinario, crescente, - forse anche inatteso nella consistenza – coinvolgimento dei fedeli, dinanzi all’interesse del mondo per Pompei, l’originario disegno del luogo di preghiera formulato da B. Longo si rivelava ormai inadeguato, insufficiente: di qui il dilemma se optare per una nuova Chiesa o ampliare quella già officiante. Non si trattava, infatti, di semplice problema di spazio, ma anche di rispetto verso l’esistente, e cioè verso quella struttura eretta da B. Longo e consacrata nel 1891, che era costata sudore, sacrifici, impegni, entrata a far parte ormai della memoria della marianità del popolo, costituita oggi dalla navata centrale fino alla crociera. Prevalse così la seconda ipotesi: l’architetto archepito fi Mons. Spirito Chiappetta, delegato espressamente dal Vaticano. “Con me, prosegue Marino Machetti, hanno lavorato i geometri Rossi e Bellone, proveniente quest’ultimo da Milano, c’erano Masto Michele (Capo ferraiolo), l’assistente Giardini, che curava la muratura ed Erminio, che curava la carpenteria, c’era Pietro Vitiello che ha fornito puzzolame, breccia, arena e che trasportava tutto il materiale con traini e carrette”.
Dietro tutto questo, il Prelato Mons. Anastasio Rossi, Patriarca con la sua fermezza, la piena consapevolezza di dover dare alla preghiera del Rosario e della Supplica un’atmosfera di più ampio respiro, più preziosa persino nei particolari, generosa nei marmi delle colonne, nelle pitture. “I meravigliosi affreschi dell’abside, della cupola e di quant’altro pertinente la lunghezza della Basilica, furono eseguiti in gran parte dall’emerito pittore prof. Landi. Il rivestimento in rame della cupola centrale e di quelle laterali più piccole, fu eseguito dalla ditta Ascolese da Sarno. Per ampliare fu eliminata la vecchia sacrestia, il corridoio che immetteva nella canonica dei sacerdoti e un ampio giardinetto… anche la scala di accesso per salire in Prelatura fu abbattuta…”.
È il prof. G. Clemente che parla con i suoi ricordi, la voce emozionata dei suoi 78 anni. I tempi di attesa i pompeiani li trascorrevano seguendo le trasformazioni che i lavori creavano nel monumento, mentre raccoglievano e ricevevano i contributi che la Provvidenza non aveva mai lesinato. Dall’inizio dei lavori, il 2 ottobre 1933 ultimo dei 15 sabati in preparazione alla festa del S. Rosario, alla consacrazione del 6 maggio 1939, sarebbero passati quasi 6 anni.
“La nuova Chiesa che viene a coprire una superficie di circa 2.000 metri quadrati è cinque volte più grande della precedente che misurava solo 421 mq. La cupola si spingeva a soli 29 metri di altezza, mentre l’attuale innalza la sua croce a 57 metri dalla piazza”; è quanto si legge in una monografia del 6 maggio 1939, quando il Cardinale Luigi Miglione, segretario di Stato di Pio XI, il Papa dei progetti arditi, compie la consacrazione.
Dalle pagine del periodico, nel numero maggio/giugno 1939, parte la descrizione del grande avvenimento, ripreso, peraltro, dai giornali del tempo, diffuso radiofonicamente. Si trattò di un momento edificante, perché l'ampliamento dell’a Basilica, al di là della sua valenza architettonica e della sua preziosità estetica, costituiva la prova tangibile che il messaggio mariano affacciatosi quasi immediatamente nella realtà locale, per essere ascoltato aveva richiesto una casa più grande, un maggior numero di confessionali, una schiera più fitta di sacerdoti per celebrare, per ascoltare, per diffondere la parola di Dio. Si trattava del miracolo della preghiera, dell’arte, dell’ascolto, della generosità, tutti aspetti che a dieci lustri di distanza si inseriscono in una realtà mariana immutata nello spirito, anche se al passo con i tempi.
(Autore: Luigi Leone)
50° anniversario dell’ampliamento del Santuario
Cinquant’anni fa il Santuario della Vergine del Rosario era cinque volte più piccolo di quello attuale.
Il tempio che lo stesso Fondatore, il Beato Bartolo Longo († 1926), aveva costruito dal 1876, posa della prima pietra, al 1891, si era rivelato insufficiente ad accogliere i devoti che a migliaia affluivano a Pompei. Si rendeva necessaria una soluzione. All’ipotesi di un nuovo Santuario, si preferì, per ragioni affettive, procedere all’ampliamento di quello già esistente. Il progetto dell’architetto, sac. Spirito M. Chiappetta, conciliò le varie esigenze. Occorsero sei anni di duro lavoro (1934-1939), ma i risultati furono estremamente lusinghieri. Il 7 maggio 1939, il nuovo tempio fu consacrato e dedicato da Sua Eminenza il Cardinale Luigi Maglione, Segretario di Stato di Pio XII.
Cinquant’anni, da allora, sono trascorsi e milioni di pellegrini e visitatori hanno con diversità di accenti espresso il loro amore alla vergine ed hanno imparato, guidati da Lei, ad essere “pietre vive” dell’edificio spirituale che è la Chiesa di Cristo. È quanto ha voluto sottolineare il Cardinale Opilio Rossi, Presidente della Commissione cardinalizia per i Santuari di Loreto, Bari e Pompei, intervenuto alla celebrazione dell’anniversario: “Quello dunque che noi ammiriamo qui costruito materialmente deve richiamarci ad una ben più alta realtà, che pulsa all’interno dell’anima nostra; quello che vediamo qui fatto con pietre, deve avvenire, mediante la divina grazia, nei nostri cuori. Dobbiamo essere consapevoli di appartenere all’unica Chiesa di Cristo e di sentire di conseguenza il dovere di essere pietre viventi sviluppando in noi quelle virtù che ci qualificano veri cristiani di fronte al mondo, forti nella fede, consolidati nella speranza, compaginati nella carità. Saremo così pietre inserite nel mirabile edificio di Dio, di cui questa nostra sontuosa basilica è immagine”.
(Autore: Pasquale Mocerino)
*Consacrazione del Santuario 24.05.1891
Ě costruita a doppio ordine, con portico a tre arcate, sul modello delle basiliche romane, tutta in travertino del monte Tifana, in S. Angelo in Formis (Caserta): la stessa pietra servì a Masuccio Secondo per la torre di S. Chiara in Napoli (1328) ed a Luigi Vanvitelli per il palazzo reale di Caserta (1752). Su progetto del prof. Arch. Giovanni Rispoli, di Napoli, la costruzione fu iniziata il 15 maggio 1893, ed inaugurata il 5 maggio 1901.
Il costo di £. 1.700.000 fu coperto da raccolte, anche minime, tra 4.000.000 persone che da ogni paese risposero all’iniziativa di Bartolo Longo. Nelle intenzioni del Beato doveva essere, e realmente fu, il plebiscito del mondo per la pace universale.
Essa fu cominciata prima che lo Czar di Russia convocasse le potenze al Congresso dell’Aia. Bartolo Longo fu anche invitato a partecipare al Congresso Internazionale di Glasgow ed i promotori di esso ne proposero la candidatura al premio Nobel per la Pace.
La proposta fu accantonata perchè avversata da alcuni di ispirazione laicista, ma il Longo fu eletto membro della celebre Howard Association di Londra e socio onorario di molte società filantropiche in Europa ed in America.
L’ordine inferiore del monumento è di stile ionico, decorato da quattro colonne binate di granito rosa, lucidate a specchio nel corpo centrale, e di capitelli marmorei sui pilastri delle arcate. Tra i due ordini corre un fregio di granito con la scritta in lettere cubitali di bronzo:
VIRGINI – SS. ROSARII – DICATUM
L’ordine superiore è di ricco stile corinzio con colonne binate di granito grigio, cornicione e timpano di mensole scolpite.
Al centro si apre la Loggia Papale, ornata da due preziose colonne in granito di Finlandia, adoperate per la prima volta in Italia e provenienti dall’esposizione di S. Pietroburgo. Il prezzo delle due colonnine, pattuite all’ordinazione in dollari, fu di fatto pagato, per imposizione dello Czar, in “oro”.
Bartolo Longo non si perse in commenti, non recriminò, ma non rinunziò alle colonnine, ormai della Madonna. E pagò quanto e come venne richiesto, annotando: pagammo con l’oro della Madonna.
Il 21 ottobre 1979, il Papa Giovanni Paolo II, in visita a Pompei, si affacciò dalla Loggia per la recita dell’Angelus e per impartire la benedizione alla folla presente ed al mondo intero.
Si avverava una profezia del Beato: un giorno, da questa loggia vedremo la bianca figura del rappresentante di Cristo benedire le genti accolte in questa piazza, acclamanti la Pace Universale (discorso di Bartolo Longo per lo scoprimento della facciata).
A coronamento del finestrone della loggia, un angelo di bronzo, e più in alto lo stemma marmoreo di Leone XIII. La facciata culmina con la colossale statua della Vergine del Rosario, opera dello scultore Gaetano Chiaramente, ricavata da un solo blocco di marmo di Carrara, del peso di 180 quintali.
In corrispondenza dei due finestroni laterali, in due tondi, sono posti un orologio elettrico a sinistra ed una meridiana sulla destra.
Alle spalle della “Loggia Papale”, in un vastissimo salone, è sistemato l’Archivio Storico Bartolo Longo dove sono custoditi innumerevoli documenti storici.
Nel pronao della Basilica si aprono quattro nicchie con le statue del beato Luigi Guanella, (Arnaldo Gelli – 1970) del beato P. Ludovico da Caloria (Arnaldo Gelli – 1970) di Santa Francesca Saverio Cabrini (Domenico Ponzi – 1970) e S. Leonardo Murialdo, fondatore dei Giuseppini (Domenico Ponzi – 1970).
Proseguendo sul lato destro si può ammirare l’imponente mole dell’edificio.
L’esterno, tutto in travertino di Tivoli lavorato a massi, poggia sopra una fascia di granito che corre tutt’intorno alla Basilica.
Sono di granito rosa le colonne a sostegno del cornicione e quelle binate della cupola (del peso di 85 quintali ciascuna) e dei cupolini.
La cubatura totale è di 40.000 metri,
La copertura metallica della grande cupola, dei cupolini, dei tetti e delle semicalotte sulle cappelle, richiese kg. 55.000 di rame fornito e messo in opera dalla ditta di Saverio Ascolese della vicina città di Sarno.
La fornitura dei marmi e la loro lavorazione furono affidate alla ditta Paolo Medici e figlio di Roma.
Intorno, a destra, un ampio giardino di circa 1.500 mq. Che crea un comodo accesso alla Basilica ed alla Cripta.
In questo giardino, trovasi il monumento a San Massimiliano Maria Kolbe, opera di Tarcisio Musto, frate minore conventuale, inaugurato il 16 ottobre 1976, ed uno dei cinque angeli (opera del Cepparulo) che erano sul trono originario della Madonna nel 1887.
Inaugurazione della facciata del Santuario di Pompei - 05.05.1901
Quel 5 Maggio del 1901
“La Sposa dalla faccia bella”
Con queste parole Bartolo Longo indica l’inaugurazione della facciata della Chiesa di Pompei. Il monumento fu costruito con offerte raccolte in tutto il mondo mediante moduli di sottoscrizione ricoperti da oltre 4 milioni di firme.
"Fratelli e sorelle sparse per l’orbe, il Monumento promesso è già innalzato: io vi aspetto il 5 Maggio, prima domenica del mese sacro alla regina del Rosario di Pompei di questo anno giubilare del Santuario pompeiano (1876-1901).
L’invito, o fratelli, è per voi. Il voto, per me. L’augurio per tutti. Vorrei che la mia lingua sapesse tradurvi tutta la foga dei sentimenti, di speranza, di conforto, di giubilo, di vittorie, che si avvicendano nella mia mente e nel mio cuore ogni volta che mi pongo a pensare quel giorno solenne e memorabile, quando si mostrerà la “bella faccia” di questa novella sposa di Cristo.
Io amo la Chiesa di Pompei come sposa dell’animo mio a cui ho consacrato tutti gli aneliti e gli affetti più vivi del mio cuore. Essa è l’oggetto dei desideri per tanti anni nutriti, tra le ansie e le trepidazioni di un cammino arduo e difficile; ed essa sarà la corona della mia vita” (B.L.).
Abbiamo raccolto qua e là degli scritti di Bartolo Longo, pubblicati al cadere del secolo scorso e, di proposito ci asteniamo ad ogni commento per evitare di materializzare espressioni così preziose di intensa spiritualità: l’incanto mistico di un cuore così ardente di fede.
Autore del progetto della facciata, fu il Cav. Giovanni Rispoli, napoletano, “ormai per Lui il Tempio di Pompei è la cosa più cara che abbia al mondo. Che i risultati ottenuti gli siano di sprone a raggiungere quella meta che tanto agogna, e che formar dovrà la pagina più preziosa della sua vita artistica” (B.L.). Il Rispoli, professore onorario del Regio Istituto delle Belle Arti di Napoli, architetto di valore, artista geniale, concepì la grande facciata del Santuario Pontificio Pompeiano con amore infinito; sorretto da fede profonda ne diresse magistralmente i lavori alla guida di uomini di fatica, di operai, di artisti.
“Con sentimenti di ammirazione e di gratitudine segnaliamo i nomi della gloriosa falange di artisti, impresari, capi d’arte e fornitori della Facciata Monumentale del Santuario di Pompei.
Uomini valorosi, cui tributiamo il nostro reverente saluto e quello degli innumerevoli devoti di questo Santuario” (B.L.).
Il materiale per la costruzione, era tutto di origine italiana. Bartolo Longo, con orgoglio quasi campanilistico, in un appunto aveva scritto: “Tutto materiale italiano e lavorato da operai italiani in maggior parte della provincia di Napoli e Salerno”. Per la facciata in prevalenza fu impegnato il travertino. Il calcare fu estratto dai fianchi del Monte Tifata, della catena degli Appennini, presso Capua. È uno dei migliori travertini: basti pensare che di esso si servirono Masuccio II, nel 1328, per la costruzione della famosa torre campanaria di S. Chiara in Napoli e, nel 1752, il Vanvitelli per la famosissima Reggia di Caserta. Le cave però erano state abbandonate; B. Longo, con enorme dispendio, le rinnovò affinché la facciata del Santuario di Pompei fosse costruita con gli stessi materiali già adoperati per il Campanile così famoso e per una Reggia così splendida. Al travertino si aggiunse il granito di Gravellona-Toce, ed il bianchissimo marmo di Carrara. Solo per le due piccole colonne che decorano la loggia papale, fu impiegato, per la prima volta in Italia, il granito rosso di Finlandia. Gli unici due pezzi stranieri sulla facciata del Tempio.
A tale proposito B. Longo scrisse: “Anche la Russia ha avuto il suo contingente di benefici: pochi benefici spirituali invero, poiché il suo governo non permette la diffusione di stampe cattoliche, ma la Russia ha mandato le colonne preziosissime di granito rosso della Finlandia che adornano la loggia papale della facciata ed ha ricevuto in cambio l’oro di questo Santuario”. “L’opera pompeiana è l’opera della pace universale, 1900).
La spesa complessiva sostenuta per la costruzione dell’intero Monumento ammontò ad un milione e settecentomila lire; era costruita dalle generose offerte raccolte in tutte le parti del mondo mediante moduli di sottoscrizione ricoperti da oltre quattro milioni di firme. I moduli, rilegati, formano una serie di otto grossi volumi e rappresentano il plebiscito dei popoli per la pace universale, secondo il concetto espresso dal promotore del plebiscito stesso: l’Avvocato Bartolo Longo.
La cerimonia dello scoprimento della facciata era stata fissata per il 5 Maggio del 1901 alle ore 12. Il programma della solenne inaugurazione del Monumento, pubblicato in marzo dello stesso anno, prevedeva, tra l’altro, a grandi linee: L’esecuzione dell’inno della pace universale ed il discorso di Bartolo Longo incentrato sul ringraziamento solenne delle persone che con la fiducia in Lui, con l’offerta e la fede, avevano consentita la realizzazione di un’opera oltremodo ardimentosa. Alle ultime parole dovevano cadere gli ampi velari che coprivano la novella facciata mentre echeggiavano le note della marcia trionfale eseguita dalle bende musicali riunite; in concomitanza, le campane del Santuario, suonando a distesa, avrebbero annunziato a tutta la Valle del Sarno l’inaugurazione del Monumento alla Pace. Non sarebbero mancati i rituali spari di mortaretti e l’accensione di una miriade di bengali. A chiusura, nutriti stormi di colombi viaggiatori, sprigionati dalle arcate della loggia, avrebbero raggiunto, forieri della lieta novella, le città lontane.
Il programma fu rispettato con meticolosa puntualità. Il 5 Maggio alle ore 12 precise, gli ampi velari che coprivano la facciata caddero; immenso fu lo stupore della folla che si accalcava sulla piazzetta antistante, sui balconi, sui terrazzi dei caseggiati; quelli più lontani si erano persino muniti di binocolo. Il discorso di Bartolo Longo commosse tutti; a noi piace riportare testualmente un passo, forse il più accorato.
L’oratore si rivolge agli operai. “Operai, fratelli miei che per venticinque anni siete stati a me vicini ed insieme abbiamo lavorato, voi con le braccia ed io con la mente, tutti con amore. Fratelli operai, oggi il nostro lavoro è compiuto. Noi ci dovremmo separare, ma i nostri cuori non saranno giammai separati, tra noi ci sarà un perpetuo legame: Gesù Cristo, il primo operaio che è pure la nostra comune aspettazione. E quando io scenderò da questo luogo e mi avvicinerò a quel Monumento, che voi con tanto amore avete lavorato, io bacerò il piedistallo della prima colonna, e baciandolo intendo baciare ed abbracciare tutti gli operai che hanno messo mano a questo Monumento” (B.L.).      
Il Maggio del 1901 compendiava i primi 25 anni di storia dell’opera religiosa e sociale in Valle di Pompei; un’impresa singolare sorta nel mezzogiorno d’Italia tramite l’erezione di un Santuario redimito di prestigiose istituzioni sociali, caritative, educative. Si concludeva il primo grande ciclo dell’avventura pompeiana di Bartolo Longo. Un quarto di secolo storicamente più importante, essenziale, più fruttuoso perché ispirato e guidato dalla Provvidenza.
(Autore: Nicola Avellino)

*Date da non dimenticare

Per non dimenticare 1875

29 Ottobre 1875
Si celebra la prima festa del Rosario nella cadente chiesuola parrocchiale del SS. Salvatore, in Taverna di Valle di Pompei, con una statuina della Madonna che l’Avv. Bartolo Longo aveva portato da Napoli (ABL XVII, 90).
2 Novembre 1875
Si tiene in Valle di Pompei una “Sacra Missione”. Intervengono tre sacerdoti: il canonico Alessandro Santarpia di Lettere; il can. D. Giuseppe Rossi di Castellammare di Stabia ed il Rev.do Don Michele Gentile, missionario apostolico da Gragnano (ABL Storia del Santuario di Pompei, 1890, pag. 102).
13 Novembre 1875
Arriva a Valle di Pompei su un carro di letame, l’Immagine taumaturgica della SS. Vergine del Rosario, per essere collocata nella cappella del SS. Salvatore. Visto il cattivo stato di conservazione del dipinto, l’immagine non venne esposta (ABL XIX, 334, Valle di Pompei, anno II, n. 10 del 31. 10.1892, pag. 1).
14 Novembre 1875
Il quadro della Madonna viene consegnato al pittore Guglielmo Galella, per urgenti restauri (ABL XIX, 334, Valle di Pompei, anno II, n. 10 del 31. 10.1892, pag. 1).
16 Novembre 1875
Il Vescovo di Nola, S. Ecc.za Mons. Giuseppe Formisano, ritornato a Valle di Pompei, indica il luogo dove doveva erigersi il nuovo Tempio (ABL XVII, 90).
12 Dicembre 1875
Il M. Generale dei PP. Domenicani Fra Giuseppe Maria Sanvito, manda il diploma della erezione della “Confraternita del Rosario” in Valle di Pompei, con tutte le indulgenze dell’Ordine Domenicano e nomina a rettore della Confraternita il sacerdote di Pompei, D. Gennaro Federico (ABL I, 86 e Calendario del Santuario di Pompei a. 1889, pag. 106).
Per non dimenticare 1891
24 Maggio 1891
Consacrazione del Santuario
Per non dimenticare 1894
Marzo 1894
Bartolo Longo inizia le pubblicazioni delle "Piccole Letture" con il n. 1 "Il naufragio dell’utopia" (Le piccole Letture sono in totale 72).
13 Marzo 1894
Il Santuario di Pompei è tolto alla giurisdizione della Diocesi di Nola e passa nel dominio diretto della Sede Apostolica. Breve del 13.3.1894. Primo Vicario del S.S. per il Santuario di Pompei fi il Cardinale Monaco La Valletta.
19 Marzo 1894
Istituzione della "Pia Unione per gli Agonizzanti" fatta il 15 aprile 1894.
06 Maggio 1894
Alla discesa del Quadro della SS. Vergine dal trono, il piede della Madonna, viene ricoperto con un "Sandalo d’oro" tempestato di brillanti.
Maggio 1894
Apertura in Valle di Pompei del "Ricreatorio festivo Pompeiano" per fanciulle e fanciulli.
27 Maggio 1894
Viene inaugurata la prima "Farmacia Valpompeiana".
Nasce il primo nucleo della "Banda Musicale" nell’Ospizio Bartolo Longo. 1° maestro G.B. Tortolano.
26 Agosto 1894
Prima festa dell’Infanzia e del Lavoro in concomitanza con l’Onomastico dell’Avvocato Bartolo Longo. Questa festa sarà celebrata anche negli anni successivi.
28 Agosto 1894
Primo anniversario dell’inaugurazione della cappella dell’Ospizio Bartolo Longo. L’altare fi costruito a spese del sig. Pasquale Fiorentini da Gioia del Colle e dal sig. Pasquale Martini di Oria, che offrì £. 1.000.
14 Dicembre 1894
Muore, in Vaticano, il Direttore dell’Osservatorio Meteorologico Geodinamico di Valle di Pompei, il prof. P. Francesco Denza.
Per non dimenticare 1895
Marzo 1895
Viene istituita nel Santuario di Pompei la “Santa Lega per impedire i peccati mortali nel mondi”. (R.N.P. 1895, anno XII, pag.66).
8 Marzo 1895
L’Avvocato Bartolo Longo viene nominato ed ammesso come fratello dell’Augustissima Arciconfraternita della SS. Trinità dei Pellegrini e Convalescenti di Napoli (A.B.L., VI-8).
19 Marzo 1895
In Valle di Pompei, alla Via Sacra, in una modesta palazzina, viene installata ed inaugurata la prima stazione dei “Reali Carabinieri” (A.B.L. XIX-334, Valle di Pompei, anno V, n. 5, pag. 3).
23 Maggio 1895
Viene inaugurato l’Asilo per i bambini nati ed allevati nelle carceri. Vengono ospitati fanciulli dai due ai quattro anni per “porgere una consolazione alle infelici madri che l’aberrazione di un momento, forse, ha precipitato in un abisso di mali. Era un dovere della carità cristiana. Bartolo Longo” (A.B.L. XIX-334, Valle di Pompei, anno V 1895, n. 6-7, pag. 2, col. 1).
27 Maggio 1895
In Valle di Pompei, viene esposto un cantiere, per la lavorazione dei materiali di travertino, per la costruzione della facciata del Santuario, ed il progetto grafico con un modello in rilievo della facciata, opera dell’arch. Ing. Giovanni Rispoli (A.B.L. XIX-334, Valle di Pompei, anno V 1895, pag. 2).
Maggio 1895
Inaugurazione nell’Ospizio Educativo Bartolo Longo in Valle di Pompei, di una scuola pubblica gratuita, di una Scuola Operaia Serale, e di una classe serotina da disegno. Il tutto comincerà a funzionare dal 15 ottobre 1895 (A.B.L. XIX-334, anno 1895, anno V, n. 5, pag. 8): pag. 2).
Maggio 1895
L’Ospizio Educativo Bartolo Longo per i figli dei carcerati, si arricchisce di nuove sale, refettori, officine varie, sala di musica per la Banda dell’Ospizio (A.B.L. XIX-334, anno V, n. 5, pag. 8).
20 Ottobre 1895
S. E. Mons. Renzullo, Vescovo di Nola, benedice solennemente la nuova Chiesa in contrada S. Abbondio riedificata da B. Longo, dedicata alla Madonna delle Grazie (A.B.L. – RNP 1895, anno XII, pag. 77).
Per non dimenticare 1896
5 Gennaio 1896
Si inaugura in Valle di Pompei, l’Ufficio di Stato Civile, separato dal Comune di Scafati. Decreto del 19 giugno 1985.
26 Marzo 1896
Viene celebrato nel santuario di Pompei un solenne funerale per i valorosi caduti nelle battaglie combattutesi in Africa, con la partecipazione delle più alte autorità militari e civili (XIX. 334, Valle di Pompei, a. VI n. 1.2.3 gennaio – febbraio – marzo 1896, pag. 7).
7 Maggio 1896
Viene solennemente celebrato in Santuario, il 5° anniversario della consacrazione del Tempio dedicato alla SS. Vergine del Rosario. (XIX. 334, Valle di Pompei, a. VI n. 1.2.3 gennaio – febbraio – marzo 1896, pag. 8).
23 Maggio 1896
Bartolo Longo acquista da Rosina De Vivo, il fabbricato attiguo a quello che attualmente è denominato “Il Villino”, composto da due stanze, scantinato, cisterna, giardino ed altri accessori. Costo £. 13.000 (tredicimila). Pagamento: £. 4.000 in biglietti di Banca del Regno, le rimanenti £. 9.000 entro quattro anni a non meno di £. 2.000 per anno, mentre nel 4° anno la somma da pagare sarà di £. 3.000. Gli interessi saranno del 6% a scalare posticipato (I. 248).
31 Maggio 1896
Si celebra nell’Ospizio Educativo Bartolo Longo per i Figli dei Carcerati (oggi Centro Educativo Bartolo Longo) la V Festa Civile (IX 1).
14 Luglio 1896
Muore in Agerola il primo vicario di S.S. Leone XIII per il Santuario di Pompei, il Cardinale Raffaele Monaco La Valletta (RNP 1896, pag. 248).
26 Agosto 1896
Viene nominato il nuovo Vicario di S.S. Leone XIII per il Santuario di Pompei, il Cardinale Camillo Mazzella. Prenderà possesso il 15 settembre 1896 (RNP 1896, a. XIII, pag. 328).
17 Ottobre 1896
Nel santuario di Valle di Pompei, si verifica uno strepitoso miracolo (guarigione istantanea) operato per intercessione della Beata Margherita Maria Alacoque, nella persona della suor Ersilia Celia, Dorotea Romana (I, 585).
11 Novembre 1896
L’Avv. Bartolo Longo e sua moglie, la Contessa Marianna Farnararo ved. De Fusco, vengono ricevuti in udienza privata da S.S. Leone XIII. Il Papa nell’accomiatarli disse: “tornate allegramente… Il Papa vi ha benedetti” (RNP 1896, a. XIII, pag. 431).
23 Novembre 1896
Il Consiglio Comunale della Città di Latiano, riunito al gran completo nella sala consiliare, all’unanimità dichiara il Comm. Bartolo Longo “Cittadino Benemerito di Latiano” (L. 484).
6 Dicembre 1896                                                                                                                
Benedizione e posa della prima pietra per la costruzione della nuova Parrocchia del SS. Salvatore. Officiante il Vescovo di Nola S. E. Mons. Agnello Renzullo (L. 4).
Per non dimenticare 1901
Marzo 1901
Un Monumento alla Pace Universale
05 Maggio 1901
Inaugurazione della facciata del Santuario
Per non dimenticare 1923
17 Ottobre 1923
Consacrazione delle Campane del Santuario della Beata Vergine del Santo Rosario di Pompei.
Per non dimenticare 1939
07 Maggio 1939
Cinquantesimo Anniversario dell'ampliamento del Santuario
Per non dimenticare 1965
23 Aprile 1965
50. mo Anniversario dell'Incoronazione della Vergine di Pompei da Papa Paolo VI
Per non dimenticare 1987
07 Maggio 1987
Centenario dell'Incoronazione della Vergine del Rosario.
Per non dimenticare 1997
1997
Inaugurazione della Cappella di Giuseppe Moscati.
*Facciata del Santuario di Pompei
Ě costruita a doppio ordine, con portico a tre arcate, sul modello delle basiliche romane, tutta in travertino del monte Tifana, in S. Angelo in Formis (Caserta): la stessa pietra servì a Masuccio Secondo per la torre di S. Chiara in Napoli (1328) ed a Luigi Vanvitelli per il palazzo reale di Caserta (1752). Su progetto del prof. Arch. Giovanni Rispoli, di Napoli, la costruzione fu iniziata il 15 maggio 1893, ed inaugurata il 5 maggio 1901.
Il costo di £. 1.700.000 fu coperto da raccolte, anche minime, tra 4.000.000 persone che da ogni paese risposero all’iniziativa di Bartolo Longo. Nelle intenzioni del Beato doveva essere, e realmente fu, il plebiscito del mondo per la pace universale.
Essa fu cominciata prima che lo Czar di Russia convocasse le potenze al Congresso dell’Aia. Bartolo Longo fu anche invitato a partecipare al Congresso Internazionale di Glasgow ed i promotori di esso ne proposero la candidatura al premio Nobel per la Pace.
La proposta fu accantonata perchè avversata da alcuni di ispirazione laicista, ma il Longo fu eletto membro della celebre Howard Association di Londra e socio onorario di molte società filantropiche in Europa ed in America.
L’ordine inferiore del monumento è di stile ionico, decorato da quattro colonne binate di granito rosa, lucidate a specchio nel corpo centrale, e di capitelli marmorei sui pilastri delle arcate. Tra i due ordini corre un fregio di granito con la scritta in lettere cubitali di bronzo:
VIRGINI – SS. ROSARII – DICATUM
L’ordine superiore è di ricco stile corinzio con colonne binate di granito grigio, cornicione e timpano di mensole scolpite.
Al centro si apre la Loggia Papale, ornata da due preziose colonne in granito di Finlandia, adoperate per la prima volta in Italia e provenienti dall’esposizione di S. Pietroburgo. Il prezzo delle due colonnine, pattuite all’ordinazione in dollari, fu di fatto pagato, per imposizione dello Czar, in “oro”.
Bartolo Longo non si perse in commenti, non recriminò, ma non rinunziò alle colonnine, ormai della Madonna. E pagò quanto e come venne richiesto, annotando: pagammo con l’oro della Madonna.
Il 21 ottobre 1979, il Papa Giovanni Paolo II, in visita a Pompei, si affacciò dalla Loggia per la recita dell’Angelus e per impartire la benedizione alla folla presente ed al mondo intero.
Si avverava una profezia del Beato: un giorno, da questa loggia vedremo la bianca figura del rappresentante di Cristo benedire le genti accolte in questa piazza, acclamanti la Pace Universale (discorso di Bartolo Longo per lo scoprimento della facciata).
A coronamento del finestrone della loggia, un angelo di bronzo, e più in alto lo stemma marmoreo di Leone XIII. La facciata culmina con la colossale statua della Vergine del Rosario, opera dello scultore Gaetano Chiaramente, ricavata da un solo blocco di marmo di Carrara, del peso di 180 quintali.
In corrispondenza dei due finestroni laterali, in due tondi, sono posti un orologio elettrico a sinistra ed una meridiana sulla destra.
Alle spalle della “Loggia Papale”, in un vastissimo salone, è sistemato l’Archivio Storico Bartolo Longo dove sono custoditi innumerevoli documenti storici.
Nel pronao della Basilica si aprono quattro nicchie con le statue del beato Luigi Guanella, (Arnaldo Gelli – 1970) del beato P. Ludovico da Caloria (Arnaldo Gelli – 1970) di Santa Francesca Saverio Cabrini (Domenico Ponzi – 1970) e S. Leonardo Murialdo, fondatore dei Giuseppini (Domenico Ponzi – 1970).
Proseguendo sul lato destro si può ammirare l’imponente mole dell’edificio.
L’esterno, tutto in travertino di Tivoli lavorato a massi, poggia sopra una fascia di granito che corre tutt’intorno alla Basilica.
Sono di granito rosa le colonne a sostegno del cornicione e quelle binate della cupola (del peso di 85 quintali ciascuna) e dei cupolini.
La cubatura totale è di 40.000 metri,
La copertura metallica della grande cupola, dei cupolini, dei tetti e delle semicalotte sulle cappelle, richiese kg. 55.000 di rame fornito e messo in opera dalla ditta di Saverio Ascolese della vicina città di Sarno.
La fornitura dei marmi e la loro lavorazione furono affidate alla ditta Paolo Medici e figlio di Roma.
Intorno, a destra, un ampio giardino di circa 1.500 mq. Che crea un comodo accesso alla Basilica ed alla Cripta.
In questo giardino, trovasi il monumento a San Massimiliano Maria Kolbe, opera di Tarcisio Musto, frate minore conventuale, inaugurato il 16 ottobre 1976, ed uno dei cinque angeli (opera del Cepparulo) che erano sul trono originario della Madonna nel 1887.
Inaugurazione della facciata del Santuario di Pompei - 05.05.1901
Quel 5 Maggio del 1901
“La Sposa dalla faccia bella”
Con queste parole Bartolo Longo indica l’inaugurazione della facciata della Chiesa di Pompei. Il monumento fu costruito con offerte raccolte in tutto il mondo mediante moduli di sottoscrizione ricoperti da oltre 4 milioni di firme.
"Fratelli e sorelle sparse per l’orbe, il Monumento promesso è già innalzato: io vi aspetto il 5 Maggio, prima domenica del mese sacro alla regina del Rosario di Pompei di questo anno giubilare del Santuario pompeiano (1876-1901).
L’invito, o fratelli, è per voi. Il voto, per me. L’augurio per tutti. Vorrei che la mia lingua sapesse tradurvi tutta la foga dei sentimenti, di speranza, di conforto, di giubilo, di vittorie, che si avvicendano nella mia mente e nel mio cuore ogni volta che mi pongo a pensare quel giorno solenne e memorabile, quando si mostrerà la “bella faccia” di questa novella sposa di Cristo.
Io amo la Chiesa di Pompei come sposa dell’animo mio a cui ho consacrato tutti gli aneliti e gli affetti più vivi del mio cuore. Essa è l’oggetto dei desideri per tanti anni nutriti, tra le ansie e le trepidazioni di un cammino arduo e difficile; ed essa sarà la corona della mia vita” (B.L.).
Abbiamo raccolto qua e là degli scritti di Bartolo Longo, pubblicati al cadere del secolo scorso e, di proposito ci asteniamo ad ogni commento per evitare di materializzare espressioni così preziose di intensa spiritualità: l’incanto mistico di un cuore così ardente di fede.
Autore del progetto della facciata, fu il Cav. Giovanni Rispoli, napoletano, “ormai per Lui il Tempio di Pompei è la cosa più cara che abbia al mondo. Che i risultati ottenuti gli siano di sprone a raggiungere quella meta che tanto agogna, e che formar dovrà la pagina più preziosa della sua vita artistica” (B.L.). Il Rispoli, professore onorario del Regio Istituto delle Belle Arti di Napoli, architetto di valore, artista geniale, concepì la grande facciata del Santuario Pontificio Pompeiano con amore infinito; sorretto da fede profonda ne diresse magistralmente i lavori alla guida di uomini di fatica, di operai, di artisti.
“Con sentimenti di ammirazione e di gratitudine segnaliamo i nomi della gloriosa falange di artisti, impresari, capi d’arte e fornitori della Facciata Monumentale del Santuario di Pompei.
Uomini valorosi, cui tributiamo il nostro reverente saluto e quello degli innumerevoli devoti di questo Santuario” (B.L.).
Il materiale per la costruzione, era tutto di origine italiana. Bartolo Longo, con orgoglio quasi campanilistico, in un appunto aveva scritto: “Tutto materiale italiano e lavorato da operai italiani in maggior parte della provincia di Napoli e Salerno”. Per la facciata in prevalenza fu impegnato il travertino. Il calcare fu estratto dai fianchi del Monte Tifata, della catena degli Appennini, presso Capua. È uno dei migliori travertini: basti pensare che di esso si servirono Masuccio II, nel 1328, per la costruzione della famosa torre campanaria di S. Chiara in Napoli e, nel 1752, il Vanvitelli per la famosissima Reggia di Caserta. Le cave però erano state abbandonate; B. Longo, con enorme dispendio, le rinnovò affinché la facciata del Santuario di Pompei fosse costruita con gli stessi materiali già adoperati per il Campanile così famoso e per una Reggia così splendida. Al travertino si aggiunse il granito di Gravellona-Toce, ed il bianchissimo marmo di Carrara. Solo per le due piccole colonne che decorano la loggia papale, fu impiegato, per la prima volta in Italia, il granito rosso di Finlandia. Gli unici due pezzi stranieri sulla facciata del Tempio.
A tale proposito B. Longo scrisse: “Anche la Russia ha avuto il suo contingente di benefici: pochi benefici spirituali invero, poiché il suo governo non permette la diffusione di stampe cattoliche, ma la Russia ha mandato le colonne preziosissime di granito rosso della Finlandia che adornano la loggia papale della facciata ed ha ricevuto in cambio l’oro di questo Santuario”. “L’opera pompeiana è l’opera della pace universale, 1900).
La spesa complessiva sostenuta per la costruzione dell’intero Monumento ammontò ad un milione e settecentomila lire; era costruita dalle generose offerte raccolte in tutte le parti del mondo mediante moduli di sottoscrizione ricoperti da oltre quattro milioni di firme. I moduli, rilegati, formano una serie di otto grossi volumi e rappresentano il plebiscito dei popoli per la pace universale, secondo il concetto espresso dal promotore del plebiscito stesso: l’Avvocato Bartolo Longo.
La cerimonia dello scoprimento della facciata era stata fissata per il 5 Maggio del 1901 alle ore 12. Il programma della solenne inaugurazione del Monumento, pubblicato in marzo dello stesso anno, prevedeva, tra l’altro, a grandi linee: L’esecuzione dell’inno della pace universale ed il discorso di Bartolo Longo incentrato sul ringraziamento solenne delle persone che con la fiducia in Lui, con l’offerta e la fede, avevano consentita la realizzazione di un’opera oltremodo ardimentosa. Alle ultime parole dovevano cadere gli ampi velari che coprivano la novella facciata mentre echeggiavano le note della marcia trionfale eseguita dalle bende musicali riunite; in concomitanza, le campane del Santuario, suonando a distesa, avrebbero annunziato a tutta la Valle del Sarno l’inaugurazione del Monumento alla Pace. Non sarebbero mancati i rituali spari di mortaretti e l’accensione di una miriade di bengali. A chiusura, nutriti stormi di colombi viaggiatori, sprigionati dalle arcate della loggia, avrebbero raggiunto, forieri della lieta novella, le città lontane.
Il programma fu rispettato con meticolosa puntualità. Il 5 Maggio alle ore 12 precise, gli ampi velari che coprivano la facciata caddero; immenso fu lo stupore della folla che si accalcava sulla piazzetta antistante, sui balconi, sui terrazzi dei caseggiati; quelli più lontani si erano persino muniti di binocolo. Il discorso di Bartolo Longo commosse tutti; a noi piace riportare testualmente un passo, forse il più accorato.
L’oratore si rivolge agli operai. “Operai, fratelli miei che per venticinque anni siete stati a me vicini ed insieme abbiamo lavorato, voi con le braccia ed io con la mente, tutti con amore. Fratelli operai, oggi il nostro lavoro è compiuto. Noi ci dovremmo separare, ma i nostri cuori non saranno giammai separati, tra noi ci sarà un perpetuo legame: Gesù Cristo, il primo operaio che è pure la nostra comune aspettazione. E quando io scenderò da questo luogo e mi avvicinerò a quel Monumento, che voi con tanto amore avete lavorato, io bacerò il piedistallo della prima colonna, e baciandolo intendo baciare ed abbracciare tutti gli operai che hanno messo mano a questo Monumento” (B.L.).      
Il Maggio del 1901 compendiava i primi 25 anni di storia dell’opera religiosa e sociale in Valle di Pompei; un’impresa singolare sorta nel mezzogiorno d’Italia tramite l’erezione di un Santuario redimito di prestigiose istituzioni sociali, caritative, educative. Si concludeva il primo grande ciclo dell’avventura pompeiana di Bartolo Longo. Un quarto di secolo storicamente più importante, essenziale, più fruttuoso perché ispirato e guidato dalla Provvidenza.
(Autore: Nicola Avellino)

*Francesca Saverio Cabrini e la Madonna di Pompei
Dal porto di Le Havre, in Francia, a New York e, poi, in Nicaragua, a New Orleans, a Panama, a Buenos Aires, nella capitale inglese Londra e a Liverpool.
Sono solo alcune delle tappe dei viaggi missionari di Santa Francesca Saverio Cabrini, canonizzata da Papa Pio XII nel 1946 e riconosciuta, nel 1950, "celeste patrona di tutti gli emigranti". Una santa attualissima, cui tanti guardano in un tempo, com’è quello d’oggi, in cui le statistiche rilevano interi popoli in movimento.
Qualcuno parla di 240 milioni di persone che, nel mondo, a causa delle guerre, della miseria, dell’assenza di lavoro, abbandonano il proprio Paese per trasferirsi in quell’altrove dove costruire una vita diversa. E Santa Francesca non viaggiava nella prima classe dei transatlantici, ma su umili navi che percorrevano l’Oceano impiegando decine di giorni per raggiungere la meta.
Lei, con alcune compagne, Missionarie del Sacro Cuore di Gesù, la congregazione di religiose che aveva fondato nel 1880. E viaggiava insieme agli emigranti.
Per usare un’espressione che Papa Francesco ha spesso pronunciato con riferimento ai sacerdoti: era una suora con "addosso l’odore delle pecore". La sua terra di missione era il cuore spezzato da chi partiva lasciando a casa ogni cosa se non i propri averi che riusciva a chiudere in una valigia stipata di abiti e ricordi.
Il 22 dicembre ricorrono i cento anni dalla morte di santa Francesca, che il Signore chiamò a sé mentre era in viaggio verso Chicago, nel 1917. Era già ammalata, minata nella salute dai luoghi
attraversati, spesso malsani e paludosi, eppure indomita serva di Dio e degli uomini.

La religiosa aveva una particolare devozione per la Madonna di Pompei. Non a caso, in una nicchia prima dell’ingresso nella Basilica, il 7 maggio 1970 fu collocata una statua, opera dello scultore Domenico Ponzi, che la raffigura con una lampada tra le mani, simbolo della fede che arde.
Al suo fianco è un giovanissimo emigrante che scioglie la corda che tiene ormeggiata la nave nella colonna del molo, ultimo legame con la terraferma e la patria, in basso è l’iscrizione: "Santa Francesca Saverio Cabrini visitò il Santuario l’11 marzo 1893 per sciogliere il voto fatto durante la terribile traversata da New York al Nicaragua.
Tornò nel luglio 1898". E poi la frase finale, tratta dagli scritti di Madre Cabrini: "A Pompei trovasi la Madonna tanto buona": Dall’epistolario della Santa si evince che i viaggi nella città mariana erano anche motivati da altre grazie ottenute. L’8 febbraio 1893, scrive a Suor Cherubina Ciceri, direttrice della Casa di Granada, in Nicaragua: "Per la metà di marzo, io sarò già stata a Pompei a ringraziare la Madonna del miracolo della tua guarigione avendole promesso che entro un anno vin sarei andata. Sì, figlia mia, tu sei viva per la Madonna, vedi quindi di essere sua vera e fedele figlia".
Santa Francesca chiede e la Madonna risponde in modo concreto, proteggendo Granada, sempre in Nicaragua, dalla guerra: "Io confido – scriverà il 7 luglio 1893 alla stessa consorella – nella gran Madre e già promisi in nome vostro che tornerò a visitarla a Pompei e le faremo presto la cappellina in giardino per ottenere che si distenda la pace in tutta codesta Repubblica".
Alla Vergine che – come dice ancora Madre Cabrini – "par mi abbia promesso larghi aiuti per sempre all’Istituto", la Santa affida le sue suore: "Pregate sempre di cuore la Madonna di Pompei – le esorta – vi aiuterà in modo meraviglioso".

(Autore: Giuseppe Pecorelli)

*Il Monumentale Organo del Santuario

Ricorre il 1990 il centenario
"L'organo del Santuario di Pompei dev’essere degno del Santuario e, se il Santuario è già monumentale, anche l’organo dev’essere un monumento di arte da fare onore all’Italia che lo crea ed a questa Chiesa che sarà mondiale". Così Bartolo Longo scrive nel gennaio 1890, annunziando la grande festa per il primo suono del grandioso organo fissata nel primo mese di maggio.
"Il giorno da noi designato – continua – per questa novella gloria del Santuario di Pompei, è il gran giorno anniversario dei grandi avvenimento succedutesi in questa Valle, vale a dire il dì 8
maggio del presente anno 1890. In quella notte, il silenzio sepolcrale di questa valle sarà rotto da onde inusitate di suono melodico, che dal monumentale Organo del Santuario si spanderanno di fuori sulla addormentata campagna".
Qui comincia un racconto quasi fantastico: La valle deserta viene "vivificata" dalle note musicali di un organo grande per la sua mole e grandioso per le sue caratteristiche strumentali. Non più il silenzio, definito da Bartolo Longo, sepolcrale, addormenterà la campagna, ma "quelle onde inusitate di suono melodico" si spanderanno e, filtrando attraverso una cupa atmosfera, concilieranno un dolce abbandono, un necessario riposo ai contadini spossati dalle fatiche nei campi. E dentro e fuori il Tempio si stabilirà un mistico stato di silenzio, necessario raccoglimento per godere all’ascolto di un suono in corale compartecipazione e non in triste solitudine.
Diamo qualche cenno più dettagliato di cronaca. È la mezzanotte dell’8 maggio 1890. "All’interno delle Basilica cento animi erano sospesi, cento orecchie erano intente ad accogliere quei primi suoni, che pareva avessero a parlare preannunziando i trionfi dell’avvenire. L’organo del Santuario di Pompei apre i fianchi poderosi, e versa per le ampie volte del tempio le melodiose onde sonore che sono percosse negli animi di quel popolo eletto, e ne suscita potentissimi effetti di tenerezza e di compunzione religiosa".
Questo fu solo il primo suono, quasi dedicato alla folla che, prostrata in veglia di preghiera, si preparava al gran giorno della Supplica.
In pratica, però, l’inaugurazione ufficiale si tenne con un concerto il 29 maggio, giovedì. Il noto M° Cav. Marco Enrico Bossi, professore al R. Conservatorio di Musica di Napoli, suonò pezzi di Golinelli,
Bach, Mendelshon, Frank, Hendel e composizioni di sua creazione. Il rituale per il gran giorno ricalcava un iter ormai classico per l’Avv. Longo. Tra gli ospiti illustri erano presenti i più noti organisti e maestri di cappella dell’epoca; anche per quella occasione l’Avvocato chiese ed ottenne che ai visitatori del Santuario di Valle di Pompei e per i 20 giorni successivi al 29 maggio, si praticasse una riduzione sul prezzo del biglietto ferroviario.
La meraviglia per quella operazione mirabilmente riuscita colse quanti si ponevano all’ascolto del "meraviglioso strumento": le note vibravano all’unisono nelle fulgide canne e nel petto del Beato. Il superiore generale dei frati Bigi, fratel Bonaventura (successore di P. Ludovico da Casoria), disse a Bartolo Longo, leggendogli nell’intimo: "quest’organo è l’organo dell’anima tua, tu vorresti in una voce ed in una parola manifestare al mondo tutti i portenti di questa Onnipotente Regina; l’Organo di questo Santuario manifesta, nella dolce unità di tanti suoni diversi, le meraviglie che qui ha operato la Celeste Sovrana delle armonie".
Qualche giorno dopo, il 12 giugno, l’atto di collaudo. Tra i vari maestri che si offrirono gratuitamente per il "varo tecnico" dello strumento fu scelto il Cav. Giuseppe Galimberti, all’epoca organista della Consolata di S. Massimo e di altre insigni chiese. A lui fu affiancato il m° Roberto Remondi di Brescia. Nell’atto di collaudo si accenna ad un completamento necessario da attuare, consistente nel montaggio di "quei necessari congegni per ottenere istantaneamente il mezzoforte, il forte ed il fortissimo". Dettagli tecnici previsti e da provvedervi anche se la mancanza di essi non recava pregiudizi alla valutazione positiva del lavoro eseguito. Vi si provvide con relativa sollecitudine, entro
il 30 settembre di quello stesso anno, come si ricava da un contratto con certo G. Tamburini da Bagnacavallo e il Costruttore dello stesso Organo.
Bartolo Longo era solito promuovere sempre un’attenta "ricerca di mercato" prima di affidare l’incarico per la realizzazione di una qualsiasi opera. E così puntualmente accadde. Esperite approfondite ricerche si optò per dare l’incarico al cav. Pacifico Inzoli, organario, in Crema. Nel contratto si legge: "6 giugno del 1887. Il signor Avvocato B. Longo intende costruire per suo conto un monumentale organo acustico-sinfonico, del tipo ed esecuzione come quello costruito dal cav. Inzoli nella chiesa di S. Ignazio in Roma…".
Il lavoro doveva essere completato entro il 30 aprile nel 1889 ed essere collaudato nello stesso anno, a maggio. Le date però vanno così modificate: Aprile ’89 la consegna dei pezzi; aprile ’90 la consegna dell’opera; il collaudo nel maggio del 1890.
Diverse vicende si alternarono nel corso della realizzazione del progetto; la storia di tutte le grandi opere, spesso si colora di accadimenti con sfondi svariati e tra loro contrastanti al punto di assumere perfino il tono della polemica. Bartolo Longo non si arrese a nessun ostacolo, Lui, dalla parte sua aveva la "Madre bella" la Vergine del Rosario che lo sosteneva donandogli una carica sempre crescente, di fede e di entusiasmo, riconosciuti e ratificati dal costante impegno dei numerosi fedeli del Santuario. La vicenda si concluse felicemente.
Bartolo Longo non tralascia occasione per pubblicare, magnificandoli, gli effetti mirabili del grandioso Organo del Santuario. Leggiamo lo stralcio di un suo scritto (1905): "Nel grande silenzio del
Santuario stivato dalla folla strabocchevole si diffondono ad un tratto le note solenni e dolcissime dell’Organo Monumentale. L’Organo plurifonico profonde i tesori delle sue armonie, e nella varietà degli strumenti imitati fino alla perfezione, in quelle meste e flebili melodie di voci lontane, in quegli arpeggi delicatissimi, in quegli scoppi degli ottoni, nella dolcezza grande dei violoncelli e degli oboe dà l’illusione di una orchestra completa e perfetta. Molti non sanno persuadersi che tanta ricchezza di voci sia contenuta nell’Organo, e con grande stento si volgono, per quanto è possibile, indietro, e guardano la Cantoria, dove non vedono punto gli strumenti che si pensavano, ma invece la folta fila dei capi di coloro che a fatica hanno potuto penetrarvi.
E la mirabile musica si diffonde per la vastità della Chiesa, rapisce le menti in una dolcezza, in una soavità nuova; e l’uditorio attentissimo non ascolta solo la musica, la sente, e così si prepara e si dispone all’augusta cerimonia, che deve aver luogo.
Accresce l’incanto e la commozione indicibile dell’ora il canto delle Orfanelle. Sono centotrentacinque vocine soavi, immateriali quasi, che si fondono insieme in un accordo perfetto e trovano, più presto che non si pensi, la via di scendere al cuore.
Il coro esegue il mottetto: O Salutaris Hostia, la Preghiera delle Orfanelle per i loro benefattori e l’Inno della carità. Nel mottetto è un a solo, delicato, gentile, tenerissimo. Lo canta un’Orfanella napoletana. Coloro che ne conoscono le sventure, palpitano di una singolare emozione, e sentono nel canto dolcissimo della piccola napoletana, come il fremito lieve di un cuore che trabocca di gratitudine. Ieri ancora i più atroci pericoli, le più strazianti torture che abbiano mai minacciato la infanzia innocente ed abbandonata, la circondavano, l’avviluppavano, erano per travolgerla…".

(Autore: Nicola Avellino)

*Il Santuario della Regina di Pompei

Pianta della Chiesa del SS. Rosario di Pompei - Su disegno del Cav. Professore ANTONIO CUA
La Chiesa del SS. Rosario di Pompei si trova sulla Consolare che da Torre Annunziata mena a Scafati – alla distanza di circa mezzo chilometro dall'anfiteatro di Pompei.
È preceduta da ampia area di forma rettangolare, che serve di accesso dalla Via pubblica alla Chiesa.
Il fronte della Chiesa è ripartito in tre sezioni. Quella a sinistra di chi guarda, serve d’ingresso alla provvisoria Cappella della SS. Vergine del Rosario. La porta centrale che ne è la principale, ha l’ingresso con breve scala che immette nella Chiesa. Ed infine la parte destra con altro ingresso in corrispondenza del primo dà adito alla Parrocchia del SS. Salvatore di Valle di Pompei.
Il Sacro Tempio occupa da sé solo uno spazio rappresentato dall’area di metri quadrati 450. Presenta la forma di croce latina ad una sola navata.
Subito varcato l’ingresso, vi è la tribuna dell’organo con a sinistra una scala di ascesa, ed a destra la torre dell’orologio. Nei due lati della navata principale vi sono quattro cappelle tutte incassate, oltre la navata stessa, comunicanti fra loro fino alla crociera, la quale ha i due bracci lunghi al di là del fondato delle cappelle. In continuazione della navata è ricacciata la cona, con la parete di fronte a squadro.
La copertura della navata, i bracci della croce e cona, sono a volta in muratura, la figura a botte lunetta con ampi finestroni a luce libera. Nell’intersezione dei due bracci della Chiesa si erge al cupola, un tamburo a finestroni o su tutta sormonta il torrino con cupolino.
L’esperienza dello scorso anno ha dimostrato che la cona attuale, per la concorrenza di fedeli nella crociera, non può essere servita con speditezza e comodità tanto che al presente è già inoltrata la prostrazione della medesima, in modo da soddisfare completamente le esigenze del sacro culto nei momenti di folla maggiore nella Chiesa, la quale, a lavoro compiuto presenterà la forma del tipo che ci pregiamo presentare. L’opera, com’è di presente, è completa di rustico e di copertura al cielo.
Le fondamenta furono iniziate nell’8 di Maggio del 1876.
Il lavoro è stato diretto per la parte costruttoria dall’egregio Ingegnere Professore Cavaliere Antonio Cua, a cui tributare si debbono i dovuti encomi pel modo come ha ideato e condotto i lavori al suo termine, e per il raro disinteresse mostrato a rinunciare ogni compenso, e spendendo anche del proprio per accedere continuamente sui lavori.
Ora comincia un secondo periodo per la Chiesa di Pompei, La decorazione. Il concetto informatore di questo è di ottenere il massimo decoro per la “Casa della Nostra Signora”; tutto deve ispirare devozione, ed ogni parte collegata al tutto formare deve la magnificenza del Tempio Cristiano votato alla Regina dei Cieli.
Il compito è arduo, se si ponga mente alle difficoltà artistiche, in relazione dei mezzi a disporre, tenendo a fronte l’antica Pompei, ove il lustro dei tempi pagani con i loro avanzi ci additano quale esser doveva la loro magnificenza e splendore. Nulla sarà risparmiato a che la Chiesa raggiunga il suo perfetto e completo risultato.
Animati da santo entusiasmo, sapremo cavar profitto da ogni cosa, e speriamo che i già iniziati lavori in breve volger di tempo basteranno in una prossima festività ed additare il genere prescelto a compiere un’opera tanto bellamente cominciata. Il punto culminante di tutto sarà la collocazione della Vergine insieme col suo altare, e di ciò fin da ora promettiamo fra non molto darne conoscenza ai nostri lettori con l’illustrazione, ove occorra.
(Autore: Ing. Giovanni Rispoli)
(Da: Il Rosario e la Nuova Pompei – Anno I - 1884)
24.05.1891 - Nel deserto Pompeiano si consacra il Santuario
Presentiamo le pagine più belle del discorso che Mons. Vicentini, Arcivescovo dell’Aquila, pronunciò per l’occasione. I temi di fondo: rinascita di una comunità, carità, pacificazione tra Chiesa e Stato.
Il Santuario di Pompei tra le molte vocazioni, la prima delle quali è certo quella della carità, ha pure quella di essere tribuna dell’episcopato. Bartolo Longo invitava volentieri gli alti prelati, soprattutto del Sud, affinché toccassero con mano la fonte di grazia e di rinnovamento civile che la Madonna aveva suscitata ai piedi del Vesuvio, e ne diffondessero i valori nelle rispettive diocesi. Per la consacrazione della prima chiesa pompeiana, invitò anche l’arcivescovo dell’Aquila, Mons. Augusto Antonino Vicentini, nato nella metropoli abruzzese nel 1822 e che vi sarebbe morto l’anno seguente, l’11 settembre 1892.
C’erano molte ragioni per cui Bartolo Longo nutrisse venerazione e simpatia per il presule abruzzese, che prima di essere arcivescovo dell’Aquila, era stato vescovo di Conversano, in Puglia, ed era un vero apostolo della Dottrina Cristiana, tanto è vero che insieme a Sr. M. Francesca De Santis aveva fondato la Congregazione delle Missionarie della Dottrina Cristiana, il cui scopo era triplice: insegnare il Catechismo a ogni genere di fanciulli, prepararli alla prima Comunione, assistere vecchi e infermi. Questa Congregazione ancor oggi ha la casa madre e la casa generalizia all’Aquila e case in molte località; nella casa generalizia sono conservati i documenti e i libri del fondatore.
Altro punto di contatto: Mons. Vicentini fondò la rivista “Palestra Aternina” in fascicoli mensili, molto simile a “Il Rosario e la Nuova Pompei”, di cui era lettore abituale; molte antiche copie del nostro periodico sono infatti conservate nelle sue carte all’Aquila. Nella metropoli abruzzese Mons. Vicentini fondò un “Osservatorio geodinamico”, soprattutto per lo studio dei terremoti, che meritò gli elogi di Leone XIII, fu inaugurato il 16 marzo 1884 con un’accademia in cui erano presenti tra gli altri due illustri scienziati, il De Rossi e il P. Denza, che fu amico del fondatore di Pompei. Non è da escludere che al Longo abbia parlato con ammirazione il Card. Monaco La Valletta, primo delegato pontificio di Pompei, nativo dell’Aquila, amico e ammiratore del Vicentini.
Il 7 marzo 1891 il Longo invitava Mons. Vicentini a venire a Pompei; questi rispondeva il 12 dello stesso mese, ringraziando anche per l’invio della ”Storia del Santuario di Pompei”, inviatagli in omaggio e professando umilmente la sua modestia: “Non dissimulo il timore che la mia parola non dovesse esser pari all’importanza della solennità, in paragone d’illustri oratori che la renderanno più splendida con la loro eloquenza”. Presentiamo i punti più salienti di questo discorso, che in verità presenta momenti di rara bellezza ed emotività.
Il Testo del discorso
Il discorso di Mons. Vicentini è intitolato “La Chiesa e l’Italia nella Valle di Pompei”. Fu stampato dalla Tipografia Vecchioni dell’Aquila, della quale il prelato si serviva abitualmente, porta la data del 1891 ed il titolo: “Discorso pronunciato da Mons. A.A. Vicentini, Arcivescovo di Aquila, nel Santuario di Pompei il dì 24 Maggio 1981, pp. 20. Noi mettiamo tra parentesi il numero delle pagine da cui traiamo i brani riprodotti alla lettera.
L’oratore si mantiene su un tono di elevata ispirazione, con richiami alla storia ed all’ambiente, domandando con accenti di caldo amor patrio la soluzione della Questione Romana, che in quei decenni avvelenava i rapporti tra Stato e Chiesa in Italia.
Parte dal ricordo della permanenza di Leopardi sulle falde del Vesuvio e sull’immortale canto di Leopardi intitolato “La Ginestra o il Fiore del deserto”, composto dal Leopardi più o meno una cinquantina d’anni prima, allorché il poeta abitava nella villa che porta anche oggi il suo nome, a pochi chilometri di distanza dal Santuario pompeiano.
Esprime la sua ammirazione per il poeta e la sua arte, ma ovviamente non può condividere il suo pessimismo “sull’infinita vanità del tutto”, che egli vuol correggere appunto completando la visione poetica, che sosta sul deserto, richiamando la fioritura di vita e di profumo che in pochi anni è esplosa attorno alla città di Maria. Alla ginestra si è ora aggiunta la rosa di Gerico, il cedro del Libano, il fiore del Carmelo; là dove c’era dolore e desolazione, c’è ora gioia e benedizione.
L’oratore si domanda: “Donde siffatta trasformazione e da chi? Allo scetticismo desolante d’una filosofia che pietrifica il cuore umano, ecco la fede irradiata di nuova luce ed ispiratrice di più nobili affetti! Alla infelicità della vita ecco il ricambio di più alti destini per lo spirito umano! Alla minacciata rovina della patri e della Chiesa, ecco la speranza di nuovi trionfi alla Chiesa e alla patria! E donde l’augurio? Da questo nuovo fiore germogliato dalla radice di Jesse che apparso in questa valle da quindici anni si chiama Maria del Rosario! Da questa splendida rosa che del suo misterioso profumo riempie la pianura ed il monte! Dalla celeste Regina che ha prescelto sotto questo storico cielo, e di fronte a quel limpido mare il suo padiglione! È stato per Lei che ci troviamo dalla ginestra alla rosa!
E dalla ginestra alla rosa è il passaggio! Dalla Venere Pompeiana alla grande Castellana d’Italia, come l’ha chiamata un idealista dei nostri tempi! Ed è qui il suo nuovo castello. Qui, dove era il deserto, la privilegiata sua sede per spandere agli agitati popoli una nuova vita di fede e di amore, qui il suo Santuario, preludio di nuove glorie alla cattolica Italia!” (p. 5)
La pace sociale e politica
Mons. Vicentini chiede ai suoi uditori di non meravigliarsi se “in una cattedra sacra e in una congiuntura così solenne, in cui si festeggia Maria del Rosario nel nuovo suo Tempio, debbano da me congiungersi insieme due nomi che oggi più che mai si vogliono affatto separati e divisi, la Chiesa e l’Italia” (p. 6).
In questa dimensione sociopolitica della sua catechesi, l’oratore di fatto accoglie in pieno il cuore del messaggio pompeiano, che consiste nel non isolare la religione rispetto alla concretezza circostante, ma nel fonderla con essa, in maniera che la pace civica favorisca la crescita armonica dell’uomo e della società. Egli traccia un affresco storico nazionale, e grandi scorci, dal quale risulta evidente l’armonia dei due poteri, sorretti maternamente dalla presenza della Madonna.
“Solo l’apostasia, egli dice, può ridere di queste tradizioni e di questa fede infusa e tradotta nei costumi e nei sentimenti nativi del popolo nostro”. In questa eredità la venerazione della Madonna gioca un ruolo d’importanza decisiva: l’avvento di Pompei è un punto d’arrivo felice e fortemente producente. Perché?
Qui, Mons. Vicentini accoglie pienamente la tesi di Bartolo Longo, che è poi quella che Leone XIII ha espressa in una dozzina di encicliche dedicate al Rosario: il Rosario, cioè, è l’arma di vittoria contro le eresie e le deviazioni di tutti i secoli cristiani. In verità a questo punto l’oratore imbraccia la spada della polemica e del rigetto della secolarizzazione e della ripaganizzazione d’Italia.
Dice il Vicentini: “Ebbene quando il tramonto del secolo si chiama progresso il ritornare venti secoli addietro all’antica civiltà pagana, quando il naturalismo invade un’altra volta la società e ne prepara inaspettate rovine, quando nuove e più terribili eruzioni minacciano d’inabissare il mondo morale e civile, quando la chiesa si annunzia morta e sepolta, e la patria in preda a convulsioni titaniche: ecco Maria corre un’altra volta in aiuto, e sotto l’antico monte dove il soffio di Dio accese il fuoco dello sterminio, il fuoco di Sodoma e Gomorra, Ella solleva il tabernacolo della misericordia per annunziare una nuova vita alla Chiesa e raffermare la sua predilezione all’Italia” (p. 10).
Questo quadro apocalittico non è tracciato per scoraggiare, ma per rilanciare l’entusiasmo cristiano: ciò tanto nell’oratore, che nel fondatore di Pompei. Infatti è proprio dalla nuova realtà pompeiana che la risurrezione della Patria riprenderà slancio: “Dopo tanti secoli, ecco la Nuova Pompei, nel cielo Campano, nella valle del Sarno, di dolcissimo odore nuovo profumo, che il deserto consola” (p. 12).
La rinascita nazionale
Il nuovo tempio pompeiano è per l’appunto il motore della ricostruzione cristiana della società, cominciando da quella nazionale. A questo punto ci si consentirà di richiamare una bella pagina, piuttosto estesa, del discorso vicentiniano: essa può essere indicata come la dimostrazione del valore sociologico e politico del Rosario.
Egli dice: “Ma chi non ne vede la vera ragione nell’effetto, nella venerazione e nella riconoscenza del popolo italiano a Maria, venerazione e riconoscenza di cui rimarrà monumento imperituro questo Tempio che sarà preludio di novella vita al secolo che si avvicina? E questo dimostra quello slancio universale di fede che in quindici anni è quasi protesta contro i nuovi Iconoclasti ed è segnale di nuovi avvenimenti al secolo imminente!
Quando si proclama che la fede è morta, quando s’intima l’ultima battaglia alla Chiesa, quando da ogni parte si ripete che l’Arca di Dio è caduta in mano de’ Filistei, ecco per altrettanti gradini quanti sono i misteri del Rosario, dai gaudiosi si passa ai dolorosi, e da questi ai gloriosi che nell’itinerario della Chiesa ricorrono come i flutti del mare che dopo la tempesta si ricompongono in una tranquilla bonaccia. Sono i corsi e i ricorsi sui quali ha voluto Iddio galleggiasse la mistica nave, per mostrare a dati periodi la vitalità della Chiesa, e con pari analogia confermare ciò che disse Bonaventura della patri nostra: “Italia tentata aliquando, mutata nunquam! Di qui la sapienza di un Pontefice che di fronte alla lotta medesima ricorre alle armi stesse, e fa appello al Rosario quando tutto il popolo nell’ora del pericolo, come per istinto, ricorre a Maria!” (pp. 13-14).
L’arma del Rosario, egli prosegue, sotto la bandiera di Maria, specialmente quella di Lepanto (1571), “ci diede i grandi guerrieri, gli illustri pubblicisti e i diplomatici più celebrati in Europa”. L’esplosione di grazie che si è verificata a Pompei è la garanzia del rinnovamento di questa fioritura, che nel contempo è religiosa, culturale, sociale e politica. Egli infatti soggiunge: “Era vita e quella è vita intellettuale, che arricchì le nostre biblioteche, vita morale che garantì la libertà dei cittadini, vita sociale che fondò l’indipendenza dei Comuni e le grandi repubbliche. E come col Rosario alla mano la Spagna si liberava dai Mori, col Rosario il Portogallo annunziava la loro sconfitta nelle pianure dell’Alentejo, così l’Italia con l’Ave Maris stella ricacciava la luna Ottomana sui lidi del Bosforo!
Or con siffatte memorie sarà ingenuità la nostra o piuttosto una fondata speranza il credere che intorno a questo Santuario possano rinnovarsi le stesse glorie e gli stessi prodigi? Non dovremmo vedere con gli occhi nostri tante migliaia di credenti, che vengono ogni giorno, a ringraziare Maria, non dovremmo udire intorno a queste mura il canto innocente delle orfanelle che alla regina delle vittorie intrecciano il loro rosario; non dovremmo vedere nuove case di operai che domandano a Maria la benedizione del lavoro, nel momento che altri per scioglier il loro problema ricorrono alla dinamite e al petrolio; non dovremmo ammirare tanti edifici che accennano ad una nuova città che il secolo ventesimo troverà distesa ed ampliata in questa valle che prima era deserto, e la chiamerà civitas perfecti decoris et gaudium universae terrae! E dove ripeteranno i posteri – Benedicti erunt qui teaedificaverunt, e rivolti a Maria canteranno esultanti: tu autem laetaberis in filiis tuis! (pp. 15.16).
L’auspicio per due secoli, anzi per tre
Le legislazioni, soggiunge il Vicentini, negli ultimi decenni, sono state avverse alla fede. Fatica inutile dei legislatori, i quali “possono tradurre in legge la loro apostasia, ma tali leggi non sono che un suggello di cera lacca sopra un vulcano, come disse un giorno il compianto Win dthorst”, vale a dire che la storia e la fede scioglieranno come cera al fuoco queste legislazioni ingiuste. La parte finale del discorso è un auspicio di rinnovamento globale sotto la protezione della Vergine di Pompei. Mons. Vicentini ne invocava la benedizione sull’Ottocento che ormai era alla fine, esattamente cent’anni fa, e sul Novecento, che volge alla fine ora, sotto i nostri occhi. Crediamo sia perfettamente legittimo estendere questo auspicio anche al Terzo Millennio, che già vediamo spuntare all’orizzonte: ci separano da esso appena nove anni.
Mons. Vicentini così concluse il suo discorso: “E l’ordine, la prosperità e la pace per noi, pei nostri nepoti e pei futuri, non è che Maria del Rosario! Essa è la stella dell’alba che fiammeggia sull’oriente e manda alla nuova Pompei il primo suo raggio. Essa è il Sole che nel pieno meriggio riscalda i cuori anche più freddi che non palpitavano di amore.
Essa è la luna novella che nella notte dell’errore viene a dissipare le tenebre che offuscano le menti: e se Maria è sola bellezza ed armonia nell’ordine di natura e di grazia, sarà dessa che darà la consegna del secolo muore e quello che nasce! Non è dubbio che i due secoli fra poco si troveranno di fronte, come i due campi che si contrastano il dominio del mondo – Da una parte i figli dell’Eva antica, i figli della carne e del sangue che nella vecchia Pompei non trovando la civiltà antica e scrutando le vecchie rovine non vi scovrono se non il serpe che vi si annida e vi si contorce.
Come dicea Leopardi, il serpe che si ciba di terra e porta nel suo capo la maledizione di Dio! È il nome dei Babilonesi e degli egiziani, ma non fu mai delle genti latine. Dall’altra parte i figli della fede e della grazia che adorano la Vergine che col niveo piede ha schiacciato quel rettile, ed oggi nella nuova Pompei la invocano aiuto dei Cristiani. Si troveranno così le due città di fronte che raffigureranno l’alta idea di Agostino nelle due città che si disputano l’impero del mondo, la città del male e quella del bene, la città di Satana e quella di Dio, la città della morte e quella della vita, l’una su cui trionfa la giustizia, l’altra in cui domina la misericordia, la prima distrutta dal fuoco, l’altra vivificata dalle acque della grazia.
Insomma la vecchia e la nuova Pompei! Salutiamo dunque nella valle della benedizione la regina delle vittorie che nella valle di Engaddi confonderà i Moabiti ed i Sirii: salutiamo la Vergine che restituirà nuova vita alla Chiesa ed alla patria nell’accordo del laicato col sacerdozio e della civiltà con la Religione: salutiamo il trionfo di cui questo Tempio sarà monumento ai popoli dell’unità della fede e dell’amore!” (pp. 18-20).
Il lettore non si lasci troppo impressionare da questa robusta contrapposizione tra sacro e profano, tra Chiesa e società. È un frutto della situazione storica dilacerata della fine dell’Ottocento. D’Altronde sappiamo che Mons. Vicentini fu uno dei prelati più “dialogici” del suo tempo, e ne avremo una dimostrazione evidente allorché prossimamente ci occuperemo dei suoi rapporti con gli anticlericali e i laicisti del suo tempo.                              
Ma anche l’entusiasmo oratorio aveva i suoi diritti; ed il sacro oratore del 24 maggio 1891 giustamente ne tenne conto.
(Autore: Rosario F. Esposito)
07.05.1939 - 50.mo Anniversario del Santuario
"Nel 1934 ho iniziato a lavorare, quale scalpellino in architettura, nella Basilica di Pompei, fino al 1939. Ho trattato pietre provenienti da tutto il mondo: dal Belgio, dalla Francia, dall’Australia, dal Canada, dalla Russia, da Trani, da Carrara e dal Piemonte con il suo granito cipollino o rosso".
È la viva testimonianza del sig. Marino Machetti, anni 76, che venne a lavorare per l’ampliamento del Santuario di Pompei, un anno dopo l’inizio dei lavori e che ancora oggi, quando entra in Chiesa, tutte le sere per la Messa prova "una grande emozione nel vedere le colonne" che egli stesso ha contribuito a mettere in opera (30 tonnellate ciascuna), con una fatica certamente improba, se si pensa che i mezzi tecnici non erano quelli attuali.
Dinanzi allo straordinario, crescente, - forse anche inatteso nella consistenza – coinvolgimento dei fedeli, dinanzi all’interesse del mondo per Pompei, l’originario disegno del luogo di preghiera formulato da B. Longo si rivelava ormai inadeguato, insufficiente: di qui il dilemma se optare per una nuova Chiesa o ampliare quella già officiante. Non si trattava, infatti, di semplice problema di spazio, ma anche di rispetto verso l’esistente, e cioè verso quella struttura eretta da B. Longo e consacrata nel 1891, che era costata sudore, sacrifici, impegni, entrata a far parte ormai della memoria della marianità del popolo, costituita oggi dalla navata centrale fino alla crociera.
Prevalse così la seconda ipotesi: l’architetto archepito fi Mons. Spirito Chiappetta, delegato espressamente dal Vaticano. "Con me, prosegue Marino Machetti, hanno lavorato i geometri Rossi e Bellone, proveniente quest’ultimo da Milano, c’erano Masto Michele (Capo ferraiolo), l’assistente Giardini, che curava la muratura  ed Erminio, che curava la carpenteria, c’era Pietro Vitiello che ha fornito puzzolame, breccia, arena e che trasportava tutto il materiale con traini e carrette".
Dietro tutto questo, il Prelato Mons. Anastasio Rossi, Patriarca con la sua fermezza, la piena consapevolezza di dover dare alla preghiera del Rosario e della Supplica un’atmosfera di più ampio respiro, più preziosa persino nei particolari, generosa nei marmi delle colonne, nelle pitture. "I meravigliosi affreschi dell’abside, della cupola e di quant’altro pertinente la lunghezza della Basilica, furono eseguiti in gran parte dall’emerito pittore prof. Landi.
Il rivestimento in rame della cupola centrale e di quelle laterali più piccole, fu eseguito dalla ditta Ascolese da Sarno. Per ampliare fu eliminata la vecchia sacrestia, il corridoio che immetteva nella canonica dei sacerdoti e un ampio giardinetto… anche la scala di accesso per salire in Prelatura fu abbattuta…".
È il prof. G. Clemente che parla con i suoi ricordi, la voce emozionata dei suoi 78 anni. I tempi di attesa i pompeiani li trascorrevano seguendo le trasformazioni che i lavori creavano nel monumento, mentre raccoglievano e ricevevano i contributi che la Provvidenza non aveva mai lesinato. Dall’inizio dei lavori, il 2 ottobre 1933 ultimo dei 15 sabati in preparazione alla festa del S. Rosario, alla consacrazione del 6 maggio 1939, sarebbero passati quasi 6 anni.
"La nuova Chiesa che viene a coprire una superficie di circa 2.000 metri quadrati è cinque volte più grande della precedente che misurava solo 421 mq. La cupola si spingeva a soli 29 metri di altezza, mentre l’attuale innalza la sua croce a 57 metri dalla piazza"; è quanto si legge in una monografia del 6 maggio 1939, quando il Cardinale Luigi Miglione, segretario di Stato di Pio XI, il Papa dei progetti arditi, compie la consacrazione.
Dalle pagine del periodico, nel numero maggio/giugno 1939, parte lòa descrizione del grande avvenimento, ripreso, peraltro, dai giornali del tempo, diffuso radiofonicamente. Si trattò di un momento edificante, perché l'ampliamento del’a Basilica, al di là della sua valenza erchitettonica e della sua preziosità estetica, costituiva la prova tangibile che il messaggio mariano affacciatosi quasi immediatamente nella realtà locale, per essere ascoltato aveva richiesto una casa più grande, un maggior numero di confessionali, una schiera più fitta di nsacerdoti per celebrare, per ascoltare, per diffondere la parola di Dio. Si trattava del miracolo della preghiera, dell’arte, dell’ascolto, della generosità, tutti aspetti che a dieci lustri di distanza si inseriscono in una realtà mariana immutata nello spirito, anche se al passo con i tempi.
(Autore: Luigi Leone)
50° anniversario dell’ampliamento del Santuario
Cinquant’anni fa il Santuario della Vergine del Rosario era cinque volte più piccolo di quello attuale.
Il tempio che lo stesso Fondatore, il Beato Bartolo Longo († 1926), aveva costruito dal 1876, posa della prima pietra, al 1891, si era rivelato insufficiente ad accogliere i devoti che a migliaia affluivano a Pompei. Si rendeva necessaria una soluzione.
All’ipotesi di un nuovo Santuario, si preferì, per ragioni affettive, procedere all’ampliamento di quello già esistente.
Il progetto dell’architetto, sac. Spirito M. Chiappetta, conciliò le varie esigenze. Occorsero sei anni di duro lavoro (1934-1939), ma i risultati furono estremamente lusinghieri. Il 7 maggio 1939, il nuovo tempio fu consacrato e dedicato da Sua Eminenza il Cardinale Luigi Maglione, Segretario di Stato di Pio XII.
Cinquant’anni, da allora, sono trascorsi e milioni di pellegrini e visitatori hanno con diversità di accenti espresso il loro amore alla vergine ed hanno imparato, guidati da Lei, ad essere "pietre vive" dell’edificio spirituale che è la Chiesa di Cristo.
È quanto ha voluto sottolineare il Cardinale Opilio Rossi, Presidente della Commissione cardinalizia per i Santuari di Loreto, Bari e Pompei, intervenuto alla celebrazione dell’anniversario: "Quello dunque che noi ammiriamo qui costruito materialmente deve richiamarci ad una ben più alta realtà, che pulsa all’interno dell’anima nostra; quello che vediamo qui fatto con pietre, deve avvenire, mediante la divina grazia, nei nostri cuori.
Dobbiamo essere consapevoli di appartenere all’unica Chiesa di Cristo e di sentire di conseguenza il dovere di essere pietre viventi sviluppando in noi quelle virtù che ci qualificano veri cristiani di fronte al mondo, forti nella fede, consolidati nella speranza, compaginati nella carità.
Saremo così pietre inserite nel mirabile edificio di Dio, di cui questa nostra sontuosa basilica è immagine".
(Autore: Pasquale Mocerino)

*L'Archivio e la Biblioteca del Santuario

Custodire la propria storia è una grande opera di bene
L’archivio e la Biblioteca del Santuario conservano migliaia di testi preziosi. Molti studenti li consultano come strumenti indispensabili alle loro ricerche. Ad oggi, sono ottanta le tesi di laurea sulla Nuova Pompei: un motivo di soddisfazione per il Santuario, da sempre coinvolto nella formazione dei giovani anche sotto l’aspetto culturale.
Sono ben ottanta le tesi di Laurea sulla Nuova Pompei – fin ora discusse nelle varie Università d’Italia, tra Napoli, Roma, Bologna, Firenze e Lecce – che si conservano nella Biblioteca e Archivio del Santuario. Quasi tutte intendono portare in luce il carisma educativo – e non solo – del grande uomo della Valle di Pompei: il Beato Bartolo Longo.
È da anni che studenti di tutta Italia, appartenenti a Università e Facoltà diverse, fanno dono della loro tesi.
Ultimo laureato è il dott. Michele Di Virgilio con una tesi sulle Case Operaie.  
Discussa presso la Facoltà di Architettura di Aversa, ha riscosso un forte successo: lo studente ha riportato il voto di 110 e Lode e si è meritato anche le congratulazioni da parte di Mons. Carlo Liberati, Arcivescovo Prelato di Pompei, che gli ha inviato questo telegramma: "Accolga vivissime fervide felicitazioni per lodevole conseguimento Laurea in Architettura con la tesi Le Case Operaie di Valle di Pompei e affettuosi auguri di ogni bene desiderato nel Signore".
Queste tesi arricchiscono il grande patrimonio che si custodisce nell’Archivio del santuario, ricco di testimonianze sulla vita e le opere che il Longo ha svolto a Pompei: l’intento del Fondatore della
Nuova Pompei era l’educazione dei giovani, soprattutto di quelli per i quali la società del suo tempo non aveva alcuna cura.
Il Santuario di Pompei, anche con questo Archivio e la Biblioteca vuole portare avanti lo spirito del Longo. Perciò, anche dall’insieme di queste tesi, si comprende come l’opera del Beato possa essere letta sotto molteplici aspetti non solo dal punto di vista religioso-devozionale.
L’Archivio storico "Bartolo Longo", che parte dal 1872, anno della venuta del Beato a Pompei, si divide in 25 sezioni. Conserva i documenti personali del Fondatore della Nuova Pompei, la sua corrispondenza privata e pubblica, gli atti del processo di Beatificazione e tutto il materiale relativo alla storia, alla progettazione, alla realizzazione e alla conduzione del Santuario e delle Opere di Carità; le testimonianze di grazie; le Annate della nostra Rivista dal 1884 ad oggi; una raccolta di articoli giornalistici sulla città mariana a partire dal 1883, ed un’importante collezione di santini.
Il processo di riordinamento dell’Archivio è cominciato nella prima parte degli anni ’80 del secolo scorso, quando in contemporanea si volle un Convegno Storico su "Bartolo Longo e il suo tempo" diretto dal compianto prof. Gabriele De Rosa.
La pubblicazione, nel 1983, degli Atti del Convegno e quella della Guida-Inventario dell’Archivio, nel 1986, segnarono l’inizio di una nuova stagione di studi. Si trattava, infatti, di rispondere alle esigenze sempre più avvertite di riportare la figura di Bartolo Longo alla sua reale dimensione storica, al di là
Di ogni intento celebrativo, per avere finalmente una biografia critica del Fondatore della Nuova Pompei.
A tal proposito, un grazie dal profondo del cuore va rivolto a colui che in questi anni – e cioè dal 1981 – ha riordinato l’Archivio: Mons. Antonio Illibato, che fino a qualche mese fa ne è stato direttore. Un commosso e grato ricordo va anche al compianto Cavaliere Aniello Cicalese, suo preziosissimo collaboratore. Mentre, di recente, Mons. Carlo Liberati ha affidato a chi scrive quest’articolo, coadiuvato dal già impegnato Sig. Antonio Maiello, la responsabilità dell’Archivio storico "Bartolo Longo" e della Biblioteca.
Questa Biblioteca, annessa all’Archivio, fu inaugurata il 14 dicembre 2000 da Mons. Francesco Saverio Toppi, allora Arcivescovo di Pompei. Conserva circa trentamila volumi, quasi tutti provenienti dall’ex seminario, da lasciti e donazioni e acquisti presso librerie specializzate. Ci sono inoltre 200 periodici, audiovisivi, CD Rom, edizioni pregiate e spartiti musicali.
Numerosi sono i testi di mariologia e storia della Chiesa, molti i volumi del ‘500 e ‘600, tra le quali l’Enciclica di Ludovico Muratore. La Sala di consultazione è dedicata al marchese Domenico De Luca, grande benefattore del Santuario. Gli studenti possono accedere liberamente alla Biblioteca attenendosi ai seguenti orari: da lunedì al venerdì dalle 8 alle 14, mentre il martedì e giovedì fino alle 18.

(Autore: Giuseppe Esposito)

*Le Campane del Santuario
Voce forte che invita alla fede

Consacrate il 17 ottobre 1923, furono realizzate nella più antica fabbrica di campane al mondo. La millenaria fonderia Marinelli di Agnone, comune della provincia di Isernia.

Qualcuno ha definito le campane "la voce di Dio", che chiama a raccolta i suoi figli. Il 17 ottobre 1923, nella festa di Santa Margherita Maria Alacoque, Il Cardinale Augusto Silj consacrò le otto campane del Santuario di Pompei, alla presenza del Fondatore Bartolo Longo e della sua consorte, la Contessa Marianna Farnararo De Fusco. Quel fatto storico è ricordato in un prezioso volume, stampato dalle edizioni Enne e redatto da Gioconda Marinelli Sammartino, intitolato "Arte e fuoco, Campane di Agnone". L’autrice fa parte della grande famiglia proprietaria della grande fonderia di campane, con sede ad Agnone, piccolo comune di poco più di cinquemila abitanti nella provincia di Isernia.

La storia dei Marinelli è molto antica e risale addirittura all’anno Mille. Eppure, solo nel 1339, una campana riporta, in bronzo, il nome del suo produttore, Nicodemo Marinelli.

Da allora la famiglia continua a produrre questi autentici oggetti d’arte, capaci di resistere al tempo delle nuove tecnologie e che, nella loro fattura, richiedono conoscenze ampie, non solo relative ai materiali utilizzati e alle forge, ma anche al suono e alla sua musicalità. Per comprendere meglio come nascano le campane, per chi passasse dalle parti della molisana Agnone, è possibile visitare il Museo storico della campana "Giovanni Paolo II", dedicato al Santo Papa polacco che varcò la soglia della più antica fonderia del mondo alle 17,40 del 19 marzo 1995.

L’orario e il giorno sono ricordati in un altro volume di Gioconda Marinelli, "Storia di campane", che racconta nel dettaglio ogni movimento di quell’evento. "Sono felice di essere in mezzo a voi in questo antico centro del Molise, che ha diffuso nel mondo messaggi di cultura e di fede, veicolati dal lavoro dei suoi figli e, in qualche modo, anche dal suono delle sue famose campane", disse il Pontefice in quell’occasione.

Durante la visita assistette anche alla "colata" di una nuova campana, che riporta la profezia di pace di Isaia e che Giovanni Paolo II volle donare all’Organizzazione delle Nazioni Unite.

Le otto campane del Santuario, dal peso complessivo di duecento quintali, furono tutte dedicate: la prima alla Madonna di Pompei, al Sacro Cuore di Gesù, ai santi apostoli Pietro e Paolo; la seconda a San Giuseppe, Sant’Anna, San Bartolomeo apostolo e Sant’Augusto vescovo; la terza ai quattro evangelisti; la quarta a San Giovanni Battista, a Sant’Andrea apostolo, a San Michele arcangelo e a San Francesco d’Assisi; la quinta a San Benedetto, San Vincenzo Ferreri, Sant’Ignazio di Loyola e Sant’Alfonso Maria de’ Liguori; la sesta a San Gennaro, San Paolino, San Tommaso d’Aquino e Sant’Aristide; la settima a Santa Maria Maddalena, Santa Cecilia, San Pio V e Santa Rita da Cascia; l’ottava ai grandi dottori della Chiesa San Girolamo, Sant’Ambrogio, Sant’Agostino e San Crisostomo.
Nel suo discorso, tenuto nel corso dell’inaugurazione, Edoardo Alberto Fabozzi, Abate della Cesarea di Napoli, disse con la forza della sua oratoria: "Ecco là quelle otto campane, giganti di metallo, ciclopi di bronzo, che dovranno essere le voci celesti, le squille di Dio che qui inviteranno al cuore di Gesù, qui in questa Valle di Maria, le genti d’Italia e del mondo. (…). La campana è forse soltanto un’anima di bronzo? No, è qualche cosa di più: la voce medesima di Dio! La voce di Dio ha un carattere: la brevità nella forza. La parola di Dio non è mai un complesso di ragionamenti (…), non è neppure un interminabile poema, al più è un inno, quasi sempre è una frase sola. Un colpo di luce che è insieme un colpo di forza.
Una frase sola, ma che fa inginocchiare il genio: una frase sola, ma che emoziona e che rinnova il popolo".

(Autore: Domenico Lauria)
Da: Il Rosario e la Nuova Pompei – n° 9 Novembre-Dicembre 2016)

*Il Campanile
Il Campanile richiama il modello tradizionale delle torri campanarie. Architetti e direttori dei lavori, nonché disegnatori delle campane, portale ed angeli, furono il Servo di Dio Aristide ed il fratello Pio Leonari di Roma.
La costruzione fu affidata alla ditta dell’ing. Raffaele Paris di Roma.
Per problemi connessi alla consistenza del terreno si ricorse a fondazioni su pali in numero di 350, di cemento armato, spinti fino alla profondità di 20 metri.
La struttura fuori terra è, all’esterno, di granito grigio (4000 tonnellate) ed elementi di marmo bianco; all’interno di mattoni pressati. Un’armatura metallica a castello, del peso totale 100 tonnellate, sostiene una scala di ferro di 360 scalini su 36 rampe.
Lo stile è il ricco corinzio ed il composito: cinque ordini architettonici rastremati dal basso verso l’alto. Raccordati da colonne lucidate a specchio.
La porta frontale è di bronzo, reca in altorilievo la scena dell’apparizione del S. Cuore di Gesù a S. Margherita Maria Alacoque.
La fusione di bronzo fu realizzata dall’argentiere-bronzista Camillo Brugo di Roma; mentre il portale in legno è opera della ditta Adriano Nardi di Roma.
Sui piedistalli del terzo ordine, si stagliano quattro grandi angeli trombettieri in bronzo. Il prof. Carlo De Veroli di Carrara ne modellò i disegni e la fusione in bronzo fu realizzata dalla ditta Chiurazzi di Napoli. Nella grande nicchia, al centro del quarto ordine, è collocata la statua di marmo di Carrara del Sacro Cuore di Gesù, alta mt. 6 del peso di 180 quintali, opera del cav. Giacomo Zilocchi di Pietrasanta.
Le scritte: VENITE AD ME OMNES E CORDI JESU SACRUM ANNO IUBILAEI MCMXXV, come le quattro fiamme poste ai quattro angoli, sono di bronzo dorato a fuoco fuse da Camillo Brugo di Roma.
Il monumento è coronato da una cupola in bronzo, sormontato da una croce gemmata in rame e bronzo, alta 6 metri, benedetta da Pio XI, prima del trasporto a Pompei.
L’altezza complessiva è di 80 metri.
La prima pietra fu posta il 12 maggio del 1912 e l’inaugurazione avvenne il 24 maggio 1925, secondo giubileo del Santuario di Pompei, officiante il cardinale Augusto Silj.
Nel campanile trovano posto 8 campane del peso complessivo di 171 quintali; la maggiore “Maria Rosaria” pesa 50 quintali ed è ubicata in alto nell’interno della cupola di bronzo sotto la croce; le altre 7 sono ripartite nei vari finestroni del campanile. La suoneria è guidata da un sistema elettronico della ditta Elettronica Campane-AEI di Perego e C. Pozzuolo M. (Milano).
Per il bronzo occorrente vennero impiegati 100 quintali di cannoni di guerra cui si aggiunsero 50 quintali di rame elettrolitico e parti proporzionali di stagno. La fonderia, con i relativi forni, con tutte le provviste di materiale, fu impiantata nei locali della proprietà Falanga in via Sacra, Pompei, dalla ditta Pasquale Marinelli e figlio Armando di Agnone (Campobasso).
I distici in latino incisi alla base furono dettati dal Prof. Mons. Gennaro Aspreno Galante.
Delicati lavori di restauro e consolidamento, furono eseguiti dal 1986 al 1988, a seguito dei danni subiti dal terremoto del 1980. Furono impiegati 82.000 kg. Di acciaio, 7500 bulloni, 4500 metri lineari di saldatura ed elettrodi speciali, studiati dall’università di Napoli, per le saldature delle parti in bronzo. Furono, infine, utilizzati dei blocchi di granito (3500 metri lineari).
Dalla porticina posteriore del campanile, mediante un comodo ascensore, si sale al belvedere, da dove si ammira un incantevole panorama. Di fronte appaiono la catena montuosa dei monti Lattari, sui quali si staglia la cima del monte Faito (mt. 1131), il castello della cittadina di Lettere, la città di Gragnano seminascosta, rinimata per i suoi vini e paste alimentari, l’ex palazzo Reale di Quisisana, la città di Castellammare di Stabia, ricca di ben 28 qualità di acque minerali e di un antico cantiere navale. Sullo sfondo la penisola sorrentina, ricca di aranceti ed uliveti, fino alla punta Campanella, con l’isola di Capri. Dalla balconata ad ovest: lontano sul mare, l’isola di Ischia e più vicino lo scoglio di Rovigliano e la città di Torre Annunziata, celebre nel passato per la fabbricazione di paste alimentari. Sulla destra, risalendo le pendici del Vesuvio, la città di Torre del Greco, rinomata per la lavorazione del corallo e cammei e la collinetta dei Camaldoli.
In fondo in alto, quando è bel tempo, si intravede il promontorio di Posillipo (Napoli). In primo piano la maestosa costruzione dell’Istituto Sacro Cuore e a fianco, gli Scavi Archeologici, in particolare l’anfiteatro e la palestra. Affacciandosi dalla loggia posta a Nord, si vede maestoso tra Napoli e la fertile vallata dell’Agro Noverino Sarnese, il Vesuvio. Dall’ultima eruzione (1944) non fuma più; sui pendii è visibile la rotabile per giungere fin quasi al cratere che è posto a quota mt. 1277.
Alle falde del Vesuvio, tra folti vigneti, i centri di Boscoreale e Boscotrecase. Sotto gli occhi, il complesso degli edifici del Santuario: il Piazzale Giovanni XXIII con l’Orfanotrofio, il Grande Albergo ed il Monastero.

                                       

Dall’ultima loggia, ad est, la fertile pianura, racchiusa dall’arco degli Appennini, si notano tra le altre le cittadine di Sarno e Poggiomarino; lungo la strada Statale 18 e l’Autostrada per Salerno, la città di Scafati, con l’Istituto Sperimentale dei Tabacchi; e poi la collina di Nocera, Chiunzi, indi la catena dei monti Lattari.

L’Osservatore Meteorologico – Un’iniziativa d’avanguardia

Cento anni fa, il Beato Bartolo Longo, animato da una visione armonica e di fattiva collaborazione tra scienza e fede, affidava allo scienziato barnabita P. Francesco Denza, il discorso inaugurale della nuova opera che ben si inseriva nel suo progetto per la Nuova Pompei.

Fede e civiltà, carità e scienza sono binomi che si inquadrano nel problema vasto e complesso dei due umanesimi, quello classico-cristiano e quello tecnico-scientifico; problema inesauribile sul piano speculativo, sempre aperto a nuove soluzioni, molto spesso antitetiche fra loro, a seconda se si giunge a conciliare scienza e fede, nello stesso uomo, come espressioni ambedue della sua stessa umanità e della sua unità, o se, viceversa, si arriva a scindere nella persona questi due aspetti fino a ritenere i rispettivi campi inconciliabili.

Per noi il campo è ben delineato. Bartolo Longo è fra coloro che credono nella conciliazione e nella coesistenza fra fede e civiltà, fra carità e scienza e se ne fa carico nel suo percorso esistenziale, nelle sue iniziative: ci riferiamo in particolare all’osservatorio meteorologico da lui voluto e realizzato.
Siamo nel 1890 (cento anni orsono), quando, accanto al Santuario sorge a Pompei la stazione metereologica: è la 253ª in Italia. La prima di queste stazioni era nata 25 anni prima sui ghiacci del Piccolo San Bernardo a 2160 metri.
La storia di queste istituzioni sul territorio nazionale inizia, infatti, nel 1865 quando "si poté costruire una privata società che prese il nome di Corrispondenza Alpino-Appennina e che dopo altri tre lustri, nel 1880, si convertì nell’attuale società Metereologica Italiana, la quale estende ora il suo dominio su tutta l’Italia e su non poche regioni estere dove sono italiani".
Così introduceva il suo discorso, per l’inaugurazione dell’Osservatorio metereorico -geodinamico- vulcanologico pompeiano, il Padre Francesco Denza, Barnabita (nato a Napoli il 7 giugno 1834 e morto a Roma il 14 dicembre 1894), al quale "l’ottimo Iddio ha voluto concedere di poter assistere al 25° anniversario della Società e di prendere parte alla odierna ricorrenza…". Era il 15 maggio del 1890 il quattordicesimo nella vita del Santuario di Pompei e Bartolo Longo nella sua prolusione al momento inaugurale dell’Osservatorio affermava testualmente: "da un lustro in qua in questa Valle memoranda, sotto l’alito fecondatrice della Religione, la civiltà dei tempi nostri si è esplicata in tre grandi manifestazioni: nel Culto, nella Beneficenza, nell’Arte. Restava, ultimo esplicamento della civiltà europea, la scienza, irraggiamento della divinità nello spirito dell’uomo. E la Scienza, questo supremo raggio del sole della civiltà, oggi risplende terso e luminoso a dar la perfezione all’ardua nostra impresa. Di che la umile Valle di Pompei, ignota, inesplorata, negletta per tanti anni dopo il seppellimento dell’antica pagana Città, sarà nominata di lì a poco da tutti i Congressi degli Scienziati, da New York a Londra, da Buenos-Ayres a Berlino".
C’è, ed è evidente, in Bartolo Longo una già chiara visione della progressione storica del mondo e della cultura del suo tempo; ci sono, infatti, i segni premonitori per cui per cui "l’esplicamento" della civiltà europea prenderà il suo abbrivo proprio dallo straordinario, incalzante processo evolutivo delle scienze sperimentali e riuscirà in nome della sua scienza a superare ogni barriera, ad annullare ogni tipo di distanza sociale e geografica.
Così, guardando all’Europa ed agli altri continenti, Bartolo Longo cominciò ad agire in terra pompeiana: aveva iniziato una difficile opera di risanamento etico, aveva ricostruito case e strade e impostato una nuova vita civile, aveva rispettato l’antica civiltà e la sua arte, andava affidando alla carità il suo progetto pedagogico; intendeva includere in questo percorso i prodotti della scienza, i contributi che essa offre all’uomo attraverso l’uomo stesso per rispettare la vita, per migliorarla, per pervenire i danni della natura, per conoscerne i segreti.

L’osservatorio meteorologico di Pompei costituisce uno spunto per "dimostrare come l’uomo devoto a Dio sappia porgere volenteroso amica la mano alla scienza, né rifugga dal progredire sincero dello studio della natura che pure è opera di Dio; e fa quasi intravvedere il sorgere di quel giorno da tutti aspettato, quando i due progressi, materiale e morale, la scienza umana e la divina, la ragione e la fede, stringeranno un’altra volta le rotte sponsalizie" (Denza).
I riferimenti storici e filosofici all’impulso illuministico, al positivismo imperante, alle esasperate diatribe fra i campi della ragione e quelli della fede, il progressivo rientro nei limiti di una visione meno estremista è quel che si sottintende quando si parla di "stringere nuovamente le rotte sponsalizie".
Pompei da semplice centro di Fede intende imporsi come luogo nel quale civiltà e fede si corroborano s vicenda; "Signori, - diceva Bartolo Longo, al numeroso pubblico presente quel quattordici di maggio di cento anni or sono – la terra che voi calpestate è classica… Da quella terra, dalle sue spoglie, sorge "una civiltà novella"".
"A questa civiltà della nuova Pompei, della quale voi, o Signori ammirate qui la molteplice manifestazione, nel Vapore, nell’Elettrico, nella Stampa, nelle Poste, nelle Scuole, negli asili d’infanzia, nell’Orfanotrofio, nelle sale di lavoro, nelle case operaie, nelle Arti venite oggi a dare il compimento con il tributo della Scienza".
Gli antichi non avevano conosciuto né la scienza, né la carità; i Romani "intesi alla conquista e alla definizione del Giure, appresero dai Greci poche e fallaci nozioni intorno a fenomeni più importanti della natura". Né era conosciuta la carità se, come scriveva il poeta Plauto, "chi soccorre il povero fa due mali: perde il suo e prolunga la vita dell’infelice a nuove miserie".
Nell’antica Pompei non vi erano ospedali, né ospizi, né orfanotrofi, gli ammalati, i vecchi, i derelitti erano abbandonati a se stessi, gli schiavi esposti alle fiere.
Oggi, diceva Bartolo Longo già nel 1890, carità e scienza si incontrano, stringono un nuovo sodalizio, scoprono che nell’amore che guida l’uomo allo studio delle leggi e alla registrazione dei fenomeni, nello sforzo della ricerca, nell’ansia delle prove e controprove c’è lo scienziato ed il religioso, c’è l’anima che scopre e l’anima che ammira, c’è la gioia della scoperta e la volontà di non fermarsi dinanzi all’insuccesso; c’è, insomma, l’umano, alterno travaglio di un essere che ricevuta in dono la capacità di "intelligere" si rende conto delle sue prodezze, delle sue conquiste, ma anche dei suoi limiti, dei suoi timori.

(Luigi Leone)
(Da: Il Rosario e la Nuova Pompei – n° 1 Gennaio - Febbraio 1990)

*Mostra fotografica Osservatorio
Archivio storico diocesano “Bartolo Longo” del Santuario di Pompei, alle 17.30 del 16 febbraio, ospiterà l’inaugurazione della mostra fotografica documentaria “La fede e la scienza unite nella carità. L’osservatorio ‘meteorico-geodinamico-vulcanologico’ di Valle di Pompei”. L’esposizione, che resterà aperta al pubblico fino al 15 maggio, racconterà, attraverso foto e documenti, la nascita e l’evoluzione dell’osservatorio nato a Valle di Pompei il 15 maggio 1890, grazie al voto fatto alla Vergine del Rosario da padre Francesco Denza, religioso barnabita e scienziato, primo direttore della moderna Specola Vaticana, dalla sua rifondazione nel 1891 sotto papa Leone XIII, fino alla sua morte nel 1894. «Devo alla Madonna la mia vita ed esibisco me in quello che possa concorrere ad onorarla». Disse, così, l’astronomo rivolgendosi al Beato Bartolo Longo che conobbe nel giorno in cui, ottenuta la grazia, venne al Santuario di Pompei per celebrare una messa di ringraziamento.
Fu lo stesso Beato, quel giorno, a suggerirgli di creare un’opera per “glorificare” la Madonna. L’osservatorio ebbe la sua prima sede nell’Orfanotrofio femminile del Rosario. All’inaugurazione interverranno l’Arcivescovo di Pompei, Monsignor Tommaso Caputo, e don Salvatore Sorrentino, direttore dell’Archivio Bartolo Longo. La mostra sarà visitabile dal lunedì al venerdì durante gli orari di apertura dell’Archivio (lunedì, mercoledì e venerdì dalle 8 alle 14, il martedì e il giovedì dalle 8 alle 13 e dalle 14 alle 18).

*Misure del Santuario di Pompei

L’attuale tempio è il risultato dei lavori di ampliamento dell’originario Santuario (anno 1891) effettuati dal 1934 al 1939. In realtà la Facciata fu inaugurata nel 1901 ed il Campanile nel 1925. Perciò il complesso è sorto in vari tempi e fasi.
Il primitivo Santuario (mq. 420), costruito su disegni del prof. Antonio Cua e del prof. Giovanni Rispoli, era a croce latina, con una sola navata culminante con una cupola di 29 metri d’altezza.
Dimensioni della Basilica prima dell’ampliamento:
Lunghezza dall’ingresso all’abside mt. 55.50
Larghezza della navata mt. 13
Larghezza della crociera mt. 20
Dimensioni della Basilica dopo l’ampliamento:
Lunghezza dall’ingresso all’abside mt. 85.50
Larghezza complessiva delle tre navate mt. 32
Lunghezza della crociera mt. 54
Altezza della cupola (compresa la croce) mt.57
Superficie della Basilica mq 2.000, capace di accogliere circa 6000 persone.
Colonne di granito n. 21 da ml. 6.30 diam. 0.75
Colonne di granito n. 16 da ml. 5.00 diam. 0.66
Colonne di granito n. 32 da ml. 2.88 diam. 0.42
Colonne di granito n. 8   da ml. 2.08 diam. 0.32
Colonne di marmo n. 2   da ml. 6.40 diam. 0.85
Colonne di marmo n. 8   da ml. 3.66 diam. 0.54
Nel 1931 il Prelato di Pompei Mons. Antonio Anastasio Rossi ne deliberò l’ampliamento, esponendo i concetti fondamentali all’arch. Mons. Spirito Chiappetta presidente della commissione d’Arte Sacra della città del Vaticano.
Approvati i progetti e i modelli e sottoposti all’esame del Papa Pio XI, nel 1933 iniziarono i lavori di demolizione delle vecchie costruzioni; il 7 maggio 1934 venne posta la prima pietra.
Per non interrompere nemmeno un giorno l’afflusso dei fedeli e lo svolgimento delle sacre funzioni, si dovettero superare particolari difficoltà nella esecuzione dei lavori.
L’insieme delle costruzioni è armonizzato da strutture contrastanti, in perfetto equilibrio di masse, studiato in modo da non subire effetti di spostamento per qualsiasi causa.
L’attuale Santuario è a croce latina con tre navate.
Le due navate minori che hanno tre altari per ogni lato, si prolungano sin dietro l’abside in un ambulacro arricchito da quattro cappelline semicircolari.

*Monumento alla Pace Universale - 1901

“Fratelli, è questo il giorno, ed è questa l’ora segnata dai decreti divini pel compimento di un disegno di ordine mondiale. In quest’ora solenne, noi, grazie alla Divina provvidenza, grazie ai miracoli della Regina del Cielo, grazie al vostro concorso, in quest’ora, tutti noi siamo lieti di dare all’Italia una città nuova, al mondo il Santuario.
È questo il giorno, ed è questa l’ora in cui venticinque anni indietro, accompagnati dal Vescovo di Nola e da trecento signori napoletani, ponemmo la prima pietra di questo Tempio, - di questo Tempio oramai divenuto di fama mondiale -  che forma l’amore e il sospiro di tutti i popoli.
A quel punto, là, ove sorge l’ara massima del santuario, venticinque anni or sono, in quest’ora noi piantammo la Croce di Cristo sulle zolle mosse, in una campagna deserta, presso il dissepolto Anfiteatro pompeiano, a vista del Vesuvio sterminatore. Non vi era qui, nei dintorni della solitaria Pompei, né un albero, né una casa: questo spazio, ove veggo sì eletta folla trepidante di aspettazione e di mille affetti, questo spazio non era che un campo seminato di lupini e di rape.
E su quel campo noi piantammo la Croce incivilitrice dei popoli, e ponemmo una Immagine lacera, che costò tre lire; ma quella era l’Immagine della Regina trionfatrice che sempre vince… ed ha vinto! Oggi, in capo a venticinque anni, la terra che voi calpestate non è più seminata di rape e di lupini, ma è il pavimento di una sacra Reggia, è il suolo di una nuova città: la citta di Maria.
Accanto allo scheletro della Pompei pagana sorge la città novella, la Nuova Pompei, redimita dei portati del moderno progresso, abbellita dal sorriso di Dio, esaltata dai miracoli della Regina dell’Universo. Qui, per opera di questa Regina, le due civiltà – l’antica e la nuova, la pagana e la cristiana – si guardano in faccia.
E voi, fratelli miei e sorelle mie, siete venuti da lontano per testimoniare questo miracolo nuovo, accaduto al tramontare del Secolo Decimonono.
Senonché voi oggi vi trovate qui non solamente come testimoni di questo fatto di ordine mondiale, ma come miei cooperatori e grandi benefattori in quest’Opera cui hanno messo mano e cielo e terra. Perocché quest’Opera è sorta, è vero, per i miracoli della Vergine, ma è pur vero che essa è stata edificata ancora per la vostra fede e per la vostra carità.
Vi ha di più. Voi oggi, oltre a rappresentare il mondo nell’opera della Fede, compiutasi qui a prezzo di venticinque anni di trepidazioni, di ansie, di fatiche, di lotte e di vittorie; voi rappresentate il fiore della civiltà, perché siete venuti i primi ad inaugurare il primo monumento che si erge sulla terra della Pace Universale.
Voi aprite il pellegrinaggio del mondo a Valle di Pompei per la Pace, a questa terra benedetta, ove da cinque lustri si avvera la fratellanza delle nazioni: voi aprite la marcia dei popoli verso la conquista di questo bene sociale che è la Pace. Dietro di voi verranno le nazioni a continuare l’Opera vostra: ma voi eravate designati nel libro dei decreti divini a segnalare questa ora, in cui dopo venti secoli di Cristianesimo, s’inaugura su questa classica terra di Pompei un Monumento degno di stare a fronte ai classici Monumenti della civiltà pagana.
La Facciata, che or ora sarà scoperta ai vostri sguardi, è degno perfezionamento del Santuario mondiale di Pompei…
Fratelli! Il momento è giunto, aspettato da venticinque anni, in cui io debbo consegnare l’Opera di Dio, l’Opera che la vostra fiducia a me affidava.
Ma prima che io mi diparta da voi conviene che vi lasci un ricordo, il mio testamento, nel vero significato ebraico della parola che suona patto, promessa, alleanza: alleanza perpetua tra l’animo vostro e il mio, tra il mio cuore ed i cuori di tutti i miei fratelli sparsi per l’orbe.
Il mio testamento è questo: Vi lascio la pace.
Raccomando a voi questo Santuario. Con quell’amore con cui l’avete edificato, finitelo, custoditelo, accrescetelo.
Raccomando al vostro cuore queste Orfanelle e questi Figli dei Carcerati che insieme abbiamo salvati ...
Sotto lo sguardo della Madonna di Pompei, ed ai raggi benefici della vostra carità, quelle e questi si educhino al bene, all’onestà ed al lavoro: e con la vostra carità cresca ogni dì il numero dei beneficati, salvando tanti altri fanciulli derelitti e miseri.
Non ho altro da aggiungere: mi resta solo invocare su di voi la benedizione della Pace.
Vi benedica Iddio, a cui voi avete innalzato un tempio su questa terra di fronte ai templi della pagana Pompei.
Vi benedica la Vergine Maria, a cui avete eretto un Trono, donde sparge le sue misericordie per tutta la terra.
Vi benedicano gli uomini, che voi avete edificati con la vostra virtù, con la vostra pietà, con le vostre beneficenze.
Vi benedicano gli Angeli, a cui per venticinque anni siete stati spettacolo nuovo di una fede incrollabile, di una speranza inconcussa, di una carità senza confini…”.          
(Avv. Bartolo Longo – da: “Il Rosario e la Nuova Pompei”, 1901, pp. 125-138)
Un’Opera d’arte, di fede e di carità
Nel 1901 veniva inaugurata la facciata del Santuario, il Beato Bartolo Longo commenta con entusiasmo questo evento additandolo come esempio concreto d’impegno per la fratellanza, la concordia tra gli uomini e la Pace universale.
"Mentre gli statisti discutono, i congressisti si radunano, i governanti si impensieriscono, i pietosi sperano, le popolazioni si immiseriscono e le campagne mancano di agricoltori, in Valle di Pompei abbiamo già eretto un Monumento attestante il desiderio dei popoli, la preghiera dei credenti e l’aspettativa di quel bene sociale tanto desiderato ed invocato: la Pace. E sotto gli occhi di tutti è sorto, a testimonianza del desiderio di tutti, il Monumento di arte e di fede, la Facciata del Santuari, attestante il plebiscito dei poveri e dei ricchi per la Pace Universale".
Lo scritto di Bartolo Longo è del marzo 1901 e conserva, purtroppo ancora intatta, la sua cocente attualità. Abbiamo letto il bel passo per ricordare il movente di un’opera insigne in cui l’arte, la fede, la carità e la fraternità si congiungono in perfetta armonia per significare nella pietra il sospiro e la preghiera di ogni uomo per la pace universale.
Il Santuario era nato infatti come opera di fede e di carità: un prestigioso disegno con la mira principale di affratellare gli uomini di ogni razza, di ogni colore, di ogni lingua. Cominciato con l’obolo umile di pochi fedeli, si portava a compimento con l’offerta, spesso generosa, del mondo intero. La Cina, l’India, le Americhe, l’Europa, in special modo, avevano concorso alla edificazione di un’opera di così vaste proporzioni: uomini di origini e di culture le più disparate, avevano univocamente aderito ad un programma che inneggiava alla fratellanza, alla carità, alla pace.
Già nel Febbraio del 1886, dalle pagine del periodico Il Rosario e la Nuova Pompei, Bartolo Longo aveva levato la sua voce suadente invocando il concorso per un’opera religiosa e sociale e ne aveva fatta propaganda in tutto il mondo, con l’intento di ottenere il consenso e l’offerta universale, da spendersi per il Monumento della Pace Universale.
La prima pietra fu collocata il 15 maggio 1893, lunedì, alle ore 10,30. Il rito fu presieduto dal Cardinale Raffaele Monaco La Valletta, decano del Sacro Collegio assistito dai Vescovi delle diocesi limitrofe e dal numeroso Clero Pompeiano.
Alla presenza di una folla immensa di fedeli in preghiera, la prima pietra della nuova e grandiosa facciata del Santuario, fu benedetta e rinchiusa in una teca di marmo pregiato. Nella stessa teca si collocarono tre monete e tre medaglie della Vergine di Pompei, una pergamena che recava scritti i nomi di Bartolo Longo e della Contessa sua Consorte, del Cardinale Monaco la Valletta e di tutti i sacerdoti addetti al Santuario.
Il simbolico involucro fu calato nelle viscere della terra come a rappresentare il fertile seme di un’opera tanto ardimentosa. Per un anno e sette mesi, cioè fino a tutto il 1894, si lavorò entro terra per le fondazioni che, per la natura geologica del sottosuolo, la minacciosa vicinanza del Vesuvio e per le pesanti moli di pietra da sovrapporre, esigevano più tempo, perizia, diligenza, e soprattutto, spese ingenti. Ai primi del 1895 si pose mano alla costruzione della parte visibile (fuori terra) della facciata; il lavoro, condotto con alacrità, si protrasse fino al 14 marzo 1901. In quel giorno si installò, al vertice del timpano, l’effige della Madonna e l’opera, davvero grandiosa, poteva considerarsi compiuta.
La statua, alta metri 3.25, rappresenta la Vergine del Rosario in piedi; sulla sua base di marmo aggettante, secondo l’antico desiderio del Vescovo di Nola, Mons. Giuseppe Formisano, si sarebbe dovuto scrivere a grandi lettere di bronzo: "Non nobis, Domine, non nobis; sed nomini tuo da gloriam" (Non a noi, non a noi, ma al tuo nome dà la gloria).
Bartolo Longo per ispirata disobbedienza, fece incastonate, invece, su quel marmo, la parola PAX. E lo fece con profonda convinzione. Più tardi, infatti, scriverà risoluto: "Il mio testamento è questo: vi lascio la pace". Un giovane napoletano, lo scultore Gaetano Chiaramonte, appena uscito dalla scuola della R. Accademia delle Belle Arti di Napoli "l’aveva levata dal marmo": un colossale monolito di Carrara, bianchissimo. Don Bartolo non tralasciò l’occasione per creare una cerimonia significante: la benedizione della statua della Vergine prima che fosse issata sul fastigio della facciata. "Con questa benedizione che cosa intendiamo fare? Noi col benedire questo marmo, che è l’effige della Vergine, della Regina di questa Valle, benediciamo anche gli operai che per 25 anni hanno spese le loro fatiche; i benefattori di tutto il mondo, tutti quelli che ci hanno dato modo per compiere l’opera che Dio affidava al vostro e nostro cuore. È compiuto il Monumento glorioso che porterà ai secoli venturi la memoria e l’attestato indelebile e imperituro della nostra fede e della nostra carità"
(B. Longo)
Ed ancora (stralciamo da qualche pagina inedita di ricordi di don Bartolo": "Oh! La cara e indimenticabile festa di ieri! Io non la scorderò più. Era festa dell’arte ma era ancora festa di coloro che hanno dato il loro obolo, il loro aiuto all’opera divina pompeiana; era festa degli operai, era festa dei bambini, era festa di quanti amano Maria, era ancora festa di tutti coloro che sospirano la pace nel mondo.
Ieri dunque a Valle di Pompei si faceva opera di inizio di pace, ieri a Valle di Pompei si poneva quasi termine al Tempio per la Pace: il monumento auspicatissimo per la concordia dei popoli. Io assistetti, e, col cuore commosso, mi unii alle lacrime ed agli slanci di tenerezza che vidi balenare sul volto di tanti". Infine, concluse perentorio: "… io intendo prima che la benedizione discenda su tutti coloro che lavorano per questa pace che indarno si aspetta dai governi e dai congressisti. Noi la Pace la vogliamo da Dio e per mezzo della Madonna che è la Regina della Pace". (Autore: Nicola Avellino)

*Pompei tra le due guerre
L’universalità della pietà mariana di Bartolo Longo

Il modello di preghiera pompeiano pienamente rispondente alle esigenze religiose della società negli anni a cavallo tra i due conflitti mondiali.
Ricorre quest’anno (1996) il 70° anniversario della morte del nostro Fondatore il Beato Bartolo Longo. È una ricorrenza, come abbiamo già avuto modo di sottolineare, che impegna la nostra – e soprattutto la "sua" – rivista in maniera del tutto particolare. Per questo, durante tutto l’anno dedicheremo alla figura di Bartolo Longo una serie di servizi speciali e
approfondimenti che avranno l’obiettivo di far conoscere sempre più a fondo anche il clima, le condizioni storiche e sociali nelle quali si è sviluppata la sua feconda azione sul versante della carità e del riscatto della dignità umana. In questo senso proponiamo un intervento del professor Roberto Violi, docente di Storia moderna presso l’Università "La Sapienza" di Roma, studioso e saggista sulla realtà della chiesa del mezzogiorno.
L’esperienza religiosa di Pompei, nei decenni che seguirono immediatamente la morte di Bartolo Longo, si sviluppò lungo le linee che egli stesso aveva indicato e assunse una più precisa fisionomia in rapporto alle trasformazioni delle società italiana degli anni Trenta e Quaranta e ai grandi eventi collettivi di quel periodo. Una particolare sintonia si era stabilita intanto si era stabilita intanto nell’effettivo svolgimento della storia di Pompei con le permanenze socio-culturali contadine tipiche della industrializzazione dell’area napoletana. Ma negli anni tra le due guerre, soprattutto, si era andato confermando il processo di rottura dei mondi comunitari tradizionali del Mezzogiorno. Complessivamente sembrava delinearsi una tendenza della religiosità a compenetrarsi meno nelle durezze, nella mentalità e nei conflitti di una società contadina, e ad entrare piuttosto in una qual certa sintonia con la normalità di una cultura urbana media, secondo gli esiti o le inclinazioni di tutta la cultura meridionale, attratta o coinvolta nei circuiti della trasformazione e della interdipendenza del mondo contemporaneo.
Un modello di pietà mariana come quello proposto da Bartolo Longo, non legato rigidamente a precise identità comunitarie, né alle scadenze della vita di campagna né a particolari cicli rituali, rispondeva pienamente alle esigenze religiose di quell’epoca.
Il Santuario di Pompei si caratterizzava sempre come più come il santuario della lontananza degli emigrati e degli italiani residenti all’estero per le guerre e per le vicende coloniali.
La forma della preghiera pompeiana si collegava, dunque, ad una nuova condizione universale dell’esperienza umana.
I "Quindici Sabati", la Novena, la Supplica, riprendevano il carattere di una unanimità cattolica, mentre il Rosario costituiva una delle preghiere popolari più capaci di realizzare una concordanza con la vita di tutti i giorni e con ogni circostanza della vita moderna. La preghiera silenziosa di Pompei si distaccava dalla religiosità clamorosa della festa "napoletana" di altri santuari tradizionali.
Nel rapporto dei devoti con la Vergine di Pompei aveva spesso rilevanza il ringraziamento per tutto il corso di una esistenza assistita dal patrocinio di Maria.
Si attuava in qualche misura il ricorso straordinario alla Madonna risolutrice di casi impossibili e nel prevalente orizzonte familiare e quotidiano della preghiera non erano assenti le richieste di grazie spirituali, sebbene permanessero numerosi i richiami alle malattie e a tutte le condizioni materiali dell’esistenza.
La possibilità di contatto con la persona del fondatore, che riviveva nelle opere e nella memoria dei pellegrini in visita a Pompei, diffondeva un modello di santità che si proponeva non per la straordinarietà del prodigio, ma per la forza del contagio di una vita esemplare condotta nella carità e nella preghiera.
Importanza maggiore assumeva, in quel contesto, la forma scritta del voto, con la pubblicazione della "grazia ricevuta" sul periodico fondato dallo stesso Bartolo Longo. Non era quella una sorta di propaganda sacra, ma una dilatazione dello spazio di pertinenza del santuario di Pompei fino allo stesso mezzo della comunicazione di massa, entro cui si amplificava l’eco della benevolenza divina invocata dalla accorata preghiera degli uomini a Maria.
Scorrendo le pagine del periodico per gli anni tra le due guerre si coglie con chiarezza il complessivo orizzonte esistenziale dei devoti costituito da lavoro, salute e famiglia. La grande crisi economica del ’29, esplosa negli Stati Uniti, era da tutti percepita nei suoi effetti immediati della disoccupazione e del tracollo delle piccole e grandi attività economiche di molti che scrivevano dall’America e dall’Italia, per invocare la grazia di una ripresa degli affari o di un posto di lavoro che ridesse una qualche serenità alla propria famiglia.
Molteplici erano poi, tra i fattori della mentalità entro cui si definivano le concrete forme storiche della preghiera, gli elementi della insicurezza che l’esposizione ai rischi della modernità comportava. Molti scrivevano per invocare o per ringraziare la Vergine in occasione di un nuovo
impiego in sedi lontane dai propri luoghi di residenza, di esami, di pubblici concorsi, di arruolamenti militari e di trasferimenti di ufficio.
La grande maggioranza dei devoti chiedeva grazie relative alla buona salute propria o dei propri familiari.
L’intervento della Santa Vergine era richiesto non in sostituzione, ma a sostegno di quello dei medici e chirurghi, perché fosse rassicurato chi si sottoponeva a nuove forme di terapie o magari all’anestesia per una operazione. In occasione delle guerre d’Africa e di Spagna fu avvertita, nel movimento ininterrotto della pietà mariana di Pompei, l’esigenza di alimentare l’ardimento eroico dei combattenti per la causa di una nazione italiana in armi per le sue conquiste e per le sue manifestazioni di potenza.
Il Rosario fu comunque un sostegno importante della condizione personale dei soldati.
Durante la seconda guerra mondiale prevalse però il registro del dolore e della consolazione. Nella ricerca di un rifugio e nella comune invocazione di tanti figli ad una stessa madre si definì un preciso sentimento di solidarietà che accomunò gruppi familiari e locali e aprì ad una dimensione concreta e universale della carità. La guerra, poi, rimase impressa nell’immaginario di tutto un popolo in preghiera negli anni che seguirono il secondo conflitto mondiale. L’invocazione prevalente fu allora quella di una convivenza nella pace e nel lavoro che interpretò bene, al di là delle paure di quegli anni, le aspirazioni comuni di tanti italiani.

(Autore: Roberto Violi)

*Una gustosa pagina di storia scritta da un attento e scrupoloso osservatore dell’ottocento in visita a Pompei (Parte Prima)
"Poniamo in posto di onore questo bellissimo articolo che ci viene regalato dal Chiarissimo Prof. Cav. Cosimo De Giorgi (*), onore della provincia di Lecce, conosciuto in tutta Italia come profondo geologo ed ameno scrittore e poeta".
È il giudizio che esprime B. Longo pubblicando, nel 1887, l’articolo sul 1° fascicolo de Il Rosario e la Nuova Pompei.
A cento anni dalla stesura di essa – Natale 1886 – si ristampa la gustosa pagina di storia scritta con acume e brio da un attento e scrupoloso viaggiatore-osservatore ottocentesco
.
Una escursione nell’autunno del 1886. Impressioni e ricordi
Non par vero, ed è un fatto. In un secolo come questo tanto miscredente e tanto materialista (1), Valle di Pompei (2) sembra quasi un anacronismo, e ci riporta con il pensiero almeno ad un millennio addietro. Allora una chiesa, una cappella, una cripta sacra, un convento, un palazzo baronale divenivano le cellule primigenie intorno alle quali altre se ne aggruppavano per costituire una bicocca, che poi diveniva una terra o un Castello e quindi una Città.
In questa mia Provincia
(3) per es. moltissimi paesi ebbero questa origine nel medioevo, tanto sotto la dominazione bizantina, prima dell’XI secolo, come sotto i Normanni e gli Angioini. Potrei citare tra i paesi greci: S. Eufemia, S. Dana, S. Giorgio sotto Taranto, S. Demetrio, S. Potito, S. Teodoro, S. Sotero, ecc.; S. Pietro in Lama, S. Pietro Vernotico, e S. Pietro in Galatina; su quelli sorti al tempo dei Normanni, Cerrate ed Aurio; e nel periodo angioino le due città di Francavilla Fontana e di Martina Franca. Una chiesa diveniva il centro di attrazione per le nuove abitazioni; ed i re, i principi, i vescovi e i feudatari locali – sempre devoti anche tra le loro iniquità (4) – favorivano con privilegi, con donazioni, con franchigie questi incentramenti.
Ma in questo secolo scettico
(5) veder sorgere, nella regione più ridente d’Italia, ai piedi di un monte sempre fumante, spesso innivomo (6), circondato da una vegetazione meravigliosa, in un paese intorno ad una chiesa dedicata alla Vergine del Rosario, sembra per lo meno strano, se non vuol dirsi miracoloso! E dire che la chiesa stessa non ha neppure il carattere della vetustà, ma appena un decennio di vita ed anzi è tuttavia in costruzione (7); e di già intorno ad essa si va formando un gruppo di case, nel quale però si trovano elementi di civiltà moderna che invano si cercherebbero in città popolose e ricche di gloriose e antiche memorie. Valle di Pompei è nota oramai nel vecchio e nel nuovo mondo; e quando saranno rivedute le carte d’Italia, pubblicate qualche anno fa, dall’Istituto topografico militare, sarà certamente segnata questa nuova borgata, a mezza via tra Scafati e Pompei, nel punto oggi designato su quelle carte con i nomi di De Fusco e De Vivo (8).
Io vi giunsi il 3 di settembre di questo anno. Ero venuto da Lecce per la via di Taranto. Dopo aver traversato l’uggiosa Valle del Basento, mi ero fermato qualche ora in Potenza. Rividi le colline e le montagne che circondano questa città e che io ben conoscevo, perché avevano messo a dura prova le mie gambe in una ricognizione geologica della Basilica eseguita nel 1877 per incarico del Comitato geologico.
Di là traversata la Valle del Platano, che continua con quella del Sele, dopo aver dato un saluto alla gloriosa città dei Principi longobardi e di Roberto Guiscardo, ed ai panorami bellissimi della costiera di Amalfi e delle montagne di Cava, di Nocera e di Pellezzano, entrai nella ridente pianura traversata dal fiume Sarno, a ponente della quale si erge nereggiante il cono del Vesuvio, come un faro sempre acceso da Mamma Natura, come un simbolo del nostro carattere meridionale!
Quella pianura gremita di paesi, solcata da vie e da canali, ricca di una flora lussureggiante, piena di vita industriale, lambita ad occidente dal golfo di Napoli, e senza dubbio la più bella d’Italia: "è un pezzo di cielo lanciato in Terra!"
E proprio nel mezzo di questo cielo si eleva maestoso ed elegante il trono alla gran Madre di Dio, a poca distanza dalla Strada Ferrata che da Nocera corre difilato a Torre Annunziata.

Note

* Cosimo De Giorgi, Lizzanello (Lecce) 9.2.1842, ivi 11.1.1923.
"Figura di primo piano nell’età del positivismo. Con straordinaria dedizione passava dalla cura dei malati a studiare le condizioni in cui la gente vive, fisiche, igieniche, agricole, e in queste indagini si imbatteva con piacere nell’archeologia, nell’arte, nella storia. Nessuno lo superava, in Italia, nelle sue ricerche geologiche, nello studio di acque, clima, minerali e grado di sviluppo agricolo della sua regione. Si dava perciò a impiantare stazioni per osservare scientificamente e fenomeni del clima, raccoglieva dati, ricavava intuizioni e induzioni, e la sua terra diventava una delle poche delle cui condizioni si poteva già da allora parlare con cognizione sicura. Molto si occupava di acque sotterranee; e a lui si deve se le società ferroviarie potevano approfondire pozzi nelle nostre stazioni, arricchendoli di nuove sorgive. E prese anche l’iniziativa di acquedotti, tali che, molti anni prima di Bari, il capoluogo di terra di Otranto poté risolvere il problema delle acque potabili.
Negli ultimi decenni si rivolse più intensamente agli studi di storia e di archeologia, iniziati molti anni prima.
Aveva cominciato da medico, ma poi non c’è fenomeno, si può dire, della vita salentina che non abbia studiato con maggiore impegno. Né era pago di parlare, scrivere, consigliare, organizzare. Non era uno studioso da tavolino, un paziente collezionatore di notizie, ma, innamorato del suo paese, viaggiò instancabilmente, per la ragione che, per tutta la sua lunga vita, si sentì socialmente impegnato".
(da: Tommaso Fiore, Formiconi di Puglia. Lacaita, Manduria. 1963, pasdsim).

(1) "O Vergine Immacolata e Regina del Santo Rosario, Tu, in questi tempi di morte fede e di empietà trionfante, hai voluto piantare il tuo seggio di regina e di Madre sull’antica terra di Pompei".
È l’invocazione con cui B. Longo inizia la sua Novena alla Vergine, siamo sul finire dell’anno 1878. Il secolo miscredente e materialista, i tempi di morta fede e di empietà trionfante sono chiare allusioni al Positivismo: l’indirizzo filosofico condiviso e seguito, sul finire del XIX secolo, da tutti i paesi del mondo occidentale.
Si consideri che il Positivismo, sistema filosofico eminentemente realista, privilegiando esclusivamente il metodo della scienza e ritenendo essere l’unico valido in ogni campo dell’indagine e dell’attività umana, portava a negare qualsiasi espressione di fede. Ne scaturiva in conseguenza la desolante preclusione ad ogni rapporto dell’uomo con la trascendenza.

(2) Antica denominazione del territorio. Si chiamò Pompei dal 29 marzo 1928, con l’istituzione del Comune Autonomo.
(3) Il de Giorgi era nato a Lizzanello in provincia di Lecce.
(4) Forse costretti ad essere "divoti" in segno di pentimento o per espiazione delle "loro iniquità"?!
(5) Ancora ribadisce, accorato, il concetto di scetticismo dilagante nel campo della religione e della fede. La profondissima devozione per la Madonna ed il fervore con cui si vanno realizzando le opere pompeiane, stupiscono il De Giorgi al punto di fargli attribuire a miracolo quanto sta accadendo in questa terra.
(6) Si allude al superbo pennacchio di fumo che scaturiva dal Vesuvio. Il suggestivo spettacolo non è più visibile dal 1944, epoca dell’ultima eruzione.
Va ricordato inoltre che a fine agosto 1886 (il De Giorgi arriva a Valle di Pompei il 3 settembre), il dinamismo del vulcano si accentuò al punto che in alcune occasioni si ebbero getti di proiettili e di cenere accompagnati da boati.
(7) È il primo decennio della fondazione della Nuova Pompei ed anche il più fecondo per le opere religiose, caritative e civili realizzate. Si consideri che il Quadro miracoloso della Vergine arrivò a Pompei la sera del 13 novembre 1875 e già l’8 maggio 1876 fu posta la prima pietra per la erezione del grandioso Tempio. Appena cinque anni dopo il rustico della costruzione era già portato a compimento e nel 1883, l’8 maggio, si recita per la prima volta la Supplica: il 14 ottobre dello stesso anno si celebra nella chiesa la prima grandiosa festa del Rosario. Durante l’anno 1884 si apre l’ufficio postale e si ottiene la fermata del treno a Valle di Pompei; si pubblica il primo fascicolo del periodico Il Rosario e la Nuova Pompei; sono in fase di completamento gli Asili Infantili, la Tipografia, le case per gli operai del Santuario, la cupola del tempio, l’Altare maggiore e il Trono della Vergine.
(8) In quell’epoca il territorio – che costituirà l’attuale Comune di Pompei – era diviso in quattro ineguali porzioni di terra assegnate a quattro Comuni diversi e a due Province. La designazione sulle carte topografiche con i nomi di De Fusco e De Vivo era opportunamente suggerita in quanto le due famiglie possedevano le più notevoli estensioni terriere; basti considerare che la proprietà del Conte De Fusco, defunto consorte della Contessa Marianna Farnararo, era formata da circa 54 moggi di terra ed alcune case.
(Nicola Avellino – Il Rosario e la Nuova Pompei – n° 4 Gen.-Feb. 1987)

*Una gustosa pagina di storia scritta da un attento e scrupoloso osservatore dell’ottocento in visita a Pompei (Parte Seconda)
Fra le due Stazioni di Scafati e di Pompei (1) il treno si fermò dinanzi ad una graziosa e lillipuziana casetta di legno, un vero chalet, sulla quale era scritto il nome della nuova Stazione: Valle di Pompei (2). A qualche centinaio di metri vidi la Chiesa della Madonna del Rosario, con la sua svelta cupola a mattoni colorati (3), che si eleva maestosamente sopra un fondo verde-scuro ricoperto da una volta di zaffiro.
Alla Stazione mi aspettava un carissimo amico mio, Ludovico Pepe
(4) da Ostuni, che dirige e sopraintende ai lavori della Tipografia di Valle di Pompei (5). Questo giovane coltissimo, negli ozii non troppo frequenti della sua professione, si occupa di studi storici ed archeologici, sua vecchia passione, e cerca negli archivi e fruga sotterra i documenti illustrativi di questo paese che va sorgendo presso l’antica città di Pompei, oggi in gran parte dissepolta.
Il Pepe per esempio ha trovato che poco lungi dalla nuova Valle di Pompei esisteva nel medio evo un altro paese dello stesso nome, che fu distrutto nella seconda metà del XVII secolo. Il nuovo
è quindi una risurrezione dell’antico paese, e non già della città di Pompei, la quale, sepolta dall’eruzione vesuviana del 79 dell’era volgare, ritornò alla luce soltanto nel secolo scorso, ed oggi resta come uno splendido monumento del tempo romano.
Egli ha raccolto inoltre molti materiali per la Storia dell’antica Valle di Pompei, notata dagli storici per la prima volta al tempo dei Normanni, nel 1087. Poi divenne comune e quindi feudo della famiglia Piccolomini. La sua vera posizione è là dove oggi sorge il R. Polverificio di Scafati, presso il fiume Sarno e ad un chilometro di distanza dalla chiesa del Rosario.
Quando giunsi in Valle il giorno volgeva già al suo termine e una nebbietta diafana ricopriva con un velo trasparente tutta la pianura. In Valle di Pompei ancora non vi sono alberghi: ma ve ne ha parecchi in quei dintorni.
Il mio Mentore mi condusse all’hotel, che resta più vicino al Santuario, e dove il sole non nasce e non tramonta mai, perché è dipinto goffamente in rosso sul muro che guarda la via che mena da Torre Annunziata a Scafati. È denominato Albergo del Sole e pare una rustica villetta, senza le pretensioni di Diomede, e con tutti gli agi di una libera vita patriarcale. Vi è una casetta in fondo ad un viale ornato di fiori, un’altra sulla via, ed una terza – la sala da pranzo – nella quale valenti pittori han riprodotto con molta arte alcune scene di vita pompeiana dipinte sulle pareti di Pompei.
Il padrone dell’Albergo è Monsu Nicola
(6), che all’aspetto pare un vecchio pompeiano sbucato dagli scavi della "via della Fortuna". È un uomo cortese, pieno di buona volontà, che biascica diverse lingue, e di un’amena conversazione: se Monsu Nicola tira il collo ai capponi, è soltanto su questi volatili, che egli esercita la sua crudeltà!
Nella sera volli percorrere la via che mena verso Torre Annunziata: Fiancheggiata di platani e di aceri giganteschi, larghissima, corre sempre in pianura, rasenta Pompei e quindi si unisce con l’altra che viene da Castellammare.
Di là godei lo spettacolo del Vesuvio in eruzione.
Sul cono centrale sembrava accesa come una grande pira rossastra e alla base di esso, nell’Atrio del Cavallo
(7), altre cinque fiaccole rosse uscivano dai crateri di lava incandescente.
Di tratto in tratto dal vertice del cratere centrale, veniva su un globo di fuoco che giunto ad una certa altezza scoppiava, come un razzo di fuochi artificiali producendo una cupa detonazione.
Allora mi ricordai dell’ultima ascensione che avevo fatto sul Vesuvio con il P. Denza, con il Sindaco Giusso e con tutti i miei colleghi del Congresso meteorologico di Napoli nel settembre del 1882.
Si era scelta una orribile giornataccia; ma pure l’escursione riuscì divertentissima. Il cono centrale era tutto involto nelle nubi e sporgeva tra queste il suo capo nereggiante. Noi salivamo si a frotte ruzzolando sui lapilli e sulle scorie, accompagnati da una turba di suonatori ambulanti e di poveri che ci aveva aspettati al varco nei tratti più ripidi della salita.
A mezza via ci fermammo per prendere fiato e fare un po’ si siesta. Allora un bello spirito mi obbligò a spifferare un sonetto a rime obbligate, che voglio qui riferire, come ricordo di quella gita, fatta in mezzo a quelle condizioni speciali di atmosfera:
Colore del giorno
Mentre ascendiam sul Cono del Vesuvio

Tra quelle rupi, un dì bollente lava,
Dall’alto ci minaccia Giove Pluvio;
(E qui un bel verso con la rima amava!).
Sembra tornato il giorno del diluvio;
Brontola il monte e dall’immane cava
Di fumo e di vapor lancia un profluvio;
(Qui perdonate un’altra rima: grava).
Incantevole scena! Dorme il mare
Sotto la nebbia; prendon la cuccagna
I congressisti; strimpella un giullare
Sul mandolino; e, color di lavagna,
Sfonda le nubi e maestoso appare
L’eccelso cono un prete in cappamagna!
Il sonetto, detto lì tra i fumi del "lacryma Christi"
(8), non dispiacque, sebbene, come tutte le cose estemporanee sentisse non poco di quella ruvidezza che nasce dall’essere costretti a modellare i pensieri per comodo della rima, come un artista che fosse obbligato a disegnare una figura su cinque punti dati a capriccio. Se ne esce un mostro, la colpa non è poi tutta né del poeta né dell’artista.
Note
(1)
Esattamente denominata Pompei Scavi. Da alcuni anni la stazione è stata abolita; essa era ubicata di fronte alla Porta Marina Inferiore, abituale ingresso per i visitatori degli Scavi di Pompei.
Da quel punto al Santuario intercorrevano circa due chilometri che bisognava percorrere a piedi e con difficoltà a causa delle condizioni di dissesto del fondo stradale. A Bartolo Longo premeva
eliminare tale disagio per i pellegrini devoti che a raccolta chiamava con tanto fervore presso il Tempio della Vergine. A tale scopo inoltrò le pratiche presso la direzione delle Ferrovie dello Stato incontrando mille ostacoli burocratici e tecnici; invocò l’intervento di altissimi personaggi che perorarono la sua causa e finalmente ottenne quanto desiderava. "Il giorno 6 novembre 1886 superò ogni nostra aspettazione. Il primo treno straordinario e speciale diretto da Napoli a Valle di Pompei, che noi ottenemmo a nostre spese e che fu foriero di tanti e tanti treni, che incessantemente vennero poi, vengono e verranno carichi di pellegrini, di devoti e di benefattori, recò a questa nascente cittadina, che appena pochi anni addietro era una landa deserta, tutta una folla di visitatori ansiosi ed entusiasti, fra questi, personaggi ragguardevolissimi" (B.L.).
Bartolo Longo a sue spese provvide a costruire una stazione ferroviaria ("una baracca in legno") al punto di fermata del treno e tracciò da questa una strada che conduceva direttamente al Santuario. È l’attuale via Sacra. La stazione e la strada, si ricordi, furono costruite entrambe su terreni di proprietà della contessa Marianna De Fusco, consorte di B. Longo.

(2) Il territorio di Valle di Pompei, diviso e smembrato in zone diseguali, da secoli apparteneva ai quattro comuni vicini. Con la costituzione del Comune Autonomo e la ricomposizione del territorio, avvenuta il 29 marzo 1928, assunse l’attuale denominazione di Pompei.
(3) È la vecchia cupola del Tempio, rivestita di mattoni maiolicati policromi. A seguito dei lavori di ampliamento del Santuario, eseguiti dal 1934 al 1939, essa fu demolita e ricostruita più ampia e più alta come attualmente si ammira. Per motivi di armonia architettonica e per uniformità di stile con la restante nuova copertura della costruzione, i mattoni colorati, furono sostituiti con rivestimento di lastre di rame.
(4) Ludovico Pepe. (Ostuni 1853 – Monopoli 1901). Studioso e storico, dedicò la miglior parte della sua solida e valida cultura e della sua intelligente pazienza di ricercatore all’illustratore delle memorie della sua città natale. Si occupò anche di temi di interesse più generale, quale uno studio sulla rivoluzione in terra d’Otranto (1647-1648). Scrisse su Ignazio Ciaia, glorioso martire della rivoluzione napoletana del 1799: trattò con rara competenza argomenti di archeologia pompeiana pubblicati nel periodico Il Rosario e la Nuova Pompei ed in altre riviste. Nel 1887 videro alla luce le sue Memorie storiche dell’antica Valle di Pompei. Unico lavoro di questo genere e su questo argomento, ad esso ancora oggi bisogna fare riferimento come alla fonte esclusiva più autorevole e veritiera. L’argomento non era stato toccato che raramente ed in modo frammentario prima che il Pepe ne facesse oggetto di una ricerca condotta con rigore storico e suffragata da documenti originali.
A tale proposito si consideri che molti dei documenti di epoca angioina consultati e riportati nel suo lavoro andarono distrutti (incendiati dai tedeschi!) e pertanto l’opera del Pepe è ancora più preziosa a chi volesse riprendere o continuare questi studi.
In occasione della ricorrenza dei primi cinquant’anni del Comune di Pompei (1928-1987), divenuto raro ed introvabile il volume della storia del Pepe, ne è stata curata una ristampa fedele all’originale al fine di commemorare la ricorrenza e principalmente per stimolare gli studiosi a continuare le ricerche storiche sulla Valle antichissima. A Ludovico Pepe il Comune di Pompei ha intitolato una strada. Più meritatamente la Biblioteca Comunale porta il suo nome. In occasione dell’inaugurazione di essa, avvenuta nel 1978, fu scoperto nella Fonte Salutare un busto in bronzo dello storico, opera validissima dello scultore pompeiano Domenico Paduano.
(5) La tipografia fu fondata da Bartolo Longo e denominata del Ss. Rosario. Impiantata il giorno 7 luglio 1884, ai primi di settembre venne già alla luce la "Novena in onore di S. Domenico", il primo lavoro a stampa subito eseguito per importanza e per la mole di lavoro (circa centomila copie), dal fascicolo n° 9 (settembre 1884) il periodico "Il Rosario e la Nuova Pompei. Immensi l’entusiasmo e la gioia del fondatore: "La Celeste Regina del Rosario ha voluto impiantare presso la Sua Chiesa un altro elemento di civiltà per il Suo novello popolo pompeiano ed un novello produttore di industrie di arti, e questo è la Tipografia; … ed ecco come la fede, quando è operosa, diventa l’apportatrice di novella vita e di vero incivilimento per i popoli. Ed ecco come il cattolicesimo non è nemico del progresso, ma ne è la cagione e valido sostegno" (Bartolo Longo).
Nel 1892, fondato l’ospizio educativo per gli orfani della legge, la tipografia assunse l’attuale denominazione di Scuola tipografica Editrice per i figli dei carcerati e fu trasportata dalla prima sede, che era contigua al Santuario, nell’attuale grande edificio in via Sacra.
(6) Derivato dal francese. Generalmente titolo di rispetto e di riguardo che di solito veniva rivolto a persone di rango elevato o a gentiluomini. Nell’Italia Meridionale in passato (attualmente il termine è in disuso), Monsù era il cuoco per antonomasia, il capo.
(7) Grande valle semicircolare interposta tra il cono del Vesuvio ed il Monte Somma in tempi remoti era denominata la valle del Gigante. In seguito prese l’attuale denominazione di Atrio del Cavallo. Vi si lasciavano infatti in sosta i cavalli dei visitatori che si accingevano a scalare il cono del Vesuvio.
(8) Famoso vino prodotto già da tempi antichissimi con uve giunte a perfetto grado di maturazione. L’etnologo Gaetano Amalfi racconta: "Quando Cristo girava per il mondo capitò sul Vesuvio donde gli si fece ammirare Napoli. Allora egli commentò che il golfo era un pezzo di Paradiso abitato da birboni. Così pianse e le sue lacrime cadute al suolo fecero germogliare viti. Dall’uva di quelle viti fu prodotto il vino Lacrima Christi".
(Nicola Avellino – Il Rosario e la Nuova Pompei – n° 4 Marzo-Aprile 1987)

*Una gustosa pagina di storia scritta da un attento e scrupoloso osservatore dell’ottocento in visita a Pompei (Parte Terza)
Nel Mattino seguente mi diressi di buon ora a Valle di Pompei, che resta un 200 metri lontana dall’Albergo del Sole. Quivi giunto visitai la nuova chiesa, l’ospizio annesso e le officine. Vi trovai l’Avv. Signor Bartolo Longo che io già conosceva di nome, e che mi accolse con quei modi squisiti e affettuosi che gli sono propri. Ed egli mi condusse ad ammirare l’opera sua.
Il Longo è il vero fondatore di Valle di Pompei. È nato in questa mia provincia, in Latiano, e non ha raggiunto ancora il mezzo secolo
(1); ma è un uomo di una attività prodigiosa e di una tempra di acciaio. Egli ha stampato nel suo cervello il motto del Quetelet, tanto vero in pratica: l’homme qui tends toujours vers le méme but, finit par acquérir une force morale immense (2).
Risultato fecondissimo di questa immensa forza morale, acquistata dal Longo con il suo carattere intraprendente, con il suo tenace buon volere ispirato e avvalorato dal sentimento religioso, sono appunto: la chiesa di Valle di Pompei, dedicata alla Regina delle Vittorie
(3), l’asilo d’infanzia, l’ospizio di mendicità, le scuole per i bambini raccolti per le vie e guidati ad essere probi, onesti e laboriosi cittadini nell’età adulta (4).
A conseguire questa che io direi, mi si passi la frase un po’ secentistica, incarnazione delle tre virtù teologali a beneficio delle società, oggi concorrono spontaneamente credenti e miscredenti di ogni parte del mondo, perché la carità è una religione universale e fondamento di quella cristiana; è il mistico anello che lega i popoli di diverse religioni verso un ideale santissimo a cui tutti aspirano e che tendono di conseguire, o su questa terra o nella vita d’oltre tomba.

Per raggiungere questo risultato veramente prodigioso il Longo cominciò dall’istituire presso la chiesa una tipografia e la fornì delle migliori macchine e di bravi operai (5). Da questa officina vien fuori mensilmente un periodico religioso (6); ed in essa si pubblicano edizioni di lusso, splendidissime. Da questa fiaccola del sapere, che centuplica il pensiero dell’uomo, si irradiano in tutte le parti del mondo a centinaia di migliaia di libri di preghiera ed il Rosario e la Nuova Pompei. Le ragazze e le fanciulle pompeiane lavorano qui nella legatoria annessa alla tipografia ed imparano ad essere buone massaie e soprattutto oneste (7).
Lì presso è l’ufficio postale
Lì presso è l’ufficio postale (8) e quello telegrafico (9); il primo dei quali per l’importanza che ha avuto in soli due anni è già divenuto governativo di 2ª classe. Mi assicurano che oggi si fa la spedizione media annua di oltre 20 mila tra lettere, cartoline e pieghi (10); il che vuol dire che il governo incassa circa settemila lire di soli francobolli. E siamo ancora sul nascere di Valle di Pompei!
Di contro a questi due uffici sorge il Santuario ed annesso a questo vi è un grandioso palazzo destinato ad asilo d’infanzia
(11) e ad ospizio di beneficenza. Questo fu inaugurato nel Novembre scorso; quando io lo visitai era ancora in costruzione. Si direbbe venuto su d’un tratto, come Minerva dal cervello di Giove. Ed oggi raccoglie più di cento bambini che prima erravano vagabondi, destinati adulti a popolare le prigioni.
D’innanzi a quella colonia d’infelici che mi sfilarono nel corridoio del piano inferiore, io mi sentii allargare il cuore. Si creda o non si creda, d’innanzi a quello spettacolo ci si sente migliori e degni della nostra differenza specifica nella serie zoologica! È questa una religione operosa, la quale non si mantiene nella sola sfera delle relazioni tra il sensibile e il soprasensibile, tra la creatura e il suo Fattore, ma diviene madre amorosa che alimenta i suoi figli e ne guida i passi vacillanti. Quando parla poi la carità, la fede regna sovrana nel cuore dell’uomo; il negarlo è un voler illudere se medesimi!
Note
(1)
Bartolo Longo nacque il giorno 11 febbraio 1841 a Latiano, in provincia di Lecce (oggi provincia Di Brindisi) da Bartolomeo e da Antonia Luparelli. Morì a Pompei il 5 ottobre 1926. È stato beatificato da Papa Giovanni Paolo II il 26 ottobre 1980. Le sue spoglie sono esposte alla venerazione dei fedeli nella Cripta del Santuario. Al fine di appagare un ardente desiderio del Beato, la teca di cristallo che racchiude il simulacro è stata sistemata sotto il Trono della Vergine.
(2) L’uomo che tende costantemente allo stesso bersaglio, finisce per acquisire una forza morale immensa.
(3) Esattamente il Tempio è dedicato alla Vergine del SS. Rosario: "Virgini SS. Rosarii Dicatum" si legge, scritto a grandi lettere di bronzo, sulla facciata del Santuario. Regina delle Vittorie invece, è un appellativo caro a Bartolo Longo, uno dei tanti con cui sovente il Beato invocava la Vergine.
(4) "Se vogliamo salvare la società, cominciamo per tempo ad educare cristianamente la generazione che sale: I fanciulli. Nessuno si creda esentato da quest’opera di rinnovamento morale della società per mezzo dell’istruzione religiosa e della pratica dei sacramenti". In tali termini si era espresso Leone XIII; nell’insegnamento del Papa, Bartolo Longo trova la conferma di quanto già da tempo aveva intuito, più di tutto, lo stimolo ed il fervore ad iniziare in Pompei un’opera educativa ad affiancare a quella religiosa. Nel 1881 il primo passo. A fianco del Santuario ancora in costruzione, Bartolo Longo fece costruire "quattro mura rustiche", un modesto locale nel quale cominciò ad accogliere la domenica pomeriggio una ventina di fanciulli figli di contadini della Valle, ai quali impartiva i primi rudimenti del Catechismo. L’anno seguente, 1882, con il 1° gennaio l’inaugurazione dell’opera Catechistica Pompeiana. L’istruzione è riordinata su altre basi: vengono formati due circoli separati per i fanciulli e le fanciulle, si aggiungono anche gli adulti ai quali Bartolo Longo aveva anche assicurato che a chiunque fosse venuto la sera a trovarlo avrebbe fatto insegnare il leggere e lo scrivere. Mirabile lo sviluppo della scuola: dopo il primo anno era frequentata da un centinaio di fanciulle ed altrettanti fanciulli, una quarantina di uomini, una ventina di donne.
(5) "Oltre della scuola serotine in Valle di Pompei, a cui accorrono fanciulli e giovanetti per apprendere i primi rudimenti delle lettere e della morale, abbiamo a nostre spese iniziato una scuola particolare per tutti quei fanciulli che già lavorano nel nostro opifizio, al fine di farli diventare un giorno artisti perfetti ed istruiti, vuoi tipografi, vuoi legatori, vuoi macchinisti. E per incoraggiarli a studiare e coltivare lo studio della lingua italiana, tanto per capire quel che stampano, li provvediamo a nostre spese di libri, di carta, di penne e di ogni altro occorrente, facendoli ammaestrare da un idoneo maestro patentato" (B.L.).
(6) Si riferisce al Periodico "Il Rosario e la Nuova Pompei" che vide la luce con il primo, il 7 marzo 1884 stampato però a Napoli dalla Tipografia di A. e S. Festa. "Se Dio vorrà, nella nostra casa apriremo una sala di lavoro per i fanciulli pompeiani e cominceremo con l’impiantarvi una tipografia la quale avrà nome dal Rosario" (B.L.). La Tipografia in breve volgere di tempo fu impiantata; nell’agosto 1884 e già pronto per la stampa il primo lavoro: la Novena ad onore di S. Domenico. Il numero nove del periodico, settembre 1884, è impresso in Valle di Pompei dalla tipografia del SS. Rosario.
(7) "Ed una sala di lavoro di già è aperta per le fanciulle che imparano a piegare, cucire e legare il giornale ed I libri che vengono qui stampati. Confessiamo l’immensa soddisfazione nel vedere queste fanciulle ripulite ed educate, attendere con gran diligenza al lavoro; apprendono l’arte e di già ogni settimana cominciano a portare alle loro famiglie il lucro delle loro incipienti fatiche" (B.L.).
(8) L’Ufficio Postale fu istituito nel maggio del 1884 come Collettoria di Valle di Pompei. Con il 1° dicembre 1885 fu già elevato ad Ufficio Postale di II Classe.
(9) Il giorno 16 del corrente luglio (1886) dovrà essere qui a Valle definitivamente impiantato il nostro ufficio telegrafico. Stampa, Telegrafo e Vapore sono le tre cose di cui non sa far a meno la civiltà moderna, e queste tre cose abbiamo già ora a Valle di Pompei. La nostra tipografia è già ormai contata tra le migliori; in qualsivoglia giorno dell’anno il treno tra andata e ritorno, ferma due volte a Valle di Pompei; e il filo telegrafico ci porterà sulle ali del vento dai nostri associati i comandi a noi e le suppliche a Maria.
(10) Per farsi un’idea di quale rilevanza fosse l’incremento annuo del movimento postale e la mole di materiale spedito, basti osservare che nell’anno 1894 Bartolo Longo inviò in tutto il mondo, dall’ufficio postale di Valle di Pompei, 801225 copie del periodico, 60.018 lettere, 25.889 pacchi e plichi, 1.253 telegrammi. Per il tutto spese lire 29.832 ed 87 centesimi.
(11) La prima opera di beneficenza in Pompeo: gli asili di infanzia: "A questo scopo pensammo di compiere ogni atto di fede nostra con un’opera di carità: aprire cioè un asilo che raccogliesse le miserie, ma le miserie innocenti, che sarebbero la rovina loro e di tanti se lasciate nella ignoranza e nella brutalità. È questo il palpito più sentito del nostro cuore" (B.L.). I rudimenti di quest’opera risalgono già al 1884, in occasione della festa del Rosario ed in quello stesso giorno Bartolo Longo cominciò ad accogliere nei locali contigui al tempio i bambini e le bambine figli degli operai che, impegnati nella costruzione della Chiesa, erano costretti a lasciare i loro bambini abbandonati a se stessi per tutto il giorno. Dopo appena un anno sono già circa sessanta i bambini accolti nell’asilo; B. Longo, pienamente soddisfatto per quel successo, provvide alla costruzione accanto al Santuario di due corridoi con vaste sale "aerate ed acconce" ed il sei novembre del 1886 con solenne cerimonia aprì ufficialmente l’Asilo Infantile distinto in due sezioni per bambine e bambini. Nel breve discorso inaugurale il Beato, con meritato orgoglio, tenne a precisare: "quattro anni addietro, il vostro piede, o signori, avrebbe calpestato qui rape e lupini… Quasi tutti questi bambini erano scalzi, a molti i cenci cadevano di dosso, li abbiamo vestiti e calzati. Vengono qui come piccoli selvaggi e il primo progresso che essi fanno nella via dell’incivilimento è il nettarsi il viso e spogliarsi degli insetti che facevano di quei corpicini aspro governo" (B. Longo).
(Nicola Avellino – Il Rosario e la Nuova Pompei – n° 3 Maggio-Giugno 1987)

*Una gustosa pagina di storia scritta da un attento e scrupoloso osservatore dell’ottocento in visita a Pompei (Parte Quarta)
Dall’ospizio passai al Santuario che fu la meta della mia escursione. Come in Pompei i tempi pagani, così qui la chiesa dedicata alla Vergine non è soltanto la casa di preghiera, ma un santuario dell’arte (1), ed aggiungerei anzi un monumento sincrono dell’arte napoletana.
Quando io la visitai nel settembre scorso era tutt’ora in costruzione. L’intempiatura generale
era terminata, come pure le decorazioni dell’absida, della Cupola e della nave trasversale. L’architettura è del chiarissimo Prof. Antonio Cav. Cua (2) ed è opera magnifica. È una chiesa a croce latina, ricca di doratura e di freschi e forse fin troppo ricca (3). Ma prima di giudicarla bisogna metterla in relazione con i luoghi in mezzo ai quali sorge, luoghi pieni di tinte gaie, calde, pittoresche. Bisogna guardarla sotto il cielo di Napoli, in mezzo a quella popolazione ricca di fantasia e semi-orientale. Allora quello sfarzo che colpisce l’occhio intona con il resto del paesaggio ed armonizza con questo.
Sotto la volta dell’absida il Cav. Vincenzo Paliotti
(4) ha dipinto un gruppo di angeli bellissimi che via via, sollevandosi verso il cielo e intrecciandosi con quelli dei piani sovrapposti, fa corona all’Altissimo che è in atto di benedire.
Il sommo pittore di tanti velarii e siparii di teatro ha voluto mostrare che il suo pennello risponde egregiamente anche alle sublimi ispirazioni dell’arte religiosa. E questo ci fa dimenticare l’effetto un po’ teatrale di alcune scene, di alcune figure.
Si costruiva in quel tempo il tabernacolo dell’altere maggiore con marmi dei Pirenei e di Carrara
(5). I cinque angioli di bronzo, che dovevano essere collocati ai piedi del trono della vergine, erano allora fuor di posto; e così potei ammirare da vicino quell’opera che fa molto onore al Cav. Salvatore Cepparulo (6), napoletano, il quale ispirandosi nelle opere stupende di Donatello e di Mino da Fiesole ha saputo soffiare l’alito della vita nella informe materia.
Mi mostrarono pure due statue scolpite in marmo bianco dal Commendatore Federigo Maldarelli
(7) di Napoli e rappresentanti una "l’orazione mentale del Rosario, l’altra "L’orazione vocale (8). È questa la prima volta che il valente artista ha sostituito lo scalpello al pennello. Però, tutti gli intelligenti di arte preferiranno di ammirare il Maldarelli pittore nello stupendo lavoro dell’estasi di Santa Caterina da Siena (9) che decora uno degli altari di questo tempio e che attrae a sé tutti gli occhi dei visitatori. Questa sola tela basterebbe a richiamare in questo Santuario tutti gli amatori dell’arte ed a mostrare che anche oggi da poche menti elette, e sarei per dire privilegiate, si sente la vera arte religiosa scevra dalle fisime del verismo.
Accanto alla chiesa oggi vi è l’Oratorio dove accorrono i credenti in numero grandissimo, siccome potei notare io stesso nei due giorni che mi trattenni in Valle di Pompei.
Ed ora basta. Ho voluto segnare degli appunti, non descrivere il Santuario della nuova Pompei. L’opera non è ancora compiuta e vi si lavora alacremente per condurla a termine. Mi dissero che vi è una colonia di 250 tra artisti ed operai, occupata a quest’opera meravigliosa, nata dalla fede, alimentata dalla carità e rafforzata dalla speranza di un avvenire migliore.
Il tempio di Valle di Pompei diverrà fra qualche anno il nucleo di un paese; ma già fin d’ora è il più cospicuo centro di attività religiosa artistica e intellettuale di tutta la zona che circonda il monte, "sterminator Vesevo". Ed io, stringendo la mano all’Avv. Longo, gli dirò nell’orecchio due sole parole: Avanti, Excelsior!

Lecce nel Natale del 1886. Autore: Cosimo De Giorgi
Note

(1) "E demmo ordine al nostro architetto Giovanni Rispoli che non guardasse a spese, ma si studiasse di rendere la Chiesa del Rosario di Pompei un monumento di arte religiosa moderna da contrapporre ai monumenti dell’arte pagana antica". (B.L.).
(2) Bartolo Longo ci narra nella sua Storia del Santuario come il professore dell’Università di Napoli Ing. Antonio Cua (1818-1889) si offrì a dirigere gratuitamente i lavori del Tempio. Riportiamo il racconto operando qualche taglio (doloroso) impostoci dalla tirannia dello spazio. Siamo nell’anno 1886. "Mi recai a casa di un intimo e cordiale mio amico, il Cav. Tarquinio Fuortes (1848-1927), professore di matematica. Quel mattino lo trovai circondato dai suoi di famiglia che facevano accoglienze ad alcune signore ed a un signore grave di aspetto e di età. Senza preamboli entrai a discorrere dei fatti occorsi a Pompei. Quello sconosciuto, poi che mi ebbe udito alquanto, interruppe: "Chi è l’architetto che dirige i vostri lavori? – Non abbiamo architetti – risposi - . – Avete almeno un disegno? Ed io pronto, misi la mano in seno e ne trassi quel foglio istoriato che i lettori sanno. Quel signore non seppe ritenere un sorriso di compassione e soggiunse: - Ma perché in un’opera d’arte non valersi dell’uomo dell’arte? – Il compenso di un architetto assorbirebbe metà della somma che raccogliamo con stenti e disagi. – Vi potrebbero essere anche degli architetti che si offrissero gratuitamente. Date a me quel disegno ed io ve lo farò secondo l’arte.
Mi volesse costui fare un tiro, pensai malignamente fra me medesimo, dicendo offrirsi gratuito e poi richiedermi la ricompensa? E guardai negli occhi il mio amico Tarquinio. Costui mi lesse nell’animo ed esclamò: - Bartolo, questo signore è il cavalier Antonio Cua, illustre professore della Regia Università di Napoli, ed è uno degli uomini più buoni di questo mondo. Egli si offre gratuitamente. Balbettai alcune parole di ringraziamento; quindi, quel nobile cuore concluse: - Poiché fate una chiesa a poveri contadini ed a furia di soldi elemosinati, io non solo vi darò il disegno gratis ma ancora verrò ad assistere senza ricompense di sorta alla costruzione e ci rimetterò le spese dei viaggi ogni volta che occorrerà recarmi a Pompei".
Il professore Cua tenne fede alle promesse, donò il disegno e, per sette anni, dal 1876, diresse di persona e gratuitamente i lavori per la costruzione del Tempio.
(3) "La decorazione: il concetto informatore è di attuare il massimo decoro per la per la casa della Nostra Signora; tutto deve ispirare devozione; ed ogni parte collegata al tutto deve formare la magnificenza del Tempio Cristiano dedicato alla regina dei Cieli.
Il compito è arduo… nulla sarà risparmiato a che la Chiesa raggiunga il suo perfetto e completo risultato. Animati da santo entusiasmo sapremo cavar profitto da ogni cosa…" (arch. G. Rispoli).
"… ora una lode a chi aspetta. L’architetto Giovanni Rispoli di Napoli, autore della decorazione e direttore dei lavori, ha speso ogni cura e quanto era in poter suo affinché l’opera riuscisse" (B.L.). All’architetto Rispoli infatti Bartolo Longo aveva affidato la direzione di tutti i lavori che si eseguirono nel Tempio e gli aveva richiesto anche consigli e disegni per la costruzione e l’allestimento di tutta la parte monumentale. Sono suoi infatti la decorazione interna del Santuario, il disegno e l’esecuzione della facciata, il ciborio, l’altare maggiore, la cantoria, il disegno dello stupendo cancello che chiude la balaustra.
(4) Vincenzo Paliotti, romano di nascita, in giovane età si trasferì in Campania dove svolse in prevalenza la sua attività artistica. Si ammirano i suoi affreschi nella Cattedrale di Castellammare di Stabia ed anche in quella di Benevento, nella Chiesa del Gesù Vecchio di Napoli e nella Cattedrale di Capua; il secondo sipario del Teatro San Carlo di Napoli è opera sua; suoi infine alcuni dipinti al palazzo Farnese in Roma. "Vincenzo Paliotti è stato uno di quegli artisti che sin dal principio mi è stato costante compagno nei lavori di questo Santuario ed acuto interprete e fedele esecutore dei miei concetti artistici e dei temi più facili che io soglio porgere ai miei compagni di arte per la più nobile manifestazione delle bellezze cristiane e delle idee puramente ascetiche" (B.L.).
Di tutti i dipinti del Paliotti nel Santuario resta solo una parte; purtroppo durante i lavori di ampliamento del Tempio (1934-1939), alcuni affreschi ed i dipinti della Cupola dovettero essere sacrificati.
La Cupola infatti fu interamente ricostruita più ampia e più alta; l’abside fu arretrata, furono aggiunte le due navate laterali al fine di ricavare maggiore spazio per accogliere i numerosi fedeli.
Attualmente della vasta opera del Paliotti restano: - i quindici medaglioni dipinti su rame che coronano il quadro della Madonna. Rappresentano i quindici misteri del Rosario; - Il soffitto della navata centrale, vasto affresco firmato e datato 1888, vi è rappresentato l’ultimo mistero glorioso con al sommo la trinità che incorona la vergine, il tutto circondato da angeli in atto di omaggio. Nelle ogive sono affrescati San Domenico, San Benedetto, San Francesco d’Assisi e Sant’Agostino. Negli interspazi infine, tra i finestroni, San Pio V e San Paolino; - L’affresco del succielo della cantoria, con Santa Cecilia protettrice della musica e gruppi di angeli assorti nel canto.
(5) Bartolo Longo, fiducioso sempre negli aiuti della Provvidenza, non badava a spese. Il Trono della Vergine e l’Altare Maggiore dovevano essere un autentico gioiello, prezioso e degno, una opera finissima d’arte. Ordinò infatti i marmi più fini e più belli a Carrara ed alla grande Marmerie di Bagneres de Bigorre, negli Alti Pirenei. "Quel luogo (Lourdes) in cui ventisei anni or sono appariva la regina del Cielo con il Rosario in mano, oggi doveva somministrare i marmi più splendidi per erigere un Trono alla Vergine del Rosario nella Valle di Pompei" (B.L.).
(6) Il de Giorgi si riferisce ai cinque angeli pronto per essere collocati sul piano del Trono. Le sculture sono alte poco più di due metri, modellate dall’artista napoletano Salvatore Cepparulo e fuse dalla ditta Alfano; costarono lire settemilacinquecento. "Il bravo professore S. Cepparulo autore delle cinque monumentali figure, in quello slancio di vena artistica, che forma l’originalità e la nota nuova delle sue stupende produzioni d’arte, in un momento di assai felice vena, si era ispirato ad un ideale ascetico che completamente l’aveva signoreggiato e trascinato a delle figure di uno slancio tale da far restare compresi di ammirazione quanti le hanno vedute" (B.L.).
I cinque angeli furono sistemati sul piano del Trono secondo il progetto del bravo Rispoli. A seguito dei lavori di arretramento dell’Altare si diede nuova e più snella sistemazione a tutto il complesso monumentale. Dei cinque angeli infatti, solo due furono lasciati al loro primitivo posto (come oggi si vedono); altri due sono stati collocati nel parco del Piazzale Giovanni XXIII, il quinto, infine, nei giardini, a destra di chi guarda la facciata del Santuario. Dello stesso artista, si ammirano: sul dorsale dell’Altare Maggiore, sei testine di Cherubini di bronzo a tutto tondo incastonati in altrettanti dadi di marmo nero; il cancello della balaustra, finissimo lavoro di bronzo e d’argento; le statuine dei Padri della chiesa e dei Santi, tra cui S. Pietro e S. Paolo, che circondano il ciborio dell’Altare Maggiore.
(7) Federico Maldarelli (Napoli 1826 – ivi 1893). "Insigne pittore napoletano, nel maggio 1879, per sua specchiata pietà, vedendo cresciuta ogni giorno la devozione di tanti signori napoletani e forestieri verso la Vergine del Rosario di Pompei, la cui immagine per la umidità della Parrocchia era quasi nel totale suo deterioramento, si offerse gratuitamente a fare una più perfetta e completa riparazione" (B. L.). È il secondo restauro del quadro della Madonna; il primo era stato rozzamente eseguito nel 1876 da Guglielmo Galella, "pittore artigiano". Nel 1965 il quadro fu nuovamente restaurato, finalmente seguendo i moderni canoni dell’arte, presso l’Istituto del Restauro dei Monaci Benedettini Olivetani in Roma.
(8) Le due statue sormontavano i portali di marmo che si aprivano ai due lati del Trono. A seguito dell’ampliamento del santuario, i due portali furono aboliti e le due statue ebbero diverse collocazioni. Attualmente esse si possono ammirare nella Cripta del Santuario, ai lati dell’altare.
(9) Pregevole lavoro del Maldarelli, firmato e datato 1883. Raffigura Santa Caterina che riceve le Sacre Stimmate dal Crocifisso apparsole in estasi. Attualmente il quadro è collocato nel penultimo altare alla destra per chi entra nel Santuario.
Da notare, sotto la mensa dello stesso altare, una copia in marmo della Santa Cecilia del Maderno.

(Nicola Avellino – Il Rosario e la Nuova Pompei – n° 5 Settembre-Ottobre 1987)

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