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Il Santuario > Pompei tra Cronaca Storia

Documentazione fotografica
L'eccezionale documentazione fotografica dell'Archivio Bartolo Longo
Non sono un fotografo professionista o un critico del linguaggio fotografico. Il mio è solo un radicato hobby che ho cercato di coltivare. E con questa mia "qualifica" sfoglio "l’album" fotografico del Santuario, soffermandomi con voi su alcune di esse.
Ora che l’Archivio di Bartolo Longo è stato riordinato, ha portato in evidenza la ricchezza della documentazione che il nostro Fondatore aveva pazientemente messo insieme nei primi cinquant’anni di vita di Pompei. La formazione professionale del Longo – era avvocato – e l’esigenza dell’attività che aveva intrapresa e che, giorno per giorno, gli cresceva sotto gli occhi, dovettero convincerlo ben presto a conservare un’appropriata documentazione di quanto andava creando.
La Storia del santuario e la pubblicazione del Periodico "Il Rosario e la Nuova Pompei" sono solo due aspetti di questa "coscienza" del valore storico dell’opera pompeiana. Una accurata "schedatura" degli orfani, ospiti negli Istituti, includeva la loro foto e le notizie biografiche essenziali. Ma c’erano tante altre occasioni e momenti della vita quotidiana degli Istituti meritevoli di una foto. Così pure le varie attività, l’inaugurazione di nuove opere, l’afflusso dei pellegrini, le feste civili e religiose richiedevano un flash che ne tramandasse "ai posteri" la solennità e il documento.
A Bartolo Longo pubblicista quelle foto erano necessarie per illustrare il calendario-strenna che inviava ogni anno ai benefattori ed al Bollettino che parlava della vitalità delle Opere r del Santuario di Pompei.
I fotografi – agli inizi venivano da Napoli e sempre tra i migliori – facevano del loro meglio perché la foto, oltre che documentare l’oggetto, diventasse anche "artistica". E sarà stata
veramente un’impresa "colpire nel segno" con le tecniche del tempo e la tradizionale mobilità dei bambini. Ma tant’è che essi riuscirono a trasformare sedie, vasi di fiori, sgabelli, giocattoli – necessari a tener "fermi" i bambini – in parti ornamentali a completamento del quadro. Così facendo si sono ammassate nelle cartelle e cassetti dell’Archivio migliaia di foto. Di esse alcune sono già note in quanto la nostra rivista pubblica, di tanto in tanto, "foto d’archivio", altre saranno offerte in seguito alla vostra amministrazione.
Sfogliare questo album significa rivedere tanta storia dei primi tempi, riandare alle origini. Un archivio non è necessariamente d’interesse generale, ma è certamente importante per la storia della famiglia e dell’Istituzione cui esso appartiene. Se facciamo riferimento ad esso e vi mostriamo alcune di quelle foto è perché vi consideriamo della nostra famiglia ed interessati alle nostre origini. (Autore: Pietro Caggiano)
Prima foto: Soldatini... che non fanno paura, dalle armi di legno e dal volto rasserenante.
Seconda foto: Testimonianze di carità durante il colera del 1884.


Una gustosa pagina di storia scritta da un attento e scrupoloso osservatore dell’ottocento in visita a Pompei (Parte Prima)
"Poniamo in posto di onore questo bellissimo articolo che ci viene regalato dal Chiarissimo Prof. Cav. Cosimo De Giorgi (*), onore della provincia di Lecce, conosciuto in tutta Italia come profondo geologo ed ameno scrittore e poeta".
È il giudizio che esprime B. Longo pubblicando, nel 1887, l’articolo sul 1° fascicolo de Il Rosario e la Nuova Pompei.
A cento anni dalla stesura di essa – Natale 1886 – si ristampa la gustosa pagina di storia scritta con acume e brio da un attento e scrupoloso viaggiatore-osservatore ottocentesco
.
Una escursione nell’autunno del 1886. Impressioni e ricordi
Non par vero, ed è un fatto. In un secolo come questo tanto miscredente e tanto materialista (1), Valle di Pompei (2) sembra quasi un anacronismo, e ci riporta con il pensiero almeno ad un millennio addietro. Allora una chiesa, una cappella, una cripta sacra, un convento, un palazzo baronale divenivano le cellule primigenie intorno alle quali altre se ne aggruppavano per costituire una bicocca, che poi diveniva una terra o un Castello e quindi una Città.
In questa mia Provincia
(3) per es. moltissimi paesi ebbero questa origine nel medioevo, tanto sotto la dominazione bizantina, prima dell’XI secolo, come sotto i Normanni e gli Angioini. Potrei citare tra i paesi greci: S. Eufemia, S. Dana, S. Giorgio sotto Taranto, S. Demetrio, S. Potito, S. Teodoro, S. Sotero, ecc.; S. Pietro in Lama, S. Pietro Vernotico, e S. Pietro in Galatina; su quelli sorti al tempo dei Normanni, Cerrate ed Aurio; e nel periodo angioino le due città di Francavilla Fontana e di Martina Franca. Una chiesa diveniva il centro di attrazione per le nuove abitazioni; ed i re, i principi, i vescovi e i feudatari locali – sempre devoti anche tra le loro iniquità (4) – favorivano con privilegi, con donazioni, con franchigie questi incentramenti.
Ma in questo secolo scettico
(5) veder sorgere, nella regione più ridente d’Italia, ai piedi di un monte sempre fumante, spesso innivomo (6), circondato da una vegetazione meravigliosa, in un paese intorno ad una chiesa dedicata alla Vergine del Rosario, sembra per lo meno strano, se non vuol dirsi miracoloso! E dire che la chiesa stessa non ha neppure il carattere della vetustà, ma appena un decennio di vita ed anzi è tuttavia in costruzione (7); e di già intorno ad essa si va formando un gruppo di case, nel quale però si trovano elementi di civiltà moderna che invano si cercherebbero in città popolose e ricche di gloriose e antiche memorie. Valle di Pompei è nota oramai nel vecchio e nel nuovo mondo; e quando saranno rivedute le carte d’Italia, pubblicate qualche anno fa, dall’Istituto topografico militare, sarà certamente segnata questa nuova borgata, a mezza via tra Scafati e Pompei, nel punto oggi designato su quelle carte con i nomi di De Fusco e De Vivo (8).
Io vi giunsi il 3 di settembre di questo anno. Ero venuto da Lecce per la via di Taranto. Dopo aver traversato l’uggiosa Valle del Basento, mi ero fermato qualche ora in Potenza. Rividi le colline e le montagne che circondano questa città e che io ben conoscevo, perché avevano messo a dura prova le mie gambe in una ricognizione geologica della Basilica eseguita nel 1877 per incarico del Comitato geologico.
Di là traversata la Valle del Platano, che continua con quella del Sele, dopo aver dato un saluto alla gloriosa città dei Principi longobardi e di Roberto Guiscardo, ed ai panorami bellissimi della costiera di Amalfi e delle montagne di Cava, di Nocera e di Pellezzano, entrai nella ridente pianura traversata dal fiume Sarno, a ponente della quale si erge nereggiante il cono del Vesuvio, come un faro sempre acceso da Mamma Natura, come un simbolo del nostro carattere meridionale!
Quella pianura gremita di paesi, solcata da vie e da canali, ricca di una flora lussureggiante, piena di vita industriale, lambita ad occidente dal golfo di Napoli, e senza dubbio la più bella d’Italia: "è un pezzo di cielo lanciato in Terra!"
E proprio nel mezzo di questo cielo si eleva maestoso ed elegante il trono alla gran Madre di Dio, a poca distanza dalla Strada Ferrata che da Nocera corre difilato a Torre Annunziata.
Note
*
Cosimo De Giorgi, Lizzanello (Lecce) 9.2.1842, ivi 11.1.1923.
"Figura di primo piano nell’età del positivismo. Con straordinaria dedizione passava dalla cura dei
malati a studiare le condizioni in cui la gente vive, fisiche, igieniche, agricole, e in queste indagini si imbatteva con piacere nell’archeologia, nell’arte, nella storia. Nessuno lo superava, in Italia, nelle sue ricerche geologiche, nello studio di acque, clima, minerali e grado di sviluppo agricolo della sua regione. Si dava perciò a impiantare stazioni per osservare scientificamente e fenomeni del clima, raccoglieva dati, ricavava intuizioni e induzioni, e la sua terra diventava una delle poche delle cui condizioni si poteva già da allora parlare con cognizione sicura. Molto si occupava di acque sotterranee; e a lui si deve se le società ferroviarie potevano approfondire pozzi nelle nostre stazioni, arricchendoli di nuove sorgive. E prese anche l’iniziativa di acquedotti, tali che, molti anni prima di Bari, il capoluogo di terra di Otranto poté risolvere il problema delle acque potabili.
Negli ultimi decenni si rivolse più intensamente agli studi di storia e di archeologia, iniziati molti anni prima.
Aveva cominciato da medico, ma poi non c’è fenomeno, si può dire, della vita salentina che non abbia studiato con maggiore impegno. Né era pago di parlare, scrivere, consigliare, organizzare. Non era uno studioso da tavolino, un paziente collezionatore di notizie, ma, innamorato del suo paese, viaggiò instancabilmente, per la ragione che, per tutta la sua lunga vita, si sentì socialmente impegnato".
(da: Tommaso Fiore, Formiconi di Puglia. Lacaita, Manduria. 1963, pasdsim).
(1) "O Vergine Immacolata e Regina del Santo Rosario, Tu, in questi tempi di morte fede e di empietà trionfante, hai voluto piantare il tuo seggio di regina e di Madre sull’antica terra di Pompei".
È l’invocazione con cui B. Longo inizia la sua Novena alla Vergine, siamo sul finire dell’anno 1878. Il secolo miscredente e materialista, i tempi di morta fede e di empietà trionfante sono chiare allusioni al Positivismo: l’indirizzo filosofico condiviso e seguito, sul finire del XIX secolo, da tutti i paesi del mondo occidentale.
Si consideri che il Positivismo, sistema filosofico eminentemente realista, privilegiando esclusivamente il metodo della scienza e ritenendo essere l’unico valido in ogni campo dell’indagine e dell’attività umana, portava a negare qualsiasi espressione di fede. Ne scaturiva in conseguenza la desolante preclusione ad ogni rapporto dell’uomo con la trascendenza.
(2) Antica denominazione del territorio. Si chiamò Pompei dal 29 marzo 1928, con l’istituzione del Comune Autonomo.
(3) Il de Giorgi era nato a Lizzanello in provincia di Lecce.
(4) Forse costretti ad essere "divoti" in segno di pentimento o per espiazione delle "loro iniquità"?!
(5) Ancora ribadisce, accorato, il concetto di scetticismo dilagante nel campo della religione e della fede. La profondissima devozione per la Madonna ed il fervore con cui si vanno realizzando le opere pompeiane, stupiscono il De Giorgi al punto di fargli attribuire a miracolo quanto sta accadendo in questa terra.
(6) Si allude al superbo pennacchio di fumo che scaturiva dal Vesuvio. Il suggestivo spettacolo non è più visibile dal 1944, epoca dell’ultima eruzione.
Va ricordato inoltre che a fine agosto 1886 (il De Giorgi arriva a Valle di Pompei il 3 settembre), il dinamismo del vulcano si accentuò al punto che in alcune occasioni si ebbero getti di proiettili e di cenere accompagnati da boati.
(7) È il primo decennio della fondazione della Nuova Pompei ed anche il più fecondo per le opere religiose, caritative e civili realizzate. Si consideri che il Quadro miracoloso della Vergine arrivò a Pompei la sera del 13 novembre 1875 e già l’8 maggio 1876 fu posta la prima pietra per la erezione del grandioso Tempio. Appena cinque anni dopo il rustico della costruzione era già portato a compimento e nel 1883, l’8 maggio, si recita per la prima volta la Supplica: il 14 ottobre dello stesso anno si celebra nella chiesa la prima grandiosa festa del Rosario. Durante l’anno 1884 si apre l’ufficio postale e si ottiene la fermata del treno a Valle di Pompei; si pubblica il primo fascicolo del periodico Il Rosario e la Nuova Pompei; sono in fase di completamento gli Asili Infantili, la Tipografia, le case per gli operai del Santuario, la cupola del tempio, l’Altare maggiore e il Trono della Vergine.
(8) In quell’epoca il territorio – che costituirà l’attuale Comune di Pompei – era diviso in quattro ineguali porzioni di terra assegnate a quattro Comuni diversi e a due Province. La designazione sulle carte topografiche con i nomi di De Fusco e De Vivo era opportunamente suggerita in quanto le due famiglie possedevano le più notevoli estensioni terriere; basti considerare che la proprietà del Conte De Fusco, defunto consorte della Contessa Marianna Farnararo, era formata da circa 54 moggi di terra ed alcune case.
(Nicola Avellino – Il Rosario e la Nuova Pompei – n° 4 Gen.-Feb. 1987)
Prima foto: Il fiume Sarno che bagna il Comune di Pompei in una antichissima foto quando ancora non esisteva l’attuale insediamento urbano.
Seconda foto: Il superbo pennacchio di fumo del Vesuvio, qui riportato da un dipinto, non è più visibile dal 1944.


Una gustosa pagina di storia scritta da un attento e scrupoloso osservatore dell’ottocento in visita a Pompei (Parte Seconda)
Fra le due Stazioni di Scafati e di Pompei (1) il treno si fermò dinanzi ad una graziosa e lillipuziana casetta di legno, un vero chalet, sulla quale era scritto il nome della nuova Stazione: Valle di Pompei (2). A qualche centinaio di metri vidi la Chiesa della Madonna del Rosario, con la sua svelta cupola a mattoni colorati (3), che si eleva maestosamente sopra un fondo verde-scuro ricoperto da una volta di zaffiro.
Alla Stazione mi aspettava un carissimo amico mio, Ludovico Pepe
(4) da Ostuni, che dirige e sopraintende ai lavori della Tipografia di Valle di Pompei (5). Questo giovane coltissimo, negli ozii non troppo frequenti della sua professione, si occupa di studi storici ed archeologici, sua vecchia passione, e cerca negli archivi e fruga sotterra i documenti illustrativi di questo paese che va sorgendo presso l’antica città di Pompei, oggi in gran parte dissepolta.
Il Pepe per esempio ha trovato che poco lungi dalla nuova Valle di Pompei esisteva nel medio evo un altro paese dello stesso nome, che fu distrutto nella seconda metà del XVII secolo. Il nuovo
è quindi una risurrezione dell’antico paese, e non già della città di Pompei, la quale, sepolta dall’eruzione vesuviana del 79 dell’era volgare, ritornò alla luce soltanto nel secolo scorso, ed oggi resta come uno splendido monumento del tempo romano.
Egli ha raccolto inoltre molti materiali per la Storia dell’antica Valle di Pompei, notata dagli storici per la prima volta al tempo dei Normanni, nel 1087. Poi divenne comune e quindi feudo della famiglia Piccolomini. La sua vera posizione è là dove oggi sorge il R. Polverificio di Scafati, presso il fiume Sarno e ad un chilometro di distanza dalla chiesa del Rosario.
Quando giunsi in Valle il giorno volgeva già al suo termine e una nebbietta diafana ricopriva con un velo trasparente tutta la pianura. In Valle di Pompei ancora non vi sono alberghi: ma ve ne ha parecchi in quei dintorni.
Il mio Mentore mi condusse all’hotel, che resta più vicino al Santuario, e dove il sole non nasce e non tramonta mai, perché è dipinto goffamente in rosso sul muro che guarda la via che mena da Torre Annunziata a Scafati. È denominato Albergo del Sole e pare una rustica villetta, senza le pretensioni di Diomede, e con tutti gli agi di una libera vita patriarcale. Vi è una casetta in fondo ad un viale ornato di fiori, un’altra sulla via, ed una terza – la sala da pranzo – nella quale valenti pittori han riprodotto con molta arte alcune scene di vita pompeiana dipinte sulle pareti di Pompei.
Il padrone dell’Albergo è Monsu Nicola
(6), che all’aspetto pare un vecchio pompeiano sbucato dagli scavi della "via della Fortuna". È un uomo cortese, pieno di buona volontà, che biascica diverse lingue, e di un’amena conversazione: se Monsu Nicola tira il collo ai capponi, è soltanto su questi volatili, che egli esercita la sua crudeltà!
Nella sera volli percorrere la via che mena verso Torre Annunziata: Fiancheggiata di platani e di aceri giganteschi, larghissima, corre sempre in pianura, rasenta Pompei e quindi si unisce con l’altra che viene da Castellammare.
Di là godei lo spettacolo del Vesuvio in eruzione.
Sul cono centrale sembrava accesa come una grande pira rossastra e alla base di esso, nell’Atrio del Cavallo
(7), altre cinque fiaccole rosse uscivano dai crateri di lava incandescente.
Di tratto in tratto dal vertice del cratere centrale, veniva su un globo di fuoco che giunto ad una certa altezza scoppiava, come un razzo di fuochi artificiali producendo una cupa detonazione.
Allora mi ricordai dell’ultima ascensione che avevo fatto sul Vesuvio con il P. Denza, con il Sindaco Giusso e con tutti i miei colleghi del Congresso meteorologico di Napoli nel settembre del 1882.
Si era scelta una orribile giornataccia; ma pure l’escursione riuscì divertentissima. Il cono centrale era tutto involto nelle nubi e sporgeva tra queste il suo capo nereggiante. Noi salivamo si a frotte ruzzolando sui lapilli e sulle scorie, accompagnati da una turba di suonatori ambulanti e di poveri che ci aveva aspettati al varco nei tratti più ripidi della salita.
A mezza via ci fermammo per prendere fiato e fare un po’ si siesta. Allora un bello spirito mi obbligò a spifferare un sonetto a rime obbligate, che voglio qui riferire, come ricordo di quella gita, fatta in mezzo a quelle condizioni speciali di atmosfera:
Colore del giorno
Mentre ascendiam sul Cono del Vesuvio

Tra quelle rupi, un dì bollente lava,
Dall’alto ci minaccia Giove Pluvio;
(E qui un bel verso con la rima amava!).
Sembra tornato il giorno del diluvio;
Brontola il monte e dall’immane cava
Di fumo e di vapor lancia un profluvio;
(Qui perdonate un’altra rima: grava).
Incantevole scena! Dorme il mare
Sotto la nebbia; prendon la cuccagna
I congressisti; strimpella un giullare
Sul mandolino; e, color di lavagna,
Sfonda le nubi e maestoso appare
L’eccelso cono un prete in cappamagna!
Il sonetto, detto lì tra i fumi del "lacryma Christi"
(8), non dispiacque, sebbene, come tutte le cose estemporanee sentisse non poco di quella ruvidezza che nasce dall’essere costretti a modellare i pensieri per comodo della rima, come un artista che fosse obbligato a disegnare una figura su cinque punti dati a capriccio. Se ne esce un mostro, la colpa non è poi tutta né del poeta né dell’artista.
Note
(1)
Esattamente denominata Pompei Scavi. Da alcuni anni la stazione è stata abolita; essa era ubicata di fronte alla Porta Marina Inferiore, abituale ingresso per i visitatori degli Scavi di Pompei.
Da quel punto al Santuario intercorrevano circa due chilometri che bisognava percorrere a piedi e con difficoltà a causa delle condizioni di dissesto del fondo stradale. A Bartolo Longo premeva
eliminare tale disagio per i pellegrini devoti che a raccolta chiamava con tanto fervore presso il Tempio della Vergine. A tale scopo inoltrò le pratiche presso la direzione delle Ferrovie dello Stato incontrando mille ostacoli burocratici e tecnici; invocò l’intervento di altissimi personaggi che perorarono la sua causa e finalmente ottenne quanto desiderava. "Il giorno 6 novembre 1886 superò ogni nostra aspettazione. Il primo treno straordinario e speciale diretto da Napoli a Valle di Pompei, che noi ottenemmo a nostre spese e che fu foriero di tanti e tanti treni, che incessantemente vennero poi, vengono e verranno carichi di pellegrini, di devoti e di benefattori, recò a questa nascente cittadina, che appena pochi anni addietro era una landa deserta, tutta una folla di visitatori ansiosi ed entusiasti, fra questi, personaggi ragguardevolissimi" (B.L.).
Bartolo Longo a sue spese provvide a costruire una stazione ferroviaria ("una baracca in legno") al punto di fermata del treno e tracciò da questa una strada che conduceva direttamente al Santuario. È l’attuale via Sacra. La stazione e la strada, si ricordi, furono costruite entrambe su terreni di proprietà della contessa Marianna De Fusco, consorte di B. Longo.
(2) Il territorio di Valle di Pompei, diviso e smembrato in zone diseguali, da secoli apparteneva ai quattro comuni vicini. Con la costituzione del Comune Autonomo e la ricomposizione del territorio, avvenuta il 29 marzo 1928, assunse l’attuale denominazione di Pompei.
(3) È la vecchia cupola del Tempio, rivestita di mattoni maiolicati policromi. A seguito dei lavori di ampliamento del Santuario, eseguiti dal 1934 al 1939, essa fu demolita e ricostruita più ampia e più alta come attualmente si ammira. Per motivi di armonia architettonica e per uniformità di stile con la restante nuova copertura della costruzione, i mattoni colorati, furono sostituiti con rivestimento di lastre di rame.
(4) Ludovico Pepe. (Ostuni 1853 – Monopoli 1901). Studioso e storico, dedicò la miglior parte della sua solida e valida cultura e della sua intelligente pazienza di ricercatore all’illustratore delle memorie della sua città natale. Si occupò anche di temi di interesse più generale, quale uno studio sulla rivoluzione in terra d’Otranto (1647-1648). Scrisse su Ignazio Ciaia, glorioso martire della rivoluzione napoletana del 1799: trattò con rara competenza argomenti di archeologia pompeiana pubblicati nel periodico Il Rosario e la Nuova Pompei ed in altre riviste. Nel 1887 videro alla luce le sue Memorie storiche dell’antica Valle di Pompei. Unico lavoro di questo genere e su questo argomento, ad esso ancora oggi bisogna fare riferimento come alla fonte esclusiva più autorevole e veritiera. L’argomento non era stato toccato che raramente ed in modo frammentario prima che il Pepe ne facesse oggetto di una ricerca condotta con rigore storico e suffragata da documenti originali.
A tale proposito si consideri che molti dei documenti di epoca angioina consultati e riportati nel suo lavoro andarono distrutti (incendiati dai tedeschi!) e pertanto l’opera del Pepe è ancora più preziosa a chi volesse riprendere o continuare questi studi.
In occasione della ricorrenza dei primi cinquant’anni del Comune di Pompei (1928-1987), divenuto raro ed introvabile il volume della storia del Pepe, ne è stata curata una ristampa fedele all’originale al fine di commemorare la ricorrenza e principalmente per stimolare gli studiosi a continuare le ricerche storiche sulla Valle antichissima. A Ludovico Pepe il Comune di Pompei ha intitolato una strada. Più meritatamente la Biblioteca Comunale porta il suo nome. In occasione dell’inaugurazione di essa, avvenuta nel 1978, fu scoperto nella Fonte Salutare un busto in bronzo dello storico, opera validissima dello scultore pompeiano Domenico Paduano.
(5) La tipografia fu fondata da Bartolo Longo e denominata del Ss. Rosario. Impiantata il giorno 7 luglio 1884, ai primi di settembre venne già alla luce la "Novena in onore di S. Domenico", il primo lavoro a stampa subito eseguito per importanza e per la mole di lavoro (circa centomila copie), dal fascicolo n° 9 (settembre 1884) il periodico "Il Rosario e la Nuova Pompei. Immensi l’entusiasmo e la gioia del fondatore: "La Celeste Regina del Rosario ha voluto impiantare presso la Sua Chiesa un altro elemento di civiltà per il Suo novello popolo pompeiano ed un novello produttore di industrie di arti, e questo è la Tipografia; … ed ecco come la fede, quando è operosa, diventa l’apportatrice di novella vita e di vero incivilimento per i popoli. Ed ecco come il cattolicesimo non è nemico del progresso, ma ne è la cagione e valido sostegno" (Bartolo Longo).
Nel 1892, fondato l’ospizio educativo per gli orfani della legge, la tipografia assunse l’attuale denominazione di Scuola tipografica Editrice per i figli dei carcerati e fu trasportata dalla prima sede, che era contigua al Santuario, nell’attuale grande edificio in via Sacra.
(6) Derivato dal francese. Generalmente titolo di rispetto e di riguardo che di solito veniva rivolto a persone di rango elevato o a gentiluomini. Nell’Italia Meridionale in passato (attualmente il termine è in disuso), Monsù era il cuoco per antonomasia, il capo.
(7) Grande valle semicircolare interposta tra il cono del Vesuvio ed il Monte Somma in tempi remoti era denominata la valle del Gigante. In seguito prese l’attuale denominazione di Atrio del Cavallo. Vi si lasciavano infatti in sosta i cavalli dei visitatori che si accingevano a scalare il cono del Vesuvio.
(8) Famoso vino prodotto già da tempi antichissimi con uve giunte a perfetto grado di maturazione. L’etnologo Gaetano Amalfi racconta: "Quando Cristo girava per il mondo capitò sul Vesuvio donde gli si fece ammirare Napoli. Allora egli commentò che il golfo era un pezzo di Paradiso abitato da birboni. Così pianse e le sue lacrime cadute al suolo fecero germogliare viti. Dall’uva di quelle viti fu prodotto il vino Lacrima Christi".
(Nicola Avellino – Il Rosario e la Nuova Pompei – n° 4 Marzo-Aprile 1987)
Prima foto: Discesa dal Vesuvio in portantina in una stampa del primo ottocento.
Seconda foto: Veduta della 32ma Eruzione dell'anno 1791.
Terza foto: Bartolo Longo provvide a proprie spese a costruire una stazione ferroviaria, al punto di fermata del treno, e tracciò da questa la strada che conduceva direttamente al Santuario, l'attuale Via Sacra.
Quarta foto: Giovanni Battista Alfano, famoso vulcanologo e studioso del Vesuvio, per lungo tempo fu Direttore dell'Osservatorio Vesuviano annesso al Santuario di Pompei.


Una gustosa pagina di storia scritta da un attento e scrupoloso osservatore dell’ottocento in visita a Pompei (Parte Terza)
Nel Mattino seguente mi diressi di buon ora a Valle di Pompei, che resta un 200 metri lontana dall’Albergo del Sole. Quivi giunto visitai la nuova chiesa, l’ospizio annesso e le officine. Vi trovai l’Avv. Signor Bartolo Longo che io già conosceva di nome, e che mi accolse con quei modi squisiti e affettuosi che gli sono propri. Ed egli mi condusse ad ammirare l’opera sua.
Il Longo è il vero fondatore di Valle di Pompei. È nato in questa mia provincia, in Latiano, e non ha raggiunto ancora il mezzo secolo
(1); ma è un uomo di una attività prodigiosa e di una tempra di acciaio. Egli ha stampato nel suo cervello il motto del Quetelet, tanto vero in pratica: l’homme qui tends toujours vers le méme but, finit par acquérir une force morale immense (2).
Risultato fecondissimo di questa immensa forza morale, acquistata dal Longo con il suo carattere intraprendente, con il suo tenace buon volere ispirato e avvalorato dal sentimento religioso, sono appunto: la chiesa di Valle di Pompei, dedicata alla Regina delle Vittorie
(3), l’asilo d’infanzia, l’ospizio di mendicità, le scuole per i bambini raccolti per le vie e guidati ad essere probi, onesti e laboriosi cittadini nell’età adulta (4).
A conseguire questa che io direi, mi si passi la frase un po’ secentistica, incarnazione delle tre virtù teologali a beneficio delle società, oggi concorrono spontaneamente credenti e miscredenti di ogni parte del mondo, perché la carità è una religione universale e fondamento di quella cristiana; è il mistico anello che lega i popoli di diverse religioni verso un ideale santissimo a cui tutti aspirano e che tendono di conseguire, o su questa terra o nella vita d’oltre tomba.
Per raggiungere questo risultato veramente prodigioso il Longo cominciò dall’istituire presso la chiesa una tipografia e la fornì delle migliori macchine e di bravi operai
(5). Da questa officina vien fuori mensilmente un periodico religioso (6); ed in essa si pubblicano edizioni di lusso, splendidissime. Da questa fiaccola del sapere, che centuplica il pensiero dell’uomo, si irradiano in tutte le parti del mondo a centinaia di migliaia di libri di preghiera ed il Rosario e la Nuova Pompei. Le ragazze e le fanciulle pompeiane lavorano qui nella legatoria annessa alla tipografia ed imparano ad essere buone massaie e soprattutto oneste (7).
Lì presso è l’ufficio postale
(8) e quello telegrafico (9); il primo dei quali per l’importanza che ha avuto in soli due anni è già divenuto governativo di 2ª classe. Mi assicurano che oggi si fa la spedizione media annua di oltre 20 mila tra lettere, cartoline e pieghi (10); il che vuol dire che il governo incassa circa settemila lire di soli francobolli. E siamo ancora sul nascere di Valle di Pompei!
Di contro a questi due uffici sorge il Santuario ed annesso a questo vi è un grandioso palazzo destinato ad asilo d’infanzia
(11) e ad ospizio di beneficenza. Questo fu inaugurato nel Novembre scorso; quando io lo visitai era ancora in costruzione. Si direbbe venuto su d’un tratto, come Minerva dal cervello di Giove. Ed oggi raccoglie più di cento bambini che prima erravano vagabondi, destinati adulti a popolare le prigioni.
D’innanzi a quella colonia d’infelici che mi sfilarono nel corridoio del piano inferiore, io mi sentii allargare il cuore. Si creda o non si creda, d’innanzi a quello spettacolo ci si sente migliori e degni della nostra differenza specifica nella serie zoologica! È questa una religione operosa, la quale non si mantiene nella sola sfera delle relazioni tra il sensibile e il soprasensibile, tra la creatura e il suo Fattore, ma diviene madre amorosa che alimenta i suoi figli e ne guida i passi vacillanti. Quando parla poi la carità, la fede regna sovrana nel cuore dell’uomo; il negarlo è un voler illudere se medesimi!
Note
(1)
Bartolo Longo nacque il giorno 11 febbraio 1841 a Latiano, in provincia di Lecce (oggi provincia Di Brindisi) da Bartolomeo e da Antonia Luparelli. Morì a Pompei il 5 ottobre 1926. È stato beatificato da Papa Giovanni Paolo II il 26 ottobre 1980. Le sue spoglie sono esposte alla venerazione dei fedeli nella Cripta del Santuario. Al fine di appagare un ardente desiderio del Beato, la teca di cristallo che racchiude il simulacro è stata sistemata sotto il Trono della Vergine.
(2) L’uomo che tende costantemente allo stesso bersaglio, finisce per acquisire una forza morale immensa.
(3) Esattamente il Tempio è dedicato alla Vergine del SS. Rosario: "Virgini SS. Rosarii Dicatum" si legge, scritto a grandi lettere di bronzo, sulla facciata del Santuario. Regina delle Vittorie invece, è un appellativo caro a Bartolo Longo, uno dei tanti con cui sovente il Beato invocava la Vergine.
(4) "Se vogliamo salvare la società, cominciamo per tempo ad educare cristianamente la generazione che sale: I fanciulli. Nessuno si creda esentato da quest’opera di rinnovamento morale della società per mezzo dell’istruzione religiosa e della pratica dei sacramenti". In tali termini si era espresso Leone XIII; nell’insegnamento del Papa, Bartolo Longo trova la conferma di quanto già da tempo aveva intuito, più di tutto, lo stimolo ed il fervore ad iniziare in Pompei un’opera educativa ad affiancare a quella religiosa. Nel 1881 il primo passo. A fianco del Santuario ancora in costruzione, Bartolo Longo fece costruire "quattro mura rustiche", un modesto locale nel quale cominciò ad accogliere la domenica pomeriggio una ventina di fanciulli figli di contadini della Valle, ai quali impartiva i primi rudimenti del Catechismo. L’anno seguente, 1882, con il 1° gennaio l’inaugurazione dell’opera Catechistica Pompeiana. L’istruzione è riordinata su altre basi: vengono formati due circoli separati per i fanciulli e le fanciulle, si aggiungono anche gli adulti ai quali Bartolo Longo aveva anche assicurato che a chiunque fosse venuto la sera a trovarlo avrebbe fatto insegnare il leggere e lo scrivere. Mirabile lo sviluppo della scuola: dopo il primo anno era frequentata da un centinaio di fanciulle ed altrettanti fanciulli, una quarantina di uomini, una ventina di donne.
(5) "Oltre della scuola serotine in Valle di Pompei, a cui accorrono fanciulli e giovanetti per apprendere i primi rudimenti delle lettere e della morale, abbiamo a nostre spese iniziato una scuola particolare per tutti quei fanciulli che già lavorano nel nostro opifizio, al fine di farli diventare un giorno artisti perfetti ed istruiti, vuoi tipografi, vuoi legatori, vuoi macchinisti. E per incoraggiarli a studiare e coltivare lo studio della lingua italiana, tanto per capire quel che stampano, li provvediamo a nostre spese di libri, di carta, di penne e di ogni altro occorrente, facendoli ammaestrare da un idoneo maestro patentato" (B.L.).
(6) Si riferisce al Periodico "Il Rosario e la Nuova Pompei" che vide la luce con il primo, il 7 marzo 1884 stampato però a Napoli dalla Tipografia di A. e S. Festa. "Se Dio vorrà, nella nostra casa apriremo una sala di lavoro per i fanciulli pompeiani e cominceremo con l’impiantarvi una tipografia la quale avrà nome dal Rosario" (B.L.). La Tipografia in breve volgere di tempo fu impiantata; nell’agosto 1884 e già pronto per la stampa il primo lavoro: la Novena ad onore di S. Domenico. Il numero nove del periodico, settembre 1884, è impresso in Valle di Pompei dalla tipografia del SS. Rosario.
(7) "Ed una sala di lavoro di già è aperta per le fanciulle che imparano a piegare, cucire e legare il giornale ed I libri che vengono qui stampati. Confessiamo l’immensa soddisfazione nel vedere queste fanciulle ripulite ed educate, attendere con gran diligenza al lavoro; apprendono l’arte e di già ogni settimana cominciano a portare alle loro famiglie il lucro delle loro incipienti fatiche" (B.L.).
(8) L’Ufficio Postale fu istituito nel maggio del 1884 come Collettoria di Valle di Pompei. Con il 1° dicembre 1885 fu già elevato ad Ufficio Postale di II Classe.
(9) Il giorno 16 del corrente luglio (1886) dovrà essere qui a Valle definitivamente impiantato il nostro ufficio telegrafico. Stampa, Telegrafo e Vapore sono le tre cose di cui non sa far a meno la civiltà moderna, e queste tre cose abbiamo già ora a Valle di Pompei. La nostra tipografia è già ormai contata tra le migliori; in qualsivoglia giorno dell’anno il treno tra andata e ritorno, ferma due volte a Valle di Pompei; e il filo telegrafico ci porterà sulle ali del vento dai nostri associati i comandi a noi e le suppliche a Maria.
(10) Per farsi un’idea di quale rilevanza fosse l’incremento annuo del movimento postale e la mole di materiale spedito, basti osservare che nell’anno 1894 Bartolo Longo inviò in tutto il mondo, dall’ufficio postale di Valle di Pompei, 801225 copie del periodico, 60.018 lettere, 25.889 pacchi e plichi, 1.253 telegrammi. Per il tutto spese lire 29.832 ed 87 centesimi.
(11) La prima opera di beneficenza in Pompeo: gli asili di infanzia: "A questo scopo pensammo di compiere ogni atto di fede nostra con un’opera di carità: aprire cioè un asilo che raccogliesse le miserie, ma le miserie innocenti, che sarebbero la rovina loro e di tanti se lasciate nella ignoranza e nella brutalità. È questo il palpito più sentito del nostro cuore" (B.L.). I rudimenti di quest’opera risalgono già al 1884, in occasione della festa del Rosario ed in quello stesso giorno Bartolo Longo cominciò ad accogliere nei locali contigui al tempio i bambini e le bambine figli degli operai che, impegnati nella costruzione della Chiesa, erano costretti a lasciare i loro bambini abbandonati a se stessi per tutto il giorno. Dopo appena un anno sono già circa sessanta i bambini accolti nell’asilo; B. Longo, pienamente soddisfatto per quel successo, provvide alla costruzione accanto al Santuario di due corridoi con vaste sale "aerate ed acconce" ed il sei novembre del 1886 con solenne cerimonia aprì ufficialmente l’Asilo Infantile distinto in due sezioni per bambine e bambini. Nel breve discorso inaugurale il Beato, con meritato orgoglio, tenne a precisare: "quattro anni addietro, il vostro piede, o signori, avrebbe calpestato qui rape e lupini… Quasi tutti questi bambini erano scalzi, a molti i cenci cadevano di dosso, li abbiamo vestiti e calzati. Vengono qui come piccoli selvaggi e il primo progresso che essi fanno nella via dell’incivilimento è il nettarsi il viso e spogliarsi degli insetti che facevano di quei corpicini aspro governo" (B. Longo).
(Nicola Avellino – Il Rosario e la Nuova Pompei – n° 3 Maggio-Giugno 1987)

Prima foto: I volenterosi alunni della scuola Tipografica diedero saggio della loro raffinata perizia grafica offrendo al Fondatore una riproduzione del suo certificato di nascita nella festa onomastica del 1893.


Una gustosa pagina di storia scritta da un attento e scrupoloso osservatore dell’ottocento in visita a Pompei (Parte Quarta)
Dall’ospizio passai al Santuario che fu la meta della mia escursione. Come in Pompei i tempi pagani, così qui la chiesa dedicata alla Vergine non è soltanto la casa di preghiera, ma un santuario dell’arte (1), ed aggiungerei anzi un monumento sincrono dell’arte napoletana.
Quando io la visitai nel settembre scorso era tutt’ora in costruzione. L’intempiatura generale
era terminata, come pure le decorazioni dell’absida, della Cupola e della nave trasversale. L’architettura è del chiarissimo Prof. Antonio Cav. Cua (2) ed è opera magnifica. È una chiesa a croce latina, ricca di doratura e di freschi e forse fin troppo ricca (3). Ma prima di giudicarla bisogna metterla in relazione con i luoghi in mezzo ai quali sorge, luoghi pieni di tinte gaie, calde, pittoresche. Bisogna guardarla sotto il cielo di Napoli, in mezzo a quella popolazione ricca di fantasia e semi-orientale. Allora quello sfarzo che colpisce l’occhio intona con il resto del paesaggio ed armonizza con questo.
Sotto la volta dell’absida il Cav. Vincenzo Paliotti
(4) ha dipinto un gruppo di angeli bellissimi che via via, sollevandosi verso il cielo e intrecciandosi con quelli dei piani sovrapposti, fa corona all’Altissimo che è in atto di benedire.
Il sommo pittore di tanti velarii e siparii di teatro ha voluto mostrare che il suo pennello risponde egregiamente anche alle sublimi ispirazioni dell’arte religiosa. E questo ci fa dimenticare l’effetto un po’ teatrale di alcune scene, di alcune figure.
Si costruiva in quel tempo il tabernacolo dell’altere maggiore con marmi dei Pirenei e di Carrara
(5). I cinque angioli di bronzo, che dovevano essere collocati ai piedi del trono della vergine, erano allora fuor di posto; e così potei ammirare da vicino quell’opera che fa molto onore al Cav. Salvatore Cepparulo (6), napoletano, il quale ispirandosi nelle opere stupende di Donatello e di Mino da Fiesole ha saputo soffiare l’alito della vita nella informe materia.
Mi mostrarono pure due statue scolpite in marmo bianco dal Commendatore Federigo Maldarelli
(7) di Napoli e rappresentanti una "l’orazione mentale del Rosario, l’altra "L’orazione vocale (8). È questa la prima volta che il valente artista ha sostituito lo scalpello al pennello. Però, tutti gli intelligenti di arte preferiranno di ammirare il Maldarelli pittore nello stupendo lavoro dell’estasi di Santa Caterina da Siena (9) che decora uno degli altari di questo tempio e che attrae a sé tutti gli occhi dei visitatori. Questa sola tela basterebbe a richiamare in questo Santuario tutti gli amatori dell’arte ed a mostrare che anche oggi da poche menti elette, e sarei per dire privilegiate, si sente la vera arte religiosa scevra dalle fisime del verismo.
Accanto alla chiesa oggi vi è l’Oratorio dove accorrono i credenti in numero grandissimo, siccome potei notare io stesso nei due giorni che mi trattenni in Valle di Pompei.
Ed ora basta. Ho voluto segnare degli appunti, non descrivere il Santuario della nuova Pompei. L’opera non è ancora compiuta e vi si lavora alacremente per condurla a termine. Mi dissero che vi è una colonia di 250 tra artisti ed operai, occupata a quest’opera meravigliosa, nata dalla fede, alimentata dalla carità e rafforzata dalla speranza di un avvenire migliore.
Il tempio di Valle di Pompei diverrà fra qualche anno il nucleo di un paese; ma già fin d’ora è il più cospicuo centro di attività religiosa artistica e intellettuale di tutta la zona che circonda il monte, "sterminator Vesevo". Ed io, stringendo la mano all’Avv. Longo, gli dirò nell’orecchio due sole parole: Avanti, Excelsior!

Lecce nel Natale del 1886. Autore: Cosimo De Giorgi
Note

(1) "E demmo ordine al nostro architetto Giovanni Rispoli che non guardasse a spese, ma si studiasse di rendere la Chiesa del Rosario di Pompei un monumento di arte religiosa moderna da contrapporre ai monumenti dell’arte pagana antica". (B.L.).
(2) Bartolo Longo ci narra nella sua Storia del Santuario come il professore dell’Università di Napoli Ing. Antonio Cua (1818-1889) si offrì a dirigere gratuitamente i lavori del Tempio. Riportiamo il racconto operando qualche taglio (doloroso) impostoci dalla tirannia dello spazio. Siamo nell’anno 1886. "Mi recai a casa di un intimo e cordiale mio amico, il Cav. Tarquinio Fuortes (1848-1927), professore di matematica. Quel mattino lo trovai circondato dai suoi di famiglia che facevano accoglienze ad alcune signore ed a un signore grave di aspetto e di età. Senza preamboli entrai a discorrere dei fatti occorsi a Pompei. Quello sconosciuto, poi che mi ebbe udito alquanto, interruppe: "Chi è l’architetto che dirige i vostri lavori? – Non abbiamo architetti – risposi - . – Avete almeno un disegno? Ed io pronto, misi la mano in seno e ne trassi quel foglio istoriato che i lettori sanno. Quel signore non seppe ritenere un sorriso di compassione e soggiunse: - Ma perché in un’opera d’arte non valersi dell’uomo dell’arte? – Il compenso di un architetto assorbirebbe metà della somma che raccogliamo con stenti e disagi. – Vi potrebbero essere anche degli architetti che si offrissero gratuitamente. Date a me quel disegno ed io ve lo farò secondo l’arte.
Mi volesse costui fare un tiro, pensai malignamente fra me medesimo, dicendo offrirsi gratuito e poi richiedermi la ricompensa? E guardai negli occhi il mio amico Tarquinio. Costui mi lesse nell’animo ed esclamò: - Bartolo, questo signore è il cavalier Antonio Cua, illustre professore della Regia Università di Napoli, ed è uno degli uomini più buoni di questo mondo. Egli si offre gratuitamente. Balbettai alcune parole di ringraziamento; quindi, quel nobile cuore concluse: - Poiché fate una chiesa a poveri contadini ed a furia di soldi elemosinati, io non solo vi darò il disegno gratis ma ancora verrò ad assistere senza ricompense di sorta alla costruzione e ci rimetterò le spese dei viaggi ogni volta che occorrerà recarmi a Pompei".
Il professore Cua tenne fede alle promesse, donò il disegno e, per sette anni, dal 1876, diresse di persona e gratuitamente i lavori per la costruzione del Tempio.
(3) "La decorazione: il concetto informatore è di attuare il massimo decoro per la per la casa della Nostra Signora; tutto deve ispirare devozione; ed ogni parte collegata al tutto deve formare la magnificenza del Tempio Cristiano dedicato alla regina dei Cieli.
Il compito è arduo… nulla sarà risparmiato a che la Chiesa raggiunga il suo perfetto e completo risultato. Animati da santo entusiasmo sapremo cavar profitto da ogni cosa…" (arch. G. Rispoli).
"… ora una lode a chi aspetta. L’architetto Giovanni Rispoli di Napoli, autore della decorazione e direttore dei lavori, ha speso ogni cura e quanto era in poter suo affinché l’opera riuscisse" (B.L.). All’architetto Rispoli infatti Bartolo Longo aveva affidato la direzione di tutti i lavori che si eseguirono nel Tempio e gli aveva richiesto anche consigli e disegni per la costruzione e l’allestimento di tutta la parte monumentale. Sono suoi infatti la decorazione interna del Santuario, il disegno e l’esecuzione della facciata, il ciborio, l’altare maggiore, la cantoria, il disegno dello stupendo cancello che chiude la balaustra.
(4) Vincenzo Paliotti, romano di nascita, in giovane età si trasferì in Campania dove svolse in prevalenza la sua attività artistica. Si ammirano i suoi affreschi nella Cattedrale di Castellammare di Stabia ed anche in quella di Benevento, nella Chiesa del Gesù Vecchio di Napoli e nella Cattedrale di Capua; il secondo sipario del Teatro San Carlo di Napoli è opera sua; suoi infine alcuni dipinti al palazzo Farnese in Roma. "Vincenzo Paliotti è stato uno di quegli artisti che sin dal principio mi è stato costante compagno nei lavori di questo Santuario ed acuto interprete e fedele esecutore dei miei concetti artistici e dei temi più facili che io soglio porgere ai miei compagni di arte per la più nobile manifestazione delle bellezze cristiane e delle idee puramente ascetiche" (B.L.).
Di tutti i dipinti del Paliotti nel Santuario resta solo una parte; purtroppo durante i lavori di ampliamento del Tempio (1934-1939), alcuni affreschi ed i dipinti della Cupola dovettero essere sacrificati.
La Cupola infatti fu interamente ricostruita più ampia e più alta; l’abside fu arretrata, furono aggiunte le due navate laterali al fine di ricavare maggiore spazio per accogliere i numerosi fedeli.
Attualmente della vasta opera del Paliotti restano: - i quindici medaglioni dipinti su rame che coronano il quadro della Madonna. Rappresentano i quindici misteri del Rosario; - Il soffitto della navata centrale, vasto affresco firmato e datato 1888, vi è rappresentato l’ultimo mistero glorioso con al sommo la trinità che incorona la vergine, il tutto circondato da angeli in atto di omaggio. Nelle ogive sono affrescati San Domenico, San Benedetto, San Francesco d’Assisi e Sant’Agostino. Negli interspazi infine, tra i finestroni, San Pio V e San Paolino; - L’affresco del succielo della cantoria, con Santa Cecilia protettrice della musica e gruppi di angeli assorti nel canto.
(5) Bartolo Longo, fiducioso sempre negli aiuti della Provvidenza, non badava a spese. Il Trono della Vergine e l’Altare Maggiore dovevano essere un autentico gioiello, prezioso e degno, una opera finissima d’arte. Ordinò infatti i marmi più fini e più belli a Carrara ed alla grande Marmerie di Bagneres de Bigorre, negli Alti Pirenei. "Quel luogo (Lourdes) in cui ventisei anni or sono appariva la regina del Cielo con il Rosario in mano, oggi doveva somministrare i marmi più splendidi per erigere un Trono alla Vergine del Rosario nella Valle di Pompei" (B.L.).
(6) Il de Giorgi si riferisce ai cinque angeli pronto per essere collocati sul piano del Trono. Le sculture sono alte poco più di due metri, modellate dall’artista napoletano Salvatore Cepparulo e fuse dalla ditta Alfano; costarono lire settemilacinquecento. "Il bravo professore S. Cepparulo autore delle cinque monumentali figure, in quello slancio di vena artistica, che forma l’originalità e la nota nuova delle sue stupende produzioni d’arte, in un momento di assai felice vena, si era ispirato ad un ideale ascetico che completamente l’aveva signoreggiato e trascinato a delle figure di uno slancio tale da far restare compresi di ammirazione quanti le hanno vedute" (B.L.).
I cinque angeli furono sistemati sul piano del Trono secondo il progetto del bravo Rispoli. A seguito dei lavori di arretramento dell’Altare si diede nuova e più snella sistemazione a tutto il complesso monumentale. Dei cinque angeli infatti, solo due furono lasciati al loro primitivo posto (come oggi si vedono); altri due sono stati collocati nel parco del Piazzale Giovanni XXIII, il quinto, infine, nei giardini, a destra di chi guarda la facciata del Santuario. Dello stesso artista, si ammirano: sul dorsale dell’Altare Maggiore, sei testine di Cherubini di bronzo a tutto tondo incastonati in altrettanti dadi di marmo nero; il cancello della balaustra, finissimo lavoro di bronzo e d’argento; le statuine dei Padri della chiesa e dei Santi, tra cui S. Pietro e S. Paolo, che circondano il ciborio dell’Altare Maggiore.
(7) Federico Maldarelli (Napoli 1826 – ivi 1893). "Insigne pittore napoletano, nel maggio 1879, per sua specchiata pietà, vedendo cresciuta ogni giorno la devozione di tanti signori napoletani e forestieri verso la Vergine del Rosario di Pompei, la cui immagine per la umidità della Parrocchia era quasi nel totale suo deterioramento, si offerse gratuitamente a fare una più perfetta e completa riparazione" (B. L.). È il secondo restauro del quadro della Madonna; il primo era stato rozzamente eseguito nel 1876 da Guglielmo Galella, "pittore artigiano". Nel 1965 il quadro fu nuovamente restaurato, finalmente seguendo i moderni canoni dell’arte, presso l’Istituto del Restauro dei Monaci Benedettini Olivetani in Roma.
(8) Le due statue sormontavano i portali di marmo che si aprivano ai due lati del Trono. A seguito dell’ampliamento del santuario, i due portali furono aboliti e le due statue ebbero diverse collocazioni. Attualmente esse si possono ammirare nella Cripta del Santuario, ai lati dell’altare.
(9) Pregevole lavoro del Maldarelli, firmato e datato 1883. Raffigura Santa Caterina che riceve le Sacre Stimmate dal Crocifisso apparsole in estasi. Attualmente il quadro è collocato nel penultimo altare alla destra per chi entra nel Santuario.
Da notare, sotto la mensa dello stesso altare, una copia in marmo della Santa Cecilia del Maderno.

(Nicola Avellino – Il Rosario e la Nuova Pompei – n° 5 Settembre-Ottobre 1987)

Prima foto: La Via Sacra, che porta dalla piazza del Santuario alla Stazione della Ferrovia dello Stato, come si presentava dopo la prima originaria sistemazione.
Seconda foto: Uno scorcio dell'Istituto per i figli dei carcerati.
Terza foto: L'abside del Santuario prima dell'ampliamento avvenuto tra il 1934 e il 1939.
Quarta foto: Il reparto di falegnameria che insieme ad altri di diverse attività costituivano i laboratori delle Scuole Professionali dell'Istituto Bartolo Longo.


L’osservatore meteorologico – Un’iniziativa d’avanguardia

Cento anni fa, il Beato Bartolo Longo, animato da una visione armonica e di fattiva collaborazione tra scienza e fede, affidava allo scienziato barnabita P. Francesco Denza, il discorso inaugurale della nuova opera che ben si inseriva nel suo progetto per la Nuova Pompei.

Fede e civiltà, carità e scienza sono binomi che si inquadrano nel problema vasto e complesso dei due umanesimi, quello classico-cristiano e quello tecnico-scientifico; problema inesauribile sul piano speculativo, sempre aperto a nuove soluzioni, molto spesso antitetiche fra loro, a seconda se si giunge a conciliare scienza e fede, nello stesso uomo, come espressioni ambedue della sua stessa umanità e della sua unità, o se, viceversa, si arriva a scindere nella persona questi due aspetti fino a ritenere i rispettivi campi inconciliabili.

Per noi il campo è ben delineato. Bartolo Longo è fra coloro che credono nella conciliazione e nella coesistenza fra fede e civiltà, fra carità e scienza e se ne fa carico nel suo percorso esistenziale, nelle sue iniziative: ci riferiamo in particolare all’osservatorio meteorologico da lui voluto e realizzato.
Siamo nel 1890 (cento anni orsono), quando, accanto al Santuario sorge a Pompei la stazione metereologica: è la 253ª in Italia. La prima di queste stazioni era nata 25 anni prima sui ghiacci del Piccolo San Bernardo a 2160 metri.
La storia di queste istituzioni sul territorio nazionale inizia, infatti, nel 1865 quando "si poté costruire una privata società che prese il nome di Corrispondenza Alpino-Appennina e che dopo altri tre lustri, nel 1880, si convertì nell’attuale società Metereologica Italiana, la quale estende ora il suo dominio su tutta l’Italia e su non poche regioni estere dove sono italiani".
Così introduceva il suo discorso, per l’inaugurazione dell’Osservatorio metereorico -geodinamico- vilcanologico pompeiano, il Padre Francesco Denza, Barnabita (nato a Napoli il 7 giugno 1834 e morto a Roma il 14 dicembre 1894), al quale "l’ottimo Iddio ha voluto concedere di poter assistere al 25° anniversario della Società e di prendere parte alla odierna ricorrenza…". Era il 15 maggio del 1890 il quattordicesimo nella vita del Santuario di Pompei e Bartolo Longo nella sua prolusione al momento inaugurale dell’Osservatorio affermava testualmente: "da un lustro in qua in questa Valle memoranda, sotto l’alito fecondatrice della Religione, la civiltà dei tempi nostri si è esplicata in tre grandi manifestazioni: nel Culto, nella Beneficenza, nell’Arte. Restava, ultimo esplicamento della civiltà europea, la scienza, irraggiamento della divinità nello spirito dell’uomo. E la Scienza, questo supremo raggio del sole della civiltà, oggi risplende terso e luminoso a dar la perfezione all’ardua nostra impresa. Di che la umile Valle di Pompei, ignota, inesplorata, negletta per tanti anni dopo il seppellimento dell’antica pagana Città, sarà nominata di lì a poco da tutti i Congressi degli Scienziati, da New York a Londra, da Buenos-Ayres a Berlino".
C’è, ed è evidente, in Bartolo Longo una già chiara visione della progressione storica del mondo e della cultura del suo tempo; ci sono, infatti, i segni premonitori per cui per cui "l’esplicamento" della civiltà europea prenderà il suo abbrivo proprio dallo straordinario, incalzante processo evolutivo delle scienze sperimentali e riuscirà in nome della sua scienza a superare ogni barriera, ad annullare ogni tipo di distanza sociale e geografica.
Così, guardando all’Europa ed agli altri continenti, Bartolo Longo cominciò ad agire in terra pompeiana: aveva iniziato una difficile opera di risanamento etico, aveva ricostruito case e strade e impostato una nuova vita civile, aveva rispettato l’antica civiltà e la sua arte, andava affidando alla carità il suo progetto pedagogico; intendeva includere in questo percorso i prodotti della scienza, i contributi che essa offre all’uomo attraverso l’uomo stesso per rispettare la vita, per migliorarla, per pervenire i danni della natura, per conoscerne i segreti.

L’osservatorio meteorologico di Pompei costituisce uno spunto per "dimostrare come l’uomo devoto a Dio sappia porgere volenteroso amica la mano alla scienza, né rifugga dal progredire sincero dello studio della natura che pure è opera di Dio; e fa quasi intravvedere il sorgere di quel giorno da tutti aspettato, quando i due progressi, materiale e morale, la scienza umana e la divina, la ragione e la fede, stringeranno un’altra volta le rotte sponsalizie" (Denza).
I riferimenti storici e filosofici all’impulso illuministico, al positivismo imperante, alle esasperate diatribe fra i campi della ragione e quelli della fede, il progressivo rientro nei limiti di una visione meno estremista è quel che si sottintende quando si parla di "stringere nuovamente le rotte sponsalizie".
Pompei da semplice centro di Fede intende imporsi come luogo nel quale civiltà e fede si corroborano s vicenda; "Signori, - diceva Bartolo Longo, al numeroso pubblico presente quel quattordici di maggio di cento anni or sono – la terra che voi calpestate è classica… Da quella terra, dalle sue spoglie, sorge "una civiltà novella"".
"A questa civiltà della nuova Pompei, della quale voi, o Signori ammirate qui la molteplice manifestazione, nel Vapore, nell’Elettrico, nella Stampa, nelle Poste, nelle Scuole, negli asili d’infanzia, nell’Orfanotrofio, nelle sale di lavoro, nelle case operaie, nelle Arti venite oggi a dare il compimento con il tributo della Scienza".
Gli antichi non avevano conosciuto né la scienza, né la carità; i Romani "intesi alla conquista e alla definizione del Giure, appresero dai Greci poche e fallaci nozioni intorno a fenomeni più importanti della natura". Né era conosciuta la carità se, come scriveva il poeta Plauto, "chi soccorre il povero fa due mali: perde il suo e prolunga la vita dell’infelice a nuove miserie".
Nell’antica Pompei non vi erano ospedali, né ospizi, né orfanotrofi, gli ammalati, i vecchi, i derelitti erano abbandonati a se stessi, gli schiavi esposti alle fiere.
Oggi, diceva Bartolo Longo già nel 1890, carità e scienza si incontrano, stringono un nuovo sodalizio, scoprono che nell’amore che guida l’uomo allo studio delle leggi e alla registrazione dei fenomeni, nello sforzo della ricerca, nell’ansia delle prove e controprove c’è lo scienziato ed il religioso, c’è l’anima che scopre e l’anima che ammira, c’è la gioia della scoperta e la volontà di non fermarsi dinanzi all’insuccesso; c’è, insomma, l’umano, alterno travaglio di un essere che ricevuta in dono la capacità di "intelligere" si rende conto delle sue prodezze, delle sue conquiste, ma anche dei suoi limiti, dei suoi timori.
(Luigi Leone)
(Da: Il Rosario e la Nuova Pompei – n° 1 Gennaio - Febbraio 1990)
Prima foto: Il sacerdote Giovan Battista Alfano, esperto in vulcanologia, illustre protagonista e direttore dell’attività dell’Osservatorio meteorico-geodinamico-vilcanologico sorto a Pompei
Seconda foto: Foto d’archivio, in primo piano la "torre", oggi non più esistente, riservata all’Osservatorio.


Un Monumento per la Pace
Un’Opera d’arte, di fede e di carità

Nel 1901 veniva inaugurata la facciata del Santuario, il Beato Bartolo Longo commenta con entusiasmo questo evento additandolo come esempio concreto d’impegno per la fratellanza, la concordia tra gli uomini e la Pace universale.
"Mentre gli statisti discutono, i congressisti si radunano, i governanti si impensieriscono, i pietosi sperano, le popolazioni si immiseriscono e le campagne mancano di agricoltori, in Valle di Pompei abbiamo già eretto un Monumento attestante il desiderio dei popoli, la preghiera dei credenti e l’aspettativa di quel bene sociale tanto desiderato ed invocato: la Pace. E sotto gli occhi di tutti è sorto, a testimonianza del desiderio di tutti, il Monumento di arte e di fede, la Facciata del Santuari, attestante il plebiscito dei poveri e dei ricchi per la Pace Universale".
Lo scritto di Bartolo Longo è del marzo 1901 e conserva, purtroppo ancora intatta, la sua cocente attualità. Abbiamo letto il bel passo per ricordare il movente di un’opera insigne in cui l’arte, la fede, la carità e la fraternità si congiungono in perfetta armonia per significare nella pietra il sospiro e la preghiera di ogni uomo per la pace universale.
Il Santuario era nato infatti come opera di fede e di carità: un prestigioso disegno con la mira principale di affratellare gli uomini di ogni razza, di ogni colore, di ogni lingua. Cominciato con l’obolo umile di pochi fedeli, si portava a compimento con l’offerta, spesso generosa, del mondo intero. La Cina, l’India, le Americhe, l’Europa, in special modo, avevano concorso alla edificazione di un’opera di così vaste proporzioni: uomini di origini e di culture le più disparate, avevano univocamente aderito ad un programma che inneggiava alla fratellanza, alla carità, alla pace.
Già nel Febbraio del 1886, dalle pagine del periodico Il Rosario e la Nuova Pompei, Bartolo Longo aveva levato la sua voce suadente invocando il concorso per un’opera religiosa e sociale e ne aveva fatta propaganda in tutto il mondo, con l’intento di ottenere il consenso e l’offerta universale, da spendersi per il Monumento della Pace Universale.
La prima pietra fu collocata il 15 maggio 1893, lunedì, alle ore 10,30. Il rito fu presieduto dal Cardinale Raffaele Monaco La Valletta, decano del Sacro Collegio assistito dai Vescovi delle diocesi limitrofe e dal numeroso Clero Pompeiano.
Alla presenza di una folla immensa di fedeli in preghiera, la prima pietra della nuova e grandiosa facciata del Santuario, fu benedetta e rinchiusa in una teca di marmo pregiato. Nella stessa teca si collocarono tre monete e tre medaglie della Vergine di Pompei, una pergamena che recava scritti i nomi di Bartolo Longo e della Contessa sua Consorte, del Cardinale Monaco la Valletta e di tutti i sacerdoti addetti al Santuario.  Il simbolico involucro fu calato nelle viscere della terra come a rappresentare il fertile seme di un’opera tanto ardimentosa. Per un anno e sette mesi, cioè fino a tutto il 1894, si lavorò entro terra per le fondazioni che, per la natura geologica del sottosuolo, la minacciosa vicinanza del Vesuvio e per le pesanti moli di pietra da sovrapporre, esigevano più tempo, perizia, diligenza, e soprattutto, spese ingenti. Ai primi del 1895 si pose mano alla costruzione della parte visibile (fuori terra) della facciata; il lavoro, condotto con alacrità, si protrasse fino al 14 marzo 1901. In quel giorno si installò, al vertice del timpano, l’effige della Madonna e l’opera, davvero grandiosa, poteva considerarsi compiuta.
La statua, alta metri 3.25, rappresenta la Vergine del Rosario in piedi; sulla sua base di marmo aggettante, secondo l’antico desiderio del Vescovo di Nola, Mons. Giuseppe Formisano, si sarebbe dovuto scrivere a grandi lettere di bronzo: "Non nobis, Domine, non nobis; sed nomini tuo da gloriam" (Non a noi, non a noi, ma al tuo nome dà la gloria).
Bartolo Longo per ispirata disobbedienza, fece incastonate, invece, su quel marmo, la parola PAX. E lo fece con profonda convinzione. Più tardi, infatti, scriverà risoluto: "Il mio testamento è questo: vi lascio la pace". Un giovane napoletano, lo scultore Gaetano Chiaramonte, appena
uscito dalla scuola della R. Accademia delle Belle Arti di Napoli "l’aveva levata dal marmo": un colossale monolito di Carrara, bianchissimo. Don Bartolo non tralasciò l’occasione per creare una cerimonia significante: la benedizione della statua della Vergine prima che fosse issata sul fastigio della facciata. "Con questa benedizione che cosa intendiamo fare? Noi col benedire questo marmo, che è l’effige della Vergine, della Regina di questa Valle, benediciamo anche gli operai che per 25 anni hanno spese le loro fatiche; i benefattori di tutto il mondo, tutti quelli che ci hanno dato modo per compiere l’opera che Dio affidava al vostro e nostro cuore. È compiuto il Monumento glorioso che porterà ai secoli venturi la memoria e l’attestato indelebile e imperituro della nostra fede e della nostra carità" (B. Longo).
Ed ancora (stralciamo da qualche pagina inedita di ricordi di don Bartolo": "Oh! La cara e indimenticabile festa di ieri! Io non la scorderò più. Era festa dell’arte ma era ancora festa di coloro che hanno dato il loro obolo, il loro aiuto all’opera divina pompeiana; era festa degli operai, era festa dei bambini, era festa di quanti amano Maria, era ancora festa di tutti coloro che sospirano la pace nel mondo. Ieri dunque a Valle di Pompei si faceva opera di inizio di pace, ieri a Valle di Pompei si poneva quasi termine al Tempio per la Pace: il monumento auspicatissimo per la concordia dei popoli. Io assistetti, e, col cuore commosso, mi unii alle lacrime ed agli slanci di tenerezza che vidi balenare sul volto di tanti". Infine, concluse perentorio: "… io intendo prima che la benedizione discenda su tutti coloro che lavorano per questa pace che indarno si aspetta dai governi e dai congressisti. Noi la Pace la vogliamo da Dio e per mezzo della Madonna che è la Regina della Pace".
(Autore: Nicola Avellino)
Foto: Cartolina ricordo. Sullo sfondo la grande tribuna con posti riservati alle numerose autorità invitate. La piccola piazza antistante il Santuario è ornata con bandiere e drappi policromi. In primo piano, in alto a destra, un angolo del balcone della casa di Bartolo Longo.


Le campane del Santuario
Voce forte che invita alla fede

Consacrate il 17 ottobre 1923, furono realizzate nella più antica fabbrica di campane al mondo. La millenaria fonderia Marinelli di Agnone, comune della provincia di Isernia.

Qualcuno ha definito le campane "la voce di Dio", che chiama a raccolta i suoi figli. Il 17 ottobre 1923, nella festa di Santa Margherita Maria Alacoque, Il Cardinale Augusto Silj consacrò le otto campane del Santuario di Pompei, alla presenza del Fondatore Bartolo Longo e della sua consorte, la Contessa Marianna Farnararo De Fusco. Quel fatto storico è ricordato in un prezioso volume, stampato dalle edizioni Enne e redatto da Gioconda Marinelli Sammartino, intitolato "Arte e fuoco, Campane di Agnone". L’autrice fa parte della grande famiglia proprietaria della grande fonderia di campane, con sede ad Agnone, piccolo comune di poco più di cinquemila abitanti nella provincia di Isernia. La storia dei Marinelli è molto antica e risale addirittura all’anno Mille. Eppure, solo nel 1339, una campana riporta, in bronzo, il nome del suo produttore, Nicodemo Marinelli. Da allora la famiglia continua a produrre questi autentici oggetti d’arte, capaci di resistere al tempo delle nuove tecnologie e che, nella loro fattura, richiedono conoscenze ampie, non solo relative ai materiali utilizzati e alle forge, ma anche al suono e alla sua musicalità. Per comprendere meglio come nascano le campane, per chi passasse dalle parti della molisana Agnone, è possibile visitare il Museo storico della campana "Giovanni Paolo II", dedicato al Santo Papa polacco che varcò la soglia della più antica fonderia del mondo alle 17,40 del 19 marzo 1995. L’orario e il giorno sono ricordati in un altro volume di Gioconda Marinelli, "Storia di campane", che racconta nel dettaglio ogni movimento di quell’evento. "Sono felice di essere in mezzo a voi in questo antico centro del Molise, che ha diffuso nel mondo messaggi di cultura e di fede, veicolati dal lavoro dei suoi figli e, in qualche modo, anche dal suono delle sue famose campane", disse il Pontefice in quell’occasione.
Durante la visita assistette anche alla "colata" di una nuova campana, che riporta la profezia di pace di Isaia e che Giovanni Paolo II volle donare all’Organizzazione delle Nazioni Unite. Le otto campane del Santuario, dal peso complessivo di duecento quintali, furono tutte dedicate:
la prima alla Madonna di Pompei, al Sacro Cuore di Gesù, ai santi apostoli Pietro e Paolo; la seconda a San Giuseppe, Sant’Anna, San Bartolomeo apostolo e Sant’Augusto vescovo; la terza ai quattro evangelisti; la quarta a San Giovanni Battista, a Sant’Andrea apostolo, a San Michele arcangelo e a San Francesco d’Assisi; la quinta a San Benedetto, San Vincenzo Ferreri, Sant’Ignazio di Loyola e Sant’Alfonso Maria de’ Liguori; la sesta a San Gennaro, San Paolino, San Tommaso d’Aquino e Sant’Aristide; la settima a Santa Maria Maddalena, Santa Cecilia, San Pio V e Santa Rita da Cascia; l’ottava ai grandi dottori della Chiesa San Girolamo, Sant’Ambrogio, Sant’Agostino e San Crisostomo.
Nel suo discorso, tenuto nel corso dell’inaugurazione, Edoardo Alberto Fabozzi, Abate della Cesarea di Napoli, disse con la forza della sua oratoria: "Ecco là quelle otto campane, giganti di metallo, ciclopi di bronzo, che dovranno essere le voci celesti, le squille di Dio che qui inviteranno al cuore di Gesù, qui in questa Valle di Maria, le genti d’Italia e del mondo. (…). La campana è forse soltanto un’anima di bronzo? No, è qualche cosa di più: la voce medesima di Dio! La voce di Dio ha un carattere: la brevità nella forza. La parola di Dio non è mai un complesso di ragionamenti (…), non è neppure un interminabile poema, al più è un inno, quasi sempre è una frase sola. Un colpo di luce che è insieme un colpo di forza.
Una frase sola, ma che fa inginocchiare il genio: una frase sola, ma che emoziona e che rinnova il popolo".
(Autore: Domenico Lauria)
Da: Il Rosario e la Nuova Pompei – n° 9 Novembre-Dicembre 2016)

Nella Foto: Il Beato Bartolo Longo e la Contessa Farnararo de Fusco all’inaugurazione delle campane, il 17 ottobre 1923


*Pompei tra le due guerre
L’universalità della pietà mariana di Bartolo Longo

Il modello di preghiera pompeiano pienamente rispondente alle esigenze religiose della società negli anni a cavallo tra i due conflitti mondiali.
Ricorre quest’anno (1996) il 70° anniversario della morte del nostro Fondatore il Beato Bartolo Longo. È una ricorrenza, come abbiamo già avuto modo di sottolineare, che impegna la nostra – e soprattutto la "sua" – rivista in maniera del tutto particolare. Per questo, durante tutto l’anno dedicheremo alla figura di Bartolo Longo una serie di servizi speciali e
approfondimenti che avranno l’obiettivo di far conoscere sempre più a fondo anche il clima, le condizioni storiche e sociali nelle quali si è sviluppata la sua feconda azione sul versante della carità e del riscatto della dignità umana. In questo senso proponiamo un intervento del professor Roberto Violi, docente di Storia moderna presso l’Università "La Sapienza" di Roma, studioso e saggista sulla realtà della chiesa del mezzogiorno.
L’esperienza religiosa di Pompei, nei decenni che seguirono immediatamente la morte di Bartolo Longo, si sviluppò lungo le linee che egli stesso aveva indicato e assunse una più precisa fisionomia in rapporto alle trasformazioni delle società italiana degli anni Trenta e Quaranta e ai grandi eventi collettivi di quel periodo. Una particolare sintonia si era stabilita intanto si era stabilita intanto nell’effettivo svolgimento della storia di Pompei con le permanenze socio-culturali contadine tipiche della industrializzazione dell’area napoletana. Ma negli anni tra le due guerre, soprattutto, si era andato confermando il processo di rottura dei mondi comunitari tradizionali del Mezzogiorno. Complessivamente sembrava delinearsi una tendenza della religiosità a compenetrarsi meno nelle durezze, nella mentalità e nei conflitti di una società contadina, e ad entrare piuttosto in una qual certa sintonia con la normalità di una cultura urbana media, secondo gli esiti o le inclinazioni di tutta la cultura meridionale, attratta o coinvolta nei circuiti della trasformazione e della interdipendenza del mondo contemporaneo.
Un modello di pietà mariana come quello proposto da Bartolo Longo, non legato rigidamente a precise identità comunitarie, né alle scadenze della vita di campagna né a particolari cicli rituali, rispondeva pienamente alle esigenze religiose di quell’epoca.
Il Santuario di Pompei si caratterizzava sempre come più come il santuario della lontananza degli emigrati e degli italiani residenti all’estero per le guerre e per le vicende coloniali.
La forma della preghiera pompeiana si collegava, dunque, ad una nuova condizione universale dell’esperienza umana.
I "Quindici Sabati", la Novena, la Supplica, riprendevano il carattere di una unanimità cattolica, mentre il Rosario costituiva una delle preghiere popolari più capaci di realizzare una concordanza con la vita di tutti i giorni e con ogni circostanza della vita moderna. La preghiera silenziosa di Pompei si distaccava dalla religiosità clamorosa della festa "napoletana" di altri santuari tradizionali.
Nel rapporto dei devoti con la Vergine di Pompei aveva spesso rilevanza il ringraziamento per tutto il corso di una esistenza assistita dal patrocinio di Maria.
Si attuava in qualche misura il ricorso straordinario alla Madonna risolutrice di casi impossibili e nel prevalente orizzonte familiare e quotidiano della preghiera non erano assenti le richieste di grazie spirituali, sebbene permanessero numerosi i richiami alle malattie e a tutte le condizioni materiali dell’esistenza.
La possibilità di contatto con la persona del fondatore, che riviveva nelle opere e nella memoria dei pellegrini in visita a Pompei, diffondeva un modello di santità che si proponeva non per la straordinarietà del prodigio, ma per la forza del contagio di una vita esemplare condotta nella carità e nella preghiera.
Importanza maggiore assumeva, in quel contesto, la forma scritta del voto, con la pubblicazione della "grazia ricevuta" sul periodico fondato dallo stesso Bartolo Longo. Non era quella una sorta di propaganda sacra, ma una dilatazione dello spazio di pertinenza del santuario di Pompei fino allo stesso mezzo della comunicazione di massa, entro cui si amplificava l’eco della benevolenza divina invocata dalla accorata preghiera degli uomini a Maria.
Scorrendo le pagine del periodico per gli anni tra le due guerre si coglie con chiarezza il complessivo orizzonte esistenziale dei devoti costituito da lavoro, salute e famiglia. La grande crisi economica del ’29, esplosa negli Stati Uniti, era da tutti percepita nei suoi effetti immediati della disoccupazione e del tracollo delle piccole e grandi attività economiche di molti che scrivevano dall’America e dall’Italia, per invocare la grazia di una ripresa degli affari o di un posto di lavoro che ridesse una qualche serenità alla propria famiglia.
Molteplici erano poi, tra i fattori della mentalità entro cui si definivano le concrete forme storiche della preghiera, gli elementi della insicurezza che l’esposizione ai rischi della modernità comportava. Molti scrivevano per invocare o per ringraziare la Vergine in occasione di un nuovo
impiego in sedi lontane dai propri luoghi di residenza, di esami, di pubblici concorsi, di arruolamenti militari e di trasferimenti di ufficio.
La grande maggioranza dei devoti chiedeva grazie relative alla buona salute propria o dei propri familiari.
L’intervento della Santa Vergine era richiesto non in sostituzione, ma a sostegno di quello dei medici e chirurghi, perché fosse rassicurato chi si sottoponeva a nuove forme di terapie o magari all’anestesia per una operazione. In occasione delle guerre d’Africa e di Spagna fu avvertita, nel movimento ininterrotto della pietà mariana di Pompei, l’esigenza di alimentare l’ardimento eroico dei combattenti per la causa di una nazione italiana in armi per le sue conquiste e per le sue manifestazioni di potenza.
Il Rosario fu comunque un sostegno importante della condizione personale dei soldati.
Durante la seconda guerra mondiale prevalse però il registro del dolore e della consolazione. Nella ricerca di un rifugio e nella comune invocazione di tanti figli ad una stessa madre si definì un preciso sentimento di solidarietà che accomunò gruppi familiari e locali e aprì ad una dimensione concreta e universale della carità. La guerra, poi, rimase impressa nell’immaginario di tutto un popolo in preghiera negli anni che seguirono il secondo conflitto mondiale. L’invocazione prevalente fu allora quella di una convivenza nella pace e nel lavoro che interpretò bene, al di là delle paure di quegli anni, le aspirazioni comuni di tanti italiani.

(Autore: Roberto Violi)


*La Balaustra del Presbiterio

Una meraviglia di arte e di buongusto
Il 7 maggio del 1891 venivano benedetti i cancelli della balaustra del presbiterio. Su progetto dell’architetto G. Rispoli e realizzati dalla ditta Alfano, si aggiungeva un’altra gemma al complesso del santuario. Ancora oggi i visitatori possono constatarne la ricchezza dei metalli, la maestria dei disegni e l’artistica realizzazione.
"Ricchezza di metallo, rara maestria di disegno, fine lavoro di cesello, renderanno i cancelli della balaustra una meraviglia di arte e di buon gusto, novello titolo di onore per l’arte sacra napoletana". Siamo nell’aprile del 1891, nel Periodico, Bartolo Longo, annunzia ai fedeli che, tra le altre grandi e costose opere, è stato realizzato anche il cancello "che sbarra il vano centrale della balaustra, nella quale l’eleganza del disegno è pari al pregio della materia, e che si può, con vantaggio, paragonarsi alle più belle che si ammirano in Roma ed altrove".
Lo splendore dei finissimi marmi, impiegati nella costruzione della stupenda balaustra: il Serrangolino Bieyodi ed il Rosa d’Ouvard, meritava un degno suggello: un gioiello prezioso di bronzo e d’argento.
Bartolo Longo già da lungo tempo aveva pensato di completare la balaustra del presbiterio chiudendo il vano centrale con due cancelli che per il valore artistico, la ricchezza del materiale e la finezza del disegno compendiassero quanto di magnifico e di sontuoso si era già realizzato: la sistemazione del pavimento dell’Abside, l’erezione dell’Altare e del Trono alla vergine, il Ciborio, squisitissimo lavoro di cesello.
Don Bartolo ama parlarne (e spesso) di quel cancello; eccolo felicissimo esclamare: "Monumento di arte per la classica purezza e l’alto magistero del disegno, per la mistica espressione
dell’insieme purissimo, sposato all’ispirazione dell’ideale religioso"; in vena di teorizzare, si improvvisa esteta ed, a parer nostro, coglie essenziali definizioni dell’arte. "Ora l’arte, io dico, deve servire alla pietà, non deve imperare alla pietà". E con maggiore acutezza si dimostra d’attualità in questo passo: "L’arte, anelito dello spirito umano verso l’ideale, quando incarna un tipo mistico soprannaturale, diventa fonte di educazione morale, di sentimento religioso e di un godimento estetico purissimo, che conforta sempre più e rinsalda gli abiti della virtù e l’ispirazione al bene. Cotesti effetti produce in noi, e in quanti qui traggono, l’andare osservando lo splendore degli altari e delle decorazioni che rivestono questa novella Arca del Signore".
La data del 7 maggio 1891, programmata per la grande festa di dedicazione del Tempio alla Vergine del Rosario, non era lontana; notevoli impegni di spesa erano stati assunti, era urgente e necessario impiegare tutte le risorse finanziarie per approntare ogni cosa al fine di rendere solennissima la cerimonia.
Intanto Don Bartolo riceve una lettera; la riassumiamo: "Pregiatissimo signor Avvocato, uscendo dal Santuario, fu osservato da alcuni visitatori che era spiacevole vedere quei due sgabelli di legno che fanno da sportelli alla Balaustra". Ritornato a Napoli ebbe un’idea. Qual è la famiglia, nella quale non trovasi dimenticato in qualche cassetto, in qualche fondo di mobile, qualche oggetto prezioso fuori uso; come a dire cucchiai o forchette rotte, montature di orecchini non più servibili, qualche braccialetto che non è più in moda? Ora, se l’egregio signor Bartolo Longo, facesse un appello a tutte le famiglie, vedremmo, in brevissimo tempo in preziosi metalli pure gli
sportelli della Balaustra. Le partecipo l’idea, certo che, se la Madonna vuole che diventi un fatto, gli ispirerà che diventi sua". Napoli, 18 luglio 1889. Luigi D’Auria fu Tito.
La lettera fu inserita nel quaderno di luglio 1889 del Periodico "e subito avemmo ad avvederci che, quando si tratta di fare onore alla benigna Vergine dei miracoli, tutte le proposte sono in un tempo medesimo, gradite, approvate ed eseguite".
Nel quaderno del Periodico di marzo 1890, il Fondatore dà ai fedeli, come di consueto, il puntuale resoconto dei lavori che si progettano, si eseguono, sono già portati a compimento. A pagina 98, tra l’altro, leggiamo: "Si è consegnato il disegno ed il prezioso metallo per la costruzione dell’artistico cancello della Balaustrata al Presbiterio". Il cancello fu concepito e disegnato dall’architetto Giovanni Rispoli di Napoli, autore di tutta la decorazione e direttore dei lavori che si eseguivano nel Tempio e fuori di esso; sono suoi i disegni del Ciborio, sarà suo il progetto ed il disegno della Facciata Monumentale. I modelli furono eseguiti dallo scultore Cavalier Salvatore Cepparulo, valentissimo artista, autore dei cinque angeli di bronzo che ornavano il primitivo altare; Giuseppe Alfano, orafo, incisore finissimo, fuse, con perizia ineguagliabile, il bronzo e l’argento. Dell’Alfano riportiamo un breve stralcio di una lettera indirizzata a Bartolo Longo datata 15 luglio 1893; in essa è contenuta qualche notizia utile ed illuminante circa il lavoro eseguito dall’artista. "Ill.mo Comm/re Avv/to Bartolo Longo. Per mettere in completo assetto il cancello della Balaustrata con quei lavori di completamento, che ne rendono facile il maneggio ed il movimento, cosa che non si potette da principio fare perché la Signoria Vostra, ben si ricorderà, che questo speciale lavoro fu da me accettato per solo riguardo a voi, dappoiché quanti lo potevano eseguire tutti lo ricusarono per il brevissimo tempo di soli sessanta giorni. La Signoria Vostra ben comprese, allora, i sacrifici sopportati dalla mia officina per poter arrivare a tempo a far figurare voi per una promessa che avevate, di far trovare a posto questo eccezionale lavoro".
E così, grazie alla generosità ed al sacrificio della ditta Alfano, fu mantenuta la promessa fatta ai fedeli: i cancelli furono benedetti il giorno 7 maggio 1891, festa solennissima della
dedicazione del Santuario di Pompei.
Nel programma per le feste di maggio di quell’anno, Bartolo Longo indugia nella descrizione minuziosa e puntuale della bella opera d’arte. La riportiamo come prosa di ineguagliabile efficacia.
"I cancelli che chiudono la balaustrata del Presbiterio sono stati oggetto di serio studio.
Ai comuni e troppo noti cancelli metallici, più o meno rabescati e spesso barocchi, si è voluto sostituire un concetto prettamente artistico. Se si sia raggiunto lo scopo lo lasciamo giudicare al pubblico quando visiterà il Santuario nelle feste del prossimo Maggio o di poi.
I cancelli degni della balaustrata, bellissima anch’essa e di gran valore per i pregevoli e rari marmi, richiameranno alla mente, ne siam sicuri, l’altro lavoro che adorna il Maggiore Altare, cioè la custodia monumentale. Nel lavoro di un cancello sta svolto un concetto dettato dal genio dell’arte.
Cinque virtù, la religione, la fede, la carità, la Speranza e la Purità, rappresentate da cinque statue in altrettante nicchie, si mostrano nel fronte principale dei due cancelli, e dicono chiaramente quanto di grande e sublime si raccoglie nel prodigioso ambiente. Una architettura solida, condotta con risalti e cavi, inquadra la duplice imposta.
Le cinque nicchie, una grande nel mezzo, e quattro laterali che accolgono le statue, formano la parte nobile dell’architettura, e però a queste si è dato una conveniente ricchezza.
Intermezzano le nicchie otto colonne a rilievo, di finissimo ed accurato cesello, con basi attiche e capitelli corinti, e con ornati tanto nel basso quanto nell’alto. Di esse, sei colonne formano binato alla grande nicchia centrale; tutte sono sorrette da piedistalli quadrati poggianti su di un largo plinto modanato, che forma ricorrenza della balaustrata di marmo.
La nicchia centrale poi, che racchiude la maggiore statua, cioè quella della Religione, è coronata nella parte alta da due figure allegoriche.
Le quattro nicchie laterali hanno in alto fregi allegorici ed ornati. Sottostanno alle medesime altrettante piccole nicchie circolari, ciascuna delle quali porta il simbolo di uno degli Evangelisti. Fra i piedistalli delle colonne lo spazio è spartito in quadri con fregio ad alto rilievo.
Sulle otto colonne che formano risalto, corre la trabeazione corintia di massima ricchezza con modiglioni e dentelli. Nei quadri del fregio vi hanno ornati cesellati con teste di angeli e palme. La parte superiore è terminata dal frontone, nel timpano del quale vagamente spicca una conchiglia con fregi. Sui lati inclinati del frontone stesso si adagiano due severe figure rappresentanti la Fortezza l’una, la Giustizia l’altra. Sotto le quattro colonne estreme, fra le nicchie piccole, un rilievo termina e corona il cornicione.
Il materiale scelto è il più perfetto bronzo, e la lega è riuscita tanto felice da non abbisognare di pulimento alcuno né di altre dorature.
Il disegno e la direzione è del medesimo architetto Rispoli; l’esecuzione della Ditta Alfano, la quale ha saputo rispondere perfettamente alle esigenze della direzione e all’importanza eccezionale del lavoro, che accoppia così ad un concetto ardito una esecuzione inappuntabile".
(Autore: Nicola Avellino)


*Il monumentale Organo del Santuario

Ricorre il 1990 il centenario
"L'organo del Santuario di Pompei dev’essere degno del Santuario e, se il Santuario è già monumentale, anche l’organo dev’essere un monumento di arte da fare onore all’Italia che lo crea ed a questa Chiesa che sarà mondiale". Così Bartolo Longo scrive nel gennaio 1890, annunziando la grande festa per il primo suono del grandioso organo fissata nel primo mese di maggio.
"Il giorno da noi designato – continua – per questa novella gloria del Santuario di Pompei, è il gran giorno anniversario dei grandi avvenimento succedutesi in questa Valle, vale a dire il dì 8 maggio del presente anno 1890. In quella notte, il silenzio sepolcrale di questa valle sarà rotto da onde inusitate di suono melodico, che dal monumentale Organo del Santuario si spanderanno di fuori sulla addormentata campagna".
Qui comincia un racconto quasi fantastico: La valle deserta viene "vivificata" dalle note musicali di un organo grande per la sua mole e grandioso per le sue caratteristiche strumentali. Non più il silenzio, definito da Bartolo Longo, sepolcrale, addormenterà la campagna, ma "quelle onde inusitate di suono melodico" si spanderanno e, filtrando attraverso una cupa atmosfera, concilieranno un dolce abbandono, un necessario riposo ai contadini spossati dalle fatiche nei campi. E dentro e fuori il Tempio si stabilirà un mistico stato di silenzio, necessario raccoglimento per godere all’ascolto di un suono in corale compartecipazione e non in triste solitudine.
Diamo qualche cenno più dettagliato di cronaca. È la mezzanotte dell’8 maggio 1890. "All’interno delle Basilica cento animi erano sospesi, cento orecchie erano intente ad accogliere quei primi suoni, che pareva avessero a parlare preannunziando i trionfi dell’avvenire. L’organo del Santuario di Pompei apre i fianchi poderosi, e versa per le ampie volte del tempio le melodiose onde sonore che sono percosse negli animi di quel popolo eletto, e ne suscita potentissimi effetti di tenerezza e di compunzione religiosa".
Questo fu solo il primo suono, quasi dedicato alla folla che, prostrata in veglia di preghiera, si preparava al gran giorno della Supplica.
In pratica, però, l’inaugurazione ufficiale si tenne con un concerto il 29 maggio, giovedì. Il noto M° Cav. Marco Enrico Bossi, professore al R. Conservatorio di Musica di Napoli, suonò pezzi di Golinelli,
Bach, Mendelshon, Frank, Hendel e composizioni di sua creazione. Il rituale per il gran giorno ricalcava un iter ormai classico per l’Avv. Longo. Tra gli ospiti illustri erano presenti i più noti organisti e maestri di cappella dell’epoca; anche per quella occasione l’Avvocato chiese ed ottenne che ai visitatori del Santuario di Valle di Pompei e per i 20 giorni successivi al 29 maggio, si praticasse una riduzione sul prezzo del biglietto ferroviario.
La meraviglia per quella operazione mirabilmente riuscita colse quanti si ponevano all’ascolto del "meraviglioso strumento": le note vibravano all’unisono nelle fulgide canne e nel petto del Beato. Il superiore generale dei frati Bigi, fratel Bonaventura (successore di P. Ludovico da Casoria), disse a Bartolo Longo, leggendogli nell’intimo: "quest’organo è l’organo dell’anima tua, tu vorresti in una voce ed in una parola manifestare al mondo tutti i portenti di questa Onnipotente Regina; l’Organo di questo Santuario manifesta, nella dolce unità di tanti suoni diversi, le meraviglie che qui ha operato la Celeste Sovrana delle armonie".
Qualche giorno dopo, il 12 giugno, l’atto di collaudo. Tra i vari maestri che si offrirono gratuitamente per il "varo tecnico" dello strumento fu scelto il Cav. Giuseppe Galimberti, all’epoca organista della Consolata di S. Massimo e di altre insigni chiese. A lui fu affiancato il m° Roberto Remondi di Brescia. Nell’atto di collaudo si accenna ad un completamento necessario da attuare, consistente nel montaggio di "quei necessari congegni per ottenere istantaneamente il mezzoforte, il forte ed il fortissimo". Dettagli tecnici previsti e da provvedervi anche se la mancanza di essi non recava pregiudizi alla valutazione positiva del lavoro eseguito. Vi si provvide con relativa sollecitudine, entro
il 30 settembre di quello stesso anno, come si ricava da un contratto con certo G. Tamburini da Bagnacavallo e il Costruttore dello stesso Organo.
Bartolo Longo era solito promuovere sempre un’attenta "ricerca di mercato" prima di affidare l’incarico per la realizzazione di una qualsiasi opera. E così puntualmente accadde. Esperite approfondite ricerche si optò per dare l’incarico al cav. Pacifico Inzoli, organario, in Crema. Nel contratto si legge: "6 giugno del 1887. Il signor Avvocato B. Longo intende costruire per suo conto un monumentale organo acustico-sinfonico, del tipo ed esecuzione come quello costruito dal cav. Inzoli nella chiesa di S. Ignazio in Roma…".
Il lavoro doveva essere completato entro il 30 aprile nel 1889 ed essere collaudato nello stesso anno, a maggio. Le date però vanno così modificate: Aprile ’89 la consegna dei pezzi; aprile ’90 la consegna dell’opera; il collaudo nel maggio del 1890.
Diverse vicende si alternarono nel corso della realizzazione del progetto; la storia di tutte le grandi opere, spesso si colora di accadimenti con sfondi svariati e tra loro contrastanti al punto di assumere perfino il tono della polemica. Bartolo Longo non si arrese a nessun ostacolo, Lui, dalla parte sua aveva la "Madre bella" la Vergine del Rosario che lo sosteneva donandogli una carica sempre crescente, di fede e di entusiasmo, riconosciuti e ratificati dal costante impegno dei numerosi fedeli del Santuario. La vicenda si concluse felicemente.
Bartolo Longo non tralascia occasione per pubblicare, magnificandoli, gli effetti mirabili del grandioso Organo del Santuario. Leggiamo lo stralcio di un suo scritto (1905): "Nel grande silenzio del
Santuario stivato dalla folla strabocchevole si diffondono ad un tratto le note solenni e dolcissime dell’Organo Monumentale. L’Organo plurifonico profonde i tesori delle sue armonie, e nella varietà degli strumenti imitati fino alla perfezione, in quelle meste e flebili melodie di voci lontane, in quegli arpeggi delicatissimi, in quegli scoppi degli ottoni, nella dolcezza grande dei violoncelli e degli oboe dà l’illusione di una orchestra completa e perfetta. Molti non sanno persuadersi che tanta ricchezza di voci sia contenuta nell’Organo, e con grande stento si volgono, per quanto è possibile, indietro, e guardano la Cantoria, dove non vedono punto gli strumenti che si pensavano, ma invece la folta fila dei capi di coloro che a fatica hanno potuto penetrarvi.
E la mirabile musica si diffonde per la vastità della Chiesa, rapisce le menti in una dolcezza, in una soavità nuova; e l’uditorio attentissimo non ascolta solo la musica, la sente, e così si prepara e si dispone all’augusta cerimonia, che deve aver luogo.
Accresce l’incanto e la commozione indicibile dell’ora il canto delle Orfanelle. Sono centotrentacinque vocine soavi, immateriali quasi, che si fondono insieme in un accordo perfetto e trovano, più presto che non si pensi, la via di scendere al cuore.
Il coro esegue il mottetto: O Salutaris Hostia, la Preghiera delle Orfanelle per i loro benefattori e l’Inno della carità. Nel mottetto è un a solo, delicato, gentile, tenerissimo. Lo canta un’Orfanella napoletana. Coloro che ne conoscono le sventure, palpitano di una singolare emozione, e sentono nel canto dolcissimo della piccola napoletana, come il fremito lieve di un cuore che trabocca di gratitudine. Ieri ancora i più atroci pericoli, le più stazianti torture che abbiano mai minacciato la infanzia innocente ed abbandonata, la circondavano, l’avviluppavano, erano per travolgerla…".
(Autore: Nicola Avellino)


*Cappella San Giuseppe Moscati

Inaugurata la cappella di San Giuseppe Moscati
L’Associazione dei Medici Volontari San Giuseppe Moscati ha dato inizio alle sue attività culturali con una conferenza sulla figura di "Giuseppe Moscati: medico e Santo", tenuta dal Prof Dott. Luca Steardo, docente presso la facoltà di Medicina dell’Università di Bari, uno dei fondatori dell’Associazione.
La conferenza ha avuto luogo il 22 dicembre 1997, nell’ambito dell’inaugurazione, benedizione e dedicazione a San Giuseppe Moscati di una nuova cappella nel Santuario di Pompei, presiedute
dall’Arcivescovo Mons. Toppi.
La cerimonia è avvenuta alla presenza di numerose autorità, tra cui: Mons. Cece, Vescovo della diocesi di Castellammare, il Prof. G. Donsì, Rettore dell’Università di Salerno, il Prof. R. Pasquino e il Prof. F. De Simone, Presidi rispettivamente della facoltà di Ingegneria e di Farmacia dell’Università di Salerno, il G. Uff. Gen. U. Ianniello dell’O.E.S.S.G. e il Prof. Sandro Staiano, Sindaco di Pompei.
Spinta dalla presenza dell’Associazione nelle Opere di Pompei, Mons. Toppi, ha inteso interpretare un’aspettativa largamente diffusa tra i fedeli e dare testimonianza di una profonda devozione verso questo laico Santo dei nostri giorni, che nella pratica della sua professione seppe in maniera impareggiabile profendere, accanto ai frutti di un altissimo sapere scientifico, luce di fede e ardore di carità.
"Decisione questa particolarmente attesa e da tutti sentita opportuna" – ha sottolineato il Prof. Steardo – "soprattutto se si considerano i rapporti di caritatevole servizio che Moscati intrattenne con le Opere di Pompei. Difatti egli volle prestare come volontario, con la gratuità dell’atto d’amore più autentico, la propria opera di medico a quanti, in qualunque modo, appartenessero alle Opere".
Il relatore ha poi rimarcato come Moscati fosse stato capace di superare limiti della visione dell’uomo del suo tempo. Egli "si formò in un ambiente culturale in cui si operavano i primi tentativi di riduzionismo biologico che desacralizzava la vita e imprigionava l’uomo in schemi classificatori ponendolo alla sommità della scala evolutiva, ma privandolo di ogni dignità di trascendenza. Egli seppe sfidare queste concezioni vivendo costantemente l’impegno di medico che riconosce in Dio l’origine della vita e il suo destino ultimo".
Il Prof. Steardo ha poi continuato ricordando le tappe salienti della carriera accademica e ospedaliera di Moscati, rimarcandone l’originalità delle ricerche, il rigore intellettuale degli approcci e la visione estremamente moderna della medicina che caratterizzarono la sua opera di ricercatore e di clinico.
"Anticipatore con spunti originali di tante scoperte future, Moscati seppe, al tempo stesso, evitare il rischio di scomposizione dell’uomo, insito nella medicina moderna.
(…). Ma Egli seppe resistere ad un rischio ancora maggiore rappresentato da un meccanicismo che disumanizza la medicina riducendo l’uomo al suo fisicismo, escludendo la dimensione spirituale della malattia e negando che essa, al di là del suo substrato fisico, riguarda l’uomo nella sua interezza (…). Soltanto la volontà di cogliere nella sofferenza il senso che travalica il biologico, può introdurre la medicina nel mistero dell’uomo (…).
D’altra parte però, il solo accostarsi all’ammalato con sentimenti di umana solidarietà non
porrebbe l’opera di Moscati al di fuori di una tradizione deontologica del pensiero occidentale che muove dalle posizioni etiche espresse nel giuramento di Ippocrate.
Se si fosse mosso in questo alveo di sentimenti e su questo registro di pensiero sarebbe stato un "medicus perfectus".
Invece fu medico santo perché intuì sempre e in ognuno la sacralità della vita, la sua intangibilità, il suo valore supremo. Fu consapevole che c’è un Dio prima e dopo la vita e che l’uomo di scienza può aiutare veramente l’umanità solo se è capace di conservare il senso della trascendenza dell’uomo sul mondo e di Dio sull’uomo. Fu santo perché fi credente capace di trovare un fondamento trascendente per l’etica, di radicare l’agire morale ad un pensiero forte, in un Dio personale che si è fatto uomo e si è fatto crocifiggere per la salvezza del genere umano. E questa capacità di ancorare l’agire medico ad un credo religioso è quanto mai necessaria oggi, dinanzi alle gravi problematiche morali derivanti dai progressi della medicina che scuotono profondamente le coscienze degli operatori sanitari".
Infine, il relatore ha concluso ricordando che "Moscati non è un santo solo per i medici. Egli seppe operare cristianamente in tutte le espressioni del suo agire quotidiano, e la Chiesa lo offre come esempio a tutti quanti intendono percorrere sentieri di vita cristiana nel lavoro, nella famiglia, nella società civile".
Alla fine della cerimonia ciascuno è andato via riflettendo sull’esemplarità della figura di questo medico Santo e considerando che non possiamo rimanere sordi ad una tale chiamata, se non vogliamo venir meno al nostro impegno di essere cristiani.
(Autore: Maria del Rosario Steardo)
Prima foto:
Mons. Francesco Saverio Toppi Benedice la Nuova Cappella intitolata a San Giuseppe Moscati.
Seconda foto: Il Prof. Dott. Luca Steardo ha ricordato la figura del Santo medico nell’ambito dell’inaugurazione, benedizione e dedicazione a San Giuseppe Moscati di una nuova cappella nel Santuario di Pompei.


*Il Sacro Cuore, Pompei e S. Margherita Maria Alacoque

Cento anni fa, a Pompei, il 26 giugno del 1900, Luisa Coleschi guariva da una grave malattia per intercessione di Santa Margherita Maria Alacoque, ma tutta la storia del Santuario e del Fondatore è legata intimamente alla devozione al sacro Cuore di Gesù.
Una grande tela raffigurante il Cuore di Gesù con santa Margherita Maria Alacoque domina il secondo altare a sinistra nella Basilica di Pompei. Gesù, in aspetto maestoso e bello, dominando dense nuvole bianche, regge con la destra il cuore e con la sinistra lo addita alla Santa che gli sta di fronte proiettando su di lei un fascio di luce. Margherita, serena ed umile, in ginocchio è assorta in profonda contemplazione.
Il quadro fu dipinto dal Sac. Orazio Orazi da Camerino, su commissione di Bartolo Longo nel 1891 per sciogliere un voto che per lui aveva fatto il suo santo confessore P. Giuseppe Leone Redentorista.
Narra Bartolo Longo: "… accanto al mio letto (era infermo in pericolo di morte) egli (P. Leone), da parte di Gesù Sacramentato, con parola sicura di quel che diceva, mi promise la vita se io
avessi eretto un altare al S. Cuore" (R.N.P.). È da ricordare: nel 1865, anno della conversione dopo l’esperienza dello spiritismo, il 28 giugno, festa del S. Cuore, Bartolo Longo riceve di nuovo l’Eucarestia: "Rifeci la mia Prima Comunione, pentito e rientrato nel seno della Chiesa di Gesù Cristo".
Egli narra ancora: "Nel giugno 1866… fui spinto a promuovere in Latiano la devozione al S. Cuore" …
"Esposi, nella chiesa del Sacramento, l’immagine del S. Cuore davanti alla quale è morto mio padre".
Da Latiano il balzo a Napoli su suggerimento dell’amico Prof. Vincenzo Pepe: avrebbe potuto diffondere la devozione al S. Cuore incontrando Caterina Volpicelli.
Ripensando al soggiorno presso la santa apostola napoletana, Bartolo Longo scrive: "Ricordi di tenerissima misericordia tra il S. Cuore e un peccatore. Il S. Cuore fu il mezzo e l’occasione della conoscenza mia con la Contessa e della futura opera della Chiesa di Pompei". Siamo agli inizi. Presto il binomio si consoliderà nell’esperienza di Bartolo Longo: Gesù (S. Cuore) – Maria (Rosario), con l’immensa ricchezza che ne proviene.
Tornando alla malattia di Bartolo Longo nel 1890, ricordiamo, oltre il voto di P. Leone, la visita che durante la convalescenza ebbe dalla Volpicelli. "Ogni giorno, gli disse lei, prego il S. Cuore di Gesù per voi perché voi lavorate per Dio, mentre ci sono molti che lavorano direttamente per Satana, ed io conosco parecchie di queste persone". Qui gli eventi si intrecciano. Siamo al 1890: il 5 giugno, la Contessa Marianna de Fusco è destinataria di un evento prodigioso. Il figlio Francesco è ammalato gravemente. Da Napoli si trasferisce a Valle di Pompei, quindi a Torre Annunziata. La madre, già vedova, vede che un male ribelle sta per strapparglielo.
Ferita nel cuore, si aggrappa ad una tenue speranza. Ma non può immaginare che un prodigio si prepara per lei. Non sa, come dirà in seguito, se in sogno o in una visione, le è dinanzi Gesù nella classica iconografia del S. Cuore che le mostra la Beata Margherita Maria Alacoque, dicendo: "Voglio che sia glorificata la Beata Margherita".
La Contessa è invasa da una grande gioia. Contemporaneamente, il figlio Francesco si sente meglio e, qualche giorno dopo, guarisce. Bartolo Longo irrompe da uomo di punta. Bisogna pregare e far pregare perché il Signore glorifichi la Beata Margherita e sviluppa un’autentica crociata, i cui risultati non tarderanno a manifestarsi.
Qualche anno dopo, nel 1896, il 17 ottobre, festa della Beata Margherita, nel secondo Centenario della sua morte, un miracolo sorprende tutti.
Sr. Ersilia Cella, malata dal febbraio 1892, con paralisi ad ambedue le gambe e tormentata da cure incredibilmente dolorose, guarisce nel Santuario di Pompei.
Bartolo Longo aveva detto la sera precedente: "Domani è la festa della Beata Margherita Maria Alacoque. Manca un miracolo per essere dichiarata santa. Chi sa, domani che è sabato, la Madonna non voglia glorificare questa eletta serva del Cuore di Gesù nel suo Santuario?".
Anche il Papa Leone XIII, informato dell’evento, fa pervenire a Bartolo Longo ringraziamenti e benedizioni. Ma gli eventi si sviluppano ancora. Siamo al 1900, anno giubilare.
Dimorarono a Valle di Pompei, dal 1884 i coniugi Luisa Agostini da Siena ed Emilio Coleschi da Sansepolcro, con una bambina, Maria Rosaria, nata qui nel 1889.
Dalla nascita di questa piccola, la mamma comincia a deperire lentamente: è la spinite, gravissimo male, per il quale il dott. Raffaele Paterno, direttore dell’Ospedale Civile di Piedimonte d’Alife, uomo di scienza e di fede, si esprime così: "Mi avete fatto vedere un guaio. Preparate il marito alla brutta notizia, è questione di spinite e la moglie se ne va".
Nel Santuario di Pompei si prega con intenso fervore la glorificazione di Margherita Maria Alacoque. Anche Luisa prega, chiedendo la rassegnazione alla divina volontà. Sabato 23 giugno 1900, dopo la festa del S. Cuore.
In casa Coleschi è ospite un Missionario Francescano, P. Bonaventura Magnanini, che viene dal Cairo. Tutta la famiglia è a pranzo, eccetto Luisa, che rimane nella solita camera, seduta ed immobile.
La piccola Maria Rosaria, quel giorno ha dimenticato di metterle accanto il panierino con gli attrezzi per lavoretti femminili e qualche libro.
Luisa, accortasi della dimenticanza, esclama: "Oh, Maria Rosaria che ha fatto! Non mi ha dato nulla, nemmeno il libro di devozioni!". Non può chiamare perché non ha voce; né vuol dormire per non dover vegliare poi tutta la notte.
D’improvviso, un pensiero, un coraggio tutto nuovo, una decisione: si alza in piedi, le gambe bloccate da oltre un anno, si muovono liberamente. È guarita. Preferisce non recarsi nella sala da pranzo per non impressionare i familiari e il Padre Missionario. Attende.
Dopo qualche istante, la piccola Maria Rosaria le va incontro: "Mamma hai bisogno di qualcosa"? "Sai, Maria Rosaria, che sto bene"?
La bambina l’abbraccia e le dà un bacio, poi: "Non è vero, mamma, tu dici bugie… ti vuoi divertire".
"Come, tu hai dimenticato di darmi il panierino ed io mi sono alzata e sono andata a pigliarlo". "Non è vero, il panierino te l’ha dato Maria Grazia" (la donna di servizio). "Ah, tu non ci credi, vuoi sincerarti che dico il vero"? E così dicendo, si alza e comincia a camminare.
Maria Rosaria, in un balzo è già nella sala da pranzo: "Babbo! Babbo! La mamma cammina, la mamma è guarita"!
Miracolo autentico.
Con questo miracolo e con quello che seguì a Milano il 28 ottobre 1903 nella persona della Contessa Antonietta Astorri vedova Paveri, il Santo Padre benedetto XV, in data 17 marzo 1918, decretava: "tuto procedi posse ad solemnem canonozationem".
Ci fermiamo a questi pochi accenni sulla "preferenza" del S. Cuore nell’iter storico della nuova Pompei. Ma non possiamo tacere almeno due punti salienti di questa storia: l’opera per i Figli e le figlie dei carcerati e il maestoso campanile dedicato appunto al Cuore di Gesù.
Sull’opera per i Figli dei Carcerati ascoltiamo Bartolo Longo: "… mi sento sospinto da una forza nuova e occulta a metter fuori una parola che è pure un desiderio intenso, una fiamma, un voto, che depongo in quel Cuore di bontà sconfinata, e nel cuore dei miei amati fratelli". E lancia un appello: "Un voto del mio cuore".
L’opera nascerà e sarà pagina gloriosa nella storia non solo di Pompei me della Chiesa e dell’umanità.
Nulla diciamo del campanile.
Chiunque viene a   Pompei se lo trova di fronte maestoso e svettante: un inno fatto di pietra e di bronzo al Cuore di Gesù.
(Autore: Baldassarre Cuomo)
Foto:
Santuario di Pompei. Il Sacro Cuore di Gesù mentre appare a Santa Margherita Maria Alacoque, opera del pittore Orazi Orazio da Camerino (1891).


*Date per non dimenticare

1875

29 Ottobre 1875
Si celebra la prima festa del Rosario nella cadente chiesuola parrocchiale del SS. Salvatore, in Taverna di Valle di Pompei, con una statuina della Madonna che l’Avv. Bartolo Longo aveva portato da Napoli (ABL XVII, 90).
2 Novembre 1875
Si tiene in Valle di Pompei una "Sacra Missione". Intervengono tre sacerdoti: il canonico Alessandro Santarpia di Lettere; il can. D. Giuseppe Rossi di Castellammare di Stabia ed il Rev.do Don Michele Gentile, missionario apostolico da Gragnano (ABL Storia del Santuario di Pompei, 1890, pag. 102).
13 Novembre 1875
Arriva a Valle di Pompei su un carro di letame, l’Immagine taumaturgica della SS. Vergine del Rosario, per essere collocata nella cappella del SS. Salvatore. Visto il cattivo stato di conservazione del dipinto, l’immagine non venne esposta (ABL XIX, 334, Valle di Pompei, anno II, n. 10 del 31. 10.1892, pag. 1).
14 Novembre 1875
Il quadro della Madonna viene consegnato al pittore Guglielmo Galella, per urgenti restauri (ABL XIX, 334, Valle di Pompei, anno II, n. 10 del 31. 10.1892, pag. 1).
16 Novembre 1875
Il Vescovo di Nola, S. Ecc.za Mons. Giuseppe Formisano, ritornato a Valle di Pompei, indica il luogo dove doveva erigersi il nuovo Tempio (ABL XVII, 90).
12 Dicembre 1875
Il M. Generale dei PP. Domenicani Fra Giuseppe Maria Sanvito, manda il diploma della erezione della "Confraternita del Rosario" in Valle di Pompei, con tutte le indulgenze dell’Ordine Domenicano e nomina a rettore della Confraternita il sacerdote di Pompei, D. Gennaro Federico (ABL I, 86 e Calendario del Santuario di Pompei a. 1889, pag. 106).


1894

Marzo 1894
Bartolo Longo inizia le pubblicazioni delle "Piccole Letture" con il n. 1 "Il naufragio dell’utopia" (Le piccole Letture sono in totale 72).
13 Marzo 1894
Il Santuario di Pompei è tolto alla giurisdizione della Diocesi di Nola e passa nel dominio diretto della Sede Apostolica. Breve del 13.3.1894. Primo Vicario del S.S. per il Santuario di Pompei fi il Cardinale Monaco La Valletta.
19 Marzo 1894
Istituzione della "Pia Unione per gli Agonizzanti" fatta il 15 aprile 1894.
06 Maggio 1894
Alla discesa del Quadro della SS. Vergine dal trono, il piede della Madonna, viene ricoperto con un "Sandalo d’oro" tempestato di brillanti.
Maggio 1894
Apertura in Valle di Pompei del "Ricreatorio festivo Pompeiano" per fanciulle e fanciulli.
27 Maggio 1894
Viene inaugurata la prima "Farmacia Valpompeiana".
Nasce il primo nucleo della "Banda Musicale" nell’Ospizio Bartolo Longo. 1° maestro G.B. Tortolano.
26 Agosto 1894
Prima festa dell’Infanzia e del Lavoro in concomitanza con l’Onomastico dell’Avvocato Bartolo Longo. Questa festa sarà celebrata anche negli anni successivi.
28 Agosto 1894
Primo anniversario dell’inaugurazione della cappella dell’Ospizio Bartolo Longo (nella foto). L’altare fi costruito a spese del sig. Pasquale Fiorentini da Gioia del Colle e dal sig. Pasquale Martini di Oria, che offrì £. 1.000.
14 Dicembre 1894
Muore, in Vaticano, il Direttore dell’Osservatorio Meteorologico Geodinamico di Valle di Pompei, il prof. P. Francesco Denza.


1879

Marzo 1895
Viene istituita nel Santuario di Pompei la "Santa Lega per impedire i peccati mortali nel mondi". (R.N.P. 1895, anno XII, pag.66).
8 Marzo 1895
L’Avvocato Bartolo Longo viene nominato ed ammesso come fratello dell’Augustissima Arciconfraternita della SS. Trinità dei Pellegrini e Convalescenti di Napoli (A.B.L., VI-8).
19 Marzo 1895
In Valle di Pompei, alla Via Sacra, in una modesta palazzina, viene installata ed inaugurata la prima stazione dei "Reali Carabinieri" (A.B.L. XIX-334, Valle di Pompei, anno V, n. 5, pag. 3).
23 Maggio 1895
Viene inaugurato l’Asilo per i bambini nati ed allevati nelle carceri. Vengono ospitati fanciulli dai due ai quattro anni per "porgere una consolazione alle infelici madri che l’aberrazione di un momento, forse, ha precipitato in un abisso di mali. Era un dovere della carità cristiana. Bartolo Longo" (A.B.L. XIX-334, Valle di Pompei, anno V 1895, n. 6-7, pag. 2, col. 1).
27 Maggio 1895
In Valle di Pompei, viene esposto un cantiere, per la lavorazione dei materiali di travertino, per la costruzione della facciata del Santuario, ed il progetto grafico con un modello in rilievo della facciata, opera dell’arch. Ing. Giovanni Rispoli (A.B.L. XIX-334, Valle di Pompei, anno V 1895, pag. 2).
Maggio 1895
Inaugurazione nell’Ospizio Educativo Bartolo Longo in Valle di Pompei, di una scuola pubblica gratuita, di una Scuola Operaia Serale, e di una classe serotina da disegno. Il tutto comincerà a funzionare dal 15 ottobre 1895 (A.B.L. XIX-334, anno 1895, anno V, n. 5, pag. 8): pag. 2).
Maggio 1895
L’Ospizio Educativo Bartolo Longo per i figli dei carcerati, si arricchisce di nuove sale, refettori, officine varie, sala di musica per la Banda dell’Ospizio (A.B.L. XIX-334, anno V, n. 5, pag. 8).
20 Ottobre 1895
S. E. Mons. Renzullo, Vescovo di Nola, benedice solennemente la nuova Chiesa in contrada S. Abbondio riedificata da B. Longo, dedicata alla Madonna delle Grazie (A.B.L. – RNP 1895, anno XII, pag. 77).


1896
5 Gennaio 1896
Si inaugura in Valle di Pompei, l’Ufficio di Stato Civile, separato dal Comune di Scafati. Decreto del 19 giugno 1985.
26 Marzo 1896
Viene celebrato nel santuario di Pompei un solenne funerale per i valorosi caduti nelle battaglie combattutesi in Africa, con la partecipazione delle più alte autorità militari e civili (XIX. 334, Valle di Pompei, a. VI n. 1.2.3 gennaio – febbraio – marzo 1896, pag. 7).
7 Maggio 1896
Viene solennemente celebrato in Santuario, il 5° anniversario della consacrazione del Tempio dedicato alla SS. Vergine del Rosario. (XIX. 334, Valle di Pompei, a. VI n. 1.2.3 gennaio – febbraio – marzo 1896, pag. 8).
23 Maggio 1896
Bartolo Longo acquista da Rosina De Vivo, il fabbricato attiguo a quello che attualmente è denominato "Il Villino", composto da due stanze, scantinato, cisterna, giardino ed altri accessori. Costo £. 13.000 (tredicimila). Pagamento: £. 4.000 in biglietti di Banca del Regno, le rimanenti £. 9.000 entro quattro anni a non meno di £. 2.000 per anno, mentre nel 4° anno la somma da pagare sarà di £. 3.000. Gli interessi saranno del 6% a scalare posticipato (I. 248).
31 Maggio 1896
Si celebra nell’Ospizio Educativo Bartolo Longo per i Figli dei Carcerati (oggi Centro Educativo Bartolo Longo) la V Festa Civile (IX 1).
14 Luglio 1896
Muore in Agerola il primo vicario di S.S. Leone XIII per il Santuario di Pompei, il Cardinale Raffaele Monaco La Valletta (RNP 1896, pag. 248).
26 Agosto 1896
Viene nominato il nuovo Vicario di S.S. Leone XIII per il Santuario di Pompei, il Cardinale Camillo Mazzella. Prenderà possesso il 15 settembre 1896 (RNP 1896, a. XIII, pag. 328).
17 Ottobre 1896
Nel santuario di Valle di Pompei, si verifica uno strepitoso miracolo (guarigione istantanea) operato per intercessione della Beata Margherita Maria Alacoque, nella persona della suor Ersilia Celia, Dorotea Romana (I, 585).
11 Novembre 1896
L’Avv. Bartolo Longo e sua moglie, la Contessa Marianna Farnararo ved. De Fusco, vengono ricevuti in udienza privata da S.S. Leone XIII. Il Papa nell’accomiatarli disse: "tornate allegramente… Il Papa vi ha benedetti" (RNP 1896, a. XIII, pag. 431).
23 Novembre 1896
Il Consiglio Comunale della Città di Latiano, riunito al gran completo nella sala consiliare, all’unanimità dichiara il Comm. Bartolo Longo "Cittadino Benemerito di Latiano" (L. 484).
6 Dicembre 1896
Benedizione e posa della prima pietra per la costruzione della nuova Parrocchia del SS. Salvatore. Officiante il Vescovo di Nola S. E. Mons. Agnello Renzullo (L. 4).


 
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