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Il Santuario > Pompei tra Cronaca Storia

Documentazione fotografica
L'eccezionale documentazione fotografica dell'Archivio Bartolo Longo
Non sono un fotografo professionista o un critico del linguaggio fotografico. Il mio è solo un radicato hobby che ho cercato di coltivare. E con questa mia "qualifica" sfoglio "l’album" fotografico del Santuario, soffermandomi con voi su alcune di esse.
Ora che l’Archivio di Bartolo Longo è stato riordinato, ha portato in evidenza la ricchezza della documentazione che il nostro Fondatore aveva pazientemente messo insieme nei primi cinquant’anni di vita di Pompei. La formazione professionale del Longo – era avvocato – e l’esigenza dell’attività che aveva intrapresa e che, giorno per giorno, gli cresceva sotto gli occhi, dovettero convincerlo ben presto a conservare un’appropriata documentazione di quanto andava creando.
La Storia del santuario e la pubblicazione del Periodico "Il Rosario e la Nuova Pompei" sono solo due aspetti di questa "coscienza" del valore storico dell’opera pompeiana. Una accurata "schedatura" degli orfani, ospiti negli Istituti, includeva la loro foto e le notizie biografiche essenziali. Ma c’erano tante altre occasioni e momenti della vita quotidiana degli Istituti meritevoli di una foto. Così pure le varie attività, l’inaugurazione di nuove opere, l’afflusso dei pellegrini, le feste civili e religiose richiedevano un flash che ne tramandasse "ai posteri" la solennità e il documento.
A Bartolo Longo pubblicista quelle foto erano necessarie per illustrare il calendario-strenna che inviava ogni anno ai benefattori ed al Bollettino che parlava della vitalità delle Opere r del Santuario di Pompei.
I fotografi – agli inizi venivano da Napoli e sempre tra i migliori – facevano del loro meglio perché la foto, oltre che documentare l’oggetto, diventasse anche "artistica". E sarà stata
veramente un’impresa "colpire nel segno" con le tecniche del tempo e la tradizionale mobilità dei bambini. Ma tant’è che essi riuscirono a trasformare sedie, vasi di fiori, sgabelli, giocattoli – necessari a tener "fermi" i bambini – in parti ornamentali a completamento del quadro. Così facendo si sono ammassate nelle cartelle e cassetti dell’Archivio migliaia di foto. Di esse alcune sono già note in quanto la nostra rivista pubblica, di tanto in tanto, "foto d’archivio", altre saranno offerte in seguito alla vostra amministrazione.
Sfogliare questo album significa rivedere tanta storia dei primi tempi, riandare alle origini. Un archivio non è necessariamente d’interesse generale, ma è certamente importante per la storia della famiglia e dell’Istituzione cui esso appartiene. Se facciamo riferimento ad esso e vi mostriamo alcune di quelle foto è perché vi consideriamo della nostra famiglia ed interessati alle nostre origini. (Autore: Pietro Caggiano)
Prima foto: Soldatini... che non fanno paura, dalle armi di legno e dal volto rasserenante.
Seconda foto: Testimonianze di carità durante il colera del 1884.


Una gustosa pagina di storia scritta da un attento e scrupoloso osservatore dell’ottocento in visita a Pompei (Parte Prima)
"Poniamo in posto di onore questo bellissimo articolo che ci viene regalato dal Chiarissimo Prof. Cav. Cosimo De Giorgi (*), onore della provincia di Lecce, conosciuto in tutta Italia come profondo geologo ed ameno scrittore e poeta".
È il giudizio che esprime B. Longo pubblicando, nel 1887, l’articolo sul 1° fascicolo de Il Rosario e la Nuova Pompei.
A cento anni dalla stesura di essa – Natale 1886 – si ristampa la gustosa pagina di storia scritta con acume e brio da un attento e scrupoloso viaggiatore-osservatore ottocentesco
.
Una escursione nell’autunno del 1886. Impressioni e ricordi
Non par vero, ed è un fatto. In un secolo come questo tanto miscredente e tanto materialista (1), Valle di Pompei (2) sembra quasi un anacronismo, e ci riporta con il pensiero almeno ad un millennio addietro. Allora una chiesa, una cappella, una cripta sacra, un convento, un palazzo baronale divenivano le cellule primigenie intorno alle quali altre se ne aggruppavano per costituire una bicocca, che poi diveniva una terra o un Castello e quindi una Città.
In questa mia Provincia
(3) per es. moltissimi paesi ebbero questa origine nel medioevo, tanto sotto la dominazione bizantina, prima dell’XI secolo, come sotto i Normanni e gli Angioini. Potrei citare tra i paesi greci: S. Eufemia, S. Dana, S. Giorgio sotto Taranto, S. Demetrio, S. Potito, S. Teodoro, S. Sotero, ecc.; S. Pietro in Lama, S. Pietro Vernotico, e S. Pietro in Galatina; su quelli sorti al tempo dei Normanni, Cerrate ed Aurio; e nel periodo angioino le due città di Francavilla Fontana e di Martina Franca. Una chiesa diveniva il centro di attrazione per le nuove abitazioni; ed i re, i principi, i vescovi e i feudatari locali – sempre devoti anche tra le loro iniquità (4) – favorivano con privilegi, con donazioni, con franchigie questi incentramenti.
Ma in questo secolo scettico
(5) veder sorgere, nella regione più ridente d’Italia, ai piedi di un monte sempre fumante, spesso innivomo (6), circondato da una vegetazione meravigliosa, in un paese intorno ad una chiesa dedicata alla Vergine del Rosario, sembra per lo meno strano, se non vuol dirsi miracoloso! E dire che la chiesa stessa non ha neppure il carattere della vetustà, ma appena un decennio di vita ed anzi è tuttavia in costruzione (7); e di già intorno ad essa si va formando un gruppo di case, nel quale però si trovano elementi di civiltà moderna che invano si cercherebbero in città popolose e ricche di gloriose e antiche memorie. Valle di Pompei è nota oramai nel vecchio e nel nuovo mondo; e quando saranno rivedute le carte d’Italia, pubblicate qualche anno fa, dall’Istituto topografico militare, sarà certamente segnata questa nuova borgata, a mezza via tra Scafati e Pompei, nel punto oggi designato su quelle carte con i nomi di De Fusco e De Vivo (8).
Io vi giunsi il 3 di settembre di questo anno. Ero venuto da Lecce per la via di Taranto. Dopo aver traversato l’uggiosa Valle del Basento, mi ero fermato qualche ora in Potenza. Rividi le colline e le montagne che circondano questa città e che io ben conoscevo, perché avevano messo a dura prova le mie gambe in una ricognizione geologica della Basilica eseguita nel 1877 per incarico del Comitato geologico.
Di là traversata la Valle del Platano, che continua con quella del Sele, dopo aver dato un saluto alla gloriosa città dei Principi longobardi e di Roberto Guiscardo, ed ai panorami bellissimi della costiera di Amalfi e delle montagne di Cava, di Nocera e di Pellezzano, entrai nella ridente pianura traversata dal fiume Sarno, a ponente della quale si erge nereggiante il cono del Vesuvio, come un faro sempre acceso da Mamma Natura, come un simbolo del nostro carattere meridionale!
Quella pianura gremita di paesi, solcata da vie e da canali, ricca di una flora lussureggiante, piena di vita industriale, lambita ad occidente dal golfo di Napoli, e senza dubbio la più bella d’Italia: "è un pezzo di cielo lanciato in Terra!"
E proprio nel mezzo di questo cielo si eleva maestoso ed elegante il trono alla gran Madre di Dio, a poca distanza dalla Strada Ferrata che da Nocera corre difilato a Torre Annunziata.
Note
*
Cosimo De Giorgi, Lizzanello (Lecce) 9.2.1842, ivi 11.1.1923.
"Figura di primo piano nell’età del positivismo. Con straordinaria dedizione passava dalla cura dei
malati a studiare le condizioni in cui la gente vive, fisiche, igieniche, agricole, e in queste indagini si imbatteva con piacere nell’archeologia, nell’arte, nella storia. Nessuno lo superava, in Italia, nelle sue ricerche geologiche, nello studio di acque, clima, minerali e grado di sviluppo agricolo della sua regione. Si dava perciò a impiantare stazioni per osservare scientificamente e fenomeni del clima, raccoglieva dati, ricavava intuizioni e induzioni, e la sua terra diventava una delle poche delle cui condizioni si poteva già da allora parlare con cognizione sicura. Molto si occupava di acque sotterranee; e a lui si deve se le società ferroviarie potevano approfondire pozzi nelle nostre stazioni, arricchendoli di nuove sorgive. E prese anche l’iniziativa di acquedotti, tali che, molti anni prima di Bari, il capoluogo di terra di Otranto poté risolvere il problema delle acque potabili.
Negli ultimi decenni si rivolse più intensamente agli studi di storia e di archeologia, iniziati molti anni prima.
Aveva cominciato da medico, ma poi non c’è fenomeno, si può dire, della vita salentina che non abbia studiato con maggiore impegno. Né era pago di parlare, scrivere, consigliare, organizzare. Non era uno studioso da tavolino, un paziente collezionatore di notizie, ma, innamorato del suo paese, viaggiò instancabilmente, per la ragione che, per tutta la sua lunga vita, si sentì socialmente impegnato".
(da: Tommaso Fiore, Formiconi di Puglia. Lacaita, Manduria. 1963, pasdsim).
(1) "O Vergine Immacolata e Regina del Santo Rosario, Tu, in questi tempi di morte fede e di empietà trionfante, hai voluto piantare il tuo seggio di regina e di Madre sull’antica terra di Pompei".
È l’invocazione con cui B. Longo inizia la sua Novena alla Vergine, siamo sul finire dell’anno 1878. Il secolo miscredente e materialista, i tempi di morta fede e di empietà trionfante sono chiare allusioni al Positivismo: l’indirizzo filosofico condiviso e seguito, sul finire del XIX secolo, da tutti i paesi del mondo occidentale.
Si consideri che il Positivismo, sistema filosofico eminentemente realista, privilegiando esclusivamente il metodo della scienza e ritenendo essere l’unico valido in ogni campo dell’indagine e dell’attività umana, portava a negare qualsiasi espressione di fede. Ne scaturiva in conseguenza la desolante preclusione ad ogni rapporto dell’uomo con la trascendenza.
(2) Antica denominazione del territorio. Si chiamò Pompei dal 29 marzo 1928, con l’istituzione del Comune Autonomo.
(3) Il de Giorgi era nato a Lizzanello in provincia di Lecce.
(4) Forse costretti ad essere "divoti" in segno di pentimento o per espiazione delle "loro iniquità"?!
(5) Ancora ribadisce, accorato, il concetto di scetticismo dilagante nel campo della religione e della fede. La profondissima devozione per la Madonna ed il fervore con cui si vanno realizzando le opere pompeiane, stupiscono il De Giorgi al punto di fargli attribuire a miracolo quanto sta accadendo in questa terra.
(6) Si allude al superbo pennacchio di fumo che scaturiva dal Vesuvio. Il suggestivo spettacolo non è più visibile dal 1944, epoca dell’ultima eruzione.
Va ricordato inoltre che a fine agosto 1886 (il De Giorgi arriva a Valle di Pompei il 3 settembre), il dinamismo del vulcano si accentuò al punto che in alcune occasioni si ebbero getti di proiettili e di cenere accompagnati da boati.
(7) È il primo decennio della fondazione della Nuova Pompei ed anche il più fecondo per le opere religiose, caritative e civili realizzate. Si consideri che il Quadro miracoloso della Vergine arrivò a Pompei la sera del 13 novembre 1875 e già l’8 maggio 1876 fu posta la prima pietra per la erezione del grandioso Tempio. Appena cinque anni dopo il rustico della costruzione era già portato a compimento e nel 1883, l’8 maggio, si recita per la prima volta la Supplica: il 14 ottobre dello stesso anno si celebra nella chiesa la prima grandiosa festa del Rosario. Durante l’anno 1884 si apre l’ufficio postale e si ottiene la fermata del treno a Valle di Pompei; si pubblica il primo fascicolo del periodico Il Rosario e la Nuova Pompei; sono in fase di completamento gli Asili Infantili, la Tipografia, le case per gli operai del Santuario, la cupola del tempio, l’Altare maggiore e il Trono della Vergine.
(8) In quell’epoca il territorio – che costituirà l’attuale Comune di Pompei – era diviso in quattro ineguali porzioni di terra assegnate a quattro Comuni diversi e a due Province. La designazione sulle carte topografiche con i nomi di De Fusco e De Vivo era opportunamente suggerita in quanto le due famiglie possedevano le più notevoli estensioni terriere; basti considerare che la proprietà del Conte De Fusco, defunto consorte della Contessa Marianna Farnararo, era formata da circa 54 moggi di terra ed alcune case.
(Nicola Avellino – Il Rosario e la Nuova Pompei – n° 4 Gen.-Feb. 1987)
Prima foto: Il fiume Sarno che bagna il Comune di Pompei in una antichissima foto quando ancora non esisteva l’attuale insediamento urbano.
Seconda foto: Il superbo pennacchio di fumo del Vesuvio, qui riportato da un dipinto, non è più visibile dal 1944.


Una gustosa pagina di storia scritta da un attento e scrupoloso osservatore dell’ottocento in visita a Pompei (Parte Seconda)
Fra le due Stazioni di Scafati e di Pompei (1) il treno si fermò dinanzi ad una graziosa e lillipuziana casetta di legno, un vero chalet, sulla quale era scritto il nome della nuova Stazione: Valle di Pompei (2). A qualche centinaio di metri vidi la Chiesa della Madonna del Rosario, con la sua svelta cupola a mattoni colorati (3), che si eleva maestosamente sopra un fondo verde-scuro ricoperto da una volta di zaffiro.
Alla Stazione mi aspettava un carissimo amico mio, Ludovico Pepe
(4) da Ostuni, che dirige e sopraintende ai lavori della Tipografia di Valle di Pompei (5). Questo giovane coltissimo, negli ozii non troppo frequenti della sua professione, si occupa di studi storici ed archeologici, sua vecchia passione, e cerca negli archivi e fruga sotterra i documenti illustrativi di questo paese che va sorgendo presso l’antica città di Pompei, oggi in gran parte dissepolta.
Il Pepe per esempio ha trovato che poco lungi dalla nuova Valle di Pompei esisteva nel medio evo un altro paese dello stesso nome, che fu distrutto nella seconda metà del XVII secolo. Il nuovo
è quindi una risurrezione dell’antico paese, e non già della città di Pompei, la quale, sepolta dall’eruzione vesuviana del 79 dell’era volgare, ritornò alla luce soltanto nel secolo scorso, ed oggi resta come uno splendido monumento del tempo romano.
Egli ha raccolto inoltre molti materiali per la Storia dell’antica Valle di Pompei, notata dagli storici per la prima volta al tempo dei Normanni, nel 1087. Poi divenne comune e quindi feudo della famiglia Piccolomini. La sua vera posizione è là dove oggi sorge il R. Polverificio di Scafati, presso il fiume Sarno e ad un chilometro di distanza dalla chiesa del Rosario.
Quando giunsi in Valle il giorno volgeva già al suo termine e una nebbietta diafana ricopriva con un velo trasparente tutta la pianura. In Valle di Pompei ancora non vi sono alberghi: ma ve ne ha parecchi in quei dintorni.
Il mio Mentore mi condusse all’hotel, che resta più vicino al Santuario, e dove il sole non nasce e non tramonta mai, perché è dipinto goffamente in rosso sul muro che guarda la via che mena da Torre Annunziata a Scafati. È denominato Albergo del Sole e pare una rustica villetta, senza le pretensioni di Diomede, e con tutti gli agi di una libera vita patriarcale. Vi è una casetta in fondo ad un viale ornato di fiori, un’altra sulla via, ed una terza – la sala da pranzo – nella quale valenti pittori han riprodotto con molta arte alcune scene di vita pompeiana dipinte sulle pareti di Pompei.
Il padrone dell’Albergo è Monsu Nicola
(6), che all’aspetto pare un vecchio pompeiano sbucato dagli scavi della "via della Fortuna". È un uomo cortese, pieno di buona volontà, che biascica diverse lingue, e di un’amena conversazione: se Monsu Nicola tira il collo ai capponi, è soltanto su questi volatili, che egli esercita la sua crudeltà!
Nella sera volli percorrere la via che mena verso Torre Annunziata: Fiancheggiata di platani e di aceri giganteschi, larghissima, corre sempre in pianura, rasenta Pompei e quindi si unisce con l’altra che viene da Castellammare.
Di là godei lo spettacolo del Vesuvio in eruzione.
Sul cono centrale sembrava accesa come una grande pira rossastra e alla base di esso, nell’Atrio del Cavallo
(7), altre cinque fiaccole rosse uscivano dai crateri di lava incandescente.
Di tratto in tratto dal vertice del cratere centrale, veniva su un globo di fuoco che giunto ad una certa altezza scoppiava, come un razzo di fuochi artificiali producendo una cupa detonazione.
Allora mi ricordai dell’ultima ascensione che avevo fatto sul Vesuvio con il P. Denza, con il Sindaco Giusso e con tutti i miei colleghi del Congresso meteorologico di Napoli nel settembre del 1882.
Si era scelta una orribile giornataccia; ma pure l’escursione riuscì divertentissima. Il cono centrale era tutto involto nelle nubi e sporgeva tra queste il suo capo nereggiante. Noi salivamo si a frotte ruzzolando sui lapilli e sulle scorie, accompagnati da una turba di suonatori ambulanti e di poveri che ci aveva aspettati al varco nei tratti più ripidi della salita.
A mezza via ci fermammo per prendere fiato e fare un po’ si siesta. Allora un bello spirito mi obbligò a spifferare un sonetto a rime obbligate, che voglio qui riferire, come ricordo di quella gita, fatta in mezzo a quelle condizioni speciali di atmosfera:
Colore del giorno
Mentre ascendiam sul Cono del Vesuvio

Tra quelle rupi, un dì bollente lava,
Dall’alto ci minaccia Giove Pluvio;
(E qui un bel verso con la rima amava!).
Sembra tornato il giorno del diluvio;
Brontola il monte e dall’immane cava
Di fumo e di vapor lancia un profluvio;
(Qui perdonate un’altra rima: grava).
Incantevole scena! Dorme il mare
Sotto la nebbia; prendon la cuccagna
I congressisti; strimpella un giullare
Sul mandolino; e, color di lavagna,
Sfonda le nubi e maestoso appare
L’eccelso cono un prete in cappamagna!
Il sonetto, detto lì tra i fumi del "lacryma Christi"
(8), non dispiacque, sebbene, come tutte le cose estemporanee sentisse non poco di quella ruvidezza che nasce dall’essere costretti a modellare i pensieri per comodo della rima, come un artista che fosse obbligato a disegnare una figura su cinque punti dati a capriccio. Se ne esce un mostro, la colpa non è poi tutta né del poeta né dell’artista.
Note
(1)
Esattamente denominata Pompei Scavi. Da alcuni anni la stazione è stata abolita; essa era ubicata di fronte alla Porta Marina Inferiore, abituale ingresso per i visitatori degli Scavi di Pompei.
Da quel punto al Santuario intercorrevano circa due chilometri che bisognava percorrere a piedi e con difficoltà a causa delle condizioni di dissesto del fondo stradale. A Bartolo Longo premeva
eliminare tale disagio per i pellegrini devoti che a raccolta chiamava con tanto fervore presso il Tempio della Vergine. A tale scopo inoltrò le pratiche presso la direzione delle Ferrovie dello Stato incontrando mille ostacoli burocratici e tecnici; invocò l’intervento di altissimi personaggi che perorarono la sua causa e finalmente ottenne quanto desiderava. "Il giorno 6 novembre 1886 superò ogni nostra aspettazione. Il primo treno straordinario e speciale diretto da Napoli a Valle di Pompei, che noi ottenemmo a nostre spese e che fu foriero di tanti e tanti treni, che incessantemente vennero poi, vengono e verranno carichi di pellegrini, di devoti e di benefattori, recò a questa nascente cittadina, che appena pochi anni addietro era una landa deserta, tutta una folla di visitatori ansiosi ed entusiasti, fra questi, personaggi ragguardevolissimi" (B.L.).
Bartolo Longo a sue spese provvide a costruire una stazione ferroviaria ("una baracca in legno") al punto di fermata del treno e tracciò da questa una strada che conduceva direttamente al Santuario. È l’attuale via Sacra. La stazione e la strada, si ricordi, furono costruite entrambe su terreni di proprietà della contessa Marianna De Fusco, consorte di B. Longo.
(2) Il territorio di Valle di Pompei, diviso e smembrato in zone diseguali, da secoli apparteneva ai quattro comuni vicini. Con la costituzione del Comune Autonomo e la ricomposizione del territorio, avvenuta il 29 marzo 1928, assunse l’attuale denominazione di Pompei.
(3) È la vecchia cupola del Tempio, rivestita di mattoni maiolicati policromi. A seguito dei lavori di ampliamento del Santuario, eseguiti dal 1934 al 1939, essa fu demolita e ricostruita più ampia e più alta come attualmente si ammira. Per motivi di armonia architettonica e per uniformità di stile con la restante nuova copertura della costruzione, i mattoni colorati, furono sostituiti con rivestimento di lastre di rame.
(4) Ludovico Pepe. (Ostuni 1853 – Monopoli 1901). Studioso e storico, dedicò la miglior parte della sua solida e valida cultura e della sua intelligente pazienza di ricercatore all’illustratore delle memorie della sua città natale. Si occupò anche di temi di interesse più generale, quale uno studio sulla rivoluzione in terra d’Otranto (1647-1648). Scrisse su Ignazio Ciaia, glorioso martire della rivoluzione napoletana del 1799: trattò con rara competenza argomenti di archeologia pompeiana pubblicati nel periodico Il Rosario e la Nuova Pompei ed in altre riviste. Nel 1887 videro alla luce le sue Memorie storiche dell’antica Valle di Pompei. Unico lavoro di questo genere e su questo argomento, ad esso ancora oggi bisogna fare riferimento come alla fonte esclusiva più autorevole e veritiera. L’argomento non era stato toccato che raramente ed in modo frammentario prima che il Pepe ne facesse oggetto di una ricerca condotta con rigore storico e suffragata da documenti originali.
A tale proposito si consideri che molti dei documenti di epoca angioina consultati e riportati nel suo lavoro andarono distrutti (incendiati dai tedeschi!) e pertanto l’opera del Pepe è ancora più preziosa a chi volesse riprendere o continuare questi studi.
In occasione della ricorrenza dei primi cinquant’anni del Comune di Pompei (1928-1987), divenuto raro ed introvabile il volume della storia del Pepe, ne è stata curata una ristampa fedele all’originale al fine di commemorare la ricorrenza e principalmente per stimolare gli studiosi a continuare le ricerche storiche sulla Valle antichissima. A Ludovico Pepe il Comune di Pompei ha intitolato una strada. Più meritatamente la Biblioteca Comunale porta il suo nome. In occasione dell’inaugurazione di essa, avvenuta nel 1978, fu scoperto nella Fonte Salutare un busto in bronzo dello storico, opera validissima dello scultore pompeiano Domenico Paduano.
(5) La tipografia fu fondata da Bartolo Longo e denominata del Ss. Rosario. Impiantata il giorno 7 luglio 1884, ai primi di settembre venne già alla luce la "Novena in onore di S. Domenico", il primo lavoro a stampa subito eseguito per importanza e per la mole di lavoro (circa centomila copie), dal fascicolo n° 9 (settembre 1884) il periodico "Il Rosario e la Nuova Pompei. Immensi l’entusiasmo e la gioia del fondatore: "La Celeste Regina del Rosario ha voluto impiantare presso la Sua Chiesa un altro elemento di civiltà per il Suo novello popolo pompeiano ed un novello produttore di industrie di arti, e questo è la Tipografia; … ed ecco come la fede, quando è operosa, diventa l’apportatrice di novella vita e di vero incivilimento per i popoli. Ed ecco come il cattolicesimo non è nemico del progresso, ma ne è la cagione e valido sostegno" (Bartolo Longo).
Nel 1892, fondato l’ospizio educativo per gli orfani della legge, la tipografia assunse l’attuale denominazione di Scuola tipografica Editrice per i figli dei carcerati e fu trasportata dalla prima sede, che era contigua al Santuario, nell’attuale grande edificio in via Sacra.
(6) Derivato dal francese. Generalmente titolo di rispetto e di riguardo che di solito veniva rivolto a persone di rango elevato o a gentiluomini. Nell’Italia Meridionale in passato (attualmente il termine è in disuso), Monsù era il cuoco per antonomasia, il capo.
(7) Grande valle semicircolare interposta tra il cono del Vesuvio ed il Monte Somma in tempi remoti era denominata la valle del Gigante. In seguito prese l’attuale denominazione di Atrio del Cavallo. Vi si lasciavano infatti in sosta i cavalli dei visitatori che si accingevano a scalare il cono del Vesuvio.
(8) Famoso vino prodotto già da tempi antichissimi con uve giunte a perfetto grado di maturazione. L’etnologo Gaetano Amalfi racconta: "Quando Cristo girava per il mondo capitò sul Vesuvio donde gli si fece ammirare Napoli. Allora egli commentò che il golfo era un pezzo di Paradiso abitato da birboni. Così pianse e le sue lacrime cadute al suolo fecero germogliare viti. Dall’uva di quelle viti fu prodotto il vino Lacrima Christi".
(Nicola Avellino – Il Rosario e la Nuova Pompei – n° 4 Marzo-Aprile 1987)
Prima foto: Discesa dal Vesuvio in portantina in una stampa del primo ottocento.
Seconda foto: Veduta della 32ma Eruzione dell'anno 1791.
Terza foto: Bartolo Longo provvide a proprie spese a costruire una stazione ferroviaria, al punto di fermata del treno, e tracciò da questa la strada che conduceva direttamente al Santuario, l'attuale Via Sacra.
Quarta foto: Giovanni Battista Alfano, famoso vulcanologo e studioso del Vesuvio, per lungo tempo fu Direttore dell'Osservatorio Vesuviano annesso al Santuario di Pompei.


Una gustosa pagina di storia scritta da un attento e scrupoloso osservatore dell’ottocento in visita a Pompei (Parte Terza)
Nel Mattino seguente mi diressi di buon ora a Valle di Pompei, che resta un 200 metri lontana dall’Albergo del Sole. Quivi giunto visitai la nuova chiesa, l’ospizio annesso e le officine. Vi trovai l’Avv. Signor Bartolo Longo che io già conosceva di nome, e che mi accolse con quei modi squisiti e affettuosi che gli sono propri. Ed egli mi condusse ad ammirare l’opera sua.
Il Longo è il vero fondatore di Valle di Pompei. È nato in questa mia provincia, in Latiano, e non ha raggiunto ancora il mezzo secolo
(1); ma è un uomo di una attività prodigiosa e di una tempra di acciaio. Egli ha stampato nel suo cervello il motto del Quetelet, tanto vero in pratica: l’homme qui tends toujours vers le méme but, finit par acquérir une force morale immense (2).
Risultato fecondissimo di questa immensa forza morale, acquistata dal Longo con il suo carattere intraprendente, con il suo tenace buon volere ispirato e avvalorato dal sentimento religioso, sono appunto: la chiesa di Valle di Pompei, dedicata alla Regina delle Vittorie
(3), l’asilo d’infanzia, l’ospizio di mendicità, le scuole per i bambini raccolti per le vie e guidati ad essere probi, onesti e laboriosi cittadini nell’età adulta (4).
A conseguire questa che io direi, mi si passi la frase un po’ secentistica, incarnazione delle tre virtù teologali a beneficio delle società, oggi concorrono spontaneamente credenti e miscredenti di ogni parte del mondo, perché la carità è una religione universale e fondamento di quella cristiana; è il mistico anello che lega i popoli di diverse religioni verso un ideale santissimo a cui tutti aspirano e che tendono di conseguire, o su questa terra o nella vita d’oltre tomba.
Per raggiungere questo risultato veramente prodigioso il Longo cominciò dall’istituire presso la chiesa una tipografia e la fornì delle migliori macchine e di bravi operai
(5). Da questa officina vien fuori mensilmente un periodico religioso (6); ed in essa si pubblicano edizioni di lusso, splendidissime. Da questa fiaccola del sapere, che centuplica il pensiero dell’uomo, si irradiano in tutte le parti del mondo a centinaia di migliaia di libri di preghiera ed il Rosario e la Nuova Pompei. Le ragazze e le fanciulle pompeiane lavorano qui nella legatoria annessa alla tipografia ed imparano ad essere buone massaie e soprattutto oneste (7).
Lì presso è l’ufficio postale
(8) e quello telegrafico (9); il primo dei quali per l’importanza che ha avuto in soli due anni è già divenuto governativo di 2ª classe. Mi assicurano che oggi si fa la spedizione media annua di oltre 20 mila tra lettere, cartoline e pieghi (10); il che vuol dire che il governo incassa circa settemila lire di soli francobolli. E siamo ancora sul nascere di Valle di Pompei!
Di contro a questi due uffici sorge il Santuario ed annesso a questo vi è un grandioso palazzo destinato ad asilo d’infanzia
(11) e ad ospizio di beneficenza. Questo fu inaugurato nel Novembre scorso; quando io lo visitai era ancora in costruzione. Si direbbe venuto su d’un tratto, come Minerva dal cervello di Giove. Ed oggi raccoglie più di cento bambini che prima erravano vagabondi, destinati adulti a popolare le prigioni.
D’innanzi a quella colonia d’infelici che mi sfilarono nel corridoio del piano inferiore, io mi sentii allargare il cuore. Si creda o non si creda, d’innanzi a quello spettacolo ci si sente migliori e degni della nostra differenza specifica nella serie zoologica! È questa una religione operosa, la quale non si mantiene nella sola sfera delle relazioni tra il sensibile e il soprasensibile, tra la creatura e il suo Fattore, ma diviene madre amorosa che alimenta i suoi figli e ne guida i passi vacillanti. Quando parla poi la carità, la fede regna sovrana nel cuore dell’uomo; il negarlo è un voler illudere se medesimi!
Note
(1)
Bartolo Longo nacque il giorno 11 febbraio 1841 a Latiano, in provincia di Lecce (oggi provincia Di Brindisi) da Bartolomeo e da Antonia Luparelli. Morì a Pompei il 5 ottobre 1926. È stato beatificato da Papa Giovanni Paolo II il 26 ottobre 1980. Le sue spoglie sono esposte alla venerazione dei fedeli nella Cripta del Santuario. Al fine di appagare un ardente desiderio del Beato, la teca di cristallo che racchiude il simulacro è stata sistemata sotto il Trono della Vergine.
(2) L’uomo che tende costantemente allo stesso bersaglio, finisce per acquisire una forza morale immensa.
(3) Esattamente il Tempio è dedicato alla Vergine del SS. Rosario: "Virgini SS. Rosarii Dicatum" si legge, scritto a grandi lettere di bronzo, sulla facciata del Santuario. Regina delle Vittorie invece, è un appellativo caro a Bartolo Longo, uno dei tanti con cui sovente il Beato invocava la Vergine.
(4) "Se vogliamo salvare la società, cominciamo per tempo ad educare cristianamente la generazione che sale: I fanciulli. Nessuno si creda esentato da quest’opera di rinnovamento morale della società per mezzo dell’istruzione religiosa e della pratica dei sacramenti". In tali termini si era espresso Leone XIII; nell’insegnamento del Papa, Bartolo Longo trova la conferma di quanto già da tempo aveva intuito, più di tutto, lo stimolo ed il fervore ad iniziare in Pompei un’opera educativa ad affiancare a quella religiosa. Nel 1881 il primo passo. A fianco del Santuario ancora in costruzione, Bartolo Longo fece costruire "quattro mura rustiche", un modesto locale nel quale cominciò ad accogliere la domenica pomeriggio una ventina di fanciulli figli di contadini della Valle, ai quali impartiva i primi rudimenti del Catechismo. L’anno seguente, 1882, con il 1° gennaio l’inaugurazione dell’opera Catechistica Pompeiana. L’istruzione è riordinata su altre basi: vengono formati due circoli separati per i fanciulli e le fanciulle, si aggiungono anche gli adulti ai quali Bartolo Longo aveva anche assicurato che a chiunque fosse venuto la sera a trovarlo avrebbe fatto insegnare il leggere e lo scrivere. Mirabile lo sviluppo della scuola: dopo il primo anno era frequentata da un centinaio di fanciulle ed altrettanti fanciulli, una quarantina di uomini, una ventina di donne.
(5) "Oltre della scuola serotine in Valle di Pompei, a cui accorrono fanciulli e giovanetti per apprendere i primi rudimenti delle lettere e della morale, abbiamo a nostre spese iniziato una scuola particolare per tutti quei fanciulli che già lavorano nel nostro opifizio, al fine di farli diventare un giorno artisti perfetti ed istruiti, vuoi tipografi, vuoi legatori, vuoi macchinisti. E per incoraggiarli a studiare e coltivare lo studio della lingua italiana, tanto per capire quel che stampano, li provvediamo a nostre spese di libri, di carta, di penne e di ogni altro occorrente, facendoli ammaestrare da un idoneo maestro patentato" (B.L.).
(6) Si riferisce al Periodico "Il Rosario e la Nuova Pompei" che vide la luce con il primo, il 7 marzo 1884 stampato però a Napoli dalla Tipografia di A. e S. Festa. "Se Dio vorrà, nella nostra casa apriremo una sala di lavoro per i fanciulli pompeiani e cominceremo con l’impiantarvi una tipografia la quale avrà nome dal Rosario" (B.L.). La Tipografia in breve volgere di tempo fu impiantata; nell’agosto 1884 e già pronto per la stampa il primo lavoro: la Novena ad onore di S. Domenico. Il numero nove del periodico, settembre 1884, è impresso in Valle di Pompei dalla tipografia del SS. Rosario.
(7) "Ed una sala di lavoro di già è aperta per le fanciulle che imparano a piegare, cucire e legare il giornale ed I libri che vengono qui stampati. Confessiamo l’immensa soddisfazione nel vedere queste fanciulle ripulite ed educate, attendere con gran diligenza al lavoro; apprendono l’arte e di già ogni settimana cominciano a portare alle loro famiglie il lucro delle loro incipienti fatiche" (B.L.).
(8) L’Ufficio Postale fu istituito nel maggio del 1884 come Collettoria di Valle di Pompei. Con il 1° dicembre 1885 fu già elevato ad Ufficio Postale di II Classe.
(9) Il giorno 16 del corrente luglio (1886) dovrà essere qui a Valle definitivamente impiantato il nostro ufficio telegrafico. Stampa, Telegrafo e Vapore sono le tre cose di cui non sa far a meno la civiltà moderna, e queste tre cose abbiamo già ora a Valle di Pompei. La nostra tipografia è già ormai contata tra le migliori; in qualsivoglia giorno dell’anno il treno tra andata e ritorno, ferma due volte a Valle di Pompei; e il filo telegrafico ci porterà sulle ali del vento dai nostri associati i comandi a noi e le suppliche a Maria.
(10) Per farsi un’idea di quale rilevanza fosse l’incremento annuo del movimento postale e la mole di materiale spedito, basti osservare che nell’anno 1894 Bartolo Longo inviò in tutto il mondo, dall’ufficio postale di Valle di Pompei, 801225 copie del periodico, 60.018 lettere, 25.889 pacchi e plichi, 1.253 telegrammi. Per il tutto spese lire 29.832 ed 87 centesimi.
(11) La prima opera di beneficenza in Pompeo: gli asili di infanzia: "A questo scopo pensammo di compiere ogni atto di fede nostra con un’opera di carità: aprire cioè un asilo che raccogliesse le miserie, ma le miserie innocenti, che sarebbero la rovina loro e di tanti se lasciate nella ignoranza e nella brutalità. È questo il palpito più sentito del nostro cuore" (B.L.). I rudimenti di quest’opera risalgono già al 1884, in occasione della festa del Rosario ed in quello stesso giorno Bartolo Longo cominciò ad accogliere nei locali contigui al tempio i bambini e le bambine figli degli operai che, impegnati nella costruzione della Chiesa, erano costretti a lasciare i loro bambini abbandonati a se stessi per tutto il giorno. Dopo appena un anno sono già circa sessanta i bambini accolti nell’asilo; B. Longo, pienamente soddisfatto per quel successo, provvide alla costruzione accanto al Santuario di due corridoi con vaste sale "aerate ed acconce" ed il sei novembre del 1886 con solenne cerimonia aprì ufficialmente l’Asilo Infantile distinto in due sezioni per bambine e bambini. Nel breve discorso inaugurale il Beato, con meritato orgoglio, tenne a precisare: "quattro anni addietro, il vostro piede, o signori, avrebbe calpestato qui rape e lupini… Quasi tutti questi bambini erano scalzi, a molti i cenci cadevano di dosso, li abbiamo vestiti e calzati. Vengono qui come piccoli selvaggi e il primo progresso che essi fanno nella via dell’incivilimento è il nettarsi il viso e spogliarsi degli insetti che facevano di quei corpicini aspro governo" (B. Longo).
(Nicola Avellino – Il Rosario e la Nuova Pompei – n° 3 Maggio-Giugno 1987)

Prima foto: I volenterosi alunni della scuola Tipografica diedero saggio della loro raffinata perizia grafica offrendo al Fondatore una riproduzione del suo certificato di nascita nella festa onomastica del 1893.


Una gustosa pagina di storia scritta da un attento e scrupoloso osservatore dell’ottocento in visita a Pompei (Parte Quarta)
Dall’ospizio passai al Santuario che fu la meta della mia escursione. Come in Pompei i tempi pagani, così qui la chiesa dedicata alla Vergine non è soltanto la casa di preghiera, ma un santuario dell’arte (1), ed aggiungerei anzi un monumento sincrono dell’arte napoletana.
Quando io la visitai nel settembre scorso era tutt’ora in costruzione. L’intempiatura generale
era terminata, come pure le decorazioni dell’absida, della Cupola e della nave trasversale. L’architettura è del chiarissimo Prof. Antonio Cav. Cua (2) ed è opera magnifica. È una chiesa a croce latina, ricca di doratura e di freschi e forse fin troppo ricca (3). Ma prima di giudicarla bisogna metterla in relazione con i luoghi in mezzo ai quali sorge, luoghi pieni di tinte gaie, calde, pittoresche. Bisogna guardarla sotto il cielo di Napoli, in mezzo a quella popolazione ricca di fantasia e semi-orientale. Allora quello sfarzo che colpisce l’occhio intona con il resto del paesaggio ed armonizza con questo.
Sotto la volta dell’absida il Cav. Vincenzo Paliotti
(4) ha dipinto un gruppo di angeli bellissimi che via via, sollevandosi verso il cielo e intrecciandosi con quelli dei piani sovrapposti, fa corona all’Altissimo che è in atto di benedire.
Il sommo pittore di tanti velarii e siparii di teatro ha voluto mostrare che il suo pennello risponde egregiamente anche alle sublimi ispirazioni dell’arte religiosa. E questo ci fa dimenticare l’effetto un po’ teatrale di alcune scene, di alcune figure.
Si costruiva in quel tempo il tabernacolo dell’altere maggiore con marmi dei Pirenei e di Carrara
(5). I cinque angioli di bronzo, che dovevano essere collocati ai piedi del trono della vergine, erano allora fuor di posto; e così potei ammirare da vicino quell’opera che fa molto onore al Cav. Salvatore Cepparulo (6), napoletano, il quale ispirandosi nelle opere stupende di Donatello e di Mino da Fiesole ha saputo soffiare l’alito della vita nella informe materia.
Mi mostrarono pure due statue scolpite in marmo bianco dal Commendatore Federigo Maldarelli
(7) di Napoli e rappresentanti una "l’orazione mentale del Rosario, l’altra "L’orazione vocale (8). È questa la prima volta che il valente artista ha sostituito lo scalpello al pennello. Però, tutti gli intelligenti di arte preferiranno di ammirare il Maldarelli pittore nello stupendo lavoro dell’estasi di Santa Caterina da Siena (9) che decora uno degli altari di questo tempio e che attrae a sé tutti gli occhi dei visitatori. Questa sola tela basterebbe a richiamare in questo Santuario tutti gli amatori dell’arte ed a mostrare che anche oggi da poche menti elette, e sarei per dire privilegiate, si sente la vera arte religiosa scevra dalle fisime del verismo.
Accanto alla chiesa oggi vi è l’Oratorio dove accorrono i credenti in numero grandissimo, siccome potei notare io stesso nei due giorni che mi trattenni in Valle di Pompei.
Ed ora basta. Ho voluto segnare degli appunti, non descrivere il Santuario della nuova Pompei. L’opera non è ancora compiuta e vi si lavora alacremente per condurla a termine. Mi dissero che vi è una colonia di 250 tra artisti ed operai, occupata a quest’opera meravigliosa, nata dalla fede, alimentata dalla carità e rafforzata dalla speranza di un avvenire migliore.
Il tempio di Valle di Pompei diverrà fra qualche anno il nucleo di un paese; ma già fin d’ora è il più cospicuo centro di attività religiosa artistica e intellettuale di tutta la zona che circonda il monte, "sterminator Vesevo". Ed io, stringendo la mano all’Avv. Longo, gli dirò nell’orecchio due sole parole: Avanti, Excelsior!

Lecce nel Natale del 1886. Autore: Cosimo De Giorgi
Note

(1) "E demmo ordine al nostro architetto Giovanni Rispoli che non guardasse a spese, ma si studiasse di rendere la Chiesa del Rosario di Pompei un monumento di arte religiosa moderna da contrapporre ai monumenti dell’arte pagana antica". (B.L.).
(2) Bartolo Longo ci narra nella sua Storia del Santuario come il professore dell’Università di Napoli Ing. Antonio Cua (1818-1889) si offrì a dirigere gratuitamente i lavori del Tempio. Riportiamo il racconto operando qualche taglio (doloroso) impostoci dalla tirannia dello spazio. Siamo nell’anno 1886. "Mi recai a casa di un intimo e cordiale mio amico, il Cav. Tarquinio Fuortes (1848-1927), professore di matematica. Quel mattino lo trovai circondato dai suoi di famiglia che facevano accoglienze ad alcune signore ed a un signore grave di aspetto e di età. Senza preamboli entrai a discorrere dei fatti occorsi a Pompei. Quello sconosciuto, poi che mi ebbe udito alquanto, interruppe: "Chi è l’architetto che dirige i vostri lavori? – Non abbiamo architetti – risposi - . – Avete almeno un disegno? Ed io pronto, misi la mano in seno e ne trassi quel foglio istoriato che i lettori sanno. Quel signore non seppe ritenere un sorriso di compassione e soggiunse: - Ma perché in un’opera d’arte non valersi dell’uomo dell’arte? – Il compenso di un architetto assorbirebbe metà della somma che raccogliamo con stenti e disagi. – Vi potrebbero essere anche degli architetti che si offrissero gratuitamente. Date a me quel disegno ed io ve lo farò secondo l’arte.
Mi volesse costui fare un tiro, pensai malignamente fra me medesimo, dicendo offrirsi gratuito e poi richiedermi la ricompensa? E guardai negli occhi il mio amico Tarquinio. Costui mi lesse nell’animo ed esclamò: - Bartolo, questo signore è il cavalier Antonio Cua, illustre professore della Regia Università di Napoli, ed è uno degli uomini più buoni di questo mondo. Egli si offre gratuitamente. Balbettai alcune parole di ringraziamento; quindi, quel nobile cuore concluse: - Poiché fate una chiesa a poveri contadini ed a furia di soldi elemosinati, io non solo vi darò il disegno gratis ma ancora verrò ad assistere senza ricompense di sorta alla costruzione e ci rimetterò le spese dei viaggi ogni volta che occorrerà recarmi a Pompei".
Il professore Cua tenne fede alle promesse, donò il disegno e, per sette anni, dal 1876, diresse di persona e gratuitamente i lavori per la costruzione del Tempio.
(3) "La decorazione: il concetto informatore è di attuare il massimo decoro per la per la casa della Nostra Signora; tutto deve ispirare devozione; ed ogni parte collegata al tutto deve formare la magnificenza del Tempio Cristiano dedicato alla regina dei Cieli.
Il compito è arduo… nulla sarà risparmiato a che la Chiesa raggiunga il suo perfetto e completo risultato. Animati da santo entusiasmo sapremo cavar profitto da ogni cosa…" (arch. G. Rispoli).
"… ora una lode a chi aspetta. L’architetto Giovanni Rispoli di Napoli, autore della decorazione e direttore dei lavori, ha speso ogni cura e quanto era in poter suo affinché l’opera riuscisse" (B.L.). All’architetto Rispoli infatti Bartolo Longo aveva affidato la direzione di tutti i lavori che si eseguirono nel Tempio e gli aveva richiesto anche consigli e disegni per la costruzione e l’allestimento di tutta la parte monumentale. Sono suoi infatti la decorazione interna del Santuario, il disegno e l’esecuzione della facciata, il ciborio, l’altare maggiore, la cantoria, il disegno dello stupendo cancello che chiude la balaustra.
(4) Vincenzo Paliotti, romano di nascita, in giovane età si trasferì in Campania dove svolse in prevalenza la sua attività artistica. Si ammirano i suoi affreschi nella Cattedrale di Castellammare di Stabia ed anche in quella di Benevento, nella Chiesa del Gesù Vecchio di Napoli e nella Cattedrale di Capua; il secondo sipario del Teatro San Carlo di Napoli è opera sua; suoi infine alcuni dipinti al palazzo Farnese in Roma. "Vincenzo Paliotti è stato uno di quegli artisti che sin dal principio mi è stato costante compagno nei lavori di questo Santuario ed acuto interprete e fedele esecutore dei miei concetti artistici e dei temi più facili che io soglio porgere ai miei compagni di arte per la più nobile manifestazione delle bellezze cristiane e delle idee puramente ascetiche" (B.L.).
Di tutti i dipinti del Paliotti nel Santuario resta solo una parte; purtroppo durante i lavori di ampliamento del Tempio (1934-1939), alcuni affreschi ed i dipinti della Cupola dovettero essere sacrificati.
La Cupola infatti fu interamente ricostruita più ampia e più alta; l’abside fu arretrata, furono aggiunte le due navate laterali al fine di ricavare maggiore spazio per accogliere i numerosi fedeli.
Attualmente della vasta opera del Paliotti restano: - i quindici medaglioni dipinti su rame che coronano il quadro della Madonna. Rappresentano i quindici misteri del Rosario; - Il soffitto della navata centrale, vasto affresco firmato e datato 1888, vi è rappresentato l’ultimo mistero glorioso con al sommo la trinità che incorona la vergine, il tutto circondato da angeli in atto di omaggio. Nelle ogive sono affrescati San Domenico, San Benedetto, San Francesco d’Assisi e Sant’Agostino. Negli interspazi infine, tra i finestroni, San Pio V e San Paolino; - L’affresco del succielo della cantoria, con Santa Cecilia protettrice della musica e gruppi di angeli assorti nel canto.
(5) Bartolo Longo, fiducioso sempre negli aiuti della Provvidenza, non badava a spese. Il Trono della Vergine e l’Altare Maggiore dovevano essere un autentico gioiello, prezioso e degno, una opera finissima d’arte. Ordinò infatti i marmi più fini e più belli a Carrara ed alla grande Marmerie di Bagneres de Bigorre, negli Alti Pirenei. "Quel luogo (Lourdes) in cui ventisei anni or sono appariva la regina del Cielo con il Rosario in mano, oggi doveva somministrare i marmi più splendidi per erigere un Trono alla Vergine del Rosario nella Valle di Pompei" (B.L.).
(6) Il de Giorgi si riferisce ai cinque angeli pronto per essere collocati sul piano del Trono. Le sculture sono alte poco più di due metri, modellate dall’artista napoletano Salvatore Cepparulo e fuse dalla ditta Alfano; costarono lire settemilacinquecento. "Il bravo professore S. Cepparulo autore delle cinque monumentali figure, in quello slancio di vena artistica, che forma l’originalità e la nota nuova delle sue stupende produzioni d’arte, in un momento di assai felice vena, si era ispirato ad un ideale ascetico che completamente l’aveva signoreggiato e trascinato a delle figure di uno slancio tale da far restare compresi di ammirazione quanti le hanno vedute" (B.L.).
I cinque angeli furono sistemati sul piano del Trono secondo il progetto del bravo Rispoli. A seguito dei lavori di arretramento dell’Altare si diede nuova e più snella sistemazione a tutto il complesso monumentale. Dei cinque angeli infatti, solo due furono lasciati al loro primitivo posto (come oggi si vedono); altri due sono stati collocati nel parco del Piazzale Giovanni XXIII, il quinto, infine, nei giardini, a destra di chi guarda la facciata del Santuario. Dello stesso artista, si ammirano: sul dorsale dell’Altare Maggiore, sei testine di Cherubini di bronzo a tutto tondo incastonati in altrettanti dadi di marmo nero; il cancello della balaustra, finissimo lavoro di bronzo e d’argento; le statuine dei Padri della chiesa e dei Santi, tra cui S. Pietro e S. Paolo, che circondano il ciborio dell’Altare Maggiore.
(7) Federico Maldarelli (Napoli 1826 – ivi 1893). "Insigne pittore napoletano, nel maggio 1879, per sua specchiata pietà, vedendo cresciuta ogni giorno la devozione di tanti signori napoletani e forestieri verso la Vergine del Rosario di Pompei, la cui immagine per la umidità della Parrocchia era quasi nel totale suo deterioramento, si offerse gratuitamente a fare una più perfetta e completa riparazione" (B. L.). È il secondo restauro del quadro della Madonna; il primo era stato rozzamente eseguito nel 1876 da Guglielmo Galella, "pittore artigiano". Nel 1965 il quadro fu nuovamente restaurato, finalmente seguendo i moderni canoni dell’arte, presso l’Istituto del Restauro dei Monaci Benedettini Olivetani in Roma.
(8) Le due statue sormontavano i portali di marmo che si aprivano ai due lati del Trono. A seguito dell’ampliamento del santuario, i due portali furono aboliti e le due statue ebbero diverse collocazioni. Attualmente esse si possono ammirare nella Cripta del Santuario, ai lati dell’altare.
(9) Pregevole lavoro del Maldarelli, firmato e datato 1883. Raffigura Santa Caterina che riceve le Sacre Stimmate dal Crocifisso apparsole in estasi. Attualmente il quadro è collocato nel penultimo altare alla destra per chi entra nel Santuario.
Da notare, sotto la mensa dello stesso altare, una copia in marmo della Santa Cecilia del Maderno.

(Nicola Avellino – Il Rosario e la Nuova Pompei – n° 5 Settembre-Ottobre 1987)

Prima foto: La Via Sacra, che porta dalla piazza del Santuario alla Stazione della Ferrovia dello Stato, come si presentava dopo la prima originaria sistemazione.
Seconda foto: Uno scorcio dell'Istituto per i figli dei carcerati.
Terza foto: L'abside del Santuario prima dell'ampliamento avvenuto tra il 1934 e il 1939.
Quarta foto: Il reparto di falegnameria che insieme ad altri di diverse attività costituivano i laboratori delle Scuole Professionali dell'Istituto Bartolo Longo.


L’osservatore meteorologico – Un’iniziativa d’avanguardia

Cento anni fa, il Beato Bartolo Longo, animato da una visione armonica e di fattiva collaborazione tra scienza e fede, affidava allo scienziato barnabita P. Francesco Denza, il discorso inaugurale della nuova opera che ben si inseriva nel suo progetto per la Nuova Pompei.

Fede e civiltà, carità e scienza sono binomi che si inquadrano nel problema vasto e complesso dei due umanesimi, quello classico-cristiano e quello tecnico-scientifico; problema inesauribile sul piano speculativo, sempre aperto a nuove soluzioni, molto spesso antitetiche fra loro, a seconda se si giunge a conciliare scienza e fede, nello stesso uomo, come espressioni ambedue della sua stessa umanità e della sua unità, o se, viceversa, si arriva a scindere nella persona questi due aspetti fino a ritenere i rispettivi campi inconciliabili.

Per noi il campo è ben delineato. Bartolo Longo è fra coloro che credono nella conciliazione e nella coesistenza fra fede e civiltà, fra carità e scienza e se ne fa carico nel suo percorso esistenziale, nelle sue iniziative: ci riferiamo in particolare all’osservatorio meteorologico da lui voluto e realizzato.
Siamo nel 1890 (cento anni orsono), quando, accanto al Santuario sorge a Pompei la stazione metereologica: è la 253ª in Italia. La prima di queste stazioni era nata 25 anni prima sui ghiacci del Piccolo San Bernardo a 2160 metri.
La storia di queste istituzioni sul territorio nazionale inizia, infatti, nel 1865 quando "si poté costruire una privata società che prese il nome di Corrispondenza Alpino-Appennina e che dopo altri tre lustri, nel 1880, si convertì nell’attuale società Metereologica Italiana, la quale estende ora il suo dominio su tutta l’Italia e su non poche regioni estere dove sono italiani".
Così introduceva il suo discorso, per l’inaugurazione dell’Osservatorio metereorico -geodinamico- vilcanologico pompeiano, il Padre Francesco Denza, Barnabita (nato a Napoli il 7 giugno 1834 e morto a Roma il 14 dicembre 1894), al quale "l’ottimo Iddio ha voluto concedere di poter assistere al 25° anniversario della Società e di prendere parte alla odierna ricorrenza…". Era il 15 maggio del 1890 il quattordicesimo nella vita del Santuario di Pompei e Bartolo Longo nella sua prolusione al momento inaugurale dell’Osservatorio affermava testualmente: "da un lustro in qua in questa Valle memoranda, sotto l’alito fecondatrice della Religione, la civiltà dei tempi nostri si è esplicata in tre grandi manifestazioni: nel Culto, nella Beneficenza, nell’Arte. Restava, ultimo esplicamento della civiltà europea, la scienza, irraggiamento della divinità nello spirito dell’uomo. E la Scienza, questo supremo raggio del sole della civiltà, oggi risplende terso e luminoso a dar la perfezione all’ardua nostra impresa. Di che la umile Valle di Pompei, ignota, inesplorata, negletta per tanti anni dopo il seppellimento dell’antica pagana Città, sarà nominata di lì a poco da tutti i Congressi degli Scienziati, da New York a Londra, da Buenos-Ayres a Berlino".
C’è, ed è evidente, in Bartolo Longo una già chiara visione della progressione storica del mondo e della cultura del suo tempo; ci sono, infatti, i segni premonitori per cui per cui "l’esplicamento" della civiltà europea prenderà il suo abbrivo proprio dallo straordinario, incalzante processo evolutivo delle scienze sperimentali e riuscirà in nome della sua scienza a superare ogni barriera, ad annullare ogni tipo di distanza sociale e geografica.
Così, guardando all’Europa ed agli altri continenti, Bartolo Longo cominciò ad agire in terra pompeiana: aveva iniziato una difficile opera di risanamento etico, aveva ricostruito case e strade e impostato una nuova vita civile, aveva rispettato l’antica civiltà e la sua arte, andava affidando alla carità il suo progetto pedagogico; intendeva includere in questo percorso i prodotti della scienza, i contributi che essa offre all’uomo attraverso l’uomo stesso per rispettare la vita, per migliorarla, per pervenire i danni della natura, per conoscerne i segreti.

L’osservatorio meteorologico di Pompei costituisce uno spunto per "dimostrare come l’uomo devoto a Dio sappia porgere volenteroso amica la mano alla scienza, né rifugga dal progredire sincero dello studio della natura che pure è opera di Dio; e fa quasi intravvedere il sorgere di quel giorno da tutti aspettato, quando i due progressi, materiale e morale, la scienza umana e la divina, la ragione e la fede, stringeranno un’altra volta le rotte sponsalizie" (Denza).
I riferimenti storici e filosofici all’impulso illuministico, al positivismo imperante, alle esasperate diatribe fra i campi della ragione e quelli della fede, il progressivo rientro nei limiti di una visione meno estremista è quel che si sottintende quando si parla di "stringere nuovamente le rotte sponsalizie".
Pompei da semplice centro di Fede intende imporsi come luogo nel quale civiltà e fede si corroborano s vicenda; "Signori, - diceva Bartolo Longo, al numeroso pubblico presente quel quattordici di maggio di cento anni or sono – la terra che voi calpestate è classica… Da quella terra, dalle sue spoglie, sorge "una civiltà novella"".
"A questa civiltà della nuova Pompei, della quale voi, o Signori ammirate qui la molteplice manifestazione, nel Vapore, nell’Elettrico, nella Stampa, nelle Poste, nelle Scuole, negli asili d’infanzia, nell’Orfanotrofio, nelle sale di lavoro, nelle case operaie, nelle Arti venite oggi a dare il compimento con il tributo della Scienza".
Gli antichi non avevano conosciuto né la scienza, né la carità; i Romani "intesi alla conquista e alla definizione del Giure, appresero dai Greci poche e fallaci nozioni intorno a fenomeni più importanti della natura". Né era conosciuta la carità se, come scriveva il poeta Plauto, "chi soccorre il povero fa due mali: perde il suo e prolunga la vita dell’infelice a nuove miserie".
Nell’antica Pompei non vi erano ospedali, né ospizi, né orfanotrofi, gli ammalati, i vecchi, i derelitti erano abbandonati a se stessi, gli schiavi esposti alle fiere.
Oggi, diceva Bartolo Longo già nel 1890, carità e scienza si incontrano, stringono un nuovo sodalizio, scoprono che nell’amore che guida l’uomo allo studio delle leggi e alla registrazione dei fenomeni, nello sforzo della ricerca, nell’ansia delle prove e controprove c’è lo scienziato ed il religioso, c’è l’anima che scopre e l’anima che ammira, c’è la gioia della scoperta e la volontà di non fermarsi dinanzi all’insuccesso; c’è, insomma, l’umano, alterno travaglio di un essere che ricevuta in dono la capacità di "intelligere" si rende conto delle sue prodezze, delle sue conquiste, ma anche dei suoi limiti, dei suoi timori.
(Luigi Leone)
(Da: Il Rosario e la Nuova Pompei – n° 1 Gennaio - Febbraio 1990)
Prima foto: Il sacerdote Giovan Battista Alfano, esperto in vulcanologia, illustre protagonista e direttore dell’attività dell’Osservatorio meteorico-geodinamico-vilcanologico sorto a Pompei
Seconda foto: Foto d’archivio, in primo piano la "torre", oggi non più esistente, riservata all’Osservatorio.


Un Monumento per la Pace
Un’Opera d’arte, di fede e di carità

Nel 1901 veniva inaugurata la facciata del Santuario, il Beato Bartolo Longo commenta con entusiasmo questo evento additandolo come esempio concreto d’impegno per la fratellanza, la concordia tra gli uomini e la Pace universale.
"Mentre gli statisti discutono, i congressisti si radunano, i governanti si impensieriscono, i pietosi sperano, le popolazioni si immiseriscono e le campagne mancano di agricoltori, in Valle di Pompei abbiamo già eretto un Monumento attestante il desiderio dei popoli, la preghiera dei credenti e l’aspettativa di quel bene sociale tanto desiderato ed invocato: la Pace. E sotto gli occhi di tutti è sorto, a testimonianza del desiderio di tutti, il Monumento di arte e di fede, la Facciata del Santuari, attestante il plebiscito dei poveri e dei ricchi per la Pace Universale".
Lo scritto di Bartolo Longo è del marzo 1901 e conserva, purtroppo ancora intatta, la sua cocente attualità. Abbiamo letto il bel passo per ricordare il movente di un’opera insigne in cui l’arte, la fede, la carità e la fraternità si congiungono in perfetta armonia per significare nella pietra il sospiro e la preghiera di ogni uomo per la pace universale.
Il Santuario era nato infatti come opera di fede e di carità: un prestigioso disegno con la mira principale di affratellare gli uomini di ogni razza, di ogni colore, di ogni lingua. Cominciato con l’obolo umile di pochi fedeli, si portava a compimento con l’offerta, spesso generosa, del mondo intero. La Cina, l’India, le Americhe, l’Europa, in special modo, avevano concorso alla edificazione di un’opera di così vaste proporzioni: uomini di origini e di culture le più disparate, avevano univocamente aderito ad un programma che inneggiava alla fratellanza, alla carità, alla pace.
Già nel Febbraio del 1886, dalle pagine del periodico Il Rosario e la Nuova Pompei, Bartolo Longo aveva levato la sua voce suadente invocando il concorso per un’opera religiosa e sociale e ne aveva fatta propaganda in tutto il mondo, con l’intento di ottenere il consenso e l’offerta universale, da spendersi per il Monumento della Pace Universale.
La prima pietra fu collocata il 15 maggio 1893, lunedì, alle ore 10,30. Il rito fu presieduto dal Cardinale Raffaele Monaco La Valletta, decano del Sacro Collegio assistito dai Vescovi delle diocesi limitrofe e dal numeroso Clero Pompeiano.
Alla presenza di una folla immensa di fedeli in preghiera, la prima pietra della nuova e grandiosa facciata del Santuario, fu benedetta e rinchiusa in una teca di marmo pregiato. Nella stessa teca si collocarono tre monete e tre medaglie della Vergine di Pompei, una pergamena che recava scritti i nomi di Bartolo Longo e della Contessa sua Consorte, del Cardinale Monaco la Valletta e di tutti i sacerdoti addetti al Santuario.  Il simbolico involucro fu calato nelle viscere della terra come a rappresentare il fertile seme di un’opera tanto ardimentosa. Per un anno e sette mesi, cioè fino a tutto il 1894, si lavorò entro terra per le fondazioni che, per la natura geologica del sottosuolo, la minacciosa vicinanza del Vesuvio e per le pesanti moli di pietra da sovrapporre, esigevano più tempo, perizia, diligenza, e soprattutto, spese ingenti. Ai primi del 1895 si pose mano alla costruzione della parte visibile (fuori terra) della facciata; il lavoro, condotto con alacrità, si protrasse fino al 14 marzo 1901. In quel giorno si installò, al vertice del timpano, l’effige della Madonna e l’opera, davvero grandiosa, poteva considerarsi compiuta.
La statua, alta metri 3.25, rappresenta la Vergine del Rosario in piedi; sulla sua base di marmo aggettante, secondo l’antico desiderio del Vescovo di Nola, Mons. Giuseppe Formisano, si sarebbe dovuto scrivere a grandi lettere di bronzo: "Non nobis, Domine, non nobis; sed nomini tuo da gloriam" (Non a noi, non a noi, ma al tuo nome dà la gloria).
Bartolo Longo per ispirata disobbedienza, fece incastonate, invece, su quel marmo, la parola PAX. E lo fece con profonda convinzione. Più tardi, infatti, scriverà risoluto: "Il mio testamento è questo: vi lascio la pace". Un giovane napoletano, lo scultore Gaetano Chiaramonte, appena
uscito dalla scuola della R. Accademia delle Belle Arti di Napoli "l’aveva levata dal marmo": un colossale monolito di Carrara, bianchissimo. Don Bartolo non tralasciò l’occasione per creare una cerimonia significante: la benedizione della statua della Vergine prima che fosse issata sul fastigio della facciata. "Con questa benedizione che cosa intendiamo fare? Noi col benedire questo marmo, che è l’effige della Vergine, della Regina di questa Valle, benediciamo anche gli operai che per 25 anni hanno spese le loro fatiche; i benefattori di tutto il mondo, tutti quelli che ci hanno dato modo per compiere l’opera che Dio affidava al vostro e nostro cuore. È compiuto il Monumento glorioso che porterà ai secoli venturi la memoria e l’attestato indelebile e imperituro della nostra fede e della nostra carità" (B. Longo).
Ed ancora (stralciamo da qualche pagina inedita di ricordi di don Bartolo": "Oh! La cara e indimenticabile festa di ieri! Io non la scorderò più. Era festa dell’arte ma era ancora festa di coloro che hanno dato il loro obolo, il loro aiuto all’opera divina pompeiana; era festa degli operai, era festa dei bambini, era festa di quanti amano Maria, era ancora festa di tutti coloro che sospirano la pace nel mondo. Ieri dunque a Valle di Pompei si faceva opera di inizio di pace, ieri a Valle di Pompei si poneva quasi termine al Tempio per la Pace: il monumento auspicatissimo per la concordia dei popoli. Io assistetti, e, col cuore commosso, mi unii alle lacrime ed agli slanci di tenerezza che vidi balenare sul volto di tanti". Infine, concluse perentorio: "… io intendo prima che la benedizione discenda su tutti coloro che lavorano per questa pace che indarno si aspetta dai governi e dai congressisti. Noi la Pace la vogliamo da Dio e per mezzo della Madonna che è la Regina della Pace".
(Autore: Nicola Avellino)
Foto: Cartolina ricordo. Sullo sfondo la grande tribuna con posti riservati alle numerose autorità invitate. La piccola piazza antistante il Santuario è ornata con bandiere e drappi policromi. In primo piano, in alto a destra, un angolo del balcone della casa di Bartolo Longo.


Le campane del Santuario
Voce forte che invita alla fede

Consacrate il 17 ottobre 1923, furono realizzate nella più antica fabbrica di campane al mondo. La millenaria fonderia Marinelli di Agnone, comune della provincia di Isernia.

Qualcuno ha definito le campane "la voce di Dio", che chiama a raccolta i suoi figli. Il 17 ottobre 1923, nella festa di Santa Margherita Maria Alacoque, Il Cardinale Augusto Silj consacrò le otto campane del Santuario di Pompei, alla presenza del Fondatore Bartolo Longo e della sua consorte, la Contessa Marianna Farnararo De Fusco. Quel fatto storico è ricordato in un prezioso volume, stampato dalle edizioni Enne e redatto da Gioconda Marinelli Sammartino, intitolato "Arte e fuoco, Campane di Agnone". L’autrice fa parte della grande famiglia proprietaria della grande fonderia di campane, con sede ad Agnone, piccolo comune di poco più di cinquemila abitanti nella provincia di Isernia. La storia dei Marinelli è molto antica e risale addirittura all’anno Mille. Eppure, solo nel 1339, una campana riporta, in bronzo, il nome del suo produttore, Nicodemo Marinelli. Da allora la famiglia continua a produrre questi autentici oggetti d’arte, capaci di resistere al tempo delle nuove tecnologie e che, nella loro fattura, richiedono conoscenze ampie, non solo relative ai materiali utilizzati e alle forge, ma anche al suono e alla sua musicalità. Per comprendere meglio come nascano le campane, per chi passasse dalle parti della molisana Agnone, è possibile visitare il Museo storico della campana "Giovanni Paolo II", dedicato al Santo Papa polacco che varcò la soglia della più antica fonderia del mondo alle 17,40 del 19 marzo 1995. L’orario e il giorno sono ricordati in un altro volume di Gioconda Marinelli, "Storia di campane", che racconta nel dettaglio ogni movimento di quell’evento. "Sono felice di essere in mezzo a voi in questo antico centro del Molise, che ha diffuso nel mondo messaggi di cultura e di fede, veicolati dal lavoro dei suoi figli e, in qualche modo, anche dal suono delle sue famose campane", disse il Pontefice in quell’occasione.
Durante la visita assistette anche alla "colata" di una nuova campana, che riporta la profezia di pace di Isaia e che Giovanni Paolo II volle donare all’Organizzazione delle Nazioni Unite. Le otto campane del Santuario, dal peso complessivo di duecento quintali, furono tutte dedicate:
la prima alla Madonna di Pompei, al Sacro Cuore di Gesù, ai santi apostoli Pietro e Paolo; la seconda a San Giuseppe, Sant’Anna, San Bartolomeo apostolo e Sant’Augusto vescovo; la terza ai quattro evangelisti; la quarta a San Giovanni Battista, a Sant’Andrea apostolo, a San Michele arcangelo e a San Francesco d’Assisi; la quinta a San Benedetto, San Vincenzo Ferreri, Sant’Ignazio di Loyola e Sant’Alfonso Maria de’ Liguori; la sesta a San Gennaro, San Paolino, San Tommaso d’Aquino e Sant’Aristide; la settima a Santa Maria Maddalena, Santa Cecilia, San Pio V e Santa Rita da Cascia; l’ottava ai grandi dottori della Chiesa San Girolamo, Sant’Ambrogio, Sant’Agostino e San Crisostomo.
Nel suo discorso, tenuto nel corso dell’inaugurazione, Edoardo Alberto Fabozzi, Abate della Cesarea di Napoli, disse con la forza della sua oratoria: "Ecco là quelle otto campane, giganti di metallo, ciclopi di bronzo, che dovranno essere le voci celesti, le squille di Dio che qui inviteranno al cuore di Gesù, qui in questa Valle di Maria, le genti d’Italia e del mondo. (…). La campana è forse soltanto un’anima di bronzo? No, è qualche cosa di più: la voce medesima di Dio! La voce di Dio ha un carattere: la brevità nella forza. La parola di Dio non è mai un complesso di ragionamenti (…), non è neppure un interminabile poema, al più è un inno, quasi sempre è una frase sola. Un colpo di luce che è insieme un colpo di forza.
Una frase sola, ma che fa inginocchiare il genio: una frase sola, ma che emoziona e che rinnova il popolo".
(Autore: Domenico Lauria)
Da: Il Rosario e la Nuova Pompei – n° 9 Novembre-Dicembre 2016)

Nella Foto: Il Beato Bartolo Longo e la Contessa Farnararo de Fusco all’inaugurazione delle campane, il 17 ottobre 1923


*Il Silenzio di Gesù del Pittore: Saverio Altamura

La storia di un quadro donato al Santuario: il suo autore, il pittore Saverio Altamura; il suo donatore, il filantropo Matteo Schilizzi e il giudizio artistico della famosa scrittrice Matilde Serao.
"S’avvicinava l’epoca di una Esposizione Universale a Parigi nel 1878. Pensai di fare un soggetto di Cristo. E scelsi il momento, che uno dei Scribi e Farisei a Lui, incatenato con funi, domandasse: Quid te ipsum putas?". È questa l’occasione, la motivazione e la scelta del soggetto fatta dal pittore Saverio Altamura, l’autore del quadro di cui presentiamo una bella riproduzione e la corrediamo con le consuete notizie di cronaca. Il Silenzio di Cristo, o Gesù tra i Farisei. Olio su tela: cm. 204 x 195, firmato, in basso a destra, S. Altamura – 1877. Il quadro, prima di essere spedito a Parigi per la mostra, rimase esposto per breve tempo, da solo, in una grande aula dell’Accademia delle Belle Arti in Napoli. Matilde Serao in quell’ambiente freddo, misterioso, avvolto in struggente malinconia, ebbe occasione di ammirare il quadro. Fu avvinta da profonda commozione, il mistero del Cristo crudelmente ingiuriato, suscitò in essa uno straordinario sentimento di pietà e nel contempo di ribellione interiore magistralmente espressi in un articolo che scrisse di getto. Con qualche taglio, lo riproduciamo: è un giudizio sofferto, il turbamento incontenibile di un’artista sensibilissima al cospetto di un’opera d’arte.  "È un episodio della passione di Gesù: gli leggono la condanna, dopo averlo flagellato. Son ebrei -  uno di essi, dalle spalle tarchiate, dalle braccia nerborute, stringe un flagello, indifferente se la discorre con certi altri; un secondo flagellatore sghignazza orribilmente, ed alza la verga quasi volesse continuare ancora. Alla destra di Gesù è un tale che gli strappa la tunica, a sinistra un altro che gli mostra con atto vero e vivace la condanna. Tutta questa gente, sebbene animate da sentimenti diversi, come l’odio, il disprezzo, la noncuranza, ha il tipo ebreo spiccato: carnagione scura, bruna, sopracciglia vicinissime, sguardo falso; quello poi che ha in mano la carta è un fariseo, un ipocrita che si rivela: labbra strette, su cui corre l’insulto, fronte bassa, mano rugosa. Guarda il Nazareno con invidia e con ira; invidia per quella sua serenità pacata; ira perché si vede vinto; e indica la sentenza. Ma il Nazareno non lo ascolta, non lo guarda: pensa.
A che pensa? Forse agli sconfinati orizzonti della sua Palestina che non vedrà mai più, alle campagne ridenti, inondate dal sole, al lento volo delle azzurre tortore, alle limpide notti, al cielo stellato e profondo che tante volte ha interrogato con lo sguardo, al placido lago di Tiberiade: egli che amò tanto la natura, pensa forse a tutto questo. O forse gli vengono in mente i cari compagni delle sue peregrinazioni, quelli che lo compresero e amarono; forse ricorda la dolce madre che dovette abbandonare così presto; forse colei che lo adorò sopra tutti; e pensa al loro dolore? No. In quello sguardo vi è qualche cosa di più largo, di più vasto: quel Gesù pensa al suo ideale, s’inebria di esso e dimentica l’individuo nell’universo. La fatale notte del Getsemani, in cui il dubbio lo ha sopravvinto, in cui ha visto scomparire l’anima e la sua immortalità, in cui ha sofferto lo spasimo dell’uomo che vede spezzarsi il suo sogno, quella notte è lontana; egli crede in sé, crede negli altri; ancora pochi giorni ed egli morrà; ma il mondo sarà scosso, rivoluzionato dal più grande concetto umanitario: la libertà dell’anima.
Io non mi intendo di pittura e molto meno di disegno, non conosco le scuole antiche e moderne e mi affido al solo mio gusto; non so, quindi, se la luce sia giusta nel quadro di Altamura, se le figure del secondo piano siano proporzionate a quelle del primo, se le pieghe degli abiti siano armoniose e via discorrendo. Ma quando una pittura mi colpisce e mi commuove, quando io vi
resto estatica lungo tempo davanti, dimenticando in quella sala vuota e fredda il mondo e la vita, quando la tela è illuminata da quel viso intelligente, pallido, buono, sofferente, quando in mezzo a quel gruppo di cretini, di ipocriti, di malvagi, vedo dominare viva e vera la persona del filosofo, del pensatore, del Maestro, io dico che il pittore è un artista, perché ha raggiunto il sommo dell’Arte.
Filosofo. Ho sognato su questa parola. Ho riveduto un altro paese bello e fecondo, culla della civiltà umana, ho riveduta la campagna sterminata e la lunga sfilata dei portici marmorei, sotto cui passeggiava gravemente un vecchietto, circondato da molti giovani. Il vecchio anche parlava ad essi di libertà, di anima, d’immortalità e quelli lo ascoltavano e lo amavano: come il Galileo, il vecchio maestro distruggeva gli idoli antichi, annientava il passato e creava l’avvenire. Ma in Grecia ebbero paura come in Gerusalemme, carcerarono il vecchio e gli dettero la cicuta; ed il Nazareno dovette morire. Così, attraverso il tempo, avevano comune il sacrificio i due più grandi martiri dell'Ideale: Socrate e Gesù". Il quadro fu esposto alla mostra. Cherles Blanc, un famoso critico d’arte francese, giudicò l’opera, "Una delle poche, venute d’Italia, che per il suo fare largo, per la sua esecuzione non leccata, ma
saggiamente libera e spigliata, si allaccia alla grande arte". L’ Arcivescovo di Parigi, osservando l’opera ne rimase affascinato al punto da avviare trattative con l’artista per acquistarla; desiderava collocare il quadro nella maestosa Chiesa del Sacro Cuore in avanzata fase di costruzione sulla collina di Montmartre a Parigi. Una fatale malattia condusse a morte l’illustre prelato ed in conseguenza le trattative furono interrotte; L’Altamura se ne tornò a Napoli portando con sé la grande tela che fu collocata, provvisoriamente, in un salone al piano terra del Villino Colonna in via Amedeo. E qui, attratti dalla fama e dalla notorietà acquisite dal quadro, giunsero, per ammirare il dipinto, la Contessa Costanza Gravina accompagnata da Matteo Schilizzi. Un signore milionario, greco di origine, banchiere, trasferitosi da Livorno a Napoli, per ragioni di salute. Divenne benemerito per molteplici opere filantropiche, specie in occasione del terribile colera del 1884; fu anche proprietario del Corriere di Napoli, fondato da E. Scarfoglio. Lo Schilizzi fu vinto dal fascino misterioso emanato dalla figura di Gesù, in primo piano nel quadro, e decise, senza indugio, di acquistare il pezzo. Versò a Saverio Altamura, autore e proprietario dell’opera, lire diecimila ed in più, pagò lire duemila, per corredare la grande tela di una bellissima, imponente cornice. Alcuni anni dopo, nel mese di giugno del 1887, Matteo Schillizzi, nel donare il quadro al Santuario di Pompei (soltanto per atto di ammirazione e di munificenza non devozionale), prometteva a Bartolo Longo "di venire a Pompei per ammirare i miracoli di civiltà che essi (Bartolo Longo e la Contessa) hanno attuato all’ombra di quelli della religione". S. Altamura, soddisfatto, commentò l’atto di donazione: "sicché questo quadro, che in principio pareva destinato ad un celebre Santuario, ha finito col decorare un altro non meno celebre del primo, e più caro, perché del mio Paese".
(Autore: Nicola Avellino)
Da: Il Rosario e la Nuova Pompei – n° 2 Marzo-Aprile 1990)

Prima Foto: L'opera "Il Silenzio di Gesù donato al Santuario di Pompei.
Seconda Foto:
Autoritratto del pittore Saverio Altamura, Olio su tela, 0,53 x 0,40. Napoli, Centro Tommaso Leonetti.
Terza Foto:
Il Mausoleo fatto costruire da Matteo Schilizzi sulla collina di Posillipo. C. W. Allers – La bella Napoli – Stoccarda 1892.
Quarta Foto:
La scrittrice e giornalista napoletana Matilde Serao (Patrasso 1856 – Napoli 1927).


*La Balaustra del Presbiterio

Una meraviglia di arte e di buongusto
Il 7 maggio del 1891 venivano benedetti i cancelli della balaustra del presbiterio. Su progetto dell’architetto G. Rispoli e realizzati dalla ditta Alfano, si aggiungeva un’altra gemma al complesso del santuario. Ancora oggi i visitatori possono constatarne la ricchezza dei metalli, la maestria dei disegni e l’artistica realizzazione.
"Ricchezza di metallo, rara maestria di disegno, fine lavoro di cesello, renderanno i cancelli della balaustra una meraviglia di arte e di buon gusto, novello titolo di onore per l’arte sacra napoletana". Siamo nell’aprile del 1891, nel Periodico, Bartolo Longo, annunzia ai fedeli che, tra le altre grandi e costose opere, è stato realizzato anche il cancello "che sbarra il vano centrale della balaustra, nella quale l’eleganza del disegno è pari al pregio della materia, e che si può, con vantaggio, paragonarsi alle più belle che si ammirano in Roma ed altrove".
Lo splendore dei finissimi marmi, impiegati nella costruzione della stupenda balaustra: il Serrangolino Bieyodi ed il Rosa d’Ouvard, meritava un degno suggello: un gioiello prezioso di bronzo e d’argento.
Bartolo Longo già da lungo tempo aveva pensato di completare la balaustra del presbiterio chiudendo il vano centrale con due cancelli che per il valore artistico, la ricchezza del materiale e la finezza del disegno compendiassero quanto di magnifico e di sontuoso si era già realizzato: la sistemazione del pavimento dell’Abside, l’erezione dell’Altare e del Trono alla vergine, il Ciborio, squisitissimo lavoro di cesello.
Don Bartolo ama parlarne (e spesso) di quel cancello; eccolo felicissimo esclamare: "Monumento di arte per la classica purezza e l’alto magistero del disegno, per la mistica espressione
dell’insieme purissimo, sposato all’ispirazione dell’ideale religioso"; in vena di teorizzare, si improvvisa esteta ed, a parer nostro, coglie essenziali definizioni dell’arte. "Ora l’arte, io dico, deve servire alla pietà, non deve imperare alla pietà". E con maggiore acutezza si dimostra d’attualità in questo passo: "L’arte, anelito dello spirito umano verso l’ideale, quando incarna un tipo mistico soprannaturale, diventa fonte di educazione morale, di sentimento religioso e di un godimento estetico purissimo, che conforta sempre più e rinsalda gli abiti della virtù e l’ispirazione al bene. Cotesti effetti produce in noi, e in quanti qui traggono, l’andare osservando lo splendore degli altari e delle decorazioni che rivestono questa novella Arca del Signore".
La data del 7 maggio 1891, programmata per la grande festa di dedicazione del Tempio alla Vergine del Rosario, non era lontana; notevoli impegni di spesa erano stati assunti, era urgente e necessario impiegare tutte le risorse finanziarie per approntare ogni cosa al fine di rendere solennissima la cerimonia.
Intanto Don Bartolo riceve una lettera; la riassumiamo: "Pregiatissimo signor Avvocato, uscendo dal Santuario, fu osservato da alcuni visitatori che era spiacevole vedere quei due sgabelli di legno che fanno da sportelli alla Balaustra". Ritornato a Napoli ebbe un’idea. Qual è la famiglia, nella quale non trovasi dimenticato in qualche cassetto, in qualche fondo di mobile, qualche oggetto prezioso fuori uso; come a dire cucchiai o forchette rotte, montature di orecchini non più servibili, qualche braccialetto che non è più in moda? Ora, se l’egregio signor Bartolo Longo, facesse un appello a tutte le famiglie, vedremmo, in brevissimo tempo in preziosi metalli pure gli
sportelli della Balaustra. Le partecipo l’idea, certo che, se la Madonna vuole che diventi un fatto, gli ispirerà che diventi sua". Napoli, 18 luglio 1889. Luigi D’Auria fu Tito.
La lettera fu inserita nel quaderno di luglio 1889 del Periodico "e subito avemmo ad avvederci che, quando si tratta di fare onore alla benigna Vergine dei miracoli, tutte le proposte sono in un tempo medesimo, gradite, approvate ed eseguite".
Nel quaderno del Periodico di marzo 1890, il Fondatore dà ai fedeli, come di consueto, il puntuale resoconto dei lavori che si progettano, si eseguono, sono già portati a compimento. A pagina 98, tra l’altro, leggiamo: "Si è consegnato il disegno ed il prezioso metallo per la costruzione dell’artistico cancello della Balaustrata al Presbiterio". Il cancello fu concepito e disegnato dall’architetto Giovanni Rispoli di Napoli, autore di tutta la decorazione e direttore dei lavori che si eseguivano nel Tempio e fuori di esso; sono suoi i disegni del Ciborio, sarà suo il progetto ed il disegno della Facciata Monumentale. I modelli furono eseguiti dallo scultore Cavalier Salvatore Cepparulo, valentissimo artista, autore dei cinque angeli di bronzo che ornavano il primitivo altare; Giuseppe Alfano, orafo, incisore finissimo, fuse, con perizia ineguagliabile, il bronzo e l’argento. Dell’Alfano riportiamo un breve stralcio di una lettera indirizzata a Bartolo Longo datata 15 luglio 1893; in essa è contenuta qualche notizia utile ed illuminante circa il lavoro eseguito dall’artista. "Ill.mo Comm/re Avv/to Bartolo Longo. Per mettere in completo assetto il cancello della Balaustrata con quei lavori di completamento, che ne rendono facile il maneggio ed il movimento, cosa che non si potette da principio fare perché la Signoria Vostra, ben si ricorderà, che questo speciale lavoro fu da me accettato per solo riguardo a voi, dappoiché quanti lo potevano eseguire tutti lo ricusarono per il brevissimo tempo di soli sessanta giorni. La Signoria Vostra ben comprese, allora, i sacrifici sopportati dalla mia officina per poter arrivare a tempo a far figurare voi per una promessa che avevate, di far trovare a posto questo eccezionale lavoro".
E così, grazie alla generosità ed al sacrificio della ditta Alfano, fu mantenuta la promessa fatta ai fedeli: i cancelli furono benedetti il giorno 7 maggio 1891, festa solennissima della
dedicazione del Santuario di Pompei.
Nel programma per le feste di maggio di quell’anno, Bartolo Longo indugia nella descrizione minuziosa e puntuale della bella opera d’arte. La riportiamo come prosa di ineguagliabile efficacia.
"I cancelli che chiudono la balaustrata del Presbiterio sono stati oggetto di serio studio.
Ai comuni e troppo noti cancelli metallici, più o meno rabescati e spesso barocchi, si è voluto sostituire un concetto prettamente artistico. Se si sia raggiunto lo scopo lo lasciamo giudicare al pubblico quando visiterà il Santuario nelle feste del prossimo Maggio o di poi.
I cancelli degni della balaustrata, bellissima anch’essa e di gran valore per i pregevoli e rari marmi, richiameranno alla mente, ne siam sicuri, l’altro lavoro che adorna il Maggiore Altare, cioè la custodia monumentale. Nel lavoro di un cancello sta svolto un concetto dettato dal genio dell’arte.
Cinque virtù, la religione, la fede, la carità, la Speranza e la Purità, rappresentate da cinque statue in altrettante nicchie, si mostrano nel fronte principale dei due cancelli, e dicono chiaramente quanto di grande e sublime si raccoglie nel prodigioso ambiente. Una architettura solida, condotta con risalti e cavi, inquadra la duplice imposta.
Le cinque nicchie, una grande nel mezzo, e quattro laterali che accolgono le statue, formano la parte nobile dell’architettura, e però a queste si è dato una conveniente ricchezza.
Intermezzano le nicchie otto colonne a rilievo, di finissimo ed accurato cesello, con basi attiche e capitelli corinti, e con ornati tanto nel basso quanto nell’alto. Di esse, sei colonne formano binato alla grande nicchia centrale; tutte sono sorrette da piedistalli quadrati poggianti su di un largo plinto modanato, che forma ricorrenza della balaustrata di marmo.
La nicchia centrale poi, che racchiude la maggiore statua, cioè quella della Religione, è coronata nella parte alta da due figure allegoriche.
Le quattro nicchie laterali hanno in alto fregi allegorici ed ornati. Sottostanno alle medesime altrettante piccole nicchie circolari, ciascuna delle quali porta il simbolo di uno degli Evangelisti. Fra i piedistalli delle colonne lo spazio è spartito in quadri con fregio ad alto rilievo.
Sulle otto colonne che formano risalto, corre la trabeazione corintia di massima ricchezza con modiglioni e dentelli. Nei quadri del fregio vi hanno ornati cesellati con teste di angeli e palme. La parte superiore è terminata dal frontone, nel timpano del quale vagamente spicca una conchiglia con fregi. Sui lati inclinati del frontone stesso si adagiano due severe figure rappresentanti la Fortezza l’una, la Giustizia l’altra. Sotto le quattro colonne estreme, fra le nicchie piccole, un rilievo termina e corona il cornicione.
Il materiale scelto è il più perfetto bronzo, e la lega è riuscita tanto felice da non abbisognare di pulimento alcuno né di altre dorature.
Il disegno e la direzione è del medesimo architetto Rispoli; l’esecuzione della Ditta Alfano, la quale ha saputo rispondere perfettamente alle esigenze della direzione e all’importanza eccezionale del lavoro, che accoppia così ad un concetto ardito una esecuzione inappuntabile".
(Autore: Nicola Avellino)


*Il monumentale Organo del Santuario

Ricorre il 1990 il centenario
"L'organo del Santuario di Pompei dev’essere degno del Santuario e, se il Santuario è già monumentale, anche l’organo dev’essere un monumento di arte da fare onore all’Italia che lo crea ed a questa Chiesa che sarà mondiale". Così Bartolo Longo scrive nel gennaio 1890, annunziando la grande festa per il primo suono del grandioso organo fissata nel primo mese di maggio.
"Il giorno da noi designato – continua – per questa novella gloria del Santuario di Pompei, è il gran giorno anniversario dei grandi avvenimento succedutesi in questa Valle, vale a dire il dì 8 maggio del presente anno 1890. In quella notte, il silenzio sepolcrale di questa valle sarà rotto da onde inusitate di suono melodico, che dal monumentale Organo del Santuario si spanderanno di fuori sulla addormentata campagna".
Qui comincia un racconto quasi fantastico: La valle deserta viene "vivificata" dalle note musicali di un organo grande per la sua mole e grandioso per le sue caratteristiche strumentali. Non più il silenzio, definito da Bartolo Longo, sepolcrale, addormenterà la campagna, ma "quelle onde inusitate di suono melodico" si spanderanno e, filtrando attraverso una cupa atmosfera, concilieranno un dolce abbandono, un necessario riposo ai contadini spossati dalle fatiche nei campi. E dentro e fuori il Tempio si stabilirà un mistico stato di silenzio, necessario raccoglimento per godere all’ascolto di un suono in corale compartecipazione e non in triste solitudine.
Diamo qualche cenno più dettagliato di cronaca. È la mezzanotte dell’8 maggio 1890. "All’interno delle Basilica cento animi erano sospesi, cento orecchie erano intente ad accogliere quei primi suoni, che pareva avessero a parlare preannunziando i trionfi dell’avvenire. L’organo del Santuario di Pompei apre i fianchi poderosi, e versa per le ampie volte del tempio le melodiose onde sonore che sono percosse negli animi di quel popolo eletto, e ne suscita potentissimi effetti di tenerezza e di compunzione religiosa".
Questo fu solo il primo suono, quasi dedicato alla folla che, prostrata in veglia di preghiera, si preparava al gran giorno della Supplica.
In pratica, però, l’inaugurazione ufficiale si tenne con un concerto il 29 maggio, giovedì. Il noto M° Cav. Marco Enrico Bossi, professore al R. Conservatorio di Musica di Napoli, suonò pezzi di Golinelli,
Bach, Mendelshon, Frank, Hendel e composizioni di sua creazione. Il rituale per il gran giorno ricalcava un iter ormai classico per l’Avv. Longo. Tra gli ospiti illustri erano presenti i più noti organisti e maestri di cappella dell’epoca; anche per quella occasione l’Avvocato chiese ed ottenne che ai visitatori del Santuario di Valle di Pompei e per i 20 giorni successivi al 29 maggio, si praticasse una riduzione sul prezzo del biglietto ferroviario.
La meraviglia per quella operazione mirabilmente riuscita colse quanti si ponevano all’ascolto del "meraviglioso strumento": le note vibravano all’unisono nelle fulgide canne e nel petto del Beato. Il superiore generale dei frati Bigi, fratel Bonaventura (successore di P. Ludovico da Casoria), disse a Bartolo Longo, leggendogli nell’intimo: "quest’organo è l’organo dell’anima tua, tu vorresti in una voce ed in una parola manifestare al mondo tutti i portenti di questa Onnipotente Regina; l’Organo di questo Santuario manifesta, nella dolce unità di tanti suoni diversi, le meraviglie che qui ha operato la Celeste Sovrana delle armonie".
Qualche giorno dopo, il 12 giugno, l’atto di collaudo. Tra i vari maestri che si offrirono gratuitamente per il "varo tecnico" dello strumento fu scelto il Cav. Giuseppe Galimberti, all’epoca organista della Consolata di S. Massimo e di altre insigni chiese. A lui fu affiancato il m° Roberto Remondi di Brescia. Nell’atto di collaudo si accenna ad un completamento necessario da attuare, consistente nel montaggio di "quei necessari congegni per ottenere istantaneamente il mezzoforte, il forte ed il fortissimo". Dettagli tecnici previsti e da provvedervi anche se la mancanza di essi non recava pregiudizi alla valutazione positiva del lavoro eseguito. Vi si provvide con relativa sollecitudine, entro
il 30 settembre di quello stesso anno, come si ricava da un contratto con certo G. Tamburini da Bagnacavallo e il Costruttore dello stesso Organo.
Bartolo Longo era solito promuovere sempre un’attenta "ricerca di mercato" prima di affidare l’incarico per la realizzazione di una qualsiasi opera. E così puntualmente accadde. Esperite approfondite ricerche si optò per dare l’incarico al cav. Pacifico Inzoli, organario, in Crema. Nel contratto si legge: "6 giugno del 1887. Il signor Avvocato B. Longo intende costruire per suo conto un monumentale organo acustico-sinfonico, del tipo ed esecuzione come quello costruito dal cav. Inzoli nella chiesa di S. Ignazio in Roma…".
Il lavoro doveva essere completato entro il 30 aprile nel 1889 ed essere collaudato nello stesso anno, a maggio. Le date però vanno così modificate: Aprile ’89 la consegna dei pezzi; aprile ’90 la consegna dell’opera; il collaudo nel maggio del 1890.
Diverse vicende si alternarono nel corso della realizzazione del progetto; la storia di tutte le grandi opere, spesso si colora di accadimenti con sfondi svariati e tra loro contrastanti al punto di assumere perfino il tono della polemica. Bartolo Longo non si arrese a nessun ostacolo, Lui, dalla parte sua aveva la "Madre bella" la Vergine del Rosario che lo sosteneva donandogli una carica sempre crescente, di fede e di entusiasmo, riconosciuti e ratificati dal costante impegno dei numerosi fedeli del Santuario. La vicenda si concluse felicemente.
Bartolo Longo non tralascia occasione per pubblicare, magnificandoli, gli effetti mirabili del grandioso Organo del Santuario. Leggiamo lo stralcio di un suo scritto (1905): "Nel grande silenzio del
Santuario stivato dalla folla strabocchevole si diffondono ad un tratto le note solenni e dolcissime dell’Organo Monumentale. L’Organo plurifonico profonde i tesori delle sue armonie, e nella varietà degli strumenti imitati fino alla perfezione, in quelle meste e flebili melodie di voci lontane, in quegli arpeggi delicatissimi, in quegli scoppi degli ottoni, nella dolcezza grande dei violoncelli e degli oboe dà l’illusione di una orchestra completa e perfetta. Molti non sanno persuadersi che tanta ricchezza di voci sia contenuta nell’Organo, e con grande stento si volgono, per quanto è possibile, indietro, e guardano la Cantoria, dove non vedono punto gli strumenti che si pensavano, ma invece la folta fila dei capi di coloro che a fatica hanno potuto penetrarvi.
E la mirabile musica si diffonde per la vastità della Chiesa, rapisce le menti in una dolcezza, in una soavità nuova; e l’uditorio attentissimo non ascolta solo la musica, la sente, e così si prepara e si dispone all’augusta cerimonia, che deve aver luogo.
Accresce l’incanto e la commozione indicibile dell’ora il canto delle Orfanelle. Sono centotrentacinque vocine soavi, immateriali quasi, che si fondono insieme in un accordo perfetto e trovano, più presto che non si pensi, la via di scendere al cuore.
Il coro esegue il mottetto: O Salutaris Hostia, la Preghiera delle Orfanelle per i loro benefattori e l’Inno della carità. Nel mottetto è un a solo, delicato, gentile, tenerissimo. Lo canta un’Orfanella napoletana. Coloro che ne conoscono le sventure, palpitano di una singolare emozione, e sentono nel canto dolcissimo della piccola napoletana, come il fremito lieve di un cuore che trabocca di gratitudine. Ieri ancora i più atroci pericoli, le più stazianti torture che abbiano mai minacciato la infanzia innocente ed abbandonata, la circondavano, l’avviluppavano, erano per travolgerla…".
(Autore: Nicola Avellino)


*S.Michele, l'Angelo Protettore del Santuario e di tutte le Opere di Pompei
Un’artistica opera del Loverini
Al culmine del suo impegno pompeiano emerge in B. Longo la consapevolezza della celeste protezione. Alla consacrazione del Tempio (1891) si aggiunge la dedicazione di un altare a S. Michele.
Nel periodo dell’Aprile del 1891, Bartolo Longo, partecipando a tutti: fedeli e zelatori, sostenitori e devoti il grande disegno programmatico per le solenni cerimonie, affermava: "il culto religioso nella sua più sublime rappresentazione, la civiltà nei suoi ultimi portati del progresso: ecco il titolo più grande, più glorioso nella festa del prossimo maggio in Valle di Pompei. L’Opera Pompeiana, avviatasi a grandi passi alla sua pienezza, dimostra eloquentemente che tra la religione e la civiltà non poteva sussistere dissidio: la fede e la pietà creano e supportano la vera civiltà. "La religione, reintegrando il supporto logico ed ontologico della creatura con il creatore, tramite il culto, crea l’arte, la scienza, la beneficenza" (B.L.).
In dettaglio il programma prevedeva le grandi feste divise in due sezioni che potremmo, definire sacre e profane.
Il fastigio del culto
Giovedì, 8 maggio (1891) ore 8. Mattino. La consacrazione del Tempio: L’atto sacrale rappresentava, secondo il concetto di don Bartolo, la sintesi, il traguardo da raggiungere con ogni sforzo, il compendio di un passato di quindici anni, un segnale luminoso ed un sicuro pegno delle grandi speranze dell’avvenire.
La dedicazione di un altare all’Arcangelo San Michele: Singolare Protettore del Santuario e di tutte le Opere di Pompei.
L’erezione di un trono al Cuore di Gesù: L’esaltazione, nel perenne ricordo, della pietosa apparizione alla beata Maria Margherita Alacoque.
Giovedì 8 maggio ore 7. Sera. La scienza trova il suo fastigio nella nuova Pompei. Inaugurazione della luce elettrica.
Bartolo Longo, festante ed orgoglioso scrive nel suo periodico: "Fiat lux, sia fatta la luce e la notte sarà illuminata come giorno".
Nella cronaca della cerimonia leggiamo che il Cardinale Raffaele Monaco La Valletta secondo la previsione del programma pigiò con il pollice un bottone e la luce invase la Valle propagandosi contemporaneamente e con fulminea rapidità dalle sale delle officine tipografiche, all’orfanotrofio, alle sale di lavoro, e di qui, agli asili infantili, alle scuole; illuminò l’osservatorio, la Cupola del Santuario, la Piazza della nuova Pompei, le case operaie, la Posta, la Via Sacra, la Colonna Miliare, la piazza della Stazione e le altre vie adiacenti, già coperte di caseggiati.
L’elenco, non completo, non sembri enfatico o magniloquente; le opere enumerate erano state tutte concepite e realizzate da don Bartolo.
La beneficenza
Altro frutto significante della religione. Citiamo qualche passo più eloquente di B. Longo: "Anche la beneficenza celebrerà i suoi trionfi, o suoi progressi.
Oggi (1891) dopo tre anni, questo Ospizio, asilo di beneficenza, accoglie settantacinque orfanelle. Anche quest’anno esse, faranno la loro esposizione, dove metteranno in mostra i lavori compiuti nel corso dell’inverno ed i dono ricevuti. Tra questi primeggiano i vini che formeranno la prima esposizione enologica di carità a beneficio delle orfanelle inferme".
La profonda devozione di Bartolo Longo
B. Longo, profondamente devoto a san Michele, in forma solenne, partecipa ai fedeli tutti: "Raccolti nel Santuario della Regina degli Angeli, in questa Valle santificata, daremo onore all’eccelso Arcangelo, il luogotenente di Dio, il difensore della Chiesa Universale. Il singolare custode della regina degli Angeli, colui che ha protetto sempre la erezione del Tempio di Pompei. Lo chiameremo: Singolare custode di questo Santuario di Maria, Difensore di tutte queste opere nostre e Tutelare della Pompei che risorge cristiana sotto la protezione della Regina delle Vittorie" (B.L.).
La radice di tanta devozione a San Michele, in Bartolo Longo, va ricercata, riportandosi più indietro nel tempo, esaminando gli accadimenti verificatisi ai primordi della prestigiosa opera pompeiana. In questi primi anni, il fondatore era impaziente di dare inizio alla edificazione di un altare, anzi si sentiva intimamente incitato da uno stimolo che non gli concedeva né tregua né quiete. Teso con tutto se stesso e con ogni mezzo alla conquista di quel prestigioso traguardo credeva "che il demonio, il quale suole mettere in campo tutte le sue male arti per opporsi all’opera di Dio" (B.L.), non avrebbe potuto vincere l’ardore dell’animo suo, la fermezza dei suoi propositi. Tuttavia, "Per tristi prove assai presto ebbi ad avvedermi quale energia spiegasse Satana per impedire che fosse elevato un Tempio e quale potere esercitasse sulla terra di Pompei dove da secoli aveva avuto incontrastata signoria" (B.L.).
Contro gli assalti del demonio, era necessario, sosteneva Bartolo Longo, opporre un guerriero, un difensore potentissimo che proteggesse la chiesa: per tale primaria necessità, per un efficace protezione si rivolse fiducioso a San Michele, "quel Principe celeste che, come scacciò dal cielo Lucifero, angelo ribelle, son certo, scaccerà Satana da Valle di Pompei" (B.L.).
L’erezione di un altare nel Tempio
Leggiamone la gustosa narrazione di don Bartolo: "Per la decima volta spuntava l’alba degli 8 maggio indorando dei primi raggi del sole il cratere del Vesuvio e la vetta più alta del monte Gauro, che a questo Santuario si eleva di rincontro. Sulla più alta delle tre vette che sormontano quel monte, apparve un dì San Michele arcangelo al vescovo di Castellammare, San Catello, mentre pregava con Sant’Antonino Abate vescovo di Sorrento e chiese loro che in quel luogo innalzassero un tempio in onore del principe degli Angeli" (B.L.)
Fin dal 1872, Bartolo Longo, mettendo piede per la prima volta a Pompei, aveva chiesto notizie per conoscere la storia del monte Gauro e, nell’apprendere che sulla vetta più alta si ergeva un tempio dedicato a S. Michele, "illuminato dalla grazia, avevo disposto al tutto in cuor mio che anche in questa Valle avrei, un dì, innalzato un altare al glorioso S. Michele" (B.L.).
La tela. Lavoro di Ponziano Loverini
Della nutrita corrispondenza intercorsa tra il Maestro e Bartolo Longo, sebbene essenziale per la conoscenza più puntuale del progetto e dell’esecuzione del grande quadro di San Michele, con rincrescimento non ci è consentito, solo per ragioni di spazio, far cenno. Siamo stati invece attratti da uno scritto di Bartolo Longo, tuttora in bozze, del quale furono stampate solo tre pagine, nel periodico dell’anno 1891 e, nonostante se ne annunciasse la continuazione, il seguito non fu più pubblicato. Trascriviamo per tanto qualche passo illuminante per la conoscenza del gusto e della finissima educazione estetica dello scrittore: "... nell’Arcangelo vincitore, che occupa e rischiara del suo dolcissimo splendore il mezzo della tela, convergono e si fondono le due parti estreme del dipinto, tanto diverse nell’atteggiamento delle figure, nella intonazione dei colori, nella distribuzione della luce. In alto gli angeli vittoriosi scintillano e si piegano in una schiera che si dilegua gradatamente; in basso, tra le tenebre fitte, solcate da lampeggiamenti sinistri che prorompono dall’abisso infernale or ora dischiuso, precipitano i ribelli completamente sgominanti. Tra gli uni e gli altri si erge San Michele, che mentre è in stretto rapporto con gli Angeli fedeli perché loro duce, con quelli ribelli perché loro vincitore, con la viva tonalità del suo colorito, acceso qua e là dai riflessi del balenio infernale, rende possibile i8l passaggio dalle tinte dolcissime del coro trionfante a quelle risentite e dure dello sconfitto e della fiammeggiante caligine che lo incalza e gli si addensa intorno […].
Sotto questa figura (San Michele) ed in completo contrasto con essa, si distende orizzontalmente Lucifero, nell’ombra sinistra che gli fanno intorno due ali sterminate di pipistrello. Dove però singolarmente risplende la somma maestria e l’arte squisita del professor Loverini, è nella terribile espressione del volto. La parte inferiore di essa è celata dal manto, quella superiore foscamente adombrata dalla negra capellatura, trae dagli occhi furenti, dalla fronte corrugata l’apparenza della più rabbiosa disperazione che si possa immaginare. Il volto di Lucifero serba ancora qualche pallida traccia di antica bellezza, ma terribile nell’atteggiamento, truce nella espressione, folgora dagli occhi lampi sinistri che svelano l’ambascia di chi è stato raggiunto da un castigo ignominioso ed eterno […]. In altre parole, nel quadro mirabilmente dipinto dal Loverini, non è riprodotto il concetto della
vittoria, perché allora sarebbe stato necessario che Lucifero fosse apparso tra le fiamme dell’inferno e l’Arcangelo tra gli splendori dell’empireo; ma è in quella vece rappresentato solo il primo momento dopo la vittoria, onde sulla tela di cui si parla è colto quell’attimo fuggevole nel quale, mentre il debellato ribelle precipita tra le fiamme dell’abisso, il fedele vincitore rientra tra le angeliche schiere".
A conclusione, una arguta osservazione comunicataci da P. Buondonno, pompeiano, missionario, indirizzato e sostenuto da Bartolo Longo alla scuola Apostolica dei Monfortani. Il fondatore commissionava il quadro e l’artista, appena abbozzato, lo sottoponeva al benestare del committente a cui rivolgeva l’invito di fare osservazioni o proporre suggerimenti prima che l’esecuzione dell’opera potesse essere definita. Così avvenne anche per la pala da sistemare sull’altare di San Michele.
Bartolo Longo, ricevuto dal Loverini il bozzetto, lo rispedì all’artista con questa osservazione: "Mi piace assai il complesso del quadro: è un vero poema. Però mi permetto di fare un rilievo: Lucifero, sotto i piedi di San Michele, lo ha fatto troppo bello, creda a me che lo conosco personalmente, egli è molto più brutto, occorre tenerne conto nella sua opera".

(Autore: Nicola Avellino)

Prima Foto: La statua dell’Arcangelo Michele nel tempio a lui dedicato sul monte Gauro nel complesso del Faito.
Seconda Foto: Il Santuario di San Michele sul monte Gauro.
Terza Foto: La vetta più alta del monte Gauro. Qui, secondo una tradizione, ripresa anche da Bartolo Longo, San Catello, vescovo di Castellammare di Stabia, e Sant’Antonino, vescovo di Sorrento, avrebbero ricevuto un’apparizione dell’Arcangelo Michele.
Quarta Foto: il dipinto di San Michele Arcangelo, collocato nella cappella a lui dedicata nel Santuario di Pompei, è opera del pittore Ponziano Loverini.


 
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