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Bartolo Longo scrittore

Il Santuario > Bartolo Longo

*Pensieri scelti fra gli scritti del Beato Bartolo Longo
“Pompei… preziosa eredità dell’uomo venerando che, pur vivendo nel secolo si fece apostolo di fede e di carità con Opere meravigliose che si impongono all’ammirazione del mondo”. (PIO XI)
Presentazione: IL Santuario della fratellanza

Questo non è solo il Santuario della misericordia del mondo, ma è anche il Santuario della fratellanza del mondo. Qui tutti i popoli si sentono fratelli ai pie’ di quel Trono dal quale la Regina delle Vittorie lega tutti i cuori degli uomini con una catena di dolcezza e di amore, con la catena del Santo Rosario. (Bartolo Longo)
Bartolo Longo, un laico che ha scelto Cristo e lo ha amato e servito nell’umanità più povera e derelitta: l’infanzia abbandonata.
Il Fondatore del Santuario, delle Opere annesse e della nuova città di Pompei.
Un Giurista sottile ed acuto che lottò strenuamente contro le teorie positiviste in voga a quel tempo  in tutte le università d’Italia, d’Europa e del mondo.
Un vero rivoluzionario dell’antropologia criminale.
Un sociologo cristiano che con animo di pioniere realizzò la dottrina sociale della Chiesa contenuta nella memorabile enciclica Rerum Novarum di Leone XIII.  Il costruttore delle prime case operaie in Italia, sorte a Pompei nel 1887. Un Profeta delle speranze eterne.
Un apostolo travolgente che riuscì con i suoi scritti a suscitare un movimento mariano di dimensioni mondiali e  propagò il Rosario nei cinque continenti.
Un missionario della pace che, presago degli immani conflitti incombenti sull’Europa sul mondo nel ventesimo secolo, indisse un plebiscito per la pace universale. Due volte infatti fu posta la sua candidatura per il premio Nobel per la pace e non fu accolta perché la sua era Opera religiosa.
Un asceta che visse in unione con Dio e che ancora oggi, pone in ginocchio davanti a Maria, due volte all’anno, tutta la Chiesa nell’ora della Supplica: l’”Ora del mondo”, come amò definirla.
Uno strenuo difensore del Papa e della Chiesa.
I suoi ideali:
la Madonna, il Rosario, i giovani, l’Eucaristia, il Papa.

La Fede

1. La Fede, o pio lettore, è il primo dono che io ti auguro da Dio, cioè quella fede operosa e perfetta, che rendeva i nostri santi, che sono i veri primogeniti nostri fratelli, altrettanti leoni nel confessare Gesù Cristo, nel predicare il Vangelo, nel difendere la Chiesa, nell’esprimere in sé la pratica dei divini insegnamenti.
2. Ora il mezzo più facile e più efficace e nello stesso tempo più acconcio a tutte le condizioni dell’uman genere per conservare la Fede nelle proprie famiglie, ci vien porto dalla stessa Madre di Dio nel suo Santo Rosario.
Ecco il segno certo della nostra finale vittoria.
3. Per noi la Chiesa è come il centro di luce che spande i suoi raggi benefici ad illuminare il retto cammino che deve far la civiltà.
Il ricco e l’indigente, l’artigiano e l’agricoltore, il giornaliere e il commerciante, il popolo insomma che assorge ad incivilimento, al lume della fede che gli viene dalla Chiesa, diventa naturalmente morale.
4. Solo chi crede in Cristo ha la vera pace. I credenti in Cristo, in quale parte della terra si trovino, sono tutti fratelli. Hanno comuni i pensieri, comuni gli affetti, comuni le aspirazioni: si rispettano nell’onore, nelle persone, nelle proprietà: si aiutano scambievolmente.
5. Benedetti gli affanni! Benedette le pene!
E benedette le guerre che ci han fatto gli uomini. E Dio nel perdonarli, possa concedere loro la grazia di venire qui a dividere con noi le gioie di quell’ora benedetta.
6. La Religione che, come fede è luce degli intelletti, come carità è vampa inestinguibile, animando le opere civili, le nobilità coordinandole ad altissimi fini; le fecondò, comunicando loro una vitalità che ne assicura il progressivo miglioramento e la più longeva stabilità.
7. Quale è la forza straordinaria che mi ha fatto superare  ogni difficoltà, vincere ogni lotta; giungere ad un termine che era follia sperare?  
La Fede e l’Amore: la fede in Gesù Cristo e l’amore alla Vergine Maria.
8. Il ritorno alla fede, ecco l’unica soluzione dei terribili problemi che oggi affaticano il mondo.
Ridestare la fede in quei che l’hanno perduta, renderla operosa in quei che la posseggono inerte, ecco il compito affidato a quanti si son posti a propugnare l’azione religiosa dei popoli.
9. Verrà pure un giorno, e sarà il supremo, il finale, il decisivo, giorno di quiete dopo le tempeste, giorno di premio alle battaglie sostenute; quando ci vedremo tutti lassù ai piedi della comune Madre che tanto abbiamo amato e onorato quaggiù in terra.
10. O povero e stolto mondo! Tu sei stato ben ripagato dall’avere scacciato dal tuo seno coloro che la Verità eterna  ha chiamati Luce del mondo.
Spenta la luce del candelabro, tu sei rimasto al buio! E tu stesso oggi confessi che il secolo decimonono tramonta nell’apatia, nella distruzione di ogni ideale,  nella sfiducia, nell’incredulità di amor di patria, di disinteresse, di civiltà e di benessere sociale.
11. O noi avventurati! Abbiamo la Fede, abbiamo i Sacerdoti, abbiamo Gesù Cristo che si comunica a noi, nel Corpo, nell’Anima e nella Divinità Santissima.
12. La Chiesa non è solamente Sposa di Cristo, che Egli ha tinta di rosso, della porpora del Suo Sangue, e l’ha resa distributrice dei sacri misteri del sacrificio dell’altare; ma è anche sposa del Sacerdote che ad essa consacra tutta la sua vita. Ed è pure sposa delle anime cristiane, perché essa è la confidente dei segreti più intimi dei nostri cuori. Essa ci infonde la speranza e la pace nei turbamenti dello spirito; c’impetra il perdono di Dio; ci dà la vita della fede con l’acqua battesimale; ci raccoglie a pregare insieme intorno alla mensa del Padre comune; ed essa ci nutre per il Cielo con la rugiada della divina parola, e ci pasce per l’immortalità con le Carni dell’Agnello che dà la vita.
13. Iddio ha dato alla nostra vista il godere e lo spettacolo delle bellezze da Lui create; esse sono, come le nobili creazioni dell’arte, un simbolo, quasi un preludio delle delizie che si godranno nel Paradiso.
14. Più i giorni passano e più un sacro terrore, un brivido di annichilimento ricerca le nostre fibre. Il pensiero di ciò che avverrà in quel giorno in cui avran compimento i miracoli che Dio ha decretato spargere sulla terra da questo Santuario, ci agita.
15. La definizione del Domma dell’Assunzione sarà il principio di questa elevazione dell’umanità verso l’alto, elevazione dei cuori, elevazione degli intelletti, elevazione delle aspirazioni e delle opere sotto il Regno pacifico del Principe della Pace,
E chi sa dire quali irraggiamenti benefici su tutta la civile società che darà questa novella gloria della Regina del Rosario, cioè la fede universale nel mondo della Risurrezione e nell’Assunzione corporea di una creatura umana al Cielo?

16. O anime vacillanti nel sentiero della fede, udite gli inviti della Madre vostra; ascoltate le sue parole, che sono parole di vita.

La Carità
1.
Beata la famiglia che in nome della fede si educa alla Carità
2. La prova che siamo di Cristo è la Carità verso i fratelli che si trovano in pericolo.
3. La Carità è la vera sorgente della pace e della fratellanza umana.
4. La Carità non ha alcun limite, non ha che una sola parola: amore!
Pompei: meraviglia della Grazia

1. Pompei non sarà mai più ignorata finchè il sorriso della Madonna illuminerà il mondo e il suo Rosario sarà il canto dei cuori.
2. Uscito appena dalla selva oscura degli errori, in cui mi ero smarrito come cultore del Magnetismo e dello Spiritismo, l’animo mio non trovava più pace.
A trentatrè anni, lotte incessanti, aspre, implacabili con Satana, che suscitava curiose tempeste, mi avevano atterrato e costretto a mordere quel fango, dal quale la superba cervice soleva orgogliosamente insorgere contro Dio.
E Dio a tal punto mi aspettava, affinchè, dove abbondava la iniquità ivi sovrabbondasse la misericordia. Un abisso chiamava un altro abisso.
3. Un giorno, correva l’ottobre del 1872, la procella dell’animo mi bruciava il cuore più che ogni altra volta e m’infondeva una tristezza cupa e poco men che disperata.
Uscii dal casino De Fusco e mi posi con passo frettoloso a camminar per la valle senza saper dove. E così andando, pervenni a lungo più selvaggio di queste contrade, che i contadini chiamavano Arpaja, quasi abitacolo delle Arpie. Tutto era avvolto in quiete profonda. Volsi gli occhi in giro: nessun’ombra di anima viva. Allora mi arrestai di botto. Sentivami scoppiare il cuore. In cotanta tenebria di animo una voce amica pareva mi sussurrasse all’orecchio quelle parole, che io stesso avevo letto0 e che di frequente ripetevami il santo amico dell’anima mia, ora defunto:
- Se cerchi salvezza, propaga il Rosario. È promessa di Maria. Chi propaga il Rosario è salvo! –
Questo pensiero fu come un baleno che rompe il buio di una notte tempestosa. Satana, che mi teneva avvinto come una preda, intravide la sua sconfitta e più costringeva nelle sue spire infernali.
Era l’ultima lotta, disperata lotta. Con l’audacia della disperazione, sollevai la faccia e le mani al cielo, e rivolto alla Vergine celeste: - Se è vero – gridai, - che Tu hai promesso a S. Domenico, che chi propaga il Rosario si salva; io mi salverò, perché non uscirò da questa terra di Pompei senza aver qui propagato il tuo Rosario. Niuno rispose: silenzio di tomba mi avvolgeva dintorno. Ma da una calma che repentinamente successe alla tempesta dell’animo mio, inferii che forse quel grido di ambascia sarebbe un giorno esaudito.
Una lontana eco di campagna, giunse ai miei orecchi, e mi scosse: sonava l’Angelus del Mezzodì.
Mi prostrai e articolai la prece che in quell’ora un mondo di fedeli volge a Maria. Quando mi levai in piedi, mi accorsi che sulle guance era corsa una lacrima.
La risposta del cielo non fu tarda.
4. "Sentii struggermi il cuore dal desiderio di amare e lodare Maria e di farla lodare ed amare pure dagli altri. Deliberai di consacrare tutta la mia vita a servirla e diffondere il suo culto, massime il Santo Rosario che è grandemente a lei accetto".
5. Or chi avrebbe creduto possibile che quella vecchia tela, pagata poco più di tre lire, e che faceva allora il suo ingresso in Pompei sopra un carro di letame, era nei disegni della Provvidenza ordinata ad istrumento di salvezza di innumerevoli anime?
E che avrebbe attirato l’attenzione e l’affetto del sommo Capo di tutta la criminalità da sospingerlo a dichiarare suo il Santuario di Pompei, rendendolo Pontificio sotto l’immediata giurisdizione del successore Pietro?
6. Oh! Sì: pregando dinanzi a questa benedetta Immagine, si sente nell’animo la ferma speranza che la preghiera debba essere esaudita, e si prova tale ineffabile dolcezza che, non gustata, non s’intende mai.
7. Non vi è stato trionfo del Santuario di Pompei senza avversità, né gloria che non sia stata preceduta da umiliazione. Le nostre grandi consolazioni sono state precedute costantemente da grandi amarezze; ma in tutte le ardue prove siamo stati sorretti ed avvalorati dalla benigna mano della Signora di questa Valle, che d’intitola Regina delle Vittorie.
8. da una solitaria Valle eleva la sua cima al cielo un tempio, su cui torreggia la croce, indice agli umani desideri del supremo desiderio che deve indirizzarsi a Dio.
9. In onore della Vergine si elevano canti e suoni che allargandosi e distendendosi per l’universo, come il mormorio e il fremito di molte acque che vanno a formare un oceano, penetrano nei casolari e nei palagi, e con fascino irresistibile trasportano alla muta solitudine di questa Valle tutti i cuori, tutti i sospiri, tutte le speranze, tutti i desideri.
10. La mistica Rosa di Gerico ha fatto qui novello germoglio; e l’odore dei suoi profumi come balsamo di mirra eletta diffondersi per l’universo intero.
11. Qui la misericordia di Dio allargherà le sue braccia a quanti verranno a visitarlo; qui la conversione dei cuori, qui il perdono dei peccati, qui la pace delle famiglie, qui la benedizione dei figli, qui la vera fratellanza che Gesù ha posto nel mondo
12. O voi tutti che inconsolabili vivete vita di travagli e di affanni, ed a cui insino ad oggi non arrise una speranza, venite a questa Valle di consolazione: aprite il vostro cuore alla gioia, figgete lo sguardo dell’animo vostro a questo Trono ove starà Colei che ha raccolto tanti sospiri del mondo sofferente, e sentirete nel vostro cuore rinascere la fede e rinvigorire la speranza, che voi pure dobbiate essere in quel giorno consolati.
13. Sì, noi riteniamo che la Regina del cielo dirige e sostiene questa opera che eccede le forze dell’uomo. Non si potrebbe spiegare altrimenti come sia avvenuto che intere famiglie da lontani paesi abbiano lasciato gli agi delle città e sostenuti, i disagi di un pellegrinaggio per giungere in un’aperta campagna, senza speranza di umana ricompensa.
14. Convenendo in questo luogo il mondo tutto alle opere di carità, alimentando la devozione per la Vergine, ispirandosi in essa, avverrà che questo luogo sarà come una gran fiaccola di luce che illuminerà del suo splendore le più lontane regioni. Dalla Nuova Pompei adunque spunterà, son certo, una luce novella.
15. O Valle di Pompei! Quante migliaia di credenti in Cristo e nella sua Madre tu accoglierai nei secoli! Essi formeranno in terra la famiglia prediletta di Maria, in cielo la schiera gloriosa dei suoi lodatori.
16. Oggi, o Regina del cielo, il mio voto è compiuto. Dopo dieci anni il tuo Trono è levato. Ho chiamato le genti del globo a edificarti un Altare sulla terra di morte e di rovine, e le genti della terra hanno risposto con entusiasmo al mio appello; ed ai tuoi piedi han gittato lagrime, voti, oro, e quanto di più prezioso si contiene nei petti umani.
Che altro mi resta da fare? Un diadema sul capo lo hai, ed è di gemme e di zaffiri: un altro serto mi accingo a tesserti, ed è composto di affetti, che qui appresso i tuoi amanti trascrivono.
17. Non ci stancheremo di gridare finché in noi resta un alito di vita: - O voi tutti, che vivete affannati, nuotanti nel mare del dubbio e della incredulità, venite una sola volta a Pompei: gusterete per quella volta un’onda di pace e di calma che non avete ancor trovata in vita vostra.
18. L’animo stanco o inaridito del pellegrino che giunge in questa Valle trova ai piedi di questo Trono di clemenza un raggio di bellezza che non sa di umano, e gli rinfranca i travagli sofferti. L’alito di una religione vera e divina si sente qui, perché veramente Dio è qui.
19. Le feste nella Valle di Pompei son sempre nuove: sono le feste dell’uomo che cerca Dio. Dio qui si manifesta allo spirito umano con un raggio della sua bontà e della sua magnificenza.
20. Avendo io ricevuto dal cielo non una, ma innumerevoli grazie e, tra le ultime, quella della vita, per intercessione della nostra Gran Madre che veneriamo in Pompei sotto il titolo del Rosario, non potrei non riconoscere quanto debito mi corresse di riconoscenza, e sentii struggermi il cuore dal desiderio di amare e lodare Maria, e farla lodare ed amare pure dagli altri.
21. O beati tre volte quei che tesero la mano ad edificare in Pompei la Novella Sionne, ove Maria ha la sede dei suoi prodigi, il trono delle sue grazie! I loro nomi sono scritti nel libro della Vita.
22. Pompei è la Nuova Città santificata dalla sua regale presenza, ove la Regina, ornata di oro, circondata da infinite grazie e bellezze, trova il suo riposo.
23. Le anime pie che servono alle Opere sante di Pompei e le Orfanelle abbandonate che sono qui raccolte all’ombra del Santuario, formano la corte eletta della Regina delle Vittorie, sulla quale risplende foriero di novelle consolazioni, il celeste sorriso della bellezza di Dio.
24. Da questa Valle emana una sorgente di luce che si diffonde e penetra nell’intimo dei cuori per lontani paesi e per lontane regioni: e ivi si moltiplica e si spande per novelle grazie e per novella fede che colà suscita la Regina della Valle del Vesuvio.
25. O Valle di Pompei, termine stabilito di consiglio eterno, Dio Padre, Dio Figlio, Dio Spirito Santo ti ha consacrato per novella dimora alla Regina del Cielo. Beati coloro che verranno in te a domandare salute, perché la grazia scenderà su di loro.
26. Da questo luogo di grazia è partito il soffio potente di vita che ha scosso buona parte del mondo, ed ha raccolto nella pratica del Rosario milioni di anime.
27. L’Opera di Pompei è universale come la Fede; è universale come il bisogno di grazie che tutti sentiamo; è universale perché il Pontefice l’ha equiparata alle grandi forze religiose della Chiesa, destinate a esercitare salutare influenza del mondo moderna gloria del passato in questa avventurata Valle è vinta dalla gloria del presente, la quale riverbera la sua luce assai lontano e ci fa vedere quel che doman sarà.
28. La carità, questa sublime teoria insegnata dal Divin Maestro, che nell’eroismo del disinte3resse e dell’abnegazione solleva l’uomo fino alla imitazione di Dio, ed è produttrice di quanto si ammira nella Valle di Pompei, dagli antichi non era conosciuta neppure nel nome.
29. La predilezione della Vergine ha voluto scegliere il luogo più famoso del mondo per operarvi i miracoli della sua potenza, e per chiamarvi i popoli della terra, non più a contemplarvi le immagini di corruttrice beltà, ma a bere alle onde santificatrici della grazia.
30. La Vittoria della Vergine di Pompei non è di quelle che si ottengono con lo strepito delle armi e con lo spargimento del sangue; ma è una vittoria che strappa le anime alla tenebra dell’errore per ricondurle alla luce della verità cattolica; è una vittoria che conduce all’amore di Gesù Cristo.
31. È dolce al pellegrino fermare il passo a mezzo della via, riandare con lo sguardo e con il pensiero a contemplare il cammino percorso tra orride balze, tra deserte e infeconde pianure, tra brune vallate. Il suo occhio si volge tra attonito e pauroso in quei punti che gli arrecarono grave disagio; e all’idea di averli felicemente superati, si riconferma e si rianima a proseguire il cammino.
32. Oh! chi ha avuto la ventura di passare una notte in preghiera ai piè della Vergine del Santuario di Pompei, porta nel cuore le tracce indelebili di una dolcezza inaudita, di una soavità celeste, di un conforto di verace letizia, che ti fanno scordare per poco le miserie di questa vita per innalzarti al gusto delle cose eterne.
33. E da quest’altare di Pompei pare altro non faccia la divina Madre, che stendere la destra e mostrare il suo Figlio e chiunque viene a visitarla.
34. Al vedere le meraviglie di questo Tempio monumentale, le Orfanelle, i Figli dei carcerati, i sospiri e le preghiere del mondo a questo centro della misericordia di Dio… l’ateo sente scosse le sue opinioni e medita; il credente piega le ginocchia e riconosce il miracolo.
35. Era consiglio di Provvidenza che un Santuario mondiale del Rosario sorgesse verso la fine del Secolo decimonono rimpetto alle rovine della pagana Pompei, e che questo Tempio avesse a divenire la Chiesa apostolica del Rosario, centro di sospiri e di voti di tutti i fedeli, venuta in possesso dell’Apostolo e Pontefice del Rosario.
36. Ai piedi della Sacra Immagine cuori di gente aspra, lungamente induriti sotto ruvide casacche, o rimasti indifferenti sotto lo sfoggio delle ricche auree catene pendenti dal collo di doviziosi signori, sentono i palpiti di un amore ignoto, che è l’amore di Maria, dimentichi in un tratto dei rancori, delle vendette, delle ambizioni, delle mollezze, e di tutti gli affetti mondani.
37. Chi onora dunque la Vergine del Rosario che ha posto in Pompei il Suo Trono di misericordia, goda; egli ha una devozione approvata dalla Chiesa; egli entra a far parte dei più intimi e santi e purissimi affetti del cuore del Papa.
38. Quanti infelici arrivano qui stanchi nello spirito, desolati, estenuati da malori sofferti, punti nel cuore da acerbezze morali! Tu li vedi sovente mettersi lassi, prostrati, affianco a chi gioisce per la salute riavuta, per la pace acquistata. Tu vedi qui l’uomo dalla fronte vergognosa per nefande scelleratezze, prostrarsi accanto alla fanciulla che offr4e a Dio la prece accetta della fede innocente! Per tutti Maria ha parole dolci e confortanti.
39. Questo non è solo il Santuario della misericordia del mondo, me è anche il Santuario della fratellanza del mondo. Qui tutti i popoli si sentono fratelli ai pie’ di quel Trono dal quale la Regina delle Vittorie lega tutti i cuori degli uomini con una catena del Santo Rosario.
40. Nel Santuario di Pompei i sacrifici di ogni ora mattutina, il canto degli inni di ogni giorno, il recitare della corona senza tregua, il fremito della preghiera individuale, il grido della Supplica Universale, tutto qui è bello! Tutto è addolcito dal pietoso sguardo di Maria; ed ogni anno che ritorna, ogni giorno che si succede, ogni ora che si incalza, hanno sempre l’impronta della novità e della bellezza.
41. I Miracoli la Madonna li fa, ne fa molti, ne fa tantissimi. Tutta la terra è ripiena delle Meraviglie della Madonna di Pompei; e anche voi, se esaminate la vostra coscienza, se interrogate il vostro cuore, molte grazie potreste narrarci da voi ricevute dalla Madonna.
42. Oramai l’amore per la Trionfatrice, che dalla Sua Valle pompeiana si è compiaciuta rivelarsi tenerissima Madre di tutti i figli di Eva, è giunta al suo colmo: la mistica scala onde questo Santuario congiunge la terra al cielo, ci ha porto il suo ultimo gradino: la fede, la devozione, l’affetto degli uomini verso la loro celeste Avvocata sono giunti al massimo apogeo.
43. Quando le devote torme, polverose e trafelate, ma anche traggono sempre nuove vigore dal Crocifisso che le precede e dalla speranza viva di giungere presto alla meta, passano per i paesi e per i campi, per le città e per le deserte strade maestre, cantando il Rosario di Maria; oh, allora i pellegrinaggi sono una predica eloquentissima.
44. In questo Sacro Tempio trovano il loro pieno compimento le parole dello Spirito Santo che la Chiesa pone in bocca alla Regina delle Rose celesti: - in me trovasi ogni grazia di via e di verità. -
45. A Roma si va per piangere le proprie colpe a farne penitenza con processioni e con visite e preghiere alle grandi Basiliche; a Valle di Pompei si viene per confortare il cuore attorno le ginocchia di una Madre che abbraccia tutti i figli suoi che vengono a visitarla.
46. Gesù dunque nella Valle di Pompei si manifesta qual Re di amore. Qui il suo trono ha per fondamento la Misericordia e la Carità.
47. L’unione dei cuori è il primo elemento di prosperità sociale; ma l’unione dei cuori cristiani ai piedi della Regina dell’universo, è tutto un poema, una melodia arcana, un’eco infinita di gioie celesti, un pegno di singolarissimi trionfi.
48. Un cantico soave come di arcana melodia viene dalle folate del vento mandato fuori dei recinti del nuovo Tempio: sono voci di angeli frammiste a voci di fanciulle e di fanciulli che cantano in un ritmo novello di amore e di pace: Ave Maria!
49. Oh! il nostro cuore è a dovizia inebriato al pensare che la nostra dilettissima Madre l’8 Maggio del 1900 è stata festeggiata come meglio si poteva fare da noi poveri mortali.
50. Han dovuto passare quasi duemila anni dopo l’avvento di Gesù Cristo perché sulla terra di Pompei si elevasse un Santuario ad onore della Madre di Lui! Ma quando è suonata l’ora della Misericordia, il Santuario è sorto imprevedutamente, improvvisamente. E col Santuario è risorta la città antica, ma sotto il vessillo della civiltà nuova. E con la Città nuova sono sorte le Opere nuove di redenzione sociale.
51. Vengono di lontano i popoli a implorar portenti; e baciano la terra su cui s’innalza la Immagine della Vittoriosa.
È la Madre dei miseri e dei peccatori che qui aperse il fondo delle sue misericordie.
52. Sia Benedetto l’Altissimo per la cui virtù la Valle pompeiana si onora di Colei che è Regina delle grazie e Ristoratrice della Vita.
La Vergine Maria
Premessa ai pensieri del Beato Bartolo Longo su "La Vergine Maria"

Nella solenne cerimonia di beatificazione in Piazza San Pietro del 26 ottobre 1980, Giovanni Paolo II definì Bartolo Longo come "l'uomo della Madonna".
Diversi decenni prima lo stesso Bartolo Longo postillando un libro di G. Croiset (G. Croiset - Esercizi di pietà, in Opere Complete, Livorno 1846, vol. VII, pag.261), si chiedeva: "Qual'è la mia vocazione? Scriver di Maria, far lodare Maria, fare amare Maria". E Stefano De Fiores nel 1982,
sfatando luoghi comuni, rivendicava per il Fondatore di Pompei il primato dell'editoria mariana   (De Fiores S. - Maria nell'esperienza e negli scritti di Bartolo Longo, in Bartolo Longo e il suo tempo. Atti del Convegno storico promosso dalla Delegazione Pontificia per il Santuario di Pompei sotto l'alto patronato del Presidente della Repubblica "Pompei, 24-28 maggio 1982 -, a cura di F.Volpe, Vol.I pag.137, Edizione di Storia e Letteratura, Roma 1983).  Ma chi è Maria per Bartolo Longo?  
La Vergine di Nazareth è "la sintesi della fede in Dio e dell'amore per il prossimo", è "la pienezza delle Grazie. É la prima figura ritratta dal Dolfino di Napoli sulla primitiva deforme e lacera Immagine della Vergine del Rosario.il Santuario di Dio, il paradiso di Dio". Questa sua intima, personale e straordinaria identità traccia e determina conseguentemente la sua esperienza terrena nel rapporto con Dio e con gli uomini: "O Maria, voi veniste al mondo colma di meriti per colmare il mondo di felicità e di benedizioni. Voi nasceste per divenire la Madre di Dio e per essere la madre degli uomini, la Signora suprema degli uomini, nostra speranza, nostro assillo, nostro rifugio, nostra consolazione".
Per questo motivo Maria è la "pietra angolare del grande edificio spirituale". Perché legata profondamente a Cristo, suo Figlio e suo Signore, è anche "specchio senza macchia che riflette l'immagine  del Verbo umanato. Tu sei un ritratto prezioso senza errori di tutta la Santità di Lui".
Perciò è beato "chi ama Maria! E più beato chi notte e giorno ascolta i consigli di Lei, ed ogni giorno eleva il suo cuore a Dio".
Maria "Tempio animato del Dio vivente, ... eletto trofeo delle divine magnificenze" e a Pompei "calamita dei cuori", "tesoro di pace a chi la invoca in vita, pegno di vittoria nel passo estremo", "Madre benigna di tutta l'umanità".
Nel 1926, quasi come testamento spirituale del suo amore per Maria, il Beato scriveva:" Invoca Maria! Il suo nome non si levi mai dal tuo labbro, non mai si parta dal tuo cuore. Seguendo Maria non ti perderai. Se pensi a Maria, non fallirai. Se ti tieni stretto a Maria, non cadrai. Se Maria ti protegge non potrai temere. Se Maria ti guida non ti stancherai. Se Maria ti soccorre certamente arriverai al cielo".
Pensieri del Beato Bartolo Longo su "La Vergine Maria"
1. La sintesi della fede in Dio e dell'amore per il prossimo è Maria. (Archivio Bartolo Longo, XVI,19)
2. (...) Tu dunque, come Madre nostra, sei la nostra Avvocata, la nostra speranza. E noi, gementi, stendiamo a te le mani supplichevoli, gridando: Misericordia! O Madre buona, abbi pietà di noi, delle anime nostre, delle nostre famiglie, dei nostri parenti, dei nostri amici, dei nostri defunti, soprattutto dei nostri nemici e di tanti che di dicono cristiani, eppur offendono il Cuore amabile del tuo Figliuolo. (Supplica della Vergine del Rosario di Pompei, 1883)
3. Invoca Maria! Il Suo nome non si levi mai dal tuo labbro, non mai si parta dal tuo cuore.
4. La Madonna è quella ricca Regina nelle cui mani Iddio ha posto tutti i tesori.
La Preghiera
1.
Il cibo dell’anima è la preghiera; e la preghiera è il tributo più accetto che possa dal l’uomo al suo Creatore.
2. A Dio, da cui ogni bene discende, dalla cui bontà venne data ai giorni nostri una novella arca di rifugio in questa Valle di predilezione, dove elevarsi ogni giorno un inno do lode e di ringraziamento.
3. Con lo scudo della fede ho parato tutti i colpi dell’avversità; con il braccio della carità ho operato quel che altrimenti non avrei osato; e con la spada della preghiera ho trapassato i cieli.
4. Noi possiamo strappare un’anima dagli artigli di Satana nell’estrema lotta, con offrire a Dio una Messa, una parte della corona di Maria, un desiderio, un sospiro, un atto di amore. E le nostre preghiere unite a quelle Gesù fece in tutta la sua vita per noi, fan sì che quella anima combattente nell’estrema agonia, nell’atto che è per piegare sotto i disperati assalti del nemico, riceve una forza nuova, un presidio efficace che le sopraggiunge mercè le nostre preci, e fa volgere la vittoria alla sua parte. E vincendo essa per l’ultima volta Satana, una eternità di beatitudine è assicurata a lei.
5. Anche per ciascuna di noi verrà quel giorno, lontano per quanto vogliamo lusingarci, il quale sarà l’ultimo della nostra vita; e di quel giorno sonerà l’ultima ora, in cui Satana scenderà con gran furore e spiegherà contro di noi tutte le sue forze come in una giornata campale.
In quel momento solenne per noi, le preghiere degli altri, le preghiere dei nostri Fratelli, in virtù delle promesse infallibili di Cristo, ci otterranno la grazia della perseveranza finale, ossia la vittoria decisiva.

6. Un uomo che raccolto in se medesimo sommessamente prega, commuove assai più che un potente circondato dalla pompa di sua grandezza. Una donna, tuttoché di povero stato, la quale tien fisso il suo sguardo riverente all’altare di Dio, incute nell’animo il medesimo rispetto che provammo per nostra madre.
7. La terra è tutto un altare sul quale ardono incensi, dal quale si levano cantici verso la pietosa soccorritrice delle sventure e dei dolori dell’umanità travagliata; e i suoi favori si raddoppiano, si moltiplicano, come le preghiere che a lei si rivolgono.
8. Ogni preghiera, ogni elemosina, ogni azione anche minima, che voi, o fratelli e sorelle del Rosario, farete, sarà un merito particolare che voi acquisterete per la pace e per la propagazione del Regno di Maria.
9. Beata l’anima che si consola nell’orazione con la presenza del suo Diletto! Se qualcuno fra voi, dice S. Giacomo, è nella tristezza, preghi per consolarsi. E S. Caterina da Siena diceva: - Dilettatevi nell’orazione, in cui l’anima conosce meglio sé e Dio. – Ohimé, miserabili che siamo! Non troviamo che noia in una così celeste occupazione! La tiepidezza delle nostre preghiere è la sorgente delle altre nostre infedeltà.
10. Quando fate orazione non andate a cercar con Dio dei pensieri belli, né tenerezze straordinarie; parlategli semplicemente, apertamente, senza gran riflessione, e con la pienezza del cuore, come ad un buon amico.
11. La preghiera eccellente non è altro che l’amore di Dio. La vera domanda è quella del cuore, e il cuore non domanda se non per mezzo dei suoi desideri. Pregare, è dunque desiderare; ma desiderare quello che Dio vuole che desideriamo.
12. Quando voi non vi accorgete della distrazione, essa non sarà una distrazione di cuore. Appena che ve ne avvedrete, alzerete gli occhi verso Dio. La fedeltà che avrete nel rimettervi alla presenza di Dio, ogni volta che vi accorgerete del vostro strato, vi meriterà la grazia di una presenza più frequente; questo è il mezzo di rendere ben presto familiare questa presenza.
13. Voi aspettate che Iddio vi mostri un volto dolce e ridente, per familiarizzarvi con lui, Egli non ama mai tanto, come quando minaccia: perché non minaccia se non per provare, per umiliare, per distaccare.
14. Il vostro cuore cerca forse la sola consolazione che dà Iddio, o cerca Dio medesimo senza consolazioni sensibili? Se esso cerca la sola consolazione, voi adunque non amate Iddio per amore di lui medesimo, ma per amore vostro: in tal caso voi non meritate niente da lui. Se al contrario voi cercate puramente Iddio, lo troverete ancor più quando vo prova che quando vi consola.
15. la preghiera non è una dolce sensazione, né l’incanto d’una immaginazione riscaldata, né il lume dello spirito che scopre in Dio sublimi verità; né pure una certa consolazione nella vista di Dio. Tutte queste cose sono doni esteriori, ma la perfetta orazione e l’amor di Dio sono una cosa medesima.
16. Confessate che Egli tutto può; ma in faccia a Lui medesimo sostenete, che quantunque Egli sia onnipotente, non può resistere alle preghiere degli umili e degli afflitti.
17. Fate presso al Suo divin Cuore tanta violenza, che giungiate a strappargli di bocca quelle amabili parole che consolarono tanti poveri peccatori: "Andate in pace: quanto volete da me sarà fatto".
18. Se noi siamo muti nella nostra povertà, esponiamo semplicemente la nostra miseria, mettiamoci alla presenza di Dio, di quel Dio che vede il cuore, che ne ascolta i più intimi sospiri, e che per sovvenire agli infelici, altro non esige che la loro confidenza.
19.Quando si è giunti una volta a gustar Dio e la dolcezza dell’amor suo, è mai possibile gustare altro?
20. Quando preghiamo la Madonna, non dobbiamo chiedere una grazia sola, non poche grazie, ma molte. Maria è la regina del Cielo, è potentissima, merita perciò una fiducia illimitata. Cercate grazie grandi e immense alla Madonna, altrimenti Ella si offende.
21. Fammi passare, o mio Dio, dalla morte alla vita, dalle tenebre alla luce, da una vita imperfetta ad una vita perfetta e degna di te.
22. Fammi, dunque la grazia di morire a me stesso, per poi risorgere con te, e quindi condurre una vita simile alla tua, cioè una vita nuova, divina, immortale: nuova pel cambiamento di mia condotta, divina per la purità dei sentimenti, immortale per la perseveranza nel bene.
23. L’anima mia, avvinta come schiava al tuo trono, più non risponderà, finché non sarà piena dell’amor tuo e del tuo divin Figliuolo.
Il Rosario
1. Il Rosario è miniera inesauribile di luce.
2. Abbiamo ferma fiducia, che quanti siamo figliuoli del Rosario di Pompi, tutti sentir dobbiamo la potenza del patrocinio di Maria, poiché Maria forma il nostro orgoglio, Maria è la nostra dolcezza, Maria è la nostra speranza, Maria è in cima dei nostri affetti, come è il centro della nostra vita e come sarà il conforto dell’ultima ora
3. Il Rosario è una meravigliosa sintesi, un compendio di tutta la vita di Gesù e di Maria.
4. Il Rosario è la preghiera sociale ed è preghiera essenzialmente collettiva, e raduna un intero mondo. Nelle altre forme di orare l’uomo si raccoglie da solo nella considerazione delle sue miserie qual essere microscopico dinanzi all’Essere infinito; confessa il suo nulla e con confidenza di figlio verso un Padre sì buono, gli espone i suoi bisogni.
5. Rosario, rimedio di tutti i mali, il mezzo più efficace per salvare il mondo.
6. Il Rosario è una cattedra, su cui Maria si asside come maestra, per insegnare la via per la quale possiamo giungere alla vita.
7. La preziosa Corona del Rosario è il rimedio più efficace a richiamare il mondo all'amore di Gesù Cristo.
8. La recita del Rosario sia per noi il palpito, il pensiero, la parola di ogni giorno.
9. Nei tempi più tristi per la società e la chiesa, il Rosario è stato il sole che ha, come per incanto, diradato le nubi.
10. Nella preghiera del Rosario sono città intere, masse di popoli diverse per lingue, per razza, per colore, per costumi, che si fondono insieme in un medesimo luogo, in un’ora medesima, in uno stesso concetto, in un medesimo affetto, in un canto unisono di benedizioni alla benedetta fra le Madri, alla Vergine delle grazie, alla Madre dei peccatori.
11. Alla soave corona che porge con la sua destra la Regina delle Vittorie sono inserti i trofei delle sue graziose conquiste, incatenati ai suoi piedi i leoni, le tigri, i leopardi, i peccatori più ostinati tirati all’amo di questa Calamita dei cuori.
12. Sin da tempo che questa pietosa Madre si mostrò tanto verso di me benigna, proposi che la mia vita avrei consacrata a servirla e a diffondere il suo culto, massime il divino Rosario, tanto a Lei accetto, per quanto io poveramente potevo con le mie deboli forze.
13. Non vi è peccatore così perduto; che non possa trovare salvezza nel Rosario di Maria. Non vi è anima così allacciata da Satana, che non possa sprigionarsene appigliandosi a quella catena di salvezza, che dal cielo ci stende la Regina delle rose celesti a scampo dei naufraghi nel mare burrascoso del mondo.
14. La Vergine celeste si degnò significarmi coi fatti, che Ella dal Cielo largiva sue grazie su questo luogo abbandonato per amore che ha al Rosario suo divino, e massime per la predilezione al Tempio che si sarebbe eretto in onore del suo Rosario sulla pagana terra di Pompei.
15. Il Rosario è catena di cielo che congiunge il mortale all’immortale, la creatura al suo Creatore.
Il Rosario è la via dei predestinati che pei campi dei diversi Misteri s’inoltrano sino a toccare la sommità del cammino ove si ritrova Dio Uno e Trino, che incorona la Madre dei credenti, come augurio e principio d’incoronamento che avverrà ad ogni anima che del Rosario è costante cultrice.
16. Io dal canto mio ti prometto che non lascerò mai, nella vita che mi resta, di lodarti ogni giorno con la dolce Corona, con quel Rosario per cui tanti prodigi e tante grazie effondi dal tuo Santuario di Pompei al mondo.
17. Da ora innanzi il tuo Rosario sarà per me scudo, difesa, segno di vittoria. Tanti anni son vissuto schiavo di Lucifero! Oggi il tuo Rosario mi ha riscattato e mi legherà schiavo al tuo Trono.
18. Se sarò battuto dalle tempeste del mondo, se urterò negli scogli della tribolazione, il tuo Rosario, o Maria, sarà la mia torre di fortezza. Se mi vedrò sommerso nelle onde delle tentazioni, se comincerò a cadere nell’abisso della malinconia e della disperazione, il tuo Rosario, o Maria, sarà l’esito sicuro della naufragata anima mia.
19. Il tuo Rosario sarà la stella, che collocata al di sopra di questo mare terribile, mi guiderà al porto dell’eternità.
20. Nulla può tanto giovare al nostro spirituale avanzamento, quanto quel tempo e quell’applicazione che diamo agli esercizi della vita interiore, massime alla mediazione della Passione di Gesù.
21. O Rosario benedetto di Maria, Catena dolce che ci rannodi a Dio, vincolo di amore che ci unisci agli Angeli, torre di salvezza negli assalti dell’inferno, porto sicuro nel comune naufragio, noi non ti lasceremo mai più.
Tu ci sarai conforto nell’ora di agonia, a te l’ultimo bacio della vita che si spegne. E l’ultimo accento delle nostre labbra sarà il nome tuo soave, o Regina del Rosario di Pompei, o Madre nostra cara, o Rifugio dei peccatori, o Sovrana consolatrice dei mesti. Sii ovunque, benedetta oggi e sempre, in terra e in cielo. Amen.
La consegna di Bartolo Longo
1. O fratelli o sorelle! Per cinquant’anni e più, dall’istante che una prima pietra scese per iniziare le fondamenta di questo Tempio, in cui la Regina del Rosario ha mostrato di trovare le sue compiacenze… io non mi sono mai, mai stancato di pregare per ogni dolore, per ogni affanno, per ogni calamità.
2. Con la vostra carità, con la vostra generosità, da cinquant’anni e più avete alimentato un vero popolo di piccole anime così care a Dio e alla Madonna e le donate ricche di religiosità e di utili conoscenze alla società; con la vostra fede, con la vostra devozione e con le vostre elargizioni avete reso celebre per bellezza e sontuosità questo Tempio del Rosario.
3. Io che scrivo non sarò più; ma questo Santuario, posto per miracolo qui, maestoso, durerà vincitore dei secoli.
4. Il mio testamento è questo: "Vi lascio la pace".
Raccomando a voi questo Santuario. Con quell’amore con cui l’avete edificato, finitelo, custoditelo, accrescetelo.
Raccomando al vostro cuore queste Orfanelle e questi Figli dei carcerati che insieme abbiamo salvato.
Sotto lo scudo della Madonna di Pompei, ed ai raggi benefici della vostra carità, quelle e questi si educhino al bene, all’onestà ed al lavoro; e con la vostra carità cresca ogni dì il numero dei beneficati salvando tanti altri fanciulli derelitti e miseri.

L'Opera di Maria

1. Maria è nome che forma la gloria e la letizia di tutta la Chiesa trionfante, militante e penante: a Lei fece grandi cose Colui che è possente e il cui nome è santo.
2. Amabile è il Nome tuo, o vittoriosa Regina della Valle di Pompei: dall’oriente all’occidente suona la lode delle tue virtù; ed i popoli annunziano i prodigi della tua potenza.
3. Rifugio in vita e scampo in morte sarà per me il tuo Rosario, o Maria: il tuo apparire nella mia ultima lotta sarà il segnale della mia vittoria: io ti aspetto, o Madre.
4. Il Nome tuo, o Santa Sinora di Pompei, è tesoro di pace a chi lo invoca in vita, pegno di vittoria nel passo estremo: sia esso indelebilmente scolpito nel mio cuore, e le mie labbra non lascino giammai di proferire sì dolce e salutare Nome.
5. Ai piè del tuo trono si prostrano i popoli, o Regina di Pompei, Avvocata dei peccatori, e riverenti esaltano le tue meraviglie, cantando inni di gloria al tuo nome.
6. La benedizione di Maria è sempre apportatrice di fede e di pace, anche quando sembri recarvi un martirio.
7. La SS. Vergine di Pompei nulla si tiene di quanto si opera o si soffre per suo nome.
8. Oh, come l’occhio materno della Madre divina soavemente si posa sui figli preganti! Pare ne accolga i sospiri, e i teneri sguardi e le segrete parole rivelanti segreti dolori, e gli affanni, e le cagioni degli affanni oggi moltiplicati a dismisura!
9. Il pensiero che la nostra Madre è la mediatrice tra noi e Dio, che riconcilia il peccatore con il suo Figliuolo crocifisso, è una luce arcana che invade il nostro spirito, e ci discopre appena un lembo di un profondo mistero che racchiude i profondi destini del Santuario.
10. Oh, oggi noi mirando tanta bontà di questa Madre, reputiamo di scorgere molte ragioni che Ella avea di mostrarsi così buona e larga benefattrice verso tanti poveri suoi figliuoli. Volea darci senza dubbio un conforto ed una spinta a non indietreggiare ai primi colpi di un avversario del nostro bene.
11. Maria deve, oggi più che mai, adempiere il doppio ufficio di Sole, che rischiare le tenebre condensate sulla umana famiglia, e di Madre che accorre sollecita alla salvezza dei figliuoli perduti, essendo Essa dichiarata sul Calvario la Madre dei peccatori.
12. Quanto non dobbiamo noi tutti esser grati a sì buona e celeste Madre, che per salvarci ricorre a spedienti così straordinari, così stupendi! Ella adempie in modi inusitati l’ufficio della Maternità che le commise il Redentore sul Calvario, quando, essendo Madre del Giudice, la fece anche Madre del reo.
13. Dove un giorno le anime, prive della vera luce, seguivano un fallace fantasma di felicità che mai raggiungevano, ora si leva, piena di soave fiducia, la preghiera di altre anime, che con dolce mestizia, favellano alla Vergine dei loro dolori, parlano a Lei la parola del cuore, ne invocano la materna benedizione e sentono rifluire in sé una divina virtù che rinnovella l’animo di fortezza e di pace.
14. Per te, o Madre, molte anime si salveranno, e molti cuori abbandoneranno la via della colpa. E ritorneranno all’amore di quel Dio che ha voluto donare in te un nuovo mezzo di riconciliazione a tutti i peccatori della terra.
15. Oggi la società ha bandito dal suo seno Gesù Cristo; i figli hanno rinnegato il proprio Padre e la Madre accorre a riparare cotanta iattura; e con l’impeto e con la forza dei portenti del suo amore, piega il cuore dei perduti a riabbracciare il Padre ed ottenere il perdono e la pace.
16. La benedizione di Maria è sempre apportatrice di pace e di fede. Oh, beato colui che ama ed onora così dolce Regina!
17. Ogni anima che la Vergine strappa all’incredulità e all’indifferentismo, è una nuova vittoria, è un nuovo trionfo della grazia, un nuovo frutto del suo apostolato, una novella gloria del titolo significativo di Regina del Rosario della Valle di Pompei.
18. La Madonna largisce sempre le sue grazie, che sono effetto del suo amore materno verso di noi; ma noi non ci mostriamo sempre veri figli di questa Madre.
19. Maria non è solamente Regina. Ella è anche Madre. E la Chiesa tutta, dopo averla chiamata Regina, la invoca tosto come Madre, e come Madre tutto il popolo cristiano la supplica con il dolce saluto dell’Angelo.
20. A tal grado sono giunte le misericordie della Madre celeste, la gratitudine dei figliuoli terreni, che la corrispondenza tra cotanta Madre e l’affetto di tanti figli non può essere più espressa dalle frasi e dalle parole umane che hanno un limite quaggiù.
L'incontro con Dio
1.
Quando sin dal principio Iddio si rivela in un’Opera con l’intervento straordinario allora, per sua infinita bontà e misericordia ineffabile, l’uomo, cui Egli pone ad un’opera di sua elezione, diventa strumento di sua provvidenza, e sente nell’animo, insieme col forte desiderio del bene, una sicurezza di riuscita.
2. O miseri mortali, ciechi che noi siamo! Dio tutto vede, tutto misura, e talvolta anche su questa terra premia, come castiga gli uomini conforme le loro azioni.
3. E tu, o mio Dio, che oggi mi ti mostri Padre pietoso, ascolta la mia preghiera acciò l’anima mia non venga meno sotto la tua disciplina; né io cessi di riconoscere le tue misericordie, per le quali mi hai liberato da tutte le mie pessime strade,
4. Alle sempre nuove e gravi cagioni di dolore ond’è afflitto l’animo dei buoni, Dio pietoso contrappone ognora nuove sorgenti di benedizioni e di grazie affinché in essi non venga meno la fiducia nella sua divina misericordia, e vuole che queste grazie passino per le mani di Maria, che è l’iride di pace.
5. Per compire vittoriosamente le opere più difficili che s’intraprendono ad onore di Dio, non è verun bisogno né di ricchezza, né di potenza, né di sapienza, bensì occorre la retta intenzione.
6. Iddio è paziente e longamine, perché è forte: essendo Onnipotente non adira, né si vendica, perché tutto è a Lui sottoposto. È dolce, di sua natura buono, cioè diffusivo di sue ricchezze, ma per nostre colpe, giusto nel punire.
7. L’anima mia adunque cercava violentemente Iddio. Dio solo poteva saziare le inquiete voglie di un cuore dilacerato da tante e faticosissime passioni.
8. Questa è la condizione della vita quaggiù: non si colgono allori se prima non si è intrisi di sangue; non s’inghirlanda il capo di rose, se prima le mani non sono punte di spine.
9. Qual lingua dirà le segrete gioie dell’anima quando ha toccato la meta delle sue aspirazioni, al cui conseguimento ha atteso faticosamente da anni, attraverso mille difficoltà e dure opposizioni?
10. Iddio opera sempre all’impensata, quando l’uomo meno se l’aspetta. Anche la sua misericordia colpisce l’uomo quando meno se l’aspetta. Ciascuno di noi se rientra in se medesimo e interroga la sua coscienza, può esser testimone di questo.
11. È un premio senza pari l’essere adoperato a compiere grandi imprese. Eppure Iddio ci darà il premio per quello che è stato puro effetto della sua benignità. Quanto non dobbiamo dunque amare questo Dio, sì poco conosciuto e sì poco amato nel mondo?
12. Quando l’uomo nella via del progresso più si accosta a Dio, più deve vedere Dio; quanto egli più s’innalza, più gli è necessario Dio. Se lo spirito dell’uomo si leva alto senza Dio, che è luce suprema d’ogni intelletto, ben tosto precipita nel buio.
E la sua caduta allora diventa mortale.
13. L’uomo non ha diritto alcuno verso Dio, e tanto meno ha il diritto di domandare a Dio il perché dei suoi ordinamenti. Anche quando noi domandiamo a Dio il regno suo e la nostra felicità, la comunione con Lui e i suoi favori, non esercitiamo un diritto verso Dio, ma godiamo di un dono ineffabile.
14. Sceglieva dei peccatori a strumento di questa Opera sua, forse perché con essa doveva salvare altri peccatori, e forse perché un peccatore così favorito dalla misericordia di Maria avesse a riaccendere nel cuore di altri peccatori la speranza e l’incoraggiamento di trovare ugualmente la divina misericordia.
15. tutte le grazie che si ottengono nel corso del vivere nostro son un apparecchio alla grazia finale.
16. Sì, ogni anima che si salva accresce la gloria di Dio in Cielo.
17. Dio è largo rimuneratore non solo delle opere compiute, ma di tutte le nostre iniziative per glorificarlo, e perfino dei nostri pensieri di bene che noi vogliamo fare.
18. Tutti i beni della terra e le cose sono mezzi e strumenti per il conseguimento del fine ultimo, che è il Paradiso, cioè qui amare e là lodare Dio. Se sono strumenti, dunque, non bisogna avere predilezione delle ricchezze sulla povertà e mortificazione, come un artefice non l’ha sul martello o sulla pialla, ma l’adopera ciascuna a suo tempo.
19. Pensa che nel dì del Giudizio questi che ti ridono in faccia, se saran salvi, ti disprezzeranno, e chiameranno su di te la maledizione di Dio; se saran dannati, con te, avranno occhi e mente acutissimi per sindacare e mente acutissimi per sindacare le tue azioni, e cuore invidioso e pieno di odio per giudicare tutte le azioni tue. Guarda dunque di non far ridere chi tu paventi.
20. O voi tutti che vivete affannati nuotanti nel mar del dubbio o della incredulità, venite alla Valle risorta; gusterete soave un’onda di pace, che risolleverà il vostro spirito a ragioni più pure.

Il Santuario

Pensieri del Beato Bartolo Longo su "Il Santuario"
1. "Era consiglio di Provvidenza che un Santuario Mondiale sorgesse sulla fine del secolo XIX sulle rovine della pagana Pompei, e che questo Tempio avesse a divenire la Chiesa Apostolica del Rosario, centro dei sospiri e dei voti di tutti i fedeli, venuta in possesso dell'Apostolo e Pontefice novello del Rosario". (da il Rosario e la Nuova Pompei, 1894, p. 117)
2. "Il Santuario di Pompei un giorno sarà chiesa del Papa e a Valle di Pompei verranno tutti i popoli della terra".
I Carcerati
Pensieri del Beato Bartolo Longo sui "Carcerati"

1. "Se non ho figli miei, possiedo quelli del cuore e questi sono i figli dei carcerati. Savanti all'immagine della Madonna pregano sia i figli delle vittime che i figli degli assassini. Il sangue del Martire più grande purifica il sangue di tutti".


Preghiere di Bartolo Longo

Le preghiere hanno la loro storia, e vengono, il più delle volte, suggerite da speciali condizioni storiche e spirituali. Così fu per le preghiere di Bartolo Longo.
Più lucente apparirà il “messaggio” che la Madonna ha voluto affidare al suo Cavaliere fedelissimo, e che il Santuario gelosamente conserva, sviluppa e trasmette.

Bartolo Longo scrittore ed oratore mariano

Bartolo Longo scrisse e parlò molto della Madonna. Lo giurò e mantenne l'impegno. Lo giurò nell'ottobre del 1872, testimoni il cielo e la terra, mentre le campane del mezzogiorno cantavano alla Madre di Dio tutto l’amore umano e tutta la confidenza di figli.
Bartolo Longo tenne per ben cinquant’anni questa "cattedra", e la sua produzione "impegnata" si faceva, di anno in anno, sempre più elaborata ed acclamata. Non scrosci di mani egli chiedeva o cercava, non applausi alla sua persona, ma che le mani di tutti gli uomini, ed i cuori e le menti, si congiungessero a sciogliere inni alla Regina del Santo Rosario. Pare che, scrivendo in onore della Madonna, avesse avuta ognora presente e viva, la visione della mistica rosa del paradiso di Dante. Lo amò difatti come poeta e come cantore della Vergine Madre; senza mancare di citarne ora una terzina, ora un verso. Se volessimo raccogliere tutti gli articoli e le preghiere composte in onore della Vergine, ne verrebbe fuori un bel volume: un volume interessante e, forse, il più ricco di qualunque lume: un volume interessante e, forse, il più ricco di qualunque altro che si possa pensare composto, finora, intorno alla teologia mariana in genere, e sul Rosario in specie. Comunque sarebbe la prima opera del genere composta da un "laico".
Se Bartolo Longo fosse vissuto ai nostri giorni, dopo che il Concilio Vaticano II ha chiamato i laici, ufficialmente, all’impegno cristiano ed alla partecipazione dei problemi intimi della Chiesa, avremmo sentito echeggiare la sua voce – che era, come attestano tanti, armoniosa e piena di pathos – nell’aula conciliare. Di quanti interventi si sarebbe fatto promotore, e con quanto calore avrebbe sollecitato, egli, i Padri Conciliari, mentre discutevano il capitolo VIII della
Costituzione intorno alla Chiesa! E quanto avrebbe esultato nel sentire esaltato il Santo Rosario e il titolo di "Madre della Chiesa" dato alla Madre di Dio!
Del resto il suo tema obbligato era la Madonna; vista, studiata ed amata attraverso le luminose finestre o i cieli festosi e ridenti del Santo Rosario. Così lo svolse egli il Rosario e lo cantò in tanti anni di attività, di ansie, di gioie, di amarezze. Lo sentiremo ugualmente, forse con più efficacia, attraverso le sue preghiere, le più appassionate e le più note e popolari in tutto il mondo. Egli ormai è un "classico" del Santo Rosario. Nessuno lo ha meditato e presentato con quella fede e con quello slancio come lo visse, lo presentò e lo presenta ancora a chi lo recita, a chi viene nel Santuario, a chi visita i suoi Istituti. Ma… un fatto ci addolora. Sono pochi quelli che parlano di Bartolo Longo, secondo la storia. Tanti ne conoscono il nome in una luce inesatta. Nelle enciclopedie si fa apparire la sua figura assai sfocata, in uno dei tanti luoghi comuni: un avversario della Chiesa, un mezzo gaudente che, tocco dalla grazia, finisce per convertirsi, ed, a prova del ritorno alla fede, erige una chiesa e fonda due Istituti per gli Orfani d’ambo i sessi: Orfani della natura e della legge… Meridionale autentico, vissuto a Napoli, dopo i vent’anni, diventa "napoletano" anche nelle sue manifestazioni religiose… e napoletano, per questi critici, vale: ampolloso, ampio, caricato… Così è giudicato… da non pochi, perché non sanno, ma dovrebbero documentarsi. Della sua Opera così illuminata e penetrata dal miracolo non tutti ne fanno parola. Bartolo Longo, sotto vari aspetti, i migliori, è ancora da scoprire. Ed uno degli aspetti più interessanti è quello "teologico"; e diamo alla parola tutta la sua carica.
Egli non è il pietista facile a sciogliere inni ed a mettere insieme frasi ed invocazioni "raccogliticce", per diffonderle e creare la rèclame al "suo" Santuario ed alla Immagine da lui stesso battezzata con il nome di "Nostra Signora del Rosario di Pompei…" e gli Orfani che sono uno specchietto per impietosire e raccogliere offerte. Gli Orfani sono un vero Rosario vivente attorno al Trono della Vergine, angioletti… umani. Le offerte costituiscono la sensibile assistenza e presenza della Madonna nella sua Casa "Pompeiana", casa sorrisa da poveri bimbi, i quali nell’amore alla Regina del Cielo confortano l’orfanezza e ritrovano la vita, alla quale, come ogni uomo, hanno pieno diritto. Sotto questa visuale, possiamo dire che egli impegnò la Madonna – come appare davvero qui la Madre della Chiesa! – a pagare le "sue cambiali". Accettò le offerte che gli venivano, note ed ignote, come inviate dalla Madonna, messaggeri… una moltitudine di cuori generosi. Egli era l’uomo della fede grande, come la chiede Gesù a tutti nel Vangelo. Iddio gli fece una richiesta, impegnativa ed ardua per mezzo della Madonna, ed egli ripete, con la fermezza di un credo, le parole della Vergine: Fiat! Sono il tuo servo, prendimi in parola. Il pietista si scopre facilmente, e non saprà mai costruire la sua casa spirituale, non saprà mai innalzare un canto. Bartolo Longo, anche quando pare che l’amore per la Vergine e la sua natura esuberante gli prendano la mano, sa controllarsi ed ama essere controllato e "revisionato" da chi ne sa più di lui. E corre a consultare i migliori teologi, e ragiona con essi, come faceva Santa Teresa di Gesù. Consulta storici e persino letterati, perché amava le bellezze della nostra lingua. Anche questa doveva concorrere a fare amare il santo Rosario e l’Opera Pompeiana. C’era in lui la vocazione nativa primigenia al culto delle lettere. Tuttavia il suo entusiasmo religioso, esplodente quanto, è sempre contenuto e diventa mistica contemplazione. Ogni sua preghiera ha una duplice finalità: onorare la Madre di Dio, esaltandone le speciali prerogative, ed offrire a tutti i devoti una guida in questo canto di esaltazione. Il Rosario nella sua anima contiene una speranza luminosa, quasi cosmica, un appello alla vera libertà, che è "la fratellanza universale".
Il Rosario fu il problema di fondo della sua attività religiosa e sociale, giammai una "devozioncella". Il Rosario, si sa, è facile ed alla portata di tutti, ma è anche difficile, e bisogna saperlo intendere, se non si vuole cadere in una fredda ripetizione di Ave Marie.
Il Rosario è conoscenza amorosa di Dio e della Madonna, per quello che Essa è nella storia della salvezza, compiuta dal Cristo. Essa è la sua Madre, in quanto Uomo.
Spiegare lo stretto rapporto tra Gesù, Sapienza incarnata, e Maria, sede della Sapienza, ed idealmente presente fin dalla eternità nello stesso decreto divino che stabilì la redenzione,… impegnò la mente, il cuore, la vita tutta di questa grande anima.. Tale struttura teologica hanno tutte le sue preghiere. Egli vede la Madonna come l’anello di congiunzione, il punto d’incontro tra cielo e terra. Il Magistero solenne ed ordinario della Chiesa ha dato un rilievo non indifferente alla teologia mariana. Oggi i pellegrinaggi che spingono le folle più numerose, puntano verso i Santuari mariani: Loudes, Fatima, Siracusa, POMPEI! Illumina l’Opera e la figura di Bartolo Longo la puntualizzazione di René Laurentin, uno dei più esperti mariologi e voce autorevole del Concilio Vaticano II: "La Vergine è fondamentalmente colei per la quale si è realizzata quaggiù, nel seno della comunità, bisognosa di salvezza, l’Incarnazione dell’Amore, nel senso delle parole di San Giovanni: "Dio è Amore" (Giov. IV, 16). Preghiera e devozione mariana devono dunque sfociare in una incarnazione dell’Amore in modo che esso prenda corpo nella vita concreta, nella piena realtà umana ed ecclesiale, secondo lo spirito del "Fiat" di Maria, e secondo l’invito discreto: "fate tutto ciò che Egli vi dirà". (Giov. II,5)". Questo cercò di apprendere, prima per sé, e poi spiegare agli altri, a tutti i devoti, con vivacità di colori Bartolo Longo. (Parvus)

Preghiera alla Vergine nel mese a Lei consacrato

O santissima ed immacolatissima Vergine,
Madre del mio Dio, Regina di luce,
potentissima e piena di carità, che siedi
incoronata su di un Trono di gloria eretto
dalla pietà dei figli tuoi sulla terra di Pompei;
Tu sei l’Aurora precorrotrice del Sole divino
Nella buia notte delle iniquità che involge il
Nostro secolo. Tu sei la Stella mattutina,
bella, risplendente, il cui splendore sfavillante
s’innalza verso il cielo, penetra nell’inferno, e,
diffondendosi sulla terra, rischiara
l’universo, riscalda i cuori più gelidi, e i morti
nel peccato risuscita alla grazia. Tu sei la

Stella del mare apparsa nella Valle di Pompei
Per la comune salvezza nel quasi universale
Naufragio che han fatto le anime nella fede di
Gesù Cristo. Lascia dunque che io t’invochi
Con questo titolo a Te sì caro di Regina del
Rosario nella Valle di Pompei.
O santa Signora, che sei tutta la speranza
Dei Padri antichi, la gloria dei Profeti, la luce
Degli Apostoli, l’onore dei Martiri, la corona
Delle Vergini, la gioia dei Santi, ricevimi e
Conservami sotto le ali della tua carità e sotto
l’ombra della tua protezione. Abbi pietà di
me, che sono un miserabile peccatore,
macchiato di una infinità di peccati, coi quali
ho offeso Gesù Cristo tuo Figlio, mio
Giudice e mio Dio. O Vergine piena di grazia,
salvami, salvami. Illumina il mio intelletto;
mettimi in bocca delle parole che a Te
piacciono affinchè con tutto l’affetto del mio
cuore io canti le tue lodi sempre, e ti saluti per
tutto questo mese del tuo Rosario consacrato,
come ti salutò l’Angelo Gabriele, quando ti
disse: Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te.
E dica con lo stesso spirito e con la stessa
tenerezza di Elisabetta: Tu sei benedetta fra
Tutte le donne.
Mia pietosa Madre Regina, per quanto
ami il Santuario di Pompei, che sorge a gloria
del tuo Rosario, per quanto amore porti al
divin tuo Figlio Gesù Cristo, che ti volle
partecipe dei suoi dolori sulla terra e dei suoi
trionfi in cielo, impetrami da Dio le grazie che
tanto desidero per me e per tutti i miei fratelli
e sorelle se esse sono di gloria tua e di salvezza
alle anime nostre. (Bartolo Longo)
Bartolo Longo, da “Il Rosario e la Nuova Pompei”, Anno 97 Maggio 1981 n° 5 .
Alla Vergine del Rosario di Pompei per impetrare il suo amore e il suo patrocinio in vita e in morte.
O Maria, Madre Immacolata di Gesù e
Madre mia dolcissima, Regina del santo
Rosario, Tu che ai giorni nostri ti sei
Degnata di scegliere a tua dimora la Valle
Desolata di Pompei, qual novella Sionne,
donde i popoli irraggi della luce delle grazie
e delle misericordie tue; deh! Volgi verso di
me i tuoi occhi pietosi, e me riconosci tuo
servo e figliuolo che te ama, e a te grida:
Madre di misericordia!
Accorri benigna ai miei gemiti, ai miei
Clamori: i passi tuoi immacolati mi
Apriranno il sentiero della purezza e della
pace.
Suoni alle mie orecchie la tua soavissima
Voce, o dolce Signora mia, perché
Tu non hai che parole di vita.
Apri le tue mani di grazie, e il tuo servo
In degnissimo, che te chiama, aiuta
Perdonando; e scampalo ognora dalle
Insidie dei suoi nemici.
Stendi sino a me quelle dolci catene della tua
Corona, con le quali avvinci i cuori più duri;
e il cuor mio ribelle stringi a te, sì che da te
più non si parta.
O Rosa di
Inviolata purezza, con la fragranza dei tuoi
Verginali profumi traimi all’amore del
Paradiso.
O cara Rosa del Signore, io sospiro a te di
Amore e di dolore.
Deh!, inteneriscimi col tuo pianto:
compungimi con la tua compassione;
trafiggimi coi tuoi dolori; rinvigoriscimi con
la tua grazia.
O Maria Madre di grazia, prega per me.
Prendi me per tuo servo.
Fa che io sempre confidi in te; sempre io
Pensi a te; sempre io chiami te; sempre io
Serva te; sempre io ami te. Per te io viva, per
Te io operi, per te patisca, per te muoia.
E nell’ora della morte liberami dal demonio
e conducimi per mano a Gesù tuo Figliuolo
e mio Giudice.
O Cuore Immacolato della Madre di Dio,
fonte inesausta di bontà, di dolcezza, di
amore e di misericordia, ricevi il mio cuore.
Rendilo simile al tuo, purificalo con la tua
Intercessione: santificalo col tuo amore:
distaccalo dall’amore delle creature. E quel
fuoco divino che accende il tuo Cuore,
accenda puranco il mio nel tempo e
nell’eternità. Così sia!
Bartolo Longo, in “Raccolta delle preghiere alla Vergine del Rosario di Pompei”, 216 s, Valle di Pompei 1894.


Bartolo Longo e l'emarginazione sociale, con particolare riguardo ai figli dei carcerati
Premessa: Fede e Carità, prospettiva unica nell'azione di Bartolo Longo.
(…) Da tutti gli atti e le parole di Bartolo Longo, balza nettamente evidente la chiara coscienza di essere depositario, in tutta umiltà di un messaggio grandioso da lanciare al mondo del XIX e del XX secolo.
Senza fermarci sugli aspetti analitici di tale missione : diffusione della devozione alla Vergine del Rosario, risveglio della fede, richiamo al soprannaturale, senso della Chiesa,  vigorosa azione sociale e caritativa ecc., vogliamo qui cogliere e sottolineare l’unitarietà profonda di ogni sua iniziativa che poggiava su un principio basilare che diverrà anche la nostra chiave di lettura del suo impegno verso il mondo degli emarginati:
"Dio voleva che noi, un semplice ed ignoto laico, in nome della Madonna parlassimo a tutto il mondo; voleva che fossimo un araldo della carità ed insieme un banditore della fede".
Ed esplicita:
"La Vergine non ama la fede in Lei senza le opere di carità. A questo scopo pensammo compiere ogni atto di fede nostra, con un’opera di carità. È questo possiamo dire, il palpito più sentito del nostro cuore".
Fede e carità si integrano e si illuminano a vicenda; costituiscono per Bartolo Longo un binomio indissolubile: "L’opera di Valle di Pompei , come spesso abbiamo avuto occasione di mettere in rilievo, è sorta, e si è ingrandita costantemente come una magnifica epopea di Religione insieme e di Carità, di fede e di Beneficenza educativa. Le opere della Fede sono state sempre preludio di nuove manifestazioni di religione e di culto".
1. Un immenso campo di lavoro
Certo, l’ambiente in cui Bartolo Longo si è trovato a vivere e ad operare, cioè la zona napoletana e il sud in genere del XIX secolo, e la Valle di Pompei in particolare, presentavano, dal punto di vista sociale, delle immense carenze determinate da ignoranza religiosa e culturale, strutture sociali insufficienti, assenza di formazione professionale, abbandono e miseria, che incidevano specialmente su alcuni strati popolari particolarmente deboli: fanciullezza in genere, orfani, ambiente agricolo e operaio, mondo del carcere con le sue famiglie e i figli, ecc.
Non è solo il mondo della povertà a cui andare incontro con provvidenze e soluzioni economiche; è il mondo più vasto e complesso dell’emarginazione sociale, della carenza di affetti, di dignità, di prospettive di senso della vita a cui Bartolo Longo si apre.
Vedremo come il suo strumento di intervento non sarà tanto la beneficenza materiale, quanto "curare il male alla radice", ricercare e affrontare le cause piuttosto che fermarsi a tamponare momentaneamente gli effetti.
Per questo l’azione di Bartolo Longo si rivolgerà prevalentemente all’educazione, alla riabilitazione, al ridonare consapevolezza e dignità, ad offrire gli strumenti idonei per uscire definitivamente da una situazione negativa.
2. L’Opera per i Figli dei Carcerati
A – la vicenda
Più che fermarci a ripercorrere analiticamente la storia dell’Opera per i Figli dei Carcerati, vogliamo delineare alcuni punti fondamentali che ci sembrano importanti per una sua più esatta comprensione.
Innanzi tutto è da sottolineare che l’idea di un’opera così nuova ed impegnativa si è fatta strada nella mente di Bartolo Longo, vincendo forti dubbi e resistenza interiori.
"Senza che noi ci fossimo accorti, senza nessuna personale intenzione nostra, l’Opera già era nella mente di Dio" afferma riferendosi all’anno 1887; anzi confessa realisticamente, commentando il casi del bambino della detenuta Maria Grazia Iandiorio che cercavano di affidargli: "Se io non aveva pensato giammai al Figlio dei Carcerati, tanto meno il mio pensiero poteva rivolgersi a bambini di pochi mesi o di pochi anni, che appena avevano lasciato il latte materno. Confesso che fino al quel momento non avevo avuto mai inclinazione a bambini; anzi per
me un fanciullo era una noia indescrivibile, e pensavo quale difficoltà avessero avuto i miei educatori per educare me; ma per bambini così piccoli non avevo mai avuto un pensiero. Risposi immantinente che non era possibile per parte mia fare alcun bene a quella madre sventurata, che io compativa assai, ma che non poteva consolare in alcuna maniera. Se fosse stata almeno una bambina io facendo pur eccezione alle regole stabilite nel mio Orfanotrofio circa l’età di ammissione, l’avrei contentata. Ma un maschio? … dove l’avrei collocato?... come l’avrei allevato io, che solamente aveva aperto da poco un’altra camerata di orfanelle, una seconda schiera e non aveva che giovani maestre?... ma di uomini? Neppure parlarne. E credevo con un no reciso tutto essere finito; ma non era così scritto nei decreti della dolcissima Provvidenza di Dio".
Quando il 24 maggio 1891, ormai superate tutte le titubanze, dettava allo stenografo sotto il titolo "Un voto del mio cuore", il suo progetto di azione in favore dei figli dei carcerati, un lungo cammino interiore si era compiuto; in questo faticoso itinerario prendevano ormai un chiaro posto provvidenziale vicende e interventi molto disparati dagli ultimi cinque anni, a prima vista totalmente slegati tra loro, ma tutti concorrenti a maturare in lui la coscienza di un problema gravissimo e ancor più la consapevolezza che proprio lui era chiamato ad affrontarlo.
In questo documento, che segna la nascita morale dell’opera, già Bartolo Longo sintetizzava tutti i punti salienti del problema e del progetto:
– la fonte: "La carità di Cristo, che è fuoco vivo, intende a dilatarsi sulla terra e non guarda confini".
– la mediatrice: "La Regina  della Misericordia… che ci aveva messo in cuore la santa risoluzione di sposare al culto la beneficenza";
– l’umile realismo: "La  Un voto segreto del nostro animo, che da tempo chiudiamo gelosamente nel cuore con una perplessità, a volte dolorosa, la quale nasce dal desiderio ardente di attuarlo, e dall’evidente insufficienza e, direi quasi impossibilità dei mezzi, per venirne a capo";
– i destinatari: "I fanciulli più abbandonati… che sono in condizione peggiore degli orfani, che portano senza colpa il marchio dell’infamia… senza educazione e senza freno… che fra poco si daranno al vizio, e quindi al delitto";
– la finalità: "L’educazione morale e civile dei figli di carcerati" che di riflesso "è altamente benemerita della civiltà e della patria: dopodiché eserciterebbe anche, nel medesimo tempo un’azione altamente educativa e moralista delle Carceri e dei Bagni di pena";
– la novità: "è questa un’opera cristiana tutta nuova, di cui ad oggi non vi ha esempio né in Francia, né nel Belgio, né in altre cattoliche nazioni: L’Italia sarebbe la prima a possederla".
II – I capisaldi dell’Opera
A – L’idea centrale.
Ricorda Bartolo Longo: "Chiaro, determinato, sicuro fu sin da principio lo scopo dell’Opera: raccogliere gli abbandonati orfanelli della legge, liberarli dai loro patimenti e dalle loro miserie, educarli alla religione e all’arte, all’amore del lavoro ed alla osservanza delle leggi, alla coscienza dei propri diritti, e, sopra tutto, alla coscienza dei propri doveri. Stabilire nella Valle di Pompei un vivaio di sana educazione.
Era un progetto ambizioso.
Di fronte alle affermazioni positivistiche egli proponeva il suo grande atto di fede che resterà sempre l’idea centrale dell’opera: "Queste disgraziate creature, affermano i positivisti, sono dalla nascita fatalmente predestinate a percorrere tutta la nefasta via della delinquenza, e nessuna prevenzione al mondo, nessuna educazione potrebbe trattenerle dall’incamminarsi fatalmente per la via della colpa e del delitto. Queste dure e scoraggianti affermazioni, che si circondavano della falsa luce di scienze positive e di dati sperimentali, non solo non ci trattennero dall’ardua impresa, ma non ci impressionarono neppure: noi non credevamo all’onnipotenza del male, noi credevamo invece alla forza redentrice del bene, all’efficacia rinnovatrice dell’educazione. A misura, perciò, che la pubblica inesauribile carità ne forniva i mezzi, io raccolsi quanti fanciulli potei, Figli dei Carcerati, e curai che fossero educati secondo un metodo speciale".
"Potei dimostrare, con l’eloquente prova dei fatti, che anche i fanciulli, i quali per disgrazia atavica hanno ereditato un’istintiva propensione a delinquere, sono suscettibili di un’educazione che ha la forza di correggere, modificare, e qualche volta di distruggere quella inclinazione naturale, quasi trasfusa nel loro sangue dai padri e dagli avi".
È la chiara affermazione della fede nell’uomo e nella sua libertà spirituale e della forza redentrice e formativa dell’educazione.
Questa è l’idea centrale su cui poggia l’impresa educativa di Bartolo Longo.
B – I mezzi pedagogici.
Il primo, fondamentale, è il lavoro, intenso, da Bartolo Longo sia come strumento formativo nel periodo che i ragazzi passano nell’Istituto, sia come mezzo che assicura il reinserimento sociale dignitoso dopo il termine di tale periodo.
Il tema del lavoro ritorna molto spesso nelle pagine di Bartolo Longo per le sue molteplici implicazioni di tipo formativo, sociale, ecc. In una ci offre una sintesi del suo pensiero su questo tema, affermando: "Il lavoro, secondo la nostra scuola, è essenzialmente educatore".
Strettamente collegato con il lavoro è lo studio, di cui Bartolo Longo aveva una personale visione, confacente alla particolare situazione a cui doveva far fronte; per i suoi ragazzi non prevedeva tanto lo studio come accademico ornamento intellettuale, ma piuttosto come mezzo per rendere più umana, efficiente ed adeguata la preparazione professionale.
"L’educazione non deve essere, com’è stata finora, intesa solamente ad istruir la mente, senza aver d’occhio la vita, ma a contemperare la cultura della mente con quella del cuore, il sentimento del dovere, e la legge del lavoro; il tutto sostenuto, vivificato dalla religione, la quale solleva l’anima al cielo e le impedisce di sprofondare nella materia, che la uccide e snatura".
Bartolo Longo aveva ben chiare le caratteristiche educative della musica: "Nel mio metodo educativo è di grandissimo momento il frammezzare la fatica del mestiere, o l’esercizio delle arti meccaniche con lo studio della Musica, e con l’apprendere l’arte degli strumenti musicali e con il suonare in concerto. In generale la Musica è per me un elemento dei più rilevanti per la educazione di questa classe di fanciulli. E però la Musica, nella quale questi già cominciano a progredire notevolmente, è entrata nel vasto complesso educativo, onde è frutto il singolare  buon andamento dell’Ospizio, perché così suggerivano la Pedagogia e l’esperienza.
La pedagogia m’insegnava quali frutti di disciplina, di ordine, di armonia nel volere e nell’operare derivano dall’ affiatamento e dalla simultaneità che sono necessari in una Banda musicale".
Infine, come altro mezzo pedagogico altamente valorizzato da Bartolo Longo troviamo l’educazione fisica, coordinata con le altre attività: "Ho prescelto a mezzi ausiliari di educazione
per monelli lo svolgimento delle forze fisiche e muscolari, come la ginnastica e gli esercizi militari, il salto, la corsa e i bagni".
C – I mezzi morali e spirituali.
Non per nulla il suo binomio inscindibile era "lavoro e preghiera". Certamente, l’aspetto morale – spirituale costituisce il nucleo centrale di tutta la sua concezione educativa e rappresenta anche un suo personalissimo tocco di originalità nell’applicazione alla particolare situazione dei figli dei carcerati. La base di tutto il lavorio educativo dev’essere un altro elemento, che i primi due coordini, li stringa in un vincolo indissolubile, e sia loro di sostegno incrollabile e di vita, che non venga mai meno.
Questo nuovo elemento, che è la vita essenziale dell’educazione, è la Carità. Solo quando sono ispirati, animati, guidati, e come vivificati dalla carità, quei due fattori di Educazione e di Civiltà riescono nello scopo, e producono quegli effetti durevoli e proficui che tanto si desiderano. "La parola Carità, come l’intendo io, e con me milioni di uomini sapienti, legislatori e benefattori veri dell’umanità, siccome la intende tutto il Cristianesimo, vuol dire amore: ma non amore di sé, non amore interessato, non terreno, non basso e volgare; ma sì invece nobile, amore puro, amore divino; quell’amore che ebbe sede nel Cuore del divin Redentore, e del cui fuoco Egli vuole sia accesa la terra; quell’amore parte da Dio e a Dio ritorna, e nel cammino abbraccia e involge le creature, e segna di un’orma fiammeggiante di beneficenza la via che percorre dalla terra al cielo".
Tutto questo complesso di interventi, e la carità stessa che li ispirava, facevano però capo al mezzo educativo principe per Bartolo Longo, cioè la religione.
"Io non seguo, nella scelta di questi fanciulli e nel metodo di educarli, né la scuola della Salpetrière, né quella di Nancy, né il Lombroso, né il Ferri, né questo o quell’altro scienziato. Capo – scuola italiano o straniero, che è Cristo".
d – La sintesi finale: il "segreto" educativo di Bartolo Longo.
Mezzi pedagogici, accorgimenti psicologici, formazione religiosa ed ogni altro strumento educativo trovano la loro sintesi unitaria e suprema in quello che Bartolo Longo amava definire il "suo segreto", il suo mezzo educativo infallibile: l’incontro con Gesù Cristo.
Il sistema di Bartolo Longo è, infatti, "cristocentrico" ante litteram. Basti, per sottolinearlo, qualche rapido brano scelto tra le tante ardenti pagine sull’argomento che costellano i discorsi e le trattazioni sull’educazione dei figli dei carcerati; non hanno bisogno di alcun commento.
"Ecco venuto il momento, in cui vi svelo apertamente il mio segreto. Esso non è nuovo, ma è stato messo disuso, come roba rancida, che non confaceva al progresso dei tempi. Ma io non temo le risa beffarde degli increduli o il sorriso ironico di chi, riputandosi scienziato positivista, ha rinnegato tutto un nobile passato, cioè l’eredità della sapienza e del senno pratico dei padri nostri per inventare e spacciare teorie che non hanno solido fondamento. Non temo tutto ciò, e sono ardito di evocare principi didattici, oggi gittati da canto e spregiati dai moderni cultori della pedagogia. Né le mie saranno semplici asserzioni: vi racconterò fatti e vi presenterò statistiche, poiché pare che la statistica valga oggi più che ogni altro argomento. E senz’altro vi dico, che il mio Segreto è nella nota fondamentale dell’armonia dell’universo, in quella nota arcana che vibra nel cuore dell’uomo, che fa beato chi ne ascolta la melodia, che è l’essenza e la pietra angolare della vita e del progresso dell’umanità.
Quella nota che esiste e armoniosamente freme per tutti, e che pure tanti considerano come spenta per sempre; quella nota fondamentale di ogni bellezza, di ogni civiltà, di ogni benessere sociale è Gesù Cristo.
Così ho fatto io per i figli dei carcerati. La loro educazione si diceva difficile, per motivi impossibili; il loro avvenire si prevedeva tristissimo: ed io ho fatto vibrare in quei cuori innocenti la nota che vi ho detto. Loro ho presentato, loro ho fatto amare Gesù Cristo"…
Conclusione
Sono cento anni da quando Bartolo Longo iniziò a raccogliere la prima schiera di fanciulli pompeiani per il catechismo; sono cento anni che il suo grande cuore continua a battere per chi soffre, all’unisono con il Cuore del suo unico Maestro: "Senza Cristo potremo avere noi una vera carità? Ah! Una sterile compassione, sì; parole di conforto, sì; ma i fatti, i fatti! Chi ci fa raccogliere questi fanciulli? Chi ci fa amare il figliuolo della vittima dei malfattori? È Cristo. Chi ci fa amare il figliuolo dell’assassino? È Cristo. È Cristo che fa sorgere qui una città nuova sotto gli auspici della civiltà nuova; è Cristo che ha ispirato me, povero uomo. Cristo è legame universale, potente, benefico, sociale. Senza Cristo non vi è legame, non amore, non carità, non beneficenza. Togliete Dio, avrete una sterile compassione, ma amor vero, caldo, efficace, duraturo, non mai".
Ecco il segreto che Bartolo Longo grida ancora! (Da: il R.n.P. del 1982 – n° 7-8 – Autore: Mario Presciuttini)

Prima foto: una rara immagine del Fondatore agli inizi della sua attività a Pompei.

Seconda foto: la Scuola Tipografica Pontificia, sorta dietro suggerimento del P. Ludovico da Casoria, provvide a dare lavoro ai giovani pompeiani fin dal 1884.
Terza foto: Bartolo Longo fondò la Società Sportiva "Nuova Pompei" per i ragazzi dell'Istituto ritenendo l'educazione fisica un importante elemento pedagogico.

Quarta foto: la foto d'archivio mostra i primi ospiti delle Opere pompeiane.


Nel 1900 il Giubileo di Bartolo Longo
Pellegrini da ogni parte del mondo arrivarono nella capitale della cristianità per il Giubileo indetto da Papa Leone XIII. Molti facevano tappa anche nella città di Maria. Il fondatore del Santuario parla di quell’evento eccezionale nelle pagine de "Il Rosario e la Nuova Pompei".
"Straordinarie benedizioni di Dio son discese in questi giorni con un numero ancora straordinario di grazie e di miracoli della nostra cara Madre la regina del santo Rosario. È un accorrere inusitato di Figli suoi, che pellegrinando a Roma per guadagnare il Giubileo, fanno termine del loro viaggio questa Valle di prodigi, rende questo suolo di misericordie, questo santuario mondiale e pontificio il convegno dei cuori del mondo, il punto della terra privilegiato, ove si pregusta la pace del Paradiso".
Sembrano parole scritte oggi, nel corso dell’Anno Santo della Misericordia, ed invece sono parte di un articolo che il Beato Bartolo Longo scrisse nel primo numero de "Il Rosario e la Nuova Pompei del 1900. Papa Leone XIII aveva indetto il Giubileo agli inizi del secolo che sarà definito "breve", segnato dai due grandi conflitti mondiali che semineranno milioni di morti e distruzione ovunque. Non era l’Anno Santo "diffuso" voluto da Papa Francesco, non si erano aperte le Porte sante in ogni diocesi del mondo, Roma e le sue basiliche erano la meta unica dei pellegrini. Eppure migliaia di persone giungevano a Pompei per fare visita a Maria Santissima. Così racconta il Longo giornalista: "I primi pellegrinaggi recatisi ai piedi dei Santi apostoli nella Città santa, prima di far ritorno ai loro
paesi, alle loro case, sono venuti a salutare la madre comune che tanti benefici ha arrecati alle famiglie, alle città, al mondo intero per il corso mai non interrotto di un quarto di secolo. E chi può dire le attitudini devote, il fervore delle preghiere, gli slanci di una carità tutta celeste di che in questi giorni ci hanno offerto esempio preclaro e sacerdoti e secolari, e signore e donne del popolo, che dai più lontani luoghi d’Italia sono venuti in pie comitive, in lunghi pellegrinaggi a provare in questo Santuario quel che noi da anni dicevamo, e non da tutti ancora creduto, gaudii di Paradiso, pace di Paradiso?". I pellegrini giungevano da ogni parte: tanti dal Piemonte, dalla Lombardia, dal territorio genovese, ma finanche dalle "gelide Alpi" e dalla "remota Valle d’Aosta". Non si trattava, allora, di viaggi comodi o brevi.
Con una nota di evidente soddisfazione il Fondatore del Santuario annotava: "Alcuni capi dei pellegrinaggi piemontesi ci assicuravano che non pochi del popolo, invitati a far parte del pellegrinaggio a Roma per guadagnare le Sante Indulgenze, dicevano: "Noi verremo a Roma, purché ci conduciate a vedere la Madonna di Pompei". La citazione spiega la diffusione e la profondità della devozione alla Vergine.
È interessante leggere, tra le pagine di quel numero del nostro Periodico, come Bartolo Longo parlasse della quotidianità dell’Anno Santo in Santuario: "Mai non sono interrotte le pratiche di pietà e di religione che nello splendore del culto e nella bellezza delle armonie dei suoni e dei teneri canti fanno di questa Valle un lembo di Paradiso". Ma per avere il perdono dei peccati occorre tra l’altro un’opera di carità che testimoni la conversione del cuore. Quest’aspetto è stato reso centrale da Papa Francesco, che non si stanca mai di richiamare al soccorso dei più deboli. Nel paragrafo intitolato "Come si santifica l’Anno Santo in Valle di Pompei", il Beato cita l’esempio della marchesa Dusmet Girardi che da Napoli inviava un "involto" di biancheria "accompagnato" da una lettera: "La pregherei – chiede al Longo – di voler avere la carità di provvedere delle tre camicie e tre paia di calze, una poverella, un poverello e un bambino". Era diffusa, soprattutto nel Sud Italia, la tradizione di donare il "pranzo ai tre poveri" in prossimità delle feste dedicate alla sacra Famiglia e a San Giuseppe. I poveri dell’oggi incarnavano Gesù, Maria e Giuseppe che non trovavano riparo se non un un’umile mangiatoia di Betlemme o, ancora, esuli in Egitto.
Al Longo basta questa breve missiva per rendere l’importanza della carità fatta di piccoli gesti d’attenzione e condivisione. Per il resto la santificazione dell’Anno giubilare si concretizza nella celebrazione della festa della Sacra famiglia, nel mese di marzo dedicato a San Giuseppe, nella preghiera dei quindici sabati che anticipano la ricorrenza solenne dell’8 maggio, nella continua recita del Santo Rosario, nelle novene, soprattutto nelle celebrazioni dell’Eucarestia. A ben vedere sono appuntamenti che scandiscono sempre la vita del Santuario e prescindono dal Giubileo. Si potrebbe quasi dire che a Pompei la gioia dell’Anno Santo è perenne e va oltre la sua durata. Scrive a proposito il Beato: "Mentre il mondo va a Roma per santificare questo che è l’ultimo anno del secolo decimonono, da Roma il mondo viene a Valle di Pompei dove perenne è la festa delle anime, continuo è l’irraggiamento delle grazie divine che dal Trono sacro alla regina delle Vittorie si emana ad allietare i figli della Croce: In questo Santuario la festa dell’amore filiale versa la più tenera delle madri è continua; mai non sono interrotte le pratiche di pietà e di religione che nello splendore del culto e nella bellezza delle armonie dei suoni e dei teneri canti fanno di questa Valle un lembo di Paradiso".
Ma in quel 1900 un evento straordinario ci fu: la festa per i venticinque anni dall’arrivo del Quadro della Madonna del Rosario a Pompei. Un giubileo nel Giubileo. Celebrata il 7 ottobre, il Beato ne parlerà come di "apoteosi dell’Immagine Taumaturga Pompeiana" e, da cronista di razza, racconterà dei quarantamila accorsi ad accompagnare l’Icona in processione lungo le strade cittadine, dei gonfaloni e delle bandiere provenienti da tutto il mondo come segno di partecipazione, della selva di fiori, dei canti, della musica, dei "salve" dell’artiglieria per omaggiare colei al cui nome si rallegrano i cieli.

Nella foto: Una rara immagine del 7 ottobre 1900. La processione, nella festa giubilare del Santuario, entra da via Provinciale in via sacra.


Bartolo Longo scrive Salmi e Prega
Il primo Convegno storico su "Bartolo Longo e il suo tempo", celebrato a Pompei nel maggio 1982, ha ben messo in luce l’ampia produzione letteraria longhiana, sempre finalizzata all’educazione civile e religiosa dei lettori: gli opuscoli, volumi e volumetti, il periodico "Il Rosario e la Nuova Pompei", attestano il fecondo risultato di una felice vena di scrittore, ma anche del rimatore ispirato, sensibile in modo privilegiato alla bella forma poetica e letteraria del Salmo biblico, che egli parafrasa con rispetto e maestria. Il Longo mostra di avere fra le mani e di consultare
ogni giorno il libro sacro dei Salmi. Se ne avvale per la propria spiritualità, per l’esortazione degli altri, per offrire motivazioni solide ai problemi che va esponendo, per persuadere circa le soluzioni che per essi propone. Ed intanto, quasi insensibilmente, ne riveste il ritmo, ne penetra le assonanze, ne assorbe la forza logica del parallelismo, ne assapora il gusto della proclamazione e della recitazione orante. La preghiera in salmo diventa così nello spirito del Longo e nella sua proposta educativa un eccelso momento di vita religiosa, di relazione con Dio, di rapporto interessato per i fratelli.
Il lettore delle opere longhiane può quindi essere ben certo di trovare forza e serenità allo spirito, sprone per le situazioni della vita quotidiana nelle ben riuscite parafrasi di trasmessi. I Salmi biblici esposti in parafrasi dicono quanto don Bartolo rimanesse affascinato da questo Genere Letterario della poesia ebraica che, nel suo ritmo cadenzato, gli permette di cantare e celebrare le lodi di Maria con pieno svolgimento dei temi voluti, suggeriti da meditazione religiosa, ma ancor più dalla condizione dell’uomo e della mole dei concreti problemi che sempre lo inseguono e l’accompagnano.
Il Cantico di Maria (Lc 1,45-56) nella parafrasi di B. Longo.
Merita una specifica menzione il prezioso opuscoletto "Cinque Salmi al Nome benedetto della Vergine del Rosario di Pompei" (Pompei 1896). Il primo dei cinque è il Cantico di Maria, pregevole risultato di prolungata meditazione della Vergine sulla sua chiamata a dare compimento in sé al "ministero" di Madre del Figlio dell’Altissimo (Lc 1, 35). La elaborazione di B. Longo, che considera con la dovuta attenzione il testo dell’evangelista Luca, ce ne offre una parafrasi "situata": la "situazione" della nascente opera in Valle di Pompei cioè, fatta di uomini e di cose, svolge un ruolo primario nella elaborazione poetica e letteraria del cantico mariano. Ben marcato e non esagerato è anche, e ovviamente, la descrizione del profilo ministeriale di Maria, quale risulta da una attenta sia pur sintetica analisi della parafrasi longhiana.
Eccone il testo:
1. Magnifica * anima mia, la Vergine eccelsa Regina delle Vittorie.
2. Perché ha spiegato i padiglioni delle sue magnificenze nella Valle dello sterminio, * e quivi ha fatto scaturire un fonte nuovo d’inaudite misericordie.
3. Ella che è la Signora del mondo, la Regina dei cieli, * la Padrona degli Angeli, la Madre del tuo Dio.
4. Grande e gloriosa la fece Colui che è possente, * e il cui Nome è santo e terribile.
5. Egli l’avvicinò a sé con un miracolo della sua onnipotenza, * e con la sua grazia la fece onnipotente, cooperatrice col Figlio alla salvezza del mondo.
6. La costituì Mediatrice presso il nostro Mediatore, * Rifugio e rimedio a tutti i nostri mali.
7. Ella partorì la Misericordia, * e Iddio diede a Lei l’ufficio di Avvocata dei peccatori.
8. E la sua misericordia passa di generazione in generazione, * sopra coloro che la onorano.
9. Ha chiamato con voce di Madre tutti noi suoi figli ad erigere un trono, * e della magnificenza dei suoi prodigi ha coperto tutta la terra.
10. Da quel trono ha rivolto lo sguardo alla nostra bassezza; * ed ecco, da questo punto, beati ci chiameranno tutte le generazioni.
11. Con la potenza del suo braccio dissipò i nostri nemici; * ed esaltò gli afflitti e gli umiliati.
12. Prese per mano il caduto, e lo sollevò dal fango; * e lo ha fatto sedere tra’ Principi della sua Reggia.
13. Ha ricolmato dei suoi doni i poveri ed i famelici; * e coloro che gemevano tra i lacci della colpa ha risollevati all’altezza di figlioli di Dio.
14. Con sviscerato amore abbracciamo i tuoi piedi, o Regina, * che sei la Speranza, la Vita, la Mediatrice nostra.
15. Quanto è bello abitare nella Casa tua, o Signora di Pompei! * I raggi della tua misericordia dal tuo Trono si estendono fino ai termini della terra.
Se comparata con il brano di Luca evangelista (1, 45-56), l’attenzione critica e spiritualmente interessata del lettore non può non soffermarsi su gli apporti specifici della parafrasi longhiana. Ed in primo luogo la sua tensione è focalizzata sull’obiettivo "Maria" (vv. 1-6). Maria è la Vergine eccelsa, è Regina delle Vittorie. È la Signora del mondo. Padrona degli Angeli. Ma è in particolare, la Madre del tuo Dio (cioè ""Madre del Dio della tua anima"), e cioè della tua persona, della tua vita. Il collegamento logico del v. 3 è, infatti, con il v. 1: Maria è Cooperatrice con il Figlio alla salvezza del mondo. Mediatrice presso il nostro Mediatore, Gesù il Risorto; è
Rifugio e rimedio a tutti i nostri mali, Madre della Misericordia, Avvocata dei peccatori, Madre Vergine (vv. 1 e 3), dunque Immacolata.
Quest’ultimo titolo non è incluso nella parafrasi del Longo, lo si ricava però in forma ben motivata e piuttosto immediata. Va comunque detto che i titoli mariologici da Maria Madre di Dio, Madre di Cristo e Madre Vergine Immacolata ispirano con frequenza la penna del nostro Apostolo della stampa.
Pregevole per collocazione letteraria e densità di contenuto sono i vv. 6 e 7. Essi svolgono un ruolo di transito dai vv. 1-5 ai vv. 8-13. Vi si canta la mediazione di Maria (v.6) divenuta storica nel parto verginale che ha donato al susseguirsi delle umane vicende un misericordioso avvocato, divenendo essa stessa Operatrice di misericordia (v.8).
Ma siamo già al v. 8 e cioè alla sezione dei vv. 8-14. In essi l’uomo della Valle tenta un ben riuscito collegamento tra i titoli di Maria e la loro funzionalità storica nella vita dell’uomo. Abbiamo così nuovi titoli, anch’essi parafrasati in relazione alla "situazione" di Valle di Pompei: con voce di Madre ha chiamato i suoi figli ad erigerle un trono (Maternità universale); noi – a Pompei – siamo tra le generazioni che la chiameranno beata. Maria, dal suo trono in Valle di Pompei, dissipa i nemici, esalta gli afflitti, risolleva i peccatori all’altezza di figli di Dio, di essi Ella è Regina, Speranza, Vita.
La più completa assenza nella redazione lucana del cantico mariano delle annotazioni longhiane, ci costringe a prendere atto della capacità di elaborazione letteraria – la parafrasi appunto -  del Longo e la ridondanza dei valori storici e spirituali che vi si riversano: Tutta l’umana vicenda cioè, trova in Gesù, il Figlio di Maria, il suo perno rotante. È indubbia infatti la speciale attenzione che don Bartolo dedica alla persona di Maria e al suo ruolo nella Storia della Salvezza. Tuttavia, svolgendo la sua meditazione biblica sul cantico lucano, egli elabora titoli mariologici ricchi sì di pensiero teologico, ma molto più di intuito e di sapienza cristiana. Ci dà più una titologia Mariologica e molto meno un articolata mariologia.
Una cosa non deve comunque sfuggire: in una pagina di alto valore poetico, confluisce una forte sensibilità storico-religiosa. Bartolo Longo cioè legge la storia del suo tempo, in special modo quella della nascente nuova Pompei, alla luce del ruolo universale di Maria, Vergine e Madre, nella Storia della Salvezza: la caduta definitiva degli idoli pagani impotenti di fronte alla forza bruta dello "sterminator Vesevo", ne sono riprova ancor oggi più eloquente. Un criterio di lettura questo, che dimostra una dinamica spirituale attenta all’uomo e a Dio, in un uomo – Bartolo Longo – che vede nella storia quotidiana il luogo ove Dio conduce la sua azione. Guidato dallo Spirito, estingue ai Salmi la propria sete spirituale; laico dalla marcata ossatura cristiana, quale ape agile e laboriosa che beve al cuore di ogni fiore, l’uomo della Valle rinvigorisce onde continuare a condurre a fondo l’opera di Dio tra gli uomini: la promozione e l’evangelizzazione dell’uomo attraverso la preghiera, la conversione del cuore a Dio, la testimonianza della carità. Quartiere Generale di questa azione storica e salvifica è la casa della Signora di Pompei dove è esaltante pregare per ricevere misericordia, dove è bello abitare (v.15).
Prima foto: Fin dalle origini gli alunni degli Istituti pompeiani hanno animato le assemblee liturgiche con il loro canto.
Seconda foto: L’Angelo del Signore che trova a Pompei collocazione diverse: davanti al trono di Maria o in alto sul campanile o quasi compagno di viaggio nei viali, si unisce al canto di lode alla Regina delle Vittorie "nella valle degli idoli pagani"


Bartolo Longo scrive alle Suore del Quilici
Nell’archivio romano delle Figlie del Crocifisso ci sono tre lettere inviate da Bartolo Longo alla Superiora Generale di queste religiose, fondate da Giovanni B. Quilici (Documenti della fondazione, filza Sacerdoti vari).
Questa religiosa, Suor Matilde Fantini, aveva scritto al Beato, ma nell’archivio di Pompei non esiste traccia delle
sue lettere, il cui tenore però può essere dedotto dalle risposte del Longo, che portano l’intestazione: Avv. B. Longo, dir. Del periodico Il Rosario e la Nuova Pompei e degli Asili infantili pompeiani.
La prima porta la data "Valle di Pompei, 8 gen. 1887" e dice: "Osservatissima Suora, Compio di buon grado il suo desiderio, spedendole non pure i quattro fascicoli ora chiestimi, ma eziandio il mio periodico gratuitamente. – Il triduo di preghiere, per Lei e per tutte le sue consorelle, comincerà domani. – Mi creda con osservanza – Suo Umilissimo Bartolo Longo".
La seconda lettera porta la data del 9 febbraio 1887 e recita: "Rev.ma M.re Superiora. Mi è pervenuta la sua preg.ma lettera, e la ringrazio delle gentili espressioni. – Tenga pure il periodico per lo passato, ma le raccomando di propagare la divozione del S. Rosario, con questa carta devozione avremo sempre e grandi grazie. – Gradisca i miei ossequi e pure lei preghi pel – suo dev.mo – Avv. B.L. – ".
La terza è datata 1° maggio (1887). Lascia intendere che la scrivente attraversa di difficoltà. Il Beato la rassicura di aver dato "scrupolosa esecuzione" ai desideri di lei e soggiunge che farà pregare i bambini pompeiani secondo le di lei intenzioni ed augura che la Madonna del Rosario "voglia benignarsi di esaudire completamente i suoi desiderii".
Ringraziando per le 10 lire che la religiosa livornese gli aveva inviate.
(Autore: Res)
Foto: L’Istituto di S. Maria Maddalena visto dall’interno. Fin dalla fondazione don Giovanni Battista Quillici promosse la piantagione di gelsi dai quali ricavare la materia prima per i laboratori di tessitura, tintoria e lavori vari.


*La penna e il Rosario
Bartolo Longo fu un versatile scrittore. Aveva la penna facile anche per un santo non è una dote necessaria. La sua esigenza era quella di realizzare una forma di comunicazione vasta e moderna da far conoscere la Nuova Pompei. La città e le opere diventavano così esse stesse un fatto, una notizia. Una grande notizia per la Chiesa e per il Mezzogiorno.
Aveva la penna facile. Per un santo non è forse una dote necessaria. Per un santi fondatore, forse sì. Per un Santo fondatore come Bartolo Longo, scrivere era come segnare la corona del rosario.
Intensa la preghiera, appassionata e anche ricca di foga la scrittura. Due funzioni certamente diverse, ma mettere mano alla penna era come allungare il raggio di quella dolce catena che doveva legare insieme – come poi fu – il Santuario, la comunità intorno e le prime Opere che i mattoni della carità ponevano a base della Nuova Pompei.
Pochi altri strumenti oltre la penna – e qualche rotativa spinta dai fiumi d’inchiostro che l’allora fiorentissima stampa cattolica mandava avanti – potevano consentire di ampliare il raggio d’azione alle iniziative e alle attività intraprese.
Dio sa se ce n’era bisogno, perché l’originalità della Nuova Pompei, la santa follia di Bartolo Longo, era non solo quella di costruire un Santuario, ma appunto di farvi vivere intorno una città. Una città di Maria, un popolo del rosario.
La santità non ha certo bisogno di farsi largo a colpi di pubblicità, e d’altra parte, il bene – per diffondersi – ha sempre saputo trovare le sue strade.
Ma l’esigenza di Bartolo Longo non era certamente quella di porre sotto i riflettori un’intuizione dello spirito, bensì quella di realizzare una forma di comunicazione tanto vasta e moderna da orientare su tutta la Nuova Pompei le antenne di un nuovo e mirabolante interesse.
La città e le opere diventavano così esse stesse un fatto, una notizia. Una grande notizia per la Chiesa e per il Mezzogiorno. Un evento autentico, intorno al quale l’informazione andava in qualche modo a "informarsi" per essere poi in grado anche di formare.
È dalla linearità di questo percorso che emerge, successivamente, anche la prospettiva dell’adeguamento dei mezzi.
Pioniere, Bartolo Longo lo è stato in tutti i campi. E anche nella complessa – e allora difficilissima – realtà dei mass-media ha finito per lasciare il segno, arrivando ad anticipare, finanche, alcune figure professionali che soltanto la complessità dei tempi di oggi lascia emergere.
Bartolo Longo fu giornalista, ma non solo: fu editore, stampatore, propagandista, diffusore e riuscì a pregustare in qualche modo una forma di comunicazione del tutto nuovo: quello di press-agent di promotore non solo delle Opere ma della conoscenza di ciascuna di esse.
L’occasione fu la visita a Pompei dei congressisti della stampa internazionale riuniti a Napoli
nell’aprile del 1899. Bartolo Longo volle che i giornalisti passassero per Valle di Pompei "per mostrare loro la gloria della religione, dell’Arte e della Carità italiana".
Era l’11 aprile 1899.
La visita è descritta minuziosamente dai giornali dell’epoca. L’Avvocato dell’Ospizio per i figli dei carcerati volle che i giornalisti visitassero personalmente la realizzazione sociale che aveva fatto maggiormente parlare i giornali e la stampa dell’epoca soprattutto per i riflessi scientifici che aveva destato.
Moltissimi fogli, artisticamente inquadrati tra cornici e fregi, con la scritta bicolore "Souvenir de la Visite de Messieurs les Publicistes du Congrés de la Presse a l’Hospice de Fils des Forcats ed à in Valles de Pompei" furono posti all’ingresso dell’Ospizio perché i giornalisti potessero apporvi la loro firma.
Furono messi anche a disposizione quattro interpreti. Bartolo Longo, pensando che tra i congressisti non sarebbe certamente mancato un considerevole numero di cattolici, fece preparare seicento pacchetti con corone, medaglie, immagini, racchiuse in piccole buste insieme a libri e opuscoli sull’Opera di Pompei.
C’erano molti giornalisti stranieri e un qualificato gruppo di giornalisti italiani tra i quali: Matilde Serao, Alfredo Fortes de "Il Mattino", Raffaele Tudisco, Salvatore Di Giacomo, Nicola Misasi de "Il Corriere di Napoli", Vincenzo Carli del "Roma", Adolfo Ricciardi del "Diavolo Rosso", Pasquale Dumont de "Il Paese", Raffaele Ferrara Correra della "Libertà", Anna Kuliscioff ed Andreina Kuliscioff, Giacomo Pastore del giornale "Osservatore Cattolico" ed altri.
Quel giorno suonò la banda musicale dell’Ospizio. I giornalisti visitarono il Santuario, l’Orfanotrofio, i laboratori e la scuola tipografica.
"Noi stessi facevamo da guida a quei che potevamo – ricorda Bartolo Longo in un resoconto pubblicato su "Il Rosario e la Nuova Pompei" – e da un gruppo passavamo all’altro, più a lungo si trattenne in questo esame ed in questa visita la dottoressa Anna Kuliscioff, la signora che un cocente dolore affligge e tormenta. Erano con lei la figliola Andreina Costa Kuliscioff.
Quest’ultimo capitolo ci presenta Bartolo Longo in veste appunto di un efficiente press-agent ante litteram, animato da una fede profetica e che non guardava solo ad un risanamento spirituale e morale bensì a tutto ciò che tale programma avrebbe potuto suscitare nell’opinione pubblica se ampiamente pubblicizzato. Press-agent, quindi, ma tutto al servizio di Pompei e delle Opere.
Quanto a se stesso, se c’era una cosa che detestava era la pubblicità alla sua persona, le "piaggerie" che talvolta gli venivano rivolte anche a mezzo stampa e che lui metteva da parte, come materiale senza valore.
Sintomatico un suo commento a un articolo apparso sulla "Gazzetta di Mondovì" nel quale si parlava dei "segreti di un novello Don Bosco".
"Non vale molto. È una lode a me".
Se proprio vi era spinto per i capelli, e ritenendo di poter contribuire alla migliore conoscenza della Nuova Pompei, si lasciava talvolta intervistare, ma prestando sempre molta attenzione alla scelta delle fonti.
Era molto attento alla lettura dei giornali il più delle volte preferiva abbonarsi o che alcuni devoti zelanti gli facevano pervenire. Sottolineava e chiosava a margine, con la sua tormentata scrittura, giudizi e commenti sugli articoli che più direttamente riguardavano la sua opera.
C’è da immaginare che buona parte della sua giornata Bartolo Longo la dedicasse alla lettura della stampa che cominciava ad interessarsi sempre più spesso di Valle di Pompei quando l’Opera dei Figli dei Carcerati divenne un punto di riferimento per la critica criminologica. Comprendeva il ruolo della stampa nel clima di fervente rinascita della stampa cattolica napoletana che "con i suoi pregi e difetti costituisce una interessante testimonianza di un’epoca, di una cultura saldamente ancorata ai principi tradizionalisti; di correnti che in tutti i modi allora possibili rappresentarono, bene o male, la forza della conservazione del vecchio Stato napoletano riluttante a sparire e a confluire nello Stato unitario".
Scenari che appartengono davvero ad altri tempi. Ma la modernità di Bartolo Longo traspare anche nel suo rapporto con i mass-media, tanto che viene da pensare a cosa metterebbe mano oggi, il fondatore della Nuova Pompei, per comunicare non solo all’Italia, ma al mondo il messaggio di una città che continua a vivere intorno al Santuario della Vergine.
Altri giornali? Una radio? La televisione? Una rete multimediale? Il collegamento via Internet?
Forse tutte queste cose insieme.
Ma una su tutte: "l’attualità e la modernità del messaggio".
È questo il vero capofamiglia di tutta la famiglia dei mass-media.
Gli strumenti sono certamente importanti, ma decisivo resta il contenuto. E su questo piano la Nuova Pompei continuerà a restare nuova per sempre.

(Autore: Angelo Scelzo)

Foto: Matilde Serao fu ospite di Bartolo Longo nella visita a Pompei dei congressisti della stampa internazionale riuniti a Napoli nell’aprile 1899.


*Rosario e Eucaristia: il Cielo e la terra!
Due straordinari scritti di Bartolo Longo
(Due testi attinti al prezioso e incomparabile scrigno degli scritti del Beato Bartolo Longo)
Due trilogie, Betlem, il Calvario, il Cielo
La Provvidenza qui ha voluto che il risveglio eucaristico avvenisse soprattutto per mezzo del Rosario.
Quale segreta relazione vi è fra il Rosario e l’Eucarestia?
Il Rosario è il Vangelo ridotto a un poema di tre cantiche. Nel meditare la Corona ogni anima fervente canta un triplice inno: essa canta la vita di Gesù e di Maria ne’ gaudii, ne’ dolori, ne’ trionfi. Ora ne’ vasti firmamenti della preghiera questi tre gruppi di misteri sono come tre sistemi planetarii, che girano ciascuno intorno a un grande centro.
Osservate il sistema planetario de’ Misteri gaudiosi: il suo centro è Betlem. L’Annunciazione, la scena segreta e delicata che ispirerà alla patristica sublimi commenti che fiorirà come la più leggiadra rosa dell’arte sotto il pennello e lo scalpello degli artisti del Medio Evo, l’Annunciazione non è che un prologo; un prologo è pure la Visita di Maria ad Elisabetta, come nella musica della Provvidenza il Magnificat non è che la meravigliosa sinfonia del Gloria in excelsis. Similmente la Purificazione è il Bambino di Betlem, la cui oscurità è irradiata d’un tratto da una gran luce di profezia; come la Disputa fra’ Dottori è quel medesimo Bambino, divenuto appena adolescente, che da se stesso rischiara il mistero del suo silenzio, rivelandosi di fronte all’Ebraismo come la sapienza di Dio Padre.
Osservate ancora il sistema planetario de’ Misteri dolorosi: il suo centro è il Golgota. In questa seconda parte della mariana trilogia si canta il Divino Sacrifizio. I Misteri dolorosi sono una Via Crucis ridotta, una Via crucis a cinque stazioni, e il punto d’arrivo è il Calvario. La mente vi giunga dopo aver pellegrinato dal Getsemani, attraverso scene di tristezza, di umiliazioni, di crudeli spasimi,
scene che le hanno ispirato tenerezza, gratitudine, compunzione; e l’anima giunta sulla funebre spianata, senza stanchezza ma bisognosa di mistico riposo, si ferma a’ piedi della Croce, e satibonda di perdono accoglie le stille del prezioso Sangue.
Considerate finalmente il sistema planetario de’ Misteri gloriosi: il suo centro è il Cielo. In questa terza cantica s’inneggia alla glorificazione degli eletti. Gesù risorge, vestito di luce e di bellezza: trionfatore della morte, Egli comunicherà a’ redenti la forza di un’eterna vita. Ascende pei cieli tersi, in que’ cieli ove non si solleva ne’ la vista del telescopio ne’ la vista del genio; dopo di lui in fulgide liste ascendono venerandi Patriarchi e ispirati Profeti: il peccato aveva chiuso le porte del Paradiso, le spalanca a tutti gli uomini l’universale Redenzione.
Per conquistare però il Cielo, che è un premio sopra la natura, sono necessarie opere egualmente soprannaturali; lo Spirito Santo discende sulla terra per essere la forza della nostra debolezza; Egli ci pone nel cuore la grazia, il seme dell’eterna gloria.
Ebbene, come il Rosario, così l’Eucarestia è un ricordo perenne della vita di Gesù. Nell’istituzione del Divin Sacramento Gesù ha detto: - Voi farete questo in memoria di me. – Con queste brevi semplici parole Gesù ha abolito d’un tratto l’antico culto ebraico e l’ha sostituito col nuovo culto cristiano, di cui vita e centro è il Santissimo Sacramento: il culto antico era simbolico, il culto nuovo è commemorativo; il culto antico era tutto una profezia, il culto nuovo è tutto un’epopea.
La misteriosa vita di Gesù nel Sacramento ricorda tutta la vita di lui in mezzo agli uomini, dall’Arcangelo che l’annunzia a Nazareth fino al termine della suo opera redentrice, che è la consumazione degli eletti nell’eterno gaudio e nell’eterna pace; particolarmente però la vita di Gesù nel Santissimo Sacramento è una meravigliosa trilogia: Betlem, il Calvario, il Cielo.
L’Eucarestia è una piccola Betlem. Vi è lo stesso silenzio, la stessa povertà, la stessa reiezione; Gesù qui si impiccolisce anche più che a Betlem, restringendosi, a nostro modo di intendere, negli angusti limiti d’un ostia.
Le sacre Specie, quelle Specie tenui e bianche, fanno pensare a’ candidi pannolini, in cui il Divin Infante fu avvolto dalle mani santissime della più eletta fra le Vergini. Il tabernacolo non ricorda il santo Speco? E dal tabernacolo si solleva lo stesso inno di Betlem, l’inno di gloria e di pace. In nessun punto del mondo Dio è glorificato come in un tabernacolo eucaristico. E come da ogni tabernacolo viene gloria a Dio, così di là agli uomini viene la pace: Ciascuno di questi tabernacoli è un porto delle anime, un porto in cui il cuore, gettata l’ancora della fede, riposa sicuro lungi dalla tempesta degli affanni e delle passioni.
Ancora, l’Eucarestia è un Calvario perenne. Tutti gli Altari sono una Croce, tutte le Messe sono un Sacrificio. Il Corpo di Gesù, presentandosi, all’apparenza, diviso nel suo Sangue, ci ricorda a vivo le strazianti effusioni della giornata redentrice. Sì, ecco il Corpo esangue del Golgota! Ecco il Sangue per noi tutto raccolto, raccolto fino all’ultima stilla nel calice della giustizia.
L’Apostolo Paolo scriveva a’ primi fedeli: Sempre che voi mangerete di questo pane e beverete di questo Calice, annunzierete la morte del Signore. Gesù nell’Eucarestia s’immola tutto, con divina liberalità, con divina profusione propriamente come sul Golgota; sacrifica non solo gli splendori della sua Divinità, ma le grazie della sua Umanità, il maestoso decoro della sua fronte, la mesta dolcezza del suo sguardo, quella sua beltà esteriore, più spirituale come corporea, perfino la libertà de’ suoi movimenti, perfino l’armoniosa sapienza della sua parola, perfino la figura medesima di uomo.
Infine l’Eucarestia è il Cielo sulla terra. Essa è un saggio del Paradiso, dato a chi trovasi ancora nella dura condizione di dolore, Dio che si comunica nell’anima – ecco il Cielo. Dio che si comunica all’anima – ecco pure l’Eucarestia. Oh, la Mensa Eucaristica! Che pace anche negli uragani più violenti della vita! Che dolcezza anche nelle ore più sconfortate dell’affanno! Così è il pegno della futura gloria – canta la poesia della Chiesa. Il glorioso protomartire Santo Stefano soffriva con gli occhi rivolti al Cielo: innumerevoli Martiri dopo di lui hanno sofferto avendo il Cielo nella loro anima, perché prima di andare al martirio, erano andati a ricevere la Comunione.
L’Eucarestia e il Rosario entrambi sono un ricordo della vita di Gesù, entrambi sono una meravigliosa trilogia: Betlem, il Calvario, il Cielo.
Ciò che è il Rosario nell’ordine soggettivo o ideale, è pure l’Eucarestia nell’ordine oggettivo e reale. Nel Rosario è la vita di Gesù che si ripete idealmente nella pia meditazione di chi prega; nell’Eucaristia è la vita di Gesù che si ripete realmente in Gesù medesimo, perché Egli viene sull’Altare per ritrovarvi la sua Betlem, per riabbracciarvi la sua Croce, per dare alle anime un preludio del Cielo.
Il progresso della pietà cattolica nell’epoca contemporanea
… Ecco dunque il procedimento della pietà cattolica nell’epoca contemporanea: la Provvidenza ha voluto che si ridestasse ne’ popoli la divozione del Rosario, per ridestare poi ne’ popoli la divozione del Santissimo Sacramento. È tutta una primavera di mistiche rose che fiorisce nelle aiuole di Maria, ma la celeste Madre educa queste rose per gli Altari del Figlio suo.
Ed ecco seguirsi l’un l’altro immediatamente due Papi: Leone XIII, il Papa del Rosario, Pio X, il Papa dell’Eucarestia. Oh, com’è ammirabile la Provvidenza! Leone XIII chiama tutte le genti a recitare la Santa Corona con ben 15 encicliche, che rappresentano uno de’ monumenti più insigni della sua sapienza pontificale, e, quasi direi, la Somma Teologica del Rosario.
Pio X chiama le genti all’Eucaristia: Egli promuove la Comunione de’ fanciulli, la Comunione degli infermi, la Comunione frequente, agevola l’amministrazione del Viatico, da’ il più forte impulso a’ Congressi eucaristici.
Leone XIII vuole il Rosario quotidiano, Pio vuole la Comunione quotidiana. Due opere in apparenza separate, in realtà congiunte da invisibili fili d’oro, i fili arcani della divina Provvidenza!
Fratelli, nell’amore della benedetta Vergine di Pompei, andiamo dunque spesso, anche tutti i giorni, a quell’Altare che dovrebbe essere la Mensa degli Angioli, e che solo un prodigio della divina carità ha potuto fare la Mensa degli uomini. Voi che tutti i giorni meditate la vita di Gesù nella recita della Corona, andate ad attingere questa vita nella sua sorgente, andate anzi a riviverla insieme con Gesù nelle intime misteriose effusioni dell’amplesso eucaristico. Magister adest et vocat te! Il Maestro è qui in tutti i tabernacoli del mondo, Egli richiama con tante voci quanti sono i Misteri del Rosario, quante sono le ispirazioni che in ciascun Mistero vi da’ Maria. Volete frequenti le grazie? Fate frequente la Comunione; quando Maria avrà posto Gesù nel vostro cuore. Quando Egli sarà in voi e con voi, come mai potrebbe non esaudirvi?
Col Rosario nella mano, con l’Eucaristia nel cuore, voi sarete i cittadini nel Cielo, pur essendo ancora gli abitatori della terra; voi sarete i fratelli degli angioli, pur vivendo ancora con gli uomini; voi, distruggendo al fuoco della fede, della pietà e dell’amore i vostri difetti e le vostre passioni, diverrete uomini celesti, uomini divini.
(Avv. Bartolo Longo – da Il Rosario e l’Eucaristia, in "Il Rosario e la Nuova Pompei", 1914, pp. 241-250)

(Autore: Pasquale Mocerino)


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(Autore: Pasquale Mocerino)



 
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