Il Fondatore di Pompei - Istituto Aveta

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Il Fondatore di Pompei

Il Santuario > Bartolo Longo

*Decreto sulla eroicità delle virtù del Venerabile Bartolo Longo
"Oh l'eccellenza della carità, la quale mediante l’amore offre a sé presenti in immagine le cose assenti, unisce le divine, ordina quelle confuse, mette insieme le disuguali, perfeziona le difettose!". Sono questi detti di San Gregorio Magno (Ep. Ad Verg. 1. ep., 53: PL 77,782), che so potrebbero adattare massimamente a Bartolo Longo, la cui vita, impregnata totalmente di amore di Dio, rifulse meravigliosamente dal desiderio ardente di mettere ordine tra le confuse e di associare le disuguali, in maniera che possa proclamarsi apostolo dei tempi nostri il Servo di Dio, il quale appunto dall’unione con Dio, attraverso l’amore di Cristo e della sua divina Madre attinse la forza a compiere innumerevoli benefici a favore del popolo di Dio, allo scopo di lenire i dolori, di soccorrere gli orfani e i diseredati, di insegnare le arti e le lettere ai giovanetti più poveri. Nato l’11 febbraio 1841 dai pii e onesti genitori Bartolomeo ed Antonia Luparelli a Latiano nella diocesi di Oria, dopo due giorni fu rigenerato al sacro fonte battesimale. A cinque anni appena fu affidato per l’educazione ai Padri Scolopi, quindi intraprese a Lecce e poi perfezionò a Napoli gli studi giuridici, conseguendo la laurea di dottore di giurisprudenza. Qui il Decreto si sofferma sulla crisi del Venerabile, da cui uscì con l’aiuto di un amico, Vincenzo Pepe, e del P. Radente.
Imboccato il cammino di una nuova vita, si propose di amare Dio con tutte le forze al di sopra di ogni cosa, stabilendosi a modello di virtù il divin Cuore di Cristo, per la propagazione del cui culto s’infiammò di grande ardore. Bramava di comunicare agli altri la fiamma da cui veniva consumato, prendendo come arma di salvezza la devozione del Rosario di Maria.
Il 13 Novembre 1875, in occasione di una sacra missione Bartolo Longo fece portare una effigie di Maria Vergine del Santo Rosario, in cui onore volle che ivi stesso si costruisse un Santuario, facendone benedire la prima pietra l’8 Maggio 1876. Questi inizi così umili furono principio di opere grandiose: appunto perché il tempio della Madre di Dio riportato di giorno in giorno ad un sempre crescente perfezionamento mediante una pia devozione ed un arte prodigiosa, ad opera del Servo di Dio divenne un centro dinamico, per mezzo del quale da tutto l’universo la pia carità dei fedeli profuse mezzi ed energia a lode della Vergine Santissima e a sollievo dei poveri.
Infatti, il Servo di Dio non sapeva concepire un grande amore verso la Madre della Chiesa che non scorresse subito a bene della umanità. Pertanto, con l’aiuto di Maria Anna Farnararo, che per consiglio di molti aveva congiunto a sé in caste nozze, si diede a costruire a poco a poco a gran fatica e con innumerevoli sacrifici una vera città della carità a Valle di Pompei, e colui il quale per sé stesso era povero in tutto, divenne amministratore ricchissimo delle ricchezze di Cristo e a vantaggio dei suoi fratelli più poveri. Mosso da una gran confidenza in Dio, costruì un orfanotrofio, fece sorgere un collegio in un primo tempo (1891) per i figli, e poi anche per le figlie (1922) dei carcerati, onde provvedere ad accoglierli, ad educarli e sostenerli, aprì una tipografia, la quale giovò non poco con le sue opere stampate per l’aumento del culto verso la Vergine Santissima e il sostentamento delle opere di carità. Infatti, il Servo di Dio, impiegando santamente il tempo, poté scrivere cento e più libretti, che trattavano di ascetica, di storia sacra e fomentavano e promuovevano la devozione a Maria, e l’anno 1884 diede inizio al periodico "Il Rosario e la Nuova Pompei", di cui mantenne la direzione per tutto il tempo che visse. Onestamente bisogna osservare che il Servo di Dio con i suoi infiammati scritti riuscì ad esortare tutti alla pratica del culto alla Vergine Madre di Dio, non disgiunto dalle opere di carità. Più con il cuore che con l’inchiostro compose pure la piissima "Supplica a Maria Vergine del Santissimo Rosario", che diffusasi ampiamente per tutto il mondo, si recita due volte all’anno fino ad oggi da parte di tutti i fedeli cristiani, e tanto che spesso non manca di essere un eccellente alimento spirituale di fede e di amore verso la Chiesa di Dio.
Dietro consiglio dello stesso Servo di Dio sorse la Congregazione religiosa delle Figlie del Santo Rosario del Terz’Ordine di S. Domenico in Valle di Pompei, i cui membri sono addetti a formare nella pietà, nelle lettere e nelle arti le fanciulle accolte in quel benedetto luogo dal gran cuore del Servo di Dio.
È molto difficile a dirsi quante gravi amarezze, quante persecuzioni e quanti dolori abbia dovuto sopportare il nostro Bartolo Longo. Divenuto amico di Dio, dové stare parecchie volte sotto la Croce del Signore con la Vergine Maria, perché morendo misticamente con Cristo potesse procurare vita e gioia a molti insieme alla divin Madre, causa della nostra letizia. Non risparmiando alcuna fatica, senza lasciarsi spezzare da qualsiasi difficoltà, attingeva le forze, per compiere instancabilmente le opere intraprese, nell’orazione ed in unione con Maria, dotato di una santa giovinezza spirituale, nonostante l’inesorabile avanzamento degli anni, affinché potesse dar luogo ad opere sempre più grandi per la gloria della Vergine Santa e per il bene dei suoi fratelli, infatti, egli portava nel profondo del suo cuore le necessità degli uomini, e bramava soccorrere i dolori di tutti.
Mosso come da uno spirito soprannaturale, prevenne anche i tempi, mentre si sforzava di provvedere alle miserie della società con l’uso di mezzi più recenti, affinché splendesse abbondantemente in tutti la carità di Cristo e fosse riconosciuto generatore di sante opere l’amore della Madre di Dio…
Il 1906 cedette tutte le opere di Valle di Pompei all’amministrazione della S. Sede, ed in conseguenza fu mandato presso il Santuario un rappresentante pontificio; ed il Servo di Dio allora fu pronto a dargli la sua umile collaborazione per circa vent’anni.
Purificato come oro nel crogiuolo, il Servo di Dio fu chiamato alla celeste patria il 5 ottobre 1926, con l’alone di celeberrima fama di santità. Infatti, quando più egli bramava di essere ignorato, per far splendere unicamente l’onore della Regina del Santissimo Rosario, tanto più la Vergine Santissima l’arricchiva di virtù, per le quali Bartolo si rendeva caro a tutti. Pur vivendo nel secolo, a tutti quanti indicò con chiarezza che la via della santificazione era aperta per quelli che con Maria bramavano raggiungere la somiglianza con Cristo nell’esercizio dell’umiltà e della carità, sovvenendo ai bisogni dei fratelli più poveri e deboli.
La fama della santità del Servo di Dio dopo la morte andò sempre più crescendo ed aprì la via ai processi informativi nella Curia di Pompei negli anni 1934-1935 circa la stessa fama e, l’anno 1939, circa l’osservanza dei decreti di Urbano VIII, proibenti il culto dei Servi di Dio. A questi furono aggiunti i processi rogatorii delle Diocesi di Oria e di Pavia. Il 1943 furono celebrati i processi rispettivamente addizionale diu Pompei e rogatoriale di Treviso. Riesaminati
diligentemente gli scritti del Servo di Dio, il primo Febbraio 1939 si pubblicò il Decreto asserente che niente impediva che si procedesse nell’iter della causa del Servo di Dio. Quindi, fatte le debite riserve di legge, il 25 Febbraio 1947 ebbe luogo l’adunanza ordinaria dell’allora S. Congregazione dei Riti, per decidere sul dubbio: se di stabilire la Commissione della introduzione della Causa. Gli Officiali Prelati, e gli Em. mi Padri Cardinali, che erano presenti, risposero affermativamente, purché fosse così piaciuto al Sommo Pontefice. Il Sommo Pontefice Paolo VI di proprio pugno sottoscrisse la designazione della Commissione per l’introduzione della Causa del Servo di Dio il 14 Luglio 1967. Frattanto i promotori della Causa, per non farne perdere le prove, chiesero al Processo Apostolico presso la Curia di Pompei; questo processo fu compiuto il 1968. E di tutti questi processi compiuti d’autorità sia ordinaria che apostolica uscì il decreto di riconoscimento della loro validità formale e giuridica il 26 Febbraio 1971.
Dopo di che fu discussa la eroicità delle virtù teologali e cardinali con le altre annesse del Servo di Dio, e in un primo tempo nella adunanza speciale del 22 Aprile di quest’anno corrente 1975, e poi il 18 Luglio successivo nella congregazione plenaria dei Padri Cardinali, ponente e relatore della Causa il Sig. Cardinale Silvio Oddi, e tutti risposero affermativamente, che cioè, il Servo di Dio Bartolo Longo ebbe esercitate le virtù cristiane in modo eroico.
Avendo io sottoscritto Segretario della S. Congregazione per le Cause dei Santi fatta la relazione di rito il 12 Luglio 1975, Sua Santità fece approntare il Decreto dell’eroicità delle virtù del Servo di Dio.
Oggi, finalmente, Sua Santità Paolo VI, solennemente ha dichiarato: che consta delle virtù teologali della Fede, Speranza e Carità della Prudenza, Giustizia, Temperanza e Fortezza e delle altre virtù annesse del Servo di Dio Bartolo Longo, in grado eroico, nel caso e per l’effetto di cui si tratta.
Ordinò poi che questo Decreto divenga pubblica ragione e sia riportato fra gli atti della S. Congregazione per le Cause dei Santi.
Dato a Roma, il 3 Ottobre – Anno Santo 1975.

                                                             F.ti † Corrado Bafile
                                                             Arcivescovo tit. d’Antiochia di Pisidia Pro – Prefetto
                                                              † Giuseppe Casoria
                                                                    Arcivescovo tit. di Foronuovo Segretario

Seconda foto: la "storica" fotografia ci mostra una processione per le vie di Pompei organizzata da Bartolo Longo, famoso "maestro di feste".


*I poveri: veri protagonisti nella cittadina mariana

Santo della nuova assistenza sociale

Bartolo Longo: il laico moderno in cui il popolo cristiano ebbe fiducia. Fondatore di una città-santuario e autore di una delle pagine più nuove della storia dei santi di questo secolo.
Bartolo Longo, il laico moderno che ha fondato in una terra desolata e povera, come la Valle di Pompei alla fine del secolo scorso, uno dei santuari della Madonna di più intensa devozione per i fedeli di tutto il mondo, oltre i confini della valle, ha scritto una delle pagine più nuove nella storia dei santi di questo secolo. Misteriosa può sembrarci, anzitutto, la scelta del luogo in cui costruì il Santuario: certamente essa non fu casuale, ma non fu nemmeno dovuta alla circostanza di un miracolo o di un’apparizione, che gli abbia spiegato cosa dovesse fare.
Bartolo Longo sentì e volle quel Santuario, sempre più convinto che in quella terra, fra quei contadini che vivevano in tuguri, ci fosse una predisposizione ambientale al culto alla Madonna.
Per capire Bartolo Longo, la sua spiritualità, ma anche il suo caritativo trasporto verso gli indifesi, verso gli esclusi da tanti pregiudizi di certo scientismo positivistico, i figli dei carcerati, occorre entrare nella storia di quegli ambienti dell’altra e colta borghesia napoletana, soprattutto femminile, che egli conobbe e frequentò.
Anche per Longo il problema della carità era associato a quello non solo dell’aiuto, ma della educazione della gioventù abbandonata. I nomi di questa straordinaria stagione della pietà napoletana sono noti: Caterina Volpicelli, Marianna De Fusco, moglie di Longo, Teresa Ravaschieri-Fieschi, autrice di una storia della carità, che si legge utilmente ancora (1875).
Tutto ciò nulla toglie all’originalità dell’opera di Bartolo Longo, che prese gradualmente corpo in un ambiente politico-economico fra i più difficili per la Chiesa, dopo l’annessione del Mezzogiorno al regno d’Italia, colpita dalle leggi di liquidazione della proprietà ecclesiastica, dalla soppressione dei conventi e delle congregazioni religiose, dall’esilio dei vescovi.
A quella legislazione la Chiesa rispose con il non expedit, con il divieto per i cattolici di partecipare alle elezioni politiche. Nelle classi borghesi era diffuso un clima di indifferentismo religioso; si aggiunga lo stato di depressione economica del Mezzogiorno, l’emergere, in maniera acuta, di una questione meridionale, così come era denunciata da studiosi del livello di Pasquale Villari, di Giustino Fortunato con le sue corrispondenze sulla "Rassegna settimanale" (1878-80)
Quando Bartolo Longo incominciò a pensare di elevare un tempio alla Madonna di Valle di Pompei?
Sappiamo che egli visitò il luogo la prima volta il 2 ottobre 1872, vi si recò perché qui erano le proprietà della moglie, la De Fusco. Questa visita lo segnò per tutta la vita; tornò più volte fra i contadini, conobbe le loro misere condizioni sociali, le false credenze e le superstizioni che "tenevano luogo delle massime evangeliche", l’assenza di qualsiasi centro di beneficenza, il libero scorazzare di ladroni. Longo ben presto incominciò a pensare non solo al santuario, ma a una città attorno al santuario, che fosse premessa di nuova civiltà, in cui il fatto urbano fosse associato al fatto religioso. La sua idea del santuario-confraternita-nuova città gli parve la risposta più robusta e solenne che un laico cattolico potesse dare alla cultura filantropica del tempio.
Ripensando ai viaggi nelle terre della De Fusco, parlando con i contadini, con le loro famiglie, riflettendo sulla loro mentalità e sui loro comportamenti, intuì che in loro, nascosta o male
espressa, c’era una sete del divino. La spaventosa ignoranza che trovò nella Valle in fatto di fede avrebbe scoraggiato qualunque missionario: "pochi sapevano a mala pena dire l’Ave Maria", annotò il Longo.
Il compito forse sarebbe stato più facile se ci si fosse limitati a un puro sforzo catechistico, a dispensare un po’ di dottrina nelle casupole e nelle masserie della Valle. Ma Longo voleva certamente qualcosa di più. Egli aveva bisogno di una forte, tenace, duratura disponibilità sentimentale su cui fare leva per creare un movimento di aggregazione sociale attorno all’opera che intendeva realizzare, e questo sentimento egli trovò nel culto dei morti praticato dalla gente del luogo: "(…) trattando con questa gente mi avvidi – ricordava Longo – che avevano un culto innato ed una pietà profonda verso i morti. Si lamentavano, difatti, che i cadaveri dei loro trapassati fossero, come spoglie bestie, portati al camposanto, senza che una fratellanza pia, siccome vedevano fare nelle vicine città, rivolgesse le preci di requie a quelle anime, e senza un ricordo anniversario che perpetuasse ai nipoti le memorie dei loro avi. Mi parve questo un sentimento dal quale io potevo trarre del bene. Ecco l’istinto dell’immortalità dell’anima meditai in cuor mio (…). Presi speranza allora, che questo popolo disperso per la campagna, più agevolmente si sarebbe lasciato condurre a radunarsi per uno scopo che meglio gli andava a sangue".
La pietà, "l’istinto della immortalità dell’anima", questa metafisica vissuta del trascendente attraverso la pratica devota del culto dei morti è la leva che il Longo adopera per promuovere il movimento aggregativo.
Che cosa avrebbe fatto un cattolico-papale della fine dell’Ottocento, se avesse scoperto una terra desolata, come la Valle di Pompei, ignorante e rozza, ma con "l’istinto dell’immortalità dell’anima"? Forse avrebbe fondato un comitato parrocchiale e accanto al comitato parrocchiale una società di mutuo soccorso o una cooperativa o una cassa rurale. A Pompei, non arrivava l’Opera dei congressi, non si creò perciò un movimento sociale di tipo veneto o siciliano: l’intervento di Longo nel mezzo della Valle avvenne utilizzando la forma e la mentalità del mondo
confraternale, che egli sentì più capaci di produrre i ricercati effetti aggregativi attorno alla sua ipotesi urbana. Longo si muoveva al di fuori della dinamica sociale dell’Opera dei congressi, esulava dalla sua mentalità ogni idea di organizzazione parrocchiale per la difesa dei cosiddetti "diritti imprescrittibili" della Santa Sede.
Una popolazione di santi si affollava attorno a Napoli e nelle terre vicine: a questa si sarebbero aggiunti presto, tra gli altri, lo stesso Ludovico da Casoria, Bartolo Longo e Giuseppe Moscati, tre santi che rispetto a quelli tradizionali dell’età post-tridentina, come è stato rilevato da Giuseppe Galasso, hanno connotati nuovi: Ludovico da Casoria e Bartolo Longo sono santi della "nuova assistenza sociale". Il Moscati "santo della scienza intesa come missione etica e opera di carità". In Longo c’è ancora qualche elemento in più. Egli non fece dell’assistenza sociale qualcosa a sé stante; la unì all’idea esaltante di edificazione di una città vera e propria, che dedicò alla Madonna del Rosario. E la stessa assistenza, come lui la concepiva, rappresenta una sfida al secolo dello scientismo positivistico, che irrideva ai discorsi e alle opere del Longo di tutela dei figli dei carcerati. Longo aveva scoperto una povertà nuova, una povertà prodotto non solo della miseria, ma di pregiudizi che si ammontavano di scientificità.
La nuova Pompei di Bartolo Longo si sarebbe formata attorno al santuario e alle sue opere pie, ma non sarebbe stata una città ecclesiastica, nemmeno una città di patronato nobiliare-ecclesiastico. Ed ecco la novità: sarebbero stati questa volta i poveri a edificare la città. Scrisse Bartolo Longo: "In altri tempi erano i Re, erano i Papi, erano i Principi, erano le ricche abbazie, che con le loro dovizie ponevano mano alla fondazione di templi sontuosi ed alle nuove istituzioni sociali e religiose. In Pompei si è mutato l’ordine dei fatti. Un Tempio sorgerà, e sarà monumentale, e richiamerà le genti di molte nazioni: ma la sua prima pietra fu il prezzo del sudore della fronte dell’indigente agricoltore; il suo incremento non si fonderà su rendita certa o sopra un capitale assegnato o sopra il sussidio di un governo o di un municipio, di un Principe della Chiesa o dello Stato o sulla protezione di un Magnate o di un imperatore. No: ma sarà il frutto dell’obolo incerto, eventuale, spontaneo della carità del privato".
Con questo riconoscimento dato all’apporto dei contadini alla costruzione del Tempio, il Longo non volle diminuire il valore degli aiuti che ebbe dall’aristocrazia napoletana, ma non è dubbia la sua sincera soddisfazione nel rilevare il carattere, per così esprimerci, anche popolare dell’impresa.
Bartolo Longo riconosceva all’aristocrazia napoletana un merito grandissimo, merito, potremmo definirlo, pedagogico-religioso: di avete impresso fin dai primordi alle manifestazioni che avvenivano nel Santuario un carattere di austerità; di avere trasmesso, come egli diceva, l’amore, l’attenzione per il "silenzio dell’adorazione e della intima preghiera del cuore". Pompei non avrebbe ricordato il miracolismo chiassoso e festaiolo di tante venerazioni di santi e di Madonne del Mezzogiorno, avrebbe tenuto lontano da sé le psicologie collettive dei lamenti, delle magie di tanti altri pellegrinaggi del "popolino", Bartolo Longo preferì e amò questa mistica del cuore, la preghiera dell’adorazione nel silenzio, e ritenne che questa qualità fosse il più prezioso insegnamento della devozione praticata dalle nobili donne napoletane, a cominciare dalla venerabile Caterina Volpicelli.
Il Longo fu, come scrisse con lucidità e chiaroveggenza Nicola Monterisi, "il laico in cui il popolo cristiano ebbe fiducia", fu il promotore, certamente il più grande di questo nostro secolo, della devozione alla Madonna del Rosario, di una devozione che per quanto sostenuta da centinaia di miracoli, tutti meticolosamente registrati, non era miracolistica, non era cioè affidata alla prova di esaltazioni  collettive, ma a una preghiera raccolta al "silenzio religioso", alla capacità  tutta interiore di dedizione del fedele al culto della Madre di Dio. Con la sua opera, il Longo rivendicò anche nei confronti della gerarchia l’iniziativa del laico, pio e devoto, di farsi interprete di una universale disponibilità alla preghiera e dei segni della volontà divina e di tradurre questa disponibilità nella costruzione di un santuario.
Merito ancora grande di Bartolo Longo fu dunque l’avere legato quell’immenso ex voto, che è il Santuario, alla trasformazione di un territorio, degradato, popolato da contadini che poco o nulla sapevano in fatto di religione e di questione romana, ma che avevano ben vivo il sentimento
dell’immortalità dell’anima. Il Longo vide lucidamente che l’inserimento della Valle in una storia urbana ovvero la lettura stessa nell’isolamento contadino e della sua cosiddetta "civiltà materiale", avrebbe migliorato lo stesso livello religioso di quelle popolazioni.
Non costruì le opere di assistenza, come opera a sé, che avrebbero potuto essere collocate ovunque, a Pompei, come a Sarno o a Salerno o in altra città. Le costruì collegandole a una strategia urbana, necessaria per rompere l’incantesimo secolare, mitico-archeologico, che aveva circondato la Valle. Bartolo Longo sentì la necessità di un santuario diverso da quello tradizionale, il santuario come invenzione che vive nella comunità, come struttura interna alla comunità.
Promozione sociale e non ribadimento della subalternità delle classi rurali più inerudite, erano la via per raggiungere il livello di quel "silenzio religioso", di quella preghiera laica di tensione spirituale, che era il suo fine più importante. E questa via mi pare conservi ancora oggi tutta la sua attualità, nel senso di un rifiuto di una religiosità, socializzata, divisa per categorie, per classi egemoni e subalterne: il Longo cercò la pietà che unifica i cuori e le menti, che ha la forza pura della fede nel trascendente e non si impasta con i pregiudizi che nascono dagli eccessi di certa antropologia, alla caccia delle "credenze ancestrali", comunque sia riduttiva delle stesse esperienze del religioso vissuto.
Infine mi si consenta di dire qualche parola sul pellegrinaggio a Pompei. Noi siamo abituati ad associare l’idea del pellegrino al viaggio, a percorsi distanti da centri urbani: una volta si faceva molta strada a piedi, anche per più giorni, spesso digiunando, per raggiungere siti della montagna, tagliati fuori dalle grandi vie di comunicazione. Un esempio: il santuario della SS.ma Trinità dell’Alto Lazio, essendo una volta privo di vie di accesso, implicava ardui attraversamenti. Il compianto Alfonso Di Nola, sociologo fra i più bravi e intelligenti che abbia conosciuto, rilevò che l’evento della peregrinazione a Pompei ha i suoi culmini prevalenti nella festività della Vergine, in maggio e in ottobre, "ma non costituisce il portarsi verso luoghi ignoti, verso una lontananza che appartiene allo spirito delle peregrinazioni arcaiche da san Giacomo di Compostella a quelle attuali della civiltà contadina".

A Pompei è emersa una misura diversa del peregrinare, più incline, più aderente a una preghiera intensa, di interiorità evangelica, una famigliare, umile, con uno spostamento di fedeli, che non ricorrono, per lo più, a manifestazioni clamorose di spirito penitenziale. La Novena, che si recita, è molto semplice, è fiduciosa e implorante insieme.
Mia madre, nativa di S. Maria la Carità, ai suoi tempi frazione del Comune di Gragnano, non mancava mai di recitare in casa la Novena della festività della Madonna. Poneva la ben nota immagine della Vergine, voluta da Bartolo Longo, su un tavolo da studio, con a fianco le candele, quindi invitava noi figli a mettersi in ginocchio, per recitare la Novena.
A dir il vero, mia madre non si inginocchiava, dovrei dire che cadeva in ginocchio, con una voce che era tutta una implorazione, dal principio alla fine. Ricordo incancellabile di un grande e caro stupore di noi figli.
(Autore: Gabriele De Rosa)
Prima e Seconda Foto: La Contessa Marianna De Fusco e Caterina Volpicelli, due tra le più note rappresentanti dell’alta e colta borghesia napoletana con il cui ambiente il Longo entrò in contatto.
Terza foto: L’affresco di Ciro Adrian Ciavolino, che ritrae San Giuseppe Moscati nelle sue funzioni di medico, con Bartolo Longo e i ragazzi delle opere di carità di Pompei, i due furono grandi amici.
Quarta foto: Tra i protagonisti della storia della Nuova Pompei sono da annoverare anche i pochi abitanti della zona che contribuirono con il proprio lavoro all’edificazione del Tempio dedicato alla Vergine del Rosario.


*Un Avvocato di cause sante

Il vero modello di dita cristiana

Oggi chi giunge a Pompei trova una città, dove il cemento armato ha preso il sopravvento sulla campagna, e un santuario in cui folle di devoti si assiepano attorno all’immagine della Madonna, che fu la vera guida nel cammino spirituale di Bartolo Longo.
Chi oggi, diretto da Napoli a Salerno, percorre la statale 18, giunto a Torre Annunziata, non tarda a scorgere il campanile della Basilica di Pompei, che sembra accompagnarlo per un lungo tratto di strada, quasi a voler sottolineare, con la sua poderosa mole, la presenza del Santuario. Arrivato poi a Pompei, caratteristico centro turistico-religioso, non può fare a meno di osservare la funzione determinante della struttura religiosa nell’economia locale e di pensare a come lo sviluppo verificatosi tra l’ultimo ventennio del secolo scorso e primi due decenni del nostro, abbia operato una radicale trasformazione dell’antico stato dei luoghi.
Quando, nell’ottobre del 1872, il trentunenne avvocato Bartolo Longo vi mise piede per la prima volta, il casale di Valle, così era allora chiamato, era una squallida campagna divisa fra tre comuni e due province. Di qui l’abbandono amministrativo e civile di quella sperduta terra, che si coniugava con la povertà e l’arretratezza degli abitanti. In quella contrada stentava a farsi largo persino "il diritto e la giustizia civile".
Questi poveri contadini, annotava il futuro Beato nel 1890, "se mutano il fitto di un podere, non sanno a quale ufficio pubblico rivolgersi per contratti, citazioni e congedi, perché alla distanza di due o tre metri mutano comune e provincia". Non poche persone, per risparmiare tempo e denaro, contraevano matrimonio solo davanti al parroco "senza darsi un pensiero al mondo delle future conseguenze civili".
Privi di scuole e di strade, sparsi tra casolari e masserie, non avevano neppure una chiesa capace in cui raccogliersi per ascoltare una parola di fede e di umanità. Erano "nella massima ignoranza dei principi religiosi", rammentava il santo avvocato; nella Valle regnava "la più grossa superstizione" e le "false credenze tenean luogo delle massime evangeliche". Non mancavano di quelli che non sapevano fare neppure il segno della croce.
Ragazzi e ragazze, osservata, trascorrevano i giorni festivi in ozio, "occasione di ogni vizio"; mentre i fanciulli, abbandonati a sé stessi, venivano "su negli anni come bruti". Il Longo, che da qualche anno appena era uscito da una profonda crisi religiosa, era tuttora in cerca di una sua strada. Andato a valle di Pompei per regolarizzare i canoni dei fitti dei terreni della Contessa Marianna De Fusco, si trasformò in missionario.
Una mattina di quel mese di ottobre decise che non sarebbe uscito da quella Valle desolata senza di avervi prima diffuso la devozione del Rosario. Studente universitario a Napoli, aveva avuto anche lui la coscienza lacerata dal "funesto dissidio" tra Stato e chiesa; adesso risolveva di ricomporre amor di patria e fedeltà al suo credo religioso nel crogiuolo delle opere di carità cristiana.
Per diffondere tra quei rozzi e analfabeti contadini la devozione del Rosario inventò per essi feste e tombole; pezzi forti delle manifestazioni erano la recita della Corona, gli spari di fuochi d’artificio, la banda musicale, la corsa degli asini e dei sacchi.
Nella prima decade di novembre del 1875 riuscì ad avere a Valle tre sacerdoti, che predicarono una memorabile missione. Fu, come scrisse egli stesso, "l’ora della misericordia". All’imbrunire del 13 di quel mese, su un carro di stallatico, arrivava a Valle di Pompei una vecchia logora tela della Madonna del Rosario, diventata poi famosa in tutto il mondo. Quella mattina il Beato, corso in fretta a Napoli per procurarsene una, l’aveva avuta in dono dal domenicano P. Alberto Radente, che era stato l’artefice del suo ritorno a Dio ed ora era la sua guida spirituale. Il frate l’aveva acquistata da un rigattiere per otto carlini, poco più di tre lire.
Il giorno dopo il vescovo di Nola, avendo saputo che quell’avvocato desiderava erigere un altare alla Madre di Dio nella cadente chiesetta parrocchiale, propose a lui e alla contessa De Fusco, principale proprietaria del luogo, di raccogliere offerte per la costruzione di una nuova chiesa parrocchiale. Da quel giorno la sua esistenza ebbe un mutamento totale. Si fece mendicante per costruire una casa alla Madonna.
Egli capì presto che con le sole offerte dei contadini del luogo non avrebbe mai costruito una chiesa, benché, piccola e modesta. Il nome della contessa De Fusco gli aprì i palazzi della nobiltà napoletana; in breve tempo riuscì a reclutare una folta schiera di zelatori e zelatrici della nascente opera.
L’8 maggio 1876 il Vescovo di Nola officiava ilo rito della posa della prima pietra del tempio, destinato a diventare molto presto un Santuario di fama mondiale. Già laureato in giurisprudenza, la convinzione che la stampa era diventata, nel bene e nel male, una fucina di coscienze, riportò il futuro Beato sui banchi di scuola. Suoi maestri, questa volta, furono il purista Leopoldo Rodinò, che lo avviò all’arte del "bello scrivere", e l’abate Giuseppe Prisco, che lo temprò "alle prime battaglie intellettuali" e gli insegnò a "maneggiare l’arma della dialettica".
Adesso, convinto che rinascita religiosa e progresso civile di quel popolo di contadini non potessero non camminare assieme, per propagandare la sua opera e la devozione alla sua Madonna, dà inizio a una frenetica attività pubblicistica. Nel 1877 diede alle stampe "I Quindici Sabati" e alla fine dell’anno seguente la "Storia del Santuario": lavori che in pochi anni ebbero numerose edizioni con altissime tirature. A questi, ed altri scritti, seguirono le "Preghiere". La "Novena d’impetrazione", la "Novena di ringraziamento" e, soprattutto, la notissima "Supplica", in breve tempo, furono diffuse in milioni di copie in Italia e all’estero. Il 7 marzo 1884, iniziò la pubblicazione del mensile "Il Rosario e la Nuova Pompei". La tiratura iniziale di 4000 copie, nel giro di un quindicennio, raggiunge quota 95.000.
A Napoli, tra la metà dell’Ottocento e la prima metà del nostro secolo, operò un nutrito manipolo di ecclesiastici e laici straordinari per impegno e per la fede, dediti alla preghiera, all’apostolato e all’esercizio delle opere di misericordia. In questo mondo di gente colta e devota spiccavano Caterina Volpicelli, attiva propagatrice della devozione al Sacro Cuore, e l’ardente francescano padre Ludovico da Casoria, che l’avvocato conobbe nel 1867.
In quell’umile frate il giovane professionista trovò la persona capace di orientarlo nella ricerca della sua strada, interpretandone le ansie e i desideri nascosti. Mi mostrava, scrisse, "a così dire il Cristianesimo in opera: mostrava la Chiesa ammiserita non curarsi di sé, ma interessarsi dei poveri; i frati spogliati d’ogni loro avere aprire Istituti di beneficenza; la religione che diceva ai suoi persecutori: via facciamo insieme la Carità". Divenne, così, il suo "maestro nella carità".
Don Bartolo, com’era familiarmente chiamato, uomo attento ai problemi del proprio tempo e cristiano teso
a dare ad essi una soluzione in linea con il suo credo religioso, nel giro di pochi anni riuscì a trasformare quella povera e remota campagna in un attivo centro di vita. Nel 1884, per assicurare un pane e un avvenire dignitoso ai ragazzi pompeiani, mise su una tipografia, con annessa legatoria, diventata in breve tempo una vera e propria scuola tipografica. Aprì asili infantili e scuole popolari per dare istruzione a fanciulli, fanciulle e giovani, che egli voleva cittadini consapevoli dei propri diritti e doveri.
Nel maggio di tre anni dopo accolse le prime cinque orfanelle, ponendole "sotto il manto della Madonna". Nel mese di ottobre erano quindici; cinque anni dopo, oltre cento. Beniamine della Madonna, come egli le chiamava, erano destinate non solo a riempire il Santuario di preghiere e di melodie, ma anche ad essere buone madri di famiglia.
Il 24 maggio 1891, dalle pagine del suo mensile, lanciò un appello, significativamente intitolato "Il voto del mio cuore", in cui chiedeva aiuti per promuovere la salvezza degli orfani della legge: i figli dei carcerati. La nuova opera ebbe subito il fattivo sostegno del mondo, ma anche la stroncatura della scuola antropologico-criminale, che aveva creato il delinquente nato: figli di ergastolani, predestinati ergastolani.
L’Avvocato era convinto che "con l’amore e per l’amore si ottiene educato il fanciullo". Cristo, affermava, quando accoglieva i fanciulli, non si metteva a fare alcuna selezione tra i nati da delinquenti e i delinquenti nati. Così faccio io; nel ricevere i miei fanciulli, figli di condannati, non li guardo in faccia, né sul cranio, ma solamente mi accerto se sono reietti ed innocenti abbandonati; e questo mi basta: li stringo al cuore ed incomincio ad educarli".
I fatti gli diedero ragione. La sua pedagogia fu quella dei santi. Il primo ragazzo da lui accolto diventò parroco e morì canonico del duomo di Catanzaro. Il sindaco di Napoli e avvocato di grido Nicola Amore, all’indomani del colera del 1884 che sventrò la città di Napoli, lo aiutò a stendere il regolamento del nuovo Istituto.
L’opera maggiore di Bartolo Longo fu, ovviamente, l’edificazione di una nuova città: la "nuova Pompei". La città che sorgeva attorno al Santuario di Maria e che egli contrapponeva idealmente a quella antica "degli dei falsi e bugiardi". Il cristianesimo sorgente di vita di fronte al paganesimo già tramontato. Case e saloni, per le varie attività caritative e apostoliche, strade e piazze, ufficio postale e telegrafico, stazione ferroviaria e servizio di nettezza urbana, approvvigionamento idrico ed energia elettrica, dispensario medico e farmacia, caserma dei carabinieri e distaccamento di polizia: fu tutto opera della sua intelligente e operosa carità.
Gli insegnanti, gli impiegati, i segretari, gli operai e gli artisti intenti alla decorazione del tempio, formarono una popolazione che si fuse a quella dei contadini di Valle, sottratti all’emarginazione e alla superstizione. Per operai e impiegati costruì un piccolo lotto di "case economiche operaie", che doveva
essere l’inizio di un rione molto più vasto e soprattutto la dimora di chi lavora onestamente e produce per sé e per la collettività. "Il capitale dell’operaio – scriveva – è il lavoro: se dunque noi lo mettiamo nella condizione di lavorare e risparmiare, egli si renderà padrone del futuro". L’Avvocato si assumeva per l’appunto il compito di programmare il risparmio anche per l’operaio, dandogli anticipatamente la casa facendo sì che ne pagasse poco per volta la rata.
Nel maggio del 1887 Don Bartolo inaugurava ufficialmente la nuova città; quattro anni dopo un cardinale legato di Papa Leone XIII consacrava il Santuario con grande solennità. La dedicazione di una chiesa, specialmente se posta in aperta campagna, rappresenta in sé un episodio molto marginale nella storia religiosa di un popolo o di una chiesa locale. Quel tempio, invece, grazie all’incrollabile fede e alla previggenza organizzativa del santo avvocato, aveva già assunto un ruolo non proprio ultimo nella vita religiosa e civile di folte schiere di credenti, con cui s’incroceranno anche uomini di diversa fede religiosa. Andarono in visita a Pompei re e regine, filosofi e uomini di Stato, medici e avvocati di grido, anime devote e miscredenti, gente semplice e umili ecclesiastici, alti prelati e giornalisti desiderosi di stendere un "bel pezzo".
Nell’ottobre del 1921 il Longo lanciò l’ultimo appello per l’istruzione dell’Opera salvatrice delle figlie dei carcerati. "Le figliole dei carcerati – affermava – sono delle innocenti e se le condanniamo all’abbandono e alla fame, i colpevoli siamo noi. Noi non vi domandiamo solo il pane della carità, noi vi domandiamo, per l’innocenza in pericolo, il pane della giustizia".
Anche questa volta la carità del mondo non si fece attendere. Il vecchio Fondatore ebbe la gioia di vedere attorno a sé, il 15 ottobre dell’anno seguente, pe prime quindici figlie dei carcerati, ma non potette assistere all’inaugurazione del nuovo grandioso edificio. Era morto il 5 ottobre 1926, tredici giorni prima dal tanto atteso avvenimento. Diciotto mesi dopo un decreto reale costituiva il nuovo comune di Pompei. Don Bartolo era stato tra i primi a firmare un’istanza inviata al Capo del Governo, per perorarne la causa.
Il Fondatore del Santuario e della nuova Pompei è stato variamente definito: "l’apostolo del Rosario", "l’apostolo della carità", "l’Avvocato santo", "l’apostolo della Madonna del Rosario". Sono questi, alcuni degli appellativi più noti. La Madonna del Rosario e Bartolo Longo, ha scritto un autore contemporaneo, "ne hanno fatto di lavoro assieme per la salute di certe anime e di certi corpi".
Recentemente un attento studioso del sud d’Italia l’ha definito il "santo della nuova assistenza sociale". In realtà egli fu tutto questo, ma anche qualche altra cosa. Il suo impegno nella diffusione della devozione del Rosario, l’opera educativa a favore dei ragazzi e ragazze meno abbienti, la lunga attività di pubblicista, le possenti costruzioni e le sue ampie relazioni, a ben pensarci, furono effetto di una vita esemplarmente cristiana, che ebbe a snodarsi nella carità e nella preghiera. In una parola, furono frutto della sua santità.
Oggi chi giunge a Pompei trova una città, dove la campagna ha ceduto il posto al cemento armato, e un Santuario in cui moltitudini di credenti si affollano attorno all’Immagine della Madre.
Fuori del tempio, il pellegrino potrà stupirsi nel vedere, come capita accanto ad altri santuari, bancarelle e botteghe che smerciano ricordini e immagini della Vergine. Ma una volta varcata la
soglia di casa della Madre, si sente immerso in "un religioso silenzio, il silenzio dell’adorazione e dell’intima preghiera del cuore": quel silenzio che il santo Avvocato amava tanto.
Quasi al termine della sua lunga vita e operosa esistenza, così il Beato si rivolge alla Vergine: "Qui tu hai aperto una fonte novella di divine beneficenze a tutti i tuoi figli (…). Qui attiri gli animi dei peccatori per farli rivivere a vita novella di fede e di carità, e porgi a tutti il Rosario come corda di salvezza, come ancora dell’ultima speranza".
Fu questo, possiamo dire, il suo testamento ai devoti. Ecco perché, ancora oggi, chi va in quell’angolo della valle del Vesuvio, sa di andarci non per trascorrere una giornata diversa, ma per incontrare la Mamma.
(Autore: Antonio Illibato)
Prima foto:
Il Fondatore di Pompei all'età di 22 anni.
Seconda foto: L'abate Giuseppe Prisco, poi cardinale di Napoli, fu maestro del Beato Bartolo Longo nell'insegnamento della filosofia e nell'uso della dialettica.
Terza foto: L'Avvocato Bartolo Longo offre al Pontefice Leone XIII il Santuario da lui costruito.
Quarta foto: Le case operaie (in alto a destra) furono il fiore all0occhiello dell'attenzione di bartolo Longo per i lavoratori.


 
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