Il Rosario e la Nuova Pompei - Istituto Aveta

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Il Rosario e la Nuova Pompei

Il Santuario

*Inedita Locandina di Bartolo Longo
La struttura interna del nascente Periodico in una inedita locandina
Parte Prima
Il Rosario e la Nuova Pompei
N.B. – In questa parte deve essere esaurito tutto il titolo del Periodico.
1. Articolo di fondo – sul Rosario, o pure sulla vergine di Pompei, o sulla storia antica del Rosario, o Archeologia del Rosario.
N.B. – L’articolo di fondo non più lungo di due pagine. Deve essere un concetto svolto.
2. Storia del nascente Santuario di Pompei – I Miracoli e fatti passati.
3. Cronistoria delle grazie attestate e delle visite a Pompei per ringraziamento a Maria.
4. Istoria del giorno (Cronaca) ossia notizie dei fatti del Santuario e della Nuova Pompei.
5. Eco della Valle – cioè i fatti di Pompei e la devozione di questa Immagine negli altrui paesi.
6. Invito ai Suffragi Universali – Terminata la storia contemporanea della Valle di Pompei col mentovare i fratelli perduti, e dire ciò che si è fatto in loro suffragio.
Parte Seconda
Articoli vari
1. Vita di un Santo - del Rosario o di uomini illustri in relazione col Rosario.
2. Bozzetti – sempre che abbiano di mira il Rosario.
N.B. – La Novella francese o tedesca si ammette in caso DI BISOGNO. Così pure i tratti edificanti di educazione e di morale, ma sol quando si riferiscono al Rosario, non potendosi uscir fuori della Bandiera: Rosario e Pompei.
3. Articolo Apologetico – Illustrazione dell’Ave Maria del P. Leone.
4. Ricordo del mese – ai fratelli del Rosario o del Terz’Ordine.
5. Esempi e Massime – di Santi.
6. S. Caterina da Siena – Fioretti.
7. Orazioni di S. Tommaso D’Aquino – tradotte.
8. Indulgenze del mese.
9. Risposte ai dubbi e schiarimenti – sulla erezione della Confraternita, sul modo di recitare il Rosario etc.
Parte Terza
Scienze Lettere ed Arti
1. Archeologia – Storia antica di Valle – Archeologia sacra del Rosario – sull’origine della Chiesa ove si venera la Vergine del Rosario – Storia della venerazione della Madonna del Rosario in Napoli e in altri luoghi.
N.B. – Bisogna che ogni numero contenga un articolo che piaccia non alle sole monache o divote, ma anche agli Avvocati, agli uomini d’affari.
2. Poesie.  
3. Bibliografia –
Norma Particolare – Escludere dal Periodico tutto ciò che il Direttore non legge.
Norma Generale – La nostra obiettiva è concorrere a rinfervorare la divozione affievolita del Rosario in tutto il mondo – Tutto deve coordinarsi a questo fine: la promulgazione del Rosario.
(Bartolo Longo)
La ricerca d’archivio è sempre un’operazione che affascina, più specificatamente quando si scava con la sola speranza di trovare un inedito, una curiosità, un appunto sepolto dal tempo ed ignorato.
Mettere alla luce un documento dà la sensazione di creatività, mostrarlo al pubblico evidenziandolo e commentandolo è motivo di orgoglio, forse anche di vanto per aver carpito e svelato un segreto. Trovare la spigolatura e quella adatta al tema, è arduo.
Lo sconforto per la ricerca infruttuosa induce sovente a desistere dall’impresa ma l’impegno assunto ed il gusto per la novità ci stimolano a proseguire con fiducia e tenacia.
Infatti abbiamo scavato l’inedito: "Una Locandina" che, fresca ed immediata come la prosa del suo contenuto, ci affrettiamo a consegnare alla redazione per la stampa.
Una Locandina. Ci siamo chiesti il perché: un promemoria, alcune indicazioni di massima, addirittura delle prescrizioni inderogabili, l’elenco delle norme da seguire per i numerosi collaboratori del periodico ("La rivista del Rosario"). Persino un ordine perentorio ed inequivocabile: "Escludere tutto ciò che il Direttore non legge". Il Direttore è Bartolo Longo nel quale non bisogna affatto identificare il despota del giornale, ma l’ispiratore, il garante di un programma già lanciato con migliaia di volantini, l’esecutore di una volontà che Lui apprese in magica visione Mariana in quel famoso giorno che, colmo della tempesta spirituale da cui era afflitto, pronunciò la sacra promessa di promulgare con tutte le sue forze, con tutto se stesso il Rosario ed il culto alla Vergine.
A convalida leggiamo: "Tutto deve coordinarsi a questo fine: la promulgazione del Rosario". Ecco i cardini, le fondamenta su cui il Direttore ha posto le prime pietre e l’edificio è cresciuto a dismisura e con meraviglia Sua e di tutti. Egli impone prima a se stesso di non ammettere deroghe, deviazioni anche allettanti, diversificazioni di argomenti; sarebbe stato un tradimento il mancato sacro rispetto per la Sua promessa. D’altro canto ricordiamo anche che Bartolo Longo
sempre amava ripetere il "mio giornale" riferendosi ad esso come ad un suo figlio, come alla cosa più diletta e riuscita tra quante ne aveva pensate e realizzate; ricordiamo infine le amorevoli cure ad esso riservate, alla sua creatura che rappresentava il suo orgoglio.
In quell’epoca (siamo nel 1884), eminenti personalità di cultura e di fede avevano sconsigliato di far nascere quel giornale, paventavano la fragile esistenza e l’effimera durata in un periodico che narrasse "solo di miracoli".
In conclusione potemmo opinare che Bartolo Longo avvertiva di essere l’esclusivo depositario del segreto della riuscita, peculiarità-ispirazione questa, di cui era stato invasato per opera divina e di conseguenza non gli era consentito, per il sacro mandato ricevuto, concedere deleghe abdicando al suo dovere. Basta leggere punto per punto la locandina per cogliere con quanta puntigliosa attenzione il Direttore avesse prescritto quelle norme che dovevano valere per gli scrittori collaboratori, indicando i concetti ed i temi da sviluppare con precise indicazioni finanche circa la lunghezza degli articoli. Analogamente anche l’impaginatore della rivista era obbligato ad osservare quelle precise norme per la collocazione degli elaborati nelle tre sezioni, uniformandosi anch’egli ad un ordine puntualmente prestabilito.
Dalla lettura del giornale infatti è facile notare che la suddivisione in tre parti non frammentava l’organicità della "rivista" ma ne equidistribuiva la vasta materia in una stesura tridimensionale senza peraltro minimamente compromettere l’univocità del tema fondamentale.
Lo spazio tiranno ci impone di fermarci. "Non alle sole monache o divote, ma anche agli avvocati; (e) agli uomini d’affari" rivolgiamo l’invito a leggere l’intera "locandina" per coglierne le personalie sicuramente più utili conclusioni. (Nicola Avellino)


*Vigilia nascita del Periodico
Una memorabile proposta di Bartolo Longo ai Domenicani alla vigilia della nascita de "Il Rosario e la Nuova Pompei"
Grazie ad una breve ma preziosa corrispondenza, custodita nell’Archivio centrale dei Domenicani (S. Sabina/Roma), è possibile, dopo oltre un secolo, risalire alle origini del "Bollettino" pompeiano, concepito, non senza contrasti e disappunti, dal dinamico Bartolo Longo.
Trattasi, in breve,  di due lettere autografe del P. Tommaso Granello, domenicano bolognese (1840-1911), ideatore e fondatore della rivista "Il Rosario/Memorie domenicane", nata a Ferrara, dove il dotto e lungimirante religioso risiedeva.
Le missive sono dirette al Maestro Generale dell’Ordine, P. Giuseppe Larroca, spagnolo; in ambedue si fa esplicito riferimento a precedenti rapporti epistolari avuti dal Granello con l’Avv. Longo. Questi voleva la collaborazione dei figli di S. Domenico (francesi e italiani), attraverso l’invio di articoli, saggi e memorie riguardanti la storia del Rosario, dei Santi e Beati, per il tanto vacheggiato "Bollettino". Un invito, in termini culturali ed amichevoli, rivolto alla famiglia religiosa che amò intensamente, senza ombra e fino alla morte, avendo sperimentato la ricchezza spirituale ed apostolica sia del Fondatore, S. Domenico, come tanti suoi seguaci, nelle molteplici mansioni svolte a vantaggio delle anime e della Chiesa: dal B. Raimondo da Capua a Santa Caterina da Siena
, dall’Aquinate a Santa Caterina de’ Ricci e, giù attraverso i secoli, fino al P. Alberto Radente, ancora attivissimo Rettore del Santuario, Direttore del Terz’Ordine e suo padre "padre spirituale", da quando, giunto a Napoli, lo ebbe guida illuminata e sapiente nelle note e tremende vicissitudini che lo colsero e travolsero negli anni precedenti.
Il contenuto dei due scritti consente, anche se per via indiretta, privi come siamo dei termini esatti esposti dal Longo al domenicano di Ferrara, di valutare ed apprezzare il significato, la portata "storica" e l’ampiezza dell’idea originaria di avvalersi di firme autorevoli e sicure in un cimento editoriale nuovo e coraggioso, nel clima pesante che incombeva sulla vita civile e religiosa non tanto di Pompei, quanto sulla Chiesa del Mezzogiorno a riguardo, in special modo, della stampa periodica cattolica.
Ed eccone il contenuto.
Il 31 dicembre 1883 Padre Granello assicurò il capo dell’Ordine che la Rivista, esemplata in tutto su "L’Année dominicaine" (48 pp. In 16°) dei confratelli transalpini, era finalmente al nastro di partenza: pronti i collaboratori, la copertura finanziaria, l’editore, e 800 associati. L’unica "perplessità" era costituita dalla suddetta richiesta di collaborazione letteraria, espressagli dal Longo, per cui disse: "Riguardo, poi, all’Avv. Longo dirò apertamente che da un lato vorrei intendermela con lui, ma dall’altro lato, sto un po’ perplesso. Ed ecco perché, l’ottimo Avv. Longo vuol centralizzare tutto a Pompei; noi invece vogliamo propagare il Rosario, moltiplicare in Italia le Confraternite, ecc. L’Avv. Longo mostra di aver animo che il Periodico sia come suo, quindi si venga in aiuto a lui; ma noi desideriamo di servire la religione e non ricevere l’imbeccata da un secolare, per quanto egregio voglia supporsi". Alla luce di queste sincere espressioni, è facile notare anzitutto la stima del religioso per Bartolo Longo che, tuttavia, viene visto, secondo la mentalità ottocentesca e guardinga di molti ecclesiastici, come un intruso nel campo della diffusione, in prima persona e con iniziativa insolita, del pensiero cattolico, quasi che questo fosse una "riserva" cui nessun laico potesse attingere. Va, tuttavia, rilevato obiettivamente che al P. Granello, come ai frati che gli daranno man forte sino al 1896 per il duro lavoro redazionale e pubblicistico, non gli andavano il piglio e i propositi chiaramente personalistici e, quindi, accentratori del Longo che, forse senza avvedersene, creò qualche sospetto ed anche diffidenza per dare corso ad una collaborazione destinata a porre gli eventuali autori degli scritti a rimorchio di lui, in tutto e chissà per quanto tempo.
Vi era, in particolare, nei domenicani l’impressione che poco o nulla avrebbe giovato l’impresa specifica, all’urgente bisogno di rivitalizzare le numerose Confraternite del Rosario. Queste erano, purtroppo, in fase calante. Dopo gli indubbi progressi, non solo in termini statistici, registrati nei secoli XVII-XVIII, avevano bisogno di cura spirituale, formativo-statuaria, proprio dei religiosi, che una lunga serie di bolle pontificie e di interventi particolari avevano garantito lo sviluppo a reticolo dei sodalizi, ormai tramontato. Parve, quindi, che il Longo, dalla forte personalità, potesse farla da protagonista, ponendo i domenicani in seconda linea in un ambito di impegno corale, qual era la propaganda rosariana, fortemente organizzata nelle aree italiane.
Tutto ciò si ricava, senza ombra di dubbio, dalle seguenti dichiarazioni, fatte dal Granello a Roma nella seconda lettera del 1 gennaio 1884:
"Rev.do P. maestro Generale,
faccio seguito alla lettera di ieri con questa, perché ho avuto dall’Avv. Longo il programma del "Periodico" sul Rosario. E siccome dal programma appare chiaro la diversità del fine che egli e noi ci proponiamo, mi faccio lecito di porli tutte e due sotto gli occhi della P.V. Rev.ma".
Fece, quindi, seguire in dettaglio le linee programmatiche dell’una e dell’altra pubblicazione. Circa il "Periodico dell’Ordine", pose in primo piano il commento dell’Enciclica di Leone XIII sul Rosario; poi l’elenco di saggi storici e agiografici su Santi e Beati dell’Ordine, notizie sulle Missioni, necrologi e, soprattutto, i risultati dell’inchiesta intorno alle Confraternite. Tenne a sottolineare che: "Queste materie sarebbero svolte in più fascicoli; ma da tutto appare che s’intende dilatare il Italia il Rosario, favorendo lo svolgimento delle Confraternite".
Relativamente a quanto gli aveva comunicato B. Longo, scrisse:
"Programma: Titolo del Periodico: Rosario di Maria o Nuova Pompei. Il giornale avrà sede in Pompei. Materia: Storia del santuario di Pompei, Cronaca degli avvenimenti del mese. In appendice: Vita di un santo domenicano. Notizie degli Scavi di Pompei. Notizie sul Rosario e sulle Confraternite, ecc. Parte ascetica: sentenze e brani di Opere".
Gli fu così più chiaro e agevole concludere:
"
1) l’avv. Longo avrebbe interamente la gestione del Periodico e gli scrittori dell’Ordine sarebbero rimorchiati da lui:
2) si mirerebbe allo scopo buono di dare nome a Pompei e, per conseguenza, al Rosario, ma con detrimento della promozione delle Confraternite;
3) quanti fossimo collaboratori, tutti staremmo a discrezione dello stesso Avvocato".
Alla manifesta diversità, fu espressa, com’era ovvio, anche la divergenza di vedute. Il Granello, pur lasciando la decisione ultima al capo dell’Ordine, espose, senza ulteriori indugi, il proprio pensiero così: "Con tutta umiltà supplico la P.V. Rev.ma a concedere di fare da noi, perché vi è in Italia latitudine sufficiente a vivere tutte e due i periodici, tanto più che mirano a scopi diversi. Non neghi, per carità, la grazia di incominciare, ponendo fiducia nella Madonna, dalla quale avremo numero copioso di associati".
E così fu.
Di lì a poco nacque a Ferrara il "Rosario/Memorie domenicane", poi proseguito a Firenze; a Pompei venne alla luce "Il Rosario e la Nuova Pompei". La vita autonoma di due "vite parallele" in campo pubblicistico, dalla forte impronta domenicana, proseguì senza intoppi, né ingerenze. Giova anzi
porre in risalto che l’anno seguente, ossia nel 1885, Bartolo Longo nella consueta bibliografia, aperta – com’è noto – in larga parte alla produzione letteraria dei domenicani, tanto italiani come stranieri, rese una nobile e bella testimonianza al P. Granello. In uno dei numeri di quell’anno, a pag. 39, si legge:
"Il Rosario/Memorie domenicane, col 1885 entra nel secondo anno di vita. E siccome lo scopo pratico del "Periodico" è tener vive e rendere ognora più efficaci le venerande parole del Sommo Pontefice Leone XIII nelle sue Encicliche, conviene adoperare ogni conato, acciocché la notizia di siffatta stampa si diffonda quanto più sia possibile in Italia. Non senza cagione la Provvidenza sull’incominciare del 1884 fece sorgere due periodici gemelli in parti diverse d’Italia, i quali hanno in comune il titolo e l’intento finale, sebbene poi siano totalmente diversi nelle vie con che sperano raggiungere l’obiettivo della loro sollecitudine".
Il fervente terziario Longo, con questo breve sguardo a ritroso, confermò ancora una volta, se ve ne fosse stato bisogno, l’inalterabile suo attaccamento all’Ordine domenicano, cui non contestava la mancata collaborazione, da lui bramata, e si spinge sino a farsi portavoce della spiritualità e dell’attività "privata" in temi propri e inoppugnabili. In ciò ci appare ancora più encomiabile.
A tale sentimenti fecero sempre riscontro concreti gesti di sostegno fraterno e disinteressato di moltissimi figli di S. Domenico. Basterà leggere le annate del Bollettino: gli giunsero ininterrottamente notizie di ogni genere riguardanti le attività domenicane e, soprattutto, quelle svolte a favore dei Terz’Ordini, dei sodalizi rosariani del Sud; mai gli vennero meno scritti e commenti di frati e di vescovi, dell’Ordine, circolari dei maestri generali e d’altri, investiti di responsabilità a vari livelli. Lo fecero i domenicani di Napoli e di Genova, di Torino e di Catania, come quelli di malta e perfino Missionari, operanti all’Estero.
Scelgo, fra i tanti, l’elogio cordiale espressogli da P. Gaetano Capasso, domenicano vissuto santamente a Cercemaggiore (CB), ma "figlio" della provincia napoletana. Inviandogli un’offerta in danaro, così volle consolarlo: "Ciò valga pure per incoraggiamento a voi nella nobile e santa impresa di pubblicista mariano e domenicano".
Penso che quelle parole furono assai gradite dal Longo che le rese pubbliche. Non si va lontani dal vero dicendo che costituiscono ancora oggi, dopo cent’anni, il riconoscimento più incisivo e verace di un uomo e di un’idea, di sicuro spessore storico. Lo confermano, attraverso ricerche e studi non ancora esauriti, gli "Atti" del Convegno svoltosi a Pompei nel maggio del 1982 e pubblicati a Roma nel 1983.
(Guglielmo Esposito O.P. – dal Rosario e la Nuova Pompei n° 1-2 genn. - febbr. 1985)


*La nascita del Periodico "Il Rosario e la Nuova Pompei"
Il programma de "Il Rosario e la Nuova Pompei" fu firmato dall’Avvocato Bartolo Longo il 14 gennaio 1884. Erano tante le finalità del periodico, ma su tutte ne emergeva una: la propagazione delle "glorie del Rosario" nel mondo, "essendo il Rosario il sovrano rimedio ai mali che affliggono le civili società". Chiunque ne promuovesse la diffusione diventava così "apostolo e banditore del Rosario".
Ulteriore obiettivo del mensile era quello di raccontare la Pompei nuova e quella antica, attraverso pagine di
storia e di attualità, prediligendo le vicende che spiegavano i frutti dell’Opera, ottenuto non solo all’ombra del Santuario in costruzione, ma anche a Torino, a Napoli, in America.
Ovunque, il nome della vergine del Rosario riuscisse ad arrivare. "Se facendo questo – scriveva Longo -  io sollevo qualche figlio innanzi alla madre, io non ci debbo entrare.
È la Madonna che vuole qui o vuole là più grazie. Le elemosine non vengono più, ed io non fabbrico più. A me giova che sia raddoppiato il frutto davanti a Dio".
Sotto l’aspetto della fede, la conversione dei cuori è più importante della costruzione di edifici, ma quelle parole sono testimonianza di un’etica giornalistica, di cui oggi si parla tanto e che è, troppo spesso, accantonata a favore della logica della mera commercializzazione di un prodotto giornalistico, quotidiano cartaceo o telegiornale che sia.
Longo aveva attenzione per il lettore, voleva migliorarne l’esistenza, il modo di pensare e di agire alla luce della fede.
Né cercava i complimenti dei dotti e dei sapienti, semmai il beneficio delle persone più semplici. Gli "apostoli e banditori del Rosario" avrebbero potuto prestare il giornale "agli artigiani, ai contadini, ai traviati nelle carceri, negli ospedali, a tutti quelli che soffrono, ai quali recherà conforto il leggere le grazie e le misericordie che Maria largisce col Rosario di Pompei".
Il 3 febbraio del 1884, Bartolo Longo presentò il programma del periodico a Papa Leone XIII, incontrato per la prima volta.
Gli spiegò che avrebbe voluto raccontare i prodigi di Maria, le sue meraviglie e le sue grazie. Il Santo Padre gli obiettò che fosse un giornale difficile, nel clima generale di anticlericalismo e di accuse di oscurantismo alla Chiesa.
Eppure lo benedisse e lo incoraggiò, contento che un nuovo periodico difendesse la Chiesa e il papato con la stampa.
Ancora oggi il periodico continua a promuovere la devozione Mariana nel mondo, nel solco del carisma del Beato.

(Autore: Michele Cantisani – dal Rosario e la Nuova Pompei - Anno 133 n°2 2017)


*La Tipografia

(Autore: Antonio Illibato)

Assorbito dagli impegni pompeiani, Longo non aveva più la possibilità di frequentare il suo "maestro nella carità" con la stessa assiduità di prima, ma ciò non impediva a P. Ludovico di essere informato di quanto andava accadendo a Valle di Pompei.
Nei primi mesi del 1884 il frate seppe, probabilmente dallo stesso Bartolo, che questi stava per realizzare il sogno di avere un giornale proprio; ormai era tutto pronto per la stampa del primo fascicolo.
Il popolare francescano, forte dalla sua lunga esperienza di educatore di ragazzi del popolo, non
esitò a offrirgli un consiglio: "Con quel danaro che tu spendi in Napoli a stampare giornali e libri, puoi dare a vivere a fanciulli poveri a Valle di Pompei"; prendi con te dei fanciulli orfani e derelitti, educali, e stampa con essi il giornale e i tuoi libri".
L’Avvocato restò sgomento: non era facile impiantare una tipografia in aperta campagna, in cui urbanizzazione e servizi pubblici erano solo un lontano miraggio.
Ma poi si lasciò persuadere dagli argomenti del frate, che si coniugavano con il suo desiderio di procurare un lavoro ai ragazzi di Valle, tanto più che P. Ludovico proponeva di passare a lui una macchina stampatrice.
L’aveva acquistata nell’estate precedente, avendo in animo di mettere su una tipografia nell’Istituto dell’Immacolata di Via Manzoni a Roma, allo scopo di combattere "il gran male" che faceva la "rea stampa". Difficoltà finanziarie e l’aggravarsi della sua malattia adesso lo convincevano a desistere dal suo proposito.
L’idea di stampare il periodico a Pompei, facendo lavorare i ragazzi del luogo per dare ad essi la possibilità di apprendere un mestiere e assicurarsi così un domani migliore, in verità non era proprio nuova.
Nell’Ospizio romano di S. Michele a Ripa da tempo i ragazzi apprendevano le "arti meccaniche" e le "arti liberali". Nel marzo del 1858, quando fu visitato da Don Bosco, parecchi giovanetti erano occupati in lavori di tipografia e legatoria.
Nel novembre del 1874, nella vicina Castellammare di Stabia, il Vescovo Patagna, al fine di diffondere la lettura gratuita di buoni libri, meditava di impiantare una tipografia. Aveva chiesto
consiglio a P. Emanuele Ribera e, tramite don Luigi Caruso, aveva interpellato un bravi tipografo napoletano sull’istruzione da impartire alle aspiranti suore Vittime dei sacri Cuori, disposte a imparare l’arte.
La carenza di mezzi e di locali, confidava il 4 di quel mese al Cardinale Riario Sforza, gli avevano impedito fino a quel momento di dare il via al progetto.
Il canonico Alfonso Maria Fusco, a un lustro dall’inizio dell’esperienza pompeiana, per assicurare un pane dignitoso agli orfani di Angri, mise su una tipografia, "spendendo più migliaia di lire". Nel 1895 diede vita a "Il Battesimo di Nazaret", periodico trimestrale "fondato non a scopo di lucro e di guadagno, ma di concorrere con gli altri periodici religiosi a sempre più testimoniare le virtù cattoliche e la loro influenza nella civiltà e nel progresso".
I collaboratori erano alcuni sacerdoti amici. Don Bartolo e Don Alfonso si conoscevano. Quest’ultimo, il 31 luglio 1883, si recò a celebrare messa nel Santuario di Pompei; i due, inoltre, si incontravano nella casa dei redentoristi di Angri, dove andavano a confessarsi dal P. Leone.
Il materiale, che il frate si diceva disposto a cedere, consisteva in una "macchina tipografica celere", una "presse a percussione e due colonne", una "partita di caratteri" e una provvisione di spazzole e inchiostro".
Il costo era di lire 12.934,12 ma Don Bartolo ebbe uno sconto di 500 lire e la possibilità di pagare a rate mensili di lire 300.
La prima la versò il 29 maggio al P. Bonaventura Maresca.
Accolto il consiglio, Longo non perse tempo.
Il 12 giugno macchina e caratteri erano già a Valle; a mettere il tutto in funzione e a dare le prime
istruzioni ai ragazzi ci pensò un tipografo amico di P. Ludovico, quasi certamente un certo Greco, fratello del bigio P. Fedele Greco. Essendo restato senza lavoro, il santo e fattivo francescano pensò di collocarlo a Pompei.
La tipografia era cosa fatta, ma "difficoltà inevitabili e imprevedute" impedirono di stampare a Pompei il fascicolo di agosto del periodico.
Nel numero di settembre l’Avvocato, con la sua abituale enfasi, annunziava: "Oggi per la prima volta vediamo pubblicati i prodigi della regina delle Vittorie pei tipi del SS. Rosario in Valle di Pompei". Così, abbiamo anche dimostrato che "la fede, quando è operosa, è apportatrice ai popoli di novella vita e di vero incivilimento".
Appassionato terziario domenicano, volle che il primo lavoro ad uscire dalla tipografia fosse una Novena in onore di S. Domenico, che desiderava veder stampata per il 26 luglio, giorno d’inizio del novenario di preghiera in preparazione alla festa del Santo. Ostacoli non previsti lo costrinsero a procrastinare la stampa del libretto, che in compenso fu quale egli desiderava: "Carta scelta e resistente, testo accuratamente corretto, caratteri elzeviri assai chiari e precisi, copertina semplice e nitidamente stampata".
Per dare un buon avvio alla tipografia Longo ne affidò la direzione al suo conterraneo Ludovico Pepe, trasferitosi a Pompei assieme alla famiglia.
Di buona cultura e paziente studioso di storia locale, Pepe ebbe dall’Avvocato l’incarico di condurre ricerche su Valle di Pompei. Frugando in vari archivi, raccolse parecchi documenti inediti, raccolti nel volume più volte ricordato "Memorie storiche dall’antica Valle di Pompei". Lo stabilimento, che agli inizi era solo una modesta scuola tipografica, trovò posto in alcune sale a pian terreno della "Taverna".
A collaborare con Pepe furono chiamati il proto Giuseppe De Tommaso e i maestri legatori Giuseppe Grimaldi e Alfonso Romano, mentre la manodopera era costituita da fanciulli pompeiani.

Alla tipografia, fin dagli inizi, fu annessa una "sala di lavoro" in cui le ragazze imparavano "a piegare, cucire e legare i giornali e i libri".
Il lavoro ebbe un rapido incremento e per la crescente tiratura del periodico e delle stampe del Santuario e per commissioni che parecchie "persone benefiche" affidavano alla tipografia.
Dal 1° luglio 1884 al 7 marzo 1885, oltre al periodico, uscirono dalla tipografia 42.500 "suppliche", 61.000 copie di novene e schede e135.000 "avvisi, circolari, etichette, cataloghi, formule, indirizzi, carte intestate, schede, inviti, moduli". Fra le stampe "eseguite per commissione" ci furono pure 1500 copie della seconda parte dell’Aritmetica per i fanciulli (1884) di Tarquinio Fuortes.
Nel 1886 la tipografia fece acquisto di due nuove macchine automatiche della ditta italiana Magnoni e di quella francese Marinoni.
Nello stesso anno, come ci teneva a sottolineare Don Bartolo, uscirono dalla tipografia un milione quattrocentomila libretti di preghiere e programmi.
(Il testo, liberamente adattato, è stato tratto da: Antonio Illibato, Bartolo Longo. Un cristiano tra Otto e Novecento, Pontificio Santuario di Pompei 1999. Vol II, pp. 153 – 175. 186 – 191).
Prima foto: Ludovico Pepe. Fu tra i primi collaboratori del Periodico, ma, soprattutto, primo direttore della tipografia del Rosario a Valle di Pompei.
Seconda foto: 1884, la prima macchina per la stampa.
Terza foto: Prima legatoria.
Quarta foto: Una rarissima immagine del tempo. Al centro, in piedi, Bartolo Longo con Ludovico Pepe, seduto alla sua destra, e altri collaboratori della Tipografia.


*Prima esperienza giornalistica di Barolo Longo
Un intenso apostolato della stampa a servizio della Madonna del Rosario e delle Opere sociali di Pompei
1.
In un articolo del 1894. "Come io divenni giornalista", il Longo ripercorre i primi anni del periodico "Il Rosario e la Nuova Pompei", il cui primo numero, "in quarantamila copie", apparve nel marzo del 1884, raccontando l’inizio della sua carriera di pubblicista:
"Ai primi giorni del 1884 io mi trovava circondato da aspre lotte, ed era solo. Non un giornale prendeva le mie difese, tranne, talvolta, l’Unità Cattolica di Torino. Io non aveva né tipografie, né alcun organo banditore dei progressi di questo Santuario e delle innumerevoli grazie che largiva la Vergine di Pompei, né conosceva giornalisti di sorta alcuna".
A far risolvere il Longo, dimidiato tra dubbi e perplessità, fu il Cardinale Mario Parocchi, già terziario domenicano e poi Vicario Generale di Papa Leone XIII. Con mano esperta di "valoroso giornalista", il Parocchi abbozzò il titolo e la griglia, fornendo tutta una serie di preziose indicazioni:
"Quell’eminente Principe con degnazione ineffabile discese fino a me. Prese un brano di carta e vi tracciò il titolo del mio futuro Periodico ed il modo come distribuirne le parti. A rovescio della carta mi tracciò l’indice, come oggi ancora si vede in tutti i miei fascicoli, e, sotto l’indice la protesta".
Seguendo queste indicazioni, il periodico s’incamminò su un percorso nuovo per l’Italia e volle essere, senza mezzi termini, "un giornale di miracoli" che attestasse "pubblicamente l’intervento del soprannaturale nei fatti umani". L’intento programmatico collocò la rivista su un terreno difficile e minato, dove dominava la "derisione" della scienza e del popolo, il "riserbo" della Chiesa e la "negazione", da parte dei più, del soprannaturale. Il Longo fu perfettamente consapevole di andare contro corrente in un’epoca positivistica, ma sentì forte la vocazione alla testimonianza dell’esistenza e dell’intervento del soprannaturale nella storia dell’uomo. Fu deciso e risoluto: "Ma io, che era testimone di parecchie centinaia di miracoli operati dalla Vergine di Pompei, non trepidai punto; anzi volli ad un mondo scettico affermare la credenza del miracolo".
2. Per il primo quaderno o fascicolo de Il Rosario e la Nuova Pompei, il direttore, l’avv. Bartolo Longo – come si firma – redige il Programma, in cui fissa gli obiettivi e la finalità del periodico, traccia la cronaca dei fatti che precedono la nascita, raccorda la nascita del periodico al particolare momento della Chiesa romana e alle vicende del Santuario di Pompei.
Con grande oculatezza, il Longo intuisce l’importanza della carta stampata e, quindi, di un periodico che parta dal mezzogiorno, per la diffusione del messaggio cristiano oltre ogni barriera spazio-temporale. Si trattava, compiendo "il vero apostolato della stampa", di uscire dai confini territoriali – mai invero il Longo si era rinchiuso in un’asfissiante ottica "paesana" - , di conquistare altri spazi e altri lettori, di promuovere un pool di giornali cattolici da contrapporre alla carta, stampata degli !scettici". Inoltre il periodico, regolarmente stampato e distribuito, avrebbe permesso di aggregare i lettori, sempre più numerosi, attorno ad un progetto generale, il "culto del Rosario", e a un progetto particolare, la partecipazione alla vita della Nuova Pompei.
Lungo la proiezione del progetto generale, il Longo si riannoda all’enciclica sul Rosario, "Supremi Apostolatus Officio" di Leone XIII, apparsa nel settembre del 1883, schierandosi attorno al Papa per combattere contro i "mali" d’Italia e della Chiesa in nome della Vergine del Rosario. Dalla Parte del Papa, dunque. Su questo il Longo insiste e ripetutamente nel Programma: "Il presente Periodico ubbidirà alla voce viva del Vicario di Cristo, il quale personalmente e col vivo della voce nel dì 3 di Febbraio ultimo passato, ne inculcava con tutte le sue forze di compiere il vero apostolato della stampa; val quanto dire, contrapporre la stampa cattolica alla stampa empia, libertina" (p. 5). E ancora: "Pensammo che gradevol cosa sarebbe e di gloria a Maria intrattenere i nostri lettori sullo svolgimento dottrinale e pratico delle parole del Sommo Pontefice" (p. 3). Sul periodico, annunciato al Papa nell’incontro del 3 febbraio cala, infine, la benedizione:
"Quindi porgevamo allo stesso Santo Pontefice il nostro Programma del Periodico di Pompei, e gli domandavamo una benedizione ampia, paterna, efficace per tutti gli associati di esso e per tutti gli iscritti al novello Tempio. Ed il Vice-gerente di Dio, commosso, levando con indescrivibile tenerezza gli occhi al cielo, alzò la paterna sua mano, e nel nome di Dio, Uno e Trino, benedisse tutti (p. 7)".
A schierarsi dalla parte del Papa sono chiamati tutti i lettori, ai quali si chiede di essere attivi, accettando l’investitura di "apostoli della buona stampa". In tal modo il periodico rinsalda le fila dei lettori cattolici, richiamando la loro attenzione sul presente e sullo stato di necessità, sulla mobilitazione e sulla partecipazione alla lotta contro i "mali" dell’Italia di fine secolo e a "difesa dei diritti della Chiesa e de’ suoi principii" (dalla Benedizione del Sommo Pontefice Leone XIII, a. I., quaderno III, pp. 5-6).
Per quanto riguarda, inoltre, l’aggregazione dei lettori attorno al progetto particolare, la partecipazione alla vita della Nuova Pompei, il periodico fu sempre puntuale e preciso, dando largo spazio alla cronaca e alle notizie della Nuova Pompei e registrando accortamente quanti inviano "offerte spontanee per l’erezione del Trono e dell’Altare Maggiore". Uno sguardo rapido a questi elenchi informa sulla rapida diffusione sull’intero territorio nazionale e all’estero della devozione alla Madonna del Rosario di Pompei. Parallelamente si ha un forte incremento dei lettori, che passano, nel primo anno, da quattromila a "più di quarantamila", e sono "non solamente in tutte le città d’Italia, ma anche in straniere regioni dell’Europa, dell’Asia, dell’Africa e dell’America" (dal retro di copertina del I quad. del 1885).
3. I primi fascicoli de Il Rosario e la Nuova Pompei – limitiamo il nostro spoglio ai quaderni che vanno dal marzo al dicembre 1884 – confermano e sviluppano le linee programmatiche. Particolare attenzione è rivolta al Papa Leone XIII negli articoli dell’abate (e poi cardinale) Giuseppe Prisco, "Il Sapientissimo nostro Pontefice Leone XIII e le altre necessità della civiltà presente (nei quad. I-II, pp. 13-18; III, 92-96; IV-V, 135-138; IX, 277-283), con quella chiusa pacata ma ferma: "Quando le passioni saranno men bollenti, e noi ci saremo riconciliati con la verità e con noi medesimi, allora, e allora solo, la storia fra le altre meraviglie del Pontificato di Leone XIII registrerà come non ultima questa, e cioè che Egli col ristorare la filosofia di San Tommaso d’Aquino, col riaccendere l’amore alle virtù di San Francesco d’Assisi, col promuovere la divozione alla Vergine Maria sotto il titolo del Rosario, fu il ristorante della vera civiltà nel secolo XIX".
Si registrano tutte le "benedizioni" e gli "incoraggiamenti episcopali", primi fra tutti quelli di Giuseppe Formisano, vescovo di Nola, "nella cui diocesi si edifica il nuovo Tempio del Rosario di Pompei", e di Guglielmo Sanfelice, Arcivescovo di Napoli. Si disegna così la cartografia delle adesioni, diremmo, "istituzionali".
Uno spazio assai rilevante è dedicato alla "Storia della nascente Chiesa del Rosario di Pompei", a firma della direzione (cioè il Longo).
Appare a puntate e riprende il discorso dal maggio del 1880, che è il punto terminale di un precedente volumetto, "Storia Prodigi e Novena della Vergine SS. Del Rosario di Pompei", stampato per ben otto volte e in 40.000 esemplari, come informa lo stesso Longo.
L’anima del periodico è nella "Cronistoria delle Grazie concesse dalla Vergine SS. Del Rosario di Pompei" (quad. I-II, 39-56; III, 103-113; IV-V, 174; VI, 189-193; VII, 208-226; VIII, 260-266; IX, 283-291; X, 303-338; XI, 368-377; XII, 450-454). Nel "Programma" il Longo previene le prevedibili accuse di "fantasie" e di "esagerazione", facendo professione di "veritiero e savio cattolico", ancora una volta testimone dei "prodigi":
"Per gli increduli, o pei i pusillipi nella fede, non vi sarà a temere nel racconto dei fatti alcuna esagerazione o scatto di fantasia sbrigliata, poiché non è bisogno di ricorrere a fantasia o ad esagerazione quando da veritiero e savio cattolico si parla di fatti debitamente attestati, segni della potenza della regina delle Vittorie, e quando son tante le grazie ch’Ella largisce dal suo Tempio di Pompei, che non abbiam potuto nel corso di questi ultimi anni pure registrarli nella storia, e quando invece riceviamo continui lamenti di coloro che per gratitudine vorrebbero le loro grazie fossero al mondo manifeste. Oh! Quanti dapprima non credevano ai prodigi della Vergine in Pompei, e poi son divenuti credenti e caldi zelatori!" (p. 7)
E a maggior garanzia per i lettori si ricorda la "Protesta", solitamente posta sotto l’indice ("Conformandoci ai decreti di Urbano VIII del 13 di Marzo del 1625, e del 5 Giugno del 1631, non che ai Decreti della Sacra Congregazione dei Riti, dichiariamo solennemente che, salvo i Dommi, le dottrine e tutto ciò che la santa Sede ha definito, in tutt’altro, che riguardi miracoli, apparizioni e Santi non ancora canonizzati, non intendiamo prestare né richiedere altra fede, che l’"umana"), che fu suggerita e scritta dal cardinale Mario Parocchi, e la "severa censura" a cui è sottoposto il periodico, da parte della Revisione Ecclesiastica della Curia di Napoli e da parte dell’Ordine per gli scrittori domenicani.
Nell’introdurre la "Cronistoria delle Grazie", nel primo quaderno, il Longo cita la "Pastorale" del Vescovo di Nola, indirizzata al clero e ai fedeli della Diocesi. Si pone il problema: "Ma sono poi tutte vere le grazie, che de’ devoti si dicono ottenute?" e si svolge con un ragionamento semplice e concreto:
"Non pare che ne possa dubitare: tanto esse sono pubbliche, ed attestate da persone savie, da persone probe, da persone pel loro grado sociale superiori ad ogni eccezione, che non hanno alcuno interesse a mentire. Anche un’altra riflessione: in questi tempi di tanta miseria, ne’ quali appena si ha come decentemente tirare innanzi la vita, pare a voi, fratelli e figliuoli dilettissimi, che si potessero trovare tali devoti da fare delle vistosissime offerte per grazie, che asserivano aver ricevute, quali poi in realtà non avevano ricevute? Se queste persone non si vogliono giudicare veramente matte, bisogna dire, che vere sono state le grazie, per le quali
presentavano delle offerte talvolta vistosissime (p. 39)".
Prudenza è nel Vescovo, e alla prudenza si invita, nel distinguere grazia e miracolo: "È vero che, esaminando con occhio attento parecchie di queste grazie, esse presentano tutti gli estremi di "miracoli" ciò non pertanto in un secolo della più spudorata miscredenza bisogna procedere con la massima prudenza e lentezza ancora, tenendo sempre innanzi agli occhi le sapienti disposizioni dei sacri canoni" (p. 40).
Il periodico continua lungo questa strada, trasformandosi sempre più in giornale delle grazie concesse dalla Vergine del Rosario. Il sottotitolo "Periodico di religione, di storia e di archeologia", dopo i primi numeri, rimase solo un’indicazione di testata. L’interesse del Longo si andava concentrando sempre più sulla religione (e la cultura religiosa e teologica) e sulla storia (la storia della Nuova Pompei), mentre4 si riduceva progressivamente lo spazio dedicato all’archeologia, cioè alla "relazione dei monumenti delle arti dell’antica città, che il genio investigatore dell’uomo tuttodì discopre". Valga come segnaletica di questa tendenza l’avvertenza già presente nel quad. III: "In luogo di porgere questa volta notizie dell’antica città pagana, ci studieremo di far contenti tutti i benefattori della nascente Pompei cristiana…" (p. 114). Inizia così una serie di tornanti, dopo i quali il periodico di Bartolo Longo si attesta su un percorso rettilineo, quale giornale delle grazie, voce della Nuova Pompei, sede della cultura cattolica. (Pasquale Sabbatino)
(Prima foto): Ludovico Pepe "1835 - 1901" fu tra i più prezionsi collaboratori di Bartolo Longo nei primi anni della Rivista. In foto il bozzetto del monumento realizzato dallo scultore Domenico Paduano  per i giardini della FFonte Salutare di Pompei.

(Seconda foto): il Papa Leone XIII, dapprima scettico, incoraggiò la pubblicazione de "Il Rosario e la Nuova Pompei" il "Giornale dei miracoli".
(Terza foto): lo scultore Domenico Paduano (Nacque nel Comune di Scafati).


*La rivista del Santuario tra devozione, cronaca e storia

Un giornale dei miracoli a servizio della Madonna

L’Opera pompeiana era appena agli inizi quando Longo, risultato infruttuoso il tentativo di ottenere un po’ di spazio nelle pagine di un giornale cattolico napoletano, promise a sé stesso che la pubblicità se la sarebbe fatta da solo, "dando alle stampe libri ed opuscoli". Chi lo incoraggiò a mettersi su questa strada fu il domenicano P. Alberto Radente, che gli procurò anche la conoscenza dei suoi confratelli, ai quali l’Avvocato non tardò a inviare le sue pubblicazioni.
Nell’autunno del 1877 il domenicano P. Vincenzo Castino, che aveva ricevuto in dono una copia de "I quindici sabati", gli comunicava di avergli inviato un volumetto "del santuario di Fontanellato, celebre in Lombardia", e una biografia di una monaca domenicana, "fervorosissima rosariante", deceduta qualche anno prima. Lo invitava poi, "siccome abilissimo in tutto e per tutto", a pubblicare una rivistina mensile da intitolare "La Corona di Maria", sull’esempio di quanto facevano i domenicani francesi a Lione, Parigi, Tolosa e perfino in Spagna e in Belgio. "Noi solo italiani, faceva notare, siamo senza coraggio ed aspettiamo i tempi favorevoli: ma tocca a noi farli tali con la propagazione del Vangelo di S. Domenico, fortunatamente nostro Patriarca".
L’invito non ebbe una risposta immediata, ma non fu privo di conseguenze. "Quale impressione scrisse Don Bartolo in un suo appunto fece cotesta lettera sul mio animo non è a dire. M’intesi correre un fuoco, un brivido nelle ossa, mi si rimescolò il sangue nelle vene; avrei voluto disfarmi in fuoco per ardere i cuori di tutti i cattolici d’Italia a contrapporre a tante stampe empie e libertine, o almeno inutili, il foglio di Maria sotto il titolo a lei più caro".
Il convegno a Roma di oltre mille giornalisti cattolici, ricevuti in Vaticano da Leone XIII il 20 febbraio 1879, gli faceva riflettere che "quasi tutte le nazioni hanno giornali sotto il titolo del Rosario pubblicano le glorie della Regina delle Vittorie", nella città eterna s’erano sentite risuonare parecchie lingue, "ma fra tante lingue e differenti favelle, onde da tanti giornali veniva celebrata la mistica Rosa di Maria, invano desideravi di udire un dolce accento italico che facesse appello alla Rosa di Maria, al Rosario di Maria, alla Corona di Maria". Ricordando questi avvenimenti, confessava che la mancanza di un proprio giornale era il suo "sconforto".
Nel 1882 Longo si mise in relazione con il domenicano P. Tommaso Granello, allora maestro dei novizi a Ferrara, che meditava la pubblicazione di un periodico con il quale promuovere, accanto alla devozione al Rosario, "le glorie del grande Ordine di S. Domenico". Tra i due intercorse una corrispondenza epistolare, in cui si parlò anche di una possibile combinazione epistolare. Ma poi, scrisse il futuro Beato, "non ci intendemmo".
Il 4 gennaio 1883 così ne informava il maestro generale dell’Ordine: "L’ora da sette anni aspettata e dalla Provvidenza segnata, è giunta. La Madonna vuole e subito il suo giornale che sarà tutto dell’Ordine Domenicano in Pompei. Ho trovato i collaboratori qui stesso (…). Un solo dispiacere tra tanti piaceri. Il Granello che voleva fare il giornale con me ora mi scrive che si disdice da me per farlo con altri. Forse ciò sarà meglio voluto dalla Madonna. Ma prego la P.V. R.ma di considerare che io già ho in cassa L. 10.000 e conto su 4.000 mila abbonati, cioè gli amanti del Rosario, dell’Ordine e della Chiesa di Pompei".
L’autonoma iniziativa del domenicano, in verità, sembra che non lasciasse completamente tranquillo Don Bartolo, anche se osservava: "se fallirà il mio giornale nulla ne discapiterà l’Ordine Domenicano: è un Avvocato, un terziario che ha pugnato in difesa della sua bandiera". Infatti aggiungeva: "Tutte le Provincie Napoletane fanno eco al mio giornale, ma si associeranno al p. Granello? Stento a crederlo. Del resto la P.V. R.ma deciderà. Per me ho avuto il comando superiore da S. Caterina e mi sono gittato ad occhi chiusi nel cimento. Tutti i nobili napoletani con l’Arcivescovo m’hanno applaudito".
Gli impegni connessi alla costruzione del Santuario ritardarono ancora una volta l’esecuzione del disegno; a fargli rompere gli indugi fu l’enciclica "Supremi apostolatus officio" del 1° settembre 1883: "quella sacra voce, scrisse, fu per noi l’aiuto della vita". Affrettò i preparativi, abbozzando perfino il titolo da dare alla pubblicazione: tra le sue carte si leggono quelli de L’Eco della Valle, La Rosa della Valle, Il Rosario della morta Pompei, L’Eco della Valle di Pompei, La Chiesa di Pompei. Quello definitivo compare in uno schema in cui sono indicati contenuti e "ordine" del giornale.
Assunto centrale del nuovo periodico era "il culto di Maria SS.ma propagato per mezzo della divozione al SS. Rosario"; l’articolo di fondo avrebbe trattato della "Vergine Maria vivente nella Chiesa per mezzo del SS. Rosario".
Il progetto editoriale
Questo disegno editoriale fu compendiato nel titolo segnato in testa alla copertina del primo fascicolo: Il Rosario e la Nuova Pompei, Periodico di religione, di storia e di archeologia.
Al Longo non sfuggiva che, per dare concretezza al suo progetto, aveva bisogno di buoni collaboratori.
Il 4 gennaio 1883 scrisse al maestro generale dei Domenicani di averne già trovato alcuni: faceva i nomi, tra gli altri, di Vincenzo Pepe, Monsignor Gennaro Aspreno Galante, Domenico Caracciolo duca di Vietri, Monsignor Tommaso Michele Salzano, Tarquinio Fuortes, P. Alberto radente, il domenicano P. Emilio De Caria e Michele Ruggiero, direttore degli scavi di Pompei, che gli avrebbe fornito "tutte le notizie dei recenti scavi". Questi gli dovettero, poi, indicare altri possibili collaboratori.
Nei suoi appunti, oltre a questi, si leggono i nomi di Giuseppe Prisco, Enrico Marano, Vito Fornari, Bartolomeo Capasso, Mario Palladino, Antonio Bonito, Stanislao D’Aloe e Luigi Correra.
Il 15 gennaio 1884 l’Avvocato firmò il programma del nuovo periodico, che provvide a diffondere in 4000 esemplari. Premesso che in Italia solo pochi non avevano udito "qual relazione di avvenimenti straordinari passi tra questi due nomi, Pompei e il Rosario, avvenimenti resi memorabili dai "prodigi che quivi opera la gran Madre di Dio sotto il titolo del Rosario", passava ad illustrare finalità e contenuti del mensile.
Il giornale si prefiggeva di propagandare le "glorie del Rosario nel mondo, essendo il Rosario il sovrano rimedio ai mali che affliggono la civil società"; di ottemperare "alle sante ispirazioni" di Leone XIII, che con l’enciclica "Supremi apostolatus officio" aveva raccomandato "l’efficacia e potente devozione del Rosario"; da far conoscere "gli avvenimenti straordinari che si svolgono in Pompei per mezzo del prodigioso Rosario di Maria"; e di "compiere il vero apostolato della stampa; val quanto dire contrapporre la stampa; val quanto dire contrapporre la stampa cattolica alla stampa empia e libertina", il mensile, quindi, avrebbe dato la preferenza ai seguenti temi: "Pompei nuova e Pompei antica"; storia e informazioni sulle attività del Santuario, notizie di storia antica pompeiana e dei più recenti ritrovamenti; "svolgimento dottrinale e pratico "dell’enciclica papale del 1° settembre 1883 e "sue utili conseguenze sulla moderna civiltà"; illustrazione "dei sommi scrittori del Rosario e degli uomini più illustri dell’Ordine Domenicano", sia italiani che stranieri. Né sarebbero mancati argomenti di stretto interesse domenicano e "articoli letterari, educativi e bibliografici".
Elencava poi alcune motivazioni di "utilità pratica".
Gli utili della pubblicazione erano finalizzati al completamento del Santuario e alla istituzione di opere di beneficenza da far sorgere a Pompei "sotto gli auspici della civiltà cristiana". Chi ne promuoveva la diffusione, si rendeva pertanto "apostolo e banditore del Rosario" e della buona stampa, "potendolo prestare agli artigiani, ai contadini, ai traviati nelle carceri; negli ospedali, a tutti quei che soffrono, ai quali recherà gran conforto il leggere le grazie e le misericordie che Maria largisce col Rosario di Pompei".
Il mensile, infine, sarebbe stato il portavoce ufficiale del santuario: "Avendo con questo Periodico la novella Chiesa la sua voce, ed organo di trasmissione dei suoi avvenimenti, d’oggi innanzi per gli inviti al Zelatori ed associati nelle feste di Maggio di Ottobre, inviti ai Terziari per le loro funzioni, programmi delle Opere a compiersi, annunzi dei prodigi, relazione delle opere d’arte che si andranno a fare, nuovi altari, lapidi marmoree, nomi da scolpirsi, tabelle votive, iscrizioni ottenute per grazie, dipinti, decorazioni, benedizione e consacrazione della Chiesa, non sarà più bisogno di metter fuori foglietti o carte circolanti, ma tutto sarà annunziato su questo Periodico". Che cosa poi, in questi mesi, passasse nel cuore del futuro Beato lo rivelano alcuni suoi appunti: "Io stampo il giornale annotava non per l’Opera mia, ma a promulgare i frutti di questa nuova chiesa, e quindi i frutti che produce in Torino, Napoli, America. Se facendo questo io sollevo qualche figlio innanzi alla madre, io non ci debbo entrare. È la Madonna che vuole qui o vuole là più grazie (…).
Le elemosine non vengono più, ed io non fabbrico più. A me giova che sia raddoppiato il frutto davanti a Dio".
Il 30 gennaio comunicava al cardinale Segretario di Stato di essere in procinto di partire per Roma per portargli una lettera del vescovo di Nola e "due quadri della nostra prodigiosa Regina, uno per V.E. e l’altro per S. Santità, ed insieme la mia domanda al Pontefice per ottenere la sua benedizione pel mio nuovo giornale Il Rosario e la Nuova Pompei".
Formisano, nella commendatizia del giorno successivo, così scriveva al cardinale: "(…) Il detto Sig. Longo per sempre più diffondere nel cuore dei fedeli la devozione al SS. Rosario, ha creduto espediente pubblicare un Periodico sotto il titolo del Rosario e ciò sia per alimentarne in mezzo ai fedeli la devozione, sia per propagare i prodigi che giornalmente avvengono in quel nuovo tempio; e poiché l’opera del SS. Rosario è stata perfezionata dal S. Padre con la memoranda Enciclica Supremi Apostolatus, perciò l’oratore prima di mettersi all’opera desidera una benedizione per il suo Periodico, ed allo oggetto Le umilia una supplica per il S. Padre. Io conoscendo la grande pietà dalla quale è animato l’Oratore e le fatiche che tutto giorno dura per la edificazione della Chiesa in parola, lo raccomando alla innata bontà dell’E. V. R.ma perché lo si contentasse nei suoi pii desideri". La sera del 2 febbraio Longo fu ricevuto da Jacobini, al quale consegnò la commendatizia di Formisano. Richiesto di quanto andava accadendo nella Valle del Vesuvio, prese a esporgli "precipitosamente" gli avvenimenti di Pompei, mostrandogli anche il quadro che intendeva
offrire al Papa. Il porporato lo lasciò parlare, guardandolo con una "taciturnità scrutatrice" di cui egli faceva vista di non accorgersi; ma quando accennò al programma del nuovo giornale il suo eminente interlocutore sembrò spaventato: "Un giornale di miracoli! ... A questi tempi? …".
A incoraggiarlo nei suoi propositi e ad introdurlo la mattina seguente in Vaticano ci pensò l’Arcivescovo domenicano Vincenzo Leone Sallua, commissario generale della sacra Romana Inquisizione. Accompagnato dall’amico Carlo Narici, Don Bartolo si trovò così per la prima volta alò cospetto di Leone XIII. Vent’anni dopo egli stesso scrisse di essere andato a Roma per far conoscere al Papa "quanto di meraviglioso" Dio operava a Valle di Pompei "per mezzo della devozione del Rosario".
Avendo intenzione di lanciare un giornale "del Rosario" ed essendo del tutto digiuno di giornalismo, desiderava anche chiedere "consiglio, conforto e protezione". Portò, perciò, con sé una miniatura della Vergine di Pompei e un programma del periodico. Il Pontefice che era "ben disposto" per il "rumore dei prodigi" giunto al suo orecchio, lo accolse con grande amorevolezza. Potette, così, dargli l’Immagine della Madonna e raccontargli le "umili" origini del santuario e "alcuni miracoli" operati dalla Vergine. Ebbe anche la possibilità di presentargli l’amico Narici, "testimone eloquente" dei miracoli, avendo avuto guarita prodigiosamente la propria moglie. Il Papa mostrò di gradire il dono e sembrò anche "lieto di udire i recenti miracoli".
Leone XIII gli chiese con aria di compiacimento: "Ma avete saputo che il Papa ha già pubblicato un’Enciclica sul Rosario?". Vedendolo ben disposto, Don Bartolo espose il suo disegno di dar vita a "un periodico di miracoli della Vergine di Pompei, il quale doveva come tromba bandire a tutti i venti le meraviglie e le grazie" che la Madonna andava elargendo al mondo. Gli mostrò poi copia del programma. Il Pontefice non fece fatica a riflettere che il suo interlocutore intendeva fare "un periodico di miracoli" proprio in un tempo in cui "si era bandita la guerra" anche ai prodigi più acclarati. Per un attimo sembrò scosso: "Ma questo è un giornale difficile", egli disse, "non ve ne ha esempio in Italia, ve ne ha solo qualcuno in Francia"; comunque, probabilmente per non scoraggiarlo, lo benedisse e gli raccomandò di trovare buoni collaboratori. Leone XIII dovette sentirsi rassicurato quando Don Bartolo gli riferì che uno dei collaboratori era il suo antico maestro di filosofia, don Giuseppe prisco.
Questa pagina fu scritta nel 1904, quando a Longo era chiaro da tempo che quel primo incontro con Papa Leone aveva segnato una felice svolta per la sua Opera. Quella mattina del 3 febbraio, comunque, i due dovettero entrare subito in sintonia. Il risveglio della fede per mezzo della propagazione del Rosario, che l’Avvocato andava diffondendo a largo raggio, era perfettamente in linea con i propositi del Papa.
Nel corso del suo lungo pontificato, a cominciare dall’enciclica più volte ricordata, Leone XIII fu prodigo di documenti sul Rosario; non poteva, perciò, non guardare con benevolenza e interesse a quel devoto e zelante laico impegnato a propagandare quanto egli, anno dopo anno, andava scrivendo nei suoi documenti. In tempi di anticlericalismo mirava ad estraniarla dalla società, al Pontefice non dispiaceva che quel cattolico si impegnasse a difendere la Chiesa e il papato con la stampa. A dare a Bartolo alcuni suggerimenti pratici fu il cardinale Lucido Maria Parocchi, al quale lo presentò Giovanni Girosoli, un "biondo e gentile giovane di Ferrara", destinato a fare molta strada in seno al Movimento Cattolico Italiano. Il cardinale, vecchio giornalista, accolse benevolmente quel laico cattolico che domandava consigli su come "formare il giornale, come intestarlo, come dividere le rubriche", come e se compilare l’indice. "Prese un foglio di carta ebbe a rammentare l’Avvocato mi tracci8ò con la matita il formato del quaderno quale doveva essere, mi indicò come e dove farne l’intestazione e dove meglio convenisse porre l’indice. Giornale difficile mi disse, giornale che non ha esempio: scrivere miracoli quando non potete avere nessuno esemplare innanzi. Voi percorrete una via nuova. Garantitevi con la protesta voluta dai Decreti di Urbano VIII". Nel frattempo Longo, con una lettera circolare, aveva chiesto ai vescovi "il conforto della Pastorale Benedizione ed un motto" da inserire nel primo numero del mensile, che sarebbe uscito il prossimo 7 marzo. Il 10 febbraio inviava un’altra lettera ai segretari vescovili, pregandoli di rimettergli a sue spese un "calendino" della diocesi, in cui erano segnati nomi e indirizzi di sacerdoti, parrocchie e confraternite. La stessa cosa aveva chiesto, il 21 gennaio, al maestro generale dei domenicani: "desidero vivamente che dopo il motto e la benedizione del Papa e del mio Vescovo, segua la benedizione di V.P.R.ma con qualche parola di risposta al mio programma (…). Intanto per dare la massima diffusione al Giornale io prego la P.V.Rev.ma che si degni farmi spedire a Napoli il repertorio, o libro in cui sono stampati tutti i conventi che esistono". Domandava, inoltre, di metterlo in relazione "coi vescovi e coi superiori delle Missioni della Cina, dell’America, della Spagna, affinché ne riporti la narrazione delle fatiche di tanti Padri a noi sconosciuti. Similmente coi rettori delle chiese inglesi, francesi, tedeschi, ecc.".
Il primo fascicolo di ottanta pagine, allestito in casa di Tarquinio Fuortes e stampato con nitidi caratteri e copertina celeste nella tipografia di Andrea e Salvatore Festa, uscì puntualmente nella data prevista; recava il titolo "Il Rosario e la Nuova Pompei, di storia, di religione e di archeologia". In un ampio articolo-programma il direttore dava ragione del "titolo", della "vita" e dei "benefizi" del nuovo periodico; chi lo legge, accanto all’inconfondibile stile del Longo, non fa fatica a scorgervi alcuni spunti a lui suggeriti, probabilmente, da qualche amico e collaboratore.
Seguivano i vari indirizzi beneauguranti dei Vescovi; dopo i nomi di Formisano e Sanfelice, si leggono, tra gli altri, quelli di Parocchi e dei Vescovi di Cagliari, Lanciano, Venafro e perfino della diocesi spagnola di Zamora. Don Giuseppe Prisco, come promesso, non fece mancare un suo contributo su "Il sapientissimo nostro Pontefice Leone XIII e le altre necessità della civiltà presente", mentre il domenicano P. Costantino Rossini scrisse su "S. Tommaso e le arti". Una relazione sulla "Pianta della chiesa del SS. Rosario di Pompei", firmata dall’ingegnere Giovanni Rispoli; numerose pagine dedicate alle "grazie ottenute nel mese di gennaio 1884"; un articolo di Gioacchino Taglialatela sulle "Vestigia di cristianesimo nell’antica Pompei"; due componimenti poetici, "I fiori di san Tommaso" e "A Maria Regina delle Vittorie", dovute rispettivamente a Mario Palladino e all’amico Giuseppe Gaetani; indicazioni bibliografiche, cronache e notizie varie e qualche altro articoletto completavano il quaderno.
Il mensile, accortamente pubblicizzato, ebbe presto il consenso di autorità ecclesiastiche e gente semplice. Leone XIII, al quale Don Bartolo inviò in omaggio il primo fascicolo, il 26 marzo gli fece pervenire la sua speciale benedizione: "le viene concessa, chiariva il messaggio, perché vi tragga Ella stimolo a proseguire nella lodevole impresa, e Le sia anche di conforto nelle afflizioni ed amarezze, che nei malaugurati nostri tempi procura ai scrittori cattolici la difesa dei diritti della Chiesa e dei suoi principi". Analogo consenso espressero alcuni cardinali e parecchi Vescovi italiani e stranieri.
Sacerdoti diocesani e religiosi, religiose e laici non tardarono ad abbonarsi e a diffondere il periodico. Accanto ai consensi non mancarono i dissensi. L’Avvocato affermava con forza "la credenza nel miracolo" non "con lo sfoggio di teorie e di dottrine", ma "col racconto documentato dei fatti, intorno ai quali non era possibile cavillare e tergiversare. Pure egli scrisse a quelle prime
avvisaglie si contrapposero dagli increduli le beffe condite di qualche oltraggio: a volerli credere chi aveva messo fuori il Periodico della Madonna di Pompei era un Avvocato ipocrita ed imbroglione. Nello stesso tempo coloro che erano tiepidi nella fede e cui pareva che sollevare corali battaglie fosse un ribellarsi alla umana prudenza, come con mendace eufemismo suolsi chiamare l’egoismo e la viltà, facevano mostra di compatire l’ardito scrittore, attribuendo il suo slancio e la sua foga all’entusiasmo ed alla fantasia del tutto meridionale".
Nelle prime due annate, accanto alle firme di Prisco e Tagglialatela, figurano quelle di Gennaro Aspreno Galante, Vincenzo Pepe, Alberto radente, Ludovico Pepe, Nicola Borgia e dei vescovi Vincenzo Leone Sallua e Michele Seri Molini. Luigi Formisano firmò qualche contributo di "storia naturale e geografica", mentre Angelina Caracciolo dei duchi di Vietri tradusse in lingua italiana alcuni articoli di "storia domenicana", ripresi da riviste francesi.
L’impostazione del giornale, nel giro di qualche anno, subì significativi mutamenti. Quasi certamente non fu casuale che alcuni nomi prestigiosi, letti nelle carte di Don Bartolo, non comparissero poi sulle pagine della rivista. A volere il cambiamento, scrisse Fuortes, fu l’Avvocato, quando "si avvide che la scienza gonfia, ma la carità edifica". Ciò fece nonostante "il contrario avviso" dei suoi più intimi consiglieri ed amici. In realtà a dare l’imbeccata fi il P. Giuseppe Maria Leone, conosciuto dal Longo nel novembre 1884 e diventato, nel marzo seguente, suo confessore e consigliere.
Dal primo numero del 1886 il mensile, pur conservando lo stesso titolo, modificò il sottotitolo: non più "Periodico di religione, di storia e di archeologia", ma "Periodico mensuale". Per un certo tempo ospitò ancora qualche articoletto "scientifico", come quelli di Ludovico Pepe sull’antica Pompei, ma la rivista andò assumendo sempre più la veste di un bollettino di carattere religioso-devozionale, avente il dichiarato scopo di diffondere la devozione alla Madonna di Pompei ed essere la voce del Santuario e delle Opere che andavano sorgendo alla sua ombra. Sono significativi in tal senso i nomi di alcuni collaboratori: Giuseppe De Bonis, che stese una serie di articoli poi raccolti nel volumetto "Spine e rose pompeiane", P. Leone, P. Emilio De Caria, i Vescovi Davide Riccardi e salvatore Bressi. Angelina Caracciolo di Vietri, invece, prese a scrivere una "Vita del B. Luigi Maria Grignion de Montfort" a puntate, "volgarizzata" da alcune opere francesi.
Il favore dei lettori, parecchi dei quali diventarono attivi propagatori, fece crescere rapidamente la tiratura del mensile. Dalle quattromila copie del 1884 si passò alle trentatremila copie circa del 1888, ed oltre quarantamila del 1889, alle quarantaseimila del 1890 e alle novantacinquemila del 1898. In età giolittiana erano state raggiunte le centomila copie.
Il giornale raggiunse presto città e paesi d’Italia e dell’estero; a chiederlo fuori d’Italia furono soprattutto i missionari e gli emigrati nei paesi d’oltremare. Nel 1893 Alfonso Ferrandina scrisse che era il più diffuso periodico d’Italia, da reggere il paragone con alcuni di Francia e di Germania.
Centinaia di copie arrivavano "fino alle lontane Americhe". I conti della rivista, ovviamente, non potevano non essere in attivo. Nel 1890 Don Bartolo scrisse che gli utili ammontavano a lire "centoquarantamila nette".
La quota d’abbonamento, di lire quattro per l’Italia e cinque per l’Estero, restò invariata nel primo decennio di vita del periodico. Alla fine del 1885, nel ricordare ai lettori che la rivista aveva compiuto il secondo anno di vita, Longo avvertiva: "Il prezzo di abbonamento pel nuovo anno resta invariato a L. 4 per l’Italia e di L. 5 per l’Estero. Però ai Monasteri poveri, ai Luoghi di pena, agli Ospedali, agli Orfanotrofi, e dovunque vi è maggior bisogno de’ conforti della fede, basterà ne facciano richiesta al Direttore, indicando il preciso indirizzo, perché il periodico sia spedito gratuitamente, come si è già praticato in quest’anno. Ai sacerdoti le solite facilitazioni". Successivamente, a partire dal 1894, fu inviato "gratis" a quanti concorrevano, con le loro offerte, all’edificazione del Santuario e al mantenimento delle orfanelle e dei figli dei carcerati raccolti nell’Ospizio Educativo Bartolo Longo.
Ospedali, monasteri, case di pena e orfanotrofi, su semplice richiesta, avrebbero continuato a riceverlo gratuitamente.
Il Rosario e La Nuova Pompei, tra gli altri problemi, pose l’Avvocato anche quello della pubblicità, che, opportunamente gestita, avrebbe potuto essere fonte di denaro da impiegare nella costruzione e nel mantenimento del santuario e delle opere. Fra le sue carte c’è un appunto "sul contratto delle inserzioni", che ci permette di conoscere le sue idee in merito. "La madonna ha detto il mio periodico; dopo tale apparizione è indecente mettere l’avviso dei bagni inodori e degli alberghi. Il giornale deve uscire puro come una colomba (Carlo Narici).
La Civiltà Cattolica e La Croix vivono di questi espedienti, ma noi viviamo dei miracoli della Madonna. Ricorrere a questo espediente impressiona malamente e si direbbe che l’Opera sta in ribasso e che mi appiglio a questi espedienti giornalistici.
È un’offesa che si fa alla Madonna. In ogni volta cancello un foglio, restringo lo spazio, tolgo le offerte. Il predicatore di S. Domenico Soriano non annunzia mai, dopo i miracoli, i nuovi specifici medicinali". A questi criteri egli restò sempre fedele; il messaggio pubblicitario, del quale on gli sfuggì l’importanza, a lui servì unicamente per propagandare il santuario e le Opere e attirare gente a Pompei.
Al di là degli enunciati, sembra che tra le preoccupazioni di Don Bartolo ci fosse anche quella di non "impressionare malamente", di non dare la sensazione che l’Opera stesse "in ribasso".
Egli, quindi, cercava di diffondere una "propria" immagine dell’Opera da lui gestita, anche per prevenire le dicerie di eventuali malevoli.
Nulla trapela, ad esempio, dalle pagine del periodico, delle diffidenze nutrite da alcune autorità ecclesiastiche e laiche nei confronti della sua persona e di quella della contessa, del non sempre ineccepibile comportamento di ecclesiastici a laici addetti al santuario, delle tribolazioni patite per iniziare a portare avanti le sue Opere, delle velenose insinuazioni della stampa, sia laica che cattolica, della burrasca che si abbatté sulla sua persona e le sue Opere nei primi anni del pontificato di Pio X.
Il mensile pompeiano, intelligentemente strutturato nelle varie parti, entrò a pieno titolo nel novero di quella stampa cattolica cosiddetta minore, scarsamente studiata, che ebbe una sua parte nell’orientare la pietà del popolo devoto.
Il Rosario e la nuova Pompei, che si prefiggeva di raggiungere i fedeli che visitavano il Santuario e
quelli che forse non lo avrebbero mai visto, diventò un eccezionale veicolo di trasmissione di culto e della devozione alla Vergine di Pompei. Da esso, inoltre, partirono gli appelli per il completamento del Santuario, per l’edificazione della monumentale facciata, per la costruzione dell’orfanotrofio e degli istituti per i figli e le figlie dei carcerati, dando all’opera longhiana, con la forte affermazione del primato della carità, una grande valenza sociale.
Attraverso la lettura di questa pubblicazione, inoltre, le masse dei devoti appresero a
Guardare alla vergine di Pompei come a una madre dal volto buono, perfettamente inserita nelle vicende liete o tristi dei suoi figli.
Di tutto questo l’Avvocato pugliese mostrava di essere ben consapevole. In un articoletto rievocativo del 1911 affermava che il sorgere e il "mirabile sviluppo" del periodico, "che è stato lo strumento più efficace della propagazione del culto alla regina del Rosario venerata a Pompei". Negli ultimi anni di vita così rammentava a Don Giovanni Giuseppe Pirozzi, a lungo suo collaboratore, la cura messa nella preparazione dei fascicoli del periodico, soprattutto quando si trattava di raccontare "grazie" importanti: "Il metodo da me tenuto scriveva è quello stesso di Enrico Lasserre, cioè il racconto dei minuti particolari, che si rilevano dai dialoghi delle persone che sono nel (dramma) divino". A tale scopo si recava di persona "sul luogo dove era avvenuto il miracolo per raccogliere testimonianze e conversazioni".
Ovviamente questo comportava degli impegni di carattere finanziario, al quale l’Avvocato non si sottrasse. Da una "nota degli onorari e stipendi ai componenti la redazione" dei periodici Il Rosario e la Nuova Pompei e Valle di Pompei siamo informati che, fra il 1905 e il 1906, la spesa era di 702 lire mensili, alle quali si aggiungevano spesso degli extra. Al dottore Giuseppe Gaetani versava 80 lire mensili "per correzione di stampa e revisioni e tecnicismo di certificati medici per Grazie da stamparsi".
La formula del mensile longhiano fu ripresa successivamente da altri santuari, ma Il Rosario e la Nuova Pompei riuscì costantemente a distinguersi dagli altri fogli di carattere religioso-devozionale per la sua capacità di coniugare "l’esperienza religiosa e la riflessione teologica con la concretezza del rapporto con i fedeli", affidato soprattutto alla rubrica delle grazie ricevute o richieste, che permise di realizzare, nelle varie situazioni, "una comunione, un con-sentimento quasi familiare con il Santuario".

(Autore: Antonio Illibato)

Prima foto: 7 Marzo 1884. Il frontespizio del primo quaderno del Periodico, "Il Rosario e la Nuova Pompei", stampato a Napoli nella Tipografia di Andrea e Salvatore Festa
Seconda foto: Copertina dei quaderni I e II de "Il Rosario e la nuova Pompei", fatti ristampare in terza edizione dal Beato Bartolo Longo per far fronte alle numerose richieste degli affiliati al santuario mariano.
Terza foto: Il domenicano Padre Alberto Radente fu tra i primi a incoraggiare il Fondatore di Pompei a stampare in proprio un giornale per pubblicizzare la sua attività a favore dell’Opera pompeiana.
Quarta foto: Papa leone XIII. Tra il Sommo Pontefice e l’Avvocato Bartolo Longo ci fu un profondo sodalizio strategico in favore della promozione del Rosario. Il santo Padre benedì il progetto del Periodico nell’incontro avuto con il Beato il 3 febbraio 1884.


*Un secolo di vita per il Rosario e la Nuova Pompei
Solo il tempo può giudicare la consistenza, la bontà e la verità di qualsiasi Opera. Ogni realtà sociale, da questo punto di vista subisce il giudizio della Storia, che è tanto più vero quanto più la realtà giudicata è antica.
Questo vale anche per la storia sociale e religiosa della Nuova Pompei. Ma se i fatti, le iniziative e gli eventi che ne hanno caratterizzato la vita sin dai primi passi potevano dispensarla, proprio per la loro intrinseca inconfutabilità, dall’attendere il giudizio del tempo, ora anche questo so aggiunge a testimonianza di quale presenza Dio e Maria hanno arricchito questa città.
La sua storia è ormai secolare. Son trascorsi ben 109 anni dall’arrivo dell’immagine dellaLavoro e serenità colti dal fotografo agli inizi del secolo. Madonna, bel 106 dalla pubblicazione dei 15 Sabati, e ben 105 dalla Novena per impetrare le grazie nei casi più disperati. L’anno scorso, poi, abbiamo
celebrato il centenario della Supplica. Ma anche quest’anno un altro centenario si aggiunge a quelli già celebrati. E questa volta al nostro periodico, a “Il Rosario e la Nuova Pompei”, raggiunge il prestigioso traguardo.
(Foto a destra: lavoro e serenità colti dal fotografo agli inizi del secolo)
Fu, infatti, il 7 marzo del 1884, che la nuova pubblicazione vedeva la luce per la prima volta.
Nell’articolo introduttivo, dopo aver dato ragione del titolo, il Beato Bartolo Longo così proseguiva: «Uscendo con così lieti auspici e sotto si potente nome, a noi è grato augurarci che, sino a che durerà la Chiesa di Pompei e la Regina delle Vittorie benedirà delle sue grazie gli amorosi suoi figlioli, avrà vita il periodico che ora vede la luce per nostro mezzo».
A distanza di cento anni possiamo constatare la profonda intuizione del Beato. Il periodico è più che mai vivo nonostante le stagioni trascorse ed è strumento insostituibile del rapporto tra la vergine del Rosario e tutti i rosarianti, devoti ed amici della famiglia pompeiana sparsi nel mondo.
Circa 300.000 copie raggiungono ogni due mesi, i nostri amici, vicini e lontani, ed è incalcolabile il bene che esso produce nel segreto dei cuori.
È nell’intimità dello spirito che va colto il successo della nostra pubblicazione.
Ma un secolo è trascorso ed è impossibile, in questa straordinaria circostanza, non ringraziare tutti quelli che ancora oggi vi sono impegnati. Un ringraziamento particolare, però, va a voi, amici lettori, che continuate generosamente a sostenerci e ad esserci di stimolo perché il nostro periodico possa realizzare sempre più la finalità per cui è nato.  (Autore: Sua Eccellenza Mons. Domenico Vacchiano  - Fonte: Il Rosario e la Nuova Pompei, Marzo 1984)


*Telegramma augurale di Giovanni Paolo II
“Là dove un tempo il mal genio del paganesimo lussureggiò – ora, tramite l’opera di Bartolo Longo -,
ogni scritto risuona delle lodi di Maria”.

Telegramma augurale di Giovanni Paolo II

Occasione Centenario Rivista  “Il Rosario e la Nuova Pompei”
Sommo Pontefice auspicando benemerito Periodico fondato dal Beato Bartolo Longo continui con sempre maggiore efficacia sua specifica missione di diffondere nel mondo devozione alla Vergine Santissima inculcando in particolare pia pratica recita corona Rosario invoca su Eccellenza Vostra sui membri della Redazione e su tutti gli abbonati e lettori larga effusione favori celesti et invia di cuore implorata propiziatrice Benedizione Apostolica segno sua benevolenza.
(Cardinale Casaroli - Fonte: Il Rosario e la Nuova Pompei, Marzo 1984)


*Quattro tappe della nostra rivista
Un periodico che narra prodigi ma che è esso stesso un prodigio.
Con il passare degli anni si ringiovanisce e cresce.
«Il Rosario e la Nuova Pompei», fu pubblicato per la prima volta il 7 marzo 1884, a Napoli, presso la tipografia Festa. Tiratura iniziale: 4.000 copie. Nasce così la prima  rivista del Rosario in Italia.
Nel settembre dello stesso anno si inizia la stampa a Pompei presso la tipografia del SS. Rosario. Bartolo Longo, il Fondatore, così commenta la nuova esperienza nel primo anniversario:
(Foto a destra: la stampa del periodico a Pompei significò anche occasione di lavoro per i pompeiani)
«E che dovremmo dire dei benefizi che questo periodico ha arrecato nel corso di un solo anno agli abitatori di questa Valle di Pompei? Per esso si è impiantata una Tipografia che abbiamo intitolata al SS. Rosario, dove due macchine tipografiche, di cui una perfettissima venuta da Parigi, sono in continuo movimento, per pubblicare diverse opere.
Per esso abbiamo rizzata una Legatoria con macchine da premere a da tagliar carte e rifilare libri.
Per esso abbiamo aperto una Sala di fanciulle operaie cucitrici e legatrici che portano ogni sabato alle loro case l’emolumento delle loro fatiche.
Per esso, ad istruire i fanciulli tipografi e rilegatori, abbiamo iniziata una scuola elementare serale, a cui convengono più di 50 fanciulli e giovanetti.
Per cagione di esso, noi, per fare tranquillamente lavorare i genitori e i poveri campagnoli, abbiamo aperto un Asilo Infantile, dove dalle ore 8 del mattino alle 4 del giorno raccogliamo oltre a 60 bambine…
Per esso abbiamo ottenuto dalla Direzione Generale delle poste un  Ufficio Postale, che ha nome
Valle di Pompei, e che per la importanza già acquistata nel corso di un solo anno, sarà tra breve elevato ad Ufficio di 2°   Classe».
Nel 1895 si stampavano 72.000 e, nel 1904, solo dopo venti anni, bem 120.000 copie, con discreta distribuzione all’Estero. Nel 1907, Bartolo Longo, pensando alle «decine di migliaia di lire per la stampa di ciascun fascicolo», commentava: «Il periodico dei miracoli è diventato esso stesso un vero miracolo».
Il 7 marzo 1909 si celebrarono le «nozze d’argento»:
«Oggi, 7 Marzo 1909, il nostro Periodico Il Rosario e la Nuova Pompei compie venticinque anni di vita: vita operosissima e, per divino aiuto, feconda di molto bene.
Ed oggi stesso i suoi grandiosi Uffizi, cioè le Sale per la stampa con le macchine e i caratteri tipografici, le altre Sede ove si stampava il Bollettino e altre pubblicazioni del Santuario.Sale per la legatura, con le macchine per piegare, cucire e tagliare i fogli, e i laboratori per la spedizione sono stati trasferiti dai locali ormai insufficienti, annessi all’Orfanotrofio femminile nella sede loro propria, cioè nelle nuove vaste e igieniche Sale costruite apposta e che fanno parte del monumentale Ospizio pei Figli dei Carcerati. Giacchè, come i lettori sanno, il lavoro per la stampa, per la legatura e per la spedizione del Periodico è fatto dai nostri fanciulli, raccolti dalla carità del mondo nell’Ospizio Educativo in Valle di Pompei».
«Nozze d’oro» nel 1934. La tipografia si arricchì ulteriormente di una veloce «rotocalco» della ditta Maschinen fabrik Augsburg Nurnberg (Germania) e di un «impianto fotografico». Commentava il cronista:
«Dopo cinquant’anni giudicate se esso è vivo, Centoquarantacinquemila copie! La squilla della Madonna risuona potente e risuona per tutto il mondo. Nessun pergamo è capace di raccogliere intorno a sé una simile udienza.
Questo Periodico è l’altoparlante di Maria.»
E in nessun numero, per cinquant’anni, ci sono mancate le grazie da pubblicare, anzi è stato uno sforzo continuo per rimandarle e per ridurle: per cinquant’anni mai, neppure una volta sola, ci è
mancata la collaborazione di Dio!
Un Periodico che narra prodigi ma che esso stesso è un prodigio.
Esultiamo!
Questo Cinquantenario è un nuovo Giubileo del Soprannaturale nella terra di Maria».
Il settantacinquesimo anniversario vide ancora una volta «ringiovanirsi» questa creatura nata dal cuore ardente dell’Avvocato Bartolo Longo. La scuola tipografica fu trasferita in un altro grande edificio Una "moderna" linea di linotype degli anni '60.ed arricchita di un Istituto Tecnico Grafico, il primo del genere nel Centro Sud. Le copie erano più di 200.000.
Oggi, alla fine del primo secolo, si distribuiscono circa 300.000 copie di cui più di 20.000 varcano gli Oceani. A guardare allineati i cento volumi della Rivista ed i 90 calendari si resta ammirati. Circa 30 mila pagine che cantano le glorie di Maria e la sua presenza a Pompeo.
Cos’ quest’anno, si celebra il primo centenario. Cento anni sono tanti per una persona ma tanti anche per una Rivista. Come per gli uomini così per le riviste «i centenari» sono rari.
Ma a differenza delle persone che si rassegnano ad abbandonare questa terra, il nostro Periodico, con il passare degli anni, pensa al futuro. Invece di invecchiare si ringiovanisce: come le cose dello spirito.
Abbiamo migliorato i contenuti e l’impaginazione, aumentando anche il numero delle pagine. Tenteremo, anche perché c’è stata richiesta, la traduzione in inglese per meglio raggiungere i nostri amici degli Stati Uniti, del Canada, dell’Australia, dell’Africa anglofana, dell’Oriente.
Ad imitazione dei nostri predecessori e per la gloria di Maria cercheremo di potenziare più questa «voce» di Pompei, che è voce della Madonna.
Non ci abbandonate ma continuate a starci vicino con la vostra benevolenza.  
(Autore: Pietro Caggiano  - Fonte: Il Rosario e la Nuova Pompei, Marzo 1984)


*Da un Giubileo all’altro
Il Bollettino testimone della felice coincidenza di feste giubilari pompeiane e Anni Santi
La celebrazione di un Anno Santo è un fatto ecclesiale così rilevante che non può sfuggire a nessuno, tanto meno Leone XIII invita i pellegrini a recarsi al "suo" Santuario di Pompei per celebrare l'Anno Santo.ad una Rivista pubblicata da un Santuario Pontificio come Pompei.
Del resto il Fondatore ben presto legò la proprietà e le sorti della sua Opera alla Santa Sede, mettendo così le premesse di una profonda sintonia ecclesiale. Basterebbe già questo per immaginare ’impegno di Bartolo Longo e degli altri Redattori nel presentare l’Anno Santo ai propri Lettori.
Ma per Pompei c’è una circostanza storica particolare. L’Immagine della Madonna vi giunse per la prima volta durante l’Anno Santo del 1875. Allora non c’era il «Rosario e la Nuova Pompei» che ne descrivesse la celebrazione.
Capita così – ma è provvidenziale – che i vari giubilei a Pompei coincidono con un Anno Santo. Tutto ciò viene sottolineato nel primo fascicolo del Bollettino del 1900: «Fratelli e sorelle, cui la dolce Corona della Madre nostra avvince di amore, voi avete cominciato l’anno nuovo 1900, l’”Anno Santo”, e l’avete cominciato consacrando al Signore del cielo e della terra la prima ora di questo anno che chiude il secolo decimonono,  Spedizione del Bollettinoe che la Chiesa Universale ha dedicato a Gesù Redentore, Re dell’Umanità e Re dei secoli…
Ma forse non tutti i Fedeli han posto mente che in questo  anno 1900 accade uno di quei fatti memorabili che sovrastano al pensamento umano, perché pendono da una segreta preordinazione divina.
Parecchi forse ignorano, o almeno non vi han pensato, che in quest’anno 1900, ai 13 di Novembre, si compiono venticinque anni dell’arrivo della Immagine Prodigiosa del Rosario in questa Valle di Pompei».
Appena accennato a questa coincidenza Bartolo Longo organizza le celebrazioni per sottolineare i
due avvenimenti. Egli realizza sempre di più la vicinanza e la comunicazione di Roma e Pompei.
(foto a sinistra: Leone XIII invita i pellegrini a recarsi al "suo" Santuario di Pompei per celebrare l'Anno Santo)
«Invito tutti alle Feste giubilari… e in prima invito quei fedeli che pellegrineranno a Roma per guadagnare il Giubileo dell’Anno Santo… A questo modo Roma e Pompei, che sotto il paganesimo erano congiunte come la città dei piaceri alla città superba per la dominazione del mondo, anche oggi non saranno neppure per un’ora disgiunte…
Ecco dunque come anche oggi Roma e Pompei si danno il bacio di fratellanza suggellata dal culto alla Vergine del Rosario e dall’autorità del Papa, che è insieme capo della cristianità e Capo del Santuario di Pompei, e da tutti proclamato novello Pontefice del Rosario».La Basilica di San Pietro è, nell'Anno Santo, la meta provilegiata dei pellegrini. Processione aux flambeaux a chiusura dell'Anno Santo del 1975.
E alla fine dell’anno Bartolo Longo, quasi a riassumere i frutti, commenta: «… lo sterminato numero di Confessioni e Comunioni, cui non giungono a soddisfare venti confessori assiduamente inchiodati nel Tribunale della Penitenza… Nei due mesi di maggio e giugno 44.930 Comunioni e ben 4.099 S. Messe da aprile a giugno… un numero sterminato di pellegrini: nel solo mese di maggio oltre centomila persone».
Il Giubileo «d’oro» del Santuario coincise con l’Anno Santo del 1925. E quale non fu la sorpresa dell’ottantaquattrenne Bartolo Longo nel leggere queste parole in un messaggio del Papa Pio XI: «In questo volgente anno è evidente che moltissimi fedeli, segnatamente dalle regioni del mezzogiorno d’Italia, saranno per accorrere colà; ma non poca gioia arrecheranno a Noi tutti quelle che, dopo intrapreso santamente il pellegrinaggio a Roma, e dopo averlo più santamente compiuto, andranno a visitare quel celebratissimo Santuario Mariano, onde porre devotamente Noi stessi e loro sotto il patrocinio della Divina madre del Rosario, prima di far ritorno nella loro patria».
Ed i pellegrini vennero numerosi ed i frutti spirituali furono evidenti: «Qui, in questa Valle dei prodigi e della Carità, l’Anno Santo è stato un crescendo di fede sempre più luminosa, di risurrezioni spirituali sempre più sorprendenti, di emozioni religiose sempre più profonde…».
Lo stesso Pontefice Pio XI indisse nel 1933 l’Anno Santo per commemorare il XIX Centenario della Redenzione. Bartolo Longo era morto nel 1926 ed altri avevano preso la Redazione della Rivista. È impressionante lo zelo messo nell’illustrare tale evento. Più di sessanta pagine. Gli articoli sono lunghi e sostanziosi per contenuto teologico. In questa circostanza, poi, il Santuario si fa promotore della “Lega Eucaristica Universale” con questa motivazione: Pompei è «opera mariana ma tendente a divenire Opera Eucaristica… La Lega Eucaristica sta all’Opera Pompeiana come la cupola sta al Tempio».
Ovviamente il ricordo della Redenzione porta a parlare di Maria sul Calvario, ai piedi della Croce. «Nel presente  risveglio eucaristico Maria è la prima apostola del Santo Sacramento… Lourdes e Pompei sono oggi i due grandi poli delle anime… a Lourdes e a Pompei par che la Vergine ripeta, con solennità di prodigi e con soavità di ispirazioni, la biblica frase: “Venite, mangiate il Pane che mi appartiene, inebriatevi al vino che ho preparato per voi”».
L’Anno Santo 1950 viene salutato «Come iride di pace dopo il diluvio della Seconda Guerra Mondiale e come una musica irenica e serenatrice dopo lo scroscio di morte a largo raggio della bomba atomica». L’Anno si chiude con la proclamazione dogmatica dell’Assunzione. Il 75° Anniversario di PomPer felice coincidenza gli Anni Santi si celebrano in concomitanza con i Giubilei dell'arrivo dell'Immagine della Vergine a Pompei, La foto ritrae il Giubileo del 1925.pei viene coronato da questa proclamazione per la quale il Beato aveva lavorato venticinque anni.
Ancora una volta Pompei e Roma sono così vicini!
Finalmente il primo Centenario di Pompei che coincide con l’Anno Santo 1975.
Risuonano solenni ed ammonitrici le parole di Paolo VI invitanti alla conversione e riconciliazione. Sottolinea  «Parvus» (il cronista dell’epoca): «Per chi ha fede Pompei, da 100 anni, è la fontana
vivace ove ci si raduna per  l’abbraccio della fratellanza universale».  
A Pompei il sacramento della riconciliazione trova una delle sue più alte e commuoventi realizzazioni.
(Foto a sinistra: Per felice coincidenza gli Anni Santi si celebrano in concomitanza con i Giubilei dell'arrivo dell'Immagine della Vergine a Pompei. In foto il Giubileo del 1925)
L’Anno Santo Straordinario che stiamo vivendo, per magnanima concessione del Santo Padre celebrato a Roma e nel Mondo, ha visto a Pompei folle sterminate, preparate da Maria a celebrare la Redenzione Universale e la  personale riconciliazione.
Ed ancora una volta questo evento ha coinciso con una ricorrenza pompeiana.
Il Centenario della Supplica ha focalizzato l’attenzione di milioni di persone e il S. Padre ha voluto rendersi presente con radiomessaggio, preghiera del Rosario, invio del Cardinale Legato. Un’occasione in più, offerta con delicatezza materna da Maria, per farci incontrare con il Suo e nostro Signore.
Di tutta questa Grazia s’è reso fedele interprete e messaggero il nostro Bollettino.  
(Autore: Pietro Caggiano  - Fonte: Il Rosario e la Nuova Pompei, Marzo 1984)


*Un giornale dei miracoli
Fu questa l’idea propulsiva che spinse Bartolo Longo alla pubblicazione del Bollettino
La diffusione dell’esperienza religiosa do Pompei già nei primi anni dell’impegno apostolico di Bartolo Longo, ebbe dell’eccezionale.
L’eco di ciò che accadeva a Pompei, tuttavia, raggiunse ben presto proporzioni enormi allorché il
Beato aggiunse ai suoi molteplici impegni 1884. Bartolo Longo con li Prof. Ludovico Pepe davanti alla Tipografia del Santissimo Rosario quello dell’attività giornalistica.
Il suo primo articolo apparve sull’«Unità Cattolica», giornale di Torino, il 17 maggio 1883. Il Longo riferiva del programma e della partecipazione massiccia dei devoti in occasione della benedizione della prima campana del costruendo Santuario.
Ma il suo impegno in questo campo divenne centrale e fondamentale per tutta l’Opera pompeiana quando maturò definitivamente l’idea di stampare un proprio giornale.
Il Papa Leone XIII cui era giunto l’eco dei prodigi della Madonna di Pompei, quando ricevette in udienza privata Bartolo Longo che gli presentava l’indirizzo programmatico che avrebbe assunto la nuova pubblicazione, rimase scettico tanto disse: « Ma questo è un giornale molto difficile.
In Italia non ve n’è esempio; ce n’è solo qualcuno in Francia». Ma infervorato dalla parola suasiva del Longo, il Santo Padre dette il suo assenso e soggiunse: «Benedico le vostre intenzioni e la vostra nuova impresa».
Con la benedizione del Sommo Pontefice, con il consenso del Vescovo di Nola e dell’Arcivescovo di Napoli, con gli auguri e le adesioni di numerosi Vescovi e Prelati, il 7 marzo 1884  «Il Rosario e la Nuova Pompei», il periodico dei miracoli e della devozione alla Vergine del S. Rosario, prende il via e inizia la sua «missione», per portare conforto e speranza in tante e tante famiglie.
Nessuno aveva mai tentato di pubblicare in Italia un giornale che parlasse di miracoli. «La parola miracolo moriva sulla bocca dei fedeli, usciva cauta e riservata dalle labbra dei ministri della verità, perché ricevuta con generale scetticismo dalla scienza e dalle folle».
All’apparire della nuova pubblicazione i miscredenti accusarono Bartolo Longo di voler speculare sulla credulità del popolo e lo tacciarono di ipocrita e di imbroglione; ma Bartolo Longo, che credeva
fermamente quale testimone diretto dei prodigi che la Vergine operava in Pompei, non solo non trepidava ma intensificava il suo lavoro e le sue pubblicazioni mariane che divenivano allo stesso tempo sostegno per il mantenimento e lo sviluppo delle Opere pompeiane.
In breve tempo i quattromila abbonati del 1884, su cui il Fondatore aveva fatto affidamento per il lancio del Periodico, divennero oltre trentamila e aumentavano sempre più, tanto che nel 1887 Bartolo Longo così si espresse: «Tutta la Terra è avvampata dall’amore e dalla più tenera devozione alla nostra eccelsa Vergine e il suo celeste Rosario si recita dall’uno all’altro capo del globo».
A distanza di tre anni dalla pubblicazione del primo numero, il Beato di Pompei scrisse che nel solo 1886 le grazie concesse dall’amabile Regina furono 1376. Queste le grazie documentate e «quelle spirituali non documentabili, quelle che finiscono nel segreto delle coscienze, chi le può registrare?».
Ruggero Bonghi, sostenitore e ammiratore di Bartolo Longo in una delle sue prime visite al Santuario e alle Opere pompeiane disse a Don Bartolo: «L’uomo, per quanto si sforzi, non può vivere senza il soprannaturale e senza il lume della fede.
Don Bartolo, il vostro merito è stato questo: mentre in tutta Italia timidamente tutti tacevano, voi avete avuto il coraggio di parlare di miracoli, di soprannaturale e di Fede. Questo è stato il vostro grande segreto; perciò il mondo vi ha seguito».  
(Autore: Nunzio Tamburro - Fonte: Il Rosario e la Nuova Pompei, Marzo 1984)


*Il Protettore del Periodico
Il nostro Fondatore lo considerò fratello, Maestro e Protettore del Periodico
«Oggi, Nel Santuario di Pompei vi è un altare dedicato a S.Tommaso d'Aquino. Il quadro rappresenta il Santo che riceve dagli Angeli il cingolo della purezza dopo aver vinto gli ostacoli familiari alla vita religiosa.iorno sacro al più grande figliuolo dell’Ordine del Rosario, al Maestro sovrano, a quell’ingegno più che umano, angelico, che onora l’umanità tutta quanta, a quel Santo di celestial purezza e mansuetudine, che esordì la sua vita col nome e coll’affetto a Maria, in questo giorno 7 di Marzo, in cui l’astro maggiore della Scienza e dell’Ordine dei Predicatori fu dalla terra trapiantato a risplendere più luminoso in Cielo, viene alla luce il Periodico del Rosario. Conviene
dunque che la prima parola, il primo pensiero, il primo affetto, sia rivolto a Colui che è nostri fratello e maestro, consigliere ed amico, e che sarà di questo Periodico il potente protettore».
Questo testo sintetico sarà sviluppato soprattutto nel primo quinquennio del Bollettino. Illustri collaboratori, in una forma o nell’altra, celebrano vari aspetti della poliedrica figura dell’Aquinate. Interpretando il sottotitolo dell’epoca che recitava  «Periodico di Religione, di Storia e di archeologia» si scrissero saggi, articoli, poesie (Thomeidos) in onore del gran Protettore.
In pari tempo Bartolo Longo ne divulgò il culto ed estese a Pompei, il 25 maggio 1884, la Confraternita della Milizia angelica di S. Tommaso d’Aquino. Seguendo l’insegnamento del Papa Leone XIII, Bartolo Longo ripeteva che «fu propriamente la singolarità della sua virtù sorgente dalla sua altissima intelligenza… Prima innocenza, poi scienza… La virtù è la migliore preparazione per l’esercizio delle facoltà mentali e per l’acquisto della scienza».
San Tommaso aveva dunque le «carte in regola» per essere il Protettore di un Periodico con gli enunciati orientamenti. Nel 1902 a testimonianza dell’assistenza avuta, gli fece dedicare un Altare della Basilica.
Devozione mariana
È stato tanto scritto su S. Tommaso filosofo e teologo che potrebbe sembrare presunzione ritornare su di lui in queste pagine.
Tuttavia mi sembra utile sottolineare la sua devozione a Maria. Bartolo Longo scrivendo «esordì la sua vita col nome e coll’affetto a Maria» si riferisce a quanto raccontò il suo primo biografo Guglielmo di Tocco.
Ancora bambino, raccolse da terra un pezzo di carta su cui era scritta l’Ave Maria e l’accostò alle labbra come per gustare la dolcezza di quella preghiera.
Vicino a morire, il Santo che aveva chiesto alla SS. Vergine che gli ottenesse dal suo divin Figlio la perpetua verginità e la scienza in onore di Lei, e che la Vergine gli aveva ottenuto tutte e due queste grazie.
Questi sono solo due episodi della sua vita, ma è nei suoi scritti che si trovano mirabilmente fuse insieme pietà e scienza mariana.
Pur non avendo scritto un trattato sulla Madonna, cosa del resto non comune a quel tempo, S. Tommaso parla  spesso di Lei – almeno 289 volte – negli scritti biblici, teologici e devozionali.
È a tutti noto l’equilibrio teologico dell’Aquinate. Egli non è il teologo scanzonato, quasi saccente, che prova diletto più nel distruggere che nel costruire; né il «pietista» che sconfina nella
superstizione. Egli non mira alla commozione irrazionale e passeggera del cristiano.
Egli è sempre equilibrato: rispettoso della tradizione, profondo conoscitore della problematica teologica del suo tempo; presentatore originale, ed anche ardito, della dottrina cristiana.  
Egli ama teneramente la Madonna, ma nel parlarne usa un linguaggio profondamente teologico, che non indulge a false esaltazioni e non favorisce un minimalismo offensivo della verità e della grandezza di Maria.
È stato egli a scrivere nella «Summa Theologica»: «La beata vergine, perché Madre di Dio, ha una dignità quasi infinita da quel bene infinito che è Dio». Ce n’è parecchio per lodare ed amare Maria: ma non bisogna «inventare» altri privilegi, che niente potrebbero aggiungere a questa radicale grandezza.
Commentando il testo di Luca 1,26: “Benedetta tu, tra le donne, scrive: È benedetta dalle donne per tre motivi:
1. Perché la libera dal nemico.
a) La donna, a causa del peccato, era schiava in modo speciale del demonio. Ma la vergine l’ha liberata da questa schiavitù, perché il Figlio Gesù distrusse il potere diabolico.
b) Cristo venne nel mondo «per distruggere con la sua morte, colui che aveva l’impero della morte, cioè, il diavolo» (Ebr. 2,14)
2. Per la sua solidarietà con tutte le donne, la Vergine offre ad ogni donna un motivo di difesa di fronte all’uomo.
a) Prima della Vergine, l’uomo poteva dire alla donna: «Per te io mi danno!», e la donna non poteva rispondere nulla.
b) Con La vergine, ogni donna ha il diritto di rispondere: «Se prima, tu o uomo per me ti dannavi, ora è per me che tu ti salvi».
3. Perché la Vergine onora altamente la donna presso Dio.
a) Prima della Vergine, Dio disprezzava la donna.
b) Con l’avvento della Vergine, la donna riacquista il suo onore presso Dio, perché con l’Incarnazione, lo stesso Figlio di Dio diventa figlio di donna. «Dio mandò il suo Figlio, nato da una donna» (Galati 4,2)
c) Per questo, noi salutiamo la Vergine: «Tu gloria di Gerusalemme; letizia di Israele; onore del popolo nostro» (Judt. 15,10) (trad. G. Polestra).
d) Bartolo Longo, che si preparò scrupolosamente alla redazione del Bollettino ed all’apostolato della stampa mariana, lesse attentamente le opere di San Tommaso e vi trovò alimento per i suoi scritti. In alcuni casi c’è l’esplicito riferimento all’autore; in altri si nota lo sforzo di «tradurre» per i lettori testi e concetti.
E sarebbe certamente interessante poter rintracciare quanto il nostro Beato bevve a questa fonte di pietà e teologia mariana.
(Autore: Pietro Caggiano)


*Un documento unico: la copertina del primo fascicolo de «Il Rosario e la Nuova Pompei»
La pagina centrale riproduce il testo ed il colore di un cimelio che è da ritenersi unico e che nonostante la sua scarna intelaiatura grafica rappresenta sicuramente un documento storico.
Più di un secolo fa, il 7 di marzo, Bartolo Longo pubblicava il primo numero del periodico «che celebrasse perennemente le lodi della Celeste Regina, narrando le opere portentose della Sua misericordia e facendo testimonianza altresì della rinnovata devozione per Lei».
Ottanta pagine stampate con estrema cura e con sobria eleganza, caratteri nitidi e ben impressi su
carta di  buona qualità; allestimento tipografico decoroso come si conviene ad un’opera a carattere essenzialmente devozionale.
Il fascicolo indossava un abitino celeste tenero tutto nuovo, agghindato e lustro, pronto a presentarsi al pubblico per la sua prima. (È affascinante immaginare Bartolo Longo che sceglie proprio quel colore quasi a voler propiziare un buon auspicio: celeste il manto della Madonna, il cielo all’alba, il vestitino di un bimbo neonato, la distesa immensa del mare… Breve sfogo fantastico di spigolatore!).
Il ritrovamento del cimelio è stato fortuito; una mera curiosità ci ha spinti a frugare in un fascio di carte in cartella intestata: “Fascicoli dispari”.
Alla sorpresa per il rinvenimento seguì immediata l’idea di utilizzare la scoperta per la nostra rubrica per parteciparla così agli appassionati devoti lettori.
Scoperta, sorpresa, cimelio, documento unico. Bisogna qui dar ragione dei termini ed aggettivi e ci apprestiamo a farlo esaminando attentamente il testo stampato.
Il Rosario e la Nuova Pompei: Binomio inscindibile così concepito dal pio fondatore; la preghiera per il cui tramite si intercede presso la Vergine che ha voluto la Sua casa in Pompei la Nuova, in posizione nettamente antitetica alla Pompei Vecchia terra “di ideali e di demoni”.
Il titolo resterà immutato, il fondatore del giornale non potrà mai più aver ripensamenti, la scelta è puntuale e definitiva.
Sottotitolo: Periodico di Storia, di Religione e di Archeologia. “Era dunque nostro pensiero e desiderio mettere fuori un periodico …mille infermità e debolezze ci toglievano dal cuore di assumere un’altra impresa strabocchevolmente superiore alle nostre forze”. “È difficile fare un giornale di miracoli…”. Lo sgomento si avverte in queste confessioni ma non traspare minimamente la rinunzia all’imperioso e deciso disegno; nella mente del devoto invasato d’amore per la Madonna, riaffiora l’acume dell’avvocato l’intuito della pubblicista.  
Il periodo dunque tratterà di storia, religione, ed archeologia. Storia ed archeologia due sezioni di provato pubblico interesse inserite nel giornale a salvaguardia della vita del giornale stesso ed a sostegno di esso quasi a preservarlo dalla temuta disattenzione dei lettori per le vicende di fede e per i racconti di miracoli.
Il secondo fascicolo del 7 aprile del 1884 riporta il sottotitolo seguente: Periodico di Religione, Storia ed Archeologia.
L’Avvocato ci informa che del primo numero ne ha distribuite oltre quattromila copie, ce l’ha fatta, non ha più dubbi, scriverà infatti nel sottotitolo Religione prima di Storia e di Archeologia, lo farà ancora sulle tre ristampe dei primissimi numeri che dovrà approntare con sollecitudine per soddisfare le numerose richieste dei devoti.
Al terzo anno il sottotitolo sarà solamente: Periodico mensile. La Storia e l’Archeologia saranno episodi trattati incidentalmente nel contesto del giornale che sarà tutto della Madonna e annunzierà “i progressi sempre maggiori del Tempio di Pompei e le grazie sempre più innumerevoli largite da Maria”.
(Autore: Nicola Avellino)


*Lo spirito del Periodico
Ascoltare gli uomini per ritrovare in essi Dio
Se Bartolo Longo si fosse trovato presente oggi nell’ufficio di redazione di questo «suo» periodico, divenuto nostro per eredità spirituale, conoscendo quello che abbiamo fortuitamente appreso, avrebbe già consegnato la sua bozza di stampa, per mettere i lettori nella condizione di vivere la propria fede attraverso la testimonianza di certi fatti e di certe azioni che, per la loro
straordinarietà, non sono comprensibili in termini di logica e rimandano a coscienze nel campo del prodigioso e del provvidenziale.
Divulgare questi fatti significa confermare l’intento e lo spirito del Periodico: ascoltare gli uomini per ritrovare in essi e per essi la voce di Dio creatore, del Cristo redentore, della Madre intermediaria fra il mondo e il cielo.
Il fatto che narreremo coinvolge personaggi veramente esistiti ed esistenti, che vivono fra noi, i quali tuttavia, preferiscono l’anonimato, non per tema di smentita, ma per evitare che i loro nomi e la loro professione possano influenzare lo stato d’animo del lettore, vuoi per pregiudizio, vuoi per convinzione di fede.
Il protagonista principale, per la vicenda che vive,, sembra quasi ritagliato da quella pagina manzoniana che fra tutte, sembra meglio esemplificare il profondo tormento di chi, vissuto a lungo nelle tenebre e per le tenebre, nella pienezza di un potere materiale, nel rifiuto esplicito di quanto di umano possa nascondersi nel cuore di ogni uomo e nel mondo, ripercorre la china, diciamo provvidenzialmente, attraverso un percorso stupito e doloroso insieme; come se a percorrerlo non fosse lui stesso ma un altro, che non conosceva e che pure, coabitava nella sua esistenza di uomo potente e prepotente.
Le nostre circostanze ci portano indietro nel tempo, ricollegandosi al presente più vicino: siamo nel fervore dei primi anni di affermazione della democrazia a Pompei e del nostro Paese, quando le antitesi sono evidenti, quando si distinguono nettamente colori, emblemi, ideologie ed idee, quando nelle sale consiliari vi è un pubblico attento, spesso inquieto, e gli stessi consiglieri non mancano di aggressività.
I personaggi della vicenda sono due, su due sponde ideologiche opposte e vivono attivamente il loro progetto in un Scuola Tipografica - Composizione a mano.tempo nel quale non esistono forze intermedie, dove gli attacchi sono giocati il tutto per tutto, anche al di là della stessa logica.  
Tempo di mutamenti e di progressive affermazioni.
In uno scontro in piazza i due interlocutori, usando un linguaggio diverso, si addentrano nella foga di una discussione ed uno di essi chiama in causa la Madonna, con tono e attributi per nulla
ortodossi.
Dinanzi a questo linguaggio che non tocca chi lo ha espresso, perché egli non crede in nulla, l’altro non può trattenersi e gli dice: «Senti un po’: cosa ci può entrare la Madonna fra me e te, che discutiamo di cose nostre; pensiamo a noi e lasciamo i Santi là dove si trovano».
L’intervento passa inosservato e forse riscuote una semplice scrollata di spalle, rimanendo sperduto e inutile al momento.
Nel tempo però, qualcosa accadrà perché esso riaffiori, assumendo un rilievo che ha dello straordinario. I due personaggi, infatti, si perdono, si può dire di vista e molto probabilmente sono le stesse trasformazioni sociali a non metterli di fronte come un tempo.
Nel mese di gennaio do quest’anno si incontrano dopo tanto tempo, in piazza Bartolo Longo, nei pressi della casa Comunale. Il non credente si fa incontro all’altro, con l’aria di chi voleva incontrarsi proprio con lui, con l’urgenza di dirgli qualcosa. Superato il primo momento di convenevoli, del come stai e come non stai, uno di essi dice: «Io venivo proprio da voi caro… per assolvere una promessa.
Sono stato a lungo ammalato e nel letto delle mie sofferenze e dei miei timori, quando i ricordi mi si presentavano netti nella mente e avvertivo la nostalgia del paese e degli affetti familiari, fra tutto questo, io sentivo la vostra voce, mentre mi diceva che la “Madonna era estranea alle nostre discussioni e che non dovevo offenderla inutilmente”. Avrei voluto allontanare quel ricordo da me, ma non ci riuscivo.
Così in uno di quei momenti di lucidità e di intima riflessione, feci una promessa, che se avessi superato il pericolo, se avessi rimesso i piedi a Pompei sarei andato a visitare la Madonna in Chiesa e voi sul posto di lavoro, per dire a voi e a Lei quello che ho provato. In Chiesa sono stato proprio
ora e non ho fatto in tempo a raggiungervi che vi ho incontrato, come se una mano e una voce vi avessero guidato sui miei passi, per vivere insieme questo momento di chiarezza».
Quello che è accaduto è facile immaginarlo: i due protagonisti si sono abbracciati commossi fino alle lacrime, avvertendo dentro se stessi qualcosa di nuovo e di strano, che difficilmente sappiamo esprimere a parole e che neppure gli interessati sono stati in grado di fare, mentre raccontavano questa loro esperienza.
Come in ogni esperienza, anche da questa parte un messaggio particolare: per vivere la fede e la stessa esistenza ogni essere percorre una certa strada. In questo cammino accade che un gesto, una parola al momento giusto, superino l’affetto di qualsiasi sermone, di qualsiasi intervento esplicito.
Quella parola o quel gesto, apparentemente senza ripercussioni, possono costituire una forza latente che risale dalla “soglia” negli attimi in cui, come nella pagina manzoniana dell’Innominato, la luce si incunea da uno spiraglio, divenendo punto di riferimento per muoversi nel buio della stanza della propria coscienza e giungere ad aprire del tutto le imposte.
(Autore: Luigi Leone)


*Una luce che non accenna all'ecclissi
Il primo numero de “Il Rosario e la Nuova Pompei” vedeva la luce il 7 marzo 1884.
Nell’articolo introduttivo, dopo aver dato ragione del titolo, il Beato Bartolo Longo così proseguiva: “Uscendo con sì lieti auspici e sotto si potente nome, a noi è grato augurarci che, sino a che durerà la chiesa di Pompei e la Regina delle Vittorie benedirà delle sue grazie gli amorosi suoi figlioli, avrà vita il periodico che ora vede la luce per nostro mezzo”.
A distanza di appena due lustri, il Beato così ne descriveva i mirabili successi: “Tutta la terra è avvampata dall’amore e dalla più tenera devozione alla nostra eccelsa Regina, e il suo celeste
Rosario si recita dall’uno all’altro capo del mondo…
Difatti, entrato “Il Rosario e la Nuova Pompei”, nelle famiglie discordi, la Madonna insieme con esso vi ha fatto rientrare la pace.
Pervenuto nelle corsie degli ospedali, la Madonna di Pompei ha operato insperate guarigioni. Nelle case del dolore ha asciugato le lacrime più cocenti.
Giunto al capezzale del morente, la Madonna è apparsa e ha ridonato la vita. Penetrato nelle oscurità delle prigioni, la Madonna ha infuso in quei disperati la fede e la calma della rassegnazione. Dove si arresterà questo fulmineo progredire di tanta luce? Quando i fiori del sepolcro manderanno il loro tenue olezzo sull’ultimo quaderno del “Rosario e la Nuova Pompei?”
Nessuno lo sa, neppure noi lo sappiamo.
Questo solo sappiamo che il numero delle grazie della Vergine di Pompei non è chiuso ancora; e lo splendore di questa sua luce non accenna ancora ad ecclissi”.
Il periodico ha quasi cent’anni di vita e la sua luce diventa più vivida e vuole irradiare anche le vaste zone d’ombra che restano nel mondo ora che il Fondatore è stato elevato all’onore degli altari.
Ma è necessario che si rinnovi nella continuità, nel rispetto cioè del fine per il quale sorse. I tempi corrono e mutano, le mentalità  si adeguano ai tempi, le culture si sviluppano e si perfezionano ed i mezzi di comunicazione sociale devono adeguare il passo.
Il gruppo redazionale si è impegnato a questo lavoro che non si presenta facile, perché non è facile adeguarsi alla mentalità e contenere i gusti della grande famiglia dei lettori di ogni ceto sociale.
Trecentomila copie, infatti, vengono spedite in Italia e fuori per ogni numero.
Siamo, perciò, grati ai lettori che vorranno collaborare con i loro consigli perché “Il Rosario e la Nuova Pompei” porti una nuova aria nelle famiglie cristiane, così duramente provate in quest’ora di crisi, e le aiuti a rimanere unite nell’amore con la catena del S. Rosario perché la crisi si risolva in crisi di crescita. Come avvenne dopo pochi anni di vita del periodico.
Il Beato scriveva: “Da per tutto si erge il saluto mattinale e vespertino alla vergine del Rosario di Pompei; il mondo pare una famiglia che, a data ora, si raccoglie tra le domestiche mura ad infiorare di celesti rose la sacra immagine della Regina della Valle del Vesuvio. È stata opera nostra? No,  è stato il Rosario di Maria. È bastato il solo titolo del Rosario impresso alla nostra pubblicazione per produrre questo miracolo nel mondo”.
È la speranza che sosteniamo con la preghiera dei sacerdoti, delle suore, degli assistiti alle Opere pompeiane, fiduciosi nella protezione della vergine del Rosario e nell’assistenza del Beato Fondatore, il quale, verso la fine del terreno pellegrinaggio, scriveva nel suo testamento spirituale: “Vi lascio la pace”. E pace Egli ci ottenga con la sua intercessione!
(Da: “Il Rosario e la Nuova Pompei – Anno 96 – n.1 Gennaio 1981” Autore: † Domenico Vacchiano – Vescovo, Delegato Pontificio di Pompei)


*Il Cardinale Prisco – Collaboratore del Periodico
Dopo un silenzio di circa due secoli, ai primi dell’Ottocento, cominciò ad annunciarsi per l’opera di San Tommaso d’Aquino un rinnovato interesse; anche pensatori alla ricerca di nuove soluzioni ne risentirono l’influenza.  
Il moto di rinascita degli studi tomistici era dunque già in sviluppo, quando “a conferirgli nuovo impulso venne un’Enciclica Pontificia, la “Aeterni Patris” (1879) da Papa Leone XIII”.
Fu questi il primo di una serie di documenti autorevoli intesi a rendere il tomismo, se non la
filosofia “ufficiale” della Chiesa, come fu detto erroneamente, per lo meno la filosofia delle scuole ecclesiastiche, come quella che è la più “sicura” per la fede,
La corrente neoscolastica conservava molti dei caratteri che già appartennero alla scolastica medioevale; risultava, comunque, assai più incisivo l’aspetto problematico, il metodo critico, l’autonomia della ricerca filosofica, e ciò giustifica pienamente il prefisso “neo”, che sta ad indicare non soltanto un confronto cronologico, ma una caratteristica, aperta alla comprensione del pensiero moderno.
Il primo centro di irradiazione neotomistica in Italia fu creato dal canonico Vincenzo Buzzetti che, sin dal 1806 professore di filosofia nel seminario di Piacenza seppe rielaborare, in modo personale, la proposta filosofica di S. Tommaso d’Aquino alla luce di una rimeditazione puntuale dei dei più genuini principi della filosofia aristotelica.
Tra i suoi alunni vi fu Domenico Sordi che diresse numerose scuole di filosofia e che ebbe amicizia con uomini di grande ingegno tra i quali G. Pecci (fratello di Leone XIII).
D. Sordi ebbe dimestichezza con molti intellettuali di spicco, specialmente a Napoli, e fu spesso in corrispondenza con Gaetano Sanseverino, il più illustre restauratore della filosofia scolastica in Italia. Il Sanseverino, professore di filosofia nel seminario arcivescovile, con la collezione “Biblioteca cattolica”, la rivista “Scienze e fede” e “l’Accademia della filosofia tomistica” da lui fondata, diede vita ad uno studio “accurato e profondo” della dottrina di S. Tommaso.
Tra i suoi allievi brillò per acume e capacità di ricerca l’abate Giuseppe Prisco, divenuto poi Arcivescovo cardinale di Napoli, che diresse più tardi una scuola privata molto prestigiosa frequentata da un centinaio di studenti.  
In quel tempo, il giovane Bartolo Longo, destinato ad avere tanta parte nella futura dimensione culturale e religiosa dell’Italia meridionale, seguì i corsi della filosofia speculativa e pratica, nonché il corso di enciclopedia giuridica, per un biennio che gli servì come “vigorosa ginnastica delle facoltà intellettuali”.
Giuseppe Prisco era nato a Boscotrecase, un piccolo centro alle falde del Vesuvio, l’8 settembre 1833. Grazie alla protezione del Cardinale Sisto Riario Sforza aveva completato i suoi studi nel seminario di Napoli con il canonico G. Sanseverino che lo guidò con affetto paterno.
Nel 1856 fu ordinato sacerdote e, qualche anno più tardi, fu nominato professore di Filosofia nel Liceo Arcivescovile dove insegnò “Etica e diritto naturale”.
Contemporaneamente, un privato, dava lezioni di “Filosofia speculativa e morale” e di “scienze giuridiche”. Oltre al già citato Bartolo Longo, tra i suoi migliori allievi ebbe lo stesso Benedetto Croce.
L’abate e professore Giuseppe Prisco fu autore di numerosi saggi, molti dei quali vennero pubblicati
nella rivista “Scienza e fede” ed ebbero una vasta risonanza a livello internazionale.
Tra gli scritti più importanti ricordiamo: “Lo hegelianesimo considerato nel suo svolgimento storico e nel suo  rapporto con la scienza” (pubblicato prima in vari articoli nel 1866 e poi in un volume del 1868).
L’opera in questione riscosse ampi consensi e fu, sin dall’inizio, comunemente ritenuta punto di riferimento per quanti vollero continuare, in seguito, gli studi hegeliani.
Il Papa Leone XIII, nel 1866 lo nominò canonico della Cattedrale di Napoli volendo, in tal modo, dare una degna ricompensa all’uomo che tanti meriti aveva acquistato con i suoi studi tesi a diffondere il pensiero tomistico al di là degli spazi ristretti del mondo ecclesiastico.
Giuseppe Prisco, infatti, non si era limitato a ripetere stancamente il messaggio di S. Tommaso; aveva fatto molto di più: si era sforzato di collegare il pensiero tomistico con le correnti filosofiche più salienti del suo tempo. Senza timore alcuno e tuttavia senza arroganza.
Il tutto in una prosa scorrevole, elegante e misurata e con il tono sereno di chi preferisce dialogare con i suoi avversari facendo adeguato uso di una logica sottile e convincente.
Leone XIII continuò a seguire con particolare attenzione gli studi e l’operato di Giuseppe Prisco e nel 1896, con vivo disappunto dei nobili napoletani che si aspettavano un porporato scelto tra i rappresentanti del loro rango, lo nominò Cardinale e, due anni più tardi, Arcivescovo di Napoli. Il Papa, che con la “Rerum Novarum (1891)” aveva saputo lanciare “un preciso atto di accusa contro le esasperazioni del capitalismo, contro il padronato esoso, contro i ricchi che sembravano dimenticare la dignità umana dei poveri”, pose dunque, a capo della Chiesa napoletana non più un nobile, come voleva la consuetudine, ma un uomo dalle origini umili e dalla intelligenza geniale.
Ciò aveva un significato ben preciso: spalancare le porte della Chiesa ai princìpi della democrazia superando i “limiti paternalistici del vecchio cattolicesimo sociale”. In quell’epoca, intanto, sorgevano, sia nel Nord d’Italia che nel Mezzogiorno, società operaie cattoliche e casse rurali ad opera di sacerdoti e di laici, che con la loro azione seria e fattiva, seppero porsi come valida alternativa sia al socialismo che al capitalismo.
Il Cardinale Prisco, come si può rilevare da un esame attento della sua vasta produzione teologica e filosofica, aveva ben compreso che bisognava agire su piani diversi; su quello della fede che avrebbe dovuto radicarsi sempre più nell’animo della sua gente e su quello della cultura che avrebbe dovuto offrire un valido sostegno alla fede stessa.
A tale proposito N. Rocco, uno dei suoi biografi, scrive: “Tutti i suoi sforzi furono concentrati per la conquista logica, ragionata, fattiva, sicura di chi trascina il popolo.
A questo punto fondamentale e finale del suo programma egli diresse l’energia sempre giovane della sua dolce, ma imperiosa volontà, il mirabile vigore fisico dei primi anni del suo episcopato, la debolezza decadente, ma sempre scintillante, degli ultimi anni suoi… Il Prisco, inoltre, concorse a mantenere alto il prestigio del suo clero, attendendo con tutte le forze dell’animo suo all’educazione intellettuale, morale e soprattutto ecclesiastica dei giovani, chiamati da dio al sacerdozio…”.
Giuseppe Prisco fu capace di indagare nel vasto panorama del mondo filosofico del suo tempo con l’umiltà del ricercatore che si preoccupa di conoscere e di vagliare le dottrine degli avversari per coglierne gli aspetti positivi e per meglio comprendere il senso e la portata della stessa proposta
culturale cristiana.
E, inoltre seppe allontanarsi dalla consuetudine dei neotomisti di scrivere in latino le loro opere, consapevole della necessità di dare un’ampia divulgazione ad un messaggio che, in modo vivo e stimolante, avrebbe dovuto contribuire alla rinascita sociale e morale dell’Italia,
La morte lo colse a Napoli il 4 febbraio 1923. Con lui si spegneva una delle voci più autorevoli della filosofia italiana: una voce robusta e coraggiosa che aveva saputo indicare alle future generazioni il cammino da percorrere e le scelte di fondo che il mondo contemporaneo ha il dovere di non ignorare.
Il necrologio su “Il Rosario e la nuova Pompei” fu scritto dallo stesso Bartolo Longo, che ricordò i vari rapporti “di amicizia” con “l’alunno che l’ha vinta sul maestro, ma questi è ben lieto di confessare il suo errore”.  
Ma fu proprio il Fondatore del Periodico a “scoprire nel suo Maestro un valido collaboratore”.
A lui affidò i commenti ai documenti del Pontefice e gli articoli “forti” che “affermassero il miracolo del mondo”.

(Autore: Pasquale Matrone - Fonte: Il Rosario e la Nuova Pompei, giugno 1984)

Prima foto: Leone XIII nominò il Card. G. Prisco, Arcivescovo di Napoli e suo Vicario per il Santuario di Pompei.
Seconda foto: G. Prisco non dimenticò mai Pompei. Alla fine, le sue mani scarne quasi mai lasciavano la corona; la corona aveva sostituito la penna (B. Longo).
Terza foto: "Fin dal primo nascere del nostro periodico, il nostro amato maestro G. Prisco, ci offrì l'opera sua" (B.Longo) - Autografo di adesione alla collaborazione.


*Soggetti del Periodico
Le linee di un prestigioso disegno, evocate da un autografo inedito
1 - La Cronostoria dei prodigi ed avvenimenti straordinari del nascente Santuario di Pompei.
2 – Notizie sul progresso del Rosario nel Mondo, delle sue Chiese, delle sue confraternite, delle sue missioni incivilitrici.
3 – Effetti salutari e svolgimento morale e pratico dell’Enciclica del Papa Leone XIII del 1° Settembre 1883 nella Chiesa e nella civil comunanza.
4 – Sarà nostro studio far rivivere i sommi scrittori del Rosario e gli uomini più illustri dell’ordine Domenicano con il narrare la vita, con il riferirne o tradurne le opere, o brani o sentenze, a cominciare dai più antichi e notissimi, San Tommaso D’Aquino e Santa Caterina da Siena tra gli Italiani, tra i Tedeschi il B. Alberto Magno e il B. Enrico Susone, tra gli Spagnoli il Demostene Iberico, il Venerabile Luigi di Granata ed altri, a terminare ai moderni viventi.
Ma il nostro speciale intendimento è anche quello di rimettere in luce quegli uomini, tra i Domenicani, veramente benemeriti e grandi benefattori dell’umanità integratamente dimenticati, presentando la loro monografia e le eroiche gesta ed eccitamento di virtù.
5 – I terziari Domenicani si specchieranno nella vita dei loro Santi e Beati, Venerabili, che venereremo in questo periodico, nel quale leggeranno anche le illustrazioni della loro regola, e benefici, la storia, le indulgenze; sicché si troveranno alla fine un diario tutto loro proprio?
6 –  Il nostro Periodico non escluderà gli articoli letterari educativi e bibliografici.
7 –  Finalmente per dilettare anche i dotti, artisti ed archeologi, illustreremo il luogo prescelto dalla Vergine Santissima per il Suo novello Santuario con il descrivere qualche punto dell’antica Pompei e con il narrare gli scavi che di fresco si compiono in questa antica Città.
8 –  Per ubbidire alla voce  del Vice Gerente di Dio, il Sommo Pontefice, cioè per compiere il vero apostolato della stampa: val quanto dire, contrapporre la Stampa Cattolica alla stampa empia e libertina, vincendo le nostre debolezze ed insufficienze, tutto confidato nella protezione della Regina del SS. Rosario, daremo fuori il novello periodico con il titolo:
IL ROSARIO E LA NUOVA POMPEI  (Bartolo Longo)
Lo scritto, che si ripropone sostanzialmente ristrutturato e modificato nella forma ed in parte rimaneggiato nel contenuto, verrà dato alle stampe sotto forma di foglio volante per una specifica destinazione e più capillare distribuzione a livello di ogni ceto sociale.
Il puntuale intento di partecipare a tutti l’opera Pompeiana, i suoi mirifici progressi, un pungente stimolo al riesame della problematica della fede e della pietà cristiana, un invito accorato alla meditazione ed al recupero di una spiritualità in un’epoca storica così particolare e delicata per i rapporti tra Chiesa e Nuovo Stato Italiano, mentre la situazione politica era in fase di difficile e fervente travaglio in funzione di un equilibrio da raggiungere, in considerazione ancora della nuova speculazione filosofica ed impronta peculiarmente positivistica con estremi approdi al materialismo.
Del resto la nuova corrente investiva tutta l’Europa incidendo però più profondamento sulle coscienze degli italiani; quell’equilibrio politico – sociale, premessa ideale del programma unitario non poteva ancora essere raggiunto, vi erano ragioni etniche, culturali, condizioni socio-ambientali e più di tutto le profonde disparità di pensiero e di sentimento difficili a conciliarsi nonostante la volontà e gli sforzi del Governo dell’Italia Unita.
In tale temperie, la ventata di pensiero innovatore venuta da oltr’Alpe, la concezione positivista della vita, trovò il terreno fertile e l’impianto fu immediato su quelle coscienze; il fermento di crescita e di realizzarsi migrò anche al Sud d’Italia; la ricerca di un novello e felice assetto politico-sociale, era ancora l’antica speranza del popolo meridionale afflitto da laceranti condizioni di miseria, stanco e sfiduciato.
Il movimento positivista, sistema realista in sostanza, ammettendo di cogliere con i soli risultati scientifici indiscutibilmente il reale, si colloca in una prospettiva nettamente scientista.
L’Umanità infatti nel suo sviluppo storico e lo spirito nel suo processo evolutivo, solo attraverso
l’acquisizione dei dati della scienza riescono ad assicurare l’assoluta conoscenza di tutti i problemi umani.
Da ciò traspare chiaro l’evidenza della netta antitesi alla concezione del cristianesimo non solo, ma di ogni altro movimento religioso.
La Chiesa però, non rimane indifferente ed inerte, numerosi uomini con estremo coraggio e vigore tengono testa agli attacchi dei filosofi, da ogni parte levandosi voci autorevoli impegnate nella lotta per la verità e la fede.
Basti ricordare Rosmini, Pellico, Manzoni come i più grandi capifila di una foltissima schiera; le encicliche del Pontefice, la Civiltà Cattolica, il fiorire di una vasta letteratura popolare cristiana spesso edificante, più spesso singolare e pittoresca.
Abbozzato così il panorama spirituale di quel particolare momento storico, i risvolti negativi inerenti la fede insinuatisi in quasi tutte le coscienze e l’immane sforzo a reagire del pensiero cattolico, riesce più intellegibile la posizione che assume Bartolo Longo in quell’epoca di sbandamento morale, giustificandosi altresì l’ambizioso disegno del suo giornale che doveva narrare sì i miracoli ed i trionfi del novello Tempio di Pompei, ma più specificatamente rappresentare la voce di un figlio di quel martoriato Sud che si batteva per dimostrare le grandi verità della fede, la giustifica del ruolo della Chiesa, offrendo ai credenti ragioni di fiducia, temi e stimoli al ripensamento per gli increduli.  
(Autore: Nicola Avellino - Fonte: Il Rosario e la Nuova Pompei, Giugno 1984)


*In un giornale le "rotte" per la vita
Pompei, ha il volto di mia madre. Una donna di fede. Si "aggrappava", letteralmente, a quel Rosario prodigioso, icona del Santuario, per ogni decisione di vita. Insomma, sono cresciuto a pane e Rosario. E alla Madonna di Pompei mi "affido" per il cammino di una esistenza che, mi disse, ti riserverà gioie e dolori.
Tra le gioie più grandi, con quel ricordo, è aver "scoperto", per ben due volte, Pompei. La prima volta, quando, all’ombra del Santuario si stampava il quotidiano cattolico "Avvenire". Giornalisticamente sono nato lì, apprendista "abusivo" dai maestri Angelo Scelzo e Mimmo Tartaglia diventati, poi, due grandi amici. Poi, tanti e tanti anni dopo, ho riscoperto Pompei da apprendista "scrittore>", per il volume "La notte di Bartolo" che l’associazione "Amici di Bartolo Longo" ha voluto fortemente.
Ed ho ritrovato Angelo Scelzo che, pur ricoprendo prestigiosi incarichi vaticani, non ha mai lasciato Pompei guidando la rivista simbolo del Santuario. Quel "Il Rosario e la Nuova Pompei", potente voce di un Santo che, tra infiniti carismi, fu giornalista eccellente.
La rivista che parla a cattolici e a cattolici di mezzo mondo, coerente sempre, al lascito di Bartolo Longo: "Continuate, continuate, senza interruzione neppure di un minuto nell’opera del vostro
amore e della vostra carità…".
Lunga vita alla rivista, esempio di un giornalismo con l’anima. Mi ritornano in mente le parole del Santo: "Qui, in questa Valle di Pompei, dove ha i suoi prodigi la fede ma ha pure i suoi prodigi l’amore, ponete questa terza e più bella corona di carità sulla fronte radiosa di Maria".
Ecco, la rivista riannoda i fili con la mia infanzia, con i primi rudimenti di fede, con gli insegnamenti di mia madre, con il percorso di vita che, nella professione, ho tentato sempre di concretizzare, nei fatti: l’eticità del mestiere più affascinante del mondo. Lo ricordo a me stesso e ai tanti colleghi.
Giornalismo con al centro l’uomo, la sua dignità e la sua fragilità. L’uomo il cui inizio è pure una scommessa di fede. "Missus est Angelus…", ho ancora l’eco dell’omelia di Giovanni Paolo II a Pompei. Era il 21 ottobre del 1979.
Lo raccontai in uno dei miei primi servizi televisivi.
Dimenticavo! Pompei mi ha "battezzato" in tv nel segno del Papa. E tra realtà e fantasia, tra fede e mistero, venti anni e più dopo ho ambientato "La notte di Bartolo" storia di tre ragazzi difficili proprio a Pompei in un thriller all’ombra del Santuario.
Date e segni importanti.
Quando sulla mia scrivania arriva "Il Rosario e la Nuova Pompei" è come se un angelo custode mi ricordasse che c’è una mano invisibile che muove la nostra esistenza. Non ci resta che lasciarsi trasportare dalla lettura e dal destino…

(Autore: Massimo Milone – Presidente Nazionale Unione Cattolica Stampa Italiana)


 
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