Opere d'Arte nel Santuario - Istituto Aveta

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Opere d'Arte nel Santuario

Il Santuario > Pompei tra Cronaca Storia

*Deposizione di Gesù

Il Santuario è stato destinatario di due donazioni quanto mai significative per il valore artistico e religioso. Gli eredi dello scultore Francesco Pesce "Accettura (Pz)  1908 - Firenze 1992) sigg. Molinari-Zetti hanno generosamente offerto un gruppo scultoreo in bronzo rappresentante la Deposizione di Gesù dalla Croce.
Questa non è l’unica opera d’ispirazione religiosa eseguita dallo scultore F. Pesce, forse l’ultima in ordine di tempo, ma la più imponente per volume e la più "ispirata" per comunicazione di sentimenti.
Volti paesani, di un mondo lontano non più disprezzato, anzi desiderato, carichi di sentimenti profondi e positivi.
Giovani ed anziani accomunati da un gesto umanitario e di fede verso un "fratello" morto ammazzato ma innocente.
Di fronte al mistero della morte (e Gesù si è fatto in questo simile a noi) nessuno dei personaggi perde la serenità della Fede e della Speranza.
Collocata nella Cappella Sacramento della Penitenza potrà suggerire già la gioia della Risurrezione a chi ha sperimentato la morte per il peccato.

(Autore: Pietro Caggiano)
Foto: "La deposizione di Gesù" dello scultore F. Pesce (1908-1992)



*Francesca Saverio Cabrini e la Madonna di Pompei
Dal porto di Le Havre, in Francia, a New York e, poi, in Nicaragua, a New Orleans, a Panama, a Buenos Aires, nella capitale inglese Londra e a Liverpool.
Sono solo alcune delle tappe dei viaggi missionari di Santa Francesca Saverio Cabrini, canonizzata da Papa Pio XII nel 1946 e riconosciuta, nel 1950, "celeste patrona di tutti gli emigranti". Una santa attualissima, cui tanti guardano in un tempo, com’è quello d’oggi, in cui le statistiche rilevano interi popoli in movimento.
Qualcuno parla di 240 milioni di persone che, nel mondo, a causa delle guerre, della miseria, dell’assenza di lavoro, abbandonano il proprio Paese per trasferirsi in quell’altrove dove costruire una vita diversa. E Santa Francesca non viaggiava nella prima classe dei transatlantici, ma su umili navi che percorrevano l’Oceano impiegando decine di giorni per raggiungere la meta.
Lei, con alcune compagne, Missionarie del Sacro Cuore di Gesù, la congregazione di religiose che aveva fondato nel 1880. E viaggiava insieme agli emigranti.
Per usare un’espressione che Papa Francesco ha spesso pronunciato con riferimento ai sacerdoti: era una suora con "addosso l’odore delle pecore". La sua terra di missione era il cuore spezzato da chi partiva lasciando a casa ogni cosa se non i propri averi che riusciva a chiudere in una valigia stipata di abiti e ricordi.
Il 22 dicembre ricorrono i cento anni dalla morte di santa Francesca, che il Signore chiamò a sé mentre era in viaggio verso Chicago, nel 1917. Era già ammalata, minata nella salute dai luoghi
attraversati, spesso malsani e paludosi, eppure indomita serva di Dio e degli uomini. La religiosa aveva una particolare devozione per la Madonna di Pompei. Non a caso, in una nicchia prima dell’ingresso nella Basilica, il 7 maggio 1970 fu collocata una statua, opera dello scultore Domenico Ponzi, che la raffigura con una lampada tra le mani, simbolo della fede che arde.
Al suo fianco è un giovanissimo emigrante che scioglie la corda che tiene ormeggiata la nave nella colonna del molo, ultimo legame con la terraferma e la patria, in basso è l’iscrizione: "Santa Francesca Saverio Cabrini visitò il Santuario l’11 marzo 1893 per sciogliere il voto fatto durante la terribile traversata da New York al Nicaragua.
Tornò nel luglio 1898". E poi la frase finale, tratta dagli scritti di Madre Cabrini: "A Pompei trovasi la Madonna tanto buona": Dall’epistolario della Santa si evince che i viaggi nella città mariana erano anche motivati da altre grazie ottenute. L’8 febbraio 1893, scrive a Suor Cherubina Ciceri, direttrice della Casa di Granada, in Nicaragua: "Per la metà di marzo, io sarò già stata a Pompei a ringraziare la Madonna del miracolo della tua guarigione avendole promesso che entro un anno vin sarei andata. Sì, figlia mia, tu sei viva per la Madonna, vedi quindi di essere sua vera e fedele figlia".
Santa Francesca chiede e la Madonna risponde in modo concreto, proteggendo Granada, sempre in Nicaragua, dalla guerra: "Io confido – scriverà il 7 luglio 1893 alla stessa consorella – nella gran Madre e già promisi in nome vostro che tornerò a visitarla a Pompei e le faremo presto la cappellina in giardino per ottenere che si distenda la pace in tutta codesta Repubblica".
Alla Vergine che – come dice ancora Madre Cabrini – "par mi abbia promesso larghi aiuti per sempre all’Istituto", la Santa affida le sue suore: "Pregate sempre di cuore la Madonna di Pompei – le esorta – vi aiuterà in modo meraviglioso".
(Autore: Giuseppe Pecorelli)


*Il Silenzio di Gesù
del Pittore: Saverio Altamura

La storia di un quadro donato al Santuario: il suo autore, il pittore Saverio Altamura; il suo donatore, il filantropo Matteo Schilizzi e il giudizio artistico della famosa scrittrice Matilde Serao.
"S’avvicinava l’epoca di una Esposizione Universale a Parigi nel 1878. Pensai di fare un soggetto di Cristo. E scelsi il momento, che uno dei Scribi e Farisei a Lui, incatenato con funi, domandasse: Quid te ipsum putas?". È questa l’occasione, la motivazione e la scelta del soggetto fatta dal pittore Saverio Altamura, l’autore del quadro di cui presentiamo una bella riproduzione e la corrediamo con le consuete notizie di cronaca. Il Silenzio di Cristo, o Gesù tra i Farisei. Olio su tela: cm. 204 x 195, firmato, in basso a destra, S. Altamura – 1877. Il quadro, prima di essere spedito a Parigi per la mostra, rimase esposto per breve tempo, da solo, in una grande aula dell’Accademia delle Belle Arti in Napoli. Matilde Serao in quell’ambiente freddo, misterioso, avvolto in struggente malinconia, ebbe occasione di ammirare il quadro. Fu avvinta da profonda commozione, il mistero del Cristo crudelmente ingiuriato, suscitò in essa uno straordinario sentimento di pietà e nel contempo di ribellione interiore magistralmente espressi in un articolo che scrisse di getto. Con qualche taglio, lo riproduciamo: è un giudizio sofferto, il turbamento incontenibile di un’artista sensibilissima al cospetto di un’opera d’arte.  "È un episodio della passione di Gesù: gli leggono la condanna, dopo averlo flagellato. Son ebrei -  uno di essi, dalle spalle tarchiate, dalle braccia nerborute, stringe un flagello, indifferente se la discorre con certi altri; un secondo flagellatore sghignazza orribilmente, ed alza la verga quasi volesse continuare ancora. Alla destra di Gesù è un tale che gli strappa la tunica, a sinistra un altro che gli mostra con atto vero e vivace la condanna. Tutta questa gente, sebbene animate da sentimenti diversi, come l’odio, il disprezzo, la noncuranza, ha il tipo ebreo spiccato: carnagione scura, bruna, sopracciglia vicinissime, sguardo falso; quello poi che ha in mano la carta è un fariseo, un ipocrita che si rivela: labbra strette, su cui corre l’insulto, fronte bassa, mano rugosa. Guarda il Nazareno con invidia e con ira; invidia per quella sua serenità pacata; ira perché si vede vinto; e indica la sentenza. Ma il Nazareno non lo ascolta, non lo guarda: pensa.
A che pensa? Forse agli sconfinati orizzonti della sua Palestina che non vedrà mai più, alle campagne ridenti, inondate dal sole, al lento volo delle azzurre tortore, alle limpide notti, al cielo stellato e profondo che tante volte ha interrogato con lo sguardo, al placido lago di Tiberiade: egli che amò tanto la natura, pensa forse a tutto questo. O forse gli vengono in mente i cari compagni delle sue peregrinazioni, quelli che lo compresero e amarono; forse ricorda la dolce madre che dovette abbandonare così presto; forse colei che lo adorò sopra tutti; e pensa al loro dolore? No. In quello sguardo vi è qualche cosa di più largo, di più vasto: quel Gesù pensa al suo ideale, s’inebria di esso e dimentica l’individuo nell’universo. La fatale notte del Getsemani, in cui il dubbio lo ha sopravvinto, in cui ha visto scomparire l’anima e la sua immortalità, in cui ha sofferto lo spasimo dell’uomo che vede spezzarsi il suo sogno, quella notte è lontana; egli crede in sé, crede negli altri; ancora pochi giorni ed egli morrà; ma il mondo sarà scosso, rivoluzionato dal più grande concetto umanitario: la libertà dell’anima.
Io non mi intendo di pittura e molto meno di disegno, non conosco le scuole antiche e moderne e mi affido al solo mio gusto; non so, quindi, se la luce sia giusta nel quadro di Altamura, se le figure del secondo piano siano proporzionate a quelle del primo, se le pieghe degli abiti siano armoniose e via discorrendo. Ma quando una pittura mi colpisce e mi commuove, quando io vi
resto estatica lungo tempo davanti, dimenticando in quella sala vuota e fredda il mondo e la vita, quando la tela è illuminata da quel viso intelligente, pallido, buono, sofferente, quando in mezzo a quel gruppo di cretini, di ipocriti, di malvagi, vedo dominare viva e vera la persona del filosofo, del pensatore, del Maestro, io dico che il pittore è un artista, perché ha raggiunto il sommo dell’Arte.
Filosofo. Ho sognato su questa parola. Ho riveduto un altro paese bello e fecondo, culla della civiltà umana, ho riveduta la campagna sterminata e la lunga sfilata dei portici marmorei, sotto cui passeggiava gravemente un vecchietto, circondato da molti giovani. Il vecchio anche parlava ad essi di libertà, di anima, d’immortalità e quelli lo ascoltavano e lo amavano: come il Galileo, il vecchio maestro distruggeva gli idoli antichi, annientava il passato e creava l’avvenire. Ma in Grecia ebbero paura come in Gerusalemme, carcerarono il vecchio e gli dettero la cicuta; ed il Nazareno dovette morire. Così, attraverso il tempo, avevano comune il sacrificio i due più grandi martiri dell'Ideale: Socrate e Gesù". Il quadro fu esposto alla mostra. Cherles Blanc, un famoso critico d’arte francese, giudicò l’opera, "Una delle poche, venute d’Italia, che per il suo fare largo, per la sua esecuzione non leccata, ma
saggiamente libera e spigliata, si allaccia alla grande arte". L’ Arcivescovo di Parigi, osservando l’opera ne rimase affascinato al punto da avviare trattative con l’artista per acquistarla; desiderava collocare il quadro nella maestosa Chiesa del Sacro Cuore in avanzata fase di costruzione sulla collina di Montmartre a Parigi. Una fatale malattia condusse a morte l’illustre prelato ed in conseguenza le trattative furono interrotte; L’Altamura se ne tornò a Napoli portando con sé la grande tela che fu collocata, provvisoriamente, in un salone al piano terra del Villino Colonna in via Amedeo. E qui, attratti dalla fama e dalla notorietà acquisite dal quadro, giunsero, per ammirare il dipinto, la Contessa Costanza Gravina accompagnata da Matteo Schilizzi. Un signore milionario, greco di origine, banchiere, trasferitosi da Livorno a Napoli, per ragioni di salute. Divenne benemerito per molteplici opere filantropiche, specie in occasione del terribile colera del 1884; fu anche proprietario del Corriere di Napoli, fondato da E. Scarfoglio. Lo Schilizzi fu vinto dal fascino misterioso emanato dalla figura di Gesù, in primo piano nel quadro, e decise, senza indugio, di acquistare il pezzo. Versò a Saverio Altamura, autore e proprietario dell’opera, lire diecimila ed in più, pagò lire duemila, per corredare la grande tela di una bellissima, imponente cornice. Alcuni anni dopo, nel mese di giugno del 1887, Matteo Schillizzi, nel donare il quadro al Santuario di Pompei (soltanto per atto di ammirazione e di munificenza non devozionale), prometteva a Bartolo Longo "di venire a Pompei per ammirare i miracoli di civiltà che essi (Bartolo Longo e la Contessa) hanno attuato all’ombra di quelli della religione". S. Altamura, soddisfatto, commentò l’atto di donazione: "sicché questo quadro, che in principio pareva destinato ad un celebre Santuario, ha finito col decorare un altro non meno celebre del primo, e più caro, perché del mio Paese".
(Autore: Nicola Avellino)
Da: Il Rosario e la Nuova Pompei – n° 2 Marzo-Aprile 1990)

Prima Foto: L'opera "Il Silenzio di Gesù donato al Santuario di Pompei.
Seconda Foto:
Autoritratto del pittore Saverio Altamura, Olio su tela, 0,53 x 0,40. Napoli, Centro Tommaso Leonetti.
Terza Foto:
Il Mausoleo fatto costruire da Matteo Schilizzi sulla collina di Posillipo. C. W. Allers – La bella Napoli – Stoccarda 1892.
Quarta Foto:
La scrittrice e giornalista napoletana Matilde Serao (Patrasso 1856 – Napoli 1927).


*La Cupola di Angelo Landi, uno sguardo verso il Paradiso
Nel 1940 Papa Pio XII incaricò il Delegato Pontificio Mons. Antonio Anastasio Rossi, Patriarca di Costantinopoli, di bandire un concorso, per scegliere l'artista cui commissionare l'affresco della Cupola del Santuario di Pompei.
Il vincitore fra i partecipanti fu Angelo Landi da Salò. Egli iniziò la sua carriera artistica a soli vent’anni esponendo a Brera il suo primo quadro intitolato "Affanni", Anche se in seguito ha realizzato altre opere, la sua fama era legata principalmente all’attività di ritrattista.
Un lavoro difficoltoso
La decorazione della cupola di Pompei era difficoltosa per la sua struttura architettonica, la cupola centrale si compone architettonicamente di due tamburi sovrapposti: l’inferiore è completato da una calotta forata al centro, il superiore è traforato da finestroni e coperto da doppia cupola con cupolino.
Considerata l’anomalia delle due sfere sovrapposte, il pittore Angelo Landi superò gli ardui problemi che gli si presentavano per le decorazioni con il doppio affresco completamente staccato dal resto della chiesa, ma a tale difficoltà si aggiunse anche quella di integrare le nuove decorazioni con quelle svolte precedentemente da Fermo Taragni di Redona (BG), che con l’aiuto dei suoi collaboratori, aveva decorato quasi tutta la Basilica, e anche la parte inferiore della cupola, con medaglioni con le effigie dei "quattro Santi Dottori della Chiesa che hanno cantato le glorie della Madonna": San Giovanni Crisostomo, Sant’Ambrogio, San Giovanni Damasceno, San Bernardo di Chiaravalle, alternati a composizione di carattere pompeiano.
Oggi questi medaglioni sono nella sacrestia del Santuario. Angelo Landi avrebbe dovuto concludere il lavoro iniziato da Fermo Taragni, ma preferì decorare l’intera superficie della cupola per assicurare un’opera armoniosa.
Il tema. La visione di San Domenico
Il tema affidatogli dal Delegato Pontificio fu La visione di San Domenico, lo stesso tema che Bartolo Longo affidò a Vincenzo Paliotti per la decorazione della cupola originaria.
È la visione del Paradiso che il Santo ebbe in dono dalla Vergine Maria, Regina del Cielo, quale protettrice su tutti i figli dell’Ordine domenicano e su tutti i devoti del santo Rosario.
La storia della visione è nota ai figli del santo fondatore. San Domenico, una sera, stando in preghiera, vide in estasi il Paradiso: qui il Signore era assiso in trono e vi era alla sua destra la Beata Vergine Maria. Dinanzi a Dio, il Santo, vedeva religiosi di tutti gli Ordini, ma per quanto si sforzasse di guardare non ne vide neanche uno dell’Ordine da lui fondato: Piangendo, nel constatare ciò, non ebbe il coraggio di avvicinarsi né al Signore, né alla Madre sua. Allora la Madonna gli fece cenno con la mano di accostarsi a lei, ma egli non si mosse finché non fu il Signore a dirgli di avvicinarsi e chiedendogli il perché di tante lacrime. Domenico affermò che poteva osservare religiosi di tutti gli Ordini, ma del suo nessuno.
Allora il buon Dio gli chiese se desiderava vedere il suo Ordine e appoggiando una mano sulla spalla della Beata Vergine si rivolse di nuovo a Domenico dicendogli che il suo Ordine lui l’aveva affidato alle cure amorevoli della Madre sua. E dicendo questo la madonna allargò il mantello, del colore dei zaffiri, e sotto di esso egli vide una moltitudine immensa dei suoi frati. Visto tutto ciò, si inginocchiò e la visione scomparve.
L’artista pensò di rappresentare la Visione di San Domenico, raffigurando nella prima cupola una schiera di santi, angeli e beati, che si protraggono verso la Madonna raffigurata nella cupola superiore. La Vergine si sarebbe dovuta innalzare in un pulviscolo d’oro "di sol vestita", come canta il Petrarca, nel componimento 366 del suo Canzoniere, trascinando dietro il suo manto, i fedeli e i propagatori del Rosario.
L’artista pensò di servirsi dell’anomalia architettonica della doppia cupola per rappresentarvi un unico cielo, senza inserire nessuna membratura architettonica o apertura decorativa. Giuseppe de Mori ci spiega che il referente a cui si ispirò l’artista fu la cupola del Duomo di Parma, che Antonio Allegri, detto il Correggio, decorò.
Il capolavoro è composto da 327 figure in 507 mq. Di superficie dipinta. Le figure dovendo essere osservate da 57 mt. Di distanza sono alte 3 mt. E mezzo a quattro.
Il 3 ottobre 1942, quando vennero inaugurati gli affreschi di Angelo Landi da salò, il popolo esclamò "Madonna! Quello è un Paradiso".
Il pittore rappresentò nella cupola inferiore un corteo di Santi e Beati ed in posizione centrale collocò san Domenico.
La descrizione di un autentico capolavoro
Guardando San Domenico e muovendoci dalla sua sinistra incontriamo Santa Caterina de’ Ricci, nobile fiorentina, che regge davanti al suo rapito il Crocifisso. Accanto alla stigmatizzata fiorentina è inginocchiata la Beata Imelda Lambertini di Bologna, con le braccia protese al cielo. Raccolto in preghiera, segue San Pio V, il Papa di Lepanto. Sotto di lui, lungo il tamburo sottostante, Leone XIII e Pio X, i due Pontefici tanto benemeriti del Santuario di Pompei. Sullo stesso piano vi sono raffigurati gli orfanelli e le orfanelle delle opere della carità cattolica, che vivono all’ombra del Santuario, con il loro Fondatore, il Beato Bartolo Longo e un fratello delle scuole Cristiane, il Patriarca Antonio Anastasio Rossi e il suo Vicario, il Vescovo Vincenzo Celli.
Al di sopra vi è dipinta la principessa Maria Clotilde di Savoia Napoleone, del Terz’Ordine domenicano, inginocchiata presso il suo scudo, con le mani giunte intrecciate al Rosario, nel suo abito vedovile.
La "Santa di Moncalieri", com’è denominata la principessa Savoia, pare lì a preparare il gruppo delle tre regine. Prima delle cosiddette "tre regine", è la Beata Giovanna del Portogallo, figlia del re Alfonso, che rifiutò la corona del figlio di Federico III per essere fedele sposa di cristo. Segue la Beata Margherita d’Ungheria, della stirpe di re Santo Stefano, rinunciò al trono di Boemia e morì nel monastero fabbricatole dal padre Bela IV in un’isola del Danubio presso Buda. Genuflessa e rapita in estasi, la Beata Margherita di Savoia, monaca domenicana e fondatrice del monastero domenicano di Alba, dove si spense nel 1464. Ai piedi delle rispettive sante Regine vi sono tre corone che araldicamente le caratterizzano.
Inginocchiati, anch’essi, in orazione vi sono San Pietro Martire di Verona, con la penna che fu la sua spada contro i Manichei eretici. Il Beato Raimondo da Capua,
confessore di santa Caterina da Siena, Maestro Generale dei Domenicani, riformatore dellOrdine dei Predicatori. San Raimondo di Peňafort di Barcellona, confessore di Papa Gregorio IX, a terra il libro dei Decretali, saggio della sua sapienza e della sua cultura.
Incontriamo poi i giganti del Rosario: San Tommaso d’Aquino, Sant’Alberto Magno, Sant’Agnese
da Montepulciano, Santa Rosa da Lima e Santa Caterina da Siena: Il Dottore Angelico San Tommaso d’Aquino con in mano un volume aperto a simboleggiare la sapienza dell’autore della Somma Teologica, sul suo petto brilla il Sole che illuminò il suo tramonto terreno e gli accese i primi raggi della vita celeste.
Accanto a lui, nella sua austerità episcopale, Sant’Alberto Magno spiega le carte della sua dottrina. Dopo di loro Sant’Agnese da Montepulciano, inginocchiata in preghiera, mentre dei fiori sbocciano ai suoi piedi e il suo mento si costella di croci. Santa Rosa da Lima, primo fiore della santità dell’America Latina, incoronata di rose, appare il simbolo incarnato del Rosario.
Santa Caterina da Siena, sembra rapita da un’estasi, con in mano un candido giglio, meditabonda con il libri delle sue Lettere che stringe sul fianco.
Sul tamburo sottostante vi sono raffigurate la Carità e la fede. Le due virtù sono compendio di tutte le Opere di assistenza sociale fiorite dalle fede che brilla dalla vergine del Rosario, per poi propagarsi a tutti i fedeli.
Oltre a leone XIII e Pio X, Angelo Landi in solo quattro giorni ha dipinto magistralmente le figure di Pio XI e di Pio XII.
Pio XI è ritratto genuflesso sulla soglia della Porta Santa, rivestito degli abiti pontificali, la croce astile nella mano destra, nella sinistra l’olivo, offerta per la pace del mondo.
Pio XII, eretto nella sua figura ieratica, candido nell’immacolata talare, apre le braccia e le
distende nell’atteggiamento della sua universale paternità.
L’azione che nell’affresco inferiore appare statica e riposante, nella calotta superiore si apre potente e suggestiva. La Regina del Rosario trionfa e nel volo verso Dio spiega il manto come un’immensa vela, e nel suo turbine accorrono, attratti verso di lei, cherubini e serafini, schiere di religiosi e religiose e terziari dell’ordine domenicano, tra cui Simone di Monfort, vincitore degli eretici Albigesi, recante il vessillo delle Crociate. La polmonite contratta durante i due anni di lavorazione, portò l’artista ad allontanarsi varie volte da Pompei.
La morte colse l’insigne pittore nella città natale, Salò. Era il 16 dicembre 1944 mentre lavorava attorno ad una "Via Crucis", un estremo viatico di fede per lui che forse non aveva pensato al cielo se non nel periodo in cui dipingeva il suo capolavoro nel Santuario di Pompei.
L’impegno dell’Arcivescovo, Mons. Carlo Liberati, perché il tesoro d’arte e di fede tornasse all’antico splendore
Oggi questo capolavoro di arte è ritornato ad aprire il suo squarcio di paradiso per innalzare lo spirito di ogni pellegrino che giunge a Pompei verso la visione della gloria dei santi.
Grazie all’interessamento e allo zelo del nostro Pastore, S. Ecc.za Mons. Carlo Liberati, che da quando ha iniziato il suo ministero pastorale in questa Valle di Pompei continua attraverso la predicazione e l’esempio ad indicarci la strada per il cielo, il tesoro d’arte di questo tempio è
ritornato a parlare con i suoi colori, con i suoi simboli, con le sue immagini della gloria di Maria e del Cristo suo Figlio e Signore.
(Autore: Riccardo Pecchia)

*Una posa gentile, un gesto gentile

In un giorno di fine settembre 2013, fu notata una signora che, in Santuario, rivolto il viso verso la cupola, osservava le figure rappresentate da Angelo Landi nel suo affresco "Sogno o visione di San Domenico".
Aveva una foto tra le mani e indicava alla figlia questa o quell’immagine. Incuriositi, fu avvicinata e raccontò una storia sorprendente.
Nel 1939, ancora undicenne, Giovanna Vecchioni posò per il pittore, che la immortalò nella sua opera, conclusa nel 1941.
A ricordo di quell’incontro, la signora ha una dedica di Landi dietro la foto che la ritrae: "A ricordo di una posa gentile, un gesto gentile".


*La Maestra

È il di questo pannello bronzeo (cm 200 x 110) ideato dal Comm. Gian Paolo Quinto e modellato da Cesarino Vincenzi. Ma è anche la sintesi della vita di Rosina Quinto Bergonzoni. Il Comm. Gian Paolo, con pensiero gentile, ha voluto donare quest’opera come ex voto ed in ricordo dell’attività di insegnante della propria consorte, con l’augurio che essa rappresenti l’ideale della classe per i nostri alunni.
Scrive Mario Nebbiai: "È merito dell’Artista che ha saputo infondere nei protagonisti, immagini di pace interiore come le montagne <<sorgenti dalle acque>>!
E questa pace è in ognuno dei presenti, anche se per un attimo appena distolta dall’ingresso dalla <<comune>> di due allieve giunte in ritardo e accompagnate dalla severa, ma materna, figura del custode.
Ma, su tutti si taglia, ed è giusto che sia così, la figura della <<maestra>>, pacata e sicura: quel libro aperto, ma abbassato, alludendo al momento della riflessione, sintetizza l’afflato con gli allievi, quasi una sintesi di pensiero che aleggia sull’Opera".
Un’Opera figurativa veramente notevole che sarebbe bene restasse nel tempo, posta ad un’altezza dal suolo ben studiata, e trovasse degna parete a riceverla.
Perciò abbiamo pensato alla nostra scuola presso l’Istituto Sacro Cuore con i suoi 400 alunni; frequentano ancora le elementari, ma forse non è male presentare certe immagini fin dalla tenera età.

(Autore: Pietro Caggiano)
Foto: "La maestra" dello scultore Cesarino Vincenzi, su idea di Gian Paolo Quinto


*S.Michele, l'Angelo Protettore del Santuario e di tutte le Opere di Pompei
Un’artistica opera del Loverini
Al culmine del suo impegno pompeiano emerge in B. Longo la consapevolezza della celeste protezione. Alla consacrazione del Tempio (1891) si aggiunge la dedicazione di un altare a S. Michele.
Nel periodo dell’Aprile del 1891, Bartolo Longo, partecipando a tutti: fedeli e zelatori, sostenitori e devoti il grande disegno programmatico per le solenni cerimonie, affermava: "il culto religioso nella sua più sublime rappresentazione, la civiltà nei suoi ultimi portati del progresso: ecco il titolo più grande, più glorioso nella festa del prossimo maggio in Valle di Pompei. L’Opera Pompeiana, avviatasi a grandi passi alla sua pienezza, dimostra eloquentemente che tra la religione e la civiltà non poteva sussistere dissidio: la fede e la pietà creano e supportano la vera civiltà. "La religione, reintegrando il supporto logico ed ontologico della creatura con il creatore, tramite il culto, crea l’arte, la scienza, la beneficenza" (B.L.).
In dettaglio il programma prevedeva le grandi feste divise in due sezioni che potremmo, definire sacre e profane.
Il fastigio del culto
Giovedì, 8 maggio (1891) ore 8. Mattino. La consacrazione del Tempio: L’atto sacrale rappresentava, secondo il concetto di don Bartolo, la sintesi, il traguardo da raggiungere con ogni sforzo, il compendio di un passato di quindici anni, un segnale luminoso ed un sicuro pegno delle grandi speranze dell’avvenire.
La dedicazione di un altare all’Arcangelo San Michele: Singolare Protettore del Santuario e di tutte le Opere di Pompei.
L’erezione di un trono al Cuore di Gesù: L’esaltazione, nel perenne ricordo, della pietosa apparizione alla beata Maria Margherita Alacoque.
Giovedì 8 maggio ore 7. Sera. La scienza trova il suo fastigio nella nuova Pompei. Inaugurazione della luce elettrica.
Bartolo Longo, festante ed orgoglioso scrive nel suo periodico: "Fiat lux, sia fatta la luce e la notte sarà illuminata come giorno".
Nella cronaca della cerimonia leggiamo che il Cardinale Raffaele Monaco La Valletta secondo la previsione del programma pigiò con il pollice un bottone e la luce invase la Valle propagandosi contemporaneamente e con fulminea rapidità dalle sale delle officine tipografiche, all’orfanotrofio, alle sale di lavoro, e di qui, agli asili infantili, alle scuole; illuminò l’osservatorio, la Cupola del Santuario, la Piazza della nuova Pompei, le case operaie, la Posta, la Via Sacra, la Colonna Miliare, la piazza della Stazione e le altre vie adiacenti, già coperte di caseggiati.
L’elenco, non completo, non sembri enfatico o magniloquente; le opere enumerate erano state tutte concepite e realizzate da don Bartolo.
La beneficenza
Altro frutto significante della religione. Citiamo qualche passo più eloquente di B. Longo: "Anche la beneficenza celebrerà i suoi trionfi, o suoi progressi.
Oggi (1891) dopo tre anni, questo Ospizio, asilo di beneficenza, accoglie settantacinque orfanelle. Anche quest’anno esse, faranno la loro esposizione, dove metteranno in mostra i lavori compiuti nel corso dell’inverno ed i dono ricevuti. Tra questi primeggiano i vini che formeranno la prima esposizione enologica di carità a beneficio delle orfanelle inferme".
La profonda devozione di Bartolo Longo
B. Longo, profondamente devoto a san Michele, in forma solenne, partecipa ai fedeli tutti: "Raccolti nel Santuario della Regina degli Angeli, in questa Valle santificata, daremo onore all’eccelso Arcangelo, il luogotenente di Dio, il difensore della Chiesa Universale. Il singolare custode della regina degli Angeli, colui che ha protetto sempre la erezione del Tempio di Pompei. Lo chiameremo: Singolare custode di questo Santuario di Maria, Difensore di tutte queste opere nostre e Tutelare della Pompei che risorge cristiana sotto la protezione della Regina delle Vittorie" (B.L.).
La radice di tanta devozione a San Michele, in Bartolo Longo, va ricercata, riportandosi più indietro nel tempo, esaminando gli accadimenti verificatisi ai primordi della prestigiosa opera pompeiana. In questi primi anni, il fondatore era impaziente di dare inizio alla edificazione di un altare, anzi si sentiva intimamente incitato da uno stimolo che non gli concedeva né tregua né quiete. Teso con tutto se stesso e con ogni mezzo alla conquista di quel prestigioso traguardo credeva "che il demonio, il quale suole mettere in campo tutte le sue male arti per opporsi all’opera di Dio" (B.L.), non avrebbe potuto vincere l’ardore dell’animo suo, la fermezza dei suoi propositi. Tuttavia, "Per tristi prove assai presto ebbi ad avvedermi quale energia spiegasse Satana per impedire che fosse elevato un Tempio e quale potere esercitasse sulla terra di Pompei dove da secoli aveva avuto incontrastata signoria" (B.L.).
Contro gli assalti del demonio, era necessario, sosteneva Bartolo Longo, opporre un guerriero, un difensore potentissimo che proteggesse la chiesa: per tale primaria necessità, per un efficace protezione si rivolse fiducioso a San Michele, "quel Principe celeste che, come scacciò dal cielo Lucifero, angelo ribelle, son certo, scaccerà Satana da Valle di Pompei" (B.L.).
L’erezione di un altare nel Tempio
Leggiamone la gustosa narrazione di don Bartolo: "Per la decima volta spuntava l’alba degli 8 maggio indorando dei primi raggi del sole il cratere del Vesuvio e la vetta più alta del monte Gauro, che a questo Santuario si eleva di rincontro. Sulla più alta delle tre vette che sormontano quel monte, apparve un dì San Michele arcangelo al vescovo di Castellammare, San Catello, mentre pregava con Sant’Antonino Abate vescovo di Sorrento e chiese loro che in quel luogo innalzassero un tempio in onore del principe degli Angeli" (B.L.)
Fin dal 1872, Bartolo Longo, mettendo piede per la prima volta a Pompei, aveva chiesto notizie per conoscere la storia del monte Gauro e, nell’apprendere che sulla vetta più alta si ergeva un tempio dedicato a S. Michele, "illuminato dalla grazia, avevo disposto al tutto in cuor mio che anche in questa Valle avrei, un dì, innalzato un altare al glorioso S. Michele" (B.L.).
La tela. Lavoro di Ponziano Loverini
Della nutrita corrispondenza intercorsa tra il Maestro e Bartolo Longo, sebbene essenziale per la conoscenza più puntuale del progetto e dell’esecuzione del grande quadro di San Michele, con rincrescimento non ci è consentito, solo per ragioni di spazio, far cenno. Siamo stati invece attratti da uno scritto di Bartolo Longo, tuttora in bozze, del quale furono stampate solo tre pagine, nel periodico dell’anno 1891 e, nonostante se ne annunciasse la continuazione, il seguito non fu più pubblicato. Trascriviamo per tanto qualche passo illuminante per la conoscenza del gusto e della finissima educazione estetica dello scrittore: "... nell’Arcangelo vincitore, che occupa e rischiara del suo dolcissimo splendore il mezzo della tela, convergono e si fondono le due parti estreme del dipinto, tanto diverse nell’atteggiamento delle figure, nella intonazione dei colori, nella distribuzione della luce. In alto gli angeli vittoriosi scintillano e si piegano in una schiera che si dilegua gradatamente; in basso, tra le tenebre fitte, solcate da lampeggiamenti sinistri che prorompono dall’abisso infernale or ora dischiuso, precipitano i ribelli completamente sgominanti. Tra gli uni e gli altri si erge San Michele, che mentre è in stretto rapporto con gli Angeli fedeli perché loro duce, con quelli ribelli perché loro vincitore, con la viva tonalità del suo colorito, acceso qua e là dai riflessi del balenio infernale, rende possibile i8l passaggio dalle tinte dolcissime del coro trionfante a quelle risentite e dure dello sconfitto e della fiammeggiante caligine che lo incalza e gli si addensa intorno […].
Sotto questa figura (San Michele) ed in completo contrasto con essa, si distende orizzontalmente Lucifero, nell’ombra sinistra che gli fanno intorno due ali sterminate di pipistrello. Dove però singolarmente risplende la somma maestria e l’arte squisita del professor Loverini, è nella terribile espressione del volto. La parte inferiore di essa è celata dal manto, quella superiore foscamente adombrata dalla negra capellatura, trae dagli occhi furenti, dalla fronte corrugata l’apparenza della più rabbiosa disperazione che si possa immaginare. Il volto di Lucifero serba ancora qualche pallida traccia di antica bellezza, ma terribile nell’atteggiamento, truce nella espressione, folgora dagli occhi lampi sinistri che svelano l’ambascia di chi è stato raggiunto da un castigo ignominioso ed eterno […]. In altre parole, nel quadro mirabilmente dipinto dal Loverini, non è riprodotto il concetto della
vittoria, perché allora sarebbe stato necessario che Lucifero fosse apparso tra le fiamme dell’inferno e l’Arcangelo tra gli splendori dell’empireo; ma è in quella vece rappresentato solo il primo momento dopo la vittoria, onde sulla tela di cui si parla è colto quell’attimo fuggevole nel quale, mentre il debellato ribelle precipita tra le fiamme dell’abisso, il fedele vincitore rientra tra le angeliche schiere".
A conclusione, una arguta osservazione comunicataci da P. Buondonno, pompeiano, missionario, indirizzato e sostenuto da Bartolo Longo alla scuola Apostolica dei Monfortani. Il fondatore commissionava il quadro e l’artista, appena abbozzato, lo sottoponeva al benestare del committente a cui rivolgeva l’invito di fare osservazioni o proporre suggerimenti prima che l’esecuzione dell’opera potesse essere definita. Così avvenne anche per la pala da sistemare sull’altare di San Michele.
Bartolo Longo, ricevuto dal Loverini il bozzetto, lo rispedì all’artista con questa osservazione: "Mi piace assai il complesso del quadro: è un vero poema. Però mi permetto di fare un rilievo: Lucifero, sotto i piedi di San Michele, lo ha fatto troppo bello, creda a me che lo conosco personalmente, egli è molto più brutto, occorre tenerne conto nella sua opera".

(Autore: Nicola Avellino)

Prima Foto: La statua dell’Arcangelo Michele nel tempio a lui dedicato sul monte Gauro nel complesso del Faito.
Seconda Foto: Il Santuario di San Michele sul monte Gauro.
Terza Foto: La vetta più alta del monte Gauro. Qui, secondo una tradizione, ripresa anche da Bartolo Longo, San Catello, vescovo di Castellammare di Stabia, e Sant’Antonino, vescovo di Sorrento, avrebbero ricevuto un’apparizione dell’Arcangelo Michele.
Quarta Foto: il dipinto di San Michele Arcangelo, collocato nella cappella a lui dedicata nel Santuario di Pompei, è opera del pittore Ponziano Loverini.


*Il Quadro dedicato al grande Santo francese - San Giovanni Battista de La Salle
"Il Cardinale Luigi Maglione, Segretario di Stato di Sua Santità Pio XII, il 6 maggio 1939, consacrò solennemente l’Altare maggiore e la nuova Basilica tra l’esultanza e la benedizione del popolo".
Quest’iscrizione, incisa in una lapide marmorea posta alle spalle del Trono della Madonna nel Santuario di Pompei, ricorda una data storica per il tempio mariano, un giorno che, ogni anno, è commemorato con il rito della discesa del Quadro che si svolge a due giorni dalla Supplica dell’8
maggio.
Tra l’altro, nel 2019, si è celebrato un anniversario speciale: gli ottant’anni dalla consacrazione del Santuario, ampliato e reso ancora più bello per volontà dell’Arcivescovo Antonio Anastasio Rossi, Prelato di Pompei dal 1928 al 1948.
Tra le opere realizzate nel 1939 e di recente sottoposte a restauro grazie all’aiuto dei benefattori vi è anche la tela dell’artista Aurelio Mariani (1869–1939) che raffigura San Giovanni Battista de La Salle tra i suoi ragazzi.
Fu un educatore illuminato, innovatore nel campo della pedagogia e venerato come Santo della Chiesa per aver consacrato la sua vita all’educazione dei bambini poveri e dei ragazzi di strada. Nel 1907, Bartolo Longo chiamò i Fratelli delle scuole Cristiane a dirigere l’Ospizio Educativo per i figli dei carcerati.


 
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