Opere d'Arte nel Santuario - Istituto Aveta

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Opere d'Arte nel Santuario

Il Santuario > Pompei tra Cronaca Storia

*Deposizione di Gesù

Il Santuario è stato destinatario di due donazioni quanto mai significative per il valore artistico e religioso. Gli eredi dello scultore Francesco Pesce "Accettura (Pz)  1908 - Firenze 1992) sigg. Molinari-Zetti hanno generosamente offerto un gruppo scultoreo in bronzo rappresentante la Deposizione di Gesù dalla Croce.
Questa non è l’unica opera d’ispirazione religiosa eseguita dallo scultore F. Pesce, forse l’ultima in ordine di tempo, ma la più imponente per volume e la più "ispirata" per comunicazione di sentimenti.
Volti paesani, di un mondo lontano non più disprezzato, anzi desiderato, carichi di sentimenti profondi e positivi.
Giovani ed anziani accomunati da un gesto umanitario e di fede verso un "fratello" morto ammazzato ma innocente.
Di fronte al mistero della morte (e Gesù si è fatto in questo simile a noi) nessuno dei personaggi perde la serenità della Fede e della Speranza.
Collocata nella Cappella Sacramento della Penitenza potrà suggerire già la gioia della Risurrezione a chi ha sperimentato la morte per il peccato.

(Autore: Pietro Caggiano)
Foto: "La deposizione di Gesù" dello scultore F. Pesce (1908-1992)



*Il Silenzio di Gesù
del Pittore: Saverio Altamura

La storia di un quadro donato al Santuario: il suo autore, il pittore Saverio Altamura; il suo donatore, il filantropo Matteo Schilizzi e il giudizio artistico della famosa scrittrice Matilde Serao.
"S’avvicinava l’epoca di una Esposizione Universale a Parigi nel 1878. Pensai di fare un soggetto di Cristo. E scelsi il momento, che uno dei Scribi e Farisei a Lui, incatenato con funi, domandasse: Quid te ipsum putas?". È questa l’occasione, la motivazione e la scelta del soggetto fatta dal pittore Saverio Altamura, l’autore del quadro di cui presentiamo una bella riproduzione e la corrediamo con le consuete notizie di cronaca. Il Silenzio di Cristo, o Gesù tra i Farisei. Olio su tela: cm. 204 x 195, firmato, in basso a destra, S. Altamura – 1877. Il quadro, prima di essere spedito a Parigi per la mostra, rimase esposto per breve tempo, da solo, in una grande aula dell’Accademia delle Belle Arti in Napoli. Matilde Serao in quell’ambiente freddo, misterioso, avvolto in struggente malinconia, ebbe occasione di ammirare il quadro. Fu avvinta da profonda commozione, il mistero del Cristo crudelmente ingiuriato, suscitò in essa uno straordinario sentimento di pietà e nel contempo di ribellione interiore magistralmente espressi in un articolo che scrisse di getto. Con qualche taglio, lo riproduciamo: è un giudizio sofferto, il turbamento incontenibile di un’artista sensibilissima al cospetto di un’opera d’arte.  "È un episodio della passione di Gesù: gli leggono la condanna, dopo averlo flagellato. Son ebrei -  uno di essi, dalle spalle tarchiate, dalle braccia nerborute, stringe un flagello, indifferente se la discorre con certi altri; un secondo flagellatore sghignazza orribilmente, ed alza la verga quasi volesse continuare ancora. Alla destra di Gesù è un tale che gli strappa la tunica, a sinistra un altro che gli mostra con atto vero e vivace la condanna. Tutta questa gente, sebbene animate da sentimenti diversi, come l’odio, il disprezzo, la noncuranza, ha il tipo ebreo spiccato: carnagione scura, bruna, sopracciglia vicinissime, sguardo falso; quello poi che ha in mano la carta è un fariseo, un ipocrita che si rivela: labbra strette, su cui corre l’insulto, fronte bassa, mano rugosa. Guarda il Nazareno con invidia e con ira; invidia per quella sua serenità pacata; ira perché si vede vinto; e indica la sentenza. Ma il Nazareno non lo ascolta, non lo guarda: pensa.
A che pensa? Forse agli sconfinati orizzonti della sua Palestina che non vedrà mai più, alle campagne ridenti, inondate dal sole, al lento volo delle azzurre tortore, alle limpide notti, al cielo stellato e profondo che tante volte ha interrogato con lo sguardo, al placido lago di Tiberiade: egli che amò tanto la natura, pensa forse a tutto questo. O forse gli vengono in mente i cari compagni delle sue peregrinazioni, quelli che lo compresero e amarono; forse ricorda la dolce madre che dovette abbandonare così presto; forse colei che lo adorò sopra tutti; e pensa al loro dolore? No. In quello sguardo vi è qualche cosa di più largo, di più vasto: quel Gesù pensa al suo ideale, s’inebria di esso e dimentica l’individuo nell’universo. La fatale notte del Getsemani, in cui il dubbio lo ha sopravvinto, in cui ha visto scomparire l’anima e la sua immortalità, in cui ha sofferto lo spasimo dell’uomo che vede spezzarsi il suo sogno, quella notte è lontana; egli crede in sé, crede negli altri; ancora pochi giorni ed egli morrà; ma il mondo sarà scosso, rivoluzionato dal più grande concetto umanitario: la libertà dell’anima.
Io non mi intendo di pittura e molto meno di disegno, non conosco le scuole antiche e moderne e mi affido al solo mio gusto; non so, quindi, se la luce sia giusta nel quadro di Altamura, se le figure del secondo piano siano proporzionate a quelle del primo, se le pieghe degli abiti siano armoniose e via discorrendo. Ma quando una pittura mi colpisce e mi commuove, quando io vi
resto estatica lungo tempo davanti, dimenticando in quella sala vuota e fredda il mondo e la vita, quando la tela è illuminata da quel viso intelligente, pallido, buono, sofferente, quando in mezzo a quel gruppo di cretini, di ipocriti, di malvagi, vedo dominare viva e vera la persona del filosofo, del pensatore, del Maestro, io dico che il pittore è un artista, perché ha raggiunto il sommo dell’Arte.
Filosofo. Ho sognato su questa parola. Ho riveduto un altro paese bello e fecondo, culla della civiltà umana, ho riveduta la campagna sterminata e la lunga sfilata dei portici marmorei, sotto cui passeggiava gravemente un vecchietto, circondato da molti giovani. Il vecchio anche parlava ad essi di libertà, di anima, d’immortalità e quelli lo ascoltavano e lo amavano: come il Galileo, il vecchio maestro distruggeva gli idoli antichi, annientava il passato e creava l’avvenire. Ma in Grecia ebbero paura come in Gerusalemme, carcerarono il vecchio e gli dettero la cicuta; ed il Nazareno dovette morire. Così, attraverso il tempo, avevano comune il sacrificio i due più grandi martiri dell'Ideale: Socrate e Gesù". Il quadro fu esposto alla mostra. Cherles Blanc, un famoso critico d’arte francese, giudicò l’opera, "Una delle poche, venute d’Italia, che per il suo fare largo, per la sua esecuzione non leccata, ma
saggiamente libera e spigliata, si allaccia alla grande arte". L’ Arcivescovo di Parigi, osservando l’opera ne rimase affascinato al punto da avviare trattative con l’artista per acquistarla; desiderava collocare il quadro nella maestosa Chiesa del Sacro Cuore in avanzata fase di costruzione sulla collina di Montmartre a Parigi. Una fatale malattia condusse a morte l’illustre prelato ed in conseguenza le trattative furono interrotte; L’Altamura se ne tornò a Napoli portando con sé la grande tela che fu collocata, provvisoriamente, in un salone al piano terra del Villino Colonna in via Amedeo. E qui, attratti dalla fama e dalla notorietà acquisite dal quadro, giunsero, per ammirare il dipinto, la Contessa Costanza Gravina accompagnata da Matteo Schilizzi. Un signore milionario, greco di origine, banchiere, trasferitosi da Livorno a Napoli, per ragioni di salute. Divenne benemerito per molteplici opere filantropiche, specie in occasione del terribile colera del 1884; fu anche proprietario del Corriere di Napoli, fondato da E. Scarfoglio. Lo Schilizzi fu vinto dal fascino misterioso emanato dalla figura di Gesù, in primo piano nel quadro, e decise, senza indugio, di acquistare il pezzo. Versò a Saverio Altamura, autore e proprietario dell’opera, lire diecimila ed in più, pagò lire duemila, per corredare la grande tela di una bellissima, imponente cornice. Alcuni anni dopo, nel mese di giugno del 1887, Matteo Schillizzi, nel donare il quadro al Santuario di Pompei (soltanto per atto di ammirazione e di munificenza non devozionale), prometteva a Bartolo Longo "di venire a Pompei per ammirare i miracoli di civiltà che essi (Bartolo Longo e la Contessa) hanno attuato all’ombra di quelli della religione". S. Altamura, soddisfatto, commentò l’atto di donazione: "sicché questo quadro, che in principio pareva destinato ad un celebre Santuario, ha finito col decorare un altro non meno celebre del primo, e più caro, perché del mio Paese".
(Autore: Nicola Avellino)
Da: Il Rosario e la Nuova Pompei – n° 2 Marzo-Aprile 1990)

Prima Foto: L'opera "Il Silenzio di Gesù donato al Santuario di Pompei.
Seconda Foto:
Autoritratto del pittore Saverio Altamura, Olio su tela, 0,53 x 0,40. Napoli, Centro Tommaso Leonetti.
Terza Foto:
Il Mausoleo fatto costruire da Matteo Schilizzi sulla collina di Posillipo. C. W. Allers – La bella Napoli – Stoccarda 1892.
Quarta Foto:
La scrittrice e giornalista napoletana Matilde Serao (Patrasso 1856 – Napoli 1927).


*La Maestra

È il di questo pannello bronzeo (cm 200 x 110) ideato dal Comm. Gian Paolo Quinto e modellato da Cesarino Vincenzi. Ma è anche la sintesi della vita di Rosina Quinto Bergonzoni. Il Comm. Gian Paolo, con pensiero gentile, ha voluto donare quest’opera come ex voto ed in ricordo dell’attività di insegnante della propria consorte, con l’augurio che essa rappresenti l’ideale della classe per i nostri alunni.
Scrive Mario Nebbiai: "È merito dell’Artista che ha saputo infondere nei protagonisti, immagini di pace interiore come le montagne <<sorgenti dalle acque>>!
E questa pace è in ognuno dei presenti, anche se per un attimo appena distolta dall’ingresso dalla <<comune>> di due allieve giunte in ritardo e accompagnate dalla severa, ma materna, figura del custode.
Ma, su tutti si taglia, ed è giusto che sia così, la figura della <<maestra>>, pacata e sicura: quel libro aperto, ma abbassato, alludendo al momento della riflessione, sintetizza l’afflato con gli allievi, quasi una sintesi di pensiero che aleggia sull’Opera".
Un’Opera figurativa veramente notevole che sarebbe bene restasse nel tempo, posta ad un’altezza dal suolo ben studiata, e trovasse degna parete a riceverla.
Perciò abbiamo pensato alla nostra scuola presso l’Istituto Sacro Cuore con i suoi 400 alunni; frequentano ancora le elementari, ma forse non è male presentare certe immagini fin dalla tenera età.

(Autore: Pietro Caggiano)
Foto: "La maestra" dello scultore Cesarino Vincenzi, su idea di Gian Paolo Quinto


*S.Michele, l'Angelo Protettore del Santuario e di tutte le Opere di Pompei
Un’artistica opera del Loverini
Al culmine del suo impegno pompeiano emerge in B. Longo la consapevolezza della celeste protezione. Alla consacrazione del Tempio (1891) si aggiunge la dedicazione di un altare a S. Michele.
Nel periodo dell’Aprile del 1891, Bartolo Longo, partecipando a tutti: fedeli e zelatori, sostenitori e devoti il grande disegno programmatico per le solenni cerimonie, affermava: "il culto religioso nella sua più sublime rappresentazione, la civiltà nei suoi ultimi portati del progresso: ecco il titolo più grande, più glorioso nella festa del prossimo maggio in Valle di Pompei. L’Opera Pompeiana, avviatasi a grandi passi alla sua pienezza, dimostra eloquentemente che tra la religione e la civiltà non poteva sussistere dissidio: la fede e la pietà creano e supportano la vera civiltà. "La religione, reintegrando il supporto logico ed ontologico della creatura con il creatore, tramite il culto, crea l’arte, la scienza, la beneficenza" (B.L.).
In dettaglio il programma prevedeva le grandi feste divise in due sezioni che potremmo, definire sacre e profane.
Il fastigio del culto
Giovedì, 8 maggio (1891) ore 8. Mattino. La consacrazione del Tempio: L’atto sacrale rappresentava, secondo il concetto di don Bartolo, la sintesi, il traguardo da raggiungere con ogni sforzo, il compendio di un passato di quindici anni, un segnale luminoso ed un sicuro pegno delle grandi speranze dell’avvenire.
La dedicazione di un altare all’Arcangelo San Michele: Singolare Protettore del Santuario e di tutte le Opere di Pompei.
L’erezione di un trono al Cuore di Gesù: L’esaltazione, nel perenne ricordo, della pietosa apparizione alla beata Maria Margherita Alacoque.
Giovedì 8 maggio ore 7. Sera. La scienza trova il suo fastigio nella nuova Pompei. Inaugurazione della luce elettrica.
Bartolo Longo, festante ed orgoglioso scrive nel suo periodico: "Fiat lux, sia fatta la luce e la notte sarà illuminata come giorno".
Nella cronaca della cerimonia leggiamo che il Cardinale Raffaele Monaco La Valletta secondo la previsione del programma pigiò con il pollice un bottone e la luce invase la Valle propagandosi contemporaneamente e con fulminea rapidità dalle sale delle officine tipografiche, all’orfanotrofio, alle sale di lavoro, e di qui, agli asili infantili, alle scuole; illuminò l’osservatorio, la Cupola del Santuario, la Piazza della nuova Pompei, le case operaie, la Posta, la Via Sacra, la Colonna Miliare, la piazza della Stazione e le altre vie adiacenti, già coperte di caseggiati.
L’elenco, non completo, non sembri enfatico o magniloquente; le opere enumerate erano state tutte concepite e realizzate da don Bartolo.
La beneficenza
Altro frutto significante della religione. Citiamo qualche passo più eloquente di B. Longo: "Anche la beneficenza celebrerà i suoi trionfi, o suoi progressi.
Oggi (1891) dopo tre anni, questo Ospizio, asilo di beneficenza, accoglie settantacinque orfanelle. Anche quest’anno esse, faranno la loro esposizione, dove metteranno in mostra i lavori compiuti nel corso dell’inverno ed i dono ricevuti. Tra questi primeggiano i vini che formeranno la prima esposizione enologica di carità a beneficio delle orfanelle inferme".
La profonda devozione di Bartolo Longo
B. Longo, profondamente devoto a san Michele, in forma solenne, partecipa ai fedeli tutti: "Raccolti nel Santuario della Regina degli Angeli, in questa Valle santificata, daremo onore all’eccelso Arcangelo, il luogotenente di Dio, il difensore della Chiesa Universale. Il singolare custode della regina degli Angeli, colui che ha protetto sempre la erezione del Tempio di Pompei. Lo chiameremo: Singolare custode di questo Santuario di Maria, Difensore di tutte queste opere nostre e Tutelare della Pompei che risorge cristiana sotto la protezione della Regina delle Vittorie" (B.L.).
La radice di tanta devozione a San Michele, in Bartolo Longo, va ricercata, riportandosi più indietro nel tempo, esaminando gli accadimenti verificatisi ai primordi della prestigiosa opera pompeiana. In questi primi anni, il fondatore era impaziente di dare inizio alla edificazione di un altare, anzi si sentiva intimamente incitato da uno stimolo che non gli concedeva né tregua né quiete. Teso con tutto se stesso e con ogni mezzo alla conquista di quel prestigioso traguardo credeva "che il demonio, il quale suole mettere in campo tutte le sue male arti per opporsi all’opera di Dio" (B.L.), non avrebbe potuto vincere l’ardore dell’animo suo, la fermezza dei suoi propositi. Tuttavia, "Per tristi prove assai presto ebbi ad avvedermi quale energia spiegasse Satana per impedire che fosse elevato un Tempio e quale potere esercitasse sulla terra di Pompei dove da secoli aveva avuto incontrastata signoria" (B.L.).
Contro gli assalti del demonio, era necessario, sosteneva Bartolo Longo, opporre un guerriero, un difensore potentissimo che proteggesse la chiesa: per tale primaria necessità, per un efficace protezione si rivolse fiducioso a San Michele, "quel Principe celeste che, come scacciò dal cielo Lucifero, angelo ribelle, son certo, scaccerà Satana da Valle di Pompei" (B.L.).
L’erezione di un altare nel Tempio
Leggiamone la gustosa narrazione di don Bartolo: "Per la decima volta spuntava l’alba degli 8 maggio indorando dei primi raggi del sole il cratere del Vesuvio e la vetta più alta del monte Gauro, che a questo Santuario si eleva di rincontro. Sulla più alta delle tre vette che sormontano quel monte, apparve un dì San Michele arcangelo al vescovo di Castellammare, San Catello, mentre pregava con Sant’Antonino Abate vescovo di Sorrento e chiese loro che in quel luogo innalzassero un tempio in onore del principe degli Angeli" (B.L.)
Fin dal 1872, Bartolo Longo, mettendo piede per la prima volta a Pompei, aveva chiesto notizie per conoscere la storia del monte Gauro e, nell’apprendere che sulla vetta più alta si ergeva un tempio dedicato a S. Michele, "illuminato dalla grazia, avevo disposto al tutto in cuor mio che anche in questa Valle avrei, un dì, innalzato un altare al glorioso S. Michele" (B.L.).
La tela. Lavoro di Ponziano Loverini
Della nutrita corrispondenza intercorsa tra il Maestro e Bartolo Longo, sebbene essenziale per la conoscenza più puntuale del progetto e dell’esecuzione del grande quadro di San Michele, con rincrescimento non ci è consentito, solo per ragioni di spazio, far cenno. Siamo stati invece attratti da uno scritto di Bartolo Longo, tuttora in bozze, del quale furono stampate solo tre pagine, nel periodico dell’anno 1891 e, nonostante se ne annunciasse la continuazione, il seguito non fu più pubblicato. Trascriviamo per tanto qualche passo illuminante per la conoscenza del gusto e della finissima educazione estetica dello scrittore: "... nell’Arcangelo vincitore, che occupa e rischiara del suo dolcissimo splendore il mezzo della tela, convergono e si fondono le due parti estreme del dipinto, tanto diverse nell’atteggiamento delle figure, nella intonazione dei colori, nella distribuzione della luce. In alto gli angeli vittoriosi scintillano e si piegano in una schiera che si dilegua gradatamente; in basso, tra le tenebre fitte, solcate da lampeggiamenti sinistri che prorompono dall’abisso infernale or ora dischiuso, precipitano i ribelli completamente sgominanti. Tra gli uni e gli altri si erge San Michele, che mentre è in stretto rapporto con gli Angeli fedeli perché loro duce, con quelli ribelli perché loro vincitore, con la viva tonalità del suo colorito, acceso qua e là dai riflessi del balenio infernale, rende possibile i8l passaggio dalle tinte dolcissime del coro trionfante a quelle risentite e dure dello sconfitto e della fiammeggiante caligine che lo incalza e gli si addensa intorno […].
Sotto questa figura (San Michele) ed in completo contrasto con essa, si distende orizzontalmente Lucifero, nell’ombra sinistra che gli fanno intorno due ali sterminate di pipistrello. Dove però singolarmente risplende la somma maestria e l’arte squisita del professor Loverini, è nella terribile espressione del volto. La parte inferiore di essa è celata dal manto, quella superiore foscamente adombrata dalla negra capellatura, trae dagli occhi furenti, dalla fronte corrugata l’apparenza della più rabbiosa disperazione che si possa immaginare. Il volto di Lucifero serba ancora qualche pallida traccia di antica bellezza, ma terribile nell’atteggiamento, truce nella espressione, folgora dagli occhi lampi sinistri che svelano l’ambascia di chi è stato raggiunto da un castigo ignominioso ed eterno […]. In altre parole, nel quadro mirabilmente dipinto dal Loverini, non è riprodotto il concetto della
vittoria, perché allora sarebbe stato necessario che Lucifero fosse apparso tra le fiamme dell’inferno e l’Arcangelo tra gli splendori dell’empireo; ma è in quella vece rappresentato solo il primo momento dopo la vittoria, onde sulla tela di cui si parla è colto quell’attimo fuggevole nel quale, mentre il debellato ribelle precipita tra le fiamme dell’abisso, il fedele vincitore rientra tra le angeliche schiere".
A conclusione, una arguta osservazione comunicataci da P. Buondonno, pompeiano, missionario, indirizzato e sostenuto da Bartolo Longo alla scuola Apostolica dei Monfortani. Il fondatore commissionava il quadro e l’artista, appena abbozzato, lo sottoponeva al benestare del committente a cui rivolgeva l’invito di fare osservazioni o proporre suggerimenti prima che l’esecuzione dell’opera potesse essere definita. Così avvenne anche per la pala da sistemare sull’altare di San Michele.
Bartolo Longo, ricevuto dal Loverini il bozzetto, lo rispedì all’artista con questa osservazione: "Mi piace assai il complesso del quadro: è un vero poema. Però mi permetto di fare un rilievo: Lucifero, sotto i piedi di San Michele, lo ha fatto troppo bello, creda a me che lo conosco personalmente, egli è molto più brutto, occorre tenerne conto nella sua opera".

(Autore: Nicola Avellino)

Prima Foto: La statua dell’Arcangelo Michele nel tempio a lui dedicato sul monte Gauro nel complesso del Faito.
Seconda Foto: Il Santuario di San Michele sul monte Gauro.
Terza Foto: La vetta più alta del monte Gauro. Qui, secondo una tradizione, ripresa anche da Bartolo Longo, San Catello, vescovo di Castellammare di Stabia, e Sant’Antonino, vescovo di Sorrento, avrebbero ricevuto un’apparizione dell’Arcangelo Michele.
Quarta Foto: il dipinto di San Michele Arcangelo, collocato nella cappella a lui dedicata nel Santuario di Pompei, è opera del pittore Ponziano Loverini.


 
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