Santi del 1 Febbraio - Istituto Aveta

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Santi del 1 Febbraio

Il mio Santo > I Santi di Febbraio

*Sant’Agrippano - Vescovo e Martire (1 febbraio)

Martirologio Romano: A Puy-en-Vélay in Aquitania, in Francia, Sant’Agrippano, vescovo e martire, che tornando da Roma nel Vélay si dice sia stato ucciso dagli idolatri.
Originario della Spagna, sarebbe stato consacrato vescovo a Roma dal papa san Martino I, intorno al 649, e inviato quindi a governare la diocesi di Puy-en-Velay.
Dopo essersi a lungo adoperato nella conversione degli eretici ariani ed elvidiani, di ritorno da una missione a Roma, fu catturato dai pagani, che lo uccisero decapitandolo a Chiniac (Vivarais); questo villaggio in ricordo del martirio di Agrippano fu poi chiamato, dal suo nome, Saint-Agrève.
Dolcidio, a lui succeduto in quella sede episcopale, provvide in seguito a far trasportare le sue spoglie a Puy per sistemarle nella locale chiesa di Saint-Etienne; trasferite più tardi nella collegiata di Saint-Agrève, dove il 6 aprile 1522 si procedette anche alla loro ricognizione, furono finalmente traslate nella chiesa di Saint-George (1680), allorché la collegiata di Saint-Agrève dovette essere abbattuta per le sue pessime condizioni.
Profanate durante la Rivoluzione, le reliquie di Sant'Agrippano andarono quasi totalmente disperse, per cui non rimane oggi che un frammento del cranio, tuttora conservato nella cattedrale di Le Puy.
La sua festa si celebra il 1° febbraio, mentre il 6 novembre ricorre l'anniversario della sua ultima traslazione, secondo quanto fu allora disposto dal vescovo Antoine de Chabannes.
(Autore: Gérard Mathon – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant’Agrippano, pregate per noi.


*Santa Ammonisia - Vergine e Martire  (1 febbraio)

Prima domenica di febbraio (Celebrazione Mobile)
Il piccolo centro valsesiano di Scopa venera come sua compatrona di questa Santa, le cui reliquie, come attestato dall’autentica che ne dichiarava il recupero dalla catacomba di Priscilla nel 1750, giunsero nella parrocchia, chiesa matrice di tutte le comunità della Val Grande, tramite i fratelli Giovanni Antonio e Pietro Antonio Pianazzi, la cui famiglia era emigrata da alcune generazioni a Roma.
La data d’arrivo della reliquia è il 1755, come riportato sull’iscrizione di una lapide presso l’altare della Santa e fu sistemata nella cappella di San Marco; come testimonia il Lana, ancora nel 1840, le ossa erano visibili all’interno di una piccola urna di legno, posta sopra l’altare, che a stento le
conteneva. Soltanto nel 1880, per la sensibilità dell’allora pievano don Giuseppe Canziani, esse furono ricomposte in una figura di cera ricoperta da un vestito realizzato dalle ragazze del paese, che fu poi collocata in un’urna più grande.
Contemporaneamente si provvide anche a conferire un nuovo assetto, seppur risultato poi poco armonioso, all’altare dove si doveva riporla, che da allora s’intitolò ad Ammonisia. Riguardo alla presenza di questa presunta martire, invocata a Scopa come protettrice dalle inondazioni del Sesia che scorre poco lontano dalla chiesa, va ricordata la violenta contestazione, organizzata da un gruppo di locali esponenti della massoneria, in occasione dei solenni festeggiamenti indetti per inaugurare gli interventi sopra descritti. L’accusa mossa al clero della parrocchia era quella di aver creato un nuovo oggetto di superstizione, promovendo il culto ad una santa inesistente per ricavarne un profitto economico, derivante dalle numerose offerte elargite per la copertura delle spese effettuate.
L’episodio s’inquadra in quel clima di diffuso anticlericalismo, più o meno manifesto, che fu presente in ambito valsesiano dalla fine dell’ottocento fino al primo conflitto mondiale e che i parroci locali cercarono di arginare con una riproposta di diversi elementi devozionali: culto mariano, culto eucaristico e venerazione dei santi locali, rispondendo alle provocazioni attraverso l’organizzazione di concrete manifestazioni di fede, quali pellegrinaggi, processioni e la pubblicazione di testi devozionali.
Del corpo Santo di Ammonisia si è occupato brevemente padre Antonio Ferrua, interpellato nel 1987 dal parroco locale per avere ulteriori notizie circa la presunta martire. Le ricerche compiute dal religioso gesuita hanno permesso di risalire a quello che, con molta probabilità, è l’epitaffio originario posto a chiusura del loculo da cui fu estratto il corpo poi fatto pervenire a Scopa.
Il testo, pubblicato dal Ferrua stesso in edizione critica, riporta il nome originale della defunta: Artemisia, modificato per ragioni cultuali in Ammonisia, l’iscrizione, infatti, così riporta: III – NON – MAR – ARTEMISIA – IN PACE.
Sulla stessa superficie figuravano anche sei monogrammi costantiniani ed una palma, allora interpretata, similmente al presunto “vaso di sangue” visibile nell’urna, come segno certo dell’avvenuto martirio, del quale manca invece ogni accenno nel testo riportato. A partire dal 1880 la devozione nei confronti di Ammonisia s’incrementò notevolmente tra la popolazione di Scopa, che da quell’anno dedicò ufficialmente alla Santa una festa annuale.   Inizialmente la ricorrenza era celebrata la prima domenica di marzo, fu poi anticipata alla prima di febbraio per permettere la partecipazione degli emigranti che, ritornati in autunno, ripartivano in primavera; ancora attualmente, in tale occasione, l’urna è portata in processione lungo le strade del paese.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Ammonisia, pregate per noi.   


*Beato Andrea Conti (De Comitibus) - Francescano (1 febbraio)

Anagni, 1240 - Piglio, (monte Scalambra), 1° febbraio 1302
Martirologio Romano: A Piglio nel Lazio, Beato Andrea dei Conti di Segni, Sacerdote dell’Ordine dei Minori, che, rifiutata ogni più alta dignità, preferì servire Cristo in umiltà e semplicità.
Andrea De Comitibus dei Conti di Segni, nacque ad Anagni verso il 1240; fu parente stretto dei Papi Innocenzo III, Gregorio IX, Alessandro IV e Bonifacio VIII, degli ultimi due fu rispettivamente nipote e zio. Dalla città di Anagni, che fu sede pontificia di alcuni Papi e in cui conobbe l’Ordine Francescano, facendone parte,  venne trasferito per suo desiderio nel vicino convento eremitaggio di Piglio, alle
pendici del monte Scalambra, dove rimase per tutta la vita.
In questo convento divenne modello perfetto di umiltà francescana e mortificazione, di modestia e di pietà.
Ancora oggi è visibile la grotta in cui trascorreva gran parte della sua giornata in preghiera e nella più dura povertà e penitenza.
Ma fu anche uno studioso, suo è il trattato “De partu Virginis” purtroppo andato perduto; ebbe doni carismatici da Dio nell’aiutare le anime, con consigli e miracoli, specie contro le insidie diaboliche.
Nel 1295 suo nipote il Papa Bonifacio VIII, voleva nominarlo cardinale, ma egli rifiutò tale dignità, preferendo servire la Chiesa nella sua solitudine.
A circa 62 anni, morì lì 1.2.1302 nello stesso convento romitorio del monte Scalambra, dove il suo corpo riposa tuttora nella chiesa di San Lorenzo dei Frati Minori Conventuali.
Il suo culto fu riconosciuto ed approvato da Papa Innocenzo XIII, l’ 11 dicembre 1724; durante l’ultima Guerra Mondiale, il suo sepolcro ricevé danni dal bombardamento alleato del 12 maggio 1944 e per ripararlo si fece una ricognizione delle reliquie, l’8 febbraio 1945.
Un’antica immagine del Beato datata al secolo XIV, si può vedere in un affresco di Taddeo Gaddi nella Basilica di Santa Croce a Firenze. La sua celebrazione liturgica è al 1° febbraio a Piglio (Frosinone) e nella diocesi di Anagni, in altre chiese francescane al 3 febbraio.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Andrea Conti, pregate per noi.      

 

*Beata Anna (Giovanna Francesca) Michelotti - Fondatrice (1 febbraio)
Annecy, Savoia, 29 agosto 1843 - Torino, 1 febbraio 1888
Anna Michelotti nacque ad Annecy, in Savoia, appartenente in quel tempo politicamente agli Stati Sardi. Rimasta precocemente orfana di padre, conobbe un’infanzia assai disagiata.
Se pure nella povertà, la famiglia Michelotti vive una intensa attività caritativa, soprattutto l’attenzione per i malati poveri.  
Ben presto questo segnò la sua vocazione alla consacrazione religiosa.
Studiò a Lione, nell’Istituto delle Suore di San Carlo, e il desiderio alla vita religiosa la spinse a chiedere di entrare nel loro noviziato.
Ma la sua strada era altrove. Nel 1863 rimase sola a causa della morte della madre e del fratello Antonio. Le sembra così di coronare la sua vita entrando nelle Piccole Serve a Lione, dove prese il nome di Suor Giovanna Francesca della Visitazione, in omaggio dei suoi concittadini Santi.  
Ma l’associazione si sciolse nel 1871 a seguito di problemi contingenti.  
Ritornando inizialmente ad Annecy, poi andò dai parenti paterni ad Almese, in Italia, ed infine, spinta dalla suo desiderio di consacrazione religiosa, a Torino.  
Qui, nel 1874, sotto la guida di alcuni sacerdoti intraprende la sua opera vestendo l’abito religioso con due postulanti. Nel 1875 viene approvato il nuovo istituto religioso delle Piccole Suore del S. Cuore di Gesù per gli ammalati poveri.
L’attività e l’opera delle Piccole Suore subisce tristi eventi e lutti, anche se le fondazioni di case si moltiplicano. La Beata fondatrice morì il 1 febbraio 1888.
Martirologio Romano: A Torino, Beata Giovanna Francesca della Visitazione (Anna) Michelotti, vergine, che fondò l’Istituto delle Piccole Suore del Sacro Cuore di Gesù per servire gratuitamente nel Signore gli ammalati poveri.
"Ho pregato tanto e parmi sia questa la volontà di Dio: vi è in me un ardente desiderio di consacrarmi
tutta a Gesù, nell’assistenza ai malati poveri".  
Questo pensiero, tra i pochi scritti che per umiltà ci ha trasmesso direttamente Anna Michelotti, indica una missione nata tra mille problemi, che proprio grazie ad una volontà straordinaria è ancora fiorente e feconda all’interno della Chiesa.
Anna nacque nell’Alta Savoia (all’epoca territorio del Regno di Sardegna), ad Annecy, il 29 agosto 1843.
Il padre, originario di Almese (Torino), morì giovane, lasciando la famiglia nella completa miseria. La piissima madre trasmise ai due figli una grande fede: il giorno della prima comunione visitò con Annetta, a domicilio, un povero malato. Quel giorno nacque un carisma.
La famiglia si recò ad Almese per la prima volta quando la giovane aveva quattordici anni, ospite dello zio canonico Michelotti.
Stabilitasi a Lione, qualche anno dopo, Anna entrò nell’Istituto delle Suore di San Carlo prima come educanda, poi come novizia.
Insegnare però non era la sua missione. Nel giro di pochi anni morirono la madre e il fratello Antonio, novizio dei Fratelli delle Scuole Cristiane: restava sola al mondo. Per mantenersi fece da istitutrice alle figlie di un architetto, ma era già “la signorina dei malati poveri”, perché appena poteva li cercava e si metteva al loro servizio.
Ad Annecy incontrò una certa Suor Caterina, ex-novizia dell'Istituto di S. Giuseppe, che nutriva i medesimi sentimenti: insieme diedero inizio, a Lione, a un’opera privata di assistenza dei malati poveri a domicilio. Col permesso dell'arcivescovo vestirono l'abito religioso e fecero la professione temporanea dei voti.
La nascente congregazione ebbe però vita breve a causa della guerra tra Francia e Prussia e nel 1870 la beata, vestita da suora, ritornò ad Annecy e poi ad Almese, da cui si portava spesso a Torino.
Passata la bufera Suor Caterina le chiese di tornare a Lione, obbligandola a ricominciare come postulante. Anna accettò umilmente, ma poi lasciò l’istituto per motivi di salute.
In quei giorni, pregando sulle tombe di San Francesco di Sales e Santa Giovanna Francesca di Chantal, sentì che la sua opera sarebbe nata al di là delle Alpi.
Tornò ad Almese a dorso di un mulo, proseguendo poi per Torino (settembre 1871).
Alloggiata a Moncalieri presso le signorine Lupis, per un anno, munita di scopa, si recò tutti i giorni a piedi in città alla ricerca di malati in difficoltà da servire.
Affittò poi una cameretta, confezionando guanti per sostentarsi, mentre alcune ragazze cominciarono ad aiutarla nel suo apostolato.
L’Arcivescovo Gastaldi, al principio del 1874, accordò che vestissero l’abito religioso nella chiesa di Santa Maria di Piazza: nasceva l'Istituto delle Piccole Serve del Sacro Cuore di Gesù che oltre ai tre voti ordinari prevedeva l’assistenza domiciliare gratuita agli ammalati poveri.
La fondatrice prendeva il nome di Madre Giovanna Francesca in onore dei fondatori dell'Ordine della Visitazione.
Gli inizi furono difficilissimi, contraddistinti da estrema povertà, abbandoni e decessi frequenti di suore.
Il superiore ecclesiastico e il medico della comunità consigliavano di chiudere l’istituto ma a incoraggiare la Madre ci fu l’oratoriano P. Felice Carpignano, di venerata memoria.
La Madre più di una volta fu udita esclamare, tra le lacrime, nell’appartamento affittato in Piazza Corpus Domini,  a pochi passi dal luogo in cui nacque l’opera del Cottolengo: "Sono disposta, o mio caro Signore, a ricominciare l'opera tua anche cinquanta volte se fa bisogno, ma aiutami!".
Il Signore l’ascoltò. Nel 1879 Antonia Sismonda, venuta a conoscenza delle misere condizioni in cui vivevano le Piccole Serve, le ospitò in una villa della collina torinese.
In seguito, nel 1882, riuscirono ad acquistarne una propria a Valsalice.
Madre Giovanna Francesca era la Regola vivente.
Donna di intensa preghiera, mortificava il suo corpo dormendo a terra o sopra un sacco di paglia, mescolando cenere alla minestra.
In Congregazione voleva suore generose, diceva: "Se sbagliate, discendete di un gradino, se vi umiliate, ascendete di tre".
Nel riprendere le religiose era a volte un po' forte ma queste l’amavano perché, anche in mezzo alle difficoltà, infondeva fiducia.
Leggeva e meditava con loro la S. Scrittura, raccomandando di "essere prudenti, zelanti e piene di carità”, cercando nei poveri Gesù Cristo.
Dovevano assisterli materialmente e spiritualmente, favorendo, se possibile, l’accostamento ai Sacramenti.
Prima di prendere una decisione importante chiedeva consiglio ai confessori e tra questi vi era Don Bosco.
La Beata non si sottrasse alla questua, recandosi nei pubblici esercizi in cui, a volte, veniva insultata.
Avrebbe voluto istituire un gruppo di suore adoratrici, ma poiché il superiore non lo  permise, dispose che ogni suora facesse quotidiana e profonda adorazione al SS. Sacramento.
Quando chiedeva una grazia particolare pregava con le braccia in croce, in ginocchio, allungando la mano verso il tabernacolo.
Dalla Francia aveva portato una statuetta della Madonna che fece benedire da Mons. Gastaldi.
Ogni tanto, tenendola tra le braccia, in processione per il giardino con le suore, pregava cantando le litanie.
Esortava alla recita del rosario e dell'ufficio della Madonna.  
Trasmise una profonda devozione alla Passione del Signore: il Venerdì Santo pranzava in piedi o in ginocchio, baciava i piedi alle religiose, prima di sedersi a mensa con un  tozzo di pane.
Negli ultimi anni di vita l’asma bronchiale costrinse sovente la Madre a letto.
Ritenuta inadatta a governare l'Istituto, in costante sviluppo soprattutto in Lombardia, ma ancor più perché i suoi modi risoluti non piacevano a un gruppo di suore anziane, il 26 dicembre 1887 fu esonerata dalla carica di superiora generale.
Accettò l'umiliazione, sottomettendosi per prima alla nuova superiora che lei stessa aveva suggerito.
Da quel giorno i dolori aumentarono, ma sorridendo diceva: "Per Gesù ogni sacrificio è piccola cosa", "Io sto per morire, ma voi non temete.  
Io continuerò ad aiutare e a dirigere le Piccole Serve del Sacro Cuore di Gesù e degli infermi poveri".  
Anna Michelotti morì il 1° febbraio 1888, il giorno dopo Don Bosco.  
Poche ore prima della morte permise, cedendo alle ripetute insistenze delle suore, di farsi fotografare.
Colei che per tutta la vita, dimentica di se stessa, aveva servito i più indifesi, fu sepolta, con ai fianchi il cingolo francescano, in una poverissima bara, nella terra bagnata dalla pioggia di un piccolo cimitero.
“Il chicco di grano” era morto ma una luce di amore avrebbe continuato a brillare attraverso le sue figlie, oggi attive anche in terra di missione.
Le sue reliquie sono venerate a Torino nella casa madre di Valsalice.  
Paolo VI l’ha beatificata nella solennità di Tutti i Santi del 1975.
Preghiera
Dio, Padre di tutti, nella vita di Anna Michelotti
ci hai dato un esempio di totale dedizione ai malati e ai poveri.
Donaci di saper riconoscere Cristo Signore
nei più deboli e più abbandonati,
e di servirli con cuore generoso.
Per Cristo nostro Signore. Amen.
(Autore: Daniele Bolognini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Anna Michelotti, pregate per noi.  


*Santa Brigida d'Irlanda (di Cell Dara) - Badessa (1 febbraio)

Fochairt, Irlanda, 452 circa – 524 circa
San Brigida fu fondatrice e badessa di uno dei primi monasteri irlandesi, presso Kildare, nonché prosecutrice dell’opera di evangelizzazione dell’isola intrapresa dal vescovo San Patrizio.
La sua leggendaria figura costituisce una sorta di anello di congiunzione tra il mondo pagano celtico ed il cristianesimo appena agli esordi.
Patronato: Irlanda, Poeti, Fabbri, Guaritori
Etimologia: Brigida (come Brigitta) = alta, forte, potente, dall'irlandese
Emblema: Mucca
Martirologio Romano: A Kildare in Irlanda, Santa Brigida, badessa, che fondò uno dei primi monasteri dell’isola e si ritiene che abbia continuato l’opera di evangelizzazione iniziata da San Patrizio.
La Santa Brigida commemorata in data odierna dal Martyrologium Romanum non è innanzitutto da confondere con l’omonima celebre santa regina svedese.
Santa Brigida d’Irlanda, il cui culto nell’isola è secondo solo a quello tributato al Vescovo San Patrizio, visse  invece alcuni secoli prima ed appartiene a quel genere di personaggi
indubbiamente esistiti storicamente, ma la fama è stata tramandata grazie a narrazioni leggendarie e simboliche, piuttosto che grazie ad accurate biografie.
Brigida nacque probabilmente verso la metà del V secolo presso Fochairt, presso Dundalk.
Secondo le tradizionali datazioni attribuite alla vita della Santa, ella avrebbe avuto solamente sei anni alla morte di San Patrizio e secondo l’usanza del tempo si consacrò al Signore sin dalla tenera età.
Ricevette il velo dalle mani di altri santi e poi sarebbe addirittura stata ordinata Vescovo.
Per tributare i massimi onori alla sua chiesa di Kildare, alcune tradizioni asseriscono perfino  che Brigida avrebbe ricevuto il “pallium”, segno distintivo degli arcivescovi metropoliti. In realtà pare semplicemente che fu badessa del monastero maschile e femminile di tale città, a sessanta chilometri a sud ovest di Dublino.
Era infatti cosa abbastanza comune nella Chiesa celtica che una donna in qualità di superiora governasse entrambi i rami di un monastero.
Secondo parecchie antiche “Vite”, Brigida esercitò molta influenza sulla vita delle chiese celtiche, che tornarono alle antiche strutture tribali pagane e rimasero pressoché isolate dalla vita ecclesiale romana.
Se nel mondo latino venivano esaltati la ricchezza ed il potere dei campioni cristiani, i Santi celtici rifulgevano invece per le loro qualità pastorali, come dimostrò Santa Brigida nel donare la spada di suo padre ad un lebbroso, sottolineando così come la sua autorità  spirituale risiedesse non nel potere e nell’aggressività e nel potere, bensì nella misericordia e nella compassione.
I racconti circa la vita di questa Santa, come d’altronde molti altri riguardanti Santi celtici e medioevali, seguono uno schema che ricalca grossomodo gli episodi evangeli della vita di Gesù: la sua nascita fu preannunciata da un druido ed in vita ebbe quali preziose guide San Maccaille e San Mel.
Divenne poi essa stessa consigliera e guida spirituale per il prossimo, radunando attorno a sé numerosi  discepoli. Le furono attribuiti dei miracoli che, proprio come nel caso di Gesù, costituivano in larga misura delle risposte ai bisogni dell’uomo, come quando, simulando l’episodio delle nozze di Cana, nel Meath “spillò birra da un solo barile per diciotto chiese, in quantità tale
che bastò dal Giovedì Santo alla fine del tempo pasquale”, come ricorda il Breviario di Aberdeen. Proprio a questo singolare episodio si rifà una deliziosa “preghiera di Brigida”: “Vorrei un lago di birra per il Re dei Re. Vorrei che la famiglia celeste fosse qui a berne per l’eternità […]. Vorrei che ci fosse allegria nel berne. Vorrei anche Gesù qui.” Oltre a   queste analogie con l’esistenza terrena del Cristo, alla memoria di Santa Brigida furono collegate innumerevoli tradizioni celtiche, oggi facilmente bollabili come rigurgiti del paganesimo ed inutili superstizioni, che tra le altre cose hanno dato origine ad una variegata iconografia sul suo conto.  In realtà in Irlanda ancora oggi resiste la consuetudine di porre un lumino sulle finestre delle case e numerosi sono i pellegrinaggi ai luoghi legati alla sua memoria.  
La devozione   nutrita nei suoi confronti dai numerosi pellegrini irlandesi che nel Medioevo percorrevano l’Europa contribuì alla diffusione del suo culto in nuove zone, soprattutto della Francia.  
Essi erano soliti ripetere un’invocazione in gallese: “Santa Brigida, custodiscici nel nostro viaggio”.
Merita infine una delucidazione una parte del titolo della presente scheda,  cioè il nome Cell Dara.
Esso non è altro che la versione gallese della città di Kildare e significa  “cella della quercia”: fa riferimento ad un altare poggiante su una trave di legno massiccio, a cui furono attribuiti poteri miracolosi, ma questo non è che uno dei tanti collegamenti suddetti tra paganesimo e cristianesimo.
La sua morte giunse all’incirca verso l’anno 524.
Data della sua festa fu da sempre il 1° febbraio, giorno in cui è ancora oggi ricordata anche dal martirologio ufficiale della Chiesa Cattolica, che nel delineare un brevissimo profilo della Santa riporta i pochissimi dati certi sulla sua vita:
Badessa e Fondatrice di uno dei primi monasteri irlandesi, nonché prosecutrice dell’opera di evangelizzazione intrapresa da San Patrizio.
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Brigida d'Irlanda, pregate per noi.  

 

*Beati 109 Martiri Spagnoli Clarettiani - Beatificati nel 2017 (1 febbraio)

Scheda del Gruppo cui appartiene:
"Santi, Beati e Servi di Dio Martiri nella Guerra di Spagna - Vittime della persecuzione religiosa - Senza Data (Celebrazioni singole)

† Spagna, 1936/1937

109 religiosi dei Missionari Figli del Cuore Immacolato di Maria o Clarettiani (dal nome del fondatore Sant’Antonio Maria Claret), appartenuti alle comunità di Barcellona, Castro Urdiales, Cervera, Lerida, Sabadell, Valencia, Vic e Sallent, sono stati uccisi in odio alla fede negli anni 1936 e 1937, nell’ambito della persecuzione nella guerra civile spagnola. L’elenco è capeggiato da padre Mateo Casals Mas, superiore della comunità di Sabadell presso Barcellona, dallo scolastico (ossia religioso in formazione verso il sacerdozio) Teófilo Casajús Alduán e da fratel Fernando Saperas Aluja, in rappresentanza dei tre tipi di consacrazione presenti nella congregazione. Il 22 dicembre 2016 papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto che li dichiarava ufficialmente martiri, aprendo la via alla loro beatificazione, celebrata il 21°ottobre 2017 nella Basilica della Sagrada Familia a Barcellona. La memoria liturgica di tutto il gruppo, per la congregazione clarettiana, è stata fissata al 1° febbraio.
I Clarettiani a Barcellona
I Missionari Figli del Cuore Immacolato di Maria o Clarettiani (dal nome del fondatore sant’Antonio Maria Claret), all’epoca della guerra civile spagnola, avevano due comunità nella città di Barcellona.
La prima era quella di calle Gracia, con la Curia provinciale, una scuola e una chiesa aperta al pubblico. La seconda era situata in calle Ripoll, nella parte antica della città: le attività principali erano la casa editrice Coculsa, l’apostolato della stampa e la predicazione.
I Clarettiani a Castro Urdiales
Nella cittadina di Castro Urdiales, situata nella provincia nord-orientale di Santander, ai confini con quella di Biscaglia, i Clarettiani avevano aperto nel 1925 il collegio Barquin, per formare le nuove generazioni.
In effetti, già in quel periodo gli abitanti del luogo, perlopiù marinai, stavano rischiando di perdere le abitudini e i valori cristiani, anche se erano ancora distanti dai problemi politici del resto del Paese.
I Clarettiani a Cervera
La comunità di Cervera, invece, era collocata nell’edificio di un’antica Università, a partire dal 1887. Negli anni ’30 del ventesimo secolo era composta da 154 membri: 30 sacerdoti, 51°scolastici (ossia religiosi in cammino verso il sacerdozio), 35 fratelli coadiutori e 38 postulanti. La città aveva salde e antiche radici cristiane, ma alcuni elementi esterni cominciarono a turbarne la pace.
I Clarettiani a Lerida
A Lerida, a ovest della Catalogna, la presenza clarettiana rimontava al 1885, presso la chiesa di San Paolo. I Missionari, sia sacerdoti sia fratelli, avevano grande considerazione tra il popolo, per la loro dedizione al ministero apostolico sia in città, sia al di fuori di essa.
Tuttavia, il clima sociale era in disordine, a causa dei conflitti tra i partiti politici, tra i quali non mancavano quelli di matrice anarco-socialista.
I Clarettiani a Sabadell
Sabadell, cittadina a pochi chilometri da Barcellona, aveva visto l’arrivo dei Clarettiani nel 1889. L’apostolato era il medesimo delle altre città: educazione, diffusione della stampa cattolica, predicazione al popolo, celebrazioni nella chiesa aperta ai fedeli esterni. Otto erano i membri sacerdoti, tutti d’età avanzata; tre fratelli, invece, badavano alle mansioni della casa.
I Clarettiani a Valencia
Nella provincia di Valencia la congregazione aveva quattro comunità: Valencia; El Grao, dove avevano una scuola con patronato (come a dire un oratorio) per i figli degli operai, aperta nel 1935; Requena; Játiva. La residenza dei padri era in calle San Vicente, ma, col peggioramento della situazione politica, decisero di trasferirsi nel centro di Valencia. Nel corso di un anno dovettero concentrarsi solo in quella casa, in quanto vennero costretti dalle circostanze a chiudere le altre.
I Clarettiani a Vic e Sallent
Sallent è il villaggio, non molto lontano da Barcellona, che vide la nascita del fondatore, sant’Antonio
Maria Claret. La comunità del luogo era una delle tre nel territorio della diocesi di Vic: le altre erano nella città di Vic e nella fattoria di Mas Claret, il cui compito era provvedere al cibo per la comunità di Cervera, da cui dipendeva, oltre che di essere una casa per le vacanze dei missionari.
La vicinanza di Barcellona influì negativamente sul clima generale. Già durante la cosiddetta "settimana tragica" del 1934 i religiosi iniziarono a preoccuparsi, ma cercarono di condurre una vita il più normale possibile.
Nella persecuzione della guerra civile
Dopo il sollevamento militare del 20 luglio 1936, le varie comunità si dispersero. Alcuni missionari furono catturati in gruppo, altri da soli, e fucilati. In maggior parte erano catalani, ma altri venivano dalla Navarra, dall’Aragona e dalla Castiglia.
Tra tutti quelli uccisi in quel periodo e appartenuti alle comunità presentate sopra, sono stati identificati 109 missionari: 49 sacerdoti, 31 fratelli e 29 scolastici. 8 provenivano dalle comunità di
Barcellona, 3 da quella di Castro Urdiales, 60 da quelle di Cervera e Mas Claret, 8 da quella di Sabadell, 15 da quelle di Vic e Sallent, 11°da quella di Lerida e 4 da quella di Valencia.
Tranne due, uccisi nel 1937, gli altri diedero la vita negli ultimi mesi del 1936. L’età media è di 39 anni. Il più giovane, Francisco Marco Martínez, aveva 16 anni ed era religioso professo da quattro mesi. Due avevano 19 anni, molti 20, mentre tre ne avevano 76.
Di fronte alla morte
Ciascuno affrontò la morte alla propria maniera, ma esistono elementi comuni. Su tutti, la piena accettazione di una fine tragica, come dimostrano le parole di padre Julio Leache Labiano, ventisettenne, assassinato a Mas Claret:
«Se ci vogliono uccidere, che sia solo per Dio o per altro motivo, che mi uccidano mentre sto celebrando, mentre sto amministrando i Sacramenti o pregando. Ma non per altri motivi umani o politici… Se ci uccidono perché siamo fascisti, ha poca grazia e poco merito, dato che ci sono fascisti di ogni colore. Tuttavia, se ci uccidono perché diciamo Messa e perché siamo cattolici, questo è meritorio davanti a Dio, questo è essere martiri».
Padre Jaime Payàs Fargas, fucilato a Sallent, espresse nel suo ultimo scritto parole di perdono per i suoi persecutori, come altri confratelli: «Perdono tutti coloro che mi vogliono male e do loro un abbraccio d’amicizia; non serbo rancore per nessuno, neanche a coloro che mi hanno spinto fuori di casa come un cane; l’hanno fatto anche a Voi», riferendosi al Signore.
La causa di beatificazione
Inizialmente le cause erano più d’una, a seconda delle diocesi dove i candidati avevano dato la vita per Dio e per i fratelli. Dal 2006 sono confluite in una sola, denominata «Mateo Casals Mas, Teófilo Casajús Alduán, Fernando Saperas Aluja e 106 compagni».
La "Positio super martyrio", consegnata nel 2006, fu esaminata dai consultori teologi della Congregazione delle Cause dei Santi dieci anni dopo, l’8 febbraio 2016. La valutazione positiva fu confermata dalla riunione dei cardinali e dei vescovi membri della medesima Congregazione.
Il 21 dicembre 2016, ricevendo in udienza il cardinal Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui i 109 Clarettiani sono stati riconosciuti martiri in odio alla fede cattolica.
La loro beatificazione è stata celebrata il 21 ottobre 2017, nella basilica della Sagrada Familia a Barcellona; era la prima in quel luogo, nonché la prima in cui sono stati elevati agli altari i membri di un’unica congregazione in così grande numero. A presiedere il rito, in qualità d’inviato del Santo Padre, il cardinal Angelo Amato. La loro memoria liturgica è stata fissata al 1° febbraio.
In tutto i Beati clarettiani arrivano quindi a essere 184, tutti martiri, in prevalenza degli anni della guerra civile: i 51 di Barbastro, diventati più noti grazie al film «Un Dios prohibido», beatificati nel 1992; padre Andrés Sola Molist, ucciso nel 1927 in Messico e Beato dal 2005; 23 altri uccisi intorno al 1936 e beatificati nel 2013, provenienti dalle comunità di Sigüenza, Fernán Caballero e Tarragona.
L’elenco completo
I nomi dei singoli martiri, anche se nativi della Catalogna, sono presentati nell’elenco secondo la dizione castigliana.
Federico Codina Picasso, sacerdote † Lerida, 21 luglio 1936
Miguel Baixeras Berenguer, sacerdote
Manuel Torres Nicolau, sacerdote
Arturo Tamarit Pinyol, sacerdote † Lerida, 25 luglio 1936
Juan Mercer Soler, sacerdote
Jaime Payás Fargas, sacerdote
Marcelino Mur Blanch, fratello coadiutore
Marià Binefa Alsinella, fratello coadiutore † Sallent, Barcellona, 25 luglio 1936
José Reixach Reguer, sacerdote † Sabadell, Barcellona, 25 luglio 1936
Juan Capdevila Costa, fratello coadiutore † Barcellona, 25 luglio 1936
Manuel Jové Bonet, sacerdote
Onésimo Agorreta Zabaleta, chierico
Amadeo Amalrich Rasclosa, chierico
Xavier Amargant Boada, chierico
Pedro Caball Juncà, chierico
José Casademont Vila, chierico
Teófilo Casajús Alduán, chierico
Antonio Cerdá Cantavella, chierico
Amadeu Costa Prat, chierico
José Elcano Liberal, chierico
Luís Hortós Tura, chierico
Senén López Cots, chierico
Miguel Oscoz Arteta, chierico
Luís Plana Rabugent, chierico
Vicente Vázquez Santos, chierico † Lerida, 26 luglio 1936
Gumersindo Valtierra Alonso, sacerdote † Barcellona, 26 luglio 1936
Xavier Sorribas Dot, sacerdote † Lerida, 26 luglio 1936
Càndido Casals Sunyer, sacerdote † Barcellona, 29 luglio 1936
Adolfo De Esteban Rada, chierico † Barcellona, 31 luglio 1936
José Arner Margalef, sacerdote
Casto Navarro Martínez, sacerdote  † San Sadurní d’Osormort, Vic, 7 agosto 1936
Antonio Casany Villarrasa, fratello coadiutore  † Sant Pedro dels Arquells, Lerida, 11 agosto 1936
Fernando Saperas Aluja, fratello coadiutore † Tárrega, Lerida, 13 agosto 1936
Marceliano Alonso Santamaría, sacerdote
José Ignacio Gordón De La Serna, sacerdote † Alboraya, Valencia, 13 agosto 1936
José Puigdeséns Pujol, sacerdote
Julio Aramendía Urquía, sacerdote † Vic, Barcellona, 17 agosto 1936
Juan Prats Gibert, sacerdote  † Montmaneu, Barcellona, 17 agosto 1936
Antonio Junyent Estruch, sacerdote † Pedralbes, Barcellona, 18 agosto 1936
Emilio Bover Albareda, sacerdote  † Cervera, Lerida, 20 agosto 1936
Jacinto Blanch Ferrer, sacerdote † Barcellona, 21 agosto 1936
Agustín Llosés Trullols, sacerdote
Luís Albi Aguilar, sacerdote
Xavier Morell Cabiscol, sacerdote
Juan Garriga Pagés, fratello coadiutore
Àngel Dolcet Agustì, fratello coadiutore † Lerida, 21 agosto 1936
Luis Francés Toledano, sacerdote † Olocau, Valencia, 21 agosto 1936
José Vidal Balsells, chierico † Navés, Lerida, 22 agosto 1936
Juan Busquet Llucia, sacerdote † Campo de Marte, Lerida, 25 agosto 1936
Enrico Cortadellas Segura, sacerdote  † Cervera, Lerida, 25 agosto 1936
Genari Pinyol Ricard, chierico
Remigi Tamarit Pinyol, chierico † La Floresta, Lerida, 27 agosto 1936
Tomàs Planas Aguilera, sacerdote † Sabadell, Barcellona, 27 agosto 1936
Juan Blanch Badía, sacerdote † Sant Pedro del Arquells, Lerida, 31 agosto 1936
Tomás Galipienzo Perlada, sacerdote † Paterna, Valencia, 1° settembre 1936
Julián Villanueva Alza, fratello coadiutore  † Su, Lerida, 1° settembre 1936
Jaime Girón Puigmitjà, sacerdote  † Castellfollit de Riubregós, Barcellona, 5 settembre 1936
Mateo Casals Mas, sacerdote † San Quirze del Vallès, Barcellona, 5 settembre 1936
José Puig Bret, sacerdote
Juan Rafí Figuerola, fratello coadiutore
José Clavería Mas, fratello coadiutore
José Solé Maimó, fratello coadiutore † Terrasa, Barcellona, 5 settembre 1936
José Cardona Dalmases, fratello coadiutore † Sabadell, Barcellona, 5 settembre 1936
Pedro Sitges Obiols, sacerdote  † Sant Martí de Tous, Barcellona, 12 settembre 1936
Juan Maria Alsina Ferrer, sacerdote
Antonio Perich Comas, chierico † Castellbell i el Vilar, Barcellona, 16 settembre 1936
Ramon Rius Camps, fratello coadiutore † Cervera, Lerida, 22 settembre 1936
Ramon Roca Buscallà, fratello coadiutore † Cervera, Lerida, 24 settembre 1936
José Capdevila Portet, sacerdote † Manlleu, Barcellona, 25 settembre 1936
Juan Codinach Espinalt, sacerdote
Miguel Codina Ventayol, sacerdote † Malla, Vic, Barcellona, 12 ottobre 1936
José Casals Badía, fratello coadiutore † Gurb, Vic, Barcellona, 12 ottobre 1936
Joaquim Gelada Hugas, sacerdote
Isaac Carrascal Moso, sacerdote
Félix Barrio Y Barrio, fratello coadiutore † Torrelavega, Santander, 14 ottobre 1936
Juan Buxó Font, sacerdote
Heraclio Matute Tobias, sacerdote
Luís Jové Pach, sacerdote
José Serrano Pastor, sacerdote
José Ros Nadal, fratello coadiutore
Bonaventura Reixach Vilarò, fratello coadiutore
Miguel Rovira Font, fratello coadiutore
Francisco Canals Pascual, fratello coadiutore
José Ausellé Rigau, chierico
Evaristo Bueria Biosca, chierico
José Loncán Campodarve, chierico
Manuel Solé Vallespì, chierico † Cervera, Lerida, 18 ottobre 1936
Manuel Font Y Font, sacerdote
José Ribé Coma, sacerdote
Julio Leache Labiano, sacerdote
Francisco Simón Pérez, chierico
Antonio Elizalde Garvisu, chierico
Emiliano Pascual Abad, chierico
Eusebio De Las Heras Izquierdo, chierico
Constantino Miguel Moncalvillo, chierico
Francisco Solá Peix, chierico
Francisco Milagro Mesa, fratello coadiutore
Pedro Vives Coll, fratello coadiutore
José Ferrer Escolà, fratello coadiutore
Dionisio Arizaleta Salvador, fratello coadiutore
Juan Senosiaín Zugasti, fratello coadiutore
Fernando Castán Messeguer, fratello coadiutore
Narcís Simón Sala, fratello coadiutore
Francisco Marco Martínez, fratello coadiutore
Nicolas Campo Giménez, fratello coadiutore † Sant Pedro dels Arquells, Lerida, 19 ottobre 1936
Isidre Costa Hons, fratello coadiutore † Sant Pedro dels Arquells, Lerida, 11°novembre 1936
Ciril Montaner Fabré, sacerdote † Montcada, Barcellona, 28 novembre 1936
Miguel Facerías Garcés, fratello coadiutore † Caseta de Alboquers, Barcellona, 22 febbraio 1937
Juan Torrents Figueras, sacerdote † Montcada, Barcellona, 16 marzo 1937

(Autore: Emilia Flocchini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Beati 109 Martiri Spagnoli Clarettiani, pregate per noi.  

 

*Beati Conor O' Devany e Patrizio O' Lougham - Martiri (1 febbraio)
Scheda del Gruppo cui appartengono: "Beati Martiri Irlandesi" (Senza data - Celebrazioni singole)
+ Dublino, Irlanda, 1 febbraio 1611
Conor O' Devany e Patrizio O' Lougham, rispettivamente vescovo di Down e Connor e sacerdote dell’arcidiocesi di Armagh, entrambi nativi di Ulster nell’Irlanda del Nord furono impiccati sotto il regno di Giacomo I per la loro fede cattolica. Papa Giovanni Paolo II li ha beatificati il 27 settembre 1992.  
Martirologio Romano: A Dublino in Irlanda, Beati martiri Conor O’Devany, vescovo di Down e di Connor, dell’Ordine dei Frati Minori, e Patrizio O’Lougham, sacerdote, che, sotto il re Giacomo I, condannati per la loro fede cattolica, subirono il supplizio dell’impiccagione.
Il martirio di questi due intrepidi testimoni della fede si colloca nel contesto delle persecuzione perpetrate in Gran Bretagna ed Irlanda verso quei cattolici che rifiutarono di firmare l’Atto di
Supremazia, cioè il riconoscimento del sovrano inglese quale capo della Chiesa Anglicana in opposizione al Romano Pontefice.
Conor O' Devany [Conchubhar O Duibheanaigh] nacque a Raphoe, nella contea irlandese di Donegal. In giovane età divenne frate francescano nel 1550.
Il 13 maggio 1582 il pontefice Gregorio XIII lo consacrò vescovo di Down e Connor nella chiesa di Santa Maria dell’Anima in Roma.  
Nel 1588, anno dell’Armada, fu arrestato ed imprigionato per alcuni anni.
Una volta rilasciato continuò ad esercitare il suo ministero, ignorando le difficoltà che si moltiplicavano e rifiutando di essere coinvolto nella guerra dei Nove Anni con il grande Hugh O’Neill.
Patrick O’Loughran [Padraig Ó Lochrain] nacque a Donaghmore, nella contea irlandese di Tyrone, nel 1577.
Divenuto presbitero, fu nominato cappellano di O’Neill. Nel 1607, dopo la fuga dei Conti, fu cappellano della contessa O’Neill presso Flanders. Tornato poi in Irlanda, venne immediatamente arrestato a Cork, insieme al vescovo Conor O' Devany.
Per i due compagni di prigionia fu celebrato un comune processo all’inizio del 1612. Da Londra era giunto alle autorità protestanti di Dublino l’ordine di giustiziare un vescovo e come compagno di quest’ultimo fu designato il cappellano di O’Neill. L’accusa nei loro confronti fu di tradimento ed il verdetto naturalemente di colpevolezza. Vennero dunque impiccati insieme a Dublino il 1° febbraio 1612. Papa Giovanni Paolo II li ha beatificati il 27 settembre 1992 insieme ad altre quindici vittime della medesima persecuzione.  
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beati Conor O' Devany e Patrizio O' Lougham, pregate per noi.


*Sant'Enrico Morse (Mowse) - Sacerdote Gesuita - Martire (1 febbraio)
Scheda del Gruppo cui appartiene Sant’Enrico Morse: “Santi Quaranta Martiri di Inghilterra e Galles”  - Senza data (Celebrazioni singole)
Brome, Inghilterra, 1595 – Tyburn, Londra, Inghilterra, 1 febbraio 1645
Martirologio Romano: A Londra in Inghilterra, Sant’Enrico Morse, sacerdote della Compagnia di Gesù e martire: catturato a più riprese e scacciato per due volte in esilio, sotto il Re Carlo I fu infine gettato in carcere a causa del suo sacerdozio e, dopo avervi celebrato la Messa, fu impiccato a Tyburn e rese lo spirito Henry Morse, la cui vicenda terrene e soprattutto il suo tragico epilogo è assai simile a quella di parecchi altri sacerdoti gesuiti martirizzati in Inghilterra nel medesimo contesto storico, era nato a Brome nel Suffolk nel 1595, sesto dei nove figli di Roberth, proprietario terriero protestante proveniente da Tivetshall St Mary nel Norfolk, e di Margaret Collinson. Rimase orfano di padre nel 1612, che però gli lasciò una rendita annuale.
Henry giunse alla decisione di convertirsi al cattolicesimo presumibilmente durante i suoi studi al collegio Bernard di Londra, anche se ad onor del vero non esistono prove scritte della sua ammissione ad alcun collegio di avvocati. Dal giugno 1614 Henry intraprese gli studi ecclesiastici, ma dovette interromperli per tornare in patria, poichè infatti quando si scatenarono violente persecuzioni nei confronti di coloro che non
accettarono di riconoscere ufficialmente il sovrano quale legittimo capo della Chiesa inglese il Morse si trovava imprigionato a Newgate in attesa dell’esilio. Era l’anno 1618.
L’agosto successivo fece ritorno a Douai ed in dicembre entrò nel collegio inglese di Roma.
Nel 1620 ricevette l’ordinazione diaconale, ma non vi è traccia della sua ascesa al sacerdozio.
A settembre di tale anno da Douai fu inviato in una missione inglese, ma venne arrestato non appena giunto a Newcastle.
Imprigionato nel castello di York, fu compagno di prigionia del gesuita John Robinson. Siccome già a Roma aveva espresso il desiderio di entrare a far parte della Compagnia di Gesù, d’accordo con i suoi superiori dedicò i tre anni trascorsi in prigione a compiere il noviziato gesuita, al termine del quale poté emettere i voti semplici. Una volta rilasciato ed esiliato nelle Fiandre, ove esercitò il suo ministero quale cappellano dei mercenari cattolici inglesi intenti a combattere al fianco della Spagna. Nel maggio 1624 era sicuramente già sacerdote. Sul finire del 1633 il Morse fece ritorno in Inghilterra sotto le spoglie di Cutberto Claxton, portando avanti la sua missione a Londra.
Tra il 1636 ed il 1637 un’epidemia di peste colpì la città ed Henry, pur fra gravi rischi per la sua salute, non mancò mai di portare aiuto e conforto ai più bisognosi.
Nel 1641 un decreto regio ordinò l’espulsione di tutti i preti cattolici ed il santo obbedì, per amore di coloro che avevano raccolto la cauzione per liberarlo. Tornò così a servire i soldati nelle Fiandre, finchè due anni dopo fu inviato nuovamente in Inghilterra e per diciotto mesi operò nel nord del paese. Arrestato ai confini del Cumberland, fu però liberato da una donna cattolica, la moglie di colui che l’aveva catturato.
Dopo circa sei settimane fu però nuovamente e per l’ultima volta arrestato, condotto nella prigione di Durham e poi trasferito a Londra per ricevere la condanna a morte in quanto dichiaratosi sacerdote. Henry Morse fu infine giustiziato il 1° febbraio 1645 presso Tyburn.
La Chiesa Cattolica non ha però dimenticato la fedeltà di questo suo insigne figlio: nel 1929 fu infatti dichiarato “Beato”, insieme a numerosi altri martiri della medesima persecuzione, ed infine canonizzato da Papa Paolo VI il 25 ottobre 1970 con i Quaranta Martiri di Inghilterra e Galles.  a Dio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant' Enrico Morse, pregate per noi.   


*San Giovanni della Graticola - Vescovo (1 febbraio)

Martirologio Romano: Nella cittadina di Saint-Malo in Bretagna, San Giovanni, vescovo: uomo di mirabile austerità e giustizia, trasferì in questo luogo la sede episcopale di Aleth; a lui San Bernardo raccomandò di comportarsi da vescovo povero, amico dei poveri e amante della povertà.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Giovanni della Graticola, pregate per noi.


*Beato Luigi Variara - Sacerdote Salesiano (1 febbraio)

Viarigi, Asti, 15 gennaio 1875 - Cucuta, Colombia, 1 febbraio1923
Sacerdote Salesiano e Fondatore dell'Istituto delle Suore Figlie dei Sacri Cuori di Gesù e Maria.
Martirologio Romano: Nella città di Cúcuta in Colombia, Beato Luigi Variara, Sacerdote della Società di San Francesco di Sales, che si dedicò con ogni mezzo e premura ai lebbrosi, fondando le Suore Figlie dei Sacri Cuori di Gesù e di Maria.
Era il 1887 quando Luigi Variara, ancora ragazzino, incontrò per la prima volta l'instancabile don Bosco. «Eravamo nella stagione invernale - scrisse da adulto Variara - e un pomeriggio stavamo giocando nell'ampio cortile dell'Oratorio quando, all'improvviso, si intese gridare da una parte all'altra: don
Bosco, don Bosco! Istintivamente ci lanciammo tutti verso il nostro buon padre, che facevano uscire per una passeggiata nella sua carrozza.  
Lo seguimmo fino al posto dove doveva salire sul veicolo; subito si vide don Bosco circondato dall'amata turba infantile.  
Mi avvicinai più che potei, e nel momento in cui lo aiutavano a salire sulla carrozza, mi rivolse un dolce sguardo, e i suoi occhi si posarono attentamente su di me. Quel giorno fu uno dei più felici per me; ero sicuro d'aver conosciuto un Santo, e che quel Santo aveva letto nella mia anima qualcosa che solo Dio e lui potevano sapere».
Nato a Viarigi (Asti) nel 1875 Luigi Variara fu condotto undicenne a Torino-Valdocco dal padre. Entrato in noviziato il 17 agosto 1891, lo concluse emettendo i voti perpetui. Dopo si trasferì a Torino-Valsalice per lo studio della filosofia. Qui conobbe il venerabile Andrea Beltrami.  A lui si ispirerà don Variara quando in seguito, ad Agua de Dios (Colombia), alle sue Figlie dei Santissimi Cuori proporrà la «consacrazione vittimale». Nel 1894 don Michele Unia, il missionario salesiano che da poco aveva cominciato a lavorare tra i lebbrosi di Agua de Dios, passò da Valsalice e invitò il giovane Luigi a seguirlo nel suo lebbrosario: «Io dissi di sì e mi pareva un sogno».
Giunse ad Agua de Dios il 6 agosto 1894. Il lazzaretto comprendeva due mila abitanti di cui 800 lebbrosi. Nel 1895 don Unia morì.
Toccò a Variara raccoglierne l'eredità. E don Luigi fu ordinato sacerdote in quel paese: era il primo prete salesiano ad essere ordinato in Colombia.
In quegli anni incentivò la fondazione di una congregazione femminile.
Presso le Suore della Presentazione, presenti ad Agua de Dios, era nata l'Associazione delle Figlie di Maria, un gruppo di circa 200 ragazze di cui molte lebbrose.
Non gli fu difficile scoprire tra quelle giovani qualcuna idonea alla vita religiosa.
Ma era una meta ardita.
Nessuna congregazione avrebbe mai accettato una figlia di lebbrosi e tanto meno un'ammalata di lebbra. Allora don Luigi decise di formare una nuova congregazione, in modo da accogliere anche quelle vocazioni.
Dopo solo due anni erano già ventidue le giovani che ne entrarono a far parte.
In seguito su don Variara e sulla nascente congregazione delle Figlie dei Santissimi cuori di Gesù e Maria furono  avanzate forti perplessità.
Anche l'arcivescovo, che pur ne aveva dato l'approvazione, cominciò a ritirare il suo sostegno.
Così per qualche tempo il missionario italiano fu inviato a lavorare nelle chiese di Mosquera, Contratacion e Bogotà.
Sospettato di essere ammalato di lebbra - diagnosi che poi risulterà errata - tornò ad Agua de Dios.  
Ma dopo pochi mesi fu trasferito a Baranquilla.
Due anni dopo, nel 1921, in obbedienza, accettò di trasferirsi a Tariba, una cittadina venezuelana. Vi giunse fortemente malandato in salute.
I medici consigliarono di fargli cambiare clima. Fu così ricondotto in Colombia, a Cùcuta.
Ma la situazione precipitò rapidamente. Morì il 1° febbraio 1923, lontano dai suoi lebbrosi.
Aveva 49 anni, di cui 24 di sacerdozio.
Sepolto a Cùcuta, fu trasportato nel 1932 nella cappella delle sue suore ad Agua de Dios, dove oggi riposa. Attualmente le sue suore sono 375, sparse in 11 nazioni di America, Europa e Africa, dedite in particolar modo alla pastorale della salute. Il Martyrologium Romanum pone il culto al 1° febbraio mentre la Famiglia Salesiana lo ricorda il 15 gennaio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Luigi Variara, pregate per noi.    


*Beate Maria Anna Vaillot e quarantasei compagne - Martiri (1 febbraio)
Scheda del gruppo a cui appartengono: “Beati Martiri di Angers” Martiri della Rivoluzione Francese
Ad Apriliaco presso Angers, passione delle BB. Maria Anna Vaillot e quarantasei compagne, martiri, che, infuriando il terrore durante la Rivoluzione Francese, conseguirono la corona del  martirio.
+ Avrillé, Francia, 1 febbraio 1794
Marie-Anne Vaillot ed Odile Baumgarrten, religiose Figlie della Carità, nonchè altre 45 donne laiche della diocesi di Angres, nubili, coniugate e vedove, conseguirono la palma del martirio durante la Rivoluzione Francese.
Il 19 febbraio 1984 Papa Giovanni Paolo II beatificò queste donne insieme con altri martiri della diocesi di Angers.
Martirologio Romano: Ad Avrillé presso Angers in Francia, passione delle Beate Maria Vaillot e quarantasei compagne, martiri, che, nell’epoca del terrore durante la rivoluzione francese, conseguirono la corona del martirio.  
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beate Maria Anna Vaillot e quarantasei compagne, pregate per noi.


*Beati Martiri di Angers - Martiri della Rivoluzione Francese (1 febbraio)

Angers, Francia, † 30 ottobre 1793 – 16 aprile 1794
Si tratta di 99 martiri, vittime della Rivoluzione Francese dal 1793 al 1794, nella diocesi di Angers.
Delle vittime in questa diocesi si conoscono almeno duemila nomi.
Nel 1791 fu richiesto il giuramento di fedeltà alla Costituzione Civile del Clero da parte degli ecclesiastici, alla quale non tutti aderirono, dando così la denominazione di “preti refrattari” a coloro che non aderivano, venendo anche perseguitati.
Dopodiché 1l 14 agosto 1792, la Convenzione Nazionale, richiese il giuramento “liberté - egalité” rendendolo  obbligatorio per tutti i funzionari e poi il 2 settembre per tutti i cittadini francesi.
Anche a questo nuovo giuramento non aderirono migliaia di persone, e fra loro molti sacerdoti e religiosi, magari sfuggiti  alla persecuzione, dopo il rifiuto del precedente giuramento del clero.
Per il loro rifiuto, dal 30 ottobre 1793 al 14 ottobre 1794, furono ghigliottinati 177 vittime ad Angers, sulla piazza detta “du Ralliement” (=adesione dei cattolici alla Terza Repubblica).
Mentre dal gennaio 1794 al 16 aprile 1794, circa 2.000 persone vennero fucilate al Campo dei Martiri d’Avraillé.
S’ignora dove furono sepolte tutte queste persone; successivamente si scoprirono delle fosse comuni, ma i resti ritrovati per le loro condizioni, non furono mai identificati.
Gli studiosi in seguito esaminando i documenti ed i verbali degli interrogatori, conservati nell’archivio dipartimentale di Maine-et-Loire, poterono evidenziare per 99 persone, la motivazione religiosa della condanna da parte dei persecutori e la loro accettazione.
Tra di essi vi furono dodici preti del clero di Angers, che furono ghigliottinati, il primo della lista è padre Guglielmo Repin che era il più anziano con i suoi 85 anni; il gruppo comprende tre suore di cui due Figlie della Carità e 84 laici di cui ben 80  donne, in età compresa fra i 40 e 62  anni.
Quello che meraviglia e che tutte queste donne non costituivano certamente un pericolo per il nuovo governo; fra esse erano rappresentati tutti gli ambienti sociali; artigiani, operaie, contadine, negozianti, una educatrice, una donna chirurgo, tre nobildonne, dieci damigelle nobili, sei donne ‘borghesi’.
Comunque di tutti i 99, senza alcuna eccezione, si ha la prova che si opposero perché il nuovo potere rivoluzionario, voleva imporre con la forza un nuovo clero, incline alle loro direttive e non più ubbidiente alla Chiesa di Roma, instaurando così una religione scismatica, in lotta con il Dio della Redenzione, in nome della dea Ragione.
I 99 martiri furono identificati come tali, da una speciale Commissione, nominata nel 1905 dal Vescovo di Angers Joseph Rumeau, per cui nel 1910 venne aperto il processo informativo, il quale fu sospeso a causa della guerra nel 1915 e ripreso poi nel 1918 e concluso nel 1919; trasmesso a Roma,  terminò nel 1983 con il decreto sul martirio.
La loro  solenne beatificazione è avvenuta il 19 febbraio 1984 con Papa Giovanni Paolo II; per la maggior parte di essi la ricorrenza religiosa è al 1° febbraio, mentre per i 12  Sacerdoti e le tre Suore, oltre la festa comune del 1° febbraio, essi sono ricordati anche singolarmente, nel giorno della loro esecuzione.
Non potendo riportare tutti i 99 nomi, citiamo solo i martiri ghigliottinati, cioè i  Sacerdoti e le Suore. Laurent Batard, François-Louis Chartier, André Fardeau, Jacques Laigneau de Langellerie, Juan-Michel Langevin, Jacques Ledoyen, Jean-Baptiste Lego, René Lego, Joseph Moreau, François Peltier, Guillaume Repin, Pierre Tessier, Marie de la Dive, Rosalie du Verdier de la Sorinière, Renée-Marie Feillatreau.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beati Martiri di Angers, pregate per noi.   


*Sant’Orso di Aosta - Sacerdote (1 febbraio)  
Aosta, V secolo – 1 febbraio 529 circa
Sembra fosse un presbitero di Aosta, che aveva il compito di custodire e celebrare, nella chiesa cimiteriale di san Pietro.
Sant'Orso, uomo semplice, pacifico e altruista, viveva da eremita trascorrendo il tempo nella preghiera continua, sia di giorno che di notte, dedito al lavoro manuale per procurarsi il cibo per vivere, accogliendo e consolando e aiutando tutti quelli che a lui accorrevano.
Il tutto costellato da miracoli e prodigi, testimonianza della sua santità.  
Se incerto è il periodo in cui visse (fra il V e l'VIII secolo), più sicuro è il giorno della morte, che poi è diventato il giorno della sua festa: 1 febbraio.  
Il suo culto, oltre che ad Aosta dove l'antica chiesa di san Pietro è diventata la Collegiata di San Pietro e Sant'Orso, si estese anche nella diocesi di Vercelli, Ivrea e altre zone dell'Italia Nord- Occidentale. È invocato contro le inondazioni, le malattie del bestiame. A lui è dedicata la fiera che si tiene nel giorno della vigilia della sua festa ad Aosta. (Avv.)  
Patronato: Aosta
Etimologia: Orso = orso, forte
Emblema: Bastone pastorale, Uccellino  
Martirologio Romano: Ad Aosta, Sant’Orso, sacerdote.
Sul Santo più popolare della Val d’Aosta, protettore contro le calamità naturali e molte malattie, tra cui i  reumatismi e il mal di schiena, si posa nell’iconografia, un uccellino, a ricordare che destinava una parte del raccolto del suo campo ai passeri.
Le notizie pervenutaci sulla vita di sant’Orso, sono desunte oltre che dalle tradizioni orali, anche da una “Vita Beati Ursi” di autore sconosciuto, della quale esistono due redazioni, una più antica e breve, della fine dell’VIII secolo o inizio del IX e la seconda più ampia ed elaborata, della seconda metà del XIII secolo.
Così sappiamo che quasi certamente era un presbitero aostano, vissuto fra il V e l’VIII secolo; aveva il compito di custodire e celebrare, nella chiesa cimiteriale di San Pietro.
Questa figura di custode e celebrante di una determinata cappella o chiesa cimiteriale, era molto diffusa nei secoli passati e a volte, quando questi edifici si trovavano in zone più isolate, questi custodi-celebranti prendevano il nome di eremiti, ai quali si rivolgevano i fedeli per le loro necessità spirituali.
Lo sconosciuto autore della ‘Vita’, lo descrive come uomo semplice, dolce, umile, pacifico ed altruista; un “uomo di Dio” che coniugava la preghiera continua alle opere di carità, visitando i malati, sfamando i poveri, consolando gli afflitti e aiutando oppressi, vedove e orfani; dedito al lavoro del suo campicello per procurarsi il cibo necessario, Orso, di quanto riusciva a raccogliere dalla coltivazione, ne faceva tra parti, per sé, per i poveri, per gli uccellini, i quali dice la leggenda, riconoscenti si posavano affettuosamente sulla sua testa, sulle spalle, sulle mani; inoltre curava una piccola vigna, il cui vino aveva la virtù di guarire i malati.  
Non si conosce l’anno della sua morte, ma alcuni studiosi la pongono nell’anno 529, mentre è sicuro il giorno della morte, il 1° febbraio, divenuto poi il giorno della sua festa liturgica.
Orso è un Santo, che molti vorrebbero imitare, la sua vita richiama alla mente, un’esistenza arcaica, pastorale, agreste, in pace con Dio, con la natura, con sé stesso e di riflesso con gli altri, senza nemici da combattere, ma aiutando il prossimo nei bisogni sia materiali, sia fisici, sia spirituali.
Sant’Orso non si distinse per azioni eclatanti, perché la sua santità scaturiva dalla carità per il prossimo, la semplicità e l’umiltà, l’adempimento fedele del suo compito di custode, la testimonianza del suo ministero sacerdotale.
Anche gli stessi prodigi, che gli sono stati attribuiti, sia dalla “Vitae Beati Ursi”, sia dalla tradizione, sono atti  semplici, ma sufficienti a capire la grandezza della sua intercessione, a favore dei singoli e delle popolazioni, segnatamente della Val d’Aosta, dove visse ed operò.
Ne riportiamo qualcuno dei tanti che la tradizione gli attribuisce; per mesi e mesi non aveva piovuto, la siccità  devastava i campi, ma cominciava anche a scarseggiare l’acqua necessaria per i bisogni dei suoi fedeli; allora il santo preoccupato per loro, fece scaturire colpendo una roccia col suo bastone, una sorgente a Busséyaz; la sorgente, chiamata “Fontana di Sant’Orso”, continua ancora oggi ad offrire la sua acqua, una volta considerata miracolosa, sotto la cappella costruita nel 1649 e restaurata nell’Ottocento.
Un’altra volta, mentre dava da mangiare ai suoi uccellini, passò davanti alla chiesa di s. Pietro, un giovane cavaliere in atteggiamento disperato, si trattava di un palafreniere, che gli disse di aver smarrito il miglior cavallo del suo nobile padrone; preso dalla compassione, il santo sacerdote lo fece entrare in chiesa a pregare, poi gli disse di guardare meglio il cavallo che montava, sorprendentemente era quello che cercava, senza più riuscire a riconoscerlo.
La città di Aosta poté vedere la potenza della preghiera di Sant' Orso, quando fu minacciata da una terribile inondazione per lo straripamento del torrente Buthier; già le acque si erano innalzate lungo le mura, dopo aver alluvionata tutta la zona circostante, quando Orso dopo aver pregato, tracciò sulle acque un segno di croce e queste si fermarono risparmiando la città.
Ma non solo prodigi operò, ebbe anche il dono della profezia e seppe anche infuriarsi a difesa degli oppressi; un servo del vescovo-signore del tempo, Plocéan, si era comportato male nei suoi confronti; temendo un terribile castigo dal suo signore, che era un uomo crudele, sebbene fosse uomo di chiesa, il servo pentito si rivolse al Santo chiedendogli di intercedere per lui.
Recatosi Sant'Orso dal vescovo Plocéan (Ploziano), ottenne da questi il perdono per il servo; in realtà era una finta, e quando il poveraccio uscì dalla chiesa, dove si era rifugiato, lo fece prendere dai suoi sgherri, poi flagellare, rasare a zero, infine gli fece versare sulla testa della pece bollente.
Più morto che vivo, il servo barcollando si recò dal sacerdote, rimproverandolo di averlo consegnato al vescovo.
Orso indignato, rimandò il servo dal suo padrone, per riferire che sarebbe presto morto, prima dell’infelice servo.
La leggenda narra, che quella notte stessa, Plocéan fu strangolato nel suo letto da due  diavoli; la scena è rappresentata scolpita su un capitello del chiostro della Collegiata, dov’è narrata la vita di Sant’Orso.
Per tutti questi leggendari prodigi, Sant’Orso è considerato protettore contro la siccità, le malattie del bestiame, le intemperie, le alluvioni, i soprusi dei potenti, i parti difficili, i reumatismi e il mal di schiena, per queste due malattie, i fedeli che ne erano afflitti o volevano essere preservati, si recavano nella cripta della Collegiata e camminando carponi attraversavano il “musset”, un breve cunicolo aperto nel basamento dell’altare, dove una volta vi erano deposte le reliquie di Sant' Orso e passavano da un lato all’altro.
Generalmente viene raffigurato con il bastone dei priori in mano, perché secondo la tradizione (non confermata),  egli sarebbe stato il fondatore della Collegiata che porta il suo nome; infatti su un capitello è scolpito Sant' Orso che presenta a Sant' Agostino, il primo priore della nuova comunità, Arnolfo.
La prima Collegiata fu costruita fra il 994 e il 1025 dal vescovo Anselmo d’Aosta, inglobando al centro una chiesetta paleocristiana, dov’erano sepolti i primi martiri aostani, tanto che era detta “Concilia sanctorum”, successivamente dedicata a San Pietro e che fu la chiesa di cui era custode e celebrante il sacerdote Orso.
La collegiata rifatta più volte, ha conservato l’antica cripta, mentre le reliquie del santo, poste in una grande cassa reliquiario in argento sbalzato, fatta eseguire nel 1359 dal priore Guglielmo di Liddes, furono traslate a metà del XV secolo, dall’altare della cripta, all’altare maggiore della ricostruita Collegiata.
Sulla cassa vi sono raffigurati, Cristo tra i santi Orso e Grato, la Madonna tra i santi Pietro e Paolo e un santo diacono; grazie all’antica Collegiata e il chiostro annesso, due capolavori dell’arte romanica, a lui dedicati, a cui si aggiunge il poderoso campanile risalente al XII-XIII secolo, sant’Orso è il più noto fra i santi aostani.
Concorre alla sua fama, la millenaria Fiera che porta il suo nome e che si svolge il 30 e 31 gennaio, giorni che precedono la sua festa liturgica del 1° febbraio, affollando e trasformando Aosta; secondo la diffusa tradizione, l’origine del mercato va collegata a una delle forme di carità praticate da sant’Orso, consistente nel distribuire ai poveri degli zoccoli di legno.
La Fiera di S. Orso, presenta i prodotti artigianali della regione Valle d’Aosta, soprattutto quelli in legno, come le grolle, le coppe da vino valdostano, le culle, le posate, i mobili, gli attrezzi agricoli, ecc.
Il culto di Sant’Orso, assai diffuso nella Vallée già attorno all’anno Mille, dal XII secolo raggiunse anche le vicine diocesi di Torino, Vercelli, Novara, Ivrea (dove sorse poi l’ospizio che porta il suo nome); il culto si diffuse poi anche in Savoia, ad Annecy e nel Vallese.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant’Orso di Aosta, pregate per noi.  


*San Paolo di Trois Chateaux - Vescovo (1 febbraio)

Martirologio Romano: A Saint-Paul-Trois-Châteaux nel territorio di Vienne in Francia, San Paolo, vescovo, dal quale poi la città ha preso il nome.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Paolo di Trois Chateaux, pregate per noi.   


*Santi Paolo Hong Yong-ju, Giovanni Yi Mun-u e Barbara Ch'oe Yong-i - Martiri (1 febbraio)
Scheda del gruppo a cui appartiene: “Santi Martiri Coreani” (Andrea Kim Taegon, Paolo Chong Hasang e 101 compagni)
+ Seoul, Corea del Sud, 1 febbraio 1840

I laici coreani Paolo Hong Yong-ju (nato a Seosan nel 1802), Giovanni Yi Mun-u (nato ad Inchon nel 1810) e Barbara Ch'oe Yong-i (nata a Seoul nel 1819) sono stati canonizzati da Papa Giovanni Paolo
II il 6 maggio 1984.
Martirologio Romano: A Seul in Corea, Santi martiri Paolo Hong Yŏng-ju, catechista, Giovanni Yi Mun-u, che serviva i poveri e seppelliva i corpi dei martiri, e Barbara Ch’oe Yŏng-i, la quale, seguendo l’esempio dei genitori e del marito uccisi per il nome di Cristo, fu decapitata insieme agli altri.
A Seul, in Corea, ricordo dei SS. Martiri Paolo Hong Yong-ju, catechista, Giovanni Yi Mun-u, che assisteva i poveri e seppelliva i corpi dei martiri, e Barbara Ch'oe Yong-i, che seguendo gli esempi dei genitori e del marito, uccisi per il nome di Cristo, fu decapitata con gli altri.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Paolo Hong Yong-ju, Giovanni Yi Mun-u e Barbara Ch'oe Yong-i, pregate per noi.  

   

*San Raimondo di Fitero - Abate (1 febbraio)
+ Ciruelos, Spagna, 1163
Martirologio Romano:
Nella città di Ciruelos nella Nuova Castiglia in Spagna, San Raimondo, abate di Fitero, fondatore dell’Ordine di Calatráva e insigne sostenitore del cristianesimo. S.Raimondo è venerato in Spagna come eroe delle guerre di riconquista della penisola iberica sottratta agli arabi, nonché come fondatore dell’Ordine Militare di Calatrava.
Il Santo era l’abate cistercense di Fitero, nei pressi di Toledo, allora capitale della Spagna cristiana, quando verso il 1158 il re Sancio I di Castiglia si trovava proprio in tale città.
Gli arabi stavano allora minacciando la città avamposto di Calatrava, difesa dai mitici Templari, che però fecero presente al re che disponevano di forze troppo esigue per proteggere la città, invocando dunque l’invio di rinforzi.
Il monaco Diego Velazquez, ex cavaliere al seguito di Raimondo, riuscì a convincere il re, contro il consiglio dei  suoi ministri, ad affidare la città alla loro abbazia di Fitero.
Pertanto la difesa di Calatrava divenne una questione ecclesiastica e Raimondo chiese sostegno all’arcivescovo di Toledo, il quale promise di provvedere ai rinforzi necessari indicendo una crociata.
Tale fu la mobilitazione di uomini e materiali a Toledo, che i musulmani preferirono astenersi dall’attaccare Calatrava. L’abate Raimondo colse comunque l’occasione di questo aumento di reclute a vantaggio del nuovo possesso della sua abbazia e mantenne il fior fiore di volontari come nucleo del costituendo nuovo Ordine Militare di Calatrava, che da allora si impegnò in azioni militari volte a difesa della Spagna e dell’Europa cristiane.
Il culto di San Raimondo, abate di Fitero e difensore della cristianità, fu approvato in Spagna nel 1719 e la sua commemorazione è riportata dal Martyrologium Romanum al 1° febbraio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Raimondo di Fitero, pregate per noi.  


*Beato Reginaldo di Orleans - Domenicano (1 febbraio)

Orléans, 1180 ca. – Parigi, 1 febbraio 1220
Fu canonico di Orléans e docente di diritto canonico all'Università di Parigi. A Roma venne accolto nell'Ordine da San Domenico e fu miracolosamente guarito da una grave malattia per intercessione della Beata Vergine Maria, la quale apparendogli gli mostrò l'abito completo dell'Ordine.
Nel 1218, a Bologna, come grande predicatore infiammò gli animi dei suoi ascoltatori, inducendone molti ad entrare nell'Ordine, al punto che, divenuto angusto l'edificio della Mascarella, trasferì la comunità a San Niccolò delle vigne.
Visto il successo ottenuto a Bologna, San Domenico verso al fine del 1219 lo inviò a Parigi per risollevare le sorti anche di quella comunità: anche lì 1a sua predicazione esercitò un fascino irresistibile. Ma poche settimane dopo il suo arrivo, verso il 12 febbraio, morì col sorriso sulle labbra, esprimendo la sua gioia di aver abbracciato la vita degli apostoli.
Etimologia: Reginaldo = che regna con intelligenza, dal tedesco
Martirologio Romano: A Parigi in Francia, Beato Reginaldo di Orléans, sacerdote, che, di passaggio da Roma, conquistato nell’animo dalle parole di san Domenico, entrò nell’Ordine dei Predicatori, al quale attrasse molti con l’esempio delle sue virtù e la sua ardente eloquenza.
Il Beato Giordano di Sassonia († 1237) domenicano e successore di San Domenico, scrisse del Beato Reginaldo suo contemporaneo: “La sua eloquenza era infuocata e la sua parola, come fiaccola
ardente, infiammava l’animo  degli ascoltatori; ben pochi avevano il cuore così indurito da resistere al calore di quel fuoco.
Pareva un secondo Elia”.
Reginaldo nacque probabilmente nella diocesi di Orléans, anche se non si conosce con esattezza il luogo di nascita, verso il 1180.
Fu professore di Diritto all’Università di Parigi e decano dei canonici di St-Aignan ad Orléans; nel 1218 si recò a Roma, per proseguire poi per la Terra Santa, al seguito del proprio vescovo mons. Manasse II di Seignelay.
A Roma conobbe il card. Ugolino (futuro Papa Gregorio IX) e tramite di questi conobbe San Domenico di Guzman, fondatore dell’Ordine dei Predicatori. Il decano di St-Aignan era uomo d’intelligenza, aperto ai problemi religiosi del suo tempo e avvertiva con un certo rimorso il contrasto tra la sua vita agiata e raffinata, la sua attività amministrativa e l’appello accorato lanciato nel 1215 dal IV Concilio Lateranense, ad uno stile di vita più evangelico. Il messaggio della povertà evangelica così integralmente realizzato nel nuovo Ordine Domenicano, fondato nello stesso 1215 a Tolosa, attrasse profondamente l’animo insoddisfatto del decano Reginaldo d’Orléans.
Durante la sua permanenza romana cadde ammalato abbastanza seriamente, San Domenico nel fargli visita, lo invitò ad entrare nel suo Ordine per seguire la povertà di Cristo, poi accompagnata dalla sua guarigione, ebbe una miracolosa apparizione della Vergine, la quale gli mostrò l’abito completo del nuovo Ordine.
Le sue resistenze caddero ed egli s’impegnò ad entrare fra i Predicatori al ritorno dalla Terra Santa.
Nel dicembre 1218, s. Domenico già lo inviò a Bologna come suo vicario, in questa città studentesca, Reginaldo si sentì a suo agio; trasferì la Comunità domenicana dalla Mascarella a S. Niccolò  delle Vigne e con la sua irresistibile eloquenza, attrasse all’Ordine allievi e docenti universitari.
Un anno dopo, nel 1219 san Domenico lo inviò a St-Jacques di Parigi per rinvigorire quella comunità domenicana vacillante, anche qui affluirono all’Ordine studenti e professori dell’Università e intorno ai religiosi si formò un alone di cultura e spiritualità.
Ma poche settimane dopo il suo arrivo a Parigi, Reginaldo morì il 1° febbraio 1220; fu uno dei primi grandi dolori per il santo fondatore che ne fu affranto, lo consolò solo il sapere che Reginaldo era morto con il sorriso sulle labbra e dichiarando tutta la sua felicità per aver abbracciata la povertà degli Apostoli.
Fu sepolto a Parigi nel cimitero benedettino di Notre-Dame-des-Champs; gli fu tributato fin da subito il culto di beato, confermato poi da Papa Pio IX l’8 luglio 1875. La sua celebrazione è riportata dal Martirologio Romano al 1° febbraio.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Reginaldo di Orleans, pregate per noi.   


*San Severo di Avranches - Vescovo (1 febbraio)
VI sec.

San Severo è il terzo vescovo di Avranches. Nella cronotassi dei vescovi della diocesi è segnato dopo Nepo e prima di Perpetuo. Anche se alcune fonti lo collocano quale successore San Senerio, tale ipotesi è veramente improbabile.
Alcuni manoscritti del XII secolo, contengono un catalogo episcopale della diocesi, molto deficitario nella parte relativa al periodo prima della fine del X secolo. In queste fonti sono assenti i vescovi documentati storicamente, mentre sono presenti cinque vescovi ritenuti Santi, sui quali le
informazioni storiche sono ridotte al minimo o completamente inesistenti.
Su San Severo è rimasta una "Vita" scritta prima del X secolo, ma che fu rifatta e ampliata nel XII secolo. Da quel testo sappiamo che Severo era nato nella valle di Vir in Normandia, in una famiglia molto povera.
Fin da giovane fu portato via dalla sua famiglia e costretto a diventare guardiano di pecore presso un certo Corbercero, un signorotto locale, compagno di Clodoveo.
Una serie di miracoli compiuti dal giovane pastorello, impressionarono talmente Corbercero, che dopo essersi convertito, lasciò libero il ragazzo e gli donò un pezzo di terreno sul quale Severo gettò le fondamenta di un’abbazia.
La santa reputazione e la rettitudine di Severo, unitamente alla buona condotta della sua vita si diffusero per tutto il paese.
Gli abitanti del luogo lo vollero e lo elessero vescovo della città, intorno al 520.
Dopo qualche tempo Severo, decise di dare le dimissioni da pastore della diocesi, che si ritirò nella sua abbazia, luogo dove morì.
Alle prime invasioni normanne l’abbazia andò distrutta.
Poco tempo dopo, in quel luogo fu ritrovato fortunatamente il corpo di Severo e iniziarono una serie di manifestazioni di culto.  
Verso la fine del X secolo il corpo di San Severo, venne traslato a Rouen.
Parti delle sue reliquie furono distribuite a più riprese in diversi reliquiari.
Tra questi ricordiamo quello realizzato nel 1085 in occasione della ristrutturazione dell’abbazia di San Severo da parte del visconte d’Avranches.
Nel 1639, una parte delle reliquie furono inviate anche al re Luigi XIII, mentre i resti del santo rimasero in una cassa di legno.
A lui sono state dedicate tre parrocchie, alcune cattedrali e numerose cappelle.
Nella cattedrale di Rouen rimangono due immagini di San Severo, tra cui una nella vetrata del XII secolo e una nel timpano della chiesa.
San severo viene festeggiato il 5 agosto a Coutances e il 5 luglio a Bayeux.
La sua festa è stata fissata all’1 febbraio per ricordare la traslazione del corpo a Rouen.

(Autore: Mauro Bonato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - San Severo di Avranches, pregate per noi.  

  

*San Severo di Ravenna - Vescovo (1 febbraio)

Ravenna, † 1° febbraio 344 ca.
Sul dodicesimo vescovo di Ravenna, Severo, sono scarse le notizie certe. Si sa che partecipò al Concilio di Sardica (l'odierna Sofia) nel 342-343.  
Fu sepolto nella zona di Classe. Testimonianze dell'antichità del suo culto sono le notizie di due traslazioni e i mosaici di Sant'Apollinare. Gli fu dedicata nel VI secolo una basilica, andata distrutta dopo il XV secolo. Per gli agiografi sarebbe stato un lanaiolo che, recatosi in chiesa dopo la morte del vescovo Marcellino, sarebbe stato eletto suo successore perché una colomba gli si posò sul capo. Secondo Liutolfo un monaco trafugò le reliquie per portarle in Germania. È infatti venerato " oltre che in Emilia-Romagna, Toscana e Marche " a Magonza ed Erfurt.
I bassorilievi marmorei posti sul sepolcro trecentesco nella chiesa del santo ad Erfurt, lo raffigurano vestito degli abiti vescovili, in mezzo alle figure della moglie e della figlia, in devoto atto orante. Ma ben più numerose furono le chiese dedicatogli in tutta la provincia ravennate, nell'Emilia Romagna, in Toscana, nelle Marche. Solo a Faenza ve ne furono quattro. (Avvenire)
Etimologia: Severo = austero, rigido, signif. chiaro
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: A Ravenna, san Severo, vescovo.
Dall’antico "Catalogo Episcopale" si ricava la notizia che San Severo fu il 12° vescovo di Ravenna, dopo Marcellino e prima di Liberio; della sua vita purtroppo non si sa niente, tranne che il suo nome compare tra i partecipanti al Concilio di Sardica (antico nome di Sofia in Bulgaria), tenutosi nel 342-343, inoltre è fra i sottoscrittori dei canoni conciliari, della lettera sinodica a Papa San Giulio I (337-352) e di quella a tutti i vescovi.
Come riferiscono gli agiografi medioevali Agnello e Liutolfo, Severo morì un 1° febbraio in un anno
dopo il 342 e in questo giorno venne ricordato nell’antico Calendario italico, inserito poi nel ‘Martirologio Geronimiano’; venne sepolto nella zona di Classe presso Ravenna, detta del ‘Vicus Salutaris’, in un sacello chiamato “monasterium S. Rophili” aderente al Sud della basilica del secolo VI.
Testimonianze dell’antico culto, sono le notizie di due traslazioni di reliquie del santo vescovo, una citata nel ‘Martirologio Geronimiano’ al 27 novembre, avvenuta a Milano, poco dopo l’episcopato di s. Ambrogio (340-397), insieme a quelle di altri quattro santi e un’altra celebrata al 3 settembre ad Aquileia, anche qui con quelle di altri quattro Santi, fra cui Sant' Andrea apostolo. Grande testimonianza del culto tributatogli a Ravenna, sono i mosaici di S. Apollinare in Classe (consacrata nel 549), situati nella parte inferiore dell’abside, rappresentanti i vescovi San Severo, sant' Orso, Ecclesio ed Ursicino, i primi due recano l’appellativo “Sanctus”, prova questa di sicuro culto.
E poi vi è la grande basilica di S. Severo, iniziata dal vescovo Pietro III nel 575 e condotta a termine da Giovanni Romano (578-95) e da lui consacrata il 17 maggio 582, collocandovi anche l’arca del santo.
Questa basilica abbinata ad un grande monastero benedettino, rimase integra fino al secolo XV, poi dopo varie vicende, venne definitivamente abbandonata e distrutta; era una grande basilica a tre navate divise da dodici colonne per parte; aveva l’abside poligonale all’esterno e semicircolare all’interno (tipo ravennate).
Per quanto riguarda i testi letterari che riguardano San Severo, essi sono in buona parte leggendari, raccolti e trascritti dagli agiografi medioevali e da due sermoni di San Pier Damiani (1072); la biografia che se ne ricava, dice che il santo, povero lanaiolo di Ravenna, si reca in chiesa dopo la morte del vescovo Marcellino, per assistere all’elezione del successore ed una colomba gli si posa più volte sulla testa, così che tutto il popolo riconosce che è lui l’eletto di Dio; poi racconta ancora che durante una celebrazione eucaristica, va in estasi e presenzia per un prodigio di bilocazione, alla morte dell’amico san Geminiano di Modena.
Gli muore la figlia Innocenza e dietro invito del santo, le ossa della defunta moglie Vincenza si spostano per lasciare alla figlia un posto nell’arca; infine sentendosi vicino alla morte, fa aprire l’arca che si era preparata, vi si distende e rende l’anima a Dio.
Tutti questi episodi si ritrovano, nella narrazione agiografica medioevale, nelle ‘Vite’ di altri santi.
Secondo l’agiografo Liutolfo, il corpo di San Severo non rimase per molto tempo nella sua basilica di Classe; nell’842 un monaco franco di nome Felice, trafugò le reliquie di San Severo, Vincenza e Innocenza e le trasferì prima a Magonza poi ad Erfurt, diffondendo così il culto in tutta la Germania, sorgendo chiese in suo onore.
Ma ben più numerose furono le chiese dedicatogli in tutta la provincia ravennate, nell’Emilia Romagna, in Toscana, le Marche, solo a Faenza ve ne furono ben quattro. I bassorilievi marmorei posti sul sepolcro trecentesco nella chiesa del santo ad Erfurt, lo raffigurano vestito degli abiti vescovili, in mezzo alle figure della moglie e della figlia, in devoto atto orante.  
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Severo di Ravenna, pregate per noi.  

  

*San Sigiberto III il Giovane (Sigisberto) - Re d’Austrasia (1 febbraio)
Metz (Austrasia), 630 – 1 febbraio 656
Martirologio Romano: A Metz in Austrasia, oggi in Francia, San Sigisberto III, re, che costruì i monasteri di Stavelot, Malmédy e molti altri e distribuì con  generosità elemosine alle chiese e ai poveri. Sigiberto nacque verso il 630 dal re dei Franchi Dagoberto I (600-639) e dalla regina Ragintrude. Per motivi politici del tempo, Dagoberto I diede al figlio, bimbo di quasi quattro anni, la corona del regno d’Austrasia nel 634 a Metz la capitale, affidandone la custodia e l’educazione al vescovo San Cuniberto di Colonia Agrippina († 663 ca.) e al duca Adalgiso.
Qualche decennio prima nel 613, il regno dei Merovingi, dinastia dei Franchi Salii, aveva iniziato la sua decadenza con la suddivisione nei regni di Burgundia, Neustria, Aquitania, e Austrasia (parte orientale con capitale Metz), che spesso combatterono fra loro.
Ad undici anni nel 641, Sigiberto III prese parte ad una sfortunata guerra contro la Turingia (regione storica della Germania orientale); mentre dal 643 egli vide accrescere il potere del maestro di palazzo Grimoaldo, figlio del ‘maggiordomo’ Pipino I il Vecchio († 639) e gli si affezionò
talmente che ne adottò il figlio; particolarità politiche del tempo, difficili a comprendersi con la mentalità odierna.
I “maggiordomi” presso i Merovingi, erano maestri di palazzo con funzioni di primo ministro; divenne una carica ereditaria nei regni di Austrasia e Neustria e nel secolo VIII riuscirono a sostituirsi nel governo agli stessi re, che presero la definizione di “rois fainéants” (re fannulloni.
Infatti nonostante che dal matrimonio di Sigiberto III con Inechilde, nascesse oltre la figlia Blethilde, anche il figlio Dagoberto II, nominato suo successore, il maggiordomo Grimoaldo, dopo la morte di Sigiberto, tentò di far salire al trono il proprio figlio. Alla luce di questo contesto storico, poco si sa di Sigiberto III, che sempre più appariva come un re ombra, senza potere effettivo, ma dedito soprattutto ad opere di beneficenza e di pietà. Da documenti pervenutaci, si apprende con certezza che fondò i monasteri di Cugnon, Stavelot-Malmédy, e S. Martino presso Metz; la tradizione vuole invece che sia fondatore di ben dodici monasteri. Sotto il suo regno, il Cristianesimo si diffuse profondamente nell’Austrasia, protesse e favorì l’attività dei santi vescovi Amando e Remaclo; in una sua lettera scritta al vescovo di Cahors, Desiderio, Sigiberto diceva che la pace era stabile nel regno e che i suoi scopi erano una vita vissuta nella grazia di Dio, in pace con il suo popolo e la beatitudine.
Papa Martino I (649-655) gli chiese, tramite il vescovo S. Amando, il suo aiuto contro i “monoteliti” (seguaci di una teoria religiosa elaborata proprio nel VII secolo in seno alla Chiesa bizantina; essi riconoscevano le due nature di Cristo, ma affermavano che in lui la volontà divina predominava su quella umana).  
Sigiberto III il Giovane, morì ad appena 26 anni, il 1° febbraio 656 a Metz e fu sepolto nel monastero di San Martino da lui fondato.
Il culto per il santo re sorse casualmente, quando nel 1063 le reliquie furono spostate nello stesso monastero, a causa del crollo della cripta; fu proclamato santo nel 1170, quando fu effettuata la cosiddetta “elevatio” delle reliquie, atto di proclamazione in uso nel passato prima del 1500.
Dopo le varie distruzioni del monastero, nel 1552 quella definitiva, le reliquie furono portate al convento di S. Giorgio a Nancy.
In seguito i duchi di Lorena, che si ritenevano successori del santo re, alimentarono il suo culto, nominandolo nel 1742 patrono del Ducato e le reliquie furono traslate nella cattedrale di Nancy, città di cui è tuttora il santo patrono. Buona parte delle reliquie furono bruciate nel 1797 durante la Rivoluzione, quelle recuperate si trovano in varie città francesi; è invocato nella risoluzione dei problemi politici e dal 1663 anche contro il maltempo. La sua festa si celebra il 1° febbraio, anche se nel tempo passato era ricordato a Metz, Strasburgo e St-Dié in altre date.  
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Sigiberto III il Giovane, pregate per noi.  


*San Trifone - Martire (1 febbraio)
Camposede,  232 - Nicea,  250  
Patronato:
Giardinieri
Emblema: Palma
Martirologio Romano: In Frigia, commemorazione di san Trifone, martire.
Sono tanti gli storici che si sono cimentati nella narrazione della Sua vita che, benché atrocemente martirizzata, è stata sempre in odore di santità. Fra i molti che hanno scritto su San Trifone (Cardinale, Baronio, Ottavio, Gaetano, Teodorico, Ruinari, Mazzocchi), abbiamo scelto di trarre informazioni da un libro edito nel 1995 ed intitolato: "la storia di San Trifone", scritta da Mons. Luigi Stangarone di Adelfia (Ba), valente ed attendibilissimo storico dello stesso paese che presentò la sua opera in occasione della Festa Patronale dello stesso anno (1995).
Altre informazioni sono state tratte dal libretto "San Trifone e la Sua Cattedrale" di Don Anton Belan da Cattaro. San Trifone nacque nel 232 circa in Pirgia nella città di Kampsada (oggi Iznir) nei pressi di Nicea (Lampsakos), provincia romana di Apamea. La regione si trovava sotto dominio romano dal 116 AD., in quel periodo Roma possedeva gran parte dell’Asia Minore.
Kampsada era già un vescovado nel quarto secolo e l'attività svolta dagli abitanti era prevalentemente dedita all'agricoltura.
Oggi sono pochi i resti di Kampsada. La vita di San Trifone si svolse sotto il papato di San Ponziano (230-235), Sant’Antero (235-236) e San Fabiano (236-250). Uno dei primi vescovi di Kampsada fu Partenio (quarto secolo), proclamato santo.
Un manoscritto Armeno riferisce che i genitori di Trifone erano Cristiani e diedero al loro bambino il nome di Triph, che nella radice etimologica significa "animo nobile". In latino e in greco divenne
successivamente Tryphon e nel diciassettesimo secolo l'arcivescovo Croato Andrija Zmajevic diede il nome slavo Tripun.
Il padre di Trifone morì quando era bambino e l'intera attenzione per la sua educazione Cristiana fu curata dalla madre Eukaria.
Nel Dicembre del 249 sino alla fine del 250 l’Imperatore Romano Decio emanò un decreto autorizzando la persecuzione dei Cattolici. Fu il settimo dai tempi di Nerone ed il primo che investì l’intero Impero Romano. Fu allora che Trifone, ancora giovane, fu martirizzato.
Si racconta che per fuggire alla persecuzione i Cristiani, sia ragazzi che adulti, furono costretti a fare un’offerta di fronte alla statua dell’imperatore, spesso granelli di incenso.
Alcuni culti pagani furono vietati, ma il rifiuto di eseguirli portava al sequestro di tutti i possessi, all’arresto, ai lavori forzati, alle torture sino alla morte. Durante la gestione di Aquilino, prefetto di tutta l’Asia Minore, San Trifone fu preso dal suo luogo di nascita. Alla domanda "che cosa sei?", Trifone rispose di essere "un Cristiano". Dopo tre giorni di tortura che dovevano costringerlo a fare la sua offerta agli dei, Trifone fu decapitato. Il suo corpo fu inviato al suo luogo della nascita Kampsada, quindi portato a Costantinopoli e da lì a Cattaro. Probabilmente il 2 febbraio è la data indicata del suo martirio (dies natalis) anche se pare che nei Calendari Napoletani marmorei, nei sinaxari di Constantinopoli, nei calendari russi e in qualcuno greco pre-datano il giorno del martirio di San Trifone al 1 Febbraio.
Nel IX secolo il famoso martirologio benedettino dei martiri (Usuardi Martyrologium) e nel calendario di Cattaro, postdatano il martirio al 3 febbraio. Nel 1582 il Calendario Giuliano fu sostituito da quello Gregoriano, Papa Clemente VIII in un decreto del 17 settembre 1594 fissa il 3 febbraio giorno per la commemorazione di San Trifone nel vescovado di Cattaro. Oggi in Cattaro la commemorazione liturgica di San Trifone avviene anche il 10 novembre, mentre il 13 gennaio viene celebrato il trasferimento delle sue reliquie.
Il 10 novembre sarebbe invece il giorno della traslazione del suo corpo a Roma, ove fu deposto in una chiesetta a lui dedicata in Campo Marzio, nel sec. IX.
Quella chiesetta, sede di parrocchia, fu designata come «stazione» del primo sabato di quaresima, indicazione tuttora riportata nei calendari liturgici della Chiesa romana. La chiesa di  San Trifone in Campo Marzio fu distrutta nel sec. XVIII per allargare il convento degli Agostiniani annesso alla grandiosa chiesa di Sant' Agostino, ove furono trasportati tutte le reliquie ed oggetti sacri prima esistenti nella chiesa di San Trifone. A Cerignola vi sono alcune reliquie di San Trifone, trasportate nel 1917. Le reliquie del nostro Patrono sono quelle conservate e venerate a Cattaro, in Dalmazia. Stavano per essere portate a Venezia, ma per una tempesta furono bloccate nell'809 a Cattaro e, in onore del Santo proclamato Patrono, venne in seguito eretta la Cattedrale. San Trifone, protettore di Cattaro, secondo alcune tradizioni è un santo giovinetto che compiva miracoli.
Le vicende da cui Carpaccio trae ispirazione avvengono in Frigia, dove il giovane Trifone: guarisce un fanciullo morso da un serpente, un mercante caduto e calpestato da un cavallo che si rialza indenne, rende mansueto un cinghiale inferocito, viene soprattutto ricordato per la liberazione di una fanciulla indemoniata. L'imperatore Giordano chiama Trifone per far liberare dal diavolo la bella e intelligente figlia Giordana. Appena il giovane si avvicina alla principessa, il demonio la lascia e scappa tra grida rabbiose. L'imperatore chiede di poter vedere la bestia e Trifone lo accontenta. In nome di Dio comanda alla bestia di mostrarsi e questa appare sotto forma di "un cane nero con occhi del fuoco" sostenendo che il suo compito è quello di impossessarsi di coloro che non conoscono la religione Cristiana, perchè si sottomettono più facilmente al volere del demonio. Sentendo questo, l'imperatore decide di convertirsi.
Le povere spoglie furono riportate a Campsede dove furono custodite fino al 809, quando una nave veneziana,mentre ne stava traslando i resti a Venezia,sorpresa da una tempesta al largo di Cattaro in Montenegro, trovava qui riparo. Detta nave non ha potuto più riprendere la rotta,mentre per intercessione del Santo si susseguivano miracoli.
Ben presto fu eretta una maestosa basilica in suo onore ed elevato a patrono della città dalmata. Ben presto il culto di detto Santo si espanse lungo tutta la costa orientale dell'Adriatico.
Nei primi anni del X secolo, il corpo del Santo senza la testa, veniva traslata a Roma in una chiesetta di Campo Marzio, diventata poi Basilica di Sant'Agostino.  
Neanche quì le rimanenti e sante reliquie hanno potuto trovare la pce definitiva :  
- Alcune furono portate a Ravello - Sa e da quì a Tramonti-Sa
- Diverse furono portate ad Onano - Vt, durante la peste del XVI secolo.
- Altre furono traslate c.o l'abbazia di Altilia - santaseverina-Kr
- Diverse altre furono portate a Cerignola - Fg
- Alcune sono rimaste presso la Basilica di Sant'Agostino di Roma.
- Altre piccole reliquie sono sparse in diversi posti,fra cui Adelfia - Ba.
La chiesa locale festeggia San Trifone il 10 novembre, che è la data della traslazione delle ossa da Cattaro a Roma." Il Martyrologium Romanum lo pone al primo febbraio.
Preghiera a San Trifone
Il giorno 10 Novembre verso le ore 12.00 si svolge la processione con la statua di San Trifone che, partendo dalla chiesa di San Nicola, si snoda per le vie di Adelfia-Montrone. Durante il tradizionale corteo religioso i fedeli che vi partecipano e in particolare i devoti provenienti da Bisceglie (Bari), cantano una "Preghiera a San TrSan TRIFONEifone", di seguito riportata.
Noi siamo pellegrini e gran bisogno abbiamo pregare lo dobbiamo il nostro protettor…
È  San Trifone ci guida, ci illumina la via la nostra compagnia lui la dovrà graziar…
Eccomi San Trifone ti seguo per la strada pregandoti con fede amore ed umiltà…
Beato chi in te spera. Beato chi ti adora la fulgida tua lancia sempre risplenderà…
Evviva la tua lancia beato chi te l'ha data te l'ha data il buon Gesù, San Trifone aiutaci tu…
Iddio te l'ha affidata l’ha data in buone mani da pene e da malanni ci devi tu guardar…
Il grande Iddio ti pose sul luogo di Montrone e noi con devozione, ti veniamo ad implorar…
Gli zoppi muti e ciechi che con fervore e fede si prostano ai tuoi piedi tu falli risanar…
Or dunque biscegliesi di grazia noi vogliamo pregare lo dobbiamo con fede e carità…
Nell'ora della morte ci salvi dall'inferno nel regno dell'Eterno ci guidi per pietà…
Dove godrem beati fra liete feste e  canti Iddio con tutti i Santi per un eternità…
Ti saluto San Trifone l'angelo più caro e bello sul nostro paesello volgi uno sguardo ognor…
Ti saluto San Trifone sei l'angelo celeste in ciel si fan le feste per un' eternità…
Ti saluto San Trifone sei l'angelo del conforto sul punto della morte tu vienici a salvar…
Ti saluto San Trifone sei l'angelo del Signore la fede ed il valore in te trionferà…
Ti saluto San Trifone sei il nostro protettore adesso e tutte l'ore ci devi   accompagnar…
Ti saluto San Trifone campione del paradiso confortaci col sorriso di fede di obertà.
Evviva San Trifone, San Trifone santo, evviva San Trifone che in Montrone sta…
(Autore: Giovanni Scavo- Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Trifone, pregate per noi.   

  

*Santa Verdiana - Vergine e reclusa (1 febbraio)  
Castelfiorentino, 1182 - Castelfiorentino, 1° febbraio 1242
Di nobile famiglia decaduta, per alcuni anni fece la governante.
Si diffondeva intanto la fama di santità e dopo due pellegrinaggi si ritirò in un romitorio, dove restò per trentaquattro anni dedita alla preghiera e alla penitenza, donando ai poveri quanto riceveva in carità dai visitatori. Fu visitata nel 1221 da Francesco d’Assisi, il quale potrebbe averla ammessa nel suo Terz’Ordine. Dopo la sua morte il romitorio fu trasformato in cappella.  
Emblema: Giglio
Martirologio Romano: Presso Castelfiorentino in Toscana, Santa Verdiana, vergine, che visse in clausura dalla fanciullezza fino alla vecchiaia.
Santa Verdiana (o Veridiana e Viridiana) è personaggio ben diverso da quello immortalato da Luis Bunuel in uno dei  suoi film più caratteristici. La Santa nacque a Castelfiorentino nel 1182, ed è perciò coetanea di S. Francesco d'Assisi, che secondo la tradizione le fece visita nel 1221, ammettendola al Terz'ordine Francescano.
Benché decaduta, la nobile famiglia degli Attavanti da cui ella nacque a Castelfiorentino godeva ancora di un certo  prestigio. Un ricco parente la volle perciò accanto come amministratrice.
Dedita però fin dall'infanzia all'orazione e all'astinenza, ella non poteva concepire questo suo
incarico che come un'accresciuta possibilità di esercitare la carità.
Qualche volta la Provvidenza dovette intervenire con dei prodigi.
Si racconta che un giorno suo zio aveva accumulato e rivenduto una certa quantità di derrate, il cui prezzo era salito alle stelle a causa di una grave carestia.
Ma quando il compratore si presentò a ritirare il materiale acquistato, il magazzino risultò vuoto, perché nel frattempo Verdiana aveva donato tutto ai poveri.
L'irritata reazione dello zio ebbe come unica risposta l'invito ad attendere ventiquattr'ore: effettivamente il giorno dopo Dio premiava la carità e la confidenza della fanciulla facendo ritrovare intatto il raccolto così generosamente donato.
Verdiana si recò poi in pellegrinaggio a Compostella, presso la tomba di San Giacomo, che insieme a Roma era la grande meta dei pellegrini, specie dopo la perdita definitiva della Terrasanta. Ritornata a Castelfiorentino e sentendo vivo desiderio di solitudine e di penitenza, i suoi paesani, per trattenerla vicino, le edificarono in riva all'Elsa, attigua all'oratorio di Sant’ Antonio, una celletta nella quale Santa Verdiana rimase reclusa per 34 anni.  
Da una finestrella assisteva alla Messa, parlava con i visitatori e riceveva lo scarso cibo di cui si nutriva. Attraverso questo spiraglio, secondo una tradizione raccolta pure dai pittori, penetrarono negli ultimi anni della sua vita due serpenti, che tormentarono la Santa, la quale, ad accrescimento delle sue mortificazioni, mai ne rivelò la presenza.
Si racconta che la sua pia morte, avvenuta il 1° febbraio 1242, venne annunciata dal suono improvviso e simultaneo delle campane di Castelfiorentino non mosse da mano umana. Il culto di Santa Verdiana, rappresentata con gli abiti della congregazione Vallombrosana, venne approvato da Clemente VII nel 1533 ed è tuttora popolare in Toscana.  
(Autore: Piero Bargellini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Verdiana, pregate per noi.  

*Altri Santi del giorno (1 febbraio)
*Beato Andrea Carlo Ferrari (ricordato il 2 febbraio)
*Beata Giovanna Francesca della Visitazione (Anna) Michelotti
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.


 
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