Santi del 1 Maggio - Istituto Aveta

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Santi del 1 Maggio

Il mio Santo > I Santi di Maggio

*Sant'Agostino Schoeffler - Sacerdote e Martire (1 maggio)

Scheda del Gruppo cui appartiene:
“Santi Martiri Vietnamiti” (Andrea Dung Lac e 116 compagni)

Mittelbonn, Francia, 22 novembre 1822 - Sơn-Tâi, Vietnam, 1 maggio 1851
Martirologio Romano: Presso la rocca di Sơn-Tâi nel Tonchino, ora Viet Nam, Sant’Agostino Schoeffler, sacerdote della Società per le Missioni Estere di Parigi e martire, che, gettato in carcere dopo aver esercitato per tre anni il suo ministero, su ordine dell’imperatore Tự Đức, nel campo di Năm Mẫu ottenne con la decapitazione la grazia del martirio, che ogni giorno aveva chiesto a Dio.
Di tutti i cristiani e missionari martirizzati nel Tonchino e nella Cocincina (Vietnam), Leone XIII ne beatificò 77 il 7-5-1900; S. Pio X 8 il 15-4-1906 e 34 l'11-4-1909; Pio XII 25 il 29-4-1951. Di costoro 117 furono canonizzati da Giovanni Paolo II nel 1988.
Non sappiamo con certezza quando il cristianesimo fu introdotto in quei paesi la cui evangelizzazione regolare e sistematica fu iniziata nel 1627 dal P. Alessandro de Rodhes SJ. Con l'aiuto di un confratello in 3 anni egli riuscì a battezzare circa 3.000 infedeli. Per istigazione di un bonzo fu esiliato dal re, ma nel 1631 altri gesuiti riuscirono a entrare occultamente nel regno e, con l'aiuto di alcuni missionari di altri Ordini religiosi, in meno di trent'anni a convertire alla fede 200.000 pagani.
Primo Vicario Apostolico del Tonchino (Vietnam) fu Mons. Francesco Pallu, e primo vicario Apostolico della Cocincina Mons. Pietro de La Motte Lambert. Per provvedere di missionari quelle terre pagane essi si adoperarono per fondare a Parigi il seminario delle Missioni estere.
Sono molti i martiri che vi furono formati e che i papi canonizzarono. Tra loro figura anche il P.
Agostino Schoefner. Egli nacque il 22-11-1822 a Mittelbonn in Lorena (Francia), e compì gli studi ecclesiastici nel seminario diocesano di Nancy durante i quali volle iscriversi al Terz'Ordine Domenicano. Non senza opposizione dei parenti, nel 1846 passò in quello delle Missioni estere di Parigi per assecondare la sua vocazione missionaria.
Per quanto fosse disposto a recarsi in qualsiasi terra di missione, non nascose la sua preferenza per il Tonchino (Vietnam) in cui infuriava la persecuzione scatenata dal re Minh-Manh (1820-1840) e continuata da suo figlio, il re Thiéu-Tri (1840-1847). Nelle lettere che di lui ancora si conservano appare manifesto con quanto ardore bramasse di dare la vita per la fede.
In una di esse si legge: "II buon Dio mi accorderà la grazia del martirio; gliela domando ogni giorno". E in un'altra: "Soffro molto, ma ai piedi della croce... Che cosa può esserci di più dolce?".
Il 1-8-1847 il Santo lasciò Parigi per Anversa. Raggiunse Hong-Kong dopo cinque mesi di navigazione. Il suo campo di lavoro fu la cristianità di La-Fou che raggiunse dopo essere riuscito a superare la frontiera settentrionale del Tonchino tra pericoli di ogni genere. Trascorse i primi mesi in quel paese studiando la lingua e cercando di adattarsi agli usi e costumi degli indigeni.
Poté in seguito darsi con tutto l'ardore giovanile al sacro ministero. Nel 1849 fu di grande aiuto a Mons. Retord, ordinario del luogo, nella visita pastorale che fece a Ke-Bang. In seguito fu trasferito al distretto di Xu-Doai dove, disseminati per montagne e foreste, 16.000 cristiani attendevano ansiosi l'opera di un missionario.
Nonostante la malferma salute raccolse tra loro abbondanti frutti di vita spirituale, tanto che il suo nome presso quei cristiani restò in benedizione.
Il desiderio del martirio cresceva nel santo di mano in mano che, prendendosi cura delle anime, capiva che non c'è amore più grande di colui che da la vita per i fratelli. La pubblicazione dell'editto di persecuzione contro i cristiani del re Tu-Dùc (1847-1883), secondogenito di Thiéu-Tri, ravvivò le sue speranze.
I mandarini erano incitati a far catturare i missionari europei perché erano ritenuti "come falsari, seduttori, barbari, tonti, sciocchi, vili..." e, per conseguire più facilmente lo scopo, venivano offerte trecento once d'argento a chi ne avesse denunciato uno. Lo stesso re il 13-2-1851 fece spedire a tutti i mandarini una circolare segreta in cui prescriveva che i missionari europei fossero annegati con una pietra al collo, e i sacerdoti annamiti segati vivi.
In quel tempo la cristianità di Bau-Nò, nel Tonchino occidentale, era infestata da bande di briganti e di ribelli. Per opporsi alle loro scorrerie, i mandarini del distretto avevano costituito una milizia di volontari i quali, facendo finta di dare la caccia ai briganti, taglieggiavano i poveri cittadini. Il 1-3-1851 la strada tortuosa che dalle colline scendeva verso il villaggio era infestata da guardie. Pareva che attendessero al varco qualche squadra di briganti, invece, ad un segnale convenuto, essi sbucarono fuori dai cespugli per arrestare prima un sacerdote indigeno che camminava discorrendo con due giovani, quindi P. Agostino, che lo seguiva a poca distanza con allievi e catechisti.
Nel mettere le mani addosso al bianco che li guardava maestoso e tranquillo, le guardie furono prese da timore e riverenza. Allora il comandante gridò loro: "Che fate? Date mano alle verghe e battete".
Il missionario, che era stato tradito da una delle guide, lo interruppe, dicendo: "E perché? Io non ho mosso un passo per resistere alla vostra violenza". Dopo che fu legato, mentre le guardie si disponevano alla partenza, il loro capo si rivolse ai prigionieri e disse: "Potrei consegnarvi ai mandarini; datemi una verga d'oro, cento verghe d'argento e vi lascerò tutti liberi".
Alla mente di P. Agostino balenò immediatamente un generoso disegno. Difatti gli rispose: "Ebbene, se volete una così grande somma per il nostro riscatto, lasciate che questi miei discepoli vadano a cercarla; io resterò in ostaggio".
Il pagano, accecato dalla cupidigia dell'oro, rilasciò il sacerdote indigeno con gli allievi e i catechisti, ma il denaro pattuito non riuscì ad averlo perché non fu potuto trovare. Il missionario, lieto di aver salvato gli altri con il suo sacrificio, si lasciò condurre a Son-Tay non senza aver prima assicurato i fedeli che nessuno da parte sua sarebbe stato denunciato o compromesso. A Son-Tay, dopo le solite domande, il mandarino chiese al prigioniero: "Quando eravate ancora in Europa, sapevate che la vostra religione era proibita nel regno?".
"Si che lo sapevo, ma volli venirvi appunto per questo", "Ditemi i luoghi in cui siete stato affinchè possa fare il mio rapporto e rimandarvi in Europa". "Mi trovo nel regno da quattro anni; sono stato in molti luoghi di cui non ricordo il nome e vado in tutti i villaggi in cui sono desiderato dagli abitanti". I mandarini, presi da insolito rispetto per il giovane sacerdote, non insistettero.
Il giorno dopo provarono a indurlo all'apostasia, ma il martire fu così risoluto nel rifiuto che i giudici, considerando inutile ogni ulteriore insistenza, chiusero gli atti e ne inviarono il rapporto alla capitale.
Tra l'altro la sentenza diceva: "Il signor Agostino è un europeo che ha avuto l'audacia di venire, malgrado il divieto che ne fanno le leggi, a percorrere le contrade di questo regno per predicarvi la religione, sedurre e ingannare il popolo: della qual cosa fu pienamente convinto nell'esame della sua causa. Secondo il decreto del re, ad Agostino si deve tagliare la testa e gettarla nelle acque del mare o dei fiumi a esempio e ritegno del popolo".
Il capitano delle guardie riuscì ad ottenere dal mandarino che, il missionario, fosse tolto dal carcere duro e detenuto nella casa del direttore delle prigioni.
Il santo poté riavere anche il denaro che gli era stato sequestrato al momento dell'arresto, e con esso provvide al suo sostentamento. Così il martire trascorreva nella meditazione e nella preghiera giorni tranquilli. Pur essendo strettamente vigilato, qualche catechista poté introdursi fino a lui e consegnargli le lettere che gli scrivevano altri missionari e gli amici d'Europa. Il sacerdote Phuong riuscì ad avvicinarlo, travestito da mercante di occhiali, confessarlo e dargli la comunione. Il santo era tanto acceso di zelo che neppure in carcere tralasciò di
esercitare l'apostolato, parlando della bellezza della fede ai soldati di guardia ed esortandoli ad abbracciarla. Diceva loro: "Io mi ricorderò di voi dopo la mia morte, ma se desiderate essere felici, cercate un villaggio abitato da cristiani e convertitevi".
Il 1-5-1851 fu condotto al luogo del supplizio scortato da un buon nerbo di soldati. Giulivo in volto, camminava con passo sicuro, salmeggiando. Appena vi giunse s'inginocchio per terra, baciò il crocifisso, si sbottonò la veste e presentò il collo al carnefice dicendo: "Sbrigatevi a fare il vostro dovere".
La testa del martire fu gettata nel fiume dove non fu più possibile ripescarla. Il corpo, che era stato seppellito nel luogo stesso dell'esecuzione capitale, il giorno dopo fu trasportato di nascosto nella vicina città di Bach-Loc dove un fervente cristiano gli diede onorata sepoltura presso la propria casa.
Leone XIII beatificò il martire il 7-5-1900 e Giovanni Paolo II lo canonizzò nel 1988 con altri 116 testimoni della fede nel Vietnam.
(Autore: Guido Pettinati – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Agostino Schoeffler, pregate per noi.  

 

*Beato Aldebrando - Vescovo di Fossombrone (1 maggio)

Sorrivoli ? (Cesena), 1164 – Fossombrone (Pesaro), 30 aprile 1247 ca.
Se ne conosce la vita grazie a una leggenda composta verso il 1300. Nato nel 1164 in Romagna nei pressi di Cesena si formò presso la canonica di Porto a Ravenna.
Dal 1222 al 1228 fu prevosto della Cattedrale di Rimini, ma poiché in una predica aveva rivendicato certi beni del Capitolo della Cattedrale, occupati dal Comune di Rimini, il popolo sobillato dai «patarini» locali, insorse contro di lui.
Durante la fuga dalla città s'imbatté nei nunzi del Capitolo della diocesi di Fossombrone (Pesaro) che andavano a Rimini, proprio per presentargli la nomina a loro vescovo. Accettato l'incarico nel 1228 divenne vescovo di Fossombrone, dove iniziò la costruzione di una nuova cattedrale: alla sua morte solo la copertura rimase a metà. Morì il 30 aprile forse del 1247 e fu sepolto il 1° maggio nella «sua» cattedrale. Qualche decennio più tardi il suo corpo venne traslato nella nuova cattedrale, la chiesa di San Maurenzo. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Fossombrone nelle Marche, Beato Aldebrando, vescovo, insigne per austerità di vita e spirito apostolico.
La vita di Sant’ Aldebrando è narrata in una leggenda composta verso il 1300 e pubblicata la prima volta nel 1647. L’indicazione del luogo di origine di Aldebrando è abbastanza precisa, anche se è ancora controversa la traduzione dal latino, lingua con la quale era composta la leggenda.
Egli nacque nel 1164 in Romagna nei pressi di Cesena, alcuni dicono a Sorrivoli nella diocesi di
Cesena e altri dicono non dentro i confini del Comune e diocesi di Cesena, ma bensì nella zona Sarsina-Galeata, che occupa le alte valli del Savio e del Bidente.
Ad ogni modo Aldebrando si formò presso la canonica di Porto a Ravenna, e ciò è attestato nel 1199; successivamente fu eletto prevosto della Cattedrale di Rimini e in quest’Ufficio rimase dal 1222 al 1228.
Ma avendo in una predica, rivendicato con foga oratoria, certi beni del Capitolo della Cattedrale, occupati dal Comune di Rimini, il popolo sobillato dai ‘patarini’ locali, insorse contro di lui, che fu costretto a fuggire dalla città; (i patarini erano i membri di un movimento di emancipazione delle classi popolari, dai vincoli feudali ed ecclesiastici).
Lungo la strada, diciamo per l’esilio, s’imbatté nei nunzi del Capitolo della diocesi di Fossombrone (Pesaro) che andavano a Rimini, proprio per presentargli la nomina a loro vescovo.
Aldebrando non ebbe difficoltà ad accettare e quindi nel 1228 divenne vescovo di Fossombrone; una volta entrato nella carica, iniziò la costruzione di una nuova cattedrale, più vasta della precedente e riuscì quasi a completarla prima della sua morte, solo la copertura rimase a metà.
Il Santo vescovo visse fra gli ottanta e gli ottantacinque anni, e morì il 30 aprile 1247 ca.; fu sepolto il 1° maggio nella cattedrale da lui fatta costruire.
Alla fine dello stesso XIII secolo, la chiesa Cattedrale fu trasferita nella Chiesa di S. Maurenzo e anche il corpo di Sant’ Aldebrando vi fu traslato; diventò così contitolare della cattedrale e compatrono della città; le sue reliquie sono poste in un’urna sotto l’altare maggiore della cattedrale. La sua festa si celebra in città e nella diocesi il 1° maggio e in alcune parrocchie la domenica seguente. Anche nel paese di Sorrivoli, nella diocesi di Cesena, ritenuto come detto, da alcuni studiosi come luogo della sua nascita, è stata edificata una chiesa parrocchiale, che prima della distruzione bellica del 1944, era intitolata a S. Lorenzo e che dal 1950 è stata intitolata appunto a Sant’ Aldebrando.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Aldebrando, pregate per noi.  


*Sant'Amatore di Auxerre - Vescovo (1 maggio)

Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: Ad Auxerre in Francia, Sant’Amatore, vescovo, che si adoperò per estirpare dalla sua città le superstizioni pagane e vi istituì il culto dei santi martiri.
Secondo la sua Vita, contenuta in un manoscritto del sec. IX ma forse scritta nel sec. VII da un certo monaco Stefano Africano in forma romanzata, nacque ad Auxerre nel 344 e fu educato da Valeriano, vescovo della città.
Benché sposato per volere dei genitori con la nobile e ricca Marta della città di Langres, visse con lei in perfetta castità e divenne diacono; compì alcuni miracoli e cacciò i demoni che abitavano delle rovine nei dintorni della città.
Alla morte di Elladio, successore di Valeriano, fu eletto vescovo e compì il suo ministero con fermezza, estirpando dalla sua diocesi le ultime tracce di paganesimo e vincendo miracolosamente la resistenza di un certo Rutilio a cedere i suoi terreni per la costruzione della nuova cattedrale, dedicata a santo Stefano protomartire; compì anche un viaggio ad Antiochia per riportarne le reliquie dei SS. Ciro e Giulitta.
Secondo la leggenda consiglio a farsi diacono e poi elesse suo successore Germano, potente signore della regione e forse governatore della città, a lui profondamente avverso (Costanzio di Lione dice invece che Germano, ancora laico, alla morte di Amatore, fu acclamato vescovo dal popolo).
Amatore morì, dopo un episcopato durato trenta anni, il 1° maggio 418, data ricavabile mediante calcoli complicati, e fu sepolto accanto alla sposa Marta nell'oratorio di Mont-Artre.
Il suo culto si diffuse rapidamente anche in Catalogna, dove Carlo Magno mandò una sua reliquia. L'antica chiesa, eretta sul suo sepolcro nel VI sec., fu distrutta durante la Rivoluzione e le sue reliquie furono disperse.
Amatore era invocato soprattutto come guaritore dei pazzi e degli epilettici, che venivano fatti coricare sul suo sepolcro.
(Autore: Alfonso Codaghengo – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Amatore di Auxerre, pregate per noi.   


*Sant'Andéolo - Martire (1 maggio)
Martirologio Romano: Nel territorio di Viviers in Francia, Sant’Andéolo, Martire.
È inserito nel Martirologio Romano al 1° maggio con un elogio tratto da Atti favolosi. Inviato da Policarpo di Smirne ad evangelizzare la Gallia insieme con Benigno, Andochio e Tirso, la sua
predicazione si estese da Carpentras ad Orange, ad Aps (Alba Augusta) e a Bourg-Saint-Andéol (Bergoiata).
Stava organizzando la cristianità in quest'ultimo luogo, quando l'imperatore Settimio Severo, in viaggio verso la Bretagna, lo sottopose personalmente a giudizio.
Dopo molti e diversi tormenti, la cui inefficacia ricorda i soliti racconti apocrifi, gli venne divisa la testa in forma di croce e il suo corpo fu gettato nel Rodano (1° maggio 208).
Una donna pagana, di nome Tullia, raccolse il suo corpo e gli diede pietosa sepoltura, ricevendo in cambio il dono della fede.
Come si vede, si tratta di dati non attendibili; tuttavia la "tradizione del martirio e del culto di Andeolo a Bourg-Saint-Andéol deve essere accettata.
Nell'858 il vescovo di Viviers Bernoino ne ritrovò le reliquie in una piccola cripta, su cui fu edificata una chiesa, dedicata a san Policarpo, che esiste ancora. Le reliquie furono in gran parte bruciate durante la Rivoluzione.
La sua festa si celebra a Lione e ad Avignone il 10 maggio, a Viviers e a Valenza il 13 dello stesso mese.
(Autore: Pietro Burchi - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Andéolo, pregate per noi.


*Sant'Arigio - Vescovo (1 maggio)

m. 604
Martirologio Romano:
A Gap in Provenza, in francia, Sant’Arigio, vescovo, celebre per la sua pazienza nelle avversità, per lo zelo contro i simoniaci e per la carità verso i monaci romani mandati in Inghilterra.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Arigio, pregate per noi.

 

*Sant'Asaf (o Asaph) - Vescovo (1 maggio)
+ 610 circa
Martirologio Romano:
A Llanelwy in Galles, Sant’Asafo, abate e vescovo della sede poi insignita del suo nome.
Superficiali e frammentarie sono le notizie certe su Sant’Asaf, il cui nome fu in seguito scelto
per ribattezzare la città di Llanelwy. Non ci è pervenuta nessuna vita antica del santo, ma è però citato in quella di San Kentigern. Quando questi la sciò la Scozia, designò Asaf quale abate del suo monastero nel Galles settentrionale.
Secondo fonti successive, in tale luogo si celebrava alternativamente la liturgia onde lodare Dio continuamente. La principale zona che godette dell’impegno pastorale di Asaf fu il Flintshire.
Alla partenza di Cyndeyrn per la Cumbria, verso il 590, divenne il nuovo vescovo. Morì verso l’anno 610.
Alla sua memoria furono dedicate numerose chiese e fontane e nel dì della sua festa la sua città organizzava una fiera. Le fonti che accertano tali notizie consistono in calendari tardo medioevali.
Il suo culto dal Galles si estese anche alla Scozia, per i suoi legami di amicizia con San Kentigern.
Il Martyrologium Romanum commemora Sant’Asaf, vescovo, il 1° maggio.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Asaf, pregate per noi.


*San Brioco - Vescovo e Abate (1 maggio)

m. 500 circa
Martirologio Romano:
In Bretagna, in Francia San Brióco, vescovo e abate, che, nato in Galles, fondò un monastero sulla costa bretone, a cui fu poi concessa la dignità di sede episcopale.  
Secondo una biografia, compilata nel sec. XI, ma ispirata a quella di San Martino, scritta da Sulpicio Severo, Brioco (celt. Brigomaglos; lat. Briocus; fr. Brieuc), nacque nel Galles da genitori pagani.
A dieci anni fu affidato ad un vescovo di nome Germano, forse il vescovo di Parigi (m. 576), che lo condusse in Gallia dove fu ben presto ordinato sacerdote.
Tornato in patria evangelizzò il Galles e la Cornovaglia insulare, ma poi si pose di nuovo in viaggio per
il continente. Qui giunto si adoperò in special modo a convertire i bretoni del Domnoré.
Nella medesima regione, con l'aiuto del conte Rigwal fondò un monastero alla foce del Gouet. Una tradizione più recente, niente affatto documentata, afferma che Brioco ricevette la dignità episcopale.
Tale investitura potrebbe essere stata conferita a Brioco secondo il costume celtico, cioè non con l'incarico di governare una diocesi, ma di promuovere missioni apostoliche nel territorio circostante la propria sede.
La Vita Briocmagli pubblicata nel 1883 risale all'XI sec. e fu compilata da un monaco di Angers, di cui non si conosce il nome, che dichiara di essersi servito di un testo più antico redatto in "peregrina lingua".
Lo stesso testo un secolo dopo fu recato in versi da un altro monaco. Pierre Le Baud, storico del XV secolo, scrisse di aver visto una Vita di Brioco che conteneva particolari numerosi sul suo soggiorno inglese e la notizia, altrove irreperibile, della sua consacrazione a vescovo della Britannia.
Circa questo testo la critica storica non è in grado di precisare se si tratti di un esemplare più antico e più attendibile di quello del monaco angioino o di un tardo rifacimento.
Brioco morì nonagenario e intorno al suo monastero si sviluppò una cittadina che prese il suo nome e divenne sede vescovile dopo l'XI secolo.
Le sue reliquie, verso l'850, durante le invasioni normanne, furono trasferite nel monastero di San Sergio d'Angers. La festa della traslazione, secondo un atto del 1166, di Enrico II Plantageneto, si celebrava il 31 luglio.
Nel 1210 le reliquie furono restituite a St-Brieuc, dove, almeno fino alla Rivoluzione, si conservarono la campana e il bastone pastorale del santo. La parrocchia di San Giacomo du Haut-Pas a Parigi sembra possederne alcune.
Il culto di Brioco è notevolmente diffuso nelle regioni prospicienti la Manica dove il nome ha subito numerose deformazioni. Fra le chiese parrocchiali che gli sono dedicate ricordiamo: Llandy-friog nel Cardigan, St Breoke, nella Cornovaglia insulare, St Briavel nel Gloucestershire; tutte quelle intitolate a Brayoch Boc in Scozia, St Brieuc-de-Mauron e St Brieuc des Ifs, Caulnes, Cruguel, Hillion e Plonivel (oggi Plobannalec) in Bretagna. La festa cade il 1° maggio Secondo il calendario di Haddan e Stubbs, in questo giorno si celebrerebbe l'anniversario della traslazione, che invece a St-Brieuc si celebra la seconda domenica dopo Pasqua.
Nell'iconografia Brioco è solitamente rappresentato con tre borse o tre portamonete sospesi alla cintola, in ricordo della sua generosa carità. La diffusione di questo modulo iconografico ottenne a Brioco la particolare devozione dei fabbricanti di portamonete.
(Autore: Gilbert Bataille - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Brioco, pregate per noi.  

 

*Beato Clemente (Klymentij) Septyckyj - Sacerdote e Martire (1 maggio)
Scheda del Gruppo cui appartiene:
“Beati 25 Martiri Greco-Cattolici Ucraini”

Prylbychi, Ucraina, 17 novembre 1869 - Vladimir, Russia, 1° maggio 1951

Martirologio Romano: Nella città di Vladimir in Russia, Beato Clemente Šeptyckyj, sacerdote e martire, che fu priore del monastero studita della cittadina di Univ e, nel tempo in cui vigeva un regime ostile a Dio, perseverando nella fede meritò di raggiungere la dimora celeste. Klymentij Septyckyj, fratello minore del metropolita Andrei Septyckyj, nacque il 17 novembre 1869 nel villaggio di Prylbychi, nella provincia di Lviv (Leopoli).
Nel 1911 entrò nell’Ordine dei Monaci Studiti Ucraini, rinunciando così ad una promettente carriera nel mondo secolare, e successivamente si trasferì ad Innsbruck per la formazione teologica.
Fu ordinato sacerdote il 28 agosto 1915. Per molti anni fu poi igumeno della Lavra di Univ e dal 1944 ne divenne archimandrita.
Durante la seconda guerra mondiale, con la benedizione del metropolita Andrej, nascose in monastero numerosi ebrei per sottrarli alla Gestapo.
Il 5 giugno 1947 un decreto del Consiglio del Ministero della Sicurezza di Stato a Kiev lo condannò ad otto anni di deportazione nei campi di lavoro. Morì martire per la fede il 1° maggio 1951 nella prigione russa a regime duro di Vladimir.
Klymentij Septyckyj fu beatificato da Giovanni Paolo II il 27 giugno 2001, insieme con altre 24 vittime del regime sovietico di nazionalità ucraina.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Clemente Septyckyj, pregate per noi.    


*San Geremia - Profeta (1 maggio)
Anatot, Gerusalemme, 650 a.C. - Egitto, 587 ca. a.C.
Geremia, uno dei quattro grandi profeti d'Israele.
Nacque verso il 650 a.C. presso Gerusalemme; visse e predicò nel regno di Giuda tra il 622 fino oltre il 587 a.C.
Etimologia: Geremia = esaltazione del Signore, dall'ebraico
Martirologio Romano: Commemorazione di San Geremia, profeta, che, al tempo di Ioiakím e Sedecía, re di Giuda, preannunciando la distruzione della Città Santa e la deportazione del popolo, patì molte persecuzioni; per questo la Chiesa ha visto in lui la figura del Cristo sofferente.
Predisse, inoltre, il compimento della nuova ed eterna Alleanza in Gesù Cristo, per mezzo del quale il Padre onnipotente avrebbe scritto nel profondo del cuore dei figli di Israele la sua legge, perché egli fosse il loro Dio ed essi suo popolo.  
Geremia è uno dei quattro grandi profeti d’Israele, figlio di Helkia della tribù di Beniamino, nacque verso il 650 a.C. nel villaggio di Anatot presso Gerusalemme; visse e predicò nel regno di Giuda tra il 622 fino oltre il 587 a.C.
Appartenente alla stirpe dei sacerdoti del tempio di Gerusalemme, iniziò il suo ministero profetico sotto il regno di Giosia.
Uomo mite e timido, fu chiamato contro la sua volontà e la sua natura di uomo sensibile, ad una missione profetica durissima, cioè quella di essere l’annunciatore e il testimone della rovina di Gerusalemme e del regno davidico di Giuda.
In quegli anni scompariva definitivamente l’impero Assiro e si riaffermava la potenza di Babilonia, specie con il re Nabucodonosor, che fece pesare la sua autorità in Palestina; Geremia fu sempre contrario ad un’alleanza del popolo d’Israele con l’Egitto, consigliando sottomissione alla potenza babilonese e gli avvenimenti gli diedero ragione.
Infatti Nabucodonosor per reprimere le continue ribellioni ed i tentativi di alleanza con l’Egitto, fece tre spedizioni contro il regno di Giuda, che si conclusero come una sciagura nel 586 a.C., con
la distruzione del Tempio, con lo spodestamento della dinastia davidica regnante, con la deportazione degli israeliti più influenti, dando inizio così alla cosiddetta “cattività babilonese”.
Geremia che aveva profetizzato più volte questi avvenimenti, si trovò al centro di tutto questo dramma; dotato di un’esperienza mistica e profetica eccezionale, Geremia incitò i suoi concittadini ad una religione sincera e ad una vera intimità con Dio.
Fu sua opinione che i peccati del regno di Giuda fossero da attribuire al carattere nazionalistico e conservatore delle istituzioni religiose e annunziò che in breve tempo, la legge della responsabilità collettiva avrebbe ceduto il posto a quella della responsabilità individuale.
Purtroppo il risultato della sua missione profetica si poté vedere solo dopo la sua morte. Durante la sua vita, avvenne la cosiddetta “scoperta” del Deteuronomio che influenzò lo stile e le idee del suo libro.
Il libro di Geremia è il 30° della Bibbia e il più lungo dell’Antico Testamento, consta di 52 capitoli, ad esso va aggiunto il libro delle ‘Lamentazioni’, il 31°, tradizionalmente attribuito allo stesso Geremia, ma lo stile e certe caratteristiche, fanno pensare ad un autore successivo, che riassume il messaggio profetico di Geremia, seguendo così il suo influsso.
Collegato per continuità, viene il libro di Baruc, suo fedele segretario, il quale scriverà pagine biografiche sull’amara sorte del suo maestro, inviato da Dio ad annunziare la fine ad un popolo che si cullava nelle illusioni nazionalistiche, che praticava una religiosità arida, che era governato da indegni sovrani.
Particolarmente interessante è l’aspetto autobiografico dell’opera, il profeta vi rivela la sua anima, le sue incertezze, i suoi desideri, la sua adesione ad un’ingrata missione divina che gli costa sacrificio ed amarezza indicibili.
Certi oracoli del profeta sono violenti, spesso rivelano la sua sofferenza e la contraddizione della sua missione che è di giudizio e di condanna, mentre egli vorrebbe che fosse di conversione e di salvezza.
Viene perseguitato, incarcerato e malmenato, come traditore e disfattista, a motivo del suo messaggio profetico, che non aderiva ai progetti dei governanti, ma egli resta sempre fedele al suo dire.
Forse appunto per questo la figura del profeta Geremia, è nella Bibbia quella che più si avvicina alla persona del Messia sofferente e perseguitato.
Il libro di Geremia fu scritto in parte almeno due volte; è giunto fino a noi in una forma notevolmente diversa nell’antica versione greca, rispetto all’originale ebraico che si possiede; esso si può dividere in quattro grandi parti: oracoli contro il regno di Giuda e Gerusalemme, cap. 1-25; oracoli contro le nazioni pagane; oracoli di salvezza e un futuro di speranza; la via dolorosa del profeta; più un’appendice sul crollo di Gerusalemme.
Il punto più alto del libro di Geremia è la profezia del cap. 31 v. 31-34, sulla nuova alleanza di salvezza, fondata sui valori interiori: “Ecco, verranno giorni - dice il Signore - nei quali con la casa di Israele e con la casa di Giuda, io concluderò una alleanza nuova.
Non come l’alleanza che ho concluso con i loro padri, quando li presi per mano per farli uscire dal paese d’Egitto, una alleanza che essi hanno violato, benché io fossi loro Signore. Parola del Signore.
Questa sarà l’alleanza che io concluderò con la casa d’Israele dopo quei giorni, dice il Signore: Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo.
Non dovranno più istruirsi gli uni gli altri, dicendo: Riconoscete il Signore, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande, dice il Signore; poiché io perdonerò la loro iniquità e non mi ricorderò più del loro peccato”.
Questa sarà l’eredità spirituale più preziosa di Geremia e che sarà raccolta dal cristianesimo.
In una delle ultime fasi dei tristi eventi che colpirono Israele, il profeta fu catturato dai suoi denigratori e portato in Egitto (dopo l’anno 586) dove morì; un’antica tradizione cristiana, afferma che Geremia sarebbe stato lapidato in Egitto dagli ebrei, esasperati dai suoi rimproveri.
Nell’uso comune, il nome Geremia è indicativo di una persona piagnucolosa, che si lamenta in continuazione.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Geremia, pregate per noi.  


*Santi Giovanni de Zorroza e Giovanni de Huete - Mercedari, Martiri (1 maggio)
XV secolo
Inviati a redimere schiavi dal Maestro Generale Beato Antonio Morell, i Santi Giovanni de Zorroza e Giovanni de Huete, operavano nel regno moro di Granada.
Nel 1482 i mori, esasperati per la conquista di Alhama da parte dei Re cattolici, presero questi due religiosi mercedari mentre animavano la fede dei cristiani schiavi a Baza.
Rinchiusi in carcere per vari giorni gli fecero soffrire ogni sorta di pene ed ingiustizie, portati poi sula strada per essere esposti al disprezzo della gente, furono consegnati ad alcuni ragazzi che li uccisero a sassate e con una morte gloriosa si unirono al coro dei martiri di Cristo.
L’Ordine li festeggia l’1 maggio. 
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Giovanni de Zorroza e Giovanni de Huete, pregate per noi.


*Santi Gistaldo e Gundebado (1 maggio)
+ La Beauce d’Orléans, Francia, 523
Gistaldo (Giselades, Giselahad, Gisgald, Siglad) e Gundebado (Gundebaldo), figli del re Sigismondo di Borgogna, furono catturati insieme col padre e la madre nel 523 e consegnati ai Franchi, che li gettarono in una cisterna a La Beauce d’Orléans.
Venerati come martiri, le loro spoglie furono traslate nell’anno stesso (523) a St. Maurice nel Vallese.
Nel sec. XII le reliquie dei due fratelli furono collocate in un’apposita urna d’argento che ancora oggi si conserva nella chiesa dell’abbazia di St. Maurice.
Sembra che non abbiano avuto mai una festa propria, mentre quella del loro padre si festeggiava il 1°, il 4, il 7, l’11 o il 30 aprile.
(Autore: Rudolf Henggeler - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Gistaldo e Gundebado, pregate per noi.

 

*Beato Giuliano Cesarello (1 maggio)
m. 1343/9
Martirologio Romano:
A Castello di Valle d’Istria, Beato Giuliano Cesarello, sacerdote dell’Ordine dei Minori, che girava per villaggi e piazze, seminando la parola di Dio e cercando di pacificare le fazioni cittadine.  
Il Beato Giuliano Cesarello nacque, da nobile famiglia, nella seconda metà del secolo XIII a Castello di Valle d'Istria (oggi Bale-Valle, in passato diocesi di Parenzo, oggi diocesi di Parenzo-Pola).
La vocazione religiosa arrivò presto: adolescente fu accolto nell'Ordine dei Frati Minori del vicino convento di S. Michele Arcangelo.
Le terre di Giuliano avevano già conosciuto la santità francescana: secondo la tradizione S. Francesco d'Assisi nel 1212, mentre viaggiava nell'Adriatico diretto in Siria, approdò fortunosamente, durante una tempesta, sulle coste dalmate. A Pola avrebbe soggiornato anche S. Antonio da Padova.
Il cenobio di Giuliano era situato su di un colle solitario ed era stato fondato dai monaci Camaldolesi, probabilmente proprio da S. Romualdo.
Il nostro Beato, come Francesco d'Assisi, proveniva da una famiglia agiata e come lui lasciò tutto per mettersi, libero da ogni vincolo, al servizio del Signore. Trascorreva molte ore in preghiera: era devoto di Gesù Eucaristia, della Vergine Santissima e delle anime del Purgatorio. Si distinse per la perfetta osservanza della Regola, secondo un austero regime di vita.
Ordinato sacerdote esercitò il suo ministero con abnegazione, annunciando la Parola di Dio nei paesi vicini. Dotato di eminenti virtù, sebbene fosse fornito di grande dottrina, predicò in modo semplice per raggiungere il cuore di tutti. Alternò la vita contemplativa all'apostolato attivo. A quei tempi erano diffusi i movimenti eretici e le lotte tra fazioni anche nei piccoli paesi, agli operai del Signore il lavoro proprio non mancava. Era più che mai necessario seminare l'amore, far sbocciare la pace in nome della carità cristiana.
Con i confratelli viveva in povertà ma non mancava l'aiuto costante e generoso ai poveri. Il Signore ripagava con autentici prodigi.
Morì nel convento in cui era vissuto tutta la vita nell'anno 1343 o 1349 e lì fu sepolto. Da subito venerato come santo, il suo sepolcro divenne meta di pellegrinaggi e fonte di celesti favori.
Il convento di S. Michele fu lasciato dai Frati Minori nel 1418. Nel 1564 il suo corpo subì un tentativo di furto da parte degli abitanti di Parenzo che volevano custodirlo nella propria chiesa. Secondo la tradizione, giunta a valle, l'arca che conteneva le reliquie divenne pesantissima. Solo i Vallesi poterono portarla, tra feste e giubilo, nella propria Chiesa Collegiata. Dal 1477 Castello di Valle d'Istria aveva scelto il suo illustre concittadino come singolare Patrono, festeggiandolo sia religiosamente che civilmente.
Il 26 febbraio 1793 Pio VI concesse l'indulgenza plenaria a coloro che, con le dovute disposizioni, celebravano la sua festa. A nome del Beato nacque una Confraternita e venne intitolata una delle campane del campanile della Collegiata.
Il culto, costante nei secoli, venne confermato da S. Pio X il 23 febbraio 1910. É il primo santo istriano ad essere elevato agli onori degli altari. In tale occasione l'urna col corpo venne deposta
nell'altare della Vergine di Monte Perino.
La festa liturgica è celebrata al 1° maggio; attributi iconografici solo la croce astile e il S. Vangelo.
Preghiera
O Dio,
che nell'amore verso di te e verso i fratelli
hai compendiato i tuoi comandamenti,
fa' che ad imitazione del Beato Giuliano di Valle d'Istria
dedichiamo la nostra vita al servizio del prossimo,
per essere da te benedetti nel regno dei cieli.
Per Cristo nostro Signore. Amen.
(Autore: Daniele Bolognini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giuliano Cesarello, pregate per noi.


*San Giuseppe Lavoratore (1 maggio)

Nel Vangelo Gesù è chiamato “il figlio del carpentiere”. In modo eminente in questa memoria di San Giuseppe si riconosce la dignità del lavoro umano, come dovere e perfezionamento dell'uomo, esercizio benefico del suo dominio sul creato, servizio della comunità, prolungamento dell'opera del Creatore, contributo al piano della salvezza (cfr Conc. Vat. II, 'Gaudium et spes", 34). Pio XII (1955) istituì questa memoria liturgica nel contesto della festa dei lavoratori, universalmente celebrata il 1° maggio. (Mess. Rom.)
Patronato: Padri, Carpentieri, Lavoratori, Moribondi, Economi, Procuratori Legali
Etimologia: Giuseppe = aggiunto (in famiglia), dall'ebraico
Martirologio Romano: San Giuseppe lavoratore, che, falegname di Nazareth, provvide con il suo lavoro alle necessità di Maria e Gesù e iniziò il Figlio di Dio al lavoro tra gli uomini. Perciò, nel giorno in cui in molte parti della terra si celebra la festa del lavoro, i lavoratori cristiani lo venerano come esempio e patrono.  
Sotto la sua protezione si sono posti Ordini e Congregazioni religiose, associazioni e pie unioni, sacerdoti e laici, dotti e ignoranti.
Forse non tutti sanno che Papa Giovanni XXIII, di recente fatto Beato, nel salire al soglio pontificio aveva accarezzato l’idea di farsi chiamare Giuseppe, tanta era la devozione che lo legava al santo falegname di Nazareth.
Nessun pontefice aveva mai scelto questo nome, che in verità non appartiene alla tradizione della Chiesa, ma il “papa buono” si sarebbe fatto chiamare volentieri Giuseppe I, se fosse stato possibile, proprio in virtù della profonda venerazione che nutriva per questo grande Santo.
Grande, eppure ancor oggi piuttosto sconosciuto. Il nascondimento, nel corso della sua intera vita come dopo la sua morte, sembra quasi essere la “cifra”, il segno distintivo di san Giuseppe.
Come giustamente ha osservato Vittorio Messori, “lo starsene celato ed emergere solo pian piano con il tempo sembra far parte dello straordinario ruolo che gli è stato attribuito nella storia della salvezza”.
Il Nuovo Testamento non attribuisce a san Giuseppe neppure una parola.
Quando comincia la vita pubblica di Gesù, egli è probabilmente già scomparso (alle nozze di Cana, infatti, non è menzionato), ma noi non sappiamo né dove né quando sia morto; non conosciamo la sua tomba, mentre ci è nota quella di Abramo che è più vecchia di secoli.
Il Vangelo gli conferisce l’appellativo di Giusto. Nel linguaggio biblico è detto “giusto” chi ama lo spirito e la lettera della Legge, come espressione della volontà di Dio.
Giuseppe discende dalla casa di David, di lui sappiamo che era un artigiano che lavorava il legno.
Non era affatto vecchio, come la tradizione agiografica e certa iconografia ce lo presentano, secondo il cliché del “buon vecchio Giuseppe” che prese in sposa la Vergine di Nazareth per fare da padre putativo al Figlio di Dio.
Al contrario, egli era un uomo nel fiore degli anni, dal cuore generoso e ricco di fede, indubbiamente innamorato di Maria.
Con lei si fidanzò secondo gli usi e i costumi del suo tempo.
Il fidanzamento per gli ebrei equivaleva al matrimonio, durava un anno e non dava luogo a coabitazione né a vita coniugale tra i due; alla fine si teneva la festa durante la quale s’introduceva la fidanzata in casa del fidanzato ed iniziava così la vita coniugale.
Se nel frattempo veniva concepito un figlio, lo sposo copriva del suo nome il neonato; se la sposa era ritenuta colpevole di infedeltà poteva essere denunciata al tribunale locale.
La procedura da rispettare era a dir poco infamante: la morte all’adultera era comminata mediante la lapidazione.
Ora appunto nel Vangelo di Matteo leggiamo che “Maria, essendo promessa sposa a Giuseppe, si trovò incinta per virtù dello Spirito Santo, prima di essere venuti ad abitare insieme.
Giuseppe, suo sposo, che era un uomo giusto e non voleva esporla all’infamia, pensò di rimandarla in segreto”(Mt 18-19).
Mentre era ancora incerto sul da farsi, ecco l’Angelo del Signore a rassicurarlo: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo.
Ella partorirà un figlio, e tu lo chiamerai Gesù; egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Mt 1,20-21). Giuseppe può accettare o no il progetto di Dio.
In ogni vocazione che si rispetti, al mistero della chiamata fa sempre da contrappunto l’esercizio della libertà, giacché il Signore non violenta mai l’intimità delle sue creature né mai interferisce sul loro libero arbitrio.
Giuseppe allora può accettare o no. Per amore di Maria accetta, nelle Scritture leggiamo che “fece come l’Angelo del Signore gli aveva ordinato, e prese sua moglie con sé”(Mt 1, 24).
Egli ubbidì prontamente all’Angelo e in questo modo disse il suo sì all’opera della Redenzione.
Perciò quando noi guardiamo al sì di Maria dobbiamo anche pensare al sì di Giuseppe al progetto di Dio.
Forzando ogni prudenza terrena, e andando al di là delle convenzioni sociali e dei costumi del suo tempo, egli seppe far vincere l’amore, mostrandosi accogliente verso il mistero dell’Incarnazione del Verbo.
Nella schiera dei suoi fedeli il primo in ordine di tempo oltre che di grandezza è lui: san Giuseppe è senz’ombra di dubbio il primo devoto di Maria. Una volta conosciuta la sua missione, si consacrò a lei con tutte le sue forze. Fu sposo, custode, discepolo, guida e sostegno: tutto di Maria. (…)
Quello di Maria e Giuseppe fu un vero matrimonio? E’ la domanda che affiora più frequentemente sulle labbra sia di dotti che di semplici fedeli. Sappiamo che la loro fu una convivenza matrimoniale vissuta nella verginità (cfr. Mt 1, 18-25), ossia un matrimonio verginale, ma un matrimonio comunque vissuto nella comunione più piena e più vera: “una comunione di vita al di là dell’eros, una sponsalità implicante un amore profondo ma non orientato al sesso e alla generazione” (S. De Fiores).
Se Maria vive di fede, Giuseppe non le è da meno. Se Maria è modello di umiltà, in questa umiltà si specchia anche quella del suo sposo.
Maria amava il silenzio, Giuseppe anche: tra loro due esisteva, né poteva essere diversamente, una
comunione sponsale che era vera comunione dei cuori, cementata da profonde affinità spirituali. “La coppia di Maria e Giuseppe costituisce il vertice – ha detto Giovanni Paolo II –, dal quale la santità si espande su tutta la terra” (Redemptoris Custos, n. 7).
La coniugalità di Maria e Giuseppe, in cui è adombrata la prima “chiesa domestica” della storia, anticipa per così dire la condizione finale del Regno (cfr. Lc 20, 34-36 ; Mt 22, 30), divenendo in questo modo, già sulla terra, prefigurazione del Paradiso, dove Dio sarà tutto in tutti, e dove solo l’eterno esisterà, solo la dimensione verticale dell’esistenza, mentre l’umano sarà trasfigurato e assorbito nel divino.
“Qualunque grazia si domanda a S. Giuseppe verrà certamente concessa, chi vuol credere faccia la prova affinché si persuada”, sosteneva Santa Teresa d’Avila.
“Io presi per mio avvocato e patrono il glorioso s. Giuseppe e mi raccomandai a lui con fervore.
Questo mio padre e protettore mi aiutò nelle necessità in cui mi trovavo e in molte altre più gravi, in cui era in gioco il mio onore e la salute dell’anima.
Ho visto che il suo aiuto fu sempre più grande di quello che avrei potuto sperare...”( cfr. cap. VI dell’Autobiografia).
Difficile dubitarne, se pensiamo che fra tutti i santi l’umile falegname di Nazareth è quello più vicino a Gesù e Maria: lo fu sulla terra, a maggior ragione lo è in cielo. Perché di Gesù è stato il padre, sia pure adottivo, di Maria è stato lo sposo. Sono davvero senza numero le grazie che si ottengono da Dio, ricorrendo a San Giuseppe.
Patrono universale della Chiesa per volere di Papa Pio IX, è conosciuto anche come patrono dei lavoratori nonché dei moribondi e delle anime purganti, ma il suo patrocinio si estende a tutte le necessità, sovviene a tutte le richieste.
Giovanni Paolo II ha confessato di pregarlo ogni giorno.
Additandolo alla devozione del popolo cristiano, in suo onore nel 1989 scrisse l’Esortazione apostolica Redemptoris Custos, aggiungendo il proprio nome a una lunga lista di devoti suoi predecessori: il Beato Pio IX, S. Pio X, Pio XII, Giovanni XXIII, Paolo VI.
(Autore: Maria Di Lorenzo – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Giuseppe, pregate per noi.


*Santa Grata di Bergamo (1 maggio)

Secondo una tradizione, collegata alla passio leggendaria del vescovo Alessandro, sarebbe vissuta tra il IV e il VI sec.; un'altra tradizione invece afferma che ella visse tra l'VIII e il IX sec. e sarebbe stata figlia di un certo Lupo, duca di Bergamo, vinto e convertito alla fede cattolica da Carlo Magno.
La prima Grata avrebbe edificato tre chiese in onore di Sant'Alessandro (Sant'Alessandro in Colonna,
Sant' Alessandro della Croce e l'altra sul sepolcro del Santo) la seconda invece, con l'aiuto della sua potente famiglia e di altri nobili di Bergamo, avrebbe edificato una chiesa su ognuno dei tre colli della città e cioè: Sant' Eufemia, San Giovanni e Santo Stefano ossia del San Salvatore (così dice una glossa di un antico codice della Biblioteca civica di Bergamo che contiene il Pergaminus di Mosè del Brolo).
I Bollandisti del sec. XVIII accettarono la distinzione delle due Sante c pubblicarono per primi (Anversa 1748) la Vita Sanctae Gratae, composta tra il 1230 e il 1240 dal Beato Pinamonte Pellegrino da Brembate, domenicano, su invito di Grazia d'Azargo badessa del monastero di S. Grata.
Questa Vita è la piú nota tra le leggende sacre del citato autore; Gian Filippo Foresti, al capitolo III della sua Cronaca, ce ne dà un sunto, mentre la badessa Grazia la trascrisse integralmente in un codice del suo monastero, ornandola di miniature, una delle quali rappresenta il b. Pinamonte in atto d'offrire a lei la propria opera. Da tale codice frate Branca da Gandino (sec. XIV) fece un'altra trascrizione in un lezionario della cattedrale che è tra i codici della Biblioteca civica di Bergamo.  
L'autografo del Pinamonte servì all'edizione che se ne fece nella stamperia di Luigi Fantoni, in Rovetta, nel 1822 e andò smarrito, pare' nella dispersione della libreria fantoniana.
Anche Maria Aurelia Tasso, religiosa del monastero di S. Grata, compose una Vita della santa, edita a Padova nel 1723, nella stamperia di Giuseppe Comino da Giovanni Baldano, col titolo fantasioso: La Vita di Santa Grata - vergine - Regina della Germania- poi Principessa di Bergamo - e Protettrice della medesima città..., sul frontespizio reca un'incisione con la figura della Santa e sotto la scritta: "Efiigies Sanctae Gratae Bergomi civitatis Patronae".
Per alcuni secoli il corpo di Grata rimase sepolto fuori le mura in Borgo Canale, nella chiesa dell'ospedale a lei stessa attribuito (detta di Santa Grata) sulla quale doveva sorgerne un'altra nel sec. XVIII, con il nome di Santa Grata inter vites.
Il 9 agosto 1027, per opera del vescovo Ambrogio II (alcuni pensano ad Ambrogio III) le spoglie vennero solennemente traslate entro le mura, nella chiesa di S. Maria Vecchia, che fu poi detta di S. Grata alle Colonnette.
La traslazione è confermata da alcuni versi incisi sul sepolcro del vescovo Ambrogio:
"Praesul Ambrosius meritis et nomine dignus corpus Matronae iusto sepelivit honore Digna fuit coelis Domino Matrona fidelis semper apostolico fungitur et solio"; e anche da un antico martirologio ms. del monastero di S. Grata.
Inoltre si rileva che il vescovo Ambrogio (I o III?) la domenica delle Palme, dopo aver benedetto i rami d'ulivo nella cattedrale di S. Alessandro, si portava alla cattedrale di S. Vincenzo e di qui, a ricordo della traslazione di G., anche alla chiesa della santa dove distribuiva un ramo d'olivo benedetto a ciascuna monaca e terminava la funzione.
La depositio di Grata (che nei documenti liturgici vien detta ora vergine, ora vedova) ricorre il 1° maggio, la translatio il 9 agosto; ma per varie ragioni liturgiche la prima fu anche trasferita al 2 o al 16 maggio, la seconda al 25,26 o 27 agosto; nel 1706 la Congregazione dei Riti le assegnò il 4 settembre.  
Il Martirologio Romano la menziona il 1° maggio; il Ferrari nei suoi due Cataloghi ricorda Grata vedova al 25 agosto; gli Acta SS. dai praetermissi del 1° maggio la rimandano al 25 agosto e infine al 4 settembre, collocandovi la Vita (poco attendibile) scritta dal Beato Pinamonte.
(Autore: Pietro Bertocchi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Grata di Bergamo, pregate per noi.

  

*Sant'Ipolisto - Martire (1 maggio)
Antiochia - † Abellinum (Atripalda), 1° maggio 303
Patronato:
Atripalda
Prima di parlare della ‘Vita’ del Santo, voglio annotare che Sant’ Ipolisto è ricordato dal grande sacerdote e professore di archeologia cristiana di Napoli, Gennaro Aspreno Galante (1843-1923) nei suoi “Natales” che sono sedici elegie in lingua latina, scritte in onore di San Paolino di Nola (353-431), una per ogni anno e per sedici anni, nel giorno della sua festa (22 giugno) appunto il “Natales” del Santo.
Nel VI ‘Natale’ “Ad Tripaldum” in 46 distici del 1888, il Galante, ipotizzando una conversazione con San Paolino, dice di aver assistito ad Atripalda (AV) nel giugno 1888, ai festeggiamenti della città, per la solenne traslazione delle reliquie dei santi martiri Ipolisto, Crescenzo e compagni.
Segue la descrizione della grande processione delle immagini e reliquie dei santi, che si snoda attraverso le vie cosparse di fiori, con le case addobbate per la festa, mentre i fuochi d’artificio illuminavano a giorno la sera, a cui partecipavano vescovi convenuti da ogni parte e un popolo tripudiante.
Infine segue il ringraziamento d’obbligo al barone Francesco de Donato per aver restaurato e abbellito lo “Specus Martyrum” di Atripalda, uno dei più insigni monumenti di archeologia cristiana dell’Irpinia e che Galante archeologo e cittadino onorario di Atripalda, conosceva bene; in questo ‘Specus’ o ipogeo, riposavano ora i corpi dei Santi Ipolisto, Crescenzo e compagni martiri, oltre a quelli di San Sabino vescovo e patrono principale della città e del diacono San Romolo.
Una fonte abbastanza ampia, è la passio di Sant’ Ipolisto, scritta dal vescovo di Avellino Ruggiero, nel secolo XIII; in essa si racconta che Ipolisto era un sacerdote di Antiochia e per ispirazione divina venne nell’antica Abellinum, presso l’odierna Atripalda, per predicarvi il Vangelo, convertendo gli abitanti, dediti al culto di Diana, operando anche molti miracoli.
Visto i buoni risultati, estese la sua predicazione anche al vicino territorio beneventano; ritornato ad Abellinum vi costruì un oratorio presso il tempio di Giove, che sorgeva sul Monte Capitolino (ora Toppolo) dove oltre la predicazione, unì un costante e rigoroso ascetismo.
I sacerdoti idolatri lo combatterono, finché durante la persecuzione di Diocleziano, essendosi rifiutato di sacrificare a Giove, venne prima percosso con flagelli e poi fatto trascinare sino al fiume Sabato che scorreva ai piedi del colle, dove fu decapitato, il 1° maggio 303.
Per aumentare l’offesa, i senatori o pretori della città ordinarono che il suo corpo fosse esposto ai cani ed agli uccelli rapaci. Durante la notte, però due pie donne ne raccolsero le membra dilaniate e lo seppellirono nel luogo dove poi sorse nel secolo XI, Atripalda.
Bisogna aggiungere che le più antiche raffigurazioni del Santo, andarono distrutte, durante i vari lavori di trasformazione dell’antico cimitero sotterraneo, con iscrizioni del 357 e di cui faceva parte il già citato “Specus Martyrum”, ora ipogeo della chiesa del Santo.
Il culto per Sant’ Ipolisto non è limitato alla città di Atripalda di cui è compatrono, ma diffuso anche in altre città irpine fino a Montevergine, nel beneventano e nel salernitano. È ricordato in date diverse in alcune città, ma ad Atripalda è sempre stato celebrato il 1° maggio.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Ipolisto, pregate per noi.


*San Jean-Louis Bonnard - Missionario e Martire (1 maggio)
Schede dei Gruppi a cui appartiene:
“Santi Andrea Dung Lac e Pietro Truong Van Thi”
“Santi Martiri Vietnamiti” (Andrea Dung Lac e 116 compagni)

Saint-Christo-en-Jarez (Loire, Francia), 1 marzo 1824 – Nam-Dinh (Tonchino), 1 maggio 1852
Martirologio Romano:
Vicino alla città di Nam-Định sempre nel Tonchino, San Giovanni Ludovico Bonnard, sacerdote della medesima Società e martire, che, condannato a morte per aver battezzato venticinque bambini, ricevette anch’egli con la decapitazione la corona del martirio.  
Nella regione del Tonchino, Annam e Cocincina - ora Vietnam - ad opera di intrepidi missionari, risuonò per la prima volta nel secolo XVI la parola del Vangelo; il martirio fecondò la semina apostolica in questo lembo d’Oriente. Dal 1645 al 1886, salvo rari periodi di quiete, infuriò una violenta persecuzione con la quale gli imperatori e i mandarini, misero in atto ogni genere di astuzie e di perfidie, per stroncare la sorgente comunità della Chiesa.
Il totale delle vittime, nel corso dei tre secoli, ammonta a circa 113.000. La crudeltà dei carnefici, non piegò l’invitta costanza dei confessori della fede: decapitati, crocifissi, strangolati, segati, squartati, sottoposti ad inenarrabili torture nelle carceri e nelle miniere, fecero rifulgere la gloria del Signore.
Papa Giovanni Paolo II, la domenica 19 giugno 1988, accomunò nell’aureola dei Santi una schiera di 117 martiri di varia nazionalità, condizione sociale ed ecclesiale, vescovi, sacerdoti, seminaristi, catechisti, semplici laici fra cui una mamma e diversi padri di famiglia, soldati, contadini, artigiani, pescatori.
I 117 martiri erano già stati beatificati a gruppi nei decenni precedenti: nel 1900 da papa Leone XIII, nel 1906 e 1909 da papa Pio X, nel 1951 da Papa Pio XII.
ricordati anche nel giorno del proprio martirio.
Uno di questi testimoni della fede nell’Estremo Oriente, fu san Jean-Louis Bonnard, nato il 1°
marzo 1824 a Saint-Christo-en-Jarez (Loire, Francia), quinto dei sei figli di Gabriele Bonnard e di Anna Bonnier, fu battezzato lo stesso giorno nella chiesa parrocchiale.
La famiglia Bonnard era molto cristiana e la sera, quando si poteva solo leggere e conversare, i ragazzi facevano progetti per il futuro, chi voleva fare il muratore, chi il mugnaio, Jean-Louis diceva “io voglio farmi prete” e con questa idea, oggi si può dire frutto di incipiente vocazione, crebbe e si formò senza cambiare d’ideale.
A 12 anni fece la Prima Comunione, ma sebbene volenteroso e assiduo, gli riusciva faticoso seguire l’apprendimento del catechismo, fra i compagni era classificato di qualità intellettuali mediocri; incapace di servire la Messa perché non riusciva a dare correttamente le risposte in latino secondo la liturgia del tempo, ma nonostante tutto era ostinato a dire che si sarebbe fatto prete.
Entrato in collegio, gli inizi furono duri, ma senza scoraggiarsi mai, Jean-Louis riuscì in terza media ad entrare nel seminario minore di Saint-Jodard ad Alix, dove unanimemente era considerato un buon seminarista, ma anche uno studente mediocre.
Negli anni di seminario, poté conoscere ed appassionarsi alla rivista “Annali della Propagazione della Fede” che divulgava l’opera dei missionari cattolici, ed egli prese ad immaginare gli spazi immensi, le avventure pericolose a volte drammatiche.
La visita di un ex allievo del Seminario padre Charrier, superstite del Vietnam, dove aveva sopportato catene e ganga per parecchi anni, rafforzò i suoi progetti.
Proseguì favorevolmente gli studi, come se l’ideale missionario l’avesse galvanizzato; passando per gli studi superiori al Seminario di Lione; nel 1846 decise con l’autorizzazione dell’arcivescovo, di lasciare il Seminario diocesano per quello delle Missioni Estere di Parigi, dove giungerà il 4 novembre.
A Parigi compì gli studi teologici e il 28 dicembre 1848 fu ordinato sacerdote; prima di ricevere la destinazione in Estremo Oriente, padre Jean-Louis Bonnard dovette convincere e consolare gli angosciati genitori, che non avrebbero voluto che egli facesse tale scelta.
Sin da seminarista Jean-Louis espresse il desiderio del martirio: “Voglio essere martire e farò all’uopo tutto il possibile. Ecco la mia ambizione: cogliere la prima palma del martirio che mi si presenterà a portata di mano”.
L’8 febbraio 1849 partì per Hong Kong e da lì inviato nel Tonchino (Nord del Vietnam), dove il Vicario Apostolico mons. Retord, nell’aprile del 1851 gli affidò le due parrocchie di Ke-Bang e Ke-Trinh.
I fedeli delle parrocchie, erano perseguitati più o meno apertamente, ed erano costretti ai più grandi sacrifici per conservare la fede, a seguito dell’editto persecutorio emanato il 1° marzo 1851 dall’imperatore Tu Duc.
Ciò nonostante padre Bonnard prese a lavorare intensamente nelle due comunità e pur in mezzo a tante difficoltà cominciava a raccogliere i frutti del suo lavoro apostolico, quando nel marzo 1852, decise di andare a visitare il villaggio di Boi-Xuyen, in cui in mezzo ai pagani, fioriva una piccola comunità cristiana.
Il 21 marzo mentre stava battezzando 25 bambini, avvisarono che stava giungendo il mandarino pagano con i soldati; i cristiani fecero uscire padre Bonnard da una porticina segreta, conducendolo verso un canale per metterlo in salvo; egli si lanciò un acqua ma fu ben presto preso dai soldati, che legatogli strettamente le mani, lo chiusero nella prigione di Nam-Dinh.
Lì subì vari interrogatori, che se pure gli acquistarono il rispetto del tribunale, non gli salvarono la vita, perché l’aver predicato la fede cattolica lo rendeva passibile di morte.
Poté scrivere al suo vescovo mons. Retord: “Eccomi qui con la canga e incatenato durante la notte, me ne rallegro, dicendomi che la croce di Gesù era di gran lunga più pesante della mia canga, che i vincoli che legavano Gesù erano di gran lunga più dolorosi della mia catena… Sono ancora giovane, avrei desiderato aiutarvi occupandomi di questi cari cristiani che amo tanto… La carne e il sangue sono tristi, ma forse che Gesù nell’Orto degli Ulivi, non mi insegna a soffrire con pazienza e per amore di Lui, tutti i mali che mi manda?”.
Agli aguzzini che tormentandolo e minacciandolo con la verga, gli proponevano di calpestare la croce, egli rispose: “Non temo né le vostre verghe, né la morte. Mai commetterò una simile vigliaccheria! Non sono venuto per rinnegare la mia religione, né per dare cattivi esempi ai cristiani”.
L’8 aprile Giovedì Santo, mons. Retord inviò padre Tinh a portargli la santa Comunione nel carcere; il 30 aprile il re del Tonchino, confermò la sentenza capitale emessa dal tribunale e il 1° maggio 1852 fu decapitato a Nam-Dinh, aveva 28 anni; la testa e il corpo furono gettati in mare, e recuperati poi dai cristiani e portati al Seminario di Ken-Vinh.
Jean-Louis Bonnard fu beatificato il 27 maggio 1900 da Papa Leone XIII, insieme ad altri 52 martiri tonchinesi, ammaniti e cinesi, missionari e fedeli.
Come prima detto, è stato proclamato santo il 19 giugno 1988, insieme ad altri 116 martiri di varie nazionalità.
La singola ricorrenza liturgica di San Jean-Louis Bonnard è al 1° maggio, giorno della sua passione.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Jean-Louis Bonnard, pregate per noi.

 

*Beata Mafalda - Badessa di Arouca (1 maggio)
1184 - 1257
Si ritirò nel celebre monastero di Arouca. Promosse la riforma del monastero chiamando le monache cistercensi, anch’essa vestì il loro abito.
Ebbe molta notorietà la sua vita austera, il digiuno continuo, la veglia in preghiera di parecchie notti, il dormire sulla nuda terra.
Favorì lo stabilirsi dei Francescani e dei Domenicani in Portogallo, si recava spesso a venerare l’antica immagine della Madonna posta nella cattedrale di Porto, al ritorno da uno di questi pellegrinaggi si ammalò gravemente per poi morire nel 1257.
Etimologia: Mafalda = Matilde (portoghese), forte in combattimento.
Martirologio Romano: Ad Arouca in Portogallo, beata Mafalda, vergine, che, figlia del re Sancio I, rigettato il matrimonio per invalidità, si fece monaca e introdusse nel suo monastero la riforma cistercense.
Il nome di battesimo le viene dalla nonna paterna, Mafalda di Savoia, figlia di Amedeo III e moglie di Alfonso-Enrico, primo re del Portogallo, che è indipendente dal 1145. Lei invece è figlia
di Sancio, secondo re portoghese, che muore nel 1211, lasciando la reggenza alla regina vedova e il potere effettivo al ministro Nuñez de Lara.
Ed è a questo punto che entra in scena la giovane Mafalda. Anzi, in scena l’ha trascinata Nuñez, in nome della ragion di Stato: al Portogallo, fortemente impegnato nella guerra di reconquista contro gli arabi, è assolutamente indispensabile una stretta amicizia col confinante regno di Castiglia. E, per le buone amicizie, un matrimonio è quello che ci vuole; sicché - decide il ministro - Mafalda sposerà Enrico I di Castiglia: e non importa se lui è un ragazzino più giovane di lei (destinato a morire per una disgrazia nel 1217).
A questo punto interviene papa Innocenzo III, per mezzo del suo legato, che impedisce il matrimonio (o forse lo annulla) perché Enrico e Mafalda sono parenti. Roma si immischia negli affari portoghesi perché questo regno, staccandosi da quello di Castiglia e León al tempo di Alfonso-Enrico, si era dichiarato vassallo della Santa Sede per averne protezione. Insomma, tutto va a monte e Mafalda finisce in convento.
Sembra una definitiva uscita di scena per la principessa. Invece Mafalda diventa protagonista proprio ora che si ritira come ospite nel monastero di Tarouca. Lì dentro deve notare molte cose storte; e che non sia tipo da sopportarle appare chiaro, quando decide di far piazza pulita di gerarchie e usanze, chiamando sul posto nel 1222 le monache cistercensi, dalla disciplina senza sconti.
Diventa anzi una di loro. Poi si dà a creare ospizi e case religiose nei territori devastati dalla guerra, partecipando al grandioso sforzo collettivo per restituire vivibilità e fertilità alle campagne abbandonate.
Lascia il monastero solo per i pellegrinaggi a Porto (Oporto) nella cattedrale, iniziata dalla nonna di cui porta il nome.
Colpita da malattia in uno di questi viaggi, muore nel monastero in umiltà totale, coricata sulla cenere e col cilicio ai fianchi.
Presto si comincia a parlare di miracoli avvenuti lì, presso la sua tomba. Una riesumazione del 1617 mostra il corpo ancora intatto. Papa Pio VI, nel 1793, ne autorizza il culto nelle comunità cistercensi. 
(Autore: Domenico Agasso - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Mafalda, pregate per noi.

  

*San Marculfo (o Marcolfo) - Abate di Nanteuil (1 maggio)
m. 558 circa
Martirologio Romano:
Sull’isola di Nanteuil in Bretagna, San Marcolfo, eremita, poi monaco e abate di quel monastero.  
Nato a Bayeux, dopo aver lasciato i suoi beni ai poveri e agli orfani, si recò a Coutances, dove si formò alla scuola del vescovo Possessore.
A trent'anni venne ordinato prete e condusse vita missionaria.
Per la santità della vita, Marculfo attrasse molti discepoli che, grazie a una donazione di Childeberto I, egli raccolse in un monastero a Nanteuil, di cui divenne il primo abate.
Trascorreva la Quaresima in un'isoletta vicina, chiamata più tardi S. Marculfo, dove mori nel 558.
Dopo 1'898 il suo corpo fu trasferito a Corbeny (diocesi di Laon, oggi di Soissons) dove nel 906
fu fondato un priorato dall'abbazia di San Remigio di Reims.
Il nome di Marculfo si trova già in diversi mss. del Martirologio Geronimiano, in quello di Usuardo e in tutti i martirologi benedettini, sempre al 1° maggio
Nelle diocesi di Bayeux e di Digione invece la festa del santo era celebrata l'11 maggio, a Corbeny vi erano due celebrazioni relative alla traslazione: il 17 luglio e l'11 settembre.
Il culto del Santo si diffuse anche fuori della Francia, nel Brabante, nelle Fiandre, nonché nella Germania renana dove era particolarmente venerato nella chiesa di San Paolo di Aix-la-Chapelle.
I pellegrini lo imploravano soprattutto per essere liberati dalle malattie della pelle.
Nel 1229, Anselmo di Mauny, vescovo di Laon, fece deporre le reliquie di Marculfo in una nuova cassa offerta da San Luigi, mentre la testa fu custodita in un reliquiario separato. Ebbero luogo nuove traslazioni nel 1252 e nel 1295.
Nel 1790 la cassa fu trasferita nella chiesa parrocchiale e poi venne asportata, ma le reliquie furono conservate.
Il nome di Marculfo è associato al «privilegio» che, nel 906, avrebbero ottenuto dal santo i re di Francia: quello di guarire, toccandole, le piaghe.
Dopo essere stato incoronato a Reims il re, per lo meno da San Luigi a Luigi XIII, si recava in pellegrinaggio a Corbeny, vi venerava il capo del Santo e, dopo aver ascoltato la Messa, faceva sui malati un segno di croce dicendo: «Il re ti tocca, Dio ti guarisce» La testa del santo fu trasportata a S. Remigio di Reims da Luigi XIV e Luigi XV; Luigi XIV poi vi fece trasportare anche la cassa contenente tutte le ossa; l'ultimo re che volle usare del « privilegio » fu Carlo X, nel 1825; le reliquie del santo furono quindi trasportate all'ospizio di San Marculfo di Reims.
(Autore: Rombaut Van Doren)
Iconografia
In veste di abate benedettino, con il pastorale nella destra, Marculfo è rappresentato trionfante sul demonio nella statua in pietra policroma della chiesa di St-Jean-de-Losne (sec. XV).
Altre raffigurazioni, invece, alludono in modo par­ticolare ai suoi miracoli e soprattutto al dono di guarire le malattie della pelle attribuitogli dalla tradizione francese.
Ai miracoli in genere si riferiscono le vetrate della cattedrale di Coutances (sec. XIII), gli affreschi della sala del tesoro nella abbazia di St-Riquier-en-Ponthieu (1520) e un dipinto di Michel Bouillon nella chiesa di San Brizio a Tournai.
Alla guarigione dalle su ricordate malattie alludono la statua della chiesa di Bouilly (sec. XV) e, con un più diretto riferimento alla facoltà risanatrice trasmessa ai re di Francia, il quadro di Jean Jouvenet nella chiesa di St-Riquier (1690) in cui si vede il santo assistere nella pietosa bisogna il re Luigi XIV.
(Maria Chiara Celletti – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Marculfo, pregate per noi.


*Sant'Orenzio (o Orienzo) di Auch - Vescovo (1 maggio)
m. 440 circa
Martirologio Romano:
Ad Auch nella regione dell’Aquitania, in Francia, Sant’Orienzo, vescovo, che cercò di sradicare le usanze pagane dalla sua città e di pacificare i Romani con il re visigoto di Tolosa.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)  
Giaculatoria - Sant'Orenzio di Auch, pregate per noi.


*Santi Orenzio e Pazienza - Sposi e Martiri (1 maggio)

Secondo notizie favolose, uniti in matrimonio, Orenzio e Pazienza ebbero due figli gemelli: Lorenzo e Orenzio.
Sarebbero stati visitatinella loro villa di Loret da San Sisto II Papa, che avrebbe portato con sé, a Roma, Lorenzo, più tardi diacono e martire.
Morta Pazienza a Huesca, Orenzio si trasferì in Francia insieme al figlio che portava il suo stesso nome, diventato poi vescovo di Auch.
Festeggiati il 1° maggio, sono rappresentati come agricoltori in posizione orante; nel Martirologio Romano vengono commemorati come martiri; sono invocati per ottenere la pioggia e contro le cavallette.
Si tratta tuttavia di santi leggendari, il cui culto non è anteriore al sec. XV.
(Autore: Antonio Duran Gudiol – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Orenzio e Pazienza, pregate per noi.


*San Pellegrino Laziosi - Religioso (1 maggio)

Forlì, 1265 c. - 1 maggio 1345
Pellegrino non diventa sacerdote, non predica e non scrive.
Arricchisce l’Ordine dei Servi di Maria con l’esempio di tutti i suoi giorni vissuti nella felicità del “servizio” in ogni sua forma: preghiera, penitenza severa, fraternità sorridente e operosa, dentro e fuori il convento.
Si inventa pure una penitenza personalizzata: sta trent’anni senza mai sedersi, procurandosi disfunzioni circolatorie che esigono l’amputazione urgente di una gamba: ma l’operazione poi non si fa per un improvviso miglioramento, che Pellegrino definisce miracoloso: dice di aver visto in sogno il Signore che lo liberava dall’infermità scendendo dalla Croce.
Etimologia: Pellegrino = pellegrinante, dal latino
Martirologio Romano: A Forlì, San Pellegrino Laziosi, religioso dell’Ordine dei Servi di Maria, che, in coerenza con la sua condizione di servo della Madre di Dio, rifulse nella devozione verso il Figlio Gesù e nella sollecitudine per i poveri
Pellegrino nacque a Forlì intorno al 1265, dalla nobile famiglia dei Laziosi.
C’è un episodio controverso dei vari agiografi, ed è quello in cui Forlì si trovò avvolta in tumulti popolari, avvenuti per l’interdetto ricevuto da Papa Martino IV
Il Priore Generale dei Servi di Maria, San Filippo Benizi, che trovavasi in visita al convento di Forlì, fu percosso e scacciato dalla città, perché esortava i forlivesi a ritornare sotto l’ubbidienza al Pontefice, tra i ribelli c’era pure Pellegrino diciottenne.
Nei vari racconti e citazioni susseguitesi nei secoli si narra che San Filippo fu percosso con uno schiaffo da Pellegrino.
Sui 30 anni (tra il 1290 e il 1295) entrò nell’Ordine dei Servi di Maria, ma non come sacerdote, per come sia avvenuta questa conversione non ci sono notizie certe, sembra che lo stesso San Filippo gli abbia concesso l’abito.
Contrariamente a quanto prescrivevano le regole antiche il noviziato fu fatto a Siena e non a Forlì.
Trascorso il noviziato, dopo i 30 anni fu rimandato alla città natale dove rimase fino alla morte.
Si distinse nell’osservanza della Regola e si dice che si prestava ad atti di profonda penitenza fra i quali prediligeva quello di stare in piedi senza sedersi, esercizio penitenziale che mantenne per trent’anni.
Ma giunto sui sessant’anni, quella penitenza gli procurò una piaga alla gamba destra, causata da vene varicose.
La malattia raggiunse un grado di gravità tale che i medici dell’epoca ritennero necessaria l’amputazione della gamba.
Durante la notte precedente all’operazione, Pellegrino si alzò e a stenti raggiunse la sala capitolare e davanti all’immagine del crocefisso, pregò con fervore per ottenere la guarigione.
Assopitasi sugli scanni, in sogno vide Gesù che sceso dalla Croce lo liberava dal male.
Quindi risvegliatosi se ne tornò in cella, dove il mattino seguente il medico venuto per l’amputazione poté constatare l’avvenuta e totale guarigione.
Il miracolo accrebbe la venerazione che i forlivesi avevano per lui. Pellegrino morì il 1° maggio del 1345 consumato dalla febbre, durante gli affollati funerali avvennero due miracoli, liberò una indemoniata e la guarigione di un cieco che il santo benedice sollevandosi dalla bara, fu deposto in un loculo della parete e non in terra, segno già evidente di una venerazione concessa a pochi.
Il suo culto si è esteso in Italia e nel mondo al seguito dell’espandersi dell’Ordine dei Servi.
Il 15 aprile 1609 papa Paolo V autorizzava con il titolo di beato un culto che da tempo immemorabile gli era già tributato e il 27 dicembre 1726 veniva proclamato Santo da Papa Benedetto XIII.
É compatrono della città di Forlì, invocato come protettore contro le malattie cancerogene. É quasi sempre raffigurato sorretto dagli angeli, mentre Gesù scende dalla Croce per guarirlo.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Pellegrino Laziosi, pregate per noi.


*Beata Petronilla da Troyes - Badessa di Moncel (1 maggio)
† 1355

Martirologio Romano: A Moncel nel territorio di Beauvais in Francia, Beata Petronilla, vergine, prima badessa monastero delle Clarisse del luogo.
La Beata Petronilla, nata dalla nobile famiglia dei conti di Troyes, in Francia, fu educata religiosamente; ancora giovane, ottenne di essere ammessa tra le suore clarisse del monastero di Provins, ove perfezionò le sue virtù, particolarmente la modestia, l’umiltà, la pazienza, crebbe in un amore ardente e smisurato per Cristo nel sacramente dell’Eucarestia e per il Crocefisso.
Si preoccupò molto di edificare le consorelle più con l’esempio che con la parola e trasformò il monastero in un
centro di efficace apostolato, estendendo la sua azione benefica particolarmente fra i peccatori, gli afflitti e i bisognosi.
Per testimoniare il suo totale amore a Cristo, promise di cercare in tutto e sempre ciò che è più perfetto. A questa promessa, segui un impegno di rinnovamento continuo, cui si aggiunsero pene numerose per incomprensioni, ma Petronilla vinse con la continua preghiera, assistita da Dio con favori celesti di contemplazione ed estasi.
Un monastero di suore clarisse, dedicato a San Giovanni Battista venne fondato nel 1309 dal re di Francia, Filippo il Bello, a Moncel, presso Pon-Ste-Maxence, (Ponte Santa Massenzia) nella diocesi di Beauvais.
La costruzione del monastero fu però ritardata per la morte del re e solamente nel 1336 vi si stabilirono dodici monache clarisse, venute dai monasteri di Longchamp, di San Marcello di Parigi, e di Santa Caterina di Provins.
Una delle suore venute da Provin era Petronilla, discendente della famiglia dei Conti di Troyes, che fu scelta come abbadessa e vi fu insediata solennemente alla presenza del re Filippo di Valois e della Regina Giovanna di Borgogna. L’anno seguente, il 27 marzo 1337 fu consacrata la chiesa del monastero ad opera del cardinale di Boulogne.
La nuova abbadessa formò un’eletta schiera di anime generose, votate alla perfezione serafica. Eccelse per l’umiltà e la delicatezza verso tutte le consorelle, specialmente per le ammalate, mentre si faceva sempre più profonda l’unione con lo Sposo celeste.
Ma quante furono le lotte che dovette sostenere, soprattutto da parte del demonio, che tentò di gettarla nella disperazione. Molte giovani seguirono il suo esempio e in breve il monastero di Moncel divenne cenacolo di anime elette.
Dopo otto anni di saggio governo, Petronilla rinunciò al suo mandato, per meglio prepararsi all’incontro finale con lo sposo celeste. Visse ancora undici anni di vita nascosta ed umile. Il 1° maggio 1355 lasciò la terra per volare all’eterna festa del cielo.
L’11 maggio 1854 Pio IX concesse in suo onore l’ufficio e la Messa.

(Autore: Don Luca Roveda – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Petronilla da Troyes, pregate per noi.



*San Pio V (1 maggio)

Martirologio Romano: A Moncel nel territorio di Beauvais in Francia, Beata Petronilla, vergine, prima badessa monastero delle Clarisse del luogo.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)  
Giaculatoria - San Pio V, pregate per noi.



*San Riccardo (Erminio Filippo) Pampuri - Religioso (1 maggio)
Trivolzio, Milano, 1897 - Milano, 1 maggio 1930
Erminio Filippo Pampuri, nella vita religiosa, frà Riccardo, nacque (decimo di undici figli) il 2 agosto 1897 a Trivolzio (Pavia) da Innocenzo e Angela Campari, e fu battezzato il giorno seguente.

Orfano di madre a tre anni, venne accolto dagli zii materni a Torrino, frazione di Trivolzio.
Nel 1907 gli morì a Milano il padre.
Compiute le scuole elementari in due paesi vicini, e la prima ginnasiale a Milano, fu alunno interno nel Collegio Sant'Agostino di Pavia.
Dopo gli studi liceali, si iscrisse alla facoltà di medicina nell'Università di Pavia, laureandosi con il massimo dei voti, il 6 luglio 1921.
Nel 1927 entrò a Brescia nel noviziato dei Fatebenefratelli e vi emise la professione religiosa il 24 ottobre 1928.
Gli venne affidato il gabinetto dentistico.
Purtroppo nella primavera del 1929 la sua salute peggiorò per la tubercolosi.
Il 18 aprile 1930 fu trasferito nell'Ospedale del Fatebenefratelli di Milano dove morì il primo maggio.
Proclamato Beato da Giovanni Paolo II il 4 ottobre 1981, è stato canonizzato nella festività di Tutti i Santi, 1° novembre 1989. (Avvenire)
Etimologia: Riccardo = potente e ricco, dal provenzale
Martirologio Romano: A Milano, San Riccardo (Erminio Filippo) Pampuri, che dapprima esercitò con generosità nel mondo la professione di medico e, entrato poi nell’Ordine di San Giovanni di Dio, dopo circa due anni riposò in pace nel Signore.  
Caporetto, fine ottobre 1917.
Gli Austriaci travolgono i soldati italiani: un disastro.
Tra i militari del servizio sanitario, c’è Erminio Pampuri, 20 anni, studente di Medicina a Pavia.
Fin dalla chiamata alle armi, si era prodigato con dedizione tra i soldati e feriti al fronte, rischiando sovente la pelle.
Ora, durante la ritirata, compie un’azione eroica: conducendo un carro tirato da una coppia di buoi, per 24 ore sotto la pioggia battente, pone in salvo il materiale sanitario precipitosamente abbandonato.
Sa che se non lo facesse, per pensare solo a se stesso, numerosi feriti non avrebbero più la possibilità di curarsi.
Appena congedato, al termine della guerra, riprende gli studi di medicina e per l’impresa compiuta, viene decorato con medaglia di bronzo.
Rotto a tutte le fatiche
Era nato, decimo di undici figli, il 2 agosto 1897, a Trivolzio (Pavia) in una famiglia che viveva davvero il Vangelo.
Era cresciuto in casa degli zii materni, sentendo il benefico influsso dello zio Carlo, medico, uomo di Dio e apostolo.
Aveva compiuto gli studi al Liceo Manzoni di Milano, professando la sua fede a viso aperto tra i compagni e professori.
Al momento della scelta della professione, si era iscritto a Medicina, seguendo l’esempio dello zio.
All’Università di Pavia, aveva partecipato al C
ircolo Cattolico Severino Boezio, coinvolgendo nel suo apostolato numerosi giovani studenti.
Il suo assistente ecclesiastico, Mons. Ballerini, dirà: «Al Circolo portò più soci lui con il suo esempio e la sua vita intemerata che non tutte le conferenze e i mezzi di propaganda, compreso il suo interessamento personale».
Un giorno, durante una sollevazione studentesca, erano stati uccisi due universitari.
Erminio Pampuri fu il solo ad avvicinarsi ai loro cadaveri per pregare, rispettato dai tiratori, profondamente toccati dal suo coraggio e dalla sua fede.
Ora, a 24 anni, è medico e incanta chi lo avvicina per la sua purezza e la sua affabilità.
È destinato alla “condotta” di Morimondo (Milano), 1800 abitanti, sparsi in cascinali di campagna, con strade malagevoli, nella pianura milanese.
Si stabilisce in un umile alloggio, vicino alla chiesa parrocchiale.
Ogni mattina, prestissimo, partecipa alla Messa con la Comunione e, in ogni attimo di libertà, vi cerca respiro davanti al Tabernacolo dove Gesù lo attira e gli dà forza.
Sovente è chiamato di notte presso i malati. Il “dottorino” accorre e indugia a lungo presso di loro, competentissimo, disponibile, un vero fratello.
Spesso non accetta nulla come onorario, anzi, porta ancora lui i medicinali e il denaro necessario alle famiglie più povere.
Al mattino, dopo la Messa, fa ambulatorio in casa, poi riprende le visite: a piedi, sul calesse, d’estate, d’inverno, sotto il sole cocente o sotto la neve.
Porta con sé la corona del Rosario e prega la Madonna di sostenerlo e di illuminarlo.
Scopre che a Morimondo e dintorni, ci sono tanti giovani, spesso poco aiutati, nella loro formazione.
Il medico ha pochi anni più di loro e si tiene aggiornato su tutti i problemi della vita, della società, della Chiesa.
Si ferma a parlare con i giovani, li raduna attorno a sé, meglio, attorno a Gesù, nella parrocchia: con il suo ascendente, li istruisce nella fede, li guida a vivere il Vangelo, più con il suo esempio che con la parola.
Quelli ne restano affascinati e alcuni, aiutati da lui, maturano la vocazione sacerdotale e religiosa: saranno presto apostoli, per aver incontrato lui.
Alcuni, tra la sua gente, gli dicono: «Dottore, quando pensa a sé?».
Risponde alzando le spalle e raccomandando di chiamarlo a qualsiasi ora del giorno e della notte, perché lui è lì per servire: per i malati, gli anziani, i bambini, coloro che in qualunque modo hanno bisogno.
Lo slancio per resistere all’immane fatica lo trova in Gesù Eucaristico che visita ogni sera: persino il cavallo lo sa, ormai, e quando giunge vicino alla chiesa, si ferma da solo e attende che il dottore abbia finito di pregare.
La vita a Morimondo cambia: il parroco si trova la chiesa piena di giovani alla Messa festiva e all’adorazione eucaristica, molti impegnati nell’Azione Cattolica e per le missioni.
Ha fatto tutto il giovanissimo dottor Pampuri. Ma dov’è quando ci sono tutti e lui sembra assente?
È a casa che studia e insieme prega, o in un angolo della chiesa, occupato in un colloquio intenso con il divino Amico, o in visita ai suoi malati a qualsiasi ora del giorno.
Alcuni colleghi medici gli consigliano di “prendersela con calma”; «tanto – gli dice qualcuno – si nasce e si muore anche senza di noi».
A costoro lui risponde con uno sguardo di fuoco.
Ma altri colleghi vengono per consultarlo per i casi più difficili, con una stima grandissima per lui e la sua estrema professionalità.
Il saio per completare
Nel giugno 1927, a 30 anni, il dottor Erminio Pampuri chiede di entrare a farsi religioso tra i Fatebenefratelli, l’Ordine Ospedaliero fondato da San Giovanni di Dio nel 1537 per l’assistenza agli infermi.
Lascia tutto e parte, tra le lacrime dei suoi assistiti di Morimondo, per seguire Gesù.
Il suo gesto suscita enorme scalpore: anche i giornali ne parlano.
Il 21 ottobre 1927, riceve l’umile saio di “fratello” e comincia il noviziato: umile, semplice, sottomesso, come tutti gli altri, nella casa religiosa di Brescia.
Prende il nome di fra’ Riccardo.
Medico prestigioso, accetta i servizi più umili all’ospedale dei Fatebenefratelli, ma chiamato dall’obbedienza o dalle necessità, visita i malati e li cura con la sua scienza: stupisce tutti, confratelli, malati, quelli che lo vedono e, presto scoprono la sua vera identità.
A volte, sostituisce anche il primario, ma subito dopo prende la scopa in mano, come se fosse l’ultimo della casa, canticchiando sottovoce, con la gioia di appartenere a Dio solo.
Il 28 ottobre 1928, si offre a Dio mediante i santi voti di povertà, castità e obbedienza e scrive: «Voglio servirti mio Dio, per l’avvenire, con perseveranza e amore sommo: nei miei superiori, nei confratelli, nei malati tuoi prediletti; dammi grazia di servirli come servissi Te».
Gli viene affidato il laboratorio dentistico di Via Moretto, annesso all’ospedale.
Fra Riccardo è un semplice religioso, ma è anche un grande medico: così, appena si sa, molti, sempre più numerosi, attirati dalla sua bontà e dalla sua scienza, vengono a cercarlo e si rivolgono a lui con una fiducia che si diffonde, in Brescia, come un contagio.
Le mamme gli portano i bambini perché li curi e li benedica: risponde promettendo la sua preghiera quotidiana per loro alla Madonna.
Nella sua semplicità, si sente quasi umiliato quando diversi medici vengono ad interpellarlo, perché “il dottorino sotto il saio di religioso è un Santo e può molto”.
Ha poco più di 30 anni e gode fama di santità.
Ma presto diventa assai fragile di salute: ai superiori che hanno molti riguardi verso di lui, risponde: «Io sto bene».
Continua il suo lavoro, fino a quando gli restano le ultime briciole di forze. Qualcuno si domanda: «Perché Fra Riccardo va all’ambulatorio con la febbre addosso».
Risponde: «È il mio posto, là c’è Dio che mi aspetta».
Lo vedono sempre correre, con il sorriso sulle labbra e cantando sottovoce inni alla Madonna, a San Giovanni di Dio e agli Angeli, con le mani sotto lo scapolare, tenendo sempre la corona fra le dita.

Spiega: «Questa è la mia arma prediletta, con la corona il demonio fugge».
Intanto la pleurite e la febbre lo divorano.
 Per sollevarlo, i superiori, oltre alle cure, lo invitano ad un viaggio fra le case di Venezia, Gorizia e Postumia.
Ma più che alla sua salute, serve a far dilagare tra i confratelli, che lo conoscono per sentito dire, la sua fama di santità.
I parenti lo vogliono avere vicino. Viene assegnato alla casa di Via San Vittore a Milano. Viene la sorella Rita ad assisterlo.
Con la gioia in volto, le dice: «Se il Signore mi lascia, sto qui volentieri, se mi toglie, vado volentieri da Lui».
Riceve tutti i sacramenti, lucido e ardente.
Va incontro a Dio il 1° maggio 1930, all’inizio del mese della Madonna alla Quale aveva affidato fin da bambino gli studi, il lavoro, la vita e la morte.
Ha solo 33 anni ma è giunto assai in alto.
Come il suo illustre collega di Napoli, il medico San Giuseppe Moscati (1880-1927), Papa Giovanni Paolo II lo ha iscritto tra i Santi: chi oggi lo prega con fede, lo sente ancora vicino; ancora e più che mai medico e fratello: guarigioni e conversioni inspiegabili umanamente sperimentano coloro che si rivolgono a lui, come un continuo prodigio di carità.

Nelle diocesi di Brescia e di Pavia la sua memoria si celebra il 16 maggio.

(Autore: Paolo Risso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Riccardo Pampuri, pregate per noi.

 

*San Sigismondo - Re dei Burgundi e Martire (1 maggio)

Nel giorno di San Giuseppe lavoratore la tradizione ha posto anche la festa di Sigismondo, re dei Burgundi.
Figlio del re Gundobaldo, governava il territorio intorno a Ginevra.
Si convertì all’inizio del VI secolo per influsso di Sant’Avito: fu il primo sovrano di origine gallica ad abbracciare il cristianesimo.
Poi, però, si macchiò di un orrendo crimine.
Temendo che suo figlio Sigerico congiurasse contro di lui, lo fece uccidere.
Subito, però, se ne pentì e si ritirò nel monastero di Aguane, sempre in Svizzera, da lui stesso fondato.
Alla sua necessità di espiare si fa risalire la nascita della «Laus perennis», recitata ininterrottamente da monaci che si danno il cambio.
I Franchi, che volevano conquistare la Borgogna, ultimo regno indipendente, approfittarono dello scandalo suscitato dall’uccisione di Sigerico per braccare Sigismondo, che fuggì da Aguane, ma fu raggiunto e buttato in un pozzo.
Per questo lo si venera come martire. (Avvenire)
Etimologia: Sigismondo = difende con la vittoria, dal tedesco
Emblema: Palma, Corona, Scettro, Globo, Spada, Croce, Pozzo
Martirologio Romano: A Saint-Maurice-en-Valais nella Rezia, nell’odierna Svizzera, deposizione di San Sigismondo, che, re dei Burgundi, convertitosi dall’eresia ariana alla fede cattolica, istituì in questo luogo un coro di monaci che intonava ininterrottamente inni davanti al sepolcro dei martiri, espiò il delitto commesso con la penitenza, le lacrime e i digiuni e trovò la morte nel territorio di Orléans affogato dagli avversari in un pozzo.  
La vita di questo Santo martire è da annoverarsi fra i grandi Santi, pentiti del loro passato.
Egli era figlio del re dei Burgundi, Gundobaldo, ma già da principe governava una parte del territorio nazionale con Ginevra come capitale e fu proprio in questo periodo che si convertì al
Cattolicesimo (dopo il 501) per opera di Sant'Avito; fu il primo re barbaro della Gallia a convertirsi.
Nel 516 dopo al morte del padre divenne re, si mostrò un fervente cattolico, prese posizione contro gli ariani chiedendo l’appoggio del lontano imperatore di Costantinopoli, Anastasio.
Ma un grave delitto fermò la sua illuminata opera, egli aveva un figlio Sigerico avuto dalla prima moglie, che non godeva della simpatia della sua seconda moglie, la quale persuase il re che il figlio voleva attentare alla vita del padre per impossessarsi del regno.
Allora Sigismondo fece strangolare il giovane in sua presenza (522), ma appena compiuto l’efferato crimine si gettò sul corpo del figlio piangendo lacrime amare di pentimento; consigliato di piangere su se stesso, Sigismondo per espiare si ritirò in penitenza nel monastero di Aguane in Svizzera da lui stesso fondato.
Questo episodio, che dimostra la passionalità e violenza tipiche dell’epoca barbarica, è narrato da San Gregorio di Tours nella sua “Historia Franc.”
Al periodo del suo soggiorno ad Agaune si collega la nascita della ‘Laus perennis’, cioè un canto liturgico ininterrotto, cantato da monaci a turno.
Il delitto di Sigismondo attirò su di sé e sulla Borgogna una serie di guai; si trovò contro il nonno del giovane Sigerico, Teodorico il Grande e quindi restò senza aiuti davanti alle pretese dei Franchi che volevano conquistare l’ultimo regno germanico indipendente che stava nella Gallia.
Ci fu una guerra e Sigismondo fuggito ad Agaune, fu fatto prigioniero insieme alla moglie e i figli, dal re franco Clodomiro che li riportò ad Orleans.
Alla fine furono tutti buttati in un pozzo vicino al villaggio che da allora porta il nome Sigismond (Loiret).
Questo re convertito, che pur avendo commesso un grave delitto, seppe espiare con dure penitenze, subendo poi una morte violenta, fu ben presto considerato un martire e il suo corpo portato ad Agaune e poi finalmente trasferito a Praga.
Tradizionalmente si commemora il 1° maggio.
Il suo culto diffuso in Europa e Italia, diede spunto a molte opere artistiche che lo raffigurano nella sua dignità regale; nel 1446 Piero della Francesca lo effigia nel famoso dipinto nel Tempio Malatestiano di Rimini, commissionato da Sigismondo Pandolfo Malatesta.
Il nome Sigismondo è stato portato da tre re polacchi e da un imperatore tedesco. Deriva dall’antico tedesco Sigismuht e significa “che protegge con la vittoria”.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Sigismondo, pregate per noi.


*San Teodardo di Narbonne - Vescovo (1 maggio)
m. 893
Martirologio Romano:
Nel territorio di Montauban nella Gallia narbonense, nell’odierna Francia, transito di San Teodardo, vescovo di Narbonne, che resaturò la sua cattedrale e si distinse per il fervore nella disciplina; ammalatosi, si ritirò in monastero, dove rese la sua anima a Dio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)  
Giaculatoria - San Teodardo di Narbonne, pregate per noi.


*San Torquato - Vescovo di Guadix (1 maggio)
Guadix (Granada) III-IV sec.
Etimologia:
Torquato = ornato di collana, dal latino
Martirologio Romano: Nella Spagna meridionale, commemorazione dei Santi Torquato, vescovo di Guadix e di altri sei vescovi di diverse città: Ctesifonte di Verja, Secondo di Ávila, Indalezio di Torre de Villaricos, Cecilio di Elvira, Esichio di Rocadillo ed Eufrasio di Andujar del Vejo.  
È il primo dei sette “Viri Apostolici”; i sette “Viri” sono Torquato, Ctesifone, Secondo, Indalezio, Cecilio, Esichio, Eufrasio, tutti vescovi di città spagnole meridionali dell’epoca..
Nei Calendari ispanici ‘Vigiliano’ e ‘Emilianense’ del secolo X, la sua memoria ricorre al 1° maggio, giorno della festività dei sette ‘Viri’ nella chiesa spagnola.
Secondo la tradizione fu il primo vescovo di Acci (oggi Guadix) in provincia di Granada e in questa città visse e morì nel III-IV secolo.
Non si sa se fu martire o confessore, ma nella città di Guadix di cui è patrono principale è celebrato come martire il 14 giugno.
Le sue reliquie dal secolo VIII si trovavano, a causa delle invasioni musulmane, in una chiesa edificata in suo onore, presso il fiume Limia e da lì nel secolo X furono trasportate nella chiesa di Cellanova, dal fondatore del monastero di Cellanova (Orense), San Rudesindo.
Nel 1592 il sepolcro fu aperto e parte delle reliquie furono inviate a Guadix, Compostella, Orense, al monastero di El Escorial e al collegio dei gesuiti di Guadix e nel 1627 anche a Granada.
La parte rimasta delle reliquie fu sistemata nella cappella maggiore della chiesa di Cellanova, insieme al corpo del fondatore San Rudesindo.
San Torquato è tuttora ricordato nei Calendari delle Chiese di Orense con i sei vescovi e in quella di Compostella da solo e come martire il 15 o 21 maggio. La data di celebrazione secondo il nuovo Martitologio Romano è al 1° maggio.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Torquato, pregate per noi.


*Beato Vivaldo - Eremita (1 maggio)

Martirologio Romano: Presso Montaione in Toscana, Beato Vivaldo da San Gimignano, eremita del Terz’Ordine di San Francesco, insigne per austerità di vita, pazienza e carità nella cura degli infermi.  
Vivaldo (Ubaldo) nacque a San Gimignano verso la metà del secolo XIII; fu discepolo e compagno del
Beato Bartolo da San Gimignano, terziario francescano dalla santa vita, ammalatosi di lebbra per 20 anni, Vivaldo l’assisté per molti anni, fino alla morte.
Quindi si ritirò nel bosco di Camporena, presso Montaione, dove visse da eremita; un antico testo del secolo XVI dice che si scavò una cella nel cavo di un castagno dove a mala pena, poteva genuflettersi, per amore di Gesù Cristo perseverò nell’astinenza da tutte le cose, con digiuni, vigilie e orazioni e venuto il tempo, al primo di maggio Dio lo prese per gli eterni riposi.
I Frati Minori costruirono un convento e varie cappelle sul luogo dell’eremo, ottenendo da Papa Leone X nel 1516, una indulgenza particolare.
Vivaldo è rappresentato sin dal secolo XVI con l’abito del penitente e secondo una tradizione dell’epoca, lo si dice membro del Terz’Ordine Francescano, come il Beato Bartolo.
Gli antichi libri “Compendium” dei Francescani, annotano all’anno 1300 la morte del Beato Bartolo e quelli dal secolo XVII annotano al 1320 la morte del Beato Vivaldo, con festa liturgica al 1° maggio. Il suo antico culto fu confermato da Papa San Pio X il 13 febbraio 1908.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Vivaldo, pregate per noi.


*Altri Santi del giorno (01 Maggio)
*xxx
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi


 
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