Santi del 1 Ottobre - Istituto Aveta

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Santi del 1 Ottobre

Il mio Santo > I Santi di Ottobre

*Sant'Abreha - Re d'Etiopia (1 ottobre)
IV secolo

Secondo tar leggende copte Abreha e il fratello Asbeha sareb stati i primi re etiopi convertiti da San Frumenzio (morto circa nel 380) al Cristianesimo.
La Chiesa copta ne festeggia la memoria il 1° ottobre (nel 4° giorno di paopi) insieme con il re Aizana e il fratello Sazana.
Ma, se Aizana, re nel 356, fece eri ad Aksum iscrizioni che rivelano chiaramente l'indole pagana e se bisogna attendere un re della seconda metà del sec. V, il presunto Tazana (nome di grafia incerta), per leggere ad Aksum iscrizioni votive che esaltino un solo Dio del cielo e del mon non si vede come nella corte etiope possa esser penetrato il cristianesimo prima del sec. V.
Fu necessario, infatti, che maturassero particola condizioni politiche, cioè che la dominazione etiope nell'Arabia meridionale, minacciata dalla ostilità dei Persiani, si appoggiasse a Bisanzio, di la protettrice ufficiale del cristianesimo, perché questo sostituisse la religione precedente.
Se questa rivoluzione accadde, come testimonia Cosma Indicopleuste nell'ambito del sec. VI, non è chiaro quanto credito si possa concedere ad una notizia che l'anticipa di due secoli.

(Autore: Giorgio Eldarov – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Abreha, pregate per noi.


*Sant'Alvaro Sanjuan Canet - Sacerdote Salesiano e Martire (1 ottobre)

Schede dei Gruppi a cui appartiene:
"Beati Martiri Spagnoli Salesiani di Valencia" - Beatificati nel 2001 (22 settembre)
"
Beati 233 Martiri Spagnoli di Valencia" - Beatificati nel 2001 - Senza data (Celebrazioni singole)
"
Santi, Beati e Servi di Dio Martiri nella Guerra di Spagna" Vittime della persecuzione religiosa - Senza Data (Celebrazioni singole)

Alcocer de Planes, Spagna, 26 aprile 1908 – Villena, Spagna, 2 ottobre 1936

Martirologio Romano: Nel villaggio di Villena sempre nello stesso territorio, Beato Alvaro Sanjuán Canet, sacerdote della Società Salesiana e martire, che nella stessa persecuzione pervenne dopo un aspro combattimento alla palma della vittoria.
Alvaro Sanjuan Canet nacque ad Alcocer de Planes, nei pressi di Alicante in Spagna, il 26 aprile 1908, da una famiglia profondamente cristiana.
A soli undici anni entrò nel Seminario di Campello, sempre nei dintorni di Alicante. Ragazzo di
carattere docile, allegro ed espansivo, fu sempre molto apprezzato da tutti, compagni e superiori.
Compì gli studi teologici a Torino, città culla della Famiglia Salesiana, e ricevette infine l’ordinazione presbiterale nel 1934 presso Sarrioi, vicino a Barcellona. Non molto tempo dopo venne destinato ad Alicante.
Allo scoppio della guerra civile spagnole Don Alvaro dovette fuggire e rifugiarsi in Cocentaina, ospite dei suoi genitori.
Trascorsi due mesi, fu bloccato e relegato in prigione ad Alicante. La sua famiglia fece numerosi tentativi per ottenere la sua liberazione, ricevendo sempre la medesima risposta: "Non uccidiamo il tuo cognato, bensì la veste".
La notte fra il 1° ed il 2 ottobre 1936 fu fatto uscire con un altro compagno e condotto verso Villena, nelle cui vicinanze venne ucciso sul ciglio della strada.
Alvaro Sanjuan Canet fa dunque parte della schiera dei ben 95 martiri salesiani spagnoli, vittime durante la guerra civile.
Con 31 di essi è stato beatificato da Papa Giovanni Paolo II l’11 marzo 2001 ed in data odierna è invece singolarmente commemorato dal Martyrologium Romanum.

(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Sant'Antonio Rewera - Sacerdote e Martire (1 ottobre)
Scheda del Gruppo cui appartiene:
"Beati 108 Martiri Polacchi" - Senza data (Celebrazioni singole)

Samborzec, Polonia, 6 gennaio 1869 – Dachau, Germania, 1 ottobre 1942

Martirologio Romano: Vicino a Monaco di Baviera in Germania, Beato Antonio Rewera, sacerdote e martire, che deportato dalla Polonia nel campo di prigionia di Dachau per la sua fede cristiana, ottenne tra i tormenti la corona del martirio.
Anton Rewera nacque a Samborzec, nei pressi di Swiętokrzyskie in Polonia, il 6 gennaio 1869.
Divenne sacerdote della diocesi di Sandomierz ed insegnante di teologia nel seminario diocesano. Fondò inoltre una congregazione religiosa, le suore Figlie di San Francesco Serafico.
Arrestato dalla Gestapo il 16 marzo 1942 e deportato in Baviera nel famigerato lager di Dachau, ivi morì in seguito alle torture subite il 1° ottobre di quello stesso anno.
L’unica sua colpa consisteva nell’aver dato testimonianza della sua fede in Cristo.
Papa Giovanni Paolo II l’13 giugno 1999 elevò agli onori degli altari ben 108 vittime della medesima persecuzione nazista, tra le quali il Beato Antonio Rewera, che viene dunque ora commemorato dal Martyrologium Romanum nell’anniversario del martirio.

(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Antonio Rewera, pregate per noi.


*San Bavone di Gand - Eremita (1 ottobre)

Brabant, Liegi, Belgio, 589 - Gand, 1° ottobre 659
Di Bavone (in fiammingo Baafs) esistono quattro «Vite» in gran parte leggendarie. Sarebbe morto prima del 659.

Nobile di alto rango, sposò la figlia del conte merovingio Adilone. Rimasto vedovo, seguì Sant'Amando che stava evangelizzando le pagane Fiandre.
Distribuì le sue terre ai poveri ed entrò nel monastero benedettino di Gand, che prese poi il suo nome.
Fattosi missionario con Amando, tornò in seguito a Gand e visse gli ultimi tre anni da eremita nel cavo di un grosso albero.
Sue reliquie sono nella cattedrale di Gand e nell'abbazia di Nelse-la-Reposte. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Gand nelle Fiandre, nell’odierno Belgio, San Bavone, monaco, che fu discepolo di sant’Amando; abbandonato il mondo, distribuì i suoi beni ai poveri e si ritirò nel monastero fondato in questo luogo.
Di questo Santo fiammingo esistono quattro ‘Vite’ in buona parte leggendarie, come del resto la maggioranza delle vite dei Santi dei primi secoli; la più antica che parla di Bavone (in fiammingo
Baafs), è stata scritta probabilmente al tempo di Eginardo abate († 844), due secoli dopo la morte di Bavone, che si suppone avvenuta un 1° ottobre prima del 659; essa fu posta in versi intorno al 980.
Bavone nacque in una famiglia di alto rango sociale e sposò la figlia del conte merovingio Adilone ed ebbe una figlia di nome Agletrude.
La giovane moglie morì, non si sa come e Bavone colpito dalla disgrazia, interruppe la sua vita dissoluta e cadde in preda ad una crisi morale, che fu il punto di partenza della sua conversione.
Si recò da Sant'Amando che stava predicando alle popolazioni ancora pagane della regione di Gand e per suo consiglio distribuì ai poveri le sue terre di Hesbaye, dove era nato ed entrò nel monastero di Ganda come religioso, monastero appena fondato da Sant'Amando e che in seguito si chiamerà "San Bavone di Gand".

Divenne discepolo del Santo missionario e lo seguì nelle sue peregrinazioni apostoliche nelle Fiandre; dopo un certo tempo ritornò a Ganda, dove fattosi costruire una piccola cella nel cavo di un grosso albero, condusse vita eremitica ed ascetica per tre anni.
Ma le privazioni ed i sacrifici lo indebolirono rapidamente, morendo verso il 659; il suo corpo fu sepolto nel monastero di Ganda.
Allo stato attuale, le sue reliquie riposerebbero in parte nella cattedrale di Gand e in parte nell’abbazia benedettina di Nesle-la-Reposte, località dove si erano rifugiati i monaci fuggiti da Ganda, per sottrarsi alle invasioni normanne, verso l’882-83.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

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*Beato Carmelo Giovanni Perez Rodriguez - Suddiacono Salesiano, Martire (1 ottobre)
“Beati Martiri Spagnoli Salesiani di Madrid e Siviglia”
“Beati 498 Martiri Spagnoli” Beatificati nel 2007
“Martiri della Guerra di Spagna”
Vimianzo, Spagna, 11 febbraio 1908 - Madrid, Spagna, 1 ottobre 1936
Nacque a Vimianzo (La Coruña) l'11 febbraio 1908 e fu battezzato due giorni dopo. Fece la professione religiosa a Carabanchel Alto (Madrid) il 10 luglio 1927.
Dopo gli studi filosofici e il triennio pratico, venne inviato a Torino per la teologia.
Tornato in patria per le vacanze del 1936 dopo aver ricevuto il Suddiaconato, la rivoluzione lo sorprese a Madrid.
Venne imprigionato. Rimesso in libertà, visse nascosto fino al 1° ottobre, allorché, riconosciuto come religioso, venne fucilato.
Beatificato il 28 ottobre 2007.
(Fonte: www.sdb.org)

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*Beata Cecilia Eusepi - Terziaria Servita (1 ottobre)

Monteromano, Viterbo, 17 febbraio 1910 - Nepi, Viterbo, 1 ottobre 1928
Cecilia Eusepi nasce in una cittadina laziale, in provincia di Viterbo, Monte Romano, il 17 febbraio 1910, nella festa dei Sette Santi Fondatori dei Servi di Maria.
I suoi genitori sono Antonio Eusepi e Paolina Mannucci, genitori poveri, ma ricchi di fede, semplici e buoni. Viene battezzata il 26 febbraio nella Chiesa parrocchiale di Santo Spirito, dall’arciprete Ugo Fulignoli.
Rimane orfana molto presto, ed il padre morente l’affida allo zio materno, Filippo Mannucci, che fu per lei tenerissimo padre.
Bambina vivace e sensibile, molto buona ed ubbidiente, già da piccola portata alla preghiera, che il fratellino più grande le faceva recitare tutte le mattine.
Già all’asilo di Monte Romano, tenuto da alcune signore, la piccola Cecilia mostra un grande ingegno. Una supplica al Signore l’ha accompagnata dalla piccolissima età: "Madonnina mia, fammi morire
piuttosto che offendere Gesù".
Il 6 gennaio 1915, all’età di cinque anni, insieme a sua madre, Cecilia lascia per sempre Monte Romano e si reca a Nepi. Vanno a vivere nella tenuta dei duchi Grazioli Lante della Rovere detta La Massa, dove già dal 1910 lo zio Filippo lavora.
In questa tenuta la fanciulla cresce vispa e serena, scorazzando per i campi e tra le siepi, cogliendo fiori da collocare davanti alla Madonna.
Lo zio non ritiene che la vita campestre si confacesse alla bambina. Il 5 settembre 1915 l’affida come educanda alle Monache Cistercensi nel Monastero di San Bernardo di Nepi.
Cecilia scriverà più tardi: "Dopo il Battesimo la prima grazia ricevuta dal Signore fu quella di avermi tolta dal mondo a soli cinque anni e mezzo, e collocata fra le sue spose, dove si è aperta la mia intelligenza e ho sentito il bisogno di amare Gesù ".
In monastero a sette anni, il 27 maggio 1917, riceve la Santa Cresima dal Santo Vescovo mons. Luigi Olivares. In quel giorno correndo ai piedi della Vergine santa, la piccola Cecilia offre a Lei il suo cuore. Nello stesso anno, il 2 ottobre, festa dei SS. Angeli Custodi, dall’abate Testa dei Cistercensi di Roma, riceve la Prima Comunione. Fu dolce per lei "il momento del cuore a cuore con Gesù".
Mentre si prepara alla vita, attraverso l’impegno, lo studio e la preghiera, la piccola Cecilia sente con forza nel cuore la chiamata del Signore.
Due figure di santi l’accompagnano in questi anni: Santa Teresa di Lisieux, della quale già da piccola ha letto la sua “Storia di un’anima”. Ella riconosce in Teresina la sua maestra spirituale e afferma: "Giungerò a Gesù per un piccolo sentiero, breve, molto breve, tracciatomi dalla piccola Teresa. Eccolo: Umiltà, Abbandono, Amore"; e San Gabriele dell’Addolorata, dal quale percepisce l’amore all’Eucaristia, la devozione alla passione di Cristo e ai dolori della Madre, la generosità nel dare l’elemosina.
Nel Monastero Cecilia rimane circa cinque anni, dedicandosi allo studio elementare, al lavoro casalingo e femminile e alle pratiche di pietà. Una spiccata sensibilità religiosa andava crescendo in lei che, come ha attestato Padre Gabriele Roschini dei Servi di Maria, suo direttore, la fanciulla sentiva prepotente nell’anima "il bisogno di amare Gesù".
A questo grande amore per il Signore, si aggiunge poi, una grande generosità ed amabilità verso chiunque: la famiglia, le compagne, le monache, il prossimo, i poveri, per tutti il suo piccolo cuore è sempre aperto.
Di lei la Badessa Cistercense di Nepi, madre Teresa Salvadori, disse: "Se Cecilia continuerà a darsi a Dio, diventerà una grande santa". In questo asilo di preghiera, semplicità, povertà e mitezza la piccola Cecilia cresce, alla scuola di santità delle umili monache di Nepi, portando nel suo cuore il grande desiderio di essere la sposa di Gesù Cristo.
Il Monastero di San Bernardo si trova accanto alla Chiesa di San Tolomeo, tenuta dai Servi di Maria. I Serviti sono solitamente i confessori del Monastero, quindi la piccola Cecilia, ha modo di vedere spesso questi frati.
Alcune letture e la grande devozione verso la Madonna Addolorata la spingono verso l’Ordine dei Servi di Maria. Già in Monastero, tra le compagne, aveva istituito una Compagnia dell’Addolorata e questa devozione già all’età di dieci anni le fece desiderare di iscriversi al Terz’Ordine dei Servi di Maria (oggi Ordine Secolare). Viene ammessa nella Fraternità di Nepi il 14 febbraio 1922, e fa la sua promessa il 17 settembre di quello stesso anno, rivestendo l’abito dei Servi di Maria.
Cecilia ha vissuto quel momento con gioia indescrivibile, pari al giorno della Prima Comunione, incominciando a vivere intensamente lo spirito dell’Ordine, rinnovando il suo proposito di farsi Santa.
La malattia la costringe a ritornare a casa sua, presso La Massa, e qui continua la sua ascesi a Dio.
Si iscrive alla Gioventù femminile di Azione Cattolica e riunisce attorno a se alcune bambine di Nepi, alle quali insegna il catechismo e le preghiere.
Matura in questo tempo la decisione di donarsi a Dio e di farsi Mantellata Serva di Maria. La sua giovanissima età sembra un ostacolo a questo santo proposito, ma Dio ha la meglio. A Gesù va dato ciò che c’è di più bello.
Il 19 novembre 1923 entra tra le aspiranti delle Mantellate di Pistoia e inizia la sua ascesi sui passi
dei Sette Santi Fondatori con una grande aspirazione: "O suora santa, o niente". Guardando ai Sette del Senario il suo motto: "Amare e Soffrire, deve essere la nostra vita". Ancora una volta Gesù bussa alla porta di Cecilia e le chiede un altro sacrificio: rinunciare alla sua volontà per inebriarsi nella Volontà di Dio.
Costretta dalla malattia, dopo tre anni lascia le care suore di Pistoia per ritornare in famiglia, dove abbracciata alla sua croce vive in modo straordinario la sua quotidiana ordinarietà. Negli ultimi due anni della sua vita, vissuta a La Massa, Cecilia offre, ama e prega. Guidata spiritualmente da Padre Gabriele M. Roschini dei Serviti, vive in pienezza quella Regola di Vita che aveva abbracciata come Serva di Maria Secolare.
Negli ultimi giorni della sua esistenza, crocifissa col Crocifisso, Cecilia "cantava il suo amore sponsale a Gesù" e felice ripeteva: "È bello darsi a Gesù, che si è dato tutto per noi. Mi costa cara l’offerta che ho fatto, ma sono felice di averla fatta. Se rinascessi la farei di nuovo". Il 1° ottobre 1928, festa della sua Santa Teresina, si unisce a Dio nella gloria ripetendo quell’espressione che l’ha accompagnata in vita: "Mio Dio, Vi amo".
La venerabile Cecilia Eusepi, Giglio profumato dell’Ordine Secolare dei Servi di Maria, continua a versare sulla sua piccola strada tanti gigli, perché nell’ammirare le sue virtù altri possano seguirne i passi sulla via della santità ed essere conquistati alla medesima vocazione servitana di fedeltà alle piccole cose ordinarie, di servizio a Santa Maria e di carità verso ogni uomo, che ella ha vissuto fedelmente nell’osservanza della Regola di Vita, ed essere come la Vergine accanto ai crocifissi di ogni tempo.
Il suo sepolcro si trova in Nepi nella Chiesa di San Tolomeo dei Servi di Maria ed il 1° giugno 1987 Sua Santità Giovanni Paolo II ne ha riconosciuto l’eroicità delle virtù.
É stata beatificata dal cardinale Amato il 17 giugno 2012 a Nepi (provincia Viterbo - diocesi Civita Castellana).
(Autore: Massimo Cuofano, OSSM – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

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*Beato Diego Botello - Martire (1 ottobre)
m. 1516
Francescano, morì martire, con Ferdinando di Salcedo e un compagno ignoto, nel 1516 sull'isola Espanola (oggi Haiti) per mano degli indios caraibici.
Emblema: Palma
Dei tre martiri Ferdinando (Fernando, Hernando) di Salcedo, Diego Botello e un compagno (il nome del terzo è rimasto ignoto), probabilmente giunti all'isola Espanola (oggi Haiti) nel primo decennio del sec. XVI e appartenenti alla provincia francescana della Santa Croce di Espanola, eretta nel 1505, conosciamo soltanto la concisa notizia della loro morte, tramandata dallo storico francescano Girolamo di Mendieta (m. 1604).
Nel 1516, in una delle isole delle Piccole Antille, gli indios caraibici, antropofagi, li uccisero a colpi di freccia e, dopo averli mangiati, portarono in giro le loro teste e gli abiti come bandiere in segno di trionfo.
Il Martirologio Francescano li ricorda col titolo di beati il 1° ottobre, ed indica arbitrariamente il Venezuela come luogo del loro martirio.
(Autore: Isidoro da Villapadierna – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Diego Botello, pregate per noi.


*Beato Domenico da Villanova - Sacerdote Mercedario (1 ottobre)
Religioso del convento mercedario di Santa Maria di Montflorite in Aragona (Spagna), il Beato Domenico da Villanova, ne fu anche il commendatore.
Famoso per la cultura e la santità, pieno di meriti si addormentò in pace e fu sepolto nella chiesa del convento.
L'Ordine lo festeggia l'1 ottobre.
(Fonte:
Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria -
Beato Domenico da Villanova, pregate per noi.


*Beati Edoardo Campion, Roberto Wilcox, Cristoforo Buxton e Roberto Widmerpool - Martiri (1 ottobre)
Scheda del gruppo a cui appartengono:
“Beati Martiri di Inghilterra, Galles e Scozia” Beatificati nel 1886-1895-1929-1987

+ Canterbury, Inghilterra, 1 ottobre 1588
Il martirio dei quattro Beati oggi festeggiati si colloca nel contesto delle persecuzioni anticattoliche suscitate in Inghilterra dalla nascita della Chiesa Anglicana e fomentate dagli stessi sovrani inglesi, interessati a salvaguardare l’unità religiosa della nazione.
Edward Campion (talvolta noto come Gerard Edwards), nato a Ludlow nel Shropshire, ordinato sacerdote in Francia e ritornato in patria mentre infuriava la persecuzione indetta dalla regina Elisabetta I, dopo una lunga prigionia salì al patibolo.
Insieme con lui furono uccisi Robert Wilcox (nato a Chester nel Cheshire) e Cristopher Buxton (nato a Tideswell nel Derbyshire) in quanto sacerdoti cattolici, nonché il laico Robert Widmerpool (nato a Widmerpool nel Nottinghamshire) per aver aiutato un sacerdote.
Sono stati beatificati nel 1929 insieme a numerose altre vittime della medesima persecuzione.
Martirologio Romano: A Canterbury in Inghilterra, San Gerardo Edwards, sacerdote e martire, che, ordinato in Francia e tornato in patria, dopo una lunga carcerazione, terminò il suo martirio sul patibolo durante la persecuzione della regina Elisabetta I.
Insieme a lui subirono la passione i Beati Roberto Wilcox e Cristoforo Buxton, perché sacerdoti, e Roberto Widmerpool, per aver aiutato un sacerdote.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Beato Ferdinando (Fernando, Hernando) di Salcedo - Martire (1 ottobre)
m. 1516
Emblema: Palma
Dei tre martiri Ferdinando (Fernando, Hernando) di Salcedo, Diego Botello e un compagno (il nome del terzo è rimasto ignoto), probabilmente giunti all'isola Espanola (oggi Haiti) nel primo decennio del sec. XVI e appartenenti alla provincia francescana della Santa Croce di Espanola, eretta nel 1505, conosciamo soltanto la concisa notizia della loro morte, tramandata dallo storico francescano Girolamo di Mendieta (m. 1604).
Nel 1516, in una delle isole delle Piccole Antille, gli indios caraibici, antropofagi, li uccisero a colpi di freccia e, dopo averli mangiati, portarono in giro le loro teste e gli abiti come bandiere in segno di trionfo.
Il Martirologio Francescano li ricorda col titolo di Beati il 1° ottobre, ed indica arbitrariamente il Venezuela come luogo del loro martirio.
(Autore: Isidoro da Villapadierna – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Beata Fiorenza Caerols Martinez - Vergine e Martire (1 ottobre)
Caudete, Spagna, 20 febbraio 1890 – Rotglá y Corbera, Spagna, 1 ottobre 1936
Martirologio Romano: Nel villaggio di Rotglá y Corbera nel territorio di Valencia in Spagna, Beata Fiorenza Caerols Martínez, vergine e martire, che, durante la persecuzione contro la fede, meritò di raggiungere attraverso il martirio la gloria della vita eterna.
Florencia Caerols Martinez, fedele laica, nacque il 20 febbraio 1890 a Caudete, nei pressi di Valencia in Spagna, fu battezzata il medesimo giorno e cresimata il 20 settembre 1894, nella
chiesa parrocchiale di Santa Caterina.
Operaia tessile molto apprezzata dai suoi datori e colleghi di lavoro, ciò avrebbe dovuto allo scoppio della guerra civile metterla dalla parte dei sedicenti difensori della classe operaia, cioè gli anarco-comunisti.
Ma Florencia era cattolica e per giunta addirittura presidentessa del Sindacato Femminile Cattolico spagnolo, fondato a Valencia dal Servo di Dio Manuel Pérez Arnal.
Inoltre faceva parte dell’Azione Cattolica e di molte altre organizzazioni apostoliche laicali, attraverso le quali si dedicava alla cura dei poveri.
Naturalmente venne ben presto catturata ed imprigionata, il 23 settembre 1936.
Poi, un giorno, la caricarono su di un camion e la portarono nel villaggio di Rotglá y Corbera, nei presi di Jativá, ove la fucilarono il 1° ottobre.
Papa Giovanni Paolo II l’11 marzo 2001 elevò agli onori degli altari ben 233 vittime della medesima persecuzione, tra le quali la Beata Florencia Caerols Martinez, che viene commemorata dal Martyrologium Romanum nell’anniversario del suo martirio.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Beati Gaspare Hikojiro ed Andrea Yoshida - Martiri (1 ottobre)
Martirologio Romano: A Nagasaki in Giappone, Beati Gaspare Hikojiro e Andrea Yoshida, martiri, che, catechisti, subirono la decapitazione per avere accolto in casa dei sacerdoti.
Giaculatoria - Beati Gaspare Hikojiro ed Andrea Yoshida, pregate per noi.


*Beato Giovanni Robinson - Padre di famiglia, Sacerdote, Martire (1 ottobre)
Scheda del gruppo a cui appartiene:
“Beati Martiri di Inghilterra, Galles e Scozia” Beatificati nel 1886-1895-1929-1987

Ferrensby, Inghilterra, ? – Ipswich, Inghilterra, 1° ottobre 1588
Non deve destare sorpresa il beato oggi festeggiato, in quanto la Chiesa cattolica nei riti orientali conserva ancora oggi il presbiterio uxorato.
Come santo è venerato il sacerdote Montano insieme a sua moglie Massima ed è tuttora in corso il processo di beatificazione del sacerdote della Chiesa greco-cattolica ucraina Anatolii Hurhula e di sua moglie Irina Durbak, vittime del regime sovietico.
Il martirio di John Robinson si colloca invece nel contesto delle persecuzioni anticattoliche suscitate in Inghilterra dalla nascita della Chiesa Anglicana e fomentate dagli stessi sovrani inglesi, interessati a salvaguardare l’unità religiosa della nazione.
Già padre di famiglia, rimasto vedovo ricevette l’ordinazione presbiterale in età ormai assai avanzata.
Ciò causò la persecuzione nei suoi confronti e la sua esecuzione. Fu beatificato nel 1929 insieme a numerose altre vittime della medesima persecuzione.
Martirologio Romano: A Ipswich sempre in Inghilterra, Beato Giovanni Robinson, sacerdote e martire, che, padre di famiglia, dopo essere rimasto vedovo, a causa del sacerdozio ricevuto in avanzata età ricevette la corona del martirio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giovanni Robinson pregate, per noi.


*Beato Juan de Palafox y Mendoza - Vescovo (1 ottobre)
Fitero, Spagna, 24 giugno 1600 - Osma, Spagna, 1 ottobre 1659
Juan de Palafox y Mendoza nacque nel 1600 nella cittadina di Fitero, dove trascorse l'infanzia. Fece gli studi universitari a Huesca, Alcalá e Salamanca. Nel 1626 entrò al servizio della monarchia. Divenne sacerdote nel 1629 e dieci anni dopo ricevette l'ordinazione episcopale.
Nominato vescovo di Puebla de los Ángeles in Messico (Nuova Spagna) ebbe importanti responsabilità come viceré e visitatore apostolico. Sia lì sia, in seguito, nella provincia di Soria, si distinse come zelante pastore. Morì a Osma nel 1659.
Gli storici ne ricordano l'intelligenza, l'integrità, l'energia, la preparazione intellettuale e la volontà, giungendo a definirlo "uno degli uomini più brillanti della sua generazione (...), probabilmente la figura più interessante e forse più importante di tutta la storia del Messico del XVII secolo" (J. I. Israel).
La sua figura risulta ricca e poliedrica: Juan de Palafox fu vescovo, pensatore politico, viceré e visitatore della Nuova Spagna, riformatore, fecondo scrittore, poeta, editore e commentatore di Santa Teresa, mecenate delle arti e della musica, protettore degli indios, legislatore e asceta, e insieme uomo dalla profonda spiritualità.
La sua vita pubblica si svolse nella Spagna di Filippo III e Filippo IV. Da quest'ultimo monarca ricevette importanti nomine come uomo di fiducia e di comprovata lealtà.
La Spagna della metà del XVII secolo presenta un quadro storico diviso: un primo momento, fino al 1640, che non coincide completamente con la decadenza, e un secondo momento, a partire da quell'anno, quando Palafox parte per le terre della Nuova Spagna, in cui si manifesta in modo evidente il declino del potere spagnolo, sia all'interno sia all'esterno del Paese. Di fatto la sua figura, in ascesa grazie alla protezione di Olivares, avrebbe iniziato a tramontare per numerosi motivi con la caduta del valido ("favorito").
Furono anche decenni di trionfo della cultura barocca, di applicazione dei decreti tridentini, anni in cui gli Stati procedevano lungo la via dell'assolutismo. Ma anche decenni in cui l'egemonia culturale, scientifica, economica e politica si spostò dal Mediterraneo al Nord Europa. Fu un'epoca di crisi, di guerre, di pestilenze, realtà a cui Palafox dovette far fronte.
L'anno 2000, giubileo del terzo millennio, è stato decisivo per il recupero della coscienza storica del venerabile Juan de Palafox.
A ciò hanno collaborato diversi eventi religiosi, accademici e culturali in Spagna e in Messico. Vorrei, in particolare, ricordare il congresso "Palafox, cultura, Chiesa e Stato nel XVII secolo", tenutosi all'università di Navarra, e la mostra "Il viceré Palafox", a cura di Ricardo Fernández del Dipartimento delle arti della stessa università.
Allestita a Madrid, Fitero e El Burgo de Osma, la mostra è poi approdata a Roma nella chiesa nazionale spagnola di Santiago y Montserrat.
In un recente viaggio a Puebla de los Ángeles - dove Palafox passò i migliori anni della sua vita in circostanze non facili - ho potuto constatare l'intensa attualità del ricordo e la consapevolezza della sua figura da parte della gente.
Quella grande città non si può scindere dalla figura di Palafox. La sua cattedrale, la Biblioteca Palafoxiana e altri monumenti parlano della fecondità del suo lavoro. Allo stesso modo, il vescovo Palafox continua a essere un punto di riferimento ineludibile per la protezione che offrì ai più bisognosi, e in particolare agli autoctoni di quelle terre, e anche per il suo deciso sostegno alla partecipazione dei creoli al governo, sia ecclesiastico che civile, della Nuova Spagna.
Quel giovane nelle cui vene scorreva il nobile sangue aragonese era stato "attirato" dal conte duca di Olivares, come chiaro esempio della politica di richiamo della nobiltà periferica verso la corte di Madrid. Palafox rimase sempre fedele al suo mentore persino quando, anni dopo, nei suoi scritti si rivelò contrario alla privanza (cioè il favoritismo da parte di un re).
La lealtà del vescovo-viceré sarà una delle sue qualità più evidenti, legata - secondo la recente interpretazione di uno storico moderno - al suo status di figlio naturale .
Quando Juan de Palafox giunse nelle terre di Puebla aveva già accumulato una grande esperienza di governo, grazie ai ruoli svolti nei consigli di guerra e delle Indie e ai suoi contatti con l'élite di
quella generazione, dove la parola "riforma", secondo Elliott, era un vero motto di governo e di comportamento. Le sue doti di uomo di Stato divennero ancora più evidenti nel corso della sua tappa nelle Indie.
Dopo aver analizzato in extenso sia il suo operato a Puebla e a Osma, sia il suo programma di riforme nella Nuova Spagna, non v'è dubbio che ci troviamo di fronte a un personaggio che fu un autentico antesignano per la sua epoca.
La lealtà di Juan de Palafox sarà una delle sue qualità più evidenti, insieme alla preoccupazione per la giustizia e per il ruolo dell'ordinamento giuridico. È famosa la sua sentenza secondo cui "le leggi che non si fanno osservate sono corpi morti che intralciano le strade, sui quali i magistrati inciampano e i sudditi cadono".
Questo profondo senso della giustizia fu qualcosa di connaturale alla sua persona e al suo agire. Per tutta la vita si mostrò profondamente sensibile verso l'ingiustizia, nella convinzione che la "giustizia distorta non è giustizia".
Accanto alla lealtà e alla giustizia, la prudenza, la rettitudine e la capacità di osservazione furono qualità caratteristiche del vescovo-viceré.
Palafox, però, non si limitò a essere un grande pastore, uomo di governo e riformatore, ma scrisse e teorizzò anche sul pensiero politico.
L'illustre storico messicano morto di recente, il professor Ernesto de la Torre Villar, lo definì uno zoòn politikòn, un uomo con l'abito talare che svolse importantissimi incarichi politici, come governatore del più ricco e vasto vicereame del Nuovo Mondo, senza smettere però di essere, innanzitutto e soprattutto, un uomo profondamente spirituale.
Palafox parte dall'analisi delle Sacre Scritture, dai precetti sicuri e inequivocabili per ordinare e reggere la cristiana monarchia spagnola, opponendosi alle teorie di Machiavelli e di Bodin. Nel ricco contenuto della sua Historia real sagrada risaltano quelle parti in cui parla della funzione della Chiesa, del potere civile e politico. Stabilisce le condizioni per essere un buon governante, affronta il bisogno di pace, analizza la responsabilità dei politici, offre alcuni consigli per il buon governo e non smette di parlare di virtù, come la giustizia, la prudenza e la forza, senza dimenticare il trattamento umano, privo di offese e di ingiurie, da riservare ai sudditi.
Di recente ho potuto verificare la sua prassi politica rileggendo alcuni paragrafi delle sue Obras completas, nella magnifica prima edizione del 1762, e alcune delle ultime pubblicazioni sulla sua figura.
Hanno attirato la mia attenzione molti dei suoi giudizi, fra cui quelli che ripeteva sempre, riferendosi ai posti e agli incarichi: "Le persone si devono cercare per i posti e non i posti per le persone, esaminando quale soggetto si addice a quel regno e non quale regno si addice a quel soggetto", per poi aggiungere, con amarezza di fronte a un nobile aragonese, "marchese mio, non ti stupire; ridi e piangi quando vedo tanti uomini senza lavoro e tanti lavori senza uomo".
Nel 1649 Palafox tornerà in Spagna richiamato da Filippo IV e servirà nel Consiglio di Aragona fin al 1654, anno in cui fu destinato alla diocesi di Osma.
Vi si recherà contro il parere di molti dei suoi, e vi morirà nel 1659 in odore di santità, dopo un breve periodo come pastore esemplare e fecondo sia per il suo gregge, sia per la sua edificazione spirituale.
Nella cappella della cattedrale a lui destinata, che il re Carlos III ordinò di costruire appositamente, riposano le spoglie di uno dei prelati più insigni della Chiesa. Di questa grande personalità, che fra breve diventerà Beato, Benedetto XIII firmò l'introduzione della causa nel 1726, Benedetto XIV aprì il cammino per l'approvazione dei suoi scritti nel 1758 e, ai giorni nostri, Benedetto XVI ha approvato il decreto delle virtù eroiche (2009) e il decreto sul miracolo (2010).
(Autore: Jorge Fernández Díaz - Fonte: Osservatore Romano)
Giaculatoria - Beato Juan de Palafox y Mendoza, pregate per noi.


*Beato Luigi Monti (1 ottobre)
Bovisio, Milano, 24 luglio 1825 - Saronno, Varese, 1 ottobre 1900
Nato a Bovisio, in provincia di Milano, il 24 luglio 1825, da giovane animò la vita cristiana del suo paese con un gruppo di coetanei.
Ingiustamente calunniati, furono incarcerati per 72 giorni.
A 21 anni si consacrò in perpetuo al Signore. Trascorse poi sei anni tra i Figli di Maria, fondati dal Beato Ludovico Pavoni, e per tre mesi fu infermiere volontario nel Lazzaretto, durante il colera di Brescia del 1855.
Dal 1858 fu infermiere nell'ospedale del Santo Spirito a Roma - dove progettò la sua Congregazione, i Figli dell'Immacolata Concezione - e a Orte (1868-1877), lasciando una testimonianza di donazione di sé e alta professionalità.
Nel 1877 divenne superiore generale della Congregazione e nel 1886 aprì a Saronno (Varese) la prima Casa di accoglienza per orfani, da "custodire come pupilla del proprio occhio". Vi morì il 1°
ottobre 1900 e vi è sepolto.
La causa di beatificazione è iniziata nel 1941 sotto il cardinale Schuster.
É stato beatificato da Giovanni Paolo II il 9 novembre 2003.
Martirologio Romano: A Saronno vicino a Varese, Beato Luigi Maria Monti, religioso, che, pur conservando lo stato laicale, istituì i Figli dell’Immacola Concezione, che diresse in spirito di carità verso i poveri e i bisognosi, occupandosi in particolare dell’assistenza agli infermi e agli orfani e della formazione dei giovani.
Nel secolo XIX contro l'agnosticismo dilagante, lo Spirito Santo ha suscitato donne e uomini eccezionali ricchi del carisma dell'“assistenza” e dell'“accoglienza” perché fosse ancora l'amore del prossimo a convincere l'uomo scettico e positivista a credere in Dio-Amore.
In questa schiera di fedeli ripieni di Spirito Santo viene annoverato Luigi Monti, Beato della carità, che ha testimoniato l'amore al prossimo nel segno della Donna che non ha conosciuto il peccato, segno di liberazione da ogni male: l'Immacolata.
Luigi Monti religioso laico chiamato “padre” per venerazione dai suoi discepoli, data la sua manifesta paternità spirituale, nacque a Bovisio, diocesi di Milano, il 24 luglio 1825, ottavo di undici figli.
Rimasto orfano di padre a 12 anni, divenne artigiano del legno per aiutare la madre e i fratelli più piccoli.
Giovane ardente radunò nella sua bottega molti coetanei artigiani e contadini per dar vita ad un oratorio serale.
Il gruppo prese il nome di Compagnia del Sacro Cuore di Gesù, ma il popolo di Bovisio lo chiamò: “La Compagnia dei Frati”.
Esso si distingueva per l'austerità di vita, per la dedizione al malato, al povero, per lo zelo di evangelizzare i lontani. Luigi, leader del gruppo, nel 1846 a 21 anni si consacrò a Dio emettendo i voti di castità e obbedienza nelle mani del suo padre spirituale.
Fu un fedele laico consacrato nella Chiesa di Dio senza convento, senza abito.
Non tutti però seppero cogliere i doni che lo Spirito aveva infuso in Luigi Monti.
Infatti alcune persone del paese insieme al parroco misero in atto un'opposizione strisciante ma palese che sfociò in una calunniosa denuncia di cospirazione politica contro l'autorità austriaca di occupazione.
Malgrado il clima di sospetto che regnava nel Lombardo-Veneto nel 1851, Luigi Monti e i suoi compagni furono liberati in istruttoria, ma dopo 72 giorni di carcere.
Docile al suo padre spirituale entrò con lui tra i Figli di Maria Immacolata, Congregazione che il Beato Ludovico Pavoni aveva fondato solo 5 anni prima. Vi rimase sei anni come novizio.
Questo tempo fu per Luigi Monti un periodo di transizione, nel quale, però, s'innamorò delle costituzioni del Pavoni, fece esperienza di educatore e apprese la teoria e la pratica della professione di infermiere che mise a servizio della comunità e dei colpiti dal colera nell'epidemia del 1855 in Brescia, chiudendosi volontariamente nel locale lazzaretto.
Luigi Monti, a 32 anni, è ancora alla ricerca della realizzazione concreta della sua consacrazione. In una lettera del 1896, a 4 anni dalla fine della sua vita, così rievocò la notte dello spirito, vissuta in questo periodo: “Passavo delle ore davanti a Gesù in Sacramento, ma erano tutte ore senza una stilla di celeste rugiada; il mio cuore rimaneva arido, freddo, insensibile.
Ero proprio sul punto di abbandonare ogni cosa, quando, trovandomi in camera, sento una voce interna chiara e distinta che mi dice: “Luigi, va al coretto della chiesa, ed esponi di nuovo le tue tribolazioni a Gesù Sacramentato”.
Do orecchio all'ispirazione, e mi affretto a seguirla. Mi inginocchio, e dopo non molto - meraviglia! - vedo due personaggi in forma umana. Li conosco. Era Gesù con la sua Madre Santissima, i quali mi si fanno dappresso e con voce alta mi dicono: “Luigi, molto avrai ancora da soffrire; altre lotte maggiori e varie avrai da incontrare. Sta forte; di tutto ne uscirai vincitore; il nostro potente aiuto non ti verrà mai meno. Prosegui la via che incominciasti”. Sì dissero e disparvero”.
Ispirato dalla testimonianza di carità della santa Crocifissa di Rosa, Padre Luigi Dossi, prospettò al Monti l'idea di dar vita ad una “Congregazione per il servizio degli infermi” a Roma. Luigi Monti
accettò e suggerì di chiamarla: “Congregazione dei Figli dell'Immacolata Concezione”.
L'idea fu condivisa da diversi suoi amici del tempo della “Compagnia” e da un giovane infermiere esperto molto ardente, Cipriano Pezzini.
Una fondazione all'ombra del Cupolone non era cosa semplice e per di più in uno degli ospedali più famosi di Europa: l'ospedale Santo Spirito. Nel frattempo i cappellani cappuccini di quel famoso ospedale dettero inizio ad una associazione di terziari di San Francesco per l'assistenza corporale ai malati.
Quando Luigi Monti giunse a Roma, nel 1858, trovò una realtà diversa da quella programmata da lui e dal suo amico Pezzini che lo aveva preceduto per intessere le necessarie trattative con il Commendatore, massima autorità dell'ospedale.
Comprese che Dio, al momento, lo voleva “Fra Luigi da Milano”, infermiere nell'ospedale Santo Spirito, e umilmente chiese di esserne inserito. Fu addetto dapprima a tutti i servizi riservati oggi al personale sanitario ausiliario, poi addetto a particolari interventi, specifici della mansione del flebotomo, descritte nel diploma rilasciatogli dall'Università La Sapienza di Roma.
Nel 1877, per unanime designazione dei suoi confratelli, Pio IX, lo pose a capo della “sua” Congregazione e vi rimarrà per ventitré anni fino alla morte.
Pio IX predilesse fin dalle origini la Congregazione dei Figli dell'Immacolata Concezione, sia per il grande suo anelito di vedere ben assistiti gli infermi degli ospedali romani, sia perché portavano il nome dell'Immacolata.
Posto a capo della “sua” famiglia, Luigi Monti preparò per essa un codice di vita che riflette le esperienze per le quali lo Spirito di Dio lo aveva condotto. E la comunità del Santo Spirito, per mezzo della sua animazione, visse l'“apostolica vivendi forma” dei Figli dell'Immacolata Concezione.
I Fratelli nutriti dall'Eucaristia e dalla meditazione del privilegio della “Tutta Pura”, si dedicavano all'assistenza in modo eroico.
Nei ricoveri in massa per epidemie di malaria, di tifo o a seguito di episodi bellici, non esitarono i Fratelli a dare spontaneamente anche il loro materasso. Si dichiararono tutti disponibili ad assistere i malati di tutte le forme di malattia, in qualsiasi parte fossero inviati. Luigi Monti costituì altre piccole comunità nell'alto Lazio, ove egli stesso aveva operato precedentemente come ospedaliere dai molti ruoli ed anche come infermiere itinerante per i casolari sparsi per la campagna di Orte (VT).
Un giorno ricevette (siamo nel 1882) a Santo Spirito la visita di un religioso certosino che dichiarò di aver avuto l'ispirazione dalla Vergine Immacolata di presentarsi a lui. Veniva da Desio (Milano). Il certosino gli presentò un caso pietoso: quattro orfani, figli di suo fratello vedovo, da poco deceduto, di cui il maggiore aveva undici anni.
Un segno dello Spirito di Dio e Luigi Monti allargò l'opera assistenziale ai minori, orfani di entrambi i genitori. Per essi aprì una Casa di accoglienza a Saronno. Il suo principio pedagogico basilare è fondato sulla paternità dell'educatore.
L'orfano deve trovare nella comunità dei religiosi la nuova famiglia, per “vivere insieme la giornata”, per creare insieme le prospettive di inserimento nella società con una formazione umana e cristiana
che fosse la base per tutte le vocazioni: alla famiglia, allo stato di speciale consacrazione, come al sacerdozio ministeriale.
Luigi Monti, laico consacrato, concepì la comunità di “Fratelli” non sacerdoti e sacerdoti nella parità dei diritti e dei doveri, ove a superiore della comunità doveva essere eletto il fratello più idoneo. La morte lo colse a Saronno, stremato di forze, quasi cieco, a 75 anni nel 1900. Il suo progetto non aveva avuto ancora l'approvazione ecclesiastica.
Ma San Pio X, nel 1904, diede l'approvazione al nuovo modello di comunità, previsto dal fondatore concedendo il sacerdozio ministeriale come complemento essenziale per svolgere una missione apostolica rivolta a tutto l'uomo, sia nel servizio degli infermi che nell'accoglienza della gioventù emarginata.
Nel 1941 il Beato Ildefonso Schuster, Arcivescovo di Milano, aprì il processo informativo che si protrasse fino al 1951.
Nel 2001 la Congregazione delle Cause dei Santi ha promulgato il decreto sull'eroicità delle virtù e nel 2003 si ebbe il decreto che definiva miracolosa la guarigione avvenuta nel 1961 a Bosa (Sardegna) del contadino Giovanni Luigi Iecle.
Tuttora la Congregazione dei Figli dell'Immacolata è sparsa in tutto il mondo manifestando nelle opere di carità il carisma di accoglienza paterna e di assistenza effettuata con professionalità e somma dedizione dal fondatore Luigi Monti.
É stato beatificato da Giovanni Paolo II il 9 novembre 2003.
La data di culto indicata nel Martyrologium Romanum è il 1 ottobre. La Congregazione dei Figli dell'Immacolata Concezione lo ricorda il 22 settembre.
(Fonte: Santa Sede)
Giaculatoria - Beato Luigi Monti, pregate per noi.


*Beato Matteo Garolera Masferrer - Coadiutore Salesiano, Martire (1 ottobre)
Schede dei gruppi a cui appartiene:
“Beati Martiri Spagnoli Salesiani di Madrid e Siviglia”
“Beati 498 Martiri Spagnoli Beatificati nel 2007”
“Martiri della Guerra di Spagna”
San Miguel de Olladels, Spagna, 11 novembre 1888 - Madrid, Spagna, 1 ottobre 1936
Etimologia: Matteo = uomo di Dio, dall'ebraico
Nacque a San Miguel de Olladels (Gerona) l'11 novembre 1888. Fece il Noviziato a Carabanchel Alto (Madrid), coronandolo con la professione religiosa il 26 luglio 1916.
Fu pio, umile, fedele ai suoi doveri.
Quando i miliziani occuparono il collegio di Madrid, fu arrestato con tutta la comunità, poi lasciato libero.
Ma il 1° ottobre 1936 fu nuovamente detenuto e poi fucilato.
Beatificato il 28 ottobre 2007.
(Fonte: www.sdb.org)
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*San Nicezio di Treviri - Vescovo (1 ottobre)
Martirologio Romano: A Treviri nella Renania, nel territorio dell’odierna Germania, San Nicezio, vescovo, che, come attesta San Gregorio di Tours, veemente nella predicazione, terribile nei rimproveri, fermo nell’insegnamento, fu colpito dall’esilio sotto il re dei Franchi Clotario.
Delle varie testimonianze che ci sono pervenute su Nicezio (lat. Nicetius; fr. Nizier), la più ampia è la Vita scritta da Gregorio di Tours tra il 591 e il 594, quindi quasi contemporanea e nel suo insieme pienamente attendibile poiché in essa Gregorio descrive, come egli stessi attesta, ciò che gli ha riferito Aredio, abate di Attanum (oggi St-Yrieix-la-Perche), presso Limoges che, da giovane, era discepolo di Nicezio e aveva confidenza con il santo vescovo.
Di origine gallo-romana, come indirà il stesso nome, Nicezio nacque probabilmente a Limoges verso la fine del secolo V. Ancora in giovane età, fu affidato dai genitori a un monastero (Limoges?) dove ricevette la prima istruzione, poi si fece monaco e fu eletto abate. Da Teodorico I, re d'Austrasia (511-534), presso il quale godeva molta stima, fu chiamato, verso il 525-26, a governare l'importante diocesi di Treviri.
Appena arrivato alla sua sede, si mise subito a riattivare la vita religiosa, promuovendo efficacemente la riforma del clero, fondando nuovi monasteri, ricostruendo le chiese. Gli si deve specialmente la ricostruzione del duomo alla quale collaborarono anche alcuni artigiani italiani che Nicezio fece venire insieme con altri originari dell'odierna Svizzera.
Temendo soltanto Dio, non si lasciò intimorire dai grandi della terra, Teodeberto, figlio del re Teodorico, conduceva una vita poco esemplare; essendosi un giorno, dopo la morte del padre, presentato di domenica in chiesa accompagnato da alcuni signori conosciuti per la loro dissolutezza e persino scomunicati, Nicezio si rifiutò di continuare la Messa.
Il giovane re protestò e allora un uomo, posseduto dal demonio, cominciò a gridare alte le virtù del vescovo e i vizi del principe, tacendo soltanto quando i malvagi compagni di Teodeberto si allontanarono. Persino il re Clotario I fu da Nicezio scomunicato (nel 561) e il santo vescovo dovette perciò andare in esilio, esilio che però non durò a lungo, poiché nello stesso anno Clotario morì e il successore, Sigeberto, richiamò Nicezio a Treviri.
L’opera e l’influenza di Nicezio non si limitarono alla sua sola diocesi, ma si estesero ad altre regioni, fino a Costantinopoli. Sappiamo anche che prese parte a vari concili celebrati nei regni merovingici.
Delle due sue lettere di cui ci è pervenuto il testo, l’una è indirizzata all’imperatore Giustiniano I per esortarlo a cessare di perseguitare i cattolici con il pretesto di punire i seguaci di Eutiche e di Nestorio; l’altra è destinata a Clodosvinda, figlia del re Clotario I, diventata regina dei Longobardi, perché conduca alla fede cattolica il marito, re Alboino, ancora ariano; in questa lettera Nicezio ricorda alla sua figlia spirituale l’esempio di santa Clotilde e conclude: «Grida incessantemente, canta continuamente... vigila, vigila...».
Dopo una vita intensa, per più di trent’anni dedicata completamente alla Chiesa e al gregge affidatogli, Nicezio morì in una data non precisata, ma certamente dopo il 561; secondo alcuni nel 566 (Zimmermann e altri), secondo altri verso il 585 (Ewig). Fu sepolto a Treviri nella chiesa del monastero di san Massimino.
Presso la sua tomba presto si ebbero frequenti miracoli di cui parla già Gregorio nella Vita. Dallo stesso Gregorio viene chiamato sanctus, e con questo titolo viene invocato anche nelle Litanie del Salterio d’Egberto del secolo X. Il suo nome si trova nelle aggiunte al Martirologio Geronimiano, nel codice di Corbie (secolo VIII) e in molti altri martirologi posteriori, politicamente la sua festa si indicava, e si celebra ancor oggi, a Treviri il 1° ottobre; Adone però la trasferì al 5 dicembre, data in cui è recensita nel Martirologio Romano.
(Autore: Puulius Rabikauskas - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Nicezio di Treviri, pregate per noi.


*San Piatone (Piato) di Tournai - Sacerdote e Martire (1 ottobre)
Martirologio Romano: A Séclin nella Gallia belgica, ora in Francia, San Piatone, venerato come sacerdote, evangelizzatore del territorio di Tournai e martire.
Il Martirologio Romano, al 1° ottobre, dice che Piato era un prete che, partito da Roma, giunse in Gallia, con Quintino e i suoi compagni, per predicarvi il Vangelo.
Essendogli stata assegnata Tournai come campo del suo apostolato, vi subì il martirio durante la persecuzione di Massimino.
Questa notizia proviene da Usuardo, il quale, per la sua redazione, si è ispirato alla passio Piatonis, di cui parleremo in seguito, ed afferma che Piato era compagno di San Dionigi.
Il nome di questo Santo si trova anche in qualche supplemento al Martirologio Geronimiano ed occorre aggiungere che nel 1922 il Martirologio Romano portava Piatonis e non Piati o Piatonis che
era la grafia abituale.
Occorre tuttavia attendere il VII sec. per avere informazioni storiche sul santo in questione.
Nella Vita di Sant’Eligio vescovo di Noyon-Tournai, il suo discepolo Audoeno (m. 684) - a meno che non si tratti di una interpolazione di epoca più recente - narra che Eligio scoprì il corpo di San Quintino che era stato martirizzato con i chiodi e, dopo molti sforzi, trovò anche il corpo di Piato, nel borgo di Seclin (Nord) nel territorio di Melantois.
Il vescovo mostrò alla folla i lunghi chiodi che aveva estratti anche dal corpo di questo martire, fece seppellire i resti e costruire un mausoleo.
Nel sec. VI si sviluppa una tradizione, ancora valida alla fine del sec. VIII, secondo cui la II Belgica fu evangelizzata da alcuni martiri: Vittoriano, Fusciano, Quintino e Luciano, Cri­spino e Crispiniano e Piato o Piatone.
Quest'ultimo, partito da Roma con San Dionigi di Parigi e i suoi compagni fu da questo ordinato prete e mandato nella regione di Tournai.
Occorre giungere al sec. X per trovare la prima biografia di Piato, ma ancora una volta il redattore ha copiato la Vita di San Luciano di Beauvais, apportandovi qualche modifica.
Secondo questo racconto, Piato, dopo la sua predicazione nella regione di Tournai, fu arrestato dal prefetto Riziovaro (personaggio creato, secondo Delehaye, dalla leggenda) con Quintino e con lui giustiziato: una spada gli mozza l'alto del cranio.
Notiamo che questa passio non fa alcuna menzione del supplizio dei chiodi di cui parla la Vita Eligii, ma aggiunge che il martire fu sepolto a Seclin (Nord), presso Lilla, e che sulla sua tomba fu costruita una basilica.
Più tardi la leggenda venne ampliata: «Piato convertì trentamila pagani.
Dopo il supplizio il corpo del Santo martire si levò, prese con le proprie mani il vertice del capo troncato, usci da Tournai e, guidato dagli angeli, lo portò dal luogo della decollazione, fino a Seclin, dove fu sepolto»: Piato appartiene quindi alla schiera dei Santi cefalofori.
Piato divenne patrono di Tournai e il suo nome si ritrova nelle antiche litanie. Al tempo delle invasioni normanne le reliquie furono trasferite a St-Omer (notizia che viene contestata da F. Lot), quindi a Chartres e infine a Tournai.
Il corpo fu in seguito restituito a Seclin, ma la cosa è poco probabile perché a Chartres nel sec. XII si pretendeva di possedere l'intero corpo; d'altra parte una ricognizione delle reliquie compiuta a Seclin nel 1853 constatava l'esistenza di qualche osso soltanto.
A Chartres la cassa di Piato subì diverse vicissitudini: la guarnizione in argento che l'ornava dal 1750 fu sottratta durante la Rivoluzione e mandata a Parigi, mentre le reliquie rimasero nella cattedrale.
Nel circondario della città esiste anche una parrocchia dedicata a questo martire. Nella cripta sottostante il coro della collegiata di Seclin e che risale tutt'al più al sec. XIII si conserva un sarcofago dell'epoca gallo-romana che è stato identificato con la tomba di Piato.
È stata anche formulata l'ipotesi che il Santo di Chartres e quello di Tournai debbano la loro esistenza ad una reliquia di San Platone, martire di Andra.
(Autore: Rombaut Van Doren – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Piatone di Tournai, pregate per noi.


*Beati Rodolfo Crockett ed Edoardo James - Martiri (1 ottobre)
Martirologio Romano: A Chichester sempre in Inghilterra, Beati Rodolfo Crockett e Edoardo James, sacerdoti e martiri, che, ritornati in patria dal Collegio Inglese di Reims, per il solo sacerdozio furono condotti al supplizio del patibolo.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beati Rodolfo Crockett ed Edoardo James, pregate per noi.


*San Romano il Melode - Confessore (1 ottobre)
V-VI secolo. Nato in Siria - morto a Costantinopoli
Nasce in Siria, a Emesa (attuale Homs), da una famiglia di origine ebraica. Diventa diacono a Berito (attuale Beirut). Nel 518 è a Costantinopoli dove sta risorgendo la basilica della Divina Sapienza (Santa Sofia), dopo l'incendio che ha distrutto quella eretta da Costantino, qui il diacono intona i suoi canti ritmici in lingua greca, detti «contaci», che sono al tempo stesso opere di preghiera, di catechesi e di storia religiosa che entrano presto in maniera stabile nella liturgia costantinopolitana.
I suoi inni si diffondono tra i fedeli anche fuori dalla città, per questo molti imitatori anonimi compongono testi giunti fino a noi sotto il nome del santo. Secondo una leggenda sarebbe stata la
Madonna a suscitare la sua vocazione, in una vigilia di Natale, dandogli un rotolo da inghiottire; e lui, l'indomani, avrebbe improvvisato il suo primo inno, dedicato alla Natività. Muore a Costantinopoli tra il 555 e il 565. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Costantinopoli, San Romano, diacono, che per la sua sublime arte nel comporre inni sacri in onore del Signore e dei Santi meritò il soprannome di Melode. Romano il Melode, nato verso il 490 a Emesa (oggi Homs) in Siria. Teologo, poeta e compositore, appartiene alla grande schiera dei teologi che hanno trasformato la teologia in poesia. Pensiamo al suo compatriota, Sant’Efrem di Siria, vissuto duecento anni prima di lui.
Ma pensiamo anche a teologi dell’Occidente, come Sant’Ambrogio, i cui inni sono ancora oggi parte della nostra liturgia e toccano anche il cuore; o a un teologo, a un pensatore di grande vigore, come san Tommaso, che ci ha donato gli inni della festa del Corpus Domini di domani; pensiamo a san Giovanni della Croce e a tanti altri.
La fede è amore e perciò crea poesia e crea musica. La fede è gioia, perciò crea bellezza. Così Romano il Melode è uno di questi, un poeta e compositore teologo. Egli, appresi i primi elementi di cultura greca e siriaca nella sua città natia, si trasferì a Berito (Beirut), perfezionandovi l’istruzione classica e le conoscenze retoriche. Ordinato diacono permanente (515 ca.), fu qui predicatore per tre anni. Poi si trasferì a Costantinopoli verso la fine del regno di Anastasio I (518 ca.), e lì si stabilì nel monastero presso la chiesa della Theotókos, Madre di Dio.
Qui ebbe luogo l’episodio-chiave della sua vita: il Sinassario ci informa circa l’apparizione in sogno della Madre di Dio e il dono del carisma poetico. Maria, infatti, gli ingiunse di inghiottire un foglio arrotolato. Risvegliatosi il mattino dopo – era la festa della Natività del Signore – Romano si diede a declamare dall’ambone: «Oggi la Vergine partorisce il Trascendente» (Inno "Sulla Natività" I. Proemio). Divenne così omileta-cantore fino alla morte (dopo il 555).
Romano resta nella storia come uno dei più rappresentativi autori di inni liturgici. L’omelia era allora, per i fedeli, l’occasione praticamente unica d’istruzione catechetica. Romano si pone così come testimone eminente del sentimento religioso della sua epoca, ma anche di un modo vivace e originale di catechesi. Attraverso le sue composizioni possiamo renderci conto della creatività di questa forma di catechesi, della creatività del pensiero teologico, dell’estetica e dell’innografia sacra di quel tempo.
Il luogo in cui Romano predicava era un santuario di periferia di Costantinopoli: egli saliva all’ambone posto al centro della chiesa e parlava alla comunità ricorrendo ad una messinscena piuttosto dispendiosa: utilizzava raffigurazioni murali o icone disposte sull’ambone e ricorreva anche al dialogo. Le sue erano omelie metriche cantate, dette "contaci" (kontákia). Il termine kontákion, "piccola verga", pare rinviare al bastoncino attorno al quale si avvolgeva il rotolo di un manoscritto liturgico o di altra specie. I kontákia giunti a noi sotto il nome di Romano sono ottantanove, ma la tradizione gliene attribuisce mille.
In Romano, ogni kontákion è composto di strofe, per lo più da diciotto a ventiquattro, con uguale numero di sillabe, strutturate sul modello della prima strofa (irmo); gli accenti ritmici dei versi di tutte le strofe si modellano su quelli dell’irmo. Ciascuna strofa si conclude con un ritornello
(efimnio) per lo più identico per creare l’unità poetica. Inoltre le iniziali delle singole strofe indicano il nome dell’autore (acrostico), preceduto spesso dall’aggettivo "umile". Una preghiera in riferimento ai fatti celebrati o evocati conclude l’inno.
Terminata la lettura biblica, Romano cantava il Proemio, per lo più in forma di preghiera o di supplica. Annunciava così il tema dell’omelia e spiegava il ritornello da ripetere in coro alla fine di ciascuna strofa, da lui declamata con cadenza a voce alta. Un esempio significativo ci è offerto dal kontakion per il Venerdì di Passione: è un dialogo drammatico tra Maria e il Figlio, che si svolge sulla via della croce. Dice Maria: «Dove vai, figlio? Perché così rapido compi il corso della tua vita? Mai avrei creduto, o figlio, di vederti in questo stato, né mai avrei immaginato che a tal punto di furore sarebbero giunti gli empi da metterti le mani addosso contro ogni giustizia». Gesù risponde: «Perché piangi, madre mia? [...]. Non dovrei patire? Non dovrei morire? Come dunque potrei salvare Adamo?».
Il figlio di Maria consola la madre, ma la richiama al suo ruolo nella storia della salvezza: «Deponi, dunque, madre, deponi il tuo dolore: non si addice a te il gemere, poiché fosti chiamata "piena di grazia"» (Maria ai piedi della croce, 1-2; 4-5).
Nell’inno, poi, sul sacrificio di Abramo, Sara riserva a sé la decisione sulla vita di Isacco. Abramo dice: «Quando Sara ascolterà, mio Signore, tutte le tue parole, conosciuto questo tuo volere essa mi dirà: - Se chi ce l’ha dato se lo riprende, perché ce l’ha donato? [...] - Tu, o vegliardo, il figlio mio lascialo a me, e quando chi ti ha chiamato lo vorrà, dovrà dirlo a me» (Il sacrificio di Abramo, 7). Romano adotta non il greco bizantino solenne della corte, ma un greco semplice, vicino al linguaggio del popolo.
Vorrei qui citare un esempio del suo modo vivace e molto personale di parlare del Signore Gesù: lo chiama "fonte che non brucia e luce contro le tenebre" e dice: «Io ardisco tenerti in mano come una lampada; chi porta, infatti, una lucerna fra gli uomini è illuminato senza bruciare.
Illuminami dunque, Tu che sei la Lucerna inestinguibile» (La Presentazione o Festa dell’incontro, 8). La forza di convinzione delle sue predicazioni era fondata sulla grande coerenza tra le sue parole e la sua vita. In una preghiera dice: «Rendi chiara la mia lingua, mio Salvatore, apri la mia bocca e, dopo averla riempita, trafiggi il mio cuore, perché il mio agire sia coerente con le mie parole» (Missione degli Apostoli, 2).
Esaminiamo adesso alcuni dei suoi temi principali. Un tema fondamentale della sua predicazione è l’unità dell’azione di Dio nella storia, l’unità tra creazione e storia della salvezza, l’unità tra Antico e Nuovo Testamento. Un altro tema importante è la pneumatologia, cioè la dottrina sullo Spirito Santo.
Nella festa di Pentecoste sottolinea la continuità che vi è tra Cristo asceso al cielo e gli apostoli, cioè la Chiesa, e ne esalta l’azione missionaria nel mondo: «[...] con virtù divina hanno conquistato tutti gli uomini; hanno preso la croce di Cristo come una penna, hanno usato le parole come reti e con esse hanno pescato il mondo, hanno avuto il Verbo come amo acuminato, come esca è diventata per loro la carne del Sovrano dell’universo» (La Pentecoste 2;18).
Altro tema centrale è naturalmente la cristologia. Egli non entra nel problema dei concetti difficili della teologia, tanto discussi in quel tempo, e che hanno anche tanto lacerato l’unità non solo tra i teologi, ma anche tra i cristiani nella Chiesa.
Egli predica una cristologia semplice ma fondamentale, la cristologia dei grandi Concili. Ma soprattutto è vicino alla pietà popolare – del resto, i concetti dei Concili sono nati dalla pietà popolare e dalla conoscenza del cuore cristiano – e così Romano sottolinea che Cristo è vero uomo e vero Dio, ed essendo vero Uomo-Dio è una sola persona, la sintesi tra creazione e Creatore: nelle sue parole umane sentiamo parlare il Verbo di Dio stesso. «Era uomo – dice – il Cristo, ma era anche Dio, non però diviso in due: è Uno, figlio di un Padre che è Uno solo» (La Passione 19).
Quanto alla mariologia, grato alla Vergine per il dono del carisma poetico, Romano la ricorda alla fine di quasi tutti gli inni e le dedica i suoi kontáki più belli: Natività, Annunciazione, Maternità divina, Nuova Eva.
Gli insegnamenti morali, infine, si rapportano al giudizio finale (Le dieci vergini [II]). Egli ci conduce verso questo momento della verità della nostra vita, del confronto col Giudice giusto, e perciò esorta alla conversione nella penitenza e nel digiuno.
In positivo, il cristiano deve praticare la carità, l’elemosina. Egli accentua il primato della carità sulla continenza in due inni, le Nozze di Cana e le Dieci vergini. La carità è la più grande delle virtù: «[...] dieci vergini possedevano la virtù dell’intatta verginità, ma per cinque di loro il duro esercizio fu senza frutto. Le altre brillarono per le lampade dell’amore per l’umanità, per questo lo sposo le invitò» (Le dieci Vergini, 1).
Umanità palpitante, ardore di fede, profonda umiltà pervadono i canti di Romano il Melode. Questo grande poeta e compositore ci ricorda tutto il tesoro della cultura cristiana, nata dalla fede, nata
dal cuore che si è incontrato con Cristo, con il Figlio di Dio. Da questo contatto del cuore con la Verità che è Amore nasce la cultura, è nata tutta la grande cultura cristiana.
E se la fede rimane viva, anche quest’eredità culturale non diventa una cosa morta, ma rimane viva e presente. Le icone parlano anche oggi al cuore dei credenti, non sono cose del passato. Le cattedrali non sono monumenti medievali, ma case di vita, dove ci sentiamo "a casa": incontriamo Dio e ci incontriamo gli uni con gli altri. Neanche la grande musica – il gregoriano o Bach o Mozart – è cosa del passato, ma vive della vitalità della liturgia e della nostra fede.
Se la fede è viva, la cultura cristiana non diventa "passato", ma rimane viva e presente. E se la fede è viva, anche oggi possiamo rispondere all’imperativo che si ripete sempre di nuovo nei Salmi: "Cantate al Signore un canto nuovo". Creatività, innovazione, canto nuovo, cultura nuova e presenza di tutta l’eredità culturale nella vitalità della fede non si escludono, ma sono un’unica realtà; sono presenza della bellezza di Dio e della gioia di essere figli suoi.
(Autore: Papa Benedetto XVI (Udienza Generale 21.05.2008)

Giaculatoria - San Romano il Melode, pregate per noi.


*Santa Teresa di Gesù Bambino (di Lisieux) - Vergine e Dottore della Chiesa (1 ottobre)
Alençon (Francia), 2 gennaio 1873 - Lisieux, 1° ottobre 1897
Sensibilissima e precoce, fin da bambina decise di dedicarsi a Dio. Entrò nel Carmelo di Lisieux e nel solco della tradizione carmelitana scoprì la sua piccola via dell'infanzia spirituale, ispirata alla semplicità e all'umile confidenza nell'amore misericordioso del Padre.
Posta dalla vocazione contemplativa nel cuore della Chiesa, si aprì all'ideale missionario, offrendo a Dio le sue giornate fatte di fedeltà e di silenziosa e gioiosa offerta per gli apostolo del Vangelo.
I suoi pensieri, raccolti sotto il titolo Storia di un'anima, sono la cronaca quotidiana del suo
cammino di identificazione con l'Amore. Con San Francesco Saverio è patrona delle missioni. (Mess. Rom.)
Patronato: Missionari, Francia
Etimologia: Teresa = cacciatrice, dal greco; oppure donna amabile e forte, dal tedesco
Emblema: Giglio, Rosa
Martirologio Romano: Memoria di Santa Teresa di Gesù Bambino, vergine e dottore della Chiesa: entrata ancora adolescente nel Carmelo di Lisieux in Francia, divenne per purezza e semplicità di vita maestra di santità in Cristo, insegnando la via dell’infanzia spirituale per giungere alla perfezione cristiana e ponendo ogni mistica sollecitudine al servizio della salvezza delle anime e della crescita della Chiesa.
Concluse la sua vita il 30 settembre, all’età di venticinque anni.
(30 settembre: A Lisieux in Francia, anniversario della morte di santa Teresa di Gesù Bambino, la cui memoria si celebra domani).
Si arrampica a Milano sul Duomo fino alla Madonnina, a Pisa sulla Torre, e a Roma si spinge anch e nei posti proibiti del Colosseo.
La quattordicenne Teresa Martin è la figura più attraente del pellegrinaggio francese, giunto in Roma a fine 1887 per il giubileo sacerdotale di Leone XIII.
Ma, nell’udienza pontificia a tutto il gruppo, sbigottisce i prelati chiedendo direttamente al Papa di
poter entrare in monastero subito, prima dei 18 anni.
Cauta è la risposta di Leone XIII; ma dopo quattro mesi Teresa entra nel Carmelo di Lisieux, dove l’hanno preceduta due sue sorelle (e lei non sarà l’ultima).
I Martin di Alençon: piccola e prospera borghesia del lavoro specializzato.
Il padre ha imparato l’orologeria in Svizzera. La madre dirige merlettaie che a domicilio fanno i celebri pizzi di Alençon. Conti in ordine, leggendaria puntualità nei pagamenti come alla Messa, stimatissimi.
E compatiti per tanti lutti in famiglia: quattro morti tra i nove figli.
Poi muore anche la madre, quando Teresa ha soltanto quattro anni.
In monastero ha preso il nome di suor Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo, ma non trova l’isola di santità che s’aspettava. Tutto puntuale, tutto in ordine.
Ma è scadente la sostanza.
La superiora non la capisce, qualcuna la maltratta.
Lo spirito che lei cercava, proprio non c’è, ma, invece di piangerne l’assenza, Teresa lo fa nascere dentro di sé. E in sé compie la riforma del monastero.
Trasforma in stimoli di santificazione maltrattamenti, mediocrità, storture, restituendo gioia in cambio delle offese.
É una mistica che rifiuta il pio isolamento. La fanno soffrire?
E lei è quella che "può farvi morir dal ridere durante la ricreazione", come deve ammettere proprio la superiora grintosa.
Dopodiché, nel 1897 – giusto cent’anni fa – lei è già morta, dopo meno di un decennio di vita religiosa oscurissima. Ma è da morta che diviene protagonista, apostola, missionaria.

Sua sorella Paolina (suor Agnese nel Carmelo) le ha chiesto di raccontare le sue esperienze spirituali, che escono in volume col titolo Storia di un’anima nel 1898.
Così la voce di questa carmelitana morta percorre la Francia e il mondo, colpisce gli intellettuali, suscita anche emozioni e tenerezze popolari che Pio XI corregge raccomandando al vescovo di Bayeux: "Dite e fate dire che si è resa un po’ troppo insipida la spiritualità di Teresa.
Com’è maschia e virile, invece!
Santa Teresa di Gesù Bambino, di cui tutta la dottrina predica la rinuncia, è un grand’uomo".
Ed è lui che la canonizza nel 1925.
Non solo. Nel 1929, mentre in Urss trionfa Stalin, Pio XI già crea il Collegio Russicum, allo scopo di formare sacerdoti per l’apostolato in Russia, quando le cose cambieranno. Già allora.
E come patrona di questa sfida designa appunto lei, suor Teresa di Gesù Bambino.
(Autore: Domenico Agasso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Teresa di Gesù Bambino, pregate per noi.


*San Vasnulfo (Vasnolfo) - Monaco (1 ottobre)
Martirologio Romano: A Condé-sur-l’Escault nell’Hainault sempre nell’odierno Belgio, San Vasnolfo, monaco, di origine scozzese.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Vasnulfo, pregate per noi.


*Santi Verissimo, Massima e Giulia - Martiri (1 ottobre)
Martirologio Romano:
A Lisbona in Portogallo, Santi Verissimo, Massima e Giulia, martiri.
(Fonte:
Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Santi Verissimo, Massima e Giulia, pregate per noi.


*San Virila di Leyre - Abate (1 ottobre)
XI secolo
San Virila abate benedettino. Visse nell'XI secolo e fu abate del monastero di San Salvatore di Leyre, Yesa di Navarra, Spagna.
La sua festa ricorre il 1° ottobre. Yesa è un comune spagnolo di 257 abitanti situato nella comunità autonoma della Navarra.
È il primo comune che si incontra entrando in Spagna dal passo del Somport (Huesca), lungo il Camino aragonés verso Santiago, alla fine dell'omonimo lago artificiale.
Vicino al villaggio sorge il monastero benedettino di San Salvador de Leyre. La leggenda racconta la storia di San Virila, abate del monastero, che era ossessionato dal mistero dell'eternità.
Meditando meditando, affascinato dal canto di un uccellino, quando l'abate si riscosse scoprì che erano passati 300 anni, e lui pensava che fosse passata solo un'ora.
La tradizione vuole che lo stesso San Virila raccontò: “…In quel mentre mi tormentava il dilemma dell'eternità e i dubbi mi assalivano incessantemente.
Pregavo Dio, nostro Signore, affinché mi illuminasse su questo mistero e accendesse la luce nel mio cuore. Una sera di primavera, come ero solito fare, uscii a passeggiare tra i frondosi alberi della sierra di Leyre.
Affaticato, mi sedetti a riposare accanto ad una fontana e rimasi lì assorto ed ipnotizzato ad ascoltare il bellissimo canto di un usignolo.
Trascorsa secondo me qualche ora, feci ritorno al monastero. Quando superai l'ingresso principale, nessun fratello monaco mi risultava familiare. Deambulai nelle varie dipendenze, sorprendendomi con ogni particolare e capendo poco a poco che era successo qualcosa di strano.
Rendendomi conto che nessuno mi riconosceva, mi recai dal Priore che, attonito, ascoltò la mia storia con attenzione.
Ci dirigemmo alla biblioteca per cercare di decifrare questo enigma e consultando antichi documenti, scoprimmo che "trecento anni fa, un monaco santo, chiamato San Virila, aveva governato il monastero ed era stato divorato dalle belve durante una delle sue passeggiate primaverili"…
Con le lacrime agli occhi, capii che quel monaco ero io e che Dio finalmente aveva esaudito le mie preghiere.
(Autore: Piero Stradella – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Virila di Leyre, pregate per noi.


*Altri Santi del giorno (1 ottobre)

*San
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.

 
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