Santi del 10 Luglio - Istituto Aveta

Vai ai contenuti

Menu principale:

Santi del 10 Luglio

Il mio Santo > I Santi di Luglio

*Sant'Amalberga – Vergine (10 luglio)

Ardenne - † Tamise (Belgio), VIII secolo
Oggi si ricordano due sante con il nome di Amalberga: una vissuta nell'VIII secolo, morta a Tamise e venerata a Gand. L'altra del secolo precedente, la cui vita è però ritenuta leggendaria. È Amalberga di Maubeuge.
Nata a Saintes (Brabante) nei Paesi Bassi, fu sposa di Witger e madre di tre Santi: Emeberto (vescovo di Cambrai), Reinalda e Godula.
Dopo che il marito si era fatto monaco benedettino, anche lei lasciò il mondo per abbracciare la vita religiosa a Maubeuge. Sarebbe morta alla fine del secolo VII. Da Maubeuge il suo corpo fu portato all'abbazia di Lobbes (Hainaut), nell'attuale Belgio. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Tamise nelle Fiandre, nel territorio dell’odierno Belgio, Sant’Amalberga, alla quale San Villibrordo impose il velo delle Vergini Consacrate.
Antichissima era la tradizione di questo nome tra gli Ostrogoti, tanto che la loro dinastia era appunto quella degli ‘Amali’. Il nome è attualmente scomparso, mentre si è molto diffusa la forma abbreviata di ‘Amalia’.
Di Sant' Amalberga ve ne sono tre, di cui due contemporanee fra loro, e si festeggiano lo stesso giorno il 10 luglio, a volte anche sotto il nome di "Amalia".
Sant' Amalberga Vergine, secondo una "Vita" scritta da un monaco dell’abbazia di S. Pietro di Gand, era nata nelle Ardenne, nella ‘villa Rodingi’ (Belgio), allevata a Bilsen da santa Landrada e avrebbe ricevuto il velo monacale da s. Willibrordo.
Visse tra il VII e l’ VIII secolo; trascorse i suoi ultimi anni nella cittadina di Tamise, dove morì nella seconda metà del secolo VIII ed a Tamise fu sepolta. Un secolo dopo le sue reliquie furono traslate nel monastero di San Pietro di Gand (Belgio), dove furono solennemente esposte nel 1073.
Di lei parla anche un diploma di Carlo il Calvo imperatore (823-877), che in data 1° aprile 870, attesta che le reliquie di Sant'Amalberga vergine, erano conservate in quel tempo, dai monaci di San Pietro di Monte Blandino a Gand.
La festa si celebra il 10 luglio.  
Dell’altra Sant' Amalberga detta di Maubeuge, le notizie pervenutaci e redatte da un monaco di Lobbes, sono ritenute in gran parte leggendarie e non affidabili.
Nacque a Saintes (Brabante) nei Paesi Bassi, fu sposa di Witger e madre di Emeberto (che diverrà poi vescovo di Cambrai) e delle Sante Reinalda e Godula.
Amalberga, dopo la nascita di Godula e dopo che suo marito era morto, lasciò il mondo per abbracciare la vita religiosa a Maubeuge; ella avrebbe ricevuto il velo monastico dalle mani di Sant' Oberto e sarebbe morta alla fine del secolo VII.
Da Maubeuge il suo corpo fu trasportato all’abbazia di Lobbes (Hainaut) attuale Belgio. La sua festa si celebra il 10 luglio.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Amalberga, pregate per noi.


*Sant'Amalberga di Maubeuge - Vedova e Monaca (10 luglio)

secolo Saintes nel Brabante - † Maubeuge (Belgio) VII sec.
Antichissima era la tradizione di questo nome tra gli Ostrogoti, tanto che la loro dinastia era appunto quella degli ‘Amali’.
Il nome è attualmente scomparso, mentre si è molto diffusa la forma abbreviata di ‘Amalia’.
Di Sant'Amalberga ve ne sono tre, di cui due contemporanee fra loro, e si festeggiano lo stesso giorno il 10 luglio, a volte anche sotto il nome di “Amalia”.
S. Amalberga vergine, secondo una ‘Vita’ scritta da un monaco dell’abbazia di San Pietro di Gand, era nata nelle Ardenne, nella ‘villa Rodingi’ (Belgio), allevata a Bilsen da Santa Landrada e avrebbe ricevuto il velo monacale da San Willibrordo.
Visse tra il VII e l’VIII secolo; trascorse i suoi ultimi anni nella cittadina di Tamise, dove morì nella seconda metà del secolo VIII ed a Tamise fu sepolta.
Un secolo dopo le sue reliquie furono traslate nel monastero di San Pietro di Gand (Belgio), dove furono solennemente esposte nel 1073.

Di lei parla anche un diploma di Carlo il Calvo imperatore (823-877), che in data 1° aprile 870, attesta che le reliquie di Sant' Amalberga vergine, erano conservate in quel tempo, dai monaci di S. Pietro di Monte Blandino a Gand.
La festa si celebra il 10 luglio.
Dell’altra Sant’Amalberga detta di Maubeuge, le notizie pervenutaci e redatte da un monaco di Lobbes, sono ritenute in gran parte leggendarie e non affidabili.
Nacque a Saintes (Brabante) nei Paesi Bassi, fu sposa di Witger e madre di Emeberto (che diverrà poi vescovo di Cambrai) e delle Sante Reinalda e Godula.
Amalberga, dopo la nascita di Godula e dopo che suo marito era morto, lasciò il mondo per abbracciare la vita religiosa a Maubeuge; ella avrebbe ricevuto il velo monastico dalle mani di Sant'Oberto e sarebbe morta alla fine del secolo VII.
Da Maubeuge il suo corpo fu trasportato all’abbazia di Lobbes (Hainaut) attuale Belgio.
La sua festa si celebra il 10 luglio.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Amalberga di Maubeuge, pregate per noi.   


*Santa Anatolia - Martire (10 luglio)

m. 249
Etimologia:
Anatolia = proveniente dall’Anatolia, regione dell’oriente.
Martirologio Romano: In Sabina nel Lazio, Sante Anatolia e Vittoria, martiri.
Anatolia, audace e Vittoria, Santi Martiri.
Una prima menzione di Anatolia è nel De Laude Sanctorum (Cap. XI, in PL. XX, col.453)" composto verso il 396 da Vittrice di Rouen (330-409).
La Santa vi figura tra i taumaturghi. All'inizio del sec. VI troviamo Anatolia e Vittoria ricordate insieme nel Martirologio Geronimiano al 10 luglio: "VI idus iulii in Savinis Anatholiae Victoriae"; Vittoria è anche ricordata sola al 19 dicembre: "In Savinis civitate Tribulana Victoriae".
Poco dopo le due Sante compaiono effigiate nei mosaici di Sant'Apollinare Nuovo in Ravenna, l'una a fianco dell'altra, in mezzo alle martiri più illustri dell'Occidente, avendo a sinistra S. Paolina, a destra Santa Cristina, in quel corteggio maestoso che fa omaggio a Cristo delle proprie corone. Abbiamo, infine, databile al VI o VII sec., una Passio SS. Anatoliae et Audacis et S. Victoriae, che fu letta da Adelmo (m.709) e poi da Beda (m. 735),i quali ne derivarono, il primo il carme in lode delle due Sante, il secondo gli elogi, per Anatolia e Audace al 9 luglio, per Vittoria al 23 dicembre, nel suo martirologio.
Gli elogi di Beda, riassunti in Adone e in Usuardo, furono accolti quasi per intero dal Baronie nel Martyrologio Romano, che colloca appunto Anatolia ed Audace al 9 luglio e Vittoria al 23 dicembre. La Passio è un vero centone, dove riaffiorano spunti e dettagli delle "passioni" di Nereo e Achilleo, Calogero e Partenio, Rufina e Seconda, Giovanni e Paolo e di molti altri, come ha ben dimostrato il Raschini.
Secondo la Passio, Anatolia e Vittoria, giovani romane di nobile famiglia, rifiutarono le nozze con
due patrizi perché consacrate a Dio. I due aspiranti, allora, col favore imperiale, le relegarono nei loro possedimenti di Sabina, Vittoria presso Trebula Mutuesca (l’odierna Monteleone Sabino sulla via Salaria), Anatolia presso Tora.
Dopo varie vicende, in cui si sbizzarrisce la fantasia dell’agiografo, Vittoria venne uccisa e sepolta in una caverna: Anatolia sopravvisse di poco. Un soldato, Audace, fu incaricato di ucciderla, rinchiudendola in una stanza con un serpente. Il rettile lasciò incolume la Santa, mentre si avventò su Audace entrato, l'indomani, nella stanza per accertarne la morte. Ma Anatolia salvò Audace dal serpente e Audace si fece cristiano; quindi, ambedue furono uccisi di spada. Il martirio delle due Sante e di Audace è fissato dalla Passio al tempo di Decio(249-51).
Per quanto scarso sia il valore di questo testo, il culto delle due Sante è antichissimo e, a partire dal sec. VI-VII, ad esse è congiunto Audace, del quale non è possibile, però, garantire se sia un personaggio reale o una creazione dell'agiografo. Centro del culto è sempre stata, la Sabina, dove dovette avvenire il martirio: Trebula Mutuesca (Monteleone Sabino) per Vittoria, Tora per Anatolia e Audace.
Più tardi il culto si propagò in altri luoghi in seguito a traslazioni di reliquie. Il corpo di S. Vittoria fu trasferito nell'anno 827 dall'abate Pietro di Farfa, in fuga davanti ai Saraceni, nel Piceno, sul Monte Matenano: fu poi riportato a Farfa il 20 giugno 931 dall'abate farfense Ratfredo, ma nel Piceno rimase assai vivo il culto della Santa .
I corpi di Anatolia e di Audace verso la metà del sec. X furono ritrovati nelle campagne di Tora dall'abate sublacense Leone e trasferiti a Subiaco. In epoca imprecisata un braccio di S. Anatolia fu trasportato nelle diocesi di Camerino, in un paese che si chiamò da allora Santa Anatolia (oggi Esanatoglia) in provincia di Macerata.
I Documenti del Regesto Farfense, Sublacense, Tiburtino, nominano frequentemente chiese e contrade recanti il nome delle due Sante. E ancora oggi nella campagna Sabina, nel Tiburtino e nel Sublacense la devozione popolare per le due Sante è notevole.
I corpi dei SS. Anatolia e Audace riposano ancora a Subiaco nella basilica di S. Scolastica, sotto l'altare del Sacramento. Al di sopra un bel quadro secentesco rappresentante la Santa nell'atto di liberare Audace dal serpente.
Il capo di Sant'Anatolia, come pure quello di Santa Vittoria sono conservati, però, nel Sacro Speco.
E l'immagine delle due Sante, che compare sull'arco di ingresso alla Santa Grotta in un affresco di scuola romana del sec. XIII, sembra guidare il fedele al mistico luogo santificato dalla presenza del grande Santo di Norcia. Altra immagine di Anatolia, di scuola senese del sec. XIV, è sulla parete di destra della Scala Santa dello stesso Santuario, presso la Grotta dei pastori.
(Autore: Benedetto Cignitti - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Anatolia, pregate per noi.


*Santi Antonio Nguyen Hûu (Nam) Quynh e Pietro Nguyen Khac Tu - Martiri (10 luglio)
Martirologio Romano:
Nella città di Đồng Hới in Annamia, ora Viet Nam, Santi Antonio Nguyễn (Nam) Quỳnh e Pietro Nguyễn Khắc Tự, martiri, che, catechisti, furono strangolati per la fede in Cristo sotto l’imperatore Minh Mạn.
(Fonte:
Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Santi Antonio Nguyen Hûu Quynh e Pietro Nguyen Khac Tu, pregate per noi.


*Sant'Apollonio di Sardi - Martire (10 luglio)

Martirologio Romano: A Konya in Licaonia, nell’odierna Turchia, Sant’Apollonio di Sardi, martire, che si tramanda abbia subito il martirio della crocifissione.
La memoria di questo martire ricorre solamente nei sinassari greci.
Apollonio, secondo gli elogi, era nativo di Sardi nella Lidia e fu crocifisso sotto il prefetto Perino a Iconio (Licaonia), essendosi rifiutato di giurare per la fortuna dell'imperatore.
Il Martirologio Romano e i sinassari lo commemorano al 10 luglio.
(Autore: Giorgio Eldarov – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Sant'Apollonio di Sardi, pregate per noi.


*Beato Arnaldo da Camerino - Mercedario (10 luglio)

Gentiluomo italiano, il Beato Arnaldo da Camerino, entrò nell’Ordine Mercedario e fu un religioso di estrema umiltà e obbedienza.
Propagò la fede cristiana con la predicazione e per essa ebbe a soffrire molto meritandosi un’infinita ricompensa divina.
Morì famoso per carismi celesti.
L’Ordine lo festeggia il 10 luglio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Arnaldo da Camerino, pregate per noi.


*Beato Ascanio Nicanore - Francescano, Martire (10 luglio)

Scheda del gruppo a cui appartiene:
“Beati Emanuele Ruiz e compagni” Martiri Francescani di Damasco
Madrid, 1814 – Damasco (Siria), 10 luglio 1860
La vicenda terrena di padre Ascanio Nicanore, si accomuna nel martirio ad altri sette religiosi
francescani e tre laici maroniti, uccisi per la fede, nella notte del 10 luglio 1860 e conosciuti come “Beati Martiri di Damasco”.
Purtroppo non sono disponibili testi che riportano notizie sulla loro vita precedente allo stato religioso, essendo quasi tutti spagnoli; ma un’approfondita ricerca presso Biblioteche Francescane potrebbe essere senz’altro utile.
Ci limitiamo a raccontare il loro martirio.
Essi si trovavano nel loro convento di Damasco in Siria, svolgendo la vita comunitaria, estesa all’apostolato fra la popolazione locale.
Nella notte fra il 9 e il 10 luglio 1860, furono attaccati dai Drusi di Damasco, setta religiosa di origine musulmana sciita, che in preda al loro fanatismo di insofferenza religiosa, scoppiato negli anni 1845-46 e specialmente nel 1860 contro il cristianesimo; essi percorsero la città facendo stragi di cristiani.
Gli otto francescani si rifugiarono fra le solide mura del convento, con loro si trovavano tre fratelli cristiani maroniti; purtroppo ci fu un traditore, forse fra gli inservienti locali, che introdusse gli assassini per una piccola porta, cui nessuno aveva pensato, e così furono tutti massacrati, con la ferocia che distingue i fondamentalisti islamici e che in tanti secoli ha fatto migliaia e migliaia di vittime nel mondo cristiano.
Si riportano i loro nomi;
Padri francescani:
Emanuele Ruiz, nato a Santander (Spagna) il 5 maggio 1804, 56 anni, superiore della Comunità;
Carmelo Volta, nato nella provincia di Valencia il 29 maggio 1803, 57 anni;
Engelberto Kolland, nato a Salisburgo (Austria) il 21 settembre 1827, 33 anni;
Ascanio Nicanore, nato nella provincia di Madrid nel 1814, 46 anni;
Pietro Soler, nato nella Murcia (Spagna) il 28 aprile 1827, 33 anni;
Nicola Alberga, nato nella provincia di Cordova il 10 settembre 1830, 30 anni;
Fratelli professi francescani
Francesco Pinazo, nato nella provincia di Valencia il 24 agosto 1802, 58 anni;
Giovanni Giacomo Fernandez, nato in Galizia (Spagna) il 29 luglio 1808, 52 anni;
E poi i tre fratelli, laici di religione maronita
Francesco, Abd-el-Mooti e Raffaele Massabki.
Furono tutti beatificati da Papa Pio XI il 10 ottobre 1926 e la loro festa fissata al 10 luglio.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Ascanio Nicanore, pregate per noi.


*Sant'Audace - Martire (10 luglio)

Etimologia: Audace = dal latino audax, significato evidente.
Martirologio Romano: In Sabina nel Lazio, Sante Anatolia e Vittoria, martiri.
Anatolia, Audace e Vittoria - Santi martiri.
Una prima menzione di Anatolia è nel De Laude Sanctorum (Cap. XI,in PL.XX,col.453)" composto verso il 396 da Vittrice di Rouen (330-409). La Santa vi figura tra i taumaturghi. All'inizio del sec. VI troviamo Anatolia e Vittoria ricordate insieme nel Martirologio Geronimiano al 10 luglio:"VI idus iulii in Savinis Anatholiae Victoriae"; Vittoria è anche ricordata sola al 19 dicembre: "In Savinis civitate Tribulana Victoriae".
Poco dopo le due Sante compaiono effigiate nei mosaici di S. Apollinare Nuovo in Ravenna, l'una a fianco dell'altra, in mezzo alle martiri più illustri dell'Occidente, avendo a sinistra S. Paolina, a destra S. Cristina, in quel corteggio maestoso che fa omaggio a Cristo delle proprie corone. Abbiamo, infine, databile al VI o VII sec., una Passio Ss. Anatoliae et Audacis et S. Victoriae, che fu letta da Adelmo (m.709) e poi da Beda (m. 735),i quali ne derivarono, il primo il carme in lode delle due Sante, il secondo gli elogi, per Anatolia e Audace al 9 luglio, per Vittoria al 23 dicembre, nel suo martirologio.
Gli elogi di Beda, riassunti in Adone e in Usuardo, furono accolti quasi per intero dal Baronie nel Martyrologio Romano, che colloca appunto Anatolia ed Audace al 9 luglio e Vittoria al 23 dicembre.
La Passio è un vero centone, dove riaffiorano spunti e dettagli delle "passioni" di Nereo e Achilleo, Calogero e Partenio, Rufina e Seconda, Giovanni e Paolo e di molti altri, come ha ben dimostrato il Raschini.
Secondo la Passio, Anatolia e Vittoria, giovani romane di nobile famiglia, rifiutarono le nozze con due patrizi perché consacrate a Dio. I due aspiranti, allora, col favore imperiale, le relegarono nei loro possedimenti di Sabina, Vittoria presso Trebula Mutuesca (l’odierna Monteleone Sabino sulla via Salaria), Anatolia presso Tora. Dopo varie vicende, in cui si sbizzarrisce la fantasia dell’agiografo, Vittoria venne uccisa e sepolta in una caverna: Anatolia sopravvisse di poco.
Un soldato, Audace, fu incaricato di ucciderla, rinchiudendola in una stanza con un serpente. Il rettile lasciò incolume la Santa, mentre si avventò su Audace entrato, l'indomani, nella stanza per accertarne la morte. Ma Anatolia salvò Audace dal serpente e Audace si fece cristiano; quindi, ambedue furono uccisi di spada. Il martirio delle due Sante e di Audace è fissato dalla Passio al tempo di Decio(249-51).
Per quanto scarso sia il valore di questo testo, il culto delle due Sante è antichissimo e, a partire dal sec. VI-VII, ad esse è congiunto Audace, del quale non è possibile, però, garantire se sia un personaggio reale o una creazione dell'agiografo. Centro del culto è sempre stata, la Sabina, dove dovette avvenire il martirio: Trebula Mutuesca (Monteleone Sabino) per Vittoria, Tora per Anatolia e Audace.
Più tardi il culto si propagò in altri luoghi in seguito a traslazioni di reliquie. Il corpo di S. Vittoria fu trasferito nell'anno 827 dall'abate Pietro di Farfa, in fuga davanti ai Saraceni, nel Piceno, sul Monte Matenano: fu poi riportato a Farfa il 20 giugno 931 dall'abate farfense Ratfredo, ma nel Piceno rimase assai vivo il culto della Santa.
I corpi di Anatolia e di Audace verso la metà del sec. X furono ritrovati nelle campagne di Tora dall'abate sublacense Leone e trasferiti a Subiaco. In epoca imprecisata un braccio di S.Anatolia fu trasportato nelle diocesi di Camerino, in un paese che si chiamò da allora Santa Anatolia (oggi Esanatoglia) in provincia di Macerata.
I Documenti del Regesto Farfense, Sublacense, Tiburtino, nominano frequentemente chiese e contrade recanti il nome delle due Sante. E ancora oggi nella campagna Sabina, nel Tiburtino e nel Sublacense la devozione popolare per le due Sante è notevole.
I corpi dei SS. Anatolia e Audace riposano ancora a Subiaco nella basilica di Santa Scolastica, sotto l'altare del Sacramento. Al di sopra un bel quadro secentesco rappresentante la Santa nell'atto di liberare Audace dal serpente.
Il capo di S. Anatolia, come pure quello di Santa Vittoria sono conservati, però, nel Sacro Speco. E l'immagine delle due Sante, che compare sull'arco di ingresso alla Santa Grotta in un affresco di scuola romana del sec. XIII, sembra guidare il fedele al mistico luogo santificato dalla presenza del grande Santo di Norcia.
Altra immagine di Anatolia, di scuola senese del sec. XIV, è sulla parete di destra della Scala Santa dello stesso Santuario, presso la Grotta dei pastori.
(Autore: Benedetto Cignitti – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant' Audace, pregate per noi.


*Beato Bernardo da Quintavalle (10 luglio)

sec. XII-XIII
Nato in Assisi negli ultimi decenni del sec. XII, Bernardo conobbe San Francesco e si mise al suo seguito fin dal 1209, divenendo così il primo compagno del santo e «prima plantula» dell'Ordine minoritico.
Con San Francesco fu a Roma dinanzi ad Innocenzo III per l'approvazione della Regola (16 aprile 1209); raggiunse poi Firenze e Bologna (1211), città che devono a lui i loro inizi francescani, e con fra' Egidio si recò in Spagna, dove più tardi, come vogliono alcuni storici, fu ministro provinciale (1217-19).
Tra il 1241 e il 1243 fu per qualche tempo a Siena. Lo ricorda il Salimbene che nella sua Cronica osserva di aver appreso da lui cose meravigliose intorno a San Francesco.
Quando i tre compagni Leone, Rufino e Angelo nel 1246 inviarono il loro memoriale su san Francesco al ministro generale Crescenzio, Bernardo era già morto. Si era spento placidamente in Assisi, come gli aveva predetto san Francesco, e fu sepolto nella basilica inferiore del Santo. (Avvenire)
Nato in Assisi negli ultimi decenni del sec. XII, Bernardo avendo conosciuto San Francesco che aveva avuto ospite nel suo palazzo, si mise al suo seguito fin dal 1209, divenendo così il primo compagno del santo e «prima plantula» dell'Ordine Minoritico.
Con San Francesco e i primi undici Minoriti fu a Roma dinanzi ad Innocenzo III per l'approvazione della regola serafica (16 aprile 1209); raggiunse poi Firenze e Bologna (1211), città che devono a lui i loro inizi francescani, e con fra Egidio si recò in Spagna, dove più tardi, come vogliono alcuni storici, fu ministro provinciale (1217-19). Tra il 1241 e il 1243 fu per qualche tempo a Siena.
Lo ricorda il Salimbene che nella sua Cronica osserva di aver appreso da lui cose meravigliose intorno a San Francesco.
Non sembra esatta, pertanto, la data di morte fissata dal Wadding al 10 luglio 1241, ma è certo che non si può' oltrepassare il 1246, poiché l'11 agosto di quell'anno, quando i tre compagni Leone, Rufino e Angelo inviarono il loro Memoriale su San Francesco al ministro generale, Crescenzio, Bernardo era già morto. Si era spento placidamente in Assisi, come gli aveva predetto San Francesco, e fu sepolto nella basilica inferiore del Santo.
Il Martirologio Francescano lo ricorda al 10 luglio.
(Autore: Giovanni Odoardi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Bernardo da Quintavalle, pregate per noi.


*Santi Bianore e Silvano - Martiri (10 luglio)

Martirologio Romano: In Pisidia, nell’odierna Turchia, Santi Biánore e Silvano, martiri.
Bianore era un cristiano della Pisidia, che patì sotto il preside dell'Isauria, Severiano. Un tale di nome Silvano che per caso assisteva ai tormenti inflitti a Bianore («dentes avulsi et aures abscissae»), fu colpito dalla grazia e credette in Cristo.
Furono decapitati entrambi poco dopo.
Nei sinassari sono ricordati al 9 o al 10 luglio. Il Martirologio Romano, che ne tesse l'elogio al 10 luglio, li dice erroneamente martiri in Pisidia; il Sinassario Costantinopolitano, invece, fa originario della Pisidia il solo Bianore.
(Autore: Giorgio Eldarov – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Bianore e Silvano, pregate per noi.


*San Canuto IV - Re di Danimarca (10 luglio)

1040 circa – Odense (Danimarca), 10 luglio 1086
Patronato:
Danimarca
Emblema: Corona, Scettro, Palma
Martirologio Romano: A Odense in Danimarca, San Canuto, martire, che, re ardente di zelo, incrementò nel suo regno il culto divino, sovvenne alle condizioni del clero e, dopo aver fondato le Chiese di Lund e di Odense, fu infine ucciso da alcuni rivoltosi.
Knud nacque all’incirca nel 1040, figlio illegittimo di Sven Estridsen, nipote del re inglese Canuto (1016-1035).
Ricevette la corona danese nel 1080 e si dimostrò immediatamente favorevole all’approvazione di nuove leggi in sostegno della neonata Chiesa del suo paese.
Istituì una sorta di sostentamento del clero, trasferì gran parte del potere dai conti ai vescovi che vennero così investiti anche di cariche temporali.
Il re Canuto IV si fece inoltre promotore dell’edificazione di numerose chiese ed effettuò cospicue donazioni in favore dei nuovi monasteri fondati dai missionari inglesi.
Ritenne sempre illegittima l’occupazione dell’Inghilterra compiuta dai normanni e perciò tentò ripetutamente di sconfiggere Guglielmo il Conquistatore, in nome di una ritrovata unità fra
Danimarca ed Inghilterra.
Tra il 1069 ed il 1070 si recò con la flotta vichinga in aiuto dei ribelli inglesi e cinque anni dopo collaborò ad n’incursione su York, anche se poi dovette tornare sui suoi passi appena falli la rivolta inglese.
Nel 1085 Canuto avrebbe voluto intraprendere nuovamente una spedizione, ma trovò la netta opposizione del suo popolo, guidato dai conti che egli aveva spodestato, stremato dalle pesanti tasse che egli aveva imposto.
Strinto d’assedio presso Odense, al re Canuto non restò che rifugiarsi nella chiesa di Sant’Albano.
Qui il 10 luglio 1086, dopo aver ricevuto la comunione, fu ucciso con otto suoi seguaci mentre era inginocchiato ai piedi dell’altare.
Lo storico moderno Barlow sostenette che in tal modo l’anarchia imperante in Scandinavia salvò per l’ennesima volta l’Inghilterra ed “il calendario nordico si arricchì di un altro Santo incerto”, facendo evidentemente riferimento ai Santi sovrani martiri Olav II di Norvegia ed Erik IX di Svezia.
Ma siccome le circostanze della sua morte ci mostrano come i ribelli si stessero indirettamente opponendo alle sue politiche filo-ecclesiastiche, la Chiesa non esitò a considerare sin da subito vero martirio quello a cui fu sottoposto il re Canuto IV di Danimarca.
Verificatosi parecchi miracoli sulla sua tomba, il suo culto fu approvato già nel 1101 dal Papa Pasquale II ed ancora oggi lo si è voluto ricordare così nel nuovo Martyrologium Romanum nell’anniversario della morte: “A Odense, in Danimarca, ricordo di San Canuto (Knut), martire, che, re infiammato di passione, durante il suo regno difese e diffuse il culto divino, contribuì al sostentamento del clero, finché, fondate le Chiese di Lund e di Odense, venne ucciso per la sua politica favorevole alla Chiesa da alcuni sudditi ribelli”.
É talvolta possibile trovarlo in alcuni calendari al 19 gennaio, data in cui era tradizionalmente ricordato il Santo re danese presso Odense.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Canuto IV, pregate per noi.


*Beati Emanuele Ruiz e Compagni - Martiri Francescani di Damasco (10 luglio)
Scheda del gruppo a cui appartengono:
"Beati Martiri di Damasco"

† Damasco (Siria), 10 luglio 1860
Martirologio Romano:
A Damasco in Siria, passione dei Beati martiri Emanuele Ruíz, sacerdote, e compagni, sette dell’Ordine dei Frati Minori e tre fratelli fedeli della Chiesa Maronita, che, con l’inganno consegnati ai nemici da un traditore, furono sottoposti per la fede a varie torture e conclusero il loro martirio con una morte gloriosa.
Si tratta di un gruppo di 11 martiri dei musulmani, uccisi per la fede il 10 luglio 1860; di essi sei erano Padri Francescani Minori, due erano Fratelli professi Francescani e tre erano fratelli di sangue laici maroniti.
Sono conosciuti come ‘Beati Martiri di Damasco’ Versarono il loro sangue come tanti altri prima di loro in quelle terre che videro sempre, dal tempo di San Francesco, lo sforzo missionario dei Francescani nel mondo islamico.
Purtroppo non sono disponibili testi che riportano notizie sulla loro vita precedente allo stato
religioso, essendo quasi tutti spagnoli; ma un’approfondita ricerca presso Biblioteche Francescane potrebbe essere senz’altro utile.
Ci limitiamo a raccontare il loro martirio.
Essi si trovavano nel loro convento di Damasco in Siria, svolgendo la vita comunitaria, estesa all’apostolato fra la popolazione locale.
Nella notte fra il 9 e il 10 luglio 1860, furono attaccati dai Drusi di Damasco, setta religiosa di origine musulmana sciita, che in preda al loro fanatismo di insofferenza religiosa, scoppiato negli anni 1845-46 e specialmente nel 1860 contro il cristianesimo; essi percorsero la città facendo stragi di cristiani.
Gli otto francescani si rifugiarono fra le solide mura del convento, con loro si trovavano tre fratelli cristiani maroniti; purtroppo ci fu un traditore, forse fra gli inservienti locali, che introdusse gli assassini per una piccola porta, cui nessuno aveva pensato, e così furono tutti massacrati, con la ferocia che distingue i fondamentalisti islamici e che in tanti secoli ha fatto migliaia e migliaia di vittime nel mondo cristiano.
Si riportano i loro nomi;
Padri francescani:
Emanuele Ruiz, nato a Santander (Spagna) il 5 maggio 1804, 56 anni, superiore della Comunità;
Carmelo Volta, nato nella provincia di Valencia il 29 maggio 1803, 57 anni;
Engelberto Kolland, nato a Salisburgo (Austria) il 21 settembre 1827, 33 anni;
Ascanio Nicanore, nato nella provincia di Madrid nel 1814, 46 anni;
Pietro Soler, nato nella Murcia (Spagna) il 28 aprile 1827, 33 anni;
Nicola Alberga, nato nella provincia di Cordova il 10 settembre 1830, 30 anni;
Fratelli professi francescani
Francesco Pinazo, nato nella provincia di Valencia il 24 agosto 1802, 58 anni;
Giovanni Giacomo Fernandez, nato in Galizia (Spagna) il 29 luglio 1808, 52 anni;
E poi i tre fratelli, laici di religione maronita
Francesco, Abd-el-Mooti e Raffaele Massabki.
Furono tutti beatificati da Papa Pio XI il 10 ottobre 1926 e la loro festa fissata al 10 luglio.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beati Emanuele Ruiz e Compagni, pregate per noi.


*Beato Engelberto Kolland - Francescano, Martire (10 luglio)

Schede dei gruppi a cui appartiene:
“Beati Emanuele Ruiz e compagni” Martiri Francescani di Damasco
"Beati Martiri di Damasco"

La vicenda terrena di padre Engelberto Kolland, si accomuna nel martirio ad altri sette religiosi francescani di cui sei sacerdoti, due fratelli professi e di tre fratelli di sangue, laici maroniti.

Sono conosciuti come ‘Beati Martiri di Damasco’; versarono il loro sangue come tanti altri prima di loro in quelle terre, che videro sempre dal tempo di San Francesco, lo sforzo missionario dei Francescani nel mondo islamico.

Purtroppo non sono disponibili testi che riportano notizie sulla loro vita precedente allo stato religioso, essendo quasi tutti spagnoli, ma un’approfondita ricerca presso Biblioteche Francescane potrebbe essere senz’altro utile.
Ci limitiamo qui a raccontare il loro martirio. Essi si trovavano nel loro convento di Damasco in Siria, svolgendo la vita comunitaria, estesa all’apostolato fra la popolazione locale.
Nella notte fra il 9 e il 10 luglio 1860, furono attaccati dai Drusi di Damasco, setta religiosa di origine musulmana sciita, che in preda al loro fanatismo di insofferenza religiosa, scoppiato negli anni 1845-46 e specialmente nel 1860 contro il cristianesimo, percorsero la città facendo stragi di cristiani.
Gli otto francescani si rifugiarono fra le solide mura del convento, con loro si trovavano tre fratelli cristiani maroniti; purtroppo ci fu un traditore, forse fra gli inservienti locali, che introdusse gli assassini per una piccola porta, cui nessuno aveva pensato e così furono tutti massacrati, con la ferocia che distingue i fondamentalisti islamici e che in tanti secoli ha fatto migliaia e migliaia di vittime nel mondo cristiano.
Si riportano i loro nomi;
Padri francescani:
Emanuele Ruiz, nato a Santander (Spagna) il 5 maggio 1804, 56 anni, superiore della Comunità;
Carmelo Volta, nato nella provincia di Valencia il 29 maggio 1803, 57 anni;
Engelberto Kolland, nato a Salisburgo (Austria) il 21 settembre 1827, 33 anni;
Ascanio Nicanore, nato nella provincia di Madrid nel 1814, 46 anni;
Pietro Soler, nato nella Murcia (Spagna) il 28 aprile 1827, 33 anni;
Nicola Alberga, nato nella provincia di Cordova il 10 settembre 1830, 30 anni;
Fratelli professi francescani
Francesco Pinazo, nato nella provincia di Valencia il 24 agosto 1802, 58 anni;
Giovanni Giacomo Fernandez, nato in Galizia (Spagna) il 29 luglio 1808, 52 anni;
E poi i tre fratelli, laici di religione maronita
Francesco, Abd-el-Mooti e Raffaele Massabki.
Furono tutti beatificati da Papa Pio XI il 10 ottobre 1926 e la loro festa fissata al 10 luglio.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Engelberto Kolland, pregate per noi.


*Santi Felice, Filippo, Vitale, Marziale, Alessandro, Silano e Gennaro - Martiri (10 luglio)
Martirologio Romano: A Roma, Santi Martiri Felice e Filippo nel cimitero di Priscilla, Vitale, Marziale e Alessandro in quello dei Giordani, Silano in quello di Massimo, e Gennaro in quello di Pretestato: della loro congiunta memoria si rallegra la Chiesa di Roma, in un solo giorno glorificata da tanti trionfi, perché da tanta messe di esempi trae il sostegno di un’abbondante intercessione.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Felice, Filippo, Vitale, Marziale, Alessandro, Silano e Gennaro, pregate per noi.  


*Beati Francesco, Abdel-Mooti e Raffaele Massabki - Martiri Maroniti (10 luglio)
Scheda del gruppo a cui appartengono:
"Beati Martiri di Damasco"

Damasco, Siria, † 10 luglio 1860
I tre fratelli Francesco, Abdel-Mooti e Raffaele Massabki, laici cattolici maroniti, furono vittime di una sanguinosa persecuzione scatenata nel XIX dai turchi contro la Chiesa patriarcale maronita.
Essi morirono a Damasco, in Siria, il 10 luglio 1860 ed in tale anniversario sono commemorati dal Martyrologium Romanum, essendo stati beatificati nel 1926 dal pontefice Pio XI.
L’iconografia sorta su di loro li raffigura solitamente insieme, inginocchiati dinnanzi all’altare, talvolta con la sciabola, oggetto del loro martirio.
Bisogna dire che i tre fratelli Massabki, sono già citati nella scheda dei Beati Martiri Francescani di Damasco, con i quali subirono il martirio e furono beatificati il 10 ottobre 1926 da Papa Pio XI.
Essi perirono nella tragica notte del 9-10 luglio 1860, che ridusse il quartiere cristiano di Damasco in Siria, ad un cumulo di macerie fumanti; gli otto missionari francescani, sette spagnoli e un austriaco, svolgevano la loro vita comunitaria nel convento di Damasco, estendendo l’apostolato fra la popolazione locale.
Fino a quando i Drusi, setta religiosa di origine musulmana sciita, in preda al loro fanatismo di insofferenza religiosa, scoppiato negli anni 1845-46 e poi specialmente nel 1860, contro il cristianesimo, percorsero con furia omicida la città, facendo stragi di cristiani.
I francescani Emanuele Ruiz, Carmelo Volta, Engelberto Kolland, Ascanio Nicanore, Pietro Soler, Nicola Alberga, Francesco Pinzo, Giovanni Giacomo Fernandez, si rifugiarono fra le solide mura del convento e con loro anche tre fedeli cristiani maroniti, loro collaboratori.
Purtroppo, forse fra gli inservienti locali, ci fu un traditore che segnalò una porticina secondaria, che nessuno aveva pensato di sprangare, permettendo ai fanatici fondamentalisti islamici, di massacrare tutti a colpi di scimitarra.
Diamo qui qualche notizia sui tre fratelli di sangue di Damasco; essi godevano nella comunità maronita di vasta stima di osservanti e zelanti cristiani, Francesco, il fratello maggiore era un negoziante di seta molto ricco, ciò nonostante osservava i precetti religiosi con esattezza, facendoli osservare dai familiari; fu molto duro con una figlia che aveva violato il digiuno quaresimale; iniziava la sua giornata assistendo alla celebrazione della Messa e la terminava con la funzione liturgica serale e per questo anticipava la chiusura del negozio.
Abdel-Mooti (= servo del Donatore), invece si era ritirato dagli affari di commerciante, temendo di non poter sempre tenere la coscienza tranquilla e si dedicò all’insegnamento nella scuola dei Francescani.
Anche lui ogni mattina assisteva alla Messa con la figlia, uscendo con ogni tempo anche con la neve; prevedendo la sua fine, quel giorno si congedò dai suoi alunni, esortandoli a non temere il martirio, considerandolo una grazia divina.
Raffaele Massabki era celibe e amava la solitudine contemplativa, tra la casa e la vicina chiesa, trascorreva molte ore ogni giorno nella preghiera e nella meditazione, aiutava il fratello
Francesco nel negozio e il sacrestano nella vicina chiesa francescana.
Quando verso l’una dopo mezzanotte, i Drusi penetrarono nel convento, dove si erano rifugiati con gli otto francescani, essi furono chiamati per nome e invogliati dai fondamentalisti ad abiurare la fede cristiana e ritornare a quella islamica, così avrebbero avuto salva la vita, ma essi singolarmente, come i cristiani dei primi tempi, rifiutarono con parole di fede genuina e convinta e furono massacrati a colpi di scimitarra, sciabola, mazze ferrate, a Raffaele fu staccato il capo di netto e il suo corpo calpestato.
Quando il 17 dicembre 1885 fu iniziato il processo per la beatificazione dei martiri francescani di Damasco, i tre fratelli Massabki, benché periti nello stesso giorno, luogo, motivo e circostanze, furono dimenticati.
Ma quando nella primavera del 1926, a causa conclusa, si fissò la data della solenne beatificazione per il 10 ottobre, l’episcopato maronita che come è noto è legato alla Chiesa di Roma, con a capo l’arcivescovo di Damasco, presentò a Papa Pio XI una urgente istanza, affinché i tre fratelli Massabki maroniti, periti anch’essi nell’eccidio attuato dai Drusi musulmani, fossero accomunati nella gloria ai padri francescani, come lo furono nella vita e nel martirio.
Papa Pio XI con un gesto rimasto unico nella storia della Congregazione dei Riti, riconoscendo legittima la richiesta, dispose un processo sommario sulla vita e sulla morte di Francesco, Abdel-Mooti e Raffaele Massabki, incaricando per questo mons. C. Salotti, promotore della fede e il padre Santarelli, postulatore dei Frati Minori, che si recarono in Siria e in Libano per le indagini, raccogliendo le dovute e genuine testimonianze, compresa quella del parroco maronita, Moussa Karam loro contemporaneo e miracolosamente sfuggito alla strage.
Il 7 ottobre Papa Pio XI, viste le prove raccolte e concedendo la dispensa dei miracoli prescritti, firmò il decreto per la loro beatificazione, che come già detto ebbe luogo il 10 ottobre successivo insieme agli otto francescani.
La loro celebrazione comune fu fissata al 10 luglio.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beati Francesco, Abdel-Mooti e Raffaele Massabki, pregate per noi.


*Santi Gennaro e Marino - Martiri (10 luglio)

Martirologio Romano: In Africa, Santi Gennaro e Marino, martiri.
Santi Gennaro, Marino, Nabore e Felice, martiri.
Questi quattro martiri sono menzionati assieme per la prima volta nel Martirologio di Lione e successivamente negli altri martirologi medievali e da ultimo in quello Romano, ma è un gruppo creato artificiosamente ed erroneamente.
Nabore e Felice sono i martiri milanesi ricordati nel Martirologio Geronimiano al 12 luglio; Gennaro e Marino invece sono martiri africani, citati nel Martirologio Geronimiano il 10 e l'11 luglio con la variante Mariani anziché Marini.
Qualche critico ha voluto proporre l'ipotesi che la trascrizione di quest'ultimo debba essere corretta in Marciani, santo martire venerato in Asia il 10 luglio, ma si tratta di un'interpretazione molto incerta.
Per quanto riguarda il nome Gennaro va notato che era molto comune in Africa ed il Martirologio Geronimiano ripete spesso questo nome deformato anche in Ianuariae. Impossibile quindi ogni precisazione.
Né miglior luce può venire da un'iscrizione africana di Telephte che parla del martire Ianuarii et comitum.
Mancano documenti per provare che questo sia da identificarsi con quello festeggiato il 10 luglio.
(Autore: Gian Domenico Gordini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Santi Gennaro e Marino, pregate per noi.


*Santi Leonzio, Maurizio, Daniele, Antonio, Aniceto, Sisinno e Compagni - Martiri (10 luglio)
I Santi Leonzio, Maurizio, Daniele, Antonio, Aniceto, Sisinno ed altri loro compagni patirono il martirio in odio alla fede cristiana presso Nicopoli in Armenia sotto l’imperatore Licinio ed il governatore Lisia.
Martirologio Romano:
A Nicopoli nell’antica Armenia, Santi Leonzio, Maurizio, Daniele, Antonio, Aniceto, Sisinio e altri, martiri, che sotto l’imperatore Licinio e il governatore Lisia furono sottoposti a supplizi di ogni genere.
(Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Leonzio, Maurizio, Daniele, Antonio, Aniceto, Sisinno e Compagni, pregate per noi.  


*Beate Maria Gertrude da S. Sofia de Ripert d'Alauzin e Agnese del Gesù (Silvia) de Romillon - Martiri (10 luglio)
Scheda del gruppo a cui appartengono:
“Beate Martiri di Orange” (32 suore francesi) Vittime della Rivoluzione Francese

Martirologio Romano: A Orange in Francia, Beate Maria Geltrude di Santa Sofia di Ripert d’Alauzin e Agnese di Gesù (Silvia) de Romillon, vergini dell’Ordine di Sant’Orsola e martiri durante la rivoluzione francese.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beate Maria Gertrude da S. Sofia de Ripert d'Alauzin e Agnese del Gesù de Romillon, pregate per noi.


*Beati Martiri di Damasco (10 luglio)

† Damasco (Siria), 10 luglio 1860
Martirologio Romano:
A Damasco in Siria, passione dei Beati Martiri Emanuele Ruíz, sacerdote, e compagni, sette dell’Ordine dei Frati Minori e tre fratelli fedeli della Chiesa Maronita, che, con l’inganno consegnati ai nemici da un traditore, furono sottoposti per la fede a varie torture e conclusero il loro martirio con una morte gloriosa.  
La Palestina rimase una provincia di Bisanzio fino all'invasione dei Persiani (614) e fu meta, dall'imperatore Costantino il Grande in poi, di continui pellegrinaggi da parte dei cristiani. Nel 637 cadde in potere dei musulmani e vi rimase, salvo l'intervallo dei Crociati (1099-1187), fino al 1918, quando passò sotto l'Inghilterra come potenza mandataria.
I custodi dei Luoghi Santi furono i figli di San Francesco di Assisi, che nel 1219 aveva predicato il Vangelo al sultano d'Egitto. Essi provvidero a conservare e a restaurare le basiliche cristiane, e si presero cura dei pellegrini e dei fedeli residenti nei maggiori centri del vicino Oriente.
Fin dal secolo XVI aprirono conventi e scuole gratuite un po' dovunque, non esclusa Damasco, la capitale della Siria, attesero alla conversione dei musulmani e alla riunione dei cristiani dei vari riti alla Chiesa Cattolica. I papi più volte riconfermarono ai francescani la loro fiducia e concessero ad essi le necessarie facoltà per il governo delle comunità cattoliche che venivano costituendo.
Nel corso dei secoli i Francescani di Terra Santa ebbero a subire massacri, vessazioni ed espulsioni, ma il loro amore per la terra di Gesù non venne mai meno. Nel luglio del 1860 essi affrontarono, a Damasco, una persecuzione molto sanguinosa da parte dei drusi musulmani, sostenuti dalle locali autorità turche. Alcuni anni prima (1853-1855) era stata combattuta in Crimea una guerra, dalla Turchia ed i suoi alleati francesi, inglesi e piemontesi contro la Russia perché questa potenza mirava al predominio esclusivo sui Luoghi Santi ed allo smembramento dell'impero ottomano.
Le fu posto termine con il congresso e il trattato di Parigi (1856) in cui la Turchia, per la prima volta nella storia, fu riconosciuta come potenza avente la stessa personalità giuridica degli stati cristiani, ed il sultano fu costretto a riconoscere la libertà di culto per qualsiasi comunità religiosa residente nel suo impero e ad ammettere ai pubblici uffici tutti i sudditi, senza distinzione di razza e di culto.
Per i musulmani quel gesto significò un oltraggio al Corano, perciò non si limitarono a protestare, ma invitarono tutti i correligionari a reagire contro la politica del Sultano. Tra le impervie montagne del Libano l'ostinata avversione dei drusi musulmani per i cristiani tutto poté osare, benché il governatore generale, Khursud Pascià, residente a Beiruth, facesse credere ai vescovi che avrebbero preso provvedimenti in difesa della giustizia. Per scatenare l'ira dei nemici dei cristiani, nei primi mesi del 1860, bastò un lieve incidente tra due ragazzi, uno druso e l'altro maronita. I villaggi cristiani furono allora invasi e dati alle fiamme, ed i fanciulli, le donne ed i vecchi massacrati senza pietà.
Anche a Damasco, popolata da circa 150.000 abitanti, i drusi si scagliarono contro i cattolici. Costoro erano assistiti da diverse famiglie religiose, tra cui i Francescani i quali, oltre la cura spirituale dei latini indigeni o stranieri, vi mantenevano la scuola parrocchiale e le opere di assistenza ai pellegrini e ai poveri.
Chi prese le difese dei perseguitati fu l'emiro Abd-el-Kader, algerino di nascita, sopraffatto dai francesi nel 1847 e costretto ad esulare con oltre 2.000 compagni d'arme. A Damasco, dove aveva stabilito la sua residenza, era molto stimato e temuto. Risoluto di opporsi agli assassini con tutte le forze, armò 1.200 dei suoi soldati, ma prima che facesse in tempo ad accorrere si verificò una parziale carneficina.
I cattolici di vari riti residenti a Damasco in quel tempo potevano essere circa 10.000. All'avvicinarsi della tempesta molti cercarono un rifugio altrove, i più restarono confidando che l'intervento dei consoli esteri e dell'emiro avrebbe scongiurato ogni violenza. La vigilia del 9 luglio 1860 si avvertì che stava per accadere qualche cosa di grave. Dalle moschee partivano parole incendiarie, e gruppi sospetti di drusi e di musulmani percorrevano le vie del quartiere cristiano cantando: "Oh, com'è dolce, oh, com'è soave massacrare i cristiani!".
Per meglio provocarli segnavano di croci le strade e li costringevano a calpestarle passando. Alcuni giunsero persino ad appendere al collo di cani randagi delle croci e costringere i cristiani ad inginocchiarsi davanti a loro per adorarle.
Da poco era passato il mezzogiorno del 9 luglio quando, improvvisamente, una turba inferocita si riversò nelle vie. Il primo fulmineo assalto essa lo rivolse alla residenza del Patriarcato Greco non unito. Non un angolo del quartiere sfuggì alle devastazioni e ai saccheggi. Ai primi rumori accorse Abd-el-Kader con le sue pattuglie, ma invece di impegnare una battaglia contro i facinorosi, cercò di mettere in salvo nel suo palazzo e nella cittadella il più grande numero possibile di cattolici con i Gesuiti, i Lazzaristi, le Figlio della Carità e gli alunni delle scuole.
Il superiore dei Francescani, P. Emmanuele Ruiz, non ebbe la preoccupazione di rifugiarsi nel palazzo dell'emiro, come avevano fatto gli altri religiosi, perché le mura del convento erano solidissime e le porte di accesso alla chiesa e al chiostro protette da grosse lamine di ferro. Il tentativo degli insorti di forzare l'ingresso era difatti fallito. Dietro il convento si apriva una porticina alla quale nessuno aveva pensato. Fu segnalata alla plebaglia da un ebreo traditore, domestico dei francescani e beneficato da loro, ed essa, dopo mezzanotte, irruppe urlando nel convento.
Il primo a cadere vittima dell'odio degli insorti fu proprio il P. Emmanuele Ruiz, nato il 5-5-1804 a San Martino de las Ollas, nella provincia di Santander (Spagna). Fin dai primi anni aveva dato prova di una fervente pietà e di una inesauribile carità verso i poveri. Nel 1825 vestì il saio francescano e, appena ordinato sacerdote (1831), chiese di essere inviato in terra di missione. A Damasco apprese con sorprendente rapidità la lingua araba tanto che fu presto capace di fare scuola e di predicare. Dimentico di sé non viveva che per le anime. Era talmente imperturbabile nelle difficoltà che tutti lo chiamavano Padre Pazienza. Per la malferma salute più volte fu costretto a ritornare in Europa. Una volta soggiornò pure nel convento di S. Francesco, a Lucca, dando luminosi esempi di ubbidienza e di regolare osservanza.
Al momento della persecuzione la sua comunità era composta di sei padri e due coadiutori. Già il 2 luglio egli aveva scritto al P. Procuratore di Terra Santa: "Noi ci troviamo in grave pericolo. La nostra fede è minacciata dai drusi e dal Pascià, che somministra loro i mezzi necessari per dare la morte a tutti i cristiani senza distinzione, siano essi europei od orientali". E terminava la lettera dicendo: "Ma, innanzi tutto, si compia la volontà di Dio!".
Appena la plebe aveva invaso il quartiere cristiano, il P. Ruiz radunò i religiosi in chiesa con i bambini della scuola parrocchiale ed alcuni fedeli, tra cui i tre fratelli Massabki, espose il SS. Sacramento e invitò tutti ad adorarlo. I padri si impartirono a vicenda l'assoluzione, si comunicarono e attesero fiduciosi gli eventi. Quando videro che i facinorosi erano penetrati in convento, il superiore corse in chiesa, consumò le sacre specie e si raccolse un attimo in preghiera. Qualcuno gli urlò in faccia: "Viva Maometto!... O tu, cane, abbracci la sua religione, o ti scanneremo". Il padre si alzò di scatto ed esclamò: "No, sono cristiano e voglio morire da cristiano!". Appoggiò lui stesso la testa sulla mensa dell'altare e poi disse agli assalitori: "Colpite". La vittima rotolò sulla predella in un lago di sangue. Sul pavimento, a pochi passi dall'altare fu trovato, intriso del suo sangue, il piccolo Messale arabo di cui si serviva per la traduzione dei Vangeli domenicali.
La seconda vittima fu il P. Carmelo Volta, nato il 29-5-1803 a Real de Candia, in provincia di Valenza. Era stato educato dagli Scolopi. Fattosi francescano, nel 1831 era stato mandato in Palestina e nominato curato di Ain-Karem in Giudea. Nel 1851 fu nominato superiore del convento di Damasco, ma poco tempo dopo gli fu assegnato l'ufficio di parroco e di professore di lingua araba ai giovani missionari. Al momento dell'invasione dei musulmani era riuscito a nascondersi. Alcuni suoi conoscenti lo scoprirono, gli offrirono sicurezza e ospitalità in casa loro a patto che si facesse maomettano, ma egli rispose loro, sdegnato: "Non avverrà mai che io mi faccia turco!...". Fu ucciso a colpi di mazza.
La terza vittima fu il P. Engelberto Kolland, nato il 21-9-1827 a Ramsau, frazione della parrocchia di Zeli, nella diocesi di Salisburgo (Austria). Fu accolto gratuitamente in seminario, ma per l'irrequietezza dopo quattro anni fu rimandato in famiglia. Frequentando la chiesa dei Francescani, concepì l'idea di condividerne il genere di vita (1847).
Durante il noviziato fu tanto mortificato da non bere mai vino, birra o caffè; durante gli studi fu così avaro del tempo da giungere a studiare sei lingue. Celebrò la sua prima Messa a Bolzano (1851), poi chiese di andare missionario conforme al voto che aveva fatto prima dell'ordinazione
sacerdotale. La sua richiesta fu esaudita soltanto nel 1855. A Damasco fu dato quale coadiutore al P. Carmelo. Al momento della bufera fu tra i primi a dissuadere il superiore dal rimanere in convento. Non resistette però alla di lui volontà, ne pensò ad una fuga.
Al momento dell'irruzione dei musulmani nel convento riuscì dal terrazzo a scendere in via, ma non a raggiungere il palazzo di Abd-el-Kader. Si nascose in una vicina casa di cristiani, una signora greco-cattolica gli gettò sulle spalle un grande velo bianco affinchè rimanesse nascosta la tonaca, ma venne riconosciuto dagli inseguitori dai sandali. Fu condotto nel cortile della casa. Uno degli assassini lo colpì con la scure alla testa gridando: "Abbandona la tua fede, e segui Maometto!". Il martire gli rispose con fierezza: "No, mai! sono cristiano e per di più sacerdote: potete uccidermi". Nel cortile risuonarono secchi quattro colpi di scure e altrettanti "No!" di P. Engelberto.
Gli altri tre sacerdoti francescani si trovavano a Damasco per studiare l'arabo. Il P. Nicanore Ascanio era nato il 10-1-1814 a Villarejo de Salvanes, nella provincia di Madrid, ed aveva ricevuto il saio francescano a sedici anni. Nel 1835 era stato costretto a ritornare nel mondo, in seguito alla soppressione delle famiglie religiose in Spagna. Aveva continuato a Villarejo i suoi studi e, appena ordinato sacerdote, si era dato con zelo alla predicazione ed alla direziono spirituale delle religiose Concezioniste di Aranjuez.
Negli ultimi anni, prima di partire per la terra Santa, aveva trascorso le notti in preghiera. Dai familiari fu udito talora sospirare: "Ascanio, Dio ti chiama... ubbidisci alla sua voce!". Essa tacque soltanto quando annunzio pubblicamente che aveva scelto di partire per le missioni. Nel 1858 poté vestire di nuovo il saio francescano e l'anno successivo raggiungere Damasco per lo studio dell'arabo, alla scuola di P. Carmelo. Quando i musulmani lo arrestarono gli proposero di farsi maomettano, ma egli intrepido rispose: "Sono cristiano! Uccidetemi!".
Il P. Pietro Soler nacque il 28-4-1827 a Lorca, nella provincia di Murcia (Spagna meridionale). Studiò a prezzo di grandi sacrifici perché, per aiutare i genitori, dovette pure lavorare in uno stabilimento a Cuevas. Fu un apostolo tra gli operai. Amante della penitenza, di notte dormiva sopra una stuoia distesa accanto al letto. Non poté farsi francescano che a ventinove anni, quando cioè il governo spagnuolo permise che fosse aperto il collegio di Priego (1856), nella provincia di Cuenca, per la formazione dei missionari da inviarsi nel Marocco e in Terra Santa.
A Damasco, nella notte del tradimento, fu visto, da un terrazzo attiguo al convento, attraversare il cortile con due ragazzi e nascondersi dentro la scuola parrocchiale. Fu inseguito, ma all'intimazione di farsi maomettano rispose: "Non sarà mai che io commetta tale empietà: sono cristiano e preferisco morire". Fu prima colpito al collo con la scimitarra e quindi pugnalato.
Il P. Nicola Alberca è il più giovane martire di Damasco. Nacque infatti il 10-9-1830 ad Aguilar de la Frontera, in provincia di Cordova. I suoi genitori, dei dieci figli che ebbero, ne consacrarono sei a Dio. Ancora giovanissimo si era iscritto alla Congregazione Ospitaliera di Gesù Nazareno, stabilita a Cordova. Trovandosi a Madrid, più volte manifestò la brama che sentiva di morire martire. A chi gli faceva osservare che ciò non poteva avverarsi non essendoci in vista nessuna persecuzione, rispondeva: "Neanch'io vedo come ciò possa avvenire: tuttavia ritengo fermamente che il mio desiderio sarà appagato". Quando fu accolto nel collegio di Priego fu invaso da "un delirio di felicità". Ai musulmani che, la notte del 9 luglio, gli avevano puntato contro un'arma da fuoco in un corridoio del convento e, pena la morte, lo avevano esortato a farsi maomettano, aveva gridato loro in faccia: "Soffrirò mille volte la morte piuttosto di tradire il mio Signore!".
Tra i martiri francescani di Damasco figurano pure due fratelli laici, Fra Francesco Pinazo, nato il 24-8-1802 ad Alpuente, in provincia di Valenza, ed entrato come oblato tra i Francescani di Cuciva (1822), dopo che era stato abbandonato dalla fanciulla che aveva sognato di fare sua moglie, e Fra Giangiacomo Fernandez, nato il 25-7-1808 a Moire, borgata di Garballeda, nella provincia di Orense (Galizia). Entrambi furono raggiunti dagli assassini mentre salivano le scale del campanile.
Da un terrazzo vicino furono visti levare in alto le mani e lo sguardo, mentre i musulmani rompevano loro la spina dorsale a colpi di mazza. Dalla cella campanaria furono precipitati nel cortile sottostante. Fra Francesco morì all'istante, Fra Giangiacomo invece fu udito gemere fino a quando, sul far del giorno, un turco lo finì a colpi di scimitarra.
Con i Francescani furono pure massacrati tre fanciulli maroniti, Francesco, Abd-el-Mooti e Raffaele Massabki, rifugiatisi nel convento mentre i musulmani mettevano a ferro e a fuoco le case dei cristiani. Vivevano tutti assieme, patriarcalmente, benché i primi due fossero sposati ed avessero numerosissimi figli. Francesco, commerciante in seta, faceva da capo famiglia.
La sua devozione e la sua ospitalità erano talmente apprezzate nel Libano che, quando vi giungeva, era accolto al suono delle campane. Mooti faceva scuola ai bambini della parrocchia. La neve non gl'impediva di recarsi alla chiesa con la figlia, futura suora di carità. Raffaele era scapolo e fungeva, nel monastero, da vice-sacrestano. La notte del 9 luglio furono sorpresi dagli assassini davanti all'altare. All'invito di farsi musulmani, Francesco rispose per tutti: "Noi siamo cristiani e vogliamo restare cristiani... Non abbiamo paura di coloro che uccidono il corpo, ma l'anima". Si rivolse quindi ai fratelli e disse loro: "Coraggio, state fermi nella fede. La corona in cielo è riservata ai forti. Noi non abbiamo che un'anima, giammai la perderemo rinnegando la nostra fede!".
L'impressione prodotta in Europa dalla strage di 6.000 cristiani nel Libano e di 1.000 in Damasco fu tanto grande che Napoleone III, imperatore della Francia, avrebbe voluto correre in Siria, con una spedizione militare, per vendicare l'oltraggio inferto alla civiltà cristiana. Coloro che organizzarono le uccisioni o, pur potendolo, non le impedirono, come il governatore di Damasco Ahmed Pascià, furono o fucilati o impiccati. La Turchia s'impegnò a pagare una indennità per i danni subiti dai cristiani e a ricostruire il loro quartiere devastato.
I corpi degli undici martiri furono collocati in un sotterraneo del convento, da dove furono estratti nel 1861 per essere collocati in due casse e sepolti in una tomba aperta nel pavimento della chiesa. I fedeli non tardarono a venerarli come martiri e ad ottenere grazie e miracoli a contatto delle loro reliquie. Nel processo canonico, un giovane greco-cattolico depose con giuramento: "Verso la mezzanotte mi accadde una volta di vedere il sotterraneo in cui riposavano i corpi dei francescani massacrati poco prima dai turchi, tutto illuminato.
Chiamai allora Giorgio Cassar e suo figlio, essi pure, come me, nativi di Damasco e cristiani, insieme ad un musulmano, il quale dormiva in convento, e chiesi loro se ci fosse qualcuno nel sotterraneo e se conoscevano la provenienza di quella luce... Siccome mi risposero non esservi alcuno, prendemmo le chiavi per discendervi tutti e quattro. La porta si era appena aperta quando, proprio dal fondo, si alzò una colonna di fumo da cui si sprigionò un forte odore di incenso".
I martiri furono beatificati da Pio XI il 10-10-1926. Le loro reliquie sono venerate in Damasco nella chiesa dedicata a S. Paolo e officiata dai Francescani.
(Autore: Guido Pettinati - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beati Martiri di Damasco, pregate per noi.


*Beato Nicola Alberga - Sacerdote Francescano, Martire (10 luglio)

Scheda del gruppo a cui appartiene:
“Beati Emanuele Ruiz e compagni” Martiri Francescani di Damasco
Cordova, Spagna, 10 settembre 1830 – Damasco, Siria, 10 luglio 1860
Nato il 10 sett. 1830 a Cordova da Slanas e Maia Valentina, a venticinque anni entrò nell'Ordine francescano.
Manifestata la volontà di farsi missionario, venne preparato al sacerdozio e alla missione nel collegio di Priego assieme ad altri due religiosi, martiri come lui, a Damasco : i beati Pietro Soler e Nicànore Ascanio.
La Santa educazione ricevuta in famiglia (dei suoi dieci fratelli, sei si consacrarono a Dio) lo portava
ad affermare: «Soffrirò mille volte la morte, ma non tradirò mai il mio Signore», e a prepararsi, quasi consapevolmente, al martirio.
Nel 1859 Alberga partì per la missione di Damasco. In Siria e in Terra Santa la vita dei cristiani era costantemente in pericolo: i Turchi, infatti, preparavano un programma contro i cristiani per vendicarsi del Trattato di Parigi del 1856 che aveva abolito le Capitolazioni.
L'intenzione di compiere una carneficina era tanto palese che il grande patriota algerino cAbd-el-Kadir, ritiratosi a Damasco dopo una disperata resistenza all'invasione francese nella sua terra, disgustato, decise di servirsi dei suoi fedeli per proteggere i cristiani.
Tuttavia, quando il 9 luglio iniziò la caccia al «giaurro», cAbd-el-Kadir non riuscì a portare soccorso ai missionari che si erano rinchiusi nel convento, fidando nelle sue forti muraglie: la notte del 9 luglio un giudeo (o un musulmano) introdusse i Turchi nel convento da una porta laterale, di cui nessuno si era ricordato. Alberga fu barbaramente trucidato con una fucilata assieme ad altri sette confratelli la mattina del 10 luglio 1860.
Pio XI il 10 ottobre 1926 beatificò gli otto martiri di Damasco, quasi a commemorare degnamente il settimo centenario della morte di San Francesco.
La festa di Alberga ricorre il 10 luglio.
(Autore: Germano Cerafogli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Nicola Alberga, pregate per noi.


*Beato Pacifico (10 luglio)

Marca d’Ancona – Convento di Lens, Pas-de-Calais, 1234 circa
Fu uno dei compagni prediletti di San Francesco che gli impose il nome Pacifico.
Dopo una vita mondana, iniziando un cammino di conversione, si mise al seguito di Francesco, che predicava a San Severino Marche.
Era il 1212. Introdusse i francescani nella regione Franco - Belga nel 1217 che San Francesco si era riservata.
Ritornato in Italia, Gregorio IX gli affidò nel 1227 la cura delle clarisse di Siena.
Frate Elia lo invitò di nuovo, dopo il 1230, a dirigere la provincia della Francia settentrionale. Ricordato nel “Martirologio francescano” il 10 luglio.
(Fonte: http://digilander.iol.it/cappuccinivarazze/)
Giaculatoria - Beato Pacifico, pregate per noi.


*San Pascario di Nantes - Vescovo (10 luglio)

Martirologio Romano: A Nantes in Bretagna, San Pascario, vescovo, il quale accolse Sant’Ermelando, che aveva chiamato dal convento di Fontenelle, insieme a dodici compagni e lo inviò sull’isola di Indre perché vi fondasse un monastero.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Pascario di Nantes, pregate per noi.


*San Pietro (Vincioli) da Perugia - Monaco (10 luglio)

m. 1009
Fu un monaco-architetto il perugino Pietro Vincioli di cui si ignora la data di nascita.
A lui si deve, infatti, la costruzione, nel X secolo, della splendida chiesa di San Pietro (edificio che fu costantemente arricchito nei secoli successivi) con annesso il monastero benedettino di
cui lui stesso fu abate.
Prima, in quel luogo, esisteva una chiesetta in rovina, che, un tempo, era stata la cattedrale di Perugia.
Fu l'allora vescovo Onesto ad affidare al Vincioli la ricostruzione della chiesa.
E Pietro vi profuse tutto il dinamismo di un vero e grande impresario edile.
Si racconta che proprio durante la costruzione del nuovo luogo di culto egli compì molti prodigi.
Ma il Santo, morto nel 1009, viene ricordato anche come grande esempio di carità verso i poveri "dei quali si occupò costantemente" e difensore della sua città dalle durissime vessazioni imposte dagli imperatori tedeschi del periodo.
(Avvenire)
Martirologio Romano: A Perugia, San Pietro Vincioli, sacerdote e abate, che ricostruì la fatiscente chiesa di San Pietro e vi aggiunse un monastero, in cui, fra molti contrasti, ma con grande pazienza, introdusse le consuetudini cluniacensi.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Pietro da Perugia, pregate per noi.


*Sante Rufina e Seconda - Martiri di Roma (10 luglio)

† Roma, 260 ca.
Le informazioni sul martirio di Rufina e Seconda sono concordi. Condannate, sotto Valeriano e Gallieno, dal prefetto Giunio Donato, furono martirizzate a Roma al decimo miglio della via Cornelia.
La tradizione le vuole sorelle che, fidanzate a due giovani cristiani divenuti apostati, si votarono alla verginità. Non essendo con riusciti con ogni sforzo ad indurle all' apostasia e al matrimonio, i due giovani le denunciarono.
Quasi sicuramente, già ne IV secolo, sul loro sepolcro fu eretta una basilica, forse da Papa Giulio I, di cui oggi è impossibile indicare l'ubicazione in maniera sicura.
Rufina e Seconda, con il loro esempio ci ricordano che in una società multireligiosa come quella verso cui ci stiamo incamminando, le ragioni della fede sono superiori a quelle del cuore. (Avvenire)
Etimologia: Rufina = fulva, rossiccia, dal latino - Seconda = figlia secondogenita.
Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Roma al nono miglio della via Cornelia, Sante Rufina e Seconda, martiri.
Santa Rufina e santa Seconda sono due martiri realmente esistite in Roma, esse sono ricordate in numerosi e sicuri documenti, come il ‘Martirologio Geronimiano’, gli ‘Itinerari’ romani, la ‘Notizia’ di Guglielmo di Malmesbury, inoltre sono menzionate nel famoso ‘Calendario Marmoreo’ di Napoli ed infine nel ‘Martirologio Romano’ che le celebra ambedue il 10 luglio.
L’antica ‘passio’ compilata verso la seconda metà del V secolo, ne colloca il martirio ai tempi di Valeriano e Gallieno, nel 260 ca., e seguendo le narrazioni agiografiche di altre ‘passio’ di celebri coppie di martiri romani, le due Sante sono presentate come sorelle e fidanzate con due giovani cristiani.
A seguito delle ricorrenti persecuzioni contro i cristiani, i due fidanzati apostatarono e quindi le
due ragazze si votarono alla verginità. Ma i due giovani non vollero rinunciare a loro e quindi cercarono di indurle ad apostatare per proseguire il loro fidanzamento; ma di fronte ai dinieghi di Seconda e Rufina, le denunciarono al conte Archesilao, il quale le raggiunse al XIV miglio della Flaminia, mentre nel tentativo di sfuggire ai persecutori, si allontanavano da Roma, e le consegnò al prefetto Giunio Donato, che da antichi documenti risulta essere ‘praefectus urbis’ nel 257.
Come per tanti martiri di quell’epoca, le due sorelle furono sottoposte a pressioni, interrogatori e proposte di apostatare e di matrimonio, ma di fronte alla loro resistenza e rifiuto, al prefetto non restò altro che ordinarne la morte.
Allora Archesilao le condusse al X miglio della via Cornelia in un fondo chiamato Buxo (oggi Boccea) dove Rufina venne decapitata, mentre Seconda fu bastonata a morte. Il celebre quadro del XVII secolo, dipinto da tre celebri pittori e custodito a Milano nella Pinacoteca di Brera, raffigura la crudele scena del martirio e resta una delle più significative opere artistiche che le raffigura.
I corpi come d’uso, vennero abbandonati in pasto alle bestie, ma una certa matrona romana di nome Plautilla ne raccolse i corpi, dopo che le martiri in sogno le avevano indicato il luogo del martirio e invitandola a convertirsi; Plautilla le seppellì nello stesso luogo.
La selva luogo del martirio, che era denominata ‘nigra’, in ricordo delle due martiri Seconda e Rufina e del successivo martirio nello stesso luogo dei santi Marcellino e Pietro, venne poi chiamata ‘Silva Candida’.
Sulla loro tomba, già nel secolo IV fu eretta una basilica ad opera di Papa Giulio I (341-353), poi restaurata da Papa Adriano I (772-795), mentre papa Leone IV (847-855) l’arricchì di doni.
Dal secolo V tutta la regione della villa imperiale ‘Lorium’ che comprendeva la basilica delle due martiri, ebbe un proprio vescovo, il quale nel 501 si sottoscriveva “episcopus Silvae Candidae” e più tardi come “episcopus Sanctae Rufinae”.
Al tempo di Papa Callisto II (1119-1124) la diocesi venne unita a quella suburbicaria di Porto e si chiamò di Porto e Santa Rufina.
Papa Anastasio IV (1153-1154) fece trasferire i loro corpi nel Battistero Lateranense nell’altare di sinistra dell’atrio, di fronte a quello dei ss. Cipriano e Giustina, dove riposano tuttora; mentre l’antica basilica sulla via Cornelia andò in rovina e ancora oggi non si riescono ad identificarne i resti con precisione.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sante Rufina e Seconda, pregate per noi.


*San Silvano (Silano) - Martire (10 luglio)

Romagnano Sesia, antico borgo alle porte della Valsesia in provincia e diocesi di Novara, venera come suo patrono San Silvano, di cui celebra la festa ogni anno il 10 luglio.
Il Santo è tradizionalmente identificato con uno dei sette figli di Santa Felicita che, secondo il racconto di una nota passio, sarebbero stati uccisi a Roma, con la loro madre, durante la persecuzione dell’imperatore Antonino.
Si è molto dibattuto in campo agiografico circa l’attendibilità dei fatti narrati nel testo, che si credeva redatto nel VI secolo e, per la sua evidente dipendenza letteraria dall’episodio biblico dell’uccisione dei fratelli Maccabei, giudicato non meritevole di storicità.
A dar ragione di questa opinione sembrava contribuire anche il silenzio di papa Damaso, noto cultore delle memorie dei martiri di cui ricercò e restaurò numerosi sepolcri, che in un carme composto in onore dei martiri Felice e Filippo (due martiri che il testo indica tra i figli della Santa), non dimostrò di conoscere eventuali legami famigliari tra loro o con altri martiri sepolti nelle catacombe dell’Urbe.
Alcune fonti archeologiche sono però venute a smentire l’idea che l’episodio dell’uccisione di Felicita e dei suoi sette figli sia nato dalla fervida fantasia di qualche agiografo altomedievale, confermando come almeno già all’epoca di Damaso esisteva la tradizione del martirio del numeroso nucleo famigliare.
Tra la fine degli anni sessanta e i primi anni settanta, una campagna di scavi nel complesso cimiteriale dei Giordani, sulla Via Salaria, ha permesso di riportare alla luce frammenti di una lastra marmorea su cui erano incisi, nei bellissimi e chiari caratteri filocaliani, alcuni versi celebranti un martire septimus ex numero fratrum che ulteriori testimonianze epigrafiche (un carme di Papa Vigilio e un’iscrizione votiva di un certo Marcello) hanno permesso di identificare con Alessandro, appunto uno dei nomi attribuiti ai sette figli di Felicita che, sia la Depositio Martyrum, sia il Liber Pontificalis indicano sepolto in quella catacomba.
La storia dei Sette Santi Fratelli, come sono ricordati nella tradizione ecclesiastica, deve dunque possedere un fondo di storicità, quantomeno in riferimento al loro martirio, i cui particolari forse già allora perduti, vennero proposti alla metà del IV secolo nella nota passio, redatta richiamandosi ad un analogo episodio biblico di eroica testimonianza.
La sepoltura di Silvano, indicata con quella della madre nel cimitero di Massimo, venne violata dai seguaci del sacerdote Novaziano, che contestavano alla Chiesa il diritto di assolvere da colpe gravi.
Le sue reliquie, trasportate in un loro luogo di culto, furono recuperate da papa Innocenzo I (401 - 417) e riportate nel loculo catacombale, come confermano alcune iscrizioni posteriori, dove rimasero fino al tempo delle grandi traslazioni nelle basiliche urbane. Alla fine del VIII secolo, infatti, papa Leone III traslò i corpi di Felicita e Silvano in Santa Susanna dove ancora
si troverebbero all’interno dell’altare della cripta.
La tradizione locale di Romagnano attribuisce invece al conte Bosone la traslazione nella chiesa abbaziale del borgo delle reliquie di San Silvano, da lui recuperate non a Roma ma a Benevento, dove furono portate dal re longobardo Desiderio.
É evidente che non è possibile documentare con certezza il loro percorso dalla catacomba alle diverse chiese che ne rivendicano il possesso, molto probabilmente oggetto delle varie traslazioni non fu l’intero corpo del giovane martire ma una parte dei suoi resti.
Storicamente è dimostrato che, almeno dal 1040, la locale abbazia di Santa Croce già aveva mutato il titolo in San Silano di cui l’edificio conserva il corpo.
Nel corso dei secoli le reliquie del Santo subirono vari spostamenti: dal sarcofago paleocristiano ritrovato nel 1771 sotto l’altare maggiore, di cui attualmente costituisce la mensa, allo scurolo edificato negli anni venti del novecento dove ora riposano all’interno di una statua di cera.
Il simulacro viene trasportato processionalmente per le vie di Romagnano ogni venticinque anni, come avvenuto a partire dal 1925 in occasione dell’inaugurazione della cappella.
Ancora oggi sono numerose le persone che portano il nome del santo, raffigurato nell’arte locale sia come fanciullo, accanto alla madre Santa Felicita (statua nello scurolo), sia come soldato romano, ricorrente iconografia dei giovani martiri romani (paliotto in rame argentato dell’altare maggiore).
(Autore: Damiano Pomi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Silvano, pregate per noi.


*Santa Vittoria - Martire (10 luglio)

Patronato: Monteleone Sabino (RI)
Martirologio Romano:
In Sabina nel Lazio, Sante Anatolia e Vittoria, martiri.
Anatolia, Audace e Vittoria – Santi Martiri
Una prima menzione di Anatolia è nel De Laude Sanctorum (Cap.XI,in PL.XX,col.453)" composto verso il 396 da Vittrice di Rouen (330 - 409). La Santa vi figura tra i taumaturghi. All'inizio del sec. VI troviamo Anatolia e Vittoria ricordate insieme nel Martirologio Geronimiano al 10 luglio: "VI idus iulii in Savinis Anatholiae Victoriae"; Vittoria è anche ricordata sola al 19 dicembre: "In Savinis civitate Tribulana Victoriae".
Poco dopo le due Sante compaiono effigiate nei mosaici di S. Apollinare Nuovo in Ravenna, l'una a fianco dell'altra, in mezzo alle martiri più illustri dell'Occidente, avendo a sinistra S. Paolina, a destra S. Cristina, in quel corteggio maestoso che fa omaggio a Cristo delle proprie corone. Abbiamo, infine, databile al VI o VII sec., una Passio Ss. Anatoliae et Audacis et S. Victoriae, che fu letta da Adelmo (m.709) e poi da Beda (m. 735),i quali ne derivarono, il primo il carme in lode delle due Sante, il secondo gli elogi, per Anatolia e Audace al 9 luglio, per Vittoria al 23 dicembre, nel suo martirologio.
Gli elogi di Beda, riassunti in Adone e in Usuardo, furono accolti quasi per intero dal Baronie nel Martyrologio Romano, che colloca appunto Anatolia ed Audace al 9 luglio e Vittoria al 23 dicembre. La Passio è un vero centone, dove riaffiorano spunti e dettagli delle "passioni" di Nereo e Achilleo, Calogero e Partenio, Rufina e Seconda, Giovanni e Paolo e di molti altri, come ha ben dimostrato il Raschini.
Secondo la Passio, Anatolia e Vittoria, giovani romane di nobile famiglia, rifiutarono le nozze con due patrizi perché consacrate a Dio.
I due aspiranti, allora, col favore imperiale, le relegarono nei loro possedimenti di Sabina, Vittoria presso Trebula Mutuesca (l’odierna Monteleone Sabino sulla via Salaria), Anatolia
presso Tora.
Dopo varie vicende, in cui si sbizzarrisce la fantasia dell’agiografo, Vittoria venne uccisa e sepolta in una caverna: Anatolia sopravvisse di poco.
Un soldato, Audace, fu incaricato di ucciderla, rinchiudendola in una stanza con un serpente. Il rettile lasciò incolume la Santa, mentre si avventò su Audace entrato, l'indomani, nella stanza per accertarne la morte. Ma Anatolia salvò Audace dal serpente e Audace si fece cristiano; quindi, ambedue furono uccisi di spada. Il martirio delle due Sante e di Audace è fissato dalla Passio al tempo di Decio(249-51).
Per quanto scarso sia il valore di questo testo, il culto delle due Sante è antichissimo e, a partire dal sec. VI-VII, ad esse è congiunto Audace, del quale non è possibile, però, garantire se sia un personaggio reale o una creazione dell'agiografo. Centro del culto è sempre stata, la Sabina, dove dovette avvenire il martirio: Trebula Mutuesca (Monteleone Sabino) per Vittoria, Tora per Anatolia e Audace.
Più tardi il culto si propagò in altri luoghi in seguito a traslazioni di reliquie. Il corpo di Santa Vittoria fu trasferito nell'anno 827 dall'abate Pietro di Farfa, in fuga davanti ai Saraceni, nel Piceno, sul Monte Matenano: fu poi riportato a Farfa il 20 giugno 931 dall'abate farfense Ratfredo, ma nel Piceno rimase assai vivo il culto della Santa . I corpi di Anatolia e di Audace verso la metà del sec. X furono ritrovati nelle campagne di Tora dall'abate sublacense Leone e trasferiti a Subiaco.
In epoca imprecisata un braccio di S. Anatolia fu trasportato nelle diocesi di Camerino, in un paese che si chiamò da allora Santa Anatolia (oggi Esanatoglia) in provincia di Macerata. I Documenti del Regesto Farfense, Sublacense, Tiburtino, nominano frequentemente chiese e contrade recanti il nome delle due Sante.
E ancora oggi nella campagna Sabina, nel Tiburtino e nel Sublacense la devozione popolare per le due Sante è notevole.
I corpi dei Ss. Anatolia e Audace riposano ancora a Subiaco nella basilica di Santa Scolastica, sotto l'altare del Sacramento. Al di sopra un bel quadro secentesco rappresentante la Santa nell'atto di liberare Audace dal serpente.
Il capo di S. Anatolia, come pure quello di Santa Vittoria sono conservati, però, nel Sacro Speco. E l'immagine delle due Sante, che compare sull'arco di ingresso alla Santa Grotta in un affresco di scuola romana del sec. XIII, sembra guidare il fedele al mistico luogo santificato dalla presenza del grande Santo di Norcia.
Altra immagine di Anatolia, di scuola senese del sec. XIV, è sulla parete di destra della Scala Santa dello stesso Santuario, presso la Grotta dei pastori.
(Autore: Benedetto Cignitti – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Vittoria, pregate per noi.

 
Torna ai contenuti | Torna al menu