Santi del 10 Maggio - Istituto Aveta

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Santi del 10 Maggio

Il mio Santo > I Santi di Maggio

*Beato Alberto da Cotignola - Religioso Francescano (10 maggio - 10 maggio)
† 1531 (?)

Il Beato Alberto da Cotignola, in provincia di Ravenna, è un francescano che si presume sia morto intorno all’anno 1531.
Nel "Martirologio francescano", era ricordato come uomo di "scientia, scriptis et pietatis celebris". Sempre in quel testo la sua festa era fissata e celebrata nel giorno 10 giugno.

(Autore: Mauro Bonato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Beato Alberto da Cotignola, pregate per noi.

 

*Sant'Alfio - Martire (10 maggio)

Patronato: Lentini (SR) e Trecastagni (CT)
Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Lentini in Sicilia, Santi Alfio, Filadelfio e Cirinio, martiri.
Santi Alfio, Filadelfo e Cirino. Fratelli martiri
Le notizie che possediamo sulla vita e sul martirio dei tre fratelli, Alfio, Filadelfo e Cirino, il cui culto è molto diffuso in quasi tutta la Sicilia Orientale fin dall'alto medioevo, sono tutte contenute in un documento, che gli studiosi delle vite dei Santi fanno risalire al secondo decennio della seconda metà del secolo X, al 960 circa: si tratta di una lunga e minuziosa narrazione scritta da un monaco, certamente basiliano, di nome proprio Basilio, e con verosimiglianza a Lentini in provincia di Siracusa, come si evince dalla precisa indicazione dei luoghi, delle tradizioni e dei costumi della comunità là esistente.
Il manoscritto, che si compone di più parti, alla fine della terza parte si chiude con questo periodo, ovviamente in greco: "Con l'aiuto di Dio venne a fine il libro dei SS. Alfio, Filadelfo e Cirino, scritto per mano del monaco Basilio".
Il prezioso scritto si conserva nella Biblioteca Vaticana, segnato col numero 1591, proveniente dal
monastero di Grottaferrata, nei pressi di Roma.
Secondo il manoscritto citato i nostri Santi hanno subito il martirio nella persecuzione di Valeriano e precisamente nel 253.
I tre fratelli sono nati a Vaste, in provincia di Lecce, il padre Vitale apparteneva a famiglia patrizia e la madre, Benedetta, affrontò direttamente e spontaneamente l'autorità imperiale per manifestare la propria fede e sottoporsi al martirio.
Il prefetto Nigellione, giunto a Vaste per indagare sulla presenza di cristiani, compie i primi interrogatori e, viste la costanza e la fermezza dei tre fratelli, decide di inviarli a Roma insieme con Onesimo, loro maestro, Erasmo, loro cugino, ed altri quattordici.
Da Roma, dopo i primi supplizi, vengono mandati a Pozzuoli, dal prefetto Diomede, il quale sottopone alla pena di morte Erasmo, Onesimo e gli altri quattordici e invia i tre fratelli in Sicilia da Tertullo, a Taormina; qui vengono interrogati e tormentati e poi mandati a Lentini, sede ordinaria del prefetto, con l'ordine che il viaggio sia compiuto con una grossa trave sulle spalle.
I tre giovani sono liberati dalla trave da una forte tempesta di vento; passano da Catania, dove vengono rinchiusi in una prigione, che ancora oggi è indicata con la scritta "Sanctorum Martyrum Alphii Philadelphi et Cyrini carcer", in una cripta sotto la chiesa dei Minoritelli; in questo viaggio, secondo un'antica tradizione molto diffusa, confortata peraltro da un culto mai interrotto, sono passati per Trecastagni, perché la normale via lungo la costa era impraticabile a causa di una eruzione dell'Etna.
Nel cammino da Catania a Lentini avvengono vari prodigi e conversioni: si convertono addirittura i venti soldati di scorta e il loro capo Mercurio, che Tertullo fa battere aspramente e uccidere.
Entrando in Lentini i tre fratelli liberano un bambino ebreo indemoniato e ammalato, convertono alla fede molti ebrei che abitano in quella città e che successivamente sono condannati alla lapidazione.
Presentati a Tertullo sono sottoposti prima a lusinghe e poi ad ogni genere di supplizi: pece bollente sul capo rasato, acutissimi chiodi ai calzari, strascinamento per le vie della città sotto continue battiture.
Sono prodigiosamente guariti dall'apostolo Andrea e operano ancora miracoli e guarigioni fino a quando Tertullo non ordina che siano sottoposti al supplizio finale: Alfio con lo strappo della lingua, Filadelfo posto su una graticola rovente e Cirino immerso in una caldaia di pece bollente.
I loro corpi, trascinati in un luogo detto Strobilio vicino alle case di Tecla e Giustina, e gettati in un pozzo, ricevono dalle pie donne sepoltura in una grotta, ove in seguito viene edificata una chiesa.
(Autore: Carmelo Randello - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Alfio, pregate per noi.

 

*Sant'Amalario Fortunato di Treviri - Vescovo (10 maggio)

Metz, 775 – 850/853

Fu insigne teologo e fondatore della scienza liturgica medioevale. Nato a Metz nel 775, pur se non si fece mai monaco dopo l’800 fu eletto abate commendatario di Hornbach. Nell’813 fu legato di Carlo Magno a Costantinopoli; al ritorno si ritirò a Nonantola e in seguito partecipò ai concili di Aquisgrana e di Parigi. Morì in fama di santità e di miracoli a Metz, fra l’850 e l’853. Dopo lunghe e sofferte confutazioni storiche, Amalario fu identificato con Fortunato arcivescovo di Treviri, dal che deriva la doppia denominazione.
L’Ordine Benedettino lo festeggia il 10 maggio.
Fondatore della scienza liturgica medievale e teologo. Nato nei din di Metz nel 775, fu scolaro di Alcuino ad Aquisgrana o a Tours.
Non fu mai monaco, ma dopo l'800 fu eletto abate commendatario di Hornbach; nell'809-13 fu corepiscopo di Treviri, con giurisdizione anche fuori della città (nell'811, in consacrò la prima chiesa di Amburgo).
Nell'813 fu legato di Carlo Magno a Costantinopoli; al ritorno, si ritirò a Nonantola, ma partecipò ai concilii di Aquisgrana (816) e di Parigi (825). Res la diocesi di Lione nell'835-38, in assenza
dello arcivescovo Agobardo, e tentò d'introdurvi la sua riforma liturgica, per cui fu osteggiato aspramente dal diacono Floro e fu condannato dal concilio di Kiersy (settembre 838), sulla base d'una sua espressione «Triforme est corpus Christi», a cui fu data una interpretazione tendenziosa.
Si ha notizia di suoi viaggi a Roma, sotto Leone III e Gregorio IV.
Morì in fama di santità e di miracoli, a Metz, fra I'850 e l'853, il 29 aprile, e fu sepolto in S. Ar accanto al suo protettore Ludovico il Pio.
Amalario è da identificare con Fortunato arcivescovo di Treviri, di cui si credé di possedere ivi, in San Pao le ossa. Il nome Fortunatus non è, probabil che l'equivalente del pseudonimo letterario Symphosius, che Amalario aggiunse al suo nome. Lunga e spinosa è stata la controversia relativa all'esisten di due Amalario, l'uno arcivescovo di Treviri e l'altro corepiscopo di Metz, ma entrambi liturgisti. La questione, sollevata da Sirmond, fu sostanzialmente risolta, nel senso dell'identificazione dei due Amalario, da Morin, e le obiezioni superstiti sono state definiti confutate dalle ricerche di Hanssens.
Gli scritti teologici di Amalario sono perduti. Il suo nome è legato soprattutto alle opere di liturgia che gli costarono laboriose ricerche (a Roma, a Corbie e altrove) ed esercitarono un influsso incontrastato sull'interpretazione allegorica e simbolica dei testi e dei riti liturgici per tutto il Medioevo. Si cono il Liber ojjicialis, ovvero De officiis ecclesiasticis, preziosa enciclopedia in 4 ll.,dedicati a Ludovico il Pio, scritti e pubblicati a diverse ri fra l'820 e l'832; e il De ordine antiphonarii, posteriore all'844, e scritto a giustificazione dei cri seguiti in un grande Antifonario perduto (ba sulla collazione di tradizioni diverse, la ro la metense, ecc.).
Il complesso valore mistico e misterico della Messa fu chiarito da Amalario in varie Expositiones. Abbiamo, infine, di Amalario una decina di lettere e un poemetto esametrico sulla sua am in Oriente (Versus marini).
Non è sua, invece, la nota Regula Canonicorum et Sanctimonialium.
Per quanto riguarda il culto di Amalario, si ha notizia d'una venerazione prestata a Metz alle sue reliquie, le quali furono traslate nel 1552 nella nuova basi e collocate presso l'altare maggiore, ma non vi sono tracce di culto ufficiale.
Appare nel Martyrologium Hieronymianum il 29 apr. («obiit Amalarius episcopus»); nei calen di Treviri è ricordato (ma come Fortunato) il 10 giugno; i martirologi benedettini recano notizie confuse (vi figura talora come monaco di Luxeuil e cardinale); la memoria cade il 10 maggio.
Una effigie di Amalario si può trovare in Ranbeck, Kalendarium Annate Benedictinum, Augusta 1677 (al 10 maggio); varie raffigurazioni barocche deri da Wion, Lignum Vitae, V, 682 («B. Hamularius Fortunatus, primus Offìcii mortuorum com»).

(Autore: Alfonso M. Zimmermann – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Amalario Fortunato di Treviri, pregate per noi.


*Beato Antonino da Norcia (10 maggio)
Etimologia:
Antonio = nato prima, o che fa fronte ai suoi avversari, dal greco
Laico francescano, morì nella cittadina natale intorno al 1310.
Il Martirologio francescano, ricordandolo il 10 maggio, lo dice "vita et miraculis clarus".
(Autore: Germano Cerafogli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Antonio da Norcia, pregate per noi.


*Beata Beatrice I d'Este - Monaca Benedettina (10 maggio)
Martirologio Romano: A Padova, Beata Beatrice d’Este, vergine, che fondò sui colli Euganei il monastero di Gemmola e, nel breve spazio della sua vita, percorse da monaca un arduo cammino di santità.
Non sembra vero ma nel giro di 40 anni vissero ben tre Beate con questo nome e di questo casato, tutte fra il 1220 e il 1267; ma con il solo nome di Beatrice vi furono, sempre nei primi 50 anni del XIII secolo, altre tre beate e una santa.
La Beata Beatrice I d’Este di cui si parla, era figlia di Azzo VI d’Este e di Sofia di Savoia; nacque ad Este in provincia di Padova, intorno al 1200. Ancora giovane entrò nel monastero di Salarola
presso Padova, da dove nel 1221 si trasferì a Gemmola sui Colli Euganei, in un antico monastero, che con le sue possibilità fece restaurare e dotò di rendite.
Applicò per lei e per le numerose coetanee che la raggiunsero, la Regola benedettina; poi per dedicarsi più efficacemente alla pratica delle virtù cristiane, rinunziò al governo del monastero, a favore della monaca Desiderata.
Morì giovanissima (26-27 anni), il 10 maggio 1226 e venne sepolta nella chiesa di San Giovanni Battista a Gemmola. Il sepolcro di Beatrice I d’Este, divenne meta di grande devozione, il suo corpo rimase incorrotto e dopo alcuni anni venne traslato in un’arca marmorea, di cui la lapide tombale, considerata forse unica nel suo genere e conservata a S. Sofia di Padova, porta scritte note biografiche e la data della morte in sedici esametri.
Nascosta per due volte dalle incursioni dei nemici di Este, alla fine nel 1578, la salma fu trasferita a Padova, nella chiesa di S. Sofia, dove è ancora oggi molto venerata. Papa Clemente XIII, il 19 novembre 1763, confermò il culto e il titolo di beata, che da secoli gli veniva tributato, concedendo la Messa e l’Ufficio proprio. Il nome Beatrice proviene dal latino ‘Beatrix’ e significa “colei che rende felici”.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Beatrice I d'Este, pregate per noi.


*San Calepodio - Martire (10 maggio)

Emblema: Palma
Il nome Calepodio deriva dal soprannome di una gens latina e significa “che ha i piedi caldi”. Il
Santo che fu martirizzato a Roma fu sepolto da Papa Callisto che gli dedicò il cimitero al III miglio della via Aurelia.
Gregorio IV rinvenne nella basilica di Santa Maria in Trastevere il suo corpo, unitamente a quelli di Cornelio e Callisto, e li depose sotto l’altare maggiore. Alcune reliquie dei tre Santi furono traslate a Fulda ed a Cysoing.
Così parla di Lui il M. R. “A Roma il Beato Calepodio, Prete e Martire, il quale dall'Imperatore Alessandro fu fatto uccidere colla spada, ed il suo corpo fu trascinato per la città e gettato nel Tevere.
Il Papa Callisto poi, avendolo ritrovato, lo seppellì. Fu pure decollato il Console Palmazio colla moglie, coi figlioli ed altri quarantadue della sua casa dell'uno e dell'altro sesso; inoltre il Senatore Simplicio colla moglie ed altri sessantotto della sua famiglia; come pure anche Felice colla sua moglie Blanda.
Le loro teste poi furono appese alle diverse porte di Roma, a terrore dei Cristiani”.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Calepodio, pregate per noi.


*San Cataldo di Rachau - Vescovo (10 maggio)
sec. VII
Nato in Irlanda all'inizio del secolo VII, dopo essere stato monaco e poi abate del monastero di Lismore, fondato dal vescovo Cartagine. Cataldo divenne vescovo di Rachau. Durante un pellegrinaggio in Terra Santa, morì a Taranto, nella cui cattedrale fu sepolto e dimenticato.
Nel 1094, durante la ricostruzione del sacro edificio, che era stato distrutto dai Saraceni, fu ritrovato il suo corpo, come indicava chiaramente una crocetta d'oro su cui era inciso il suo nome e quello della sede episcopale.
Questo reperto, che si conserva insieme col corpo ha permesso di stabilire che il Santo visse nel secolo VII e erroneamente, quindi, i tarantini lo considerarono loro vescovo, anzi il protovescovo.
nominato da San Pietro apostolo.
Il 10 maggio ricorre la festa di Cataldo, che è patrono della città bimare ed è venerato, oltre che in Irlanda, sua patria, nell'Italia Meridionale e insulare.
A Modena gli è intitolata una chiesa parrocchiale e Supino, cittadina del Lazio meridionale, è uno dei centri del suo culto. (Avvenire)
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: Presso Taranto, San Cataldo, vescovo e pellegrino, che si ritiene venuto dalla Scozia.
Nato in Irlanda all'inizio del secolo VII, dopo essere stato monaco e poi abate del monastero di Lismore, fondato dal vescovo Cartagine.
Cataldo divenne vescovo di Rachau.
Durante un peilegrinaggio in Terra Santa, morì a Taranto, nella cui cattedrale fu sepolto e dimenticato.
Nel 1094, durante la ricostruzione del sacro edificio, che era stato distrutto dai Saraceni, fu ritrovato il suo corpo, come indicava chiaramente una crocetta d'oro su cui era inciso il suo nome e quello della sede episcopale.
Questo reperto, che si conserva insieme col corpo ha permesso di stabilire che il santo visse nel secolo VII e erroneamente, quindi, i tarantini lo considerarono loro vescovo, anzi il protovescovo nominato da San Pietro apostolo.
Il 10 maggio ricorre la festa di Cataldo, che è patrono della città bimare ed è venerato, oltre che in Irlanda, sua patria, nell'Italia Meridionale e insulare.
A Modena gli è intitolata una chiesa parrocchiale e Supino, cittadina del Lazio meridionale, è uno dei centri del suo culto.
(Autore: Giuseppe Carata – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Cataldo di Rachau, pregate per noi.

 

*San Cirino - Martire (10 maggio)
Patronato: Lentini (SR) e Trecastagni (CT)
Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Lentini in Sicilia, Santi Alfio, Filadelfio e Cirinio, martiri.  
Santi Alfio, Filadelfo e Cirino. Fratelli martiri
Le notizie che possediamo sulla vita e sul martirio dei tre fratelli, Alfio, Filadelfo e Cirino, il cui culto è molto diffuso in quasi tutta la Sicilia Orientale fin dall'alto medioevo, sono tutte contenute in un documento, che gli studiosi delle vite dei Santi fanno risalire al secondo decennio della seconda metà del secolo X, al 960 circa: si tratta di una lunga e minuziosa narrazione scritta da un monaco, certamente basiliano, di nome proprio Basilio, e con verosimiglianza a Lentini in provincia di Siracusa, come si evince dalla precisa indicazione dei luoghi, delle tradizioni e dei costumi della comunità là esistente.
Il manoscritto, che si compone di più parti, alla fine della terza parte si chiude con questo periodo, ovviamente in greco: "Con l'aiuto di Dio venne a fine il libro dei SS. Alfio, Filadelfo e Cirino, scritto per mano del monaco Basilio".
Il prezioso scritto si conserva nella Biblioteca Vaticana, segnato col numero 1591, proveniente dal monastero di Grottaferrata, nei pressi di Roma.
Secondo il manoscritto citato i nostri Santi hanno subito il martirio nella persecuzione di Valeriano e precisamente nel 253.
I tre fratelli sono nati a Vaste, in provincia di Lecce, il padre Vitale apparteneva a famiglia patrizia e la madre, Benedetta, affrontò direttamente e spontaneamente l'autorità imperiale per
manifestare la propria fede e sottoporsi al martirio.
Il prefetto Nigellione, giunto a Vaste per indagare sulla presenza di cristiani, compie i primi interrogatori e, viste la costanza e la fermezza dei tre fratelli, decide di inviarli a Roma insieme con Onesimo, loro maestro, Erasmo, loro cugino, ed altri quattordici.
Da Roma, dopo i primi supplizi, vengono mandati a Pozzuoli, dal prefetto Diomede, il quale sottopone alla pena di morte Erasmo, Onesimo e gli altri quattordici e invia i tre fratelli in Sicilia da Tertullo, a Taormina; qui vengono interrogati e tormentati e poi mandati a Lentini, sede ordinaria del prefetto, con l'ordine che il viaggio sia compiuto con una grossa trave sulle spalle.
I tre giovani sono liberati dalla trave da una forte tempesta di vento; passano da Catania, dove vengono rinchiusi in una prigione, che ancora oggi è indicata con la scritta "Sanctorum Martyrum Alphii Philadelphi et Cyrini carcer", in una cripta sotto la chiesa dei Minoritelli; in questo viaggio, secondo un'antica tradizione molto diffusa, confortata peraltro da un culto mai interrotto, sono passati per Trecastagni, perché la normale via lungo la costa era impraticabile a causa di una eruzione dell'Etna.
Nel cammino da Catania a Lentini avvengono vari prodigi e conversioni: si convertono addirittura i venti soldati di scorta e il loro capo Mercurio, che Tertullo fa battere aspramente e uccidere.
Entrando in Lentini i tre fratelli liberano un bambino ebreo indemoniato e ammalato, convertono alla fede molti ebrei che abitano in quella città e che successivamente sono condannati alla lapidazione.
Presentati a Tertullo sono sottoposti prima a lusinghe e poi ad ogni genere di supplizi: pece bollente sul capo rasato, acutissimi chiodi ai calzari, strascinamento per le vie della città sotto continue battiture.
Sono prodigiosamente guariti dall'apostolo Andrea e operano ancora miracoli e guarigioni fino a quando Tertullo non ordina che siano sottoposti al supplizio finale: Alfio con lo strappo della lingua, Filadelfo posto su una graticola rovente e Cirino immerso in una caldaia di pece bollente.
I loro corpi, trascinati in un luogo detto Strobilio vicino alle case di Tecla e Giustina, e gettati in un pozzo, ricevono dalle pie donne sepoltura in una grotta, ove in seguito viene edificata una chiesa.
(Autore: Carmelo Randello - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Cirino, pregate per noi.

 

*San Comgall - Abate di Bangor (10 maggio)
m. 622
Martirologio Romano:
In Irlanda, San Comgall, abate, che fondò il celebre monastero di Bangor e fu padre sapiente e guida prudente di una grande schiera di monaci.
Nacque verso il 515-19 in Irlanda e professò vita monastica nel monastero di Moville, sotto la guida di san Fintan di Clonenagh, che gli diede una eccellente formazione ascetica e letteraria.
Successivamente, nel 555 ca., fondò sul golfo di Belfast il monastero di Bangor (attualmente nella contea di Down) che, vivente il santo, ebbe ben tremila abitanti, la maggior parte studenti perché
Bangor, come molti noti monasteri, era anche un centro di studi superiori, di tipo universitario.
Il Santo morì il 10 maggio, non si sa bene se del 601 o del 602. Maestro di san Colombano e di San Gallo ed amico di santa Columba, Comgall esercitò un influsso enorme sull'organizzazione della vita monastica irlandese del sec. VI, formulando anche le regole ascetiche e i metodi apostolici dei monaci irlandesi che si recarono in Scozia, in Inghilterra e nel continente a svolgere attività missionaria. Bangor, infatti, venne per parecchio tempo considerato come un monastero modello, molto ben organizzato, con una vita ricca di pietà e di liturgia.
La regola di San Colombano non solo sarebbe una eco fedele degli insegnamenti spirituali di Comgall, ma, secondo alcuni, sarebbe addirittura il sunto o l'adattamento di una regola antecedente, risalente appunto al fondatore di Bangor.
A Comgall, infine, viene attribuito un influsso notevolissimo sulla disciplina penitenziale irlandese e, in modo particolare, sulla pratica della confessione frequente e sulla dottrina dei peccati veniali, che, grazie ai monaci irlandesi emigrati sul continente, divenne patrimonio comune della spiritualità cattolica.
Esiste una Vita S. Comgalli in due recensioni, la più antica delle quali, nella forma attuale, non sembra anteriore al sec. IX e sembra esser stata composta da un monaco di Bangor: essa, tuttavia, ci dà scarse notizie sulla vita del Santo, la cui festa ricorre il 10 maggio.
Il Martirologio di Tallaght, e quello del Donegal menzionano al 22 gennaio le sante vergini Bogha, Lassara e Colma indicandole come figlie di Comgall.
Si ignora se fossero figlie in senso proprio o soltanto sue figlie spirituali (cf. O'Hanlon, I. pp. 401-402).
(Autore: Antonio Rimoldi - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Comgall, pregate per noi.

 

*San Dioscoride di Smirne (10 maggio)
Martirologio Romano: A Mira in Licia, nell’odierna Turchia, San Dioscoride, Martire.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Dioscoride di Smirne, pregate per noi.


*Beato Enrico Rebuschini - Sacerdote Camilliano (10 maggio)

Gravedona (Como), 28 aprile 1860 - Cremona, 10 maggio 1938
Nato a Gravedona (Como) nel 1860, il Beato Enrico Rebuschini a 18 anni comincia un cammino vocazionale, che però non viene ben visto dalla famiglia, appartenente alla buona borghesia lombarda.
Soprattutto dal padre, il quale però alla fine cede ed Enrico entra 24enne nel seminario di Como. Poi va al Collegio Lombardo di Roma, ma una crisi depressiva lo riporta in famiglia.
Il ritrovato equilibrio, che lui attribuisce all'intervento di Dio, lo porta a impegnarsi per i più bisognosi. Il confessore lo orienta, allora, verso i Camilliani, congregazione dedita a malati e sofferenti. Così, dopo un'illuminazione avuta in una chiesa comasca davanti a un quadro del fondatore, Camillo de Lellis, a 27 anni entra in noviziato. Con una particolare dispensa il vescovo di Mantova Giuseppe Sarto (il futuro Pio X) lo ordina sacerdote già due anni dopo.
Svolge il suo ministero per dieci anni a Verona e dal 1899 alla morte, avvenuta nel 1938, nella casa di cura San Camillo di Cremona. È beato dal 1997. (Avvenire)
Etimologia: Enrico = possente in patria, dal tedesco
Martirologio Romano: A Cremona, Beato Enrico Rebuschini, sacerdote dell’Ordine dei Chierici Regolari Ministri degli Infermi, che servì in semplicità i malati negli ospedali.
Verso la santità, partendo dalla depressione. E anche ricascandoci, più di una volta. Questo è il cammino intrapreso da un ragazzo del Comasco, iniziando da studi liceali con risultati splendidi, che facevano sognare i suoi. Il padre, soprattutto, si aspettava molto da lui, secondogenito di cinque figli, e così dotato di quanto occorreva per il successo nelle professioni, nell’attività economica.
Lui però non aveva quella sicurezza. Da una parte si sentiva chiamato, e quasi obbligato, a operare per gli altri; ma dall’altra lo bloccavano la sfiducia, le paure e poi le delusioni dei primi sforzi per trovare una strada dopo gli studi: provava, e non era mai quella giusta. E la via del seminario, che sentiva più sua, gli era bloccata dalla contrarietà del padre.
Ma anche il padre deve rassegnarsi, quando Enrico arriva ai 24 anni. E così lui si fa seminarista a quell’età, in Como. Qui fanno presto a scoprire le sue doti, e lo mandano a studiare teologia nell’Università Gregoriana di Roma. Riprende lo slancio dei suoi anni liceali, ma poi lo aggredisce una forma grave di depressione. Perciò, ritorno in famiglia, poi ricovero in casa di cura. La ripresa
è lenta, e non certo definitiva. Ma questa sofferenza lo orienta. Gli precisa la vocazione. Enrico Rebuschini scopre il mondo degli ammalati e scopre che dovrà vivere con loro e per loro: anche perché è come loro.
Un’illuminazione simile a quella che nel ’500 ha orientato il soldato di ventura Camillo de Lellis, ricoverato all’ospedale romano di San Giacomo degli Incurabili con una piaga sempre aperta in un piede. San Camillo lo “cattura” attraverso la frequentazione degli ammalati, la preghiera, i suggerimenti del suo confessore.
Nel 1887, a 27 anni, Enrico va a Verona ed entra come novizio tra i Ministri degli infermi, denominazione canonica dei Camilliani. Dopo due anni di noviziato, il 14 aprile 1889 è ordinato sacerdote da monsignor Giuseppe Sarto, vescovo di Mantova e futuro Papa Pio X.
Lavora per dieci anni a Verona, insegnando ai novizi dell’ordine e assistendo gli ammalati. Nel 1899, eccolo con i Camilliani a Cremona, prima nella casa di cura di via Colletta, poi in quella di via Mantova. Per quasi 39 anni, fino alla morte. Qui sarà economo per 33 anni; e per 19 superiore, in tre distinti periodi. Infermiere, sempre. Fedelissimo agli Ordini et modi prescritti ai suoi da San Camillo per il rapporto con gli infermi, partendo da “carità” e “diligenza”, e terminando con “piacevolezza” “mansuetudine”, “rispetto”, “onore”.
Per Enrico Rebuschini, tutti coloro che la malattia costringe a letto sono i “Signori malati”; vicini a Dio, e perciò potenti, proprio a causa della loro sofferenza. Per lui sono tutti così, nello spirito camilliano, credenti e non credenti. Anzi, per questi ultimi sa magnificamente associare l’attenzione con la delicatezza.
E tutto questo in mezzo all’andata e ritorno della sua depressione. Come è detto nella documentazione canonica sulle sue virtù in grado eroico: «più volte nel corso della sua vita portò la croce di grandi sofferenze interiori, che non gli impedirono tuttavia di progredire nelle vie del Signore». E ha continuato sempre a sostenere ogni altro “portatore di croce”, fino all’ultimo giorno.
Giovanni Paolo II lo ha proclamato beato nel 1997. Il suo corpo è custodito nella cappella della Casa di cura “San Camillo” a Cremona. (Autore: Domenico Agasso – Famiglia Cristiana)
Enrico Rebuschini nacque a Gravedona (Como) il 28 aprile 1860, secondo di cinque figli in una famiglia della buona borghesia lombarda.
Sui diciott’anni, Enrico, pure gratificato dal successo negli studi, non era un ragazzo sereno e attraversava momenti prolungati di tristezza.
Alle prospettive mistiche si univano ansie spirituali. Lui sentiva il richiamo alla vita religiosa, ma era un discorso che al papà dava sui nervi, perché aveva altre mire per il suo Enrico.
Seguirono tentativi di sistemazioni diverse, nelle quali, pure cercando di impegnarsi, di fatto si trovava a disagio perché non aveva scoperta la sua strada e riemergeva il desiderio verso una donazione totale. Dovrà convincersi anche il padre, che alla fine permette al figlio, già ventiquattrenne, di entrare nel seminario di Como.
Date le sue qualità, viene inviato al Collegio Lombardo di Roma per frequentare gli studi teologici all’Università Gregoriana.
Riesce lodevolmente negli studi, e stimato dai superiori, eppure Enrico viene ripreso da una crisi più grave di depressione e deve ritornare in famiglia. Si sentiva incerto, diffidava di sé, era anche inceppato nella parola. Ricoverato per un certo periodo in una casa di cura, scriverà dopo anni: "Là Dio operò la mia salute con darmi confidenza nella sua infinita bontà e misericordia".
Il sofferto ricupero viene attribuito dal Rebuschini all’intervento liberante di Dio e di Maria santissima. Ci saranno in seguito delle ricadute, sempre concomitanti con uno stato di affaticamento, ma meno gravi e più brevi. Come per San Camillo la piaga ulcerosa è stata la via che ho ha condotto agli ammalati, così per il nostro Enrico la crisi lo aiuterà a sensibilizzarsi verso i malati e a orientarsi verso la vocazione camilliana.
Ripreso l’equilibrio psicologico, Enrico si impegna spiritualmente e riprende l’abitudine di visitare i bisognosi, abbinando l’erogazione di sussidi al supporto morale e religioso.
Apprezzando tate sensibilità, il suo confessore lo orienta verso i Camilliani, l’istituto religioso dedicato all’assistenza dei malati. Sarà pregando davanti al quadro di S. Camillo de Lellis, nella chiesa parrocchiale in Como di S. Eusebio, che Enrico, come confidò poi a suo cugino, ebbe come una folgorazione che gli illuminò la strada. Il Santo è ritratto davanti al Crocifisso, che staccando le braccia dalla croce gli dice: "Continua, l’opera non è tua, ma mia". Enrico ritiene rivolta a sé quell’esortazione e, a 27 anni, decide di presentarsi al noviziato dei Camilliani a Verona.
Con particolare dispensa, ancora durante il biennio di noviziato viene ordinato sacerdote dal Vescovo di Mantova, mons. Giuseppe Sarto (il futuro Papa San Pio X), il 14 aprile 1889. Nella festa dell’Immacolata 1891 emette la professione religiosa definitiva.
Per un decennio svolge il suo ministero a Verona, dapprima come vicemaestro e insegnante dei novizi; poi si prodiga come assistente spirituale agli infermi negli ospedali Militare (1890-95) e Civile (1896-99) della città.
Il 1 maggio 1899 p. Enrico arriva a Cremona, nella Casa di cura S. Camillo, dove rimarrà fino alla morte. Per il suo spirito di servizio ai confratelli viene confermato per undici anni superiore della comunità e per trentaquattro anni amministratore-economo.
Quarant’anni di vita e di operosità, in cui senza far rumore, ma con l’eloquenza dell’esempio e della bontà, si è guadagnato la stima e l’affetto di tutta la città e il soprannome popolare di "Padrino santo".
Il 23 aprile 1938, dopo aver celebrato presso un malato grave, ritorna a casa con un forte raffreddore, cui non da importanza. Due giorni dopo è a letto con broncopolmonite. L’8 maggio chiede l’Olio Santo. Il 10 rende l’anima a Dio. Aveva 78 anni.
Il 4 maggio 1997 viene proclamato beato da Giovanni Paolo II. La spiritualità del Beato Enrico La santità “feriale”
Richiamando le figure dei beati e dei santi, si esaltano soprattutto le opere e Ia dottrina, quasi costituiscano l’aspetto principale della santità. Ma essi non sono diventati santi per queste manifestazioni esterne.
Il nostro Beato ci svela il segreto della santità "feriale", ossia della santità vissuta nella quotidianità dell’esistenza. Lo scrittore Alessandro Pronzato ha così felicemente sintetizzato il suo identikit: "Uno come noi eppure tanto diverso da noi". Ossia non ha compiuto azioni straordinarie, ma ha vissuto con straordinaria spiritualità la vita di ogni giorno.
Era un religioso mite, umile, silenzioso, sempre disponibile ad aiutare i confratelli, i malati, i poveri, anche quando poteva ben sapere che qualcuno abusava della sua bontà.
"Ovunque è passato — ricorda mons. Giulio Nicolini, vescovo di Cremona —, il beato Enrico ha lasciato il ricordo di una vita religiosa esemplare; una vita vissuta nel silenzio, nella preghiera, nell’umiltà e nella carità, in una parola nella santità quotidiana, concreta, reale, che può essere imitata e praticata da tutti coloro che vogliono impegnarsi nel servizio generoso e incondizionato a Dio e al prossimo, in particolare dei bisognosi e dei malati".
È stato l’uomo della preghiera e del servizio.
La donazione ai malati La maturazione spirituale del nostro Beato è iniziata nella sofferenza per le deprimenti crisi depressive. Anche dopo il sacerdozio ebbe un’altra prova, pare l’ultima, di esagerato senso di colpa. La depressione può rinchiudere la persona in se stessa e provocare comportamenti rigidi e difensivi. Enrico ha valorizzato la prova con umiltà e fiducia in Dio, trasformando il lato debole della sua personalità in particolare sensibilità verso coloro che soffrono e delicata comprensione nel ministero della confessione. Riuscì a realizzare un comportamento sereno e una capacità di donazione straordinaria.
Nei mesi che precedettero l’entrata nell’Ordine dei Camilliani, lasciò scritto nel diario: "Offro per il mio prossimo tutto me stesso e la mia vita". E fu fedele a questa donazione, particolarmente verso i malati, donazione che partiva da una intensa vita di comunione con Dio.
Nel servizio ai malati applicava la raccomandazione di San Camillo: "Servire i malati come fa una madre con il suo unico figlio infermo". Sua caratteristica era il tratto delicato, riguardoso e caritatevole verso tutti. Sempre di umore uguale, sereno, gentile e premuroso.
Per quelli che erano lontani da Dio, faceva pregare e pregava insistentemente lui stesso in cappella. Più volte fu visto sostare in orazione prima di entrare in una stanza dove c’era un malato allergico ad ogni richiamo religioso. Poi, timidamente, si affacciava rivolgendo poche parole, ma per lui parlava il volto, lo sguardo che riflettevano spiritualità convinta e sensibilità fraterna e colpivano salutarmente.
Un simile equilibrio, arricchito da una capacità di relazione autentica, fatta di sensibilità, manifesta la maturazione spirituale. Sulle orme del fondatore, San Camillo, evidenziava Giovanni Paolo II ai pellegrini accorsi a per la beatificazione del Rebuschini, "egli ha testimoniato la carità misericordiosa, esercitandola in tutti gli ambiti in cui ha operato".  Il suo saldo proposito di "consumare il proprio essere per dare Dio al prossimo, vedendo in esso il volto stesso del Signore", lo impegnò in un arduo cammino ascetico e mistico, caratterizzato da un’intensa vita di preghiera, da un amore straordinario per l’Eucaristia e dall’incessante dedizione per gli ammalati e i sofferenti.
(Fonte: www.camilliani.org/beati)
Giaculatoria - Beato Enrico Rebuschini, pregate per noi.

 

*San Filadelfo - Martire (10 maggio)
Patronato: Lentini (SR) e Trecastagni (CT)
Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Lentini in Sicilia, Santi Alfio, Filadelfio e Cirinio, martiri.  
Santi Alfio, Filadelfo e Cirino, fratelli Martiri.
Le notizie che possediamo sulla vita e sul martirio dei tre fratelli, Alfio, Filadelfo e Cirino, il cui culto è molto diffuso in quasi tutta la Sicilia Orientale fin dall'alto medioevo, sono tutte contenute in un documento, che gli studiosi delle vite dei Santi fanno risalire al secondo decennio della seconda metà del secolo X, al 960 circa: si tratta di una lunga e minuziosa narrazione scritta da un monaco, certamente basiliano, di nome proprio Basilio, e con verosimiglianza a Lentini in provincia di Siracusa, come si evince dalla precisa indicazione dei luoghi, delle tradizioni e dei costumi della comunità là esistente.
Il manoscritto, che si compone di più parti, alla fine della terza parte si chiude con questo periodo, ovviamente in greco: "Con l'aiuto di Dio venne a fine il libro dei SS. Alfio, Filadelfo e Cirino, scritto per mano del monaco Basilio".
Il prezioso scritto si conserva nella Biblioteca Vaticana, segnato col numero 1591, proveniente dal monastero di Grottaferrata, nei pressi di Roma.
Secondo il manoscritto citato i nostri Santi hanno subito il martirio nella persecuzione di Valeriano e precisamente nel 253.
I tre fratelli sono nati a Vaste, in provincia di Lecce, il padre Vitale apparteneva a famiglia patrizia e la madre, Benedetta, affrontò direttamente e spontaneamente l'autorità imperiale per manifestare la propria fede e sottoporsi al martirio.
Il prefetto Nigellione, giunto a Vaste per indagare sulla presenza di cristiani, compie i primi interrogatori e, viste la costanza e la fermezza dei tre fratelli, decide di inviarli a Roma insieme con Onesimo, loro maestro, Erasmo, loro cugino, ed altri quattordici.
Da Roma, dopo i primi supplizi, vengono mandati a Pozzuoli, dal prefetto Diomede, il quale sottopone alla pena di morte Erasmo, Onesimo e gli altri quattordici e invia i tre fratelli in Sicilia da Tertullo, a Taormina; qui vengono interrogati e tormentati e poi mandati a Lentini, sede ordinaria del prefetto, con l'ordine che il viaggio sia compiuto con una grossa trave sulle spalle.
I tre giovani sono liberati dalla trave da una forte tempesta di vento; passano da Catania, dove vengono rinchiusi in una prigione, che ancora oggi è indicata con la scritta "Sanctorum Martyrum Alphii Philadelphi et Cyrini carcer", in una cripta sotto la chiesa dei Minoritelli; in questo viaggio, secondo un'antica tradizione molto diffusa, confortata peraltro da un culto mai interrotto, sono passati per Trecastagni, perché la normale via lungo la costa era impraticabile a causa di una eruzione dell'Etna.
Nel cammino da Catania a Lentini avvengono vari prodigi e conversioni: si convertono addirittura i venti soldati di scorta e il loro capo Mercurio, che Tertullo fa battere aspramente e uccidere.
Entrando in Lentini i tre fratelli liberano un bambino ebreo indemoniato e ammalato, convertono alla fede molti ebrei che abitano in quella città e che successivamente sono condannati alla lapidazione.
Presentati a Tertullo sono sottoposti prima a lusinghe e poi ad ogni genere di supplizi: pece bollente sul capo rasato, acutissimi chiodi ai calzari, strascinamento per le vie della città sotto continue battiture.
Sono prodigiosamente guariti dall'apostolo Andrea e operano ancora miracoli e guarigioni fino a quando Tertullo non ordina che siano sottoposti al supplizio finale: Alfio con lo strappo della lingua, Filadelfo posto su una graticola rovente e Cirino immerso in una caldaia di pece bollente.
I loro corpi, trascinati in un luogo detto Strobilio vicino alle case di Tecla e Giustina, e gettati in un pozzo, ricevono dalle pie donne sepoltura in una grotta, ove in seguito viene edificata una chiesa.
(Autore: Carmelo Randello – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Filadelfo, pregate per noi.

 

*San Frodoino - Abate di Novalesa (10 maggio)

† 816

Frodoino figlio di un nobile franco (Magafredo), giovanissimo fu "oblato" al monastero dei Santi Pietro e Andrea di Novalesa, ove poi fu anche monaco. Il 10 febbraio 773, alla morte dell’abate Asinario, assunse il governo. Egli resse l’abbazia in uno dei tempi di maggior splendore. Era amico di Carlo Magno, il quale stabilì presso la Novalesa il quartiere generale nella battaglia delle Chiuse (presso la Sacra di San Michele) che gli aprì la via verso Roma, immortalata nell’Adelchi manzoniano. Carlo Magno non dimenticò l’amicizia e l’aiuto dell’abate, determinanti per l’esito della guerra e concesse numerose franchigie e donazioni all’abbazia.
Occupata l’Italia, incoronato in Roma nell’aprile 774 re dei Longobardi, Carlo Magno sulla via del ritorno si soffermò nuovamente in Novalesa, dove affidò a Frodoino il figlio Ugo in tenera età, affinché ne facesse un buon monaco.
Frodoino fu uomo di grande saggezza e di grande attività: diede valido incremento agli studi presso i suoi monaci. Sotto di lui lavorò il monaco Atteperto, famoso copista di cui si conserva ancora un magnifico evangeliario. Dopo quarantatre anni di governo, Frodoino, celebre per nobiltà e splendore di virtù, morì in fama di santità nell’816. É ricordato il 10 maggio.
Figlio del nobile franco Magafredo, fu, giovanissimo, «oblato» del monastero dei SS. Pietro e Andrea di Novalesa, del quale, il 10 febbraio 773, alla morte dell'abate Asinario, assunse il governo. Egli resse l'abbazia in uno dei periodi di maggiore splendore; amico fraterno di Carlo Magno, legò il proprio nome a grandi episodi della storia d'Italia.
Nel 772 papa Adriano I, in guerra con Deside re dei Longobardi, chiamò Carlo Magno in aiuto: l'imperatore varcò il Moncenisio nel settembre 773, ma trovò munitissime fortificazioni allo sboc della valle segusina (Clausa Langobardorum, oggi Chiusa di San Michele).
Carlo Magno, stabi nell'abbazia di Novalesa il quartiere generale per la battaglia che gli aprì la via verso Roma, immortalata nell'Adelchi manzoniano, non dimenò l'amicizia e l'aiuto dell'abate, determinanti per l'esito della guerra, e concesse numerose franchigie e donazioni all'abbazia, delle quali abbiamo diretta testimonianza nel Chronicon Novalicense (ms. dell'XI sec.), e nei Diplomi originali del 773 e del 779, custoditi nell'Archivio di Stato di Torino.
Occupata l'Italia, incoronato in Roma nell'apri 774 re dei Longobardi, Carlo Magno sulla via del ritorno si soffermò nuovamente in Novalesa, dove affidò a Frodoino il figlio Ugo in tenera età, affiné ne facesse un buon monaco.
Dopo Amblulfo, successore di Frodoino, Ugo divenne abate. Per amore del figlio, Carlo Magno fece larghe donazioni alla abbazia, fra le quali il corpo di s. Valerico, traslato da Novalesa nel 906 per sottrarlo all'invasione dei Saraceni, ed oggi conservato nel santuario torinese della Consolata.
Frodoino diede notevole incremento agli studi; sotto di lui lavorò il monaco Atteperto, famoso copista di cui si conserva ancora un magnifico Evangeliario. Dopo quarantatre anni di governo, morì in fama di santità nell'816; è ricordato il 10 maggio.

(Autore: Giuseppe Gazzera – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Frodoino, pregate per noi.

 

*San Giobbe (10 maggio)
«Visse nel paese di Hus» (Giobbe 1,1), che molti autori identificano con la regione posta tra l'Idumea e l'Arabia settentrionale. Tutto fa credere che non fosse ebreo, ma «retto, timorato di Dio» (1,1; 2,3). Era al colmo della ricchezza e della felicità quando improvvisamente fu colpito da una serie di disgrazie che lo privarono in breve tempo di ogni suo avere e perfino dei figli (1,13-19).
Semplici le sue parole di rassegnazione davanti alla perdita delle cose e delle persone piú care: «Jahweh ha dato e JIahweh ha tolto: il nome di Jahweh sia benedetto» (1,21). Colpito da una malattia che lo riduce tutto una piaga, non perde la sua calma, neppure davanti allo scherno e alla derisione della moglie (2, 7-10).
Cacciato di casa, è costretto a passare i suoi giorni in mezzo ad un letamaio. Qui lo trovano tre amici che, informati della sua disgrazia, sono accorsi a confortarlo. A questo punto il libro introduce un lunghissimo dialogo (3-41) che discute in forma alta mente poetica il problema dell'origine cioè del dolore nel mondo.
La vita di Giobbe dopo la prova è compendiata dal libro sacro in pochissimi versetti (42, 11-17). Riebbe i suoi armenti, generò di nuovo sette figli e tre figlie, visse ancora altri 140 anni. (Avvenire)
Etimologia: Giobbe = perseguitato, sopporta le avversità, dall'ebraico
Martirologio Romano: Commemorazione di San Giobbe, uomo di mirabile pazienza in terra di Hus.
É una figura molto nota nella Bibbia e nella tradizione cristiana come modello di santità e di pazienza. Egli "visse nel paese di Hus" (1, 1), che moltissimi autori identificano con la regione posta tra l'Idumea e l'Arabia settentrionale. Era "l'uomo piú facoltoso di tutti gli Orientali" e possedeva cammelli, buoi, asini e schiavi in grandissima quantità ( 1, 3 ). Tutto fa credere che non fosse ebreo, uomo intemerato nei costumi, "retto, timorato di Dio e alieno dal male" (1, 1; 2, 3).
Ebbe sette figli e tre figlie e nella sua famiglia esercitò funzioni sacerdotali offrendo ogni sette giorni sacrifici per ciascuno dei suoi figli (1, 5; 42, 8). Era al colmo della ricchezza e della felicità quando improvvisamente fu colpito da una lunga serie di disgrazie che lo privarono in breve tempo di ogni suo avere e perfino dei figli (1, 13-19). Bellissime, pur nella loro lapidaria semplicità, le sue
parole di rassegnazione davanti alla perdita delle cose e delle persone piú care: "Iahweh ha dato e Iahweh ha tolto: il nome di Iahweh sia benedetto" (1, 21) Colpito da una ributtante malattia che lo riduce tutto una piaga, non perde la sua calma, neppure davanti allo scherno e alla derisione della moglie (2, 7-10).
Cacciato di casa, è costretto a passare i suoi giorni in mezzo ad un letamaio. Qui lo trovano tre amici che, informati della sua disgrazia, sono accorsi a confortarlo.
A questo punto il libro introduce un lunghissimo dialogo (3-41) che, partendo dal caso concreto del protagonista discute in forma alta mente poetica quel grave problema che non ha mai cessato di assillare l'umanità, l'origine cioè del dolore nel mondo, includendo in questa trattazione "gli oggetti più nobili della conoscenza e coscienza umana, quali Dio e l'uomo, la giustizia e l'ingiustizia, la felicità e la sventura, il destino e il senso della vita". Gli interlocutori sono Giobbe stesso e i suoi tre amici: Eliphaz il Themanita, Baldad il Suhita e Saphar il Naamatita (2, 11); nella seconda parte interviene anche un certo Eliu e infine Dio mede simo che si rivela in una mirabile teofania.
Prende per primo la parola Giobbe che, in un monologo sinceramente drammatico, sfoga tutto il suo dolore maledicendo il giorno della sua nascita e chiedendosi, quasi smarrito, perché mai all'uomo viene data la vita, quando poi è condannato ad essere infelice (3). Giobbe ignora che la sua è una prova ostinatamente voluta da Satana e che Dio ha soltanto permessa (1, 6-12; 2, 1-7).
Il problema, quindi, è impostato con molta chiarezza e senza nessuna pregiudiziale, perché egli lo sente angosciosamente come lo sentirebbe qualunque altro, che, pur avendo piena fiducia in Dio, anzi forse proprio per questo, non sa trovare un per ché al suo dolore straziante.
La discussione che ne segue risente forse un po' troppo della simmetria con cui l'autore del libro ha voluto disporre gli interventi dei tre interlocutori, facendo in modo che ad ogni loro discorso (otto in tutto) ne corri sponda un altro del protagonista (altri otto).
Ma d'altra parte, questo procedimento non manca di una sua funzione perché permette di far risaltare sempre più chiaramente nel corso della discussione l'innocenza di Giobbe e la sua santità.
Il principio su cui si basano tutti gli interventi dei tre amici è quello della teologia tradizionale dell'antico Israele. Dio è buono e giusto. La rivelazione, la ragione e l'esperienza dimostrano che egli, come premia i buoni ricolmandoli di ogni felicità, così punisce i cattivi assoggettandoli al dolore e alle calamità della vita.
Applicando questo principio, essi fanno intendere a Giobbe, prima velatamente, ma poi con sempre maggiore asprezza, che alla radice delle sue disgrazie deve essere necessariamente qualche grave peccato, forse un delitto occulto. Non è difficile a Giobbe dimostrare con l'esperienza dei fatti come spesso l'empio è felice mentre il pio è sventurato. Ma risultando inutili le sue argomentazioni, non gli resta che protestare ripetutamente la sua innocenza, implorare la pietà degli amici e appellarsi al giusto giudizio di Dio (4-3 1 ).
Cosi la via è aperta al quarto interlocutore, Eliu, il quale prospetta una nuova soluzione del problema facendo vedere come il dolore, oltre che punire il peccato, può servire anche a prevenirlo o a purificare l'uomo che se ne è reso colpevole ( 32-37 ). Finalmente dall'alto di una nube Dio stesso fa sentire la sua parola ammonitrice (38-41) e a Giobbe non resta che umiliarsi davanti all'infinita e imprescrutabile sapienza di lui, gettandosi "sulla polvere e sulla cenere" (42, 6). I tre amici sono condannati ad offrire un sacrificio di espiazione per il loro ingiusto e crudele comportamento nei riguardi di Giobbe e questi, proclamato innocente, viene restituito alla sua antica felicità nel godimento di beni due volte superiori a quelli che aveva avuto precedentemente (42, 7-10).
La vita di Giobbe dopo la prova è compendiata dal libro sacro in pochissimi versetti (42, 11-17). Riebbe i suoi armenti, generò di nuovo sette figli e tre figlie, visse ancora altri centoquarant'anni e "vide i suoi figli e i figli dei suoi figli fino alla quarta generazione e morì vecchio e pieno di giorni" (42, 16-17).
Alla laconicità di questo testo si cercò molto presto di supplire con amplificazioni e aggiunte, come quelle della versione greca dei Settanta e quelle dell'apocrifo giudeo Testamento di Giobbe, probabile opera del sec. II d. C. che conosce perfino i nomi dei figli di Giobbe, riferisce i suoi discorsi e ne descrive poeticamente la morte. La tradizione cristiana, però, preferì sempre restare fedele alla pura e semplice figura biblica di Giobbe, considerandolo modello di santità e spesso anche tipo del Cristo sofferente. Dai Padri antichi in genere è chiamato "profeta" e da qualcuno anche "martire" per le sue molte sofferenze. Il suo esempio di straordinaria pazienza fu proposto all'imitazione dei fedeli già da s. Clemente Romano e poi da s. Cipriano da Tertulliano e da tanti altri, sia in Oriente sia in Occidente.
Il suo nome compare già nel Martyr. Hieror. e successivamente in tutti gli altri martirologi La sua immagine, poi, ricorre spesso negli affreschi degli antichi cimiteri cristiani e in numerosissimi sarcofagi d'Italia e della Gallia.
La pellegrina Eteria ci parla di una chiesa eretta in onore di Giobbe nella città di Carneas, ai confini tra l'Arabia e l'Idumea, e sulla sua origine narra il seguente episodio.
Al vescovo di quella città, considerata come terra natale di Giobbe, si presentò un giorno un monaco dicendogli di aver ricevuto, in una visione, l'ordine di scavare in un luogo determinato.
Il vescovo allora, assecondando il desiderio del monaco, fece iniziare i lavori di scavo e quasi subito si trovò una grande caverna, lunga cento m., alla fine della quale vi era una lapide con il nome di Giobbe che ne indicava il sepolcro. Sul luogo fu poi iniziata la costruzione della chiesa, che, peraltro, non fu mai portata a termine completamente.
Giobbe fu venerato anche in Occidente. Gli furono dedicate delle chiese, come a Venezia, a Bologna e in Belgio, degli ospedali, dei lebbrosari, ecc...
Nella liturgia latina è soltanto ricordato nel breve elogio del Martirologio Romano il 10 maggio Le liturgie orientali invece hanno anche un Ufficio in suo onore, e precisamente il 27 aprile in Abissinia, il 6 maggio nelle Chiese greca e melchita, il 22 maggio a Gerusalemme e il 29 agosto nella Chiesa copta.
(Autore: Adalberto Sisti – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Giobbe, pregate per noi.

 

*San Giovanni d'Avila - Sacerdote (10 maggio)
Almodovar del Campo, Spagna, 1500 – Montilla, Spagna, 10 maggio 1569
Sacerdote spagnolo, nato nel 1500, ad Almodovar (Spagna).
Morto il 10 maggio 1569.
É stato canonizzato da Paolo VI e dichiarato dalla Conferenza Episcopale Spagnola Patrono dei sacerdoti diocesani.
Scrisse famose lettere al Concilio di Trento sulla situazione dei sacerdoti. Aiutò Sant'Ignazio di Loyola, San Francesco Borgia, San Pietro Alcantara e Santa Teresa d'Avila.
Martirologio Romano: A Montilla nell’Andalusia in Spagna, San Giovanni d’Ávila, sacerdote, che percorse tutta la regione predicando Cristo e, sospettato ingiustamente di eresia, fu gettato in carcere, dove scrisse la parte più importante della sua dottrina spirituale.
Giovanni d’Avila, mistico e scrittore, amico di Sant’Ignazio di Loyola e consigliere di Santa Teresa d’Avila, fu un Santo sacerdote assai stimato nella Spagna del XVI secolo. Dopo secoli di oblio, solo la canonizzazione, avvenuta nel 1970 ad opera di Papa Paolo Vi, ha risvegliato un discreto interesse nei suoi confronti. Principale biografo del santo fu Luigi di Granada.
Giovanni nacque nel 1500 ad Almodovar del Campo, in Spagna, un centinaio di chilometri a sud di Toledo. La sua famiglia, di condizioni agiate, era di origini giudaiche.
Inviato all’università di Salamanca per studiare diritto, non si sentì però portato per tale genere di studi e, tornato a casa, trascorse tre anni in preghiera e penitenza.
Un francescano gli consigliò di studiare filosofia e teologia, come fece presso Alcalà tra il 1520 ed il 1526, sotto la guida di Domenico de Soto.
Nel frattempo rimase orfano e, ordinato sacerdote 1525, devolvette ai poveri gran parte della sua eredità. Ottimo predicatore, avrebbe desiderato partire missionario per il Messici, ma
l’arcivescovo di Siviglia lo trattenette in patria per predicare in Andalusia.
Per ben nove anni Giovanni d’Avila operò in tale regione, convertendo persone di ogni età e classe sociale e conducendole a notevoli progressi nel loro cammino di fede.
Durante la riconquista della penisola iberica operata sotto i “re cattolici” Ferdinando d’Aragona ed Isabella di Castiglia, parecchie conversioni dall’ebraismo e dall’islam furono in realtà solo fittizie, quindi a maggior ragione si rivelarono indispensabili le predicazioni del santo per una piena conversione dei cuori. Dal 1529 al 1538 predicò con strepitoso successo, sino a quando un’immeritata accusa gli fu rivolta dall’Inquisizione, riguardante l’estremo rigore che caratterizzava i suoi insegnamenti sino ad escludere a priori i ricchi dal Regno dei Cieli.
Scagionato dalle ingiuste accuse, fu accolto trionfalmente da popolo e riprese la sua attività presso Cordova, Granada e Siviglia.
É pervenuto a noi integralmente il suo epistolario spirituale, nonché degli estratti delle sue omelie trascritti dai suoi uditori. Dal 1554 il suo corpo fu segnato dalla malattia, ma nonostante ciò proseguì il suo apostolato sino alla morte, avvenuta presso Montilla il 10 maggio 1569.
Questo santo costituisce un raro esempio di valido esponente della controriforma spagnola non appartenuto ad alcun ordine religioso, benché abbia avuto un ruolo determinante nella conversione di San Francesco Borgia e San Giovanni di Dio ed abbia talvolta sognato di poter entrare nella Compagnia di Gesù.
Dissuaso in tal proposito proprio dal provinciale dei gesuiti di Andalusia, alla sua morte trovò sepoltura proprio nella chiesa dei gesuiti di Montilla.
I vari aspetti dell’insegnamento di questo santo, oggi candidato al titolo di “Dottore della Chiesa”, possono essere analizzati nel trattato sistematico “Audi filia”, piuttosto che nel suo epistolario spirituale, oppure rintracciandolo negli estratti delle sue prediche. Di questi ultimi riportiamo un esempio, volto a tratteggiare la diversità fra ogni anima: “I corpi degli uomini sono di diversa indole, e c’è grande dissomiglianza nella conformazione delle loro menti, perché Dio ha concesso doni diversi a individui differenti.
Non guida tutti nel medesimo sentiero, perciò è impossibile indicare una devozione particolare come la più opportuna. Alcuni non sentono alcuna attrattiva speciale per qualsivoglia forma di devozione ed essi dovrebbero consultare qualcuno [...] così per conoscere se si siano lasciati guidare da una causa d’amore o di timore, di tristezza o di gioia, e come applicare i rimedi più adatti alle loro necessità”.
Questo pare essere uno di quegli eterni insegnamenti già contenuti nella Regola Pastorale del Papa San Gregorio Magno. Giovanni d’Avila insiste circa l’unicità della via tracciata da Cristi, valida per tutti: “Cristo di dice che se noi desideriamo unirci a lui, dobbiamo camminare sulla strada che egli ha percorso.
Non è sicuramente cosa retta dire che il Figlio di Dio avrebbe camminato nei sentieri dell’ignominia mentre i figli dell’uomo vanno per le vie dell’onore mondano”.
Innalza inoltre preghiere affinché il suo corrispondente posa gustare “quali tesori nascosti Dio ci elargisce nelle prove delle quali il mondo pensa solo a fuggire”. Similmente sottolinea come coloro i quali “immaginano di ottenere la santità per mezzo della loro sapienza e forza si ritroveranno, dopo molte tribolazioni, fatiche e sforzi gravosi, lontani dal possederla, e questo in proporzione alla loro certezza di averla ottenuta con le proprie forze”.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Giovanni d'Avila, pregate per noi.

 

*Beato Giusto Santgelp - Mercedario (10 maggio)
XIII secolo
Francese di illustri natali, il Beato Giusto di Santgelp, cavaliere laico dell’Ordine della Mercede, nell’anno 1284 in redenzione nel regno saraceno di Granada in Spagna, liberò 200 schiavi dalla dura schiavitù degli invasori.
La sua carità, umiltà, penitenza furono estremi e morì santamente nel convento di Sant’Antonio abate in Tarragona.
L’Ordine lo festeggia il 10 maggio.  
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giusto Santgelp, pregate per noi.

 

*Santi Gordiano ed Epimaco - Martiri (10 maggio)

† 300 circa

Martirologio Romano: A Roma sulla via Latina, san Gordiano, martire, che fu sepolto nella cripta, dove già da tempo si veneravano le reliquie di Sant’Epimachio martire.
Le fonti archeologiche e liturgiche su questi santi sono relativamente abbondanti, ma quelle agiografiche sono piuttosto scarse ed oscure: con certezza si può pertanto dire che erano sepolti e venerati in una chiesa della via Latina e la loro festa era celebrata, almeno fin dal secolo V, il 10 maggio.
A questa data, infatti, sono ambedue ricordati nel Martirologio Geronimiano, ma con due distinti latercoli, dal che si deve dedurre che essi non ebbero niente in comune durante la vita e che l’unione è dovuta alla doppia circostanza dello stesso dies natalis e della vicinanza della sepoltura.
Ciò è anche confermato da altri indizi: il solo Gordiano è ricordato il 9 maggio nello stesso Geronimiano, mentre in alcuni codici posteriori dello stesso Martirologio, Epimaco è posto nel cimitero di Pretestato.
In un'iscrizione della metà circa del secolo VI, si parla di un certo presbitero Vincenzo che, dopo le distruzioni operate dai Goti, restaurò il sepolcro di Gordiano, senza alcun accenno a quello di Epimaco nei Capitolari, nel Sacramentario Gregoriano-Paduense e nel Gelasiano del secolo VIII è notata la festa del solo Gordiano mentre soltanto nel Martirologio di Beda, nel Sacramentario Gregoriano-Adrianeo e nei sinassari bizantini i due santi sono accomunati; ma queste fonti dipendono certamente dalla passio.
L’Itinerario di Salisburgo (Notitia Ecclesiarum) attesta che il corpo di Gordiano era sepolto sotto l’altare maggiore della chiesa dedicata ad Epimaco, mentre il De locis afferma che ambedue giacevano in uno stesso sepolcro ed erano fratelli; nel secolo VIII però la chiesa era comunemente designata con i nomi di entrambi.
Nell’iscrizione sopra ricordata, unica fonte attendibile su Gordiano, si dice ch’egli era un fanciullo e che, pur essendo vissuto pochi anni, meritò una grande gloria perché aveva versato il suo sangue per Cristo. L’autore della passio invece scrive che Gordiano era vicario dell’imperatore Giuliano l’Apostata; dopo aver fatto uccidere molti cristiani, fu incaricato di giudicare il presbitero Gennaro.
Durante la notte però ebbe un colloquio segreto col sacerdote e, toccato dalla grazia, improvvisamente si convertì al Cristianesimo e fu battezzato dallo stesso Gennaro insieme con la moglie Marina e cinquantatre persone della sua casa. Venuto a conoscenza del fatto, l’imperatore inviò un certo Clemenziano che rinchiuse in carcere Gordiano e Gennaro ed inviò Marina ai lavori forzati in una villa presso le «Acque Salvie».
Invitato con premurose sollecitudini ad apostatare, Gordiano rimase fermo nelle sue decisioni e perciò fu decapitato; il suo corpo rimase esposto ai cani per cinque giorni, ma finalmente un servo riuscì a seppellirlo al primo miglio della via Latina, in una cripta dove era già stato deposto Epimaco.
Di Epimaco nella recensione più antica della passio non si dice altro, ma in manoscritti più recenti si afferma che egli non era un martire romano e che sulla via Latina non c’era il suo sepolcro, bensì soltanto delle reliquie trasportate da Alessandria; così Epimaco veniva identificato col martire omonimo perito sotto Decio di cui parla Eusebio; questa confusione si trova ancor oggi nel latercolo del Martirologio Romano, introdottavi dal Baronio.
Altre notizie tardive e leggendarie affermano che i corpi di ambedue i martiri sarebbero stati portati a Kempten nel secolo VIII.
(Autore: Agostino Amore)
Iconografia
Tra le rare rappresentazioni dei due Santi si ricordano le due statue della fine del secolo XV sull’altare maggiore della chiesa di Dietersheim presso Bingen am Rhein. Gordiano vi è raffigurato in abiti militari, con la palma del martirio e la spada che non è solo l’arma che necessariamente deve accompagnarsi al costume che indossa, ma soprattutto lo strumento del suo martirio; Epimaco d'altra parte non ha nemmeno questo particolare attributo limitandosi a tenere in mano il libro ed il crocifisso, cose queste che non appaiono avere alcuno specifico rapporto né con la sua vita né col suo martirio.
Più logica dunque è, almeno, la palma che appare nella raffigurazione dei due santi in una miniatura del 1510 della Biblioteca Universitaria di Basilea.
(Autore: Angelo Maria Raggi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Gordiano ed Epimaco, pregate per noi.

 

*San Guglielmo di Pontoise - Sacerdote (10 maggio)

† 10 maggio 1192/1195

Martirologio Romano: A Pontoise presso Parigi in Francia, San Guglielmo, sacerdote, che, inglese di nascita, divenuto parroco, rifulse per lo zelo verso le anime e per lo spirito di pietà.
Prete di origine inglese, Guglielmo svolse il suo ministero in un quartiere della città di Pontoise, dipendente dalla badia di San Martino, presso le genti della sua nazione. Sarebbe stato il primo curato della parrocchia dedicata a Nostra Signora.
Morì il 10 maggio 1192 circondato dalla stima generale e onorato dall'amicizia del re Filippo Augusto e di quella di Gualtiero vescovo di Rouen.
Subito dopo la sua morte avvennero sulla sua tomba dei miracoli, di cui rendono testimonianza gli archivi di San Martino, quelli dell'Hotel Dieu e l'erezione, nel 1197, di una cappella dedicata alla sua memoria.
Diversi martirologi lo celebrano il 10 maggio. La sua festa ricorre a questa data a Pontoise e l'11 nel resto della diocesi di Versailles.

(Autore: Gérard Mathon – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Guglielmo di Pontoise, pregate per noi.

  

*Sant'Isidora la Stolta - Vergine in Egitto (10 maggio)
+ 365
La sua agiografia, infarcita di eventi miracolosi che la rendono poco credibile sul piano storico, non ci fornisce informazioni riguardo alla vita precedente alla sua ordinazione, riferendoci solo che, una volta ammessa ne monastero di Tabenna iniziò a comportarsi come una persona insana di mente, tenendo comportamenti non consoni al suo ruolo e rifiutando in maniera recisa di mangiare con le altre sorelle del monastero.
Isidora aveva come compito quello di lavorare in cucina e di pulire ogni angolo del pavimento, compito che pose in essere con diligenza finché non decise, dopo essersi coperta di stracci di non cucinare più per le consorelle e di nutrirsi solo con l'acqua sporca ottenuta con il risciacquo delle stoviglie.
A causa delle sue azioni le sue compagne presero a disprezzarla e a a sgridarla per ogni minima piccolezza senza tuttavia riuscire a modificare il suo comportamento. Infatti le agiografie ci
riferiscono che Isidora non si arrabbiò mai per i continui ribrotti delle compagne, rassegnandosi di buon grado ad essere giudicata come una pazza (così come lei stessa si considerava).
Leggenda vuole che San Pitrim, un monaco asceta del deserto, ebbe una visione in cui un angelo gli ordinava di andare al monastero di Tabenna, di cercare una monaca con un cencio in testa poiché lei sopportava le angherie delle altre sorelle senza lamentarsene, avvicinandosi con i suoi atti alla Passione di Gesù.
Il monaco si diresse allora dove gli era stato indicato senza tuttavia incontrare la sorella descrittagli dall'angelo perché le altre monache la tenevano nascosta ai visitatori con il pretesto che fosse posseduta dal demonio.
Isidora apparve tuttavia e si inginocchiò davanti al monaco il quale, per tutta risposta si prostrò per terra chiedendole di benedirlo. Alle domande delle consorelle Pitrim raccontò la propria visione concludendo che "Vicina a Dio, Isidora è la più in alto di tutti noi".
Dopo quelle parole l'agiografia sulla santa narra che le altre sorelle si pentirono e le chiesero perdono per il loro comportamento.
A seguito di quell'avvenimento si racconta che un gran numero di pellegrini iniziò a giungere al monastero per poterle parlare ma Isidora, volendo nascondersi, si allontanò da questo e iniziò una vita eremitica. morì intorno al 365.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Isidora la Stolta, pregate per noi.

   

*Beato Ivan Merz - Laico della Croazia (10 maggio)
Banja Luka, Bosnia, 1896 - Zagabria, 10 maggio 1928
Martirologio Romano:
A Zagabria in Croazia, Beato Ivan Merz, che, dedito agli studi umanistici e all’insegnamento, diede ai giovani un fulgido esempio di educatore radicato nella fede in Cristo e di laico cristiano impegnato per il progresso della società.  
Lo definiscono un “frutto spirituale spontaneo”, perché alle spalle non ha una famiglia di solidi princìpi cristiani, non un seminario e neppure una guida spirituale stabile.
Trova da solo la “sua” strada verso la santità e, inoltre, gli riesce di essere guida e modello per molti altri.
Nasce a Banja Luka (in Bosnia Erzegovina) nel 1896, in una famiglia liberale e borghese.
É un giovane brillante, elegante e moderno, che va in bicicletta, pattina, gioca a calcio e a scacchi.
É ammirato e anche un po’ invidiato quando gioca – anche piuttosto bene - a tennis con i generali dell’esercito austriaco, ex colleghi di suo padre. Studia in privato l’inglese, il pianoforte, il violino.
Ha dunque tutte le carte in regola per entrare nella buona società, lasciarsi avvolgere dal lusso e abbandonarsi ad una spensierata leggerezza.
Ha una fede debole, vissuta con leggerezza, in perfetta linea con il clima respirato in famiglia.
Ad avvicinarlo alla fede, quella autentica e matura vissuta con intensità e coerenza, è uno dei suoi insegnanti del ginnasio, al quale sarà sempre riconoscente.
A 16 anni il primo amore, il primo ballo, il primo bacio, ma Greta muore poco dopo in modo tragico, lasciandogli un rimpianto dentro che lo accompagnerà a lungo.
I genitori lo vogliono all’accademia militare, ma ne esce dopo appena tre mesi, nauseato dalla corruzione dell’ambiente.
Si iscrive all’università di Vienna e comincia a camminare sulla strada della perfezione, migliorando ogni giorno, rispettando un rigido programma di vita che si è dato, pregando tanto e ricevendo spesso la comunione.
Nel 1916 parte per la guerra e ad inizio 1918 lo troviamo sul fronte italiano: guarda la morte in faccia e ripudia ancor di più la guerra, che ha già sempre contestato.
Ma la guerra lo forgia, lo plasma e gli insegna molte cose: quando torna a casa ha superato tutte le crisi e le lotte spirituali, è diventato maturo, è sempre più saldo nella fede.
Va a studiare a Parigi la letteratura francese, grazie ad una borsa di studio e comincia a preparare la tesi di laurea sull’influsso della liturgia sugli scrittori francesi: si sta infatti innamorando della liturgia e vuole che se ne innamorino i giovani, per i quali inizia un intenso apostolato, fatto soprattutto di testimonianza.
Tutti sono d’accordo nel dire che da lui emana una luce e una forza che hanno radice nella sua vita di preghiera e di penitenza.
Scopre che “la fede cattolica è la mia vocazione di vita” e poiché la fede senza le opere è morta, eccolo impegnato in squisiti gesti di carità, di bontà e di accoglienza che stupiscono e commuovono.
Fedelissimo al Papa e innamorato della Chiesa, si forza di far assorbire all’associazionismo cattolico croato i princìpi dell’Azione Cattolica, enunciati da Pio XI nell’enciclica del 1922.
Muore a Zagabria dopo appena alcuni mesi di malattia il 10 maggio 1928, a soli 32 anni, offrendo la vita per la Chiesa e per i “suoi” giovani.
Giovanni Paolo II°, il 22 giugno 2003, nel suo viaggio in Bosnia mette sugli altari il primo bosniaco, proclamando Beato Ivan Merz, il giovane in “formato europeo” che può essere patrono e modello
dei cittadini di un’ Europa unita dalle comuni radici cristiane.
(Autore: Gianpiero Pettiti – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Ivan Merz e nato a Banja Luka in Bosnia il 16 dicembre 1896. Li riceve un'educazione piuttosto liberale. Finisce gli studi ginnasiali nella sua città natale. Conseguito il diploma liceale nel 1914, frequenta per tre mesi 1'accademia militare di Vienna e poi comincia gli studi universitari.
A causa della Prima guerra mondiale deve interrompere gli studi e viene arruolato; sperimenta sul fronte tutte le atrocità della guerra.
Finita la guerra, riprende gli studi di letteratura a Vienna e li termina a Parigi. Nel 1922, ritorna a Zagreb (Croazia) dove diventa professore di letteratura e lingua francese. Infine nel 1923, si laurea in filosofia all'Università di Zagabria con la tesi: "L'influenza della liturgia sugli scrittori francesi". Privatamente si dedica ai studi di filosofia, teologia e approfondisce i documenti del Magistero della Chiesa. Attraverso la meditazione, ma soprattutto grazie all'esperienza acquisita durante la guerra, raggiunge il vero significato della vita nella fede cristiana. Si dona completamente a Cristo e fa da laico il voto di castità perpetua.
Dedica tutto il suo tempo libero all'educazione della gioventù croata, nell'organizzazione delle "Aquile" (Orlovi), nell'ambito dell'Azione Cattolica e crea per questa il motto "Sacrificio-Eucaristia-Apostolato".
Come intellettuale cattolico, attraverso scritti e incontri, anima e orienta giovani e adulti verso Cristo e verso la Chiesa.
Diffonde sistematicamente in Croazia l'Azione Cattolica.
I cattolici croati lo considerano uno dei massimi iniziatori del movimento liturgico.
Come intellettuale cattolico si distingue per l'amore e la devozione verso la Chiesa di Roma e verso il Vicario di Cristo; i due sentimenti che cerca di inculcare in tutte le persone con le quali viene a contatto.
Anche se giovane laico, è considerato come uno dei pilastri della Chiesa croata.
Con la sua vita cristiana esemplare, con l'apostolato e le voluminose opere scritte, ha lasciato nella Chiesa croata una preziosa eredità spirituale che è diventata fonte di ispirazione per le future generazioni.
Desiderava fondare una comunità di laici al servizio di Cristo e della Chiesa.
Questo suo progetto, dopo la sua morte, si e concretizzato in parte per opera di Marica Stankovic, che ha fondato il primo Istituto secolare femminile in Croazia: "La Comunità delle collaboratrici di Cristo Re".
Il nome di Ivan Merz ha significato e significa tuttora un programma di vita e di lavoro.
Ivan è stato un uomo di fede autentica, di viva preghiera, di tenace abnegazione.
Riceveva la Comunione tutti i giorni e partecipava all'adorazione eucaristica.
Fu un uomo di vasta cultura, era vicino ai suoi simili, manifestava a ciascuno tutto il suo amore cristiano.
Ivan è morto a Zagabria a soli 32 anni, il 10 maggio 1928 in odore di santità.
In punto di morte ha offerto a Dio la sua vita per la gioventù croata.
I suoi resti mortali si trovano nella Basilica del Sacro Cuore a Zagabria, dove negli ultimi sei anni della sua vita era solito partecipare alla messa quotidianamente.
Nel 1958 è iniziato il processo diocesano per la sua beatificazione, conclusosi nel 1986. Fu poi trasferito a Roma presso la Congregazione per le cause dei santi, dove adesso prosegue.
Su Ivan Merz sono pubblicati parecchi scritti, prevalentemente in lingua croata.
A Roma, sull'Anselmianum (1975) et sul Salesianum (1978) sono state scritte in italiano e pubblicate due tesi di laurea su Ivan Merz.
In occasione del Sinodo dei Vescovi sui laici in Vaticano il 10 ottobre 1987 fu tenuto a Roma nella Curia Generalizia dei Gesuiti un simposio su Ivan Merz.
La figura di Ivan Merz fu presentata anche nel Colloquio internazionale sulle comuni radici cristiane delle nazioni europee tenutosi in Vaticano nel novembre 1981.
Nel 1998 la Libreria Editrice Vaticana ha pubblicato il volume di Mons. Fabijan Veraja "Ivan Merz pioniere dell'Azione Cattolica in Croazia" di 1104 pagine che serve anche come documento base per il suo processo di beatificazione.
Nella personalità di Ivan Merz confluiscono dal punto di vista etnico e culturale, elementi di varie nazioni europee, in un insieme armonico, perfettamente saldato dalla religione cattolica.
In questo senso Ivan Merz può servire da modello per i cittadini di una futura Europa unita sulle comuni radici cristiane.
Pensieri di Ivan Merz
Devi sapere che la vita universitaria a Vienna, la guerra, gli studi e, alla fine Lourdes mi hanno convinto fino in fondo sulla veridicità della fede cattolica.
Ed e per questo che tutta la mia vita ruota intorno a Cristo Signore (lettera alla madre da Parigi nel 1921). La fede cattolica è la mia vocazione di vita.
Perché amo la Chiesa Cattolica e il Santo Padre?
Perché nella Chiesa vedo la chiara immagine dell'amatissimo Salvatore, l'uomo-Dio Cristo Gesù, con tutte le sue perfezioni, e nelle sembianze del Papa vedo il mio Dio e il mio Signore.
Se non credessi cesserei di esistere.
Alla radice di ogni apostolato deve esserci la lotta contro il peccato.
La sofferenza fa più per il Regno di Cristo che un lungo lavoro, dotte discussioni, discorsi o articoli splendidi.
Il testamento di Ivan
Morto nella pace della fede cattolica. La mia vita fu Cristo e la morte un guadagno. Aspetto la misericordia del Signore e l'indivisibile, completo, eterno possesso del Santissimo Cuore di Gesù. Felice nella gioia e nella pace.
La mia anima raggiungerà lo scopo per il quale è stata creata.
Questo testo Ivan Merz l'ha composto da solo poco prima di morire. Oggi si trova come epitafio sulla sua tomba nella Basilica del Sacro Cuore a Zagabria.
Visitate la sua web pagina: www.ffdi.hr/ivan-merz
Ci sono ampie informazioni su Ivan Merz in italiano nel direttorio "International"
Per tutte le altre informazioni rivolgersi alla: Postulazione della Causa di beatificazione di Ivan Merz, Via del Grano, 35 - 00172 Roma - Tel. 06/2302660 - Fax 2300836
E-mail: postulatura.merz@ffdi.hr
(Autore: Bozidar Nagy – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Ivan Merz, pregate per noi.

 

*San Miro di Canzo - Eremita 10 (21) maggio (10 maggio)
Canzo (Como), 1306 ca. – Sorigo (Como), 1381  
È venerato a Sorico (Sorigo) sul lago di Como, nacque a Canzo paese sullo stesso lago, verso il
1306; da giovane donò tutto ciò che possedeva ai poveri e si mise a condurre vita eremitica, prima nei dintorni del paese natio Canzo e poi a Sorigo in diocesi e provincia di Como, sulla Riviera del Lario.
Alcuni studiosi lo classificano appartenente al Terz’Ordine Francescano, altri lo negano.
Dopo una vita durata 75 anni, in gran parte dedita all’eremitaggio ed alla mortificazione nella povertà.
Miro morì nel 1381 e venne sepolto a Sorigo nella chiesa di San Michele (oggi chiamata di San Miro), situata su un vicino colle.
La prima ‘Vita’ scritta in italiano pare derivasse da un precedente testo latino andato perduto. Un’antica pittura lo raffigura in abito grigio da eremita o da pellegrino.
Il 10 settembre 1452 si ebbe la ricognizione delle reliquie, seguita poi da quelle del 1837 e del 1932.
La festa liturgica si celebrava o si celebra ancora il secondo venerdì di maggio, mentre il padre somasco Tatti nel suo "Martyrologium Nocomiensis" lo collocò al 10 maggio; è ricordato anche il 21 maggio probabile data della prima ricognizione.  
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Miro di Canzo, pregate per noi.

  

*Beato Niccolò (Nicolò) Albergati - Vescovo (10 maggio)
Bologna, 1375 - Siena, 10 maggio 1443
Etimologia:
Niccolò = variante di Nicola
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: A Siena, transito del Beato Nicola Albergati, vescovo di Bologna, che entrò giovane nell’Ordine dei Certosini e, ordinato vescovo, giovò molto alla Chiesa con il suo impegno pastorale e con le sue missioni apostoliche. Nicolò, della nobile famiglia Albergati, a 18 anni entrò fra i monaci della Certosa di Bologna, di cui divenne priore.
Nel 1417 fu eletto vescovo della città per designazione popolare e da Martino V fu creato cardinale nel 1426.
Coltivò l'istruzione religiosa delle classi popolari fondando la Compagnia di San Gerolamo Miramonte.
Sotto il suo episcopato, per la prima volta, nel 1433 discese dal Colle della Guardia l'immagine della Beata Vergine di San Luca.
Inviato come Legato Pontificio nelle nazioni europee, fu artefice e messaggero di pace tra i popoli, e animatore del Concilio Ecumenico di Ferrara-Firenze nel 1438.
Morì a Siena e fu sepolto nella Certosa di Firenze. Benedetto XIV lo annoverò fra i Beati nel 1744.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Niccolò Albergati, pregate per noi.

  

*Santi Quarto e Quinto - Martiri di Roma (10 maggio)
sec. IV
Martirologio Romano:
Nello stesso luogo (A Roma sulla via Latina), commemorazione dei Santi Quarto e Quinto, martiri.
La più antica notizia di questi Santi si trova nel Martirologio Geronimiano che li ricorda il 10 maggio con l'indicazione topografica ad centum aulas sulla via Latina.
Quale fosse il luogo cosi designato non si sa, ma gli Itinerari del sec. VII concordemente attestano che i sepolcri dei due martiri si trovavano nella chiesa dei santi Gordiano ed Epimaco.
Il latercolo del Geronimiano fu trascritto dai martirologi storici e da questi passò anche nel Romano, in cui il Baronio vi aggiunse che i corpi di Quarto e Quinto sarebbero stati trasferiti a Capua.
Questa notizia non ha un solido fondamento e dipende dal fatto che nel famoso mosaico absidale della chiesa di San Prisco a Capua, erano raffigurati due santi omonimi.
Ciò condusse anche qualche studioso locale ad asserire che Quarto e Quinto fossero due chierici capuani martirizzati a Roma e si giunse persino a farne due vescovi della predetta città.
Rimane dubbio se i due Santi del mosaico capuano debbano identificarsi con i romani dal momento che di nessuno di loro si hanno altre più sicure notizie.
(Autore: Agostino Amore – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Quarto e Quinto, pregate per noi.


*Santa Solangia - Vergine e Martire (10 maggio)
sec. IX
Martirologio Romano:
Presso Bourges nella regione dell’ Aquitania, in Francia, Santa Solangia, Vergine, che si tramanda abbia affrontato il martirio per conservare la sua castità.
Solange nacque verso l'863 d. C. a Villemont, vicino a Bourges. I suoi erano povera gente che viveva alle dipendenze del Conte di quel luogo. Ella era forte, gaia e devota e le piaceva ascoltare le vite dei santi durante le lunghe sere d'inverno.
Le piaceva soprattutto la storia di Sant'Agnese che aveva affrontato un terribile martirio e tra sè e sè ripeteva che avrebbe seguito le sue orme.
Diventata più grande si occupò del piccolo gregge della famiglia: si alzava all'alba, passando
davanti alla piccola chiesa si fermava per portarvi qualche fiore e poi se ne andava per la campagna dove aveva costruito una piccola cappellina tutta per sè e là si inginocchiava pregando con fervore.
Talvolta era rapita in estasi e allora il tempo le passava velocemente ma gli angeli la richiamavano alla realtà.
Era anche molto generosa nei confronti dei poveri e diseredati a cui si accostava per sanare qualche ferita.
A sedici anni, ormai in età da marito, era diventata tanto bella che il giovane Rainolfo, figlio del nuovo conte, che l'aveva vista nelle campagna, decise di farla sua sposa.
Un giorno, andando a caccia con il pensiero di incontrarla, la trovò in preghiera nel suo piccolo oratorio e vedendola assorta non la disturbò nemmeno, aspettando che lei si rialzasse; quando lei si destò dalla sua estatica preghiera, riconoscendolo, gli fece un profondo inchino, ma si incamminò per la sua strada, restando silenziosa alla sua domanda di matrimonio.
Nonostante il giovane la pregasse e cercasse di convincerla, lei lo rifiutò dicendo che era già sposa di Cristo.
Lui sembrò dapprima rassegnato, ma non abbandonò quel pensiero che lo tormentava e un giorno, mentre Solange era nel bosco, cercò di fermarla con la forza; lei riuscì a svincolarsi dalla sua presa e cominciò a correre, inseguita dal conte sempre più accecato dall'ira che, alla fine, sguainò la spada e le recise il capo, dicendo: "Così non sarai sposa di nessun altro!".
Ma dalla testa, che sembrava ancora animata, eruppe un grido: "Gesù" e sotto gli occhi atterriti del giovane, il corpo riprese vita, afferrò la testa e continuò la sua strada, giungendo poi nel luogo in cui sarebbe stata sepolta in quel campo dove soleva soffermarsi in preghiera.
(Autore: Patrizia Fontana Roca - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Solangia, pregate per noi.


*Altri Santi del giorno (10 Maggio)
*xxx
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi


 
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