Santi del 10 Settembre - Istituto Aveta

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Santi del 10 Settembre

Il mio Santo > I Santi di Settembre

*Beati 52 Martiri di Nagasaki (10 settembre)
Scheda del gruppo a cui appartengono:
“Beati Martiri Giapponesi Beatificati nel 1867-1989-2008”
+ Nagasaki, Giappone, 10 settembre 1622

Martirologio Romano: A Nagasaki in Giappone, Beati Sebastiano Kimura, della Compagnia di Gesù, Francesco Morales, dell’Ordine dei Predicatori, sacerdoti, e cinquanta compagni, martiri, che, sacerdoti, religiosi, coniugi, giovani, catechisti, vedove e bambini, morirono per Cristo su un colle davanti a una grande folla tra crudeli torture.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beati 52 Martiri di Nagasaki, pregate per noi.


*Sant'Agabio di Novara - Vescovo (10 settembre)
Etimologia: Agabio = di origine longobarda
Martirologio Romano: A Novara, Sant’Agabio, vescovo.
Le fonti documentarie, tra cui i dittici eburnei della Cattedrale e della Basilica di san Gaudenzio, concordano nell’indicare Agabio quale secondo vescovo di Novara, dopo Gaudenzio, nella prima metà del IV secolo.
Secondo la tradizione, che venne fissata in un racconto agiografico del XII – XIII secolo, Agabio,
fedele discepolo del primo vescovo, venne da lui stesso designato a guida della diocesi novarese e diede onorevole sepoltura al suo maestro nella basilica extramuraria esistente fino alla metà del XVI secolo.
La figura di Agabio viene presentata come quella del pastore sapiente che, dedicandosi alla preghiera e al digiuno, riesce ad essere coraggiosa guida del gregge lui affidato, fino alla morte che i calendari da sempre collocano al 10 settembre.
La sua sepoltura, situata lungo la strada per Milano, venne monumentalizzata con la costruzione di una chiesa lui dedicata, mentre le sue reliquie già dall’890 furono dal vescovo Cadulto traslate nella Cattedrale di Santa Maria, dove ancora riposano in un altare marmoreo.
L’annuncio missionario dell’evangelizzazione, che la tradizione attribuisce all’operato di Gaudenzio, iniziò successivamente a tradursi in evidenze materiali, come luoghi di culto e battisteri, la cui edificazione potrebbe coincidere con gli anni di episcopato di Agabio, edifici che sono il segno più evidente della cristianizzazione del vasto territorio diocesano.
L’iconografia, genericamente riconducibile alla tipologia dei santi vescovi e non molto diffusa, possiede un elemento distintivo nella presenza dell’ostia e del calice, richiamando la particolare pietà verso il santo mistero eucaristico che la tradizione attribuisce ad Agabio.
(Autore: Damiano Pomi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Agabio di Novara, pregate per noi.


*Beato Alfonso de Mena - Martire (10 settembre)

Scheda del gruppo a cui appartiene
"Beati 52 Martiri di Nagasaki"
"Beati Martiri Giapponesi Beatificati nel 1867-1989-2008"

1578 - 1622
Etimologia:
Alfonso = valoroso e nobile, dal gotico
Emblema: Palma
Nato da una nobile famiglia nella Vecchia Castiglia, entrò nell'Ordine di San Domenico a Salamanca.
Intorno al 1598, insieme ad un gruppo di giovani padri domenicani, guidati dal Beato Francesco Morales, giunse a Manila.
Apprese subito il cinese e lavorò per la conversione dei mercanti cinesi, molto numerosi a Manila.
Nel 1602 iniziò il suo fecondissimo apostolato in Giappone, soprattutto fondando le Confraternite del S. Rosario e fortificando la fede cristiana di molti giapponesi durante le feroci persecuzioni.
Nel 1619 fu arrestato, e dopo alcuni anni trascorsi nelle tristi carceri di Omura, ricevette la palma del martirio, venendo arso vivo a Nagasaki il 10 settembre 1622, insieme a molti suoi confratelli.  
(Fonte: Convento San Domenico, Bologna)
Giaculatoria - Beato Alfonso de Mena, pregate per noi.


*Sant'Ambrogio Edoardo Barlow - Sacerdote Benedettino, Martire (10 settembre)
Scheda del gruppo a cui appartiene:
“Santi Quaranta Martiri di Inghilterra e Galles”

1585 - Londra, Inghilterra, 10 setembre 1641
Martirologio Romano:
A Londra in Inghilterra, Sant’Ambrogio Edoardo Barlow, sacerdote dell’Ordine di San Benedetto e martire, che per ventiquattro anni consolidò nella fede e nella pietà i cattolici nella regione di Lancaster e, arrestato mentre predicava nel giorno della Pasqua del Signore, dopo la prigione, fu condannato a morte sotto il re Carlo I perché sacerdote e impiccato a Tyburn.
Edoardo Barlow nacque nel 1585, quarto di quattordici figli, da Alessandro Barlow di Barlow (presso Manchester), e compì i suoi studi umanistici a Douai.
Nel 1610 si recò a Valladolid per addottorarsi
in filosofia e teologia, ma ben presto tornò a Douai e nel monastero di S. Gregorio, di cui era abate il fratello Rudesind, vestì l'abito benedettino prendendo il nome di Ambrogio.
Un anno dopo la professione, avvenuta nel 1616 (cf. The Doivntìde Kevìew, XLV (1927J, pp. 199-218; XLVr [1928], pp. 94 sgg.), Barlow fu ordinato sacerdote e inviato subito alla missione inglese.
Centro della sua opera fu Morleys Hall, presso Manchester, da cui per quasi ventiquattro anni si irradiò il suo benefico apostolato.
Barlow fu modello di povertà e di rinunzia, e la sua pazienza sembrava invincibile. Di salute malferma, consultò una sola volta un medico, che gli prescrisse, come cura, di «bere una tazza di latte fresco la mattina e di mangiare una mela bruciata la sera».
Nel 1628, secondo Challoner, Barlow somministrò gli ultimi sacramenti al Beato Edmondo Arrowsuulh incarcerato, che, dopo la sua morte, apparve in sogno a Barlow promettendo anche per lui la palma del martirio.
L'opera di Barlow continuò per altri tredici anni in questa prospettiva.
Quattro volte il monaco fu imprigionato e altrettante rilasciato, finché nel marzo 1641 il re Carlo I fu costretto a ordinare a tutti i sacerdoti di abbandonare l'isola, se non volevano essere processati come traditori.
La Pasqua dello stesso anno, Barlow fu catturato mentre celebrava i sacri misteri e imprigionato nel castello dì Lancaster. Dopo quattro mesi di carcere, condotto dìnnazi a Sir Robert Heath, Barlow fu condannato a morte l'8 settembre 1641, con la formula usuale.
Qualche giorno prima un capitolo generale dei Benedettini della Congregazione inglese, aveva designato Balow a succedere al fratello Rudesind, dimissionario dal priorato dì Coventry.
Il venerdì 10 settembre 1641, Barlow fu condotto al patibolo e, dopo aver compiuto tre giri intorno al palco recitando il Miserere, fu impiccato.
Prima di morire, aveva respinto gli argomenti di coloro che volevano disputare con lui, dicendo: «Ora ho da fare di meglio che ascoltare le vostre buffonate».
Barlow, la cui festa si celebra il 10 settembre nell'Ordine benedettino, fu beatificato da Pio XI il 15 dicembre 1929.
A Wardley Hall (ora residenza episcopale della diocesi di Salford) si trova una testa che è detta essere quella di Barlow, mentre la mano sinistra è nella abbazia di Stanbrook (Worcestershire). Altre relìquie sono conservate a Downsìde, Stonyhurst e altrove. Esiste dì Barlow un ritratto ad olio e un busto ligneo (cf. The Downside lieview, XI.TV [I926]).
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Ambrogio Edoardo Barlow, pregate per noi.


*Beato Angelo Orsucci – Martire Domenicano (10 settembre)

Scheda del gruppo a cui appartiene:
"Beati Martiri Giapponesi" Beatificati nel 1867-1989-2008"

Lucca, 1573 - Nagasaki, 1622
Nato a Lucca, gli fu dato il nome di Michele. Entrò a 13 anni in convento e studiò a Viterbo, Roma e Perugia. Desideroso di lavorare nelle missioni dell'Estremo Oriente, nel 1601 si trasferì in Spagna e dopo nelle Filippine, dove si prodigò generosamente nella predicazione del Vangelo.
Passò, poi, in Giappone, a Nagasaki dove svolse il suo apostolato clandestino a causa della persecuzione contro i cristiani.
Il 10 settembre 1618 fu incarcerato e dopo quattro anni di prigionia fu arso vivo con molti altri compagni cristiani.
Emblema: Palma
Angelo Orsucci, nato a Lucca l’8 maggio 1573, al battesimo fu chiamato Michele. A soli tredici anni, lasciando senza rimpianto le dolcezze della sua nobile famiglia, vestì le bianche lane Gusmane nell’illustre Convento di S. Romano di Lucca. Si dette con santo entusiasmo all’acquisto della virtù e della scienza sacra.
I superiori avrebbero voluto applicarlo all’insegnamento, ma Angelo confidò loro il suo grande desiderio di andare a portare la luce del Vangelo in missione.
Fra le tante cose che si opponevano ai suoi disegni vi era l’affetto dei suoi, che non potevano rassegnarsi a perderlo per sempre. Su tutto però vinse la costanza e l’ardore del futuro martire, e,
nel 1601, lo troviamo già in Messico in piena attività missionaria. Egli era comunemente chiamato il “Santo”. Recatosi successivamente nelle Filippine. Poté ottenere finalmente d’essere inviato in Giappone, dove l’empio Imperatore Xonguno aveva aperta l’era dei martiri. Dopo solo quattro mesi, il 13 dicembre 1618, fu scoperto e messo in carcere.
Ecco come ne dava notizia alla famiglia: “Io sono contentissimo per il favore che Nostro Signore mi ha fatto e non cambierei questa prigione con i maggiori palazzi di Roma". Il 10 settembre 1622, assieme ai suoi compagni, fu condannato alle fiamme. Mentre tra gli ardori del fuoco cantava il “Te Deum”, come assorto in estasi, fu visto librarsi tra le fiamme e andare a confortare i compagni di martirio.
Angelo fa parte di una splendida falange di 205 martiri, guidati dal Beato Alfonso Navarrete.
Appartenevano all’Ordine altri dieci sacerdoti, quattro chierici professi, cinque fratelli cooperatori, venticinque terziari e sessantasette iscritti alla Confraternita del Rosario. La loro solenne beatificazione avvenne nel 1867 per mano del Beato Papa Pio IX. Il calendario dell’Ordine ricorda al 6 novembre l’eroica testimonianza di questi suoi figli, unendoli agli altri martiri in Oriente.
In data odierna, in Italia, tradizionalmente si continua a ricordare il Beato Angelo, unico italiano del gruppo.
(Autore: Franco Mariani – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Angelo Orsucci, pregate per noi.


*Beati Antonio e Maddalena Sanga - Sposi e Martiri (10 settembre)
Scheda del gruppo a cui appartengono:
“Beati 52 Martiri di Nagasaki”
“Beati Martiri Giapponesi" Beatificati nel 1867-1989-2008”

+ Nagasaki, Giappone, 10 settembre 1622
Il Sanga nacque nel 1567 da una famiglia giapponese del Gami distintasi per la professione cristiana. 11 Battesimo gli fu conferito in Sacai da Luigi Flores.
All'età di nove anni entrò nel seminario dei Gesuiti per compiere gli studi e per prepararsi ad essere accettato nella Compagnia di Gesù, ma la malferma salute e le continue malattie non gli permisero di terminare i due anni di noviziato, per cui fu dimesso con suo grande rincrescimento.
L'ansia apostolica tuttavia non gli venne meno nella vita laicale. Ristabilitosi discretamente sposò la nobile Maddalena, battezzata fin da bambina in Sacai da Organtino; il matrimonio fu allietato dalla nascita di figli.
Il S. svolse poi una continua attività di catechista, mettendosi al servizio sia dei Gesuiti sia dei Domenicani.
In seguito, essendosi spontaneamente presentato al governatore Gonrocu e avendo denunciato la propria qualità di propagandista cristiano (le leggi persecutorie emanate nel 1614 proibivano tale attività), fu associato alle carceri di Nagasaki assieme alla moglie Maddalena, donna di grande virtù.  
Durante la prigionia non cessò l'apostolato e in una lettera scritta al provinciale dei Gesuiti per essere iscritto come «servo» della Compagnia (domanda accolta), cosi narrava: «da che sto in questo carcere, ho fatto il Battesimo a trentadue infedeli, insegnate le orazioni a molti e fatto animo a quelli che erano stati imprigionati con me per la causa di Cristo».
Fu arso vivo nella grande strage operata in Nagasaki il 10 settembre 1622; la moglie Maddalena fu decapitata lo stesso giorno. Vennero beatificati nel 1867 da Pio IX. La festa si celebra il 10 settembre.
(Autore: Gian Domenico Gordini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beati Antonio e Maddalena Sanga, pregate per noi.  


*Sant'Auberto di Avranches – Vescovo e Martire (10 settembre)

Martirologio Romano: Ad Avranches in Neustria, ora in Francia, Sant’Autberto, vescovo, grazie al quale fiorì sul monte Tomba il culto di San Michele Arcangelo.
Non si può determinare con certezza l'epoca in cui visse. Secondo il catalogo dei vescovi di Avranches, Auberto avrebbe occupato quella sede prima di Rahentrannus, vissuto verso la fine del sec. VII. Quanto tempo prima sembrerebbe indicano il racconto dell'apparizione ad Auberto
dell'arcangelo San Michele sul monte Tomba, che sarebbe avvenuta durante il regno di un Childeberto. Molti hanno pensato a Childeberto III (695-711).
Il Duchesne, invece, per accordare la notizia col posto occupato da Auberto nel catalogo, propende per Childeberto II (m. 595). In tal caso, Auberto sarebbe vissuto nel sec. VI e a questo secolo sarebbe anche da retrocedere la costruzione della prima chiesa in onore dell'arcangelo sul monte Tomba, detto poi Monte San Michele, che fonti più recenti fissano al 16 ottobre 709.
Non minore incertezza c'è per quel che concerne le vicende della vita del Santo. Una Vita del sec. XV è senza grande autorità. Qualcosa di più sicuro danno i racconti sull'apparizione dell'arcangelo, di cui il più antico sembra del sec. IX.
Auberto, notissimo per la sua carità, sarebbe stato eletto vescovo di Avranches per acclamazione.
Amante della solitudine, egli si recava spesso a pregare sul monte Tomba e qui appunto un giorno, addormentatosi durante la preghiera, si sentì chiamare per tre volte dall'arcangelo Michele che gli chiese l'erezione di una cappella in suo onore lì sulla cima del monte. Auberto iniziò subito la costruzione di una chiesa, che, affidata in un primo tempo al clero secolare, nel sec. IX passò ai Benedettini, i quali ne fecero una delle abbazie più famose della cristianità.
Il corpo di Auberto, trasportato sul monte Tomba, fu sottoposto ad una ricognizione nel 1012. Il cranio, conservato a San Gervasio di Avranches, presenta un foro che la leggenda attribuisce alla pressione del dito di san Michele.
L'ordo della diocesi di Coutances fissa la sua festa al 10 settembre. La festa del 16 o del 18 giugno riguarderebbe la traslazione.
(Autore: Paul Viard - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Auberto di Avranches, pregate per noi.


*Beato Carlo Spinola - Gesuita, Martire (10 settembre)  

Schede dei Gruppi a cui appartiene:
"Beati 52 Martiri di Nagasaki" 10 settembre
"Beati Martiri Giapponesi" Beatificati nel 1867-1989-2008 - Senza data (Celebrazioni singole)

Secc. XVI-XVII
Nato dalla nobile famiglia genovese degli Spinola, entrò giovane nella Compagnia di Gesù; si recò quindi missionario in Giappone, ove rimase per vent'anni, ricoprendo diverse cariche, compresa quella di procuratore generale di tutta la provincia e quella di vicario generale dell'Episcopato giapponese.
Arrestato in odio alla fede, rimase in carcere per quattro anni e subì il martirio del rogo a Nagasaki il 10 settembre 1622.
Carlo Spinola, figlio di Ottavio dei conti di Tassarolo, nacque nel 1564, non si sa bene se a Genova oppure a Praga, dove il padre era al sevizio di Rodolfo II d’Asburgo. Trascorse la sua giovinezza, ospite dello zio Filippo vescovo di Nola, impegnandosi negli studi classici e nelle pratiche dell’arte cavalleresca.
A 20 anni, saputo del martirio del gesuita Rodolfo Acquaviva in India, entrò in crisi d’identità, che sfociò nella scelta di entrare nella Compagnia di Gesù (21 dicembre 1584). Fece il noviziato a Napoli ed a Lecce, sotto la guida di s. Bernardino Realino, ebbe come compagno di studi s. Luigi Gonzaga, compì gli studi filosofici e teologici venendo ordinato sacerdote nel 1594 a Milano.
Due anni dopo nel 1596, nonostante la contrarietà della famiglia, chiese ed ottenne di partire per le Missioni in Giappone, partì il 10 aprile, ma il viaggio ebbe una sorte avventurosa, una tempesta lo portò sulle coste del Brasile e poi venne imprigionato dagli inglesi che lo trasferirono in Inghilterra.
Ritornato libero a Lisbona, ripartì con un compagno Angelo de Angelis per il Giappone, dove giunse a Nagasaki nel 1602 dopo un viaggio altrettanto tormentato per una grave malattia che lo colpì e dopo aver toccato i porti di Goa e Macao. Per 11 anni, dopo averne impiegato alcuni ad apprendere la lingua locale, operò un intenso apostolato nelle regioni di Arie e Meaco, istituendo una efficace scuola di catechisti e convertendo battezzandoli circa cinquemila giapponesi.
Fu nominato procuratore della provincia gesuitica e poi vicario del padre Provinciale Valentino
Carvalho nel 1611. Allo scoppio della persecuzione contro i cristiani del 1614, dovette vivere in clandestinità sotto falso nome, non ubbidendo all’ordine di espulsione e cambiando in continuazione il domicilio per non essere scoperto, espletava la sua missione sacerdotale di notte, girando nelle case dei cristiani, confessando, insegnando e celebrando la Messa; finché dietro una segnalazione fu sorpreso il 14 dicembre 1618, insieme ad un catechista Giovanni Kingocu e ad un altro cristiano Ambrogio Fernándes, nella casa di Domenico Jorge, il quale morirà martire un anno dopo, mentre sua moglie Isabella e suo figlio Ignazio, vennero arrestati ed imprigionati insieme a padre Carlo Spinola e gli altri.
Trascorse quattro lunghissimi anni in una prigione, che chiamarla così era un lusso, in condizioni disumane, insieme ad altre vittime della persecuzione scatenata dallo ‘shogun’ Ieyasu e dai suoi successori; la causa era da ricercarsi nella gelosia dei numerosi bonzi buddisti, che minacciavano la vendetta degli dei locali, negli intrighi dei calvinisti olandesi, del timore di un eccessivo influsso della Spagna e Portogallo di cui i missionari erano ritenuti emissari; si calcola che nel 1614 allo scoppio di questa persecuzione, i cristiani giapponesi fossero diventati circa trecentomila.
Questa persecuzione durò per molti decenni facendo numerosissime vittime fra i missionari europei e fra gli stessi fedeli, la cui comunità venne quasi completamente distrutta.
Ai prigionieri come Carlo Spinola, non venne concessa che una sola coperta e nient’altro, nel carcere di Suzuta, sopra una vetta di montagna, esposti a tutti i venti, dandogli come cibo un po’ di riso e due sardine, giusto per tenerli in vita ma senza soddisfare la fame.
Costretti a restare in un tugurio estremamente sporco, perché costretti a soddisfare i loro bisogni corporali là dentro, in un puzzo insopportabile; impossibilitati a lavarsi i miseri vestiti o di farli asciugare al sole.
Il padre gesuita, nonostante fosse affetto per molto tempo da varie malattie, impossibilitato a curarle, fu di conforto continuo ai suoi compagni di prigionia appartenenti anche ad altri Ordini religiosi, accolse nella Compagnia di Gesù, in quelle condizioni, quattro catechisti giapponesi.
Agli inizi di settembre 1622, fu preso insieme ad altri 23 compagni di prigionia e condotti a Nagasaki, per ordine del governatore Gonrocu, lì uniti ad altri provenienti dalle locali carceri furono messi a morte; il 10 settembre 1622 ne furono arsi vivi sulle colline 22 e altri 30 decapitati.
Carlo Spinola fu bruciato a fuoco lento ma per le sofferenze che già l’avevano debilitato, morì per primo. Già legato al palo intonò il canto di lode a Dio e rivolgendosi ai magistrati giapponesi dichiarò che la sua presenza in Giappone era dettata solo dall’amore di annunciare il Vangelo e da nessun interesse umano; salutò la vedova Isabella e il figlio Ignazio da lui battezzato, che stavano subendo il martirio insieme a lui. Le sue ceneri furono disperse in mare.
Papa Pio IX il 7 luglio 1867 lo beatificò insieme ad altri 204 martiri che rappresentanti delle migliaia di uccisi, avevano dato la vita per Cristo in quella terra lontana.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Carlo Spinola, pregate per noi.


*Beato Fernando Gonzàlez Ros - Sacerdote e Martire (10 settembre)  

Schede dei Gruppi a cui appartiene:
"Beati 115 Martiri spagnoli di Almería" Beatificati nel 2017
"Santi, Beati e Servi di Dio Martiri nella Guerra di Spagna" Vittime della persecuzione religiosa - Senza Data (Celebrazioni singole)

Cuevas del Almanzora, Spagna, 12 agosto 1871 – Lubrín, Spagna, 10 settembre 1936
Fernando González Ros nacque a Cuevas de Almanzora, in provincia e diocesi di Almería, il 12 agosto 1871.
Il 12 giugno 1897 fu ordinato sacerdote. Era parroco della parrocchia di Sorbas quando morì in odio alla fede cattolica il 10 settembre 1936, a Lubrín, in provincia di Almería.
Inserito in un gruppo di 115 martiri della diocesi di Almeria, è stato beatificato ad Aguadulce, presso Almería, il 25 marzo 2017.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Fernando Gonzàlez Ros, pregate per noi.


*Beato Francesco de Morales – Martire Domenicano (10 settembre)

Schede dei gruppi a cui appartiene:
"Beati 52 Martiri di Nagasaki"
"Beati Martiri Giapponesi" Beatificati nel 1867-1989-2008

1567 - 1622
Emblema:
Palma
Martirologio Romano: A Nagasaki in Giappone, Beati Sebastiano Kimura, della Compagnia di Gesù, Francesco Morales, dell’Ordine dei Predicatori, sacerdoti, e cinquanta compagni, martiri, che, sacerdoti, religiosi, coniugi, giovani, catechisti, vedove e bambini, morirono per Cristo su un colle davanti a una grande folla tra crudeli torture. Nato a Madrid, entrò nel convento domenicano di Valladolid.
Nel 1602 fu a capo del primo gruppo di cinque domenicani che mise piede in Giappone.
Grande fu l'accoglienza del popolo e dello stesso imperatore, che volle conoscerli subito.
Ma la gelosia dei bonzi fece credere che si sarebbero abbattuti sul paese grandi mali a causa dell'ingresso dei missionari, perciò l'imperatore iniziò a proibire ai suoi vassalli di convertirsi a Cristo.
Nel 1614 la persecuzione si intensificò: l'imperatore intimò a tutti i missionari cattolici di lasciare il paese sotto pena di morte.
Il Beato Francesco vi rimase insieme a molti altri confratelli esercitando un fecondissimo apostolato.
Nel 1619 fu arrestato e tenuto prigioniero fino al 10 settembre 1622, quando subì il martirio a Nagasaki insieme a 27 cristiani giapponesi e 25 missionari.
(Fonte: Convento San Domenico, Bologna)
Giaculatoria - Beato Francesco de Morales, pregate per noi.


*Beato Giacinto Orfanell – Martire Domenicano (10 settembre)

Schede dei gruppi a cui appartiene:
“Beati 52 Martiri di Nagasaki”
“Beati Martiri Giapponesi" Beatificati nel 1867-1989-2008”
1578 - 1622
Emblema:
Palma
Nato in Aragona, nel 1594 entrò nel convento di Barcellona. Rinunciando all'insegnamento per cui era molto dotato, chiese di partire per le missioni nelle Filippine.
Dopo alcuni anni trascorsi a Manila, nel 1607 entrò in Giappone. Riuscì a rimanere in questo paese, nonostante che dal 1614 infuriasse una violenta persecuzione anticristiana.
Fra pericoli, stenti e gravi malattie, percorse con zelo apostolico molte province del Giappone amministrando i sacramenti e rianimando i cristiani intimoriti e apostati. Mentre si prodigava per il bene dei cristiani, un apostata lo tradì.
Fu catturato e condotto nel carcere di Nagasaki.
Qui fu accolto da altri numerosi confessori della fede con il canto del Te Deum.
Dopo un anno e quattro mesi di prigionia, subì insieme a loro il martirio il 10 settembre 1622: erano 27 cristiani giapponesi e 25 missionari.  
(Fonte: Convento San Domenico, Bologna)
Giaculatoria - Beato Giacinto Orfanell, pregate per noi.


*Beato Giacomo Gagnot - Sacerdote Carmelitano, Martire (10 settembre)

Frolois, Francia, 9 febbraio 1753 – Rochefort, Francia, 10 settembre 1794
Martirologio Romano:
Nel braccio di mare antistante Rochefort sulla costa francese, Beato Giacomo Gagnot, sacerdote dell’Ordine Carmelitano e martire, che, disumanamente gettato in una sordida nave durante la rivoluzione francese a causa del suo sacerdozio, morì consunto dalla cancrena mentre assisteva i compagni di prigionia ammalati.
Nella rada di Rochefort, diocesi di La Rochelle in Francia, morirono durante la Rivoluzione francese ben 547 sacerdoti e religiosi ammassati in due navi.
Tra loro vi erano almeno tre Carmelitani Scalzi che, per la loro fedeltà a Dio, alla Chiesa e al Papa, avevano rifiutato il giuramento della Costituzione civile del Clero imposto dall' Assemblea Costituente rivoluzionaria.
Perseguitati e condannati, furono dunque deportati nella baia di Rochefort, sul litorale atlantico della Charente-Maritime, in attesa di essere trasferiti ai lavori forzati nella Guyana francese piuttosto che in Africa.
Ammassati come animali, sul bastimento negriero Deux-Associés, ancorato in rada tra le isole Aix e Madame, su questi “pontoni” nel corso dell’anno 1794 morirono i primi due religiosi carmelitani, precisamente il 10 luglio il Padre Giovanni Battista Duverneuil ed il 25 luglio il Padre Michele Luigi Brulard. Essi furono sepolti nell'isola di Aix.
Verso la fine di agosto del 1794, essendosi oltremodo diffusa una feroce pestilenza nel bastimento Deux-Associés, i prigionieri ancora in vita vennero fatti sbarcare sull'isola Madame, dove furono alloggiati in tende e sempre in condizioni terrificanti.
Padre Giacomo Gagnot vi morì il 10 settembre ed in questa stessa isola fu sepolto.
Questi tre Sacerdoti Carmelitani Scalzi, dopo aver sopportato con indicibile pazienza ogni genere di oltraggi, minacce, ingiurie, privazioni e crudeltà, oltre ai rigori del freddo, del caldo, della pioggia, della fame, delle malattie e di ogni tipo di infezioni, diedero con lo morte, insieme ai loro compagni di martirio, la più grande testimonianza cristiana di fede e di amore.
Papa Giovanni Paolo II ha beatificato questi gloriosi figli di Santa Teresa il 1° ottobre 1995, unitamente ad altri 61 martiri caduti nella stessa circostanza.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giacomo Gagnot, pregate per noi.


*Beato Giuseppe di San Giacinto – Martire Domenicano (10 settembre)
Scheda del gruppo a cui appartiene:
“Beati 52 Martiri di Nagasaki”
“Beati Martiri Giapponesi Beatificati nel 1867-1989-2008”

1580 - 1622
Emblema: Palma
Nato a Villarejo de Salvanez vicino Toledo, entrato nell'Ordine si trasferì in Giappone nel 1607, dove fu vicario provinciale.
Fondò i conventi a Meaco e a Ozaca.
Venne arrestato insieme al suo catechista Alessio il 17 agosto 1621.
Ricevette la palma del martirio il 10 settembre 1622 sulla collina di Nagasaki con altri cinquantuno cristiani, tra cui i domenicani Angelo Orsucci e Giacinto Orfanell.
Prima di morire predicò ai Giapponesi circostanti, esortandoli a convertirsi a Gesù Cristo.
(Fonte: Convento San Domenico, Bologna)
Giaculatoria - Beato Giuseppe di San Giacinto, pregate per noi.


*Beata Maria Tanaura - Martire Giapponese (10 settembre)

Schede dei gruppi a cui appartiene:
“Beati 52 Martiri di Nagasaki”
“Beati Martiri Giapponesi Beatificati nel 1867-1989-2008

Nagasaki, Giappone, 1577 ca - 10 settembre 1622”
Questa giapponese di Nagasaki, amica di Takeya Ines, fu incarcerata per aver aiutato i missionari stranieri violando le leggi dello Stato che proibivano l'ospitalità e l'aiuto ai propagandisti del Cristianesimo.
Dopo un periodo di dura prigionia subì la decapitazione il 10 settembre 1622 all'età di quarantacinque anni. Con lei subirono il martirio una cinquantina di giapponesi e stranieri (il "grande martirio").
Il 6 luglio del 1867 Pio IX ne proclamò la beatificazione: la festa si celebra il 10 settembre.
(Autore: Gian Domenico Gordini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Maria Tanaura, pregate per noi.


*Beata Maria Xoum Yochida - Moglie del Beato Giovanni, Martire (10 settembre)
Schede dei gruppi a cui appartiene:
“Beati 52 Martiri di Nagasaki”
“Beati Martiri Giapponesi” Beatificati nel 1867-1989-2008

+ Nagasaki, Giappone, 10 settembre 1622
Giovanni era nativo di Meaco; si trasferì da giovane a Nagasaki ove ricevette l'educazione cristiana ed il battesimo dai padri della Compagnia di Gesù.
Dopo il matrimonio con Maria, dalla quale ebbe figli, continuò a dare valido aiuto ai padri della Compagnia nella diffusione del Vangelo.
Quando nel 1614 la persecuzione scoppiò feroce contro i missionari cristiani stranieri, espulsi dal paese, Giovanni ne ospitò alcuni ben sapendo il rischio a cui si esponeva, giacché la legge puniva con la morte i giapponesi trovati rei di tale violazione.
Fra i suoi ospiti ebbe Alfonso de Mena.
Il 15 marzo 1619 il missionario venne qui scoperto ed imprigionato. La stessa sorte subì Giovanni che venne rinchiuso nelle carceri di Nagasaki.
Il 17 novembre fu interrogato dal governatore Gonrocu che tentò di fargli rinnegare la fede.
Il giorno seguente con altri quattro compagni fu arso vivo sulla collina di Nagasaki.
Le ossa furono spezzate e gettate assieme a quelle dei suoi compagni di martirio in mare; i cristiani riuscirono a ripescarne alcune. La moglie Maria fu decapitata il 10 settembre 1622.
Pio IX li beatificò nel luglio 1867.  
(Autore: Gian Domenico Gordini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Maria Xoum Yochida, pregate per noi.


*Sante Menodora, Metrodora e Ninfodora - Martiri in Bitinia (10 settembre)  
L'unica passio pubblicata sino ad oggi è quella della raccolta di Simeone Metafraste al 10 settembre La notizia dei sinassari bizantini in questo stesso giorno non ne è che un breve riassunto, pur conservando le poche notizie storiche che la passio poteva fornire; ma già Tillemont aveva notato lo scarso valore di questa composizione.
Secondo queste fonti le tre sorelle Menodora, Metrodora e Ninfodora (notare la composizione simmetrica di questi tre nomi), avendo abbandonato il loro paese d'origine in Bitinia, vennero a stabilirsi presso Pithia, non lontano da una fonte: era l'epoca della persecuzione di Massimiano Galerio.
Denunciate al governatore Frontone per la loro fede cristiana, furono portate dinanzi al tribunale, interrogate e torturate.
Per prima fu martirizzata Menodora, ma la vista del cadavere della sorella non indebolì Metrodora e Ninfodora, come avevano sperato i giudici, anzi le rafforzò nel
loro coraggio di confessare la propria fede ed esse furono, a loro volta, martirizzate. Sempre secondo le stesse fonti, il culto delle tre sorelle, sepolte insieme, non sarebbe venuto meno, tanto più poi che era mantenuto vivo dai miracoli da loro operati.
Secondo A. Mufid Mansel, la fonte (con i bagni caldi) presso la quale, a detta della passio, si erano ritirate le tre sorelle, sarebbe da identificarsi con quella di Drepanon-Helenopolis in Bitinia e le tre ninfe che si vedevano sui monumenti accanto ad Eracle, come protettrici della fonte, sarebbero precisamente divenute, all'epoca cristiana, le tre martiri Menodora, Metrodora e Ninfodora.
Non sembra che si sia conservato il ricordo della chiesa in cui si pretendeva fossero conservate le reliquie delle tre sorelle, e, d'altra parte, il loro culto non è uscito dall'ambito della Chiesa bizantina. Si dovette attendere il XVI sec. per vedere la memoria delle tre martiri, introdotte, forse attraverso il cosiddetto Menologio del card. Sirleto, nel Martirologio del Galesini; Baronio ne introdusse un breve elogio nel Martirologio Romano.
Lo scarso fondamento storico della passio dispensa anche dal porre il problema se la reliquia conservata nella cattedrale di Cesena «os grande ex corpore S. Metrodorae», appartenga o meno alla santa omonima compresa in questo gruppo.
(Autore: Joseph-Marie Sauget - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sante Menodora, Metrodora e Ninfodora, pregate per noi.


*Beato Miguel Beato Sánchez - Sacerdote e Martire (10 settembre)  

Schede dei Gruppi a cui appartiene:
"Beati Martiri Spagnoli del Clero Diocesano di Toledo" - Senza data (Celebrazioni singole)
"Beati 498 Martiri Spagnoli" Beatificati nel 2007 (6 novembre)

"Martiri della Guerra di Spagna" - Senza Data (Celebrazioni singole)

La Villa de Don Fadrique, Toledo, 10 aprile 1911 - 10 settembre 1936
Miguel Beato Sánchez, sacerdote della Diocesi di Toledo, fu vicario presso la parrocchia dell’Assunzione della Vergine Maria a La Villa de Don Fadrique. Fedele braccio destro del parroco don Francisco López-Gasco Fernández-Largo, si spese accanto a lui per i giovani, i contadini e gli ammalati. Catturato dai miliziani comunisti, dopo quattro giorni di torture venne ucciso a colpi di bastone il 10 settembre 1936, mentre professava la sua fede in Cristo Re.
È stato beatificato a Roma il 28 ottobre 2007, insieme al suo parroco e ad altri quattrocentonovantasei martiri della guerra civile.
Il 10 aprile 1911 a La Villa de Don Fadrique, precisamente in Calle Toledo 3, nacquero due gemelli: Miguel e Domingo, figli di Miguel Beato López e Andrea Sánchez Villanueva. I coniugi, cristiani devoti ed abili lavoratori, ebbero in tutto sette figli: Juan, Maria Esperanza (morti giovani), Miguel, Domingo (morto a tre anni d’età), Maria Teresa, Maria Dolores e Jesús.
Due giorni dopo la nascita, Miguel venne battezzato nella chiesa parrocchiale del paese, dedicata all’Assunzione della Vergine Maria. Lì completò la sua iniziazione cristiana ricevendo, come d’uso all’epoca, prima la Cresima, per mano del Vescovo ausiliare di Toledo monsignor Juan Bautista Luís Pérez, il 14 giugno 1916, poi, nella primavera de 1917, l’Eucaristia.
A casa era sempre pronto ad ubbidire ai genitori e ad accollarsi i favori che venivano chiesti ai suoi fratelli, quando questi si rifiutavano di compierli.
La religiosità della famiglia fu terreno fertile per numerose vocazioni: le tre figlie femmine entrarono nell’Istituto Secolare “Alleanza in Gesù per Maria”, fondato da padre Antonio Amundarain, mentre Miguel sentiva da tempo l’attrazione verso il sacerdozio. Sua sorella Maria Teresa ha raccontato che lo vedeva giocare a celebrare la Messa, usando due bavaglini a mo’ di casula, presso gli altarini che costruiva in giro per casa.
I nonni e gli zii speravano che Juan, il primogenito, entrasse in Seminario, ma quando costui dichiarò di non averne l’intenzione, Miguelillo, come lo chiamavano i suoi cari, intervenne: «Io, nonna, io sarò prete!».
Nel 1923 giunse a La Villa un giovane e zelante sacerdote, che si accorse subito delle inclinazioni di Miguel, all’epoca dodicenne; dopo averlo preparato con cura, lo condusse presso il Seminario Minore di Toledo, intitolato a san Tommaso di Villanova.
Il ragazzo si fece notare subito per la sua religiosità, ma anche per il suo buon carattere, che l’aiutò a farsi molti amici. Inoltre, se vedeva qualche compagno in difficoltà, era subito pronto ad aiutarlo. Per quanto riguarda il suo percorso di studi, frequentò lodevolmente quattro anni di Latino e Umanità, tre di Filosofia e cinque di Teologia.
Venne poi il momento di ricevere i vari gradi dell’Ordine Sacro: il 20, 21 e 22 dicembre 1934 la Tonsura e gli Ordini Minori, mentre il 16 giugno 1935 fu la volta del Suddiaconato. Tutti gli furono impartiti dal cardinal Isidro Gomá y Tomás, Arcivescovo di Toledo e Primate di Spagna. Benché avesse completato gli studi per tempo, non poté ricevere gli Ordini Maggiori nel 1935 perché avrebbe dovuto compiere il servizio militare, ma venne riformato alla visita medica. Trascorse il periodo d’attesa forzata dedicandosi a risistemare la biblioteca dell’Arcivescovo, che lo ringraziò omaggiandolo di alcune sue opere letterarie.
Finalmente venne il momento giusto: l’8 marzo 1936 Miguel divenne diacono e l’11 aprile, un giorno dopo il suo compleanno, sacerdote. Fra i suoi compagni d’ordinazione ce ne furono due, suoi compaesani, che come lui incontrarono il martirio: don Ambenio Diaz-Maroto e don Telesforo Hidalgo.
Don Miguel celebrò la sua Prima Messa il 21 aprile, all’altar maggiore della sua parrocchia nativa. Nonostante concelebrassero una ventina di sacerdoti, non poté fare la Messa cantata, dato che in
paese tirava già aria di rivoluzione. La sua gioia, però, era ugualmente immensa. Tre giorni prima, il 18, aveva ricevuto la sua prima destinazione: vicario nella medesima chiesa, per assistere il parroco, don Francisco López-Gasco Fernández-Largo.
Iniziò subito il suo ministero, con l’unico scopo di portare a salvezza le anime che gli erano state affidate. Lavorò instancabilmente con i giovani della locale Azione Cattolica ed organizzò spettacoli teatrali, conferenze religiose e ritiri spirituali solo per far sì che i suoi fedeli avessero la vita in abbondanza. Era anche molto attento alla catechesi e trascorreva lunghe ore nel confessionale. Per aiutare i lavoratori nei campi, andava personalmente a portare loro l’Eucaristia e visitava frequentemente gli ammalati.
Con lo scoppio della guerra civile, il 18 luglio, la chiesa venne chiusa. Il parroco affidò a don Miguel il compito di custodire in casa propria le Sacre Specie, in modo tale da poter continuare a comunicare i fedeli e ad assistere i bisognosi.
Il 3 agosto, però, don Francisco venne catturato e, sei giorni più tardi, ucciso. Il giovane vicario avvertì che presto sarebbe giunta la sua ora: celebrò la sua ultima Messa proprio nel giorno in cui il suo confratello otteneva il martirio.
Ogni giorno, ha dichiarato la sorella Maria Teresa, lo vedeva pregare in ginocchio, prima con un Padre nostro, poi con queste parole: «Signore, se hai bisogno della mia vita per salvare la Spagna, eccola. Che io sia vittima, mai traditore».
A chi l’invitava a smettere la talare e nascondersi in abiti civili fra i contadini, rispose: «Non me la toglierò finché non si tingerà di sangue». Quando seppe che quella di don Francisco era stata oltraggiata dai miliziani, accettò di togliersela a malincuore, indossando però un grembiule per non andare vestito come la gente comune.
Quando seppe che il Santissimo Cristo del Consuelo, patrono di La Villa, fu tra le prime immagini ad essere profanate, commentò amaramente: «Il meglio da farsi è radunare tutto e bruciarlo per evitare una simile profanazione».
Al mattino del 5 settembre 1936, i miliziani vennero a cercarlo in casa sua: si presentò loro spontaneamente. A mezzogiorno tornò a casa per mangiare, come pure l’indomani, ma dopo il 6 i suoi familiari non lo rividero più: era iniziata la sua Passione. Don Miguel fu sottoposto ad un interrogatorio, ma le sue uniche risposte erano: «Sì, Dio c’è, credo in Dio» e «Viva Cristo Re». Venne poi rivestito come ad impersonare Gesù in una rappresentazione della Via Crucis e schernito dai suoi persecutori.
Costretto ad un nuovo interrogatorio, non si comportò diversamente, perciò fu gettato in un porcile e gli venne tagliata la lingua, dato che si rifiutava di pronunciare bestemmie. Quelli che gli portarono da mangiare l’insultarono: «Su, chiama il tuo Dio, che tanto ami e che ti è vicino. Perché non viene ad aiutarti?».
L’8 settembre fu condotto presso un’altra abitazione, dove si oppose a chi voleva fargli oltraggiare il Crocifisso. Due giorni più tardi, riferisce una testimone oculare, gli esecutori lo stavano dando per morto, ma, quando l’udirono sospirare: «Ah, Dio mio!» lo riempirono di bastonate, finché ebbe appena la forza di pronunciare: «Ah, madre mia!».
Venne seppellito in un campo detto “La Veguilla”, vicino alla città, con una mano stretta a pugno lasciata scoperta. Un pastore lo ritrovò grazie a quel segno, divorato probabilmente dai cani.
Nel 1939 i suoi resti mortali furono esumati e traslati nel presbiterio della chiesa dell’Assunzione a La Villa de Don Fadrique.
(Autore: Emilia Flocchini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Miguel Beato Sánchez, pregate per noi.


*Santi Nemesiano, Felice, Lucio, Litteo, Poliano, Vittore, Iader e Dativo (10 settembre)
Martirologio Romano: Commemorazione dei Santi Nemesiano e compagni, Felice, Lucio, un altro Felice, Littéo, Poliano, Vittore, Iader e Dativo, che, vescovi, sacerdoti e diaconi, allo scoppio della feroce persecuzione perpetrata in Africa sotto gli imperatori Valeriano e Gallieno, furono per la loro fede in Cristo dapprima crudelmente percossi e poi legati in ceppi e destinati alle miniere, dove san Cipriano con le sue lettere li esortava a sopportare con fermezza la prigionia e a custodire i precetti del Signore.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Nemesiano, Felice, Lucio, Litteo, Poliano, Vittore, Iader e Dativo, pregate per noi.


*San Nemesio di Alessandria - Martire (10 settembre)  
Martirologio Romano: Ad Alessandria d’Egitto, San Nemesio, martire, che, calunniosamente denunciato al giudice dapprima come ladro, fu assolto da questo crimine, ma inseguito, durante la persecuzione dell’imperatore Decio, e accusato davanti al giudice Emiliano di essere cristiano, fu da lui sottoposto a ripetute torture e condannato al rogo in compagnia di altri ladri, a somiglianza del Salvatore che patì la croce insieme ai due ladroni.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Nemesio di Alessandria, pregate per noi.


*San Nicola da Tolentino - Sacerdote (10 settembre)  
Castel Sant’Angelo (ora Sant’Angelo in Pontano, Macerata), 1245 - Tolentino (Macerata), 10 settembre 1305
Nacque nel 1245 a Castel Sant'Angelo in Pontano nella diocesi di Fermo. A 14 anni entrò fra gli eremitani di sant'Agostino di Castel Sant'Angelo come oblato, cioè ancora senza obblighi e voti. Più tardi entrò nell'ordine e nel 1274 venne ordinato sacerdote a Cingoli.
La comunità agostiniana di Tolentino diventò la sua «casa madre» e suo campo di lavoro il territorio marchigiano con i vari conventi dell'Ordine, che lo accoglievano nell'itinerario di predicatore.
Dedicava buona parte della sua giornata a lunghe preghiere e digiuni.
Un asceta che diffondeva sorriso, un penitente che metteva allegria. Lo sentivano predicare, lo ascoltavano in confessione o negli incontri occasionali, ed era sempre così: veniva da otto-dieci ore di preghiera, dal digiuno a pane e acqua, ma aveva parole che spargevano sorriso.
Molti venivano da lontano a confessargli ogni sorta di misfatti, e andavano via arricchiti dalla sua fiducia gioiosa.
Sempre accompagnato da voci di miracoli, nel 1275 si stabilì a Tolentino dove resterà fino alla morte il 10 settembre 1305.  (Avvenire)
Etimologia: Nicola = vincidore del popolo, dal greco
Emblema: Cesto di pane, Pane, Stella
Martirologio Romano: A Tolentino nelle Marche, san Nicola, sacerdote dell’Ordine degli Eremiti di Sant’Agostino, che, dedito a una severa astinenza e assiduo nella preghiera, fu severo con se stesso, ma clemente con gli altri, e spesso imponeva a sé le penitenze altrui.
Per il patronato della maternità, accanto alla Madre della Madonna, può ben figurare quel benevolo intercessore che è San Nicola da Tolentino.
È pur vero che il ventaglio di ausilio miracoloso attribuito a San Nicola dalla vastissima ancor oggi devozione popolare è molto ampio: dalle malattie alle ingiustizie, dalla tirannia ai danni patrimoniali, dagli incendi alla liberazione delle anime purganti. Ma l’intercessione nella maternità, specialmente se in età avanzata, ha una propria ragione particolare.
Si era a metà del XIII secolo ed i coniugi Compagnone dei Guarinti e Amata dei Gaidani stavano invecchiando ed erano sull’orlo della disperazione per mancanza di prole. Abitavano a Castel Sant’Angelo, oggi Sant’Angelo in Pontano nella provincia di Macerata; vivevano in buone condizioni
economiche, per cui un figlio poteva anche significare il passaggio delle eredità materiali.
In quei tempi il mancato arrivo di un bimbo veniva sempre imputato alla donna, cosicché la lacuna stava nella impossibile maternità e non tanto in disfunzioni legate alla paternità.
In tale ottica venivano ricercati i rimedi più o meno efficaci e magari anche qualche intervento del sortilegio.
Da cristiana credente la coppia di Castel Sant’Angelo ricorreva con sempre maggiore frequenza alla preghiera.
Ad un certo momento si ricordarono del santo dei doni per eccellenza: con preghiere e lacrime supplicarono in effetti a lungo San Nicola di Bari.
E nel 1245 nacque il tanto desiderato figlio che, per gratitudine, venne battezzato con quel nome.
L’infanzia e la fanciullezza furono tranquilli, manifestando egli tuttavia una naturale inclinazione alla preghiera ed a una rigorosa osservanza dei propri doveri.
Così strutturato, Nicola avvicinò perciò gli agostiniani della città natale a dodici anni e fu novizio nel 1260. Compì poi gli studi necessari per il sacerdozio, ottenendo l’ordinazione a Cingoli, sempre non lontano da Macerata, nel 1269. Svolse in varie località l’apostolato affidatogli, finché nel 1275 si ritirò, forse per ragioni di salute, nell’eremo agostiniano di Tolentino. Qui mori trent’anni più tardi il 10 settembre 1305, dopo avere svolto l’apostolato del confessionale e dell’assistenza ai poveri ed avere vissuto in umiltà e penitenza.
In seguito alla definitiva canonizzazione nel 1446 il suo culto si diffuse in tutta Italia, in molti altri Paesi d’Europa e poi nelle Americhe, in parte anche per il graduale affermarsi dell’Ordine agostiniano. Già però Tolentino gli aveva costruito una basilica, ancora attualmente meta di pellegrinaggi e ricca di opere d’arte.
I suoi resti mortali sono in gran parte custoditi nella cripta, tranne le “Sante Braccia” staccatesi e sanguinanti quarant’anni dopo la morte del santo. La Chiesa ricorda liturgicamente San Nicola da Tolentino il 10 settembre, il suo dies natalis.
(Autore: Mario Benatti - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Nicola da Tolentino, pregate per noi.


*Beato Oglerio - Abate di Lucedio (10 settembre)  
Trino, Vercelli, 1136 - 10 settembre 1214
Etimologia:
Antico nome di origine gallica che significa 'lettore di scritture'
Martirologio Romano: Nel monastero di Lucedio presso Vercelli, Beato Oglerio, Abate dell’Ordine Cistercense.
Si può ben dire che Trino Vercellese è terra di beati: oltre alla Beata Maddalena Panattieri e alla B. Arcangela Girlani, è vanto dei trinesi anche il B. Oglerio, abate di S. Maria di Lucedio. Era questa un'importante abbazia cistercense, fondata nel 1123 come filiazione del Monastero di La Fertè, in una vasta pianura boschiva poco distante da Trino. A quei tempi le abbazie erano sì centri di spiritualità, ma avevano pure l'importante ruolo economico di gestire molti terreni recuperati dallo stato di abbandono.
Oglerio nacque intorno all'anno 1136, probabilmente da famiglia benestante. Ancora oggi in città viene tradizionalmente indicata la sua casa natale che, nonostante gli inevitabili rimaneggiamenti, conserva nella facciata tre stemmi del VIII secolo.
Vi è pure un affresco che raffigura i tre beati locali. Nel 1248 il giovane Oglerio assistette al passaggio solenne di S. Bernardo di Chiaravalle che accompagnava, insieme a quattordici cardinali, il Papa B. Eugenio III (anch'egli cistercense) nel viaggio da Asti a Vercelli, per la consacrazione della basilica di S. Maria Maggiore.
Il grande Dottore della Chiesa, col suo carisma eccezionale, fece breccia nel cuore di Oglerio che, probabilmente già studente a Lucedio, vestì il candido saio cistercense tre anni più tardi. Secondo la Regola Benedettina, alternò allo studio il lavoro, prese i voti nel 1153 e nel 1161 venne ordinato sacerdote. Mortificava il proprio corpo con penitenze e digiuni, ma era mansueto con gli altri, rivelando quel carattere che lo contraddistinguerà per tutta la vita.
Nel 1174 Bernardo di Chiaravalle fu canonizzato, Lucedio era al suo massimo splendore. Circa dieci anni dopo fu eletto abate Pietro II e Oglerio, suo braccio destro, sovente gli fu compagno nelle molte missioni che ebbe in ambito ecclesiastico e civile.
Su incarico di Papa Celestino III ripianarono le controversie fra il Vescovo di Tortona e i Templari. Dal successore Innocenzo III ebbero il compito di riappacificare Parma e Piacenza (1200), riformare l'importante Monastero di Bobbio e, col Vescovo di Vercelli, la congregazione degli Umiliati di quella città, appianare le discordie tra i monaci e i canonici di S. Ambrogio di Milano (1202) e tra il Vescovo di Genova e il Capitolo della sua cattedrale (1203). Portarono perfino a compimento un'ambasciata in Armenia. Nel 1202 predicarono a Trino la IV Crociata, uno dei capitani era Bonifacio del Monferrato.
La Crociata fallì nel suo intento, anche perché i veneziani, nonostante il dissenso del papa, la sfruttarono per il proprio tornaconto politico. Bonifacio comunque fu insignito del titolo di Re di Tessaglia e l'abate Pietro II eletto Vescovo di Ivrea e poi Patriarca di Antiochia. Oglerio divenne l'undicesimo abate di Lucedio che, in quell'anno (1205), contava cinquanta monaci.
Il Beato nutrì sempre un grande amore per il suo paese e più volte fece da “paciere” negli annosi contrasti sorti per la sua signoria tra il Vescovo e il Comune di Vercelli.
Nel 1210 Trino acquistò una certa autonomia e l'Imperatore Ottone IV concesse al monastero possessi e privilegi che andarono a vantaggio del territorio circostante: grande era la carità dei monaci che attingevano dai granai dell'abbazia per soccorrere i bisognosi nei molti periodi di necessità. Anche Oglerio
ebbe molti incarichi: per conto del marchese Guglielmo il Buono andò in missione dall'Imperatore Corrado e dal Re di Francia Luigi VII. Nel 1212 Papa Innocenzo III lo nominò arbitro tra i Canonici di Casale e quelli di Paciliano e l'anno successivo ebbe il compito di ristabilire i diritti dei cistercensi sul cenobio di Chortaiton, presso Tessalonica, devastato dai saraceni.
Il Vescovo di Novara Gerardo gli fece riformare un monastero femminile e appianare alcune controversie tra Lucedio e il comune di Vercelli.
Oglerio fu però, soprattutto, un eccellente padre spirituale, negli anni in cui la Chiesa contrastava l'eresia degli albigesi. Dei suoi scritti, preziosi anche dal punto di vista letterario, benché siano discorsivi e non finalizzati alla stampa, sono fortunatamente giunti fino a noi il “Tractatus in laudibus Sanctae Dei Genitrix” e una “Expositio super Evangelium in Coena Domini”.
Il primo, rivolto in particolare alle consacrate, narra le glorie di Maria, attraverso i passi del Vangelo e difende la sua immunità dal peccato originale fin dal concepimento (quello che sarà il dogma della Immacolata Concezione). Il secondo contiene tredici omelie sull'Eucaristia, “pane dello Spirito”, trattando dei capitoli XIII - XV del Vangelo di Giovanni. Oglerio indica Gesù come Agnello immolato per la salvezza degli uomini e ai suoi monaci dice è “la via, per cui dovete passare, la verità, a cui dovete giungere, la vita in cui dovete restare” (sermone VII). Cristo prevale sul demonio per le virtù ”dell'umiltà, della pazienza e della benignità” (sermone IX).
Colui che “senza misura ti amò, senza misura devi amarlo” (sermone I). Maria è “la vergine incorrotta, la Vergine intemerata, la Vergine prima del parto e dopo il parto” (sermone III). Le sue opere, per molto tempo, furono credute di S. Bernardo, ma, nel 1661, il Cardinale Giovanni Bona le attribuì correttamente.
Da esse traspare tutta la dolcezza per i suoi monaci: tanti furono quelli da lui formati alla scuola della santità. Il codice membranaceo del XIII secolo (141 fogli) che contiene i suoi scritti fu conservato nell'Abbazia di Staffarda, passò alla Biblioteca Reale di Torino e definitivamente, nel 1724, a quella Universitaria. Giovanni Andrea Irico iniziò in quell'anno degli importanti studi critici.
L'illustre trinese un giorno passò per una città ligure, allontanandovi alcuni spiriti maligni. Tale episodio ne caratterizzò l'iconografia (a somiglianza di S. Bernardo) e nel martirologio cistercense è ricordato come “terrore degli spiriti immondi”, anche però per ricordare il suo infaticabile apostolato come operatore di pace. Ormai anziano, morì il 10 settembre 1214, con gran fama di santo tra il popolo e nel suo Ordine.
Il corpo fu deposto prima nel chiostro del monastero, poi sotto l'altare maggiore. Gli fu dedicato un altare nel 1577, divenendo titolare della locale parrocchia. Il 2 settembre 1616 ci fu un saccheggio ai danni del monastero da parte dei soldati del Duca di Savoia, ma fortunatamente le reliquie non furono disperse.
Nel 1786 i cistercensi, trasferendosi, le portarono a Castelnuovo Scrivia. I trinesi le riebbero il 9 settembre 1792 e furono definitivamente collocate nella parrocchia del paese. Il Papa B. Pio IX, l'8 aprile 1875, ne confermò il culto.
L'abbazia di Lucedio venne secolarizzata da Papa Pio VI nel 1784, originale dei tempi di Oglerio restano il bel campanile e pochi elementi del complesso, successivamente più volte rimaneggiato.
(Autore: Daniele Bolognini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Oglerio, pregate per noi.


*Beati Paolo e Maria Tanaca - Sposi e Martiri (10 settembre)

Schede dei gruppi a cui appartengono:
“Beati 52 Martiri di Nagasaki”
“Beati Martiri Giapponesi” Beatificati nel 1867-1989-2008

+ Nagasaki, Giappone, 10 settembre 1622
Settembre, il mese degli sposi…santi? Sembrerebbe proprio di sì ed inoltre la maggior parte di essi è concentrata al giorno 10. Diciamo subito che si tratta esclusivamente di sposi martiri e per lo più sono giapponesi, una nazione che ha pagato un altissimo  tributo di sangue per la fede, grazie al quale, forse, il cristianesimo è sopravvissuto in quella terra. Fin dal secolo XVI a Nagasaki era sorta la prima consistente comunità cattolica del Giappone.
A Nagasaki, il 5 febbraio 1597, danno la vita per Cristo trentasei martiri (sei missionari francescani, tre gesuiti giapponesi, ventisette laici), canonizzati da Pio IX nel 1862. Quando riprende la persecuzione nel 1637 vengono uccisi addirittura trentacinquemila cristiani.
Poi la giovane comunità vive, per così dire, nelle catacombe, separata dal resto della cattolicità e senza sacerdoti; ma non si estingue.
Nel 1865 il padre Petitjean scopre questa “Chiesa clandestina”, che si fa da lui riconoscere dopo essersi accertata che egli è celibe, che è devoto di Maria e obbedisce al Papa di Roma; da allora la vita sacramentale può riprendere regolarmente. Nel 1889 è proclamata in Giappone la piena libertà religiosa, e tutto rifiorisce. Il 15 giugno 1891 viene eretta canonicamente la diocesi di Nagasaki, che nel 1927 accoglie come pastore monsignor Hayasaka, che è il primo vescovo giapponese ed è consacrato personalmente da Pio XI. L’ultima ecatombe di cattolici giapponesi avviene il 6 agosto 1945: infatti, tra le vittime della bomba atomica su Nagasaki, scomparvero in un sol giorno i due terzi della vivace comunità cattolica giapponese.
Una comunità quasi azzerata con la violenza per due volte in tre secoli, che tuttavia sopravvive, fondandosi anche sull’esempio dei suoi martiri. Questa settimana vogliamo far memoria di Paolo e Maria Tanaca, che sono imprigionati a Nagasaki perché colpevoli di non aver denunciato la presenza in casa loro di alcuni missionari, come impone la legge. Il fatto è che Paolo e Maria non se li son trovati in casa come sgraditi ospiti, ma hanno loro aperto le porte, proprio nel tentativo di salvare quei missionari dalla persecuzione.
Tentano in tutte le maniere di farli abiurare ed alla fine il governatore ordina la loro decapitazione, che viene eseguita il 10 settembre 1622, sulla collina di Nagasaki, insieme ad altri 50 loro fratelli di fede. La coppia è stata beatificata da Pio IX il 7 maggio 1867, insieme ad altri 203 martiri della medesima persecuzione. Nello stesso giorno subiscono il martirio Paolo Nangaichi, la moglie Tecla ed il loro figlio Paolo.
Per essi, oltre all’accusa di aver ospitato i missionari, anche quella di aver collaborato alla diffusione del Vangelo. Paolo è condannato ad essere arso vivo, la moglie e il figlio sono decapitati.  
Altra coppia, martirizzata lo stesso giorno, è quella di Antonio e Maddalena Sanga. Lui, cresciuto in seminario e poi uscitone per problemi di salute, si dedica con passione all’attività catechistica, si sposa e diventa papà.
Professa con coraggio la sua fede, al punto di autodenunciarsi come cristiano alle autorità. Imprigionato insieme alla moglie, riesce anche se in catene, a battezzare 32 cristiani, a far pregare e ad incoraggiare quanti passano nella sua cella.
Anche lui viene arso vivo e la moglie decapitata, perché in nessuna maniera sono riusciti a farli rinunciare dal credere in Cristo. Stessa sorte tocca a Maria Xoum, decapitata lo stesso giorno, che solo per un caso non viene festeggiata insieme al marito Giovanni: era già stato ucciso tre anni prima, il 18 novembre 1619, sempre per aver dato ospitalità ai missionari, ma insieme sono stati beatificati da Pio IX. Un ultimo ammirato pensiero ad un’intera famiglia, quella di Giovanni e Tecla Hasimoto: lui viene ucciso il 6 ottobre1619, alcune ore dopo Tecla viene crocifissa e arsa viva: insieme a lei hanno legato i loro figli, Caterina di 13 anni, Tommaso di 12, Francesco di 8, Pietro di 6 e la più piccola, Ludovica, che di anni ne ha appena 3.
Questa famiglia è stata beatificata da Benedetto XVI nel 2008. 'Il cammino di santità compiuto insieme, come coppia, è possibile, è bello, è straordinariamente fecondo ed è fondamentale per il bene della famiglia, della Chiesa e della società”, ha scritto Giovanni Paolo II: che abbia davvero ragione?
(Autore: Gianpiero Pettiti)
La Chiesa propone alla venerazione ed all’imitazione da parte dei fedeli una folta schiera di coppie di sposi che hanno fatto propri gli ideali evangelici, spesso purtroppo dimenticate, tra le quali ben sedici coppie di nazionalità giapponese come i beati coniugi Paolo e Maria Tanaca, oggetto della presente scheda agiografica.
É facilmente comprensibile che purtroppo non siano state tramandate dettagliate informazioni sul loro conto, come d’altronde sin dai tempi antichi l’effusione del sangue in odio alla fede cristiana è sempre stata considerata l’espressione massima della santità di una persona.
Cerchiamo comunque di ricostruire la trama della loro vicenda di martirio. Paolo era nativo di Tosa nei pressi di Shikoku.
Al fine di impedire la permanenza di missionari cristiani in Giappone, le leggi dello stato punivano severamente chi li ospitava o non ne denunciava la presenza.
I coniugi Tanaca non ottemperarono a queste ordinanze e furono imprigionati a Nagasaki per aver ospitato in casa loro alcuni missionari. Dopo aver tentato invano di farli abiurare, il governatore Gonrocu ordinò la loro decapitazione.
L’esecuzione della sentenza avvenne il 10 settembre 1622 sulla collina di Nagasaki unitamente ad una cinquantina di altri condannati.
Il sommo pontefice Beato Pio IX beatificò questi Santi coniugi il 7 maggio 1867, insieme con un gruppo complessivo di ben 205 martiri in terra giapponese.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beati Paolo e Maria Tanaca, pregate per noi.


*Beati Paolo e Tecla Nangaichi, sposi, ed il figlio Paolo - Martiri Giapponesi (10 settembre)
Schede dei gruppi a cui appartengono:
“Beati 52 Martiri di Nagasaki”
“Beati Martiri Giapponesi” Beatificati nel 1867-1989-2008

+ Nagasaki, Giappone, 10 settembre 1622
Come molti altri giapponesi dei primi decenni del sec. XVII, la famiglia Nangaichi venne
imprigionata e condannata sotto l'imputazione di aver violato la legge che proibiva di prestare aiuto ai missionari cristiani di origine straniera.
Nonostante questa legge, Paolo e Tecla avevano dato infatti generosamente la loro collaborazione per la difesa e la diffusione della fede cristiana.
Scoperti, furono inviati insieme col figlio Pietro nella prigione di Omura (1619).
Quivi rimasero per circa tre anni in condizioni difficilmente descrivibili: ambiente malsano, condizioni igieniche tremende, cibo scarso e pessimo.
Unico conforto la presenza di tanti altri fratelli di fede.
Trasferiti a Nagasaki, Paolo fu bruciato vivo (pena riservata secondo l'uso a quelli ritenuti più colpevoli di attività cristiana); la moglie Tecla ed il figlio Pietro, di sette anni, furono invece decapitati.
Ciò avvenne il 10 settembre 1622.
Pio IX li beatificò il 6 luglio 1867.
(Autore: Gian Domenico Gordini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beati Paolo e Tecla Nangaichi, sposi, ed il figlio Paolo, pregate per noi.


*Santa Pulcheria - Imperatrice (10 settembre)

Costantinopoli, 19 gennaio 399 – luglio 453
Figlia degli imperatori d'Oriente Arcadio ed Eudocia, Pulcheria nacque nel 399 a Costantinopoli. Ancora bambina perse i due genitori, e fino al conseguimento della maggiore età del fratello Teodosio II (detto "il Calligrafo") fu reggente dell'impero.
Alquanto autoritaria, compì il proprio dovere con estrema religiosità e consacrò la sua verginità al Signore. Ebbe un ruolo determinante nelle nozze del fratello convincendolo a sposare la greca Atenia. Dopo la morte del fratello, nel 450, Pulcheria, diventata imperatrice, sposò il senatore Marciano con il patto che rispettasse la sua verginità. Ebbe un ruolo determinante nella sconfitta del nestorianesimo, e per questo fu canonizzata.
La sua festa si celebra il 10 settembre. Il suo culto in Occidente ebbe nuovo impulso con papa Benedetto XIV il quale, colpito dal valore del suo casto matrimonio, con un decreto del 2 febbraio 1752 lo estese in buona parte dell'Europa.  (Avvenire)
Martirologio Romano: A Costantinopoli, santa Pulcheria, che difese e promosse la retta fede.
Le notizie su Santa Pulcheria ci sono pervenute dalle cronache bizantine; pertanto essendo numerose e piene di date, è necessario per snellire e visto lo spazio disponibile, di riassumere il più possibile.
I suoi genitori furono gli imperatori Arcadio ed Eudocia, i quali ebbero nell’ordine cinque figli: Flacilla, Pulcheria, Arcadia, Teodosio (il futuro imperatore) e Marina.
Pulcheria nacque il 19 gennaio 399 a Costantinopoli, ancora bambina perse in pochi anni dal 403 al 408, la sorella Flacilla e i due genitori, per cui lei insieme al fratello e le altre sorelle, rimasero sotto la tutela dell’eunuco Antioco, scelto come loro precettore dal reggente Antemio.
Ricevette un’ottima istruzione, che le permise di potersi esprimere correttamente sia in latino che in greco; non aveva ancora 16 anni, che il 4 luglio 414 fu elevata alla dignità di “Augusta” e reggente del fratello Teodosio e del governo; quindi divenne la personalità più in vista dell’Impero Bizantino, al punto che il 30 dicembre dello stesso 414, il prefetto Aureliano fece erigere nel Senato, tre busti in onore di Pulcheria e degli imperatori Onorio e Teodosio II.
Alquanto autoritaria, compì il proprio dovere e con una estrema religiosità, consacrò la sua verginità al Signore; con un voto sigillato pubblicamente, donò alla Chiesa di S. Sofia, uno splendido altare con iscrizione, inoltre aveva convinto anche le due sorelle a seguire la sua stessa strada; il palazzo imperiale era diventato quasi un convento, perché giorno e notte vi si cantavano le lodi divine, si leggeva la Sacra Scrittura, si pranzava e si digiunava insieme e il lavoro era manuale.
Fece da educatrice perfetta per il fratello, destinato a regnare, inculcandogli il rispetto per il clero ed i monaci. Divenne la strenua difenditrice dell’ortodossia cristiana, emanando o ripristinando leggi contro gli eretici di vari movimenti, contro l’accesso dei pagani agli uffici pubblici, moderando l’influsso degli ebrei nella vita dell’Impero, ebbe come consigliere il patriarca Attico.
Nel 417 vi fu, con l’accordo della corte bizantina, il ristabilimento della comunione del patriarca di Costantinopoli con la Sede Apostolica. Come reggente del fratello, Pulcheria era stata impegnata a cercare per Teodosio II, una sposa fra le più belle vergini dell’impero, la scelta cadde sulla greca Atenaide (poi imperatrice Eudossia), che Teodosio II sposò il 7 giugno 421.
Ma i rapporti futuri fra le due donne non furono sempre cordiali, per i temperamenti così diversi; avvenente e intraprendente Eudossia, dispotica e ultrareligiosa Pulcheria; la controversia di Nestorio, patriarca di Costantinopoli dal 428 al 431, che con la sua eresia affermava la separazione fra la natura umana e divina di Gesù, che tanta influenza ebbe nel mondo bizantino, aggravò le tensioni fra le due donne, che erano su posizioni opposte.
Pulcheria fu accusata di incesto presso il magistrato Paolino, il patriarca Nestorio le proibì l’ingresso al palazzo vescovile, fece cancellare la sua immagine dipinta sul già ricordato altare votivo e le tolse il permesso, concessale dal suo predecessore Sisinnio, di comunicarsi a Pasqua nel santuario della cattedrale.
A tutto questo seguì un lungo periodo, che vide protagoniste le due ‘basilisse’ (imperatrici romane d’Oriente), alle quali venivano rivolte richieste d’intervento dalle parti in conflitto ideologico, come s. Cirillo d’Alessandria e il vescovo d’Antiochia Giovanni, prima e durante il Concilio di Efeso, che condannò il “nestorianesimo”.
Un pellegrinaggio di Eudossia a Gerusalemme nel 438, permise a Pulcheria di recuperare l’antica superiorità a corte, ma per il gioco degli intrighi dei favoriti e per le gelosie femminili, l’atmosfera al ritorno di Eudossia divenne di nuovo pesante, finché nel 440 il favorito di Eudossia, Paolino fu condannato a morte e nel 443 l’imperatrice decise di ritirarsi per sempre a Gerusalemme.
A questo punto, quanti avevano bisogno di un appoggio decisivo, ormai ricorrevano a Pulcheria, come nel 446-447 il celebre Teodoreto di Ciro, preoccupato delle imposte che gravavano sulla sua città.
In quegli anni Pulcheria si ritirò a vita privata nel palazzo dell’Ebdomon, posto alla periferia della capitale e qui risiedeva ancora il 13 giugno 449, quando il Papa San Leone Magno, allora in lotta contro l’eretico Eutiche, le mandò varie lettere pregandola di aiutarlo a soffocare la nuova eresia, condannata poi nel 451 nel Concilio di Calcedonia e di mettere il suo intervento a favore della partecipazione bizantina al Concilio generale che papa Leone I voleva riunire in Italia.
L’eresia di Eutiche, archimandrita greco (378-454 ca.), accanito sostenitore dell’eresia di Nestorio, cadde nell’errore opposto; negava che in Gesù ci fossero due nature, affermando probabilmente l’assimilazione della natura umana in quella divina.
Con una sua lettera del 17 marzo 450, l’’Augusta’ Pulcheria rispose affermativamente, con il compiacimento del papa, che ancora una volta, apprezzò l’ortodossia della sovrana.
La sorella dell’imperatore fu pure coinvolta nella controversia che vide protagonista s. Flaviano patriarca di Costantinopoli, l’eunuco Crisafio, l’egiziano patriarca Anatolio; nel cui contesto avvenne il cosiddetto ‘ladrocinio di Efeso’, l’uccisione dello stesso Flaviano, l’esilio dell’eunuco, il riconoscimento dell’errore da parte di Teodosio II, il richiamo a corte della sorella Pulcheria
(sono tutti episodi, che narrati in questa scheda l’avrebbero allungata molto, pertanto le notizie dettagliate, si possono trovare nella scheda di s. Flaviano, patriarca di Costantinopoli).
Ad ogni modo, convertito o no dall’eresia di Eutiche, che in quei tempi coinvolgeva fattivamente la corte, il ‘basileus’ (imperatore) Teodosio II, morì il 28 giugno 450 a 49 anni, in seguito ad una caduta da cavallo; a lui si deve il “Codice Teodosiano”, raccolta delle costituzioni imperiali da Costantino in poi.
Pulcheria, che aveva ormai 51 anni, forse adempiendo un’ultima volontà del fratello, il 25 agosto 450 introdusse a corte un ufficiale in congedo di 58 anni, il tribuno Marciano e lo sposò dietro la promessa di rispettare la sua verginità; la cerimonia fu fastosa con la presenza del patriarca Anatolio e si dice che Pulcheria stessa, pose il diadema imperiale sul capo del maturo sposo.
Ancora di lei sappiamo che fece trasferire il corpo dell’ucciso s. Flaviano, nella chiesa dei SS. Apostoli di Costantinopoli e che diede uno apporto decisivo per la riunione del Concilio di Calcedonia del 451, voluto dal papa, per riportare la pace fra le opposte fazioni in lotta per le eresie, che funestavano il mondo cristiano orientale della sua epoca.
Al Concilio, cui partecipavano allora anche i sovrani bizantini, Pulcheria fu acclamata più volte come nuova s. Elena e difenditrice e salvatrice della Croce di Cristo, presente il marito il nuovo imperatore Marciano.
Fra lei e il papa San Leone Magno, intercorse una fitta corrispondenza, per consolidare le norme del Concilio di Calcedonia e riguardo le successive agitazioni monofisite, specie in Palestina, Pulcheria intervenne nel 453 con due lettere dirette ai monaci palestinesi e a Santa Bassa e le sue monache.
Nel terzo anno del regno di Marciano, l’imperatrice Pulcheria morì nel mese di luglio del 453 (stranamente in tanta precisione di notizie, si ignora il giorno), nel suo testamento, redatto da Marciano, ella lasciò tutti i suoi beni ai poveri.
Gli storici bizantini ricordano fra le sue opere la costruzione di sontuosi templi per la venerazione dei martiri, dei numerosi monasteri, ospizi e ricoveri, a cui dava una dote di sostegno. Si ricordano alcuni di questi templi: Chiesa dei Quaranta Martiri di Sebaste, in occasione della scoperta delle loro reliquie; il Santuario nel palazzo di Daphnè, dedicato a S. Stefano con la reliquia della mano destra del protomartire; una speciale chiesa in onore del profeta Isaia; poi il meraviglioso atrio di S. Lorenzo per deporvi le reliquie di San Lorenzo e di Sant' Agnese e temporaneamente quelle di Santo Stefano e di Isaia; la Chiesa di Santa Mena in Acropoli.
Inoltre Pulcheria è ricordata per aver dato inizio dal 449 in poi, con l’appoggio di Marciano, alla costruzione dei Santuari mariani più cari alla pietà bizantina.
Il corpo dell’’Augusta’ Pulcheria fu sepolto nella Chiesa dei Ss. Apostoli di Costantinopoli, dove già riposavano i grandi San Gregorio Nazianzeno, San Giovanni Crisostomo e San Flaviano. L’imperatore Leone (457-474) successore di Marciano, pieno di ammirazione per lei, fece apporre sulla sua tomba l’’indalma’ (immagine) di Pulcheria e fece trasportare in città, le statue di lei e del marito, che ornavano i portici del palazzo dell’Ebdomon; i corpi dei due sovrani erano sistemati in un’urna di porfido egiziano.
Due città, una in Frigia e l’altra nel Nuovo Epiro, ricordavano il suo nome, il quale deriva dal latino ‘Pulchra’ che significa ‘bella’.
La parte avuta dall’imperatrice nella difesa dell’ortodossia cristiana contro il nascente monofisismo (eresia che negava la natura umana di Cristo, affermandone l’unica natura divina) e che derivava dalla precedente eresia di Eutiche, spiega principalmente il culto datogli come santa, sia in Oriente che in Occidente, infatti le fu dato il titolo di “custode della Fede”.
Santa Pulcheria è ricordata nei sinassari orientali al 10 settembre, forse in dipendenza della commemorazione di Sant'Eudossia sua cognata; al 17 febbraio con San Marciano, San Flaviano e San Leone I; al 7 agosto con Sant' Irene.
Nel ‘Martirologio Romano’ è ricordata al 10 settembre; il suo culto in Occidente ebbe un nuovo impulso con papa Benedetto XIV il quale, colpito dal valore altamente significativo del casto matrimonio di Pulcheria e di Marciano, con un decreto del 2 febbraio 1752, ne estendeva il culto con Messa propria in buona parte dell’Europa.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Pulcheria, pregate per noi.


*Beato Riccardo di Sant'Anna - Francescano, Martire (10 settembre)
Schede dei gruppi a cui appartiene:
“Beati 52 Martiri di Nagasaki”
“Beati Martiri Giapponesi” Beatificati nel 1867-1989-2008

Ham sur Heure, Belgio, 1585 - Nagasaki, Giappone, 10 settembre 1622
Emblema:
Palma
Il futuro martire del Giappone Riccardo di S. Anna era scampato ad una morte violenta quand’era bambino. Grazie all’intercessione della madre della Vergine Maria era sopravvissuto alle gravi ferite causate da un lupo e proprio in segno di ringraziamento aggiunse al suo nome quello della Santa.
Era nato in Belgio, ad Ham sur Heure, nel 1585 ma, giovanissimo, si trasferì a Bruxelles per apprendere la professione di sarto.
A diciannove anni ebbe una grave crisi religiosa dovuta alla tragica morte di un coetaneo e decise di entrare tra i Minori francescani di Nivelles.
Riccardo fece la professione il 22 aprile 1605.
Il giovane frate aveva già alle spalle l’esperienza di un’attività professionale e, ritenuto abile negli affari, fu mandato dai superiori a Roma per il disbrigo di alcune pratiche.
Nella città eterna invece incontrò un gruppo di religiosi che si apprestavano a partire per evangelizzare il Giappone. Frate Riccardo aderì al progetto pieno di entusiasmo.
Il viaggio verso l’estremo oriente fu lungo e faticoso. La prima meta fu il Messico, poi le Filippine (1611) dove si fermò due anni per perfezionare gli studi di filosofia e teologia e poter essere ordinato sacerdote.
Giunse quindi finalmente in Giappone ma purtroppo, nel paese, il clima verso i missionari era molto ostile e il frate fu costretto a tornare a Manila.
Due anni dopo si recò nuovamente nel paese “del sol levante”, spacciandosi per mercante.
Esercitò il suo ministero tra molti pericoli, prodigandosi per i cristiani che erano costretti a vivere la propria fede nella clandestinità.
Avvertito da un frate domenicano che la sua attività era ormai a conoscenza delle autorità e che correva un serio pericolo di vita, Riccardo non volle fuggire e rimase tra i suoi fedeli.
Fu arrestato proprio mentre confessava. Rinchiuso nelle carceri di Nagasaki e poi in quelle di Omura, condivise la prigionia con alcuni cristiani ed ebbe, almeno, il conforto di condividere con essi alcuni momenti di preghiera.
Trasferito nuovamente a Nagasaki (settembre 1622), con alcuni compagni, incatenato come una bestia, passò la notte precedente al martirio in una gabbia, sotto una pioggia torrenziale. Il mattino seguente, legato ad un palo, fu arso a fuoco lento insieme ad altri ventuno compagni. Altri trenta vennero invece decapitati.
I Martiri del Giappone furono beatificati da Papa Pio IX nel 1867. Riccardo di Sant’Anna è commemorato nel giorno della sua morte avvenuta il 10 settembre 1622.
(Autore: Daniele Bolognini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Riccardo di Sant'Anna, pregate per noi.


*San Salvio di Albi - Vescovo (10 settembre)  

Martirologio Romano: Ad Albi in Aquitania, ora in Francia, San Salvio, vescovo, che, condotto fuori dal chiostro, fu ordinato contro il suo volere per questa sede e, scoppiata la peste, da buon pastore non volle lasciare mai la città.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Salvio di Albi, pregate per noi.


*Beato Sebastiano Kimura - Primo Sacerdote Giapponese, Martire (10 settembre)
Schede dei gruppi a cui appartiene:
“Beati 52 Martiri di Nagasaki”
“Beati Martiri Giapponesi” Beatificati nel 1867-1989-2008

Firando, Giappone, 1565 – Nagasaki, Giappone, 10 settembre 1622
Martirologio Romano:
A Nagasaki in Giappone, Beati Sebastiano Kimura, della Compagnia di Gesù, Francesco Morales, dell’Ordine dei Predicatori, sacerdoti, e cinquanta compagni, martiri, che, sacerdoti, religiosi, coniugi, giovani, catechisti, vedove e bambini, morirono per Cristo su un colle davanti a una grande folla tra crudeli torture.
Nella lunga storia dell’evangelizzazione del Giappone, si ebbero due periodi di terribile persecuzione contro i missionari stranieri e contro i cristiani giapponesi.
La prima iniziata il 9 dicembre 1596 ad opera dello ‘shogun’ Hideyoshi, portò al martirio i primi 26 cattolici fra cui tre gesuiti giapponesi e sei francescani, crocifissi e trafitti il 5 febbraio 1597, nella zona di Nagasaki sulla ‘santa collina’; i martiri furono proclamati santi da Papa Pio IX nel 1862.
La seconda persecuzione, dopo un proficuo periodo di pace che vide l’arrivo di altri missionari, non solo gesuiti e francescani, ma anche domenicani ed agostiniani, si scatenò ad opera dello ‘shogun’ Ieyasu, dal 1614 e con i suoi successori fino al 1632; una furiosa carneficina che colpì missionari, catechisti, laici di ogni condizione sociale, perfino bambini e intere famiglie; uccisi secondo lo stile orientale, fra vari e raffinati supplizi.
La maggior parte dei martiri, che furono migliaia, morirono legati ad un palo e bruciati a fuoco lento, cosicché la ‘santa collina’ di Nagasaki, già teatro della prima persecuzione, fu sinistramente illuminata dalla fila di torce umane per parecchie sere e notti; altri martiri furono decapitati o tagliati membro per membro.
Di questa seconda, più lunga e numerosa persecuzione, raccogliendo testimonianze, la Chiesa ha potuto riconoscere, fra le varie migliaia di vittime, la validità storica del martirio per almeno 205 di esse, che Papa Pio IX, il 7 luglio 1867 proclamò Beati.
Fra essi si annovera il beato Kimura, discendente del primo neofita istruito e battezzato a Hirado da San Francesco Saverio e parente di altri due martiri giapponesi, Kimura (Leonardo) e Kimura (Antonio) che diverranno Beati anch’essi.
Kimura nacque a Firando nel 1565 in una famiglia convertita al cattolicesimo, al battesimo gli fu dato anche il nome cristiano di Sebastiano. Ad 11 anni, si dedicò al servizio della chiesa dei Gesuiti nella città di Firando, poi passò a Bungo nel Seminario dei padri gesuiti; a 19 anni chiese ed ottenne di entrare a far parte dell’Ordine di Sant’Ignazio.
Da seminarista fece il catechista a Meaco e nel distretto dello Scimo, poi si trasferì nel collegio di Macao in Cina per studiare la teologia.
Nel settembre 1601, tornato in Giappone, fu ordinato sacerdote a Nagasaki, il primo della Nazione giapponese.
Infuriando la seconda feroce persecuzione contro i cristiani, padre Kimura (Sebastiano), che era dotato di spiccata eloquenza, fu abilissimo nel camuffarsi e trasformarsi, per eludere le spie, nei più svariati personaggi, come soldato, mercante, agricoltore, vetturale, medico.
Riusciva così a penetrare nei luoghi più pericolosi perfino nelle carceri per confortare i futuri martiri.
Saputo che era ricercato, il padre Provinciale dei Gesuiti, lo esortò ad allontanarsi il più presto possibile da Nagasaki, ma era troppo tardi, il 30 giugno 1621, tradito da una schiava coreana,
padre Kimura fu arrestato mentre era ospite in casa di Antonio da Corea cattolico, con lui furono presi anche i suoi catechisti e rinchiusi nella prigione di Suzuta, dove erano già prigionieri, da ben quattro anni, padre Carlo Spinola (1564-1622) e quattro novizi.
Le condizioni dei prigionieri erano terribili, il carcere si trovava sopra una vetta di montagna, gelida ed esposta a tutti i venti, e a loro veniva data una sola coperta, come cibo un po’ di riso e due sardine, giusto per tenerli in vita ma senza soddisfare la fame. Le condizioni igieniche erano miserevoli, senza poter lavare un panno e senza poterli asciugare un po’ al sole; il periodo trascorso in questo terribile carcere, li vide impegnati in preghiere, penitenze e in fervorosi colloqui spirituali.
Finalmente il 9 settembre 1622 giunse l’ordine di trasferire i prigionieri a Nagasaki, padre Kimura, padre Spinola e altri 22 fra novizi e fedeli cattolici, ormai condannati a morte dal governatore Gourocu, furono uniti ad altri provenienti dalle carceri locali e trasportati su barche fino a Nagaic e da li su muli fin sopra le colline che sovrastano Nagasaki, dove erano già pronti i pali e la legna per essere arsi vivi.
Il supplizio del rogo toccò a 22 di loro, mentre altri 30 furono decapitati, era il 10 settembre 1622, padre Kimura, e padre Carlo Spinola furono fra quelli bruciati sul rogo; per rendere più lungo il tormento la legna era stata sistemata sparsa il largo cerchio.
Alla barbara esecuzione, che durò tre ore, assisté una folla sterminata sparsa sul monte e su barche in mare; padre Kimura Sebastiano, primo sacerdote del Giappone, morì per ultimo, dopo essere stato per tre ore immobile e legato con le braccia in croce, finché il fuoco non lo raggiunse.
La sua ricorrenza liturgica è il 10 settembre.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Sebastiano Kimura, pregate per noi.


*San Sostene di Calcedonia - Martire (10 settembre)

Emblema: Palma
Sostene e Vittore, compagni di martirio
La vita cristiana è segnata dal dono della Spirito Santo il quale, parlando in noi, ci fa riconoscere Dio come Padre. Lo Spirito di Gesù è il dono che se accolto dalla nostra libertà, legandoci a Cristo, ci lega al suo destino: la santità. Infatti dice la preghiera Eucaristica III: "Padre santo fonte di ogni santità”, è il Padre che in Cristo per opera dello Spirito, accolto dalla nostra libertà, ci santifica.
Così ognuno di noi potrà dire come l’apostolo Paolo: “Per la grazia di Dio sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana”.
Lo Spirito Santo, la grazia di Dio, è concesso a tutti, è dono gratuito di Dio, è dono uguale per tutti, perché è uno e indivisibile. Ciò che crea diversità è soltanto causato dalla risposta della libertà di ciascuno. E’ qui solo che c’è differenza tra noi tutti e i Santi.
Sostene è santo, cioè esempio per noi di vita cristiana, perché ha risposto liberamente e prontamente alla grazia di Dio. Fu l’esempio di Eufemia che interrogò il cuore del giovane soldato. Lo Spirito Santo che dava coraggio ad Eufemia, così da renderla testimone della fede in Gesù, guidò la coscienza di Sostene che confessò la sua fede in Cristo riconoscendolo suo unico Signore e Re.
La Chiesa, secondo la sua Tradizione, venera i Santi e tiene in onore le loro Reliquie e le loro immagini; nelle feste dei Santi proclama le meraviglie di Cristo nei suoi Servi e propone ai fedeli esempi da imitare. San Sostene martire è per noi un esempio da imitare.
I primi Santi venerati nella Chiesa sono proprio i Martiri (=testimoni): quegli uomini e quelle donne che sparsero il loro sangue per restare fedeli a Cristo che per tutti aveva sacrificato la sua vita sulla croce. "Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici".
Gesù aveva preannunciato le persecuzioni per i suoi discepoli: "Io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi... Sarete condotti davanti ai governatori e ai re per causa mia, per dare testimonianza a loro ed ai pagani.
E quando sarete consegnati nelle loro mani, non preoccupatevi di come o di che cosa dovrete dire: non siete, infatti, voi a parlare, ma lo Spirito del Padre che parla per voi".
La storia della Chiesa, di tutti i tempi e di tutti i luoghi, dall’età apostolica ai giorni nostri, è stata segnata dalla testimonianza di innumerevoli cristiani che sono stati arrestati, torturati ed uccisi in odio a Cristo. Il martirio è sempre stato ritenuto dai cristiani un dono, una grazia, un privilegio, la
pienezza del Battesimo, perché si è “battezzati nelle morte di Cristo”. Il Concilio Vaticano II così insegna: “Fin dai primi tempi alcuni cristiani sono stati chiamati a dare questa suprema testimonianza d’amore davanti a tutti, e anche davanti ai persecutori, e altri ancora vi saranno chiamati. Il martirio rende il discepolo simile al suo Maestro che accettò liberamente la morte per salvare il mondo, e lo conferma anche lui nell’effusione del sangue; perciò il martirio è stimato dalla Chiesa come dono esimio e prova suprema di carità”.
Furono soprattutto i primi quattro secoli della Chiesa ad essere caratterizzati da feroci persecuzioni che seminarono testimoni a non finire, che rivelarono la forza dello Spirito del Padre tanto che Tertulliano diceva ai pagani: ”Il sangue dei martiri è sempre seme di cristiani”. Così avvenne anche per Sostene di Calcedonia: la sua vita santa fu il frutto della divina grazia per la testimonianza di santa Eufemia.
È il IV secolo che vide i natali di Sostene, in una famiglia pagana, a Calcedonia in Bitinia, terra dell’odierna Turchia. Nulla si sa della sua fanciullezza. Possiamo solo affermare che si arruolo nell’esercito romano sotto il comando di Massimiano Erculeo e riportò numerose vittorie. Visse in un periodo di aspre persecuzioni contro i cristiani: la prima sotto il regno di Decio e poi di Diocleziano. Nella sua vita sicuramente senti parlare dei cristiani, ma ne gusto la fede e la fermezza solo accostando la giovane Eufemia che doveva, per comando ricevuto, martirizzare.
Sostene rimase colpito dalla fede e dalla forza che si sprigionava da una così fragile giovane. Sicuramente in cuor suo si sarà domandato da dove le veniva una tale forza, chi era quel dio per il quale si potevano sopportare così atroci tormenti. Possiamo immaginare il travaglio interiore del giovane soldato e la sua ricerca di una risposta alle tante domande che la coscienza gli poneva. Così anche lui come un novello Paolo ebbe in Eufemia la via di Damasco: ascoltò la voce di quel Dio che in Eufemia gli parlava.
Non era un dio come quello dei suoi padri, un dio padrone, ma un Dio Padre, che lo amava e che nel suo immenso amore aveva dato il suo Figlio che anche per lui era morto e risorto. Ecco la forza e la speranza che animava la giovane vergine di Calcedonia!
Aveva così scoperto il vero Dio, il Creatore e Signore dell’Universo. Non trascorse molto tempo che anche lui fu scoperto cristiano e come Santa Eufemia fu chiamato a testimoniare pubblicamente la sua fede.
Governava in quel tempo la Bitinia il console Prisco. Egli lo fece arrestare quale cristiano e rinchiudere in carcere. Era la prova della fedeltà a Cristo, ma fu solo l’inizio. Fu sottoposto a ripetuti interrogatori con i quali il console sperava di persuaderlo dalla fede in Gesù. Sostene fu irremovibile. Dalle parole persuasive e dalle promesse di ricchezza ed onore si passo alle torture. Venne fustigato, poi dilaniato da uncini, ma tutto questo non vinse la sua fede, anzi egli lodava Dio che lo rendeva degno di soffrire per il suo Nome.
Altre prove lo attendono. Venne gettato alle belve feroci, ma per grazia divina superò anche questa prova. La sua fine però era segnata: fu preparata una catasta di legna e acceso un immenso fuoco. Sostene fu condotto per essere arso vivo. Però anche lui, come Eufemia, aveva così fermamente testimoniato la fede in Gesù che ebbe il primo frutto della sua testimonianza: un compagno nell’ultima prova, Vittore . I due dopo aver scambiato il bacio di pace furono gettati nel rogo testimoniando così fino al sangue la loro fedeltà a Cristo.
Fu questa la loro vittoria: i discepoli sono conformati al Maestro. Sostene e Vittore ci insegnano il modo eroico di morire per Gesù, ognuno di noi è chiamato forse anche, per grazia divina, a questa sorte, ma sicuramente è chiamato a dar testimonianza della propria fede in Gesù nella CARITÀ: “Aspirate ai carismi più grandi!
E io vi mostrerò una via migliore di tutte. Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli Angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna... La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine...”
(Autore: Don Marco Grenci - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Sostene di Calcedonia, pregate per noi.


*San Teodardo di Tongress - Vescovo e Martire (10 settembre)  
† 670
Originario della Gallia o, forse, dell’Austrasia; la sua data di nascita si pone sotto il regno di Clotario II (613-22), fu discepolo di San Remaclo. Non si sa in che anno Teodardo venne eletto vescovo di Tongres-Maastricht. Per lungo tempo si è voluto vedere in lui il successore di Remaclo. A Maastricht, Teodardo fu predecessore di San Lamberto.
Sotto il suo episcopato la chiesa di Tongress-Maastricht ebbe a subire molte depredazioni e furti, a causa dei potenti proprietari terrieri dei dintorni. Teodardo che non tollerava ciò si recò dal re per mettere fine a questi soprusi, ma i suoi nemici lo inseguirono e lo uccisero nella foresta di Bienwald, presso Spira. Il suo corpo fu riesumato il 7 settembre 1489 ma il reliquiario in cui erano conservati i suoi resti insieme a S. Magdelberta attualmente è scomparso.
Martirologio Romano: Vicino a Spira nella Renania, in Germania, passione di San Teodardo, vescovo di Tongeren e martire, ucciso mentre si recava dal re Childerico.
Di san Teodardo restano poche notizie, tutte raccolte in 3 Vite, molto simili tra loro ed incentrate più che altro sulle circostanze della morte: due Vite di Anselmo, canonico di Liegi e una di Sigeberto di Gembloux.
Giunto presso Maastricht dalle Gallie ai tempi di Clotario II, divenne discepolo di S. Remaclo, vivendo per un periodo nel Monastero di Stavelot sotto la guida dello stesso.
Persona di carattere allegro, salì come Vescovo sulla cattedra di Maastricht succedendo forse allo stesso Remaclo.
Contrariamente ad altre fonti, i Piccoli Bollandisti si mostrano più sicuri sulle circostanze dell’Episcopato di San Teodardo: succede a San Remaclo dopo essere stato anche lui Abate di Stavelot e regna per 6 anni.
Durante il suo governo la sua chiesa fu esposta a rapina da parte di nobili ed egli si appellò a Re Chilperico II di Austrasia; infatti il suo nome compare in un documento del 679 in cui il Re gli chiede di effettuare con un ufficiale di Palazzo misure esatte dei possedimenti dell’Abbazia di Stavelot-Malmédy.
Morì nel 670 aggredito da rapinatori in un bosco proprio mentre si recava dal Re a perorare la causa della sua chiesa.
Sul luogo dell’omicidio venne eretta una cappella rurale dedicata a Saint-Didric. I suoi resti furono fatti trasferire a Liegi dal successore, San Lamberto; una ricognizione dele reliquie si ebbe il 7 settembre 1489 ed il prezioso reliquiario in cui vennero poste è purtroppo andato perduto.
Venne venerato quale “Martire” perché patì nella difesa dei diritti della Chiesa.
(Autore: Marco Faraldi - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Teodardo di Tongress, pregate per noi.


*San Vittore di Calcedonia - Martire (10 settembre)
Emblema: Palma
Sostene e Vittore, compagni di martirio
La vita cristiana è segnata dal dono della Spirito Santo il quale, parlando in noi, ci fa riconoscere Dio come Padre. Lo Spirito di Gesù è il dono che se accolto dalla nostra libertà, legandoci a Cristo, ci lega al suo destino: la santità.
Infatti dice la preghiera Eucaristica III: "Padre santo fonte di ogni santità”, è il Padre che in Cristo per opera dello Spirito, accolto dalla nostra libertà, ci santifica. Così ognuno di noi potrà dire come l’apostolo Paolo: “Per la grazia di Dio sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana”.
Lo Spirito Santo, la grazia di Dio, è concesso a tutti, è dono gratuito di Dio, è dono uguale per tutti, perché è uno e indivisibile. Ciò che crea diversità è soltanto causato dalla risposta della libertà di ciascuno. E’ qui solo che c’è differenza tra noi tutti e i Santi.
Sostene è santo, cioè esempio per noi di vita cristiana, perché ha risposto liberamente e prontamente alla grazia di Dio.
Fu l’esempio di Eufemia che interrogò il cuore del giovane soldato. Lo Spirito Santo che dava coraggio ad Eufemia, così da renderla testimone della fede in Gesù, guidò la coscienza di Sostene che confessò la sua fede in Cristo riconoscendolo suo unico Signore e Re.
La Chiesa, secondo la sua Tradizione, venera i Santi e tiene in onore le loro Reliquie e le loro immagini; nelle feste dei Santi proclama le meraviglie di Cristo nei suoi Servi e propone ai fedeli esempi da imitare. San Sostene martire è per noi un esempio da imitare.
I primi Santi venerati nella Chiesa sono proprio i Martiri (=testimoni): quegli uomini e quelle donne che sparsero il loro sangue per restare fedeli a Cristo che per tutti aveva sacrificato la sua vita sulla croce. "Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici".
Gesù aveva preannunciato le persecuzioni per i suoi discepoli: "Io vi mando come agnelli in mezzo ai lupi... Sarete condotti davanti ai governatori e ai re per causa mia, per dare testimonianza a loro ed ai pagani.
E quando sarete consegnati nelle loro mani, non preoccupatevi di come o di che cosa dovrete dire: non siete, infatti, voi a parlare, ma lo Spirito del Padre che parla per voi".
La storia della Chiesa, di tutti i tempi e di tutti i luoghi, dall’età apostolica ai giorni nostri, è stata segnata dalla testimonianza di innumerevoli cristiani che sono stati arrestati, torturati ed uccisi in odio a Cristo. Il martirio è sempre stato ritenuto dai cristiani un dono, una grazia, un privilegio, la pienezza del Battesimo, perché si è “battezzati nelle morte di Cristo”.
Il Concilio Vaticano II così insegna: “Fin dai primi tempi alcuni cristiani sono stati chiamati a dare questa suprema testimonianza d’amore davanti a tutti, e anche davanti ai persecutori, e altri ancora vi saranno chiamati.
Il martirio rende il discepolo simile al suo Maestro che accettò liberamente la morte per salvare il mondo, e lo conferma anche lui nell’effusione del sangue; perciò il martirio è stimato dalla Chiesa come dono esimio e prova suprema di carità”.
Furono soprattutto i primi quattro secoli della Chiesa ad essere caratterizzati da feroci persecuzioni che seminarono testimoni a non finire, che rivelarono la forza dello Spirito del Padre tanto che Tertulliano diceva ai pagani: ”Il sangue dei martiri è sempre seme di cristiani”. Così avvenne anche per Sostene di Calcedonia: la sua vita santa fu il frutto della divina grazia per la testimonianza di santa Eufemia.
È il IV secolo che vide i natali di Sostene, in una famiglia pagana, a Calcedonia in Bitinia, terra dell’odierna Turchia. Nulla si sa della sua fanciullezza. Possiamo solo affermare che si arruolo nell’esercito romano sotto il comando di Massimiano Erculeo e riportò numerose vittorie. Visse in
un periodo di aspre persecuzioni contro i cristiani: la prima sotto il regno di Decio e poi di Diocleziano. Nella sua vita sicuramente senti parlare dei cristiani, ma ne gusto la fede e la fermezza solo accostando la giovane Eufemia che doveva, per comando ricevuto, martirizzare. Sostene rimase colpito dalla fede e dalla forza che si sprigionava da una così fragile giovane. Sicuramente in cuor suo si sarà domandato da dove le veniva una tale forza, chi era quel dio per il quale si potevano sopportare così atroci tormenti.
Possiamo immaginare il travaglio interiore del giovane soldato e la sua ricerca di una risposta alle tante domande che la coscienza gli poneva. Così anche lui come un novello Paolo ebbe in Eufemia la via di Damasco: ascoltò la voce di quel Dio che in Eufemia gli parlava. Non era un dio come quello dei suoi padri, un dio padrone, ma un Dio Padre, che lo amava e che nel suo immenso amore aveva dato il suo Figlio che anche per lui era morto e risorto. Ecco la forza e la speranza che animava la giovane vergine di Calcedonia!
Aveva così scoperto il vero Dio, il Creatore e Signore dell’Universo. Non trascorse molto tempo che anche lui fu scoperto cristiano e come santa Eufemia fu chiamato a testimoniare pubblicamente la sua fede.
Governava in quel tempo la Bitinia il console Prisco. Egli lo fece arrestare quale cristiano e rinchiudere in carcere. Era la prova della fedeltà a Cristo, ma fu solo l’inizio. Fu sottoposto a ripetuti interrogatori con i quali il console sperava di persuaderlo dalla fede in Gesù. Sostene fu irremovibile. Dalle parole persuasive e dalle promesse di ricchezza ed onore si passo alle torture. Venne fustigato, poi dilaniato da uncini, ma tutto questo non vinse la sua fede, anzi egli lodava Dio che lo rendeva degno di soffrire per il suo Nome.
Altre prove lo attendono. Venne gettato alle belve feroci, ma per grazia divina superò anche questa prova. La sua fine però era segnata: fu preparata una catasta di legna e acceso un immenso fuoco. Sostene fu condotto per essere arso vivo.
Però anche lui, come Eufemia, aveva così fermamente testimoniato la fede in Gesù che ebbe il primo frutto della sua testimonianza: un compagno nell’ultima prova, Vittore . I due dopo aver scambiato il bacio di pace furono gettati nel rogo testimoniando così fino al sangue la loro fedeltà a Cristo. Fu questa la loro vittoria: i discepoli sono conformati al Maestro.
Sostene e Vittore ci insegnano il modo eroico di morire per Gesù, ognuno di noi è chiamato forse anche, per grazia divina, a questa sorte, ma sicuramente è chiamato a dar testimonianza della propria fede in Gesù nella CARITÀ: “Aspirate ai carismi più grandi! E io vi mostrerò una via migliore di tutte.
Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli Angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna... La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità.
Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine...”
(Autore: Don Marco Grenci - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Vittore di Calcedonia, pregate per noi.


*Beato Xumpo (Michele) - Martire in Giappone (10 settembre)

Scheda del gruppo a cui appartiene
“Beati 52 Martiri di Nagasaki”
“Beati Martiri Giapponesi” Beatificati nel 1867-1989-2008

Emblema: Palma
É uno dei 205 martiri del Giappone, beatificati il 7 luglio 1867 da papa Pio IX. Nella grande persecuzione avvenuta in Giappone contro i cristiani dal 1617 al 1632, fra i tanti sacerdoti e religiosi missionari uccisi, vi furono anche molti fedeli cristiani giapponesi e clero locale, che non vollero rinunciare alla loro fede, facendo di tutto per proteggere e nascondere i missionari.
Il Beato Xumpo nacque in una famiglia cristiana nel 1589 nel regno di Oari; a nove anni fu affidato ai padri gesuiti di Meaco, i quali viste le disposizioni spirituali del ragazzo, dopo tre anni lo inviarono
nel seminario cattolico di Arima; ormai grande si aggregò ad altri tre giovani, anch’essi educati dai gesuiti, che avevano fondato una comunità di tipo monastico presso Nagasaki.
La loro vita era basata sulla regola del noviziato dei gesuiti: preghiera, meditazione, lavoro, santa conversazione, integrata da penitenze col cilicio e il dormire sulla nuda terra.
Scendevano spesso a Nagasaki per assistere gli ammalati, gli altri cristiani e fare apostolato.
Non potevano passare inosservati e alla fine il governatore Gonrocu ne proibì l’attività, ma al loro rifiuto li fece incarcerare nelle prigioni di Suzuta, dove vissero in condizioni miserevoli per circa due anni, lì era prigioniero anche il padre gesuita Carlo Spinola che fu loro di stimolo ad avere coraggio e perseveranza nella fede.
Grazie alle sue raccomandazioni furono ammessi nella Compagnia di Gesù. Condannati a morte, Xumpo a cui avevano aggiunto il nome di Michele, i suoi confratelli Antonio Chiuni, Gonsalvo Fousai, Pietro Sampò e altri cristiani, furono bruciati vivi a fuoco lento, per prolungarne l’agonia, sulle colline di Nagasaki, il 10 settembre 1622.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Xumpo, pregate per noi.


*Altri Santi del giorno (10 settembre)

*San
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.

 
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