Santi del 11 Giugno - Istituto Aveta

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Santi del 11 Giugno

Il mio Santo > I Santi di Giugno

*Santi 3 Martiri Mercedari di Damietta (11 giugno)

+ Damietta, Egitto, XIII secolo
Questi tre nobili Santi cavalieri laici dell’Ordine Mercedario, in Oriente liberarono molti cristiani dalla schiavitù.
Erano al seguito della VII Crociata, quando una peste orribile si mise a decimare l’esercito cristiano, subito essi si prestarono al servizio dei soldati colpiti dal male, ma vennero fatti prigionieri dagli infedeli.
Dopo inaudite torture, furono condotti a Damietta in Egitto ed in odio alla fede cattolica vennero fatti precipitare da un’alta torre meritando la corona gloriosa dei martiri.
San Luigi IX, Re di Francia, scrivendo a San Pietro Nolasco nel 1254, fece i maggiori elogi delle loro virtù eroiche e del loro martirio.
L’Ordine li festeggia l’11 giugno.  
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi 3 Martiri Mercedari di Damietta, pregate per noi.


*Sant'Aleide di Schaerbeek - Vergine (11 giugno)

m. 1250
Martirologio Romano:

Nel monastero di La Chambre vicino a Bruxelles nel Brabante, nell’odierno Belgio, Sant’Aléide, vergine dell’Ordine Cistercense, che, a ventidue anni, colpita dalla lebbra, fu costretta a una vita di segregazione; negli ultimi anni, perduta anche la vista, neppure un membro del corpo le era rimasto sano, salvo la lingua, per cantare le lodi di Dio.  
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Aleide di Schaerbeek, pregate per noi.  


*San Bardone (Bardo) di Magonza - Vescovo (11 giugno)

m. 1051
Martirologio Romano:
A Magonza nella Franconia in Germania, Beato Bardone, vescovo, che fu dapprima abate di Heresfeld, elevato poi alla dignità episcopale, curò egregiamente la sua Chiesa con instancabile  sollecitudine pastorale.
Nacque nel 981 a Oppertshofen da famiglia di antica nobiltà, imparentata con l'imperatrice Gisela, moglie di Corrado II. Entrato ancor giovane nel monastero di Fulda, si distinse soprattutto per l'umiltà, l'amore verso il prossimo e la prontezza al sacrificio, virtù che, già presenti nella sua mite natura, egli non mancò di sviluppare con esercizio perseverante. Il suo abate lo nominò ben presto decano e poi prevosto di Neumünster.
Qui fu conosciuto dall'imperatore Corrado II, che ne riportò una impressione così favorevole da conferirgli qualche tempo dopo l'abbazia imperiale di Werden nella Ruhr, cui nel 1031 unì anche quella di Hersfeld, che era rimasta vacante.
Nello stesso anno 1031 Bardone fu eletto arcivescovo di Magonza, e questa nomina contrariò il clero di corte, non certo disposto a tollerare che un monaco d'aspetto meschino e che non mostrava di avere qualità particolari, fosse stato promosso alla prima sede vescovile dell'Impero.
Alcuni, anzi, lo ritennero un uomo inetto, con cui si potesse osare tutto, e tra questi Erchembaldo,
podestà della città, che fece passare al santo ore amare. Nonostante il disprezzo di cui era oggetto, Bardone ottemperò in maniera esemplare ai suoi doveri di principe dell'Impero e nel 1040 prese anche parte alla guerra contro i Boemi.
Ma la sua occupazione prediletta fu sempre la cura per i poveri e per i bisognosi: in Magonza li conosceva tutti per nome ed essi avevano libero accesso alla sua casa.
Persino i giocolieri e i suonatori ambulanti trovarono in lui un protettore, non perché egli approvasse il loro mestiere, ma perché aveva compassione della loro condizione di girovaghi.
Tali erano la sua generosità e la sua mitezza che regalò una moneta d'oro al custode che, avendolo una notte scambiato per un ladro nell'oscurità della chiesa, lo aveva percosso duramente.
Il Santo, infatti, aveva l'abitudine di pregare a lungo di notte, prima che avessero inizio le vigilie.
Non si ha notizia di un eventuale incremento dei possessi temporali della diocesi di Magonza durante il governo di Bardone, mentre invece si sa che egli completò la costruzione del duomo della città e lo consacrò solennemente nel 1036. Godé sempre fama di zelante pastore e di illustre predicatore tanto da essere paragonato a san Giovanni Crisostomo.
Una prova della sua eloquenza è il sermone per la festa di san Giovanni Evangelista, condotto sul versetto In conspecto eius nubes transierunt, in cui Cristo è paragonato al sole e i santi alle nuvole e alle stelle.
Dopo aver assistito al sinodo tenuto da Leone IX nel 1049 a Magonza, l'11 giugno dello stesso anno Bardone morì a Dornloh, presso Paderborn.
Con l'invocazione sancte Bardo Bardone è già nominato nella litania di Exeter del sec. XI, introdottovi forse dal vescovo Leofric. Dal sec. XVII la festa di Bardone ricorre a Magonza e ad Oppertshofen il 10 giugno, per evitare la concorrenza con san Barnaba (cf. Der Katholik, II, Magonza 1870, pp. 686 sg.); ma dal 1915 nel duomo della stessa città si celebra il 15 giugno con la liturgia dei Dottori della Chiesa, titolo spesso attribuito al santo in passato. Se ne fa memoria nei martirologi dell'Ordine benedettino il 10 giugno.
Sino al sec. XIV si ha memoria della venerazione delle sue reliquie, ma alla fine del Medio Evo se ne persero le tracce, e neppure negli ultimi restauri del duomo, antecedenti al 1934, furono ritrovate. Una grande statua barocca di Bardone troneggia nella cripta di San Bonifacio a Fulda.
(Autore: Alfonso M. Zimmermann - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Bardone di Magonza , pregate per noi.


*San Barnaba Apostolo (11 giugno)

Primo secolo dopo Cristo
Barnaba (figlio della Consolazione), cipriota, diede agli Apostoli ciò che recavo dalla vendita del suo campo:" Così Giuseppe, soprannominato gli apostoli Barnaba "figlio dell'esortazione", un levita originario di Cipro, che era padrone di un campo, lo vendette e ne consegnò l'importo ai piedi degli apostoli e uomo virtuoso qual era e pieno di Spirito Santo e di fede, esortava tutti a perseverare con cuore risoluto nel Signore.
Accreditò Paolo di fronte alla Chiesa, fu suo compagno nel primo viaggio missionario e nel primo Concilio di Gerusalemme. (Mess. Rom.)
Etimologia: Barnaba = figlio di consolazione, dall'arameo
Martirologio Romano: Memoria di San Barnaba, Apostolo, che, uomo mite e colmo di Spirito Santo e di fede, fu annoverato tra i primi fedeli di Gerusalemme.
Predicò il Vangelo ad Antiochia e introdusse Saulo di Tarso da poco convertito nel novero dei fratelli, accompagnandolo pure nel suo primo viaggio per l’evangelizzazione dell’Asia; partecipò poi al Concilio di Gerusalemme e, fatto ritorno all’isola di Cipro, sua patria di origine, vi diffuse il Vangelo.
L’ebreo Giuseppe nativo di Cipro si fa cristiano, vende un suo campo e consegna il ricavato "ai piedi degli apostoli", in Gerusalemme.
Così lo incontriamo, presentato dagli Atti degli Apostoli, con questo gesto di conversione radicale. La Chiesa neonata impara presto a onorarlo col soprannome di Barnaba, ossia “figlio dell’esortazione”.
E la sua autorità cresce. Un giorno i cristiani di Gerusalemme sono sottosopra perché in città è tornato Saulo di Tarso, già persecutore spietato. Dicono che ora sia cristiano, ma chi si fida?
Ed ecco che Barnaba, preso Saulo con sé, "lo presentò agli apostoli", dicono gli Atti, garantendo per lui.
Basta la sua parola: Saulo, che poi si chiamerà Paolo, "poté stare con loro".
Qualche tempo dopo arriva la notizia che ad Antiochia di Siria si fanno cristiani anche dei non ebrei: novità mai vista.
La Chiesa di Gerusalemme "mandò Barnaba ad Antiochia"; è l’uomo delle emergenze. E ad Antiochia capisce subito: "Vide la grazia del Signore e si rallegrò".
Nessuna incertezza, nessun “vedremo”, “concerteremo”: subito egli invita "tutti a perseverare con cuore risoluto nel Signore". Risoluto lui per primo, porta Paolo da Tarso ad Antiochia, predicano
insieme, poi insieme portano soccorsi ai cristiani di Gerusalemme affamati da una carestia.
Ad Antiochia matura il piano per una missione in terra pagana, diretta anzitutto alle comunità ebraiche, ma che poi si aprirà a tutti. Barnaba e Paolo sono designati all’impresa, prendendo con sé il giovane indicato all’inizio come "Giovanni detto Marco", cugino di Barnaba.
Quello che, secondo l’antica tradizione cristiana, sarà poi l’evangelista Marco.
Questo primo viaggio missionario tocca Cipro e una parte dell’Asia Minore.
Barnaba è ancora con Paolo (verso l’anno 49) a Gerusalemme, per la focosa disputa sui pagani convertiti (devono circoncidersi o no?), che porterà alla decisione di non imporre loro altri pesi, oltre ai precetti profondamente radicati nell’animo degli ebreo-cristiani.
Tra gli anni 50 e 53 c’è il secondo viaggio missionario che toccherà anche l’Europa. Barnaba vorrebbe portare ancora Giovanni-Marco, ma Paolo rifiuta, perché nel primo viaggio il giovane si è separato da loro.
Insiste Barnaba, ed è rottura completa. Gli Atti dicono soltanto: "Barnaba, prendendo con sé Marco, s’imbarcò per Cipro".
E non parleranno più di lui.
Se ne ricorda invece assai Paolo, probabilmente riconciliato con Marco: scrivendo ai Colossesi e a Filemone, manda loro i saluti anche "di Marco" (e ai Colossesi precisa: "il cugino di Barnaba").
Infine, nella prima lettera ai Corinzi, l’apostolo ricorda che anche Barnaba, come lui, si manteneva col suo lavoro.
Non poteva essere altrimenti per il “figlio dell’esortazione”, che per farsi cristiano si è fatto innanzitutto povero.
(Autore: Domenico Agasso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Barnaba Apostolo, pregate per noi.  


*San Giovanni da San Facondo González de Castrillo - da Sahagun - (11 giugno)

Sahagún, Spagna, 1430 - Salamanca, 11 giugno 1479
Nacque da nobile famiglia a Sahagùn verso il 1430. Non era ancora sacerdote, quando uno zio, solo per ragioni economiche, gli procurò un beneficio ecclesiastico con cura d'anime. Con gran dispiacere della famiglia, Giovanni non accettò il beneficio, reputando un tal modo di agire contrario agli interessi di Dio.
Per la sua indole fu posto al servizio del saggio vescovo di Burgos, Alfonso da Cartagena, che lo ordinò sacerdote. Assolutamente insoddisfatto della vita nella curia, desideroso di tendere ad una maggior perfezione, entrò tra gli Agostiniani il 18 giugno 1463. Si consacrò definitivamente al Signore il 28 agosto 1464.
Profondamente umile e sincero, fu instancabile promotore della pace e della convivenza sociale e difese strenuamente i diritti degli operai. Ebbe una spiccata devozione all'Eucaristia.
Martirologio Romano: A Salamanca in Spagna, San Giovanni da San Facondo González de Castrillo, sacerdote dell’Ordine degli Eremiti di Sant’Agostino, che attraverso colloqui privati e con la santità della sua vita riportò la concordia tra i cittadini divisi in sanguinarie fazioni.
“Padre, non hai saputo porre alcun freno alla tua lingua!” “Signor duca, per quale scopo salgo sul
pulpito? Per annunciare la verità agli ascoltatori o per accarezzarli vergognosamente con adulazioni?”
Questo concitato dialogo avveniva tra l’indignato Duca d'Alba, che aveva assistito alla funzione religiosa, e il frate agostiniano p. Giovanni da Sahagún, che aveva tenuto il sermone.
Quel giorno p. Giovanni aveva approfittato della presenza in chiesa di tanti nobili della città e delle autorità civili, per smascherare il mal governo della cosa pubblica e le ingiustizie perpetuate dai potenti a danno delle categorie deboli.
Giovanni era nato a Sahagún, in Spagna, verso il 1430. Da giovane uno zio gli aveva trovato una sistemazione presso la curia vescovile di Burgos, procurandogli anche un beneficio ecclesiastico. Ordinato sacerdote, a 33 anni, Giovanni entrò in crisi: non poteva vivere della vigna del Signore senza lavorarvi.
Così, alla morte del vescovo, cambiò vita: entrò tra gli Agostiniani, dedicandosi ad un instancabile apostolato: nella predicazione al popolo, nella promozione della pace e della convivenza sociale.
“Se mi chiedesse dell'atteggiamento di Giovanni - testimonia un suo contemporaneo - nei riguardi dei miserabili e degli afflitti, delle vedove e dei fanciulli sfruttati, dei bisognosi e degli ammalati, dovrei rispondere che da uno slancio naturale era abitualmente spinto ad aiutare tutti sia con buone parole sia anche con elemosine a questo scopo.
Era anche preoccupato di portare tutti alla pace e alla concordia, dopo aver spente le inimicizie e le discordie. Quando era a Salamanca, essendo tutta la città divisa in fazioni a causa delle discordie civili, riuscì ad evitare molte stragi”.
Fu per i suoi ripetuti tentativi di pacificazione che nel 1476 i nobili di Salamanca sottoscrissero un solenne patto di perpetua concordia. La forza e il coraggio per agire p. Giovanni li prendeva dall’Eucaristia, che egli celebrava con straordinaria devozione.
Morì nel 1479. Beatificato nel 1601, fu canonizzato nel 1690.
Le reliquie del Santo si conservano nella cattedrale nuova di Salamanca, città piena di luoghi i cui nomi ricordano i portenti da lui operati in vita o in morte. La sua memoria liturgica ricorre il 12 giugno.
(Autore: P. Bruno Silvestrini O.S.A. – Fonte: Enciclopedia dei Santi)  
Giaculatoria - San Giovanni da San Facondo González de Castrillo, pregate per noi.


*Beato Ignazio (Choukrallah) Maloyan - Vescovo e Martire (11 giugno)

Mardine, Turchia, 19 aprile 1869 - 1915
Eroica la testimonianza del vescovo Ignazio Maloyan torturato e ucciso dai turchi all'inizio dell'olocausto armeno. Nato a Mardine, in Turchia, Maloyan, di etnia armena, si recherà in Egitto dove si conquisterà la fama di sacerdote esemplare.
Il 22 ottobre del 1911, Maloyan viene eletto arcivescovo proprio della diocesi di Mardine.
Quattro anni dopo, il 24 aprile del 1915, ha inizio l'operazione di sterminio contro gli armeni residenti in Turchia.
E a giugno alcuni ufficiali turchi trascinano il vescovo davanti al tribunale insieme ad altre 27 persone della comunità. Il capo della polizia, Mamdouh Bey, gli propone una via d'uscita: convertirsi all'Islam. Ma monsignor Ignazio Maloyann rifiuta, procurandosi torture "esemplari".
Martirologio Romano: Nel villaggio di Kara-Kenpru vicino a Diyarbakir in Turchia, Beato Ignazio Maloyan, vescovo di Mardin degli Armeni e martire durante il genocidio dei cristiani perpetrato in questa regione dai persecutori della fede; essendosi rifiutato di abbracciare un’altra religione, consacrò in carcere il pane per il ristoro spirituale dei compagni di prigionia; fucilato poi insieme a molti altri cristiani, versando il suo sangue ottenne il premio della pace eterna.
Novant’anni fa, di questi giorni, la Chiesa Armena in Turchia vive giorni drammatici e gloriosi: l’entrata in guerra della Turchia al fianco della Germania e dell’Austria contro Russia, Francia e Inghilterra, ha determinato l’arruolamento di tutti gli uomini validi. Solo gli Armeni si dimostrano renitenti e si danno alla macchia, e i nazionalisti islamici li accusano di connivenza con la Russia.
Il vescovo Ignazio Maloyan non ama la politica, è contrario ad ogni commistione tra la fede cristiana e la politica degli insurrezionalisti e si è sempre comportato come un suddito fedele
dell’Impero Ottomano, tanto che il Sultano gli ha perfino conferito due alte onorificenze. Di fatto, però, il governo è ormai scavalcato ed esautorato dalla polizia locale, capeggiata dagli integralisti islamici chiamati “Giovani Turchi”, che ha già deciso lo sterminio degli Armeni.
Il giovane vescovo, lucido, razionale, lungimirante, è il primo ad accorgersi con largo anticipo della situazione che sta precipitando e dei pericoli che incombono sui cristiani. Perde il sonno, ma non lascia trasparire la sua preoccupazione; non vuole allarmare i suoi preti e i suoi cristiani, ma li prepara al peggio raccomandando: "Fortificate la vostra fede fondata sulla Roccia di Pietro".
Il 30 aprile 1915 la polizia fa irruzione in vescovado: rovista, distrugge, sequestra documenti. Contro il vescovo si sta montando l’accusa di ricettazione di armi e si cerca materiale compromettente per poterlo incastrare.
Il vescovo Ignazio rompe così gli indugi: indirizza al suo popolo un accorato appello a mantenere salda la fede in mezzo alla persecuzione e diffonde il suo testamento spirituale, che è una professione di fede nella chiesa di Roma e un atto di fedeltà al governo legalmente costituito.
Lo arrestano il 3 giugno, festa del Corpus Domini, e in cella con lui finiscono 662 cristiani e una quindicina di preti.. La sua chiesa è sventrata, gli altari distrutti , le tombe dei vescovi aperte, ma non si trova nulla che possa giustificare la condanna a morte già decretata nei confronti del vescovo.
Per tre volte a lui ed agli altri viene chiesto di rinnegare la fede e abbracciare l’Islam, con la promessa della libertà immediata, ma la risposta di Ignazio è ferma e coraggiosa: “Non vi resta che farmi a pezzi, ma io non rinnegherò mai la religione”.
Nella notte del 9 giugno avviene in cella il commovente incontro con l’anziana madre, riceve l’assoluzione da un altro prete incarcerato con lui, e due giorni dopo è incolonnato insieme ad altri 1600 cristiani per essere avviato ai lavori forzati. Nessuno arriverà a destinazione, perché a piccoli gruppetti verranno uccisi tutti.
Al vescovo Ignazio, dopo l’ennesima offerta di libertà in cambio della conversione all’Islam, sparano un colpo alla nuca, che poi cercheranno di mascherare come “embolia coronarica”: è l’11 giugno, festa del sacro Cuore, e lui ha appena 46 anni.
Il calvario degli Armeni continua e un mese dopo anche sua mamma e un fratello verranno massacrati per la fede.
Giovannei Paolo II ha riconosciuto come autentico martirio la morte del vescovo Ignazio e lo ha solennemente beatificato il 7 ottobre 2001.
(Autore: Gianpiero Pettiti – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Ignazio Maloyan, pregate per noi.


*Beata Iolanda di Polonia - Badessa (11 giugno)

Ungheria, 1235 – Gniezno, Polonia, 11 giugno 1298
Principessa, figlia del re Bela IV d'Ungheria e nipote di Santa Elisabetta d'Ungheria, nacque nel 1235. Ricevette la sua formazione cristiana dalla sorella maggiore, Santa Kinga (Cunegonda). Unita in matrimonio al duca polacco Bodeslaus, principe di Kalishi in Pomerania.
Terziaria francescana, unì ai doveri di sposa e madre, l'esercizio della carità nell'assistenza agli infermi e ai poveri.
Nel 1279 rimase vedova e successivamente entrò nelle Clarisse del convento di Sandeck ove si distinse per la sua profonda umiltà. Resse come badessa il convento di Gniezno in Polonia. Morì nel 1298. Fu beatificata nel 1827.
Etimologia: Iolanda = viola, dal greco
Martirologio Romano: Presso Gniezno in Polonia, Beata Iolanda, badessa, che, dopo la morte del marito, il duca Boleslao il Pio, lasciati i beni terreni, professò insieme alla figlia la vita monastica nell’Ordine di Santa Chiara.
La Beata principessa Iolanda, figlia del re Bela IV di Ungheria, nacque nel 1235. Le sue due sorelle, decisamente più famose, furono Santa Margherita d'Ungheria, canonizzata nel 1943 da Pio XII, e
Santa Kinga (Cunegonda), canonizzata da Giovanni Paolo II nel 1999.
Loro zia fu Santa Elisabetta d'Ungheria, langravia di Turingia e terziaria francescana.
Terziario era del resto anche il padre, Bela IV.
La sua famiglia affondava le radici nella santità di Sant'Edvige e dei santi sovrani ungheresi Stefano e Ladislao.
Ancora in tenera età Iolanda venne affidata alla sorella Cunegonda dalla quale ricevette la sua formazione cristiana.
Cunegonda aveva sposato il re polacco Boleslao il Casto, degno dunque in tutto della sua sposa. Anche Iolanda, una volta cresciuta, trovò marito nel paese adottivo.
Si trattava del duca di Kalisz Boleslao il Pio, non indegno quindi del cognato.
Iolanda, principessa ungherese cresciuta in Boemia e sposata con un nobile polacco, fu così amata al punto di poter tranquillamente considerare la Polonia quale sua nuova patria.
Si fece anch'essa terziaria francescana ed unì ai doveri di sposa e madre l'esercizio della carità, concretizzandolo nell'assistenza ai poveri ed agli infermi.
Il regno veramente esemplare di Boleslao il Casto, di sua moglie Santa Kinga e dei cognati Beata Iolanda e Boleslao il Pio, non ebbe purtroppo una lunga durata. Le due sorelle rimasero entrambe vedove molto presto, prima Cunegonda e poi nel 1279 anche Iolanda.
Quest'ultima, che aveva avuto tre figlie, riuscì a combinare dei felici matrimoni per due di esse, mentre la terza, attratta dalla vita religiosa, si ritirò presso il modesto convento delle clarisse di Sandeck, dove si era già ritirata la zia vedova.
In seguito la raggiunse anche la madre Iolanda, distinguendosi per la sua profonda umiltà.
Il silenzio del chiostro nascose così per molti anni le virtù delle tre donne, eccezionali non solo per le loro nobili origini, ma soprattutto per la fedeltà alla loro vocazione.
Nel 1292, quando Cunegonda morì, Iolanda lasciò quel monastero e si rifugiò più ad occidente nel convento delle clarisse di Gniezno, onde sfuggire alle incursioni barbariche.
Qui fu eletta badessa, forse come sorta di ringraziamento al defunto marito che aveva fondato tale monastero.
Prima che si chiudesse questo secolo caratterizzato dalla mistica, nel 1299 Iolanda morì nell'umiltà che l'aveva sempre contraddistinta.
La devozione per la Beata Iolanda è sopravvissuta prevalentemente in Polonia, dove aveva trascorso gran parte del suo pellegrinaggio terreno.
Il suo nome è stato curiosamente alterato dal popolo polacco in Elena oppure talvolta Iolenta. Nel 1631 fu iniziato il processo per la beatificazione; il 22 settembre 1827 Leone XII ne confermò il culto e permise all'Ordine dei Frati Minori Conventuali e alle Clarisse di celebrare l'Ufficio e la Messa il 15 giugno; Leone XIII ne estese la festa a tutte le altre diocesi della Polonia.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Iolanda di Polonia, pregate per noi.


*Beata Maria del Sacro Cuore di Gesù (Maria Schininà Arezzo) - Fondatrice (11 giugno)
La Beata di oggi era una nobile, come si evince dal nome che per intero suona così: Maria Schininà (cognome del padre) Arezzo (della madre) dei marchesi di Sant'Elia, baroni del Monte e dei duchi di San Filippo delle Colonne. Nata a Ragusa nel 1844, condusse vita signorile fino a quando - morto il padre e sposatisi tutti i fratelli - rimase sola con la madre.
Iniziò così il cammino verso i poveri, abbattendo le barriere non solo di censo, ma soprattutto culturali, ai tempi fortissime.
Riprovata da fratelli e conoscenti per essersi spogliata degli averi di famiglia, fu chiamata dal carmelitano Salvatore La Perla a dirigere le Figlie di Maria, dedite al soccorso dei poveri. Nel 1889 fondò le Suore del Sacro Cuore, che furono molto attive nel terremoto di Messina.
Prese il nome di Maria del Sacro Cuore. Morì nel 1910. È beata dal 1990. Il palazzo dove nacque è oggi sede del vescovado di Ragusa. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Ragusa, Beata Maria Schininà, vergine, che scelse di vivere in umiltà e semplicità dedicandosi alla cura degli infermi, degli abbandonati e dei poveri e istituì le Suore del Sacro Cuore di Gesù perché fossero di aiuto in ogni genere di miseria.
Discendente da antica nobiltà siciliana, Maria Schininà Arezzo ebbe come genitori il padre Giambattista dei marchesi di Sant' Elia e dei baroni di San Filippo e del Monte, la madre Rosalia
Arezzo Grimaldi dei duchi di San Filippo delle Colonne e nacque a Ragusa il 10 aprile del 1844.
Crebbe in un ambiente familiare dove venivano professati i principi cristiani, ricevendo un’educazione integerrima con l’aiuto del sacerdote Vincenzo Di Stefano suo precettore, figura usuale nelle famiglie nobili.
Seguendo l’istinto della sua età frequentò, sempre con liceità, la danza, la moda, soprattutto la musica cui aveva una particolare predilezione; al punto che nel 1860, a 16 anni, divenne l’animatrice della costituenda banda musicale di Ragusa e in occasione dei festeggiamenti per l’Unità d’Italia ebbe il privilegio da parte del maestro della banda, di battere il tempo con la bacchetta, durante il concerto nella piazza adiacente la cattedrale.
Ma la sua vita doveva essere un’altra, intimamente si sentiva insoddisfatta, ella dava ascolto alle più profonde esigenze del suo spirito che anelava ad una più approfondita ricerca di Dio. Rifiutò più volte le proposte di matrimonio e si dedicò ad una vita più devota, quando anche l’ultimo fratello si sposò, nel 1874 rimase sola con la madre che non la ostacolava e quindi spogliatosi dell’elegante vestiario, si rivestì con quello delle popolane, mettendosi a servizio dei poveri.
Fu una scelta, diremmo oggi scioccante, per la società dell’epoca, perché infranse un muro esistente fra ricchi e poveri, nobile e popolo, per servire personalmente nei loro tuguri i poveri e gli ammalati, la cui situazione critica si era acutizzata con tutte le problematiche della "Questione Meridionale”.
Maria li chiamava ‘”la pupilla di Dio” e in loro vedeva il volto di Gesù; il carmelitano Salvatore Maria La Perla, la nominò 1ª direttrice della nuova istituzione delle ‘Figlie di Maria’ sorta in quel 1877 a Ragusa, radunò intorno a sé molte giovani, vivacizzò la società e la Chiesa ragusane, istituì nuove forme di apostolato, come l’insegnamento del catechismo ai fanciulli, la solennità della Prima Comunione, il soccorso dei poveri a domicilio, la propagazione della devozione al S. Cuore tra il clero ed i fedeli.
Morta sua madre nel 1884, espresse il desiderio di farsi suora di clausura, ma consigliata dall’arcivescovo di Siracusa, rimase in città a continuare le sue opere di misericordia.
Nel 1885 si associò ad alcune compagne formando un gruppo di apostolato e nel 1889, il 9 maggio, si unì in comunità con le prime cinque giovani, fondando così l’Istituto del S. Cuore con lo scopo di offrire ricovero alle orfane abbandonate e povere e per propagare il catechismo a Ragusa e comuni vicini, dare asilo agli anziani invalidi, assistendo i carcerati e gli operai che lavoravano nelle miniere di ‘pietra pece’ il cui sfruttamento nei dintorni di Ragusa, era cominciato verso la fine dell’800.
La sua era una vita tutta di preghiera e fede, al punto che si impresse sul petto in nome “Jesus” con ferro arroventato. Papa Leone XIII la ricevette in udienza nel 1890, nel 1892 iniziò la costruzione della prima casa dell’Istituto che diverrà anche la casa – madre.
Fu chiamata ad organizzare a Ragusa, l’Associazione delle Dame di Carità, ospitò dal 1906 al 1908 nel suo Istituto le prime monache carmelitane giunte in città; dal 1908 al 1909 diede asilo ai profughi del disastroso terremoto che distrusse Messina e Reggio Calabria.
Dopo aver consolidato la sua Istituzione e dopo aver affidato alle sue Suore del Sacro Cuore, il comandamento dell’amore, madre Maria del S. Cuore morì l’11 giugno 1910 a Ragusa a 66 anni.
La sua opera si è estesa in tre Continenti e dappertutto le sue suore espandono con misericordia l’amore e la carità per i più bisognosi, seguendo lo spirito della fondatrice. È stata beatificata da Papa Giovanni Paolo II il 4 novembre 1990.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Maria del Sacro Cuore di Gesù, pregate per noi.


*Santa Maria Rosa Molas y Vallvè - Religiosa (11 giugno)

Reus (Spagna), 24 marzo 1815 - Tortosa (Spagna), 11 luglio 1876
Nasce a Reus il 24 marzo 1815. Entrata tra le Figlie della Carità, nel 1841 prende l'abito religioso e accetta qualunque incarico e lavoro le venga affidato: è superiora, dirige una scuola femminile di ricamo; lavora in ospedale.
Ma le difficoltà sono infinite, sia per le vicende politiche del momento e soprattutto per le tensioni interne che turbano la convivenza.
É per questo che, appoggiata dal vescovo di Tortosa, decide di lasciare il suo istituto a Reus. Nasce così la nuova congregazione religiosa, denominata di Nostra Signora della Consolazione, dedita a ospedali e collegi, case di carità e insegnamento.
Quando Suor M. Rosa muore, nel 1876, l'Istituto è ricco di energie spirituali e di vitalità. Giovanni Paolo II l'ha proclamata santa l'11 novembre 1988.
Martirologio Romano: A Tortosa in Spagna, Santa Rosa Francesca Maria Addolorata (Maria Rosa) Molas Vallvé, vergine, che trasformò un sodalizio di pie donne nella Congregazione delle Suore di Nostra Signora della Consolazione per il servizio ai bisognosi.
Quando l'8 maggio 1977 Paolo VI beatificava Maria Rosa Molas y Vallvé, Contemplava l'umanità, che nel suo "lento pellegrinare verso mete di auspicato superamento", "spesso raggiunge solo un umanesimo debole, parziale, ambiguo, formale, a volte perfino falsato".
Contemplava la nostra società " percossa da molteplici forme di violenza ": dal diffuso fenomeno della droga, alla piaga dell'aborto, dalla corsa agli armamenti, alla crescente miseria di tanti popoli della terra.
A questa umanità disorientata e a questo mondo disumanizzato proponeva il messaggio e la figura di Maria Rosa Molas, come "Maestra d'umanità" e "autentico strumento di misericordia e di Consolazione".
A distanza di undici anni il nostro mondo è ancora sconvolto dai medesimi problemi e l'uomo, che spesso perde il senso ultimo della propria esistenza, ha ancora bisogno dell'annuncio "della consolazione, dell'amore e della misericordia di Dio ".
La Canonizzazione di Maria Rosa Molas riecheggia quest'annuncio. È un grido di speranza per l'umanità, un appello che la Chiesa rivolge a quanti ancora credono nelle risorse dell'uomo e " desiderano dedicarsi alla creazione di un mondo più umano e più affratellato ".
La vita di Maria Rosa Molas fu una parola di consolazione per l'uomo del suo tempo. I suoi contemporanei asseriscono che "nel mondo sembrava ci stesse unicamente per la consolazione dì tutti", e questa continua ad essere la sua missione nella Chiesa: manifestare la misericordia del Padre e additare agli uomini le vie della consolazione dì Dio.
Queste vie, che Maria Rosa percorse, partono in Lei dall'incontro con Dio in Cristo, scoperto in una profonda contemplazione del Suo Mistero e gustato in una serena esperienza di croce.
Maria Rosa vive contemplando, "guardando Gesù Cristo". Nella povertà lo contempla " così povero che non ha dove posare il capo"; nella prova dello spirito " pensa all'orazione dell'Orto"; in ogni genere di prove sente e insegna alle Figlie che " sul Calvario, ai piedi di Gesù, si trova conforto e sollievo ". " Guardando Gesù Cristo nel prossimo " il suo cammino di consolazione diventa donazione incondizionata al fratello, servito fino all'oblio e al totale sacrificio di se stessa.
Attraverso un'intensa vita di preghiera, che si protrae spesso per tutta la notte, "diventa perfetta discepola di Gesù".
Nell'incontro con Dio le viene concessa "lingua da discepolo per poter dire, a chi è stanco, una parola di consolazione " (Is 50, 4). Dalla contemplazione trae la forza per una donazione che non conosce limiti e che la spinge a "vivere nella carità, fino a morire vittima della carità".
Maria Rosa Molas era nata a Reus, in Spagna, da una famiglia di artigiani, il 24 marzo del 1815, e battezzata il giorno dopo con i nomi di Rosa Francesca Maria Dolores.
Suo padre, José Molas, aveva ascendenti dell'Andalusia; sua madre, María Vallvé, profonde radici catalane. Questo conferisce a Maria Rosa una personalità ricca, dotata di qualità diverse che si contrappongono e si armonizzano in lei. È intuitiva e sensibile; c'è in lei tenerezza e delicatezza di
sentimenti, pietà per le sofferenze degli altri e ingegnosità per alleviarle; ma porta pure, nel suo temperamento, il "seny de la terra" delle genti della Catalogna. Ha quindi " un carattere vivace ed energico, intraprendente e deciso", "uno spirito forte e tenace", uno spiccato senso pratico.
La contemplazione diventa in lei servizio concreto. L'umiltà stessa si traduce "in energia instancabile". Ha sempre  un atteggiamento disinvolto" e un "gesto spigliato nel lavoro". "Per fare del bene agli altri non trova ostacoli "; "nessuna difficoltà si oppone al suo desiderio di fare del bene".
Il suo confessore - e suo primo biografo - osserva che la sua nascita avvenne nella notte tra il Giovedì e il Venerdì Santo, e vede in questa circostanza un segno dei doni con cui Dio voleva arricchirla: "senza dubbio volle il Signore che si rispecchiassero in lei il più grande Amore degli amori e la più crudele desolazione di Gesù". Secondo lui questa circostanza era l'annuncio della sua partecipazione alle sofferenze di Cristo, perché potesse essere "maestra del Suo amore" e "messaggera di grande carità". Era pure "il preludio delle intense e frequenti desolazioni con cui sarebbe stata provata".
Maria Rosa infatti, dal giorno della sua Prima Comunione, vive una profonda esperienza mistica, nella quale il Signore le fa talvolta assaporare la dolcezza ineffabile della Sua presenza. "Chi ha provato quanto è dolce il Signore - esclama - non può più lasciare di camminare alla Sua presenza". Dio è per lei "Sposo dolce" o semplicemente "Dolcezza mia".
Ma nella sua esperienza spirituale più spesso predomina "il silenzio di Dio "e la dolorosa sensazione dell'assenza dello Sposo per il quale si strugge e si sacrifica. Questa esperienza segna la sua esistenza e l'introduce in un cammino d'umiltà e d'abnegazione, d'oblio di sé e di ricerca instancabile della gloria di Dio e del bene dei fratelli. È questo l'atteggiamento fondamentale della sua vita, che lei stessa esprime quando ripete: "Tutto per la gloria di Dio. Tutto per il bene dei fratelli. Niente per noi". Questa è la via d'umiltà, di semplicità e carità, d'abnegazione e di spirito di sacrificio" che - ella ripete - " sono l'anima dell'Istituto". "È l'umiltà della carità" che la spinge a vivere sempre attenta agli altri e a compiere i gesti più eroici Con grande semplicità e naturalezza.
Nel gennaio del 1841 era entrata in una Corporazione di Sorelle della Carità, che prestavano i loro servizi nell'Ospedale e nella Casa di Carità di Reus e che ella credeva religiose.
Lì, nell'umile servizio ai più poveri, dà prove di Carità spesso eroica; lì, ascolta il clamore della gente del suo popolo e ne difende la sorte. L'11 giugno 1844 la città di Reus è assediata e bombardata dalle truppe del Generale Zurbano. Maria Rosa, Con altre due consorelle, attraversa la linea di fuoco e va ad inginocchiarsi ai piedi del Generale, implorando ed ottenendo la pace per la sua gente.
Qualche anno dopo, Con altre quattro consorelle, è inviata a Tortosa dove il suo campo d'azione si allarga. Qui scoprirà la situazione, irregolare di fronte alla Chiesa, del gruppo cui appartiene e sente" l'orfanezza spirituale in cui si trova". Il suo sconfinato amore per la Chiesa la spinge al dialogo con le Consorelle, a discernere con loro le vie del Signore e a porsi, il 14 marzo 1857, sotto l'obbedienza dell'Autorità ecclesiastica di Tortosa. Si trova così Fondatrice di una Congregazione religiosa che l'anno dopo - il 14 novembre - a richiesta della stessa Maria Rosa, sarà chiamata delle Sorelle della Consolazione, "perché le opere che ogni giorno realizzano ... si dirigono tutte a consolare il loro prossimo ...".
Per sua volontà, la Congregazione si prefigge soprattutto di " estendere la conoscenza e il Regno di Gesù Cristo", "come sorgente e modello di ogni carità, di ogni conforto e perfezione", e "Continuare sulla terra la missione del nostro dolcissimo Redentore, Gesù, consolando gli afflitti", educando, servendo l'uomo "in qualsiasi situazione di necessità".
Il Signore l'aveva preparata per la missione di fondatrice, attraverso molteplici servizi e attraverso svariate situazioni, talvolta dolorose, che Ella visse Con serena ed eroica pazienza. Tale, fu la grave Calunnia subita quando, in obbedienza ai Superiori, dovette prepararsi segretamente per Conseguire il Diploma di Maestra; tale, fu la persecuzione che le Autorità pubbliche intrapresero più volte contro di lei.
Maria Rosa vive Con fortezza queste situazioni, le vive nel silenzio, ed ha per coloro "che affliggono il suo spirito, amabilità e delicate attenzioni". Le vive con serenità e, ad evidenti ingiustizie, risponde Con servizi generosi e perfino eroici.
Così alle Autorità di Tortosa Che ingiustamente l'hanno allontanata dalla Scuola Pubblica per bambini, presta la propria collaborazione per organizzare un Lazzaretto, "pronta a sacrificare tutto a vantaggio dei nostri poveri fratelli" semmai "i nostri servizi fossero capaci di portare sollievo alla situazione del nostro prossimo".
Tanta mansuetudine e tanta pazienza nella sopportazione non sono, in Maria Rosa, pusillanimità né debolezza, ma coraggio che diventa audacia, ardimento e libertà evangeliche quando sono in gioco gli interessi dei poveri, la verità o la difesa dei deboli. Così la vediamo opporsi con energia ad un sindaco che pretende da lei il giuramento ad una Costituzione spagnola contraria agli interessi della Chiesa; prendere coraggiosamente le difese delle balie dei suoi trovatelli, alle quali l'Amministrazione pubblica, da tempo, non paga il meritato salario; difendere le Figlie, ingiustamente denigrate dall'Amministratore di uno dei suoi Ospedali; impedire con energia ad un medico di sperimentare certi interventi chirurgici sopra i suoi trovatelli.
Maria Rosa fa questo senza perdere mai il suo sereno equilibrio. "Possedeva il segreto di avvincere i cuori". "Infondeva raccoglimento e venerazione". "Era inspiegabile vederla sempre piena di bontà, affabile, affettuosa, con una invidiabile serenità di spirito".
Quest'atteggiamento costante che caratterizza Maria Rosa Molas, si spiega solo scoprendo" "il segreto del suo cuore, pieno solo di Dio"; tutto era "effetto dell'intima e continua unione con Dio che presiedeva la sua vita, i suoi affetti, ogni sua azione".
"Era per lei di scarsa importanza qualunque sacrificio, così come le umiliazioni, le calunnie, le persecuzioni. Quanto l'avvicinava a Dio le era gradito; difficile, insopportabile, amaro, quanto temeva che lo potesse offendere".
Spinta da questo amore di Dio, "diventa carità vissuta"; "si china su quanti sono nel bisogno, senza distinzione"; gli anziani più derelitti e i bambini più abbandonati "sono la pupilla dei suoi occhi".
Trascorre la sua vita facendo del bene a tutti, offrendo se stessa "nel dono prezioso della sua disponibilità, nella misericordia e nella consolazione, per chi la cercava o per chi, anche senza saperlo, ne aveva bisogno".
Compie così la sua missione consolatrice, fino a quando, verso la fine di maggio del 1876, sente che il Signore si avvicina. Dopo una breve malattia, ferita più dal desiderio di Dio che dall'infermità, logorata più dal servizio indefesso ai poveri che dagli anni, chiede al suo confessore il permesso per morire: "Mi lasci partire"; e dopo aver avuto il suo consenso " Si compia la volontà santissima di Dio".
Moriva, sul finire del giorno, l'11 giugno 1876, domenica della Santissima Trinità.
Lasciava la sua missione consolatrice nella Chiesa, alla Sua Famiglia religiosa, Le Suore di Nostra Signora della Consolazione, che oggi è sparsa in undici nazioni e quattro continenti.
(Fonte: Santa Sede)
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*San Massimo di Napoli - Vescovo e Martire (11 giugno)

Napoli, IV secolo – Oriente?, 361 ca.
Martirologio Romano:
A Napoli, San Massimo, vescovo, che per la sua fedeltà al Concilio di Nicea fu mandato in esilio dall’imperatore Costanzo, dove, prostrato dalle tribolazioni, morì confessore della fede.
É il decimo vescovo di Napoli, secondo la lista episcopale compilata da Giovanni il Diacono, succedendo a s. Fortunato. Il suo episcopato si svolse sotto l’imperatore Costanzo (337-361) iniziando intorno al 350 e terminando nel 357.
Difese i decreti del Concilio di Nicea del 325, che condannò l’eresia ariana, scaturita dall’eretico Ario di Alessandria (280-336), il quale affermava che il Verbo, incarnato in Gesù, non è della stessa sostanza del Padre, ma rappresenta la prima delle sue creature.
L’eresia scatenò una lotta a volte anche violenta, fra le due posizioni esistenti nella Chiesa di allora, a cui non fu estraneo il potere civile. Il vescovo Massimo di Napoli, per la sua difesa intrepida della ortodossia nicena, tra il 355-356 fu condannato all’esilio, probabilmente in Oriente, come altri vescovi dell’Occidente.
Dall’esilio seppe, che la sua cattedra episcopale napoletana, era stata occupata dall’ariano Zosimo e gli lanciò contro un anatema; nonostante ciò Zosimo governò la diocesi per più di sei anni, evidentemente dopo aver ripudiato l’arianesimo, fu riconosciuto come 11° vescovo legittimo.
Alcuni noti testi latini affermano che Zosimo, verso il 363 sarebbe stato costretto a lasciare il
seggio episcopale colpito dal castigo divino, perché non riusciva a parlare nelle assemblee dei fedeli.
Intanto il vescovo Massimo per i maltrattamenti subiti e per le sue malferme condizioni di salute, morì in esilio verso il 361, prima che Giuliano l’Apostata decidesse l’8 febbraio 362, il ritorno dei vescovi esiliati, per questo gli è riconosciuto il martirio.
Il suo culto cominciò, quando il suo successore legittimo San Severo, ma considerato 12° vescovo di Napoli dal 363 al 409, nei suoi primi atti di governo episcopale, fece riportare in patria le sue spoglie, sistemandole nella nuova basilica cimiteriale, poco distante dall’ipogeo di S. Fortunato, fuori dalle mura della città di allora.
A metà del secolo IX i suoi resti compresi quelli di San Fortunato e altri santi vescovi, furono trasferiti nella basilica Stefania. Ma esiste un’altra versione opposta a quanto detto; il 20 e il 22 novembre del 1589, i frati Cappuccini della chiesa napoletana di S. Efebo, operarono una ricognizione delle reliquie conservate dietro l’altare maggiore, il motivo è ignoto e qui trovarono le reliquie dei santi vescovi napoletani Efebo, Fortunato e Massimo.
Si può ipotizzare che verso la fine del XIII secolo dovendosi costruire la nuova cattedrale al posto della basilica Stefania, le reliquie siano state trasferite nella catacomba di S. Efebo, diventata poi chiesa cappuccina.
Durante gli scavi archeologici del 1882 e del 1957 si sono ritrovati reperti archeologici in una cappella della cattedrale, un sarcofago, un’iscrizione sepolcrale con la dicitura “Maximus episcopus qui et confessor”, confermando così la prima tomba del IV secolo di San Massimo.
Il suo nome è riportato in varie date e in vari calendari compreso il famoso Calendario Marmoreo di Napoli, scolpito nel IX secolo e conservato negli ambienti del Duomo.
Il 12 settembre del 1840 la Sacra Congregazione dei Riti confermava l’antichissimo culto per i santi Fortunato e Massimo vescovi; la nuova edizione del “Martyrologium Romanum” riporta la festa liturgica di San Massimo all’11 giugno.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Santa Paola Frassinetti - Vergine (11 giugno)

Genova, 3 marzo 1809 - Roma, 11 giugno 1882
Nella chiesa di Santa Chiara in Albaro (Genova) il 12 agosto 1834 nasce una comunità di future suore educatrici saranno le Figlie della Santa Fede, poi Suore di Santa Dorotea.
La fondatrice è Paola Frassinetti, 25 anni. La giovane rimane orfana di madre a 9 anni. Da allora ha dovuto badare al padre e a 4 fratelli con l'aiuto di una zia.
A 22 anni diventa collaboratrice del fratello don Giuseppe, parroco a Quinto, presso Genova. Nel 1841 va a Roma, per piantare l'istituto da lei fondato anche lì. Nel 1842 la prima scuola a Santa Maria Maggiore. Seguirà una fondazione anche a Macerata.
L'aiuto di Gregorio XVI e poi di Pio IX sostiene e carica Paola di nuove incombenze: le affidano il "conservatorio" (riformatorio femminile) presso Sant'Onofrio al Gianicolo, che diverrà sede dell'istituto.
Nel 1865 le chiedono suore per il Brasile, poi giungerà una richiesta anche dal Portogallo. Le case delle Figlie di Santa Dorotea nei vari Paesi diventeranno novanta nel XX secolo. A Sant'Onofrio si concluderà la vita di Paola nel 1882. (Avvenire)
Etimologia: Paola = piccola di statura, dal latino
Emblema: Giglio
Martirologio Romano: A Roma, Santa Paola Frassinetti, vergine, che, superate molte difficoltà iniziali, fondò la Congregazione delle Suore di Santa Dorotea per la formazione cristiana della gioventù femminile, prodigandosi per la sua opera con forza d’animo e con dolcezza unita a energica passione.
Chiesa di Santa Chiara in Albaro (Genova), 12 agosto 1834: nasce una comunità di future suore educatrici, che sono sette. Aprono un paio di scuole per bambine povere, ricevono nuove aspiranti;
ma poi alcune si ammalano, altre se ne vanno, girano maldicenze... Infine il padre della fondatrice la fa tornare a casa. Nascono così le Figlie della Santa Fede, poi Suore di Santa Dorotea, fondate da Paola Frassinetti, 25 anni, di fragile salute, di modi timidi e dolci.
E di fortissima volontà. Aveva 9 anni quando le è morta la madre, e ha dovuto badare al padre e a 4 fratelli con l’aiuto di una zia. Dai 12 anni, morta pure la zia, ha fatto da sola. A 22 è diventata collaboratrice del fratello don Giuseppe, parroco a Quinto, presso Genova (e anche lui destinato agli altari).
Ha progettato e fatto nascere la fondazione, poi l’ha vista bloccarsi: ma nella Pasqua 1846 la fa ripartire, dopo aver persuaso il padre. La comunità prende forma: l’abito, i primi voti.
Nel 1841 eccola a Roma, per piantare l’istituto anche lì: lei e due novizie, alloggiate sopra le scuderie dei principi Torlonia. Nel 1842 ecco la prima scuola a Santa Maria Maggiore, poi altre in varie parrocchie, una fondazione a Macerata, e una lotta terribile contro l’insufficienza dei mezzi... L’aiuto di Gregorio XVI e poi di Pio IX sostiene e carica Paola di nuove incombenze, di responsabilità, di fatica schiacciante. E questo le piace: con simili prove vuole misurarsi. Le affidano il “conservatorio” (una sorta di riformatorio femminile) presso Sant’Onofrio al Gianicolo. Accettato. Anzi, diverrà sede dell’istituto.
Ma nel 1849 diviene campo di battaglia: truppe francesi contro i volontari della Repubblica Romana, dopo la fuga di Pio IX a Gaeta. Arrivano lì i repubblicani, dipinti come sanguinari, e convinti a loro volta che le suore siano o fanatiche o prigioniere. Poi trovano in loro – per ordine di Paola – accoglienza, soccorso, ospitalità, cure ai feriti... Finisce che i presunti satanassi salutano militarmente ogni suora che incontrano.
Corrono poi voci sinistre: Sant’Onofrio andrà a fuoco! Ma non accade nulla; anche perché una suora ha scritto una lettera a Giuseppe Mazzini, triumviro della Repubblica e anche, da piccolo, suo compagno di giochi. "Volontà di Dio, paradiso mio!": è un’esclamazione tipica di Paola. Pare davvero che la sua forza di volontà abbia continuo bisogno di prove, di sfide.
Nel 1865 le chiedono suore per il Brasile, e le manda. Ne chiedono per il Portogallo, e lei stessa va a occuparsene sul posto.
Le case delle Figlie di Santa Dorotea nei vari Paesi diventeranno novanta nel XX secolo: ma lei lo dice già nel XIX, lei prevede e prepara il futuro, lì in Sant’Onofrio, dove si conclude la sua vita e dove resterà il suo corpo.
Nel 1984, Paola Frassinetti viene proclamata Santa da Giovanni Paolo II.
(Autore: Domenico Agasso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Parisio - Sacerdote Camaldolese (11 giugno)
Bologna, 1151 – Treviso, 11 giugno 1267
San Parisio fu monaco, eremita e sacerdote dell’Ordine Camaldolese. Profuse la sovrabbondanza della sua vita interiore quale direttore spirituale delle suore per ben 72 anni. Operò innumerevoli prodigi in vita ed in morte. Quest’ultima giunse per il santo presso Treviso l’11 giugno 1267, alla veneranda età di 108 anni. In tale anniversario è commemorato dal Martyrologium Romanum e dal Menologio Camaldolese.
Patronato: Treviso
Martirologio Romano: A Treviso, San Parisio, sacerdote dell’Ordine Camaldolese, che per settantasette anni curò la direzione spirituale delle monache con salutari consigli, morendo a centootto anni.
San Parisio è uno dei santi più longevi che si conoscano, visse ben 108 anni, ed essendo del XIV secolo, fu senz’altro un primato, tenendo conto la media della durata della vita dell’epoca, che era poco più di 40 anni.
Parisio nacque probabilmente nel 1151 a Bologna; appartenne alla famiglia ‘Parigi’ che donò alla città nel corso del tempo, diversi illustri cittadini.
Verso i dodici anni, vestì l’abito dei camaldolesi nel monastero dei Ss. Cosma e Damiano, detto
anche di San Michele. Visse nel monastero bolognese per 24 anni conducendo una vita esemplare, finché il priore generale dei Camaldolesi, lo destinò quale direttore e confessore al monastero femminile camaldolese di Santa Cristina, presso Treviso; da diversi anni in preda a delle crisi organizzative e di identità.
Era il 1187, ed aveva 36 anni quando gli fu affidato quel delicato compito; rimarrà lontano dalla sua Bologna per 80 anni, fino alla sua morte.
Si dedicò umile e nascosto al suo compito, e nel contempo alla cura degli ammalati e dei pellegrini dell’Ospizio di Ognissanti, annesso al monastero.
Era praticamente distaccato dalle pratiche religiose della comunità di origine, ma restò fedele a tutte le regole, adempimenti religiosi e penitenze, del suo Ordine Camaldolese, fondato da San Romualdo nel 1012 ca.
Fedeltà che mise in pratica anche durante le lunghe malattie e nella vecchiaia molto avanzata, nonostante che il vescovo Alberto Ricco (1255-1274) lo avesse dispensato.
Sotto la sua direzione e guida spirituale, il monastero di Santa Cristina di Treviso, acquistò fama di santità diffusa, tanto che nel 1196 alcune devote persone, vollero erigere un altro monastero femminile camaldolese a Bologna, dedicato a S. Maria di Betlemme, ponendolo sotto la guida della badessa di Santa Cristina di Treviso e della direzione spirituale di padre Parisio.
Lo stesso Parisio, 18 anni dopo, quando giudicò che il nuovo monastero poteva gestirsi da solo, ne favorì il distacco nel 1214; visse santamente, formando alla vita religiosa, generazioni di suore camaldolesi e morì a 108 anni l’11 giugno 1267.
Appena un mese dopo, nel luglio 1267, ebbe inizio il processo diocesano che si concluse con la canonizzazione vescovile (in uso allora) del 25 novembre 1268, ad opera del vescovo di Treviso Mons. Alberto Ricco.
La città di Treviso portò sempre devozione per s. Parisio; il podestà con gli anziani della città, si recavano nel giorno della sua festa, ad assistere alla celebrazione della S. Messa sulla tomba del Santo, nella chiesa di Santa Cristina che, col tempo prese anche il nome di San Parisio.
Il suo nome sarà preso anche dal nuovo monastero, costruito a seguito della distruzione del vecchio, avvenuta nel 1355, perché Venezia ne decretò la fine per ragioni militari.
Dal tempo della soppressione napoleonica, le reliquie del Santo camaldolese, che Treviso venera come compatrono, furono poste nella cattedrale cittadina.
Cesare Baronio, estensore del “Martirologio Romano” nel Cinquecento, inserì la sua memoria alla data dell’11 giugno.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Remberto - Vescovo di Amburgo e Brema (11 giugno)

m. 888
Martirologio Romano:
A Brema in Sassonia, nell’odierna Germania, San Remberto, vescovo di Amburgo e di Brema, che, fedele discepolo di Sant’Oscar e suo successore, estese il proprio ministero alle regioni della Danimarca e della Svezia e, al tempo delle invasioni dei Normanni, si prese cura del riscatto dei prigionieri cristiani.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Santa Rosa Francesca Maria Addolorata (Maria Rosa) Molas Vallvé - Vergine Fondatrice (11 giugno)

Reus, Spagna, 24 marzo 1815 - Tortosa, Spagna, 11 giugno1876

Nasce a Reus il 24 marzo 1815. Entrata tra le Figlie della Carità, nel 1841 prende l'abito religioso e accetta qualunque incarico e lavoro le venga affidato: è superiora, dirige una scuola femminile di ricamo; lavora in ospedale. Ma le difficoltà sono infinite, sia per le vicende politiche del momento e soprattutto per le tensioni interne che turbano la convivenza. E' per questo che, appoggiata dal vescovo di Tortosa, decide di lasciare il suo istituto a Reus.
Nasce così la nuova congregazione religiosa, denominata di Nostra Signora della Consolazione, dedita a ospedali e collegi, case di carità e insegnamento. Quando Suor M. Rosa muore, nel 1876, l'Istituto è ricco di energie spirituali e di vitalità. Giovanni Paolo II l'ha proclamata santa l'11 novembre 1988.
Martirologio Romano: A Tortosa in Spagna, Santa Rosa Francesca Maria Addolorata (Maria Rosa) Molas Vallvé, vergine, che trasformò un sodalizio di pie donne nella Congregazione delle Suore di Nostra Signora della Consolazione per il servizio ai bisognosi.
Il Signore non si spaventa delle "situazioni irregolari", anzi, a volte se ne serve proprio per realizzare i suoi capolavori.
E’ la cosa che è successa nella vita di Santa Maria Rosa Molas y Vallvé, una spagnola nata a Reus nel 1815, che un giorno si accorge di "non essere suora" e di cui il buon Dio si serve per fondare una nuova congregazione di suore. Andiamo con ordine, a cominciare dalla fatica che questa ragazza deve fare per entrare in convento. Sente chiaramente la vocazione alla vita religiosa a 16 anni, anche se è dal giorno della Prima Comunione che le sembra di sentirsi chiamata da Gesù e coltiva in silenzio questa intimità con Dio con tanta preghiera e tanti gesti di bontà, soprattutto in casa; ma è proprio in casa che incontra i maggiori ostacoli per realizzare la sua vocazione.
Il più tenace oppositore è Papà, che, pur essendo un uomo dalla messa quotidiana, proprio non riesce a capire e condividere la vocazione di quella figlia. Che, intanto, impara la fare la volontà di Dio e deve così aspettare dieci lunghi anni, ma che alla fine riesce a vincere la sua partita: nel 1841 si chiude la porta di casa alle spalle e va a bussare all’ospedale di Reus.
Qui lavora la Corporazione delle "Sorelle della Carità", una minuscola comunità di vita religiosa mai riconosciuta dalla Chiesa che tutti però considerano una congregazione di suore a tutti gli effetti.
Diventa una di loro, me prende l’abito e cambia il suo nome (in famiglia tutti la chiamavano Dolores) in quello di suor Maria Rosa.
Fin dal giorno successivo al suo ingresso in comunità si trova catapultata in corsia, a curare malati completamente abbandonati, dove porta una ventata di freschezza e di giovialità. Nulla di speciale in lei, se non un grande entusiasmo, tanta delicatezza, insieme ad occhi nuovi per vedere, oltre alle piaghe del corpo, anche quelle provocate nell’anima dalla mancanza di amore.
Se ne accorgono i malati e pure le consorelle, entusiaste di quel "nuovo acquisto". Dopo qualche anno la mandano nella non distante "Casa di Carità", a farsi carico di un bel gruppo di bambini e a dirigere un collegio di ragazze.
Anche qui porta una ventata d’allegria e si trasforma in consigliera e confidente delle adolescenti, che più che come direttrice, la sentono mamma dolce e premurosa. La sua presenza a Reus passa alla storia per un singolare atto di eroismo, quando nel 1844, durante l’assedio della città da parte delle truppe del Generale Zurbano e nel bel mezzo di un bombardamento che sta seminando distruzione e morte, con due consorelle scavalca le trincee e va ad inginocchiarsi ai piedi del generale per chiedere clemenza.
Incredibile a dirsi, il generale senza cuore si lascia toccare dal coraggio e dalla generosità di quelle suore indifese e toglie l’assedio alla città senza altro spargimento di sangue. Lei è fatta così, generosa fino all’estremo e "pronta a sacrificare tutto a vantaggio dei nostri poveri fratelli", nelle corsie di un lazzaretto come tra le macerie di un bombardamento.
Insieme ad altre quattro consorelle, nel 1849 viene poi mandata a Tortosa e qui scopre…di non essere mai stata suora, o meglio che la comunità religiosa di cui fa parte non ha mai avuto l’approvazione ecclesiastica.
Per superare questa situazione di irregolarità e per evitare di essere un’abusiva all’interno della
Chiesa, che lei sempre ha considerato come madre, si fa in quattro per convincere le consorelle a fare i passi necessari per regolarizzare la situazione.
Solo quando si accorge che il suo è fiato sprecato, sostenuta dal vescovado, prende la dolorosa decisione di staccare la comunità di Tortosa dalla "casa madre" di Reus.
Nasce così, il 14 marzo 1857, una nuova congregazione che l’anno dopo lei battezza "Sorelle della Consolazione": il carisma che suor Maria Rosa trasmette loro, infatti, è quello di "continuare sulla terra la missione del nostro dolcissimo Redentore Gesù, consolando gli afflitti", educando e servendo l’uomo "in qualsiasi situazione di necessità".
Altro non è, in fondo, quello che lei ha sempre cercato di fare, con la tenerezza e la delicatezza che le è propria, ma anche con il suo "carattere vivace ed energico, intraprendente e deciso", che certamente l’aiuta a superare difficoltà, evidenti ingiustizie e persecuzioni di vario tipo. E’ il suo fisico, però a risentirne e si spegne ad appena 61 anni, l’11 giugno 1876, festa della SS. Trinità. Paolo VI la beatifica nel 1977 e Giovanni Paolo II la canonizza nel 1988, mentre le sue 700 figlie sono sparse in un centinaio di case, in undici stati di quattro continenti.

(Autore: Gianpiero Pettiti – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Beato Stefano Bandelli - Domenicano (11 giugno)

Castelnuova Scrivia, Alessandria, 1369 - Saluzzo, Cuneo, 11 giugno 1450
Stefano Bandelli nacque a Castelnuovo Scrivia nel 1369, ricevette l'abito domenicano a Piacenza.
La sua fama e la sua santità è legata in modo particolare alla città di Saluzzo di cui è patrono.
Il più insigne prodigio fu quello avvenuto nel 1487, quando, trovandosi la città di Saluzzo stretta da un terribile assedio, apparve in aria la sua figura accanto a quella della Madonna, liberando miracolosamente la città.
Questo memorabile avvenimento è commemorato ancora oggi.
Conseguita brillantemente la laurea in teologia e in diritto canonico, insegnò all'università di Pavia dal 1427 al 1432.
Ebbe anche il dono dei miracoli, e morì più che ottuagenario l'11 giugno 1450 a Saluzzo.
Il suo corpo si venera, ancor oggi, nella chiesa di San Giovanni Battista.
Papa Pio XI il 21 febbraio 1856 ha confermato il culto. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Saluzzo in Piemonte, Beato Stefano Bandelli, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, insigne nella predicazione e assiduo nell’ascolto delle confessioni.
Stefano Bandello nacque nel 1369 a Castelnuovo Scrivia (Alessandria) da un’ottima famiglia. Ancor giovane si fece domenicano a Piacenza, entrò presto nell’ordine dei Predicatori, applicandosi
all’osservanza meticolosa della regola, distinguendosi nella preghiera e nell’esercizio delle virtù religiose. Frattanto si impegnò nello studio letterario e teologico, sì da riuscire a diventare in pochi anni dottore in teologia e diritto canonico.
Tanta fu la fama della sua dottrina che venne chiamato ad insegnare all’Università di Pavia (1437), dove rimase per alcuni anni.
Poi lasciò l’insegnamento per dedicarsi con amore, grande facondia e competenza alla predicazione, tanto da venire chiamato “un altro san Paolo”. Si racconta infatti che questo santo gli sia apparso, come era già avvenuto a san Tommaso d’Aquino. Accorrono a sentirlo grandi folle, seguono conversioni strepitose di miscredenti e un maggiore fervore nei cristiani tiepidi.
Il Beato Stefano è sì il brillante insegnante, l’efficace predicatore, ma è soprattutto l’uomo di preghiera, di studio, che sa sacrificarsi per i poveri, da cui è sommamente amato.
Più di tutti gli sono riconoscenti i peccatori, che egli ha riconciliato con Dio. Sentendosi venir meno le forze, si ritirò nel convento domenicano di Saluzzo, ove morì l’11 giugno 1450. Fu sepolto nell’annessa antica chiesa di San Giovanni dove le sue spoglie si trovano tutt’ora venerate dai fedeli.
Saluzzo lo elesse suo patrono, con San Chiaffredo, in seguito alla liberazione dall’assedio dei Savoia del 1487, ritenuta uno suo speciale favore. In quel frangente si dice che i saluzzesi abbiano visto apparire su Saluzzo il beato Bandelli, accanto alla Vergine Santissima, in atto di benedire e di proteggere la città.
Il Beato Pio IX, il 21 aprile 1856, ne approvò il culto, in particolare per l’ordine domenicano e per le diocesi di Tortona, Saluzzo e Torino.
(Fonte: www.villaschiari.it - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Stefano Bandelli, pregate per noi.  

*Altri Santi del giorno (11 Giugno)
*San Demetrio di Tessalonica - Martire
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi


 
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