Santi del 12 Aprile - Istituto Aveta

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Santi del 12 Aprile

Il mio Santo > I Santi di Aprile

*Sant'Alferio - Abate (12 aprile)

Salerno, 930 - 12 aprile 1050
Nato a Salerno nel 930 dalla nobile famiglia dei Pappacarbone, servì per lungo tempo Guaimaro, principe della sua città. Settantenne, nel 1002, era a capo di una legazione diretta in Francia al re Enrico II. Essendosi ammalato prima di valicare le Alpi, chiese ospitalità al monastero di San Michele della Chiusa e fece voto di farsi monaco se fosse guarito. Ristabilitosi, lasciò il mondo per rivestire l'abito benedettino, e seguì a Cluny Sant'Odilone incontrato nel convento della Chiusa.
Alcuni anni dopo, il principe di Salerno chiese all'abate di Cluny il suo antico ministro per impiegarlo nella riforma dei monasteri locali, ma, dopo un tentativo poco fruttuoso, Alferio si ritirò con due compagni nella «valle Metilia», presso Salerno (nell'attuale Cava dei Tirreni), per condurvi vita eremitica. In seguito vi costituì, dedicandolo alla Santissima Trinità, un monastero per dodici discepoli, destinato a diventare uno dei principali centri della riforma monastica. Fra i discepoli del santo dobbiamo ricordare san Leone di Lucca e il monaco Desiderio, che più tardi sarà papa Vittore III. Alferio morì nel 1050. (Avvenire)
Martirologio Romano: Nel monastero di Cava de’ Tirreni in Campania, Sant’Alferio, fondatore e primo abate, che, dopo essere stato consigliere di Guaimario duca di Salerno, divenuto discepolo di Sant’Odilone a Cluny, apprese in modo eccellente la disciplina della vita monastica.  
Nato a Salerno nel 930 dalla nobile famiglia dei Pappacarbone, servì per lungo tempo Guaimaro, principe della sua città. Settantenne, nel 1002, era a capo di una legazione diretta in Francia al re Enrico II, per ottenerne la protezione sul suo signore e sul suo principato. Essendosi ammalato gravemente prima di valicare le Alpi, chiese ospitalità al monastero di S. Michele della Chiusa e, mentre i suoi compagni proseguirono il loro cammino, fece voto di farsi monaco se fosse guarito. Infatti, ristabilitosi, lasciò il mondo per rivestire l'abito benedettino, e seguì a Cluny Sant' Odilone incontrato nel convento della Chiusa.
Alcuni anni dopo, il principe di Salerno chiese al grande abate di Cluny il suo antico ministro per impiegarlo nella riforma dei monasteri del salernitano, ma, dopo un tentativo poco fruttuoso, Alferio si ritirò con due compagni nella Cavea metiliana o “valle Metilia”, presso Salerno (nell'attuale Cava dei Tirreni), per menarvi vita eremitica in preghiera e penitenza. In seguito vi costituì, dedicandolo alla Ss. ma Trinità, un monastero per dodici discepoli, destinato a diventare uno dei principali centri della riforma monastica. La comunità fu organizzata sul tipo di quella di Cluny e secondo il suo spirito.
Fra i discepoli del santo dobbiamo ricordare il mercante di Lucca San Leone e il monaco Desiderio, che più tardi salirà al trono pontificio col nome di Vittore III e tesserà l'elogio di Alferio nel terzo libro dei suoi Dialoghi. Il monastero godette della particolare benevolenza di Guaimaro, il quale con decreto del 1025 ne riconosceva l'esistenza, concedendo un largo tratto di terra intorno e piena libertà di governo, compresa quella di eleggere l'abate in seno alla comunità senza alcuna ingerenza di secolari.
Alferio morì nel 1050, il 12 aprile, giorno in cui è festeggiato, dopo aver designato Leone di Lucca suo successore e aver revocato la norma stabilita di non accogliere nel suo monastero più di dodici monaci. I suoi undici immediati successori sono venerati con culto pubblico riconosciuto dalla Chiesa; come Santi: Leone, Pietro e Constabile, insieme col Santo fondatore Alferio, con decreto di Leone XIII del 1893; come Beati: Simeone, Falcone, Marino, Benincasa, Pietro II, Balsamo, Leonardo e Leone II, con decreto di Pio XI del 1927.
(Autore: Ildebrando Mannocci - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Alferio, pregate per noi.  


*San Basilio di Pario - Vescovo (12 aprile)

Martirologio Romano: A Pario in Ellesponto, nell’odierna Turchia, San Basilio, vescovo, che per il culto delle sacre immagini patì percosse, carcere ed esilio.
Dalle scarse e sommarie notizie dei sinassari risulta che Basilio ebbe a soffrire durante le lotte iconoclastiche (secc. VIII-IX), avendo preferito abbandonare la propria sede episcopale di Pario (Misia) e andarsene ramingo di città in città, piuttosto che sottostare ai nemici delle sacre immagini.
Morì in questo volontario esilio.
Il Ferrari e il Baronio ritengono sia vissuto ed abbia sofferto ai tempi di Leone Isaurico (717-40), ma la supposizione non ha alcun fondamento.
Nella Chiesa greca Basilio è celebrato il 12 aprile.
(Autore: Giorgio Eldarov - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Basilio di Pario, pregate per noi.  


*San Costantino di Gap - Vescovo (12 aprile)
+ metà del V secolo
Etimologia:
Costantino = che ha fermezza, tenace, dal latino
Emblema: Bastone pastorale, Mitra
Martirologio Romano: A Gap in Provenza, in Francia, San Costantino, vescovo. Il nobile nome di Costantino è portato da non pochi santi, ma i più noti sono sicuramente un re inglese e martire in Scozia, commemorato all’11 marzo dal Martyrologium Romanum, nonchè gli imperatori San Costantino il Grande, San Costantino VI e San Costantino XI Paleologo, venerati in particolar modo dalle Chiese Orientali.
Ma non vi sono solamente augusti sovrani di nome Costantino ascesi alle vete della santità: il santo di oggi è infatti un vescovo della città francese di Gap, nel cuore del Delfinato. Questa storica regione alpina, posta tra la Savoia e la Provenza, fece parte del regno di Provenza, poi di quello di Arles, del Sacro Romano Impero, per essere infine acquistato nel 1349 dal re Filippo VI di Francia a patto che venisse mantenuta l’autonomia del feudo rispetto agli altri domini della corona e che venisse assegnato al primogenito ed erede al trono francese con l’obbligo di portare il titolo di “delfino”.
Il santo vescovo Costantino visse però ben prima degli eventi appena descritti, pressochè contemporaneo del più celebre San Cesario di Arles. Secondo la cronologia della diocesi di Gap, Costantino fu il quarto vescovo ad occupare tale sede episcopale. Prima di lui vi furono il protovescovo, un leggendario San Demetrio spesso confuso con l’omonimo megalomartire assai venerato in Oriente, ed i Santi Tigrido e Remedio, festeggiati al 3 febbraio.
Costantino spese anima e corpo per rivitalizzare la diocesi affidata alle sue cure pastorali e diede un grande
impulso alla creazione di nuove parocchie rurali. É possibile riscontrare la sua sottoscrizione dei documenti del concilio di Riez. Il Papa San Leone Magno lo citò in una delle sue lettere quale officiante della consacrazione del vescovo che succedette a Sant’Ilaria d’Arles. Purtroppo non è possibile fornire una datazione sicura e dettagliata della sua vita, ma pare comunque che morì verso la metà del V secolo.
La diocesi di Gap fu accorpata a quelle di Digne nel 1801, in seguito al concordato napoleonico, per poi essere ristabilita nel 1822 acquisendo gran parte del territorio dell’antica diocesi vicina di Embrun.
San Costantino, vescovo di Gap, è ancora commemorato nell’ultima edizione del martirologio cattolico in data odierna.
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Costantino di Gap, pregate per noi.

 

*San Damiano di Pavia - Vescovo (12 aprile)
m. 12 aprile 710/711
Martirologio Romano:
A Pavia, San Damiano, vescovo, la cui lettera sulla retta fede circa la volontà e l’agire in Cristo fu letta nel Concilio Costantinopolitano III.  
Nacque in Oriente nella seconda metà del secolo VII.
Presbitero della Chiesa milanese, compose l’epistola sulla fede cattolica contro l’eresia monotelita, che il concilio di Milano del 679 inviò all’Imperatore Costantino Pogonato.
Eletto vescovo di Pavia, rifulse per ardore apostolico e si adoperò per la conversione dei Longobardi, ancora pagani o ariani.
Spese gli anni del suo episcopato per ricomporre lo scisma di Aquileia, detto “dei tre capitoli”, che grazie a lui ebbe fine nel Concilio di Pavia del 698.
Si narra che allo scoppio della peste a Pavia, ottenne da Roma una reliquia del martire San Sebastiano, al quale consacrò un altare nella chiesa di San Pietro in Vincoli: subito l’epidemia cessò. Morì il 12 aprile del 710 o 711.
Il suo corpo si venera attualmente nella Cattedrale di Pavia.
(Autore: Adriano Disabella - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Damiano di Pavia, pregate per noi.


*San David Uribe Velasco - Martire Messicano (12 aprile)

Scheda del Gruppo cui appartiene San David Uribe Velasco:
“Santi e Beati Martiri Messicani” (Cristoforo Magallanes Jara e 24 compagni)

Emblema: Palma
Martirologio Romano: Nei pressi di San José nella regione di Chilpancinga in Messico, San Davide Uribe, sacerdote e martire, che in tempo di persecuzione contro la Chiesa patì il martirio per Cristo Re.
Nacque a Buenavista de Cuéllar, Guerrero (Diocesi di Chilapa) il 29 dicembre 1889. Parroco di Iguala, Guerrero (Diocesi di Chilapa).
Esercitò in modo esemplare il suo ministero in una regione attaccata dalla massoneria, dal protestantesimo e dallo scisma.
Il militare che lo catturò gli propose ampia libertà nel caso mai avesse accettato le leggi e fosse diventato vescovo della chiesa scismatica creata dal governo della repubblica.
Il Padre David, ribadi ciò che già aveva scritto, appena un mese prima, e che denota tutta la forza della sua fede e della sua fedeltà: "Se sono stato unto con l'olio santo che mi fa ministro del`Altissimo, perchè non essere unto con il mio sangue in difesadelle anime redente con il sangue di Cristo?. ..
Quale felicità morire in difesa dei diritti di Dio!.
Morire prima di rinnegare il Vicario di Cristo!".
Ormai in carcere, scrisse le sue ultime parole: "Dichiaro di non aver commesso i delitti che mi vengono imputati ....
Sto nelle mani di Dio e della Vergine di Guadalupe.
Domando a Dio perdono e perdono i Miei nemici; chiedo perdono a tutti quelli che ho offeso". Condotto in un luogo vicino alla stazione di San José Vistahermosa, Morelos (Diocesi di Cuernavaca) fu sacrificato con un colpo alla nuca il 12 aprile 1927.
(Autore: Mons. Oscar Sánchez Barba, Postulatore - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San David Uribe Velasco, pregate per noi.  

 

*Sant’Erchembodone - Vescovo di Therouanne (12 aprile)
+ 12 aprile 742
Martirologio Romano:
Nel territorio di Ponthieu in Francia, Sant’Erchembodóne, abate di Saint-Omer e al contempo vescovo di Thérouanne. Sant’Erchembodone entrò come monaco nell’abbazia di Sithiu, presso Saint-Omer, dopo il 707 e trascorsi dieci anni fu elevato alla dignità abbaziale, portando così a termine la riforma colombaniana della regola benedettina.
I sovrani Chilperico II e Tierrico IV gli confermarono i privilegi di immunità accordati all’abbazia da Clodoveo e dai suoi successori. Erchembodone si dimostrò amministratore accorto ed aumentò sensibilmente i possedimenti terrieri dell’abbazia.
Nel 723 fu chiamato a succedere al defunto Ravangerio, vescovo di Thérouanne, mantenendo però il doppio incarico. Morì infine il 12 aprile 742.
Sin dalla morte il santo vescovo ed abate fu oggetto di culto popolare e nel 1052 ebbe luogo la sua “elevatio”.
La sua tomba, oggi sita nella cattedrale di Saint-Omer, è un arca monolitica sormontata da un coperchio già in forma di tetto a doppio rampante ed in passato era sostenuta da quattro leoni di marmo, dei quali non ne restano che due.
Tra il 1152 ed il 1250 i canonici di Saint-Omer fecero edificare una chiesa sulla sua tomba, poi sostituita dall’odierna cattedrale.
Il Santo è invocato in particolar modo per la guarigione delle malattie alle gambe. La sua Vita fu redatta nel XIV secolo da Giovanni Lelong, abate di Saint Bertin.
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant’Erchembodone, pregate per noi.  


*Santi Ferdinando da Portalegre ed Eleuterio de Platea Martiri Mercedari (12 aprile)
+ 1257

Santi Ferdinando da Portalegre, di origine portoghese, si trasferì successivamente in Spagna dove trascorse la maggior parte della sua vita nelle città di Toledo, Valladolid e Saragozza quando un giorno per ispirazione divina prese l’abito della Mercede.
San Eleuterio de Platea, nativo di Narbona in Francia, entrato nell’ordine Mercedario si distinse per l’insigne pietà e gran zelo per l’osservanza austera.
Questi due cavalieri laici e compagni di redenzione, nell’anno 1257, furono inviati in missione in terra d’Africa e mentre stavano navigando verso Algeri, furono catturati dai pirati saraceni.
San Ferdinando fu appeso all’albero della nave ed ucciso a frecciate mentre San Eleuterio fu crudelmente flagellato e finito con la spada.
I loro corpi vennero poi gettati in mare. L’Ordine li festeggia il 12 aprile.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Ferdinando da Portalegre ed Eleuterio de Platea, pregate per noi.  


*San Giulio I - 35° Papa (12 aprile)

m. 352
(Papa dal 06/02/337 al 12/04/352)

Romano. Combatte con ogni mezzo l'arianesimo, convocando diversi concili, che riconfermarono - contro le tesi ariane di alcuni vescovi - la dottrina trinitaria.
È un diacono romano, eletto dopo il breve pontificato di Papa Marco (10 mesi) e due mesi prima della morte di Costantino, l’imperatore che ha dato libertà ai cristiani.
Gli tocca affrontare una gravissima crisi nella Chiesa, peggiorata dalle ingerenze del potere imperiale, rappresentato da tre figli ed eredi di Costantino: Costantino II, che lotta contro il fratello Costante, e viene ucciso in un’imboscata; poi Costante, che regna sull’Occidente e muore durante una rivolta militare; e infine Costanzo II, dal 353 padrone unico d’Oriente e Occidente.
La crisi nella Chiesa è provocata dal prete Ario di Alessandria d’Egitto (morto nel 336), che nega la divinità di Cristo.
Questa dottrina è condannata nel 325 nel Concilio di Nicea, per impulso di Sant’Atanasio, vescovo di Alessandria. Ma gli ariani d’Egitto, appoggiati dalla corte di Costanzo II, espellono Atanasio dalla sede episcopale. Lo accoglie papa Giulio a Roma, dove nel 341 riunisce un sinodo, ascoltando accusa e difesa attraverso testi e documenti, e riconoscendo le buone ragioni sue e l’errore degli avversari. Ma il conflitto, anziché chiudersi, si inasprisce. E a quel punto Giulio convoca per l’anno 343 un Concilio ecumenico a Sardica (attuale Sofia, in Bulgaria) per ascoltare tutti i vescovi dell’una e dell’altra parte. Sceglie Sardica perché si trova al confine tra gli Imperi d’Oriente e d’Occidente: una sede neutrale.
Arrivano con Atanasio di Alessandria anche altri vescovi spodestati dagli ariani; ne arrivano dall’Occidente e dall’Oriente. Ma gli “orientali” se ne vanno quasi subito, prima che inizino i lavori. Altri non si sono mossi dalle loro sedi.
E così il Concilio non è più ecumenico, universale. Si trasforma in un’assemblea sempre autorevole, ma che riunisce solo pastori occidentali. Resta però importante, soprattutto per alcune sue decisioni sui doveri dei vescovi: proibisce loro di passare da una diocesi all’altra; autorizza le assenze dalla diocesi, ma per non più di tre settimane. E poi sconsiglia vivamente i vescovi dal bazzicare gli ambienti di corte.
E questo è il punto. Le vicende dell’Impero (ora unito, ora diviso tra questo e quel figlio di Costantino) influiscono pesantemente sulla vita religiosa. Costante sta con i cattolici; suo fratello Costanzo resta neutrale finché regna solo sull’Oriente; poi diventa filo-ariano quando regna anche sull’Occidente...
Papa Giulio I non ha vinto, insomma. Il contrasto è tutt’altro che chiuso. Anzi, si aggraverà ancora. Ma lui intanto ha difeso l’unità nella fede con serena autorevolezza, chiarendo limpidamente il principio dell’autorità pontificia in materia di fede.
Etimologia: Giulio = appartenente alla 'gens Julia', illustre famiglia romana, dal latino
Martirologio Romano: A Roma nel cimitero di Calepodio al terzo miglio della via Aurelia, deposizione di San Giulio I, papa, che, durante la persecuzione ariana, custodì tenacemente la fede nicena, difese Atanasio dalle accuse ospitandolo durante l’esilio e convocò il Concilio di Sardica.
Della sua vita anteriore al pontificato non si conosce niente di sicuro; secondo il Liber Pontificalis era romano, figlio di un certo Rustico. Eletto papa nel 337 governò la Chiesalino al 352, in un periodo
molto critico a causa della controversia ariana, inasprita dalle controversie degli Eusebiani, protetti dall'imperatore Costanzo, contro Sant' Atanasio.
Appena conosciuta la sua elezione al sommo pontiíicato, gli ariani gli inviarono delle lettere contro Atanasio ed altri vescovi deposti nel 335; ma Giulio informato sul vero stato delle cose, convocò un concilio a Roma per il giugno 340, al quale invitò anche i vescovi orientali, per decidere secondo giustizia. Gli eusebiani non intervennero, anzi inviarono al papa una lettera arrogante, aspra e piena di calunnie; il concilio fu tenuto egualmente e vi parteciparono cinquanta vescovi che approvarono l'operato di Giulio, riconobbero innocenti e riabilitarono tutti i vescovi deposti e particolarmente Sant'Atanasio. Agli eusebiani poi, il papa rispose con una lettera che è un capolavoro di dignità e nobiltà, degno in tutto della Sede apostolica, in cui confutava le loro scuse ed accuse, difendeva con fermezza la verità, li rimproverava d'aver violato le leggi canoniche, smantellava i pretesti addotti per non venire al concilio, illustrava l'innocenza di Sant' Atanasio e la doppiezza del loro operato contro di lui, concludendo con una calda esortazione alla carità e alla pace.
Questa lettera però non riuscí a vincere l'impudenza degli ariani che riuniti in sinodo ad Antiochia nel 341, ribadirono la loro condanna contro Atanasio. Le trattative per una pacificazione furono riprese al concilio di Sardica (343), ma ancora una volta la malafede degli eusebiani fece fallire tutto. Giulio però difese sempre e protesse s. Atanasio, l'accolse a Roma con grandi segni di stima ed affetto e gli diede lettere di congratulazione per la Chiesa di Alessandria, quando poté tornare in sede, dopo l'esilio del 349.
Giulio fu anche molto attivo nel governo interno della Chiesa di Roma; dal Liber Pontificalis sappiamo che stabilí ed organizzò il collegio dei notai ecclesiastici per tutte le questioni amministrative e proibí di citare i chierici ai tribunali laici.
Il Catalogo Liberiano attesta di lui che multas fabricas fecit, ed infatti Giulio edificò almeno cinque nuove chiese: una nella settima regione "iuxta forum divi Traiani", corrispondente all'attuale chiesa dei Dodici Apostoli ed un'altra in Trastevere, in città; tre invece nei cimiteri e cioè sulla via Flaminia (S. Valentino), Portuense (S. Felice ad insalatos) ed Aurelia (al III miglio, sul sepolcro del Papa Callisto).
Morí il 12 aprile 352 e fu sepolto nella chiesa da lui stesso edificata sulla via Aurelia, dove lo veneravano ancora i pellegrini del sec. VII. Il suo nome fu inscritto subito nella Depositio episcoporum e nel Martirologio Geronimiano: è falso però ch'egli sia morto martire, come pretende sapere l'autore della Notitia Ecclesiarum.
Le sue reliquie, secondo una tradizione, sarebbero state portate nella basilica di S. Prassede dal papa Pasquale I, mentre secondo un'altra tradizione, Innocenzo II le avrebbe trasferite nella basilica di S. Maria in Trastevere; in questa ultima le trovò nel 1505 il card. titolare Marco Vegerio, il quale si adoperò anche per far rifiorire il culto di Giulio, ottenendo a tale scopo un Breve dal Papa Giulio II.
(Autore: Agostino Amore - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Giulio I, pregate per noi.  


*San Giuseppe Moscati - Laico (12 aprile e 16 novembre)

Benevento, 25 luglio 1880 - Napoli, 12 aprile 1927
Nato a Benevento da una nobile famiglia il 25 luglio 1880 seguì il padre, magistrato, prima ad Ancona e, dal 1988, a Napoli.
Laureatosi in medicina a pieni voti nel 1903, cominciò la carriera medica nell'ospedale partenopeo degli Incurabili.
Fu un medico generoso e si dedicò all'insegnamento e alla ricerca, partecipando a molti congressi scientifici in qualità di relatore.
Salvò miracolosamente alcuni malati durante l'eruzione del Vesuvio del 1906; nel 1921, quando Napoli fu infestata dal colera, si segnalò, come primario degli Ospedali Riuniti, per l'efficacia e l'abnegazione che profuse nelle cure dei contagiati.
Morì improvvisamente il 12 aprile 1927, a soli 47 anni.
È stato beatificato nel 1975 da Papa Paolo VI. Giovanni Paolo II lo ha dichiarato santo il 25 ottobre 1987. (Avvenire)
Etimologia: Giuseppe = aggiunto (in famiglia), dall'ebraico
Martirologio Romano: A Napoli, San Giuseppe Moscati, che, medico, mai venne meno al suo servizio di quotidiana e infaticabile opera di assistenza ai malati, per la quale non chiedeva alcun compenso ai più poveri, e nel prendersi cura dei corpi accudiva al tempo stesso con grande amore anche le anime.
San Giuseppe Moscati nacque a Benevento il 25 luglio 1880 da nobile famiglia. Seguendo gli spostamenti del padre, di professione magistrato, visse per alcuni anni ad Ancona e poi, dal 1888, a Napoli.
Studiò presso il liceo “Vittorio Emanuele”, successivamente, nel 1897, iniziava gli studi universitari presso la facoltà di medicina.
Il 4 agosto 1903 conseguì la laurea con pieni voti e con diritto alla pubblicazione della tesi.
Cominciò la carriera ospedaliera nell’Ospedale degli Incurabili a Napoli presentandosi, sin da allora modello integerrimo di medico cosciente del suo dovere professionale e della sua missione sublime accanto alla sofferenza umana.
Si dedicò contemporaneamente all’insegnamento, divenendo assistente ordinario nell’istituto di Chimica Fisiologica nel 1908, conseguendo la libera docenza nel 1911.
Iniziò così un’intesa attività scientifica e cattedratica, con l’insegnamento di “Indagini di laboratorio applicati alla chimica” e di “Chimica applicata alla medicina”.
Vince il concorso di Primario negli Ospedali Riuniti di Napoli, mentre nel 1922 consegue una seconda libera docenza in Clinica Medica Generale.
Durante tutti gli anni che vanno dal 1903 alla sua morte (1927), Giuseppe Moscati dedicò tutto se stesso alla ricerca scientifica con numerose relazioni a Congressi scientifici in Italia e all’estero,
contemporaneamente si dedicava, con grande generosità e con nobile carità, al servizio ospedaliero nell’assistenza gratuita dei malati più bisognosi.
Uomo di fede e di preghiera, morì improvvisamente, lasciando grande rimpianto tra il popolo, il 12 aprile 1927.
La sua memoria liturgica si celebra nel giorno della morte.
Cosa dire di questo Beato?
Crediamo sia importante ricordare che è un laico, una figura di cristiano impegnato, che come i Santi e i Beati nel 1975, esprime la radicalità di vita di fede, che è luogo della santificazione.
Abbiamo detto un cristiano impegnato, uomo di fede, di scienza e di carità. Anche questa volta i due pilastri sono l’amore a Dio e l’amore al prossimo, che per il Beato Moscati vuol dire ricerca del bene per l’uomo anche nella sua professionalità.
Altro elemento che colpisce di questo “medico santo” è il fatto che è "quasi a noi contemporaneo", così infatti dirà Paolo VI nella sua omelia; ma ascoltiamola nei suoi tratti essenziali: "Chi è colui, che viene proposto oggi all’imitazione e alla venerazione di tutti? È un Laico, che ha fatto della vita una missione percorsa con autenticità evangelica, spendendo stupendamente i talenti ricevuti da Dio.
È un Medico, che ha fatto della professione una palestra di apostolato, una missione di carità, uno strumento di elevazione di se, e di conquista degli altri a Cristo salvatore.
È un Professore d’Università, che ha lasciato tra i suoi alunni una scia di profonda ammirazione non solo per l’altissima dottrina, ma anche e specialmente per l’esempio di dirittura morale, di limpidezza interiore, di dedizione assoluta data dalla Cattedra!
È un Scienziato d’alta scuola, noto per i suoi contributi scientifici di livello internazionale, per le pubblicazioni e i viaggi, per le diagnosi illuminante e sicure, per gli interventi arditi e precorritori!
La figura del Professor Moscati conferma che la vocazione alla santità è per tutti, anzi è possibile a tutti.
E la Chiesa non si stanca di ripetere questo invito nel corso dei secoli, e ancora l’ha ribadito fermamente a noi uomini del XX secolo".
Dopo aver ricordato l’insegnamento del Concilio (Lumen Gentium, 40), prosegue dicendo:
"É questo il punto fermo, che certamente sarà da ricordare, a conclusione dell’Anno Santo - che è stato ed è tutto un solenne invito alla santità e alla riconciliazione con Dio e con i fratelli - e a coronamento dei vari Beati e Santi, i cui esempi ci hanno allietato, confusi, spronati, entusiasmati, nel conoscerli, nell’esaltarli, nel venerarli.
La vita cristiana deve e può essere vissuta in santità!".
Anche noi, su queste parole del Santo Padre, concludiamo questo cammino sulle orme dei Beati e Santi elevati agli onori degli altari nell’Anno Santo 1975.
(Autore: Don Marco Grenci - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Giuseppe Moscati, pregate per noi.  


*Beato Lorenzo - Sacerdote (12 aprile)
Sec. XIV
Martirologio Romano:
Nel monastero di Belém presso Lisbona in Portogallo, Beato Lorenzo, sacerdote dell’Ordine di San Girolamo, al quale moltissimi penitenti si rivolgevano per la sua insigne pietà.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Lorenzo, pregate per noi.


*Beato Pedro Roca Toscas - Chierico e Martire (12 aprile)
Schede dei Gruppi a cui appartiene:
"Beati Martiri Spagnoli Figli della Sacra Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe" - Senza data (Celebrazioni singole)
"Beati 522 Martiri Spagnoli!" Beatificati nel 2013 - Senza data (Celebrazioni singole)
"Santi, Beati e Servi di Dio Martiri nella Guerra di Spagna" Vittime della persecuzione religiosa - Senza Data (Celebrazioni singole)
Studente religioso del primo anno. Aveva un altro fratello religioso nell'Istituto. Era gioviale e allegro con tutti. Con una passione per la letteratura, soprattutto in lingua Catalana, è stato un ottimo poeta.
Costretto a lasciare il seminario di Barcellona, si rifugiò in una casa privata, poi a Mura e
Manresa nella sua casa di famiglia.
Desideroso di arrivare a Roma per continuare i suoi studi teologici, ha cercato di farlo con il servo di Dio Pedro Ruiz e tre altri giovani, ma sono stati arrestati in Pobla de Lillet il 4 aprile 1937.
Imprigionato in Manresa fino al giorno 12 del mese, sono stati uccisi il giorno 12 a Sant Fruitos de Bages.
I suoi resti non sono stati individuati.

(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Pedro Roca Toscas, pregate per noi.


*Beato Pedro Ruiz Ortega - Chierico e Martire (12 aprile)
Schede dei Gruppi a cui appartiene:
"Beati Martiri Spagnoli Figli della Sacra Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe"
- Senza data (Celebrazioni singole)
"Beati 522 Martiri Spagnoli!" Beatificati nel 2013
- Senza data (Celebrazioni singole)

"Santi, Beati e Servi di Dio Martiri nella Guerra di Spagna" Vittime della persecuzione religiosa
- Senza Data (Celebrazioni singole)

Alunno al terzo anno teologia.
Gioioso per la sua vocazione religiosa, stava già sognando la sua ordinazione.
In viaggio per Roma con il servo di Dio Pedro Roca e tre altri giovani, arrestati nel Pobla de Lillet, il 4 aprile 1937, furono imprigionati in Manresa fino al 12 del mese in cui sono stati uccisi lo stesso giorno a Sant Fruitos de Bages.
I suoi resti non sono stati individuati.

(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Pedro Ruiz Ortega, pregate per noi.



*San Saba il Goto - Martire (12 aprile)

m. Targoviste, Romania, 12 aprile 372
San Saba il Goto nel corso della persecuzione scatenata contro i cristiani dal re goto Atanarico, il 12 aprile 372, terzo giorno dopo la Pasqua, fu precipitato nel fiume Buzau presso Targoviste (Romania) dopo molte torture per aver rifiutato la carne offerta agli idoli.
Emblema: Palma
Martirologio Romano: In Cappadocia, nell’odierna Turchia, San Saba il Goto, martire, che, durante le persecuzioni scatenate contro i cristiani dal re dei Goti Atanarico, tre giorni dopo la celebrazione della Pasqua, essendosi rifiutato di mangiare le carni immolate agli idoli, dopo crudeli supplizi fu gettato nel fiume.
Nel 370 d.C., nell’antica Dacia, regione corrispondente all’attuale Romania, il capo dei goti intraprese una feroce persecuzione contro quei propri sudditi che professavano la fede cristiana. La Chiesa greca venera ben cinquantuno martiri goti di quel periodo, tra i quali i più celebri sono San Niceta (15 settembre) e San Saba, commemorato in data odierna dal Martyrologium Romanum.
Quando fu imposto ai cristiani di mangiare la carne che era stata offerta agli idoli, ci fu un accordo
segreto con alcune autorità affinché tale carne fosse sostituita con altri cibi, cosicché essi potessero sostenere di aver rispettato il regio decreto. Saba si rifiutò però di prendere parte a questo inganno e denunciò pubblicamente l’accaduto.
Fu allora esiliato, ma ben presto gli fu concesso di fare ritorno e poco dopo fu nuovamente coinvolto in una controversia con i suoi compagni cristiani.
In questa nuova occasione non accettò di sostenere una dichiarazione giurata da ufficiali compiacenti secondo la quale non vi erano in città dei cristiani: “Nessuno giuri per me: io sono un cristiano!”.
Nonostante ciò riuscì ad evitare la punizione, ma i due episodi rivelano con quanta riluttanza talvolta gli ufficiali locali perseguitassero per questioni politiche i loro concittadini.
Quando due anni dopo la persecuzione si riaccese, nel 372 Saba fu allora arrestato da alcuni soldati, cha a tal scopo erano stati inviati appositamente da un’altra regione. Dopo aver subito parecchie torture, fu infine giustiziato per annegamento nel fiume Buzau, probabilmente nei pressi di Targoviste, a nord ovest di Bucarest.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Saba il Goto, pregate per noi.  


*Santa Teresa di Gesù delle Ande (Giovanna Fernandez Solar) Monaca Carmelitana (12 aprile)
Santiago del Cile, 13 luglio 1900 - Los Andes, Cile, 12 aprile 1920
Juana Fernández Solar nacque il 13 luglio 1900 a Santiago del Cile, da genitori benestanti e piissimi cristiani. Due giorni dopo fu battezzata. L'esempio e gli insegnamenti dei genitori furono la sua prima educazione cristiana. Ricevette il sacramento della Confermazione il 22 ottobre 1909 e la Prima Comunione l'11 settembre 1910.
Il 7 maggio 1919 entrò, con l'approvazione dei genitori, tra le Carmelitane Scalze della cittadina di Los Andes, prendendo il nome di Teresa di Gesù. Prese l'abito religioso il 14 ottobre successivo e iniziò il noviziato.
Ma il venerdì santo del 2 aprile 1920 fu colta da tifo. Il giorno 5 ricevette gli ultimi sacramenti e il 6 emise la professione religiosa in articulo mortis.
Spirò santamente il 12 aprile 1920, dopo aver trascorso al Carmelo, come postulante e come novizia, soltanto undici mesi. Canonizzata da Giovanni Paolo II il 21 marzo 1993, è proposta come modello per i giovani della Chiesa d'oggi.
Martirologio Romano: Nella città di Los Andes in Cile, Santa Teresa di Gesù (Giovanna) Fernández Solar, vergine, che, fattasi novizia nell’Ordine delle Carmelitane Scalze, consacrò, come ella stessa diceva, la propria vita a Dio per il mondo peccatore e morì all’età di venti anni colpita dal tifo.
La giovane che oggi la Chiesa glorifica e chiama Santa, è un profeta di Dio per gli uomini e le donne del nostro tempo. Teresa de Gesù de Los Andes, con l'esempio della sua vita, ci propone il vangelo di Cristo, vissuto e praticato fino alle ultime esigenze.
Ella è per l'umanità una prova indiscutibile di quanto la chiamata di Cristo alla santità sia attuale, possibile e vera. Ella si presenta davanti ai nostri occhi per dimostrare che la radicalità della sequela di Cristo è l'unica cosa per la quale vale la pena di vivere e l'unica che rende felice l'uomo.
Teresa de Los Andes, con il linguaggio della sua intensa vita, ci assicura che Dio esiste, che Dio è amore e gioia, che Dio è il nostro tutto.
Nacque a Santiago del Cile il 13 luglio 1900. Al fonte battesimale venne chiamata Juana Enriqueta Josefina de los Sagrados Corazones Fernandez Solar. Familiarmente era chiamata, e ancora oggi è conosciuta con il nome di Juanita.
Visse la sua infanzia nella normalità in seno alla famiglia: i genitori, Michele Fernández e Lucia Solar; tre fratelli e due sorelle; il nonno materno, zii, zie e cugini.
La famiglia godeva una buona posizione economica e conservava autenticamente la fede cristiana, vivendola con sincerità e perseveranza.
Juana ricevette la sua formazione scolastica nel collegio delle Suore del Sacro Cuore. La sua breve ma intensa storia si svolse tra la vita collegiale e quella familiare. A 14 anni, ispirata da Dio, decise di consacrarsi a Lui come religiosa, e precisamente, come carmelitana scalza.
Il suo desiderio si realizzò il 7 maggio 1919, quando entrò nel piccolo monastero dello Spirito Santo, a Los Andes, a circa 90 km. da Santiago.
Il 14 ottobre dello stesso anno vestì l'abito di carmelitana, iniziando il suo noviziato con il nome di Teresa di Gesù. Da molto tempo sapeva che sarebbe morta giovane: il Signore glielo aveva rivelato. Ella stessa lo disse al suo confessore un mese prima di morire.
Accolse questa realtà con gioia, serenità e confidenza, sicura che nell'eternità avrebbe continuato la sua missione: far conoscere ed amare Dio.
Dopo molte sofferenze interiori ed indicibili patimenti fisici, causati da un violento attacco di tifo che consumò la sua vita, passò da questo mondo al Padre, la sera del 12 aprile 1920. Aveva ricevuto con grande fervore i sacramenti ed il 7 aprile aveva emesso la professione religiosa " in articulo mortis ". Le mancavano ancora 3 mesi per compiere 20 anni e 6 mesi per terminare il suo noviziato canonico e poter pronunciare la professione religiosa. Morì come novizia carmelitana scalza.
Ecco la parabola esterna di questa giovane cilena. Ci sconcerta e nasce in noi l'interrogazione: che cosa ha fatto? Per questa domanda c'è una risposta ugualmente sconcertante: Vivere, credere, amare.
Quando i discepoli chiesero a Gesù che cosa avrebbero dovuto fare per vivere come Dio vuole, Egli rispose: " L'opera di Dio è che crediate in Colui che Egli ha inviato " (Gv 6, 28-29). Pertanto, per comprendere il valore della vita di Juanita, è necessario guardare al di dentro, dove sta il Regno di Dio.
Ella fin da piccola venne chiamata alla vita della grazia. Afferma che a sei anni attratta da Dio cominciò a riversare il suo affetto totalmente in Lui. " Gesù cominciò a prendere il mio cuore per Sé, poco dopo il terremoto nell'anno 1906 " (Diario, n. 3, p. 25), Juanita possedeva un'enorme capacità di amare e di essere amata insieme ad una straordinaria intelligenza. Dio le fece sperimentare la sua presenza, la imprigionò con la sua conoscenza e la fece sua attraverso le esigenze della croce. Conoscendolo, lo amò; amandolo, si abbandonò perdutamente in Lui.
Ancora bambina comprese che l'amore si dimostra con i fatti più che con le parole, per questo lo tradusse in ogni azione della sua vita, cominciando dalla radice. Si guardò con occhi sinceri e saggi e capì che per essere di Dio era necessario morire a se stessa e a tutto quello che non fosse Lui.
La sua natura era totalmente contraria all'esigenza evangelica: orgogliosa, egoista, ostinata, con tutti i difetti che ciò suppone. Come succede a tutti. Ma quello che ella fece, a differenza di noi, fu dichiarare accanita battaglia contro qualsiasi impulso che non nascesse dall'amore.
A 10 anni era una creatura nuova. Il motivo immediato era stata la preparazione alla prima Comunione che stava per ricevere. Sapendo che proprio Dio andava ad abitare in lei, s'impegnò per acquistare tutte le virtù che l'avrebbero fatta meno indegna di questa grazia, giungendo in brevissimo tempo a trasformare completamente il suo carattere.
Nel ricevere il sacramento dell'Eucaristia ebbe da Dio grazie mistiche di locuzioni interiori che poi si mantennero durante la sua vita. L'inclinazione naturale verso Dio, da questo giorno si trasformò in amicizia, in vita di orazione. Quattro anni dopo, ebbe l'intima rivelazione che determinò l'orientamento della sua vita: Gesù le disse che la voleva carmelitana e che la sua meta doveva essere la santità.
Con l'abbondante grazia di Dio e con la generosità di giovane innamorata si dette all'orazione, all'acquisto delle virtù e alla pratica della vita evangelica, in modo tale che in pochi anni raggiunse un alto grado di unione con Dio.
Cristo fu il suo ideale, il suo unico ideale. Si innamorò di Lui e fu coerente fino a crocifiggersi ogni minuto per Lui. L'amore sponsale la invase e, di conseguenza, il desiderio di unirsi pienamente a Colui che l'aveva catturata. Così, a 15 anni fece voto di verginità per 9 giorni, e lo rinnovò poi di continuo.
La santità della sua vita brillò negli atti di ogni giorno negli ambienti dove visse: la famiglia, il collegio, le amiche, i contadini con i quali divideva le sue vacanze e quanti con zelo apostolico catechizzò ed aiutò.
Pur essendo una giovane uguale alle sue amiche, queste la ritenevano differente. La presero per modello, appoggio e consigliera. Juanita soffrì e godé intensamente, in Dio, tutte le pene e le gioie che l'uomo incontra.
Gioviale, allegra, simpatica, attraente, sportiva, comunicativa. Negli anni della sua adolescenza raggiunse il perfetto equilibrio psichico e spirituale, frutto della sua ascesi e della sua orazione. La serenità del suo volto era il riflesso di Colui che viveva in lei.
La sua vita di monaca dal 7 maggio 1919 fino alla morte fu l'ultimo gradino della sua ascesa alla vetta della santità. Soltanto 11 mesi furono sufficienti per consumare la sua vita divenuta interamente di Cristo.
Molto presto la comunità scoprì in lei un passaggio di Dio nella sua storia. Nello stile carmelitano-teresiano di vita la giovane incontrò pienamente il canale per spandere più efficacemente il torrente di vita che desiderava dare alla Chiesa di Cristo. Era lo stile di vita che, a suo modo, aveva vissuto tra i suoi, e per il quale era nata. L'Ordine della Vergine Maria del Monte Carmelo riempì i desideri di Juanita, quando verificò che la Madre di Dio, che fin da piccola aveva tanto amato, l'aveva attirata a farne parte.
È stata beatificata a Santiago del Cile da Sua Santità Giovanni Paolo 11, il 3 aprile 1987. 1 suoi resti sono venerati nel Santuario di Auco-Rinconada de Los Andes da migliaia di pellegrini che cercano e trovano in lei consolazione, luce e via sicura verso Dio.
Santa Teresa di Gesù de Los Andes è la prima Santa cilena, la prima Santa carmelitana scalza fuori le frontiere d'Europa e la quarta Santa Teresa del Carmelo dopo le Sante Terese di Avila, di Firenze e di Lisieux.La giovane che oggi la Chiesa glorifica e chiama Santa, è un profeta di Dio per gli uomini e le donne del nostro tempo. Teresa de Gesù de Los Andes, con l'esempio della sua vita, ci propone il vangelo di Cristo, vissuto e praticato fino alle ultime esigenze.
Ella è per l'umanità una prova indiscutibile di quanto la chiamata di Cristo alla santità sia attuale, possibile e vera. Ella si presenta davanti ai nostri occhi per dimostrare che la radicalità della sequela di Cristo è l'unica cosa per la quale vale la pena di vivere e l'unica che rende felice l'uomo.
Teresa de Los Andes, con il linguaggio della sua intensa vita, ci assicura che Dio esiste, che Dio è amore e gioia, che Dio è il nostro tutto.
Nacque a Santiago del Cile il 13 luglio 1900. Al fonte battesimale venne chiamata Juana Enriqueta Josefina de los Sagrados Corazones Fernandez Solar. Familiarmente era chiamata, e ancora oggi è conosciuta con il nome di Juanita.
Visse la sua infanzia nella normalità in seno alla famiglia: i genitori, Michele Fernández e Lucia Solar; tre fratelli e due sorelle; il nonno materno, zii, zie e cugini.
La famiglia godeva una buona posizione economica e conservava autenticamente la fede cristiana, vivendola con sincerità e perseveranza.
Juana ricevette la sua formazione scolastica nel collegio delle Suore del Sacro Cuore. La sua breve ma intensa storia si svolse tra la vita collegiale e quella familiare. A 14 anni, ispirata da Dio, decise di consacrarsi a Lui come religiosa, e precisamente, come carmelitana scalza.
Il suo desiderio si realizzò il 7 maggio 1919, quando entrò nel piccolo monastero dello Spirito Santo, a Los Andes, a circa 90 km. da Santiago.
Il 14 ottobre dello stesso anno vestì l'abito di carmelitana, iniziando il suo noviziato con il nome di Teresa di Gesù. Da molto tempo sapeva che sarebbe morta giovane: il Signore glielo aveva rivelato. Ella stessa lo disse al suo confessore un mese prima di morire.
Accolse questa realtà con gioia, serenità e confidenza, sicura che nell'eternità avrebbe continuato la sua missione: far conoscere ed amare Dio.
Dopo molte sofferenze interiori ed indicibili patimenti fisici, causati da un violento attacco di tifo che consumò la sua vita, passò da questo mondo al Padre, la sera del 12 aprile 1920. Aveva ricevuto con grande fervore i sacramenti ed il 7 aprile aveva emesso la professione religiosa " in articulo mortis ". Le mancavano ancora 3 mesi per compiere 20 anni e 6 mesi per terminare il suo noviziato canonico e poter pronunciare la professione religiosa. Morì come novizia carmelitana scalza.
Ecco la parabola esterna di questa giovane cilena. Ci sconcerta e nasce in noi l'interrogazione: che cosa ha fatto? Per questa domanda c'è una risposta ugualmente sconcertante: Vivere, credere, amare.
Quando i discepoli chiesero a Gesù che cosa avrebbero dovuto fare per vivere come Dio vuole, Egli rispose: " L'opera di Dio è che crediate in Colui che Egli ha inviato " (Gv 6, 28-29). Pertanto, per comprendere il valore della vita di Juanita, è necessario guardare al di dentro, dove sta il Regno di Dio.
Ella fin da piccola venne chiamata alla vita della grazia. Afferma che a sei anni attratta da Dio cominciò a riversare il suo affetto totalmente in Lui. " Gesù cominciò a prendere il mio cuore per Sé, poco dopo il terremoto nell'anno 1906 " (Diario, n. 3, p. 25), Juanita possedeva un'enorme capacità di amare e di essere amata insieme ad una straordinaria intelligenza. Dio le fece sperimentare la sua presenza, la imprigionò con la sua conoscenza e la fece sua attraverso le esigenze della croce.
Conoscendolo, lo amò; amandolo, si abbandonò perdutamente in Lui.
Ancora bambina comprese che l'amore si dimostra con i fatti più che con le parole, per questo lo tradusse in ogni azione della sua vita, cominciando dalla radice. Si guardò con occhi sinceri e saggi e capì che per essere di Dio era necessario morire a se stessa e a tutto quello che non fosse Lui.
La sua natura era totalmente contraria all'esigenza evangelica: orgogliosa, egoista, ostinata, con tutti i difetti che ciò suppone. Come succede a tutti. Ma quello che ella fece, a differenza di noi, fu dichiarare accanita battaglia contro qualsiasi impulso che non nascesse dall'amore.
A 10 anni era una creatura nuova. Il motivo immediato era stata la preparazione alla prima Comunione che stava per ricevere. Sapendo che proprio Dio andava ad abitare in lei, s'impegnò per acquistare tutte le virtù che l'avrebbero fatta meno indegna di questa grazia, giungendo in brevissimo tempo a trasformare completamente il suo carattere.
Nel ricevere il sacramento dell'Eucaristia ebbe da Dio grazie mistiche di locuzioni interiori che poi si mantennero durante la sua vita. L'inclinazione naturale verso Dio, da questo giorno si trasformò in amicizia, in vita di orazione.
Quattro anni dopo, ebbe l'intima rivelazione che determinò l'orientamento della sua vita: Gesù le disse che la voleva carmelitana e che la sua meta doveva essere la santità.
Con l'abbondante grazia di Dio e con la generosità di giovane innamorata si dette all'orazione, all'acquisto delle virtù e alla pratica della vita evangelica, in modo tale che in pochi anni raggiunse un alto grado di unione con Dio.
Cristo fu il suo ideale, il suo unico ideale. Si innamorò di Lui e fu coerente fino a crocifiggersi ogni minuto per Lui. L'amore sponsale la invase e, di conseguenza, il desiderio di unirsi pienamente a Colui che l'aveva catturata. Così, a 15 anni fece voto di verginità per 9 giorni, e lo rinnovò poi di continuo.
La santità della sua vita brillò negli atti di ogni giorno negli ambienti dove visse: la famiglia, il collegio, le amiche, i contadini con i quali divideva le sue vacanze e quanti con zelo apostolico catechizzò ed aiutò.
Pur essendo una giovane uguale alle sue amiche, queste la ritenevano differente. La presero per modello, appoggio e consigliera. Juanita soffrì e godé intensamente, in Dio, tutte le pene e le gioie che l'uomo incontra.
Gioviale, allegra, simpatica, attraente, sportiva, comunicativa. Negli anni della sua adolescenza raggiunse il perfetto equilibrio psichico e spirituale, frutto della sua ascesi e della sua orazione. La serenità del suo volto era il riflesso di Colui che viveva in lei.
La sua vita di monaca dal 7 maggio 1919 fino alla morte fu l'ultimo gradino della sua ascesa alla vetta della santità. Soltanto 11 mesi furono sufficienti per consumare la sua vita divenuta interamente di Cristo.
Molto presto la comunità scoprì in lei un passaggio di Dio nella sua storia. Nello stile carmelitano-teresiano di vita la giovane incontrò pienamente il canale per spandere più efficacemente il torrente di vita che desiderava dare alla Chiesa di Cristo. Era lo stile di vita che, a suo modo, aveva vissuto tra i suoi, e per il quale era nata. L'Ordine della Vergine Maria del Monte Carmelo riempì i desideri di Juanita, quando verificò che la Madre di Dio, che fin da piccola aveva tanto amato, l'aveva attirata a farne parte.
È stata beatificata a Santiago del Cile da Sua Santità Giovanni Paolo 11, il 3 aprile 1987. I suoi resti sono venerati nel Santuario di Auco-Rinconada de Los Andes da migliaia di pellegrini che cercano e trovano in lei consolazione, luce e via sicura verso Dio.  Santa Teresa di Gesù de Los Andes è la prima Santa cilena, la prima Santa carmelitana scalza fuori le frontiere d'Europa e la quarta Santa Teresa del Carmelo dopo le Sante Terese di Avila, di Firenze e di Lisieux.
(Fonte: Santa Sede - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Teresa di Gesù delle Ande, pregate per noi.  


*Santa Vissia di Fermo - Vergine e Martire (12 aprile)

Fermo (Ascoli Piceno), † 250 ca.
Martirologio Romano:
A Fermo nelle Marche, Santa Vissia, vergine e martire.
Una cosa è certa, la Chiesa tramite il suo testo ufficiale, il "Martirologio Romano" celebra al 12 aprile le sante Vissia e Sofia vergini e martiri di Fermo nel Piceno Italia; detto questo, di certo non si sa altro, né della loro vita né del perché sono celebrate insieme.
Per il resto abbiamo qualche notizia sparsa, lo storico Ughelli nella sua “Italia Sacra” vol. II, parlando della diocesi di Fermo (Ascoli Piceno), attesta che il corpo di Santa Vissia riposa nella
cattedrale e in effetti nella chiesa metropolitana della città, esistono parecchi reliquiari, fra i quali in un’urna distinta in ebano con ornamenti in metallo dorato di stile barocco, è conservato il capo di santa Vissia martire, stranamente in un’altra urna è pure conservato il capo di Santa Sofia martire.
Questa coincidenza dei due crani, fa supporre che esse furono martirizzate nello stesso tempo, se non insieme e probabilmente decapitate.
Secondo tradizioni locali Sofia e Vissia subirono il martirio verso il 250, sotto l’impero di Decio (249-251) durante la settima persecuzione da lui indetta.
Esiste nella cattedrale una lapide che descrive santa Vissia che nobilita la città natale con il suo martirio; i loro nomi facevano parte di una lista di santi venerati a Fermo, trasmessa il 5 agosto 1581 da un prelato locale, ad un sacerdote oratoriano e amico di Cesare Baronio, il quale come è risaputo compilò il primo “Martirologio Romano”, e inserì le due Sante vergini e martiri insieme allo stesso giorno del 12 aprile.
Secondo alcuni documenti locali Santa Sofia è stata celebrata anche il 30 aprile; a tutto ciò bisogna aggiungere che alcuni studiosi ritengono Santa Sofia di Fermo, come del resto altre Sofie, come la vedova Sapienza (Sofia) martire, che in Occidente è venerata al 30 settembre insieme alle figlie Fede, Speranza, Carità e il cui culto è diffuso anche in Oriente con i nomi di Sofia, Pistis, Elpis, Agape e ricordate nel culto greco il 1° agosto.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Vissia di Fermo, pregate per noi.  

 

*San Vittore (12 aprile)

A Braga in Portogallo, ricordo di San Vittore, Martire. 
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Vittore, pregate per noi.  

 

*San Zeno (Zenone) di Verona - Vescovo (12 aprile e 21 maggio)

Mauritania, IV secolo – Verona, 12 aprile 372
Proveniente dall'Africa, forse dalla Mauritania, dal 362 alla morte fu vescovo di Verona, dove fondò la prima chiesa. Dovette confrontarsi con il paganesimo e l'arianesimo, che confutò nei suoi discorsi.
I suoi iscritti ricordano quelli di più affermati scrittori africani e ci danno notizie importanti su di lui e sulla sua attività pastorale. Preoccupazione primaria di Zeno fu quella di confermare e rinforzare clero e popolo nella vita della fede, soprattutto con l'esempio della sua carità, dell'umiltà, della povertà e della generosità verso i bisognosi.
Patronato: Verona, Pescatori
Etimologia: Zeno = divino, che viene da Giove, Zeus greco
Emblema: Bastone pastorale, Pesce
Martirologio Romano: A Verona, San Zeno, vescovo, dalle cui fatiche e dalla cui predicazione la città fu condotta al battesimo di Cristo.
La città di Verona, ha per il suo Santo patrono, una devozione “affettuosa e brusca”, che dura ininterrotta da sedici secoli; per il santo vescovo “moro e pescatore”, i veronesi eressero nel tempo una magnifica Basilica, più volte ricostruita e centro del suo culto.
San Zeno o Zenone, secondo la “Cronaca”, leggenda medioevale di Coronato, un notaio veronese vissuto sulla fine del VII secolo, era originario dell’Africa settentrionale, più precisamente della Mauritania.
Tale provenienza, mancando una documentazione certa, è stata confermata dal tenore dei suoi scritti, che rispecchiano lo stile e la sostanza di tanti altri celebri autori, dell’effervescente Africa dell’epoca, come Apuleio di Madaura, Tertulliano, Cipriano e Lattanzio.
Non si sa, se egli giunse a Verona con la famiglia, né il motivo del trasferimento; d’altra parte bisogna considerare che nel IV secolo, dopo la fine delle grandi persecuzioni contro i cristiani, la Chiesa prese davvero un respiro universale, con scambio, viaggi e trasferimenti, di personaggi di grande dottrina e santità, si ricorda che africani erano S. Venanziano († 367) vescovo di
Aquileia, Donato prete in Milano, il grande sant’Agostino, Fortunaziano, ecc.
Si è ipotizzato che Zeno fosse figlio d’un impiegato statale finito in Italia settentrionale, a seguito delle riforme burocratiche volute dall’imperatore Costantino; altra ipotesi è che Zeno si trovava al seguito del patriarca d’Alessandria, Atanasio, esule e in visita a Verona nel 340.
Rimasto nella bella città veneta, Zeno (Zenone il suo nome originario), avrebbe fatto vita monastica, fino a quando nel 362, fu eletto successore del defunto vescovo Cricino, divenendo così l’ottavo vescovo di Verona, il suo episcopato durò una decina d’anni, perché morì il 12 aprile del 372 ca.; la prima testimonianza su di lui si trova in una lettera di sant’Ambrogio al vescovo Siagro, terzo successore di san Zeno, che lo nomina come un presule “di santa memoria”; qualche anno dopo Petronio, vescovo di Verona fra il 412 e il 429, ne ricorda le grandi virtù e conferma la venerazione che gli era già tributata. La conferma del culto di San Zeno o Zenone, si ha anche da un antico documento, il “Rhytmus Pipinianus” o “Versus de Verona”, un elogio in versi della città, scritto fra il 781 e l’810, in cui si afferma che Zeno fu l’ottavo vescovo di Verona e poi c’è il cosiddetto “Velo di Classe”, dell’ottavo secolo, una preziosa tovaglia conservata a Ravenna, in cui sono ricamati i ritratti dei vescovi veronesi, fra i quali S. Zeno.
Anche il Papa San Gregorio Magno, alla fine del VI secolo raccontò un prodigio avvenuto in città, attribuito alla potente intercessione del santo; verso il 485 una piena del fiume Adige, sommerse Verona, giungendo fino alla chiesa dedicata a San Zeno, che aveva le porte aperte; benché l’acqua del fiume avesse raggiunto l’altezza delle finestre, non penetrò attraverso la porta aperta, quasi come se avesse incontrato una solida parete ad arginarla.
Ciò che maggiormente testimonia l’origine africana del santo, sono i suoi 93 “Sermones” o trattati, di cui 16 lunghi e 77 brevi, con la cui stesura, a detta degli studiosi, Zeno aprì la grande schiera degli scrittori cattolici, fu il primo dei grandi Padri latini e meriterebbe quindi di essere collocato fra i Dottori della Chiesa, per la scienza testimoniata con i suoi scritti.
I temi dei ‘Sermoni’ sono quelli affrontati nella predicazione: la genuinità della dottrina trinitaria, la mariologia, l’iniziazione sacramentale (l’Eucaristia e il Battesimo, con cui egli ammetteva i pagani solo dopo un’adeguata preparazione e un severo esame), la liturgia pasquale, le virtù cristiane della povertà, umiltà, carità e l’aiuto ai poveri e sofferenti. Gli argomenti dogmatici, morali, cristologici, biblici e gli episodi cui fa riferimento, sono espressi dal santo con uno stile che ne testimonia l’origine; dicono gli esperti che il suo latino è “caldo e conciso”, ricorda quello degli scrittori africani “abituati a tormentare le frasi e a coniare nuovi vocaboli, per scolpire in tutta la sua luminosa bellezza l’idea”.
Lo stile africano è ricordato anche in quel “procedere sentenzioso, nei giochi di parole e di immagini, in quei larghi sviluppi oratori, nei quali l’anima del Santo trasfonde tutta l’irruenza dell’entusiasmo e dello sdegno…” (Mons. Guglielmo Ederle, per lunghi anni abate della Basilica).
L’eleganza dello stile, accomunata alle espressioni sovrabbondanti e all’improvvisa mescolanza di lingua letteraria e di volgare, fece si che san Zeno fosse definito il “Cicerone cristiano”.
Condusse con le sue predicazioni, trascritte da qualche suo discepolo nei “Sermones”, vivaci battaglie contro i Fotiniani (ariani) e la rinascita nelle campagne, del paganesimo (dovuta soprattutto all’apostasia di Giuliano); le sue prediche erano affollate da neoconvertiti ma anche da pagani, attratti dalla sua abile oratoria. Dal panegirico pronunciato da San Petronio vescovo di Bologna, nella prima metà del V secolo, nella chiesa dove riposavano i resti del santo, si apprende che Zeno fu vescovo insigne per carità, umiltà, povertà, liberalità verso i poveri; sollecitava con forza clero e fedeli alla pratica delle virtù cristiane, dando loro l’esempio.
Costruì a Verona la prima chiesa, che si trovava probabilmente nella zona dell’attuale Duomo, dove si riconoscono le tracce dei primi edifici cristiani; si tratta della chiesa già citata, che prodigiosamente non fu allagata dalla piena del fiume Adige nel 588, e per questo fu donata a Teodolinda, moglie di re Autari, che fu testimone oculare dell’avvenuto prodigio.
Quella chiesa fu rifatta ai tempi di re Teodorico e nell’804 venne danneggiata, insieme al vicino monastero, da ‘uomini infedeli’, probabilmente dagli Unni e anche dagli Avari.
Il vescovo Rotaldo la volle ricostruire, commissionando il nuovo progetto all’insigne arcidiacono Pacifico; l’8 dicembre 806, il nuovo tempio fu consacrato e dal romitaggio sul Monte Baldo sopra Malcesine, scesero gli eremiti Benigno e Caro, ritenuti degni di trasportare le reliquie del santo nel nuovo tempio, dove furono poste in un basamento di marmi levigati, nella cripta sorretta da colonne.
Alla consacrazione furono presenti, il re Pipino, figlio di Carlo Magno, il vescovo di Verona, quelli di Cremona e Salisburgo, più una folla immensa.
Ma dal Nord Europa, ancora una volta calarono eserciti barbari, giungendo nell’antichissima e celebre città a cavallo dell’Adige; Verona è stata nei secoli la prima tappa dei popoli germanici e dell’Est europeo, che varcavano le Alpi per invadere e conquistare la Penisola e verso la fine del IX secolo, gli Ungheri assalirono Verona e saccheggiarono le chiese dei sobborghi.
Ma le reliquie di san Zeno erano state messe in salvo in cattedrale e solo nel 921, poterono tornare nella cripta della chiesa a lui dedicata. Per mettere al sicuro definitivamente le reliquie del santo e la tranquillità del culto per il Patrono, in quegli anni si decise di costruire una grande basilica, più vasta e più protetta. Non fu impresa facile; per la nuova basilica romanica, giunsero aiuti finanziari e tecnici dai re d’Italia Rodolfo e Ugo; lo stesso imperatore Ottone I, lasciando Verona nel 967, donò una cospicua somma al vescovo realizzatore Raterio.
La basilica, nel 1120, 1138, 1356, ebbe altre ristrutturazioni, modifiche e ampliamenti, specie all’interno, mentre il campanile fu eretto nel 1045 per iniziativa dell’abate Alberico; attualmente la vicina Torre merlata, è quanto resta della ricca abbazia benedettina, in cui furono ospitati, re, imperatori, cardinali.
Il portale bronzeo della Basilica, è da tempo chiamato, ‘il libro di bronzo’ e la ‘Bibbia dei poveri’; esso racconta in successive 48 formelle, episodi biblici e della vita di Gesù, oltre ai miracoli di San Zeno.
I miracoli raffigurati, furono tratti dai racconti del già citato notaio veronese Coronato, e dalle formelle si può apprendere quelli più eclatanti; quando san Zeno fu eletto vescovo di Verona, prese ad abitare con dei monaci, in un luogo solitario verso la riva dell’Adige e giacché viveva povero, era solito pescare nel fiume per cibarsi; e un giorno mentre stava pescando, vide più in
là un contadino trascinato nella corrente del fiume, insieme al suo carro, dai buoi stranamente imbizzarriti.
Avendo intuito che si trattava di un’opera del demonio, fece un segno di croce, che ebbe l’effetto di far calmare i buoi, che riportarono così il carro sulla riva.
È uno dei tanti episodi di lotta con i demoni, che il santo vescovo, dovette affrontare lungo tutto il suo episcopato; poiché diverse volte lo disturbavano e tante volte San Zeno li scacciava adeguatamente; infatti nell’affresco della lunetta del protiro della basilica e nei bassorilievi di marmo che le fanno da base, S. Zeno è raffigurato fra l’altro mentre calpesta il demonio.
In un’altra formella del portale, si vede il demonio scacciato dai buoi nel fiume, che indispettito si trasferisce nel corpo della figlia di Gallieno, che doveva essere un nobile locale, ma poi individuato erroneamente come l’imperatore, in tal caso le date non corrispondono.
Gallieno, saputo del vescovo Zeno, che combatteva efficacemente i demoni, lo mandò a chiamare e così l’unica sua figlia fu liberata; per riconoscenza Gallieno gli concesse piena libertà di edificare chiese e predicare il cristianesimo, donandogli anche il suo prezioso diadema, che S. Zeno divise tra i poveri.
Nella basilica esiste una bella vasca di porfido, pesantissima, che la tradizione vuole regalata da Gallieno al vescovo, il quale volendo punire l’impertinente demonio, gli ordinò di trasportarla fino a Verona; il demonio obbedì, ma con tanta rabbia, tanto da lasciare sulla vasca l’impronta delle sue unghiate; al di là della tradizione, la vasca può essere un importante reperto archeologico, delle antiche terme romane della città.
Decine sono gli episodi miracolosi e i prodigi, che la tradizione e la leggenda, attribuiscono a san Zeno, sempre in lotta con i diavoli, perlopiù dispettosi, che cercavano sempre di ostacolarlo nella predicazione e nel suo ministero episcopale; si tratta di una particolare lotta del santo, che secondo alcune leggende avrebbe visto e scacciato il demonio, sin da quando era un chierico, mentre era in compagnia di s. Ambrogio.
Infine non si può soprassedere sull’ipotesi, che san Zeno fosse un uomo oltre che istruito e saggio, anche bonario e gioviale; lo attestano due importanti opere, un’anta dell’antico organo, ora custodita nella chiesa di San Procolo, e la grande statua in marmo colorato, della metà del XIII secolo, nella basilica, che lo raffigurano entrambe sorridente fra i baffi; la statua raffigura san Zeno seduto, vestito dai paramenti vescovili, con il viso scuro per le sue origini nord africane, che sorride e benedice con la mano destra, mentre con la sinistra sorregge il pastorale, a cui è appeso ad un amo un pesce, a ricordo della sua necessità di pescare nell’Adige per i suoi pasti frugali.
I veronesi indicano questa statua, come “San Zen che ride”; il santo è patrono dei pescatori d’acque dolci, il grosso sasso lustrato su cui, secondo la tradizione, sedeva mentre pescava nel fiume, è conservato in una piccola chiesetta denominata San Zeno in Oratorio, non lontano dalla millenaria basilica veronese, in cui riposa il santo Patrono. La festa liturgica di San Zeno è il 12 aprile; nella diocesi di Verona, però, la ricorrenza è stata spostata al 21 maggio, a ricordo del giorno della traslazione delle reliquie nella basilica, avvenuta il 21 maggio 807.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Zeno di Verona, pregate per noi.


*Altri Santi del giorno (12 Aprile)
*xxx
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi


 
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