Santi del 12 Dicembre - Istituto Aveta

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Santi del 12 Dicembre

Il mio Santo > I Santi di Dicembre

*Beato Arnaldo Martin - Mercedario (12 dicembre)
Ammirevole per la cultura, lo zelo e la fede, il Beato Arnaldo Martin, visse nel convento di Sant'Eulalia in Lérida (Spagna).
Di una grandissima generosità verso i poveri ed i pellegrini che li ristorava soccorrendoli nelle loro più urgenti necessità vedendo, in ognuno di loro il Signore.
Colmo di virtù e meriti ora gode lui stesso ristorandosi nella visione di Cristo, per l'eternità.
L'Ordine lo festeggia il 12 dicembre.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Sant'Arnaldo Martin, pregate per noi.

 

*Beato Bartolo Buonpedoni da San Gimignano - Confessore (12 dicembre)
San Gimignano (SI), ca. 1228 - 12-13 dicembre 1300
Vinta l'opposizione del padre, abbracciò la vita religiosa. Colpito dalla Lebbra a 60 anni, si trasferì in un lebbrosario, dove dette assistenza ai malati lì rinchiusi.
Martirologio Romano: Presso la cittadina di Celloli in Toscana, Beato Bartolo Buonpedoni, sacerdote, che, colpito a sessant’anni dalla lebbra, lasciò la cura della parrocchia e, vestito l’abito del Terz’Ordine di San Francesco, diede pazientemente assistenza a tutti nell’ospedale in cui visse rinchiuso.
É l’unico figlio dei conti Giovanni e Giuntina Bompedoni, e suo padre vuole vederlo sposato presto, per la continuità della casata. Anzi, vuole trovargli personalmente una moglie adeguata per titoli e patrimonio. Ma a Bartolo non piace questa programmazione del suo avvenire, e se ne va di casa. Destinazione Pisa, dove lo accolgono i Benedettini di San Vito, ma non come aspirante monaco: lui non ha fretta, deciderà dopo aver riflettuto. Intanto, serve il monastero facendo l’infermiere tra i malati. Ma una notte fa un sogno, o forse ha una visione. Gli accade di vedere Gesù risorto, col corpo
sempre piagato, e si sente dire: "Per fare la mia volontà, tu non dovrai diventare monaco; dovrai invece vivere nella sofferenza per vent’anni". Ricevuto quest’“avviso”, Bartolo lascia il monastero e Pisa, andandosene a Volterra, dove entra nel Terz’Ordine francescano.
Un giorno lo chiama il vescovo di Volterra, che gli indica di diventare prete, al servizio della diocesi. Bartolo accetta, viene ordinato e incomincia il suo ministero come cappellano a Paccioli, passando poi a Picchena come parroco. Ma qui si ammala inguaribilmente: frate Bartolo ha la lebbra. Eccolo arrivato al momento di prova: il suo servizio a Dio consisterà ora nel confortare i sofferenti, soffrendo con loro. E come loro. Bartolo va a vivere nel luogo che accoglie i suoi compagni di disgrazia respinti dalla società: il lebbrosario. Ce n’è uno nel vicino paese di Cellole, e lui si ritira lì come rettore della pieve, per gli ultimi vent’anni della sua vita.
Isolato, ma presto conosciutissimo, per il male che ha e per il suo modo straordinario di viverlo, dando conforto anche ai sani. Lo chiamano “il Giobbe della Toscana”. Non fa miracoli: è un miracolo, personalmente, con la letizia francescana degli occhi e della parola, mentre il corpo si va disfacendo.
Dopo la morte lo si venera come santo. Sepolto a San Gimignano nella chiesa di Sant’Agostino, gli verrà innalzato uno splendido sepolcro, opera di Benedetto da Maiano. Approvato nel 1498, il suo culto sarà confermato nel 1910.
(Autore: Domenico Agasso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Santa Bertoara - Badessa a Bourges (12 dicembre)
VII sec.

Bertoara è la fondatrice di un monastero femminile di Notre Dame de Sales a Bourges, a cui diede la regola di San Colombano.
Di questo monastero, del quale ormai non è rimasta alcuna traccia, fu la prima badessa.Di nobile stirpe franca, Santa Bertoara è vissuta nella prima metà del VII secolo.
La tradizione ci ha tramandato che conduceva gli ammalati davanti a San Austresegilio, vescovo e patrono della città, perché gli benedisse e amministrasse loro i sacramenti.
Numerose leggende fiorirono attorno alla vita del santo, e proprio in queste viene ricordata Santa Bertoara.
Il nome della Santa badessa viene riportato ben due volte, nei resoconti manoscritti sui miracoli di San Austresegilio.
Il primo è riferito alla guarigione un paralitico e l’altro nei confronti di una ragazza che con l’eucarestia venne salvata dalla possessione del demonio.
In passato Santa Bertoara secondo gli antichi veniva festeggiata il 4 dicembre, oggi nella diocesi di Bouges la sua festa è stata fissata al 12 dicembre.
(Autore: Mauro Bonato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

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*San Corentino di Quimper - Vescovo (12 dicembre)
+ Quimper, Francia, 453 circa
Patronato: Paralitici
Etimologia: Corentino = che ama danzare, dal gaelico
Emblema: Bastone pastorale, Mitra, Piviale, Palli
Martirologio Romano: A Quimper nella Bretagna in Francia, San Corentino, venerato come primo vescovo di questa città.
San Corentino, in francese Saint Cury, eremita celtico proveniente dalla Cornovaglia, fondò il paese di
Cury nel promontorio di Lizard, del quale divenne in seguito patrono.
Un’antica croce si erige ancora oggi dinnanzi alla sua chiesa.
Nel 1890 fu rinvenuto un affresco a Breage, chiesa madre di Lizard, che ritrae il santo con il piviale, la mitra ed il pastorale.
San Corentino è popolare anche in Bretagna, ove visse in eremitaggio, e parecchie leggende narrano di un pesce miracoloso da cui ogni giorno asportava un pezzo per cibarsene, ma nonostante ciò rimaneva in vita. Talvolta egli è infatti raffigurato in posizione eretta vicino ad una sorgente od un secchio, in cui nuota il pesce.
Il Santo ebbe numerosi discepoli e dovette lasciare il suo eremo su pressione del popolo bretone, che in lui desiderava avere un degno pastore. Fu così che Corentino divenne primo vescovo della regione, la cui sede ancora oggi si trova presso Quimper. Morì infine verso l’anno 453.
Il culto del protovescovo crebbe notevolmente nel XVII secolo in seguito all’attività missionaria del Beato Giuliano Maunoir ed al restauro di diversi sepolcri antichi in Bretagna.
Il nome di San Corentino compare però già in un messale di Winchester risalente al X secolo ed in una litanie di Canterbury dell’XI secolo. É invocato contro le paralisi e quale protettore dei paralitici.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Beato Corrado di Offida - Confessore (12 dicembre)
Sec. III
Nato a Offida (Ap) verso il 1241, entrò quindicenne nel convento francescano. Per umiltà interruppe gli studi ritenendosi chiamato ai più umili servizi, ai quali perciò venne destinato. Fu frate cuciniere, frate questuante, frate portinaio. Visse all'insegna dell'obbedienza.
Frequentava i luoghi più adatti alla contemplazione, come il boschivo monte della Verna, calvario di San Francesco, dove il beato Corrado visse per un periodo. Per obbedienza, accettò di riprendere gli studi interrotti, ricevere l'ordinazione sacerdotale e intraprendere poi il ministero della predicazione.
Ebbe un successo inaspettato, di cui però non si inorgoglì. Morì nel 1306, a Bastia Umbra, presso Perugia, e venne beatificato nel 1817. Le sue reliquie si trovano in un'urna nella chiesa della Collegiata a Offida. (Avvenire)
Martirologio Romano: Nel territorio di Bastia vicino ad Assisi in Umbria, Beato Corrado da Offida, sacerdote dell’Ordine dei Minori, che fortemente amò e ricercò l’umiltà e la primitiva povertà dell’Ordine.
La pittoresca cittadina di Offida - nota per i suoi merletti - nelle Marche, in provincia di Ascoli Piceno, ebbe, a distanza di quattro secoli, il Beato Corrado e il Beato Bernardo, ambedue francescani. li secondo fu frate cappuccino nel '600, il primo, di cui parleremo oggi, fu frate minore nel '200.
La sua vicenda terrena ha più di un punto in comune con quella del grande Sant'Antonio da Padova il quale, venuto dal Portogallo e scalzatosi dietro al Santo di Assisi per amore di Madonna Povertà, e
anche di Madonna Umiltà, restò a lungo nascosto tra le pentole della cucina conventuale, celando la sua grande dottrina nell'adempimento dei più umili doveri, prima di rivelarsi, quasi per caso, formidabile e prodigioso predicatore, gloria dell'Ordine e dell'intera Chiesa.
Qualcosa di simile accadde al Beato Corrado, nato a Offida verso il 1241, entrato quindicenne nel convento francescano, e che per umiltà interruppe gli studi, consenzienti i superiori, ritenendosi chiamato ai più umili servizi, ai quali perciò venne destinato.
Fu frate cuciniere, frate questuante, frate portinaio. E anche, rubando le ore al sonno, frate contemplativo.
Si rendeva utile dovunque andasse, obbedendo ai superiori, anche se personalmente preferiva i luoghi più adatti alla contemplazione, come il selvoso e selvaggio monte della Verna, calvario di San Francesco, dove il Beato Corrado visse per alcun tempo, nel clima rigidissimo che aveva impedito a Sant'Antonio, sofferente d'idropisia, di fermarsi presso lo scoglio delle Stimmate.
Ma l'Ordine non aveva bisogno di lui soltanto per risciacquare le pentole. Per obbedienza, accettò di riprendere gli studi interrotti e di ricevere l'ordinazione sacerdotale. Per obbedienza intraprese poi il ministero della predicazione.
Ebbe un successo inaspettato, di cui però Fra Corrado non si inorgoglì. Seguitò a reputarsi il più sprovveduto e il più tardo d'ingegno tra tutti i figli di San Francesco.
La morte lo fermò ancora giovane, nel 1306, a Bastia, presso Perugia. Qualche anno dopo, il suo corpo venne trasportato nel capoluogo dell'Umbria, dove il suo culto fiorì e venne ufficialmente confermato da Pio VII, nel 1817.
(Fonte: Archivio della Parrocchia)

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*San Diogeniano di Albi - Vescovo (12 dicembre)
V sec.

San Diogeniano è il terzo vescovo di Albi. Nella cronotassi dei vescovi figura dopo Antimo e prima di Anemio.
Secondo la tradizione, San Claro è il primo evangelizzatore e protovescovo della diocesi di Albi a cui sarebbe succeduto il suo discepolo Antimo.
Diogeniano terzo vescovo è il primo presule storicamente documentato, all’inizio del V secolo.
Di lui non sappiamo nulla. È rimasta solo una sua citazione di un certo Paulinus, riportata nella "Historia Francorum" di San Gregorio di Tours. Questo Paolino lo menziona come "dignos Domini sacerdotes".
Dopo di lui è documentato un vescovo Sabino che prese parte al concilio di Agde nel 506.
San Diogeniano ad Albi aveva un Ufficio proprio per la sua festa, fino alla riforma del Breviario di San Pio X.
La sua festa si celebrava il 12 dicembre.

(Autore: Mauro Bonato – Fonte>: Enciclopedia dei Santi)
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*Santi Epimaco e Alessandro - Martiri (12 dicembre)

Sec. III
Nel giorno della Madonna di Guadalupe la Chiesa ricorda anche i martiri Epimaco e Alessandro, uccisi durante le persecuzioni di Decio, intorno all'anno 250, ad Alessandria d'Egitto. Poiché si rifiutarono di abiurare alla fede, furono incarcerati, torturati e, infine, gettati nella calce viva. Nel 774 la regina Ildegarda, sposa di Carlo Magno, volle le loro reliquie - conservate a Roma - nell'abbazia di Kempten, in Germania, località di cui sono tuttora patroni. Alcuni resti si trovano nella basilica di San Giovanni in Laterano. (Avvenire)
Emblema: Palma
Martirologio Romano: Commemorazione dei santi martiri di Alessandria Epímaco e Alessandro, che, sotto l’imperatore Decio, dopo lunga prigionia e vari supplizi, furono infine messi sul rogo per la fede in Cristo.
Insieme a loro subirono la passione le Sante Ammonarion, vergine, Mercuria, Dionisia e un’altra donna, le quali, per la vergogna del giudice che delle donne avessero la meglio su di lui e nel timore che, pur sottoponendole a inauditi supplizi, potesse essere vinto dalla loro fermezza, ordinò che fossero subito decapitate.
"Il sangue dei Martiri - scriveva Tertulliano nel III secolo - è seme di nuovi cristiani". E come il seme dei Martiri, cioè il loro esempio di campioni irriducibili della fede, conservasse intatta la sua fertilità
anche a distanza di decenni e di secoli, lo dimostra la vicenda di tre Martiri, vissuti e caduti in due epoche diverse.
Una vicenda che ha inizio con i nomi di Epimaco e di Alessandro, cristiani di Alessandria, in Egitto, arrestati e processati al tempo delle persecuzioni di Decio, cioè nell'anno 250.
Secondo la Passio a loro attribuita, i due cristiani, ostinandosi a confessare la propria fede e a negare il sacrificio all'Imperatore, vennero rinchiusi in un orrido carcere, avvinti da pesanti catene.
Ne furono tratti fuori per subire rinnovati tormenti, dopo di che, perdurando i due nel rifiutarsi all'apostasia,
Epimaco e Alessandro furono gettati, si narra, in una fossa piena di calce viva, che soffocò la loro vita e consumò i loro corpi.
Questo avveniva, come abbiamo detto, nell'anno 250, e la data del martirio, secondo lo storico Eusebio da Cesarea, sarebbe stata il 12 dicembre, giorno nel quale cade perciò la memoria di Epimaco e Alessandro Martiri.
Le reliquie del primo, cioè di Sant'Epimaco, furono in seguito portate a Roma, e deposte in un sepolcro sotterraneo. E qui la vicenda del Martire di Alessandria si lega a quella di un Martire di Roma, Gordiano, giudice di tribunale al tempo dell'Imperatore Giuliano l'Apostata, cioè verso il 360.
Quando si aprì la nuova persecuzione dell'Imperatore apostata, l'inevitabile crisi si produsse. Il giudice Gordiano, testimone immediato della rinnovata fermezza e pazienza dei cristiani, saltò dall'altra parte del fosso, convertendosi e unendosi ai perseguitati.
Denunziato dopo il Battesimo, venne a sua volta processato, condannato, e decapitato nell'anno 362.
Come sepoltura per il suo corpo, venne scelto proprio il sotterraneo dove riposavano, da tempo, le reliquie del Martire Epimaco, così che i nomi del giudice romano e del cristiano di Alessandria, vissuti a distanza di più di un secolo, vennero riuniti in coppia, facendosi memoria di loro il 10 maggio, benché il Sant'Epimaco di maggio sia lo stesso personaggio ricordato in dicembre, con Sant'Alessandro.
La storia dei due martiri, o meglio del loro culto, ha un seguito dopo un altro salto di secoli, perché la Regina Ildegarda, sposa di Carlo Magno, ottenne nel 774 parte delle loro reliquie, che fece trasportare nell'abbazia di Kempten, in Germania, di cui sono ancora i principali Patroni.
I loro resti rimasti a Roma si trovano oggi nella Basilica di San Giovanni in Laterano, sotto l'altare del Presepio, mentre Gordiano - questa volta solo, senza Epimaco - è uno dei patroni della città di Palestrina, presso Roma.
(Fonte: Archivio della Parrocchia)

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*Sant'Eulalia di Asti - Vergine e Martire (12 dicembre)

Epoca incerta
Etimologia: Eulalia = donna eloquente, ben parlante, dal greco
Emblema: Palma
La diocesi piemontese di Asti commemora in data odierna Santa Eulalia, personaggio alquanto incerto dal punto di vista storico.
È ritenuta contemporanea di San Secondo d’Asti e del vescovo Sant’Evasio, alcune fonti collocano comunque la sua vita tra il II ed il IV secolo. Un tempo il suo corpo era posto nella chiesa astigiana dei Santi Apostoli.
Ogni anno veniva portata solennemente in processione.
In seguito alla distruzione di tale chiesa nel XVI secolo, le sue reliquie per ordine di Papa Giulio III vennero riposte nella chiesa di Santa Maria Nuova dei Canonici Lateranensi.
Il calendario liturgico della Regione Pastorale Piemontese, che la ricorda quale vergine e martire, riporta al 12 dicembre il suo “culto locale” riservato alla chiesa di Santa Maria Nuova in Asti e non specifica l’epoca in cui sarebbe vissuta la Santa.
In passato, però, tale calendario liturgico commemorava Santa Eulalia di Asti al 16 novembre, solo come martire e non come vergine, insieme ai santi vescovi Aniano ed Anastasio, indicandoli quali vissuti tutti e tre nel V secolo.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Finniano di Clonard - Vescovo (12 dicembre)

+ 549
Martirologio Romano: A Clonard in Irlanda, San Finniano, abate, che, fondatore di molti monasteri, fu padre e maestro di una grande schiera di monaci.
San Finniano fu una figura eminente tra i Santi irlandesi nel periodo immediatamente successivo a San Patrizio, apostolo dell’isola celtica, e diverse leggende nacquero attorno al suo nome. Una “Vita” risalente al X secolo narra che il santo nacque e studiò a Leinster, probabilmente ad Idrone, nella contea di Carlow. Nei pressi di tale città istituì tre fondazioni: Rossacurra, Drumfea e Kilmaglush.
Trasferitosi poi in Galles, approfondì il monachesimo tradizionale di San David di Menevia, San Cadoco e San Gilda, che consideravano la vita monastica superiore a quella secolare ed attribuivano
particolare importanza allo studio.
Finniano fece ritorno in Irlanda per fondare chiese e monasteri. Il suo grande monastero si trovava sul Boyne, nella contea di Meath, ove divenne celebre quale “maestro dei santi d’Irlanda” e quasi tre migliaia di discepoli si raccolsero attorno a lui.
Secondo il Libro di Lismore, quando i monaci lasciarono Clonard, portarono con loro un libro dei Vangeli, un pastorale ed un reliquiario, attorno ai quali costruirono le loro chiese ed i monasteri. L’educazione dei santi del periodo successivo è considerata opera di San Finniano, ottimo conoscitore della Sacra Scrittura. Clonard mantenne infatti per secoli la sua reputazione di luogo specializzato negli studi biblici.
Il monastero di Clonard subì vari attacchi durante le invasioni danesi e normanne, ma comunque dall’inizio del XIII secolo cessò la sua funzione di centro religioso della diocesi di Meath e passò ai canonici agostiniani, sino al XVI secolo.
San Finniano morì probabilmente di peste nel dicembre del 549, assistendo altre vittime della terribile epidemia. L’autore di una sua “Vita” irlandese afferma infatti: “Come Paolo morì a Roma per amore del popolo cristiano, altrimenti sarebbero tutti periti all’inferno, Finnian morì a Clonard per amore del popolo, perché non morissero tutti di peste gialla”.Il Penitenziale di Finnian è un’opera attribuibile a lui.
Esso si basa in parte su fonti gallesi ed irlandesi, su San Girolamo e San Giovanni Cassiano, ma parecchio materiale è invece originale e costituisce il più antico esempio di tal genere. Contribuì assai ad accrescere l’influenza di Clonard nella disciplina penitenziale e negli studi biblici. Le reliquie del Santo furono custodite nella sua abbazia sino alla loro distruzione nell’887.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Beato Giacomo Capocci da Viterbo (12 dicembre)
Viterbo, 1255 circa - Napoli, 1307/8
Nacque a Viterbo intorno al 1255, ma non si hanno notizie dei suoi anni giovanili. Nel 1272 entrò tra gli Eremitani di Sant'Agostino, di cui vestì l'abito nel convento viterbese della Santissima Trinità. Studiò teologia a Parigi dove conseguì il dottorato in teologia nel 1293. Insegnò a Napoli dal 1300 per due anni, quando Bonifacio VIII, lo nominò arcivescovo di Benevento e poi di Napoli.
Qui si guadagnò la fiducia del re Carlo II d'Angiò e del figlio Roberto, duca di Calabria, che lo aiutò nella costruzione della nuova Cattedrale. Il 13 maggio 1306 avviò, su richiesta di Clemente V, la causa di canonizzazione di Celestino V.
A questa causa si dedicò con zelo fino alla morte, avvenuta a Napoli alla fine del 1307. La sua unica opera pubblicata per intero è il «De regimine christiano», scritta nel 1303 in occasione della lotta tra Bonifacio VIII e Filippo il Bello. Il suo culto fu confermato ufficialmente da Pio X nel 1911. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Napoli, commemorazione del Beato Giacomo Capocci, Vescovo, che da eremita di Sant’Agostno fu chiamato a reggere la Chiesa di Benevento e poi quella di Napoli, che illuminò tutte con saggezza, dottrina e prudenza.
Discendente forse, della nobile famiglia Capocci, nacque a Viterbo intorno al 1255, ma non si hanno notizie dei suoi anni giovanili. Abbracciata ben presto la vita religiosa, entrò nel 1272 tra gli Eremitani di Sant'Agostino, di cui vestì l’abito nel convento viterbese della Santissima Trinità.
Prima del 1275 fu inviato a Parigi a studiare teologia nello Studio del suo Ordine, dove frequentò le lezioni di Egidio Romano, che lo ebbe poi sempre in grande stima. Tornato in patria nel 1281-82, ricoprì dapprima la carica di primo Definitore della provincia romana nel 1283, quindi fu Visitatore nel 1284 e poi di nuovo Definitore nel 1285, esercitando nel frattempo, con ogni probabilità, anche le
funzioni di Lettore in qualche convento della medesima provincia.
Insieme forse con Egidio Romano, ritornò a Parigi nel 1286 per riprendervi gli studi teologici, conseguendo il Baccellierato nel 1288 e, al termine del prescritto tirocinio, il Dottorato nel 1293. Su designazione di Egidio Romano, eletto Priore Generale dell'Ordine, fu nominato nello stesso anno Maestro Reggente dello Studio parigino, rimanendo in carica sino al 1299.
Tornato in Italia nel 1300, insegnò per due anni nello Studio di Napoli, che dovette lasciare perché nominato da Bonifacio VIII, il 3 settembre 1302, arcivescovo di Benevento; il 6 o il 12 dicembre successivo venne trasferito alla sede di Napoli, dove, pastore veramente zelante, seppe guadagnarsi la stima e la venerazione del re Carlo II d'Angiò e del figlio Roberto, duca di Calabria, che lo aiutò nella costruzione della nuova cattedrale.
Il 13 maggio 1306 cominciò a trattare la causa di canonizzazione del santo pontefice Celestino V, che gli era stata espressamente affidata da Clemente V e nella quale egli pose ogni cura, tanto da recarsi personalmente a raccogliere testimonianze sui luoghi stessi dove Pietro di Morrone aveva condotto la sua vita penitente; ed in tale attività seguitò sino alla morte, avvenuta a Napoli, con fama di santità.
Considerato uno dei maggiori teologi scolastici, per l’acume del suo ingegno, meritò l’onorifico titolo di doctor speculativus. L’unica opera pubblicata per intero del b. Giacomo è il De regimine christiano, scritta nel 1303 in occasione della lotta tra Bonifacio VIII e Filippo il Bello, e che può considerarsi il primo trattato sistematico sulla Chiesa.
Morì a Napoli verso la fine del 1307 o all’inizio del 1308. La memoria di Giacomo, subito circondata di venerazione, divenne ben presto oggetto di culto pubblico, confermato ufficialmente da Papa San Pio X solo nel 1911. La memoria liturgica ricorre il 12 dicembre.
(Autore: P. Bruno Silvestrini O.S.A. - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Beati Giovanni de Josa e Bertrando de Mas - Martiri Mercedari (12 dicembre)

+ 1446
Santi religiosi mercedari, i Beati Giovanni de Josa e Bertrando de Mas, erano nel loro convento di Santa Maria d'Arguines in Spagna, quando dei saccheggiatori mori entrarono in chiesa.
Subito i due padri esposero le loro vite in difesa della divina Eucaristia affinché non fosse profanata, ma barbaramente furono tormentati e torturati dai nemici della fede di Cristo fino a meritare la corona eterna dei martiri.
Era l'anno 1446.
L'Ordine li festeggia il 12 dicembre.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Sant' Israele di Dorat (12 dicembre)

Martirologio Romano: A Dorat nel territorio di Limoges sempre in Francia, Sant’Israele, sacerdote e canonico regolare, che fu di grande aiuto al vescovo nella predicazione della parola di Dio.
Santi Israele e Teobaldo
L'antica abbazia benedettina di Le Dorat (H. teVienne), distrutta nell' 866 dai Normanni, fu riedificata nel 944 da Bosone il Vecchio, conte della Marca, il quale in un primo tempo si attribuì il titolo di abate, ma poi, nel 987, l'affidò ai Canonici Regolari di Sant'Agostino sotto la direzione dell'abate Folicaldo.
Tra le persone insigni per santità che vi fiorirono nel sec. XI sono i due santi: Israele (m. 22 o 31 dicembre 1014) e Teobaldo (m. 6 novembre 1070).
Il primo, autore di poesie religiose che erano lette ancora nel sec. XVII, venne invitato da il duino vescovo di Limoges, ad insegnare nella scuola episcopale di questa città e vi divenne prete e vicario
generale, pur rimanendo maestro di canto a Le Dorat.
Viva fu la sua carità nell'assistere gli ammalati di epidemie scoppiate negli anni 989 e 990 e saggia la sua influenza anche alla corte di re Roberto il Pio: l'arcivescovo di Reims, Gerberto, ne aveva grande stima e divenuto papa Silvestro II (999-1103) lo creò prevosto di Saint-Junien.
Tornò a Le Dorat prima come insegnante nel 1006, poi definitivamente nel 1013 quando un furioso incendio aveva devastata l'abbazia. Vi morì alla fine dell' anno seguente.
Più ritirata è la vita di San Teobaldo, trascorsa in umile nascondimento. Nato nella provincia di Limoges (a Chaix, se vogliamo credere ad una tradizione locale), si recò a studiare a Périgueux, poi tornò in patria ed entrò tra i Canonici di Le Dorat, dove fu discepolo di Israele, almeno secondo una tradizione raccolta dalle lezione del suo Ufficio, composto nel sec. XVII.
Per desiderio dei confratelli che lo volevano sacerdote, fu iniziato agli ordini sacri, ma pare che non raggiungesse il sacerdozio. Passava tutta la sua giornata in chiesa e non ne usciva che per visitare gli infermi, cosicché venne eletto custode e sacrista della chiesa stessa, ed a queste cure si dedicò con ogni impegno.
Non si accontentava della comune recita del notturno sub gallicinii tempore, ma passava quasi tutta la notte in preghiera e penitenza. Morì santamente il 6 novembre 1070.
Sepolti ambedue nel cimitero comune, in seguito ai miracoli che cominciarono a verificarsi sulle loro tombe, furono traslati nella cripta della chiesa di San Pietro il 27 gennaio 1130, poi nella chiesa superiore il 13 settembre 1659.
Da questa data ogni sette anni se ne fa la solenne ostensione delle reliquie, con grande concorso di popolo.
Le Vitae dei due santi hanno un certo valore: furono scritte nell'ambiente di Le Dorat poco dopo la loro morte.
Però solo dal sec. XVII abbiamo notizia di feste liturgiche in loro onore, nella diocesi di Limoges: dal 1659, al 27 gennaio (prima traslazione) e dal 1872, al 13 settembre (seconda traslazione).
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant' Israele di Dorat, pregate per noi.


*Beato Martino Sanz - Mercedario (12 dicembre)

Nel convento della Mercede di Santa Maria d'Arguines in Spagna, il Beato Martino Sanz, condusse una vita esemplare di virtù e zelo.
Fu anche commendatore dello stesso convento e dopo aver accumulato non poche opere sante e meriti morì famoso per santità.
L'Ordine lo festeggia il 12 dicembre.
(Fonte:
Enciclopedia dei Santi)

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*Beato Pio (Pius Ludwik) Bartosik - Sacerdote dei Frati Minori Conventuali e Martire (12 dicembre)

Schede dei gruppi a cui appartiene:
"Beati Sette Frati Minori Conventuali" Martiri polacchi
"Beati 108 Martiri Polacchi"

Kokanin, Polonia, 21 agosto 1909 - Auschwitz, Polonia, 12 dicembre 1941

Ludwik Bartosik nacque il 21 agosto 1909 a Kokanin in Polonia, in una famiglia molto povera. Dopo gli studi liceali, fu accolto nell’Ordine dei Frati Minori Conventuali, dove, l’8 settembre 1927, professò i primi voti col nome di fra Pio. Fu ordinato sacerdote il 23 giugno 1935. Dopo la prima destinazione nel convento di Krosno, fu scelto da san Massimiliano Kolbe come suo collaboratore nelle opere stabilite nel convento di Niepokalanów. Il 19 settembre 1939, con una quarantina di altri confratelli compreso padre Kolbe, fu imprigionato dai tedeschi e passò all’incirca tre mesi nei campi di concentramento di Lamsdorf, Amtitz e Ostrzeszów. Una seconda volta venne arrestato il 17 febbraio 1941, nuovamente con padre Kolbe, padre Antonio Bajewski ed altri due frati. Anche lì, come nella precedente detenzione, sopportò con pazienza ogni tormento. Infine, il 4 aprile 1941, padre Pio fu deportato con padre Antonio nel campo di concentramento di Auschwitz. Malato e provato dalle percosse e dalle privazioni, morì il 12 dicembre 1941. È stato beatificato il 13 giugno 1999, insieme ad altri sei confratelli, inseriti nel più ampio gruppo di 108 martiri polacchi morti dal 1939 al 1945.
Martirologio Romano: Vicino a Cracovia in Polonia, beato Pio Bartosik, sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali e martire, che, durante l’occupazione della Polonia da parte di un regime straniero ostile a Dio, prostrato dalle torture portò a termine il suo martirio per Cristo nel campo di sterminio di Auschwitz.
Con un papà, umile calzolaio, e una famiglia povera in canna, il piccolo Ludvik Bartosik ha davvero poche speranze di riscattarsi da un destino di miseria, che sembra eredità di famiglia. Sono alcuni conoscenti e, soprattutto, il parroco del paesetto polacco in cui è nato, a dare credito a quel ragazzo
dall’intelligenza vivace che ha tanta voglia di studiare. Incredibile a dirsi, quella preparazione "casalinga" gli permette di accedere al ginnasio e di mettersi al pari degli altri più fortunati, che hanno alle spalle un regolare curriculum di studi.
A 17 anni viene accolto tra i Frati Minori Conventuali ed inizia il suo noviziato con il nuovo nome di fra Pio. A 26 anni è ordinato sacerdote e lo destinano subito al convento di Krosno, dove si fa ammirare per la sua devozione e per l’assiduità con cui si presta per le confessioni.
Anche padre Massimiliano Kolbe finisce per accorgersi di quel frate che prega tanto, ama la Madonna e dirige così bene le anime: così, appena un anno dopo l’ordinazione, lo vuole con sé nel convento di Niepokalanow.
Ha in serbo per lui molti incarichi di responsabilità e comincia subito col nominarlo redattore dei due mensili «Cavaliere dell’Immacolata» e «Piccolo Cavaliere dell’Immacolata» e del trimestrale in latino «Miles Immaculatae». Di lui i confratelli ricordano la premura, la straordinaria gentilezza, il profondo rispetto con cui tratta tutte le persone che gli vivono accanto.
Il 19 settembre 1939, insieme a padre Massimiliano Kolbe e ad una quarantina di altri confratelli, viene fatto prigioniero dai tedeschi e, anche se solo per tre mesi, conosce l’amarezza e la sofferenza dei campi di concentramento. «Fino ad ora abbiamo scritto e abbiamo detto agli altri come sopportare le sofferenze, ora tocca a noi superare tutto questo, altrimenti che valore avrebbero le nostre parole?», lo sentono commentare spesso, quando la fame si fa più sentire o quando il lavoro è più massacrante. Poiché i frati, una volta liberati, continuano imperterriti la loro opera evangelizzatrice, il 17 febbraio 1941 viene arrestato una seconda volta, ancora con padre Kolbe e altri tre confratelli. Una tappa di un paio di mesi nelle prigioni di Varsavia e poi via verso il campo di sterminio di Auschwitz, dove arriva esaurito nel fisico, stremato nelle forze, con un’infezione cutanea e con una brutta ferita ad una gamba, tanto da dover esser ricoverato nell’ospedale del lager. Ma neppure qui riescono a tenerlo fermo, perché appena riesce a muoversi gira da un letto all’altro per curare, confortare e soprattutto confessare.
Destinato ai lavori forzati di costruzione e distrutto dalle fatiche, dalle botte e dalla fame, non si riesce a capire dove trovi la forza per mantenersi costantemente sereno e paziente, addirittura con la forza di consolare gli altri.
Le torture finiscono per schiantarlo nella notte tra il 12 e il 13 dicembre 1941, quando muore con la consolazione degli ultimi sacramenti che gli vengono amministrati da uno dei tanti sacerdoti prigionieri nel campo.
Dopo essere stato preceduto nella gloria degli altari da padre Kolbe, anche padre Pio Bartosik insieme ad altri sei confratelli è stato proclamato Beato da Giovanni Paolo II il 13 giugno 1999.

(Autore: Gianpiero Pettiti)

Ludwik Bartosik nacque il 21 agosto 1909 a Kokanin in Polonia, primogenito di Wojciech, calzolaio, e Wiktoria Tomczyk. La sua famiglia era alquanto povera, ma grazie a molti sforzi e con l’aiuto dei conoscenti e del parroco del luogo, il ragazzo ricevette una così buona preparazione intellettuale da poter iniziare gli studi presso il ginnasio inferiore "Tadeusz Kosciuszko" di Kalisz.
Nel 1926 venne dunque accolto nell’Ordine dei Frati Minori Conventuali, dove cominciò il noviziato il 7 settembre a Kalwaria Paclawska e poi a Pagiewniki. L’8 settembre 1927 emise i suoi primi voti religiosi e gli fu imposto il nome di fra Pio.
Proseguì gli studi nel seminario minore francescano, in un primo tempo a Sanok ed in seguito a Leopoli, giungendo finalmente nel 1931 al diploma di maturità. Intraprese poi gli studi filosofici e teologici nel seminario maggiore francescano di Cracovia, in cui ricevette l’ordinazione presbiterale il 23 giugno 1935 per mano del vescovo monsignor Stanislaw Rospond.
Come prima destinazione fu inviato al convento di Krosno, ove si distinse sempre per la sua devozione e soprattutto per l’assiduità nel ministero di confessore.
Nell’agosto 1936 fu trasferito a Niepokalanów, su richiesta esplicita del futuro san Massimiliano Kolbe, allora appena eletto guardiano di tale convento. Notando in padre Pio parecchie qualità sia spirituali che intellettuali, il Kolbe non esitò ad affidargli alcuni incarichi di responsabilità, in particolare come redattore delle riviste «Cavaliere dell’Immacolata», «Piccolo Cavaliere dell’Immacolata» e «Miles Immaculatae».
Tra i suoi numerosi scritti spicca un libro mariologico, di cui si conserva la versione dattiloscritta. Padre Pio fu ricordato dai frati quale sacerdote premuroso, che dedicava molto tempo al confessionale e trattava i suoi confratelli con gentilezza e rispetto esemplari.
Il 19 settembre 1939, con una quarantina di altri confratelli compreso padre Kolbe, fu imprigionato dai tedeschi e passò all’incirca tre mesi nei campi di concentramento di Lamsdorf, Amtitz e
Ostrzeszów. Sopportò pazientemente la fame e le sofferenze, solendo ripetere: «Fino ad ora abbiamo scritto e abbiamo detto agli altri come sopportare le sofferenze, ora tocca a noi superare tutto questo, altrimenti che valore avrebbero le nostre parole?».
Una seconda volta venne arrestato il 17 febbraio 1941, nuovamente con padre Kolbe, padre Antonio Bajewski ed altri due, e condotto a Varsavia nella prigione di via Pawiak, ove sopportò con pazienza ogni tormento.
Il 4 aprile 1941, durante la settimana santa, padre Pio e padre Antonio furono deportati nel campo di concentramento di Auschwitz: padre Pio venne registrato con il numero 12832 e assegnato ai lavori forzati di costruzione. Inseguito, ormai fisicamente esaurito dalle percosse, da un’infezione cutanea e da una dolorosa ferita alla gamba, venne ricoverato nell’ospedale del campo.
Malato tra i malati, non si astenne però dall’aiutare gli altri con la massima dedizione, curandone le ferite, soccorrendo tanto fisicamente quanto spiritualmente, principalmente con il sacramento della riconciliazione. Ripeteva abitualmente: «Le sofferenze di questo momento non possono essere confrontate con la gloria futura, con la futura felicità che avremo presso Dio, nel Regno dei cieli».
Padre Pio, benché duramente provato nel fisico, sopportò con estrema pazienza questa tragica situazione. Morì, dopo aver ricevuto l’Unzione degli infermi, nella notte tra il 12 e il 13 dicembre 1941.
La fase diocesana della causa di padre Pio Bartosik, padre Antonio Bajewski e di altri cinque Frati Minori Conventuali polacchi è stata aperta il 26 maggio 1994 e chiusa il 12 dicembre dello stesso anno. Nel frattempo, il 29 aprile 1994, è stato rilasciato il nulla osta dalla Santa Sede. Il decreto che convalidava gli atti dell’inchiesta diocesana è stato emesso il 2 giugno 1995.
Dal 13 ottobre 1995 sono stati inclusi nel più ampio elenco che comprendeva in tutto 108 potenziali martiri, uccisi durante la persecuzione contro la Chiesa polacca, scaturita durante l’occupazione tedesca, durata dal 1939 al 1945.
La "Positio super martyrio" unitaria è stata trasmessa nel 1998 alla Congregazione delle Cause dei Santi. I Consultori teologi l’hanno esaminata il 20 novembre 1998, mentre i cardinali e i vescovi membri del medesimo Dicastero l’hanno valutata positivamente il 16 febbraio 1999.
Il 26 marzo 1999 il Papa san Giovanni Paolo II ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui i 108 Servi di Dio potevano essere dichiarate ufficialmente martiri. Lo stesso Pontefice li ha beatificati il 13 giugno 1999 a Varsavia, durante il suo settimo viaggio apostolico in Polonia.

(Autore: Don Fabio Arduino ed Emilia Flocchini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Pio Bartosik, pregate per noi.


*Beata Pribyslava - Sorella di San Venceslao (12 dicembre)

X secolo
Già la più antica Vita paleoslava di San Venceslao del sec. X, narra che il duca Vratislao, padre di Venceslao e Boleslao, aveva anche quattro figlie, poi sposate ai duchi vicini. Una era Pribyslava, che con grande probabilità sposò il duca dei Croati, popolazione finitima ai Boemi. Altri particolari fornisce la Vita et Passio di San Venceslao e Santa Ludmilla, opera del cosiddetto Cristiano (fine del sec. X), che ne indica anche il nome.
Secondo questa fonte Pribyslava viveva una vita molto pia e dopo la morte prematura del marito «prese il sacro velo», il che sembrerebbe indicare che entrò nel monastero delle Benedettine di San Giorgio dentro il castello di Praga, fondato verso il 970 ed unico a quel tempo in Boemia.
Secondo Cristiano, qualche tempo dopo la morte di Venceslao, Pribyslava ritrovò a Boleslav, nel luogo stesso del martirio, tra la chiesa dei SS. Cosma e Damiano e un albero, l'orecchio che gli era stato tagliato durante il supplizio. Secondo il monaco cassinese Lorenzo, autore di una Vita di San
Venceslao, si sarebbe trattato invece di parte della mano. A contatto col corpo del santo, l'orecchio, secondo le antiche narrazioni ricordate nelle leggende, si riattaccò alla testa.
Pribyslava fu anche presente alla esumazione del corpo di suo fratello dalla tomba originale nel castello di Praga, avvenuta dopo un certo tempo; nello stesso castello fu anch'essa sepolta, probabilmente nel cimitero in vicinanza della rotonda di S. Vito, fondata da Venceslao. Nel 1367, dopo la solenne consacrazione della cappella di S. Venceslao ancor oggi incorporata alla cattedrale gotica di San Vito, «la venerabile e pia signora Pribyslava», fu, insieme con Podiven, domestico di San Venceslao, sepolta dentro la cattedrale alle soglie della cappella.
Le ossa furono esumate nel 1673, quando s'incominciò a completare la cattedrale gotica in stile barocco, e collocate dall'arcivescovo di Praga, Breuner, in un reliquiario d'argento in forma di ramo di lauro; quando questo fu confiscato, furono riposte in un'urna di legno.
L'asserzione del cronista boemo Venceslao Hajek di Libocany (1541), secondo cui Pribyslava trascorse la sua vita a Jablonné v Podjestédi, dove fu anche sepolta nella chiesa ai piedi del monte Kra-tina, non trova conferma nelle fonti antiche; evidentemente si tratta di una erronea identificazione di Pribyslava con la beata Zdislava (sec. XIII) che realmente visse in quei luoghi, a Lemberg.
Tutte le notizie delle più antiche leggende di s. Venceslao su Pribyslava sono ripetute anche nelle altre sue Vitae medievali (Oriente iam sole, Ut annuncietur) e nelle cronache boeme, tra cui quella in versi del cosiddetto Dalimil (inizio del sec. XIV).
Nel periodo barocco (1602) lo storico gesuita Bohuslao Balbin inseri Pribyslava nel suo libro sui santi di Boemia (Bohemia sonda), tra coloro che, anche se non ancora canonizzati o beatificati, erano tuttavia venerati o chiamati «Santi» e «Beati» (par. 5).
Nella più recente letteratura agiografica Pribyslava è generalmente chiamata «beata» o «venerabile», benché non si abbia notizia di un'approvazione ufficiale del suo culto da parte delle autorità ecclesiastiche. Come giorno della sua festa, si indica il 12 dicembre.
Nell'iconografia medievale Pribyslava è sempre rappresentata nei cicli delle illustrazioni della Vita di San Venceslao nell'atto di riattaccare l'orecchio tagliato alla testa del fratello esanime. Più di recente (sec. XX) Pribyslava ha trovato anche una rappresentazione individuale in abiti ducali con un reliquiario nella mano destra. Cosi per es. nell'opera di Francesco Bilek e Bfetislav Storm.
(Autore: Vaclav Rynes – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Pribyslava, pregate per noi.


*San Simone Hoa -Medico, Sindaco, Martire (12 dicembre)

Scheda del gruppo a cui appartiene
“Santi Andrea Dung Lac e Pietro Truong Van Thi” Sacerdoti e Martiri
“Santi Martiri Vietnamiti” (Andrea Dung Lac e 116 compagni - 24 novembre)
Mai Vinh, Vietnam, 1787 circa - An Hòa, Vietnam, 12 dicembre 1840
Martirologio Romano: A Huê in Annamia, ora Viet Nam, San Simone Phan Ðàc Hòa, martire, che, medico e padre di famiglia, insigne per la sua carità verso i poveri, catturato per aver dato ospitalità ai missionari sotto l’imperatore Minh M?ng, dopo il carcere e le flagellazioni coronò il martirio con la decapitazione.
Quando nel XVI secolo gli europei giunsero la prima volta nell’odierno Vietnam, regione un tmpo nota come Indocina, vari regni erano qui in guerra tra loro, seppur tutti soggetti in qualche modo all’influenza cinese. Portoghesi ed olandesi istituirono centri commerciali ed i francesi, dal 1770, dopo aver ceduto l’India agli inglesi cominciarono ad insediarsi proprio in Vietnam.
In questo momento periodo di espansione colonialistica e di pressione da parte cinese, l’attività missionaria intrapresa dalla Chiesa cattolica ricevette sporadici attacchi: vescovi, sacerdoti e laici,
sia europei che indigeni, subirono il martirio in odio alla fede cristiana.
Non si conoscono i nomi di tutti questi insigni testimoni di Cristo, ma comunque ben 117 di essi sono stati dichiarati “santi” da Papa Giovanni Paolo II il 19 giugno 1988.
Una violenta persecuzione si scatenò tra il 1838 ed il 1840, dopo un periodo di circa vent’anni di pace e tolleranza religiosa. Gia Long, signore e potente guerriero, si era proclamato imperatore sin dal 1806 e dopo il 1820, quando Minh Mang ascese al trono cinese, condivise la decisione di opporsi ai cambiamenti sociali, culturali e tecnologici provenienti dall’Occidente.
Minh, fedelissimo seguace del confucianesimo, mal tollerava l’attività missionaria promossa dai cristiani, ignorando forse che Cristo stesso quale uomo fu asiatico e non europeo.
Anche Gia Long seguì la sua linea di opposizione ad una religione ritenuta occidentale: nel 1832 emanò infatti un decreto di espulsione per tutti i missionari stranieri, con l’ordine di distruggere anche tutte le chiese. Ai cristiani vietnamiti fu dunque chiesto di rinnegare la loro fede e calpestare il crocifisso.
Ai cattolici francesi parve allora di scorgere nel sovrano vietnamita un nuovo Nerone, ma non riuscirono ad intervenire per arginare le persecuzioni. In una grande ondata di violenza sette o otto sacerdoti francesi ed un numero imprecisato di laici vietnamiti subirono il martirio, tra i quali il dottor Simone Phan Dac Hoa. Questi era nato a Mai Vinh nel 1787 circa.
Laico molto rispettato dalla comunità locale, padre di famiglia, esercitava la professione di medico e divenne sindaco. Era affiliato alla Società Parigina delle Missioni Estere.
Il 12 dicembre 1840 presso An Hòa fu barbaramente torturato e poi decapitato. Simone Hoa è stato beatificato nel 1900 ed infine canonizzato nel 1988.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Simone Hoa, pregate per noi.


*San Spiridione di Trimithonte - Vescovo (12 dicembre)

270 - 344
San Spiridione, pur avendo origini assai umili, divenne vescovo di una piccola zona remota nord-orientale dell'isola di Cipro, nei pressi di Salamina.
Secondo lo storico Socrate, egli fu ritenuto degno della carica episcopale proprio per la santità dimostrata nell'attività precedente e fu così che fu fatto pastore di uomini nella città cipriota di Trimithonte.
La sua profonda umiltà lo portò a continuare a pascolare anche il suo gregge animale, nonostante l'alto ufficio ecclesiastico assunto.
Una leggenda narra che un giorno riuscì a catturare dei ladri che avevano tentato di rubargli delle pecore, pregò con loro, li liberò ed infine donò addirittura loro un montone, così da non aver trascorso l'intera notte svegli invano.
Secondo alcune fonti avrebbe partecipato al Concilio di Nicea nel 325.
Spiridione rimase coinvolto nella persecuzione anticristiana indetta da Galerio: secondo alcune tradizioni in tale contesto storico venne ferito e poi fu deportato ai lavori forzati nelle miniere.
Alla sua morte, le reliquie furono traslate da Cipro a Costantinopoli, poi a Corfù, Zachitos e Cefalonia. (Avvenire)
Etimologia: Spiridione = regalo, dono, dal greco
Emblema: Bastone pastorale, Pallio, Berretto da p.
Martirologio Romano: Nell’isola di Cipro, San Spiridone, vescovo, vero pastore delle sue pecore, le cui straordinarie azioni erano celebrate dalla bocca di tutti.
San Spiridione, pur avendo origini assai umili, proveniva infatti da una famiglia di pastori, divenne
vescovo di una piccola zona remota nord-orientale dell’isola di Cipro, nei pressi di Salamina.
Secondo lo storico Socrate, egli fu ritenuto degno della carica episcopale proprio per la santità dimostrata nell’attività precedente e fu così che fu fatto pastore di uomini nella città cipriota di Trimithonte.
La sua profonda umiltà lo portò a continuare a pascolare anche il suo gregge animale, nonostante l’alto ufficio ecclesiastico assunto.
Spiridione fu un vescovo molto amato.
Una leggenda narra che un giorno riuscì a catturare dei ladri che avevano tentato di rubargli delle pecore, pregò con loro, li liberò ed infine donò addirittura loro un montone, così da non aver trascorso l’intera notte svegli invano.
Pare che il Santo vescovo presenziò al concilio di Nicea, anche se ad onore del vero il suo nome non compare tra i firmatari, motivo che comunque non è valido per escluderne a priori la presenza.
Essendovi parecchie questioni di cui discutere, il concilio durò diversi mesi e dunque non tutti i vescovi potettero intrattenersi così a lungo abbandonando a se stesse le loro diocesi.
Atanasio cita Spiridione tra coloro che mantennero posizioni ortodosse, in contrapposizione alle idee eretiche emerse al concilio di Sardica.
Rimase infine coinvolto nella persecuzione anticristiana indetta da Galerio: secondo alcune tradizioni in tale contesto storico perse l’occhio destro, qualche tendine e poi fu deportato ai lavori forzati nelle miniere.
Alla sua morte, le reliquie furono oggetto di traslazione da Cipro a Costantinopoli, poi a Corfù, Zachitos e Cefalonia.
La venerazione nei suoi confronti continuò comunque costantemente nell’isola ove aveva esercitato il suo ministero.
Nell’iconografia bizantina San Siridione è riconoscibile per il suo caratteristico berretto da pastore.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Spiridione di Trimithonte, pregate per noi.


*San Valerico - Abate (12 dicembre)

+ 12 dicembre 622
Emblema: Bastone pastorale
Nel Santuario della Consolata di Torino sono venerate le reliquie dell'Abate San Valerico, proclamato Compatrono della Città durante l'epidemia di peste del 1598.
Dal "Chronicon Novaliciense" (scritto da un monaco anonimo nel 1060 circa, ora conservato nell'Archivio di Stato di Torino) apprendiamo che le sue spoglie furono portate in città nel 906 dai Benedettini, i quali, fuggiti dalla Novalesa a causa delle scorribande saracene, trovarono rifugio nell'Abbazia di S. Andrea (oggi è il noto santuario mariano).
Valerico nacque nel 565 nell' Auvergne, una regione montuosa del centro della Francia. La sua era una famiglia di umili pastori che non aveva certo il denaro per farlo studiare.
Il nostro pastorello però si ingegnò: fece incidere su alcune tavolette di legno le lettere dell'alfabeto e, badando solitario al gregge, cominciò a leggere imparando a memoria un salterio che si era fatto
prestare.
Partecipando in modo più attivo alle sacre funzioni sbocciò la vocazione religiosa.
Poco distante sorgeva un monastero benedettino in cui vi era uno zio e Valerico pensò a quel luogo come la dimora ideale per trascorrere in preghiera il resto della vita.
Di nascosto dai genitori vi chiese asilo ma dovette subito lottare contro il padre che non si rassegnava a perderlo.
Anche i monaci cercarono di persuaderlo a mutare idea ma, irremovibile, diede prova della propria vocazione.
Era un modello di umiltà, bontà, mitezza, candore di vita. Per un assurdo controsenso questi doni fecero sì che per tutta la vita dovesse poi trasferirsi da un'abbazia ad un altra perché, giunto in un luogo, diffondendosi la fama della sua santità, era compromessa la tranquillità sua e dei confratelli.
Per qualche tempo visse nel monastero di St. Germain d' Auxerre dove, tra l’altro, divenne il padre spirituale di Bobone, un nobile del luogo.
Questi, abbracciando poi la regola benedettina, seguì il maestro nel successivo trasferimento a Luxeuil (Borgogna) in cui il celebre San Colombano d'Irlanda (fondatore in seguito dell'Abbazia di Bobbio presso Piacenza) era a capo di circa duecento monaci.
Il nostro Valerico ebbe inizialmente l'incarico di ortolano ma il suo carisma non tardò a manifestarsi procurandogli incarichi di responsabilità.
San Colombano esigeva un severo stile di vita: un'equilibrata combinazione di preghiera e lavoro, seguendo appieno il motto "ora et labora".
Tappa successiva fu il Monastero di Fontanes dove la sua saggezza gli valse l'amicizia del Re Teodorico che tornò utile contro l'usurpazione delle terre dell'abbazia ad opera di signorotti locali.
Testimoniò sempre il Vangelo andando incontro a coloro che ancora non conoscevano Gesù.
Insieme ad un compagno di nome Valdoleno si diresse verso nord alla corte di Clotario, Re di Soissons, dove erano ancora presenti molti pagani.
Ottenne un luogo solitario, in una boscaglia ombrosa, in cui fondare un nuovo cenobio: questa località era detta Leuconaus e si affacciava sul canale della Manica.
Anche qui, autentica calamita, attirò a sé quanti avevano sete di Dio.
Ebbe il dono dei miracoli, della profezia, di scrutare i cuori.
Donò la sanità a un paralitico di nome Blitmondo che, professata la Regola, diverrà suo successore nella carica di Abate.
L'Abbazia si ingrandì anche grazie all'aiuto del Re Dagoberto.
Le giornate trascorrevano intense: lunghi viaggi, spesso a piedi, per portare a tutti la Lieta Novella, alternati a ritiri solitari di preghiera.
Operò molte conversioni, risvegliò la fede sopita nei villaggi in cui predicava, tanto che si metteva poi mano alla costruzione di edifici sacri o alla ristrutturazione di quelli in abbandono.
Consumò tutta la propria esistenza al servizio della Chiesa con gli occhi rivolti sempre all'Altissimo.
Una settimana prima di morire indicò ai fratelli il luogo in cui voleva che la nuda terra accogliesse il proprio stanco corpo mortale: sotto la quercia in cui amava maggiormente colloquiare col suo Dio.
La chiamata venne il 12 dicembre 622, aveva 57 anni.
Oggi è ancora ricordato come l'Apostolo "delle scogliere" e due cittadine portano il suo nome: St. Valery en Caux e St. Valery sur Somme.
Un anno dopo la morte il monastero venne devastato dai pagani, il Vescovo di Amiens si preoccupò che non andassero profanate le sacre spoglie.
Il 1° aprile 628 fu costruita una prima cappella che divenne meta di pellegrinaggi.
Il corpo vi rimase per circa due secoli ma, aumentando i pericoli di profanazione, l'abate Domniverto della Novalesa in Valsusa reclamò a sé le reliquie col permesso di Carlomagno (Chronicon III 15). Nel 906 furono trasferite definitivamente a Torino.
Nella capitale subalpina il culto sarà costante per raggiungere l'apice nel 1598 allorquando fu eletto Compatrono della Città contro le pestilenze: memorabile la processione con le reliquie per le vie cittadine e tra i lazzaretti che accoglievano i contagiati.
Proprio il 12 dicembre di quell'anno Papa Clemente VIII approvò il culto.
Il Consiglio Comunale il 17 giugno 1599 rese pubblica riconoscenza al santo finanziando la costruzione di un nuovo altare di patronato municipale, nel 1601 Don Lorenzo Surio scrisse una biografia.
Il suo patrocinio venne nuovamente invocato, insieme a quello di S. Rocco, nel 1629 e nel 1657 quando la peste tornò a mietere vittime.
Nel 1898 una nuova campana intitolata a San Valerico venne collocata nell'imponente campanile del Santuario costruito poco dopo l'arrivo delle sue reliquie in città.
Queste sono oggi venerate nella cappella a lui dedicata, la prima a sinistra di quelle realizzate nel 1904 durante la ristrutturazione del Santuario voluta dal Rettore Beato Giuseppe Allamano.
Orazione a San Valerico Abate
O glorioso S. Valerico, che per mirabile disposizione di Dio foste eletto a special protettore dei Torinesi nelle epidemie, dalle quali i nostri padri ricorrendo a Voi furono prodigiosamente liberati, continuate anche a noi la vostra protezione nelle tante miserie che ci affliggono. Liberateci dai mali del corpo e più ancora da quelli dell’anima.
Dissipate lo spirito d’indifferenza e d’incredulità che offusca le menti e inaridisce i cuori di tanti nostri fratelli, e fate che fiorisca tra noi quello spirito di fede e di pietà che è l’unico sollievo e conforto nelle sventure e fonte di gaudio per l’eternità. Amen.
(Autore: Daniele Bolognini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Valerico, pregate per noi.


*San Vicelino di Oldenburg - Vescovo (12 dicembre)

Martirologio Romano: A Neumünster nell’Alsazia in Germania, anniversario della morte di San Vicelíno, vescovo di Oldenburg, che si dedicò con grande impegno all’evangelizzazione degli Slavi.
Vicelino nacque verso il 1090 nel palazzo reale di Hameln, sul Weser, da genitori non nobili ma ricchi. Presto subì l'influenza delle contrastanti aspirazioni politiche e spirituali del suo tempo e per questo la sua vita presenta lati oscuri e oscillanti. Ebbe una gioventù difficile avendo perso precocemente i genitori e non eccellendo a scuola.
Fu però un giudizio negativo su di lui che gli fece nascere l'aspirazione a diventare docente coronata nel 1120 quando divenne titolare alla scuola vescovile di Paderborn, Brema e poi a Laon.
A Laon, Vicelino si unì sotto l'influenza di Norberto di Xantes fondatore dei Canonici Regolari Premonstratensi alla riforma, decidendosi ad una vita ascetica ed al sacerdozio. Norberto lo accolse
nella sua comunità ed alla fine dell'autunno del 1126 lo ordinò sacerdote, senza però che Vicelino diventasse premonstratense.
Ricevette da Norberto lo stimolo per la missione di convertire i Vagri della Germania settentrionale, detti anche Vendi, avversi ai tedeschi ed alla loro religione.
Per questo insieme a Tetmàro cantore della chiesa di Brema andò nell'Holstein e li acquistò un podere presso Wippendorf, detta anche Faldera, e vi eresse un monastero che chiamò Neumunster chiamandovi una comunità di Canonici Regolari agostiniani.
Nel 1134, grazie all'aiuto dell'imperatore cristiano Lotario, Vicelino fece costruire su un alto monte della Vagria chiamato dallo stesso Lotario "Monte della Vittoria" (nella lingua tedesca "Segerberg") un castello ben fortificato ed un monastero con la chiesa, e vi chiama alcuni canonici di Neumunster.
Le insurrezioni dei Vagri del 1137 e del 1147 distrussero tutto tranne Neumunster. Nel 1149 Vicelino fu consacrato vescovo ad Oldenburg attorno alla quale egli poté continuare la conversione dei Vendi.
A causa delle molte fatiche e preoccupazioni ebbe un attacco al cuore nel 1152 che gli paralizzò tutta la parte destra e la lingua.
Fu curato a Neumunster dove era prevosto dal 1142 e si faceva portare ogni giorno all'ufficio divino nonostante i fortissimi dolori. Morì il 12 dicembre 1154.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Vicelino di Oldenburg, pregate per noi.


*Altri Santi del giorno (12 dicembre)

*Santa Francesca di Chantal - Religiosa
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.

 
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