Santi del 12 Febbraio - Istituto Aveta

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Santi del 12 Febbraio

Il mio Santo > I Santi di Febbraio

*Sant'Antonio Cauleas - Patriarca di Costantinopoli  (12 febbraio)

m. Costantinopoli, 901 circa
Sant’Antonio detto “Cauleas”, patriarca di Costantinopoli, al tempo dell’imperatore Leone VI si adoperò con tutte le sue forze per consolidare la pace e l’unità della Chiesa.
Martirologio Romano: A Costantinopoli, Sant’Antonio, detto Cauléas, vescovo, che al tempo dell’imperatore Leone VI fortemente si adoperò per rafforzare la pace e l’unità nella Chiesa.
Sant’Antonio Cauleas nacque nei pressi di Costantinopoli in una località ove i suoi genitori si erano ritirati per timore della persecuzione iconoclasta. Alla morte della madre Antonio, allora appena dodicenne, entrò in un monastero nella capitale imperiale bizantina, del quale divenne ben presto abate con il nome di “Antonio II Cauleas” (essendo stato preceduto da Antonio I Cassimatas, 821-837). Il padre di Antonio entrò più tardi anch’egli in monastero e ricevete l’abito religioso direttamente dalle mani del figlio. La Chiesa orientale viveva a quel tempo in uno stato di grande confusione, dopo che l’imperatore aveva espulso il legittimo patriarca costantinopolitano Sant’Ignazio (23 ottobre) e nell’867 aveva imposto sul soglio vescovile il celebre Fozio.
Anche questi fu però costretto a lasciare la cattedra patriarcale nell’886, probabilmente spinto dal nuovo imperatore Leone VI che voleva insediare il proprio fratello minore Stefano. Fozio non oppose resistenza e si ritirò in un monastero, mentre invece i seguaci di Ignazio non vollero riconoscere la legittimità dell’elezione di Stefano, in quanto ordinato diacono proprio da Fozio.
In questo contesto, alla morte di Stefano nell’893 Antonio fu eletto patriarca di Costantinopoli. Il suo operato fu subito caratterizzato da molteplici sforzi volti a riappacificare le due fazioni, riuscendo infine a persuadere il metropolita Stiliano Mapas, capo degli ignaziani, a porre fine allo scisma. Un punto di forza per Antonio derivò dall’aver ricevuto l’ordinazione in tempi non sospetti e dunque dall’indiscutibilità della validità del suo ministero, come era avvenuto invece per il suo immediato predecessore Stefano.
Non è storicamente chiaro se per risolvere la disputa sia stato necessario l’intervento del vescovo di Roma oppure questi abbia semplicemente sanzionato in un secondo tempo la soluzione già raggiunta da Antonio. Il dato di fatto è che entrambe le Chiese, sia Roma che Costantinopoli, riconobbero “Ignazio, Fozio, Stefano ed Antonio” quale autentica e valida successione di patriarchi sulla sede bizantina. La pace fu stipulata ufficialmente nell’899 ed Antonio morì poco dopo, forse verso il 901.A parte il suo particolare ruolo nella storia universale della Chiesa, come descritto sinora, non si hanno molte altre notizie sulla vita di Antonio, se non ciò che i suoi contemporanei abbiano tramandato circa il suo spirito di mortificazione, di preghiera e di penitenza. Fondò uno splendido monastero in cui volle essere sepolto, che successivamente in suo onore fu ridenoominato “tou koulea, o tou kyr antoniou”.
Il Martyrologium Romanum commemora al 12 febbraio Sant’Antonio Cauleas, quale consolidatore della pace e dell’unità della Chiesa.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Antonio Cauleas, pregate per noi.


*San Benedetto d'Aniane (12 febbraio)

Maguelonne (Francia), 750 - Cornelimünster (Aquisgrana, Germania), febbraio 821
Il «primo grande padre del monachesimo di stripe germanica», antesignano della riforma cluniacense, era nato come Witiza (Vitizia) nel 750 in una nobile famiglia visigota del Sud francese. Venne mandato a studiare alla corte di Pipino il Breve. Entrò poi nell'esercito di Carlo Magno, combattendo in Italia contro i Longobardi. Qui salvò, a rischio della sua vita, un fratello caduto nel Ticino. Questo fatto lo segnò.
Tornò in Francia ed entrò nel monastero di San Sequano, vicino Digione. Ne fu abate, ma i confratelli non sopportavano la sua austerità. Allora lui se ne andò e fondò un suo monastero ad Aniane, presso Montpellier. La comunità fiorì. Morto Carlo Magno, divenne consigliere di Ludovico il Pio. Trascorse gli ultimi anni nell'abbazia di Inden, oggi Cornelimüster, vicino alla residenza imperiale di Aquisgrana, dove morì nell'821. Di lì, nell'817, dettò un esempio di quelle che oggi si chiamano Costituzioni. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Kornelimünster in Germania, transito di San Benedetto, abate di Aniane, che propagò la regola di san Benedetto, affidò ai monaci le consuetudini da osservare e si adoperò molto per il rinnovamento della liturgia romana.
Nome originario: Vitizia. É nato nella potente famiglia di Agilulfo, un nobile di origine visigotica che governa il territorio di Maguelonne, nel Sud della Francia, al tempo dei re franchi Pipino il Breve e poi Carlo Magno. Educato a corte, nel 774 segue l’esercito di Carlo Magno, che viene in Italia per
combattere contro i Longobardi; e un giorno rischia anche di affogare nel Ticino, presso Pavia, tentando di salvare un suo fratello caduto nei gorghi del fiume.
Dopo questo fatto, che egli considera prodigioso, Vitizia torna in Francia con un monaco cieco, di nome Vidmaro, e insieme con lui entra nel monastero borgognone di San Sequano (St. Seine), dove prende il nome di Benedetto. Passano cinque anni piuttosto contrastati: gli altri monaci non sopportano la severità della sua vita; e tuttavia, quando muore l’abate in carica, vogliono lui come successore.
Ma Benedetto se ne va: questa gente non gli piace. E rieccolo nel Sud della Francia, ad Aniane, presso Montpellier, dove fonda per conto suo un monastero. Nella Francia dell’epoca ci sono comunità monastiche governate dalla regola di san Benedetto da Norcia, e altre che si ispirano all’irlandese san Colombano; e non mancano poi quelli che si ispirano al monachesimo anacoretico orientale. Benedetto si avvicina dapprima a questi ultimi; ma alla fine non si ritrova nel loro aspro ascetismo individuale e adotta il modello benedettino, che ritiene più in sintonia con i tempi e con la tradizione dell’Occidente. Benedetto è un uomo che agisce come predica.
Detta norme severe ed è lui per primo a osservarle, ancora prima di esigerne l’osservanza dagli altri. Anche se poi si accorge che quelle norme così severe impongono troppa preghiera, a scapito del lavoro. Uno squilibrio di vita che mette in crisi l’economia dei monasteri e anche la loro indipendenza dal potere imperiale.
Benedetto, con la sua volontà e il suo esempio, non giunge a realizzare il sogno di comunità austerissime e libere. Ma mette un freno al rilassamento, con tutti i gravissimi pericoli che comporta; e la sua opera di animazione liturgica sarà poi continuata e sviluppata dal monachesimo di Cluny. La Chiesa ricorda anche il suo contributo di teologo alla difesa della dottrina cristiana contro le teorie degli “adozionisti” diffusesi in Spagna; per questo scopo, Benedetto viaggia, scrive, istruisce vescovi e preti.
Trascorre gli ultimi anni nell’abbazia di Cornelimünster, vicino alla residenza imperiale di Aquisgrana, dove è spesso chiamato per consiglio da Ludovico il Pio. E proprio ad Aquisgrana si conclude la sua vita. Seppellito a Cornelimünster, i suoi resti andranno poi dispersi.
(Autore: Domenico Agasso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Benedetto d'Aniane, pregate per noi.

  

*San Benedetto Revelli - Vescovo di Albenga (12 febbraio)

IX secolo
La sua Vita (Acta SS. Februarii, II, Venezia 1735, pp. 629-31) non è antica, essendo stata composta verso la metà del sec. XVII; il suo autore, però, che è il cistercense Filippo Malabayla, garantisce di riferire solo “quae vel constans concorsque fert traditio, vel pervetustae docent picturae, vel sepulchri antiqua suggerit inscriptio”.
Benedetto nacque in un anno sconosciuto della prima metà del sec. IX in un paese della costa ligure non identificato. Si fa il nome di Albenga, di Taggia, in provincia di Imperia, sulla fiumara Argentina,
e di Tavole, presso Prelà. Fattosi monaco benedettino, visse qualche tempo, insieme con altri eremiti, nella solitudine dell’isola Gallinara, che sorge di fronte ad Albenga, frequentando una chiesa dedicata alla Madonna e a S. Martino. E quando i messi del clero e del popolo di Albenga gli portarono l’annunzio che lo avevano eletto loro vescovo, Benedetto piegò il capo alla volontà di Dio. Del suo episcopato sappiamo solo che fu lungo e ricco di guarigioni miracolose.
Morì lontano dalla sua sede, durante un viaggio a Genova o, più probabilmente, in un luogo ancora più a levante. Il suo corpo fu condotto con una nave (indarno inseguita con una bireme dai Genovesi che avrebbero voluto tenerlo nella loro città) al porto di Albenga, accolto trionfalmente dalle autorità e dal popolo. Caricato sopra un carro, tirato da due giovenche, il corteo si mosse alla volta della cattedrale, dove era stato deciso di inumarlo. Ma gli animali, giunti davanti alla chiesa di S. Maria de Fontibus, appartenente ai monaci di San Benedetto, si fermarono, né fu più possibile farli avanzare di un passo. Nel fatto si vide un segno della volontà del presule di essere sepolto in quella chiesa. E così avvenne. Era l’anno 900.
Nel 1409 il corpo fu trasferito in una cappella della stessa chiesa, a lui dedicata, in una tomba di marmo. Nel 1614, crollata la vecchia chiesa e innalzatane una nuova, fu posto dentro un’elegante cassa di legno, esposta alla venerazione del popolo. Benedetto si festeggia in Albenga il 12 febbraio: viene portato in processione, oltre alla cassa, un reliquiario con un braccio del Santo.
(Autore: Pietro Burchi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Benedetto Revelli, pregate per noi.

 

*San Damiano d'Africa – Martire (12 febbraio)
Etimologia: Damiano = domatore, o del popolo, dal greco
Emblema: Palma
Nel Martirologio Romano è commemorato il 12 febbraio con la generica indicazione "in Africa" che ricorre anche in alcuni codici del Geronimiano (Bernense, Wissemburgense), mentre in altri (Eptèrnacense) il luogo del martirio è, più precisamente, Alessandria.
Ovunque è detto "soldato" e in alcuni codici gli sono affiancati come compagni due bambini, Modesto e Ammonio, probabilmente secondo le indicazioni di una perduta passio.
Nulla di sicuro è possibile dire sulla figura di Damiano, sconosciuta alle altre fonti agiografiche.
Il Delehaye pensa a un'identificazione col noto compagno di Cosma: la commemorazione del 12 febbraio ricorderebbe la dedicazione della basilica di Cosma e Damiano edificata ad Attalia in Panfilia a cura di Giustiniano.
(Autore: Agostino Amore – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Damiano d'Africa, pregate per noi.


*San Damiano di Roma – Martire (12 febbraio)

Fara Novarese, centro situato lungo la strada che collega la Valsesia a Novara ai piedi della collina morenica che giunge fino a Briona, venera, con grande devozione, come suo santo patrono San Damiano.
Le sue reliquie furono donate alla comunità dal sacerdote don Francesco Maria Solari, originario di Borgomanero e nipote del parroco di Fara don Marc’Antonio Solari, egli per qualche anno svolse il suo ministero pastorale come cappellano a servizio di don Francesco Marescotti. Successivamente, non si conosce con precisione per quale motivo, il sacerdote si trasferì a Roma dove, in due occasioni differenti, ricevette il dono di diverse reliquie di corpi santi, che furono poi da lui stesso destinati alla sua diocesi.
Il 10 novembre 1647, su mandato del vescovo Alessandro Vittrizio, collaboratore del cardinal vicario dell’Urbe Ginetti, furono consegnate al Solari alcune reliquie e l’intero corpo santo di Damiano, provenienti, come anche quelle ricevute il 19 gennaio 1650 per mano del religioso cappuccino Fra Angelo da Borgomanero, dalla catacomba di Calepodio.Tutti i resti ossei furono fatti pervenire, il 14 febbraio 1650, alla curia diocesana di Novara per l’ufficiale riconoscimento canonico, che venne compiuto da Monsignor Gabriele Tornielli vicario generale del vescovo Antonio Tornielli, in vista della loro traslazione alla chiesa di Fara, cui per volontà di don Solari erano stati donati.
La comunità provvide alla realizzazione di cinque cassette lignee adatte a contenere le reliquie che furono sistemate il 18 giugno del 1651, per opera di don Alessandro Pernati prefetto del capitolo della cattedrale; alla cerimonia era presente, oltre al donatore delle reliquie, anche una delegazione di Fara, composta dal parroco don Marescotti e da due rappresentanti laici della comunità: Antonio Porzio e Giovanni Antonio Arienta. Essi trasportarono poi i reliquiari in paese, dove furono collocati in
una nicchia ricavata nel muro dell’altare laterale sinistro a fianco dell’altare maggiore, che mutò l’originaria dedicazione alle Sante Anna ed Agata, in quella dei Santi Martiri.
Dopo quasi un secolo, durante il quale i fedeli locali iniziarono a nutrire una particolare devozione per le reliquie di Damiano, considerato compatrono accanto ai Santi Pietro, Fabiano e Sebastiano, si decise di comporre i resti in un'unica urna nella forma di un corpo umano, essendo tramontata l’usanza di separare il capo dal resto delle ossa come avveniva nel seicento, quando il cranio era considerato la reliquia più insigne rispetto a tutte le altre parti del corpo. Grazie all’intraprendenza del parroco don Ercole Poroli, nel 1743 si procedette alla ricognizione delle ossa che, ancora in buono stato di conservazione, furono ricomposte anatomicamente, rivestite con un abito dalla tipica foggia di soldato romano e sistemate nella nuova urna appositamente realizzata, come testimonia il verbale redatto il 2 luglio 1744 a conclusione delle operazioni, dal notaio Carlo Francesco Tettoni.
Anche l’altare fu rinnovato a partire dall’anno successivo 1745 e fu inaugurato due anni dopo, con solenni festeggiamenti. Ben presto però si fece strada l’idea di costruire, secondo il gusto dell’epoca, un’apposita cappella dove collocare il corpo santo, da realizzare come scurolo sopraelevato su di un lato dell’edificio. I lavori, iniziati nel 1787, si conclusero nel 1801 e furono diretti da Giorgio Oldani di Viggiù, coadiuvato, per l’esecuzione della decorazione parietale e la realizzazione delle statue simboleggianti le virtù cristiane, dal novarese Gaudenzio Prinetti; l’anno successivo 1802 l’urna fu collocata nella cappella dove ancora oggi si può vedere. All’interno dell’urna, invece del ricorrente “vaso di sangue”, è collocata una lucerna di terracotta in ottimo stato di conservazione e proveniente, con molta probabilità, dal loculo catacombale in cui giacevano le spoglie di Damiano.
La reliquia di Damiano venerata a Fara fu considerata appartenente all’omonimo santo di cui il Martirologio Romano, su indicazioni già presenti in alcune versioni di quello Geronimiano, fa memoria al 12 febbraio, ponendone il martirio generalmente in Africa o, in alcune versioni, più precisamente in Alessandria e presentandolo come un soldato martirizzato per la sua adesione alla fede cristiana.A prescindere dalla scarsità delle notizie che riguardano questo martire africano, non è testimoniato alcun suo legame con la catacomba romana di Calepodio, da cui proviene con sicurezza il santo in questione. Non offre validi dati storici nemmeno la storia della vita del santo presente nel Libro della Cavatta dal 1739 – 1760, scritta nel 1744 dal sacerdote Pietro Francesco de Comitibus, che si richiama alle tradizionali notizie raccolte negli Acta Sanctorum.
Secondo il racconto, Damiano sarebbe stato un soldato romano di stanza in Africa al tempo del sovrano vandalo Trasemondo, per suo ordine martirizzato il 12 febbraio del 504, in un luogo non lontano da Cartagine. Il suo corpo, sepolto da altri cristiani, sarebbe poi stato traslato da “un comandante di corte” in Italia “dopo un lungo viaggio per terra e per mare” e deposto nella catacomba romana, dove venne poi recuperato e destinato alla chiesa di Fara. Non è possibile indicare su quali basi si giustifica un’eventuale traslazione delle sue reliquie a Roma, né dire con più precisione quando e per opera di chi questa sarebbe avvenuta; potrebbe trattarsi forse di uno dei tanti trasferimenti di reliquie, dal Nord Africa alla penisola italiana, compiuti proprio nell’età vandala, ma non se ne trova traccia nei testi antichi. Ugualmente, nella catacomba romana di Calepodio, non è stata ritrovata fino ad oggi qualche testimonianza che ricordi la presenza di una sepoltura venerata riferibile ad un martire di nome Damiano.
É dunque necessario distinguere tra l’esistenza storica del santo martire africano e quella di un altro santo di nome, proprio o imposto, Damiano, appartenuto alla comunità cristiana di Roma del quali non si possiede alcuna notizia, se si eccettua la sua sepoltura nella catacomba di Calepodio. La comunità farese ha comunque avuto particolare venerazione nei confronti di Damiano, che tutt’ora festeggia due volte l’anno: il 12 febbraio, per l’identificazione di cui si è parlato e la prima domenica di luglio, in ricordo dell’arrivo della reliquia in paese. A scadenza periodica si tennero poi particolari festeggiamenti, che prevedevano anche la processione dell’urna per le strade del borgo: nel 1787, nel 1802, nel 1903 da cui si contarono i venticinque anni tradizionali che portarono a quelle del 1928, del 1953 e del 1978, l’ultima è avvenuta nell’agosto 2003.
Anche nell’onomastica personale è evidente la devozione al santo, il cui nome fu imposto, ed in parte lo è ancora, a numerosi individui maschi del luogo. L’iconografia, per altro molto scarsa, ritrae il presunto martire in abiti da milite romano, come si può vedere nell’affresco sulla volta dello scurolo a lui dedicato, su quella della navata centrale della chiesa o in altre produzioni della devozione popolare, come immagini o statue. É venerato a Fara Novarese il 12 febbraio e la prima domenica di luglio.
(Autore: Damiano Pomi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Damiano di Roma, pregate per noi.


*Beato Giorgio Haydock - Sacerdote e Martire (12 febbraio)
Lancashire, 1556 – Londra, 12 febbraio 1584
La storia delle persecuzioni anticattoliche in Inghilterra, Scozia, Galles, parte dal 1535 e arriva al 1681; il primo a scatenarla fu com’è noto il re Enrico VIII, che provocò lo Scisma d’Inghilterra con il distacco della Chiesa Anglicana da Roma.
Artefici più o meno cruenti furono oltre Enrico VIII, i suoi successori Edoardo VI (1547-1553), la terribile Elisabetta I, la “regina vergine” († 1603), Giacomo I Stuart, Carlo I, Oliviero Cromwell, Carlo II Stuart.
Morirono in 150 anni di persecuzione, migliaia di cattolici inglesi appartenenti ad ogni ramo sociale, testimoniando il loro attaccamento alla fede cattolica e al papa e rifiutando i giuramenti di fedeltà al re, nuovo capo della religione di Stato.
Primi a morire come gloriosi martiri, il 4 maggio e il 15 giugno 1535, furono 19 monaci Certosini, impiccati nel tristemente famoso Tyburn di Londra, l’ultima vittima fu l’arcivescovo di Armagh e primate d’Irlanda Oliviero Plunkett, giustiziato a Londra l’11 luglio 1681.
L’odio dei vari nemici del cattolicesimo, dai re ai puritani, dagli avventurieri agli spregevoli ecclesiastici eretici e scismatici, ai calvinisti, portò ad inventare efferati sistemi di tortura e sofferenze per i cattolici arrestati.
In particolare per tutti quei sacerdoti e gesuiti, che dalla Francia e da Roma, arrivavano
clandestinamente come missionari in Inghilterra per cercare di riconvertire gli scismatici, per lo più essi erano considerati traditori dello Stato, in quanto inglesi rifugiatosi all’estero e preparati in opportuni Seminari per il loro ritorno.
Tranne rarissime eccezioni, come i funzionari di alto rango (Tommaso Moro, Giovanni Fisher, Margherita Pole) decapitati o uccisi velocemente, tutti gli altri subirono prima della morte, indicibili sofferenze, con interrogatori estenuanti, carcere duro, torture raffinate come “l’eculeo”, la “figlia dello Scavinger”, i “guanti di ferro” e dove alla fine li attendeva una morte orribile; infatti essi venivano tutti impiccati, ma qualche attimo prima del soffocamento venivano liberati dal cappio e ancora semicoscienti venivano sventrati.
Dopo di ciò con una bestialità che superava ogni limite umano, i loro corpi venivano squartati ed i poveri tronconi cosparsi di pece, erano appesi alle porte e nelle zone principali della città.
Solo nel 1850 con la restaurazione della Gerarchia Cattolica in Inghilterra e Galles, si poté affrontare la possibilità di una beatificazione dei martiri, perlomeno di quelli il cui martirio era comprovato, nonostante i due - tre secoli trascorsi.
Nel 1874 l’arcivescovo di Westminster inviò a Roma un elenco di 360 nomi con le prove per ognuno di loro. A partire dal 1886, i martiri a gruppi più o meno numerosi, furono beatificati dai Sommi Pontefici, una quarantina sono stati anche canonizzati nel 1970.
Per altri 85 nel 1987, si sono conclusi gli adempimenti necessari e così il 22 novembre 1987 papa Giovanni Paolo II li ha beatificati a Roma, con il capofila Giorgio Haydock, confermando il giorno della loro celebrazione al 4 maggio.
Di essi 63 sono Sacerdoti, di cui 2 Gesuiti, 1 Domenicano, 5 Francescani e 55 Diocesani; gli altri 22 sono Laici, fra cui il tipografo William Carter.
Giorgio Haydock nacque nel 1556 a Lancashire, studiò a Douai (Francia) e Roma e fu ordinato sacerdote il 21 dicembre 1581.
Partì per l’Inghilterra come missionario “seminarista”, come erano allora chiamati gl’inglesi che si recavano all’estero per studiare e ritornare poi a riconvertire i loro connazionali. Arrivato a Londra il 6 febbraio 1582 venne subito scoperto ed arrestato quindi chiuso nella famosa Torre, dove visse nel buio e in grande solitudine per un anno e tre mesi.
Rimesso in un regime carcerario più leggero, ebbe la possibilità di confortare e amministrare i Sacramenti ai suoi compagni di prigionia.
Venne denunciato di nuovo insieme ad altri e il 12 febbraio 1584 venne impiccato; anche a lui fu riservata l’orribile fine di essere sciolto dal cappio ancora vivo e sventrato.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Giuliano - l'Ospitaliere (12 febbraio)

Patronato: Albergatori, Viaggiatori, Macerata
Etimologia: Giuliano = appartenente alla 'gens Julia', illustre famiglia romana, dal latino.
San Giuliano L'Ospitaliere, protettore della città, è rappresentato a Macerata dappertutto, come protagonista o come santo laterale, nelle chiese, sulle porte d'accesso intorno alle mura, nelle opere conservate in pinacoteca, nell'antico sigillo dell'università, nelle medaglie commemorative del comune, nei palazzi signorili, sugli stendardi.
La sua immagine più antica, a cavallo, è del 1326, una scultura in pietra un tempo nella Fonte maggiore e oggi nell'atrio della pinacoteca comunale; la più scenografica nelle chiesa delle Vergini mentre tiene in mano il modellino della città; la più moderna nel ciclo della vota del presbiterio del Duomo dove negli anni 30 è stata affrescata la storia della sua redenzione dopo un tragico, incredibile evento.
Gustave Flubert ne aveva già tratto una novella-romanzo, Saint Julien l'Hospitalier, raccontando con tinte fosche la giovinezza di questo fiammingo patito per la caccia anche violenta, cavaliere infaticabile e carattere vendicativo che non aveva esitato a uccidere il padre e la madre coricati nel suo letto credendoli la moglie e il suo presunto amante.
Poi una vita di espiazione e di preghiera dedicata all'accoglienza dei poveri e al traghetto dei pellegrini da una riva all'altra di un periglioso fiume. Ma sull'identità del santo ci sono non pochi
dubbi, in parte espressi anche dalla curia maceratese e che un viaggio a Parigi per confrontare la storia del San Giuliano cui è dedicato il duomo di Macerata con quella della chiesa gemella ; Saint Julien-le Pauvre nel quartiere latino, non hanno chiarito del tutto. La chiesa parigina, costruita dai benedettini tra il 1170 e il 1240 su una originaria cappella del VI secolo dedicata a Saint Julien-l'Hospitalier, faceva parte della ventina di chiese edificate nei dintorni di Notre -Dame, tutte scomparse tranne quella.
Situata nel cuore del centro universitario del XII e XIV secolo, fu luogo d'incontro di studenti e mastri, quando le lezioni si tenevano all'aria aperta, e al suo interno si riuniva l'assemblea per l'elezione del Rector Magnificus.
Pare che Dante vi ascoltò le lezioni di Sigieri e che certamente la frequentarono Alberto Magno, Tommaso d'Aquino e Petrarca e più tardi Villon e Rabelais. Solo quando furono costruiti nelle vicinanze i collegi della Montagne Sainte Geneviève tra i quali si impose quello della Sorbona,, la chiesa perdette di importanza.
Quanto al santo cui è intitolata, la fama popolare ha sempre fatto coincidere il Giuliano storico con l'ospitaliere, tant'è che in veste di traghettatore compare in piedi sulla barca in un bassorilievo medievale incastrato nella facciata numero 42 della rue de Galande, di fianco alla chiesa: nel vicino giardino, che la separa dalla Senna e dalla fiancata destra dell'imponente Notre-Dame, una fontana in bronzo, questa recente, porta scolpiti tutti intorno a cascata i fatti salienti della sua storia.
Ma l'opuscolo predisposto dalla parrocchia di rito greco-melkita e il prete interpellato propendono per l'identificazione del santo con Giuliano martire di Brioude. Il Giuliano leggendario, al quale la voce popolare ha dato il nome di ospitaliere rendendolo patrono di fatto anche nella chiesa di Parigi, sarebbe perciò usurpatore del titolo e in ogni caso, come ribadisce anche l'attento custode, non sarebbe riconosciuto come santo dall'autorità ecclesiastica. Un bell'impiccio per tutte le chiese francesi, italiane e spagnole che lo hanno scelto come loro protettore.
E la reliquia del braccio sinistro conservata nel duomo di Macerata a chi dovrebbe appartenere? Il miracoloso ritrovamento avvenne il 6 gennaio del 1442, e l'atto notarile che lo descrive è depositato nell'archivio priorale mentre le ossa, dopo varie collocazioni, sono conservate in una urna d'argento cesellata dall'orafo Domenico Piani.
Quello che conta è che in nome del patrono, santo reale o possibile, si aggreghino interessi culturali e iniziative utili alla città proprio nel senso e nella direzione dell'"ospitalità". La pensa così il comitato "Amici di San Giuliano" che si è costituito con spirito attivo e che non si preoccupa tanto dei riconoscimenti ufficiali quanto il promuovere in suo nome in tempi tanto angoscianti il valore dell'accoglienza.
Il 14 gennaio 2001, riprendendo un'antica tradizione, è stata innalzata in cielo una stella luminosa in onore del santo e la sua storia raccontata per le vie, quasi in veste di banditore, dall'attore Giorgio Pietroni mentre risuonavano i canti della Pasquella, continuazione allegra di un evento che sarebbe durato troppo poco se esaurito nel giorno dell'Epifania.
(Autore: Donatella Donati – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Giuliano, pregate per noi.

  

*San Goslino (Gozzelino) - Abate di San Solutore (12 febbraio)

+ Torino, 12 febbraio 1053
Era nato da una famiglia nobile e si fece monaco nel monastero di San Solutore presso Torino nel 1006.
Fu abate e ricevette alcune donazioni da parte del vescovo Cuniberto di Torino.
Morì il 12 febbraio 1053.
L’abbazia di San Solutore andò distrutta durante l’occupazione di Torino da parte dei francesi nel 1536 e le reliquie del Santo furono allora deposte nella chiesa dei Santi Martiri Solutore, Ottavio e Avventore.
Etimologia: Gozzelino = oriundo della Gotia, dal francese
Emblema: Bastone pastorale
 Nel Medioevo le guerre erano continue e mettevano a dura prova intere popolazioni, spesso già provate dalla fame e dalle epidemie. Nelle città, il più delle volte, la massima autorità era il vescovo. Torino, facente parte con Susa di un Marchesato, mentre subiva le scorribande degli Ungari e dei Saraceni, aveva come particolari nemici i Borgognoni. L’instabilità politica causava anche il malcostume sia del popolo che del clero. Intorno all’anno Mille il Vescovo Gezone, amante dell’ideale monastico, vide nella fondazione di nuovi monasteri un modo per contrastare tale decadenza morale.
Mentre San Guglielmo Abate fondava la celebre Abbazia di Fruttuaria e San Giovanni Vincenzo illuminava con la sua santità la Sacra di S. Michele della Chiusa, a Torino nasceva un monastero benedettino presso la cappella dei Ss. Protomartiri Solutore, Avventore e Ottavio (voluta dalla B. Giuliana d’Ivrea per dare loro degna sepoltura).
I monaci, lontani dagli affetti terreni, dediti alla preghiera e allo studio della Sacra Scrittura, rispettavano umilmente i voti di povertà, castità e obbedienza. Amare il Signore voleva dire amare il prossimo e il loro esempio era di edificazione a tutti. Giorno e notte le orazioni incessanti accompagnavano le diverse occupazioni a cui ognuno era preposto. Compito dei monaci era anche
quello di contrastare la diffusione delle eresie (la più pericolosa era quella dei Simoniaci).
Il monastero di San Solutore fu fondato nell’anno 1006 e tra i primi giovani che offrirono la loro vita a Dio vi fu Goslino (o Gozzelino). Appartenente alla nobile famiglia torinese degli Avari, fu educato e istruito nelle lettere e nelle scienze umane. La vocazione religiosa arrivò presto e così rinunciò al mondo per abbracciare la Regola di S. Benedetto. Suo maestro fu il primo abate del Cenobio, Romano, mentre compagno privilegiato fu Atanasio. Il rispetto di Goslino per la Regola fu ineccepibile, nessuno sconto si concedeva neppure quando era ammalato.
Umilissimo, non prevalse mai sui compagni sebbene fosse superiore ai più per istruzione e dottrina. Digiuni e penitenze erano l’arma per combattere le passioni mentre cibo per l’anima era la lettura di libri spirituali. Fu vero modello di perfezione per coloro che vivevano al suo fianco e per quanti frequentavano il monastero: la sua santità era conosciuta da tutti.
Nel 1031, nonostante da sempre avesse declinato ogni onore, venne eletto abate. Sulla sua nomina erano d’accordo tutti ed egli accettò per adempiere alla volontà di Dio. Affidò la cura delle cose materiali ad alcuni fidati collaboratori mentre volle solo occuparsi di quelle spirituali. L’osservanza della Regola da parte di tutti i monaci garantiva il cammino della comunità verso la perfezione evangelica e Goslino, per primo, ne era il modello. Fu molto attento ai poveri, sia a quelli dei dintorni che ai pellegrini, anche a costo di impoverire notevolmente le derrate del monastero.
Soccorrere il prossimo nelle necessità materiali voleva dire potersi occupare poi di quelle dello Spirito. Il Signore vigilava e mai mancò loro il necessario. Il vescovo Cuniberto, dal canto suo, fece nuove donazioni (1048).
Carico di fatiche e soprattutto di meriti, morì il 13 dicembre 1051 tra la venerazione e la stima sia del popolo che del clero. Considerato un santo, tale si tramandò la sua memoria negli scrittori antichi dell’Ordine. Purtroppo però il tempo non ci ha consegnato i manoscritti di coloro che, suoi contemporanei, ebbero modo di conoscerlo.
Sepolto umilmente, come era vissuto, nel corso dei secoli si perse traccia del suo sepolcro. Solo nel 1472 fu ritrovato il sacro corpo vestito con mitra e pastorale: un epitaffio lo indicava chiaramente. Grande stupore suscitò il candore delle sua ossa, come a testimoniare la sua santa condotta di vita. Il ritrovamento ebbe vasta eco e numerose furono le grazie che il popolo ottenne per sua intercessione. Il primo ad essere miracolato fu il medico di corte, Michele Brutis.
Il monastero fu distrutto dai francesi nel 1536. Le sue reliquie, con quelle dei Protomartiri e della beata Giuliana, fortunatamente erano state poste al sicuro nel monastero della Consolata, retto anch’esso dai Benedettini. Fu l’ultimo abate di S. Solutore, Vincenzo Parpaglia, che si preoccupò di dare loro una degna collocazione.
Durante una sua ambasceria a Roma incontrò S. Francesco Borgia, terzo Generale della Compagnia di Gesù, e il Papa San Pio V. Si definì che i Gesuiti, da poco arrivati a Torino, avrebbero costruito una chiesa dedicata ai tre martiri torinesi per accogliere le loro spoglie.  La traslazione dei cinque santi fu solenne, alla presenza del Duca Emanuele Filiberto di Savoia (19 gennaio 1575). Le reliquie di San Goslino vennero sigillate in una cassetta e custodite con le altre prima nell’oratorio, poi nella cappella di San Paolo della erigenda chiesa (1584).
Oggi sono conservate sotto la statua del presbiterio che lo raffigura. La memoria è fissata localmente al 12 febbraio, con quella di Santa Giuliana.
(Autore: Daniele Bolognini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Goslino, pregate per noi.


*San Ludano (12 febbraio)

Martirologio Romano:
Nel villaggio di Northeim sulla riva dell’Ill in Alsazia, San Ludano, che, scozzese di origine, passò al Signore mentre era in viaggio per visitare le Basiliche degli Apostoli.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria -
San Ludano, pregate per noi.


*Santi Martiri di Abitina (12 febbraio)
† Cartagine, 304 d.C.
Martirologio Romano:
A Cartagine, commemorazione dei Santi Martiri di Abitene, in Tunisia: durante la persecuzione dell’imperatore Diocleziano, essendosi come di consueto radunati contro il divieto imperiale di celebrare l’Eucaristia domenicale, furono arrestati dai magistrati della colonia e dal presidio militare; condotti a Cartagine e interrogati dal proconsole Anulino, anche tra le torture tutti si professarono cristiani, dichiarando di non poter tralasciare la celebrazione del sacrificio del Signore; per questo versarono in diversi luoghi e tempi il loro beatissimo sangue.
Nel gran numero di Martiri uccisi per la fede cristiana nell’Africa Settentrionale di 1700 anni fa, si annoverano anche 49 Martiri cristiani di Abitina, comunità dell’Africa Proconsolare (Cartagine), dei quali ben 19 donne.
Dagli “Atti” che furono anche ampliati da redattori non veritieri, si sa che al tempo dell’imperatore Diocleziano (243-313) il quale aveva emanato dei decreti restrittivi e poi di persecuzione vera e propria contro i cristiani, il vescovo Fundano della comunità di Abitina, aveva consegnato i libri sacri alle autorità locali, secondo gli ordini dell’imperatore.
Forse per questo gesto di accondiscendenza, i fedeli preferivano seguire il prete Saturnino nelle celebrazioni, nonostante il divieto ai cristiani di fare riunioni.
Queste assemblee si effettuavano nella casa di un cristiano di nome Felice, oppure in quella del lettore Emerito, a loro si aggregavano alcuni cristiani fuggiti da Cartagine.
Mentre una domenica celebravano l’Eucaristia, furono scoperti e condotti come prigionieri presso il tribunale della città; i magistrati ascoltata la loro confessione di essere cristiani e trovandoli colpevoli di riunione proibita dalle leggi, li inviarono a Cartagine presso il proconsole Anulino, perché non competenti per un processo.
Secondo Sant’Agostino, gli interrogatori davanti Anulino si svolsero il 12 febbraio 304, tutti furono fermi nell’affermare di essere cristiani e pertanto “non si può vivere senza celebrare il giorno del Signore” (domenica).
Gli ‘Atti” riportano contradditori ed episodi di singoli martiri del gruppo, che per brevità non riportiamo. Anulino al termine della giornata impiegata per gli interrogatori e constatato la loro professione di fede cristiana, li fece rinchiudere in carcere.
Negli “Atti” non è riportato come morirono, ma sembra che siano stati alcuni giustiziati, altri morti di fame e torture nel carcere, comunque in tempi diversi.
Si riporta l’elenco dei Martiri di Abitina, la cui celebrazione è al 12 febbraio:
- Saturnino (prete) Saturnino (suo figlio omonimo, lettore) Felice (suo figlio, lettore) Maria (sua figlia, Vergine Consacrata)   Ilarione, (suo figlio più giovane)   Emerito, (lettore)
Ampelio, (lettore) Felice - Rogaziano Quinto Massimiano Tecla Rogaziano Rogato Gennaro Cassiano Vittoriano   Vincenzo Prima  - Ceciliano - Restituta Eva Rogaziano Giriale Rogato Pomponia Seconda - Gennara Saturnina Martino Danzio Felice Margherita Maggiore Onorata Regiola  Vittorino Pelusio Fausto Deciano Matrona   Cecilia Vittoria Ercolina SecondaMatrona Gennara.  
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Martiri di Abitina, pregate per noi.


*San Melezio di Antiochia – Vescovo (12 febbraio)

m. Antiochia, 381
San Melezio, Vescovo di Antiochia, ripetutamente cacciato in esilio per la fede nicena e morto mentre presiedeva il Primo Concilio Ecumenico di Costantinopoli. Ricevette gli elogi di San Gregorio di Nissa e san Giovanni Crisostomo.
Martirologio Romano: Commemorazione di San Melezio, Vescovo di Antiochia, che per la sua fede nicena fu ripetutamente mandato dall’esilio e poi, mentre presiedeva il Concilio Ecumenico Costantinopolitano I, passò al Signore; di lui San Gregorio di Nissa e San Giovanni Crisostomo celebrarono le virtù con somme lodi.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Melezio di Antiochia, pregate per noi.


*Beata Ombelina – Badessa (12 febbraio)
1092 circa – Jully-les-Nonnais, Francia, 1136 circa
La Beata Ombelina, convertita dal fratello San Bernardo, Abate di Chiaravalle, con il consenso del marito prese l’abito monastico e divenne Badessa del monastero di Jully-les-Nonnais, in Francia. Il suo culto fu confermato nel 1703.
Etimologia: Ombelina = che ha piccola ombra, dal longobardo
Martirologio Romano: Nel monastero di Juilly nel territorio di Troyes in Francia, beata Ombelina, priora dello stesso cenobio, che, felicemente convertita dai piaceri del mondo ad opera di suo fratello San Bernardo abate di Chiaravalle, con il consenso del coniuge, si diede alla vita monastica.
La Beata Ombelina, sorella del grande San Bernardo di Chiaravalle (Clairvaux), è conosciuta in particolare per i rapporti che intrattenne con il celebre fratello, immancabilmente narrati in tutte le “Vite” di Bernardo. Il legame tra loro, stretto ed affettuoso, è testimoniato dal dolore di Bernardo per la morte del fratello Beato Gerardo e della stessa Ombelina. Di un anno più giovane del fratello, pare gli assomigliasse quanto a bellezza fisica, ma probabilmente anche per il suo ruvido carattere. Convolo a nozze con Guido de Marcy, nobile della casa di Lorena.
Passato qualche tempo, ebbe occasione di far visita a Bernardo presso Clairvaux, ostentando con il suo abbigliamento e con la scorta il rango sociale a cui apparteneva. Bernardo si rifiutò di riceverla se ella non gli avesse promesso di seguire le sue raccomandazioni, cioè di fare ammenda per la propria vita, spogliandosi di ogni lusso. Scoppiata allora in lacrime, ella ebbe però la forza di rispondergli: “Io posso essere una peccatrice, ma è per quelli come me che Cristo è morto, ed è perché sono una peccatrice che ho bisogno dell’aiuto di uomini pii”.
Trascorso qualche anno, forse memore del rimprovero del fratello, Ombelina chiese ed ottenne dal marito il permesso di ritirarsi nel monastero di Jully-les-Nonnais, nei pressi di Troyes, del quale divenne infine badessa. Con innumerevoli mortificazioni decise di cancellare gli anni di vanità e di lusso.
Morì verso il 1136 alla presenza di tre suoi fratelli: Bernardo, che la strinse fra le braccia, Andrea e Nivardo. Il suo culto quale “Beata” ricevette conferma ufficiale nel 1703 e la sua commemorazione, in precedenza prevista al 21 agosto, è fissata dal nuovo Martyrologium Romanum al 12 febbraio.
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Ombelina, pregate per noi.


*Beato Paolo da Barletta - Religioso Agostiniano (12 febbraio)

Barletta, inizio XVI sec. - S. Tommaso (India), 13 maggio 1580
Nel 1580 moriva il frate Paolo da Barletta. Entrato fin da giovane nell'ordine di Sant'Agostino, man mano crebbe sempre più in lui il desiderio di vivere in una maggiore perfezione, tanto da allontanarsi dalla patria per «andare dove nessuno lo conoscesse di persona, se non Dio solo».
Infatti, saputo del voto dell'Osservanza, che in quel tempo si conduceva nella Provincia portoghese dell'Ordine, ottenne licenza di trasferirvisi. Dal carattere gioviale ma particolarmente dedito a preghiera e penitenza, visse intensamente il rapporto con il Mistero della passione e della morte di Gesù.
Inviato come missionario nell'isola di San Thomé, nelle Indie Orientali, lavorò instancabilmente alla diffusione del Vangelo. Fra Paolo accettò con rassegnazione la sua ultima malattia, vista come ulteriore purificazione. Dopo la sua morte la sua fama di santità crebbe soprattutto tra i cristiani di San Thomé, ma lasciò un segno indelebile anche nella memoria di Barletta, sua città natale, che lo ricorda oggi. (Avvenire)
Il 13 maggio 1580 moriva in grande concetto di santità il frate agostiniano Paolo da Barletta, dopo aver condotto “una vita evangelica, rivelando il messaggio di Dio”, così come scrive il Lanteri.
Ci è sconosciuto l’anno di nascita, così come anche la sua casata di appartenenza. Le notizie che abbiamo sul suo conto possiamo le desumiamo dalle cronache dell’Ordine Agostiniano, di cui fu membro.
Entrato fin da giovane nell’ordine di Sant’Agostino, man mano crebbe sempre più in lui il desiderio di vivere in una maggiore perfezione, tanto da allontanarsi dalla patria per “andare dove nessuno lo conoscesse di persona, se non Dio solo”. Infatti, saputo del voto dell’Osservanza, che in quel tempo si conduceva presso la Provincia Portoghese dell’Ordine, ottenne licenza da parte del Generale, fra Tadeo Perozino, di trasferirsi presso la suddetta Provincia.
Tutte le fonti a noi note ci parlano di lui come di un uomo di Dio, particolarmente dedito all’orazione e alla contemplazione, oltre che a una vita austera di penitenza. Nelle lunghe ore di preghiera che trascorreva personalmente durante la giornata fu singolarmente attratto verso il Mistero della
Passione e Morte di nostro Signore Gesù Cristo. Un testimone dell’epoca racconta: “El modo, con que estaba en el coro, era de mucha edificacion”. Nel contempo, essendo di carattere gioviale, fra Paolo in ricreazione infondeva tanta allegria in mezzo ai confratelli che lo avevano in grande considerazione.
Inviato come missionario nell’isola di San Thomé, nelle Indie Orientali, si sottopose a enormi fatiche per la diffusione della Buona Novella di Cristo in mezzo agli indigeni di quelle terre lontane. Ma, nonostante la stima creatasi attorno alla sua persona, a causa di fraintendimenti, non mancarono da parte del Priore del convento persecuzioni che seppe accettare con pazienza e letizia evangelica. Provata la sua innocenza, per riabilitare il suo nome, lo stesso Priore scrisse edificanti lettere, indirizzate in varie parti della Provincia, nelle quali rese note le grandi virtù di quest’uomo di Dio, di quanto ingiustamente aveva sofferto e dell’ammirabile pazienza con la quale, senza scusarsi, lo aveva tollerato.
Fra Paolo accettò con rassegnazione la sua ultima malattia, vista come ulteriore purificazione che lo rese puro e accetto a Dio. Sapendo che si avvicinava l’ora della morte, si preparò con serenità e gioia all’incontro definitivo col Signore. Ne diede notizia al suo superiore e ai confratelli, chiedendo loro di essere aiutato a festeggiare in vista di quel momento così importante della sua vita. Fra Antonio della Purificazione, comunicando agli altri confratelli la dipartita del santo frate barlettano, ne esaltò le virtù: “che tanta ammirazione aveva destato, perché spessissimo era rapito da uno stato di estasi e aveva delle premonizioni sul futuro”.
Il nostro concittadino agostiniano rimase nella memoria dei suoi confratelli come esempio di preghiera e di instancabile operaio del Vangelo, umile e obbediente. Fanno menzione di lui alcune relazioni della Chiesa locale di San Thomé scritte da don fr. Alexo de Meneses, da fr. Antonio della Purificazione, dal Maestro Herrera, da fr. Pedro Calvo, dell’Ordine dei Domenicani e dal Maestro fr. Duarte Pacheco, che ne diffuse la sua vita.
La sua fama di santità andò sempre più crescendo tra i cristiani del luogo, tanto da meritargli a furore di popolo il titolo di Beato.
Perciò, quantunque la medesima fama avesse raggiunto anche la sua città natale, si ritenne opportuno non rivendicarne le spoglie, vero e proprio oggetto di culto da parte degli indigeni di San Thomé. Barletta, fiera di questo suo figlio, ha voluto perpetuare ai posteri la sua memoria dedicandogli una traversa della centrale via Regina Margherita, nei pressi della chiesa di Sant’Agostino, anticamente officiata dai suoi confratelli agostiniani, e ricordandolo liturgicamente il 12 febbraio.
(Autore: Sac. Sabino Lattanzio - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Paolo da Barletta, pregate per noi.


*BB. Tommaso Hemmerford, Giacomo Fenn, Giovanni Nutter e Giovanni Munden - Sacerdoti e Martiri (12 febbraio)

+ Tyburn, Inghilterra, 12 febbraio 1584
Emblema:
Palma
Martirologio Romano: A Londra in Inghilterra, ricordo dei BB. martiri Tommaso Hemmerford, Giacomo Fenn, Giovanni Nutter, Giovanni Munden e Giorgio Haydock, presbiteri, i quali, pretendendo la regina Elisabetta I la sovranità anche in ambito spirituale, furono condannati a morte per la fedeltà alla Chiesa Romana, e quindi sventrati ancora vivi a Tyburn.
Thomas Hemerford nacque nel Dorsetshire in Inghilterra.
Studiò ad Oxford e, convertitosi al cattolicesimo, intraprese poi gli studi religiosi nell’English College di Roma.
Qui fu ordinato sacerdote nel 1583 e fece poi ritorno in patria.
James Fenn nacque a Montacute in Inghilterra. Studiò presso Corpus Christi College e Gloucester Hall dell’università di Oxford. Si sposò e divenne insegnante.
Rimasto poi vedovo, intraprese gli studi religiosi nel collegio inglese di Reims in Francia e venne ordinato sacerdote nel 1580.
John Nutter, fratello del beato Robert Nutter, nacque a Burnley in Inghilterra.
Studiò nel Saint John's College di Cambridge, per poi intraprendere gli studi religiosi nel collegio inglese di Reims in Francia.
Fu ordinato sacerdote nel 1581.
John Munden nacque a Coltley in Inghilterra.
Studiò nel New College di Oxford, per poi intraprendere gli studi religiosi nel collegio inglese di Reims in Francia.
Fu ordinato sacerdote nel 1582.
La loro normale vita di sacerdoti religiosi si inserì nel tragico contesto della persecuzione perpetrata ai danni della Chiesa Cattolica da parte dei monarchi inglesi.
In quel periodo infatti la regina Elisabetta I, pretendendo per sé la sovranità anche in ambito spirituale, condannò a morte per la loro fedeltà al Romano Pontefice parecchi cattolici, tra i quali appunto i sacerdoti gesuiti Thomas Hemerford, John Nutter, James Fenn e John Munden, insieme anche con George Haydock, sacerdote del vicariato apostolico di Inghilterra.
Tutti insieme furono squartati vivi a Tyburn, presso Londra, il 12 febbraio 1584.
Questi gloriosi martiri vennero beatificati il 15 dicembre 1929 da papa Pio XI ed il Martyrologium Romanum li commemora ancora oggi nell’anniversario della nascita al cielo.
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - BB.Tommaso Hemmerford, Giacomo Fenn, Giovanni Nutter e Giovanni Munden, pregate per noi.

 
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