Santi del 12 Giugno - Istituto Aveta

Vai ai contenuti

Menu principale:

Santi del 12 Giugno

Il mio Santo > I Santi di Giugno

*Sant'Anna Kasinskaja - Principessa di Pskov e Monaca (12 giugno e 2 ottobre - Chiese Orientali)

m. 2 ottobre 1368
Anna era figlia del Principe Dimitrij Borisovic di Rostov. Fin dai primi anni di vita venne educata ai dettami cristiani sotto la guida di sant’Ignazio vescovo di Rostov. Divenuta giovinetta Anna andò in sposa a Mikhail di Tver. Il matrimonio ebbe luogo l’8 novembre 1294 nella cattedrale Preobrazenskij di Tver.
Anna e Mikhail ebbero 5 figli: Feodora (morta in tenera età dopo una breve malattia), Dimitrij, Alessandro, Kostantin e Basiglio. Tver venne fondata (i primi documenti risalgono al 1164) dai
mercanti provenienti da Novgorod sulle rotte commerciali che univano la Russia settentrionale all’impero bizantino e divenne parte integrante del Principato di Vladimir - Suzdal nel 1209.
Il Principato di Tver si trasformò velocemente in uno dei più ricchi e popolosi Stati Russi in quanto il territorio era difficilmente accessibile dalle incursioni tatare a causa di paludi e fitti boschi.
Nel 1295 la città fu distrutta da un terribile incendio e un anno dopo, un secondo incendio distrusse il palazzo  dei Principi che si salvarono a stento.
Anna, donna pacata e intelligente era molto amata dal popolo, pregava, faceva penitenza, si dedicava ai poveri, agli ammalati, agli orfani e alla famiglia alla quale dispensava sempre incoraggiamenti e consigli con amore e profondo credo religioso. Nel 1317 iniziarono i conflitti con il Principe Jurij di Mosca e l’anno successivo Mikhail dovette partire con le sue truppe alla volta di  Saraj ma venne catturato dall’Orda d’Oro ( tribù Turco-Mongola ) e orrendamente assassinato.
Prima della partenza si congedò dalla famiglia e rivolto ai figli disse loro: “Custodite vostra madre e prendete esempio da lei, se lei fa una cosa, fatela anche voi”. Anna apprese solo sette mesi dopo della morte del marito e faticò non poco per riportare a casa i poveri resti che vennero sepolti nella Cattedrale che li vide sposi. Rimasta vedova Anna si trasferì per un certo periodo a casa del figlio Kostantin ma poi  decise di rifugiarsi “nel silenzio e nel lavoro per Dio”. Prese i voti nel monastero di  Santa Sofia di Tver e adottò il nome di  Eufrosinija. Nel 1325 al figlio Dimitrij e nel 1339 anche ad Alessandro toccò la stessa orrenda sorte del padre.
Più tardi (era l’anno 1365) l’unico figlio rimasto Basiglio per convincere la madre a trasferirsi pel proprio Principato le disse: “Tutta la città brama di vedere il tuo volto angelico”. Ella acconsentì e si ritirò nel monastero Uspenkij di Kasin questa volta con il nome di Anna. In monastero si distinse per la severa ascesi e la capacità di consigliare e soccorrere quanti le chiedevano aiuto. Non è nota la data di nascita di sant’Anna ma si sa che morì in età avanzata il 2 ottobre 1368 e fu seppellita nella Cattedrale della Beata Vergine.
Per alcuni secoli la santa venne dimenticata, ma dopo la sua apparizione ad un fedele durante l’assedio di Kasin da parte delle truppe lituane Anna disse che avrebbe pregato il Salvatore e la Madre di Dio per la liberazione della città.
Nel 1649 venne finalmente canonizzata dalla Chiesa Ortodossa Russa, ma, ventotto anni più tardi nel 1677 sant’Anna venne decanonizzata in quanto, dopo la Riforma del Patriarca Nikon (1656) risultò troppo venerata dai Vecchi Credenti e nelle icone veniva sempre raffigurata nell’atto di compiere il segno della croce con due dita tese, così come voleva il vecchio rituale ortodosso invece che con tre. Nonostante le autorità ecclesiastiche avessero cercato più volte di “correggere” la posizione delle dita della santa che, rimaste incorrotte, nel tempo ritornavano sempre al punto di prima, il 7 novembre 1908 sant’Anna venne nuovamente e definitivamente canonizzata dal Sacro Sinodo, fissandone la memoria liturgica al 12 giugno.
Nello stesso anno, in suo onore fu creata una comunità monastica a Grozny e un anno dopo le fu consacrata una chiesa a San Pietroburgo.
La Chiesa ortodossa russa la ricorda anche il 2 ottobre.
(Autore: Umberto Costato - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria. - Sant'Anna Kasinskaja, pregate per noi.


*Beato Antonio de Pietra - Mercedario (12 giugno)

+ Oran, Algeria, 1490
Insigne religioso, il Beato Antonio de Pietra, trovandosi in Africa e vedendo tutte le ingiustizie e le percosse che ricevevano gli schiavi, si impietosì e ne liberò 80 da una dura prigionia.
Morì santamente nel convento di San Martino ad Oran in Algeri nell'anno 1490.
L'Ordine lo festeggia il 12 giugno.  
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Antonio de Pietra, pregate per noi.


*San Basilide - Martire presso Roma (12 giugno)

Martirologio Romano: A Lori al dodicesimo miglio della via Aurelia, San Basílide, martire.
Basilide è un martire romano sepolto al XII miglio della via Aurelia in località Lorium, fra la Bottaccia e Castel di Guido. Del martire non si sa nulla, perché le tre passiones che lo riguardano sono tardive e completamente prive di valore (BHL, I, p. 153, nn. 1018-20).
Nessuno dei suoi compagni è romano: Nabore e Nazario sono i celebri martiri milanesi, il cui culto si diffuse a Roma sulla via Aurelia, presso il monastero di San Vittore, anch'egli martire milanese; Cirino probabilmente Quirino, il vescovo di Siscia, il cui corpo fu portato a Roma e sepolto ad Catacumbas.
Il Martirologio Romano ricorda Basilide anche il 10 giugno, insieme con Tripodis, Mandalis ed altri venti anonimi: i due nomi non sono, però, nomi di santi, ma vanno ricollegati alla città di Tripolis Magdaletis e i venti martiri sono da riferire all'Africa.
Probabilmente il dies natalis di Basilide è il 12 giugno, confermato dal Capitolare evangeliorum di Würzburg (sec. VII) e dagli altri capitolari romani, che lo ricordano a questa data e senza compagni.
Nel Medioevo il martire era venerato in due basiliche: la prima, eretta sul suo sepolcro sulla via Aurelia, è ricordata dall'Itinerario Malmesburiense; la seconda, sulla via Labicana, fu restaurata nel sec. IX da Leone III. Ambedue sono scomparse da secoli.
(Autore: Filippo Caraffa - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Basilide, pregate per noi.


*Beato Corrado da Maleville - Mercedario (12 giugno)

+ Avignone, Francia, 1310
Il nobile francese cavaliere delll'Ordine della Mercede, Beato Corrado da Maleville, nell'anno 1300, fu inviato a redimere schiavi in Africa.
Nella terra inospitale in città di Tunisi, dopo mille traversie e pene riscattò 228 prigionieri.
Rientrato in Francia, fu nuovamente mandato ad Algeri da dove tornò dopo aver liberato 218 schiavi.
Morì nella pace del Signore nel convento di Santa Maria in Avignone nell'anno 1310.
L'Ordine lo festeggia il 12 giugno.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Corrado da Maleville, pregate per noi.


*Santa Cunera - Martire (12 giugno)  

sec. IV
Secondo una leggenda (non anteriore al sec. XIV), Cunera sarebbe stata una delle compagne di Sant'Orsola, scampata alla strage del 451 perché protetta da un certo Radbodo, re di Frisia. Accolta in casa di costui, a Rhenen presso Utrecht, sarebbe poi stata strangolata dalla moglie ingelosita e sepolta nella stessa stalla in cui era stata uccisa.
La padrona poi, impazzita, si sarebbe suicidata, mentre Radbodo avrebbe trasformato la stalla in una cappella riccamente dotata.
Di lì S. Willibrordo (m. 739) avrebbe trasferito le reliquie di Cunera, ormai famosa per i molti prodigi avvenuti sul suo sepolcro, nella chiesa di Rhenen.
A giudizio di Papebroch, il nucleo storico della leggenda potrebbe essere questo: Cunera doveva essere una schiava cristiana di qualche principe frisone convertito al Cristianesimo da San Willibrordo, uccisa dalla padrona per gelosia e poi, a causa dei prodigi avvenuti sul suo sepolcro,
onorata come santa con l’approvazione dello stesso s. Willibrordo o di qualcuno dei suoi successori che provvidero a trasferirne il corpo nella chiesa di Rhenen.
In verità, una chiesa in onore di Cunera e detentrice delle sue reliquie è ricordata a Rhenen nella Vita di S. Meinwerco, vescovo di Ratisbona (m. 1036), redatta nel sec. XIII.
Secondo questa Vita, a Rhenen si usava giurare sulle reliquie della santa, indizio della grande venerazione popolare che non venne mai meno. Papebroch ricorda che al suo tempo era di uso frequente imporre il nome di Cunera alle bambine. Egli riporta anche un breve elogio della santa trovato tra le carte del p. Rosweyde: “Rhenis, ad pedem sublimis atque magnificae turris, stat ornatissima S. Cunerae ecclesia, ibi, ut fertur, martyrizatae: cuius ibi corpus requiescit, et sepulchrum visitatur ab hominibus, equis et bobus, gravi morbo laborantibus: curantur autem ibi praecipue saucium dolores”.
Alcune reliquie della santa furono trasferite nel 1565 in Portogallo, donde, però, furono riportate ad Anversa. Altre ossa passarono nel 1602 nel collegio dei Gesuiti di Emmerik, altre ancora sono ricordate come presenti nella cattedrale di Utrecht, a Berlicum e ad Heeswijk. A Rhenen ne furono fatte due ricognizioni, nel 1615 e nel 1638.
La festa di Cunera è celebrata il 12 giugno a Rhenen e a Nibbixwoud, dove ella è patrona della chiesa. I contadini la invocano come protettrice del bestiame.
La Santa è rappresentata, nelle scarse immagini che di lei si hanno, nel momento del martirio: seduta, con la fune al collo e la palma nella destra, oppure vestita da nobile dama,con la corona, mentre viene strangolata da due ancelle.
(Autore: Willibrord Lampen - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Cunera, pregate per noi.


*Sant'Eskillo (Eschillo) di Straengnaes - Vescovo e Martire (12 giugno)
† 1038 circa

Martirologio Romano: In Svezia, Sant’Eskillo, vescovo e martire, che, di origine inglese, ordinato vescovo dal suo maestro San Sigfrido, non lesinò le forze per annunciare Cristo tra i pagani della provincia del Södermanland, dai quali fu poi lapidato.
Egli è uno dei vari monaci venuti dal continente nella penisola scandinava per predicare il Vangelo ed appartiene al secondo periodo della evangelizzazione che ebbe luogo verso il 1000, dopo il primo periodo rappresentato da san Anscario (800).
Di origine inglese, egli svolse la sua missione verso la seconda metà del secolo XI nelle province svedesi del Soedermanland e del Naerke e poiché dimorava in una località chiamata Fors nel Soedermanland è conosciuto appunto come l’apostolo del Soedermanland.
Si racconta che egli, partendo dall’Inghilterra, dicesse che quanto più si sarebbe allontanato dal suo paese, per la causa del Signore, tanto più si sarebbe avvicinato al cielo.
Pare che Eskillo fosse chiamato ad essere vescovo dal re Inge, e sia stato consacrato da San Sigfrido, che era il primo vescovo di Skara.
E quando Blot-Sven, dopo aver detronizzato il vecchio Inge per il suo zelo religioso, fece fare un grande sacrificio per propiziarsi gli dei pagani (da questo gli venne il nome di Blot-Sven = Sven, il sacrificatore), Eskillo cercò d’impedirlo.
Secondo la leggenda, egli aveva chiesto al Signore un segno che facesse comprendere ai pagani di essere nell’errore, ed infatti sopraggiunse un temporale che con vento impetuoso spense il fuoco del sacrificio senza bagnare affatto il santo vescovo.
Allora i sacerdoti pagani cominciarono a lanciare sassi contro di lui e un uomo di nome Spàbode lo colpì alla testa; fu finito con un colpo di ascia.
La pietra con cui era stato colpito, come racconta la leggenda, rimase indelebilmente macchiata di sangue. Infatti Eskillo, che, a quanto pare, fu l’ultimo martire della Svezia, viene raffigurato con la pietra e l’ascia, come attributi del suo martirio. Quelli che egli aveva convertito decisero di portare il suo cadavere a Fors per seppellirlo, ma esso divenne d’improvviso così pesante da rendere inutile ogni sforzo.
Allora fu deposto nei pressi di Tuna e sul luogo di deposizione della salma fu poi costruita una chiesa che prese da lui il nome (Eskilstunakyrka) e qui, più tardi, si sviluppò la città che oggi ancora porta il nome di Eskilstuna. Sempre secondo la leggenda, ad ovest di Straengnaes, sulla collina chiamata Dalaeng, c’è una sorgente dove Eskillo avrebbe battezzato molti pagani e che fu, perciò, chiamata la «fonte di san Eskillo»: durante il Medio Evo, la sua acqua era considerata miracolosa contro le malattie, tanto che anche dai paesi lontani venivano pellegrini per poterla bere.
La sua festa si celebra il 12 giugno, giorno in cui, secondo la tradizione, avvenne il martirio. Sui calendari rùnici del Medioevo svedese il giorno a lui dedicato era segnato da un pastorale, come la festa di san Lorenzo era segnata da una graticola.
Nuove ricerche storiche compiute nel 1940 sembrano porre la morte di Eskillo nel 1038 invece che nel 1080.
Ad ogni modo, dalla storia ecclesiastica svedese risulta che nella seconda metà del secolo XI nel Soedermanland esistevano già varie chiese prima costruite in legno e poi in pietra; varie sculture ritrovate negli scavi ne danno le sequenze per il giorno della festa di San Eskillo (11 giugno).

E il poeta scrisse i seguenti versi:
Hac in di gloriemur
et devota veneremur
Eskilli sollemnia,
qui pro fide lapidatus
jam a Christo sublimatus
residet in gloria.
Transit rigor hiemalis
novus floret flos vernalis
in salutem gentium.
Error credit, sublimatur
Christi fides, augmentatur
numerus fidelium.
(Autore: Anna Lisa Sibilia – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Sant'Eskillo, pregate per noi.


*San Filippo di Palermo - Diacono (12 giugno)  

San Filippo diacono è uno dei più antichi santi del ricco panteon di Palermo, indicato nell’agiografia italogreca come Philippe ò neòs,  Filippo il Giovane, detto dai fedeli San Filippello, San Fulippuzzu, San Fulippu ‘u nicu, per distinguerlo da San Filippo di Agira il Grande, al quale è legato indissolubilmente e con il quale, secondo la letteratura, protegge Agira.
Le uniche notizie conosciute sul diacono palermitano provengono da una delle due Vite scritte su San Filippo di Agira, per la qualcosa per descrivere la figura del diacono bisogna imprescindibilmente parlare di Filippo presbitero ed espulsore dei diavoli.
La loro storia è intimamente congiunta, perché la nascita del Piccolo si deve ad un miracolo del Grande e perché parte della loro vita è connessa.
Etimologia: Filippo = che ama i cavalli, dal greco
L’agiografia
La Narrazione di Eusebio monaco sulla vita e i miracoli del nostro santo padre Filippo, presbitero apostolico e persecutore di demoni, ai capp. 28-31, (cod. greco n. 866 della Vaticana), tramanda che mentre viveva San Filippo di Agira nella città di Palermo un uomo molto ricco viveva con tristezza poiché non aveva figli.
Ma, avendo sentito parlare dei tantissimi miracoli compiuti dal Beato Filippo di Agira, ispirato in sogno, decise di andare a trovarlo, per pregarlo di intercedere affinchè Dio gli
concedesse il sospirato figlio. Giunto con alcuni suoi servitori, vide da lontano San Filippo che siedeva dinanzi alla porta del tempio. Rivolto ai servitori disse: - Ecco l' uomo che ho visto in sogno, che mi ha invitato ad incontrarlo.
Se la vìsione che ho avuto è stata voluta da Dio, quel sant'uomo nel vederci ci chiamerà; ci dirà di entrare nel tempio per pregare il Signore; ci domanderà da quale città veniamo, e per quale motivazione siamo venuti-.
Filippo, alzatosi, in quello stesso momento, disse al compagno Eusebio: - Chiama coloro che vengono a noi da lontano. - Eusebio li chiamò subito: - O pellegrini, il sacerdote Filippo per cui siete venuti vi chiama -. Quel ricco uomo, dopo avere pregato, e posto ai piedi del  Santo i doni che gli aveva portato, gli disse: - Padre, tu sai lo scopo della mia venuta -.
Il Santo di rimando a lui: - Lo so; ed io ti dico, ritorna a casa, poichè ciò che brami ti sarà concesso da Dio in premio della tua fede. Ritornato a Palermo il ricco signore trovò  la moglie felice, che andandogli incontro disse: - Ho visto in sogno il Beato Filippo che mi diceva: - Il tuo sposo ritorna; sappi che concepirai e partorirai un figlio, che chiamerai Filippo -. L’uomo raccontò poi alla donna come il Santo sapesse già la ragione del suo viaggio, e lo avesse fatto chiamare dal monaco Eusebio. La moglie diede alla luce un bambino, e quel ricco signore gli pose nome Filippo. Il padre alla età di otto anni, lo portò ad Agira per presentarlo al santo sacerdote Filippo, e glielo offrì, dicendogli: - Ecco, o padre, il frutto delle tue preghiere -.
E San Filippo, prendendolo nelle sue mani, l'offrì nel tempio a Dio; lo benedisse, dicendogli poi: - Va, o flgliuolo, alla terra dove sei nato, innalza un tempio al Signore, e la benedizione di lui sarà sempre con te -.
Di ritorno a Palermo Filippello, che aveva avuto in dono, come ricordo,  una tunica, un asciugatoio e una fascia con cui il maestro si cingeva i fianchi, avendo incontrato un uomo, che giaceva quasi morto (si poteva dire quasi paralizzato), perchè morsicato da un serpente, sciolta la fascia, l'applicò a quel misero, dicendogli: - In nome di San Filippo sii guarito -. Quell'uomo si alzò pienamente risanato, senza alcuna traccia del male, e lodò il Signore. Filippo rimase grandemente meravigliato dell’accaduto, perché il Santo non guariva le malattie di persona, ma le sue vesti stesse (reliquie ex contactu) vincevano le malattie.
Quando fu cresciuto, venne consacrato Diacono dal vescovo di questa città (Palermo). Esortato dal maestro a non attaccarsi ai beni terreni, all'oro ed allo argento il giovane gli ubbidì, e fece virtuosamente quanto gli era stato suggerito, distribuì ai poveri il ricco patrimonio che aveva. Dio operò per mezzo del giovane vari prodigi. Quando poi i Palermitani seppero che Filippo, ritornato in patria, aveva portato i vestiti del santo maestro, e che per mezzo di essi  operava molti prodigi, si rallegrarono sommamente.
San Filippello ad un monaco posseduto dal demonio disse di recarsi ad Agira per essere liberato da San Filippo, che operò il miracolo, nonostante il monaco fosse arrivato ad Agira quando il taumaturgo era già morto.
Il tempo
La data di nascita del palermitano dipende, quindi, dal quella che si ritiene debba attribuirsi al Filippo maestro, il cui tempo, purtroppo, nel passato, è stato assai controverso. Su San Filippo di Agira, infatti, esistono due Vite in greco assai diverse per epoca di composizione e autore.  La più antica, redatta nello scriptorium del monastero di Agira intorno al 880-900, attribuita ad un monaco di nome Eusebio, ritenuto  santo, pone la venuta del santo sotto l’imperatore Arcadio (395-408). La più recente all’arcivescovo di Alessandria Atanasio, redatta nel XIII-XIV secolo presso il monastero di San Filippo il Grande a Messina fondato nel 1100, vuole San Filippo di Agira mandato da San Pietro sotto l’imperatore Nerone.
Queste due vite hanno generato due correnti di pensiero che sono state a partire dalla fine del 1400, per secoli contrapposte a sostenere la prima l’eta arcadiana (Reina, De Angelis)) e l’altra quella pietrina (Ranzano, Fazello).
Una parte della storiografia sul santo agirino a cominciare dagli inizi del XVII (Pirri, Gaetani)) secolo ha scelto di contaminare i contenuti dei due Bìoi, accettando quelli narrativi dell’eusebiana e il dato temporale della pseudoatanasiana,  ritenendo entrambe le Vite derivanti da un’unica del I secolo ripresa nel V sec.. Tale posizione non nasconde, però, lo scopo  che balza evidente, di legare l’inizio della chiesa palermitana all’età apostolica, prima cioè dell’arrivo di san Mamiliano nel III sec., per via dell’assunto che San Filippello, discepolo di San Filippo di Agira, venuto nel I secolo, fu creato diacono dal vescovo di Palermo.
Tutto ciò a volere dire che la chiesa di Palermo già nel I secolo esisteva perchè era retta da un vescovo. L’attuale Prefetto della Biblioteca apostolica Vaticana, Cesare Pasini, autore della edizione critica delle due Vite su San Filippo, ricostruite nel testo quanto più vicino possibile ai testi originari, ha rivoluzionato le posizioni esistenti. Pasini, fondandosi sul Bìos di Eusebio, ritenuto il solo attendibile per uno studio scientifico, con argomentazioni, ritenute valide anche dalla storiografia scientifica militante e del tutto condivisibili, provenienti dal racconto agiografico ma supportati da dati esterni, ha dimostrato che san Filippo di Agira non sarebbe potuto vivere nè nel I secolo nè nel V, ma lungo il VII secolo e che, forse, sarebbe stato vivo anche nei primi decenni dell’VIII secolo. Pertanto se si vuole indicare il tempo in cui visse San Filippello, è necessario fare riferimento alle acquisizioni di mons. Cesare Pasini.
Si può ipotizzare tenendo conto della differenza di età che san Filippello diacono palermitano visse negli ultimi decenni del VII secolo e nella piena prima metà dell’VIII secolo, vedendo probabilmente nascere la prima chiesa e il monastero in onore di San Filippo, suo maestro ed esempio.
Il monaco Eusebio, unica ed esclusiva fonte, non aggiunge altro da quanto riportato, tutte le altre notizie sono congetture postume non documentabili, alcune nate dopo quasi un millennio dalla sua data di esistenza oggi ipotizzata dagli agiografi. Così, secondo una tradizione non documentata, morti i genitori san Filippello, avrebbe fatto ritorno ad Agira. Se ciò avvenne fu dopo la morte di San Filippo.
Da quanto è possibile desumere dalla Vita di Eusebio San Filippello costruì a Palermo una chiesa che può verosimilmente identificarsi con quella a Palermo vicino Ballarò preesistente alla Casa Professa della Compagnia di Gesù.
Le reliquie
San Filippo diacono palermitano morì il 12 maggio in un anno imprecisato della prima metà dell’VIII sec., in coincidenza della ricorrenza della morte di San Filippo il Grande. Le sue ossa per secoli hanno riposato vicino a quelle del suo maestro e a quelle di San Eusebio, compagno e agiografo di San Filippo, e San Luca Casali. Esse sono state rinvenute nell’ultimo quinquennio del 1500, riconosciute autentiche canonicamente nel luglio del 1604 da mons. Filippo Giordì, e poste il 15 luglio del 1617 nella attuale cassa di argento, costata alla Giurazia dell’Universitas agirina ben 1500 scudi.
Il culto
Il culto di san Filippello a Palermo e ad Agira, presente ab immemorabili tempore, si è maggiormente intensificato dopo l’inventio delle reliquie. A Palermo San Filippello, come si ricava dal Lectionarium ad usum Sanctae Metropolitanae Ecclesiae Panormitanae (XV sec.), era festeggiato in cattedrale il giorno 12 maggio con San Filippo il Grande, prima del ritrovamento delle reliquie.
Nel 1611 per decisione  del cardinale Giannettino Doria fu iscritto nel calendario palermitano e la sua festa traslata al 12 giugno. Per il culto ab immemorabili tributatogli a Palermo e ad Agira, la sua santità è stata riconosciuta indirettamente dal papa Benedetto XIV, in una lettera all’arcivescovo di Messina inviata da Roma il 27 febbraio 1747 nel suo  settimo anno di pontificato, parlando di San Luca Casali di Nicosia.
a) Palermo
Nel 1887 su esplicita richiesta alla Sacra Congregazione dei Riti da parte dell’arcivescovo di Palermo cardinale Michelangelo Celesia, il pontefice Leone XIII confermò il suo culto. Per qualche anno la sua festa fu celebrata il 3 ottobre, per poi ritornare al 12 giugno, giorno nel quale ancora oggi si festeggia. Nella chiesa di Palermo dedicata a San Francesco di Assisi, come riporta  già il Mongitore, è posta già dagli inizi del XVII secolo, la statua di San Filippello con gli altri sette santi del culto palermitano.
b) Il culto agirino
Il culto di San Filippo diacono ad Agira,  ha il suo centro, da almeno sette secoli, cioè  dagli inizi del XIV secolo, nella chiesa del SS. Salvatore,  che lo celebra autonomamente il 12 giugno, ma risulta associato da lunghissimo tempo alla complessa ritualità delle manifestazioni in onore del Patrono di Agira, San Filippo il Grande. Nella chiesa del SS. Salvatore l’intera navata sinistra è a lui dedicata. Da qui il I maggio di tutti gli anni (è documentato con atto notarile del 1584 e presente nella memoria delle persone più anziane) la statua e le reliquie  di San Filippo Diacono Palermitano processionalmente venivano trasportate nella chiesa di San Filippo per essere esposte alla venerazione dei fedeli, per poi, conclusi i festeggiamenti in onore del Patrono, fare ritorno al SS. Salvatore nel giorno della Pentecoste.
Nell’abside di questa navata la statua di San Filippello campeggia , con la cassa più antica delle reliquie, sopra l’altare che è sormontato dall’immagine con volto e mani nere di San Filippo di Agira, circoscritta da una artistica cornice di alabastro scolpita dallo scultore agirino Filippello de Anna. Il paliotto dell’altare in marmo bianco porta scolpito in leggero bassorilievo il momento della morte del Palermitano, raffigurato nella inconografia sempre giovane con la tunica e con in mano il giglio, simbolo della purezza.
(Autore: Salvatore Longo Minnolo © - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Filippo di Palermo, pregate per noi.


*Beata Florida Cevoli - Religiosa (12 giugno)

11 novembre 1685 - 12 giugno 1767
Martirologio Romano:
A Città di Castello in Umbria, Beata Florida (Lucrezia Elena) Cevoli, vergine dell’Ordine delle Clarisse, che, sebbene coperta di piaghe in tutto il corpo, svolse con laboriosità e solerzia i compiti a lei affidati.
Lucrezia Elena Cevoli nasce a Pisa l'11 novembre 1685, figlia del conte Curzio e della contessa Laura della Seta.
Appena diciottenne, nella primavera del 1703, Lucrezia decide di entrare nel monastero delle Clarisse Cappuccine di Città di Castello.
In pochi credono che Lucrezia, abituata ad una vita agiata e benestante, potesse superare le durezze di una vita quale è quella dettata dalla regola di S. Chiara. Certo l'impatto con il monastero
fu molto duro, le monache le sembravano demoni e anche la maestra S. Veronica Giuliani non era molto intenzionata a riceverla.
Ma la sua vocazione vera ed autentica contribuì non solo a superare il difficile momento dell'ambientamento ma rafforzò la volontà e la costanza della sua scelta.
L'8 giugno del 1703 iniziò il periodo di noviziato, il 10 giugno del 1705 emise la professione solenne dei voti e prese il nome di Florida.
Tra i primi incarichi dati a suor Florida figura quello di "rotara", incarico che veniva dato a suore esperte e dalla notevole personalità, a Florida fu assegnato proprio per la sua personalità, per la sua capacità di avere polso e capacità di governo. Una delle testimoni diceva infatti: "suor Veronica era buonissima per far orazione, suor Florida aveva più spirito e più coraggio".
Per i motivi sopra descritti nel 1716 quando Veronica Giuliani divenne badessa, suor Florida venne eletta vicaria, per molti anni svolse il suo incarico seguendo in particolare la vita quotidiana, le sue piccole e grandi difficoltà e curando soprattutto i rapporti umani.
Alla morte di Veronica nel 1727, divenne badessa Florida e guidò il monastero fino al 1736.
Suscitava molta meraviglia il fatto che pur provenendo da una famiglia aristocratica, spesso si prestava a svolgere i lavori più umili.
Fu colpita da un erpete che per circa vent'anni gli arrecò un fastidioso prurito, sofferenza che affrontò con grande naturalezza e soprattutto senza far notare agli altri la propria sofferenza.
Suor Florida fu tra le promotrici della causa di beatificazione della sua maestra Veronica Giuliani, nel 1753 decise di erigere un nuovo monastero proprio nella casa dei Giuliani a Mercatello sul Metauro.
Dava le direttive alle persone che seguivano i lavori, cercando di non sperperare le risorse per la costruzione del nuovo monastero e facendo tutto ciò che garantiva la minor spesa.
Dopo trentasette giorni di febbre, il 12 giugno 1767, suor Florida morì, venne ricordata da tutti per la sua vita straordinaria vissuta nella vita di ogni giorno e nell'ordinarietà di una vita vissuta secondo la regola da lei abbracciata giovanissima e dedicata interamente a Dio.
La causa di beatificazione fu iniziata nel 1838 e nel 1910 furono approvale le virtù eroiche. Venne beatificata il 16 maggio 1993 da papa Giovanni Paolo II.
Iesus amor, fiat voluntas tua! Fa, Gesù, che eternamente ti ami, e patire e morire per te io brami. Crocifisso Gesù, mio Redentore, stampatemi le vostre sante piaghe in mezzo al cuore. Chi avesse una scintilla di questo amore non sentirebbe niente di grave quanto di penoso si può mai trovare.
Pregate per me acciò cominci ad amare per questo poco che mi resta di vita, giacché nulla ho fatto finora. (b. Florida Cevoli)  
(Autore: Carmelo Randello - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Florida Cevoli, pregate per noi.


*San Gaspare Luigi Bertoni (12 giugno)

Verona, 9 ottobre 1777 - Verona, 12 giugno 1853
A diciotto anni rispose alla chiamata al sacerdozio, ma appena agli inizi del corso di teologia la città di Verona subì l’invasione straniera. Il giovane chierico si distinse per l’assistenza ai malati e ai feriti, entrando a far parte della “Evangelica Fratellanza degli Spedalieri”, fondata da don Pietro Leonardi.
Ordinato sacerdote il 20 settembre 1800, gli fu affidata la cura spirituale della gioventù, abbandonata in quegli anni di disordine politico e sociale. Nel maggio 1808 fu chiamato a dirigere spiritualmente la nascente Congregazione delle Figlie della Carità, fondate da Santa Maddalena di Canossa; giudò anche la Serva di Dio Leopoldina Naudet, fondatrice delle Sorelle della Sacra Famiglia.
Con alcuni compagni, formati nei suoi Oratori, nel 1816 iniziò, presso la Chiesa delle Stimmate di San Francesco, l’istituto religioso dei “Missionari Apostolici in aiuto dei Vescovi”, detto poi delle “Stimmate di N. S. G. C.”. Provato da continue malattie morì a Verona il 12 giugno 1853.
Etimologia: Gaspare = amabile maestro, dal persiano
Martirologio Romano: A Verona, San Gaspare Bertoni, sacerdote, che fondò la Congregazione delle Sacre Stimmate del Signore nostro Gesù Cristo, perché i suoi membri fossero missionari a servizio dei vescovi.
Fin da studente ha visto le cose mutare di continuo. La sua Verona passa dal dominio veneziano a quello francese e poi a quello austriaco.
Negli anni dello studio umanistico, ha come direttore spirituale un testimone diretto di questo
travaglio: padre Luigi Fortis, gesuita della diaspora dopo la soppressione forzosa della Compagnia di Gesù, e destinato a diventarne poi, negli anni della rinascita, il ventesimo Generale.
Gaspare non si avvia alla carriera notarile, impiego tradizionale nella sua famiglia.
Entra invece in seminario nel 1795, a 18 anni, ed è ordinato sacerdote a 23.
Per Verona intanto si preparano altre novità: nel 1801 la città verrà coinvolta nella spartizione tra Francia e Austria; quattro anni dopo passerà al Regno italico di Napoleone, e nel 1814 ricadrà sotto l’Austria.
Tra tutti questi mutamenti, la storia personale di Gaspare Bertoni sembra stingersi nella monotonia: sempre a Verona, sempre nella stessa parrocchia...
Ma in quel suo angolino c’è uno straordinario dinamismo.
Dirà di lui Papa Paolo VI: "Si prodiga per i concittadini curando le piaghe lasciate dalla guerra; e avendo avvertito l’urgenza di curare la gioventù, che vedeva in balia di sé stessa, priva diformazione, egli, nella povertà e umiltà più assoluta, raccoglie ragazzi e giovani nel suo primo oratorio, che sorge col nome di Coorte mariana".
L’oratorio, e poi la scuola gratuita. Ecco pronto il nuovo strumento formativo, di cui il regime napoleonico intuisce presto la forza innovativa, decidendo di sopprimerlo.
Anche se poi la storia sopprimerà il regime napoleonico, mentre gli oratori si moltiplicheranno, dappertutto.
Gaspare Bertoni è un eccezionale formatore di sacerdoti, sia come padre spirituale in seminario, sia come maestro in casa sua, negli incontri o nelle “conferenze”.
Gli bastano la cultura, la parola, l’esempio. E quale esempio: insegna e sprona dal suo letto di malato per vent’anni, tra sofferenze e continui interventi chirurgici.
Nel 1816 ha fondato presso la chiesa delle Stimmate i Missionari Apostolici, detti appunto Stimmatini, come forza evangelizzatrice a disposizione dei vescovi.
E questa forza è viva anche oggi, in Italia e nel mondo, dove c’è "urgenza di curare la gioventù", come ha detto Paolo VI.
Nell’Ottocento ha avuto grande valore la presenza degli Stimmatini, in momenti difficili, accanto ai missionari africani di Comboni, il quale in gioventù aveva ascoltato, al capezzale di Gaspare Bertoni, il “preventivo” del suo impegno per la “Nigrizia”: "Nessuna delicatezza è concessa a chi si è rivestito di Cristo crocifisso".
Alla sua morte, Gaspare Luigi Bertoni è stato sepolto nella chiesa veronese delle Stimmate. Il 1° ottobre del 1989 Giovanni Paolo II lo ha proclamato Santo.
(Autore: Domenico Agasso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Gaspare Luigi Bertoni, pregate per noi.  


*Beato Guido da Cortona - Sacerdote (12 giugno)

Cortona, 1185/90 – Cortona, 1247/50
Frate minore accolto nell’ordine da san Francesco stesso nel 1121, fu da lui autorizzato al sacerdozio e alla predicazione. Visse nell’eremo delle Celle, nei pressi di Cortona, del cui convento fu il fondatore. Ebbe ancora vivente fama di santità.
Etimologia: Guido = istruito, dall'antico tedesco
Martirologio Romano: A Cortona in Toscana, Beato Guidone, sacerdote, che, discepolo di San Francesco, passò la vita in digiuni, povertà e umiltà.
Cortona diede i natali al Beato Guido Pagnottelli intorno all’anno 1187: nell’antichissima città etrusca il giovane visse una fanciullezza serena e spensierata, anche grazie alla condizione familiare discretamente agiata.
Quand’era poco più che ventenne i suoi passi incrociarono quelli di Francesco d’Assisi che, da qualche tempo, visitava e predicava in molti paesi del centro Italia. Durante la visita del 1211 a Cortona, riferiscono le antiche cronache, il santo frate venne ospitato, con un compagno, proprio da Guido.
Il giovane, come era accaduto ad altre persone, conquistato dall’ideale francescano, donò i propri beni ai poveri abbandonando tutto per farsi frate. Ricevette il saio nelle pieve di Santa Maria, fondando, così, la prima comunità francescana della città che si stabilì nel preesistente eremo delle
“celle”. Qui, in un ambiente naturale straordinario, fece il suo noviziato e visse da anacoreta presso il vicino ponte, partecipando sempre, però, all’ufficio in coro con la comunità. Avendo una certa istruzione, il giovane fu ordinato in breve tempo sacerdote, con gran beneficio di Cortona e dei paesi circostanti. S. Francesco parlò sempre in termini entusiastici di Guido e lo mandò a predicare anche ad Assisi.
Nella “legenda” del Beato, scritta da un contemporaneo poco dopo la sua morte, sono narrati fatti eccezionali: la farina moltiplicata, l’acqua mutata in vino, il paralitico guarito e una ragazza recuperata viva da un pozzo.
Una visita commovente a Guido fu fatta, da parte di S. Francesco, nell’estate del 1226, poco prima della sua morte. Il Santo, dopo essere stato ospite da S. Chiara, a Siena e a Rieti, sofferente di gravi malanni e con seri problemi di vista, andò pure, brevemente, con frate Elia a Cortona.
Fedele agli insegnamenti del maestro, Guido ne ricevette l’ultima “visita” quando era già morto da vent’anni. Da lui conobbe che presto avrebbe ricevuto in cielo il premio dei giusti. Il fedele discepolo morì con il nome di Francesco sulle labbra nell’anno 1245.
Considerato un santo, il suo corpo fu sepolto nella pieve di Santa Maria, in un marmoreo sarcofago romano del II secolo d.C. (oggi conservato nel museo diocesano).
Per proteggerla durante alcune invasioni, la testa fu nascosta in un pozzo, ma venne posta successivamente in una teca d’argento.
Nel 1945, pensando fosse vuoto, fu aperto il sarcofago. Vennero invece rinvenute le reliquie di Guido che, ricongiunte finalmente alla testa, furono collocate nell’altare a lui dedicato in cattedrale (l’antica pieve di S. Maria).
La sua memoria liturgica è fissata al 12 giugno.
(Autore: Daniele Bolognini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Guido da Cortona, pregate per noi.


*San Leone III - 96° Papa (12 giugno)

Nato a Roma - Roma, 12 giugno 816
(Papa dal 27/12/795 al 12/06/816)
Romano, il 25 dicembre dell' 800, in San Pietro, incoronò e consacrò Carlo Magno imperatore. Nell'809, fece introdurre nel Credo la formula: "qui ex Patre Filioque procedit", relativa alla Spirito Santo.
Martirologio Romano: A Roma presso San Pietro, San Leone III, Papa, che conferì a Carlo Magno, re dei Franchi, la corona del Romano Impero e si adoperò con ogni mezzo per difendere la retta fede e la dignità divina del Figlio di Dio.
Nativo di Roma, fu il primo Papa ad essere eletto alla dignità pontificia, dopo che il regno dei Franchi prese ad esercitare sul nuovo stato ecclesiastico, una forma di protezione che garantiva la sicurezza interna ed esterna, mentre il Papa assumeva la figura di gran sacerdote, che prega per il popolo cristiano, affinché abbia sempre vittoria su tutti i nemici di Dio.
Leone III dopo la consacrazione avvenuta il 27 dicembre 795, comunicò a Carlo Magno la morte del suo predecessore Adriano I e quindi la sua consacrazione, gli mandò il vessillo della città di Roma, in segno di ossequio e le chiavi della Confessione di San Pietro con l’invito a mandare un suo rappresentante alla cerimonia del giuramento di fedeltà del popolo romano.
Dovette occuparsi della questione dell’adozionismo teoria sostenuta principalmente dai vescovi spagnoli Felice di Urgel e Elipando di Toledo, questi dicevano che Gesù Cristo come uomo non era il vero Figlio di Dio, ma soltanto suo figlio adottivo.
La questione, già discussa sotto il pontificato del predecessore Adriano I, finì per essere condannata nei sinodi di Ratisbona del 792 e Francoforte del 794, ma Felice volendo discolparsi, si appellò a Carlo Magno, l’intervento del re fece sì che il Papa convocasse nell’autunno 798 un sinodo a Roma, in cui fu confermata la condanna delle tesi di Felice.
Carlo Magno allora invitò il vescovo alla sua corte di Aquisgrana dove lo confrontò con il grande erudito Alcuino, disputa che durò sei giorni, alla fine dei quali il vescovo Felice riconobbe l’errore, il
re comunque gli tolse l’incarico e lo affidò alla sorveglianza dell’arcivescovo di Lione; essendo ottantenne l’altro vescovo sostenitore dell’eresia, questa decadde per mancanza di altri sostenitori.
Altra questione che interessò il suo pontificato, fu quella del Filioque che vedeva in contrapposizione le due Chiese di Oriente ed Occidente.
Nel simbolo o credo Niceno-Costantinopolitano, c’è riguardo la progressione dello Spirito Santo, l’espressione “qui ex Patre procedit”, cioè che procede dal Padre.
In Occidente però dal 589 in poi, dal concilio di Toledo, si usava aggiungere la parola Filioque, cioè che lo Spirito Santo procede non solo dal Padre ma anche dal Figlio, così da poter precisare l’uguaglianza e la stessa sostanza delle tre persone della SS. Trinità.
Giacché in Occidente, a partire dalla Spagna, si cominciò a recitare il credo durante le celebrazioni eucaristiche, questa versione con il Filioque divenne comune a tutti i fedeli; questo si trasformò in oggetto di discordia fra Greci e Latini, provocando da ambo le parti accuse di mancanza di ortodossia, prendendo gli Atti del Concilio di Nicea come argomento interpretativo della questione.
Verso l’807 dopo un periodo di acquiescenza, il contrasto scoppiò di nuovo, questa volta a Gerusalemme fra i monaci greci e quelli latini; il Papa riaffermò il principio della progressione dello Spirito Santo dal Padre e dal Figlio e giacché i monaci latini erano dei franchi, rimise la questione a Carlo Magno, il quale convocò il sinodo di Aquisgrana dell’809 dove dopo ampia discussione, fu approvata l’aggiunta del Filioque al credo; Papa Leone III approvò la deliberazione, ma volendo essere il padre di tutti, orientali ed occidentali, non ritenne opportuno farne un obbligo per i Greci.
Papa Leone ebbe già dai primi anni del suo pontificato parecchie avversità, in particolare dai parenti del defunto Papa Adriano I, che li aveva favoriti in importanti incarichi ed uffici, quindi fomentarono un odio contro di lui che non poteva continuare a favorirli, fino al punto da organizzare un vero e proprio attentato.
Il 25 aprile 799 mentre il papa si recava a cavallo dal Laterano a S. Lorenzo in Lucina per delle funzioni, fu assalito improvvisamente da alcuni uomini armati che lo tirarono giù da cavallo e presero a maltrattarlo, cercando di accecarlo e tagliargli la lingua; il Papa cercò rifugio nella vicina chiesa, dove lo inseguirono gli assalitori; in serata fu portato prigioniero al monastero di Sant' Erasmo al Celio, dove poi i fedeli riuscirono a liberarlo e a riportarlo a S. Pietro; in seguito fu soccorso dal duca di Spoleto, Guinigi che lo condusse in salvo nella sua città.
Papa Leone III chiese l’intervento di Carlo Magno a cui si erano appellati anche gli avversari; ne seguì un processo durante il quale, il pontefice giurò solennemente di non essere colpevole dei crimini che gli venivano imputati.
Il re presente a Roma, due giorni dopo, ricevé il 25 dicembre 800 dalle mani del Papa, la corona del Sacro Romano Impero; divenuto così anche imperatore, egli poté pronunziare la sentenza di morte per questi romani attentatori, che poi per l’intervento del Papa fu commutata con l’esilio in Francia.
I contrasti fra alcune famiglie patrizie romane contro il Papa, continuarono anche dopo la morte di Carlo Magno (814), un nuovo complotto si stava organizzando, ma furono scoperti e accusati di lesa maestà e condannati a morte; il papa agì di sua propria autorità senza ricorrere al successore dell’imperatore, Ludovico, dimostrando una severità che poco si addiceva al capo spirituale della cristianità.
In ogni modo gli studiosi, pur comprendendo gli odi, i rancori, le ostilità che imperavano in quel tempo, non danno una visione benevola della sua autorità, in quanto le accuse contro di lui, sorte all’inizio del suo pontificato, si intensificarono durante i 20 anni del suo governo, fino a richiedere un pubblico giuramento; qualcosa non andava se gli animi invece di rappacificarsi si istigavano sempre più.
Fondò la Scuola Palatina da cui derivò l’Università di Parigi.
Morì il 12 giugno 816 e fu sepolto in San Pietro. La Sacra Congregazione dei Riti nel 1673, inserì il suo nome nel Martirologio Romano al 12 giugno, ma bisogna dire che nella revisione del 1963 la sua festa è stata eliminata.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Leone III, pregate per noi.


*Beato Lorenzo Maria Salvi - Passionista (12 giugno)

Roma, 30 ottobre 1782 – Capranica (VT), 12 giugno 1856
Il nome da religioso del santo ricordato oggi era Lorenzo Maria di San Francesco Saverio. Ma è noto come «l'apostolo del Bambin Gesù». Infatti, essendo stato guarito per intercessione del Divino Infante, ne fece il centro della sua predicazione.
Era solito scolpire statuine del Bambinello, che lui chiamava «il mio imperatorino» e che distribuiva con le immaginette.
Nato nel 1782 a Roma come Lorenzo Maria Salvi, nel 1801, superando le difficoltà legate al clima antireligioso del periodo post-rivoluzionario, entrò tra i Passionisti.
Li aveva conosciuti perché, dopo l'omicidio del rivoluzionario Ugo di Bassville, Pio VI aveva chiamato i religiosi per calmare gli animi.
E Lorenzo aveva sentito predicare uno di questi, Vincenzo Maria Strambi, futuro santo. Costretto a lasciare il convento per la soppressione degli ordini religiosi, esercitò il suo apostolato nel rione di Sant'Eustachio. Fino alla morte predicò missioni nel Lazio, nelle Marche, in Toscana e in Abruzzo. Morì nel 1856 a Capranica (Viterbo). È beato dal 1989. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Capranica vicino a Viterbo, Beato Lorenzo Maria di San Francesco Saverio Salvi, sacerdote della Congregazione della Passione, che diffuse la devozione al Bambino Gesù.
Alla nascita, avvenuta a Roma il 30 ottobre 1782, gli vennero dati i nomi di Lorenzo, Gaetano, Maria Salvi; fu battezzato nella parrocchia di Sant'Eustachio e cresimato in San Pietro; ricevette una buona educazione in famiglia e poi al Collegio Romano dei Gesuiti, che frequentò fino ai 17 anni.
Superate le resistenze del padre, preoccupato giustamente del clima antireligioso, scaturito in quegli anni dalla Rivoluzione Francese, Lorenzo poté dar corso alla sua vocazione alla vita religiosa, entrando il 14 ottobre 1801 nella Congregazione dei Passionisti, fondata nel 1737 da San Paolo della Croce, apostolo del Crocifisso.
Aveva conosciuto questi padri Passionisti durante un episodio drammatico che interessò Roma, avvenuto nel gennaio del 1793, a Piazza del Popolo venne assassinato, durante una sommossa, il rappresentante del governo rivoluzionario Ugo De Bassville.
Questo fatto provocò una sollevazione popolare e il papa Pio VI (che morirà prigioniero a Valence nel 1799) era molto preoccupato; per evitare spargimenti di sangue, fu chiamato il grande oratore passionista San Vincenzo Maria Strambi, il quale recatosi in piazza, parlò alla folla inferocita, riuscendo a calmare gli animi ostili.
Tra la folla c’era anche il giovane Lorenzo, il quale rimase affascinato dall’eloquenza del passionista e da quel severo abito nero, sormontato da un cuore bianco, che indossava.
Il 20 novembre 1802 Lorenzo Gaetano Maria emise i voti cambiando il nome in Lorenzo Maria di s. Francesco Saverio, venendo consacrato sacerdote il 29 dicembre 1805 a Roma.
Intanto il nuovo papa Pio VII nel luglio 1809 viene condotto prigioniero in Francia dal prepotente Napoleone, il quale il 25 agosto 1809 firma un decreto di soppressione degli Ordini religiosi e tutti gli Istituti vengono chiusi; nel 1810 anche padre Lorenzo Maria fu costretto a lasciare il convento e si dedicò al ministero sacerdotale nella chiesa di S. Maria nel rione di S. Eustachio.
Alquanto travestito, era proibito l’abito religioso, svolse il suo ministero nei vicoli e stradine fra la gente, per mantenere accesa la fede. Nel 1811 è a Pievetorina (MC), dove con il permesso dei superiori si era ritirato e dove la vita religiosa non era ostacolata, trovandosi a suo agio tra preghiera, studio e predicazione.
Dopo la caduta di Napoleone e il ritorno del papa Pio VII a Roma (24 maggio 1814) anch’egli ritornò in città e dal 1815 fino alla morte fu impegnato in attività missionaria, tipica dell’Ordine dei Passionisti, che lo vide ininterrottamente girare nel Lazio, Marche, Toscana e Abruzzo.
I biografi raccontano che nel 1812 gli apparve Gesù Bambino, che lo guarì da una grave malattia; da quel momento si impegnò con voto, a diffondere la devozione al Bambino Gesù e con l’immagine del Bambinello che lui chiamava, “il mio imperatorino” operava vari miracoli; su questa devozione scrisse anche vari libri; durante una predica a Caprarola (VT) mentre parlava di Gesù Bambino, cominciò a piangere senza freno al punto che dovette interrompere per quel giorno.
Fu chiamato “l’apostolo di Gesù Bambino”, scolpiva personalmente statuine del Bambinello che distribuiva, come pure le immaginette devozionali stampate; è da annoverarsi fra i grandi innamorati di Gesù Bambino e del Natale, come San Francesco d’Assisi, Sant'Antonio di Padova, San Paolo della Croce, Sant'Alfonso M. de’ Liguori.
Ricoprì la carica di superiore nelle Case del suo Istituto, a Terracina, Monte Argentario, Todi, Roma, Vetralla. Morì il 12 giugno 1856 a Capranica (VT) in casa dei signori Porta, benefattori dei Passionisti, acclamato dal popolo come un Santo.
Le sue spoglie riposano nella chiesa di Sant'Angelo a Cura di Vetralla (VT); la causa per la sua beatificazione fu introdotta il 28 febbraio 1923; la cerimonia di beatificazione officiata da Papa Giovanni Paolo II, è avvenuta il 1° ottobre 1989; la sua festa è al 12 giugno.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Lorenzo Maria Salvi, pregate per noi.


*Beata Maria Candida dell'Eucaristia - Carmelitana Scalza (12 giugno)

Catanzaro, 16 gennaio 1884 - Ragusa, 12 giugno 1949
Nata il 16 gennaio 1884 a Catanzaro, Maria Barba (che entrando nel Carmelo prenderà il nome di Maria Candida dell'Eucaristia) visse poi fino a 35 anni a Palermo.
A 14 anni, come consuetudine per la ragazze dell'epoca, interruppe gli studi. Un anno dopo iniziò il suo cambiamento e la sua profonda venerazione per l'Eucaristia fino all'estasi. Rimase però in famiglia per altri vent'anni, divenendone il sostegno.
A 35 anni, finalmente, su consiglio dell'arcivescovo di Palermo, cardinale Lualdi, entrò nel monastero della Carmelitane scalze di Ragusa.
Scelta che aveva maturato dopo la lettura della "Storia di un'anima" di Santa Teresa di Lisieux.
Il distacco dalla famiglia fu straziante; i fratelli non andarono neppure a salutarla. Fu priora del monastero dal 1924 al 1947. Restaurò tre antichi monasteri in Sicilia e fu l'artefice del ritorno dei Carmelitani scalzi sull'isola nel 1946. Incaricata di fondare un nuovo Carmelo a Siracusa, non vide l'opera competa. Morì, infatti, il 12 giugno del 1949.
Martirologio Romano: A Ragusa, Beata Maria Candida dell’Eucaristia Barba, vergine dell’Ordine delle Carmelitane Scalze, che, dando prova di profonda osservanza della vita consacrata e della regola, si dedicò attivamente alla costruzione di nuovi monasteri.
Il suo nome da laica era Maria Barba, nacque a Catanzaro da una famiglia di origine siciliana, il 16 gennaio 1884; ritornata la famiglia in Sicilia, frequentò il Collegio di Maria al Giusino a Palermo; verso i 15 anni, avvertì la chiamata alla vita religiosa, dopo aver trascorso un breve periodo dedito alle vanità, tipiche dell’adolescenza femminile.
Pensò di orientarsi verso le suore della Visitazione, ma poi scelse le Carmelitane; ma non poté realizzare subito questo suo desiderio, per motivi di famiglia, anzi trascorsero molti anni, perché
solo nel 1919, a 35 anni, su consiglio dell’arcivescovo di Palermo Lualdi, poté entrare fra le Carmelitane Scalze di Ragusa.
Il distacco dalla famiglia di cui era stata il sostegno, fu straziante, i fratelli non andarono neppure a salutarla.
Il 16 aprile 1920 iniziò il Noviziato con il nuovo nome di Maria Candida dell’Eucaristia, un anno dopo emise i primi voti e il 23 aprile 1924 quelli solenni.
Benché fossero passati solo pochi mesi dai voti, fu eletta priora con una speciale dispensa il 10 novembre 1924, carica che le fu confermata ripetutamente nel 1927, 1933, 1937, 1940, 1944.
Inoltre negli anni 1930-33, quando non fu priora, ebbe il compito di sagrestana e maestra delle novizie; restaurò tre antichi monasteri in Sicilia e fu l’artefice del ritorno dei Carmelitani Scalzi nel 1946 nell’isola; incaricata di fondare un nuovo Carmelo a Siracusa, non riuscì a vedere l’opera completata.
Dal 1947 ritornò fra le sue consorelle a vivere in ubbidienza la vita del chiostro; due anni dopo nel 1949 fu colpita da un carcinoma al fegato, malattia mortale che si accompagnò con una lunga sofferenza, molto dolorosa per Maria Candida dell’Eucaristia, la quale sopportò il lungo martirio, con nobiltà d’animo, rassegnazione alla volontà di Dio e raccolto silenzio, dando un fulgido esempio alla Comunità delle Carmelitane Scalze, del senso teresiano dell’oblazione amorosa delle sofferenze, che con gioia venivano donate a Dio per la Chiesa e per le anime tribolate.
Alle religiose che l’assistevano, le invitava a ringraziare Gesù per il suo martirio, da lei definito “carezza della misericordia infinita”, di cui non era degna.
Si dichiarava “beatissima, felicissima” del suo dolore e negli ultimi giorni, quasi agonizzante volle “immolarsi a Gesù con tutta felicità”, affermando con serenità “Non mi pento d’essermi data a Gesù”, le sue ultime parole furono d’invocazione a Maria, suo grande amore.
Morì consumata dalla malattia il 12 giugno 1949, nel suo convento di Ragusa.
Donna d’intensa spiritualità, vissuta in umiltà e semplicità, Maria Candida con il candore proprio del suo nome, seppe incarnare in sé l’immagine della vera figlia di Santa Teresa d’Avila, la grande riformatrice del Carmelo, la cui vita è proiettata tutta al compimento totale dei suoi doveri, sia piccoli che grandi, per il bene della Chiesa, dei sacerdoti e di tutti i peccatori.
La sua spiritualità fu tutta centrata nell’Eucaristia e su Maria, Madre di Gesù; fra le sue affermazioni c’è quella di essere “rinvenuta” quando aveva trovato e scoperto il mistero dell’Eucaristia e diceva: “Tu solo mi hai fatto felice; ora so dov’è la gioia, il sorriso.
Vorrei additarti al mondo intero, o fonte di felicità, o paradiso.
Vorrei trascorrere la vita ai tuoi piedi, vorrei vederti assediata o divina Eucaristia, da tanti cuori”.
E davanti all’Eucaristia in preghiera, veramente si trasfigurava, offrendo di sé l’immagine dell’adoratrice in spirito e verità.
Verso la Madonna aveva un’eccezionale fervore, perché Maria Candida la ringraziava considerando “da te ho avuto l’Eucaristia”, avrebbe voluto dire a tutto il mondo la sua esperienza interiore: “L’amore a Maria vi darà l’amore a Gesù”.
Il suo programma di suora, al quale con il sorriso fu sempre fedele con eroismo, risulta anche attraverso i suoi tanti scritti:
“Ho sempre aspirato di dare al mio Dio il massimo di purezza, il massimo di amore, il massimo di perfezione religiosa”.
La sua particolare adesione allo spirito carmelitano di Santa Teresa di Gesù, le ha procurato sia in vita che dopo morta, una fama di santità eccezionale, che con le innumerevoli grazie attribuite alla sua intercessione, fecero introdurre la causa per la sua beatificazione il 15 ottobre 1981. È stata beatificata a Roma il 21 marzo 2004 da Papa Giovanni Paolo II.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Maria Candida dell'Eucaristia, pregate per noi.


*Beata Mercedes Maria di Gesù - Fondatrice (12 giugno)

Baba (Los Ríos) Ecuador, 1828 – Riobamba (Ecuador), 12 giugno 1883
Etimologia:
Mercedes = in onore della Madonna della Mercede
Martirologio Romano: A Rivibamba in Ecuador, Beata Mercedes Maria di Gesù Molina, vergine, che fondò una comunità religiosa per dare accoglienza e istruzione alle ragazze orfane e povere e strappare le donne alla prostituzione, garantendo loro una nuova vita di grazia.
Mercedes Molina nacque a Baba (Los Ríos in Ecuador) nel 1828, si trasferì in seguito a Guayaquil e dopo la morte dei genitori si diede ad una vita abbastanza mondana.
Subì un grave incidente cadendo da cavallo e in seguito a ciò, ritornò ad una vita più religiosa e ad una aspra penitenza; emessi i tre voti privati, si dedicò alla cura delle fanciulle orfane ed abbandonate e poi collaborò con i padri Gesuiti impegnati nella evangelizzazione dei feroci indios ‘jíbaros’.
E quando i gesuiti dovettero partire da Guayaquil, fu costretta a lasciare la Missione, andandosi a stabilire definitivamente a Riobamba, qui il 14 aprile 1873 prese i voti nelle mani del vescovo, fondando l’Istituto delle “Suore di S. Maria Anna di Gesù”, che aveva lo scopo della cura delle
orfanelle, di dare asilo alle convertite ed alle ragazze in pericolo, l’assistenza alle carcerate.
Visse ed operò nell’esercizio delle virtù cristiane, sopportò con gioia ed accettazione, sofferenze e tribolazioni, finché morì nella pace del Signore il 12 giugno 1883, nel suo Istituto di Riobamba.
Tre anni dopo fu iniziato il primo processo per la sua beatificazione, che si interruppe per lungo tempo per cause politiche e per opera di persone contrarie alla sua Istituzione.
Il processo fu ripreso nel 1929; la causa fu introdotta l’8 febbraio 1946, il decreto sulle sue virtù si ebbe il 27 novembre 1981.
Il 9 giugno 1984 venne riconosciuto un miracolo attribuito alla sua intercessione e il 1° febbraio 1985, Papa Giovanni Paolo II l’ha beatificata a Guayaquil, durante il suo viaggio apostolico in Ecuador.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Mercedes Maria di Gesù - Fondatrice, pregate per noi.


*Sant'Odolfo (12 giugno)
m. 865 circa
Martirologio Romano:
A Utrecht in Lotaringia, nell’odierna Olanda, Sant’Odolfo, sacerdote, che evangelizzò i Frisoni.

Biografia

Nato nel Brabante, si recò a Utrecht, alle dipendenze di san Federico di Utrecht, e fu mandato a evangelizzare le popolazioni frisone, con grande successo.
Fondò il monastero agostiniano di Stavoren. Morì a Utrecht nell'865 circa, e i suoi resti furono portati a Staveren.
Culto
Parte delle sue reliquie furono rubate da pirati, nel 1034.
Il vescovo Ælfward di Londra intercettò i pirati, li convertì e si fece consegnare le reliquie, che furono poi sepolte nell'abbazia di Evesham.
Anni dopo, la regina Edith, moglie di Edoardo il Confessore, chiese parte delle reliquie di Sant'Odolfo per la sua collezione: quando i monaci aprirono il reliquiario, divenne cieca e riacquistò la vista solo quando la reliquia tornò al suo posto.
La festa di Sant'Odolfo ricorre il 12 giugno.  
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Odolfo, pregate per noi.


*Sant'Odulfo di Utrecht - Monaco (12 giugno)

Educato alla scuola di Utrecht, distribuì i suoi beni ai poveri per vestire l’abito monastico nel monastero di San Martino a Utrecht.
Dedicatosi per ordine del vescovo Federico alla cura pastorale nella chiesa di Stavoren, dopo un’attività molto fruttuosa ritornò al suo monastero.
Morì intorno all’anno 855 e il suo culto si estese presto in Olanda e in Belgio.
Le spoglie furono in seguito trasportate da Utrecht, dove comunque rimase una reliquia, a Stavoren e di qui verso il 1034 a Londra e all’abbazia di Evesham.
L’Ordine Benedettino lo festeggia il 12 giugno.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Odulfo di Utrecht, pregate per noi.


*Sant'Onofrio - Eremita (12 giugno)

Etimologia: Deriva dal latino Omuphrius, tratto dal copto Uenofre, significa
Martirologio Romano: In Egitto, Sant’Onofrio, anacoreta, che visse piamente per sessant’anni nelle vastità del deserto.
Pafnuzio, monaco in Egitto nel V secolo, desideroso di incontrare gli anacoreti del deserto, per conoscere la loro vita e la loro esperienza eremitica, di cui tanto si parlava in quel tempo e in quella zona, si inoltrò dunque nel deserto alla loro ricerca.
Dopo due tappe fatte in 21 giorni, sfinito si accasciò a terra; vide allora apparire una figura umana di terribile aspetto, ricoperta da capo a piedi solo dai lunghi capelli e da qualche foglia.
Questo abbigliamento era solito negli anacoreti, che abituati a star soli e visti solo dagli angeli, alla fine facevano a meno di un indumento difficile a procurarsi o a sostituire lì nel deserto.
Inizialmente spaventato, Pafnuzio cercò di scappare, ma la figura umana lo chiamò dicendogli di restare, allora egli capì di aver trovato chi cercava, era un anacoreta.
Stabilitasi una fiducia reciproca, cominciarono le confidenze, l’eremita disse di chiamarsi Onofrio e stava nel deserto da 70 anni e di non aver mai più visto anima viva, si nutriva di erbe e si riposava
nelle caverne; ma inizialmente non fu così, aveva vissuto in un monastero della Tebaide a Ermopolis, insieme ad un centinaio di monaci.
Ma desideroso di una vita più solitaria sull’esempio di San Giovanni Battista e del profeta Elia, lasciò il monastero per dedicarsi alla vita eremitica; inoltratosi nella zona desertica con pochi viveri, dopo alcuni giorni incontrò in una grotta un altro eremita, cui chiese di iniziarlo a quella vita così particolare.
L’eremita l’accontentò e poi lo accompagnò in un posto che era un’oasi con palmizi, stette con lui trenta giorni e poi lo lasciò solo, ritornandosene alla sua caverna.
Una volta l’anno l’eremita lo raggiungeva per fargli visita e confortarlo, ma in una di queste visite, appena arrivato si inchinò per salutare e si accasciò morendo; pieno di tristezza Onofrio lo seppellì in un luogo vicino al suo ritiro. Onofrio poi racconta a Pafnuzio di come si adattava al cambio delle stagioni, di come resisteva alle intemperie e di come si sosteneva, un angelo provvedeva quotidianamente al suo nutrimento, lo stesso angelo la domenica gli portava la santa Comunione.
Il miracolo dell’angelo fu visto pure da Pafnuzio che Onofrio condusse al suo eremo di Calidiomea, il luogo dei palmizi.
Continuarono le loro conversazioni spirituali finché il Santo anacoreta disse: “Dio ti ha inviato qui perché tu dia al mio corpo conveniente sepoltura, poiché sono giunto alla fine della mia vita terrena”.
Pafnuzio propose ad Onofrio di prendere il suo posto, ma l’eremita rispose che non era questa la volontà di Dio, egli doveva ritornare in Egitto e raccontare ciò di cui era stato testimone.
Dopo averlo benedetto si inginocchiò in preghiera e morì; Pafnuzio ricopertolo con parte della sua tunica, lo seppellì in un anfratto della roccia.
Prima che egli partisse, una frana ridusse in rovina la caverna di Onofrio, abbattendo anche i palmizi, segno della volontà di Dio, che in quel posto nessun altro sarebbe vissuto come eremita.
La ‘Vita’ scritta da Pafnuzio, è nota anche in diverse recensioni orientali, greca, copta, armena, araba; essa ci presenta in effetti un elogio della vita monastica cenobitica e nel contempo, una presentazione dello stato di vita più perfetto: la solitudine nel deserto.
Indipendentemente dalla esistenza storica di Onofrio, la ‘Vita’ greca di Pafnuzio si conclude dicendo che il santo eremita, morì un 11 giugno, comunque Sant' Onofrio è celebrato il 12 giugno nei sinassari bizantini.
Antonio, arcivescovo di Novgorod riferisce che ai suoi tempi (1200) la testa di Onofrio era conservata nella chiesa di S. Acindino.
Il suo culto e il suo ricordo fu esteso in tutti i Paesi dell’Asia Minore e in Egitto, tutti i calendari di queste regioni lo riportano chi al 10, chi all’11, chi al 12 giugno; in arabo è l’Abü Nufar, (l’erbivoro), qualifica che gli si adatta perfettamente.
L’immagine di Sant’ Onofrio anacoreta nudo, ricoperto dei soli capelli, fu oggetto della rappresentazione figurata nell’arte, in tutti i secoli, arricchita dei tanti particolari narrati, il perizoma di foglie, il cammello, il teschio, la croce, l’ostia con il calice, l’angelo.
Il nome Onofrio è di origine egizio e significa “che è sempre felice”.
In Egitto era un appellativo di Osiride.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Onofrio, pregate per noi.


*San Placido di Ocre - Abate (12 giugno)

Martirologio Romano: Presso Ocre in Abruzzo, Beato Placido, abate, che, dapprima eremita in una grotta, radunò poi i suoi discepoli nel monastero di Santo Spirito.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Placido di Ocre, pregate per noi.

*Altri Santi del giorno (12 Giugno)
*Beati Alfonso Maria Mazurek e Compagni - Martiri
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi


 
Torna ai contenuti | Torna al menu