Santi del 12 Luglio - Istituto Aveta

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Santi del 12 Luglio

Il mio Santo > I Santi di Luglio

*Sant'Agnese Le Thi Thanh (De) - Madre di famiglia, Martire (12 luglio)

Scheda del gruppo a cui appartiene Sant'Agnese Le Thi Thanh:
"Santi Martiri Vietnamiti" (Andrea Dung Lac e 116 compagni)

Ba Den, Vietnam, 1781 - Ninh Bình, Vietnam, 12 luglio 1841
Martirologio Romano: Nella provincia di Ninh Bình sempre nel Tonchino, Sant’Agnese Lê Thị Thành (Đê), martire, che, madre di famiglia, sebbene sottoposta a crudeli torture per aver nascosto in casa sua un sacerdote, si rifiutò di rinnegare la fede e morì in carcere.
Assai difficile è sempre stato reperire notizie certe sui martiri, sin dai primi secoli dell’era crstiana, e questo problema sussiste però talvolta anche per martiri dell’epoca moderna,
soprattutto se vissuti in qualche angolo sperduto del pianeta, proprio come Santa Agnese Le Thi Thanh, di nazionalità vietnamita.
Agnese nacque nel 1781 circa a Ba Den, nei pressi di Tranh Hoa in Vietnam.
Madre di famiglia, all’età di sessant’anni anni fu imprigionato e sottoposta a crudeli torture per aver nascosto in casa sua un sacerdote.
Rifiutatasi di rinnegare la fede cristiana, morì in carcere nella provincia di Ninh Binh nel Tonchino sotto l’imperatore Thieu Tri in data 12 luglio 1841.
Agnese Le Thi Thanh fu canonizzata da Papa Giovanni Paolo II il 19 giugno 1988 con altri 116 martiri che avevano irrorato con il loro sangue la sua patria vietnamita.
Il gruppo, noto con il nome “Santi Andrea Dung Lac e compagni”, è festeggiato comunemente dal calendario liturgico latino al 24 novembre.
Sant’Agnese è invece festeggiata singolarmente al 12 luglio dal Martirologio Romano.
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria. - S.Agnese Le Thi Thanh, pregate per noi.


*Beato Andrea (Oxner) da Rinn - Martire (12 luglio)

16 novembre 1459 (?) - 12 luglio 1462
Il culto di questo martire bambino è legato all’antica leggenda dell’omicidio a scopo rituale operato da ebrei.
Della vicenda del Beato Andrea non esistono fonti scritte coeve all’evento del suo martirio.
La più antica, come si avrà modo di chiarire in seguito, risale ad oltre dieci anni dallo stesso. Il racconto dei fatti, quindi, arricchitosi nel tempo di particolari, a volte pittoreschi, è stato tramandato oralmente dalle popolazioni locali per moltissimo tempo, con tutti i limiti che una detta trasmissione comporta sulla veridicità storica dell’episodio.
Secondo la Bibliotheca Sanctorum, il piccolo Andrea Oxner nacque il 16 novembre 1459. Era figlio di Simone Oxner e di una donna di nome Maria. Aveva due anni circa quando perse il padre. La madre vedova, per rendersi la vita più facile, decise di affidare la sua giovane creatura ad uno zio, certo Meyer, albergatore a Rinn, piccola località nei pressi di Innsbruck, in Tirolo, allora in diocesi di Bressanone, nominandolo tutore del bambino.
Qualche tempo dopo, dei commercianti ebrei di Nurberg di passaggio nella locanda di questi e diretti a Posen per l’annuale fiera che vi si svolgeva (in occasione della festa del SS. Sacramento), notarono subito il piccolo Andrea decidendone di farne una loro preda. Offrirono al Meyer (che era anche padrino del bambino) una discreta somma di denaro chiedendogli di cedere loro il nipote. Il turpe mercato fu presto concluso, accordandosi che avrebbero prelevato il fanciullo al loro ritorno dalla fiera.
Venerdì 9 luglio 1462, gli ebrei, in effetti, erano di ritorno. Sostarono nuovamente a Rinn e, dopo un soggiorno di tre giorni, presero con loro il bambino, versando allo zio la somma pattuita.
Quindi, condotto il piccolo Andrea in un boschetto di betulle, non molto distante dal paese, immolarono la giovane vittima su una pietra, detta da allora “Judenstein” (pietra degli ebrei). Dopo averlo circonciso, quale ultimo sfregio, appesero il cadaverino ad un ramo di betulla, nei pressi di un ponticello. Gli omicidi, quindi, scomparvero nel nulla, non lasciando tracce. Era il 12 luglio 1462.
In quelle condizioni fu rinvenuto dalla madre, la quale provvide, senza troppi interrogativi, a dargli adeguata sepoltura nel cimitero di Ampass, villaggio vicino Rinn.
L’assassinio, tuttavia, rimase inspiegabilmente impunito né si tentò di perseguire lo zio, che accettò l’ignobile commercio. Anzi, non vi è traccia di alcuna inchiesta giudiziaria.
Fu solo tempo dopo, sotto l’episcopato di Mons. Giorgio Golser, vescovo di Bressanone dal 1471 al 1489, che l’arciduchessa Maria Cristina volle un’inchiesta, la quale fu condotta a Rinn e ad Ampass. Essa, tuttavia, non approdò ad alcun risultato concreto né lasciò significative tracce scritte.
È da notare, ad ogni modo, che non si parlò subito di martirio né si pensò di tributare al piccolo Andrea Oxner una qualche forma di culto. Fu in occasione di un analogo caso di presunto omicidio rituale, accaduto a Trento nel 1475, e riguardante il piccolo Simone, che gli abitanti di Rinn pensarono di onorare la giovane vittima tirolese con un culto pubblico, trasferendo i resti del bambino dal cimitero di Ampass alla chiesa di S. Andrea apostolo in Rinn. In quel momento fu composta, in tedesco, un’epigrafe nella suddetta chiesa, che indicava, per la prima volta, le circostanze della morte di Andrea (sino ad allora tramandate soltanto oralmente).
Sempre non contemporanei agli eventi sono anche gli Annnali Premostratensi di Wilten (Wiltinenses) nei quali si racconta della vicenda.
La fama di miracoli avvenuti sulla tomba – di cui, ad ogni modo, mancavano i caratteri dell’autenticità – attirarono numerosi pellegrini, tra i quali l’imperatore Massimiliano d’Asburgo (morto nel 1519).
Sul luogo del delitto fu successivamente (1620) edificata una cappella – su interessamento di un medico di Hall, certo Ippolito Guarinoni, autore anche di un bizzarro libro sul Beato.
In tale nuovo edificio, in seguito, sedente sulla cattedra episcopale di Bressanone Mons. Paolino Mayr (1677-1685), furono traslati i poveri resti del fanciullo.
Da fonti storiche si sa che, nel 1722, il giorno della sua festa, cioè il 12 luglio, si celebrava in onore del martire la messa votiva dei Santi Innocenti.
Nel 1750 (o, secondo altre fonti, l’anno successivo) il vescovo di Bressanone e l’abate dei Premostratensi di Wilten indirizzarono a papa Benedetto XIV Lambertini una supplica allo scopo di ottenere una messa ed un ufficio propri del beato Andrea, per il clero secolare e regolare della diocesi tirolese.
Con lettera del 27 settembre 1751, il pontefice domandò ai richiedenti di svolgere un regolare processo “de martyrio, de miraculorum fama, deque cultu immemoriali”. Tuttavia, gli istanti obiettarono che si trattava di un procedimento assai costoso, le cui spese non erano in grado di sostenere. Papa Prospero Lambertini, quindi, rinunciò alla sua richiesta, accontentandosi di quanto pubblicato dai Bollandisti nel corso del XVIII sec. e dell’opera, apparsa qualche anno prima (1745), di un certo Andrea Kempter, “Acta pro veritate martyrii corporis et cultus publici B. Andreae Rinnensis”.
In virtù di queste prove stragiudiziali, il papa accorderà il 25 dicembre 1752 una messa ed un ufficio propri, con rubriche proprie, di rito doppio, da recitarsi dal clero secolare e regolare dei due sessi nella cittadina di Rinn ed in tutta la diocesi bressanonese.
Il vescovo, quindi, chiese al papa di procedere alla canonizzazione del piccolo Andrea. Ma il pontefice non ritenne opportuno assecondare questa nuova istanza. Nell’estesa Costituzione apostolica, “Beatus Andreas”, indirizzata all’allora promotore della fede, Benedetto Veterani, risalente al 22 febbraio 1755, il saggio pontefice, pur confermando il culto del piccolo tirolese, spiegava le ragioni per le quali una siffatta canonizzazione, che era senza precedenti nella storia della Chiesa, dovesse ritenersi moralmente impossibile.
Il culto del Beato, infatti, conservava nel tempo i suoi caratteri d’origine, nato com’era su base spontanea, senza un’adeguata e sicura documentazione scritta contemporanea ai fatti. Basti solo
pensare, a questi fini, che l’epigrafe della fine del XV secolo, ricordata sopra come la prima fonte scritta dell’episodio (e comunque ad esso posteriore di oltre un decennio!), nel 1620, era già pressoché illeggibile.
Non si trattò, pertanto, di una vera e propria beatificazione, ma di una “beatificazione equipollente”, come scrisse Benedetto XIV. Conseguentemente, rimarcava quel Papa, la Suprema Autorità della Chiesa non si riteneva formalmente vincolata dal culto del Beato Andrea.
Con il caso di Andrea da Rinn, perciò, fu dato dalla Chiesa un esempio dei bambini cristiani messi a morte in odio a Cristo, sebbene nelle fonti suindicate ed in special modo nei Bollandisti non si parlasse mai di “omicidio rituale”.
La tradizione, ciononostante, volle che il piccolo Andrea Oxner fosse rimasto vittima di uno dei tanti omicidi rituali di cui assai spesso furono accusati gli ebrei, in special modo nel Medio Evo.
Tali accuse devono, tuttavia, ritenersi infondate storicamente, come dimostrò lo stesso francescano Lorenzo Ganganelli (futuro papa Clemente XIV), relatore del S. Uffizio, nella sua memoria presentata il 2 marzo 1758 alla Congregazione delle Grazie, benché egli ammettesse come certi e veritieri soltanto i due casi di Andrea da Rinn e di Simonino di Trento.
Le odierne rigorose metodologie di ricerca storica, d’altronde, hanno messo in evidenza come il caso degli omicidi c.d. rituali, presuntamente perpetuati da ebrei, fossero soltanto leggende, senza alcuna prova storicamente attendibile.
Ciò ha fatto sì che la Chiesa potesse ricredersi nel suo giudizio, ritenendo gli omicidi a danno di bambini come tanti segni di violenza dei quali, ieri come oggi, sono vittime degli innocenti, ad opera di persone crudeli e senza scrupoli. Per questa ragione ed onde evitare il perpetuarsi di un’accusa non provata storicamente, nel 1985, l’arcivescovo di Innsbruck, Mons. Reinhold Stecher, disponeva il trasferimento del corpo del Beato dalla Cappella in cui si trovava dal XVII sec. al cimitero.
Nel 1994, lo stesso prelato, inoltre, aboliva ufficialmente il culto del Beato Andrea, sebbene la sua tomba continui ad essere meta di pellegrinaggi di gruppi di cattolici conservatori.
(Autore: Francesco Patruno – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Andrea da Rinn, pregate per noi.


*Sant'Arduino di Fontenelle (12 luglio)

Etimologia: Arduino = amico dell'audacia, dal sassone
Scarne informazioni ci sono state tramandate circa la figura e la vita di Sant’Arduino di Fontanelle. Nacque nel 749 ad Alvimare, villaggio dell’attuale dipartimento della Seine-Maritime, ed abbracciò poi la vita monastica nella celebre abbazia benedettina di Fontenelle, nei pressi di Rouen.
Nella cronaca dell’abbazia, quando si cita l’abate Astrulfo si fa riferimento alle memorie lasciate da Arduino, che proprio al tempo di tale abate “clericatus suscepit habitum”.
Ricevuta anche l’ordinazione presbiterale, ottenne dall’abate di condurre vita solitaria e venne rinchiuso in una cella, detta di San Saturnino, fondata da San Wandragisilo nelle vicinanze del monastero.
Sotto il governo dell’abate Gervaldo, quando ormai quasi tutti i monaci si trovavano in uno stato di grande ignoranza, venne istituita nel monastero una scuola e ad Arduino fu affidato l’insegnamento della matematica e della calligrafia. Espertissimo infatti nell’arte scrittoria, il santo lasciò alla biblioteca del monastero molti volumi scritti di suo pugno.
Il Mabillon nel suo studio “Disquisitio de cursu gallicano”, pubblicato in appendice alla “Praefatio Actis Sanctorum Ordinis Sancti Benedicti”, accennò ad un esemplare di mano d’Arduino dell’antifonario romano, inviato in Francia dal Papa Paolo I.

Durante il pontificato di Adriano I, Arduino lasciò la cella per recarsi pellegrino a Roma e, una volta ritornato, trascorse il resto dei suoi giorni nell’abbazia di Fontenelle. Morì in età assai avanzata, considerato in forte fama di santità, il 12 luglio 811. Trovò degna sepoltura nella chiesa abbaziale di San Paolo.
Oltre i volumi ricordati, il santo lasciò all’abbazia il calice d’argento, la patena ed il turibolo che conservava nella sua cella.
Il titolo di Santo attribuitogli, non sembra però attestato prima del XVII secolo, e neppure costantemente, dato che anche il Mabillon si limitò a menzionarlo quale monaco “eximiae virtutis” e “piae memoriae”. La sua memoria, oltre che nell’anniversario della morte, veniva celebrata anche il 20 aprile.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Arduino di Fontenelle, pregate per noi.


*Beato Davide Gonson (Gunston) - Cavaliere di Malta, Martire (12 luglio)

Scheda del gruppo a cui appartiene:
“Beati Martiri di Inghilterra, Galles e Scozia Beatificati nel 1886-1895-1929-1987”

Southwark, Inghilterra, 12 luglio 1541
Martirologio Romano: Presso Londra in Inghilterra, Beato Davide Gunston, martire, che, cavaliere dell’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme, non riconobbe il potere del re Enrico VIII negli affari spirituali e fu per questo sospeso al patibolo a Southwark.
Di nobile famiglia, fu cavaliere dell'Ordine di San Giovanni di Gerusalemme o di Malta; poiché quest'Ordine faceva professione di fedeltà al Papa pur possedendo abbondanti beni in Inghilterra, i cavalieri non erano ben visti dal re.
L'8 ottobre  1540 Gonson fu segnalato al consiglio privato del re per la sua professione di fede cattolica, fu tratto in arresto e chiuso nella Torre di Londra.
Nel processo gli venne imputato il fatto che a Malta ed in altri luoghi, dove aveva dimorato, aveva negata la supremazia spirituale del re ed aveva definito eretici coloro che ne approvavano e seguivano il modo di agire riguardo al Papa.
Condannato a morte, fu condotto nella prigione di Marshalsea e di là trascinato al luogo dell'esecuzione (che avvenne nel modo solito, cioè impiccagione e squartamento) a Southwark il 12 luglio 1541.
Fu beatificato nel 1929.
(Autore: Giovanni Battista Proja – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Davide Gonson, pregate per noi.


*Santi Ermagora e Fortunato di Aquileia - Martiri (12 luglio)

Ermagora è il vescovo col quale comincia il catalogo episcopale di Aquileia e non c'è ragione di dubitare di questa testimonianza.
Sarebbe vissuto verso la metà del III secolo e dopo di lui quel catalogo continua senza interruzione, nonostante qualche incertezza, fino alla soppressione della diocesi patriarcale nel 1751.
Oltre a questo, nulla sappiamo di sicuro a proposito del protovescovo.
A tale mancanza intese supplire una diffusa leggenda formatasi durante l'VIII secolo.
Essa narra che l'evangelista San Marco, inviato da San Pietro a evangelizzare l'Italia superiore, giunto ad Aquileia, vi incontrò un cittadino di nome Ermagora e, convertitolo al Cristianesimo, lo consacrò vescovo della città, avviando così l'evangelizzazione di tutta l'area mitteleuropea.
Egli vi avrebbe conclusa la sua missione con il martirio durante la persecuzione suscitata da Nerone e compagno gli sarebbe stato il suo diacono Fortunato. I due Santi sono patroni dell'arcidiocesi di Gorizia, dell'arcidiocesi e della città di Udine nonché, da pochi anni, di tutta la Regione Friuli Venezia Giulia. (Avvenire)
Patronato: Friuli Venezia Giulia, Gorizia e Udine
Etimologia: Fortunato = colui che ha buona sorte
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: Ad Aquileia in Friuli, Santi Fortunato e Ermagora, martiri.
Ermagora, vescovo di Aquileia, e Fortunato, diacono, Santi e martiri.
Ermagora è il vescovo col quale comincia il catalogo episcopale di Aquileia e non c'è ragione di dubitare di questa testimonianza. Egli sarebbe vissuto forse verso la metà del sec. III e dopo di lui quel catalogo continua senza interruzione, nonostante qualche incertezza.
Oltre a questo, nulla sappiamo di sicuro a proposito del protovescovo. A tale mancanza intese supplire una diffusa leggenda che, formatasi già durante il sec. VIII, raggiunse la sua maturità durante il secolo seguente, non senza subire aggiunte e varianti nell'età posteriore.
Essa sorse e si sviluppò nell'intento di dare un'origine apostolica alla Chiesa di Aquileia e narra che l'evangelista San Marco, inviato da San Pietro ad evangelizzare l'Italia superiore, giunto ad
Aquileia, vi incontrò un cittadino di nome Ermagora e, convertitolo al Cristianesimo, lo consacrò vescovo della città; anzi, secondo una variante, lo condusse a Roma, dove San Pietro in persona lo consacrò.
Mentre San Marco sarebbe stato inviato ad evangelizzare Alessandria, Sant’ Ermagora sarebbe stato inviato ad Aquileia ed avrebbe evangelizzata quella città e le regioni circonvicine.
Egli vi avrebbe conclusa la sua missione con il martirio durante la persecuzione suscitata da Nerone e compagno gli sarebbe stato il suo diacono Fortunato.
La loro memoria fu celebrata al 12 luglio, data nella quale sono ricordati anche nel Martirologio Romano, nella Chiesa di Aquileia ed in altre Chiese.
Nelle diverse redazioni nelle quali ci fu tramandato il Martirologio Geronimiano, i due martiri sono notati sempre sotto quella stessa data; ma è assai notevole che al primo posto sia ricordato 3. Fortunato, anzi, in qualche esemplare dello stesso Martirologio si legge soltanto il suo nome. Ci sorprende inoltre che Venanzio Fortunato nel sec. VI ricordi due volte San Fortunato in Aquileia: una volta nella Vita di San Martino: "Ac Fortunati benedictam urnam", un'altra volta in Miscellanea : "Et Fortunatum fert Aquileiam suum".
Doveva essere perciò un martire assai celebrato; invece Venanzio non fa cenno di Ermagora. Finalmente, nel Martirologio citato, accanto a Fortunato, è ricordato il secondo martire col come così deformato: Armageri, Armagri, Armigeri, secondo i diversi codici.  Che questo martire, che non è però qualificato col titolo di vescovo, sia il nostro Ermagora, non pare sia da dubitare, e che il suo nome, tutt'altro che comune, possa essere stato storpiato dai copisti, non sorprende coloro che hanno qualche familiarità col Geronimiano; sorprende invece che sia messo nel secondo posto.
Ma la spiegazione di questa anomalia potrebbe aversi nel fatto che l'estensore del Martirologio trovò in un antico elenco di martiri (o forse nello stesso Venanzio Fortunato) il nome dell'aquileiese Fortunato e vi aggiunse quello del primo vescovo aquileiese, che doveva essergli assai meno noto.
Ma c'è dell'altro: nello stesso Geronimiano troviamo, sotto il 22 o 23 agosto, ricordati per Aquileia: "sanctorum Fortunati Hermogenis", questo secondo nome deformato anche in Hermogerati, Ermodori.
Pare però evidente che questo Ermogene non è che una ripetizione di Ermagora; infatti già gli antichi Bollandisti avevano pensato ad una identificazione dei due gruppi.
Va pure notato che il 14 agosto si festeggiavano i martiri Felice e Fortunato (il secondo sempre aquilese) ai quali basti qui accennare.
(Autore: Pio Paschini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Ermagora e Fortunato di Aquileia, pregate per noi.


*San Giovanni di Blandinienberg - Abate (12 luglio)
† 675

San Giovanni è un abate di Blandinienberg a Gant in Belgio.
La storia di Gant nell’Alto Medioevo è strettamente legata alla genesi di due monasteri: quella di Blandinium (o abbazia di San Pietro) e quella di Ganda o abbazia di San Bavone.
È stato grazie l’intervento del re Dagoberto I, che Armando, missionario d’Aquitania, e i suoi compagni fondarono questi due monasteri.
Si può supporre che i religiosi dei due monasteri abbiano adottato inizialmente una regola mista, che combinava quella di San Benedetto e quella di San Colombano.
Le fonti storiche ritengono che San Giovanni, sia stato un discepolo di Sant’Amando.
Sappiamo solo che divenne abate dell’abbazia di San Pietro di Blandinienberg.
San Giovanni si ritiene che sia morto nel 675.
San Giovanni è commemorato e festeggiato nel giorno 12 luglio.

(Autore: Mauro Bonato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Giovanni di Blandinienberg, pregate per noi.


*Beati Giovanni e Caterina Tanaca - Sposi e Martiri (12 luglio)

Schede dei gruppi a cui appartengono
“Beati Mattia Araki e 7 compagni” Martiri giapponesi
“Beati Martiri Giapponesi Beatificati nel 1867-1989-2008”

+ Nagasaki, Giappone, 12 luglio 1626
Le leggi persecutorie dell'inizio del sec. XVII proibivano sotto pene severissime, l'aiuto e l'ospitalità ai missionari cristiani di origine straniera.
La famiglia Tanaca non si curò di questo pericolo, ma con molta generosità diede accoglienza nella loro casa di poveri agricoltori a molti missionari stranieri.
Essendo distante qualche miglio da Nagasaki ed in luogo non molto accessibile poteva costituire un naturale nascondiglio.
Anche il p. Bartolomeo Torres ed il suo catechista Michele Tozò trovarono rifugio presso i pii Tanaca; ma la delazione di un rinnegato o l'invidia di giapponesi vicini di casa portarono alla scoperta
dei missionari e all'imprigionamento degli stessi ospitanti.
Marito e moglie furono trasferiti nelle carceri di Omura ove soffrirono gravi pene, sottoposti a un trattamento inumano, nonostante il quale rimasero fermissimi nella fede.
Il 12 luglio 1626 venne l'ordine di trasferirli a Nagasaki per poi suppliziarli sulla collina della città, già celebre per altri martiri.
Caterina morì per decapitazione, mentre il marito Giovanni fu sottoposto alla pena del fuoco.
Il governatore Feizò volle più raffinato il supplizio: la legna, bagnata perché ardesse più lentamente, fu sistemata ad una certa distanza dal palo ove il martire era legato, in modo da farlo penare maggiormente.
Quando il fuoco ebbe bruciato le funi, Giovanni sentendosi slegato si recò presso i compagni di martirio per baciarne le mani; poi ritornato al proprio palo lentamente fu consumato.
Le ceneri vennero gettate in mare per impedirne la venerazione ai cristiani.
I due martiri furono beatificati il 6 luglio 1867.
La loro festa si celebra il 12 luglio.
(Autore: Gian Domenico Gordini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beati Giovanni e Caterina Tanaca, pregate per noi.


*San Giovanni Gualberto - Abate (12 luglio)

Firenze, 985/995 - Passignano Val di Pesa (FI) 12 luglio 1073
I dati certi sulla sua vita, al di là della leggenda, sono pochi. Monaco di San Miniato, dopo aver denunciato il proprio abate per simonia, abbandonò il convento alla ricerca di un nuovo monastero.
Giunto a Vallombrosa, un luogo isolato sull' Appennino, con l'appoggio dell'abate di Settimo, diede origine con i monaci che avevano abbandonato San Miniato, ad una comunità che si ingrandì anche per il sopraggiungere di laici da Firenze. Accettata con riluttanza la carica di abate, Giovanni fondò l'Ordine dei Vallombrosani.
Egli volle ritornare agli insegnamenti degli Apostoli, dei Padri della Chiesa, di San Basilio e di San Benedetto, accentuando gli aspetti della povertà e del lavoro manuale, impegnandosi decisamente e direttamente alla riforma dei monasteri.
Etimologia: Giovanni = il Signore è benefico, dono del Signore, dall'ebraico
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: A Passignano in Toscana, San Giovanni Gualberto, abate, che, soldato fiorentino, perdonò per amore di Cristo l’uccisore di suo fratello e, vestito poi l’abito monastico, desideroso di condurre una vita di maggior rigore, gettò a Vallombrosa le fondamenta di una nuova famiglia monastica.
Nei dintorni di Firenze il nobile Giovanni Gualberto rintraccia inerme l’assassino di suo fratello: potrebbe ammazzarlo, e invece lo perdona, riceve segni soprannaturali di approvazione ed entra nel monastero di San Miniato. Questa però è una leggenda, tramandata in versioni discordi: vera è solo l’entrata in monastero.
Ma rapida è l’uscita, quando monaci indignati gli dicono che l’abate ha comprato la sua carica dal vescovo. Via da San Miniato, via dal monastero infetto. Sta un po’ di tempo con gli eremiti di San
Romualdo a Camaldoli (Arezzo) e poi sale tra gli abeti e i faggi di Vallombrosa (Firenze).
Qui lo raggiungono altri monaci fuggiti dal monastero dell’abate mercenario; e con essi verso il 1038 crea la Congregazione benedettina vallombrosana, approvata da papa Vittore II nel 1055 e fondata su austera vita comune, povertà, rifiuto di doni e protezioni. Cioè di quei favori, di quel “patronato” che sovrani e grandi casate esercitano nella Chiesa, nominando vescovi e abati, designando candidati al sacerdozio e popolando il clero di affaristi e concubini.
"Sono afflitto da immenso dolore e universale tristezza... trovo ben pochi vescovi nominati regolarmente, e che vivano regolarmente". Così dirà papa Gregorio VII (1073-1085), protagonista dei momenti più drammatici della riforma detta poi “gregoriana”.
Ma essa comincia già prima di lui: anche in piena crisi, il corpo della Chiesa esprime forze intatte e nuove, che combattono i suoi mali: e tra queste forze c’è la comunità di Giovanni Gualberto, che si diffonde in Toscana e sa uscire arditamente dal monastero, con vivaci campagne di predicazione per liberare la Chiesa dagli indegni. A questi monaci si ispirano e si affiancano gruppi di sacerdoti e di laici, dilatando l’efficacia della loro opera, di cui si servono i papi riformatori.
Nel 1060-61 Milano ha cacciato molti preti simoniaci, e per sostituirli Giovanni Gualberto ne manda altri: uomini nuovi, plasmati dallo spirito di Vallombrosa.
Dedica grande attenzione al clero secolare; lo aiuta a riformarsi, lo guida e lo incoraggia alla vita in comune: un senso pieno della Chiesa, tipico sempre in lui e nel suo Ordine, e sempre arricchito dalla forza dell’esempio. "La purezza della sua fede splendette mirabilmente in Toscana", dirà di lui Gregorio VII.
E i fiorentini, in momenti difficili, affideranno agli integerrimi suoi monaci perfino le chiavi del tesoro della Repubblica.
Giovanni Gualberto muore nel monastero di Passignano, dopo aver scritto ai suoi monaci una lettera che spiega in chiave biblica il valore del “vincolo di carità” fra tutti. Papa Celestino III lo canonizzerà nel 1193.
I suoi monaci torneranno nel 1951 a Vallombrosa, che avevano lasciato in seguito alle leggi soppressive del XIX secolo. Nello stesso anno, Papa Pio XII proclamerà San Giovanni Gualberto patrono del Corpo Forestale italiano.
(Autore: Domenico Agasso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Giovanni Gualberto, pregate per noi.


*San Giovanni Jones - Sacerdote e Martire (12 luglio)

Scheda del gruppo a cui appartiene:
“Santi Quaranta Martiri di Inghilterra e Galles”

+ Saint Thomas Waterings, Inghilterra, 12 luglio 1598
Nato in Inghilterra e costretto ad esulare in Francia, entrò nell’ordine Francescano a Pontoise. Fu ordinato sacerdote probabilmente a Reims.
Dopo un breve soggiorno a Roma, ritornò in patria ed esercitò clandestinamente il ministero a Londra.
Arrestato e rinchiuso in carcere, sopportò spietate torture e fu condannato a morte. La sentenza fu eseguita a Saint Thomas Waterings il 12 luglio 1598.
Martirologio Romano: Sempre a Londra, San Giovanni Jones, sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori e martire, che, originario del Galles, fattosi religioso in Francia, fu condannato a morte sotto la regina Elisabetta I per essere entrato da sacerdote in Inghilterra e compì il suo martirio appeso a un laccio fino alla morte.
Appartenente ad una buona famiglia gallese rimasta fedele alla religione cattolica, il Jones nacque a Clynag Fawr, nella contea di Carnarvon ed abbracciò ben presto la vita religiosa, entrando tra i Francescani del convento di Grecnwich, che dovette tuttavia lasciare nel 1559, allorché l'ordine di soppressione, emanato dalla regina Elisabetta. colpì il convento.
Riparalo in Francia, il Jones passò ai Conventuali di Fontoise, dove ricevette la sacra ordinazione; ma da questo momento si perdono completamente le sue tracce, che si ritrovano oltre trent''anni più tardi a Roma, dove nel 1591, attratto da una maggiore perfezione di vira, chiese ed ottenne di essere accolto tra gli Osservanti del convento dell'Ara Coeli.
Dopo un anno di soggiorno romano, egli fece istanza presso i suoi superiori perché gli permettessero di tornare in Inghilterra a svolgervi attività missionaria. Ottenuta la desiderata
autorizzazione di rimpatriare, prima di lasciare Roma volle essere ricevuto in udienza dal Papa Clemente VIII, al quale espose i motivi della sua missione, implorando altresì l'apostolica benedizione, che il pontefice gli impartì volentieri accompagnandola con parole di elogio e d'incoraggiamento.
Giunto in Inghilterra, con molta probabilità verso la fine del 1592, si fermò dapprima per qualche tempo a Londra, ospite del gesuita p. Gerard, quindi allargò il campo del suo apostolato missionario, prodigandosi attivamente per il bene e la salvezza delle anime sino al 1596, allorché venne arrestato dal feroce persecutore Riccardo Topcliffc.
Gettato in prigione, fu sottoposto alle più crudeli e spietate torture nel tentativo di fargli rivelare i nomi dei suoi benefattori e dei suoi assistiti, ma sempre invano, perché non fu mai possibile fargli pronunciare una sola parola che avrebbe potuto compromettere l'incolumità di qualcuno, suscitando lo stupore e l'ammirazione degli stessi carnefici per la sua forza d'animo e la serena resistenza ai tormenti.
Durante tutto il periodo della sua cattività, il ]ones poté continuare a prodigarsi per i cattolici che sempre più numerosi si recavano a visitarlo, riuscendo persino a ricondurre alla Chiesa il beato G. Righy, un laico che per un certo tempo si era conformato al protestantesimo e che per il suo pentimento sarà martirizzato nel 1600. Processato, infine, dopo due anni di detenzione il 3 luglio 1598, e condannato a morte perche sacerdote, venne giustiziato il 12 seguente a St. Thomas Waterings (Souihwark).
Un'esatta e circostanziata relazione del suo martirio ci è stata conservata in una lettera del gesuita H. Garnet (1555-1606) al generale dell'Ordine Claudio Acquaviva, scritta tre giorni dopo l'esecuzione del Jones, il quale vi è sempre chiamato con il suo nome di religione Godfrey Maurice (pubblicata da Diego de Yepes, llisloria particular de la perse-cuciati de Ingldtcrra, Madrid 1599, pp. 710-13).
Il Chulloner ed altri autori posteriori confondono il martire francescano con il benedettino Robert Buckley, che fu rinchiuso nelle prigioni di Marshalsea(1582-15S4)edi Wisbach (1587), tratti in inganno dallo stesso nome di Buckley usato dal Jones insieme con gli altri due dì Herberd e di Freer. negli anni della sua attività missionaria, per sfuggire alle insidie dei persecutori.
Beatificato da Pio XI il 15 die. 1929 (cf. AAS, XXII [1930], p. 15, n. LXXIX), il martire viene commemoralo il 12 luglio; le sue reliquie si venerano nel convento dei Conventuali di Pontoise.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Giovanni Jones, pregate per noi.


*Sant'Ignazio Clemente Delgado - Vescovo e Martire Domenicano (12 luglio)

1762 - 12 luglio 1838
Etimologia:
Ignazio = di fuoco, igneo, dal latino
Emblema: Palma
Martirologio Romano: Nella città di Nam Định nel Tonchino, ora Viet Nam, San Clemente Ignazio Delgado Cebrián, vescovo e martire, che, dopo cinquant’anni trascorsi a predicare il Vangelo, fu arrestato per ordine dell’imperatore Minh Mạng per la sua per la sua fede in Cristo e morì in carcere tra molte sofferenze.
Nato vicino Saragozza il 23 novembre 1762, entrò nell'Ordine nel 1780.
Compiuti gli studi, partì per le Filippine. Raggiunse, poi, il Vietnam dove fu prima eletto vicario provinciale e poi vescovo.
In cinquant'anni di apostolato missionario, facendosi tutto a tutti, non curandosi degli editti contrari, convertì molti pagani, ordinò sacerdoti molti indigeni ed eresse molte case religiose.
Quando il re del Tonchino iniziò la persecuzione dei cristiani, Sant'Ignazio, insieme ad altri confratelli, tentò di nascondersi in una spelonca, ma a causa di un tradimento fu arrestato il 13 maggio 1838. Dopo mesi di durissima prigionia, abbandonato alla fame, alla sete e all'ardore del sole, morì all'alba del 12 luglio, poche ore prima che venisse compiuta l'esecuzione capitale, alla quale già era stato condannato.
(Fonte: Convento San Domenico – Bologna - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Ignazio Clemente Delgado, pregate per noi.


*San Leone I - Secondo Abate di Cava (12 luglio)

m. 1079
Abate del celebre monastero di Cava a Napoli, che molto progredì con le sue virtù ed esempio. Si dedicò specialmente al servizio dei poveri.
Martirologio Romano: Nel monastero di Cava de’ Tirreni in Campania, San Leone I, abate, che provvide ai poveri con il lavoro delle proprie mani e li difese dai potenti.
Leone nativo di Lucca, divenne uno dei primi discepoli di Sant’Alferio, il nobile eremita salernitano, già da quando questi viveva ancora nella sua grotta ‘arsicia’; la sua bontà, l’umiltà, la
pietà che lo distinguevano fecero si che il vecchio eremita Sant'Alferio, lo volle come suo successore alla guida della nascente abbazia della Trinità di Cava, da lui fondata.
Governò il monastero per circa trent’anni, dal 1050 al 1079, conducendo personalmente una vita molto semplice, gli inizi del suo governo di abate, furono travagliati per la prepotenza di un signorotto locale di cui si ignora il nome, il quale assalì perfino il monastero facendo prigioniero l’abate per un breve tempo.
Ma Leone I riuscì a guadagnarsi il favore dei baroni vicini, i quali elargirono molte donazioni alla badia della Trinità; si racconta di lui che si allontanava spesso a raccogliere legna nei boschi per poi rivenderla a Salerno e con il ricavato aiutare così i poveri.
Ormai vecchio, affidò l’incarico di abate a San Pietro I Pappacarbone, quando questo rinunciò al vescovado di Policastro, ritirandosi presso la chiesa di San Leone a Vietri; ma dovette riprendere il governo della badia per addolcire il rigore cluniacense instaurato da Pietro Pappacarbone, che aveva suscitato malumori fra i monaci.
Durante il suo governo il papa Gregorio VII confermò solennemente l’ Ordo Cavensis.
Morì il 12 luglio 1079 e sepolto nella grotta ‘Arsicia’ oggi inglobata nella cappella dei SS. Padri, ove riposano le reliquie di Sant'Alferio e di altri Santi e Beati abati della famosa abbazia.
Nel 1641 gli fu eretto nella cappella un nuovo altare con mausoleo.
La Chiesa tramite Papa Leone XIII il 21 dicembre 1893, ha confermato il culto dei primi quattro abati: Sant’Alferio, San Leone I, San Pietro I, San Costabile.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Leone I, pregate per noi.


*San Lucio di Cavargna - Martire (12 luglio)
Cavargna (Como), secolo XII - XIII ?
San Lucio di Cavargna conosciuto anche come Luguzzone o Uguzo, ha il centro del suo culto nel piccolo Oratorio di San Lucio, sperduto trai pascoli montani, all’estremo limite della Val di Cavargna, al confine con la Svizzera tra i laghi di Lugano e di Como, a 1669 m. sul livello del mare; la parrocchia è
quella di Cavargna della diocesi di Milano, benché sia in provincia di Como.
Dall’antico “Catalogus sanctorum Italiae” edito nel 1613, si apprende che Lucio sarebbe stato un pastore di armenti, dipendente di un padrone, dal quale fu licenziato accusato di furto; perché aveva fatto con gli averi del padrone, piccoli doni alla Chiesa ed ai poveri.
Fu assunto da un nuovo padrone più accondiscendente e successe che mentre le ricchezze di questo aumentavano, diminuivano quelle del padrone precedente; il quale sia per odio sia per invidia, lo uccise.
Sul posto dove fu ucciso, sgorgò una sorgente così abbondante da formare un laghetto, alle cui acque accorrono gli ammalati degli occhi per guarirne.  
L’antico oratorio di San Lucio di Cavargna divenne meta di pellegrinaggi di devoti, i quali gli si rivolgevano per impetrare la pioggia o il tempo sereno; inoltre conserva un pregevole dipinto del Cinquecento su rame, che raffigura il Santo pastore che distribuisce ai poveri il formaggio; soggetto anche di altre raffigurazioni.
Il culto è diffuso in una cinquantina di località del Nord Italia e del Canton Ticino; la sua festa è al 12 luglio.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Lucio di Cavargna, pregate per noi.


*Beata Maria di Sant’Enrico (Margherita Eleonora) de Justamond - Vergine e Martire (12 luglio)  
Scheda del Gruppo cui appartiene:

"Beate Martiri di Orange" (32 suore francesi) Vittime della Rivoluzione Francese

Bollène, Francia, 12 gennaio 1746 - Orange, Francia, 12 luglio 1794
Martirologio Romano:
A Orange nella Provenza in Francia, beate Rosa di San Saverio (Maddalena Teresa) Tallien, Marta dell’Angelo Buono (Maria) Cluse, Maria di Sant’Enrico (Margherita Eleonora) de Justamond e Giovanna Maria di San Bernardo di Romillon, vergini e martiri, che conseguirono la palma del martirio durante la rivoluzione francese.  
Marguerite eléonore de Justamond figlia del nobile Jean Pierre di Francoise Thérèse de Faure nacque a Bollène il 12 gennaio 1746.
La famiglia era una delle più in vista di Bollène cui aveva dato magistrati e funzionari, ed anche una tra le più cristiane: una zia della futura martire era orsolina a Pont-Saint-Esprit, mentre
due sorelle, la maggiore era orsolina a Pernes e l’altra era cistercense a Santa Caterina di Avignone.
Nel 1764 Marguerite entrò nel monastero di Santa Caterina ad Avignone; il monastero era stato eretto nel 1264 e vantava una storia antica.
E di grande presti gio. Marguerite, entrando in noviziato, prese il nome di suor Marie de Saint Henri e il 12 gennaio 1766 emise la professione solenne nella mani della badessa del monastero, Madre Thérèse di Saint Benoit de Rilli.
Nel 1773 ebbe la gioia di assistere alla professione della sorella Madaleine Francoise che seguì la sorella nello stesso monastero.
Alla fine del1790 fu violata, dai rivoluzionari, la clausura del monastero; le sorelle Justamond si ritirarono al paese natale e, in seguito, raggiunsero le altre religiose cacciate dalle loro case e che si erano nuovamente costituite in comunità nonostante le proibizioni. Tutte le religiose furono arrestate il 2 maggio 1794; fu presentata ai giudici come «di circa 47 anni di età, ex nobile, nata a Bellène e residente nel’ex monastero di Santa Caterina in Avignone».
Fu condannata come controrivoluzionaria perché aveva manifestato idee monarchiche. Salì sul patibolo la sera stessa; benché fosse nata da una famiglia nobile e agiata non volle nessun privilegio; né le persecuzioni, né le difficili condizioni materiali in cui venne a trovarsi dopo l’espulsione dal suo monastero, né il timore della morte sul patibolo intaccarono la sua costanza rimanendo fedele alla sua fede, alla sua professione monastica. Quando fu ghigliottinata aveva 48 anni e 6 mesi.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Maria di Sant’Enrico, pregate per noi.


*Beate Marta del Buon Angelo (Maria Cluse) e 3 Compagne - Vergini e Martiri (12 luglio)
Scheda del gruppo a cui appartengono:
“Beate Martiri di Orange” (32 suore francesi) Vittime della Rivoluzione Francese
+ Orange, Francia, 12 luglio 1794
Emblema:
Palma
Martirologio Romano: A Orange nella Provenza in Francia, Beate Rosa di San Saverio (Maddalena Teresa) Tallien, Marta dell’Angelo Buono (Maria) Cluse, Maria di Sant’Enrico (Margherita Eleonora) de Justamond e Giovanna Maria di San Bernardo di Romillon, vergini e martiri, che conseguirono la palma del martirio durante la rivoluzione francese.
Nata a Bouvante (Drome) il 5 dicembre 1761, fu ammessa come conversa presso le Sacramentine di Bollene e fece la professione il 4 novembre 1783.
Arrestata il 22 aprile 1794, per avere con le altre suore rifiutato il giuramento di libertà e uguaglianza, fu tradotta dinanzi alla Commissione popolare di Orange il 12 luglio e giustiziata lo stesso giorno, dopo che ebbe respinto le proposte del suo carnefice.
Costui, infatti, colpito dalla sua bellezza le chiese di sposarlo: "Tu fai il tuo mestiere, io, questa sera, voglio cenare con gli angeli".
Era fra le più giovani delle religiose martiri: aveva trentadue anni. Fu beatificata il 10 maggio 1925 e la sua festa si celebra il 9 luglio.
(Autore: Raymond Darricau – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beate Marta del Buon Angelo e 3 Compagne, pregate per noi.


*Beati Mattia Araki e 7 Compagni - Martiri giapponesi (12 luglio)

Scheda del gruppo a cui appartengono:
“Beati Martiri Giapponesi” Beatificati nel 1867-1989-2008
+ Nagasaki, Giappone, 12 luglio 1626
Martirologio Romano:
A Nagasaki in Giappone, Beati Mattia Araki e sette compagni, martiri, che subirono il martirio per Cristo.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beati Mattia Araki e 7 Compagni, pregate per noi.


*Santi Nabore e Felice - Martiri (12 luglio)

Nabore e Felice erano due soldati di origine nordafricana, arrivati a Milano nel IV secolo per servire nell'esercito di Massimiano. Divennero cristiani e, a Lodi Vecchio (Laus Pompeia), furono giustiziati per aver disertato. Si trattava in realtà di un'«epurazione» dei cristiani dai ranghi militari.
I corpi furono portati nella basilica milanese detta «naboriana». Il loro culto pian piano decadde, e con esso la chiesa, fino a che nel XIII secolo i francescani non ravvivarono tutt'e due. Nel 1799 i martiri furono traslati nella basilica di Sant'Ambrogio. Ma i busti con i crani sparirono e furono ritrovati 160 anni dopo presso un antiquario belga. (Avvenire)
Etimologia: Felice = contento, dal latino
Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Milano, Santi Nábore e Felice, martiri, che, soldati provenienti dalla Mauritania, nell’odierna Algeria, si narra che abbiano patito a Lodi il martirio durante le persecuzioni e siano stati poi sepolti a Milano.
S. Ambrogio vescovo di Milano è l’autore dell’inno Victor Nabor, Felix pii che è diventato il fondamento storico della figura dei tre martiri Vittore, Nabore e Felice. Sì i martiri secondo Ambrogio sono tre, ma Vittore è celebrato da solo l’8 maggio, mentre Nabore e Felice il 12 luglio; la divisione del culto, secondo una leggenda venuta dopo l’età ambrosiana, è stata determinata dalla diversa collocazione dei sepolcri, oltre che dalla data, Vittore a Milano, gli altri due a Lodi.
Essi erano soldati di origine nord-africana (Mauri genus), venuti a Milano per servire nell’esercito di Massimiano (governatore delle regioni nord-occidentali), qui divennero cristiani. Nel 303 la persecuzione contro i cristiani era già di fatto esplosa in Oriente, soprattutto contro quelli appartenenti alla forza militare; anche Massimiano, seguendo l’invito dei governatori orientali, diede ordine di effettuare le depurazioni nel suo esercito.
I tre soldati disertarono e quindi processati e condannati a morte, ma la sentenza non fu eseguita a Milano, ma furono trasferiti a Lodi Vecchio (Laus Pompeia) e lì giustiziati mediante decapitazione, per dare un monito alla fiorente comunità cristiana del luogo.
Si suppone che dopo il 311 i corpi dei tre martiri vennero traslati a Milano e deposti
separatamente in due basiliche cimiteriali: Vittore in quella che poi sarebbe stata incorporata in S. Ambrogio; Nabore e Felice in quella detta poi “Naboriana”.
Nella ricognizione dei corpi dei santi Gervasio e Protasio del 386, si racconta che essi erano nella basilica in cui Nabore e Felice godevano di gran culto popolare, culto che venne tributato dai milanesi sino a tutto il secolo IV, poi con il progredire del culto dei ‘milanesi’ santi Protasio e Gervasio, la devozione verso Nabore e Felice, subì un’attenuazione per tutto l’Alto Medioevo.
Dopo il 1249, la vetusta e cadente basilichetta ‘naboriana’ fu affidata ai francescani, i quali la rinnovarono completamente, riproponendo il culto dei martiri lì sepolti, infatti gli statuti milanesi del 1396, stabilirono che il 12 luglio fosse festa di precetto per la città, precetto che Carlo V abolì nel 1537.
Nel 1258 i due martiri vennero traslati nella nuova chiesa, nel 1472 vi fu una diversa posizione dei corpi collocati insieme al nuovo altare, in questa occasione i due crani furono divisi dal resto delle reliquie e posti in appositi reliquiari d’argento a forma di busto, esposti poi, come anche nei secoli successivi, solennemente nelle feste principali sull’altare maggiore.
Il 22 gennaio 1799, le reliquie furono traslate in Sant'Ambrogio, perché l’antica basilica paleocristiana venne soppressa, in quel periodo scomparvero i due busti con i crani, che sono stati poi ritrovati solo 160 anni dopo presso un antiquario di Namur in Belgio, completi delle reliquie. L’allora arcivescovo di Milano cardinale Montini, futuro Papa Paolo VI, ne dispose il ritorno con solenni onoranze, prima a Milano e poi a Lodi Vecchio; il culto ancora una volta si è rinverdito; i Santi sono raffigurati di solito con la corazza di soldati e la palma del martirio, in vari luoghi sacri della diocesi ambrosiana.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Nabore e Felice, pregate per noi.


*San Paolino di Lucca - Vescovo e Martire (12 luglio)

Lucca, I secolo
Etimologia:
Paolino = piccolo di statura, dal latino
Emblema: Palma
San Paolino è venerato a Lucca come protovescovo e martire; sono numerose le pubblicazioni che parlano di lui, del culto e soprattutto della leggenda che lo fa primo vescovo della città e poi dell’epigrafe del suo sarcofago.
Il suo nome è sconosciuto nel catalogo medioevale dei primi vescovi di Lucca e anche alle fonti agiografiche e liturgiche, fino alla seconda metà del secolo XIII; il culto è strettamente collegato ad una ‘invenzione’ delle reliquie, avvenuta nella chiesa di San Giorgio nel 1261, fra le altre scoperte archeologiche, che già dal secolo precedente avvenivano in quella chiesa.
La leggenda è frutto della favolosa ‘passio’ pisana di San Torpete, che racconta di Nerone (37-68), persecutore dei cristiani in Pisa, ma che presenta anche come battezzatore del santo, un presbitero di nome “Antonius” che viveva sul monte fuori porta lucchese, chiamato Monte degli Eremiti, perché sede fin dall’alto Medioevo degli eremiti toscani.
E la ricerca e ritrovamento del sepolcro dell’eremita Antonio, conosciuto poi come infaticabile raccoglitore dei corpi dei martiri, da lui sepolti sul suo monte; portò alla scoperta della lapide ‘titulus’ del vescovo Paolino, insieme a quelli di altri.
Il suo sepolcro comunque ebbe la solenne ricognizione o invenzione molti anni dopo, il 15 giugno 1261; la lettera del vescovo di Lucca che accordava delle indulgenze in quell’occasione riporta i dati dell’iscrizione, limitandosi a parlare di tre martiri, solo elencati per nome: Paolino vescovo e discepolo di San Pietro apostolo, primo vescovo di Lucca, Severo presbitero e Teobaldo soldato.
I martiri nominati in quell’occasione e lo stesso Antonio finirono nell’oblio a tutto vantaggio di s. Paolino che nella ‘passio’ elaborata poi, divenne primo vescovo ed evangelizzatore e patrono, nonostante l’antico culto tributato al vescovo locale s. Frediano e quello già dato come patrono della Chiesa lucchese a San Martino, a cui era dedicata la cattedrale.
Quando nel 1341 venne rinnovata la chiesa di San Paolino, questa è presentata negli ‘Atti’ come primitiva cattedrale di Lucca.
Il culto per San Paolino, aumentò nei secoli successivi; tra il 1518 e 1519 venne eretta al santo patrono, su disegno di Baccio da Montelupo, una più ampia e ricca basilica, dove ogni anno la Magistratura della Repubblica di Lucca, rendeva solennemente omaggio al Santo nella sua festa del 12 luglio.
Il sarcofago antichissimo, con l’epigrafe descrivente il ritrovamento delle reliquie di San Paolino, di San Severo e San Teobaldo e della ricognizione del 1261, è conservato a Lucca nella Prioria dei Ss. Paolino e Donato.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Paolino di Lucca, pregate per noi.


*San Paterniano - Vescovo (12 luglio)

Fano, 275 c. - 360
Secondo un’antica tradizione, San Paterniano nacque a Fano verso il 275.
Mentre infuriava la persecuzione di Diocleziano una visione angelica lo avvertì di lasciare la città, riparando in luogo deserto al di là del fiume Metauro.
Più tardi, quando le persecuzioni cessarono e il Cristianesimo divenne religione di stato con l’imperatore Costantino, la cittadinanza fanese reclamò vescovo il virtuoso eremita da tutti considerato Santo.
Invano egli tentò di opporsi, tanto che «quasi a viva forza» fu portato in città. Governò la diocesi per 42 anni istruendo, confortando e convertendo numerosi pagani.
Il Signore avvalorò il suo zelo con molti prodigi.
Avvertito della fine imminente, intraprese la visita all’intera diocesi, volendo arrivare di persona dove non era giunto il suo insegnamento. Morì alla periferia della città il 13 novembre, probabilmente dell’anno 360.
Sul suo sepolcro si moltiplicarono i prodigi e il suo culto si estese rapidamente anche oltre i confini d’Italia.
Trentadue paesi l’hanno scelto patrono e molte località portano il suo nome.
Le sue reliquie si venerano a Fano, nella Basilica a Lui dedicata. (Avvenire)
Patronato: Fano
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: A Fano nelle Marche, San Paterniano, vescovo.
Secondo un'antica tradizione, San Paterniano nacque a Fano verso il 275. Mentre infuriava la persecuzione di Diocleziano una visione angelica lo avvertì di lasciare la città, riparando in luogo
deserto al di là del fiume Metauro.
Più tardi, quando le persecuzioni cessarono e il Cristianesimo divenne Religione di Stato con l'imperatore Costantino, la cittadinanza fanese reclamò Vescovo il virtuoso eremita che la voce comune considerava Santo.
Invano egli tentò di opporsi, tanto che "quasi a viva forza" fu portato in città.
Governò la diocesi per 42 anni placando gli animi, istruendo e confortando.
I pagani, trascinati dalla sua predicazione, abbandonarono gli idoli e distrussero i templi stringendosi al santo Vescovo.
Il Signore avvalorò il suo zelo con una bella fioritura di prodigi.
Avvertito della fine imminente, intraprese la visita all'intera diocesi, volendo arrivare di persona dove non era giunto il suo insegnamento di Vescovo.
Morì alla periferia della città il 13 novembre, probabilmente dell'anno 360.
Sul suo sepolcro si moltiplicarono i prodigi e il suo culto si estese rapidamente anche oltre i confini d'Italia.
Trentadue paesi l'hanno scelto patrono e molte località portano il suo nome.
Le sue reliquie si venerano a Fano, nella Basilica a Lui dedicata.
Il comune e la diocesi di Fano lo ricordano il 10 luglio.
(Autore: P. Giustino Jacopini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Paterniano, pregate per noi.


*San Pietro Khanh - Martire (12 luglio)

Martirologio Romano: Nella provincia di Nghệ An in Annamia, ora Viet Nam, San Pietro Khanh, sacerdote e martire, che, riconosciuto come cristiano al banco delle imposte, fu messo in prigione per sei mesi e, dopo vani inviti ad abiurare, fu decapitato sempre per ordine dell’imperatore Thiệu Trị.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Pietro Khanh, pregate per noi.


*Santi Proclo ed Ilarione - Martiri (12 luglio)

I Santi Proclo e Ilarione morirono martiri cristiani presso Ancyra in Asia Minore sotto l’imperatore Traiano ed il governatore Massimo.
Martirologio Romano:
Ad Ankara in Galazia nell’odierna Turchia, Santi Proclo e Ilarione, martiri sotto l’impero di Traiano e la prefettura di Massimo.
(Fonte:
Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Santi Proclo ed Ilarione, pregate per noi.


*Santa Veronica - Pia donna (12 luglio)

Il suo nome ricorre per la prima volta nei Vangeli apocrifi e si riferisce alla donna emorroissa di nome Bernike in greco, Veronica in latino, che implorando Gesù per la sua guarigione, mentre passava stretto nella folla, riuscì a toccargli il lembo del mantello, guarendo all'istante.
La tradizione cristiana racconta che successivamente, la pia donna, votò la propria vita alla diffusione della buona novella e viaggiò per l'Europa lasciando a Roma il lino col volto Santo («la vera icona», come predestinato dal suo stesso nome) e proseguì in Francia dove iniziò la conversione dei galli.
L'episodio di Veronica che asciuga il volto di Gesù con un telo, ha preso grande diffusione, oscurando quasi del tutto, l'episodio della emorroissa, che sarebbe secondo taluni, la stessa donna, anche se non vi sono certezze documentali.
Santa Veronica ha un particolare culto in Francia, dove la si considera come la donna che dopo la morte del Salvatore, andata sposa a Zaccheo si reca ad evangelizzare le Gallie.
Sarebbe morta nell'eremitaggio di Soulac.
Chiamata anche Santa Venice o Venisse, è patrona in Francia, dei mercanti di lino e delle lavandaie. (Avvenire)
Il nome della Veronica, ricorre per la prima volta nei Vangeli apocrifi (Atti di Pilato cap. 7) e si riferisce alla donna emorroissa di nome Bernike in greco, Veronica in latino, che implorando Gesù per la sua guarigione, mentre passava stretto nella folla, riuscì a toccargli il lembo del mantello, guarendo
all’istante.
Gesù chiese chi l’aveva toccato e gli apostoli risposero: “è la folla che ti stringe da ogni parte”, ma Gesù insiste perché ha sentito una forza che usciva da lui e allora l’emorroissa si fece avanti e gettandosi ai suoi piedi, dichiarò davanti a tutti, il motivo per cui l’aveva toccato e il beneficio che aveva ricevuto.
Gesù le rispose: “Figlia la tua fede ti ha salvata, va in pace!”, Lc. 8, 43-48.
Lo storico Eusebio (265-340) nella sua ‘Historia eccl.’ (VII, 18), racconta che a Cesarea di Filippo vi era la casa della miracolata emorroissa Bernike, supposta originaria di Edessa in Siria e che davanti alla porta della casa si ergeva una statua in bronzo, rappresentante una donna piegata su un ginocchio con le mani tese in atto d’implorazione, davanti a lei la statua di un uomo in piedi, avvolto in un mantello, che tende la mano alla donna; ai suoi piedi cresceva una pianta sconosciuta elevata fino al mantello e ritenuta di efficace rimedio per ogni tipo d’infermità.
La statua dell’uomo, si diceva rappresentasse Gesù ed Eusebio conclude dicendo, che al tempo del suo soggiorno in quella città, il gruppo bronzeo era esistente. Altro autore, Sozomeno, dice che il monumento eretto in onore del Redentore a Cesarea di Filippo, fu abbattuto durante la persecuzione di Giuliano l’Apostata, (331-363).
Dal secolo XV in poi, in Occidente prende corpo la devozione verso la Veronica quale figura del gruppo delle pie donne, che asciuga il volto di Gesù con un panno o sudario, mentre percorre con la croce la salita del Calvario, rimanendo il Volto stesso impresso sul panno; creando così tutta una serie di varianti alla più antica immagine dell’emorroissa, raffigurata nella statua di Paneas (Cesarea di Filippo).
La donna sarebbe poi venuta a Roma, portando con sé la sacra reliquia; alcuni testi apocrifi come la “Vindicta Salvatoris”, dicono che il funzionario romano Volusiano, sequestra con la violenza il telo alla donna e lo porta a Tiberio, il quale appena lo vede guarisce dalla lebbra; Veronica abbandona ogni cosa in Palestina e segue il suo telo a Roma, riavutolo, lo tiene con sé e prima di morire lo consegna al Papa S. Clemente.
Nei secoli successivi, la Veronica ebbe a fasi alterne un culto, non figurando però negli antichi Martirologi, né in quelli Medioevali, in qualche secondario martirologio è citata al 4 febbraio.
La tradizione della donna che asciuga il volto di Gesù, con un telo, da cui sarebbe scaturito il nome Veronica ‘vera icona’, ha senz’altro preso grande diffusione oscurando quasi del tutto, l’episodio della emorroissa, che sarebbe secondo taluni, la stessa donna, anche se non vi sono certezze nei tanti documenti più o meno apocrifi.
Essa è stata rappresentata in tantissime opere scultoree e di pittura, che ne hanno prolungata l’immagine fino ai nostri giorni, inserendola anche nei personaggi della pia pratica della Via Crucis alla sesta stazione.
Il lungo itinerario iconografico che la ricorda con il celebre Santo Sudario, primo ed unico ritratto del Volto Santo, ebbe il suo culmine con la grande statua della Veronica, opera dello scultore Francesco Mocchi del secolo XVII, posta nella Basilica di S. Pietro in Vaticano, centro della cristianità.
Dal secolo XIII si venerò in S. Pietro a Roma, una immagine del volto di Cristo, detto ‘velo della Veronica’ (che anche Dante cita nel Par. XXXI, 104), che gli studiosi identificarono per lo più con l’icona tardo bizantina attualmente lì conservata.
A queste devozioni è connessa l’origine del culto del Volto Santo.
Santa Veronica ha un particolare culto in Francia, dove la si considera come la donna che dopo la morte del Salvatore, andata sposa a Zaccheo si reca ad evangelizzare le Gallie e sarebbe morta nell’eremitaggio di Soulac; chiamata anche S. Venice o Venisse, è patrona in Francia, dei mercanti di lino e delle lavandaie.  
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Veronica, pregate per noi.


*San Vivenziolo di Lione - Vescovo (12 luglio)
V-VI sec.

Martirologio Romano: A Lione in Francia, San Vivenzíolo, vescovo, che, promosso dalla scuola del monastero di Sant’Eugendo all’episcopato, indusse chierici e laici a partecipare al Concilio di Epaone, perché il popolo potesse conoscere meglio le decisioni dei pontefici.
San Vivenziolo (Viventiolus, Viventiole) è un vescovo di Lione. Nella cronotassi ufficiale è inserito al ventiquattresimo posto. Nella lista succede a San Zaccaria e precede San Faustino.
Il nome di Sant’Elio è riportato nel più antico catalogo episcopale, contenuto in un evangelario della metà del IX secolo.
Il catalogo è stato redatto attorno agli anni 799-814 all'epoca del vescovo Leidrado e si basa sui dittici originari della Chiesa lionese.
Il nome di San Nicezio è riportato anche in un secondo catalogo episcopale, riportato da Hugues di Flavigny nella sua Chronica universalis.
Si presume sia vissuto tra il V e il VI secolo, e abbia governato la città nella entro prima del 515 e dopo gli anni 518-523.
Il suo episcopato si colloca prima di San Lupo che viene  menzionato nel 538.
Di lui non sappiamo nulla. La tradizione ci riferisce che promosso dalla scuola del monastero di Sant’Eugendo all’episcopato di Lione, indusse chierici e laici a partecipare al Concilio di Epaone.
San Vivenziolo voleva che tutto il suo popolo potesse conoscere meglio le decisioni dei Pontefici.
La sua festa, attraverso i martirologi, è stata fissata nel giorno il 12 luglio.

(Autore: Mauro Bonato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Vivenziolo di Lione, pregate per noi.


*Altri Santi del giorno (12 luglio)

*Santi Luigi Martin e Zelia Guerin - genitori di S. Teresa di Gesù Bambino

*San Felice - Martire

Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.

 
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