Santi del 12 Maggio - Istituto Aveta

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Santi del 12 Maggio

Il mio Santo > I Santi di Maggio

*Sant'Achilleo - Martire (12 maggio)  

sec. III
Nereo e Achilleo, secondo la tradizione riferita da Papa Damaso, erano due militari conquistati alla fede dalla fortezza dei martiri cristiani. Decapitati a Roma sotto Diocleziano (304), furono sepolti nel cimitero di Domitilla sull'Ardeatina e onorati anche in una basilica presso le terme di Caracalla. (Mess. Rom.)
Etimologia: Achille = bruno, scuro, dal greco
Emblema: Palma
Martirologio Romano: Santi Néreo e Achílleo, martiri, che, come riferisce il Papa San Damaso, si erano arruolati come soldati e, spinti da timore, erano pronti ad obbedire agli empi comandi del magistrato, ma, convertitisi al vero Dio, gettati via scudi, armature e lance, lasciarono l’accampamento e, confessando la fede in Cristo, godettero del suo trionfo. In questo giorno a Roma i loro corpi furono deposti nel cimitero di Domitilla sulla via Ardeatina.
Santi Nereo ed Achilleo, martiri
Tutte le strade portano a Roma, dice un proverbio, e da Roma partono alcune delle più celebri vie del mondo. Su due di esse, verso sud-est e ovest, l’Ardeatina e l’Aurelia, ricevettero degna sepoltura i Santi martiri Nereo ed Achilleo, nonché Pancrazio. Nonostante siano ricordati tutti e tre al 12 maggio, il loro culto è sempre stato separato e le loro memorie liturgiche vengono celebrate separatamente con formulari propri secondo l’antica tradizione romana.
Il documento più antico sui Santi Nereo ed Achilleo, martiri romani, è l’epigrafe scritta in loro onore da papa San Damaso nel IV secolo. La testimonianza di numerosi pellegrini ne ha
tramandato il contenuto prima che essa venisse distrutta. L’archeologo Giovanni Battista De Rossi nel XIX secolo ne ha rimesso insieme i frammenti: “I martiri Nereo e Achilleo si erano arruolati nell’esercito ed eseguivano gli ordini di un tiranno, ed erano sempre pronti, sotto la pressione della paura, ad obbedire alla sua volontà. O miracolo di fede!
Improvvisamente cessò la loro furia, si convertirono, fuggirono dal campo del tiranno malvagio, gettarono via gli scudi, l’armatura e i giavellotti lordi di sangue. Confessando la fede di Cristo gioirono nell’unire la loro testimonianza al suo trionfo.
Impariamo dalle parole di Damaso quali cose grandi opera la gloria di Cristo”.
Pare dunue certo che fossero pretoriani e che, più o meno improvvisamente, abbiano deciso di convertirsi al cristianesimo, pagando con il loro sangue la loro fede. Nel 1874 il De Rossi scoprì le loro tombe vuote ed una scultura contemporanea in una chiesa sotterranea fatta edificare da Papa Silicio nel 390. Il loro sepolcro consisteva in una tomba di famiglia, situata nel cosiddetto cimitero di Domitilla, come sarà denominato più tardi. Intorno al Seicento San Gregorio Magno pronunciò una solenne omelia a loro dedicata: “Questi santi, davanti ai quali siamo radunati, odiarono il mondo e lo calpestarono sotto i propri piedi quando la pace, le ricchezze e la salute esercitavano il loro fascino”.
La chiesa venne ricostruita nel IX secolo da papa Leone III, ma era nuovamente in rovina quando il Cardinal Baronio, famoso studioso oratoriano del XVI secolo, la fece restaurare per traslarvi le reliquie dei due santi, che erano state trasferite in Sant’Adriano.
I loro “Acta” leggendari hanno ben poca credibilità e paiono essere stati scritti onde giustificare la presenza delle loro reliquie nel cimitero di Domitilla: a tal fine si cercò infatti di legare la vicenda del loro martirio a quella della santa nipote dell’imperatore Domiziano. Secondo tali resoconti furono esiliati insieme sull’isola di Terracina: Nereo ed Achilleo venero poi decapitati, mentre Domitilla fu arsa viva, essendosi rifiutata di sacrificare agli idoli.
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Achilleo, pregate per noi.

 

*Beato Alvaro del Portillo Diez de Sollano - Prelato dell'Opus dei (12 maggio)
Madrid, Spagna, 11 marzo 1914 - Roma, Italia, 23 marzo 1994

Don Álvaro, come è chiamato da milioni di persone che in tutto il mondo ricorrono alla sua intercessione, era un brillante studente di Ingegneria quando conobbe San Josemaría Escrivá. Resosi conto che Dio lo chiamava a quel cammino, entrò a far parte dell’Opus Dei nel 1935.
Ordinato sacerdote nel 1944, una volta terminati gli studi civili ed ecclesiastici, fu il principale collaboratore di San Josemaría e ne divenne il successore alla guida dell’Opus Dei nel 1975.

A Roma, dove ha vissuto dal 1946, era molto apprezzato, tra l’altro, per il lavoro che aveva svolto durante il Concilio Vaticano II (1962-1965), contribuendo a potenziare il ruolo dei laici nella Chiesa.
Per la sua bontà e umiltà, moltissime persone di tutte le classi e condizioni sociali avevano verso di lui un grandissimo affetto.
Álvaro del Portillo è morto a Roma il giorno dopo un pellegrinaggio in Terra Santa, il 23 marzo 1994. Lo stesso giorno Giovanni Paolo II si è recato a pregare dinanzi ai suoi resti mortali. È stato beatificato il 27 settembre 2014 a Valdebebas. La sua memoria liturgica è fissata al 12 maggio, giorno della sua prima Comunione.
Figlio di Clementina Diez de Sollano (messicana) e di Ramón del Portillo y Pardo (spagnolo), Álvaro del Portillo nacque a Madrid l’11 marzo 1914. Era il terzo di otto fratelli.
Dopo il diploma nella scuola Nuestra Señora del Pilar di Madrid, si iscrisse alla Scuola di Ingegneria civile, che terminò nel 1941. Successivamente lavorò in vari enti pubblici occupandosi di questioni idrografiche. Studiò inoltre Lettere e Filosofia (indirizzo storico), laureandosi nel 1944 con la tesi "Scoperte ed esplorazioni sulle coste della California".
Nel 1935 entrò nell’Opus Dei, istituzione della Chiesa Cattolica che era stata fondata sette anni prima da san Josemaría Escrivá. Ricevette direttamente dal fondatore la formazione e lo spirito propri di questo nuovo cammino di fede. Sviluppò un ampio lavoro di evangelizzazione tra i suoi compagni di studio e colleghi di lavoro e, dal 1939, fece numerosi viaggi per motivi apostolici in diverse città spagnole.
Il 25 giugno 1944 fu ordinato sacerdote dal vescovo di Madrid, Leopoldo Eijo y Garay, insieme a José María Hernández Garnica y José Luis Múzquiz: furono i primi tre sacerdoti dell’Opus Dei, dopo il fondatore.
Nel 1946 si trasferì a Roma, pochi mesi prima che san Josemaría vi fissasse la sua residenza. Fu un periodo cruciale per l’Opus Dei, che ricevette allora le prime approvazioni giuridiche della Santa Sede.
Anche per lui iniziò un’epoca decisiva, in cui, tra l'altro, sviluppò, con la sua attività intellettuale accanto a san Josemaría e con il suo lavoro presso la Santa Sede, una profonda riflessione sul ruolo e la responsabilità dei fedeli laici nella missione della Chiesa, attraverso il lavoro professionale e le relazioni sociali e familiari. "In un ospedale – scriverà anni dopo, per spiegare tale realtà – la Chiesa non è presente soltanto con il cappellano, ma agisce anche attraverso quei fedeli che, in qualità di medici o infermieri, si adoperano a fornire un buon servizio professionale e una delicata attenzione umana ai pazienti; in un quartiere, la chiesa sarà sempre un punto di riferimento indispensabile, ma l’unico modo per arrivare a coloro che non la frequentano sarà attraverso le altre famiglie".
Tra il 1947 e il 1950 contribuì all’espansione apostolica dell’Opus Dei a Roma, Milano, Napoli, Palermo e in altre città italiane. Promosse attività di formazione cristiana, offrendo i suoi servizi sacerdotali a numerose persone. Della scia che il suo lavoro ha lasciato in Italia parlano oggi le varie strade e piazze che gli sono state dedicate in varie città e paesi.
Il 29 giugno 1948 il fondatore dell’Opus Dei eresse a Roma il Collegio Romano della Santa Croce, centro internazionale di formazione. Don Álvaro ne fu il primo rettore e vi insegnò Teologia morale dal 1948 al 1953. Nello stesso anno (1948) ottenne il dottorato in Diritto canonico presso la Pontificia Università di San Tommaso.
Durante i suoi anni romani, i diversi Papi succedutisi al soglio pontificio (da Pio XII a Giovanni Paolo II) lo chiamarono a svolgere numerosi incarichi, come membro o consultore di 13 organismi della Santa Sede.
Partecipò attivamente al Concilio Vaticano II. Giovanni XXIII lo nominò consultore della Sacra Congregazione del Concilio (1959-1966). Nelle fasi preparatorie del Concilio fu presidente della
Commissione per il Laicato.
Durante il Concilio (1962-1965) fu segretario della Commissione sulla Disciplina del clero e del popolo cristiano. Terminato il Concilio, Paolo VI lo nominò consultore della Commissione postconciliare sui Vescovi e il governo delle diocesi (1966). Fu anche, per molti anni, consultore della Congregazione per la Dottrina della Fede.
La vita di Álvaro del Portillo è strettamente unita a quella del fondatore. Rimase sempre al suo fianco fino al momento della morte, che avvenne il 26 giugno 1975, collaborando con san Josemaría nelle iniziative di evangelizzazione e nel governo pastorale.
Con lui fece viaggi in numerosi Paesi per preparare e orientare i diversi apostolati dell’Opus Dei. "Nell’osservare la sua presenza amabile e discreta a fianco della dinamica figura di Mons. Escrivá, mi veniva in mente l’umiltà di San Giuseppe" scriverà alla sua morte un agostiniano irlandese, Padre John O’Connor.
Il 15 settembre 1975, nel congresso generale convocato dopo la morte del fondatore, don Álvaro del Portillo fu eletto a succedergli a capo dell’Opus Dei. Il 28 novembre 1982, quando il beato Giovanni Paolo II eresse l’Opus Dei in Prelatura personale, lo nominò Prelato della nuova prelatura. Otto anni dopo, il 7 dicembre 1990, lo nominò vescovo, e il 6 gennaio 1991 gli conferì l’ordinazione episcopale nella basilica di San Pietro.
Nel corso degli anni in cui fu a capo dell’Opus Dei, Álvaro del Portillo promosse l’inizio dell'attività della Prelatura in 20 nuovi paesi. Nei suoi viaggi pastorali, che lo portarono in tutti e cinque i continenti, parlò a migliaia di persone di amore alla Chiesa e al Papa e predicò con convinzione il messaggio cristiano di san Josemaría sulla santità nella vita ordinaria.
Come Prelato dell'Opus Dei, Álvaro del Portillo diede impulso alla nascita di numerose iniziative sociali ed educative. Il Centre Hospitalier Monkole (Kinshasa, Congo), il Center for Industrial Technology and Enterprise (CITE, a Cebú, Filippine) o la Niger Foundation (Enugu, Nigeria) sono alcuni esempi di istituzioni di promozione sociale portate avanti da fedeli dell’Opus Dei, insieme ad altre persone, grazie all'incoraggiamento diretto di Monsignor del Portillo.
Allo stesso modo, la Pontificia Università della Santa Croce (dal 1985) e il seminario internazionale Sedes Sapientiae (dal 1990), entrambi a Roma, così come il Collegio ecclesiastico internazionale Bidasoa (Pamplona, Spagna), hanno formato per le diocesi migliaia di candidati al sacerdozio, inviati dai vescovi di tutto il mondo. Queste realtà evidenziano la preoccupazione di Monsignor del Portillo per il ruolo del sacerdote nel mondo, tema al quale ha dedicato buona parte delle sue energie, come fu evidente negli anni del Concilio Vaticano II. "Il sacerdozio non è una
carriera – scrisse nel 1986 – ma una dedizione generosa, piena, senza calcoli né limiti, per essere seminatori di pace e di allegria nel mondo, e per aprire le porte del Cielo a chi beneficia di questo servizio e ministero".
Mons. Álvaro del Portillo morì a Roma la mattina del 23 marzo 1994, poche ore dopo essere rientrato da un pellegrinaggio in Terra Santa.
Il giorno prima, il 22 marzo, aveva celebrato la sua ultima Messa nella chiesa del Cenacolo a Gerusalemme.
Álvaro del Portillo è autore di pubblicazioni su temi teologici, di diritto canonico e pastorali: Fedeli e laici nella Chiesa (1969), Scritti sul sacerdozio (1970) e numerosi altri testi, poi raccolti postumi nel volume Rendere amabile la verità.
Raccolta di scritti di Mons. Álvaro del Portillo, pubblicato nel 1995 dalla Libreria Editrice Vaticana. Nel 1992 fu pubblicato il volume Intervista sul Fondatore dell’Opus Dei, frutto di un’intervista con il giornalista italiano Cesare Cavalleri sulla figura di San Josemaría Escrivá, che è stato tradotto in varie lingue.
Dopo la sua morte nel 1994, migliaia di persone hanno testimoniato per iscritto il loro ricordo di Mons. Álvaro del Portillo: la sua bontà, il calore del suo sorriso, la sua umiltà, la sua audacia soprannaturale, la pace interiore comunicata dalle sue parole.

(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Alvaro del Portillo Diez de Sollano, pregate per noi.

 

*San Cirillo e 6 Compagni - Martiri in Mesia (12 maggio)
sec. III
Martirologio Romano:
A Galatz nella Mesia, nell’odierna Romania, San Cirillo, che subì il martirio insieme a sei compagni.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Cirillo, pregate per noi.


*San Crispolto (Crispolito) e Compagni - Martiri di Bettona (12 maggio)

Una favolosa passio del XII sec. racconta che Crispolito, oriundo di Gerusalemme, fu mandato da San Pietro a predicare il Vangelo in Italia.
Giunto a Bettona (Umbria), operò anche dei miracoli e fu consacrato vescovo da San Brizio. Arrestato dai soldati dell'imperatore Massimiano, fu ucciso tra aspri tormenti.
Sua sorella Tutela,insieme con altre dodici donne, voleva seppellire il suo corpo e quelo di un certo Baronzio, ucciso con lui, ma furono arrestate e anch'esse uccise.
La città di Bettona in Umbria, ha come patrono il santo vescovo e martire Crispolto (Crispolito) che si celebra il 12 maggio, con grande partecipazione di fedeli provenienti anche da paesi vicini.
Secondo una ‘passio’ del sec. XII, abbastanza favolosa, egli sarebbe stato oriundo di Gerusalemme e fu mandato da San Pietro in Italia a predicare il Vangelo, giunto a Bettona operò dei miracoli e quindi venne consacrato vescovo da Brizio, il quale era vescovo di Massa Martana e secondo altri di Spoleto e altre città umbre.
Crispolto si mise a predicare, arrestato dai soldati dell’imperatore Massimiano (250-310), fu condotto dal prefetto Asterio, invitato a sacrificare agli dei e al suo rifiuto, fu ucciso dopo aspri tormenti. Insieme a lui fu ucciso Baronzio, condannato alla decapitazione.
Il racconto prosegue con la sorella di Crispolto, Tutela che con altre dodici donne voleva seppellire i corpi dei due martiri, ma furono tutte arrestate e dopo il loro rifiuto a sacrificare, furono uccise. Il loro martirio sarebbe avvenuto un 12 maggio.
In onore di Crispolto fu poi edificato una chiesa dedicata alla Madonna; nel luogo del martirio, esistono tuttora i resti dell’antico monastero benedettino di San Crispolto (Crispolito) ricordato già nel 1018 in un antico documento dell’archivio della cattedrale di Assisi.
I fedeli di Bettona, volendo avere il corpo del Santo vescovo e martire dentro le mura della città, costruirono nel sec. XIII, una grande chiesa in suo onore, che fu consacrata dal vescovo Guido nel 1225. Detta chiesa nel 1256, passò dai benedettini ai francescani che la restaurarono nel 1266 e poi nel 1797.
Le reliquie del martire e patrono della città, riposano in un’urna nella cappella di sinistra; la chiesa porta il titolo di S. Maria Maggiore.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Crispolto e Compagni, pregate per noi.

   

*San Dimma di Tallaght (12 maggio)

San Dimma (Dioma o Diomma) è un santo irlandese commemorato nel Matirologio di Tallaght del secolo VIII.
Di lui si presume solo che fosse il figlio di Cass.
Il suo nome era ricordato nell’antica parrocchia di Kildimo, nella contea irlandese di Limerick.
La sua festa era fissata nel giorno 12 maggio.

(Autore: Mauro Bonato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Dimma di Tallaght, pregate per noi.

   

*San Domenico della Calzada - Eremita (12 maggio)
1060 - 1109
Martirologio Romano:
Nella Castiglia in Spagna, in una località poi insignita del suo nome, San Domenico, detto della Calzada, sacerdote, che costruì ponti e strade ad uso dei pellegrini di Santiago di Compostela e provvide con amore alle loro necessità nelle celle e nella foresteria che in questo luogo aveva fatto costruire.
Nato nei dintorni di Burgos (Spagna), dopo aver fatto il pastore, tentò, ma invano, di entrare nei monasteri di Valvanera (Logrono) e di S. Millán della Cogolla. La sua deformità fisica e la sua insufficienza intellettuale impedirono agli abati di riceverlo.
Qualche tempo dopo, però, fu ordinato sacerdote dal legato papale Gregorio di Ostia, di cui divenne intimo e fedele amico e compagno di viaggio attraverso la Spagna.
Alla morte di lui, avvenuta il 9 maggio 1048, Domenico si ritirò sulle rive dell'Oja, in un punto dove i pellegrini diretti a Compostella erano soliti guadare il fiume, dedicandosi al loro servizio.
Costruì un ospizio, nel quale essi potessero riposare la notte, un ponte che rendesse loro agevole e sicuro il passaggio, e trasformò la pista in una comoda strada (in spagnolo calzada), aiutato dagli abitanti della località, attirati dalla sua santa vita e dai miracoli che compiva, e anche da Alfonso VI.
Attorno alla cella, dove abitava, e alla cappella, dove pregava, si andò formando, lui ancora vivente, la città di San Domenico della Calzada.
Morì il 12 maggio 1109 e fu sepolto nella chiesa del luogo. La festa ricorre il giorno della morte.
(Autore: Justo Fernández Alonso - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Domenico della Calzada, pregate per noi.

 

*Beato Domenico Malaj - Sacerdote e Martire (12 maggio)

Scheda del Gruppo a cui appartiene:
"Beati Martiri Albanesi" (Vincenzo Prennushi e 37 compagni) (5 novembre)

Dushkul, Albania, 16 novembre 1917 – Scutari, Albania, 12 maggio 1959

Don Dedë Malaj, sacerdote della diocesi di Scutari, cercò di far arrivare in Vaticano la documentazione, da lui raccolta, sulla persecuzione religiosa messa in atto dal regime comunista. Fu però arrestato, processato e condannato alla fucilazione, benché qualcuno dei suoi parrocchiani, chiamati a partecipare alla giuria popolare, si fosse mostrato contrario.
Venne quindi fucilato sulla riva del lago di Scutari il 12 maggio 1959. Compreso nell’elenco dei 38 martiri albanesi capeggiati da monsignor Vinçenc Prennushi, è stato beatificato a Scutari il 5 novembre 2016.
Il secondo periodo della persecuzione comunista in Albania viene fissato dagli studiosi dal 1951 al 1960. In quegli anni il dittatore Enver Hoxha interruppe le relazioni diplomatiche con la Jugoslavia di Tito, accusandola di mire espansionistiche sull’Albania, e si avvicinò al comunismo sovietico.
Da Mosca arrivò, poco dopo, l’ordine di emanare delle leggi meno restrittive per la Chiesa cattolica: il 30 luglio 1951 venne firmato un accordo tra Stato e Chiesa, ma il testo prevedeva che la seconda non avesse più alcun rapporto con il Papa. Chi si ribellò a quelle norme finì, ben presto, in prigione.
Una nuova tattica messa in atto in questo secondo periodo prevedeva i processi del popolo, aperti al pubblico per incutere terrore e scoraggiare chi volesse ribellarsi. A volte capitava che gli stessi fedeli dei sacerdoti accusati dovessero pronunciarsi per condannarli. Accadde ad esempio a don Dedë Malaj.
Ordinato sacerdote nella chiesa della Madonna del Buon Consiglio a Gjenacan, nel 1941, aveva esercitato il ministero a Velipoje, Samrish, Obot e infine a Dajc.
Dopo aver raccolto parecchie testimonianze sugli arresti, sulle condanne e sulle persecuzioni subite dagli altri cattolici, cercò di farle arrivare in Vaticano, approfittando della vicinanza di Dajç alla frontiera con il Montenegro.
Fu però arrestato e sottoposto a processo. Del tribunale popolare facevano parte molti dei suoi parrocchiani: uno di essi, Anton Preçi, si rifiutò di votare a favore della sua condanna a morte e, pertanto, venne inviato in un campo di concentramento.
Don Dedë, invece, venne fucilato il 12 maggio 1959 presso la riva del lago di Scutari; aveva 42 anni.
I suoi resti mortali hanno ricevuto onorata sepoltura il 10 ottobre 1991, poco prima della ripresa del culto pubblico in Albania.
Compreso nell’elenco dei 38 martiri albanesi capeggiati da Monsignor Vinçenc Prennushi, è stato beatificato a Scutari il 5 novembre 2016.

(Autore: Emilia Flocchini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Beato Domenico Malaj, pregate per noi.

 

*Sant'Efrem di Gerusalemme - Vescovo (12 maggio)
Il Calendario Palestino-georgiano lo commemora il 12 maggio.
Sembra probabile che si tratti dello stesso personaggio che secondo Eusebio di Cesarea fu il tredicesimo vescovo di Gerusalemme al tempo dell'imperatore Adriano.
(Fonte:
Terra Santa)

Giaculatoria -
Sant'Efrem di Gerusalemme, pregate per noi.

  

*Beato Ejèll Deda - Sacerdote e Martire (12 maggio)
Scheda del Gruppo a cui appartiene:
"Beati Martiri Albanesi" (Vincenzo Prennushi e 37 compagni) (5 novembre)

Scutari, Albania, 22 febbraio 1917 – 12 maggio 1948

Ejëll Deda, nativo di Scutari, dopo la formazione nella sua città e a Roma divenne parroco a Bushat, nei pressi di Scutari. Assistette al martirio di padre Giovanni Fausti e dei suoi compagni il 4 marzo 1946. L’anno successivo venne arrestato e condannato a dieci anni di prigione.
Segnato dalle torture subite, morì il 12 maggio 1948. Compreso nell’elenco dei 38 martiri albanesi capeggiati da monsignor Vinçenc Prennushi, insieme a padre Fausti e a coloro che furono uccisi con
lui, è stato beatificato a Scutari il 5 novembre 2016.
Ejëll Deda nacque a Scutari il 22 febbraio 1917. Inizialmente studiò nel collegio dei Frati Minori della sua città, poi passò a compiere il noviziato a Troshan, assumendo il nome religioso di fra Anselmo ed emettendo la professione semplice.
Tuttavia, tempo dopo, passò al Pontificio Seminario di Scutari, per diventare sacerdote diocesano; da lì venne quindi inviato al Pontificio Collegio Urbano "De Propaganda Fide" di Roma. Fu ordinato sacerdote il giorno dopo aver compiuto ventisette anni.
Rientrato in patria, venne destinato al villaggio di Bushat, a circa quindici chilometri da Scutari. Ben presto divenne l’asse portante della vita della comunità, amato e apprezzato per il suo carattere amichevole e allegro.
Il 4 marzo 1946 assistette alla fucilazione dei padri gesuiti Giovanni Fausti e Daniel Dajani, del francescano Gjon Shllaku, del seminarista Mark Çuni e dei laici Gjelosh Lulashi e Qerim Sadiku, raccogliendo le loro ultime parole. Chinandosi sui loro cadaveri, mormorò un’ultima preghiera e, nel frattempo, intinse un batuffolo di cotone nel sangue di ciascuno: facevano così anche i primi cristiani con i loro martiri.
Poco più di un anno dopo, fu il suo turno: dopo un processo a porte chiuse, dall’esito già fissato, venne condannato a dieci anni di prigione.
La notte lo si sentiva urlare dal dolore, per via delle torture subite. Alla fine venne portato all’ospedale della prigione, dove morì il 12 maggio 1948.
Compreso nell’elenco dei 38 martiri albanesi capeggiati da monsignor Vinçenc Prennushi, don Ejëll Deda è stato beatificato a Scutari il 5 novembre 2016.
Dello stesso gruppo fanno parte altri diciannove sacerdoti diocesani e i martiri uccisi il 4 marzo 1946.

(Autore: Emilia Flocchini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Ejëll Deda, pregate per noi.

  

*Sant'Epifanio di Costanza di Cipro - Vescovo (12 maggio)
Eleuteropoli, Palestina, 310 circa – Mar Mediterraneo, 403
Nacque ad Eleuteropoli in Palestina verso l'anno 310 da genitori cristiani. Alla morte del padre sarebbe stato adottato da un ricco ebreo, Tryphone.
Rinunciò all'eredità lasciandone una parte alla sorella e distribuendo il resto ai poveri. Quindi entrò in monastero. L'esperienza monastica segnò profondamente Epifanio. Conservò lo stile del monaco anche dopo l'ordinazione episcopale.
Nel 376 infatti fu nominato vescovo di Salamina, sull'isola di Cipro, dieci chilometri a nord di Famagosta.
Durante il suo ministero fondò monasteri e si impegnò in prima persona nella disputa contro lo scisma di Antiochia e le deviazioni dell'origenismo segnalandosi come campione dell'ortodossia ma anche come uomo equilibrato e comprensivo.
Una fama che superò i confini di Cipro e resistette anche dopo la sua morte, diffondendosi soprattutto nelle Chiese d'Oriente.
Morì nel 403 mentre era in viaggio in mare. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Salamina sull’isola di Cipro, Sant’Epifanio, vescovo, che, insigne per l’ampiezza di erudizione e la conoscenza della letteratura sacra, rifulse anche per la santità di vita, lo zelo per la fede cattolica, la generosità verso i poveri e il dono dei miracoli.
Sant’Epifanio nacque ad Eleuteropoli in Palestina verso l’anno 310. Intransigente sostenitore dell’ortodossia, nei suoi scritti ci informa ampiamente sui movimenti non ortodossi dei primi
quattro secoli dell’era cristiana. Epifanio non brillava certamente nella comprensione delle opinioni altrui e gli studiosi moderni giudicano infatti i suoi scritti mal compendiati, scarsi di giudizi fondati e ricchi di prese di posizione assai rigide.
In giovane età Epifanio lasciò la Palestina per recarsi in Egitto, spinto dall’amore per lo studio ma anche per farsi partecipe della vita eremitica ivi praticata. Gli asceti egiziani erano infatti devoti seguaci di Sant’Atanasio e della formula nicena “consustanziale”.
Intrapresa la visita dei monasteri egiziani, s’imbatté anche in seguaci dello gnosticismoe monache dedite ad una vita dissoluta. Epifanio denunciò allora la situazione e tutti costoro furono espulsi dalla vita religiosa. Fece poi ritorno in Palestina, ove fondò un monastero che diresse per trent’anni.
Durante questo periodo fece visita a Sant’Eusebio di Vercelli e Paolino di Antiochia, entrambi fedeli alla retta fede e per questo esiliati dalle loro legittime sedi episcopali. Nel 367 ricevette la nomina a vescovo di Salamina sull’isola di Cipro, il cui antico nome della sede era Costanza, a dieci chilometri a nord di Famagosta.
Il novello pastore si dedicò anima e corpo al governo della diocesi ed alla confutazione degli errori, occupandosi di problemi quali la data della Pasqua, lo scisma di Antiochia, la polemica contro le immagini sacre e soprattutto le deviazioni dell’origenismo.
Epifanio, conoscitore di ben cinque lingue, univa una vasta erudizione con un ingegno limitato ed uno zeloeccessivo. Fu indubbiamente un campione dell’ortodossia e verso la fine della vita venne coinvolto a fondo con Giovanni, vescovo di Gerusalemme, ed anche con San Giovanni Crisostomo, che incontrò nel 403.
In quell’anno abbandonò il sinodo “della quercia”, dal nome del sobborgo di Costantinopoli dove si svolse, in cui l’imperatore tentò di rimuovere il Crisostomo dalla sede costantinopolitana. Non riuscì però a fare ritorno a Salamina e morì mentre era in viaggio per mare. Opere principali a lui attribuite sono il “Panarion” (“Libro dei rimedi contro le eresie”) e l’“Ancoratus” (“L’ancora della buona fede”). Altre sue opere includono trattati sulle gemme, sui pesi e sulle misure. Il Martyrologium Romanum commemora Sant’Epifanio di Salamina al 12 maggio.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Epifanio di Costanza di Cipro, pregate per noi.

 

*San Filippo - Diacono (12 maggio)
San Filippo diacono nacque a Palermo dalla nobile famiglia dei Settimi.
Nato per le preghiere di San Filippo d’Agira, all’età di otto anni fu condotta dal Santo (allora vivente) per chiedergli la sua benedizione.
Nella sua città fu consacrato diacono e poi, alla morte dei genitori, partì per Agira e visse sotto la guida del Santo Maestro Filippo.
Morì molti anni dopo San Filippo d’Agira, sacerdote, il 12 maggio del 130 d. C.
Fu sepolto ad Agira che lo scelse come compatrono.
(Autore: Don Marco Grenci – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Filippo, pregate per noi.

 

*San Filippo di Agira - Sacerdote, Esorcista (12 maggio)
Tracia, 396 ca. – Agira (Enna), 453 ca.
Martirologio Romano:
Ad Agíra in Sicilia, San Filippo, sacerdote, originario della Tracia.
La vita di questo Santo è stata scritta da un monaco di nome Eusebio, che si dice compagno di Filippo, il quale nacque in Tracia, regione sud-orientale della penisola balcanica allora provincia romana, ai tempi di Arcadio imperatore romano d’Oriente (395-408).
Fu istruito nelle discipline ecclesiastiche e anche nella lingua siriaca, a 21 anni ricevé il diaconato e poi arrivò in Italia insieme al monaco Eusebio, che a Roma gli fece da interprete.
Dopo essere stato ordinato sacerdote, ebbe l’incarico di evangelizzare la Sicilia centro-occidentale, dove gli abitanti, terrorizzati dall’attività eruttiva dell’Etna, continuavano a vedere nel vulcano una manifestazione del demonio, quindi si recò nell’isola stabilendosi ad Agira, in provincia di Enna, sempre in compagnia del fedele monaco Eusebio.
Svolse con fervore apostolico il suo ministero sacerdotale fra le popolazioni siciliane, diventando celebre per i numerosi miracoli che operava, specialmente liberando gli ossessi dal demonio.
Morì un 12 maggio del V secolo, l’anno non ci è noto ma va dal 453 al 457, aveva 63 anni.
Sul luogo del suo sepolcro, fu edificata una chiesa e in seguito un monastero, attorno ai quali l’antica ’Agyrium’ risorse con il nome di San Filippo d’Agira, nome conservato fino al 1939 (oggi solo Agira); una ricognizione delle reliquie fu fatta il 21 luglio 1625.
Numerose sono le processioni e le manifestazioni devozionali che si svolgono in quella parte della Sicilia, dove più forte è il culto di San Filippo; come l’offerta dei ceri durante la processione del 12 maggio, fatta dai fedeli che ritengono di avere ricevuto delle grazie.
Nell’arte è raffigurato con i paramenti liturgici a volte latini a volte di rito bizantino, spesso in atto di scacciare il demonio da un ossesso.
La sua festa liturgica è al 12 maggio.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Filippo di Agira, pregate per noi.

 

*Beato Francesco di Siena - Servita (12 maggio)
Siena, 1266 - † 26 maggio 1328
Francesco nacque a Siena nel 1266, da Arrighetto e Rainaldesca, non si sa il cognome, ma forse non era ancora in uso; nel XVII secolo gli viene dato il cognome ‘Patrizi’.
Entusiasmato dalla predicazione del domenicano Beato Ambrogio da Siena, maturò in lui il desiderio di ritirarsi a vita eremitica, ma non fu possibile perché dovette assistere e curare la madre cieca.
Alla morte della madre, ormai ventiduenne, chiese di entrare fra i “Servi di Maria” in omaggio alla Madonna di cui era molto devoto.
La decisione fu presa con qualche esitazione, giacché in lui viveva sempre il desiderio di una vita solitaria. Il periodo in cui entrò fra i Servi di Maria, era quello in cui incombeva sull’Ordine il
decreto del II Concilio di Lione (1274), che ne decretava l’estinzione; ma l’appassionata opera del priore generale s. Filippo Benizi, ottenne dal papa Onorio IV una bolla che autorizzava alcuni conventi, fra cui quello di Siena, a ricevere nuovi membri.
Fra questi, entrò Francesco che qui incontrò, il beato Gioacchino da Siena nel 1272 e San Pellegrino Laziosi verso il 1290. Tre anni dopo il noviziato, Francesco venne ordinato sacerdote, la sua opera si rivolse specie verso i poveri e diseredati, non esitava a presentarsi ai nobili di allora per chiedere sussidi a loro favore; eccellente predicatore, divenne direttore spirituale di molte persone di svariate categorie.
Una prova dell’affetto che gli dimostravano le anime da lui guidate, si legge in un testamento del 1309 di una certa Grazia, che lo nomina esecutore testamentario, dopo aver fatto donazioni sia a lui, sia al convento dei "Servi di Maria" di Siena.
Il suo biografo, fra’ Cristoforo da Parma, lo descrive piuttosto corpulento, dedito a sacrifici volontari per difendere la sua castità, tutto preso per l’amore alla Vergine, impegnatissimo per le confessioni.
Morì a 62 anni il 26 maggio 1328 e il suo corpo incorrotto è venerato sotto l’altare dei Sette Santi Fondatori, di fronte a quello del Beato Gioacchino, nella basilica dei Servi a Siena.
Papa Benedetto XIV ne confermò il culto l’11 settembre 1743, la sua festa è celebrata a Siena la domenica dopo l’Ascensione e nell’Ordine dei Servi di Maria il 12 maggio; è variamente raffigurato in affreschi del XV secolo.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Francesco di Siena, pregate per noi.

 

*San Germano - Patriarca di Costantinopoli (12 maggio)
Costantinopoli, 634 circa – Platanion, 732
Il patriarca di Costantinopoli San Germano, insigne per dottrina e virtù, riprese l’imperatore iconoclasta Leone l’Isaurico, autore di un editto contro le sacre immagini.
Martirologio Romano: A Costantinopoli, San Germano, vescovo, insigne per dottrina e virtù, che con il coraggio della fede rimproverò l’imperatore Leone l’Isaurico per aver promulgato l’editto contro le sacre immagini.
San Germano era figlio di un senatore di Costantinopoli e venne educato come chierico. Ricevuta l’ordinazione presbiterale, divenne in seguito decano del clero della celebre basilica di Santa Sofia.
La sua vita giunse a sfiorare il secolo, ma ben poco sappiamo della sua vita prima del compimento dei sessant’anni.
Fu uno dei promotori del sinodo “Trullano” nel 692, in cui si consolidarono le decisioni dei precedenti concili con l’aggiunta di alcuni decreti disciplinari.
Subito dopo Germano fu eletto alla sede arcivescovile di Cizico, odierna città turca di Kapidagi, sul Mar di Marmara.
Talune fonti sostengono che al sinodo del 712, sotto pressione da parte dell’imperatore, avrebbe firmato un documento che tentava di riabilitare l’eresia monotelita: se davvero ciò accadde,
ritrattò comunque ben presto per tornare in seno all’ortodossia.
Nel 715 infatti, in seguito alla sua nomina a patriarca di Costantinopoli, convocò immediatamente un sinodo che proclamò la fede cattolica, rigettando fermamente l’insegnamento monotelita. Anche così, però, non riuscì purtroppo a liberarsi dalle interferenze degli imperatori bizantini in materia dottrinale.
Nel 725 l’imperatore Leone III Isaurico emise il primo editto iconoclasta, cioè volto a vietare la venerazione delle immagini e delle icone, dunque anche alla loro distruzione.
Ciò contribuì ad alimentare profonde controversie nelle Chiese orientali, che si protrassero per ben un secolo. Germano, nei cinque mesi successivi, fu il principale oppositore dell’iconoclastia imperiale e chiese a tal scopo il sostegno del Papa di Roma.
Nel 730 fu infine costretto dall’imperatore a dimettersi ed a ritirarsi a Platanion per il resto dei suoi giorni. Scrittore di grande valore, molte delle sue opere furono oggetto di distruzione per ordine imperiale.
Quelle conservate includono quattro lettere dogmatiche, dedicate principalmente alla questione del culto delle icone, e sette omelie a carattere mariano, ove è ripetutamente sottolineata la sua mediazione generale nella concessione dei doni soprannaturali e la sua purezza personale in una forma che pare quasi prefigurare la dottrina cattolica dell’Immacolata Concezione.
La posizione ortodossa di Germano verso la venerazione delle icone fu sottolineata dal papa Gregorio II, apprezzando la sua difesa dell’insegnamento ortodosso: “Le icone sono la storia per immagini e tendono all’unica gloria del Padre celeste.
Quando mostriamo venerazione alle rappresentazioni di Gesù Cristo non adoriamo i colori posti sul legno: noi veneriamo il Dio invisibile che è nel seno del Padre, lo adoriamo in Spirito e verità”.
Un’altra sua opera a noi pervenuta è invece di carattere storico e tratta delle eresie e dei sinodi.
A lui appartiene probabilmente anche un’interpretazione della liturgia bizantina, per la quale compose anche alcuni pregevoli inni. Tra le sue opere andate perse, invece, compariva una difesa di San Gregorio di Nissa.
Il Martyrologium Romanum commemora San Germano, patriarca di Costantinopoli, al 12 maggio.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Germano, pregate per noi.

 

*Beata Giovanna di Portogallo - Domenicana (12 maggio)
Lisbona 1452 - Aveiro 1490
Figlia del re Alfonso V di Portogallo,
fin da bambina manifestò un'ardente sete di santità e il desiderio di consacrarsi a Cristo.
Ma solo dopo aver vinto le forti opposizioni del padre e della corte, poté entrare nel monastero di Aveiro.
Il fratello e il padre la costrinsero ripetutamente e con prepotenza a lasciare il monastero, per proporle dei matrimoni a scopo politico.
riuscì sempre a ritornare nel monastero di Aveiro, dove condusse una vita di austera penitenza e di umiltà.
Martirologio Romano: Ad Aveiro in Portogallo, beata Giovanna, Vergine, che, figlia del Re Alfonso V, rifiutate più volte le nozze, preferì servire nell’Ordine dei Predicatori, divenendo rifugio per i poveri, gli orfani e le vedove.
Giovanna, figlia di Alfonso V, Re del Portogallo, fu implorata dal cielo con molte preghiere, perché mancava l’erede alla corona. Alla sua nascita, nel 1452, i tre stati di quella corona giurarono di riconoscerla come loro Principessa ed erede al Trono, in caso venisse a mancare la prole maschile.
A tre anni Giovanna restò senza mamma, la quale morì dando alla luce l’erede atteso. L’augusta
bimba crebbe come fiore d’altare squisitamente educata dalla Principessa, Donna Beatrice de Meneses, sua istitutrice.
L’ardente pietà e la purità angelica davano un incanto particolare alla straordinaria bellezza di Giovanna, che giovanissima fu chiesta in sposa da ben tre pretendenti, il Delfino di Francia, Massimiliano d’Austria e dal Re d’Inghilterra.
Ma essa, scossa da un amore più grande, aveva già stabilito in cuor suo di vestire le bianche lane Gusmane.
Il suo rifiuto fu reciso. Allora cominciò quella lotta eroica che le costò indicibili amarezze, per ottenere la libertà di dedicarsi tutta a Dio.
Non si trattava di espugnare soltanto il cuore paterno, ma tutto il regno che si opponeva al suo disegno, essendo essa Principessa prescelta, e al mancare del fratello, unica erede del Trono.
Solo il 4 agosto 1472 poté vestire l’Abito Domenicano nell’osservantissimo Monastero di Aveiro, dove la sua breve vita fu tutto un olocausto d’amore e di sacrificio.
Morì all’ora da lei predetta il 12 maggio 1490, ad Aveiro.
Alla recita delle Litanie dei Santi, giunti all’invocazione “Omnes Sancti Innocentes, orate pro ea”, alzò gli occhi al cielo e spirò dolcemente.
Sulla sua tomba fiorirono miracoli senza numero. Papa Innocenzo XII il 31 dicembre 1692 ha confermato il suo culto.
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Giovanna di Portogallo, pregate per noi.

 

*Beato Giovanni de Segalars - Mercedario (12 maggio)
+ 24 ottobre 1466
Originario di Barcellona, il Beato Giovanni de Segalars, entrò nel convento mercedario della stessa città dove ne fu anche il XXI° priore.
Come procuratore generale dell’Ordine nel 1439, fu inviato al concilio di Basilea per trattare diverse questioni, passò poi a Napoli per parlare con il Re Alfonso V° e l’anno seguente fu inviato nuovamente a Basilea; da questa città fece visita più volte al Papa.
Nel 1447, mentre andava come redentore a Tunisi in Africa, la nave fece naufragio; morirono molte persone dell’equipaggio ed egli si salvò quasi per miracolo però perdendo tutto il capitale della redenzione.
Morì in pace nella sua città il 24 ottobre 1466 e fu sepolto nella chiesa del suo convento vicino all’altare maggiore.
L’Ordine lo festeggia il 12 maggio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giovanni de Segalars, pregate per noi.

 

*Beata Imelda Lambertini - Vergine (12 maggio)

Bologna, 1320 c. - 12 maggio 1333
Quella di Imelda Lambertini, al secolo Maria Maddalena, è una vicenda che si iscrive nel capitolo della santità dei bambini e degli adolescenti. Nata a Bologna intorno al 1320, morì nel monastero domenicano di Santa Maria Maddalena in Val di Pietra nel 1333, quindi a soli 13 anni circa. Era entrata nel monastero ancora bambina, desiderosa di ricevere l'Eucaristia. Ciò avvenne per via miracolosa, come attesta la tradizione.
Questo prodigio l'ha resa modello di devozione eucaristica. Fu Papa Leone XII a confermare nel 1826 il culto della beata, già attestato nel catalogo dei santi e dei beati della Chiesa bolognese del 1582. Il Domenicano Giocondo Pio Lorgna (1870-1928) mise sotto la protezione della beata la Congregazione da lui fondata, le Suore domenicane della beata Imelda, oggi presenti in Italia, Albania, Filippine, Camerun, Brasile e Bolivia.
Si occupano di pastorale parrocchiale, scolastica e giovanile. Per «Amare e far amare Gesù Eucaristia», secondo il detto del fondatore.  (Avvenire)
Etimologia: Imelda = (forse) attiva in battaglia, dall'antico tedesco
Martirologio Romano: A Bologna, beata Imelda Lambertini, vergine, che, accolta fin da piccola come monaca nell’Ordine dei Predicatori, ancor giovinetta, dopo aver ricevuto l’Eucaristia con straordinaria devozione, d’un tratto emise il suo spirito.
L’essere Santi non è un privilegio di pochi, ma una meta per tutti, senza limiti di età o condizione
sociale; i giovani in particolare, seguiti dagli adolescenti e dai ragazzi, non sono mai mancati nella storia della Santità Cristiana; anche se per un lungo periodo, la Chiesa non ha preferito proclamare santi o beati dei fanciulli o adolescenti.
Poi questa preclusione è venuta meno e tanti giovani e ragazzi sono saliti o stanno per salire all’onore degli altari, inoltre le cause in corso hanno subito un’accelerazione; ne citiamo alcuni:
Servi di Dio: Silvio Dissegna 12 anni di Moncalieri (TO); Aldo Blundo 15 anni di Napoli; Angela Iacobellis 13 anni di Napoli; Girolamo Tiraboschi, novizio camilliano di Cremona; Giuseppe Ottone 13 anni di Torre Annunziata (NA); venerabili Maggiorino Vigolungo 14 anni, aspirante Paolino di Benevello (Cuneo); Mari Carmen Gonzalez-Valerio 9 anni spagnola; i Beati Giacinta Marto 10 anni e Francesco Marto 11 anni, veggenti di Fatima in Portogallo; Beato Nunzio Sulprizio 19 anni di Napoli; Beato Pedro Calungsod di 18 anni, martire filippino; Beati David Okelo 16 anni e Gildo Irwa 12 anni, martiri ugandesi; beata Laura Vicuña 13 anni cilena; San Domenico Savio 15 anni, oratoriano di don Bosco; Santa Maria Goretti 12 anni di Nettuno (Latina), ecc.
Velocemente accenniamo anche ai Santi adolescenti e martiri dei primi tempi cristiani, come s. Tarcisio, San Vito, San Pancrazio, Sant'Agata, Sant'Agnese.
A questo incompleto elenco, bisogna aggiungere una beata del Basso Medioevo, periodo storico avaro di figure di bambini santi; si tratta di Imelda Lambertini nata a Bologna nel 1320 ca.; figlia di Egano Lambertini e della sua seconda moglie Castora Galluzzi, al battesimo ebbe il nome di Maria Maddalena.
Ancora bambina era entrata nel monastero delle Domenicane di S. Maria Maddalena di Val di Pietra, dove oggi sorge il convento dei Cappuccini e le fu dato il nome di Imelda, la comunità era composta dalle Canonichesse Regolari di S. Agostino, le quali verso la fine del sec. XIII erano passate alla Regola Domenicana.
Della vita di Imelda non si sa quasi niente, tranne il famoso miracolo eucaristico che la vide protagonista; come è noto, ricevere la Comunione Eucaristica, non era permesso in quei tempi prima di aver compiuto i 12 anni, ma l’educanda Imelda aveva un solo desiderio, che era quello di ricevere l’Ostia consacrata e ne faceva continua richiesta, sempre rifiutata.
La vigilia dell’Ascensione, il 12 maggio 1333, stava in Cappella partecipando con le suore e le altre educande alla celebrazione della Messa, arrivata alla Comunione Imelda inginocchiata al suo posto pregava fervidamente, desiderando nel suo intimo di ricevere Gesù, quando una particola si staccò dalla pisside tenuta in mano dal celebrante e volò verso la bambina, tutti i presenti poterono vederla, allora il sacerdote accostatosi la prese e gliela mise fra le labbra.
Subito dopo raggiante di gioia e ancora inginocchiata, Imelda Lambertini spirò in un’estasi d’amore, a quasi 13 anni. Le sue spoglie furono racchiuse in un artistico sepolcro di marmo con un’iscrizione e si cominciò a recitare in suo onore un’antifona.
Dal 1582 le Domenicane si trasferirono all’interno delle mura di Bologna, ottenendo dalla Curia arcivescovile la traslazione delle reliquie della beata, che oggi si trovano nella chiesa di San Sigismondo. Da quell’anno il suo nome fu inserito nel Catalogo dei Santi e Beati della Chiesa Bolognese.
Sotto il pontificato di Benedetto XIV (1740-1758), il quale la ricordò in una sua opera sulla canonizzazione dei Servi di Dio, furono avviate le pratiche di conferma del culto della beata bolognese, che però avvenne solo con papa Leone XII il 20 dicembre 1826.
La pratica di canonizzazione fu ripresa nel 1921 proseguendo fino al 1942, arenandosi poi per difficoltà di carattere storico.
Il culto per la beata Imelda Lambertini, si è diffuso di pari passo con la crescente devozione eucaristica in tutto il mondo; è la patrona venerata dei Piccoli Rosarianti e le Beniamine di Azione Cattolica e papa San Pio X nel 1908, la indicò come protettrice dei bambini che si accostano alla Prima Comunione. In Francia nel monastero di Prouilles sorse in suo onore una Confraternita, approvata dai Sommi Pontefici e messa sotto la guida dell’Ordine Domenicano.
Infine il Servo di Dio padre Giocondo Pio Lorgna (1870-1928) domenicano, mise sotto la sua protezione la Congregazione da lui fondata, le “Suore Domenicane della Beata Imelda”, oggi presenti in Italia, Brasile, Albania, Filippine, Camerum, Bolivia.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Imelda Lambertini, pregate per noi.

 

*Beato Luciano Galan - Sacerdote e Martire (12 maggio)
Scheda del Gruppo a cui appartiene:
"Beati Martiri del Laos" - 16 dicembre (celebrazione di gruppo)
Golinhac, Francia, 9 dicembre 1921 – Paksong, Laos, 12 maggio 1968

Padre Lucien Galan, della Società delle Missioni Estere di Parigi, iniziò il suo ministero a Xichang, nella regione cinese del Sichuan, ma nel novembre 1950 venne catturato e imprigionato, poi posto sotto sorveglianza. Infine venne espulso dalla Cina e arrivò a Hong Kong, dopo un lungo viaggio, nel gennaio 1952. La sua nuova destinazione fu la missione di Pakse in Laos, ma nel 1956 si trasferì tra le popolazioni di etnia kha, minoranza che abitava i villaggi di montagna.
Nel febbraio 1960 prese il posto del confratello padre René Dubroux, ucciso l’anno prima, in una zona dove si scontravano fazioni laotiane rivali. Domenica 12 maggio 1968, mentre era accompagnato dagli allievi catechisti Thomas Khampheuane Inthirath e Khamdi alla volta di un villaggio, cadde in un’imboscata: fu trascinato fuori dal suo veicolo e ucciso a colpi d’arma da fuoco, mentre Thomas morì sul colpo, al suo fianco; Khamdi riportò solo qualche ferita. Padre Lucien Galan, Thomas Khampheuane Inthirath e padre René Dubroux sono stati beatificati l’11 dicembre 2016 a Vientiane, nel Laos, insieme ad altri quattordici tra sacerdoti e laici.
Vocazione e formazione
Lucien Galan nacque il 9 dicembre 1921 a Golinhac, nella regione francese dell’Aveyron e nel territorio della diocesi di Rodez. Figlio di contadini, compì gli studi secondari al Collège de l'Immaculée-Conception di Espalion e, dal 1942 al 1946, fu allievo del Seminario maggiore di Rodez.
Il settembre 1946 entrò nel Seminario della Società delle Missioni Estere di Parigi e vi continuò la sua formazione fino all’ordinazione sacerdotale, avvenuta il 29 giugno 1948. La sua destinazione missionaria fu il Vicariato apostolico del Sichang in Cina, verso il quale partì il 15 dicembre 1948.
Missionario in Cina
Dopo un viaggio a cavallo attraverso la regione dello Yunnan, inframmezzato da tappe di riposo, arrivò a Sichang il 31 marzo 1949. Per qualche mese rimase nella sede del Vicariato, per familiarizzare con la lingua cinese e iniziare a conoscere gli usi e i costumi del luogo. La sua prima impressione della Cina, registrata nelle lettere agli amici, fu entusiastica e allo stesso tempo consapevole dei contrasti e della grande miseria che vi regnava.
Sul finire del 1949 venne inviato al sud della zona di missione, a Hweilli, dove si confrontò con abitanti intenti al brigantaggio e alla guerriglia nelle aree di montagna. In effetti, l’espansione comunista non tardò ad arrivare anche in quella provincia.
Arresto ed espulsione
Il 15 novembre 1950, padre Galan fu arrestato e accusato di complicità con i ribelli, a causa delle sue numerose uscite per visitare i cristiani dei vari villaggi. Due giorni dopo fu portato nella prigione di Hweili, ma le accuse contro di lui crollarono quando spiegò che, essendo da poco in Cina, non capiva ancora bene la lingua cinese.
Costretto all’inattività, poteva ancora dare notizie di sé e di come i cinesi venivano rieducati alle dottrine marxiste tramite sedute d’indottrinamento e processi popolari. Sul finire del 1951 venne trasferito a Sichang e, nel mese di dicembre, espulso dalla Cina.
L’8 gennaio 1952 arrivò a Hong Kong, all’epoca protettorato inglese, insieme al vicario apostolico monsignor Baudry e ai padri missionari Cuzon e Galan, già bloccati come lui. In un’altra sua lettera mostrò come le sue impressioni fossero decisamente cambiate: la Cina si era trasformata nell’inferno sulla terra.
«Quando siamo partiti da Houilli», scrisse, «i cristiani e molti pagani sono venuti discretamente a salutarci piangendo. Molti avevano la speranza che lo loro prova sarebbe stata breve. Io non penso che la maggior parte delle persine sia comunista in Cina. Molti sono influenzati dai processi iniqui.
Le prigioni rigurgitano d’innocenti e ci sono forzati dappertutto. I mesi più terribili sono stati gli scorsi aprile e maggio: ogni giorno, nella piccola città dov’ero in residenza sorvegliata, ci sono state esecuzioni. Duravano ore intere. I condannati subivano l’esecuzione dopo essere stati insultati e caricati di colpi. Era proibito seppellire i cadaveri…».
Nella missione del Laos
Dopo qualche settimana di riposo, padre Lucien fu assegnato al Vicariato apostolico di Thakhek in Laos: lasciò quindi Hong Kong il 26 gennaio 1952 e raggiunse la sua nuova destinazione nell’aprile seguente.
Incaricato del villaggio di Nason presso Pakse, si diede allo studio della lingua lao, così da poter prendere contatto, tra il 1953 e il 1954, con le popolazioni di etnia kha, nel nord-ovest del Paese. Iniziò a visitarle benché, nascosti tra le montagne, ci fossero guerriglieri del Viet Minh, gruppo di ribellione comunista.
Preoccupato per la situazione, era tuttavia persuaso di quanto espresse nel Bollettino interparrocchiale che giungeva alle parrocchie del suo paese natale, nel numero del giugno 1953: «Non è la persecuzione che distrugge la religione, quanto piuttosto l’esempio dei cattivi cristiani. Qui, per gli indigeni, un Europeo è un cristiano. Cristiano ed Europeo è un solo concetto nello spirito della gente.
Purtroppo, gli occidentali tradiscono apertamente l’ideale religioso che dovrebbero rappresentare».
Nel 1955 intraprese il progetto di occuparsi dei lebbrosi: per questo motivo, visitò alcuni lebbrosari nella zona di Saigon e di Djiring. L’anno seguente prese dimora in una piccola casa, che fungeva anche da cappella, dove accoglieva quanti, degli otto villaggi kha ma non solo, gli chiedevano di diventare cristiani.
Nella missione di Nason c’erano già molti laotiani che si preparavano al Battesimo: nel 1957 ebbero una chiesa nuova, benedetta e inaugurata da padre Lucien. Dal giugno 1957 al dicembre 1958 fu momentaneamente parroco a Pakse; poco dopo, dal 9 aprile 1959 al 23 febbraio 1960, prese un periodo di riposo da trascorrere in Francia.
Il rischio aumenta
Rientrato in Laos, fu incaricato della missione di Muong-Khrai, al limite della zona all’epoca controllata dal gruppo comunista del Pathet Lao da una parte, dalle truppe governative dall’altra. Dovette sostituire il confratello padre René Dubroux, ucciso l’anno prima.
Molto spesso, specie nel 1962, padre Lucien fu arrestato e subito dopo liberato e correva costantemente il rischio di trovarsi su piste minate. Ciò nonostante, era pieno di progetti e di realizzazioni da portare a termine, mentre il numero di cristiani cresceva seppure in situazione di guerriglia. Gradualmente, però, i suoi resoconti lasciarono il posto alla descrizione della guerra e dei pericoli che aumentavano.
La morte
Il 15 aprile 1968, padre Lucien scrisse alla sua famiglia per annunciare il suo arrivo per un nuovo periodo di congedo, che aveva rimandato perché un altro missionario ne aveva più bisogno di lui: «Compiamo questo sacrificio per la pace in Laos e in tutto il Sud-est asiatico».
L’11 maggio 1968 partì per i villaggi di Nong Mot e Nong I-Ou, per sostituire un altro confratello. La mattina seguente, dopo aver celebrato due Messe, verso le 9.30 lasciò Nong I-Ou per andare in un altro villaggio per celebrare anche là. Di passaggio per la scuola catechistica di Paksong, venne raggiunto da due apprendisti catechisti, Thomas Khampheuane Inthirath e il suo amico Khamdi, che si offrirono volontari per accompagnarlo.
Giunti a quindici chilometri da Paksong, i tre caddero in un’imboscata: Thomas morì sul colpo, mentre Khamdi fu ferito a una gamba. Secondo la testimonianza lui che rese in seguito, padre Lucien fu ferito gravemente dagli spari diretti contro il suo veicolo. Due soldati, che parlavano vietnamita, lo tirarono fuori e lo spinsero poco più avanti: di lì a poco, si sentirono due colpi d’arma da fuoco.
Mentre Khamdi fu soccorso da alcuni militari di un posto di blocco, i cadaveri degli altri due furono recuperati a fatica il giorno seguente e portati a Pakse, dove si svolse la celebrazione dei funerali.
La causa di beatificazione
Una spiegazione plausibile per l’accaduto è che padre Lucien Galan sia stato ucciso in quanto capo spirituale di numerosi villaggi, che erano rimasti fedeli al governo centrale: colpendo lui, si sperava di seminare il terrore tra gli abitanti.
Per questo motivo, insieme al catechista Thomas Khampheuane Inthirath e al già citato padre René Dubroux, è stato inserito in un elenco di quindici tra sacerdoti, diocesani e missionari, e laici, uccisi tra Laos e Vietnam negli anni 1954-1970 e capeggiati dal sacerdote laotiano Joseph Thao Tiên.
La fase diocesana del loro processo di beatificazione, ottenuto il nulla osta dalla Santa Sede il 18 gennaio 2008, si è svolta a Nantes (di cui era originario un altro dei potenziali martiri, padre Jean-Baptiste Malo) dal 10 giugno 2008 al 27 febbraio 2010, supportata da una commissione storica.
A partire dalla fase romana, ovvero dal 13 ottobre 2012, la Congregazione delle Cause dei Santi ha concesso che la loro "Positio super martyrio", consegnata nel 2014, venisse coordinata, poi studiata, congiuntamente a quella di padre Mario Borzaga, dei Missionari Oblati di Maria Immacolata, e del catechista Paul Thoj Xyooj (la cui fase diocesana si era svolta a Trento).
L’accertamento del martirio e la beatificazione
Il 27 novembre 2014 la riunione dei consultori teologi si è quindi pronunciata favorevolmente circa il martirio di tutti e diciassette. Questo parere positivo è stato confermato il 2 giugno 2015 dal congresso dei cardinali e vescovi della Congregazione delle Cause dei Santi, ma solo per Joseph Thao Tiên e i suoi quattordici compagni: padre Borzaga e il catechista, infatti, avevano già ottenuto la promulgazione del decreto sul martirio il 5 maggio 2015. Esattamente un mese dopo, il 5 giugno, Papa Francesco autorizzava anche quello per gli altri quindici.
La beatificazione congiunta dei diciassette martiri, dopo accaniti dibattiti, è stata infine fissata a domenica 11 dicembre 2016 a Vientiane, nel Laos.
A presiederla, come inviato del Santo Padre, il cardinal Orlando Quevedo, arcivescovo di Cotabato nelle Filippine e Missionario Oblato di Maria Immacolata. La memoria liturgica di tutto il gruppo cade il 16 dicembre, anniversario del martirio del Missionario Oblato di Maria Immacolata padre Jean Wauthier.

(Autore: Emilia Flocchini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Luciano Galan, pregate per noi.

 

*San Modoaldo - Vescovo (12 maggio)
+ 640
Martirologio Romano:
A Treviri nella Renania in Austrasia, nel territorio dell’odierna Germania, San Modoaldo, vescovo, che costruì e ornò chiese e monasteri, istituì molte comunità di vergini e fu sepolto accanto alla sorella Severa.
San Modoaldo nacque in Acquitania da un’aristocratica famiglia e trascorse gran parte della sua vita a stretto contatto con i re merovingi, le cui mancanze secondo San Gregorio di Tours influirono sulla carriera di Modoaldo.
Il re Dagoberto I, alla cui corte si trovava, lo assegnò alla sede episcopale di Treviri ancora  giovane età, ma ciò non impedì al giovane vescovo di rimproverare il sovrano per l’immoralità che contraddistingueva lo stile di vita suo e della corte.
Solo verso la fine della sua vita, però, il sovrano si pentì e tentò di emendarsi.
Volle dunque Modoaldo come suo consigliere spirituale e gli donò generosamente terreni e denaro per la fondazione di nuovi monasteri.
Non si conoscono comunque molti particolari della vita di San Modoaldo.
Prese parte al concilio di Reims nel 625 ed ordino prete il futuro martire San Germano di Munster-Granfelden, già suo discepolo.
Fu inoltre amico di San Desiderio di Cahors.
L’episcopato di Modoaldo durò probabilmente una ventina d’anni, sino alla sua morte avvenuta nel 640.
Il Martyrologium Romanum pone la sua commemorazione al 12 maggio. 
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Modoaldo, pregate per noi.

 

*San Nereo - Martire (12 maggio)
sec. III
Nereo e Achilleo, secondo la tradizione riferita da Papa Damaso, erano due militari conquistati alla fede dalla fortezza dei martiri cristiani.
Decapitati a Roma sotto Diocleziano (304), furono sepolti nel cimitero di Domitilla sull'Ardeatina e onorati anche in una basilica presso le terme di Caracalla. (Mess. Rom.)
Etimologia: Nereo = gran nuotatore, da Nereo, dio marino greco
Emblema: Palma
Martirologio Romano: Santi Néreo e Achílleo, martiri, che, come riferisce il papa san Damaso, si erano arruolati come soldati e, spinti da timore, erano pronti ad obbedire agli empi comandi del magistrato, ma, convertitisi al vero Dio, gettati via scudi, armature e lance, lasciarono l’accampamento e, confessando la fede in Cristo, godettero del suo trionfo.
In questo giorno a Roma i loro corpi furono deposti nel cimitero di Domitilla sulla via Ardeatina.
Tutte le strade portano a Roma, dice un proverbio, e da Roma partono alcune delle più celebri vie del mondo. Su due di esse, verso sud-est e ovest, l’Ardeatina e l’Aurelia, ricevettero degna sepoltura i Santi martiri Nereo ed Achilleo, nonché Pancrazio.
Nonostante siano ricordati tutti e tre al 12 maggio, il loro culto è sempre stato separato e le loro memorie liturgiche vengono celebrate separatamente con formulari propri secondo l’antica
tradizione romana.
Il documento più antico sui santi Nereo ed Achilleo, martiri romani, è l’epigrafe scritta in loro onore da Papa San Damaso nel IV secolo.
La testimonianza di numerosi pellegrini ne ha tramandato il contenuto prima che essa venisse distrutta.
L’archeologo Giovanni Battista De Rossi nel XIX secolo ne ha rimesso insieme i frammenti: “I martiri Nereo e Achilleo si erano arruolati nell’esercito ed eseguivano gli ordini di un tiranno, ed erano sempre pronti, sotto la pressione della paura, ad obbedire alla sua volontà.
O miracolo di fede! Improvvisamente cessò la loro furia, si convertirono, fuggirono dal campo del tiranno malvagio, gettarono via gli scudi, l’armatura e i giavellotti lordi di sangue.
Confessando la fede di Cristo gioirono nell’unire la loro testimonianza al suo trionfo. Impariamo dalle parole di Damaso quali cose grandi opera la gloria di Cristo”.
Pare dunque certo che fossero pretoriani e che, più o meno improvvisamente, abbiano deciso di convertirsi al cristianesimo, pagando con il loro sangue la loro fede. Nel 1874 il De Rossi scoprì le loro tombe vuote ed una scultura contemporanea in una chiesa sotterranea fatta edificare da papa Silicio nel 390.
Il loro sepolcro consisteva in una tomba di famiglia, situata nel cosiddetto cimitero di Domitilla, come sarà denominato più tardi. Intorno al Seicento San Gregorio Magno pronunciò una solenne omelia a loro dedicata: “Questi santi, davanti ai quali siamo radunati, odiarono il mondo e lo calpestarono sotto i propri piedi quando la pace, le ricchezze e la salute esercitavano il loro fascino”.
La chiesa venne ricostruita nel IX secolo da Papa Leone III, ma era nuovamente in rovina quando il Cardinal Baronio, famoso studioso oratoriano del XVI secolo, la fece restaurare per traslarvi le reliquie dei due santi, che erano state trasferite in Sant’Adriano.
I loro “Acta” leggendari hanno ben poca credibilità e paiono essere stati scritti onde giustificare la presenza delle loro reliquie nel cimitero di Domitilla: a tal fine si cercò infatti di legare la vicenda del loro martirio a quella della santa nipote dell’imperatore Domiziano.
Secondo tali resoconti furono esiliati insieme sull’isola di Terracina: Nereo ed Achilleo venero poi decapitati, mentre Domitilla fu arsa viva, essendosi rifiutata di sacrificare agli idoli.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Nereo, pregate per noi.

 

*San Pancrazio - Martire (12 maggio)
Sinnada, Frigia, Asia Minore, 289 circa – Roma, 12 maggio 304
Sull’Ardeatina e sull’Aurelia sono stati sepolti i tre martiri Nereo e Achilleo, e Pancrazio.
Benchè ricordati tutti e tre al 12 maggio, il loro culto è stato sempre separato, come precisano gli estensori del nuovo calendario: «La memoria dei Santi Nereo e Achilleo e la memoria di San Pancrazio vengono celebrate separatamente con formulari propri secondo l’antica tradizione romana».
La storia di San Pancrazio, morto in giovane età sotto Diocleziano, è stata arricchita di tanti elementi leggendari dalla sua tardiva «Passio» che è ben difficile isolare le reali vicende storiche di questo che è stato uno dei Santi più popolari non solo a Roma e in Italia, ma anche all’estero: è patrono dei Giovani di Azione Cattolica.
A lui sono stati dedicati chiese e monasteri: quello di Roma venne fondato da san Gregorio Magno e quello di Londra da sant’Agostino di Canterbury.
Il suo sepolcro si trova a Roma nel cimitero di Ottavilla al secondo miglio della via Aurelia, dove Papa Simmaco costruì una basilica in suo onore. (Avvenire)
Etimologia: Pancrazio = lottatore, dal tipo di sport greco
Emblema: Palma
Martirologio Romano: San Pancrazio, martire, che, si dice sia morto ancora adolescente per la fede in Cristo a Roma al secondo miglio della via Aurelia; presso il suo sepolcro il Papa San Simmaco innalzò una celebre basilica e il Papa Gregorio Magno vi convocò frequentemente il popolo, perché da quel luogo ricevesse testimonianza del vero amore cristiano. In questo giorno si celebra la sua deposizione.
San Pancrazio nacque verso la fine dell’anno 289 dopo Cristo presso Sinnada, cittadina della Frigia, provincia consolare dell’Asia Minore.
I suoi ricchi genitori erano di origine romana: la madre Ciriada morì nel parto, mentre il padre Cleonia lo lasciò orfano all'età di otto anni, affidandolo però allo zio Dionisio perché ne curasse l’educazione e l’amministrazione dei beni.
Entrambi, Pancrazio e Dionisio, si trasferirono a Roma per risiedere nella loro villa patrizia sul Monte Celio.
Qui vennero a contatto con la comunità cristiana di Roma e chiesero di poter essere iniziati alla fede. La scoperta di Dio e di Cristo infiammò a tal punto il cuore del giovane e dello zio, che i due chiesero in breve tempo il Battesimo e l’Eucaristia.
Scoppiò nel frattempo la feroce persecuzione di Diocleziano, era l’anno 303 d.C., ed il terrore dalle province dell’impero giunse sino a Roma, falciando inesorabilmente ogni persona che avesse negato l’incenso agli dèi romani o il riconoscimento della divinità dell’imperatore.
Anche Pancrazio fu chiamato a sacrificare, per esprimere la sua fedeltà a Diocleziano, ma rifiutandosi fermamente fu allora condotto dinnanzi all’imperatore stesso per essere giudicato.
Diocleziano, sorpreso “dall’avvenenza giovanile e bellezza di lui, adoperò ogni arte di promesse e minacce per fargli abbandonare la fede di Gesù Cristo” (da un manoscritto conservato nella Basilica di San Pancrazio).
La costanza della fede di Pancrazio meravigliò l’imperatore e tutti i cortigiani presenti all’interrogatorio, suscitando allo stesso tempo lo sdegno dell’imperatore che non esitò ad ordinare la decapitazione dell’intrepido giovane.
Condotto fuori Roma, sulla via Aurelia, mentre il sole al tramonto tingeva di purpureo quella sera del 12 maggio 304 e le tenebre scendevano fitte sul tempio di Giano, Pancrazio porse la testa al titubante carnefice, riconsegnando così la propria vita a Dio.
Consumatosi così il martirio del ragazzo, Ottavilla, illustre matrona romana, raccolse il capo ed il corpo, li unse con balsami, li avvolse in preziosi lini e li depose in un sepolcro nuovo, appositamente scavato nelle già esistenti Catacombe del suo predio.
Sul luogo del martirio leggiamo ancora oggi: “Hic decollatus fuit Sanctus Pancratius” (Qui fu decollato San Pancrazio).
In seguito il capo del martire fu posto nel prezioso reliquiario che ancor oggi si venera nella Basilicali San Pancrazio.
I resti del corpo del piccolo martire, invece, sono conservano nell’urna posta sotto l’altare maggiore insieme alle reliquie di altri martiri.
La vicenda di San Pancrazio ha talvolta suscitato tra gli eruditi diverse contestazioni.
In essa si riscontrano infatti anacronismi di rilievo ed altri difetti che rilevano innegabilmente il comune armamentario agiografico di cui si servivano i biografi per soddisfare la curiosità dei devoti di un santo.
La critica demolitrice non è però andata molto oltre.
É pur certo che le redazioni latine e greche delle Gesta di San Pancrazio arrivate sino a noi
abbiano bisogno dello sfrondamento dalle molte alterazioni contenute, ma comunque al fondo di tali narrazioni si possono riscontrare alcuni elementi sicuramente attendibili.
Non si potrebbe spiegare altrimenti come già sul finire del V secolo fosse sicuramente attestato un fervente culto verso un martire di cui non si sapeva molto più che il nome ed il luogo della sepoltura.
Gli Acta narranti il martirio di San Pancrazio non sono affatto contemporanei ai fatti accaduti e, secondo gli studiosi, risalirebbero a circa due secoli dopo.
Sembra infatti che vennero compilati definitivamente nel VI secolo, periodo che si rivelò di massimo fervore del culto tributato al martire ed in concomitanza con l’edificazione della grande basilica voluta da Papa Simmaco per tramandarne la memoria.
Tale ritardo nello stendere le passiones è infatti così spiegato dal Grisar: “poiché le persecuzioni pagane spesso avevano distrutto precisamente gli scritti che trovavasi in possesso della Chiesa, gli atti genuini dei martiri, quali erano stati copiati dai protocolli giudiziari, e le altre narrazioni composte da cristiani contemporanei erano andate perdute in massima parte.
Di molti martiri poi nella distretta delle ostilità pagane mai furono redatte narrazioni precise, mentre invece nell'età della Chiesa trionfante, specialmente dacché il pubblico culto dei coraggiosi testimoni della fede per due o tre secoli ebbe preso il più grande slancio e s’erano accresciute le curiosità dei pellegrini sulle circostanze della loro persona e morte, a poco a poco ogni martire dovette avere la sua passione”.
Sorge inoltre anche un’altra difficoltà: la “Passio sancti Pancratii” è giunta sino a noi in diverse redazioni differenti tra loro, ma ciò non deve meravigliare, in quanto i codici sono dipendenti l’uno dall’altro, venivano trascritti a distanza di tempo e spesso il copista abbelliva a proprio gusto il testo su cui lavorava.
Un incalcolabile numero di manoscritti contenenti la suddetta leggenda è custodito in numerose biblioteche d’Italia e d’Europa, motivo per cui risulterebbe impresa ardua se non impossibile il tentare un raffronto ed una classificazione dei codici originali.
Il Cardinale Baronio, autore nel XVI secolo della più grande storia della Chiesa, ricordò San Pancrazio nella sua monumentale opera, gli Annales Ecclesiastici: “Rursus etiam, quod spectat ad martyres Romae passos, sustulit haec persecutio Rufum virum nobilem, una cum omni familia sua, quarta kalend. Decembris; sed et nobilem specimen christianae constantiae duo pueri ediderunt, quorum prior maxime commendatur Pancratius quatuordecim annos natus; sed et alius quoque aetate minor Crescentius, qui sub Turpilio (seu Turpio) judice, via Salaria gladio passus est” (C. Baronio, Annales, III).
Anche se essenziale, la citazione del martirio di Pancrazio è basata dal Baronio su fonti storiche antiche e degne di fede.
Dall’iconografia del santo, che sovente viene raffigurato come un giovane soldato, nasce un’altra curiosità.
Bisogna chiarire innanzitutto come a quel tempo la carriera militare era certamente la più promettente per i giovani rampolli delle nobili e ricche famiglie come quella di Pancrazio, in un impero che della guerra aveva fatto la sua fortuna oltre che il mezzo per sottomettere il mondo.
Non avendo però validi motivi per affermarlo, è preferibile ipotizzare che l’abito e la posa del combattente nelle quali egli viene posto siano motivati dall’etimologia del suo nome che significa in greco “lottatore”, che in questo caso farebbe riferimento alla lotta da lui combattuta per testimoniare la fede cristiana.
Il Martyrologium Romanum ancora oggi riporta in data 12 maggio la commemorazione “A Roma, al secondo miglio lungo la Via Aurelia, memoria di San Pancrazio, che ancora adolescente fu ucciso per la fede di Cristo; presso il luogo della sua sepoltura Papa Simmaco innalzò la celebre basilica, e Papa Gregorio Magno non perse occasione per invitare il popolo ad imitare un simile esempio di verace amore a Cristo.
In questa data si commemora la deposizione delle sue spoglie”.
Il Messale Romano ed il Breviario, conformemente al calendario liturgico della Chiesa, riportano sempre in tale data la “memoria facoltativa” del santo martire.
San Pancrazio, patrono dei Giovani di Azione Cattolica, è stato indubbiamente uno dei Santi più popolari non solo a Roma ed in Italia, ma anche all’estero.
A lui sono stati dedicati chiese e monasteri: quello di Roma venne fondato da San Gregorio Magno e quello di Londra da Sant’Agostino di Canterbury, che da il nome anche ad una stazione della metropolitana londinese.
Degno di nota è anche il santuario di San Pancrazio presso Pianezza, nella prima cintura torinese, legato ad un fatto miracoloso avvenuto il 12 maggio 1450 al contadino Antonio Casella.
Questi, mentre falciava il prato tagliò inavvertitamente un piede alla moglie, venuta a portargli qualcosa da mangiare.
I coniugi, angosciati, pregarono il Signore e furono confortati dall’apparizione di San Pancrazio che promise la pronta guarigione in cambio dell’erezione di un luogo di culto.
Nacque così un pilone votivo che si ampliò sino a divenire il grande santuario ancora oggi meta di pellegrinaggi.
Non bisogna però confondere il fanciullo martire romano venerato a Pianezza con un altro santo omonimo venerato in Piemonte, che nel grande dipinto del Santuario di Castelmagno (Cn) è raffigurato insieme ai Santi Maurizio, Costanzo, Ponzio, Magno, Chiaffredo e Dalmazzo in abiti militari, quali presunti soldati della mitica Legione Tebea.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Pancrazio, pregate per noi.

 

*Santa Rictrude - Sposa,Badessa (12 maggio)
612 – 678
Martirologio Romano:
Nel monastero di Marchiennes vicino a Cambrai in Austrasia, nel territorio dell’odierna Francia, Santa Rictrude, badessa, che, dopo la morte violenta di suo marito Adalbaldo, su consiglio di Sant’Amando prese il sacro velo e con grande rettitudine governò le vergini consacrate.
Santa Rictrude nacque in Guascogna nel 612 da una famiglia ricca quanto devota. In giovane età ebbe come direttore spirituale Sant'Amando di Maastricht, esiliato proprio in quella regione dal re Dagoberto, del quale aveva condannato la condotta licenziosa.
Amando visse così in quel periodo ospite della famiglia di Rictrude e da questo luogo il santo franco intraprese l'opera di evangelizzazione della Guascogna.
Un altro nobile franco, Sant'Adabaldo, giunse in seguito in quella casa, guadagnandosi il favore del re Clodoveo II, e nonostante l'opposizione dei nobili guasconi chiese ed ottenne Rictrude in sposa.

I due andarono a vivere insieme presso Ostrevant nelle Fiandre ed ebbero ben quattro figli anch'essi tutti venerati come santi: Adalsinda, Clotsinda, Mauronto ed Eusebia.
Amando era solito far loro visita: essi conducevano una vita “Devota e lieta”, come asserisce il suo biografo.
Tuttavia questa felice esistenza non era destinata a durare e nel 652 Adabaldo venne ucciso dai guasconi, presumibilmente ancora ostili al matrimonio celebrato con Rictrude ormai da sedici anni.
Meritò così di essere onorato come martire, anche se la sua tradizionale commemorazione al 2 febbraio ad onor del vero non è più riportata dal Martyrologium Romanum.
A causa della tragica scomparsa del marito, Rictrude espresse il desiderio di farsi monaca, ma Amando le consigliò di attendere ancora, almeno finché suo figlio Mauronto fosse diventato abbastanza grande per essere introdotto nella vita di corte.
Clodoveo II serbava però ben altri progetti per lei, desiderando che andasse sposa ad uno dei suoi protetti. Amando riuscì però fortunatamente a persuaderlo a lasciarla libera ed ella poté così felicemente recarsi a Marchiennes, ove aveva fondato un monastero maschile ed uno femminile.
Ne fu badessa per molti anni e le sue due figlie maggiori, Adalsinda e Clotsinda, si unirono a lei.
Più tardi anche il figlio Mauronto. La prima figlia morì giovane, mentre invece la seconda succedette alla madre come badessa quando costei morì nel 678.
L'ultima figlia, Eusebia, visse con la nonna. Questa famiglia, ascesa al gran completo alla gloria degli altari, non è che uno dei molti casi simili verificatisi in duemila anni di cristianesimo. Santa Rictrude è commemorata dal Martyrologium Romanum al 12 maggio.  
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Rictrude, pregate per noi.


*Beato Tommaso Khampheuane Inthirath - Allievo Catechista, Martire (12 maggio)

Scheda del Gruppo a cui appartiene:
"Beati Martiri del Laos" - 16 dicembre (celebrazione di gruppo)
Nong Sim, Laos, 1952 - Paksong, Laos, 12 maggio 1968

Thomas Khampheuane Inthirath ereditò l’incarico di catechista da suo padre, che sua volta aveva succeduto a suo suocero come catechista del villaggio. Già quindicenne fu scelto da padre Lucien Galan, delle Missioni Estere di Parigi, per entrare nella scuola per catechisti a Paksong. Domenica 12 maggio 1968, i due apprendisti catechisti erano incamminati con lui verso un villaggio a quindici chilometri da Pakse, quando furono vittime di un agguato: padre Galan fu trascinato fuori dal suo veicolo e ucciso a colpi d’arma da fuoco, mentre Thomas morì subito, al suo fianco; Khamdi riportò solo qualche ferita. Padre Lucien Galan e Thomas Khampheuane Inthirath sono stati beatificati l’11 dicembre 2016 a Vientiane, nel Laos, insieme ad altri quindici tra sacerdoti e laici.
Thomas Khampheuane Inthirath nacque nel 1952 presso il villaggio di Nong Sim, nel tavoliere del Boloven, in Laos, compreso nel Vicariato apostolico di Pakse. Suo padre aveva succeduto a suo suocero, ossia il nonno materno di Thomas, come catechista del villaggio: per questo motivo era stato imprigionato.
Figlio prediletto, a lungo atteso, ereditò a sua volta l’incarico paterno, compiuto con autentico spirito di servizio e di disponibilità e con carattere pacifico e generoso. Per questo motivo, appena quindicenne, fu scelto per entrare nella scuola catechistica di Paksong da un missionario della Società delle Missioni Estere di Parigi, padre Lucien Galan.
L’11 maggio 1968, quest’ultimo era di passaggio per Paksong, mentre era alla volta dei villaggi di Nong Mot e Nong I-Ou, dove avrebbe dovuto celebrare l’Eucaristia domenicale l’indomani. Thomas e un altro apprendista catechista, il suo amico Khamdi, si offrirono volontari per accompagnarlo.
Giunti al chilometro 19 prima di Paksong, i tre caddero in un’imboscata: Thomas morì sul colpo, mentre Khamdi fu ferito a una gamba. Secondo la testimonianza che lui rese in seguito, padre Lucien fu ferito gravemente dagli spari diretti contro il suo veicolo. Due soldati, che parlavano vietnamita, lo tirarono fuori e lo spinsero poco più avanti: di lì a poco, si sentirono due colpi d’arma da fuoco.
Mentre Khamdi fu soccorso da alcuni militari di un posto di blocco, i cadaveri degli altri due furono recuperati a fatica il giorno seguente e portati a Pakse, dove si svolse la celebrazione dei
funerali. Il padre di Thomas si dichiarò fiero che suo figlio avesse dato la vita per la fede.
Thomas Khampheuane Inthirath e padre Lucien Galan sono stati inseriti in un elenco di quindici tra sacerdoti, diocesani e missionari, e laici, uccisi tra Laos e Vietnam negli anni 1954-1970 e capeggiati dal sacerdote laotiano Joseph Thao Tiên.
La fase diocesana del loro processo di beatificazione, ottenuto il nulla osta dalla Santa Sede il 18 gennaio 2008, si è svolta a Nantes (di cui era originario un altro dei potenziali martiri, padre Jean-Baptiste Malo) dal 10 giugno 2008 al 27 febbraio 2010, supportata da una commissione storica.
A partire dalla fase romana, ovvero dal 13 ottobre 2012, la Congregazione delle Cause dei Santi ha concesso che la loro "Positio super martyrio", consegnata nel 2014, venisse coordinata, poi studiata, congiuntamente a quella di padre Mario Borzaga, dei Missionari Oblati di Maria Immacolata, e del catechista Paul Thoj Xyooj (la cui fase diocesana si era svolta a Trento).
Il 27 novembre 2014 la riunione dei consultori teologi si è quindi pronunciata favorevolmente circa il martirio di tutti e diciassette.
Questo parere positivo è stato confermato il 2 giugno 2015 dal congresso dei cardinali e vescovi della Congregazione delle Cause dei Santi, ma solo per Joseph Thao Tiên e i suoi quattordici compagni: padre Borzaga e il catechista, infatti, avevano già ottenuto la promulgazione del decreto sul martirio il 5 maggio 2015. Esattamente un mese dopo, il 5 giugno, Papa Francesco autorizzava anche quello per gli altri quindici.
La beatificazione congiunta dei diciassette martiri, dopo accaniti dibattiti, è stata infine fissata a domenica 11 dicembre 2016 a Vientiane, nel Laos.
A presiederla, come inviato del Santo Padre, il cardinal Orlando Quevedo, arcivescovo di Cotabato nelle Filippine e Missionario Oblato di Maria Immacolata. La memoria liturgica di tutto il gruppo cade il 16 dicembre, anniversario del martirio del Missionario Oblato di Maria Immacolata padre Jean Wauthier.

(Autore: Emilia Flocchini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Tommaso Khampheuane Inthirath, pregate per noi.


*Altri Santi del giorno (12 Maggio)
*xxx
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi


 
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