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Santi del 12 Novembre

Il mio Santo > I Santi di Novembre

*Sant'Atanasie Todoran e Compagni - Martiri (12 novembre - Chiese Orientali)

+ 12 novembre 1763
In un'epoca in cui in Europa si tenta di minimizzare il ruolo del cristianesimo nella formazione dell'identità europea, in Romania il senso mistico e il rapportarsi a modelli di vita cristiana sono ancora molto profondi.
La storia della Romania è stata molto travagliata: per tanti secoli sotto il giogo dei vari oppressori, la lotta per il mantenimento dell'identità è stata veramente durissima, sia che il nemico fosse turco, ungherese, austriaco, tedesco, sovietico ecc. Ancora più difficile invece è la lotta contro gli oppressori spirituali.
Il riscatto del “povero oppresso” è la libertà dell'animo, la forza della sua fede in Dio e questo tesoro non può essere facilmente conquistato.
La profonda cultura religiosa è una costante della storia del popolo romeno, nonostante gli ottomani, gli asburgici o i comunisti abbiano cercato di sradicarla. La recente canonizzazione del martire Atanasie Todoran di Bichigiu - esempio di vita cristiana e di fede professata fino al sacrificio personale - parla proprio del forte animo ortodosso dei romeni.
Ma che importanza può avere oggi l'episodio della canonizzazione di Atanasie Todoran del 11 maggio 2008 svoltosi a Salva (in Transilvania) sull'altipiano “Mocirla” (“Lo Stagno”) dove venne torturato e ucciso sulla ruota 245 anni prima?
La risposta può arrivare dallo slogan europeo “unità nella diversità”, usato anche nella saggia predica del Metropolita Bartolomeo per l'occasione.
L'alto esponente della chiesa ortodossa romena parla dell'ecumenismo e della necessità del dialogo interreligioso basato sul rispetto reciproco.
“L'ecumenismo non significa l'abbandono della propria fede... ma unità nella diversità e dialogo tra le confessione cristiane.
Questo dialogo comincia da una cosa molto semplice, dalla cortesia che mi obbliga ad entrare in una chiesa cristiana con la testa scoperta, in una sinagoga con la testa coperta e in una moschea scalzo. L'ecumenismo comincia dal rispetto verso la fede altrui anche se non la condivido”.
Quindi il caso di cui parliamo è attuale da due punti di vista: sia religioso, in un clima mondiale di preoccupanti scontri, sia identitario e nazionale nell'ampio discorso dei diritti umani, del mantenimento dello specifico nazionale in un Europa unita e in un mondo globalizzato.
La vita del contadino Tanase (Atanasie) Todoran di Bichigiu è stata lunga e rappresentativa per la condizione dei romeni ortodossi, contadini legati al padrone e all'imperatrice di Vienna nel XVIII secolo. La Transilvania a quel tempo si trovava sotto la dominazione asburgica. L'imperatrice Maria Teresa desiderava la cattolicizzazione forzata della popolazione locale di confessione “scismatica ortodossa”.
Si ricorda infatti che agli inizi del cristianesimo c'era un'unica chiesa che poi nel 1054 con lo scisma tra l'Oriente ed Occidente si divise come conseguenza a delle dispute dogmatiche e di rito che poi hanno segnato la differenza tra ortodossia (lat. tardo orthodoxus , dal greco orthòdoxos , comp. da orthòs retto, + deriv. da dòxa opinione) e cattolicesimo (lat. catholicus , comune a tutti i cristiani, dal greco katholikòs universale): il matrimonio dei preti, il Filioque nel Credo, l'uso degli azzimi, il primato di Roma e l'infallibilità del Papa ecc.
Nella Transilvania del XVIII secolo la confessione ortodossa era maggioritaria (e tutt'oggi in Romania più dell' 85% della popolazione è ortodossa), mentre l'imperatrice voleva portare tutti sotto lo scettro della chiesa di Roma.
L'incaricato per la realizzazione della “Chiesa unita con Roma” fu il generale Adolf Bucow che distrusse più di 300 chiese e monasteri ortodosse in Transilvania e costrinse i romeni a passare alla Chiesa Unita. Così nacque infatti la confessione greco-cattolica che ha i suoi addetti anche in
presente. Tanase Todoran invece non ha voluto rinunciare alla sua fede e ha pure incoraggiato gli altri a fare altrettanto. Per questo sua atto di coraggio e di pubblica professione della sua fede pago con la sua vita.
Ricordiamo in breve il percorso della sua vita come raccontato negli atti per la richiesta di canonizzazione. Nato in Bichigiu prima del 1663 in una famiglia di contadini liberi, sapeva leggere e scrivere, primeggiava nel comune ed è stato collettore di contributi nei comuni situati nella Valle di Bichigiu e Salauta.
Da giovane ha fatto parte di un regimento nei pressi di Vienna, ma dato che la liberazione gli veniva sempre rinviata, disertò per tornare a casa. Inseguito dai soldati dell'impero si rifugiò nelle montagne di Tibles, in Maramures e in Tara Chioarului.
Arrivando in Moldavia, rimase per molti anni in servizio lì come risulta dall' atto di liberazione dall'esercito emesso dal principe Mihai Racovita in cui nomina Atanasie – di 74 anni- “rãzes” (contadino libero possessore di terreno), dopo aver servito 13 anni come capitano. Dato che nel suo paese di nascita non c'era un prete ortodosso e lui ci teneva tanto alla sua fede, Tanase Todoran si è opposto alla comunione del suo figlio con l'azzimo e alla confessione da un prete “unito”. Negli anni 1761-1762 ha partecipato alle trattative con il governo di Vienna per la militarizzazione di 21 comuni nella Valle di Bichigiu, Salauta e Somesul Mare.
A Vienna le vienne assicurato che se entrano nel reggimento doganale di Nasaud i romeni avranno dei benefici. Lui chiede però che non siano obbligati a rinunciare alla loro fede per beneficiare dei diritti promessi.
Invano aspettano però il documento ufficiale dell'Imperatrice e allora capisce che la militarizzazione era un mezzo per convertirli e che non avranno la libertà richiesta. Così il 10 maggio 1763 sull' altipiano Mocirla a Salva era organizzata la benedizione delle bandiere e la deposizione del giuramento per le 9 compagnie del regimento doganale di fronte al generale Bucow.
Ma quando i militari stavano per giurare il vecchio Tanase Todoran venne di fronte a loro, a cavallo e con la saggezza dei suoi 104 anni fece un discorso molto sentito e persuasivo. Ricordava che “ Da due anni noi siamo militari doganali (“graniceri”) e non abbiamo ancora ricevuto documento dalla Sua Altezza l'Imperatrice che siamo gente libera!... Ma poi noi così non possiamo portare le armi per lasciarci offendere la nostra santa fede! Giù le armi!” (trad. aut.).
I militari incoraggiati dalle sue parole buttarono giù le armi in segno di protesta. Ma dopo qualche mese, il 12 novembre 1763 arrivò la condanna dei colpevoli della ribellione. Sullo stesso altipiano fu giustiziato Atanasie Todoran, la prima esecuzione sulla ruota sul territorio della Transilvania. ( Dopo 22 anni verranno uccisi sulla ruota Horea e Closca ad Alba Iulia). Insieme a lui furono uccisi anche Vasile Dumitru di Mocod, Manu Grigore di Zagra e Vasile Oichi di Telciu, anche loro proclamati santi quest'anno.
Dopo 245 anni e a seguito delle ripetute richieste dei cittadini, del popolo di quelle zone che si sente erede della grande impresa dei suoi “vecchi” e fortificato dal loro sangue, la chiesa ortodossa romena ha deciso di dare l'onore meritato a questi martiri. La messa ufficiale di canonizzazione fu fatta l' 11 maggio 2008 a Salva, sul luogo dove vennero giustiziati e di fronte ad un mondo di persone, semplici cittadini e tante personalità del mondo politico, culturale e religioso.
Questo è un doveroso atto di amore e di ringraziamento per il grande impegno e per il loro sacrificio in difesa della fede e della libertà dei romeni.
A differenza della procedura per la beatificazione applicata dalla Chiesa Cattolica, nel mondo ortodosso non esistono dei criteri ben determinati, ma piuttosto dei “requisiti” che i martiri o i difensori e servitori della fede devono avere. Il Diritto ecclesiastico ortodosso infatti spiega che la canonizzazione significa “l'atto con cui la Chiesa riconosce, dichiara e ammette tra i santi gli eroi della retta fede addormentatisi nel Signore, che vengono venerati sulla base dell'insegnamento dogmatico”.
Il Santo Sinodo ha deciso che, tramite l'esempio della loro vita, i 5 martiri si iscrivono tra i santi morti difendendo la fede ortodossa. “Il sangue dei martiri è la semente del cristianesimo” come diceva Tertulliano.
La vita del santo Atanasie Todoran, la sua fede e il suo martirio sono state soggetto di molti libri, di storie, di canti, di poesie popolari.
Un libro sul martirio di Tanase Todoran che sembra un canto popolare e un documento storico nello stesso tempo è “Il flauto di acciaio” (“Fluierul de otel”) dello scrittore Pascu Balaci (Edizioni Risoprint, 2007, Cluj). Si tratta di una pièce teatrale, un dramma storico in 2 atti che evoca la personalità complessa del vecchio di Bichigiu tra l'amore per la sua terra e le sue pecore, la pace espressa attraverso le sue arie col flauto ricavato, mentre tornava a casa, utilizzando la canna del proprio fucile.
La figura di Todoran si rivela nelle letture a voce alta dalla sua Bibbia vecchia, ma anche nella risolutezza, nella saggezza e nel coraggio di soldato giusto, fedele alla causa. Il 1 dicembre 2008 questa storia del martirio viene portata nel “Salone degli Specchi” all'Unione degli Scrittori di Bucarest, di cui l'autore Pascu Balaci è membro, in una lettura pubblica fatta da grandi attori del Teatro Nazionale di Bucarest. Evviva “badea (zio) Todoran”!
(Autore: Maria-Floarea Pop – Fonte: www.culturaromena.it)

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*San Benedetto, Giovanni, Matteo, Isacco e Cristiano - Monaci, Protomartiri della Polonia (12 novembre)
+ Kazimierz, Polonia, 12 novembre 1003
Benedetto, di origine campana, è venerato come martire ed evangelizzatore della Polonia. Ma la sua è una storia del tutto particolare. Nato infatti a Benevento intorno all'anno 970, fu oggetto di un caso di simonia: appreso, infatti, della sua vocazione i genitori si adoperarono per farlo ordinare a soli 18 anni e divenire subito canonico.
Ma il giovane Benedetto scombinò i piani: capita la gravità di quanto gli era capitato, prima si ritirò in un monastero e poi visse da eremita sul monte Soratte.
A cambiare la sua vita fu l'incontro con san Romualdo a Ravenna. Questi, su invito dell'imperatore Ottone III, nel 1001 inviò Benedetto insieme al confratello Giovanni da Cervia a evangelizzare la Polonia. Qui i due iniziarono il proprio apostolato, insieme a tre novizi polacchi.
Nel 1003 Benedetto e Giovanni conobbero infine il martirio a opera di alcuni rapinatori che volevano depredarli delle dieci libbre d'argento che il principe polacco Boleslao aveva loro consegnato come dono per il Papa. (Avvenire)
Martirologio Romano: Presso Kazimierz sul fiume Warta in Polonia, Santi Benedetto, Giovanni, Matteo e Isacco, martiri, che, mandati ad annunciare la fede cristiana in Polonia, furono sgozzati di notte da alcuni briganti. Insieme con loro si commemora anche Cristiano, loro servo, impiccato nel recinto della chiesa.
Nonostante siano purtroppo sconosciuti al grande pubblico, i santi Benedetto, Giovanni, Matteo ed Isacco, monaci camaldolesi, sono stati i primi cristiani ad avere avuto il privilegio di testimoniare la loro fede versando il sangue in terra polacca.
Esistono principalmente due fonti utili per ricostruire la vicenda di questi martiri: la prima è costituita dal racconto di San Bruno (o Bonifacio) di Querfurt, amico di Benedetto, che non appena apprese dell’accaduto raccolse numerose testimonianze in Polonia, mentre la seconda è di uno scrittore successivo, Cosmas di Praga.
Benedetto nacque a Benevento intorno all’anno 970. Scoperta la vocazione religiosa del figlio, i genitori riuscirono a farlo ordinare sacerdote all’età di soli 18 anni e divenire anche canonico. Ma il giovanissimo prete, compresa la gravità morale della situazione, desiderò espiare quella colpa
prima ritirandosi in un monastero napoletano, poi intraprendendo la vita eremitica sul monte Soratte presso Roma e quindi a Montecassino. L’incontro che si rivelò decisivo per la sua vita fu però quello che ebbe con San Romualdo a Ravenna.
Qui il fondatore dei camaldolesi lo invitò ad entrare nel suo nuovo ordine e nell’ottobre 1001, su richiesta dell’imperatore Ottone III, lo prescelse per l’attività di evangelizzazione della Pomerania.
Fu così che Benedetto, coadiuvato dal confratello Giovanni da Cervia e da tre novizi polacchi, Matteo, Isacco e Barnaba, iniziò febbrilmente il suo apostolato, non prima però di essere accolto calorosamente alla corte di Boleslao I in Polonia occidentale, ove poté meglio conoscere la cultura slava e la nuova lingua.
Fu proprio il duca a donare loro un nuovo eremo a Kazimierz, presso Gniezno.
Proprio in tale eremo il 12 novembre 1003 si consumò il tragico eccidio: Benedetto, Giovanni, Matteo, Isacco ed il loro servo Cristiano furono uccisi da alcuni predatori pagani.
Intenti a derubarli di dieci libbre d’argento che il principe polacco Boleslao aveva loro consegnato come dono per il Papa.
Si salvò solamente il novizio Barnaba che aveva anticipato di qualche giorno il viaggio a Roma. Venerati subito come santi, l’eremo divenne meta di ininterrotti pellegrinaggi, anche se le loro reliquie vennero poi traslate Olomouc.
Il Pontefice Giulio II confermò il loro culto nel 1508 ed ancora oggi il Martyrologium Romanum commemora questi cinque intrepidi testimoni della fede nell’anniversario della loro morte
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Beata Bianca d’Aragona - Regina, Mercedaria (12 novembre)
Moglie di Re Giacomo II° d’Aragona, chiamato il giusto, la Beata Bianca, fu una Regina di estrema carità e pietà.

Alla morte del marito vestì l’abito mercedario e visse come una semplice suora fra le altre religiose.
Assidua nella preghiera, piena di ogni lode e meriti, migrò santamente al Signore.
L’Ordine la festeggia il 12 novembre.
(Fonte:
Enciclopedia dei Santi)

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*San Cadwaladr Fendigaid - Re  (12 novembre)

+ Heavensfield, 664
Ultimo re dell’antica razza Cymrica (Galles), Cadwaladr Fendigaid morì a Heavensfield (= Campo del cielo) nel 664, combattendo contro Sant’Oswald.
Nel Galles, dove gli sono dedicate molte chiese, è venerato specialmente il 12 novembre.
Il culto reso a Cadwaladr Fendigaid, tuttavia, sembra aver avuto un’origine politica e militare; una antica tradizione lo esalta come “Duce in battaglia” contro gli anglosassoni.
(Autore: William Purdy – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Cuniberto di Colonia - Vescovo (12 novembre)

Moselle, Francia, 590 – Colonia, Germania, 663
Martirologio Romano: A Colonia nell’Austrasia, ora in Germania, San Cuniberto, vescovo, che dopo le invasioni barbariche rinnovò nella città e in tutto il territorio la vita ecclesiastica e la pietà dei fedeli.
Svariati racconti della vita di questo santo furono redatti in epoca medioevale, ma purtroppo nessuno di essi è storicamente attendibile nei minimi dettagli.
Cuniberto, vescovo importante e santo, crebbe alla corte del sovrano franco Clotario II.
Ordinato sacerdote fu prima arcidiacono di Treviri e poi, verso il 625, ricevette la nomina alla sede episcopale di Colonia.
Divenne così importante da essere cnsiderato quale arcivescovo, nnostante tale città non fu sede metropolitana sino alla fine dell’VIII secolo.
Cuniberto fu inoltre consigliere del re.
Nel 634, il figlio di Clotario, Dagoberto I, proclamò il figlio San Sigiberto III re d’Austrasia, nonostante questi avesse appena l’età di quattro anni.
Il Santo vescovo divenne uno dei tutori del ragazzo.
Da una lettera di San Bonifacio si apprende che Cuniberto aveva assai a cuore l’evangelizzazione della Frisia, ma suo interesse principale era la cura pastorale della sua diocesi, perciò negli ultimi anni della sua vita lasciò la vita di corte per dedicarsi completamente ai suoi fedeli.
Alla sua morte le spoglie ricevettero sepoltura nella chiesa di San Clemente che aveva fatto edificare in Colonia, subito ribattezzata in suo onore.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Diego di Alcalà - Religioso (12 novembre)

Alcalá del Puerto, Siviglia, ca. 1400 - Alcalá de Henares, Madrid, 12 novembre 1463
È uno dei Santi più popolari di Spagna e delle Americhe, dove portano il suo nome fiumi, baie, canali e varie città, tra cui San Diego di California.
Nulla però sappiamo della sua famiglia e dei suoi primi anni.
In gioventù si fa eremita vicino al paese nativo. Ma se ne va quando la gente intorno a lui diventa troppa.
Lo accolgono i francescani di Arizafe, presso Córdoba, e lì egli fa il noviziato come fratello laico, addetto ai lavori vari per la comunità.
Nel 1441 lo mandano nelle Canarie.
E cinque anni dopo viene promosso guardiano del convento di Fuerteventura.
La sua predicazione irrita i colonizzatori.
Nel 1449 fra Diego ritorna in Spagna, e nel 1450 è a Roma per il Giubileo e per la canonizzazione di Bernardino da Siena, in maggio.
Nell’estate, però, arriva la peste dalla quale fra Diego non fugge: assiste i confratelli appestati nel convento dell’ Aracoeli e cerca di organizzare distribuzioni di viveri a Roma.
Tornato poi in Spagna, ricomincia a servire varie comunità, fino alla morte nel convento di Alcalá de Henares. (Avvenire)

Etimologia: Diego = istruito, dal greco
Martirologio Romano: Ad Alcalá de Henares in Spagna, San Diego, religioso dell’Ordine dei Minori, che sia nelle isole Canarie sia a Roma nel monastero di Santa Maria in Ara Coeli rifulse per umiltà e carità nella cura degli infermi.
É uno dei santi più popolari di Spagna e delle Americhe, dove portano il suo nome fiumi, baie, canali e varie città, tra cui San Diego di California.
Nulla però sappiamo della sua famiglia e dei suoi primi anni.
In gioventù si fa eremita vicino al paese nativo: prega, coltiva un orto, fabbrica oggetti di uso domestico, che poi scambia con panni per vestirsi. Ma se ne va quando la gente intorno a lui diventa troppa. Lo accolgono i francescani di Arizafe, presso Córdoba, e lì egli fa il noviziato come fratello laico, senza gli Ordini, addetto ai lavori vari per la comunità.
Nel 1441 lo mandano nelle Canarie – lui che non è prete – a radicarvi meglio il cristianesimo, in un ambiente ancora percorso da vecchie superstizioni.
E cinque anni dopo, sempre lì, eccolo promosso “guardiano” (cioè capo) del convento di Fuerteventura.
Un segno dell’efficacia della sua missione tra la gente; ma la sua predicazione irrita i colonizzatori (le isole non sono ancora ufficialmente dominio della Spagna) ai quali gli “indigeni” vanno bene superstiziosi, disuniti, sottomessi.
Nel 1449 fra Diego ritorna in Spagna, e nel 1450 è a Roma per il Giubileo e per la canonizzazione di Bernardino da Siena, in maggio.
Nell’estate, però, arriva la peste, che blocca l’afflusso di pellegrini e provoca diserzioni tra i vertici ecclesiastici: anche Papa Niccolò V fugge (a Fabriano), e i dignitari della Curia "fuggono da Roma, come gli apostoli fuggirono da Gesù il Venerdì Santo!": così scrive indignato un autorevole pellegrino tedesco.
Fra Diego non fugge.
Assiste i confratelli appestati nel convento dell’Aracoeli, e cerca di organizzare distribuzioni di viveri in mezzo al caos di Roma.

Tornato poi in Spagna, ricomincia a servire varie comunità, fino alla morte nel convento di Alcalá de Henares.
Negli ultimi anni corrono fitte voci di suoi prodigi: il Signore lo avrebbe aiutato un giorno a far uscire dal convento il pane per i poveri, trasformando le pagnotte in rose; e quando il lavoro di cuoco si faceva pesante, ecco scendere in cucina degli angeli per aiutarlo...
Questi racconti saranno poi illustrati nei cicli pittorici di Bartolomé Estéban Murillo e Annibale Carracci.
La fama di santità intanto perdura, e nel secolo successivo la causa canonica viene sostenuta anche da re Filippo II di Spagna; suo figlio don Carlos è sfuggito a un mortale pericolo, ed egli ne dà merito all’intercessione di frate Diego.
Papa Sisto V lo proclama santo nel 1588.
(Autore: Domenico Agasso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Sant'Emiliano della Cogolla - Monaco (12 novembre)

Sec. VI
Martirologio Romano: Sulle alture della regione di Cogolla vicino a Berceo in Spagna, Sant’Emiliano, sacerdote, che, dopo aver condotto vita eremitica e di chierico, professò infine quella monastica, rifulgendo per la generosità verso i poveri e lo spirito di profezia.
Si chiama ancora, latinamente, "cocolla" il cappuccio dei monaci e dei frati, sia quello a mantello, che ricopre il corpo e le braccia, sia quello che termina in una specie di collare, girato attorno alle spalle.
Il Santo di oggi viene detto Emiliano della Cocolla, non dal nome di questo indumento fratesco, ma dalla località nella quale nacque in Castiglia, nella provincia di Logroño, presso un cocuzzolo montano detto "La Cocolla" per la sua strana forma a cappuccio.
La vita del Santo spagnolo, vissuto nel VI secolo, quando la penisola iberica era occupata dai Visigoti, ci è stata narrata da un altro celebre monaco, Braulione, Vescovo di Saragozza e discepolo di Sant'Isidoro di Siviglia, di cui continuò l'opera, incredibilmente vasta.

Emiliano nacque in Castiglia da una famiglia di pastori, e da ragazzo seguì anch'egli le pecore al pascolo, riempiendo la solitudine della campagna con il suono di una rustica cetra, o forse una rudimentale chitarra.
A vent'anni, questa specie di Orfeo cristiano volle lasciare la vita pastorale per mettersi a una scuola di vita ascetica.
Si pose infatti sotto la guida di un austero erernita, e quando si sentì abbastanza temprato di corpo e di spirito, si dette alla vita solitaria, di penitenza e di preghiera.
La sua fama corse, e per sfuggire ai devoti e ai curiosi, ma soprattutto per non essere tentato nella superbia, Emiliano si ritirò su un monte quasi inaccessibile.
Vi restò per ben quaranta anni, diventando un personaggio pressoché leggendario.
Il Vescovo di Tarazona, colpito dalla sua virtù, pensò di ordinare sacerdote l'anziano eremita, e di farlo parroco.
Il risultato però fu imprevisto: l'antico penitente si dette a soccorrere i bisognosi della parrocchia con tanta generosità e abnegazione da suscitare scandalo negli altri colleghi parroci, che non erano dello stesso stampo!
Fu accusato apertamente di sperperare i beni della Chiesa, e il Vescovo, benché a malincuore, dovette allontanarlo dalla parrocchia.
Emiliano fu lieto di ritornare nella solitudine della montagna, ma questa volta lo seguì un discepolo, di nome Asello, che vuol dire "asinello", umile e paziente come un vero animale da soma.
Asello fu il primo membro di una comunità che pian piano si raccolse e si moltiplicò intorno al Santo penitente, il quale morì vecchissimo, quasi centenario, nel 574.
Fu pianto da tutti, a cominciare dal fedele Asello, e la fama della sua santità si allargò attorno a due monasteri, a lui dedicati nel luogo natale, uno sul piano, uno sul colle, e detti " da alto " e " da basso ", come per indicare la duplice direzione della santità del monaco spagnolo, tra le altezze dell'ascesi e i doveri della carità verso il prossimo.
(Fonte: Archivio della Parrocchia)
Giaculatoria - Sant'Emiliano della Cogolla, pregate per noi.


*Sant'Esichio I di Vienne - Vescovo (12 novembre)

fine V sec.
Fu elevato dalla dignità di senatore a quella di vescovo di Vienne, Francia. È padre di Sant'Avito e di Sant'Apollinare.
Martirologio Romano: A Vienne in Burgundia, ora in Francia, sant’Esichio, vescovo, che fu elevato dalla dignità senatoria a quella episcopale; i suoi figli, che aveva generato in precedenza, furono i santi Apollinare, vescovo di Valence, e Avíto, che gli succedette nella sede di Vienne.
Sant’Esichio I è un vescovo che successe nella cattedra di Vienne a San Mamerto.
In alcuni elenchi dei vescovi della diocesi figura al sedicesimo posto, mentre in altri, compreso quello di Gallia Christiana, al diciannovesimo.
Fa parte di quella schiera di oltre quaranta vescovi santi di Vienne.
Nel testo del Vescovo Leodegario, “Liber Episcopalis Viennensis Ecclesiae”, veniamo informati che Esichio I apparteneva ad una famiglia episcopale della Gallia.
Prima di essere sacerdote e poi vescovo era stato sposato. Dal matrimonio ebbe due figli, entrambi considerati santi. Il primo è Sant’Avito, suo immediato successore nel governo della diocesi di Vienne e di Sant’Apollinare vescovo della diocesi di Valencia.
Siamo certi che governò la diocesi, alla fine del V secolo, tra gli anni 480 e 490.
Sempre secondo il vescovo Lodegario la sua festa era celebrata il 21 marzo, mentre secondo Adone il 16 marzo.
Secondo il martirologio romano la sua festa si celebra il 12 novembre.
(Autore: Mauro Bonato - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Esichio I di Vienne, pregate per noi.


*Sant'Esichio II di Vienne - Vescovo (12 novembre)
VI sec.

Sant’Esichio II è un vescovo di Vienne.
In alcuni elenchi dei vescovi della diocesi figura al ventunesimo posto, mentre in altri, compreso quello di Gallia Christiana, al ventiquattresimo.
Succede nella cattedra di Vienne a San Pantagato e precede san Namazio.
Fa parte di quella schiera di oltre quaranta vescovi santi di Vienne. Si presume resse la diocesi per un ventennio tra gli anni 545 e 565.
Nel testo “Liber Episcopalis Viennensis Ecclesiae”, del vescovo Leodegario si riportano alcune notizie su questo vescovo.
Egli prese parte ai Concili di Orléans del 549 e a quello di Parigi del 552.
Non conosciamo l’anno della sua morte, ma sappiamo che fu sepolto grazie alla cura di sua sorella Marcellina, presso la tomba del suo predecessore Sant’Avito.
Nell’epitaffio si Leodegario si dice che prima di essere consacrato vescovo era un “quaestor” del palazzo. Il suo nome appariva nel calendario di Vienne del XV secolo. Il suo culto fu confermato da Pio X nel 1903.
La sua festa è stata fissata nel giorno 12 novembre.
(Autore: Mauro Bonato - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Giosafat Kuncewycz - Vescovo e Martire (12 novembre)
Wolodymyr in Volynia, Ucraina, 1580 - Vitesbk, Bielorussia, 12 novembre 1623

Nasce a Wolodymyr in Volynia (Ucraina) nel 1580 e viene ricordato come il simbolo di una Russia ferita dalle lotte tra ortodossi e uniati.
La diocesi di Polock si trovava in Rutenia, regione che dalla Russia era passata in parte sotto il dominio del Re di Polonia, Sigismondo III.
La fede dei Polacchi era quella cattolica romana; in Rutenia invece, come nel resto della Russia, i fedeli aderivano alla Chiesa greco-ortodossa.
Si tentò allora un'unione della Chiesa greca con quella latina. Si mantennero cioè i riti e i sacerdoti ortodossi, ma si ristabilì la comunione con Roma. Questa Chiesa, detta «uniate», incontrò l'approvazione del Re di Polonia e del Papa Clemente VIII. Gli ortodossi, però, accusavano di tradimento gli uniati, che non erano ben accetti nemmeno dai cattolici di rito latino. Giovanni Kuncevitz, che prese il nome di Giosafat, fu il grande difensore della Chiesa uniate. A vent'anni era entrato tra i monaci basiliani.
Monaco, priore, abate e finalmente arcivescovo di Polock, intraprese una riforma dei costumi monastici della regione rutena, migliorando così la Chiesa uniate. Ma a causa del suo operato nel 1623 un gruppo di ortodossi lo assalì e lo uccise a colpi di spada e di moschetto. (Avvenire)
Patronato: Ecumenisti
Emblema: Bastone pastorale, Palma
Martirologio Romano: Memoria della passione di San Giosafat (Giovanni) Kuncewicz, vescovo di Polotzk e martire, che spinse con costante zelo il suo gregge all’unità cattolica, coltivò con amorevole devozione il rito bizantino-slavo e, a Vitebsk in Bielorussia, a quel tempo sotto la giurisdizione polacca, crudelmente assalito in un tumulto dalla folla a lui avversa, morì per l’unità della Chiesa e per la verità cattolica.
Omelia su San Giosafat
Sabato scorso con tristezza, con vero lutto spirituale nel cuore, ricordammo il trionfo della rivoluzione bolscevìca nella santa Russia, che è ora diventata, secondo l’Apocalissi, la sede della bestia.
Oggi celebriamo un martire,patrono di una regione vicina alla Russia, l’Ucraìna.
San Giosafat dette tutta la sua vita, fino alla morte, spargendo il suo sangue, per questa unica intenzione: ricondurre all’ovile di Cristo tutte le anime, riconciliare con la Sede Romana del Vicario di Cristo, principio dell’unità della Chiesa, le chiese scismatiche.
San Giòsafat Kuncewicz, inviato giovanissimo a Vilna per impratichirsi nel commercio, assisté alle lotte fra Ruteni uniti e dissidenti, orientandosi ben presto verso la Chiesa unita, allora poco numerosa e perseguitata. Ritiratosi nell’antico monastero basiliano della SS. Trinità, mutò il nome da Giovanni in quello di Giosafat e visse per alcuni anni da eremita.
Scrisse anche alcune opere per dimostrare l’origine cattolica della Chiesa rutena e la sua dipendenza primitiva dalla Santa Sede e per propugnare la riforma dei monasteri di rito bizantino e il celibato del clero. Il suo esempio ripopolò di monaci "uniati" il monastero e Giosafat dovette fondarne altri a Byten e a Zyrowice (1613). Creato vescovo titolare di Vitebsk e poi di Polock, ristabilì l’ordine nella diocesi, restaurò chiese, riformò il clero. Ma ben presto sorsero violente opposizioni da parte dei dissidenti: nell’autunno del 1623, mentre usciva dalla chiesa dove aveva
celebrato le sacre funzioni, Giosafat fu ucciso e buttato nella Dvina. Vent’anni dopo la sua morte fu beatificato (1643). Fu canonizzato nel 1867.
Meditando sul martirio del santo, alla luce degli eventi ultimi possiamo ben dire quanta ragione avesse san Giosafat ad agire così, ragione non già umana, ma divina. Cari fratelli, certamente non ignorate la situazione attuale in Russia, là dove la chiesa ortodossa, divisa in sé stessa, non ha il capo voluto da Cristo, quel capo al quale furono date le chiavi del regno dei cieli.
Mancando di tale capo, i patriarchi, i metropoliti ecc. (non tutti, per fortuna, ma molti di loro) sono divenuti strumenti della propaganda atea più sfacciata. Leggete le opere di quel cristiano ortodosso sincero e buono, scismatico purtroppo anche lui, che è Solgenicyn; leggete soprattutto la lettera che scrisse una decina di anni fa al patriarca Pimen, in cui lo scongiurò, lui laico, di non farsi strumento della propaganda atea.
Il sacerdozio, strumento di Dio per la salvezza, per la santificazione delle anime, per la diffusione del regno di Cristo nel mondo, può diventare strumento di Satana quando si fa propagatore di ateismo. È proprio quello che accade nella Russia di oggi.
Quando leggo certe interviste al patriarca Pimen (in Jesus e altrove), mi sbalordiscono sempre l’ingenuità, la superficialità e l’ignoranza della cristianità occidentale davanti agli eventi russi. Le nostre intenzioni sono buone, non v’è dubbio; tutti noi sentiamo compassione per i fratelli russi che soffrono (bisogna essere davvero maligni per non sentire e provare gli stessi dolori di loro).
Però, cari fratelli, le intenzioni buone non bastano. Bisogna anche avere la ragione pronta, la ragione prudente, la ragione dotata di sapienza e d’intelligenza come vuole il Signore, per sapere quale sia il bene, onde potere realizzarlo anche a costo di sacrifici! Quindi non basta solo un generico amore. L’amore vero è sempre fondato sulla verità e sulla conoscenza del bene.
San Giòsafat Kuncewicz, pur essendo nato in una famiglia ortodossa scismatica, fu incrollabilmente fedele alla sede di Pietro grazie all’esempio di tutti i Padri della Chiesa, anche quelli della Chiesa orientale, che non ruppero l’unità della Chiesa cattolica (= "universale"). Giosafat intuì che la Chiesa non può che essere universale. La Chiesa cattolica ha questa bellezza spirituale e ciò che è spirituale è sempre universale.
L’universalità della Chiesa cattolica è segno della sua spiritualità e la spiritualità è a sua volta fonte di universalità. Per capire questo concetto, occorre rifarsi all’istituzione del sacerdozio. Nella Lettera agli Ebrei Cristo è proclamato sommo sacerdote, alla maniera di Melchìsedek (Eb 5, 10), non più secondo l’ordine di Aronne. Certo anche Aronne fu chiamato al sacerdozio dal Signore. Però quello di Aronne era un sacerdozio imperfetto.
Perché imperfetto? Perché si trattava di un sacerdozio carnale, materiale, legato alla tribù di Levi, tribù certamente benemerita, perché nella contesa fra il Signore e il suo popolo, essa s’era schierata attorno al Signore (per questa fedeltà la tribù di Levi aveva meritato il sacerdozio).
Qui si scontrano due principî: il principio del farisaismo e il principio della spiritualità cristiana, dunque cattolica. Ve lo dico francamente, cari fratelli: non c’è cristianesimo se non cattolico. La mia opinione vi apparirà poco ecumenica, ma non posso dire diversamente. Non c’è cristianesimo se non quello cattolico, universale ovvero spirituale. Ogni altra affermazione è una ricaduta nell’antico farisaismo. Che tragedia, cari fratelli, vedere Gesù scontrarsi con le anime ottuse e orgogliose dei farisei, anime piene di carnalità e di materialismo. I quali farisei proclamano: " Noi siamo il popolo eletto e guai a chi ci toglie questa elezione! Noi siamo figli di Abramo! ". Non conta essere figli di Abramo secondo la carne, bisogna esserlo secondo la fede! Ecco perché l’unica vera Chiesa è la Chiesa cristiana ovvero cattolica. C’è un’identità assoluta tra cristianesimo e cattolicesimo.
Scusate, cari fratelli, se vi dico queste cose ovvie, ma viviamo in tempi talmente confusi e pericolosi, che persino queste verità basilari potrebbero crollare. Che cosa dobbiamo fare allora? Facciamo quello che fece san Giosafat, il quale si rese conto che la Chiesa non può essere che cattolica, non tribale. Non si deve dire: qui è stanziata la tribù dei ruteni, lì la tribù dei russi, là quella degli armeni, ognuna con un suo capo.
No, la chiesa è universale: un solo ovile, un solo pastore, un solo vicario di Cristo, un solo detentore delle chiavi del regno dei cieli, un solo detentore del potere supremo spirituale e temporale. Ecco qual è l’insegnamento cattolico sulla Chiesa!
Stringiamoci perciò attorno al papa, mostriamo fedeltà incrollabile verso la Santa Sede. Ex inde oritur unitas sacerdotii, da lì scaturisce l’unità del sacerdozio. Dalla sede apostolica, dalla sede di Pietro nasce l’unità della Chiesa. L’unità si fa attorno al papa o non si fa.
Certo siamo tutti angosciati dalla divisione della Chiesa, ma al Vangelo non si può derogare. La parola del Signore non è suscettibile di alterazioni e rimane in eterno. È meglio essere pochi ma fedeli, piuttosto che esseri molti ma talvolta infedeli. La vera unità è non già sociologica o orizzontale, bensì verticale, con Dio. Se ci fosse solo un cristiano su questa terra (sarebbe il pontefice, perché lui solo non può venire meno), se il Papa fosse il solo fedele a Cristo, sarebbe lui la Chiesa. Quando il Verbo s’incarnò nel grembo della Vergine purissima per l’onnipotente azione dello Spirito Santo, la Chiesa non aveva bisogno di consensi sociologici. In Maria, ostensorio vivente del Dio di Israele e foederis arca in cui s’era incarnato il Cristo, c’era la Chiesa, perché in
Maria c’era il Cristo. Cari fratelli, dobbiamo pensare soprannaturalmente, non in base a statistiche umane o a categorie sociologiche.
Attorno al papa ahimè (anche questo è un segno dei pessimi tempi in cui viviamo) gli animi si scindono. Molti sono già virtualmente scismatici ed è peggio esserlo virtualmente che attualmente. Come ebbe già a dire san Pio X, le eresie e gli scismi dei tempi moderni hanno questo di pericoloso, che non sono lacerazioni evidenti, ma nascoste. Il Santo Padre, quando andò negli Stati Uniti, propose la dottrina morale che da secoli è sempre quella. Se egli la rinnegasse, rinnegherebbe sé stesso, rinnegherebbe le chiavi di Pietro, che deve amministrare secondo la volontà non sua, ma del Signore.
Il Papa propone parole non sue, ma di Cristo, cioè di colui di cui egli è il vicario. Che cosa è successo? C’è stata una grande levata di scudi. Si è discusso a lungo su ciò che il papa aveva detto o non detto, si sono avanzate le interpretazioni più disparate, si sono proposte scappatoie per sfuggire a questa o a quella norma morale o addirittura si è criticato apertamente il pontefice. Basta leggere le varie interviste fatte a pseudoteologi che ne hanno dette di tutti i colori, spinti da astio antiromano. Tale astio è un segno dell’anticristo, perché Roma, nonostante tutte le sue difficoltà e deficienze umane, è la sola sede del vicario di Cristo.
Ci sono anche cristiani, che hanno un attaccamento al papa un po’ strano, per così dire "sentimentale", e ne apprezzano soprattutto la persona. Anche a me il santo padre come persona umana è simpaticissimo, ma la mia fedeltà a Roma non si basa su questa simpatia. Nel pontefice si deve cogliere, più che l’uomo, il vicario di Cristo. Tutti i pontefici della storia lo sapevano bene; lo sapevano anche gli orientali. Pensate: quando il papa san Leone Magno (440-461) inviò i suoi legati al concilio di Calcedonia (451), i padri conciliari si alzarono in piedi e, dopo che i legati ebbero letto la dottrina del vicario di Cristo (la cosiddetta Lettera dogmatica), proclamarono: " Per Leonem Petrus locutus est ", tramite Leone, Pietro ha parlato.
Questa è la fedeltà alla Santa Sede, fedeltà spesso sofferta. Quello che rimproveriamo a Lutero è di non essere stato fedele al papa. Egli si scandalizzò dell’uomo, si scandalizzò di Giovanni de’ Medici (Leone X) e delle sue debolezze. Non seppe vedere in lui il successore di Pietro, che, al di là di ogni debolezza, è l’incrollabile fondamento della Chiesa, perché, anche se le porte degl’inferi si scateneranno contro di lei, essa rimarrà per sempre, basandosi sulla parola di Gesù che salva.
Gilbert Keith Chesterton (1874-1936), con il suo solito acume, fa notare che il Signore non scelse come suo vicario né il mistico Giovanni, né il dotto Paolo, bensì Pietro, che era rozzo e debole (tradì il Cristo!). Pietro, l’uomo più incostante del collegio apostolico, incapace di tenere sotto controllo le sue passioni, una volta rinnegò Gesù, un’altra volta oscillò tra entusiasmo e scetticismo, tanto da camminare sulle acque per andare incontro al Cristo e da sprofondare di lì a poco. Gesù, tendendogli la mano, lo rimproverò: " Perché hai dubitato, uomo di poca fede? ". Ecco la logica di Dio: egli fonda il sacerdozio e la Chiesa non sull’apostolo più dotto o più spirituale o più forte o più coraggioso, ma sul più fragile. Perciò non dobbiamo scandalizzarci dell’uomo.
Questo genere di problemi va trattato con prudenza. In politica è difficile veder chiaro. Oggi con grande sicumera tutti parlano di politica, come se avessero la responsabilità del governo della cosa pubblica. Vi dico sinceramente, l’attuale politica della Chiesa romana verso l’est mi amareggia molto e amareggia anche i nostri fratelli ucraini, il cui patrono era appunto san Giosafat. Vi invito a pregare per questi nostri fratelli, affinché non si scandalizzino e rimangano fedeli a Roma, nonostante un apparente disinteresse della Santa Sede per la loro causa.
La cosiddetta Ucraina Subcarpatica, che prima faceva parte della Cecoslovacchia, fu annessa dall’Unione Sovietica dopo la seconda guerra mondiale. La Chiesa fedele a Roma fu perseguitata; così la Chiesa uniate dovette sottomettersi al patriarcato di Mosca. La cosa peggiore è che questi nostri fratelli cattolici di rito orientale, questi figli spirituali di san Giosafat (nato proprio da quelle parti), non ebbero nemmeno una parola di solidarietà da parte nostra, né la magra consolazione di sentirci dire: " Stiamo dalla vostra parte ".
Cosa successe? In un incontro ecumenico di Chiese il patriarca di Mosca baldanzosamente dichiarò che aveva finalmente accolto nel grande patriarcato quei figli prodighi, i quali se ne erano andati e finalmente erano ritornati all’ovile. Il legato cattolico romano non oppose neanche una parola. Cari fratelli, questi silenzi fanno soffrire crudelmente. Finché si soffre a causa dei nemici di Dio, pazienza; ma se si soffre a causa della Chiesa, è terrificante. Ebbene i nostri fratelli ucraini sanno soffrire non solo per la Chiesa, ma spesse volte anche dalla Chiesa, senza scandalizzarsi.
Preghiamo per loro, perché san Giosafat Kuncewicz li aiuti con il suo esempio, la sua parola, il suo insegnamento, la sua celeste intercessione, affinché rimangano sempre fedeli a Roma e non si scandalizzino mai di nulla.
Un’ultima riflessione su un altro fatto che mi commuove nella vita di san Giosafat: pur avendo intuito che la Chiesa non può essere cristiana se non è cattolica e quindi legata a Roma, egli capì anche che bisognava salvaguardare le tradizioni dei padri. Da un lato l’unità, dall’altro il rispetto delle proprie tradizioni.
Oggi, se uno pronuncia una parola in latino, è considerato eretico o scismatico! Questo è uccidere la nostra anima, cari fratelli! Gli ortodossi, che hanno un grande senso della ritualità e della lingua sacra, allibiti assistono all’iconoclastia della nostra chiesa romana occidentale.
Il sano e vero pluralismo (non quello vantato dai democratici a oltranza, che poi di fatto sono dei violenti) si fonda sul principio aristotelico Quidquid recipitur ad modum recipientis recipitur, tutto ciò che si percepisce, viene percepito secondo il modo di colui che percepisce. Quindi la realtà percepita deve essere una sola, la fede cattolica; il modo di percepirla deve essere plurimo, con rispetto della tradizione dei padri. San Giosafat non passò alla liturgia latina, che pure stimava, ma mantenne la liturgia paleoslava, che si serviva di una venerabile lingua antica (quella slava) e di solenni riti.
Egli capì che la grazia del Signore non toglie nulla di ciò che c’è di buono a livello naturale e cioè alla tradizione dei nostri padri. Guai a noi, cari fratelli, se pensiamo di poter servire il Padre che è nei cieli rinnegando i padri che egli ci ha dato su questa terra! Ecco i due insegnamenti di san Giosafat: la fedeltà alla sede di Pietro e al papa, vicario di Cristo, deve essere vera (e qualche volta anche sofferta), non superficiale e sentimentale; bisogna inoltre non lasciarsi uccidere l’anima, ma stimare la tradizione dei nostri padri su questa terra. Così sia.
Nota
Poiché in questa omelia si parla di Ucraìna e di Rutenia, è doveroso fornire alcune notizie in proposito. L’Ucraìna Subcarpatica (o Transcarpàzia o Rutènia) confina a nord con la Polonia, a ovest con l’Ungheria e a sud con la Romania. Prima della seconda guerra mondiale costituiva una regione autonoma della Cecoslovacchia e non confinava con l’Unione Sovietica, ma con Polonia, Romania e Ungheria.
Era abitata da Ucraìni (o Ruteni [la parola "ruteno" è la forma latinizzata di "russo"]), con minoranze di Ungheresi, Tedeschi, Ebrei, Slovacchi e Romeni. La regione manifestò sempre forti tendenze autonomistiche, che parvero concretarsi nell’ottobre del 1938, sotto la pressione tedesca, con la creazione a U” gorod di un governo ruteno. Ma già il 2 novembre 1938 la parte pianeggiante del Paese, in séguito all’arbitrato italo-tedesco di Vienna, fu ceduta all’Ungheria, che nel marzo del 1939 si annetté l’intero territorio.
Occupata dalle truppe sovietiche nell’ottobre del 1944, l’Ucraina Subcarpatica il 26 giugno 1945 fu ceduta all’Unione Sovietica mediante un accordo firmato a Mosca tra il cecoslovacco Fierlinger e Molotov. Fisicamente la regione è costituita dal versante sudoccidentale dei Carpazi e da una fascia della pianura ungherese. I maggiori centri abitati si trovano ai piedi delle montagne. Il capoluogo è U” gorod. Altro centro importante è Muka‚ evo. A nord della Rutenia, una volta valicati i Carpazi Boscosi, si stende la Galizia, una regione che per metà fa parte della Polonia e per l’altra metà fa parte dell’Ucraina.
Dopo un primo atto di sottomissione al papa (dicembre 1595) le Chiese rutene di Galizia e Transcarpazia proclamarono quasi unanimi l’unione con Roma nel sinodo di Brest-Litovsk del 6-10 ottobre 1596. Ci fu una fase di espansione esterna e di consolidamento interno. Tali Chiese
affermarono la propria identità contro i tentativi di assorbimento messi in atto da parte sia latina (senza l’approvazione del papa) sia ortodossa.
Con le spartizioni della Polonia (1772, 1793, 1795), la Chiesa rutena cattolica passata sotto il dominio russo scomparve; quella invece rimasta sotto l’Austria ebbe un periodo di ulteriore sviluppo. Con il sinodo di Leopoli (1891), infine, essa adottò quasi tutte le decisioni tridentine. Rimase irrisolta però la questione del celibato del clero. Nel 1895 il metropolita Sembratovi‚ fu creato cardinale. Dopo la prima guerra mondiale la Chiesa rutena cattolica compresa nello stato polacco continuò a svilupparsi, tant’è che la metropolìa galiziana contò più di tre milioni e mezzo di fedeli con più di 2000 parrocchie e altrettanti sacerdoti. Con la fine della seconda guerra mondiale però, sotto la pressione del governo sovietico, essa - come già s’è detto - si unì alla Chiesa patriarcale di Mosca, mentre tutti i resistenti furono deportati o dispersi. La stessa fine ebbe anche la Chiesa rutena transcarpatica. Oggi solo i ruteni emigrati in tutto il mondo possono liberamente continuare le loro antiche tradizioni canoniche, liturgiche e spirituali, pur rimanendo in comunione con la Sede Apostolica. Questa è la prova palpabile che la Chiesa cattolica è universale non solo de iure, ma anche de facto.
Le antiche sedi vescovili di Galizia e di Rutenia sono usurpate da vescovi dissidenti, mentre i vescovi, i sacerdoti e i laici, fedeli all’unione con Roma, sono perseguitati, esiliati e incarcerati. Il rito ruteno è una variante, accanto al rito russo, romeno e serbo, del comune rito bizantino.
Rispetto alla variante moscovita del rito bizantino, quella rutena, adottata oggi solo dai cattolici, rappresenta una lezione più antica dei testi liturgici, mentre riguardo alle cerimonie ha seguìto l’evoluzione dei Greci e alcune pratiche latine, conservando le particolarità locali.
In generale, tutte le Chiese orientali cristiane con rito proprio, che, dopo la separazione conseguente allo scisma d’Oriente (1054), ristabilirono la comunione con Roma, sono dette "uniati".
Questo aggettivo deriva dal russo unijat, derivato da unija "unione (delle Chiese)". I fedeli appartenenti a queste Chiese sono detti "uniati".
(Autore: Padre Tomas Tyn – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Giosafat Kuncewycz, pregate per noi.


*Beato Giovanni della Pace (Cini da Pisa) - Eremita, Fondatore (12 novembre)

Pisa, 1270 ca. – 1335 ca.
Martirologio Romano: A Pisa, Beato Giovanni Cini, detto della Pace, che dal servizio militare passò a quello di Dio nel Terz’Ordine di San Francesco.
Peccato che il suo ricordo non è più vivo a Pisa come meriterebbe, essendo una bella figura del XIV secolo pisano e che certamente nel suo tempo, destò molto interesse fra i cattolici e fra i cittadini in genere.
Giovanni Cini nacque a Pisa verso il 1270, fu soldato della Repubblica Pisana, ma la sua condotta non fu proprio edificante.
Turbolento per natura e per partito preso, partecipò l’8 ottobre 1296 ad un vile attentato contro Matteo, arcivescovo eletto della diocesi di Pisa.
Questo crimine fu punito con il carcere, ma provvidenzialmente fu anche la causa remota della sua conversione. Scontata la pena si diede a vita penitente e vestì l’abito del Terz’Ordine
Francescano.
Dal 1305 in poi, fu più volte eletto presidente della “Pia Casa della Misericordia”, istituita per la carità al popolo più povero; a lui si deve la diffusione della pratica di portare l’elemosina di notte (cibo, vestiario, denaro) a coloro che si vergognavano di riceverla pubblicamente.
In seguito Giovanni Cini si diede a vita eremitica presso la Porta della Pace di Pisa, per questo è chiamato di solito “Giovanni della Pace”; il suo esempio attrasse molte persone specie giovani, desiderose di imitarlo; allora Giovanni fondò la Congregazione degli “Eremiti Terziari Francescani” detti ‘Fraticelli’, da tempo estinta.
Fece rifiorire la vita religiosa nel romitorio di Santa Maria della Sambuca e gli viene attribuita la fondazione della “Compagnia dei disciplinanti di San Giovanni Evangelista”, la cui chiesa era situata presso la Porta della Pace.
Qui Giovanni Cini trascorse gli ultimi anni della sua vita, murato in una piccola cella e ricevendo la Comunione e il poco cibo in elemosina, attraverso una piccola finestra e in questa cella morì nel 1335 ca.
Fino al 1856 era sepolto nel Cimitero Monumentale di Pisa in una tomba decorata da affreschi; da quell’anno le sue reliquie furono traslate nella Chiesa dei Conventuali di Pisa.
Un anno dopo, il 10 settembre 1857, Papa Pio IX approvò il culto antico di Giovanni della Pace e il titolo di Beato. La sua celebrazione liturgica è al 12 novembre.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giovanni della Pace, pregate per noi.


*Beato Giuseppe Raimondo Medes Ferris - Laico Coniugato, Martire (12 novembre)
Schede dei gruppi a cui appartiene:
“Beati 233 Martiri Spagnoli di Valencia” Beatificati nel 2001
“Martiri della Guerra di Spagna”

José Ramón Medes Ferrís, fedele laico, nacque il 13 gennaio 1885 ad Algemesí (Valencia) e fu battezzato il medesimo giorno nella chiesa parrocchiale di San Giacomo di Algemesí.

Contadino, appartenente al Sindacato Cattolico agricolo, si sposò il 29 gennaio 1913, con la sig.na Purificación Esteve Martínez.
Aderì all’Azione Cattolica e fu un eccellente catechista. All’inizio della Rivoluzione ospitò a casa sua due fratelli carmelitani scalzi e una sorella suora cistercense, i quali furono imprigionati il 7 novembre 1936.
Il Servo di Dio fu imprigionato il giorno seguente e la notte dall’11 al 12 novembre subì il martirio, insieme ai suoi fratelli, ad Alcudia de Carnet, al grido di: “Viva Cristo Re! Viva il Sacro Cuore di Gesù!”. La sua beatificazione è stata celebrata da Papa Giovanni Paolo II l’11 marzo 2001.
Martirologio Romano: Nel villaggio di Alcudia de Carlet nel territorio di Valencia in Spagna, Beato Giuseppe Medes Ferrís, martire, al quale il Signore diede il premio eterno, nel corso della persecuzione religiosa, per la sua impavida fedeltà.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giuseppe Raimondo Medes Ferris, pregate per noi.


*San Livino (Lebuino) - Vescovo (12 novembre)

† Houtem (Belgio), 775 ca.
Martirologio Romano:
A Deventer in Frisia, nell’odierna Olanda, San Lebuino, sacerdote, che, monaco venuto dall’Inghilterra, si adoperò per annunciare agli abitanti di questa regione la pace e la salvezza di Cristo.
Nonostante le incertezze sulle notizie della vita, esistono di lui varie raffigurazioni artistiche, prima fra tutte il grande quadro d’altare, dipinto da Pietro Paolo Rubens, oggi nel Musées des Beaux Arts di Bruxelles, dove San Livino in abiti vescovili, subisce il martirio con l’estirpazione della lingua, che viene data in pasto ai cani, mentre nel cielo si scatena una tempesta che spaventa i crudeli assassini.
La prima menzione di San Livino si legge in una lettera dell’abate Othelbold di San Bavone di Gent
(nome fiammingo di Gand) in Belgio, che nel 1025 inventariava le reliquie del tesoro dell’abbazia, nominando San Livino vescovo di Scozia ucciso presso Houtem in Belgio e da cui le reliquie nel 1007, furono traslate a San Bavone di Gent.
Il suo culto fu sostenuto dai monaci di San Bavone, ma sembra uno sdoppiamento del culto di San Lebuino patrono di Deventer morto nel 775.
Nel 1050 fu composta una leggenda molto fantastica, secondo la quale, Livino o Lebuino avrebbe attraversato a piedi asciutti il mare dall’Irlanda - Scozia? all’Inghilterra e da qui in Belgio, morendo nel VII secolo.
Della traslazione a Gent (Gand) del 1007, esiste una relazione scritta, mentre nel 1171 fu effettuata una ricognizione per sfatare le calunnie sull’esistenza delle reliquie, messe in giro dai monaci di San Pietro di Gent, concorrenti con quelli di San Bavone per il possesso di reliquie.
Dal XII secolo San Livino o Lebuino viene celebrato liturgicamente a Gent e compare in tre codici di Monaco e dal secolo XV il suo nome compare in vari ‘Martirologi’ storici dell’epoca, dai quali passò poi nel ‘Martirologio Romano’ al 12 novembre; nella moderna edizione egli è ricordato sempre al 12 novembre ma con il nome di Lebuino.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Livino, pregate per noi.


*San Machar di Aberdeen - Vescovo (12 novembre)
VI secolo
Martirologio Romano:
Nell’isola di Mull in Scozia, San Macario, vescovo, che, di origine irlandese, è ritenuto discepolo di San Colomba e fondatore della Chiesa di questo luogo.

Le poche notizie certe sul santo oggi festeggiato sono quelle tratte dal Breviario di Aberdeen. Machar fu un missionario irlandese, accompagnatore di San Columba in Scozia.
Pare invece improbabile che egli possa essere stato il primo vescovo di Aberdeen, quanto piuttosto sia stato l’evangelizzatore dell’isola di Mull e dei pitti, nella regione circostante quella città, ove ancora oggi è assai ricordato.
Il romano pontefice San Gregorio Magno lo nominò arcivescovo della città francese di Tours, nonostante fosse ormai vecchio, ma non vi sono prove storiche a suffragare tale ipotesi.
La sua festa viene ancora oggi celebrata nella diocesi di Aberdeen ed in tale città ben due parrocchie gli sono dedicate.
L’acqua del pozzo di San Machar era usata un tempo per i battesimi officiati nella cattedrale.
Nella biblioteca universitaria di Cambridge è conservata una “Vita” del santo redatta in metri risalente al XIV secolo.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Machar di Aberdeen, pregate per noi.


*San Margarito Flores Garcia - Sacerdote e Martire (12 novembre)
Schede dei gruppi a cui appartiene
“Santi Martiri Messicani” (Cristoforo Magallanes Jara e 24 compagni)

“Martiri Messicani”

Taxco, Messico, 22 febbraio 1899 - Tulimán, Messico, 12 novembre 1927

Nacque a Taxco, Guerrero (Diocesi di Chilapa) il 22 febbraio 1899. Parroco di Atenango del Río, Guerrero (Diocesi di Chilapa). I tre anni trascorsi nel ministero furono sufficienti per conoscere la sua indole sacerdotale. Il Vicario generale della Diocesi lo nominò vicario con funzioni di parroco di Atenango del Rio, Guerrero.
Il Padre Margarito si mise all'opera.
Fu scoperto, identificato come sacerdote, quando stava per giungere alla meta; fu imprigionato e condotto a Tulimán, Guerrero, luogo in cui venne dato l'ordine di fucilarlo. Il Padre Margarito chiese il permesso di pregare, si inginocchiò per qualche secondo, baciò il suolo e quindi, in piedi, attese gli spari che gli distrussero la testa e lo unirono per sempre a Cristo Sacerdote, il giorno 12 novembre 1927.
Emblema: Palma
Martirologio Romano: Nella città di Tulimán in Messico, San Margherito Flores, sacerdote e martire, che, durante la grande persecuzione contro la Chiesa, fu arrestato per il suo sacerdozio e coronato da glorioso martirio con la fucilazione.
Soltanto perché non potevano permettersi il lusso di pagargli la scuola, si erano opposti con tanta fermezza all’idea che uno dei loro figli entrasse in seminario.
Per il resto, Germano Flores e Mercede García erano buoni e ferventi cristiani e non si sarebbero mai permessi di ostacolare una vocazione sacerdotale. Siamo in Messico, nel 1915, e precisamente a Taxco, Guerrero, nella diocesi di Chilapa, dove vivere non è sempre facile, specie in quel periodo e per far andare avanti una famiglia servono anche le braccia di un ragazzo di 14 anni.
Che è però talmente convinto che quella del sacerdozio sia la sua strada, da mettersi in quattro per trovare da sé, presso sacerdoti e amici, i benefattori di cui ha bisogno per andare in seminario di Chilapa, dove studia senza farsi pregare; tutti gli riconoscono intelligenza e capacità non comuni e lui collabora per quanto può al suo mantenimento, tagliando barba e capelli a questo e a quello.
Intraprendente e determinato, dunque, il ragazzino, che nel poco tempo libero si dedica anche con profitto alla scultura e alla pittura.
Il 5 aprile 1924 è ordinato sacerdote e lo mandano subito ad esercitare il ministero nella parrocchia di Chilpancingo, dove rimane fino allo scoppio, nel 1926, della persecuzione religiosa.
In quell’anno dovrebbe trasferirsi a Tecalpulco, ma la situazione è così incandescente e i preti sono così braccati e perseguitati che deve darsi alla macchia, vivendo per parecchio tempo tra i
monti, patendo la fame e la sete fino a quando riesce a trovare rifugio nella casa paterna. Qui si ferma il meno possibile, cosciente dei pericoli che fa correre anche ai suoi familiari, e nei primi giorni del 1927 raggiunge Città del Messico, qualificandosi come medico e frequentando anche per alcuni mesi l’Accademia, dove perfeziona le sue inclinazioni artistiche.
Ma nella capitale non resta con le mani in mano: oltre ad esercitare clandestinamente il suo ministero, insieme alla Lega Nazionale per la Difesa della Religione cerca di pacificare gli animi nel clima torrido della persecuzione religiosa che si sta respirando in tutto il Messico. Così facendo, finisce per esporsi troppo e con un bel gruppetto della Lega a giugno finisce in cella e vi resta per oltre un mese, tutto trascorso in preghiera e nel sostegno spirituale degli altri detenuti.
A tirarlo fuori dal carcere ci pensa una famiglia amica, ma Padre Margarito ormai ha il presentimento che la sua sorte è definitivamente segnata.
Ne parla apertamente, con serenità e fermezza, raddoppiando le preghiere e le occasioni per esercitare bene il suo ministero, consapevole che il tempo a sua disposizione si fa sempre più breve. E’ sicuramente questo il pensiero che lo accompagna in quel giorno di ottobre, quando celebra l’ultima messa nella capitale, poche ore prima della sua partenza per tornare in diocesi.
È sicuramente la sua messa più sofferta, celebrata per ottenere il dono della pacificazione del suo amato Messico, durante la quale offre la propria vita perché non venga più sparso altro sangue innocente.
Arrivato fortunosamente a Chilapa, non ha neppure il tempo di disfare le valigie che il vicario generale subito lo destina come parroco di Atenango del Rio. Si rimette in viaggio per raggiungere la sua nuova parrocchia , ma qui trova ad accoglierlo le truppe federali.
Spogliato e lasciato con i soli indumenti intimi, picchiato e malmenato, viene trascinato fino a
Tuliman a piedi nudi, circondato come un malfattore dalle guardie, che gli negano anche il conforto di un goccio d’acqua.
Qui lo attende un processo sommario , al termine del quale è scontata la sua condanna a morte per il semplice motivo di essere un prete. Sceglie come luogo per essere fucilato il muro posteriore della chiesa e vi si dirige con assoluta serenità.
È il 12 novembre 1927. Come ultimo desiderio chiede il tempo necessario per una breve preghiera e per baciare la sua amata terra messicana; il gesto non deve passare inosservato al plotone d’esecuzione, se una delle guardie gli si avvicina per sussurrargli una richiesta di perdono. “Non solo il mio perdono, ma anche la mia benedizione per tutti voi”: sono le ultime parole, prima che una raffica di pallottole gli fracassino il cranio.
Padre Margarito Flores Garcia, il parroco massacrato a 28 anni a causa del suo ministero, è stato beatificato nel 1992 e proclamato santo il 21 maggio 2006.
(Autore: Gianpiero Pettiti – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Margarito Flores Garcia, pregate per noi.


*San Nilo il Sinaita - Confessore (12 novembre)

IV-V sec. - Ancyra (Galazia), 430 circa
Martirologio Romano: Presso Ankara in Galazia, nell’odierna Turchia, San Nilo, abate, che, ritenuto discepolo di San Giovanni Crisostomo, resse a lungo un monastero e diffuse con i suoi scritti la dottrina ascetica. Ricordato dal martirologio romano al 12 novembre ed in Oriente al 14 gennaio, secondo i sinassari bizantini sarebbe stato prefetto di Costantinopoli sotto Teodosio il Grande.
Sposato e padre di due figli, decise di lasciare tutto ed intraprendere vita ascetica ed eremitica.
Per questo, andò a vivere sul Sinai, mentre la moglie ed una figlia ne seguirono l'esempio, recandosi in un romitorio in Egitto.
Molto probabilmente, San Nilo era discepolo del grande San Giovanni Crisostomo, e divenne abate di un monastero ad Ancyra, in Galazia, dove morì intorno al 430 d. C.
In suo onore, il Santo di Rossano Calabro, Nicola Malena, assunse, dopo aver preso i voti a San Nazario, presso Salerno, il nome di Nilo, divenendo appunto San Nilo di Rossano, fondatore di Grottaferrata.
(Autore: Francesco Patruno – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Nilo il Sinaita, pregate per noi.


*San Petrusio (12 novembre)  
V sec.

Petrusio (Perreuse) è un Santo (?) che secondo il martirologio di A. du Saussay era commemorato nella diocesi di Nervers.
San Petrusio era considerato un martire nel Morvan, dato, che nel V secolo c’era un monaco con quel nome venuto a combattere il paganesimo e a proporre il cristianesimo.
Di lui non sappiamo nulla.
Nel cantone di Châteaux-Chinon situata nel dipartimento della Nièvre nella regione della Borgogna, e considerata la capitale dell’Alto-Morvan, c’è un villaggio che porta il suo nome coniugato al femminile (Péreuse).
La festa per san Petrusio era celebrata il 12 novembre nella diocesi di Nerves.
(Autore: Mauro Bonato - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - San Petrusio, pregate per noi.


*San Renato di Angers - Vescovo  (12 novembre)
Etimologia:
Renato = redivivo, nato un'altra volta, dal latino
Emblema: Bastone pastorale

Ecco una figura di Santo che è il risultato, per usare un termine di attualità, di una " collaborazione internazionale ".
É formata infatti dalla sovrapposizione di due leggende, una fiorita in Francia, l'altra in Italia, a Sorrento. La diocesi di Sorrento, che ha una storia antichissima, ricordava tra i suoi pastori dei primi secoli un Vescovo di nome Renato.
Un giorno, nel IX secolo, questo antico personaggio era apparso in visione a Sant'Antonino Abate, patrono di Sorrento, in una grotta dov'egli viveva come eremita. Egli lo descrisse come un vecchio venerando, con la testa calva e una gran barba a cornice del volto rugoso.
In Francia, d'altra parte, nella città di Angers, si raccontava la colorita storia di quanto era accaduto a San Maurilio, Vescovo del V secolo.
Chiamato per assistere un bambino moribondo, il Vescovo si attardò in Chiesa per una funzione, e quando giunse alla casa del bambino, lo trovò già morto, prima di aver ricevuto il Battesimo.
Sentendosi responsabile di quella perdita, il Vescovo Maurilio volle espiarla severamente. Lasciò in segreto Angers e s'imbarcò su una nave. Giunto in alto mare, gettò alle onde le chiavi del tesoro della cattedrale e dei reliquiari dei Santi.
Giunto in Inghilterra, s'impegnò come giardiniere reale. Intanto i fedeli lo cercavano, e un giorno, nel fegato di un grosso pesce, ritrovarono le chiavi gettate dal Vescovo fuggitivo. Seguendo quella traccia, come nei racconti polizieschi, giunsero in Inghilterra e riconobbero il Vescovo nelle vesti del giardiniere.
Lo convinsero a ritornare ad Angers, e qui giunto per prima cosa il Vescovo si recò a pregare sulla tomba dei bambino morto senza Battesimo.
Pregò a lungo, con affettuosa commozione. Ad un tratto le zolle si ruppero, e dalla fossa si levò sorridendo il bambino, fresco come i fiori cresciuti sopra la sepoltura.
Quel bimbo prodigiosamente resuscitato era anch'egli destinato alla santità. Visse accanto al Vescovo, gli successe sulla cattedra di Angers, e fu San Renato, in francese rené, cioè nato di nuovo.
Dalla città di Angers, come si sa, prese nome una delle più potenti dinastie di Francia, quella degli Angioini. Nel 1262, un Principe di quella Casa, Carlo d'Angiò, venne in Italia per cacciarne gli Imperatori tedeschi della Casa di Svevia. Egli conquistò il Reame di Napoli, sconfiggendo e mandando a morte gli ultimi Svevi, Manfredi e Corradino.
Gli Angioini restarono nell'Italia meridionale per quasi due secoli, stabilendo stretti rapporti tra la dinastia francese e la popolazione locale.
A Sorrento, i conquistatori di un altro paese trovarono un nome familiare nella devozione cristiana: quello di Renato. I Napoletani, dal canto loro, conobbero la leggenda del René francese, il Santo risuscitato.
Dei due Santi, se ne fece così uno solo, con i tratti compositi, festeggiato di comune accordo il 12 novembre. La leggenda venne ampliata raccontando come, nella vecchiaia, il Vescovo di Angers fosse venuto a Sorrento per vivervi come eremita in una grotta, prima di essere eletto pastore della città delle sirene.
Si formò, così, da questa "collaborazione internazionale", la figura di San Renato quale è stata conosciuta e venerata nei secoli successivi. Un Santo caro a due popoli diversi e anche ostili, accomunati, e anche affratellati, dalla pietà e nella devozione.
(Fonte: Archivio della Parrocchia)
Giaculatoria - San Renato di Angers, pregate per noi.


*Altri Santi del giorno (12 novembre)  
*Sant'Aurelio - Vescovo
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.

 
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