Santi del 13 Agosto - Istituto Aveta

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Santi del 13 Agosto

Il mio Santo > I Santi di Agosto

*Sant'Antioco di Lione - Vescovo (13 agosto)
V sec.

Martirologio Romano: A Lione in Francia, Sant’Antíoco, vescovo, che, ancora sacerdote, affrontò un lungo viaggio per far visita a san Giusto, suo vescovo, che allora viveva in un eremo in Egitto.
É commemorato nel Martirologio Geronimiano il 13 agosto.
Adone lo trasferì arbitrariamente al 15 ottobre e a questa data è ricordato anche nel Martirologio Romano.
Le poche notizie che si conoscono su Antioco sono contenute nella biografia del suo predecessore Giusto. Quando questi lasciò la cattedra episcopale per ritirarsi in Egitto, Antioco era già presbitero, e, affrontando i disagi del lungo viaggio, si recò a visitarlo.
Più tardi egli stesso fu eletto vescovo, succedendo a Martino verso la metà del secolo V; governò con fermezza e sagacia la diocesi.
Fu sepolto nella chiesa dedicata ai Maccabei fuori dalla città di Lione, dove era già stato trasferito anche il corpo di Giusto, e che più tardi da questi prese il nome.
Nel secolo XVI, essendo stata distrutta la chiesa dei Calvinisti, il corpo di Antioco fu disperso.
A Lione è commemorato il 16 ottobre, e dal popolo è comunemente chiamato Andéol.

(Autore: Charles Vens – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Antioco di Lione, pregate per noi.


*Beato Benedetto Sinigardi da Arezzo (13 agosto/3 marzo)

Arezzo ca. 1190 - 1282  
La chiamata del Signore di Benedetto Sinigardi avvenne durante una predica che San Francesco d'Assisi tenne nel 1211 ad Arezzo. La fama del poverello attirava ovunque folle enormi e quel giorno Piazza Grande era piena all'inverosimile.
Tra gli uditori c'era anche il ventenne Benedetto, figlio di Tommaso Sinigardo de' Sinigardi e della Contessa Elisabetta Tarlati di Pietramala. Era dunque esponente di due tra le famiglie più importanti della città ma, le parole di Francesco penetrarono a tal punto nel suo cuore che, commosso, decise di cambiare vita.
Aveva ricevuto una buona istruzione ed era un buon cristiano, frequentava le funzioni sacre digiunando tre volte alla settimana.
Il suo animo era dunque pronto ad accogliere le parole del Serafico Padre e la sua scelta fu radicale, come lui lasciò gli agi e le ricchezze per abbracciare gioiosamente sorella povertà. Ricevette l'abito direttamente dalle mani di Francesco. Di animo buono, aveva eccellenti qualità che lo  fecero subito amare e stimare dai confratelli e dal popolo.
A soli 27 anni fu nominato Ministro Provinciale delle Marche, regione che tanta importanza aveva per il  movimento francescano. L'ardore di pronunciare il Vangelo gli fece chiedere, successivamente, di andare missionario in terre lontane, anche tra gli infedeli e a rischio della vita.
Andò in  Grecia, in Romania e in Turchia e toccò con mano le realtà causate dallo scisma tra la Chiesa d'Oriente e quella d'Occidente.
Tappa finale della sua missione furono i luoghi in cui si incarnò e visse il Figlio di Dio.
Fu eletto Ministro Provinciale per la Terra Santa e nei sedici anni di permanenza in quelle terre costruì il primo convento francescano di Costantinopoli, avendo rapporti cordiali anche con l'Imperatore.
Secondo la tradizione Giovanni di Brienne, Imperatore di Costantinopoli, seguendo l'esempio di San Luigi dei Francesi e di Sant' Elisabetta d'Ungheria, volle ricevere dalle mani di Benedetto l'abito francescano.
Dopo questa intensa attività apostolica, ormai anziano, fu richiamato in patria nella città natale; ad Arezzo il  convento dei Frati Minori era situato nella zona di Poggio del sole.
Qui morì vecchissimo nel 1282, circondato dalla fama di santità. Gli si attribuirono subito miracoli e fu proclamato beato dal popolo prima che dall'autorità ecclesiastica.
Non ci sono pervenuti suoi scritti, ma abbiamo due testimonianze della sua spiritualità, incentrata sulla devozione alla Passione di Gesù e verso la Santa Vergine. Commissionò, negli ultimi anni di vita, il Crocifisso detto “del Beato Benedetto” che oggi sorge sull'altare maggiore della Basilica di San Francesco, nel centro di Arezzo, dove anche il suo corpo fu trasportato dopo l'abbattimento del convento in cui era morto.  
Fu lui che indicò al pittore, cosiddetto Maestro di San Francesco, tutti i particolari con cui doveva essere eseguito. Nella stessa Basilica, nella cappella maggiore, si trova anche il ciclo di affreschi della "Leggenda della Croce", dipinti da Piero della Francesca due secoli dopo.
Al Beato Benedetto, inoltre, si attribuisce la bellissima consuetudine di recitare quotidianamente l'antifona "Angelus locutus est Mariae", meditando il mistero salvifico dell'incarnazione del Figlio di Dio nel seno verginale di Maria.  
L'Angelus Domini divenne una pia pratica cara prima a tutto l'ordine francescano, poi a tutta la Chiesa, come lo è tuttora.  
Nella sua visita alla città d'Arezzo Giovanni Paolo II, il 23 maggio 1993, dopo aver sostato in preghiera davanti alla tomba del Beato Benedetto, nel suo discorso disse: " E' sempre molto suggestiva questa sosta a metà della giornata per un momento di preghiera mariana. Lo è oggi in modo singolare, perché ci troviamo nel luogo dove, secondo la tradizione, è nata l'usanza di recitare l'Angelus Domini." La memoria del Beato Benedetto Sinigardi è celebrata il 13 di agosto. Nella Bibliotheca Sanctorum è ricordato al 3 marzo.  
(Autore: Daniele Bolognini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Benedetto Sinigardi, pregate per noi.  


*San Benildo Romancon - Religioso (13 agosto)

Thuret, Alvernia, Francia, 14 giugno 1805 - Sangues, Alta Loira, 13 agosto 1862
Nato a Thuret il 14 giugno 1805 e battezzato col nome di Pietro Romancon, dai lavori campestri il Beato passò alle scuole tenute dai Fratelli delle Scuole Cristiane a Riom.
Egli avrebbe voluto entrare in quella Congregazione, ma non poté essere ammesso per la sua piccola statura.
L'anno seguente, però, rinnovò la domanda, che fu accolta, e poté passare al noviziato, durante il quale la sua vocazione fu posta a dura prova dalle insistenze del padre che lo rivoleva in casa. Il giovane resistette con tenacia, fu ammesso ai voti e prese il nome di Benildo, ponendosi sotto la protezione di San Benilde.
Per venti anni fu addetto a varie scuole (Riom, Moulins, Limoges, Aurillac, Clermont, Billon), facendosi dovunque apprezzare dai confratelli, per la sua dolcezza, e dagli alunni, per la sua sapienza pedagogica. Durante questi anni, Benildo si occupò anche, per breve periodo, della cucina, dell'orto, dimostrando in questi lavori una serena umiltà e una grande cura.
Il 21 settembre1841 Benildo fu inviato a Sangues, a fondare e dirigere una nuova scuola, richiesta da quel comune e finanziata con pubblica sottoscrizione, ed ivi rimase fino alla morte.
Le incomprensioni e le sofferenze furono molte, aggravate da un lavoro massacrante (tre soli fratelli per circa trecento alunni), ma Benildo riuscì ad impiantare e a far funzionare egregiamente la scuola fino alla sua morte, avvenuta il 13 agosto 1862.
Particolare impegno mise sempre nell'insegnamento del catechismo: in questa materia non ammetteva che alcun alunno rimanesse ignorante. Prendeva perciò a parte i più tardivi e con essi insisteva, fino a che avessero imparato a dovere le formule e il loro senso.
In questo atteggiamento tipico lo rappresenta appunto, sull'altare a lui dedicato nella cappella della casa generalizia di Roma, un bel gruppo marmoreo dello scultore Ciocchetti; mentre una tela del pittore Mariani lo raffigura nell'atto di consacrare gli alunni a San Giuseppe, per il quale dimostrò sempre una grande devozione.
Benildo ebbe una tale capacità di penetrare nell'animo dei giovanetti come maestro e più ancora come guida spirituale, che molti pensarono a speciali doni celesti, ottenuti con l'assiduità delle preghiere e delle penitenze. Presso la popolazione di Sangues egli godé sempre di una vera reputazione di santità. Un Crocifisso a lui appartenuto viene, ancora oggi, portato presso gli infermi del luogo, che piamente lo baciano invocando l'intercessione del beato, al quale è consacrata una cappella della chiesa parrocchiale.
Martirologio Romano: Nella cittadina di Saugues presso Puy-en-Vélay sempre in Francia, San Benildo (Pietro) Romançon, dell’Istituto dei Fratelli delle Scuole Cristiane, che passò la vita dedito alla formazione della gioventù.
Pietro Romançon, questo il suo nome da laico, nacque a Thuret piccolo villaggio dell’Alvernia in Francia il 14 giugno 1805, egli crebbe in questo paese che aveva già conosciuto gli orrori della Rivoluzione Francese sebbene di appena 1800 abitanti, i suoi compaesani furono tutti indomiti fedeli alla Chiesa Cattolica Romana e quindi disertarono la parrocchia diretta da un parroco "giurato", cioè di quegli ecclesiastici che cedettero alle minacce dei governanti di allora, aderirono alla nuova Costituzione Civile del Clero, e giurarono fedeltà allo Stato e non al romano pontefice.
I cittadini di Thuret pieni di viva fede cattolica, assidui alle funzioni, difensori della religione, presero a frequentare di nascosto un altro sacerdote non ‘giurato’, che officiava clandestinamente spostandosi di continuo per non essere catturato.
Questo era il clima di religiosità in cui nacque Pietro Romançon e i suoi genitori Giovanni e Anna Chanty erano degni interpreti di questa religiosità e timore di Dio; quando nacque, la Francia e l’Europa erano sconvolte da guerre che vedevano contrapposte nell’era napoleonica nazioni contro nazioni. Anche nel villaggio di Thuret, il fanciullo Pietro cresceva con davanti le scene della partenza dei giovani coscritti per le armate di Napoleone Bonaparte, lo strazio delle madri, il terrore di giovani che cercavano di sfuggire a questa dura sorte e scappavano sui monti inseguiti dalle pattuglie di polizia militare. ù
Gli avvenimenti storici che si susseguivano, fecero comprendere ben presto al ragazzo l’instabilità delle umane istituzioni, egli concepì così un vero orrore per ogni prepotenza e ingiustizia e imparò a riporre in Dio ogni sua fiducia, e ben presto sentì chiaramente l’invito divino a distaccarsi dalle cose terrene, per dedicarsi ad un superiore destino religioso.
Cresciuto con l’amorevole cura della mamma molto devota, un giorno l’accompagnò alla fiera di Clermont e lì fortuitamente dopo una preghiera alla Madonna nel vicino santuario, fra la folla, il piccoloPietro vide un sacerdote con colletto bianco che incurante della confusione del mercato, proseguiva il suo cammino con la corona in mano e pregando; il ragazzo domandò alla madre chi fosse e lei rispose che era un Fratello delle Scuole Cristiane e dietro altra sua richiesta, continuò a dire, che essi facevano scuola per tutta la vita, specialmente ai fanciulli poveri, per amore di Dio. Pietro tacque e rifletté, poi rispose in tono deciso: “Così mamma voglio essere anch’io”.
Il Signore dispone le cose in modo che esse possono attuarsi, se sono secondo la Sua volontà; dopo un certo tempo i Fratelli delle Scuole Cristiane, aprirono un loro Istituto nella vicina Riom e Pietro venne inviato dai genitori, come collegiale dai Fratelli nella nuova sede, affinché potesse continuare negli studi, anche se questo comporterà un allontanamento da casa dell’amato figlio.
Il contatto giornaliero con i membri professori di questa Congregazione, fondata nel 1680 da S. Jean-Baptiste de La Salle (1651-1719) fece maturare ancor più la nascente vocazione di farsi religioso, ma un inflessibile Direttore non lo ammise, perché per i suoi quattordici anni era apparso troppo piccolo di statura.
Dopo quasi due anni l’ammissione fu possibile e così il 10 febbraio del 1820, il giovane Pietro Romançon lasciava per sempre la sua casa di Thuret per entrare nel noviziato dei Fratelli di Clermont
accompagnato dal direttore del Collegio di Riom.
Il periodo del noviziato, fu per lui un tempo di dure prove, preso dal desiderio di diventare un religioso, dovette più volte resistere alle insistenze del padre che lo rivoleva a casa, bisognoso del suo aiuto ora che si era fatto vecchio. Per tutta la vita fratel Benildo, questo il nome che gli venne dato alla sua ‘vestizione’, restò inflessibile e fedele alla sua vocazione e il Signore benedirà il suo Noviziato con grazie singolari, che faranno esclamare al suo Direttore Fratel Aggeo: “Non mi stupirei che questo caro figliuolo divenisse un giorno una gloria del nostro Istituto”.
Superate con tenacia le resistenze paterne, fu ammesso ai voti, ponendosi sotto la protezione di s. Benilde, martire spagnola di Cordova, della quale aveva preso il nome. Per venti anni fu addetto a varie scuole nelle città di Riom, Moulins, Limoges, Aurillac, Clermont, Billon; ovunque apprezzato dai confratelli per la sua mitezza e dagli alunni per la sua sapiente pedagogia; durante questo lungo periodo si occupò brevemente anche della cucina e dell’orto con serena umiltà; nel contempo l’11 settembre 1836 fece la sua Professione solenne.
Il 21 settembre 1841 fratel Benildo venne inviato a Saugues a fondare e dirigere una nuova scuola, richiesta e finanziata da quel Comune, con una pubblica sottoscrizione; non si mosse più da lì, dopo tanti trasferimenti, che se pur previsti nella Regola dell’Ordine, apportavano ferite dolorose al suo cuore ed ai suoi sentimenti, verso le centinaia di alunni che incontrava, formava, avviava, istruiva, in ogni posto dove era stato mandato e che egli poi doveva lasciare.
A Saugues il lavoro fu incredibile e massacrante, c’erano solo tre fratelli per circa trecento alunni, ma fratel Benildo, nonostante le numerose incomprensioni e le molte sofferenze, riuscì ad impiantare saldamente la scuola ed assicurarne il funzionamento.
Mise sempre un particolare impegno nell’insegnamento del catechismo, specie con i più tardivi, perché su questa materia non voleva che nessuno rimanesse indietro; e attorniato da ragazzi è raffigurato in un bel gruppo marmoreo, nella cappella a lui dedicata nella Casa Generalizia di Roma e in un quadro del pittore Mariani, nell’atto di consacrare un gruppo di fanciulli a s. Giuseppe, per il quale ebbe sempre una grande devozione.
Fratel Benildo ebbe una tale capacità di penetrare nell’animo degli adolescenti, come maestro, ma ancor più come guida spirituale, che molti presero a pensare che fosse dotato di speciali doni celesti, ottenuti con la preghiera assidua e con le penitenze.
Presso la popolazione di Saugues, dove visse ed operò per 21 anni, egli godé sempre di una reputazione di santità; quando compariva per le strade, i ragazzi scorgendolo, se lo additavano dicendo: “Il santo! Ecco il Santo! Viene il Santo!”; rendendo così omaggio a questa sua unica grandezza, la sua intimità con Dio, dalla quale non nascevano le cose grandi, ma le cose perfette.
Visse in povertà, vestì spesso con vesti rammendate, dimesse; aveva imparato a cucire e rammendare, trovando fra l’altro il tempo di rendere questi umili servigi ai suoi confratelli, anche se non con perfezione.
Più volte presagì l’approssimarsi della fine della sua vita e come per tutti i Santi, la vita divenne una preparazione alla morte, da offrire a Dio come l’ultimo loro atto di fedeltà.
Nel 1862 ultimo suo anno di vita, le sue forze declinarono, i dolori di un probabile cancro al fegato si facevano acuti, ma lui fra la costernazione dei Fratelli e le preghiere della Comunità di Saugues, continuò a compiere i suoi doveri di Direttore della Scuola Cristiana; agli inizi di giugno dovette mettersi a letto, alternando qualche raro giorno di miglioria, che Fratel Benildo utilizzava per giungere fino alle classi degli studenti per salutarli e dispensare i suoi ultimi consigli, come un testamento spirituale. Man mano che il male avanzava, egli veniva a distaccarsi sempre più dalle cose terrene, la sua preghiera si faceva più intensa e continua.
Dopo aver ricevuto cosciente gli ultimi Sacramenti con angelica gioia e mistico raccoglimento, Fratel Benildo morì il 13 agosto 1862 a 57 anni, di cui oltre 40 di vita religiosa, tra il compianto generale.
Il giorno dell’Assunzione di Maria, si svolsero i solenni funerali nella parrocchia di Saugues, cui partecipò tutto il clero e i Fratelli con gli alunni ed ex alunni; da quel giorno la fama di santità, già forte in vita, divenne costante con numerosi pellegrinaggi alla sua tomba.
Numerosi furono e sono i miracoli ottenuti per la sua intercessione; un Crocifisso a lui appartenuto, viene ancora oggi, portato presso gli infermi di Saugues che con devozione lo baciano, invocando l’intercessione di fratel Benildo.
Il decreto di introduzione per la causa di canonizzazione si ebbe nel 1903, fu dichiarato venerabile nel 1928, in questa occasione papa Pio XI pronunciò un memorabile discorso sopra il “terribile quotidiano” e cioè sull’eroicità senza splendore.
Venne beatificato il 4 aprile 1948 da Papa Pio XII e infine proclamato santo da Papa Paolo VI il 29 ottobre 1967.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Cassiano di Imola - Martire (13 agosto)

Martirologio Romano: A Imola in Romagna, San Cassiano, martire, che, per essersi rifiutato di adorare gli idoli, fu consegnato ai ragazzi di cui era stato maestro, perché lo torturassero a morte con i calamai: in tal modo, quanto più debole era la mano, tanto più dolorosa diveniva la pena del martirio.
Le notizie più antiche su Cassiano sono riferite da Prudenzio, nei primi anni del V secolo.
Nel suo viaggio verso Roma, Prudenzio si ferma a Forum Cornelii (Imola) e venerò le spoglie del
martire, custodite in un sarcofago al di sopra del quale erano raffigurati alcuni episodi del martirio.
Non si conosce l’anno del martirio né la pena subita.
Non è considerata attendibile la versione tramandata da Prudenzio, secondo il quale Cassiano, che esercitava la professione di insegnate, sarebbe stato condannato ad essere ucciso dai suoi stessi allievi con gli stiletti usati per incidere le loro tavolette.
Se fosse vera questa tradizione bisognerebbe pensare ad un martirio subito non ad opera di un magistrato romano, ma nell’ambito di sommosse popolari.
Il culto si estese anche a Milano intorno al 450 e in Tirolo, mentre una raffigurazione del Santo è presente a Ravenna, in Sant’Apollinare Nuovo. Nel corso del XII secolo si diffonde un leggenda che fa del Santo l’apostolo di Sabiona, in Tirolo, esiliato a Imola dai pagani, ove subì il martirio narrato da Prudenzio.
A Imola la leggenda subisce un’ulteriore corruzione e Cassiano risultò vescovo della città. Agnello (sec. IX) ricorda che sopra la tomba del Santo fu costruita la prima Cattedrale situata fuori dalla città, attorniata da altre costruzioni fino a formare un fortilizio, a cui venne dato il nome di castrum sancti Cassiani.
Nel sec. XIII il castrum venne raso al suolo e le reliquie trasferite nella nuova Cattedrale.
(Fonte: http://media.supereva.it/diocesimola.freeweb/cassiano.htm)
Giaculatoria - San Cassiano di Imola, pregate per noi.


*San Cassiano di Todi - Vescovo e Martire (13 agosto)
m. Todi, 13 agosto 304
Etimologia:
Cassiano = armato di elmo, dal latino
Emblema: Palma
Fu introdotto nel Martirologio Romano al 13 agosto dal Baronio, sull'autorità di una leggendaria passio, proveniente dalla Chiesa tudertina. In questo documento, che non può essere anteriore al secolo VI, si narra che Cassiano, nipote del prefetto di Roma, Cromazio, aveva studiato diritto e medicina; durante la persecuzione di Diocleziano, ebbe in custodia il vescovo di Todi, Ponziano, per la cui influenza si convertì al cristianesimo.
Il Papa Marcellino lo inviò quale vescovo a Todi; messo in carcere, sebbene il fratello Venustiano ora lusingandolo, ora minacciandolo tentasse di farlo apostatare, Cassiano rimase fermo nella sua fede e lì morì il 13 agosto dell'anno 304.
Gli anacronismi, gli errori e le falsificazioni contenute in questa passio sono così evidenti che fanno ben a ragione dubitare dell'esistenza di un Cassiano, vescovo di Todi, che, d'altronde, è sconosciuto alle più antiche fonti tudertine.
Inoltre, la coincidenza del dies natalis con quello di Cassiano di Imola e parecchi particolari della passio, derivati dal racconto di Prudenzio, inducono a pensare che Cassiano sia stato confuso col santo imolese venerato a Todi e in seguito creduto vescovo locale.
Tuttavia, si racconta che nel 1301 il vescovo Nicolò Armato avrebbe trasferito il presunto corpo di Cassiano dal luogo del martirio alla chiesa di S. Fortunato, e lo avrebbe posto sotto l'altare maggiore.
Ma, in seguito a dei lavori fatti a questo altare, nel 1596 il corpo fu nuovamente trasferito dal vescovo Angelo Cesi e, infine, nel 1923 il vescovo Luigi Zaffarami ne fece la solenne ricognizione. Dopo la prima traslazione, il capo fu conservato in un reliquiario a cassetta, coperto di lamine d'argento e adorno di immagini dorate del Crocifisso, della Vergine e di San Giovanni Evangelista. Nella grande chiesa eretta alla fine del sec. XIII dai Frati Minori, fu dedicata a Cassiano una cappella fornita di arredi sacri.
Nell'oratorio dedicato a Cassiano, nel quale era stato sepolto anche il vescovo s. Fortunato, il 4 ottobre 1198 il papa Innocenzo III consacrava l'altare di San Fortunato, mentre il cardinale di Porto dedicava quello di Cassiano.
La tradizione indica la prigione del martire nell'interno di una cisterna romana sul colle della Rocca, che ancora oggi è aperta al culto.
Ben distinta era la cappella dedicata a Cassiano; in un inventario dei sece. XIII-XV, a proposito della decorazione fatta eseguire con 180 libbre di denari cortonesi dalla famiglia Sardoli che ne aveva il patronato, si dice espressamente: "cappella est in ecclesia S. Fortunati et vocatur cappella San Cassiani episcopi et martyris".
Il 16 giugno 1242, in quello stesso oratorio, Filippo, vescovo di Camerino, dedicò un altro altare in onore di Maria S.ma, di Sant’ Illuminata e di altri Santi con le rispettive reliquie, e il 5 ottobre 1263 il vescovo di Todi, Pietro Caetani, consacrò ancora un altro altare in onore di San Francesco d'Assisi. Il nome di Cassiano figura nelle litanie approvate nel 1630 dal vescovo Ludovico Cenci.
(Autore: Mario Pericoli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Santa Concordia - Martire (13 agosto)

m. 354
Della martire si ha notizie in un elenco di martiri del 354, che la pone nell'ambito del martirio di San Ippolito prete romano.
I resti della Santa sono deposti presso la chiesa parrocchiale di Ponzano Superiore, comune di Santo Stefano Magra in provincia di La Spezia.
Sotto un altare con vetro in esso si notano i resti ben conservati e rivestiti con broccati del 1500; sembra che i resti siano stati trovati presso il porto romano di Luni e per varie vicissitudini arrivato fino a Ponzano.
É venerata in modo particolare a Concordia sulla Secchia. Nella Chiesa Parrocchiale gli è dedicato un altare.
Emblema: Palma
Santa Concordia, era secondo il Martirologio Romano la nutrice di Ippolito di Roma (tra l'altro autore di un "canone" della liturgia eucaristica che ancora adesso è in auge; terzo dei canoni attuali) che morì, dopo vivaci contrasti con i Papi Callisto (217-222) e Ponziano (230-235), assieme a quest'ultimo in Sardegna perché condannati entrambi ad metalla (cioè in miniera) dall'Imperatore Massimino il Trace durante una persecuzione politica e non religiosa.
L'unica traccia di Santa Concordia si ritrova, come su accennato, sul Martirologio Romano, infatti di Essa si legge " Passi sunt etiam eadem die Beata Concordia ejus nutrix, quæ ante ipsum plumbatis cæsa, migravit ad Dominum, et alii decem et novem de domo sua qui extra porta Tiburtinam decollati sunt, et una cum ea in agro Verano sepulti"
Uno dei Protettori del Castello di Rubiera (RE) dopo i SS. Donnino e Biagio VV. e MM. titolari della Chiesa parrocchiale, è Santa Concordia Martire, le reliquie del cui sacro Corpo riposano sotto l'Altare maggiore della Chiesa principale, e la cui immagine si trova dipinta coi detti Santi nell'ancona dello stesso altare.
Fu un don Sabbatini (1621-1632) rettore della Parrocchia che nel 1621 ottenne da Roma queste S. Reliquie, estratte dalle Catacombe, e le collocò con molto rispetto e coll'autentica ricognizione di Monsignor Vicario del Vescovo sotto l'Altare Maggiore della sua Chiesa.
La data della sua traslazione viene assicurata dalla seguente lettera, nella quale la Comunità scriveva a S.A. Serenissima il Duca di Modena Cesare !° d'Este il 2 ottobre 1621: "Il nostro Rettore ha impetrato da Roma il Corpo di S.ta Concordia Martire Romana, quale dono a questa Terra e viene anche presa in protezione e per avvocata di Noi; e abbiamo determinato fare la traslazione domenica prossima, giorno settimo del presente, che sarà della fiera di S.Donnino;…. mandiamo il presente a posta per darne parte a Vostra Altezza Serenissima e supplicare a farci grazia del suo aiuto in tale occasione e concorrere per onore di detta Santa …, comandando al Signor Governatore che faccia tirare nell'ingresso che farà la processione dentro la terra, tutta l'artiglieria e farle dare la polvere necessaria per tal bisogno. Che, oltre l'A. V. S. farà opera gratissima a Sua Divina Maestà e a Santa Concordia, noi le resteremo obbligatissimi".
Mosso dalla singolare protezione che la Santa accordava ai suoi devoti lo stesso Duca di Modena, fece nel 1625 le pratiche opportune perché una reliquia di S. Concordia fosse a lui concessa da donarsi a suo genero il Duca della Mirandola, e da collocarsi nella Pieve di S. Paolo di Concordia (MO);
il che venne da don Sabattini e dalla Comunità di Rubiera volentieri eseguito, come da rogito 2 Aprile 1625, e dall'autenticazione che d'una reliquia di una gamba di Santa Concordia fece il Vicario di Reggio il 13 giugno successivo. In quell'occasione un'altra reliquia fu collocata in una teca d'argento per la Chiesa di Rubiera.
Passati cento e più anni dal suo ingresso in paese quando in occasione del passaggio della Collegiata dalla vecchia alla nuova Chiesa parrocchiale anche il corpo della Santa con la sua urna fu, in forza dell'atto del 6 ottobre 1722 fatto dal Parroco arciprete don Lombardini, trasferito solennemente nella nuova Chiesa e collocato nell'Altare Maggiore, sotto la triplice custodia, prima dell'Arciprete, dei Consorziali, e della Comunità, dopo dell'Arciprete, dei Canonici, e del Comune.
Alla fine del '700 delle truppe franco - napoletane di passaggio da Rubiera imitando i sacrileghi attentati d'oltralpe, aprirono, frugarono, profanarono reliquie, e cose preziose rubando a Rubiera ed anche altrove; l'arca di S. Concordia fu così violata.
Partiti quei profanatori, il venerando arciprete don Chierici (1791-1836) raccolse il restante delle sante reliquie, le ripose in una cassetta di legno appositamente preparata, e per autenticarle nel miglior modo possibile, ripose entro quell'urna l'atto primitivo di ricognizione delle stesse quando arrivarono da Roma, e del tutto stipulò un atto solenne l'8 ottobre 1799.
Così si legge in un saggio storico "Memorie Ecclesiastiche di Rubbiera" del 1894 conservato nell'archivio Vescovile di Reggio Emilia: "Supposto che la nostra Santa sia Vera Nominis, come tutto induce a credere e tenendo conto che in tutto il mondo nessun altra S. Concordia è venerata (Per persuadercene abbiamo consultato il generale "Repertorio delle sorgenti istoriche del Medio Evo" di U. Chevalier in cui trovasi il nome di tutti i Santi, Beati e Venerabili della storia cristiana) all'infuori della nutrice di S. Ippolito, è assai probabile che le preziose spoglie di questa illustre siano quelle venerate in Rubiera."
(Autore: Uber Siligardi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Concordia, pregate per noi.


*Beato Ferdinando Saperas Aluja - Religioso Clarettiano, Martire (13 agosto)

Schede dei Gruppi a cui appartiene:
"Beati 109 Martiri Spagnoli Clarettiani" Beatificati nel 2017 - 1 febbraio
"Santi, Beati e Servi di Dio Martiri nella Guerra di Spagna" Vittime della persecuzione religiosa - Senza Data (Celebrazioni singole)

Alió, Spagna, 8 settembre 1905 – Tárrega, Spagna, 13 agosto 1936

Fernando Saperas Aluja, nato nei pressi di Tarragona, fu molto religioso sin dall’infanzia. Entrò tra i Missionari Figli del Cuore Immacolato di Maria, fondati da sant’Antonio Maria Claret, come religioso fratello: professò i primi voti il 15 agosto 1929. Fu impegnato prevalentemente come cuoco, poi come portinaio. Nonostante i suoi superiori apprezzassero la sua abnegazione e la sua fedeltà ai doveri quotidiani, non lo ammisero alla professione perpetua.
Con la guerra civile spagnola, la comunità di Cervera, cui lui apparteneva, fu dispersa: fratel Fernando dovette fuggire, ospite in una casa amica. I persecutori lo raggiunsero mentre cercava un altro rifugio e cercarono di obbligarlo a tradire i suoi impegni religiosi, soprattutto quello relativo alla castità. Alla fine fu ucciso presso il cimitero di Tárrega, il 13 agosto 1936, mentre perdonava i suoi aggressori. La sua causa fu inserita nel gruppo denominato «Jaime Girón e 59 compagni», accomunati dall’essere membri della comunità clarettiana di Cervera. Il processo informativo fu aperto nella diocesi di Solsona l’11 febbraio 1948 e concluso il 26 dicembre 1954.
Col decreto del 13 settembre 2006, la causa fu inserita in un più ampio elenco che contava in tutto 109 potenziali martiri, tutti Clarettiani. Fratel Fernando fu indicato come capogruppo insieme a Mateo Casals Mas, religioso sacerdote, e Teófilo Casajús Alduán, religioso scolastico (ossia in formazione verso il sacerdozio), rappresentanti dei tre modi di appartenenza alla congregazione. La beatificazione di tutti e 109 è stata celebrata il 21 ottobre 2017, nella basilica della Sagrada Familia a Barcellona, sotto il pontificato di papa Francesco.
Infanzia
Fernando (in catalano Ferran) Saperas Aluja nacque ad Alió, in provincia e diocesi di Tarragona, l’8 settembre 1905, figlio di José Saperas, muratore, ed Escolástica Aluja. Fu battezzato nella parrocchia di San Bartolomeo Apostolo nel suo villaggio due giorni dopo la nascita. Alcuni anni più tardi, invece, ricevette il Sacramento della Cresima.
Compì gli studi elementari nella scuola del paese, distinguendosi più per il suo comportamento che per il suo profitto. Nel 1912 suo padre morì e la madre, per badare ai tre figli (Juan, dieci anni, Fernando, sette, e Román, quattro) e visto che non disponeva di beni di fortuna, s’improvvisò venditrice ambulante, finché non poté comprare un negozio di pescheria a Valls e vi si trasferì.
In cerca di un lavoro
Fernando maturò una notevole devozione: appena poteva, andava in chiesa e prestava molti servizi al parroco, anche come chierichetto. A tredici anni gli fu affidata, insieme al fratello Juan, la cura di alcuni appezzamenti di terra acquistati dalla madre.
Tuttavia, dato che i lavori agricoli gli costavano molta fatica, la madre cercò un lavoro più adatto a lui. Per un paio d’anni, quindi, il ragazzo lavorò come cameriere in due alberghi a Valls, ma anche lì non durò molto: le sue mani si screpolavano per via dell’acqua e in più il suo comportamento era parecchio diverso da quello dei suoi colleghi.
Schernito dai coetanei
Tornò quindi a casa, poi, aiutato da suo fratello Juan, trovò lavoro nel negozio del signor Alejo Montaner, che lo accolse come un padre. Fernando non perse la sua religiosità e restava fedele ai suoi doveri cristiani. Tutto questo suscitava le prese in giro dei suoi coetanei, che lo chiamavano "beato" (in spagnolo corrisponde, in senso dispregiativo, ai nostri "bigotto" o "paolotto").
Dopo tre anni tornò in famiglia, anche perché doveva prestare servizio militare. Anche allora dovette subire lo scherno di tutti: in casa gli davano del fannullone perché non lavorava, fuori continuavano a chiamarlo "beato" perché andava spesso in chiesa.
Il tempo del servizio militare
Nel 1925 andò in caserma per iniziare il servizio militare; fu inviato a Barcellona l’anno seguente. Dato che aveva un buon fisico, fu inviato in Cavalleria, la cui caserma non era molto lontana dal Santuario del Cuore di Maria, retto dai Missionari Figli del Cuore Immacolato di Maria, detti Clarettiani dal nome del loro fondatore, sant’Antonio Maria Claret.
L’ambiente militare non era di suo gradimento, per le conversazioni grossolane degli altri soldati. In compenso, Fernando fece amicizia col cappellano militare, che probabilmente intercedette per lui presso il colonnello. Fu quindi scelto come suo assistente, il che comportava vari incarichi, compreso portare a scuola i figli del suo superiore.
Vocazione tra i Clarettiani
Nel tempo libero, Ferdinando partecipava alle funzioni religiose nel Santuario del Cuore di Maria. Fu lì che iniziò a pensare alla vocazione religiosa, ma c’era un ostacolo: era troppo avanti con gli anni per mettersi a studiare. Uno dei Clarettiani, padre Soteras, gli spiegò che non gli servivano studi speciali: avrebbe potuto entrare come fratello coadiutore, ossia come religioso incaricato di aiutare i confratelli sacerdoti nei servizi domestici.
Fernando chiese del tempo per pensarci, ma il padre sacrestano, Jaime Puig, notò la sua devozione e commentò che, secondo lui, il giovane non era fatto per restare nel mondo. Lui rispose che stava pensando seriamente a entrare tra i Clarettiani, ma aveva paura della reazione che avrebbero avuto i suoi familiari.
Alla fine decise: non terminò neppure il servizio militare che andò a casa e confidò alla madre la sua scelta. Sia lei, sia il fratello Juan, non furono favorevoli, ma alla fine cedettero di fronte alla sua determinazione.
Il cammino verso la consacrazione
Nell’autunno 1928, quindi, Fernando si diresse a Vic, sede del noviziato; prima d’iniziarlo, però, seguì il postulandato per i religiosi fratelli. Il 21 dicembre scrisse ai familiari: «Per me preoccupatevi. La vita religiosa mi mette per bene alla prova, grazie a Dio. E… che duri! Raccomandatemi al Signore perché mi conservi la vocazione e di perseverare in questa Congregazione sino alla morte».
Vestì l’abito religioso il 14 agosto 1929 e iniziò il noviziato. Nell’anno che lo separò dalla professione, a cui partecipò anche sua madre, Fernando si dimostrò gran lavoratore, dotato di un carattere forte ma controllato, a volte capace di modi bruschi, ma sostanzialmente tenace.
Primi incarichi
Il suo primo incarico, a una settimana esatta dalla professione religiosa, fu quello di cuoco presso il postulandato di Alagon, che ospitava più di cento ragazzi. Dato che era alle prime armi, dovette impiegare una gran dose di pazienza, ma le difficoltà aumentarono, tanto che gli fu chiesto un periodo di pausa.
Così, il 13 ottobre 1930, cambiò destinazione: a Cervera, come aiuto-cuoco e incaricato del cibo per i malati. Con la proclamazione della Repubblica, il 14 aprile 1931, fu scelto come portinaio in quanto era uomo di poche parole e dal contegno serio. Negli intervalli liberi dai servizi di quella vasta comunità, recitava il Rosario completo.
Una breve malattia
Agli inizi del 1934 fu destinato a Mas Claret, una fattoria che serviva sia da luogo di vacanza per i Missionari, sia per fornire alimenti alla comunità di Cervera. Fratel Fernando si dedicò alla cura degli animali domestici, ma si prestava anche ai lavori di ampliamento della casa.
Il 29 maggio dello stesso anno cadde da una scala a mano, fratturandosi tibia e perone. Sopportò pazientemente le prime cure che gli furono prestate e anche l’operazione cui fu sottoposto. Appena possibile, però, rientrò a Cervera: perché avesse meno problemi, venne nominato aiutante del fratello calzolaio.
Non ammesso ai voti perpetui
In tutti i rapporti dei superiori emergono lodi al suo comportamento e alla sua fedeltà ai propri doveri. Tuttavia, nell’estate del 1936, fratel Fernando seppe di non essere stato ammesso ai voti perpetui, che avrebbe dovuto professare il mese seguente.
Tra l’uscita dalla congregazione o l’aggiunta di un ulteriore anno di prova, il Governo Provinciale scelse la seconda soluzione. Fratel Fernando accettò, certo di doversi sottoporre a ogni sorta di sacrificio, pur di restare fedele alla sua vocazione.
Nella persecuzione della guerra civile spagnola
Il 21 luglio 1936, due giorni dopo l’inizio della guerra civile spagnola, alla comunità di Cervera arrivò telefonicamente, da parte del sindaco della città, di lasciare nel giro di un’ora l’edificio dell’ex università, che dal 1887 era la loro casa. Usciti dalla porta del giardino, i Clarettiani si divisero: 21 si rifugiarono nell’ospedale o presso famiglie amiche, mentre gli altri (15 Padri, 44 Scolastici, 25 Fratelli e 38 Postulanti) salirono su alcuni autobus inviati dal Municipio.
Fecero per dirigersi verso Solsona, ma i rivoluzionari di quella città non li accolsero. Così, ormai di notte, i mezzi fermarono a San Ramon, presso il cui convento dei Mercedari vennero accolti i fuggitivi. Trascorsero lì la notte, poi, al mattino seguente, fu celebrata la Messa: alcuni rinnovarono i voti religiosi, mentre altri li professarono per la prima volta.
Il mattino del 23 luglio si dispersero di nuovo. Gli Scolastici e alcuni Fratelli si avviarono verso Mas Claret, una fattoria a sette chilometri da Cervera, già luogo di vacanze per i Missionari. Arrivati a destinazione, si dispersero nuovamente. Fratel Fernando proseguì da solo fino a Montpalau, dove
trovò ospitalità dal signor Ramón Riera. Lì dava lezioni di catechismo ai figli del padrone di casa, lavorava come trebbiatore con gli altri uomini e guidava la preghiera del Rosario.
Dato che alla casa era annesso un piccolo bar pubblico, dava una mano anche lì e spesso interveniva per impedire le bestemmie: «Se mi uccidono, sia lodato Dio!... Coloro che ci perseguitano sono poveri disgraziati, per i quali io penso solo a pregare. E a me costa molto poco perdonarli», commentò una volta, mentre il padrone di casa cercava di frenare il suo zelo.
La cattura
Il 12 agosto lasciò Montpalau e s’incamminò verso la proprietà di un altro amico, il signor Miguel Bofarull, che aveva nascosto due giumente coi loro puledri, parte del bestiame della fattoria di Mas Claret. Stava quasi per arrivare, quando notò un’auto sospetta ferma di fronte alla casa e cambiò direzione.
I miliziani, che erano arrivati per prelevare i cavalli, catturarono sia il padrone di casa, che in seguito rilasciarono, sia fratel Fernando. Iniziarono subito a provocarlo a bestemmiare, ma lui si oppose, svelando la sua identità di religioso.
«Questo no! Sono un religioso!»
Arrivati al luogo della prigionia, Juan Casterás e i suoi uomini passarono alle minacce fisiche, rivolte in particolare contro la castità di fratel Fernando. La sua reazione fu decisa e ripetuta: «Questo no! Fate di me quello che volete, ma lasciate che il mio seme mi muoia dentro».
I persecutori, allora, decisero di portarlo in una casa di prostituzione, per vedere se cedesse di fronte alle donne. Di fronte al suo rifiuto, un altro miliziano, detto Pepito, insinuò: «Senti, se tuo padre e tua madre si fossero comportati come te, dovresti sapere che tu non saresti al mondo». Con una risposta tanto pronta quanto sorprendente, data la grave circostanza, il prigioniero disse: «Mio padre e mia madre erano sposati. E io sono un religioso!».
Perfino le prostitute di Tárrega, dalle quali fu trascinato, presero le sue difese: fratel Fernando, infatti, tenne gli occhi bassi, restando raccolto in preghiera. La tenutaria del bordello, una certa Carmen, fu la prima a opporsi, seguita dalle sue compagne.
Il perdono e il martirio
Ben oltre le 21 del 12 agosto 1936, fratel Fernando fu spinto in un’automobile e portato presso il cimitero di Tárrega. Mentre lo obbligavano a porsi con la schiena contro il muro accanto alla porta, chiese il permesso di parlare: «Perdonali, Signore, perché non sanno quello che fanno». Poi ripeté: «Io vi perdono! Io vi perdono!».
«Di cosa ci perdoni?», domandò Juan Casterás, prima di dare ordine ai suoi di sparare. «Viva Cristo Re! Viva la Religione!», gridò il condannato, mentre i colpi lo raggiunsero in pieno petto. Fu il comandante a dargli il colpo di grazia. Nel mezzo dell’agonia, fratel Fernando invocava: «Madre! Madre!»; forse pensava alla sua madre terrena, o forse alla Madonna.
La causa di beatificazione
La congregazione clarettiana ha sempre considerato fratel Fernando martire della castità, ma di fatto la sua causa, per accertare il martirio in odio alla fede, fu inserita nel gruppo denominato «Jaime Girón e 59 compagni», accomunati dall’essere membri della comunità clarettiana di Cervera.
Il processo informativo fu aperto nella diocesi di Solsona l’11 febbraio 1948 e concluso il 26 dicembre 1954. Il decreto sugli scritti si ebbe il 22 giugno 1966, mentre la convalida del processo informativo porta la data del 3 giugno 2000.
Col decreto del 13 settembre 2006, la causa fu inserita in un più ampio elenco che contava in tutto 109 potenziali martiri, tutti della stessa congregazione. Fratel Fernando fu indicato come capogruppo insieme a Mateo Casals Mas, religioso sacerdote, e Teófilo Casajús Alduán, religioso scolastico (ossia in formazione verso il sacerdozio), in rappresentanza delle tre vocazioni presenti tra i Clarettiani.
Il riconoscimento del martirio e la beatificazione
La "Positio super martyrio", consegnata nel 2006, fu esaminata dai consultori teologi della Congregazione delle Cause dei Santi dieci anni dopo, l’8 febbraio 2016. La valutazione positiva fu confermata dalla riunione dei cardinali e dei vescovi membri della medesima Congregazione.
Il 21 dicembre 2016, ricevendo in udienza il cardinal Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui fratel Fernando Saperas Aluja e i suoi 108 compagni e confratelli sono stati riconosciuti martiri in odio alla fede cattolica.
La loro beatificazione è stata celebrata il 21 ottobre 2017, nella basilica della Sagrada Familia a Barcellona. A presiedere il rito, in qualità d’inviato del Santo Padre, il cardinal Amato.

(Autore: Emilia Flocchini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Ferdinando Saperas Alija, pregate per noi.


*Beata Gertrude di Altenberg - Badessa Premostratense (13 agosto)

29 settembre 1227 – 13 agosto 1297
Martirologio Romano:
Nel monastero di Altenburg presso Vetzlar sempre in Germania, Beata Geltrude, badessa dell’Ordine Premostratense, che, ancora bambina, fu dalla madre santa Elisabetta, regina d’Ungheria, offerta a Dio in questo luogo.
Nata il 29 settembre 1227, morta il 13 agosto 1297.
Figlia minore di Sant'Elisabetta, regina d’Ungheria (il padre Luigi XIV, langravio di Turingia era morto in una crociata), ancor fanciulla fu dalla madre affidata alle
monache premostratensi di Altenberg presso Wetzlar, in Germania.
Di questo asceterio Gertrude divenne maestra nel 1248.
Sotto il suo governo fu costruita una bellissima chiesa dedicata alla Vergine e a San Michele e insieme fu eretta una casa per dare ospitalità ai poveri e ai viandanti.
Già dal 1270 introdusse ad Altenberg la festa del S.mo Sacramento.
Si distinse per spirito di penitenza e per il dono di predire gli eventi futuri.
Non molto dopo la sua morte, Clemente VI ne autorizzò al cenobio di Altenberg il culto pubblico (1311).
La sua festa fu estesa da Benedetto XIII a tutto l’Ordine l’11 luglio 1729, arricchita di indulgenze.
É celebrata il 13 agosto.
(Autore: Giovanni Battista Valvekens - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Gertrude di Altenberg, pregate per noi.


*Beata Gertrudis (Dorotea) Llamazares Fernández - Vergine e Martire (13 agosto)  
Schede dei Gruppi a cui appartiene:
"Beate Martiri Spagnole Francescane Missionarie della Madre del Divino Pastore" - Senza data (Celebrazioni singole)
"Beati 522 Martiri Spagnoli" Beatificati nel 2013 - Senza data (Celebrazioni singole)
"Martiri della Guerra di Spagna" - Senza Data (Celebrazioni singole)
Cerezales del Condado, Spagna, 6 febbraio 1870 – Hortaleza, Spagna, 13 agosto 1936

Suor Gertrudis Llamazares Fernández, al secolo Dorotea, era una suora Francescana Missionaria della Madre del Divino Pastore. Come religiosa oblata, fu incaricata del servizio di portinaia, finché lo scoppio della guerra civile spagnola la costrinse a fuggire di luogo in luogo insieme ad altre suore della sua Congregazione. Prelevata insieme a un sacerdote da un gruppo di miliziani, morì destrozada probabilmente il 13 agosto 1936.
Insieme alle consorelle Isabel (María del Consuelo) Remiñán Carracedo e María Asumpta (Juliana) González Trujillano, è stata beatificata il 13 ottobre 2013 a Tarragona, inserita nel gruppo di cinquecentoventidue martiri caduti durante la guerra civile.
Nacque il 6 febbraio 1870 a Cerezales del Condado (nella comunità autonoma di Castiglia e León), figlia di Agustín Llamazares e Francisca Fernández.
Venne chiamata Dorotea in onore della Santa festeggiata il giorno della sua nascita e ricevette il Battesimo tre giorni dopo, nella chiesa parrocchiale di San Juan Bautista a Cerezales. Il 26 maggio 1890, invece, ricevette la Cresima a Vegas del Condado.
Il 10 febbraio 1896 vestì l’abito delle suore Terziarie Francescane della Divina Pastora, fondate nel 1805 da madre María Ana Mogas Fontcuberta (Beata dal 1996), oggi dette Francescane Missionarie della Madre del Divino Pastore. Emise i voti semplici sempre nel 1896 e, in quanto oblata, ricevette l’incarico di portinaia della casa generalizia di calle Santa Engracia a Madrid. Il comportamento
riservato di suor Gertrudis, questo il suo nome di religione, la condusse a ricevere incarichi delicati, che compì sempre con affidabilità.
Allo scoppio della guerra civile spagnola, si rifugiò insieme ad altre consorelle in un appartamento in calle Almirante, preparandosi ad unirsi ad altre religiose provenienti dalle comunità di Vallecas, di Casa Madre e molte altre.
Poco dopo, alcuni vicini protestarono per quell’assembramento di suore, così suor Gertrudis si vide costretta a trasferirsi nella portineria di una casa in calle Diego de León 7, insieme ad altre religiose.
Tuttavia, arrivò un gruppo di miliziani, che cercavano una suora portinaia: catturarono lei, una donna e un sacerdote e vennero fatti salire su un camion. A questo punto, si verifica una discrepanza nelle fonti: il testo «La Dominación Roja en España», pubblicato dal Governo spagnolo nel 1943, afferma che le due donne e il sacerdote vennero condotti presso una pineta lungo la strada che porta a Hortaleza, e in quel luogo, dopo essere stati barbaramente maltrattati, i tre vennero legati al veicolo, che li trascinò fino alla cittadina di Hortaleza, dove giunsero già morti.
I loro cadaveri vennero calpestati e profanati dal circondario.
Il registro dei defunti del cimitero di Hortaleza, invece, dichiara: «Alle ore 17 del giorno 14 agosto 1936, essendo Giudice Don Miguel Morales Cano, comparve al chilometro 7,0 della strada di detta Città un cadavere di sessantacinque anni d’età (…) Portava una borsa a righe bianche e nere e due portamonete che contenevano un rosario e due cedole a nome di Dorotea Llamazares Fernández, nativa di Cerezales, (León), nata il 6 febbraio 1870, abitante in calle Santa Engracia, 110 (…) Morì, probabilmente, il 13 agosto verso le 13, per sfondamento della regione cerebrale».
In realtà, aveva sessantasei anni e non sembra chiaro se la ferita mortale fosse avvenuta in conseguenza del trascinamento o, più probabilmente, prodotta da arma da fuoco. Il suo cadavere è sepolto nel cimitero particolare delle religiose della Sacra Famiglia di Hortaleza, in una fossa comune. Il processo canonico per l’accertamento della sua morte in odio alla fede, unito a quelli delle consorelle Isabel (al secolo María del Consuelo) Remiñán Carracedo e María Asumpta (al secolo Juliana) González Trujillano, si è svolto dal 27 settembre 1999 al 15 ottobre 2000 presso l’Arcidiocesi di Madrid ed è stato integrato da un processo rogazionale nella Diocesi di Orense il 17 febbraio 2000.
Le tre sono state beatificate a Tarragona il 13 ottobre 2013, incluse nel gruppo di cinquecentoventidue martiri caduti durante la guerra civile spagnola.
(Autore: Emilia Flocchini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Gertrudis Llamazares Fernández, pregate per noi.


*Beato Giacomo Gapp - Sacerdote e Martire (13 agosto)
Wattens (Tirolo, Austria), 26 luglio 1897 - Berlino (Germania), 13 agosto 1943
Martirologio Romano:
A Berlino in località Plötzensee in Germania, beato Giacomo Gapp, sacerdote della Società di Maria e martire, che con fermezza d’animo proclamò che le empie decisioni di un regime nemico della dignità umana e cristiana non potevano in alcun modo accordarsi con la dottrina cristiana; per questo, fu perseguitato e condannato all’esilio in Francia e in Spagna e, arrestato da agenti nemici, fu infine decapitato.
Con i criteri dell’epoca, 100 anni fa era uno dei nostri acerrimi nemici, un “odiato austriaco”che impediva all’Italia di rientrare in possesso dei territori “irredenti”; anche piuttosto valoroso, almeno a giudicare dalla medaglia d’argento che riesce a meritarsi, insieme ad una ferita piuttosto seria, che per un po’ lo tiene lontano dalle trincee. Appena guarito, però, ritorna al fronte e questa volta riusciamo anche ad imprigionarlo, a Riva del Garda, fino al 14 agosto 1919.
Giacomo Gapp è nato in una famiglia numerosa di Wattens, Tirolo (Austria) il 26 luglio 1897.
Frequenta il ginnasio francescano di Hall fino all’arruolamento; dopo la guerra entra dai Marianisti ed è ordinato prete ad aprile 1930 nella cattedrale di Friburgo.
Inizia a svolgere il suo ministero tra Freistadt e Graz qualificandosi subito come il prete che, oltre all’insegnamento ed alla direzione spirituale, va a cercare i poveri, senza aspettare che questi vengano da lui. Raccontano che evitasse anche di accendere la stufa nella propria camera, per avere un po’ di legna o di carbone da portare alle famiglie più misere. L’altra sua caratteristica, che non passa inosservata, è la ferma opposizione al nazismo: si è confrontato e formato sulle direttive pastorali dei vescovi tedeschi ed austriaci e, in particolare, sull’enciclica “Mit brennender Sorge” di Pio XI, arrivando alla drastica, e per certi versi scomoda, conclusione che la fede cattolica è assolutamente incompatibile con la politica nazista.
Se a ciò si aggiunge il pregio, che a volte viene scambiato per difetto, di non avere peli sulla lingua, possiamo facilmente immaginare i rischi cui comincia ad andare incontro. Nel 1938 lo mandano come viceparroco a Breitenwang-Reutte, nel Tirolo, dove facendo catechismo nelle scuole si gioca subito il posto, insegnando ai suoi alunni che bisogna amare tutti, indipendentemente dalla razza o dalla religione; il che, se evangelicamente parlando non fa una grinza, evidentemente va a cozzare con la politica razziale che è un cardine del nazismo.
E finisce così nella “lista nera”, tra i soggetti che devono essere attenzionati dalla Gestapo per la circolazione di idee pericolose. Sospeso dalla scuola e addirittura trasferito di parrocchia, rientra in famiglia a Wattens, ma anche di qui deve far valigie quasi subito, per via di una predica troppo esplicita. “Dio è il tuo Dio, non Adolf Hitler” è una frase ricorrente della sua predicazione. Incompreso e frainteso anche tra i preti, p.Gapp comincia a pagare con l’isolamento e la solitudine la sua fiera opposizione al nazismo che molti si rifiutano di condividere.
Dopo un breve soggiorno in Francia lo spediscono in Spagna e tutti questi suoi spostamenti sono attentamente seguiti dalla Gestapo, che ormai lo considera un avversario temibile, una sorta di mina vagante, con l’aggravante di essere intelligente e culturalmente ben equipaggiato e, anche per questo, con notevole ascendente su chi lo ascolta.
Con la sensazione che ormai tutti gli hanno fatto terra bruciata intorno, a fine 1940 chiede alla S.Sede l'esclaustrazione di un anno, subito concessagli; ma fuori della Congregazione resiste poco e due mesi dopo già chiede la riammissione, mentre in lui comincia ad essere chiara la percezione del martirio ormai imminente: “Versare il sangue per Cristo e per la Chiesa è per me la cosa migliore e più sublime”.
Per la Gestapo è il momento psicologicamente opportuno per tendergli la trappola mortale: due emissari, che si spacciano per ebrei desiderosi di convertirsi al cattolicesimo, riescono
pazientemente a guadagnare la sua fiducia e ad accompagnarlo in Francia, ad Hendaye, dove il 9 novembre 1942 è arrestato.  
Il dispendio di forze e le energie impiegate per l’arresto dimostrano come quel prete faccia paura. Subito trasferito a Berlino e sommariamente processato, il 2 luglio 1943 è condannato a morte “per alto tradimento” e la condanna viene eseguita per decapitazione la sera del successivo 13 agosto. La salma è spedita al laboratorio di medicina dell’Università berlinese per i ben noti esperimenti nazisti e non restituita alla famiglia, per evitare ogni possibile onore post mortem. Himmler in persona è informato dettagliatamente di ogni cosa, a conferma di quanto p. Gapp abbia fatto tremare il nazismo, che, secondo l’affermazione dello stesso Himmler; “se avesse avuto uomini della tempra di quel prete si sarebbe affermato ovunque”. A guadagnarci, invece, è la Chiesa, che in lui ha un martire in più, proclamato beato nel 1996 da Giovanni Paolo II.
(Autore: Gianpiero Pettiti - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Volontario austriaco nella guerra mondiale del 1915-18, Jakob Gapp cade prigioniero delle truppe italiane insieme con 300 mila commilitoni al termine del conflitto. E l’anno dopo è di nuovo volontario. Ma in una congregazione religiosa, stavolta: nella Società di Maria (i cui membri sono comunemente detti Marianisti), fondata nel 1817 a Bordeaux da padre Guglielmo Chaminade per l’educazione della gioventù, e diffusa successivamente in vari Paesi, tra cui l’Austria. Nel 1920 Jakob comincia il noviziato e poi va a studiare in Francia e Svizzera; viene ordinato sacerdote nel 1930, ma già da prima aveva iniziato a insegnare a Graz, in Stiria.
Nel 1933 Adolf Hitler sale al potere in Germania, e rapidamente la trasforma in uno Stato totalitario, fondato sulla superiorità della “razza ariana” e su un brutale espansionismo, che nel marzo 1938 porta all’invasione tedesca dell’Austria, dove subito "accorrono uomini d’affari e banchieri tedeschi a comprare per una frazione del loro effettivo valore le aziende tolte agli ebrei e agli antinazisti" (Shirer, Storia del Terzo Reich).
E subito antinazista convinto è stato padre Jakob Gapp, per radicale avversione alla visione razzista che papa Pio XI ha condannato nel marzo 1937 con la famosa enciclica Mit brennender Sorge (Con cocente preoccupazione). In essa papa Ratti scriveva: "Chi eleva la razza, il popolo, o una determinata sua forma od altri elementi della società umana a norma suprema di tutto, anche dei valori religiosi, perverte e falsa l’ordine delle cose creato e voluto da Dio".
Decine di migliaia di arresti diffondono la paura per l’onnipotente Gestapo: anche la vecchia “Austria felice” si trova condannata all’applauso o al silenzio. Ma padre Gapp non applaude e non sta affatto zitto. Parla anche per chi non osa. E spiega che nazismo e cristianesimo sono assolutamente incompatibili. O l’uno o l’altro, nessuna via di mezzo.
Disarmato e temuto, quindi in pericolo gravissimo, padre Jakob deve fuggire dall’Austria al più presto: passa in Francia, ma neppure lì sta zitto. Perciò deve cercare presto scampo in Spagna. Ma la Gestapo tiene troppo a quest’uomo armato soltanto della sua voce; e lo raggiunge anche lì, in una comunità marianista di Valencia, facendolo uscire con un trucco e portandolo poi dritto a Berlino.
Nella capitale tedesca lo aspettano sette lunghi mesi di carcere e poi un processo di sole due ore, terminato con la condanna a morte.
Il 13 agosto 1943, nel penitenziario berlinese di Ploetzensee, padre Jakob viene decapitato. Poche ore prima aveva scritto lettere gioiose ai familiari e ai superiori: "Considero questo giorno come il più bello della mia vita". "Ho attraversato dure prove, ma adesso sono felice".
Papa Giovanni Paolo II lo ha proclamato Beato il 2 novembre 1996.
(Autore: Domenico Agasso - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giacomo Gapp, pregate per noi.


*Beato Giovanni Agramunt - Martire (13 agosto)

Schede dei gruppi a cui appartiene:
“Beati Martiri Spagnoli Scolopi” Senza data (Celebrazioni singole)
“Martiri della Guerra di Spagna” Senza Data (Celebrazioni singole)

Giovanni Agramunt Riera nacque ad Almazora, provincia di Castellón, il 14 febbraio 1907, da Giuseppe
Agramunt e Antonia Riera e venne battezzato qualche giorno dopo.
Ai primi di agosto del 1922 entrò nel noviziato degli Scolopi ed il 15 agosto 1923 emise i voti semplici.
Dopo il periodo di formazione e la professione dei voti solenni il 15 febbraio 1928, fu ordinato sacerdote il 28 dicembre 1930.
Insegnava ad Albacete e nel settembre 1935 venne trasferito al collegio di Castellón de la Plana.
Per la gravità della situazione tornò in casa dei genitori ad Almazora dove, il 7 agosto 1936, venne arrestato e la notte del 13 agosto condotto in una strada solitaria a 6 chilometri da Almazora e fucilato.

Martirologio Romano:
Nella cittadina di Almazora vicino a Castellón de la Plana sulla costa spagnola, Beato Giovanni Agramunt, sacerdote dell’Ordine dei Chierici regolari delle Scuole Pie e martire nella medesima persecuzione.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giovanni Agramunt, pregate per noi.


*San Giovanni Berchmans (13 agosto)
Diest, Fiandre, 12 marzo 1599 - 13 agosto 1621
Nato a Diest in Belgio il 12 marzo 1599 , primo dei cinque figli di un calzolaio, a causa di una grave malattia che aveva colpito la madre venne affidato alle cure di due zie e poi di un sacerdote.
Lavorando come domestico presso un canonico della cattedrale di Malines riuscì a permettersi di studiare presso il collegio gesuita di quella città.
Completati gli studi, il 24 settembre 1618 emise la prima professione religiosa divenendo novizio gesuita e nel 1619 si trasferì a Roma per completare gli studi filosofici presso il Collegio romano (l'attuale Università Gregoriana) ma, ammalatosi, morì due anni dopo, il 13 agosto 1621.
Il suo corpo venne sepolto nella chiesa romana di Sant'Ignazio e la reliquia del suo cuore venne traslata nella chiesa gesuita di Saint-Michel a Lovanio.
Il suo processo di beatificazione iniziò subito dopo la morte ma venne interrotto a causa dei problemi del suo ordine soppresso da Clemente XIV nel 1773; riprese dopo il 1814, quando Pio VII restaurò la Compagnia di Gesù. Fu beatificato da Papa Pio IX il 9 maggio 1865 e canonizzato da Papa Leone XIII il 15 gennaio 1888. (Avvenire)
Patronato: Giovani studenti
Etimologia: Giovanni = il Signore è benefico, dono del Signore, dall'ebraico
Martirologio Romano: A Roma, San Giovanni Berchmans, religioso della Compagnia di Gesù, che, amato da tutti per la sua pietà sincera, la schietta carità e l’allegria incessante, dopo una breve malattia andò serenamente incontro alla morte.
Nacque il 12 marzo 1599 a Diest nelle Fiandre, primogenito dei cinque figli di Giovanni Berchmans, calzolaio e conciatore di pelli, e di Elisabetta, figlia del borgomastro Adriano Van den Hove.
Quando nel 1609 la madre fu colpita da una incurabile e lenta malattia, Giovanni venne affidato, insieme ai suoi fratelli, alle cure di due zie e, nell'ottobre, posto nel pensionato retto dal premostratense Pietro Van Emmerick, pio parroco della chiesa di N. Signora di Diest.
Avviatosi verso la vita ecclesiastica, iniziò gli studi latini nella Scuola Grande di Diest; ma nel 1612 il padre si vide costretto dalla situazione economica, a chiedere a Giovanni di abbandonare gli studi intrapresi e di imparare un mestiere; l'aiuto offerto poi da alcuni familiari rese possibile un'altra soluzione più confacente alle doti e all'impegno del ragazzo.
A metà settembre 1612, Giovanni entrò infatti nella casa del canonico Froymont, a Malines, per continuare i suoi studi presso la Scuola Grande di questa città, ma serviva al tempo stesso come cameriere il Froymont e come istitutore alcuni giovanissimi ragazzi della nobiltà, convittori nella canonica.
Avendo nel 1615 i Gesuiti aperto un collegio a Malines, Giovanni poté compiere sotto la loro direzione gli studi di retorica e divenne anche membro della Congregazione Mariana. Provate alcune incertezze nei riguardi della forma concreta in cui attuare la sua vocazione sacerdotale, leggendo una biografia di San Luigi Gonzaga, capì che Dio lo chiamava nella Compagnia di Gesù.
Dovette tuttavia ancora superare la resistenza oppostagli dal padre, che sognava per lui una ricca prebenda vi riuscì in maniera così convincente che il padre stesso, dopo la morte della moglie, avvenuta nel 1616, abbracciò lo stato ecclesiastico e divenne sacerdote.
Conclusi gli studi umanistici in maniera brillante, Giovanni iniziò a Malines il noviziato sotto la direzione di A. Sucquet, autore della celebre opera Via Vitae Aeternae.
I progressi spirituali furono così rapidi e sicuri che i superiori gli concessero di emettere, dopo un solo anno di noviziato, i tre voti perpetui d detti "di devozione" e lo nominarono ianitor, ossia prefetto dei novizi, che erano allora più di cento.
Poco dopo la fine del noviziato (24 settembre 1618) fu prescelto per essere inviato a Roma a fare i suoi studi filosofici al Collegio Romano, ove giunse il 2 gennaio 1619. Qui ebbe la fortuna di trovare nella persona di Virgilio Cepari - uno dei migliori scrittori spirituali di quel secolo - un eccellente direttore spirituale.
Al termine degli studi filosofici, Giovanni fu incaricato di sostenere l'onorifico e solenne actus publicus, nello svolgimento del quale la chiarezza della sua intelligenza e la profondità delle sue
conoscenze destarono grande ammirazione così come la sua modestia, umiltà e dolcezza.
Il rigido tenore di vita da lui seguito e il clima di Roma, poco confacentesi a lui, ne avevano però minato l'alquanto delicata salute; quando, il 7 agosto 1621, fu assalito da violente febbri, accompagnate da catarro intestinale e da infiammazione polmonare, i dottori disperarono di poterlo salvare e infatti egli spirò il 13 agosto 1621 dando esempio di una morte santissima.
Se Giovanni raggiunse nella breve durata della sua vita, svoltasi in circostanze del tutto ordinarie, le vette della santità canonizzata, ciò deve naturalmente essere ascritto innanzitutto alla grazia e provvidenza di Dio che oltre ad avergli dato un temperamento felice, dei genitori cristiani esemplari e dei direttori spirituali di primo ordine lo guidò manifestamente e lo colmò di grazie, fra le quali spicca il dono della più perfetta castità. Non dobbiamo però dimenticare che Giovanni corrispose a questi doni di Dio con un amore fedelissimo e con un senso del dovere del tutto eccezionale.
Educato sin dall'infanzia secondo i principi dell'antica scuola ascetico-mistica dei Paesi Bassi, egli si aprì poi completamente agli insegnamenti ignaziani e giunse così a godere oltre che di una profonda pietà e un'ardente devozione verso l'Eucaristia e la Beata Vergine di un sano e schietto realismo spirituale, che si rivela nel suo sapersi prefiggere chiaramente uno scopo, nello scegliere il metodo adatto da seguire e nella cura di ogni particolare nella attuazione.
Fedele ai suoi motti preferiti: Age quod agis e Maximi facere minima, riuscì a eseguire le cose ordinarie in modo straordinario e a diventare il santo della vita comune, in cui le regole del suo Ordine furono per così dire canonizzate.
Non aveva però nulla del moralista, o dell'asceta rigido, o dello scrupoloso irrequieto: la sua era invece una spiritualità di libertà gioconda, di gioia e serenità nel Signore, di amore operoso, caldo ed affabile, che si approfondì e semplificò sempre più, specie verso la fine della vita, quando cioè, dopo un previo periodo di aridità spirituale, Giovanni fu favorito della esperienza mistica della presenza divina.
Furono precisamente questa profonda unione amorosa a Dio e la sua sorridente attuazione operosa nelle circostanze della vita concreta, che esercitarono un fascino ed un ascendente straordinario su quanti ebbero la fortuna di conoscerlo e che spiegano la sorprendente fama di santità diffusasi subito dopo la sua morte, sia a Roma, sia all'estero.
Già un anno dopo la morte di Giovanni si fecero le prime indagini canoniche in Roma e in Belgio; i decreti di Urbano VIII (1625) e di Innocenzo XI (1678) in materia di processi e procedura e, poi, la soppressione della Compagnia di Gesù ritardarono lo svolgimento della causa.
Quando essa fu riattivata nel 1830 i progressi furono rapidissimi: 5 giugno 1843, decreto sulla eroicità delle virtù; 9 maggio 1865, beatificazione; 27 novembre 1887, decreto detto del tuto; 15 gennaio 1888, solenne canonizzazione. Il corpo del Santo riposa nella chiesa di Sant' Ignazio a Roma, mentre il suo cuore è venerato nella chiesa dei padri gesuiti a Lovanio. La sua festa si celebre il 13 agosto. Insieme a San Luigi Gonzaga, Giovanni è venerato come patrono della gioventù studentesca.
(Autore: Paolo Molinari – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Giovanni Berchmans, pregate per noi.


*Beato Giuseppe (José) Bonet Nada - Sacerdote Salesiano e Martire (13 agosto)
Schede dei gruppi a cui appartiene:
“Beati Martiri Spagnoli Salesiani di Valencia”
“Beati 233 Martiri Spagnoli di Valencia Beatificati nel 2001”
“Martiri della Guerra di Spagna”

Santa Maria de Montmagastrell, Spagna, 26 dicembre 1875 – Barcellona, Spagna, 13 agosto 1936
Martirologio Romano:
A Barcellona ancora in Spagna, Beato Giuseppe Bonet Nadal, sacerdote della Società Salesiana e martire, che portò a termine la sua lotta per la fede sempre nella stessa persecuzione.
Nacque a Santa Maria de Montmagastrell (Lérida) il 26 dicembre 1875.
Fece la sua professione perpetua come salesiano nel 1897.
Studiò la teologia a Sivigliae fu ordinato sacerdote nell'aprile 1904. Ritornò all'lspettoria Tarraconense nel 1913, e svolse il suo lavoro apostolico prima a Cittadella (Menorca) e poi come incaricato della pastorale vocazionale.
Iniziata la guerra civile si rifugiò presso alcuni cooperatori finché vi arrivò una pattuglia di miliziani il 13 agosto 1936; senza tentennamenti dichiarò la sua condizione di salesiano sacerdote. Fu ucciso quella stessa sera.
(Fonte: www.sdb.org)
Giaculatoria - Beato Giuseppe Bonet Nada, pregate per noi.


*Beato Guglielmo Freeman - Martire (13 agosto)
Martirologio Romano: A Warwick, in Inghilterra, Beato Guglielmo Freeman, sacerdote e martire, che, condannato a morte sotto la regina Elisabetta I per il solo fatto di essere sacerdote, giunto davanti al patibolo cominciò a intonare Te Deum, affrontando così con animo fermo il supplizio del martirio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Guglielmo Freeman, pregate per noi.


*Sant'Ippolito - Sacerdote e Martire (13 agosto)
m. 235
Nel 230, durante l'impero di Alessandro Severo, la cui tolleranza in fatto di religione permise alla Chiesa di riorganizzarsi, venne eletto Papa Ponziano.
Ma proprio in questa parentesi di pace avvenne nella Chiesa di Roma la prima funesta scissione che contrappose al legittimo pontefice un antipapa, nella persona di quell'Ippolito, restituito da un provvidenziale martirio all'unità e alla santità.
Ippolito, sacerdote, colto e austero, era giunto ad accusare di eresia lo stesso pontefice San Zefirino e il diacono Callisto, e quando quest'ultimo fu eletto papa nel 217, si ribellò, accettando di essere lui stesso invalidamente eletto dai suoi partigiani.
Si mantenne nello scisma anche durante il pontificato di San Urbano I e di San Ponziano. Intanto l'imperatore Alessandro Severo veniva ucciso in Germania.
Gli subentrava il trace Massimino, più duro nei confronti dei cristiani. Trovandosi di fronte a una Chiesa con due capi, spedì entrambi ai lavori forzati in una miniera della Sardegna.
Ponziano rinunciò al pontificato.
A succedergli fu Antero, che governò la Chiesa solo per 40 giorni. Ippolito morì nel 235. (Avvenire)
Patronato: Cavalli
Etimologia: Ippolito = che scioglie i cavalli, dal greco
Emblema: Palma
Martirologio Romano: Santi martiri Ponziano, papa, e Ippolito, sacerdote, che furono deportati insieme in Sardegna, dove entrambi scontarono una comune condanna e furono cinti, come pare, da un’unica corona.
I loro corpi, infine, furono sepolti a Roma, il primo nel cimitero di Callisto, il secondo nel cimitero sulla via Tiburtina.
Ponziano, dell'antica e nobile famiglia dei Calpurni, venne eletto papa nel 230, durante l'impero del mite e saggio Alessandro Severo, la cui tolleranza in fatto di religione permise alla Chiesa di
riorganizzarsi.
Ma proprio in questa parentesi di pace avvenne nella Chiesa di Roma la prima funesta scissione che contrappose al legittimo pontefice un antipapa, nella persona di quell'Ippolito, restituito da un provvidenziale martirio all'unità e alla santità.
Ippolito, sacerdote, colto e austero, poco incline all'indulgenza e timoroso che in ogni riforma si celasse l'errore, era giunto ad accusare di eresia lo stesso pontefice San Zefirino e il diacono Callisto, e quando quest'ultimo fu eletto Papa nel 217, si ribellò, accettando di essere lui stesso invalidamente eletto dai suoi partigiani.
Si mantenne nello scisma anche durante il pontificato di Sant' Urbano I e di San Ponziano.
Intanto l'imperatore Alessandro Severo veniva ucciso in Germania dai suoi legionari e gli subentrava il trace Massimino, che rispolverò gli antichi editti persecutori nei confronti dei cristiani.
Trovandosi di fronte a una Chiesa con due capi, senza pensarci su spedì entrambi ai lavori forzati in una miniera della Sardegna.
Ponziano è il primo Papa deportato.
Era un fatto nuovo che si verificava nella Chiesa e Ponziano seppe risolverlo con saggezza e umiltà: perché i cristiani non fossero privati del loro pastore rinunciò al pontificato, e anche questa spontanea rinuncia è un fatto nuovo.
A succedergli fu il greco Antero, che governò la Chiesa per quaranta giorni soltanto.
Il gesto generoso di Ponziano deve aver commosso l'intransigente Ippolito che morì infatti riconciliato con la Chiesa nel 235.
Secondo un'epigrafe dettata da papa Damaso, Ippolito, pur essendosi ostinato nello scisma per un malinteso zelo, nell'ora della prova "al tempo in cui la spada dilaniava le viscere della madre Chiesa, mentre fedele a Cristo camminava verso il regno dei Santi", ai seguaci che gli domandavano quale pastore seguire indicò il legittimo papa come unica guida e "per questa professione di fede meritò d'essere nostro martire".
D'altronde studi recenti porterebbero a distinguere tre diversi personaggi: un Ippolito vescovo e scrittore, un Ippolito martire romano e un terzo, autore di saggi filosofici, da identificarsi con l'antipapa contrapposto a Callisto e a Ponziano.
I corpi dei due martiri, trasportati a Roma con grande onore vennero sepolti, Ippolito lungo la via Tiburtina e Ponziano nelle catacombe di S. Callisto.
(Autore: Piero Bargellini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Ippolito, pregate per noi.


*Sant'Ippolito - Martire Romano (13 agosto)

Patronato: Rogeno di Cantù (CO)
La storia di questo Santo, le cui reliquie sono conservate nella chiesa parrocchiale di Rogeno, è molto
difficile da ricostruire per quanto riguarda l’analisi materiale di alcune fonti.
Un dato certo, è che le reliquie di Ippolito, assolutamente non sono da identificare con il più famoso omonimo sacerdote martirizzato nel 235 in esilio in Sardegna con Ponziano Papa e sepolto nella catacomba sulla via Tiburtina in Roma il 13 agosto, ma fanno parte di quelle procurate da don Francesco Antonio Sangalli al tempo del vescovo Filippo Visconti e da questi furono donate alla chiesa parrocchiale di Rogeno di Cantù (Como).
Le reliquie di Ippolito arrivarono da Roma, come dono del Cardinale Federico Borromeo alla Chiesa di Santa Elisabetta in piazza Fontana.
Soppressa tale Chiesa il Sacro Corpo fu deposto nella Sacrestia Maggiore del Duomo.
Da qui come si è già detto, e attestato con documento datato 30 dicembre 1786, arrivò a Rogeno.
Il paese di Rogeno, nell’Alta Brianza e della antica Pieve di Incino, celebra la festa di Sant’Ippolito il 13 agosto.
(Autore: Don Marco Grenci – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Ippolito, pregate per noi.


*Sant'Irene d'Ungheria - Imperatrice (13 agosto)

Ungheria, XI sec. – Bisanzio, 13 agosto 1134
Emblema:
Palma
Irene nacque nell’XI secolo in Ungheria, essendo figlia di San Ladislao re d’Ungheria; venne chiesta in sposa dall’imperatore Alessio I Comneno e da sua moglie Irene, per il loro figlio Giovanni, il quale
divenne imperatore d’Oriente con il nome di Giovanni II (1118-1143).
Si sposò verso il 1105; i menologi orientali dicono che era ricca di virtù, soprattutto per la carità verso i poveri e l’interessamento per le opere di beneficenza della capitale.
È stato affermato che fu lei a far costruire a Bisanzio il celebre monastero del Cristo ‘Pantocrator’, mentre suo marito era impegnato nelle guerre, cacciando i Turchi dall’Ellesponto e conquistando l’Anatolia; questa notizia viene confermata anche da uno scrittore dell’epoca, Ginnamos.
L’architetto Niceforo, costruttore del grandioso monastero, era addetto al suo servizio e poi si sa dal ‘Typicon’ donato al cenobio nel 1137, che Irene fece numerose donazioni al ‘Pantocrator’ e alle fondazioni benefiche che da esso ne dipendevano.
L’imperatrice morì a Bisanzio il 13 agosto 1134 e venne sepolta nel ‘Pantocrator’ con il nome di Xene, perché certamente secondo un antico costume, prese questo nome e l’abito religioso sul letto di morte. La sua festa si celebra il 13 agosto.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant' Irene d'Ungheria, pregate per noi.


*Beato Jakob Gapp – (Presbitero) (13 agosto)

Wattens (Tirolo, Austria), 26 luglio 1897 - Berlino (Germania), 13 agosto 1943
Martirologio Romano:
A Berlino in località Plötzensee in Germania, Beato Giacomo Gapp, sacerdote della Società di Maria e martire, che con fermezza d’animo proclamò che le empie decisioni di un regime nemico della dignità umana e cristiana non potevano in alcun modo accordarsi con la dottrina cristiana; per questo, fu perseguitato e condannato all’esilio in Francia e in Spagna e, arrestato da agenti nemici, fu infine decapitato.
Volontario austriaco nella guerra mondiale del 1915-18, Jakob Gapp cade prigioniero delle truppe italiane insieme con 300 mila commilitoni al termine del conflitto.
E l’anno dopo è di nuovo volontario.
Ma in una congregazione religiosa, stavolta: nella Società di Maria (i cui membri sono comunemente detti Marianisti), fondata nel 1817 a Bordeaux da padre Guglielmo Chaminade per l’educazione della gioventù, e diffusa successivamente in vari Paesi, tra cui l’Austria.
Nel 1920 Jakob comincia il noviziato e poi va a studiare in Francia e Svizzera; viene ordinato sacerdote nel 1930, ma già da prima aveva iniziato a insegnare a Graz, in Stiria.
Nel 1933 Adolf Hitler sale al potere in Germania, e rapidamente la trasforma in uno Stato totalitario, fondato sulla superiorità della “razza ariana” e su un brutale espansionismo, che nel marzo 1938 porta all’invasione tedesca dell’Austria, dove subito "accorrono uomini d’affari e banchieri tedeschi a comprare per una frazione del loro effettivo valore le aziende tolte agli ebrei e agli antinazisti" (Shirer, Storia del Terzo Reich).
E subito antinazista convinto è stato padre Jakob Gapp, per radicale avversione alla visione razzista che Papa Pio XI ha condannato nel marzo 1937 con la famosa enciclica Mit brennender Sorge (Con cocente preoccupazione).
In essa Papa Ratti scriveva: "Chi eleva la razza, il popolo, o una determinata sua forma od altri elementi della società umana a norma suprema di tutto, anche dei valori religiosi, perverte e falsa
l’ordine delle cose creato e voluto da Dio".
Decine di migliaia di arresti diffondono la paura per l’onnipotente Gestapo: anche la vecchia “Austria felice” si trova condannata all’applauso o al silenzio.
Ma padre Gapp non applaude e non sta affatto zitto.
Parla anche per chi non osa. E spiega che nazismo e cristianesimo sono assolutamente incompatibili. O l’uno o l’altro, nessuna via di mezzo. Disarmato e temuto, quindi in pericolo gravissimo, padre Jakob deve fuggire dall’Austria al più presto: passa in Francia, ma neppure lì sta zitto. Perciò deve cercare presto scampo in Spagna.
Ma la Gestapo tiene troppo a quest’uomo armato soltanto della sua voce; e lo raggiunge anche lì, in una comunità marianista di Valencia, facendolo uscire con un trucco e portandolo poi dritto a Berlino.
Nella capitale tedesca lo aspettano sette lunghi mesi di carcere e poi un processo di sole due ore, terminato con la condanna a morte. Il 13 agosto 1943, nel penitenziario berlinese di Ploetzensee, padre Jakob viene decapitato.
Poche ore prima aveva scritto lettere gioiose ai familiari e ai superiori: "Considero questo giorno come il più bello della mia vita". "Ho attraversato dure prove, ma adesso sono felice". Papa Giovanni Paolo II lo ha proclamato Beato il 2 novembre 1996.
(Autore: Domenico Agasso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Jakob Gapp, pregate per noi.


*Beato Josep Tàpies Sirvant e 6 compagni - Martiri spagnoli (13 agosto)  
m. Salàs de Pallars, Pallars Jussà, Lleida (Spagna), 13 agosto 1936
Con l’infuriare della persecuzione anticattolica indetta in concomitanza con la sanguinosa Guerra Civile Spagnola, a Salàs, frazione di Pallars Jussà, si consumò il martirio di 7 sacerdoti diocesani di Urgell:
Josep Tàpies Sirvant (nato a Ponts, Noguera, Lleida, il 15 marzo 1869),
Pasqual Araguàs Guardia (nato a Pont de Claverol, Pallars Jussà, Lleida, il 17 maggio 1899),
Pere Martret Moles (nato a La Seu d’Urgell, Alt Urgell, Lleida, il 5 luglio 1901),
Silvestre Arnau Pasquet (nato a Gòsol, Berguedà, Barcelona, il 30 maggio 1911),
Josep Boher Foix (nato a Sant Salvador de Toló, Pallars Jussà, Lleida, il 2 novembre 1887), Francesc Castells Areny (nato a Pobla de Segur, Pallars Jussà, Lleida, il 31 luglio 1876),
Josep Joan Perot Juanmarti ( nato a Boulogne, Toulouse, Haute-Garonne, in Francia, il 1° luglio 1877).
Riconosciutone ufficialmente il martirio e dichiarati “venerabili” il 19 aprile 2004, sono stati beatificati il 29 ottobre 2005 in San Pietro sotto il pontificato di Benedetto XVI.
La solenne beatificazione dei sette parroci e vicari parrocchiali, tutti spagnoli, martiri durante la persecuzione anticattolica del 1936-39 in Spagna, era prevista per il 25 maggio 2005; ma la morte
del Santo Padre Giovanni Paolo II, ha fatto slittare la data, al 29 ottobre 2005, con le nuove norme in materia, nel frattempo promulgate.
Durante la sanguinosa Guerra Civile in Spagna, si instaurò ad opera dei miliziani rossi, in alcune province spagnole, denominate poi “zona rossa”, una vera e propria persecuzione contro la Chiesa Cattolica, ad opera degli anarchici e dei social comunisti in rivolta contro il governo di destra.
I fedeli laici, solo perché cristiani, furono ammazzati a decine di migliaia e con loro furono massacrati 4148 sacerdoti diocesani, 12 vescovi, 283 suore, 2365 religiosi (sacerdoti e fratelli) per un totale finora riconosciuto di 6808 martiri, con la distruzione di numerose chiese.
La Chiesa, dopo un periodo di opportuno silenzio e di raccolta delle testimonianze, ha avviato numerose cause di beatificazione dei martiri, il cui martirio per la fede è comprovato; molte di queste cause si sono concluse con la proclamazione a Beati di gruppi più o meno consistenti, raccolti per appartenenza ai diversi Ordini e Congregazioni religiose, diocesi, giorno comune del martirio, località del massacro, ecc.
Come già detto, 4148 furono i sacerdoti diocesani, catturati quasi tutti singolarmente dalla soldataglia e dagli esagitati rivoltosi, che pagarono il maggior tributo di sangue.
E a questo enorme numero di martiri, appartengono i sette sacerdoti della diocesi di Urgel, tutti parroci o vicari, rastrellati nelle strade e nelle canoniche dei vari paesi intorno.
Il 13 agosto 1936, essi furono radunati sulla piazza di Pobla e quindi condotti nella sede del Comité Rivoluzionario; dopo un breve interrogatorio, verso mezzogiorno furono caricati su un camion e con la scorta di diversi rivoluzionari, portati fino a Sallàs di Pallàrs (Lleida, Catalogna), lì furono fatti scendere e costretti a camminare a piedi fino all’ingresso del cimitero, dove vennero fucilati.
Nel 1946 fu istruito un processo diocesano “super martyrio” del solo Josep Tàpies Sirvant, dimenticando gli altri sei compagni martirizzati insieme a lui.
Nel 1992, però, il vescovo di Urgel, mosso dalle istanze di molti fedeli, fece istruire un altro processo per provare il martirio degli altri sei sacerdoti.
Il 15 marzo 1993 la pratica fu depositata presso la Congregazione delle Cause dei Santi; il 19 aprile 2004 furono dichiarati ‘venerabili’.
Sono stati proclamati Beati il 29 ottobre 2005 in San Pietro, sotto il pontificato di papa Benedetto XVI. Si riporta di seguito i loro nomi con qualche breve nota biografica per ciascuno.

Padre Josep Tàpies Sirvant (67 anni), era nato a Pons (diocesi di Urgel, provincia di Lerida) il 15 marzo 1869 da Giovanni Tàpies e Serafina Sirvant. Studiò nel Seminario di Urgel ottenendo i migliori risultati; l’11 giugno 1892 fu ordinato sacerdote e destinato come coadiutore nella parrocchia di Pobla di Segur, dove espletò il suo ministero fino al momento dell’arresto.
Padre Pasqual Araguas Guardia (37 anni), nacque a Pont de Claverol il 17 maggio 1899 da Francesco Araguas e Carmen Guardia, in una famiglia molto povera, ma di profonde radici cristiane.
A 13 anni entrò nel Seminario di Urgel; fu ordinato sacerdote il 3 aprile 1923, esercitò il suo ministero come coadiutore in varie parrocchie. Nel 1929 fu nominato parroco di Noeles; fu preso il 13 agosto 1936 a Pobla de Segur, a casa di una sorella, presso la quale si era rifugiato.
Padre Silvestro Arnau Pasquet (25 anni), figlio di Lorenzo Arnau e di Maria Pasquet, nacque a Gósol Berguedá (Catalogna) il 30 giugno 1911.
Nel 1923 a 12 anni entrò nel Seminario di Urgel dove arrivò a studiare filosofia, fu mandato poi a Roma presso l’Università Gregoriana dove ottenne la licenza in Teologia.
Fu ordinato sacerdote il 21 novembre 1935 e destinato a Pobla di Segur come coadiutore. Fu arrestato il 23 luglio 1936 e costretto a vivere segregato in una casa del paese, fino al 13 agosto, giorno del martirio; era il più giovane del gruppo.
Padre Josep Boher Foix (49 anni), figlio di Mattia Boher e Benvenuta Foix, nacque il 2 novembre 1887 a San Salvador di Toló (Pallás Jussa; Catalogna).
Studiò nel Seminario di Urgel e fu ordinato sacerdote l’11 aprile 1914; esercitò il suo ministero come coadiutore in diverse parrocchie e nel 1929 fu nominato parroco di Pobleta di Belvehí, dove rimase fino al giorno dell’arresto.
Padre Francesco Castells Brenuy (70 anni), figlio di genitori ignoti, nacque a Pobla il 31 luglio 1876; fu adottato dai coniugi Castells - Brenuy, dei quali prese il cognome.
Studiò nel Seminario di Urgel e il 21 dicembre 1889 fu ordinato sacerdote; come tanti altri esercitò il suo ministero come coadiutore in varie parrocchie; fu parroco di Vilanova de La Aguda e di Tiurana.
Venne arrestato il 21 luglio 1936 e condotto nella prigione di Linola, dove fu torturato per diversi giorni, poi liberato il 31 luglio fu portato in casa dei nipoti, dove rimase fino al 13 agosto, giorno del martirio.
Padre Pere Martret Moles (35 anni), figlio di Biagio Martret e Teresa Moles, nacque a Seo de Urgel il 5 luglio 1901. Ad undici anni entrò nel Seminario di Urgel, dove terminati gli studi, fu ordinato sacerdote il 6 giugno 1925 e destinato come coadiutore a Puigcerda e poi a Organá e Trem. Nel 1931 fu nominato economo di Pobla di Segur; il 23 luglio 1936 fu arrestato insieme al suo coadiutore padre Silvestro Arnau e segregato sotto stretta sorveglianza in una casa del paese fino al 13 agosto, quando fu ucciso.
Padre Joan Perot Juanmartí (59 anni), figlio di Antonio Perot e Celestina Juanmartí, nacque a Boulogne (Tolosa - Francia) il 30 maggio 1877.
Quando era ancora giovane, la sua famiglia si trasferì a Oliana (Urgel). Studiò nel Seminario di Urgel e il 28 marzo 1903 fu ordinato sacerdote; fu coadiutore in varie parrocchie e negli ultimi anni venne nominato parroco di San Juan di Vinafrescal, dove rimase fino al giorno del martirio.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Josep Tàpies Sirvant e 6 compagni, pregate per noi.


*Beato Marco d’Aviano - Cappuccino (13 agosto)
Aviano, Pordenone, 17 novembre 1631 - Vienna, 13 agosto 1699
Martirologio Romano:
A Vienna in Austria, Beato Marco d’Aviano (Carlo Domenico) Cristofori, sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, che, sapiente predicatore della parola di Dio, in ogni luogo si adoperò mirabilmente per i poveri e i malati, sollecitando soprattutto i potenti del mondo ad anteporre la fede e la pace ad ogni altra impresa o interesse.
Grande predicatore del secolo XVII, taumaturgo, artefice della salvezza dell’Europa cristiana dai turchi. Carlo Domenico Cristofori, questo il suo nome da laico, nacque ad Aviano (Pordenone) il 17 novembre 1631 da degni e distinti genitori.
Ricevette una prima istruzione da un precettore del paese e poi giovinetto fu affidato dai genitori al Collegio dei Gesuiti di Gorizia. Di carattere timido ma sognatore, un giorno ancora ragazzo, si lasciò prendere dall’entusiasmo e dopo una uscita dei collegiali, non rientrò, fuggendo per andare a convertire i Turchi.
Dopo due giorni di cammino, bussò stanchissimo alla porta del convento dei Cappuccini di Capodistria, in piena crisi giovanile, che si risolse con la chiamata di Dio per il chiostro francescano.
Il 21 novembre 1648 vestì l’abito dei cappuccini nel noviziato di Conegliano, cambiando il nome in Marco; non sembrava portato troppo per i pesanti studi, ma poi con la comprensione del padre Fortunato da Cadore, che divenne poi Ministro Generale, riuscì con soddisfazione a giungere alla meta.
Venne ordinato sacerdote il 18 settembre 1655 dedicandosi quasi subito alla predicazione; nel 1670 venne nominato superiore del convento cappuccino di Belluno e dopo un paio d’anni di quello di Oderzo. La responsabilità della carica, però ostacolava il suo desiderio di solitudine e preghiera, quindi i superiori accogliendo la sua richiesta, lo trasferirono a Padova; ed è in questa città dopo una non programmata predicazione, che si rivelò ai fedeli della dotta Padova per quel grande predicatore che era.
Un prodigio avvenuto il 18 settembre 1676, quando guarì una suora paralizzata da 13 anni, gli cambiò la vita, fino allora tutto sommato tranquilla. Questa ed altre guarigioni, insieme alla crescente fama di predicatore, accrebbe la sua popolarità al punto che vescovi di varie Nazioni europee, iniziarono a richiederlo per le predicazioni; padre Marco d’Aviano divenne un instancabile viaggiatore per il Veneto ed in tutta Europa, accompagnato sempre dalla crescente fama di taumaturgo; ovunque andasse riusciva a radunare folle oceaniche, nelle chiese e nelle piazze di città come Anversa, Augusta, Colonia, Magonza, Salisburgo, Worms, per ascoltare le sue prediche tendenti alla conversione ed alla penitenza fatte in italiano con qualche parola di tedesco.
Usava a favore dei malati e bisognosi, una particolare formula di benedizione che rimase famosa, procurandogli qualche grattacapo da parte delle Autorità ecclesiastiche; i fedeli che lo avvicinavano gli strappavano gli abiti di dosso, con scene di fanatismo, per avere un suo ricordo come reliquia, tanto era il suo ‘odore di santità’.
Le richieste dei governanti per averlo, arrivavano ai suoi superiori ed anche al papa; nel 1680 era nel Tirolo, la Baviera e Austria, l’imperatore Leopoldo I d’Asburgo lo volle come suo consigliere a Vienna.
Ritornato a Venezia nel 1681 partì poi per le Fiandre attraversando la Francia, anche se per motivi
pretestuosi re Luigi XIV non permise, a padre Marco d’Aviano di passare per Parigi; ritornò in Italia attraverso la Germania e la Svizzera.
Intanto i Turchi in quel periodo d’invasione, erano giunti fino a Vienna, papa Innocenzo XI di fronte al pericolo della caduta della città, in mano dei musulmani, forti di un esercito di 150.000 turchi e giannizzeri, comandati da Mustafà “il Nero”, generalissimo di Maometto IV, inviò padre Marco d’Aviano a riappacificare i rissosi comandanti degli eserciti cristiani, riportando l’unità e una forte alleanza, capitanata dal coraggioso Giovanni Sobieski e incitando i soldati a chiedere l’aiuto divino, così il 12 settembre 1683 Vienna fu liberata dall’assedio ed i Turchi sconfitti.
Se la città fosse caduta si sarebbe aperta la strada agli islamici, per arrivare fino a Roma, che era il fine di Mustafà IV.
Marco d’Aviano per questo divenne il “Salvatore dell’Europa”; con il suo prestigio e volontà, continuò a spingere, suggerire, riunire ed organizzare i cristiani, provocando la sconfitta definitiva dell’Islam in Europa, con le battaglie di Budapest (1684-1686), Neuhäusel (1685), Mohacz (1687), Belgrado (1688) e con la pace di Karlowitz (1689).
Non fu solo un uomo di battaglie e alfiere della cristianità contro gli ottomani, ma anche uomo di carità e proprio a lui si rivolsero ottocento turchi che nel 1688 a Belgrado, erano rimasti asserragliati in un castello, oramai temevano per la loro vita, in pochi giorni erano stati uccisi 12.000 di loro e frate Marco si prodigò per la loro salvezza.
Terminate le guerre Marco d’Aviano riprese instancabile la sua opera pastorale, scotendo le coscienze, combattendo il peccato, diventando operatore di pace e di unione. Nel 1699, ripartì ormai a 68 anni, di nuovo per Vienna, diceva “non ne posso più, ma il papa comanda”, era afflitto da un tumore che lo consumava.
Il 25 luglio fu costretto a letto e assistito dall’imperatore Leopoldo I, morì il 13 agosto 1699; dopo solenni funerali venne sepolto nella cripta dei Cappuccini di Vienna, accanto alle tombe degli imperatori asburgici; il suo sepolcro divenne subito visitatissimo dai fedeli.
La sua figura poco ricordata in Italia, invece si studia a scuola in Austria e nell’Europa dell’Est. Papa Pio X firmò il decreto d’introduzione della causa di beatificazione e il 27 aprile 2003 è stato beatificato in Piazza San Pietro a Roma, da Papa Giovanni Paolo II.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Marco d’Aviano, pregate per noi.


*Beati Martiri Spagnoli Clarettiani di Barbastro (13 agosto)
Scheda del Gruppo a cui appartiene:
"Martiri della Guerra di Spagna" - Senza Data (Celebrazioni singole)

Il 25 ottobre 1992 il Papa Giovanni Paolo II riconobbe uffucialmente il martirio di 51 Missionari Figli del Cuore Immacolato di Maria o Claretiani avvenuto a Barbastro (Huesca), diocesi suffraganea di Saragozza (Aragona), all'inizio dell'insurrezione nazionale contro i repubblicani in Spagna (1936-1939). Il 20 luglio del 1936, durante la guerra civile spagnola, circa sessanta uomini della milizia irruppero, armati, nel seminario clarettiano di Barbastro.
Catturarono e incarcerarono tutta la comunità missionaria e senza giudizio la condannarono a morte per il solo motivo che i suoi membri erano religiosi. Fu proposta loro la libertà in cambio della rinuncia alla fede.
Tutti preferirono rimanere fedeli anche se sapevano che questa scelta sarebbe costata la vita. Furono rinchiusi in un locale e per molti giorni sopportarono pazientemente, a volte fino alla gioia, ingiurie, maltrattamenti, privazioni, il caldo e la sete, tentazioni e proposte. Furono un corpo solo e questo li sorresse.
Insieme vissero come dono l’offerta del martirio. Insieme si prepararono alla morte pregando incessantemente; ricevettero con fervore la comunione e la riconciliazione.
Trascorsero i giorni incoraggiandosi mutuamente nella fiducia verso Dio. Perdonarono, come Gesù, i carnefici e pregarono per loro. Baciarono le corde inzuppate del sangue di coloro che li avevano preceduti nel martirio. Andarono alla morte cantando. I 51 Clarettiani furono uccisi in cinque gruppi nei giorni 2, 12, 13, 15, 18 del mese di agosto.
Il 7 marzo 1992 Giovanni Paolo II ha riconosciuto il martirio di 51 Missionari Figli del Cuore Immacolato di Maria o Claretiani, perché fondati da S. Antonio Maria Claret y Clarà (+1870), avvenuto a Barbastro (Huesca), diocesi suffraganea di Saragozza (Aragona), all'inizio dell'insurrezione nazionale contro i repubblicani, capeggiata dal generale Franco nella Spagna (1936-1939).
I Claretiani, presenti nella cittadina dal 1869, avevano trasferito nella loro casa gli studenti di teologia dell'ovest del paese allo scopo di procurare ad essi un posto sicuro nei difficili momenti che tutti ritenevano inevitabili.
Iniziarono, difatti, ben presto, in diverse città della Spagna, atti di vandalismo contro chiese e conventi, sotto lo sguardo indifferente delle deboli e indecise autorità della repubblica.
A Barbastro fu proibito l'uso delle campane, la consuetudine di portare le salme dei defunti in chiesa, e di intonare pubblici canti funerari. Il cimitero, proprietà del capitolo, fu sequestrato, e distrutto il seminario con la sua cappella.
Il 18 giugno 1936 la comunità dei Claretiani era composta da 60 religiosi, di cui 9 sacerdoti, 39 studenti e 12 fratelli coadiutori. Di essi furono risparmiati 2 studenti perché di nazionalità argentina, 6 fratelli coadiutori perché molto vecchi e malati, 1 fratello coadiutore cuoco perché, vestendo in borghese, fu ritenuto un operaio.
I superiori, conforme alla legge vigente, per fare abbreviare di tre mesi agli studenti il servizio di leva, avevano cominciato a farli addestrare da due militari in pensione, con l'uso, però, soltanto di fucili di legno. Il governatore militare della piazza aveva assicurato che non avrebbero avuto fastidi, invece, quando il 19 luglio 1936 ebbe inizio la rivoluzione a Barbastro, diretta dal comitato centrale di Barcellona, cominciarono le inquietudini. Nella mattina del 20 i religiosi fecero, in chiesa, un'ora di adorazione davanti al SS. Sacramento per ottenere protezione dal cielo e, nella serata, circa 60 miliziani, armati, invasero l'Istituto con il pretesto di cercare le armi che vi erano nascoste. Accorsero il P. Filippo di Gesù, superiore, il P. Giovanni Diaz, prefetto del teologato e il P. Leonzio Pérez, economo.
Nonostante le accurate ricerche e il mancato ritrovamento delle armi, i religiosi furono perquisiti e poi trasferiti nel collegio degli Scolopi, e sistemati a pian terreno, nel salone degli atti accademici, cosicché uomini e donne poterono vomitare contro di loro i più volgari insulti attraverso le finestre prospicienti la piccola piazza del municipio. Il P. Luigi Masferrer, sacerdote professo da pochi mesi, aveva approfittato di una circostanza propizia per salire alla cappella, e prendere con sé il SS. Sacramento onde evitarne la profanazione. Durante la perquisizione erano, difatti, rimaste aperte le porte di casa e, mentre i religiosi erano costretti a restare uniti nel cortile interno dell'Istituto, la plebaglia si era già impadronita della casa.
Dal salone degli atti, nel quale i Claretiani subirono indicibili torture morali, essi uscirono in quattro schiere per essere trasportati in camion, legati con le mani incrociate dietro le spalle, e a due a due per le braccia con corde e fili di ferro, sul luogo della fucilazione senza un processo, senza una difesa, senza una sentenza, ma soltanto in seguito a un appello nominale dei vari gruppi. Più volte i miliziani, prima di farli salire sul camion, promisero loro la libertà se avessero accettato di andare a combattere contro i fascisti, cioè gli insorti nazionalisti militari.
Nessuno degli studenti accettò la proposta. I comunisti li fucilarono, tra la mezzanotte e le 4 del mattino, al lume dei fari del camion, senza la presenza di testimoni. Di mano in mano che scendevano dal camion li mettevano in fila, prima nel cimitero, di fronte alla fossa aperta, e poi sul ciglio della strada che conduceva a Berbegal. Dopo qualche minuto li mitragliavano e davano loro con la rivoltella il colpo di grazia.
I Claretiani che restavano nel salone-prigione in attesa del martirio, durante la notte si abbracciavano, si baciavano vicendevolmente la fronte e i piedi, piangevano di gioia al pensiero che sarebbero stati fucilati presto, e si raccomandavano a coloro che li avevano preceduti nella gloria. Morirono al grido di "Viva Cristo Re!", "Viva il Cuore di Maria!", pregando, con nelle mani il crocifisso e la corona del rosario, per i loro nemici e perdonandoli. Prima di farli seppellire, coperti di calce viva, da zingari e da becchini, i miliziani ebbero cura di strappare i denti d'oro dalla bocca di coloro che li avevano.
I primi a dare la vita per Dio furono i tre superiori già nominati, rinchiusi prima nel carcere del Municipio e poi in quello delle Cappuccine.
I comunisti poterono così mandare ad effetto il loro piano di "tagliare la testa ai capi della fabbrica dei corvi". Il loro martirio ebbe luogo all'alba del 2 agosto 1936, nel cimitero vicino all'ospedale. In seguito alle proteste dei medici, le fucilazioni furono fatte anche sulla strada di Berbegal. I malati rimanevano scossi al crepitio dei fucili e al gemito dei condannati a morte.
Il B. Filippo di Gesù Munàrriz era nato in Allo (Navarra) il 4 febbraio 1875 da una famiglia profondamente cristiana. Aveva fatto la prima professione dei voti tra i Claretiani di Cervera nel 1891, era stato ordinato sacerdote in Vitoria nel 1898 e, per oltre 20 anni, si era dato alla formazione dei giovani aspiranti alla vita dei Missionari Claretiani. Morì in qualità di superiore, carica che egli esercitò molto paternamente. Fu un religioso di fervente carità, di eminente pietà, di tenera devozione alla SS. Vergine secondo il metodo di S. Luigi M. Grignion de Montfort.
Il B. Giovanni Diaz Nosti era nato nelle Asturie il 18 febbraio 1880. A 13 anni era entrato nel postulantado di Barbastro, nel 1897 aveva emesso i voti a Cervera e, nel 1906, era stato ordinato sacerdote nel duomo di Saragozza. Ebbe esimie doti di oratore, che esercitò nella predicazione, nonché di professore, che esercitò nell'insegnamento. Morì, difatti, mentre faceva scuola di teologia morale agli studenti del 5° corso.
Il B. Leonzio Pérez Ramos era nato il 12 settembre 1875 in Muro de Aguas (Logrono), aveva fatto il noviziato e la professione religiosa nel 1893 a Cervera, ed era stato ordinato sacerdote in Miranda de Ebro, nel 1901.
Per tutta la vita andò soggetto a frequenti emorragie, motivo per cui fu costretto a limitare la sua attività al ministero delle confessioni.
I miliziani avevano separato i tre superiori dagli studenti con la speranza di riuscire più facilmente nell'intento di farli apostatare.
Invece nessuno rinnegò la propria vocazione, benché non mancassero loro allettamenti, promesse, minacce e, persino, la profferta di prostitute nude. Essi attribuirono a una speciale Provvidenza del Signore il fatto che i comunisti non tolsero loro gli oggetti di devozione che portavano con sé: il breviario, il crocifisso, la corona del rosario, le medaglie. Fino al 26 luglio furono persino in grado di fare, di nascosto, la comunione con le ostie che venivano loro distribuite insieme al pane e alle stecche di cioccolato. Quando agli Scolopi non fu più permesso di celebrare la Messa, si limitarono a farla spiritualmente.
Il B. Faustino Pérez Garcia, venticinquenne, il 12 agosto 1936 lasciò scritto, sopra uno sgabello di legno: "Trascorriamo il giorno in religioso silenzio e preparandoci a morire domani. In questa sala, testimone delle nostre dure angustie, si sente soltanto il mormorio delle orazioni. Se parliamo lo facciamo per animarci a morire come martiri; se preghiamo, lo facciamo per perdonare ai nostri nemici. Salvali, Signore, non sanno quello che fanno".
Quei candidati al martirio soffrirono, senza lamenti e in conformità a quello che Dio permetteva, della scarsezza del cibo, della privazione del vino, del razionamento dell'acqua, dell'afa estiva, della più assoluta mancanza di biancheria, di cattivi odori e del riprodursi dei parassiti. Di notte furono costretti a dormire per terra o sui banchi essendo stati privati dei letti, dei materassi e dei cuscini forniti loro dagli Scolopi. Di essi beneficiarono i miliziani giunti di rinforzo alle guardie.
Il 13 agosto il gruppo condannato a morte era formato da 19 studenti, sotto i 25 anni, e dal B. Luigi Masferrer, di 24 anni. Nell'uscire dall'improvvisato carcere, il B. Giovanni Echarri, ventitreenne, disse ad alta voce a coloro che rimanevano: "Addio, fratelli, fino al cielo". Altri, a pieni polmoni, si misero a gridare: "Viva Cristo Re".
I miliziani, inferociti, a loro volta urlarono: "A morte, bricconi e canaglie. Vedrete che cosa vi accadrà al cimitero". Nel salire sul camion un altro studente gridò ancora una volta: "Viva Cristo Re". Un comunista, imbestialito, con il calcio del fucile gli assestò un colpo talmente forte che gli spostò la mandibola verso l'alto. Per tutta risposta, gli studenti condannati a morte attraversarono la città cantando a squarciagola inni religiosi.
Sulle pareti del salone, sullo scenario, sulla scaletta, su pezzi di legno, su carta di cioccolato, i Claretiani avevano lasciato scritto la testimonianza dei loro ultimi sentimenti religiosi. Otto giorni dopo il martirio dei suoi superiori, il B. Raimondo Illa confidò ai familiari: "Felici loro e quelli che li seguirono. Io non cambierei il carcere con il dono dei miracoli". Nel foglio saluto-ricordo del B. Francesco Castàn Meseguer, fratello portinaio, si legge: "Viva Dio! Non ho mai pensato di essere degno di grazia tanto singolare!" Il B. Giuseppe Figuero scrisse ai genitori: "Presto sarò martire di Gesù Cristo. Non piangete la mia morte perché morire per Cristo è vivere eternamente". Il B. Giuseppe Brengaret Pujol affermò: "I.H.S. Viva Cristo Re! Se Dio vuole la mia vita, gliela dono volentieri, per la Congregazione e per la Spagna. Muoio tranquillo... muoio innocente: non appartengo a nessun partito". Infine, una mano sconosciuta, sul lato verticale di un parallelepipedo di legno scrisse: "O Cristo, i morituri ti salutano".
Le reliquie dei 51 martiri dal 1939 sono venerate nella chiesa che i Missionari Claretiani hanno dedicato al Cuore Immacolato di Maria nella stessa casa in cui vissero. Giovanni Paolo II li beatificò il 25 ottobre 1992.
(Autore: Guido Pettinati - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Testimonianza
Poche ore prima dell’esecuzione Faustino Perez, uno dei 51 martiri, scrive una testimonianza preziosa che è giunta fino a noi e che raccoglie il clima di quel martirio:
Amata Congregazione: l’altro ieri, giorno 11, sono morti con la generosità con la quale muoiono i martiri sei dei nostri fratelli; oggi, giorno 13, hanno ottenuto la palma della vittoria 20 fratelli e domani, 14, attendiamo di meritare i restanti 21. Gloria a Dio! E con quale nobiltà ed eroicità si stanno comportando i tuoi figli, amata Congregazione! Trascorriamo il giorno incoraggiandoci per il martirio e pregando per i nostri nemici e per il nostro amato Istituto; quando giunge il momento di scegliere le vittime vi è in tutti una santa serenità e l’ansia di sentire il proprio nome, farsi avanti e mettersi nelle file degli eletti. Attendiamo questo momento con generosa impazienza, e quando è giunto abbiamo visto alcuni baciare le corde con cui erano legati, altri rivolgere parole di perdono alla folla armata.
Mentre vanno sul camion verso il cimitero, li udiamo gridare "Viva Cristo Re!" Risponde la plebaglia rabbiosa "Muoia! A morte!" Ma nulla li intimidisce.
Sono tuoi figli, amata Congregazione, questi che in mezzo a pistole e fucili osano gridare sereni mentre vanno al cimitero "Viva Cristo Re". Domani andremo i rimanenti e abbiamo preso l’impegno, anche se esplodessero gli spari, di acclamare al Cuore della nostra Madre, a Cristo Re, alla Chiesa Cattolica e a te, madre comune di tutti noi.
I miei compagni mi chiedono che sia io ad iniziare gli evviva! ed essi risponderanno. Io griderò con tutta la forza dei miei polmoni e nelle nostre grida entusiaste tu, amata Congregazione, cerca di intuire l’amore che abbiamo per te, poichè portiamo il tuo ricordo fino a queste regioni di dolore e di morte.
Moriamo tutti contenti senza che nessuno provi scoraggiamento e pentimento; moriamo pregando tutti Dio perchè il sangue che uscirà dalle nostre ferite non sia un sangue vendicatore, ma un sangue che entrando rosso e vivo nelle tue vene, provochi il tuo sviluppo e la tua espansione in tutto il mondo.
Addio, amata Congregazione!
I tuoi figli, Martiri di Barbastro, ti salutano dal carcere e ti offrono le loro sofferenze e angosce come olocausto espiatorio per le nostre deficienze e come testimonianza del nostro amore fedele, generoso e perpetuo. I Martiri di domani 14 agosto, ricordano che muoiono alla vigilia dell’Assunzione; che regalo è questo! Moriamo perché portiamo la sottana e moriremo proprio lo stesso giorno che l’abbiamo vestita. I Martiri di Barbastro e, a nome di tutti, il più indegno di tutti,
L’apertura del processo informativo circa il martirio di padre Felipe de Jesús Munárriz Azcona e cinquantuno compagni accadde il 20 maggio 1947, mentre la chiusura fu il 23 settembre 1949. L’8 febbraio 1961, invece, fu promulgato il Decreto sugli scritti.
La dichiarazione di validità del processo, con Decreto del 9 febbraio 1990, portò alla trasmissione della Positio alla Congregazione per le Cause dei Santi nello stesso anno.
A seguito della riunione della commissione teologica (4 febbraio 1992) e del radunarsi dei cardinali e vescovi della Congregazione (4 febbraio 1992) si arrivò, il 7 marzo 1992, alla promulgazione del Decreto sul martirio. La beatificazione avvenne a Roma, ad opera del Beato Giovanni Paolo II, il 25 ottobre 1992.
Nel fornire di seguito l’elenco completo dei nomi, suddiviso in base alle date di martirio (per i martiri nativi della Catalogna, il nome proprio è riportato secondo la dizione castigliana), rimandiamo talvolta a schede più specifiche, dove sarà possibile trovare maggiori informazioni sui vari martiri.
Felipe de Jesús Munárriz Azcona, sacerdote professo
Leoncio Pérez Ramos, sacerdote professo
Juan Díaz Nosti, sacerdote professo
+ 2 agosto 1936
Gregorio Chirivas Lacamba, religioso professo
Nicasio Sierra Ucar, sacerdote professo
Sebastián Calvo Martínez, sacerdote professo
Pedro Cunill Padrós, sacerdote professo
Wenceslao Clarís Vilaregut, chierico professo
José Pavón Bueno, sacerdote professo
+ 12 agosto 1936
Secundino Ortega García, sacerdote professo
Javier Luís Bandrés Jiménez, chierico professo
José Brengaret Pujol, chierico professo
Manuel Buil Lalueza, religioso professo
Antolín Calvo y Calvo, chierico professo
Tomàs Capdevila Miró, chierico professo
Esteban Casadevall Puig, chierico professo
Eusebi Maria Codina Millà, chierico professo
Juan Codinachs Tuneu, chierico professo
Antonio Dalmau Rosich, chierico professo
Juan Echarri Vique, chierico professo
Pedro García Bernal, chierico professo
Hilario Llorente Martín, chierico professo
Alfonso Miquel Garriga, religioso professo
Ramon Novich Rabionet, chierico professo
José Ormo Seró, chierico professo
Salvador Pigem Serra, chierico professo
Teodoro Ruiz de Larrinaga García, chierico professo
Juan Sánchez Munárriz, chierico professo
Manuel Torras Sais, chierico professo
+ 13 agosto 1936
Luís Masferrer Vila, sacerdote professo
José Amorós Hernández, chierico professo
José Maria Badía Mateu, chierico professo
Juan Baixeras Berenguer, chierico professo
José Blasco Juan, chierico professo
Rafael Briega Morales, chierico professo
Francisco Castán Meseguer, religioso professo
Luís Escalé Binefa, chierico professo
José Figuero Beltrán, chierico professo
Ramon Illa Salvia, chierico professo
Luís Lladó Teixidor, chierico professo
Manuel Martínez Jarauta, religioso professo
Miguel Masip González, chierico professo
Faustino Pérez García, chierico professo
Sebastian Riera Coromina, chierico professo
Eduardo Ripoll Diego, chierico professo
José Ros Florensa, chierico professo
Francisco Roura Farró, chierico professo
Alfonso Sorribes Teixidó, chierico professo
Agustín Viela Ezcurdia, chierico professo
+ 15 agosto 1936
Jaime Falgarona Vilanova, chierico professo
Atanasio Vidaurreta Labra, chierico professo
+ 18 agosto 1936
(Autore: Emilia Flocchini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beati Martiri Spagnoli Clarettiani di Barbastro, pregate per noi.  


*San Massimo il Confessore - Teologo bizantino (13 agosto)  

Costantinopoli, 580 – Schemaris (Lazica), 13 agosto 662
Nacque a Costantinopoli da nobile famiglia verso il 580. Ricevette un’accurata formazione e prestò servizio presso la corte imperiale.
Nel 613 si ritirò nel monastero di Crisopoli. Successivamente lo ritroviamo in Africa, dove si oppose ai documenti sull’unica energia o volontà in Cristo con i quali gli imperatori di Costantinopoli cercavano di venire incontro ai monofiti mettendo a rischio l’integrità della natura umana di Gesù.
Nel 645 sostenne a Cartagine un pubblico dibattito che si concluse con la sua piena vittoria. Si spostò poi a Roma dove partecipò al concilio lateranense che riaffermò la dottrina delle due energie o volontà in Cristo.
Per reazione l’imperatore fece arrestare e trasferire in Oriente tanto Papa Martino I che Massimo. Giudicati colpevoli, furono ambedue condannati.
Massimo morì dopo crudeli torture nel 662. Nel 680 il concilio ecumenico di Costantinopoli riabilitò solennemente la sua memoria.
Martirologio Romano: Nella fortezza di Schemaris presso la riva del fiume Tzkhenis Dsqali sulle montagne del Caucaso, transito di san Massimo il Confessore, abate di Crisopoli vicino a Costantinopoli: insigne per dottrina e zelo per la verità cattolica, che per avere strenuamente combattuto contro l’eresia monotelita subì dall’imperatore eretico Costante l’amputazione della mano destra; insieme a due discepoli, entrambi di nome Anastasio, fu poi relegato, dopo un duro carcere e numerose torture, nella regione di Lesghistan, dove rese lo spirito a Dio.
San Massimo è detto “il Confessore” perché seppe fieramente difendere l’ortodossia cristiana, con la parola, con gli scritti, con la vita, contro il monotelismo (teoria religiosa elaborata nel VII secolo in seno alla Chiesa bizantina; riconosceva le due nature di Cristo, ma affermava che in lui, la volontà divina predominava su quella umana).
Nacque nel 580 a Costantinopoli da nobile famiglia, forse imparentata con l’imperatore Eraclio; ebbe una buona educazione culturale e solida preparazione e ben presto occupò una posizione rilevante nella corte imperiale, diventando un importante funzionario.
Ad un certo punto però lasciò gli incarichi, se ne ignora il perché e abbandonata la vita politica, si ritirò nel monastero di Crisopoli; gli è stato attribuito il titolo di abate, ma deve intendersi come segno di rispetto e non di conduzione della comunità.
A causa dell’invasione persiana del 626, che minacciava la capitale dell’impero bizantino, Massimo si allontanò dal monastero situato vicino al Bosforo e andò prima a Creta, poi a Cipro e infine in Africa, dove cominciò a conoscere la nuova eresia del monotelismo, che si andava diffondendo.
Si trovò immerso nelle dispute teologiche del tempo, che agitavano l’ortodossia cristiana, sfociando spesso in eresie, più o meno condannate da Concili, dal papa di Roma, da vescovi con idee contrapposte; ne nominiamo qualcuna senza approfondirne il pensiero, perché lo spazio consentito è poco: dottrina nestoriana, monofisita, origenista, platonismo, apocatastasi; a tutte queste si sovrappose una teoria del vescovo di Alessandria, Ciro di Faside, il quale volendo far chiarezza e raggiungere l’unione dei credenti, affermò che Cristo con una sola operazione teandrica, operava tanto le azioni divine che le azioni umane.
Massimo s’impegnò nelle controversie facendo sentire il peso della sua autorità di teologo sia in
Africa sia in Oriente e a Roma; bisogna dire che all’epoca dell’impero bizantino, queste dispute teologiche soprattutto sulla natura divina e umana di Cristo, si intrecciavano ad interessi politici, per cui venivano coinvolti vescovi e autorità civili, fino alle persone dell’imperatore e dell’imperatrice, scatenando anche vere e proprie persecuzioni; questo l’ambiente in cui Massimo fu costretto a muoversi.
Nel 638 l’imperatore Eraclio (575-641) emanò un decreto religioso (Ecthesis) a favore della teoria del monotelismo (questo fa capire come l’autorità imperiale d’Oriente, fosse impegnata a guidare la religione nel vasto impero, lontano dall’autorità diretta del papa di Roma).
Ci fu chi l’accettò e chi invece la contestò e in questo quadro s’inserisce la famosa “disputa con Pirro” di Massimo; Pirro era il vescovo di Costantinopoli costretto a fuggire in Africa per gli intrighi di corte che portarono sul trono Costante II (642-668) e a Cartagine in Africa, davanti al prefetto e a molti vescovi, ebbe luogo nel 645 la disputa fra i due teologi, un tempo ambedue monaci di Crisopoli; Pirro sopraffatto dalle argomentazioni di condanna del monotelismo di Massimo, si dichiarò vinto.
Il successo ottenuto da Massimo, indusse molti vescovi a convocare dei sinodi e nel 646 l’eresia venne condannata.
Massimo poi lasciò l’Africa e si spostò a Roma presso la Sede Apostolica, dove si convinse sempre più, che la Chiesa di Roma era l’unica e solida base e fondamento di tutte le Chiese della terra, per il mandato ricevuto da Cristo.
Come teologo del papa continuò la sua opera contro il monotelismo, che sebbene condannato più volte, anche per i suoi personali interventi, continuava a dilagare con l’appoggio dell’imperatore Costante II.
Fu accanto a papa Teodoro (642-649) e poi a papa s. Martino I (649-655), il quale rimase vittima della persecuzione scatenata dall’imperatore, fu condotto prima prigioniero a Costantinopoli, poi processato nel 653 e inviato in esilio nel Chersoneso dove morì dopo due anni.
Anche a Massimo toccò uguale sorte, pur essendo il più grande teologo del tempo, fu fatto prigioniero a Roma e nel 653 fu condotto a Costantinopoli, dove nel 655 subì un processo i cui Atti sono arrivati fino a noi, ed ebbe la condanna dell’esilio a Byzia nella Tracia; l’anno successivo subì un altro processo e fu esiliato a Perberis ai confini dell’impero.
Un terzo processo l’ebbe nella primavera del 662 a Costantinopoli, davanti al prefetto e ad un Sinodo e giacché rifiutò di accettare il ‘Typus’ (decreto di Costante II sulle verità di fede in discussione), insieme ai suoi due discepoli, Anastasio monaco e Anastasio apocrisario, fu sottoposto alla flagellazione, fu loro amputata la mano destra e mozzata la lingua e infine esiliati a vita sulle coste orientali del Mar Nero nella Colchide.
A giugno 662 raggiunsero la loro meta, ma sfiniti dal lungo viaggio e dai maltrattamenti subiti e feriti dai supplizi, il 24 luglio morì Anastasio monaco; il 13 agosto all’età di 82 anni, morì anche Massimo nella fortezza di Schemaris a Lazica e l’11 ottobre del 666 morì anche l’altro Anastasio.
Grande scrittore di quell’epoca, spaziò dalla morale all’ascetica, dalla dottrina mistica a quella tradizionale, teologo insigne, filosofo con la terminologia aristotelica; il punto centrale del suo pensiero fu Cristo, di cui contemplò profondamente i misteri, per difenderne l’integrità della natura umana.
Nel secolo XVIII ai piedi della fortezza di Schemaris, esisteva un monastero di S. Massimo che custodiva il suo sepolcro.
La festa di San Massimo “il Confessore” e dei suoi due discepoli Anastasi, si celebra il 13 agosto.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Massimo il Confessore, pregate per noi.


*Beato Modesto da Albocacer (Modesto Garcia Marti) - Sacerdote e Martire (13 agosto)
Schede dei gruppi a cui appartiene:
"Beati Martiri Spagnoli Cappuccini di Valencia”
“Beati 233 Martiri Spagnoli di Valencia” - Beatificati nel 2001
“Martiri della Guerra di Spagna”

1880 - 1936
Martirologio Romano:
Presso il villaggio di Albocásser nella medesima regione in Spagna, Beato Modesto García Martí, sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini e martire, che durante la persecuzione contro la fede coronò con il martirio il precetto evangelico.
Il P. Modesto nacque ad Albocácer, diocesi di Tortosa e provincia di Castellón de la Plana, il 18 gennaio 1880.
Era il terzo di sette figli di una famiglia cristiana, avendo per genitori D. Francisco García e Donna Joaquina Martí. Fu battezzato il 19 gennaio 1880 nella parrocchia di Nuestra Señora de la Asunción di Albocácer.
Entrò da bambino nel Seminario serafico dei Cappuccini della Provincia di Valencia a Massamagrell. Vestì l’abito nello stesso convento il 1° gennaio 1896; emise i voti temporanei il 3 gennaio 1897 e quelli
perpetui il 6 gennaio 1900.
Compì gli studi di filosofia a Orihuela e quelli di teologia a Massamagrell; fu ordinato sacerdote il 19 dicembre 1903.
Esercitò la maggior parte del suo ministero apostolico come missionario in Colombia nella Custodia di Bogotá. Al suo ritorno a Valencia fu nominato guardiano per vari anni.
Coloro che lo conobbero parlano di lui come di un sacerdote apostolicamente dedito alla predicazione, agli esercizi spirituali, alla direzione spirituale,...che furono, insieme ad altre, le sue attività preferite. Così dicono coloro che vissero con lui: “Il suo campo di apostolato preferito - afferma la Sig.na Pilar Beltrán - fu la predicazione, gli esercizi spirituali e la direzione delle anime. Mai ho udito critiche sul suo operato”. Godeva fama di santità sia in convento che fra i fedeli. “Era di temperamento pacifico. La sua qualità più notevole - nota il Sig. Daniel García - era l’amabilità.
Godeva di buona fama fra i compagni di religione e fra i fedeli. Era osservante fedele delle Regole e delle Costituzioni francescane”.
Al momento della Rivoluzione nazionale era guardiano di Ollería (Valencia), dove “la comunità fu violentemente dissolta, il convento e la chiesa distrutti dalle fiamme, la pineta dello stesso convento tagliata, distrutti i muri di cinta, così che tutto fu ridotto a nulla” (Art. 84-8).
Quando furono ristabilite le comunicazioni, P. Modesto si recò al suo paese e si rifugiò nella casa della sorella Teresa, insieme a suo fratello sacerdote Mosén Miguel, parroco di Torrembesora. Per maggiore sicurezza fuggirono alla cascina “la Masá”, dove egli fu catturato dai miliziani armati. P. Modesto “si consegnò con mansuetudine e umiltà - afferma il Sig. Arturo Adell - e senza alcuna protesta”. “Il suo atteggiamento durante questo periodo - dice la Sig.na Pilar Beltrán - fu di totale abbandono al Signore e di una vita esemplare”.
Fu ucciso alle quattro del pomeriggio del 13 agosto, nelle vicinanze del bacino del “Valle” fra Albocácer e la cascina “la Masá”, a circa 600 metri dalla cascina, sulla stessa strada che va dalla cascina al paese.
Dopo la liberazione di Albocácer furono esumati i resti di P. Modesto e allora si costatò che il suo cranio era attraversato da parte a parte da un grosso chiodo.
I suoi resti - secondo ciò che dichiara il Sig. Felipe Mateu “furono sepolti in una fossa comune del cimitero del paese e attualmente riposano in una nicchia del detto cimitero”.
(Fonte: Santa Sede)
Giaculatoria - Beato Modesto da Albocacer, pregate per noi.


*Beati Patrizio O’Healy e Conn O’Rourke - Martiri (13 agosto)

Scheda del gruppo a cui appartiene: “Beati Martiri Irlandesi”
m. 22 agosto 1579
Vescovo Patrick O’Healy e padre Cornelio O’Rourke, francescani: torturati ed impiccati a Kilmallock il 22 agosto 1579.
Martirologio Romano: A Kilmallok in Irlanda, Beati Patrizio O’Healy, vescovo di Mayo, e Connor O’Rourke, sacerdote, entrambi dell’Ordine dei Frati Minori, condannati a morte e condotti al patibolo per non aver tenuto nascosto il loro sacerdozio.
Il rifiuto di re Enrico VIII dell’autorità papale portò, nel 1534, all’istituzione di una Chiesa di stato in Inghilterra e in Irlanda. Nel 1560 l’Atto di supremazia rese la regina Elisabetta capo supremo della Chiesa in Inghilterra e in Irlanda.
Divenne così atto di alto tradimento rifiutarsi di riconoscere il monarca inglese come capo della Chiesa e molti cattolici furono messi a morte per la loro fede in entrambi gli stati.
Patrick O’Healy nacque nel 1545 nella contea di Leitrim e divenne francescano. Fu educato
all’università di Alcalà, in Spagna. Pare abbia trascorso del tempo a Roma, forse inviato là con lettere di re Filippo II di Spagna che chiedeva aiuto a Papa Gregorio XIII per invadere l’Irlanda.
È possibile che fu là che egli venne consacrato vescovo di Mayo nel 1576. Passò del tempo a Parigi dove prese parte a pubbliche discussioni all’università, entusiasmando gli ascoltatori con la sua maestria della patristica e delle controversie teologiche, nonché della filosofia di Scoto.
Nell’estate del 1579 egli e padre O’Rourke salparono dalla Bretagna e arrivarono al largo della costa di Kerry. Ne fossero consapevoli o no, essi furono visti come parte della forza di invasione, composta da spagnoli e italiani, che, con James Fitzmaurice Conte di Desmond, che aveva preso terra nella baia di Smerwick.
Dopo che Papa Pio V (1566-72: Antonio Ghislieri OP) aveva scomunicato la regina Elisabetta nel 1571, il conte di Desmond aveva passato del tempo sul continente negoziando con re Filippo II di Spagna e Papa Gregorio XIII (Ugo Boncompagni: 1572-85) per rendere l’Irlanda un regno alleato della Spagna con Giacomo, figlio illegittimo del papa, come re.
Con il confratello francescano Conn [Cornelius] O’Rourke, che proveniva dal monastero di Breifine, furono catturati ad Askeaton e condotti a Limerick. Sir William Drury, rettore del Munster e il Chief Justice offrirono una promozione a O’Healy se avesse giurato fedeltà alla nuova chiesa.
Entrambi rifiutarono, furono processati e condannati per tradimento.
La sentenza di morte venne eseguita a Kilmallock nel 1579. Prima della morte si confessarono a vicenda e recitarono assieme le litanie. Nella chiesa dei SS. Pietro e Paolo, a Kilmallock, c’è una vetrata con i tre martiri: padre Maurice MacEnraghty, nativo of Kilmallock, il vescovo Patrick Healy and padre Conn O'Rourke.
(Autore: Enrico Filaferro – Fonte: Catholicireland.net)
Giaculatoria - Beati Patrizio O’Healy e Conn O’Rourke, pregate per noi.


*Santi Pietro di Santa Maria e Simone de Lara - Martiri Mercedari (13 agosto)  
† 1361
Questi due mercedari, San Pietro di Santa Maria originario di Valladolid e San Simone de Lara dell'Andalusia, appartenevano al convento di Siviglia.
Inviati a redimere in Africa, liberarono una moltitudine di schiavi dalla dura prigione dei mussulmani e mentre ritornavano in Spagna, furono presi dai corsari mori che tentarono di fargli rinnegare la fede cattolica ma vedendoli saldi in Cristo, furono da questi gettati in mare nell'anno 1361.
L'Ordine li festeggia il 13 agosto.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Pietro di Santa Maria e Simone de Lara, pregate per noi.


*Beato Pietro Gabilhaud - Martire (13 agosto)  
Martirologio Romano: Nel braccio di mare antistante Rochefort in Francia, Beato Pietro Gabilhaud, sacerdote e martire, che, detenuto in una galera durante la rivoluzione francese per il suo sacerdozio, morì consunto dall’inedia e dalla malattia.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Pietro Gabilhaud, pregate per noi.


*San Ponziano - 18° Papa e Martire (13 agosto)
m. 235
Ponziano, Papa dal 230 al 235, e Ippolito, sacerdote, condannati dall'imperatore Massimino ai lavori forzati nelle miniere di Sardegna (235), vi morirono a causa dei maltrattamenti.
La traslazione di Ponziano nella cripta dei Papi nel cimitero di Callisto e di Ippolito in quello sulla via Tiburtina a Roma il 13 agosto è attestata dalla “Depositio Martyrum” (354). (Mess. Rom.)
Emblema: Palma
Martirologio Romano: Santi martiri Ponziano, Papa, e Ippolito, sacerdote, che furono deportati insieme in Sardegna, dove entrambi scontarono una comune condanna e furono cinti, come pare, da un’unica corona.
I loro corpi, infine, furono sepolti a Roma, il primo nel cimitero di Callisto, il secondo nel cimitero sulla via Tiburtina.
Ponziano, dell'antica e nobile famiglia dei Calpurni, venne eletto Papa nel 230, durante l'impero del mite e saggio Alessandro Severo, la cui tolleranza in fatto di religione permise alla Chiesa di riorganizzarsi.
Ma proprio in questa parentesi di pace avvenne nella Chiesa di Roma la prima funesta scissione che contrappose al legittimo pontefice un antipapa, nella persona di quell'Ippolito, restituito da un provvidenziale martirio all'unità e alla santità. Ippolito, sacerdote, colto e austero, poco incline all'indulgenza e timoroso che in ogni riforma si celasse l'errore, era giunto ad accusare di eresia lo stesso Pontefice San Zefirino e il diacono
Callisto, e quando quest'ultimo fu eletto Papa nel 217, si ribellò, accettando di essere lui stesso invalidamente eletto dai suoi partigiani.
Si mantenne nello scisma anche durante il pontificato di Sant' Urbano I e di San Ponziano. Intanto l'imperatore Alessandro Severo veniva ucciso in Germania dai suoi legionari e gli subentrava il trace Massimino, che rispolverò gli antichi editti persecutori nei confronti dei cristiani.
Trovandosi di fronte a una Chiesa con due capi, senza pensarci su spedì entrambi ai lavori forzati in una miniera della Sardegna.
Ponziano è il primo Papa deportato. Era un fatto nuovo che si verificava nella Chiesa e Ponziano seppe risolverlo con saggezza e umiltà: perché i cristiani non fossero privati del loro pastore rinunciò al pontificato, e anche questa spontanea rinuncia è un fatto nuovo.
A succedergli fu il greco Antero, che governò la Chiesa per quaranta giorni soltanto. Il gesto generoso di Ponziano deve aver commosso l'intransigente Ippolito che morì infatti riconciliato con la Chiesa nel 235.
Secondo un'epigrafe dettata da Papa Damaso, Ippolito, pur essendosi ostinato nello scisma per un malinteso zelo, nell'ora della prova "al tempo in cui la spada dilaniava le viscere della madre Chiesa, mentre fedele a Cristo camminava verso il regno dei santi", ai seguaci che gli domandavano quale pastore seguire indicò il legittimo Papa come unica guida e "per questa professione di fede meritò d'essere nostro martire".
D'altronde studi recenti porterebbero a distinguere tre diversi personaggi: un Ippolito vescovo e scrittore, un Ippolito martire romano e un terzo, autore di saggi filosofici, da identificarsi con l'antipapa contrapposto a Callisto e a Ponziano.
I corpi dei due martiri, trasportati a Roma con grande onore vennero sepolti, Ippolito lungo la via Tiburtina e Ponziano nelle catacombe di San Callisto.
(Autore: Piero Bargellini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Ponziano, pregate per noi.


*Santa Radegonda - Regina di Francia (13 agosto)

m. 13 agosto 587
Radegonda nacque nel 518 e fu regina di Francia. Quando nel 531 Clotario I, re di Francia, sconfisse Ermenfrido, l'usurpatore del regno di Turingia, portò con sé Radegonda, giovane figlia del re deposto e ucciso, Bertario.
La inviò agli studi così Radegonda ricevette un'educazione adatta al suo alto rango e un'istruzione letteraria di grande rilievo, cosa unica per una donna dei suoi tempi. E dopo otto anni, intorno al 540, la sposò nonostante Redegonda non fosse consenziente. Clotario mostrò ben presto la sua indole violenta, che Radegonda sopportò fin quando fù possibile.
Poi, ottenuto il consenso dal vescovo Medardo, si fece consacrare e si ritirò nel monastero di Tours, dove già viveva la regina Clotilde, intristita dalle gesta del figlio, ma contenta per l'arrivo della nuora. Passò quindi nel convento di Saix e, infine, per 30 anni visse in penitenza nel monastero di Poiters " dai lei stessa fatto edificare ", dove morì il 13 agosto 587.  (Avvenire)
Martirologio Romano: A Poitiers in Aquitania, in Francia, santa Radegonda, che, regina dei Franchi, prese il sacro velo mentre suo marito, il re Clotario, era ancora in vita e visse nel monastero di Santa Croce a Poitiers da lei stessa costruito sotto la regola di San Cesario di Arles.
La società romana e imperiale intorno agli anni 500 – 600, sembrava ormai come un cadavere posto in piedi, bastò che i barbari nel loro passaggio lo toccassero che cadde sfasciato.
Anche in quei tempi bui e tristi, la Provvidenza non mancò di accorrere in soccorso della Cristianità, facendo sorgere in mezzo a quella spaventosa confusione, figure di Santi che con la loro vita, le loro idee, la loro fede
rappresentarono e difesero il pensiero cristiano, sempre vitale e soccorrevole.
Fra questi, nella Francia, ‘primogenita della Chiesa’, vi fu prima Clotilde regina e poi Radegonda sua nuora che gli succedette sul trono; donne egualmente ammirabili e sante.
Radegonda aveva già vissuto fino a quasi dodici anni varie tragedie familiari, il padre Bertario venne ucciso dal fratello Ermenfrido il quale poi fece uccidere anche l’altro fratello Baderico per
impadronirsi del trono.
Il regno di Turingia, nel 531 venne sconfitto da Clotario I re di Francia e Radegonda, appena dodicenne seguì i prigionieri di guerra in Neustria, dopo aver visto morire uccisi gli altri parenti.
Ma la sua straordinaria bellezza e la distinzione del suo grado attrassero l’attenzione di Clotario, il quale già pensando di farne una futura moglie, la inviò agli studi nella villa reale di Athies. Ricevette un’educazione adatta al suo alto rango e un’istruzione letteraria di grande rilievo, forse unica per una donna dei suoi tempi.
Intorno al 540, Clotario la volle come sposa, benché non fosse consenziente; per lunghi anni dovette sopportare con infinita pazienza il carattere collerico e brutale del marito, il suo umore instabile e i continui tradimenti, condusse a corte una vita da perfetta cristiana, quasi da monaca pur senza trascurare i suoi doveri di sovrana.
Ma quando anche l’amato fratello Clotacario venne ucciso a tradimento da Clotario, già responsabile della morte di tutti i suoi familiari, Radegonda disse al Re che per lei non vi era più posto in quella reggia e ottenuto il suo consenso, si fece consacrare diaconessa e si ritirò nel monastero di Tours, lì dove già viveva la regina Clotilde, intristita dalle gesta infami del figlio, ma consolata per la venuta della diletta nuora.
Da lì passò poi nel chiostro di Saix ove stette per sei anni, dedicandosi ad ogni cura per il sollievo della povera gente del luogo, accudendo gli ammalati specie quelli più ributtanti per le malattie, a cui all’epoca non vi erano rimedi, come la lebbra.
Appena poté, entro nel nuovo monastero di San Maria poi chiamato di Santa Croce a Poitiers da lei fatto edificare,
In breve duecento vergini popolarono il sacro luogo ma Radegonda non volle avere il titolo di badessa che diede invece a Sant'Agnese, sua figlia adottiva (lei non aveva avuto figli) a cui si sottomise secondo la regola di San Cesario d’Arles, come una semplice novizia.
Clotario tentò, non riuscendovi, di farla tornare con lui infrangendo i voti, ma davanti alla sua fermezza si ritirò pentito, ed è la prima volta che si vede in lagrime un uomo che grondava sangue per i numerosi delitti; comunque un anno dopo questo tentativo, egli morì, i suoi quattro figli avuti da altra moglie, favorirono il convento, con continue e generose elargizioni, anzi il più giovane inviò alla veneranda regina il poeta Venanzio Fortunato il quale profuse il suo zelo per aiutarla nei rapporti specie epistolari che lei aveva con il Papa, vescovi e re d’Occidente e anche d’Oriente.
Nei 30 anni che stette a Poitiers, senza uscirne mai, assisté a pestilenze, inondazioni, terremoti in tutto il regno e l’assalto dell’infuriata Fredegonda a Poitiers, il cui vescovo s. Pretestato venne sgozzato sull’altare.
Radegonda, morì il 13 agosto 587 circondata dal rimpianto di tutti.
S. Gregorio di Tours, che l’aveva assistita nelle sue ultime ore, vedutone il corpo giacente nella bara, lasciò scritto: “aveva in viso serbata tale una freschezza da vincere al paragone i gigli e le rose”.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Radegonda, pregate per noi.


*Beati Secondino Maria Ortega Garcia e 19 Compagni - Martiri Clarettiani (13 agosto)
Schede dei Gruppi a cui appartengono:
“Beati Martiri Spagnoli Clarettiani di Barbastro” - Senza Data (Celebrazioni singole)

+ Barbastro, Spagna, 13 agosto 1936
Secundino Maria Ortega Garcìa. Nato a Santa Cruz de la Salceda (Burgos) il 20 maggio 1912.
Ucciso a Barbastro il 13 agosto 1936. Sacerdote, 24 anni.
Fu il sacerdote provvidenziale del gruppo del giorno 13. Pio, caritatevole, intraprendente e dedito alla sua formazione integrale, aveva doti speciali per il ministero della parola.
Martirologio Romano: A Barbastro vicino a Huesca nell’Aragona in Spagna, Beati Secondino Maria Ortega García, sacerdote, e diciannove compagni, martiri, che, religiosi della Congregazione dei Missionari dei Figli del Cuore Immacolato di Maria, furono uccisi in odio alla fede durante la persecuzione contro la Chiesa.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beati Secondino Maria Ortega Garcia e 19 Compagni, pregate per noi.


*San Sventiboldo - Re di Lorena (13 agosto)  

† Susteren, Germania, 13 maggio 901
Figlio di Arnolfo di Carinzia, re di Germania e nipote dell'imperatore Carlo il Grosso, e di una sua concubina, Sventiboldo nacque verosimilmente nell'870 o ai primi dell'871.
Il giorno 11 maggio 895, Arnolfo lo fece re di Lorena in una assemblea tenuta a Worms, e i principi gli promisero fedeltà.
Desideroso di ingrandire il suo regno (i cui confini non ci sono perfettamente noti), Sventiboldo strinse alleanze, poi tramò intrighi contro i suoi alleati e tentò di detronizzare il re della Francia occidentale, Eudo. Entrò anche in violento conflitto con i grandi del suo regno, ai quali voleva imporre i diritti della sua corona.
L'ultimo episodio di questa lotta fu fatale a Sventiboldo: un conte senza
scrupoli provocò l'invasione della Lorena da parte di Carlo il Semplice, divenuto re della Francia occidentale, e, poiché la violenza aveva alienato ad Sventiboldo non soltanto la fiducia dei feudatari laici ma anche quella degli ecclesiastici (era giunto fino a colpire col suo bastone l'arcivescovo di Treviri, capo della sua cancelleria),
tutti si trovarono d'accordo, ai primi del 900, nel dichiararlo decaduto e nel sostituirlo col suo giovane fratello Luigi «il Fanciullo» che era stato già incoronato in Germania.
Sventiboldo morì il 13 magg. successivo vicino a Susteren, sulle rive della Mosa, ucciso in una battaglia ch'egli combatteva contro le armate del fratello. Il suo corpo fu sepolto a Susteren.
I cronisti ci hanno descritto Sventiboldo come un crude­le tiranno; gli storici, con un giudizio più attenuato pur riconoscendo la sua grande energia, non hanno potuto fare a meno di constatare che gli mancavano la moderazione e l'autocontrollo; era un re capriccioso, impulsivo e non molto equilibrato.
I cinque anni del suo regno dettero il via, fatto normale in quell'epoca, ad un alternarsi di violenze e di caritatevoli liberalità, di confische e di restituzioni di abbazie, materia non certo abituale per gli agiografi.
Se Sventiboldo fu però onorato di un culto, questo fatto lo si deve a due sue figlie, Benedetta e Cecilia, nate dal suo matrimonio con Oda o Odegonda, figlia del conte di Sassonia, Ottone l'Illustre, ch'egli aveva sposata nell'897.
Esse dovevano diventare, l'una dopo l'altra, badesse di Susteren, dove il loro padre era stato sepolto. Considerate come Sante, venivano festeggiate il 17 agosto e il padre finì per ricevere anche lui un culto nell'abbazia.
La sua festa veniva celebrata il 13 ag. Si andava in pellegrinaggio alla sua tomba e le reliquie si diceva facessero guarire il mal di denti.
(Autore: Jacques Choux - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Sventiboldo, pregate per noi.


*San Vigberto - Abate (13 agosto)

Martirologio Romano: A Fritzlar nell’Assia, ora in Germania, San Vigberto, sacerdote e abate, a cui San Bonifacio affidò la cura del monastero del luogo.
San Vigberto (Wigberto o Wigbert) è un abate di Fritzlar, vicino a Kassel.
Si pensa che fosse inglese di nascita e sia stato monaco nel monastero anglosassone di Glastonbury.
San Vigberto è stato uno dei discepoli di San Bonifacio, all’epoca dell’evangelizzazione della Germania.
La tradizione ci racconta che San Bonifacio nel 723 aveva abbattuto l’albero di Thor a Fritzlar. San
Vigberto con il legno di quell’albero fece erigere una cappella, e un anno dopo fondò in quel luogo un convento di monaci. San Bonifacio lo volle primo abate dell’abbazia e anche direttore della scuola annessa. Alcuni anni dopo san Vigberto fondò anche l’abbazia di Ohrdruf in Turingia. Dal 737 divenne abate di questo monastero. In questa sede fondò una scuola per quelle persone, che volevano propagare la fede cristiana in Turingia.
Vigberto morì a Fritzlar nel 738, fu sepolto nella Basilica che era stata eretta in sostituzione della cappella che aveva costruito con il legno di Thor.
Durante le guerre sassoni, nel 774 le sue spoglie furono traslate a Buraburg, poi vennero portate a Hersfeld, dove San Vigberto venne eletto il patrono di questa città.
Oggi di San Vigberto rimangono solo poche reliquie. Vigberto è rappresentato con una roncola e con un tralcio di vite, grazie ad una storia miracolosa, che è stata tramandata nei secoli. Si narra che un giorno venne a mancare il vino per la santa Messa. Vigberto prese un tralcio di vite appena tagliato, la spremette con le mani dentro il calice e ne sgorgò del vino.
Anche se in alcuni luoghi viene ricordato nel giorno 23 maggio, la sua festa liturgica, nel Martirologio romano è stata fissata nel giorno 13 agosto.
(Autore: Mauro Bonato - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Vigberto, pregate per noi.

*Altri Santi del giorno (13 agosto)

*San
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.

 
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