Santi del 13 Aprile - Istituto Aveta

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Santi del 13 Aprile

Il mio Santo > I Santi di Aprile

*Sant'Albertino da Montone - Abate (13 aprile)

Montone, 1250 (?) - Fonte Avellana, 13 aprile 1294
Martirologio Romano: Nel monastero di Fonte Avellana nelle Marche, Beato Albertino, eremita e priore di una comunità di eremiti, che preferì la solitudine agli onori e cercò di riconciliare città tra loro nemiche.
Nato a Montone nell'Umbria verso la metà del sec. XIII, si fece monaco nell'eremo di Fonte Avellana.
Eletto Priore, quasi contemporaneamente fu scelto dai suoi monaci quale Priore Generale della Congregazione Avellanita che servì con saggezza e santità di vita.  Fu uomo di pace.
Intere popolazioni e comuni in discordia ritrovarono la fratellanza per la sua paziente e generosa mediazione.
Eletto vescovo di Osimo, vi rinunciò per umiltà e amore per la solitudine.
Morì a Fonte Avellana il 13 aprile 1294 dove il suo sepolcro è meta continua di pellegrinaggi che ne invocano l'intercessione.
(Autore: Elisabetta Nardi - Fonte: Enciclopedia dei Santi)  
Giaculatoria - Sant'Albertino da Montone, pregate per noi.  


*San Caradoco - Eremita nel Galles (13 aprile)

Martirologio Romano: A Saint-David in Galles, San Carádoco, sacerdote ed eremita, che abbandonò la corte regia, dove era suonatore d’arpa, quando vide che i cani vi erano amati più degli uomini, e imparò dall’abate Teliavo a servire Dio.
Nato a Brycheiniog, ebbe accurata educazione e fu menestrello alla corte di Rhys ab Tewdwr,
re del South Wales (1077-93); ma, incolpato dello smarrimento di due levrieri favoriti del re, cadde in disgrazia e fu addirittura minacciato di morte: decise allora di dedicarsi al servizio di Dio, «che apprezza gli uomini più dei cani».
Ricevuta la tonsura a Llandaff, servì nella chiesa vescovile, ritirandosi poi a vita semieremitica presso San Cenydd, a Gower.
Passò dopo alcuni anni a Menevia, dove fu ordinato sacerdote, e di lì tornò in solitudine nell'isola di Ary (forse Barry Island, Llanrian), che fu costretto ad abbandonare per le i continue incursioni normanne, finché il vescovo di San Davids gli assegnò la cella fondata da Sant'Ismaele (Sant'Issel) a Haroldston, dove morì nel 1124, in fama di santità (tra l'altro per il suo eccezionale potere sulle bestie feroci).
Fu sepolto con grandi onori nella cattedrale di San Davids, dove si vedono ancora i resti del suo sarcofago.
Papa Innocenzo III, in una lettera dell'8 maggio 1200 (Potthast, n. 1047), ordinò ad alcuni abati di fare ricerche sulle virtù e sui miracoli di Caradoco, al quale è dedicata la chiesa di Lawrenny.
In un calendario della chiesa di Llanbadarn Fawr (Cardiganshire), il 13 aprile figura la memoria: Cradoci episcopi et confessoris; ma questo presunto Cradoco, vescovo della «Cambria», non è che un doppione di Caradoco.

(Autore: Justo Fernández Alonso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Caradoco, pregate per noi.


*Santi Carpo, Papilo, Agatonica e Compagni - Martiri (13 aprile)

m. Pergamo (Asia), 170 o 250 circa
Emblema:
Palma, Rogo
Martirologio Romano: A Pergamo nell’Asia, nell’odierna Turchia, Santi Martiri Carpo, Vescovo di Tiatira, Pápilo, diacono, Agatoníca, sorella di Papilo, e molti altri, che per la loro Beata professione di fede ricevettero la corona del martirio.
Gli “Acta” relativi ai Santi martiri Carpo, Papilo, Agatonica e loro compagni sono sicuramente tra i più attendibili nella storia della cristianità, anche se purtroppo non è ben chiara la datazione della persecuzione di cui rimasero vittime, cioè sotto il regno di Marco Aurelio (161-180), piuttosto che sotto Decio (249-251).
Carpo era vescovo di Gurdos in Lidia, mentre Papiro era diacono di Tiatira, nella medesima provincia, ed Agatonica sua sorella: furono portati davanti al governatore romano di Pergamo ed
invitati a mangiare la carne che era stata offerta agli idoli.
Carpo però replicò: “Io sono un cristiano, venero Cristo, Figlio di Dio, che è venuto nel mondo negli ultimi tempi per la nostra salvezza […] ma a questi idoli non offro sacrificio”.
Subiti ulteriori interrogatori fu infine condannato alla flagellazione.
Anche Papilo rispose in modo simile al governatore: “Fin dalla giovinezza servo il Signore e non ho mai offerto sacrifici agli idoli: sono cristiano e nient’altro puoi sentire da me all’infuori di questo, poiché non c’è parola più grande e più bella di questa che io possa dire”.
Dopo che anche Papiro fu torturato, venne nuovamente chiesto loro di consumare la carne utilizzata per i sacrifici pagani ed al loro rifiuto furono condannati a morire bruciati sul rogo. Ancora in punto di morte Carpo affermò: “Sii benedetto, o Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, che ti sei degnato di far partecipe della tua gloria anche me peccatore”.
Agatonica era una madre cristiana che patì la persecuzione nel medesimo periodo: a chi la esortava a salvare la propria vita per il bene dei suoi figli rispose: “Mio figlio ha Dio che può avere pietà di lui, perché è lui che provvede a tutte le creature”. Fu così destinata a subire la stessa sorte di suo fratello Papilo e del vescovo Carpo, con la medesima motivazione.
L’antichità del culto dei tre martiri è attestata dalla “Storia ecclesiastica” del celebre Eusebio di Cesarea e dal Breviario Siriano.
Il Martyrologium Romanum accolse in seguito tale memoria ponendola al 13 aprile ed aggiungendovi dei presunti numerosi compagni di martirio.
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)  
Giaculatoria - Santi Carpo, Papilo, Agatonica e Compagni, pregate per noi.

 

*Sant'Ermenegildo - Martire (13 aprile)
m. 585
Vissuto nel VI secolo, era figlio di Leovigildo, il primo re di Spagna visigoto e, come tutti i visigoti, era seguace di Ario. Il suo matrimonio con una cattolica provocò tensioni a corte e re esiliò Ermenegildo e sua moglie a Siviglia.
Qui, il giovane si convertì la cattolicesimo e tentò di sconfiggere il padre con l’aiuto dei Bizantini degli Svevi.
Gettato in carcere a Tarragona, rifiutò di ricevere la Comunione dalle mani di un vescovo ariano e per questo fu giustiziato.
Figura molto controversa, il giudizio su di lui è stato volte severo, a volte più o meno comprensivo. San Gregorio Magno, ad ogni modo, mette in rilievo il suo incontrovertibile martirio. É patrono della Spagna.
Patronato: Spagna
Etimologia: Ermenegildo = dono del dio Irmin, dal tedesco
Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Tarragona in Spagna, Sant’Ermenegildo, martire, che, figlio di Leovigildo re dei Visigoti seguace dell’eresia ariana, si convertì alla fede cattolica per opera del vescovo san Leandro; rinchiuso in carcere per essersi ribellato alla volontà del padre rifiutandosi di ricevere la comunione da un vescovo ariano nel giorno della solennità di Pasqua, per ordine del padre stesso morì sotto un colpo di scure.  
Sant’Ermenegildo, patrono della Spagna, e suo fratello Reccaredo erano figli di Leovigildo, primo re dei Visigoti in terra spagnola, e di Teodosia, sua prima consorte.
Si ignora la data esatta della sua nascita, collocabile comunque verso la metà del VI secolo.
Sin dalla giovinezza fu educato nell’arianesimo, confessione eretica professata dai suoi padri.
I Visigoti, originari della Scandinavia, nel III secolo scesero sulle rive del Danubio e le coste settentrionali del Mar Nero, ove furono convertiti all’arianesimo da Ulfila (+383).
Nato in Germania, nipote di prigionieri cristiani stanziati in Cappadocia, egli fu per oltre quarant’anni loro vescovo missionario, che li catechizzò con la traduzione gotica della Bibbia.
Quando nel 376, incalzati dagli Unni, si stanziarono in Tracia come federati dell'impero, erano ormai completamente arianizzati.
In quel tempo gli imperatori Costanzo e Valente tentavano di imporre l’erronea dottrina di Ario come religione di stato.
Dai Goti di Ulfila l’arianesimo fu trasmesso come patrimonio nazionale a tutti i popoli germanici orientali che, nel V secolo, irruppero entro i confini dell’impero.
Anche quando, sotto il regno San Teodosio I il Grande, venne adottata ufficialmente per legge dall’impero la fede nicena, la chiesa dell’arianesimo germanico continuò imperterrita a ritenere che il Figlio di Dio fosse solamente simile al Padre e non ugualmente eterno come Lui, a ripudiare la speculazione trinitaria e cristologica dei teologi greci, ad usare la lingua germanica nelle funzioni liturgiche, a riconoscere al sovrano il potere di nomina dei vescovi e di convocazione dei sinodi ed infine a considerare le chiese quali proprietà di chi aveva concesso il suolo per la loro edificazione.
Nei Balcani i Visigoti giunsero presto ad un aspro conflitto con i loro protettori bizantini, il maltrattamento da parte dei funzionari imperiali provocò un sommossa e nel 378 l’imperatore Valente rimase sconfitto e ucciso nella battaglia di Adrianopoli.
Gli sforzi compiuti dal suo successore Teodosio il Grande, come più tardi dal patriarca di Costantinopoli San Giovanni Crisostomo, per indurre i Visigoti ad accogliere la dottrina del concilio di Nicea, ebbero purtroppo scarso successo.
Presso di loro l’arianesimo si mantenne così ancora per lungo tempo, quando ormai il popolo, dopo aver percorso e devastando la Grecia e l’Italia, si conquistò una nuova patria nella Gallia
meridionale e nella Spagna nel 419.
Sorse così il primo regno germanico indipendente sul suolo dell’impero romano.
Leovigildo, sovrano astuto, ariano convinto, trattò i suoi sudditi cattolici ancora col massimo rigore e talvolta anche con crudeltà, perché temeva che potessero minare l’assolutezza del suo potere.
Dopo la morte di Teodosia, egli sposò Gosvinda, vedova di suo fratello Atanagildo e madre di Brunechilde, andata sposa al re di Austrasia Sigiberto.
La loro figlia Ingunda, cattolica assai fervente, fu sposata nel 579 da Ermenegildo, che il padre aveva accuratamente allevato nella fede ariana arianesimo ed aveva poi associato con Reccaredo al governo del regno sin dal 573.
Politicamente Leovigildo fu soddisfatto di tale matrimonio, che costituiva un maggiore legame con i Franchi, del cui appoggio necessitava al fine di consolidare il suo potere in Spagna.
Gosvinda, invece, acerrima ariana, prese a manifestare apertamente tutto il suo odio contro la nuora cattolica.
Pretendeva ad ogni costo che ella si facesse ribattezzare secondo il rito ariano, ma Ingunda rimase ferma nelle sue convinzioni e non ne volle minimamente sapere, neppure quando la suocera la afferrò per i capelli, la spogliò delle vesti e la immerse in una piscina.
“Mi basta - le rispose fiera - di essere stata purificata una volta dal peccato originale, con un salutare battesimo e di avere confessato la Santissima Trinità una e senza ineguaglianza di persone: ecco ciò che dichiaro di credere di tutto cuore.
Mai rinuncerò alla mia fede”.
Ingunda non solo mantenne fermamente il suo proposito, ma si adoperò con tutto il suo cuore e con tutte le sue forze per convincere suo marito ad abbracciare la retta fede nicena.
Per porre termine ai frequenti litigi a corte, causati dall’appartenenza della nuora alla religione cattolica, Leovigildo pensò di allontanare Ermenegildo e mandarlo a Siviglia in Andalusia.
Quel forzato trasferimento si rivelò invece provvidenziale per suo figlio, che incontrò proprio in tale città colui che sarebbe stato il suo catechista e che avrebbe coadiuvato Ingunda nell’opera della sua conversione: il vescovo San Leandro.
Questi, nato a Cartagena da una famiglia greco-romana molto religiosa, aveva abbracciato sin da giovane la vita monastica prima a San Claudio di Leon, poi a Siviglia, ove la famiglia si era trasferita.
La solida formazione ricevuta lo aveva reso capace di divenire l’artefice dell’avvenire del suo paese in campo culturale e religioso.
Eletto metropolita di Siviglia nel 579, aprì una scuola per studi dogmatici, artistici e scientifici, molto frequentata ai suoi tempi.
Di questo apprezzatissimo centro culturale furono allievi anche i due figli di Leovigildo, ma soltamente sull’erede al trono in un primo momento Leandro riuscì ad esercitare un benefico influsso, inducendolo infatti a ricevere il battesimo niceno.
Da quel momento Ermenegildo non poté che diventare il capo della fazione cattolica, con conseguente grande ira di suo padre che, mal consigliato da Gosvinda, non esitò a ricorrere ad ogni mezzo affinché l’arianesimo prevalesse, guadagnando alla sua causa persino qualche vescovo e condannando alla prigione ed all’esilio tutti coloro che, come Leandro, tennero testa alle sue violenze.
Durante la lunga lotta tra padre e figlio, il santo vescovo fu mandato da Ermenegildo a Costantinopoli per implorare l’aiuto presso l’imperatore bizantino.
Lo sventurato padre finì con l’assediare Siviglia dal 583 per quasi due anni finché il figlio, esaurita ogni risorsa, chiese aiuto ai bizantini in procinto di attaccare la Spagna.
Il padre, credendo che suo figlio fosse fuggito, prese d’assalto la città.
L’esercito imperiale, lasciatosi corrompere da Leovigildo, non gli prestò l’aiuto promesso, motivo per cui ad Ermenegildo non restò che rifugiarsi a Cordova, ove fu fatto prigioniero dal padre e quindi esiliato a Valenza. Lo fece poi trasferire in un carcere di Terragona, dove venne decapitato il 13 aprile 585 per essersi rifiutato di ricevere la comunione da un vescovo ariano.
Con la tragica scomparsa di Ermenegildo, le legazioni di Leandro a Costantinopoli mutarono in una vera e proprio condizione di esilio, durante la quale strinse amicizia con l’apocrisario della Santa Sede, San Gregorio Magno, che proprio su sua insistenza scrisse i “Moralia in Job”.
L’esilio di Leandro non durò però a lungo, giacché Leovigildo morendo lo raccomandò alla benevolenza di Reccaredo, suo successore.
Non appena poté fare ritorno a Siviglia, Leandro si dedicò alla conversione degli ariani, a cominciare dalla famiglia reale.
Reccaredo, animato dalla gloriosa testimonianza di suo fratello, si convertì alla fede cattolica e favorì con ogni mezzo la conversione del suo popolo.
Gosvinda invece non ne volle assolutamente sapere e si pose a capo di una rivolta ariana contro il sovrano, ma vedendosi presto sconfitta si tolse la vita. Reccaredo, riportate tre brillanti vittorie sui vescovi ariani sostenuti dal re burgundo Gontrano, convocò nel 589 il terzo Concilio di Toledo in cui consegnò la sua professione di fede ortodossa scritta nelle mani dei vescovi presenti e decretò il ritorno all’unità politico-religiosa dei popoli dei Goti e degli Svevi.
L’anno successivo Leandro apprese che il suo amico Gregorio era stato eletto al sommo pontificato e gli mandò le sue felicitazioni, informandoli degli ultimi notevoli progressi della fede cattolica nella penisola iberica.
Figura molto controversa, il giudizio degli storici su Ermenegildo è stato volte severo, a volte più o meno comprensivo.
San Gregorio Magno, ad ogni modo, mise in rilievo il suo incontrovertibile martirio subito in odio alla fede cattolica.
Su intercessione del re Filippo II, nel 1585 il pontefice Sisto V concesse alla Spagna di poter celebrare la festa del santo sovrano nella data della morte, dopodichè Urbano VIII estese tale memoria alla Chiesa Universale ed ancora oggi la nuova edizione del Martyrologium Romanum riporta al 13 aprile il martire Sant’Ermenegildo.
É infine degno di nota, in quanto dedicato alla memoria del santo, l’Ordine Militare di Sant’Ermenegildo istituito dal re Ferdinando VII di Spagna il 28 novembre 1814 e destinato a ricompensare il servizio reso dai militari in Spagna e nelle Indie.
L’Ordine si divide in tre classi: Cavalieri di Gran Croce, Cavalieri di seconda classe e Cavalieri di terza classe. La decorazione consiste in una croce patente d’oro, smaltata di bianco, sormontata dalla corona reale.
Caricato in cuore uno scudetto d’azzurro con l’immagine di Sant’Ermenegildo.
Lo scudetto risulta circondato dal motto “Premio a la constancia militare”; nel retro la cifra del sovrano.
Il nastro dell’Ordine è di bianco al palo di rosso.
L’iconografia è solita rappresentare il santo con tutte le insegne tipiche dei martiri e dei sovrani: palma, ascia, scettro, corona.
Celebri sono due sue raffigurazioni pittoriche: “Trionfo di Sant’Ermenegildo” di Francisco de Herrera, custodita presso il Museo del Prado, e “Sant’Ermenegildo in carcere” di Francisco Goya y Lucientes, presso il Museo Lazaro Galdiano in Madrid. Non mancano però anche icone orientali, in quanto il Santo è talvolta venerato anche dalle Chiese Ortodosse.
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)  
Giaculatoria - Sant'Ermenegildo, pregate per noi.


*Beati Francesco Dickenson e Miles Gerard - Martiri (13 aprile)

Scheda del Gruppo a cui appartengono i Beati Francesco Dickenson e Miles Gerard:
“Beati Martiri di Inghilterra, Galles e Scozia” (Beatificati nel 1886-1895-1929-1987)

+ Rochester, Inghilterra, 13 aprile 1590
I sacerdoti Francis Dickenson e Miles Gerard, martiri inglesi, furono beatificati nel 1929.
Martirologio Romano: A Rochester in Inghilterra, Beati Francesco Dickenson e Milone Gerard, sacerdoti e martiri, che, tornati in patria dal Collegio Inglese di Reims per esercitarvi clandestinamente il ministero sacerdotale, sotto la regina Elisabetta I furono sospesi alla forca e sottoposti ad altre atroci torture.  
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)  
Giaculatoria - Beati Francesco Dickenson e Miles Gerard, pregate per noi.

 

*Beato Giacomo (Jacopo) da Certaldo - Religioso (13 aprile)
m. 1292
Certaldo è celebre per essere la patria dello scrittore Giovanni Boccaccia, della Beata Giulia della Rena (i corpi di ambedue si conservano nella chiesa dei Santi Michele e Giacomo in pieno centro storico), e del Beato Giacomo (Jacopo).
Quest'ultimo nacque dl cavaliere Albertino di Guido nel XIII secolo. La tradizione locale identifica il luogo della sua prima dimora appena fuori Certaldo tra il fiume Elsa e il torrente Casciano in una vecchia casa con torre chiamata Palagietto (a metà della torre fu posto per ricordo un busto in rilievo del Beato con in testa la mitria).
Si racconta che il Beato Giacomo fin da bambino manifestasse una chiara vocazione monastica, poco interessato alle cose del mondo preferiva appartarsi in solitudine per meditare e stare in compagnia di Gesù.
Presto conobbe i monaci Benedettini Camaldolesi che dimoravano in un'abbazia vicino alla sua casa, quando poi i genitori decisero di trasferirsi stabilmente in un'altra abitazione a Volterra frequentemente il giovane Giacomo visitava l'abbazia camaldolese di San Giusto non lontano dalla nuova casa.
Desiderando diventare monaco ed ottenuto il permesso dal padre, nel 1230 L'Abate Martino lo rivestì dell'abito bianco camaldolese. Devotissimo alla Madonna e a S. Michele Arcangelo il giovane monaco fu per tutti modello di preghiera e mortificazione attraverso l'obbedienza ai superiori e la pratica costante dei suoi doveri quotidiani. Poiché amava molto Dio,faceva molte
penitenze volontarie per dominare gli appetiti della carne e rimanere costantemente concentrato nel Signore che pregava fervidamente di voler accettare i suoi poveri sacrifici per la salvezza del suo prossimo: dormiva sulla nuda terra, digiunava, vegliava, sopportava il freddo e il fastidio del cilicio sulla pelle.
Nove anni dopo essere diventato monaco fu nominato rettore di una parrocchia che dipendeva dal monastero, nel 1268 fu eletto abate della comunità, carica che accettò dopo molte insistenze e alla quale dopo alcuni anni rinunciò per tornare a occuparsi della parrocchia che tenne fino alla morte.
L'esempio del Beato spinse due membri della sua famiglia a ritirarsi in un monastero come oblati, prima il padre Albertino poi il fratello Ingeramo, che morirono confortati e assistiti dal Beato Giacomo.
Nel 1292 anche il Beato Giacomo morì e subito iniziò la sua venerazione da parte dei fedeli per i quali in seguito fu eretto un altare in suo onore nella chiesa del monastero.
I miracoli concessi da Dio per intercessione del Beato furono molti: già il giorno prima che il Beato morisse una donna di Volterra che aveva una cancrena alla mammella non potendo incontrare il Beato che era in fin di vita, si raccomandò ugualmente a lui che le apparve miracolosamente in abito da medico con un vasetto di unguento in mano con il quale le unse la parte malata guarendola completamente. Una donna volterrana che aveva subito una paralisi del braccio destro fu guarita dopo essere andata a posare il braccio sopra la tomba del Beato.
Un certo Pietro di Volterra in viaggio con il fratello fu sorpreso da alcuni briganti che lo ferirono gravemente e uccisero il fratello.
Quando arrivarono i soccorsi Pietro chiese di essere portato davanti alla tomba del Beato che dopo insistenti preghiere apparve in abito bianco e lo guarì. Un uomo di San Gimignano dopo aver pregato il Beato Giacomo riacquistò l'udito che aveva perso da quattro anni e fece voto di recarsi ogni anno alla sua tomba come ringraziamento. Una donna indemoniata fu portata dai suoi parenti al sepolcro del Beato, fu liberata e tornò a casa benedicendo il Signore.
Oggi le reliquie del corpo del Beato Giacomo si possono venerare presso il Santuario Mariano di San Francesco a Volterra nell'altere della cappella della Santa Croce di proprietà dei conti Guidi parenti dello stesso Beato.
Coloro che vorranno fare un pellegrinaggio presso le reliquie del Beato Giacomo, la cui festa si celebra il 13 aprile di ogni anno, non devono dimenticare, prima di ripartire verso casa, di venerare l'immagine miracolosa della Madonna dei Maremmani, detta Madonna di San Sebastiano, Patrona di Volterra, incoronata daDl Beato Pio IX Papa durante il suo viaggio in Toscana. Maria Santissima, Madre Dio e Madre nostra, e il Beato Giacomo da Certaldo ci ottengano la grazia di amare nostro Signore sopra ogni altra cosa per raggiungere la beatitudine eterna e portare la vera pace tra gli uomini.
(Autore: Paolo Ficcadenti - Fonte: Enciclopedia dei Santi)  
Giaculatoria - Beato Giacomo da Certaldo, pregate per noi.


*Beato Giovanni Bernardo Rousseau (fratel Scubilione) - Religioso Lasalliano (13 aprile)
Annay-la-Côte, Borgogna, Francia, 22 marzo 1797 – Sainte-Marie, Isola de La Réunion, 13 aprile 1867
Giovanni Bernardo Rousseau (fratel Scubilione), nacque il 22 marzo 1797 ad Annay-la-Côte nella Bretagna, dipartimento dell'Yonne (Francia), primogenito dei quattro figli di un tagliapietre. Istruito dal parroco, nonostante le difficoltà causate dalla Rivoluzione, venne indirizzato all'Istituto dei Fratelli delle Scuole Cristiane (Lasalliani), del quale condivideva l'ideale di dedicarsi all'educazione dei giovani.
Dopo il noviziato a Parigi (nel 1822 aveva indossato l'abito religioso, prendendo il nome di fratel Scubilione), nel 1826 ottenne l'abilitazione all'insegnamento e fu mandato nella comunità di Poitiers. Nel 1827 emise i voti perpetui.
Dopo aver insegnato a Chinon, nell'aprile 1833 accolse l'invito a recarsi nell'Isola di Réunion: parte degli abitanti era costituita da schiavi che lavoravano nelle piantagioni di caffè e canna da zucchero. Ad essi, nei 34 anni che trascorse a La Réunion, fratel Scubilione si dedicò con particolare attenzione.
Si spostò nel tempo in varie località dell'isola aprendo scuole e curando la catechesi. Morì il 13 aprile 1867 a Sainte-Marie. Fu proclamato Beato il 2 maggio 1989. (Avvenire)
Martirologio Romano: Nell’isola di Réunion nell’Oceano Indiano, Beato Scubilione (Giovanni Bernardo) Rousseau, religioso dell’Istituto dei Fratelli delle Scuole Cristiane, che istruì instancabilmente i fanciulli e diede aiuto ai poveri e speranza agli schiavi.
Giovanni Bernardo Rousseau, nacque il 22 marzo 1797 ad Annay-la-Côte nella Bretagna, dipartimento dell’Yonne (Francia), primogenito dei quattro figli del tagliapietre Bernardo Rousseau e di Regina Pelletier; il neonato fu battezzato il giorno stesso della nascita in casa dei nonni e quasi di nascosto, perché le chiese erano chiuse a causa delle note vicende della Rivoluzione Francese.
La famiglia trasferitasi a Tharoiseau, sempre in Borgogna, era di modeste condizioni economiche, ma capace di educare i figli nella laboriosità e pietà religiosa.
Giovanni Rousseau ricevé la Prima Comunione, probabilmente anche la Cresima, intorno ai 10 anni, ciò costituì l’inizio di una vita cristiana più intensa; fu guidato spiritualmente dal parroco, l’abate Petitier, che l’aiutò nello studio, forse con l’intento di avviarlo al sacerdozio.
Ma il 19 aprile 1811, morì il parroco e Giovanni perse l’insegnante e l’opportunità di studiare, visto che a Tharoiseau non c’erano altri insegnanti e dall’inizio della Rivoluzione, non era stato più riorganizzato l’insegnamento.
Solo sette anni dopo, il 4 ottobre 1818, arrivò un nuovo parroco che riprese l’insegnamento a Giovanni, giunto a quasi 22 anni; quando poi fu riaperta una scuola a Tharoiseau, visto il gran numero di studenti, Giovanni Rousseau fu scelto come aiutante del maestro.
Impegnato in questo compito, continuò a coltivare una religiosità attiva e il desiderio di dedicarsi a Dio più completamente; il parroco visto l’età non più giovanissima, aveva 25 anni e la scarsa formazione ricevuta, preferì indirizzarlo all’Istituto dei Fratelli delle Scuole Cristiane, fondato nel 1683 da San Giovanni Battista de La Salle (1651-1719), invitandolo a visitare la loro comunità di Auxerre, dove venne accolto con molta simpatia.
Dopo aver così conosciuto ed ammirato i Fratelli Lasalliani, visto che anche lui condivideva il loro ideale di dedicarsi completamente all’educazione dei giovani, unitamente alla preghiera, scelse di entrare a far parte della Congregazione.
Il 9 novembre 1822, Giovanni Bernardo Rousseau, partì per il Noviziato dei Fratelli delle Scuole Cristiane a Parigi; il 24 dicembre indossò l’abito religioso, prendendo il nome di fratel Scubilione (nome del santo monaco compagno di s. Paterno, vescovo di Avranches); nell’anno trascorso a Parigi, egli poté approfondire la pedagogia dei Fratelli e lo spirito religioso del santo Fondatore.
Per il secondo anno di noviziato, a partire dal 4 novembre 1823, fu mandato nella comunità di Alençon, dove si occupò anche della cucina e del giardino; il 15 settembre 1825 pronunciò i voti triennali che precedevano, secondo le regole di allora, quelli perpetui.
Nel 1826 conseguì l’abilitazione all’insegnamento e fu mandato nella comunità di Poitiers, con l’incarico di istruire i piccoli, realizzando così il suo sogno di apostolato nella scuola.
Visto le sue buone disposizioni e desiderando fratel Scubilione legarsi definitivamente all’Istituto Lasalliano, gli fu concesso di abbreviare il tempo dei tre anni dei voti temporanei e così il 27 settembre 1827, nel ritiro di Nantes, emise i voti perpetui di castità, povertà, obbedienza, stabilità nell’Istituto e dell’insegnare gratuitamente. Negli anni 1831 e 1832 insegnò a Chinon, alla prima classe della scuola, che contava più di 80 alunni.
Nell’aprile 1833 accolse con gioia l’invito a recarsi nell’Isola di Réunion, per evangelizzare quella popolazione, l’isola in quel tempo aveva il nome di Bourbon; e parte degli abitanti era costituita da schiavi che lavoravano nelle piantagioni di caffè e canna da zucchero.
Si imbarcò il 20 aprile 1833 insieme ad un gruppo di Fratelli, e dopo 85 giorni di navigazione, con un solo scalo all’Isola Maurizio, sbarcò nel porto di St.-Denis a La Réunion, il 15 luglio 1833; da allora vi rimase fino alla morte, senza mai allontanarsene.
L’isola vulcanica fa parte dell’arcipelago delle Mascarene ed è situata nell’Oceano Indiano, a 600 km ad est del Madagascar; fu scoperta nel 1505 dal portoghese Mascarenhas, da cui prese il nome di Mascarena, passato poi a designare l’arcipelago.
Occupata stabilmente dai francesi nel 1649, fu ribattezzata Bourbon in onore della Casa Reale di Francia; nel 1644 fu data in concessione alla Compagnia delle Indie, che ne iniziò la valorizzazione popolandola di schiavi e introducendo la coltivazione del caffè e successivamente quella della canna da zucchero.
Annessa alla Corona di Francia nel 1767, mutò poi il nome in “La Réunion” nel 1793, a ricordo della riunione dei Marsigliesi e delle Guardie Nazionali, il 10 agosto 1792, nei primi avvenimenti della Rivoluzione Francese.
Nel secolo XIX, prima con Napoleone, poi con gli inglesi e di nuovo con i francesi, il nome dell’isola divenne “Bonaparte” (1806), Bourbon (1810), La Réunion (1848), questi ultimi due cambiamenti avvennero nel periodo della permanenza di fratel Scubilione nell’isola (1833-1867). Dal 1946 forma un Dipartimento d’Oltremare della Francia, la religione è prevalentemente cattolica.
Nei 34 anni che trascorse a La Réunion, fratel Scubilione divise il suo tempo fra incarichi domestici e scolastici, ai quali aggiunse un apostolato paziente e proficuo, sollecitato dai bisogni spirituali di una popolazione estremamente povera e sottosviluppata, a forte maggioranza creola, cioè di discendenti dei coloni francesi e nativi del luogo.
Si spostò nel tempo in varie località dell’isola, a Saint-Benoit e a Saint-Paul (1833-1843); a Saint-Leu (1843-1850); alla Possession (1850-1855); a Saint-Denis (1855-1856); a Sainte-Marie (1856-1867), aprendo scuole e curando la catechesi di fanciulli e adulti, ricorrendo ad ingenui ma efficaci espedienti pedagogici.
Compose perfino un sommario nella lingua locale creola, adattandolo alla mentalità di quella gente di cultura limitata, nel contempo si dedicò all’assistenza dei più poveri e degli ammalati.
Però il campo prediletto dell’apostolato di fratel Scubilione fu l’assistenza agli schiavi, dando loro un’istruzione, organizzò per loro la scuola serale di catechismo, andando di porta in porta a chiedere ai padroni, di concedere agli schiavi un’ora di tempo la sera, per istruirli.
Quando il 20 dicembre 1848, la Francia ripristinò per l’isola l’antico nome di La Réunion e diede la libertà ai circa sessantamila schiavi delle piantagioni, i quali vivevano in condizioni miserevoli, fratel Scubilione profuse il suo impegno nel campo sociale, per sollevarli materialmente e
spiritualmente, tanto da attivarsi fra l’altro, alla costituzione di una Società di Mutuo Soccorso.
A Sainte-Marie, a Saint-Leu, andava nelle campagne a cercare gli ex schiavi non ancora battezzati, per prepararli a ricevere il Battesimo; si calcola che ne trovò circa 600, tutti istruiti e poi battezzati.
Negli ultimi anni, oltre ad insegnare ai bambini, prese anche a condurre la vita domestica delle varie Case, curando il guardaroba e la cantina, e a La Possession ebbe anche la funzione di vicedirettore.
Il 14 dicembre 1856, arrivò nella cittadina di Sainte-Marie, dove lavorò, con il suo consueto impegno e zelo a favore di bambini e adulti, gli ultimi undici anni della sua vita; quando nel 1859 l’isola fu devastata dal colera, fratel Scubilione si prodigò senza sosta nel soccorrere gli ammalati.
Consumato dalle fatiche e gravemente malato, fratel Scubilione morì il 13 aprile 1867 a Sainte-Marie, dopo 34 anni di missione; i suoi funerali furono un trionfo per la partecipazione di una immensa folla.
Nel 1839 i suoi resti mortali, furono traslati dal cimitero di Sainte-Marie, nella Casa dei Fratelli delle Scuole Cristiane a Saint-Denis, la capitale dell’isola.
Il 30 maggio 1981 fu introdotto il processo di beatificazione; a seguito dell’approvazione, l’8 maggio 1987, di un miracolo attribuito alla sua intercessione, fratel Scubilione (Giovanni Bernardo Rousseau) fu proclamato Beato il 2 maggio 1989, da Papa Giovanni Paolo II, a Saint-Denis nell’Isola de La Réunion, durante il suo 41° viaggio apostolico, che toccò oltre l’isola anche Madagascar, Zambia e Malawi.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Decisamente strano e inconsueto il nome, Scubilione, che gli avevano assegnato; ancora più impegnativo il cognome, Rousseau, che portava. Ma lui con il filosofo svizzero aveva ben poco da spartire, perché era semplicemente figlio di un umile tagliapietre della Borgogna. Contemporaneo della Rivoluzione francese, nasce nel 1797 e viene battezzato di nascosto nella casa del parroco, circondato dall’ acceso e sanguinoso clima della persecuzione religiosa. Mamma gli insegna a vivere da buon cristiano e il piccolo impara in fretta e bene; il parroco, oltre a fargli catechismo, gli insegna anche a leggere e scrivere.
A 14 anni va a fare il pastore per aiutare la famiglia, anche se sente di essere chiamato ad altro; intanto frequenta la chiesa con assiduità, prega, ha una devozione particolare per la passione di Gesù. Anche se povero di nozioni e con uno scarso bagaglio culturale, è intelligente e ha un forte ascendente sui bambini e così il parroco gli chiede di fare l’aiutante del maestro nella rudimentale scuola elementare che è stata aperta di fianco alla chiesa parrocchiale. E’ qui che gli nasce in cuore il desiderio di dedicarsi interamente all’istruzione della gioventù, e così a 25 anni entra nel noviziato dei Lasalliani, a Parigi. Insieme all’abito religioso gli danno il nome strano e difficile dell’antico monaco Scubilione, mentre lui cerca di fare propria la spiritualità del fondatore e di avvicinarsi sempre più a Dio con la preghiera e la penitenza.
E deve riuscire piuttosto bene in questo sforzo, se per strada o al mercato la gente lo chiama “il santo”, semplicemente osservando come si comporta, come prega, come si mette a disposizione degli altri. Secondo lo specifico carisma dei Fratelli delle Scuole Cristiane, si dedica all’insegnamento, anche se è molto timido ed ha coscienza dei suoi limiti culturali; ma dove non arriva con i suoi mezzi supplisce egregiamente la grazia di Dio.
A 36 anni i superiori appagano il suo desiderio di andare in missione e lo mandano nell’isola La Reunion nell’Oceano Indiano. Fratel Scubilione raggiunge la sua destinazione dopo 84 giorni di navigazione, senza neppure passare prima a salutare la mamma.
Qui resterà fino alla morte, continuando a fare catechismo ai bambini, girando da una scuola all’altra, bussando ad ogni porta per seminare un po’ di bene. L’isola, a quell’epoca, è caratterizzata ancora dal fenomeno della schiavitù, e Fratel Scubilione insegna catechismo agli schiavi, anche trecento per sera: spesso attirandosi le ire dei padroni, ma raccogliendo la simpatia ed il rispetto delle gente. La fama di santo, infatti, l’ha seguito anche quaggiù e il solo vederlo pregare è più eloquente di ogni predica.
Il suo insegnamento è semplice, come semplice è la gente che deve istruire, e perché imparino a memoria le verità principali della fede gliele fa anche cantare, con versetti semplici e melodici, che gli schiavi possono intonare a squarciagola mentre sono nei campi a lavorare. Non si tira indietro e sfida anche il pericolo del colera per curare, consolare, confortare i moribondi. La gente lo osserva, lo ammira, lo ama. E lo piange come uno di famiglia, quando il 13 aprile 1867 muore breve malattia. Giovanni Bernardo Rousseau – Fratel Scubilione – è stato beatificato da Giovanni Paolo II° nel 1984.
(Autore: Gianpiero Pettiti – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giovanni Bernardo Rousseau, pregate per noi.


*Beati Giovanni Lockwood e Edoardo Catherick - Martiri (13 aprile)

Scheda del Gruppo a cui appartiene:
"Beati Martiri di Inghilterra, Galles e Scozia" - Beatificati nel 1886-1895-1929-1987

+ York, Inghilterra, 13 aprile 1642
Beatificati nel 1929.
Martirologio Romano: A York sempre in Inghilterra, Beati Giovanni Lockwood e Edoardo Catherick, sacerdoti e martiri sotto il re Carlo I, il primo dei quali, di ottantasette anni e già due volte sfuggito alla condanna capitale per il suo sacerdozio, volle precedere sul patibolo il più giovane e affranto compagno, per incoraggiarlo al glorioso martirio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Beata Ida di Boulogne - Contessa (13 aprile)

1046 - 13 aprile 1113
Nata nel 1046, sposò il conte di Boulogne, al quale diede tre figli diventati illustri: Goffredo di Buglione, comandante della prima Crociata e conquistatore di Gerusalemme, di cui fu il primo re cristiano, Eustachio III che succedette al padre come conte di Boulogne e Baldovino, a sua volta re di Gerusalemme dopo il fratello; ebbe anche varie figlie.
Si era sposata a 17 anni, per obbedire ai genitori; il marito non ostacolò mai la sua attività religiosa e la sua carità. Volle allattare essa stessa i figli nella speranza che ricevessero col primo nutrimento la disposizione alla religione; e quando crebbero ne curò personalmente l’educazione.
Disprezzava le vanità, il futile splendore mondano; mortificava il corpo sotto il ricco abito che portava per forza. Spargeva i suoi doni sui bisognosi d’ogni sorta: indigenti, malati, pellegrini, vedove, orfani. La sua delizia era occuparsi di loro.
Ma altresì si occupava delle chiese da restaurare e salvare dalla distruzione.
Morto il conte suo marito, poté disporre liberamente dei suoi beni e fondare diversi monasteri.
Ebbe un direttore di coscienza eccezionale, sant’Anselmo, futuro arcivescovo di Canterbury, sotto la cui influenza favorì la riforma monastica nelle Fiandre.
Non prese l’abito benedettino, come si è creduto, ma ottenne da sant’Ugo l’aggregazione
spirituale a Cluny, così da potersi considerare oblata secolare dell’Ordine benedettino. Morì il 13 aprile 1113. Molti fatti gloriosi della prima Crociata furono attribuiti alle sue preghiere.
Martirologio Romano: Nel monastero di Santa Maria presso Wast nella regione di Boulogne in Francia, Beata Ida, che, vedova di Eustachio conte di Boulogne, rifulse per la sua generosità verso i poveri e per lo zelo del decoro della casa di Dio.
Sposa di Eustachio II, conte di Boulogne, Ida fu madre di Eustachio III, di Goffredo di Buglione e di Baldovino, re di Gerusalemme. Grande benefattrice delle chiese e dei poveri, dopo la morte del marito fondò diversi monasteri: Saint-Wulmer a Boulogne per i Canonici Agostiniani, Saint-Michel-du-Wast per i monaci cluniacensi. Fece considerevoli donazioni alle abbazie di Saint-Bertin, Bouillon e Afflighem, favori la riforma di Cluny sotto l'influenza di Sant' Anselmo di Canterbury che con lei rimase in corrispondenza epistolare. Questo particolare sottolinea il ruolo che il santo arcivescovo ebbe nella riforma monastica nelle Fiandre.
Ida non prese l'abito benedettino, come si è creduto (Holweck, p. 500), ma ottenne da s. Ugo l'aggregazione spirituale a Cluny, cosi da potersi considerare oblata secolare dell'Ordine Benedettino. Morì il 13 aprile 1113 e fu sepolta nella chiesa di Wast (notiamo che molte notizie biografiche leggono, a torto, Saint-Waast, invece di Wast). Nel 1669 le sue reliquie vennero trasferite presso i Benedettini del S.mo Sacramento a Parigi, i quali le portarono con loro quando, nel 1808, si stabilirono a Bayeux, luogo in cui sono ancora custodite (una reliquia, tuttavia, venne lasciata a Wast).
La festa di Ida che si celebrava nell'antica diocesi di Boulogne, venne poi autorizzata nelle diocesi di Arras e di Bayeux, quando queste adottarono il rito romano. La commemorazione della Santa si trova in molti calendari medievali al 13 aprile Pure in quel giorno si ricorda la beata Ida di Lovanio, di cui si ignora però la data della morte.
Per la Santa madre di Goffredo di Buglione non si ha una rappresentazione iconografica ben caratterizzata, anche perché scarse sono le figurazioni che si hanno di lei. Tra queste, in genere assai tarde, è degna di nota la scultura lignea del settecentesco Georg Ueblherr nella chiesa austriaca di Engelszell che rappresenta la santa in adorazione del crocifisso.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Beata Ida di Lovanio - Monaca a Val-des-Roses (13 aprile)
Sec. XIII
Martirologio Romano:
Nel monastero cistercense di Roosendaal nel Brabante, nell’odierna Olanda, Beata Ida, vergine, che patì molto da parte del padre prima di entrare nella vita monastica e con l’austerità di vita imitò nel suo corpo la passione di Cristo.
Vissuta nel XIII secolo, era figlia di un ricco mercante di vini che viveva nella operosa e dotta città di Lovanio e che, preoccupato solo di ammassare ricchezze e di assaporare i beni terreni, si contrariò molto quando la figlia, a diciott’anni, gli disse che intendeva farsi monaca: non le diede il consenso e la fece soffrire molto.
Ida, già nota per la sua condotta di vita e i fenomeni mistici che si raccontavano nei suoi riguardi, alla fine riuscì a convincere il duro genitore.
Entrò nell’abbazia cistercense di Val-de-Roses presso Malines, si dedicò alla preghiera, alla contemplazione e ai lavori manuali, tra i quali prediligeva la trascrizione dei libri; ma non rifiutava mai le incombenze più umili, sempre disponibile al servizio delle consorelle.
I fenomeni mistici continuarono, con ripetute estasi e le furono attribuiti diversi prodigi e numerose conversioni. Morì il 13 aprile di un anno intorno al 1290.
(Fonte: Giornale di Brescia)
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*Beata Margherita da Città di Castello - Domenicana (13 aprile)

Metola, 1287 - Città di Castello, 1320
Nacque cieca, a Metola, presso Città di Castello (Pg).
I genitori, dopo aver chiesto invano il miracolo della guarigione, abbandonarono la bimba, che alcune donne del popolo raccolsero e ospitarono a turno.
Più tardi fu allontanata da un monastero, perché la sua vita suonava come severo rimprovero a religiose dissipate e tiepide.
Allora Margherita si rivolse al Terz'Ordine della penitenza di San Domenico ed abbracciò con generosità il programma di preghiera e di penitenza fino all'incontro definitivo con Cristo.
Nutrì tenera devozione per la sacra Famiglia. Il suo corpo incorrotto si venera nella chiesa di San Domenico a Città di Castello.
Martirologio Romano: A Città di Castello in Umbria, Beata Margherita, vergine delle Suore della Penitenza di San Domenico, che, sebbene cieca e storpia fin dalla nascita e abbandonata dai suoi genitori, confidò sempre in cuore suo nel nome di Gesù.
Margherita nacque cieca e storpia. Appena l’intelligenza della bimba cominciò ad aprirsi, si vide però di quali tesori di grazia era stata arricchita.
Ai genitori, benché nobili e ricchi, parve un peso troppo grave e umiliante questa figlioletta priva della vista e d’ogni bellezza, e cosi un giorno, dopo averla condotta alla vicina Città di Castello per implorare la guarigione da un santo Francescano li molto venerato, vedendo che le loro suppliche restavano senza risposta, l’abbandonarono in chiesa, e se ne tornarono a casa.
Margherita non pianse, non si disperò, e con un atto eroico di completa fiducia in Dio, lo invocò, quale Padre degli orfani.
Fu questo il principio di mirabili ascensioni che a poco a poco fecero risplendere intorno alla povera abbandonata, un’aureola di santità.
Dopo prove e umiliazioni ricevette con giubilo l‘Abito del Terz’ Ordine di San Domenico, raggiungendo nella sua breve vita di trentatré anni un grado di altissima perfezione, tutta conforme all’ideale dell’Ordine.
La coraggiosa penitenza dette vigore al suo spirito per applicarsi ad una perseverante preghiera, che aprì a lei i tesori della celeste sapienza.
Aveva imparato a memoria l’intero Salterio e ne spiegava i più reconditi sensi.
Fece, senza rumore, un gran bene alle anime, e tutti ricercavano la sua santa compagnia.
Fu devotissima del mistero dell’incarnazione, e dopo morte, avvenuta il 13 aprile 1320, le furono trovate nel cuore tre perle, sulle quali erano scolpite l’immagine di Gesù, della Madonna e di San Giuseppe.
Il suo corpo incorrotto si trova nella chiesa di San Domenico a Città di Castello.
Papa Paolo V, nel 1609, concesse ai Domenicani di quella città la Messa e l’Ufficio propri. Il 6 aprile 1675 Papa Clemente X estese tale privilegio a tutto l’Ordine. Nel 1988 il locale Vescovo di Urbino e Città di Castello l’ha proclamata Patrona Diocesana dei non vedenti.
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)  
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*San Marice (13 aprile)
Di lui si sa poco.
Fu dichiarato protettore di Cannaiola di Trevi (in Umbria) il 13 Aprile 1647.
Il corpo del Santo Martire fu traslato da Roma nella quarta domenica di maggio dell’anno 1648, sotto il pontificato di Innocenzo X.
I resti del Santo si conservano in un urna collocata sotto una statua in pastiglia e legno che lo raffigura, situata all’interno della parrocchiale di Cannaiola, e più precisamente sul lato destro per chi entra in chiesa dalla porta maggiore.
All’interno della parrocchiale, dedicata a San Michele Arcangelo, si trova anche il corpo del Beato Pietro Bonilli.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Martino I - Papa e Martire (13 aprile)

Todi, sec. V - Chersonea, Crimea, 16 settembre 655
(Papa dal 07/649 al 16/09/655)
Fu eletto Papa nel periodo delle ultime controversie cristologiche. Per la difesa della fede in Cristo vero uomo e vero Dio, fu esiliato dall'imperatore bizantino Costanzo II in Crimea (Akherson, Ucraina), dove morì fra molti stenti. (Mess. Rom.)
Etimologia: Martino = dedicato a Marte
Emblema: Palma
Martirologio Romano: San Martino I, Papa e Martire, che condannò nel Sinodo Lateranense l’eresia monotelita; quando poi l’esarca Calliopa per ordine dell’imperatore Costante II assalì la Basilica Lateranense, fu strappato dalla sua sede e condotto a Costantinopoli, dove giacque prigioniero sotto strettissima sorveglianza; fu infine relegato nel Chersoneso, dove, dopo circa due anni, giunse alla fine delle sue tribolazioni e alla corona eterna.
Originario di Todi e diacono della Chiesa romana, Martino fu eletto al soglio pontificio dopo la morte di papa Teodoro (13 maggio 649) e mostrò subito una mano molto rma nel reggere il timone della barca di Pietro. Non domandò né attese infatti il consenso alla sua elezione dell'imperatore bizantino Costante II che l'anno precedente aveva promulgato il Tipo, un documento in difesa della tesi eretica dei monoteliti.
Per arginare la diffusione di questa eresia, tre mesi dopo la sua elezione, papa Martino indisse nella basilica lateranense un grande concilio, al quale furono invitati tutti i vescovi dell'Occidente.
La condanna di tutti gli scritti monoteliti, sancita nelle cinque solenni sessioni conciliari, provocò la rabbiosa reazione della corte bizantino. L'imperatore ordinò all'esarca di Ravenna, Olimpio, di recarsi a Roma per arrestare il papa. Olimpio volle assecondare oltre misura gli ordini imperiali e
tentò di fare assassinare il papa dal suo scudiero, durante la celebrazione della Messa a S. Maria Maggiore. Nel momento di ricevere l'ostia consacrata dalle mani del pontefice, il vile sicario estrasse il pugnale, ma fu colpito da improvvisa cecità.
Probabilmente questo fatto convinse Olimpio a mutare atteggiamento e a riconciliarsi col santo pontefice e a progettare una lotta armata contro Costantinopoli. Nel 653, morto Olimpio di peste, l'imperatore poté compiere la sua vendetta, facendo arrestare il papa dal nuovo esarca di Ravenna, Teodoro Calliopa.
Martino, sotto l'accusa di essersi impossessato illegalmente dell'alta carica pontificia e di aver tramato con Olimpio contro Costantinopoli, venne tradotto via mare nella città del Bosforo.
Il lungo viaggio, durato quindici mesi, fu l'inizio di un crudele martirio. Durante i numerosi scali, a nessuno dei tanti fedeli accorsi a incontrare il Papa fu concesso di avvicinarlo. Al prigioniero non era data neppure l'acqua per lavarsi.
Giunto il 17 settembre 654 a Costantinopoli, il papa, steso sul suo giaciglio sulla pubblica via, venne esposto per un giorno intero agli insulti del popolo, prima di venire rinchiuso per tre mesi in prigione. Poi iniziò il lungo ed estenuante processo, durante il quale furono tali le sevizie da far mormorare all'imputato: "Fate di me ciò che volete; qualunque morte mi sarà un beneficio".
Degradato pubblicamente, denudato ed esposto ai rigori del freddo, carico di catene, venne rinchiuso nella cella riservata ai condannati a morte.
Il 26 marzo 655 fu fatto partire segretamente per l'esilio a Chersonea in Crimea. Patì la fame e languì nell'abbandono più assoluto per altri quattro mesi, finché la morte lo colse, fiaccato nel corpo ma non nella volontà, il 16 settembre 655.
(Autore: Piero Bargellini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)  
Giaculatoria - San Martino I, pregate per noi.


*San Marzio - Abate in Alvernia (13 aprile)

Secondo Gregorio di Tours, Marzio nacque in Alvernia tra il 440 e il 445. Nel 460 Si ritirò in cima a un monte chiamato Clermont e ivi visse da eremita. Alcuni discepoli vennero a unirsi a lui, e poiché il loro numero aumentava, nel 470 egli fondò un monastero, degno di nota per la sua osservanza.
Ricevette poi l'ordinazione sacerdotale e godette del dono di compiere guarigioni miracolose.
Alla sua morte, che avvenne nel 530, le spoglie furono sepolte con onore nell'oratorio del monastero dove avvennero molti miracoli ad attestare la sua santità.
Il monastero di Clermont divenne più tardi una dipendenza dell'abbazia di St-Allyre e sussistette sino alla fine del XVIII sec.
Quanto a Marzio, di cui erroneamente più tardi si disse che era stato vescovo di Clermont, il suo culto fu conservato in Alvernia.
Il Proprio di Clermont segnala la sua festa il 13 aprile.
(Autore: Rombaut Van Doren – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Marzio, pregate per noi.

 

*Sant'Orso di Ravenna - Vescovo (13 aprile)
+ 13 aprile 425 ca.
Patronato:
Pellicciai e conciatori
Etimologia: Bastone pastorale, Mitria
Martirologio Romano: A Ravenna, Sant’Orso, vescovo, che trasferì la sede episcopale di Classe in questa città e dedicò la chiesa cattedrale nel giorno di Pasqua in onore della Santa Anástasis; nello stesso giorno qualche anno più tardi anche egli passò alla gloria della resurrezione.
Sant’Orso, vescovo di Classe, trasferì definitivamente la sede episcopale a Ravenna attorno al 402, quando l’imperatore Onorio per ragioni di sicurezza strategica pose nella medesima città la capitale dell’impero d’Occidente.
Nel catalogo episcopale della Chiesa ravennate il nome di Orso precede immediatamente quello di Pier Crisologo, quindi presupponendo l’esattezza di tale fonte l’episcopato di Orso si collocherebbe all’inizio del V secolo.
In Ravenna Orso edificò la “ecclesia catholica, cioè la cattedrale, detta poi in suo onore “basilica Ursiana”, dedicandola all’Anastasi di Nostro Signore nel giorno di Pasqua.
Secondo Agnello, Orso morì dopo ventisei anni di episcopato il 13 aprile di un anno attorno al 425.
La sua memoria era però celebrata in Ravenna il giorno di Pasqua, anniversario della dedicazione per sua mano della basilica Ursiana.
Una tradizione vuole che Orso fosse di origini siciliane, fattore che spiegherebbe la disffusione del culto di santi siciliani in Ravenna sin dal V secolo.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Orso di Ravenna, pregate per noi.


*Beato Rolando Rivi - Seminarista, Martire (13 aprile)  
San Valentino, Castellarano, Reggio Emilia, 7 gennaio 1931 – Piane di Monchio, Modena, 13 aprile 1945
«Domani un prete di meno», questa la motivazione che venne data dal commissario politico della formazione partigiana garibaldina che uccise nel 1945 il seminarista Rolando Rivi di 14 anni.
Ci furono molte vittime fra il clero italiano durante la Seconda guerra mondiale e la guerra civile. Vittime dei nazisti, come don Giuseppe Morosini (1913-1944), accompagnato al supplizio dal Vescovo che lo aveva ordinato sacerdote, il futuro Cardinale Luigi Traglia (1895-1977), oppure come tanti sacerdoti e parroci assassinati dai partigiani e militanti comunisti, anche oltre il 25 aprile, come don Umberto Pessina (1902-1946).
Scrisse il Vescovo di Reggio Emilia, Beniamino Socche (1890-1965), nel suo diario: «…la salma di don Pessina era ancora per terra; la baciai, mi inginocchiai e domandai aiuto (…).
Parlai al funerale (…) presi la Sacra Scrittura e lessi le maledizioni di Dio per coloro che toccano i consacrati del Signore. (…) Il giorno dopo era la festa del Corpus Domini; alla processione in
città partecipò una moltitudine e tenni il mio discorso, quello che fece cessare tutti gli assassinii. Io  ̶  dissi  ̶  farò noto a tutti i Vescovi del mondo il regime di terrore che il comunismo ha creato in Italia».
In Emilia Romagna e soprattutto nel «Triangolo della morte» (Bologna, Modena, Reggio Emilia) perirono barbaramente 93 sacerdoti e religiosi; la maggior parte a seguito delle vendette dei «rossi». Fra le vittime anche Rolando Rivi, colpevole di indossare la talare.
Il Papa, il 27 marzo scorso, ha autorizzato la Congregazione delle Cause dei Santi a promulgare i Decreti riguardanti 63 nuovi Beati e 7 nuovi Venerabili: molti sono martiri della guerra civile spagnola, dei regimi comunisti dell’Europa Orientale e del nazismo. Fra di loro c’è anche il giovane seminarista, del quale libri di storia e mass media hanno debitamente taciuto… per non sporcare l’ “eroica” memoria della Resistenza rossa.
Rolando Maria Rivi nacque il 7 gennaio 1931 a San Valentino, borgo rurale del Comune di Castellarano (Reggio Emilia), in una famiglia profondamente cattolica. Brillante e vivace, di lui si diceva:  «o diventerà un mascalzone o un santo! Non può percorrere una via di mezzo». Con la prima Comunione e la Cresima divenne maturo e responsabile. Rolando, ogni mattina, si alzava presto per servire la Santa Messa e ricevere la Comunione. All’inizio di ottobre del 1942, terminate le scuole elementari, entrò nel Seminario di Marola (Carpineti, Reggio Emilia). Si distinse subito per la sua profonda fede. Amante della musica, entrò a far parte della corale e suonava l’armonium e l’organo.
Quando stava per terminare la seconda media, i tedeschi occuparono il Seminario e i frequentanti furono mandati alle loro dimore. Rolando continuò a sentirsi seminarista: la chiesa e la casa parrocchiale furono i suoi luoghi prediletti. Sue occupazioni quotidiane, oltre allo studio, la Santa Messa, il Tabernacolo, il Santo Rosario. I genitori, spaventati dall’odio partigiano, invitarono il figlio a togliersi la talare; tuttavia egli rispose: «Ma perché? Che male faccio a portarla? Non ho voglia di togliermela. Io studio da prete e la veste è il segno che io sono di Gesù».
Questa pubblica appartenenza a Cristo gli fu fatale. Un giorno, mentre i genitori si recavano a lavorare nei campi, il martire Rolando prese i libri e si allontanò, come al solito, per studiare in un boschetto. Arrivarono i partigiani, lo sequestrarono, gli tolsero la talare e lo torturarono. Rimase tre giorni loro prigioniero, subendo offese e violenze; poi lo condannarono a morte. Lo condussero in un bosco, presso Piane di Monchio (Modena); gli fecero scavare la sua fossa, fu fatto inginocchiare sul bordo e gli spararono due colpi di rivoltella, una al cuore e una alla fronte. Poi, della sua nera e immacolata talare, ne fecero un pallone da prendere a calci. Era venerdì 13 aprile 1945.
(Autore: Cristina Siccardi - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Nella primavera del 1977, preparando l’esame di abilitazione in filosofia, mi imbattei in un libro di Mino Martelli, Una guerra, due resistenze (Ed. Paoline, Alba, 1976), che, tra l’altro, narrava la storia di un seminarista di Reggio Emilia, ucciso dai partigiani comunisti. Immaginai subito che doveva essere un ragazzo esemplare – Rolando Rivi, questo il suo nome – che meritava di conoscere più a fondo, e mi proposi, una volta terminati i miei studi di allora, di occuparmene per saperne di più.
A scuola presi a narrare di Rolando ai miei allievi che ne rimanevano commossi e pensosi. Finalmente nel 1991, cominciai a muovermi e mi trovai presto a contatto di persone che lo avevano conosciuto assai da vicino: alcuni suoi compagni di Seminario, i suoi maestri, alcuni familiari, persino il suo papà. La figura di Rolando apparve ai miei occhi in tutta la sua bellezza e il suo fascino singolare.
Un uomo appassionato
Seppi che il suo papà si chiamava Roberto Rivi ed era nato a S. Valentino di Castellarano (Reggio Emilia), il 30 ottobre 1903, primo di numerosi fratelli. Crebbe, alla scuola di mamma Anna, una donna di fede ardente, a pregare ogni giorno la Madonna con il Rosario e a incontrare tutte le domeniche Gesù nella S. Messa e Comunione. La sua guida era il parroco don Jemmi.
Dopo le elementari, Roberto rimase a casa a lavorare la campagna e a testimoniare la fede cristiana tra la sua gente. A 20 anni, prestò servizio militare, passando anche alcuni mesi a Zara, nell’Istria, assai lontano da casa, vivendo in ambienti difficili, sempre in fedeltà a Gesù, a costo di qualsiasi sacrificio.
A metà degli anni ’20, era rientrato in famiglia a S. Valentino, proprio nel periodo in cui la Chiesa, guidata da Papa Pio XI, organizzava la gioventù nell’Azione Cattolica: anche Roberto fece parte di quei giovani appassionati. Ogni giorno, con la mamma Anna, partecipava alla Messa con la Comunione. Lo farà sino all’ultimo giorno della sua vita, preparandosi alla Comunione quotidiana con la Confessione settimanale e la preghiera personale.
Ventiquattrenne, Roberto aveva incontrato Albertina e la sposò, deciso a farsi una famiglia, che avesse come centro Gesù, Luce, Amore e Guida.
Quindi erano venuti i figli che furono la sua più grande gioia.
Il piccolo chiamato
Il 7 gennaio 1931, gli nacque Rolando che si dimostrò subito un figlio speciale. A 5 anni, il piccolo già serviva la Messa al parroco don Olinto Marzocchini, e si vedeva che gli piaceva proprio stare in chiesa a pregare e a cantare le lodi del Signore.
Nella festa del Corpus Domini, 16 giugno 1938, Rolandino ricevette la I Comunione e fu davvero per lui festa umile e solenne: Gesù diventava il suo intimo Amico. A scuola, guidato dalla maestra Clotilde Selmi, giovane donne dalla Comunione quotidiana, preparata e tutta dedita alla sua missione di educatrice cristiana, seppe dare buoni risultati: sostenuto da una vivace intelligenza, imparava con facilità e aiutava volentieri i compagni.
Era generosissimo con i poveri di passaggio ai quali donava con larghezza, dicendo: “La carità non rende povero nessuno. Ogni povero per me è Gesù”. Il 24 giugno 1940, dal Vescovo diocesano di Reggio Emilia, Mons. Edoardo Brettoni, Rolando ricevette la Cresima. Si sentì ancora più obbligato con il Signore Gesù, “un soldato di Cristo”, come allora si diceva, e prese forti impegni con Lui: la Messa e Comunione quotidiana, la Confessione settimanale, il Rosario alla Madonna ogni giorno, da solo e in famiglia.
I suoi piccoli amici del borgo, Rolando cercava di portarli in chiesa, al catechismo, davanti al Tabernacolo, per crescere nella fede e nell’amore al Signore. Papà Roberto si chiedeva: “Chi mai sarà questo bambino?”. Rolando finì le elementari in modo brillante. La maestra ricorderà sempre “i suoi occhi vivi, espressivi al massimo, cui non sfuggiva nulla, la sua intuizione immediata, la logica serrata dei suoi ragionamenti, la sua ottima memoria”.
A lui, però, ciò che più importava, era il rapporto, intenso, sempre più intenso con Gesù. Il sacerdote all’altare – don Narzocchini, sua guida e modello di vita – quando consacrava il Pane e il Vino nella Messa, gli appariva grande da toccare il Cielo: “Perché – si domandava – non avrebbe potuto essere come lui?”.
S. Pio X, il papa dell’Eucaristia ai bambini in giovanissima età, un giorno previde: “Ci saranno tanti ragazzi santi e tanti chiamati al sacerdozio, grazie a Gesù Eucaristico adorato e santamente ricevuto da loro”.
Per tutta la prima metà del secolo XX – e oltre – grazie a una pedagogia davvero eucaristica da parte delle parrocchie e dell’Azione Cattolica, la “profezia” di S. Pio X si è avverata largamente: lo scrivente, ricercatore di “santità giovane”, lo può ampiamente documentare, appoggiandosi anche sulla testimonianza scientifica e teologica di illustri Maestri della psicologia, del dogma e dell’ascetica cristiana, quali P. Agostino Gemelli, P. Garrigou-Lagrange, il Card. Pietro Palazzini (si veda il testo di L. Castano, Santità giovanile, LDC, Torino, 1989).
Ebbene, proprio nell’ambito della profezia di S. Pio XII, Rolando Rivi, decenne, a contatto di Gesù vivo nel Tabernacolo e del suo parroco don Marzocchini, vero “sacerdos propter Eucaristiam”, sentì la voce di Gesù che lo chiamava alla santità e al sacerdozio. A 11 anni, decise: “Voglio farmi prete. Papà, mamma, vado in Seminario”.
Così all’inizio dell’ottobre 1942, entrò in Seminario, a Marola (Reggio Emilia), vestendo subito l’abito talare, come allora si usava. Studiava con serietà e, con la sua bella voce, faceva parte del coro. Stava assai volentieri davanti all’Eucaristia, appassionato sempre di più della sua vocazione, sentendosi un prediletto di Dio.
A casa, in vacanza, durante l’estate, continuava a vivere da seminarista, con fedeltà ai suoi impegni, la Messa e la Comunione quotidiana, la meditazione al mattino, la visita al SS.mo Sacramento e il Rosario alla Madonna, ogni sera, in una vita di studio e di purezza, e facendo apostolato tra i compagni. Portava sempre con orgoglio l’abito religioso, spiegando: “È il segno che io sono di Gesù”.
Suonava in chiesa l’harmonium e accompagnava i cantori, tra i quali il suo ottimo papà, Roberto Rivi, fiero di cantare con il suo “tesoro” che si preparava, più convinto che mai, a diventare “un altro-Gesù” nel sacerdozio. Lo si vedeva spesso circondato da piccoli amici, con i quali il discorso era caldo di luce e di amore: voleva raccoglierli tutti attorno a Gesù, insegnare loro ad amarlo come Lui solo merita di essere amato.
Giovanissimo martire
Ha testimoniato di lui un suo compagno di Seminario, ora prete e parroco: “Rolando era vivace e svelto in tutti i giochi, a pallone a pallavolo. Il campione della classe, della sua camerata. Attentissimo a scuola, molto studioso, esemplare, innamoratissimo di Gesù. Tutto in lui era superlativo. Si stava volentieri con lui: contagiava gioia e ottimismo. Era l’immagine perfetta del ragazzo santo, ricco di ogni virtù, portata nella vita quotidiana all’eroismo”.
Papà Roberto era orgoglioso che il buon Dio gli avesse dato un figlio così e già pregustava la gioia di vederlo sacerdote. Ma nel 1944, il Seminario, a causa della guerra, fu chiuso. Rolando, rientrato in famiglia a S. Valentino, viveva, nonostante le difficoltà, la sua stessa vita ardente e luminosa, intessuta di preghiera e di studio, di amore intenso a Gesù Eucaristico, di pietà mariana.
Il momento era difficilissmo, per le scorribande di tedeschi, fascisti e partigiani; l’odio alla Chiesa e ai preti diffuso e rabbioso. Venne a sostituire il parroco, un givoane curato, don Alberto Camellini. Rolando con i suoi amici seminaristi di S. Valentino, diceva spesso: “Preghiamo per tornare al più presto in Seminario. Quando sarò prete, partirò come missionario a portare Gesù a quelli che non lo conoscono”.
Non temeva né derisione né minacce – che non gli mancavano – segnato a dito, come “il pretino”. A chi gli chiedeva di vestire come gli altri ragazzi, rispondeva: “Non posso lasciare la mia veste: è il segno che io appartengo al Signore”.
Il 10 aprile 1945, finì in mano a un gruppo di partigiani comunisti a Monchio (Modena). Lo portarono nella loro base e lo processarono come un colpevole (colpevole della sequela Christi!). Poi emisero la sentenza: “Uccidiamolo, avremo un prete in meno”. In un bosco, presso Piane di Monchio, dopo averlo percosso e malmenato senza pietà, gli scavarono la fossa… Mentre Rolando, inginocchiatosi, pregava il suo Gesù per sé, per i suoi genitori, forse per gli stessi aguzzini, questi lo presero a calci, poi, con due colpi di rivoltella al cuore e alla fronte, lo finirono barbaramente.
Era il 13 aprile 1945, un venerdì, quando Rolando Rivi, a 14 anni appena, fu freddato nel clima di odio contro la Chiesa e i sacerdoti.
L’indomani, papà Roberto e don Camellini ritrovarono il suo corpo martoriato. Sepolto provvisoriamente a Monchio, un mese dopo, tornava a S. Valentino tra la sua gente in lacrime che guardava a lui, come a un piccolo angelo, della razza dei martiri, uccisi dai senza-Dio, dai primi secoli cristiani a quelli contemporanei della Russia, del Messico e della Spagna. Sulla sua tomba, papà Roberto fece scrivere le parole da lui composte: “Tu che dalle tenebre e dall’odio fosti spento, vivi nella luce e pace di Cristo”.
Al di là dell’odio
Su quell’immane tragedia, papà Roberto disse soltanto: “Perdono”. Era straziato, ma con la sua fede grandissima riprese a vivere infondendo coraggio ai suoi e illuminando il dolore con la preghiera incessante, sentendosi quasi chiamato a compiere il bene al posto di Rolando.
Il martirio del figlio seminarista lo spinse a fondo, a impegnarsi in prima persona, negli anni del dopoguerra affinché l’Italia non cadesse sotto un’altra dittatura, e a costruire una società cristiana. Nel tempo del conflitto, gli erano morti al fronte, lontanissimo da casa, i due fratelli Rino e Adolfo, e in casa, la sorella Lina. Negli anni che verranno, altri lutti e dolori proveranno la sua forte tempra e la sua fede invincibile.
Stupiva chi lo avvicinava, persino i sacerdoti che lo stimavano e ne amavano la compagnia, e la sorella suora. “Con tutto quanto ha patito, come piò essere così forte e sereno?”. La sua risposta era la Croce di Cristo. Così papà Roberto portava la sua fede davanti a chiunque, sempre “uno con Gesù”: nella famiglia, nel lavoro, nei rapporti sociali, nel modo di intendere le cose e le scelte quotidiane. Una vera mentalità di fede, la sua, tradotta nelle opere, in semplicità e letizia.
Gli anni passavano e la sua esistenza si faceva sempre più traboccante di preghiera: la Messa e la Comunione quotidiana, in un colloquio prolungato con Gesù, per la Chiesa, per i sacerdoti, per la conversione del mondo, fino al punto di riconoscere, con il suo amico don Ugolini: “Io starei sempre davanti al Signore del Tabernacolo”.
La via Crucis diventò la sua preghiera prediletta: la ripeteva anche sette volte al giorno, tenendo la foto di Rolando tra le mani, ricordando al divino Sofferente i suoi familiari, gli amici, i sacerdoti e… coloro che gli avevano fatto del male.
Il 22 ottobre 1992, a 89 anni, papà Roberto rivedeva il suo Rolando e i suoi cari che lo avevano preceduto in Paradiso. Chi lo ha conosciuto di persona o semplicemente lo ha sentito qualche volta per telefono è rimasto incantato dalla sua fede granitica e dolce: anche lui, la sua vita, come Rolando, l’aveva consumata per Gesù, nostro Re e Signore.
“Un angelo della terra”
Raccolte numerose testimonianze su Rolando, abbiamo pubblicato la sua biografia: “Un ragazzo per Gesù” (Ediz. Del Noce, Camposampiero – PD – 1997).
Il volumetto si è diffuso per ogni dove e continua a diffondersi.
Il 29 giugno 1997, solennità dei SS. Pietro e Paolo, Apostoli e i più grandi Martiri della Fede cattolica, dal cimitero, la salma di Rolando è stata traslata nella chiesa di S. Valentino, dove era stato battezzato ed era sbocciata la sua vocazione al sacerdozio. Da quel giorno, la sua tomba è diventata meta di pellegrinaggio da ogni parte d’Italia e da più lontano, e luogo di preghiera.
Nell’aprile del 2001, i giornali hanno parlato a lungo di un bambino inglese di tre anni, James Blacknel, guarito dalla leucemia per l’intercessione di Rolando. Da allora sono assai frequenti le testimonianze di grazie, guarigioni e celesti favori ottenuti da chi lo prega. Si tratta di umile gente, ma anche di uomini di cultura che si rivolgono a lui, certi di essere esauditi (Gente, 31 maggio 2001, pp. 113-115; Famiglia Cristiana, 17 giugno 2001, pp. 72-73; Il giornale, 13 aprile 2002, p. 31, oltre le pubblicazioni locali dell’Emilia e della Toscana).
Nel settembre 2002 e nel settembre 2003, si sono svolti a S. Valentino due convegni per ricordarlo e approfondire la conoscenza della sua nobile figura che emerge sempre più luminosa e affascinante nello splendore del martirio. Anche l’Osservatore Romano ha scritto più volte di lui (12 aprile 2000; 16 gennaio 2004). Il 7 maggio 2000, nella solenne celebrazione dei martiri del XX secolo, voluta a Roma da papa Giovanni Paolo II, anche Rolando Rivi è stato ricordato.
È diffusa ormai di lui una larga “fama sanctitatis”, in Italia e all’estero, fino al lontano Brasile. Il 1 Dicembre 2003, il Card. José Saraiwa Martins, Prefetto della Congregazione della Cause dei Santi, letta la piccola biografia di Rolando, or ora citata, in una lettera allo scrivente lo ha definito “splendida figura di seminarista e vero angelo della terra”, augurando che si possa al più presto iniziare la sua causa di beatificazione. Il suo esempio verrebbe a indicare l’unica via davvero affascinante per educare i ragazzi alla fede e all’amore a Cristo e far sbocciare autentiche vocazioni al sacerdozio in un vero cammino di santità.
È proprio di questo che abbiamo oggi immensamente bisogno.
Rolandi Rivi, a 14 anni, ha proclamato a fronte alta davanti al mondo che continua a perseguitare gli amici di Gesù: “Vitam et sanguinem pro Christo nostro Rege”. Solo ragazzi e giovani come lui saranno capaci anche oggi di una nuova rivoluzione cristiana davanti a cui nessuno potrà chiudere gli occhi e tanto meno chiudere il cuore.
(Autore: Paolo Risso)
Il ruolo e la sofferenza della Chiesa durante la II Guerra Mondiale
Dalla grande tragedia che fu la Seconda Guerra Mondiale, con tutto il suo strascico di orrori contro l’umanità, emergono ormai sempre più chiaramente, tante belle figure di sacerdoti, religiosi, seminaristi, laici d’Azione Cattolica, che testimoniarono la loro fede cattolica e l’amore per i fratelli sofferenti in quella situazione, a qualunque parte i belligeranti appartenessero.
Oltre gli eroi, che giustamente sono stati riconosciuti e onorati dalle Nazioni in guerra, vi furono anche eroi più silenziosi, nascosti o rimasti a lungo trascurati nel ricordo ufficiale, ma che pur diedero la loro vita per la salvezza di altri, in virtù dell’amore totale verso Dio e di riflesso verso i fratelli nell’umanità; in molti casi pagarono con la vita, la loro fedeltà a Cristo ed alla Chiesa, denunciando e lottando contro la barbarie ideologica imperante.
E la Chiesa Cattolica, fu come sempre in prima fila, per la sua posizione di ricercatrice di pace, di avvocata dei deboli, di soccorritrice in ogni sofferenza, persecuzione, ingiustizia, si trovò sempre fra le opposte ideologie totalitarie e in senso pratico fra i contendenti, sia essi invasori ed oppressori, sia perdenti ed oppressi, anche quando i ruoli si invertirono, a seguito del capovolgersi delle situazioni di guerra e delle mutate condizioni politiche.
E da ambo le parti, i suoi figli e figlie consacrati e i fedeli impegnati in ogni campo dell’apostolato, subirono alternativamente persecuzioni, arresti, torture e morte violenta.
I martiri del tempo
La Chiesa, passata la disastrosa bufera e mettendo insieme notizie, testimonianze, scritti, verificando ed approvando virtù e miracoli ottenuti per la loro intercessione, ha provveduto ad elevare alla gloria degli altari o avviando le cause per la beatificazione, molti di questi suoi figli, martiri per la fede, uccisi con le armi o lasciati morire nei famigerati campi di sterminio.
Si citano alcuni: S. Massimiliano Maria Kolbe (1894-1941), frate conventuale francescano polacco; Beato Giuseppe Kowalsky († 4 luglio 1942), salesiano polacco; santa Edith Stein (1891-1942), carmelitana olandese di origine ebrea; beato Tito Brandsma (1881-1942), carmelitano olandese; beato Marcello Callo (1921-1945), laico cattolico francese; beato Secondo Pollo (1908-1941), sacerdote italiano, cappellano degli Alpini; servo di Dio Salvo D’Acquisto (1920-1943), brigadiere dei carabinieri; servi di Dio Flavio Corrà (1917-1945) e Gedeone Corrà (1920-1945), fratelli veronesi, giovani d’Azione Cattolica; servo di Dio Gino Pistoni (1924-1944), partigiano d’Ivrea, giovane d’Azione Cattolica; servo di Dio Giuseppe Rossi (1912-1945), parroco di Castiglione d’Ossola; ecc.
La situazione in Italia
L’Italia fu particolarmente colpita dalle tragiche vicende, prima con l’affermarsi del regime fascista, con le leggi razziali, con la sciagurata alleanza col nazismo hitleriano, poi con la partecipazione alla II Guerra Mondiale, che tante vittime e distruzioni apportò al popolo italiano e infine con la perdita della guerra, il dissolvimento dell’esercito, l’invasione alleata con centinaia di bombardamenti, il ritiro delle truppe tedesche con stragi e rappresaglie sulla popolazione, la Repubblica di Salò nell’Alta Italia, il movimento della Resistenza, gli scontri sanguinosi tra fascisti, tedeschi e partigiani, la caduta definitiva del Fascismo, le vendette finali con migliaia di esecuzioni-omicidi.
È impossibile in questa limitata scheda, annoverare le vittime cattoliche innocenti o ritenute colpevoli da una delle parti contendenti, perché espletavano la carità di Cristo anche con gli appartenenti all’altra parte, oppure alzavano la voce in difesa di quanti subivano vendette, violenza e soprusi.
Il martirio della Chiesa Italiana
Ci furono vittime dei nazi-fascisti, come don Giuseppe Morosini (1913-1944), fucilato a Roma e don Pietro Pappagallo, ucciso alle Fosse Ardeatine († 24-3-1944), come i tanti parroci uccisi dai tedeschi insieme ai loro fedeli, a S. Anna di Stazzena, Boves, Marzabotto, ecc. e i tanti sacerdoti e parroci uccisi dei partigiani e militanti comunisti, anche oltre il 25 aprile 1945, come don Umberto Pessina, parroco di San Martino di Correggio († 18 giugno 1946).
In Emilia Romagna e soprattutto nel famigerato “Triangolo della morte” (Bologna, Modena, Reggio Emilia), perirono di morte violenta, vittime da ambo le parti, ben 93 sacerdoti e religiosi; la maggior parte a seguito delle vendette dei ‘rossi’ contro le ex ‘camicie nere’, fra i quali inclusero spesso anche le tonache nere, cioè i preti, a volte accusati di aver collaborato con il regime, oppure di aver aiutato qualche fascista fuggitivo.E in questo clima di strisciante Guerra Civile, bagnato dal sangue di migliaia di vittime delle vendette, s’inquadra la vicenda terrena e il martirio del quattordicenne seminarista Rolando Rivi, colpevole solo di indossare la veste talare in quel periodo di odio scatenato contro il clero, che alzava la voce a condannare in nome di Dio gli eccidi dell’immediato dopoguerra.
Rolando Rivi; le origini, la vocazione al sacerdozio
Rolando Rivi nacque il 7 gennaio 1931 a San Valentino, villaggio del Comune di Castellarano (Reggio Emilia), borgo campagnolo, posto a 300 metri d’altitudine sulle prime alture dell’Appennino, tra il torrente Tresinaro e il fiume Secchia.
Secondo dei tre figli di Roberto Rivi e di Albertina Canovi, al battesimo, amministrato dal parroco don Luigi Lemmi, gli fu imposto il nome di Rolando Maria.
Il giovane papà di 28 anni, Roberto, era figlio di Alfonso Rivi e di Anna Ferrari, che dall’inizio del Novecento, provenienti da Levizzano-Baiso, si erano trasferiti a San Valentino a lavorare la terra, e verso gli anni Venti si erano spostati nell’ampio casolare di campagna del “Poggiolo” con i loro nove figli, dei quali Roberto era il primogenito, nato nel 1903 anche lui a San Valentino.
Il papà di Rolando era cresciuto educato alla fede genuina e forte della sua mamma Anna Ferrari, e nei tempi eroici dell’Azione Cattolica degli anni Venti, aveva fatto parte dei giovani iscritti della sua parrocchia; prima di andare a lavorare nei campi, ogni mattina assisteva alla celebrazione della Messa e si accostava alla Comunione.
In questa atmosfera di forte religiosità e fede concreta, crebbe Rolando, insieme al fratello maggiore Guido e alla sorella minore Rosanna.
Sano di salute ed esuberante nel carattere, con la sua vivacità procurava spesso ansia ai genitori, ma la nonna Anna aveva intuito il suo temperamento e diceva: “Rolando o diventerà un mascalzone o un santo! Non può percorrere una via di mezzo”.
A sei anni nel 1937, iniziò a frequentare le scuole elementari e nel contempo la parrocchia; sia la maestra Clotilde Selmi, sia la catechista Antonietta Maffei, profusero nella giovane anima di Rolando l’amore per la vita, per la famiglia, per Gesù, per i fratelli, completando ed integrando l’educazione che riceveva dai suoi familiari.
Fu ammesso a ricevere l’Eucaristia quasi subito, perché era tra i fanciulli che si erano preparati meglio ed in fretta; fece la Prima Comunione il 16 giugno 1938 festa del Corpus Domini; dopo quel giorno Rolando cambiò, pur rimanendo vivace divenne più maturo e responsabile, cambiamento che si accentuò dopo aver ricevuto la Cresima il 24 giugno 1940.
Intanto il suo parroco don Olinto Marzocchini, che dal marzo 1934 aveva preso il posto del defunto parroco Lemmi, divenne il suo maestro e modello di vita, indirizzando da padre spirituale, la sua giovane e innocente anima verso la scoperta di Cristo.
Rolando si accostava ogni settimana al Sacramento della Penitenza e ogni mattina si alzava presto per servire la Messa e ricevere la Comunione.
Aveva quasi 11 anni, quando non potendo più contenere dentro di sé la voce di Gesù che lo chiamava, disse ai genitori e nonni: “Voglio farmi prete, per salvare tante anime: Poi partirò missionario per far conoscere Gesù, lontano, lontano”.
I suoi pii genitori non si opposero, e Rolando completato il ciclo delle elementari, all’inizio dell’ottobre 1942 entrò nel Seminario di Marola (Carpineti, Reggio Emilia) per le medie-ginnasio; come allora si usava, vestì subito la tonaca talare e Rolando ne fu orgoglioso, portandola con dignità e amore.
L’avvertiva come segno della sua appartenenza a Cristo e alla Chiesa e ne era fiero, e proprio l’amore che portava all’abito talare, sarà la causa della sua prematura fine.
In Seminario; la guerra entra nella sua vita; il ritorno forzato a casa
Si distinse subito per lo studio, per la bontà verso tutti, per la sua gioia verso Gesù, per le preghiere prolungate davanti al Tabernacolo; divideva con i compagni, cibo, frutta, dolci, che spesso erano portati dai suoi genitori in visita.
Amante della musica, entrò a far parte della corale e cominciò a suonare l’armonium e l’organo per rendere più solenni le cerimonie liturgiche; quando tornava a casa, aiutava i genitori nei lavori di campagna e suonando l’armonium accompagnava il coro parrocchiale, dove cantava anche il padre Roberto; organizzava i ragazzi nei giochi, partecipò ai pellegrinaggi mariani che don Marzocchini organizzava.
Intanto la guerra infuriava e anche il tranquillo villaggio di San Valentino ne era scosso; dopo l’8 settembre 1943 con la caduta di Benito Mussolini e l’occupazione della Penisola da parte dei tedeschi, si erano aggregate, specie nelle province emiliano-romagnole, formazioni partigiane, che a parte gruppi minoritari di cattolici democratici, erano in maggioranza composte da comunisti, socialisti, aderenti al Partito d’Azione, tutti accomunati oltre che dall’odio verso i fascisti, anche da una forte connotazione anticattolica.
La frangia più estrema, quella dei comunisti, non si limitava a combattere i tedeschi; vedendo nel clero un pericoloso argine al proprio progetto rivoluzionario, l’anticlericalismo diventò violento e man mano sempre più minaccioso.
Nel giugno 1944, quando Rolando finì la II Media, i tedeschi occuparono il Seminario di Marola e i seminaristi furono mandati a casa.
Anche Rolando dovette tornare a San Valentino, portando con sé i libri per poter continuare a studiare a casa e per non perdere l’anno scolastico.
Continuò a sentirsi seminarista, la chiesa e la casa parrocchiale furono i luoghi prediletti per il trascorrere del suo tempo: la Messa quotidiana con la Comunione, la meditazione, la visita pomeridiana a Gesù nel Tabernacolo, il rosario alla Madonna, suonava con letizia l’armonium; simpatico a tutti, riprese i contatti con i bambini, con i coetanei, insegnando loro a fare i chierichetti, a sera in casa, guidava vicino alla nonna, la recita del rosario.
Il parroco l’osservava compiaciuto del suo fervore, che non veniva meno fuori dell’ambiente specifico del seminario, d’altra parte Rolando Rivi non smise di portare la tonaca, pur restando a casa, in attesa di poter ritornare nel Seminario.
I genitori, spaventati da quanto succedeva nei dintorni, con le scorribande di tedeschi, fascisti e partigiani, accompagnate anche da furti, razzie e violenze, insistevano col figlio di togliersi quella benedetta veste nera, perché i tempi non erano buoni per il momento; ma Rolando rispondeva: “Ma perché? Che male faccio a portarla? Non ho voglia di togliermela”; “Io studio da prete e la veste è il segno che io sono di Gesù”.
La situazione in paese precipita
Intanto a San Valentino anche don Olinto Marzocchini era stato aggredito una notte, e giacché già altri preti (Donatelli, Ilariucci, Corsi, Manfredi), erano stati uccisi dai partigiani comunisti (nella sola provincia di Reggio Emilia si conteranno alla fine 15 sacerdoti uccisi), fu opportunamente trasferito in luogo più sicuro e al suo posto fu inviato un giovane sacerdote, don Alberto Camellini.
Rolando si trovò ancora più spaesato, venendo meno la sua guida spirituale, ma soprattutto era addolorato per la violenza che don Olinto aveva subito; comunque prese a collaborare col nuovo vice curato, con la consueta disponibilità ed entusiasmo.
In paese scoppiavano spesso discussioni politiche, alle quali non era facile rispondere, meglio tacere, ma in un’occasione in cui era presente l’adolescente seminarista, alcuni attaccarono ingiustamente la Chiesa e l’attività dei sacerdoti e Rolando con impulsività, ne prese le difese davanti a tutti senza alcuna paura. Così a quanti già l’ammiravano in paese, si alternarono taluni che lo presero a malvedere.
Trascorse così l’inverno a San Valentino, allietando e solennizzando le funzioni religiose dell’Immacolata, del Natale, dell’Epifania, con le armoniose note dell’organo da lui suonato.
Il 1° aprile 1945, Pasqua di Resurrezione, ritornò in parrocchia don Marzocchini e al suo fianco rimase il giovane curato don Capellini, e come previsto, Rolando partecipò alle solenni funzioni della Settimana Santa, alternandosi al servizio dell’altare e al suono dell’organo; il parroco insistendo, volle dargli un piccolo dono in denaro, per ricompensarlo di tutti servizi fatti in quell’intenso periodo di celebrazioni.
Il martirio del giovane seminarista
C’era ancora la guerra, ma nell’aria si avvertiva che stava finalmente avviandosi alla fine; Rolando nei giorni successivi, non mancò mai alla Messa e alla Comunione e dopo con i libri sottobraccio, nel fiorire della primavera, si spostava in un vicino boschetto a studiare.
E anche martedì 10 aprile al mattino presto, era già in chiesa per la Messa cantata in onore di s. Vincenzo Ferreri, che non si era potuta celebrare il 5 aprile, perché cadeva nell’Ottava di Pasqua, suonò e accompagnò all’organo i cantori, fra i quali suo padre; ricevette come al solito la Comunione e al termine della celebrazione, dopo aver preso accordi con i cantori per la Messa dell’indomani, ritornò a casa.
Mentre i genitori si recavano a lavorare nei campi, Rolando prese i libri e si allontanò come al solito a studiare nel boschetto, indossando sempre la sua veste nera.
A mezzogiorno, i genitori l’attendevano per il pranzo e non vedendolo si recarono nel vicino boschetto a cercarlo; trovarono a terra i libri e un biglietto: ”Non cercatelo; viene un momento con noi partigiani”.
I partigiani comunisti che l’avevano sequestrato, lo portarono nella loro ‘base’; il padre e il cappellano don Camellini, angosciati presero a cercarlo dovunque nei dintorni, intanto Rolando era stato spogliato della veste nera, che li irritava particolarmente, percosso con la cinghia sulle gambe e schiaffeggiato.
Rimase tre giorni prigioniero dei partigiani, subendo offese e violenze; davanti a quel poco più di un ragazzino piangente, qualcuno di loro mosso a pietà, propose di lasciarlo andare, perché in effetti era soltanto un ragazzo; ma altri si rifiutarono e lo condannarono a morte, per avere “un prete futuro in meno”.
Lo portarono in un bosco presso Piane di Monchio (Modena); scavata lì una fossa, Rolando fu fatto inginocchiare sul bordo e quando lui, avendo ormai compreso, singhiozzando implorò di risparmiarlo, ebbe come risposta dei calci e mentre pregava per sé e per i suoi cari, due scariche di rivoltella, una al cuore e una alla fronte, lo fecero stramazzare colpito a morte nella fossa.
Fu ricoperto con pochi centimetri di terra e foglie secche; era venerdì 13 aprile 1945 e Rolando aveva solo 14 anni e 3 mesi: la sua veste da seminarista fu arrotolata come un pallone da calciare e dopo appesa come un trofeo di guerra, sotto il porticato di una casa vicina.
Solo il giorno dopo, su indicazione di uno dei partigiani, il padre Roberto e il cappellano ritrovarono il corpo, la salma ricomposta, fu posta in una bara improvvisata e portata nella chiesa parrocchiale di Monchio per la funzione liturgica, e poi sepolta nel locale cimitero parrocchiale.
Solo dopo, il padre e il cappellano ritornarono a San Valentino a portare la notizia alla desolata madre e al villaggio; la notizia suscitò uno sgomento generale di fronte a tanta barbarie.
A guerra ultimata, il 29 maggio 1945, la salma del giovane martire fu riportata nel suo villaggio, posta in una bara bianca e fra le lacrime di tutta la popolazione, fu tumulata in località Montadella.
I suoi genitori scrissero sulla sua tomba: “Tu che dalle tenebre e dall’odio fosti spento, vivi nella luce e nella pace di Cristo”.
Rolando Rivi fu, ed è, una delle tante stelle luminose del firmamento affollato dei martiri, specie del XX secolo, che passando dalla Rivoluzione Messicana, alla Guerra Civile Spagnola, alla Rivoluzione e persecuzione in Russia o vittime delle due Guerre Mondiali, hanno testimoniato con il loro sangue innocente, la fede in Cristo seguendolo lungo il Calvario.
Dopo 60 anni, il 7 gennaio 2006, l’arcivescovo di Modena mons. Benito Cocchi, ottenuto il nulla osta dalla Santa Sede il 30 settembre 2005, ha dato inizio, nella chiesa modenese di Sant’Agostino, al processo diocesano per la beatificazione del seminarista Rolando Rivi, martire innocente, caduto sotto l’odio anticlericale e anticristiano del tempo, per aver voluto testimoniare, indossando l’abito talare fino all’ultimo, la sua appartenenza a Cristo.
E' stato beatificato a Modena il 5 ottobre 2013.
La ricorrenza liturgica per le diocesi di Reggio Emilia-Guastalla e di Modena-Nonantola è stata fissata al 29 maggio.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Rolando Rivi, pregate per noi.


*San Sabas Reyes Salazar - Martire Messicano (13 aprile)

Scheda del Gruppo cui appartiene:
“Santi e Beati Martiri Messicani” (Cristoforo Magallanes Jara e 24 compagni)

Cocula, Jalisco (Guadalajara), 5 dicembre 1883 - Tototlán, (Messico), 13 aprile 1927
Padre Sabás Reyes Salazar nacque a Cocula, in Messico, il 5 dicembre 1883. Ordinato sacerdote nel dicembre 1911, divenne viceparroco a Tototlán. Si occupò della formazione dei giovani, sia nell'insegnamento della catechesi sia nelle scienze, arti e mestieri e soprattutto nella musica.
Durante la guerra civile messicana, quando nel 1927 ci fu il periodo più pericoloso per i sacerdoti, gli venne consigliato di lasciare Tatotlán, ma lui rispose: «Mi hanno lasciato qui e qui attendo. Vediamo che cosa determina Iddio».
Nella Settimana Santa dell'aprile 1927, giunsero nel paese le truppe federali, con i proprietari di terre, cercando il parroco ed i suoi assistenti.
Trovarono solo padre Sabás e su di lui riversarono tutto l'odio generato dalla guerra; lo presero e lo legarono ad una colonna della parrocchia e lo torturarono per tre giorni; poi gli bruciarono le mani. Il 13 aprile, mercoledì santo, lo portarono nel cimitero, dove, padre Sabás gridò «Viva Cristo Re». E lì venne fucilato a 44 anni. (Avvenire)
Emblema: Palma
Martirologio Romano: Nel villaggio di Totoclán nella regione di Guadalajara in Messico, San Saba Reyes, sacerdote e martire, che morì durante la persecuzione messicana per Cristo Sacerdote e Re dell’universo.
Dopo le grandi persecuzioni contro la Chiesa nel periodo della Rivoluzione Francese, delle leggi anticlericali dei governi italiani e francesi della seconda metà dell’Ottocento, delle sanguinose persecuzioni contro i missionari e fedeli cattolici in Cina, negli anni a cavallo fra il XIX e XX secolo; della Rivoluzione Bolscevica in Russia del 1918 e prima di arrivare negli anni 1934-1939 alla grande carneficina della Guerra Civile Spagnola, si ebbe la persecuzione in Messico dal 1915 al 1929.
Dopo la dittatura di Porfirio Diaz (1876-1911) si ebbe un periodo di rivoluzioni e di guerre civili; in quest’arco di anni, le condizioni della Chiesa nel Messico furono estremamente difficili, specialmente dopo l’entrata in vigore, il 5 febbraio 1917, della nuova Costituzione anticlericale e antireligiosa.
Il clero cattolico fu oggetto di minacce, soprusi e vessazioni da parte dei governi massonici, che si spinsero fino alla più bruta violenza e all’assassinio; in fondo si perseguitarono i preti solo perché sacerdoti.
In un continuo succedersi di presidenti chiamati a guidare il Paese, alcuni uccisi, in preda a costanti conflitti interni, si giunse alla nomina di Plutarco Elias Calles nel 1924, questi lavorò per il risanamento economico, il rafforzamento del movimento operaio, favorì la distribuzione della terra ai contadini, ma inasprì anche la lotta contro la Chiesa, che in varie occasioni e situazioni si tramutò in una vera e propria persecuzione; i sacerdoti ed i laici cattolici vennero a scontrarsi con il più acerrimo ateismo.
Papa Giovanni Paolo II il 22 novembre 1992, beatificò nella Basilica di S. Pietro, 25 di questi perseguitati, che da sacerdoti, parroci o laici, donarono con il martirio la loro vita per la difesa della
Fede e per l’affermazione della presenza della Chiesa Cattolica in Messico.
Il 21 maggio del 2000 lo stesso pontefice li ha canonizzati tutti i 25 in Piazza S. Pietro, indicando alla Chiesa Universale l’esempio della loro santità, operata in vita e coronata dal martirio finale.
Si riportano i 25 nomi, per ognuno esiste una scheda biografica:
Parroco Cristóbal Magallanes Jara - parroco Román Adame Rosales - parroco Rodrigo Aguilar Alemán - parroco Julio Alvarez Mendoza - parroco Luis Batis Sainz - sacerdote Agustín Caloca Cortés - parroco Mateo Correa Magallanes - sacerdote Atilano Cruz Alvarado - sacerdote Miguel de la Mora de la Mora - sacerdote Pedro Esqueda Ramírez - sacerdote Margarito Flores García - sacerdote José Isabel Flores Varela - sacerdote Pedro de Jesús Maldonado Lucero - sacerdote David Galván Bermudez - ragazzo Salvador Lara Puente - sacerdote Jesús Méndez Montoya - laico Manuel Morales - parroco Justino Orona Madrigal - sacerdote Sabás Reyes Salazar - parroco José María Robles Hurtado - ragazzo David Roldan Lara - sacerdote Toribio Romo Gonzáles - sacerdote Jenaro Sánchez Delgadillo - parroco David Uribe Velasco - viceparroco Tranquilino Ubiarco Robles. (La loro celebrazione collettiva è al 21 maggio).
Padre Sabás Reyes Salazar nacque a Cocula, Jalisco (diocesi di Guadalajara) il 5 dicembre 1883. Ordinato sacerdote nel dicembre 1911, divenne viceparroco a Tototlán, Jalisco (diocesi di San Juan de los Lagos) aveva una speciale devozione per la SS. Trinità; anima semplice e fervente invocava spesso le anime del Purgatorio.
Diede particolare cura alla formazione dei bambini e dei giovani, sia nell’insegnamento della catechesi, sia nelle scienze, arti e mestieri, soprattutto nella musica. Di carattere affabile, si dedicava al suo ministero, esigendo molto rispetto e sollecitudine, per tutto ciò che si riferiva al culto.
Quando nel 1927 si fu nel periodo più pericoloso per i sacerdoti, gli veniva consigliato di lasciare Tatotlán, ma lui replicava: “Mi hanno lasciato qui e qui attendo. Vediamo che cosa determina Iddio”. Nella Settimana Santa dell’aprile 1927, giunsero nel paese le truppe federali, con i proprietari di terre, cercando il parroco don Francisco Vizcarra ed i suoi assistenti.
Trovarono solo padre Sabás Royes Salazar e su di lui riversarono tutto l’odio generato in quella guerra civile; lo presero e lo legarono con forza ad una colonna del tempio parrocchiale e lo torturarono per tre giorni negandogli cibo ed acqua; poi con incredibile sadismo gli bruciarono le mani.
Il 13 aprile 1927, mercoledì santo, fu portato dentro il recinto del cimitero, dove, dopo che trovò la forza di gridare “Viva Cristo Re”, l’eroico vicario che non aveva voluto lasciare i suoi parrocchiani, venne fucilato; aveva 44 anni.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Sabas Reyes Salazar, pregate per noi.


*Beato Serafino Morazzone - Sacerdote (13 aprile)

Milano, 1 febbraio 1747 – Lecco, 13 aprile 1822
Parroco di Chiuso dal 1773 al 1822, fu confessore di Alessandro Manzoni, probabilmente fino al 1818, anno in cui la famiglia di Manzoni vendette la villa del Caleotto, ove soggiornava.
Manzoni ne scrisse un vero panegirico in Fermo e Lucia, ove lo nominò esplicitamente, creando un anacronismo rispetto all'ambientazione seicentesca della storia narrata, interpretato dai commentatori come dovuto all'affetto e all'ammirazione dello scrittore verso questo religioso.
Ne I promessi sposi il Manzoni toglierà l'accenno esplicito del nome.
Morazzone fu sepolto a Lecco, nella chiesa dedicata a San Giovanni del rione di Chiuso di cui fu parroco.
È stato dichiarato Venerabile il 17 dicembre 2007 e poi beatificato il 26 giugno 2011. In passato la sua canonizzazione era stata sollecitata dal cardinale Schuster, che lo aveva definito "novello curato d'Ars".
“Prete Serafino Morazzone” diventa beato a quasi due secoli dalla morte. Un altro “Curato d’Ars”, è stato detto di lui; con la differenza che, questo, è italianissimo e meno noto dell’altro, anche se tra i due c’è una straordinaria sintonia spirituale e umana.
A cominciare dalle umilissime origini, perché Serafino arriva da una famiglia povera e numerosa. Suo padre ha una minuscola rivendita di granaglie e vive in un modesto alloggio di Milano, dalle parti di
Brera: qui nasce Serafino, il 1° febbraio 1747. Dato che vuole farsi prete e che mancano i soldi per farlo studiare, i gesuiti lo accolgono a titolo gratuito nel collegio di Brera.
A tamburo battente, come si usava allora, le varie tappe verso il sacerdozio di un ragazzo umile e fedelissimo ai suoi impegni: a 13 anni riceve la talare, a 14 la tonsura, a 16 i primi due ordini minori. A 18 anni, per potersi pagare gli studi, va a fare l’accolito in Duomo: per dieci lire al mese, al mattino presta servizio all’altare e al pomeriggio studia teologia.
Così per otto anni, fedelissimo e puntuale, cortese e sorridente. A 24 anni riceve gli altri ordini minori e due anni dopo, a sorpresa, gli fanno fare concorso per Chiuso, nel lecchese: una piccola parrocchia che all’epoca conta 185 abitanti ed alla quale nessun altro aspira. Vince il concorso, ma non è ancora prete; così, nel giro di un mese, riceve il suddiaconato, il diaconato e l’ordinazione sacerdotale e il giorno dopo è già insediato a Chiuso: vi resterà per 49 anni, cioè fino alla morte.
Per scelta, perché anche quando gli offriranno parrocchie più importanti o incarichi più onorifici sceglierà di essere sempre e soltanto il “buon curato di Chiuso”, da cui non si allontanerà mai. Testimoni oculari hanno attestato le lunghe ore trascorse in ginocchio nella chiesa parrocchiale e quelle, interminabili, trascorse in confessionale ad accogliere i penitenti. Ovviamente non soltanto i suoi, ma pure quelli che arrivano da Lecco e dai paesi vicini. Perché a Chiuso, come ad Ars, si fa la fila per andarsi a confessare dal “beato Serafino”, come lo chiamano i contemporanei, mentre lui si considera solo un povero peccatore, infinitamente bisognoso della misericordia di Dio e delle preghiere del prossimo.
Le sue ottengono miracoli, ma lui non se ne accorge, impegnato com’è a non trascurare neppure uno dei suoi parrocchiani: raccontano che i malati li va a trovare anche di sera o di notte, se non è riuscito a farlo di giorno, e così tutti i giorni, fino a quando si ristabiliscono o chiudono gli occhi per sempre. E non solo per portare loro i conforti della religione: dicono che i bocconi migliori e tutto quello che gli viene regalato siano per i suoi poveri, per i suoi malati.
Ad uno, piuttosto male in arnese, finisce per regalare anche il suo materasso, di cui per un bel po’ deve fare a meno, perché nessuno si è accorto del suo gesto di carità.
Ai ragazzi, oltre al catechismo, insegna a leggere e a contare, in una specie di scuola che ha aperto in canonica, forse ricordando quanto anche lui ha faticato a studiare.
Muore il 13 aprile 1822 e un piccolo giallo avvolge la sua sepoltura, quando ci si accorge che di lui non c’è traccia nella fossa che dovrebbe essere la sua. Il giallo si risolve grazie alla testimonianza di un anziano: i parrocchiani, che non si rassegnavano a saperlo nella nuda terra del cimitero, lo avevano esumato la notte stessa del funerale, adagiandolo sotto il pavimento della chiesa, in barba a tutte le disposizioni di legge.
Tra i suoi penitenti famosi c’è anche Alessandro Manzoni, che è talmente convinto della santità di quel prete da tracciare di lui una testimonianza toccante nel suo “Fermo e Lucia”, cioè la prima versione de “I promessi sposi”, di cui diventa addirittura personaggio chiave con una trasposizione storica un po’ ardita che l’autore sarà costretto ad eliminare nell’edizione definitiva. “Beato” per i contemporanei, tarda ad essere riconosciuto tale dalla Chiesa.
La “causa”, iniziata nel 1854, si arena quasi subito.
A fine ‘800 il cardinal Ferrari ordina di rimuovere la montagna di ex voto e di stampelle deposte accanto alla tomba, perché potrebbero pregiudicarne la prosecuzione.
Riavviata nel 1964, la Causa giunge a buon fine domenica 26 giugno con la beatificazione: interamente postulata dai suoi parrocchiani, sempre più convinti di aver avuto un “curato Santo”.
(Autore: Gianpiero Pettiti – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Serafino Morazzone, pregate per noi.


*Altri Santi del giorno (13 Aprile)
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Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi


 
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