Santi del 13 Giugno - Istituto Aveta

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Santi del 13 Giugno

Il mio Santo > I Santi di Giugno

*Beato Achilleo - Vescovo di Alessandria (13 giugno)
m. 312
Martirologio Romano:
Ad Alessandria d’Egitto, Beato Achílleo, Vescovo, che rifulse per cultura, fede, condotta di vita e costumi. Non si hanno molte notizie sulla sua vita, sebbene sia ricordato da Eusebio, da Sant'Atanasio e da Socrate, i quali ne tessono grandi lodi.
Secondo Eusebio Achilla fu ordinato sacerdote insieme con San Pietro dal vescovo Teona (282-300) e, prima della sua elezione a vescovo, divenne direttore della celebre scuola di Alessandria, allora rinomata in tutto l'Oriente.
Nel 311, quando era già vecchio, succedette nella sede episcopale della stessa città a san Pietro, morto martire per la fede il 25 novembre dello stesso anno.
L'episcopato di Achilla ebbe la durata di pochi mesi, perché egli morì il 13 giugno 312, come attesta lo scrittore Severo di al-Asmunayn, autore della storia dei patriarchi copti. Secondo altri, invece, Achilla sarebbe morto il 3 giugno, giorno in cui è commemorato in alcuni sinassari greci.
Alla morte di Achilla, poi, fu eletto vescovo di Alessandria Sant'Alessandro, che insieme con Sant'Atanasio doveva divenire campione della fede cristiana contro Ario.
I copti hanno escluso Achilla dal loro calendario, per la sua supposta condiscendenza verso Ario; secondo alcune fonti, infatti, il celebre eresiarca avrebbe ricevuto proprio da lui il sacerdozio: della validità di questa affermazione non si ha, tuttavia. nessuna prova.
Negli antichi martirologi latini Achilla non è ricordato. Adone per primo, nel sec. IX, lo inserì nel suo martirologio, desumendone l'elogio dalla Storia ecclesiastica di Eusebio, e gli assegnò arbitrariamente, secondo il suo metodo, il 7 novembre, giorno in cui è ricordato anche nel Martirologio Romano.
(Autore: Filippo Caraffa - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Achilleo, pregate per noi.


*Santi Agostino Phan Viet Huy e Nicolao Bui Viet The - Martiri (13 giugno)

Scheda del gruppo a cui appartengono:
"Santi Martiri Vietnamiti" (Andrea Dung Lac e 116 compagni) - 24 novembre
m. 1839
Martirologio Romano:
Presso Huê in Annamia, ora Viet Nam, Santi Agostino Phan Viết Huy e Nicola Bùi Viết Thể, Martiri, che, avendo per paura fatto oltraggio alla croce, desiderosi di espiare la loro colpa, chiesero subito all’imperatore Minh Mạng di essere nuovamente processati come cristiani e per questo, dilaniati vivi su una nave, pervennero alle gioie celesti.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Agostino Phan Viet Huy e Nicolao Bui Viet The, pregate per noi.


*Beato Alfonso Gomez de Encinas - Sacerdote Mercedario, Martire (13 giugno)
+ 13 giugno 1624
Il Beato Alfonso Gomez de Encinas nacque a Cuellar, in provincia di Segovia (Spagna), verso il 1565, prese poi l’abito mercedario nel convento di Valladolid.
Ordinato sacerdote fu inviato a perfezionare i suoi studi all’Università di Salamanca e verso il 1600 era vicario del collegio mercedario di quella città.
Nel 1609, all’età di 44 anni circa, partì per il Messico insieme al Vicario Generale Venerabile Antonio de Mendoza, come segretario e predicatore; in seguito chiese di restare in America per evangelizzare gli indigeni.
Fu inviato all’isola di Pumà, nella baia di Guayaquil (Ecuador), dove svolse il suo ministero con grande zelo.
Catturati dai pirati olandesi guidati dall’eretico Giacomo l’Hermete, che avevano invaso l’isola di Pumà, venne interrogato, e saputo che aveva appena celebrato la santa messa fu dai pirati sventrato per cercarvi l’Eucaristia, era il 13 giugno 1624.
Egli è uno dei martiri mercedari più celebri di questo periodo. L’Ordine lo festeggia il 13 luglio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Alfonso Gomez de Encinas, pregate per noi.


*Sant'Antonio di Padova - Sacerdote e Dottore della Chiesa (13 giugno)
Lisbona, Portogallo, c. 1195 - Padova, 13 giugno 1231
Fernando di Buglione nasce a Lisbona. A 15 anni è novizio nel monastero di San Vincenzo, tra gli agostiniani.
Nel 1219, a 24 anni, viene ordinato prete. Nel 1220 giungono a Coimbra i corpi di cinque frati francescani decapitati in Marocco, dove si erano recati a predicare per ordine di Francesco d'Assisi.
Ottenuto il permesso dal provinciale francescano di Spagna e dal priore agostiniano, Fernando entra nel romitorio dei Minori mutando il nome in Antonio.
Invitato al Capitolo generale di Assisi, arriva con altri francescani a Santa Maria degli Angeli dove ha modo di ascoltare Francesco, ma non di conoscerlo personalmente. Per circa un anno e mezzo vive nell'eremo di Montepaolo.
Su mandato dello stesso Francesco, inizierà poi a predicare in Romagna e poi nell'Italia settentrionale e in Francia.
Nel 1227 diventa provinciale dell'Italia settentrionale proseguendo nell'opera di predicazione.
Il 13 giugno 1231 si trova a Camposampiero e, sentondosi male, chiede di rientrare a Padova, dove vuole morire: spirerà nel convento dell'Arcella. (Avvenire)
Patronato: Affamati, oggetti smarriti, Poveri
Etimologia: Antonio = nato prima, o che fa fronte ai suoi avversari, dal greco
Emblema: Giglio, Pesce
Martirologio Romano: Memoria di Sant’Antonio, sacerdote e dottore della Chiesa, che, nato in Portogallo, già canonico regolare, entrò nell’Ordine dei Minori da poco fondato, per attendere alla diffusione della fede tra le popolazioni dell’Africa, ma esercitò con molto frutto il ministero della predicazione in Italia e in Francia, attirando molti alla vera dottrina;
scrisse sermoni imbevuti di dottrina e di finezza di stile e su mandato di san Francesco insegnò la teologia ai suoi confratelli, finché a Padova fece ritorno al Signore.
Fernando di Buglione nasce a Lisbona da nobile famiglia portoghese discendente dal crociato Goffredo di Buglione.
A quindici anni è novizio nel monastero di San Vincenzo a Lisbona, poi si trasferisce nel monastero di Santa Croce di Coimbra, il maggior centro culturale del Portogallo appartenente all'Ordine dei Canonici regolari di Sant'Agostino, dove studia scienze e teologia con ottimi maestri, preparandosi all'ordinazione sacerdotale che riceverà nel 1219, quando ha ventiquattro anni.
Quando sembrava dover percorrere la carriera del teologo e del filosofo, decide di lasciare l'ordine agostiniano.
Fernando, infatti, non sopporta i maneggi politici tra i canonici agostiniani e re Alfonso II, in cuor suo anela ad una vita religiosamente più severa.
Il suo desiderio si realizza allorché, nel 1220, giungono a Coimbra i corpi di cinque frati francescani decapitati in Marocco, dove si erano recati a predicare per ordine di Francesco d'Assisi.
Quando i frati del convento di monte Olivares arrivano per accogliere le spoglie dei martiri, Fernando confida loro la sua aspirazione di vivere nello spirito del Vangelo.
Ottenuto il permesso dal provinciale francescano di Spagna e dal priore agostiniano, Fernando entra nel romitorio dei Minori e fa subito professione religiosa, mutando il nome in Antonio in onore dell'abate, eremita egiziano.
Anelando al martirio, subito chiede ed ottiene di partire missionario in Marocco.
È verso la fine del 1220 che s'imbarca su un veliero diretto in Africa, ma durante il viaggio è colpito da febbre malarica e costretto a letto.
La malattia si protrae e in primavera i compagni lo convincono a rientrare in patria per curarsi.
Secondo altre versioni, Antonio non si fermò mai in Marocco: ammalatosi appena partito da Lisbona, la nave fu spinta da una tempesta direttamente a Messina, in Sicilia. Curato dai francescani della città, in due mesi guarisce.
A Pentecoste è invitato al Capitolo generale di Assisi, arriva con altri francescani a Santa Maria degli Angeli dove ha modo di ascoltare Francesco, ma non di conoscerlo personalmente.
Il ministro provinciale dell'ordine per l'Italia settentrionale gli propone di trasferirsi a Montepaolo, presso Forlì, dove serve un sacerdote che dica la messa per i sei frati residenti nell'eremo composto da una chiesolina, qualche cella e un orto.
Per circa un anno e mezzo vive in contemplazione e penitenza, svolgendo per desiderio personale le mansioni più umili, finché deve scendere con i confratelli in città, per assistere nella chiesa di San Mercuriale all'ordinazione di nuovi sacerdoti dell'ordine e dove predica alla presenza di una vasta platea composta anche dai notabili.
Ad Antonio è assegnato il ruolo di predicatore e insegnante dallo stesso Francesco, che gli scrive una lettera raccomandandogli, però, di non perdere lo spirito della santa orazione e della devozione.
Comincia a predicare nella Romagna, prosegue nell'Italia settentrionale, usa la sua parola per combattere l'eresia (è chiamato anche il martello degli eretici), catara in Italia e albigese in Francia, dove arriverà nel 1225.
Tra il 1223 e quest'ultima data pone le basi della scuola teologica francescana, insegnando nel convento bolognese di Santa Maria della Pugliola.
Quando è in Francia, tra il 1225 e il 1227, assume un incarico di governo come custode di Limoges.
Mentre si trova in visita ad Arles, si racconta gli sia apparso Francesco che aveva appena ricevuto
le stigmate.
Come custode partecipa nel 1227 al Capitolo generale di Assisi dove il nuovo ministro dell'Ordine, Francesco nel frattempo è morto, è Giovanni Parenti, quel provinciale di Spagna che lo accolse anni prima fra i Minori e che lo nomina provinciale dell'Italia settentrionale.
Antonio apre nuove case, visita i conventi per conoscere personalmente tutti i frati, controlla le Clarisse e il Terz'ordine, va a Firenze, finché fissa la residenza a Padova e in due mesi scrive i Sermoni domenicali.
A Padova ottiene la riforma del Codice statutario repubblicano grazie alla quale un debitore insolvente ma senza colpa, dopo aver ceduto tutti i beni non può essere anche incarcerato.
Non solo, tiene testa ad Ezzelino da Romano, che era soprannominato il Feroce e che in un solo giorno fece massacrare undicimila padovani che gli erano ostili, perché liberi i capi guelfi incarcerati.
Intanto scrive i Sermoni per le feste dei Santi, i suoi temi preferiti sono i precetti della fede, della morale e della virtù, l'amore di Dio e la pietà verso i poveri, la preghiera e l'umiltà, la mortificazione e si scaglia contro l'orgoglio e la lussuria, l'avarizia e l'usura di cui è acerrimo nemico.
É mariologo, convinto assertore dell'assunzione della Vergine, su richiesta di Papa Gregorio IX nel 1228 tiene le prediche della settimana di Quaresima e da questo Papa è definito "arca del Testamento".
Si racconta che le prediche furono tenute davanti ad una folla cosmopolita e che ognuno lo sentì parlare nella propria lingua.
Per tre anni viaggia senza risparmio, è stanco, soffre d'asma ed è gonfio per l'idropisia, torna a Padova e memorabili sono le sue prediche per la quaresima del 1231.
Per riposarsi si ritira a Camposampiero, vicino Padova, dove il conte Tiso, che aveva regalato un eremo ai frati, gli fa allestire una stanzetta tra i rami di un grande albero di noce.
Da qui Antonio predica, ma scende anche a confessare e la sera torna alla sua cella arborea.
Una notte che si era recato a controllare come stesse Antonio, il conte Tiso è attirato da una grande luce che esce dal suo rifugio e assiste alla visita che Gesù Bambino fa al Santo.
A mezzogiorno del 13 giugno, era un venerdì, Antonio si sente mancare e prega i confratelli di portarlo a Padova, dove vuole morire.
Caricato su un carro trainato da buoi, alla periferia della città le sue condizioni si aggravano al punto che si decide di ricoverarlo nel vicino convento dell'Arcella dove muore in serata.
Si racconta che mentre stava per spirare ebbe la visione del Signore e che al momento della sua morte, nella città di Padova frotte di bambini presero a correre e a gridare che il Santo era morto.
Nei giorni seguenti la sua morte, si scatenano "guerre intestine" tra il convento dove era morto che voleva conservarne le spoglie e quello di Santa Maria Mater Domini, il suo convento, dove avrebbe voluto morire.
Durante la disputa si verificano persino disordini popolari, infine il padre provinciale decide che la salma sia portata a Mater Domini.
Non appena il corpo giunge a destinazione iniziano i miracoli, alcuni documentati da testimoni.
Anche in vita Antonio aveva operato miracoli quali esorcismi, profezie, guarigioni, compreso il riattaccare una gamba, o un piede, recisa, fece ritrovare il cuore di un avaro in uno scrigno, ad una donna riattaccò i capelli che il marito geloso le aveva strappato, rese innocui cibi avvelenati, predicò ai pesci, costrinse una mula ad inginocchiarsi davanti all'Ostia,
fu visto in più luoghi contemporaneamente, da qualcuno anche con Gesù Bambino in braccio.
Poiché un marito accusava la moglie di adulterio, fece parlare il neonato "frutto del peccato" secondo l'uomo per testimoniare l'innocenza della donna.
I suoi miracoli in vita e dopo la morte hanno ispirato molti artisti fra cui Tiziano e Donatello.
Antonio fu canonizzato l'anno seguente la sua morte dal papa Gregorio IX.
La grande Basilica a lui dedicata sorge vicino al convento di Santa Maria Mater Domini.
Trentadue anni dopo la sua morte, durante la traslazione delle sue spoglie, San Bonaventura da Bagnoregio trovò la lingua di Antonio incorrotta, ed è conservata nella cappella del Tesoro presso la basilica della città patavina di cui è patrono. Nel 1946 Pio XII lo ha proclamato Dottore della Chiesa.
(Autore: Maurizio Valeriani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Antonio di Padova, pregate per noi.


*Sant'Aventino - Eremita (13 giugno)
Martirologio Romano: Nella valle di Larboust sui Pirenei, in Francia, Sant’Aventino, eremita e martire, che si tramanda sia stato ucciso dai Mori.  
Nome poco conosciuto e usato, nonostante che vi siano tre santi con questo nome tutti francesi; oltre Sant' Aventino eremita di cui parliamo e che si celebra il 13 giugno, ci sono Sant'Aventino vescovo di Chartres, celebrato il 4 febbraio e Sant' Aventino di Troyes religioso che si celebra il 4 febbraio.
Dell’eremita Aventino si sa che conduceva vita solitaria sui Pirenei in una zona della valle di Larboust, che poi prenderà il nome da lui, oltre la preghiera, riempiva il suo tempo lasciando ogni tanto il suo eremo, per predicare il vangelo ai montanari ancora pagani.
Agli inizi del secolo IX però fu assalito e ucciso dai saraceni che ne nascosero il corpo; nel secolo XII i suoi resti furono miracolosamente ritrovati e deposti in una chiesa costruita appositamente per accoglierli.
La più antica testimonianza liturgica del culto a lui tributato si ha nel Breviario di Comminges; è invocato dalle donne prossime a partorire, perché la leggenda racconta che la sua nascita fu accompagnata da grosse difficoltà nel parto.
Il nome Aventino ci ricorda uno dei sette colli di Roma, sede del mitico re Evandro. In età repubblicana fu teatro delle secessioni della plebe.
Si dà il nome di Aventino anche all’astensione con uscita dall’aula per protesta, alle votazioni o discussioni dei parlamentari contrari all’argomento disputato.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Aventino, pregate per noi.


*San Ceteo (Peregrinus) di Amiterno - Vescovo (13 giugno)

Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: In Abruzzo, San Cetéo o Pellegrino, vescovo di Amiterno, che, al tempo dell’invasione longobarda della regione, falsamente accusato di aver tradito la città, fu condannato a morte e annegato nel fiume.  
Le notizie intorno a Ceteo sono tratte unicamente da una passio molto favolosa, nella quale sono contenute, però, alcune tradizioni locali riferentisi al tempo delle invasioni longobarde in Italia, probabilmente attendibili.
Secondo la nostra fonte, Ceteo era vescovo di Amiterno (od. S. Vittorino, in Abruzzo) al tempo di s. Gregorio Magno. Durante il suo episcopato due capi longobardi, Alai e Umbolo, occuparono la città ed egli, per non assistere alle loro depredazioni, si rifugiò a Roma.
Per sedare il malcontento dei cittadini, una missione longobarda si recò da San Gregorio Magno e, dopo aver solennemente promesso che i cittadini sottomessi sarebbero stati trattati con più umanità, ottenne che Ceteo ritornasse ad Amiterno.
Ma, sorto un dissenso tra i due capi iongobardi che tenevano la città, Alai si alleò con il conte Veriliano di Orte, il quale occupò di notte Amiterno. Quando fu scoperto il tradimento, il popolo furente voleva uccidere Alai, ma Ceteo interpose la sua opera, cercando di farlo condannare soltanto al carcere.
Ma Umbolo sospettò che anche il vescovo fosse connivente con il traditore e ordinò che questi fosse ucciso insieme con il suo complice. La sentenza di Alai fu subito eseguita, mentre l'esecuzione di Ceteo fu sospesa per il netto rifiuto del boia.
Umbolo, allora, comandò che fosse gettato nel fiume Aterno (od. Pescara) con una grossa mola al collo.
Il suo corpo fu trasportato dalla corrente fino al mare e gettato sul lido; secondo un ms., sarebbe arrivato fino a Zara, sulla sponda orientale del mare Adriatico, ma con molta maggiore verosimiglianza arrivò a Pescara, alla foce del fiume omonimo.
Quando Ceteo fu rinvenuto da un pescatore, fu avvertito il vescovo del luogo il quale, non sapendo chi fosse, lo chiamò "Peregrino" e gli dette sepoltura sul posto. Più tardi, in seguito a un miracolo avvenuto sulla sua tomba, il vescovo lo fece trasferire e seppellire, con maggior onore, a nove miglia dalla città. Ceteo è commemorato nel Martirologio Romano il 13 giugno.

La diocesi e la città di Pescara lo ricordano il 10 ottobre.

(Autore: Agostino Amore – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Ceteo di Amiterno, pregate per noi.


*Sant'Eulogio - Patriarca di Alessandria (13 giugno)
† 607 circa

Martirologio Romano: Ad Alessandria d’Egitto, Sant’Eulogio, vescovo, insigne per la sua dottrina, al quale il Papa San Gregorio Magno inviò molte lettere, scrivendo di lui: 'Non è lontano da me, chi con me è una cosa sola'.
Fu uno dei massimi campioni dell’ortodossia intorno al 600. Siamo particolarmente informati su di lui, oltre che da quanto ci è rimasto delle sue opere, da numerose lettere che gli indirizzò san Gregorio Magno, da alcune notizie riferiteci dal contemporaneo Giovanni Mosco (morto nel 619) e soprattutto da Fozio, il quale, nella sua Bibliotheca, sunteggia e commenta gli scritti principali del santo.
Eulogio fu monaco e sacerdote di Antiochia, dove resse per qualche tempo la chiesa della Santissima Vergine detta Giustiniana. Compose in quel periodo «opere insigni», tra cui dovremo collocare la lettera contro gli eretici teodosiani e camiti, indirizzata a Eutichio di Costantinopoli e di cui ci riferisce lo stesso Fozio. Fu eletto patriarca di Alessandria (il quarantaseiesimo della serie, secondo la lista della Chronographia di Niceforo) tra il 578 ed il 580, e resse quella
famosissima Chiesa, secondo la medesima Chronographia, per diciassette anni; ma gli Acta Sanctorum correggono tale cifra in ventisette, utilizzando le notizie certe riguardanti antecessori e successori di Eulogio sulla cattedra di San Marco; gli studiosi moderni hanno accolto favorevolmente tale correzione, basandosi anche sul fatto che delle lettere di san Gregorio ad Eulogio ben dodici sono datate tra il 595 ed il 603, e fissano la data della morte di Eulogio al 607.
Durante tutto il suo pontificato, Eulogio svolse un’intensa attività contro le sette ereticali del tempo, e soprattutto contro i monofisiti.
Nel 589, in un concilio che tenne ad Alessandria, condannò due fazioni di Samaritani; scrisse poi cinque libri contro i Novaziani, undici orazioni teologiche contro varie eresie, un’opera di due libri contro Severo e Timoteo, in difesa dell’Epistola ad Flavianum di San Leone Magno, un altro libro contro lo stesso Severo e contro Teodosio, pure in difesa di San Leone, un’Oratio invectiva contro teodosiani e camiti e combatté particolarmente Terrore degli agnoiti, secondo i quali Gesù avrebbe ignorato molte cose, come ad esempio il momento del giudizio universale e della fine del mondo. Giovanni Mosco poi, nel suo Pratum spirituale, racconta che Eulogio costruì in Alessandria una grande basilica in onore del celebre martire della persecuzione dioclezianea, San Giuliano di Antinoe, sul luogo di una chiesa anteriore ormai labente, e che a ciò fu indotto da un’apparizione che ebbe del medesimo Santo sotto le sembianze dell’arcidiacono alessandrino Giuliano: come fonte di tale informazione, il Mosco adduce la testimonianza di un Mena, cenobiarca di Tugara, a poche miglia dalla città.
A proposito del culto e della venerazione che Eulogio ebbe per San Leone Magno, il medesimo Mosco ci offre due particolari: nel capitolo 147 descrive la commozione che il patriarca provò quando il suo cubiculario gli venne a riferire d’aver sognato per ben tre volte che papa Leone faceva visita ad Eulogio per ringraziarlo, a nome dell’apostolo Pietro e proprio, della tenace difesa della sua Epistola ad Flavianum.
Abbiamo riferito questo episodio, pressocché insignificante, perché esso è poi venuto ad ingrandirsi non solo nelle leggende medievali (il Sinassario Costantino polita, no, fondendo insieme gli elementi dell’apparizione di San Giuliano con quelli del sogno del cubiculario racconta che, a
nome di San Leone, gli apparve realmente un angelo, sotto le apparenze dell’arcidiacono Leone!), ma anche nel racconto di studiosi moderni.
La ragione poi di questo intervento dell’apostolo Pietro a proposito dell'Epistola ad Flavianum, ci è data da un altro particolare di Mosco, secondo cui lo stesso Eulogio amava raccontare che quando si era recato a Costantinopoli si era trovato a coabitare con l’allora apocrisario della Chiesa Romana san Gregorio, e che questi gli aveva riferito la tradizione romana sul modo straordinario con cui San Pietro aveva personalmente contribuito al perfezionamento della medesima epistola. Da quest’ultimo particolare siamo informati anche che l’amicizia tra Eulogio e Gregorio nacque dal periodo in cui il diacono Gregorio si trovava apocrisario a Costantinopoli, e cioè tra il 579 ed il 585. Nell’epistolario del grande papa troviamo ben tredici lettere indirizzate ad Eulogio.
In queste lettere ad Eulogio, San Gregorio espone al confratello di Alessandria i propri principi dottrinali e pastorali; gli confida le sue preoccupazioni per le pretese del patriarca di Costantinopoli, per le guerre longobardiche che stavano devastando l'Italia, e anche per i suoi malanni personali; gli partecipa le sue gioie per la conversione degli anglosassoni (di cui dice meritevoli le preghiere dello stesso Eulogio) e per l’opera intensa che Eulogio, da Gregorio chiamato Organum Dei, svolge ad Alessandria a favore dell’ortodossia e dell’unità della Chiesa, «contra haereticorum latratus»; domanda o fornisce notizie su punti particolari (tra l’altro importantissima la descrizione che fa in Epistola VIII, 29 del Martirologio Geronimiano, in risposta ad una richiesta di Eulogio sopra un libro sui martiri, che il vescovo alessandrino riteneva essere stato scritto da Eusebio); scambia regali con Eulogio e in particolare gli fornisce lunghe
travi per costruzioni, lamentando che le navi, inviate da Alessandria per prelevarle, siano troppo piccole per comprenderle.
La notizia interessa anche per il fatto che tali travature dovevano certamente servire per le capriate delle basiliche, data la lunghezza richiesta, ed offre un’indiretta testimonianza di costruzioni sacre operate da Eulogio.
Interessante anche la nota su cui torna spesso Gregorio, che cioè le tre sedi di Roma, Antiochia ed Alessandria formano per così dire una sola cattedra, la Cattedra di San Pietro.
Delle opere di Eulogio di Alessandria ci rimangono poveri frammenti: un sermone sopra la Domenica delle Palme, sette Capitula sulle due nature di Cristo, ed una dozzina di brani di varia lunghezza. Per un culto tributato alla sua memoria già dagli anni immediatamente posteriori alla sua morte (607) ci è testimone lo stesso Mosco, che usa nei suoi riguardi spesso l’espressione «il Papa Eulogio, quello che è ora tra i Santi».
Anche i Miracula dei santi Ciro e Giovanni dicono di Eulogio che «amministrò ottimamente questa Chiesa [di Alessandria]». I sinassari lo celebrano al 13 febbraio e al 13 giugno, mentre il Martirologio Romano (ma non gli altri martirologi occidentali) lo venera al 13 settembre.

(Autore: Giovanni Lucchesi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Eulogio, pregate per noi.  


*San Fandila di Cordova - Martire (13 giugno)
† 13 giugno 853

Martirologio Romano: A Córdova nell’Andalusia in Spagna, San Fandíla, sacerdote e monaco, che, durante la persecuzione dei Mori, sotto il regno di Maometto I, fu decapitato per la fede in Cristo.
Nato a Guadix (Granata), fu inviato dai genitori a una delle scuole mozarabiche di Cordova, dove vestì l'abito religioso nel monastero di Tàbanos.
Trasferito poi a quello di San Salvatore di Penamelaria, quasi alla periferia della città, su richiesta dei confratelli, fu ordinato sacerdote.
Subito dopo, scoppiata la persecuzione dell'emiro Muhammad I nell'852, Fandila (che Sant’Eulogio chiama ancora ephebus), insofferente delle continue beffe ai cristiani, si presentò spontaneamente al cadì (giudice musulmano), davanti al quale, con santa libertà, biasimò la religione di Maometto.
Messo in carcere e deferito il caso all'emiro, questi lo condannò a morte.
Fu decollato il 13 giugno dell'853 e il suo corpo venne appeso al patibolo sulla sponda sinistra del fiume Guadalquivir.
Verso la fine del sec. XVI, nella sua città natale, dove gli erano attribuiti molti miracoli, si celebrava solennemente la sua festa, istituita dal vescovo Giovanni di Fonseca, e vi era una fiorente confraternita.
Il Martirologio Romano lo commemora il 13 giugno.

(Autore: Isidoro da Villapadierna – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Fandila di Cordova, pregate per noi.


*Santa Felicola di Roma - Martire (13 giugno)
IV secolo circa

Martirologio Romano: A Roma al settimo miglio della via Ardeatina, Santa Felícola, martire.
Le più antiche notizie di questa martire si trovano nel Martirologio Geronimiano, in cui è ricordata al 14 febbraio, al 5 e al 13 giugno, e con l’indicazione topografica del VII miglio della via Ardeatina.
Sembra che il vero dies natalis fosse il 14 febbraio poiché in questo giorno il Sacramentario Gelasiano la commemorava insieme con Valentino e Vitale: «XVI Kalendas marcias.
Orationes in natale Valentini Vitalis et Filiculae». Secondo il Delehaye la commemorazione del 5 giugno sarebbe una falsa interpretazione della parola Felic.
Trascritta Felicula invece di Felicitas, mentre quella del 13 giugno dipenderebbe dalla passio, di cui tosto diremo.
Il culto della Santa oltre che a Roma era diffuso anche a Ravenna: sue reliquie, infatti, erano state inviate in questa città da San Gregorio Magno al vescovo Giovanni che, verso il 592, aveva edificato un oratorio, nelle fonti antiche e locali chiamato monasteri, accanto alla basilica di Sant'Apollinare in Classe, e nel quale egli stesso volle essere seppellito. Insieme con le reliquie di Felicola, il papa aveva inviato anche quelle dei papi Marco e Marcello, come si ricava dall’iscrizione che Giovani aveva posto sulla porta:
Inclita praefulgent sanctorum limina templo Marci Marcelli Feliculaeque simul.
Pontifices hos Roma cepit, haec Martir
[habethur horum Gregorius dat Papa Reliquias
Quas petit antistes meritis animoque Johannes]

Purtroppo, sulla personalità della santa e sul tempo del suo martirio non si hanno notizie sicure; è ricordata nella passio leggendaria dei santi Nereo e Achilleo evidentemente soltanto perché era sepolta sulla via Ardeatina, come la maggior parte dei martiri in essa raggruppati, e non perché avesse avuto dei rapporti con essi.
Comunque, secondo l’agiografo, Felicola era sorella di latte di Petronilla, la presunta figlia dell’apostolo Pietro; dopo la morte di questa il comes Flacco le pose l'alternativa di sposarlo o di sacrificare agli dei; naturalmente Felicola rifiutò ambedue le cose e fu perciò affidata ad un certo Vicario che la tenne chiusa dapprima sette giorni in una stanza senza darle alcun cibo e poi per altri sette giorni presso le Vestali, cercando di farla apostatare.
Infine, dopo essere stata sospesa sull’eculeo, fu gettata nella cloaca, quattordici giorni dopo la morte di Petronilla, avvenuta appunto il 31 maggio.
Il presbitero Nicomede recuperò il suo corpo e lo seppellì al VII miglio della via Ardeatina. Secondo una notizia del Panciroli, nel 1110, sotto il pontificato di Pasquale II, il corpo di Felicola fu portato nella chiesa di San Lorenzo in Lucina e l'Ugonio attesta che ai suoi tempi era qui conservato sotto l'altare maggiore.
Ranuccio Pico, invece, seguito dal Ferrari, afferma che nel 1427 due pellegrini di Parma lo prelevarono dal sepolcro della via Ardeatina e lo portarono nella loro città, dove fu collocato nella chiesa di San Paolo.

(Autore: Agostino Amore – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Felicola di Roma, pregate per noi.  


*Beato Gerardo di Clairvaux - Monaco (13 giugno)

+ Clairvaux, Francia, 1138
Martirologio Romano:
Nel monastero di Chiaravalle in Burgundia, nell’odierna Francia, Beato Gerardo, monaco, che, fratello di San Bernardo, sebbene analfabeta, fu dotato di grande acutezza di ingegno e capacità di discernimento spirituale.
Il Beato Gerardo fu il fratello prediletto del celebre San Bernardo di Clairvaux. Più anziano di lui, non fu però nel novero di coloro, giovani parenti ed amici, che nel 1112 entrarono a Citeaux con il
grande riformatore.
Di indole più estroversa, Gerardo preferì la carriera militare, ma quando si ritrovò ferito gravemente nell’assedio di Grancy e prigioniero per un lungo periodo poté allora riflettere su quale fosse realmente la sua vocazione.
Una volta rilasciato decise allora di entrare a Citeaux per farsi monaco sotto la guida del fratello Bernardo.
I due si trasferirono poi insieme a Clairvaux, in Borgogna, e qui Gerardo fu nominato cellerario e diede prova di grande efficienza nel governo degli affari domestici del convento.
Si narra che fosse particolarmente abile nei lavori manuali, tanto che muratori, fabbri, ciabattini, tessitori e manovali si rivolgevano a lui per ricevere consigli ed istruzioni.
Gerardo si rivelò comunque anche esperto di lettere ed ebbe acutezza e discernimento nelle cose spirituali.
Nel 1137 cadde nei pressi di Viterbo, pellegrino verso Roma, e parve essere quasi in punto di morte.
Si riprese però a sufficienza per fare ritorno a Clairvaux, dove morì l’anno seguente. Il Martyrologium Romanum lo commemora al 13 giugno.  
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Gerardo di Clairvaux, pregate per noi.


*Beata Marianna Biernacka - Martire (13 giugno)

Scheda del gruppo a cui appartiene:
"Beati 108 Martiri Polacchi"

Lipsk, 1888 - Niemowicze, Grodno (Polonia), 13 luglio 1943
Nel giorno della festa di Sant'Antonio da Padova, figura tra le più care alla devozione cristiana, il calendario liturgico cita anche una figura del nostro tempo. Si tratta di Marianna Biernacka (1888-1943), una dei 108 martiri polacchi del nazismo che Giovanni Paolo II ha beatificato il 13 giugno 1999, durante uno dei suoi viaggi in Polonia.
La sua è una vicenda che proprio la recente tappa di Benedetto XVI ad Auschwitz-Birkenau ha riportato d'attualità. La storia di questa donna, infatti, è molto simile a quella del francescano Massimiliano Kolbe, anche lui canonizzato da Wojtila.
A Naumowicze, presso Grodno, questa vedova nata ortodossa e passata poi al cattolicesimo all'età di 17 anni, si offrì al plotone di esecuzione tedesco per essere fucilata al posto di sua nuora, che era incinta.
Con questo gesto d'amore la cinquantacinquenne Marianna salvò così due vite dalla barbarie della guerra. Marianna Biernacka è la figura di spicco tra i nove laici compresi nell'elenco di questi martiri. (Avvenire)
Emblema: Palma
Martirologio Romano: Nella cittadina di Naumowicze vicino a Grodno in Polonia, beata Marianna Biernacka, madre di famiglia e martire, che, durante la guerra, in regime di occupazione, si offrì spontaneamente ai soldati al posto di sua nuora incinta e, fucilata sul posto, ricevette la palma gloriosa del martirio.
Papa Giovanni Paolo II, ha proclamati beati il 13 giugno 1999 a Varsavia, durante il suo settimo viaggio apostolico in Polonia, 108 martiri vittime della persecuzione contro la Chiesa polacca, scaturita durante l’occupazione tedesca dal 1939 al 1945.
L’odio razziale operato dal nazismo, provocò più di cinque milioni di vittime tra la popolazione civile polacca, fra cui molti religiosi, sacerdoti, vescovi e laici cattolici.
Fra i tanti si è potuto, in base alle notizie raccolte ed alle testimonianze, istruire vari processi per la beatificazione di 108 martiri, il primo processo fu aperto il 26 gennaio 1992 dal vescovo di Wloclaweck, dove il maggior numero delle vittime subì il martirio; in questo processo confluirono poi altri e il numero dei Servi di Dio, inizialmente di 92 arrivò man mano a 108.
Diamo qualche notizia numerica di essi, non potendo riportare in questa scheda tutti i 108 nomi. Il numeroso gruppo di martiri è composto da quattro gruppi principali, distinti secondo gli stati di vita: vescovi, clero diocesano, famiglie religiose maschili e femminili e laici; appartennero a 18 diocesi, all’Ordinariato Militare e a 22 Famiglie religiose.
Tre sono vescovi, 52 sono sacerdoti diocesani, 3 seminaristi, 26 sacerdoti religiosi, 7 fratelli professi, 8 religiose, 9 laici. Subirono torture, maltrattamenti, imprigionati, quasi tutti finirono i loro giorni nei campi di concentramento, tristemente famosi di Dachau, Auschwitz, Sutthof, Ravensbrück, Sachsenhausen; subirono a seconda dei casi, la camera a gas, la decapitazione, la
fucilazione, l’impiccagione o massacrati di botte dalle guardie dei campi.
Capogruppo dei 9 laici è la beata Marianna Biernacka della diocesi di Lomza in Polonia, nacque nel 1888 a Lipsk, in una famiglia di cristiani ortodossi. A 17 anni nel 1905, insieme ai suoi familiari, passò fra i cattolici di rito latino.
All’età di 20 anni si sposò con il rito cattolico con Ludwik Biernacki; dal matrimonio nacquero sei figli. Dopo la morte del marito coabitò con il figlio Stanislao e con sua moglie, condividendo la sua vita con la giovane coppia, dimostrando saggezza cristiana e amore fraterno verso di essi e i loro figli.
Tra la gente del suo paese era conosciuta per la sua benevolenza e profonda religiosità. Quando Lipsk il 1° luglio 1943, fu colpita da una rappresaglia tedesca e sconvolta da arresti di massa, anche la giovane nuora incinta di un altro figlio fu arrestata; allora si fece avanti Marianna e si propose al posto della nuora per salvare lei e la vita del nascituro.
Fu un nobile slancio d’amore di una semplice donna di 55 anni, che offrì la sua vita per altri, come già fece San Massimiliano Maria Kolbe (1894-1941) frate conventuale, nel campo di Auschwitz.
Lo scambio fu accettato e gli arrestati furono tradotti in carcere, da lì fu spostata a Naumowicz presso Grodno (attualmente in Bielorussia) e fucilata il 13 luglio 1943.
E la Chiesa ha voluto affiancare ai tanti suoi figli consacrati, vittime in Polonia della barbarie nazista, anche questa umile donna, che a pari loro, riconoscendo Gesù nei fratelli, mise in pratica il detto evangelico “Chi perderà la propria vita per me, la salverà”. 
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Marianna Biernacka, pregate per noi.

 

*San Massimo - Venerato a Cravagliana - Martire (13 giugno)

Il corpo santo di Massimo, di nome proprio, venne recuperato nel 1825 dalla catacomba di Ciriaca e fu donato alla comunità di Cravagliana da don Giovanni Juva, originario di Cervatto e canonico della cattedrale di Torino, in ricordo di suo zio don Spirito Antonio Juva, anch’egli di Cervatto, che fu il primo parroco del paese a portare, dal 1788, il titolo di pievano.
Giunta in paese la reliquia fu oggetto di un’attenta ricognizione nella sacrestia della chiesa parrocchiale, alla presenza del delegato vescovile don Giacomo Pomi, nativo del posto e parroco a Camasco, di don Giovanni de Mattei parroco ad Ornavasso e del parroco di Sabbia don Giovanni Antonio Bertolio.
Dopo un’accurata indagine anatomica compiuta dal dottor Lana, di cui è presente la relazione nei documenti d’archivio, i resti, molto frammentari, vennero inseriti nei quattro arti e nella maschera della figura in cera appositamente realizzata per contenerli, conferendo così all’insieme le sembianze di un corpo umano.
Il manichino fu poi rivestito da un costume di soldato romano, offerto, come l’addobbo dell’urna in
cui è conservato, da Giovanni Reffo di Ferrera. Per la sistemazione della reliquia venne completamente smantellato l’altare di San Giuseppe e si sacrificò tutta la decorazione barocca della cappella, opere volute e realizzate, non molti anni prima, proprio da colui in memoria del quale fu donato il corpo santo.
Questo modo di procedere può sembrare contraddittorio, in realtà ribadisce il grande valore e l’importante significato attribuito, ancora nell’ottocento, ai corpi santi, presenti non solo in particolari e prestigiosi luoghi di culto ma diffusi ormai anche nelle piccole parrocchie periferiche.
É un aspetto che tocca anche l’ambito delle esigenze pastorali di un dato momento storico e sociale, per le quali evidentemente era più importante la presenza concreta di una reliquia di un presunto martire dei primi secoli, rispetto al modello di santità offerto da Giuseppe; quest’ultimo, infatti, pur personaggio non leggendario, attivo e presente nei vangeli, risultava figura troppo discreta da proporre all’attenzione devozionale dei fedeli, in un’epoca di dilagante laicismo e liberalismo politico anticlericale.
Nella parete della cappella fu così realizzato un loculo in cui venne sistemata l’urna sopra al quale fu però conservato il quadro, realizzato dal pittore Corvetti nel 1766, che riproduce la morte di San Giuseppe.
Una solenne celebrazione pubblica in onore del presunto martire è stata la ricorrenza centenaria della sua presenza, tenutasi il 25 maggio 1930, con processione per le vie del paese, mentre il ricordo annuale viene celebrato in una domenica all’inizio del mese di giugno.
La venerazione riguardo al corpo santo di Massimo si è manifestata anche a livello personale tra i fedeli, sia con l’imposizione del suo nome a diversi individui, sia nella commissione di celebrazioni eucaristiche all’altare dove ne riposano i resti, pratiche ancora presenti in seno alla comunità parrocchiale.
(Autore: Damiano Pomi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Massimo Venerato a Cravagliana, pregate per noi.


*San Morando - Monaco in Alsazia (3 e 13 giugno)

Martirologio Romano: Nel villaggio di Altkirch nel territorio di Basilea nell’odierna Svizzera, San Morando, monaco, che, nato in Renania, già sacerdote si recò a Compostela e, al suo ritorno, si fece monaco a Cluny, fondando poi il monastero in cui concluse il corso della sua intensa vita.
Nacque a Worms in Renania (Germania), intorno al 1050 da nobile famiglia; Morando aveva già ricevuto l’ordinazione sacerdotale, quando decise di fare un pellegrinaggio a San Giacomo di
Compostella, una delle grandi mete dei pellegrinaggi già dal Medioevo.
Durante il viaggio si fermò per una sosta presso l’abbazia di Cluny, fondata nel 910 da San Brunone e che allora era governata da Sant' Ugo (1049-1109); rimase colpito favorevolmente dallo stile di vita dei monaci, e al ritorno dal suo pellegrinaggio, volle chiedere di essere accolto nella abbazia.
Divenuto un monaco esemplare fu mandato nei monasteri d’Alvernia, nel Massiccio Centrale della Francia.
Nel 1100 un signore alsaziano (Regione della Francia ma con dialetto tedesco, decise di restaurare un santuario dedicato a San Cristoforo, sito nelle sue proprietà ad Altkirch e chiese all’abate di Cluny di gestirlo, l’abate acconsentì di fondare un monastero accanto alla chiesa e inviò alcuni monaci per la fondazione, ma l’impresa si rivelò difficoltosa a causa dell’ignoranza della lingua da parte dei monaci.
Allora Sant’Ugo chiamò dall’Alvernia Morando e lo inviò ad Altkirch come interprete, qui rifulse per la sua bontà, la sua calma e per la conoscenza dei luoghi; fu apprezzato da quelle popolazioni che presero a ricorrere spesso da lui per consigli, saggezza e aiuto, attribuendogli anche dei miracoli.
Il Santo monaco, morì nel 1115 e fu canonizzato verso la fine del secolo XII, la sua antica tomba è ancora nella chiesa di Altkirch e la sua festa è fissata al 3 giugno.
È considerato patrono dei vignaioli nella regione meridionale dell’Alsazia, perché si racconta che Morando abbia trascorso una Quaresima senza altro cibo che un grappolo d’uva e con il grappolo è stato rappresentato in alcune sculture sui portali di varie chiese.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Morando, pregate per noi.


*San Ramberto (o Ragneberto) - Martire (13 giugno)

m. 680
Martirologio Romano:

Nel territorio di Lione in Francia, San Ramberto, martire, che, nato da illustre famiglia e ornato di nobili virtù, fu odiato dal maestro di palazzo Ebroíno al punto di essere dapprima imprigionato e infine ucciso.
(Fonte:
Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - San Ramberto, pregate per noi.


*San Salmodio (o Psalmodio) - Eremita (13 giugno)
sec. VII
Martirologio Romano:
Presso Limoges in Aquitania, in Francia, San Salmodio, eremita.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Salmodio, pregate per noi.


*San Smbat - Confessore Generale armeno (Chiese Orientali) (13 giugno)

+ 855 circa
Il Sinassario di Ter Israyel commemora il 7 margac' (13 giu.) il generale (sparapet) Smbat Bagratuni, padre del re Asot I.
Nella notizia si riferisce che al tempo dell'invasione dell'Armenia da pane del governatore Bula (Bugha al-Kabir), Smbat si consegnò a lui seguendo così la sorte di altri naxarar (nobili) armeni che, incatenati, furono condotti a Samarra (nel testo genericamente «Babilonia») per essere deferiti al califfo.
Davanti a lui molti di loro, per aver salva la vita, preferirono rinnegare la religione cristiana; non così fecero Stefano detto Kon, principe del borgo di Tus nella provincia di Uteac'ik', che scelse il martirio, e lo stesso Smbat, il quale, avendo più volte proclamato la propria fede in Cristo, morì dopo una lunga prigionia.
La notizia termina riferendo che alcuni cristiani del posto, ottenuta l'autorizzazione del califfo, trasportarono il suo corpo nella vecchia Babilonia, e lo seppellirono nella cappella che era stata costruita sopra la fossa del profeta Daniele.
Nello stesso Sinassario, il nome di Smbat ricorre altre due volte, unito al ricordo delle 250 vittime della persecuzione di Bula: in una breve menzione al giorno 25 meheki (3 marzo) comprendente anche i «Secondi Atomiani», nonché al successivo 26 meheki (4 marzo) in una notizia più diffusa, analoga a quella del 13 giugno.
In linea generale, quanto riferito nel Sinassario trova riscontro nelle pagine degli storici armeni sia contemporanei che successivi: Giovanni Kat'otìkos (sec. DO, ad esempio, dedica all'elogio del martirio di Smbat il cap. 14 della sua Storia d'Armenia, mentre Kirakos Ganjakec'i, nel XIII secolo, attesta l'epiteto di «Confessore» (Xostovanol) che ha seguito nel tempo il nome del Santo.
Sempre al XIII secolo risale la testimonianza di Tommaso Arcruni (cf. M. Brosset, Collection d'historiens arméniens, I, San Pietroburgo 1874, 166-167), secondo la quale Smbat non subì un'esecuzione ma, pur restando, come sembra, in carcere, ebbe salva la vita: il «martirio» nominato nelle fonti sarebbe dunque da intendersi come la lunga serie di patimenti uniti alla prigionia, che furono causa della sua morte.
(Fonte: Bibliotheca Sanctorum Orientalium)
Giaculatoria - San Smbat, pregate per noi.


*Tredicina a Sant’Antonio di Padova (13 giugno)  

Scheda del Gruppo cui appartiene: "Devozioni - Le preghiere che salvano"
Quando si dice semplicemente «il santo», il pensiero di molti fedeli corre spontaneamente a sant’Antonio di Padova, il taumaturgo per antonomasia, la cui festa si celebra il 13 giugno. La basilica a lui intitolata vede ogni anno l’afflusso di oltre cinque milioni di pellegrini, che affollano la sua
tomba e chiedono la sua prodigiosa intercessione.
Una specifica ricerca ha messo in luce che fra le invocazioni dei devoti prevalgono statisticamente quelle relative alla salute e al lavoro (rispettivamente al primo e al terzo posto per frequenza), mentre al secondo posto ci sono i ringraziamenti per la protezione sperimentata in occasione di un incidente.
La più antica devozione relativa a sant’Antonio è il cosiddetto Breve. La tradizione narra che una donna che intendeva suicidarsi si addormentò nella chiesa francescana di Santarem, in Portogallo, e sognò il santo che le diceva: «Alzati, figlia, tieni questo foglio e sarai libera dalle incursioni del maligno».
Al risveglio ella si ritrovò fra le mani un foglietto con un testo in latino, che il Papa francescano Sisto V fece incidere  nel 1590 sull’obelisco in piazza San Pietro. In italiano dice così: «Ecco la croce del Signore! Fuggite, o nemici. Il leone della tribù di Giuda, il germoglio di Davide, ha vinto. Alleluia».
Tuttora molto diffusa è la novena cosiddetta «Tredicina», perché si svolge normalmente nell’arco di tredici martedì, il giorno in cui vennero celebrati i funerali del santo.
Probabilmente però la preghiera più nota in onore di sant’Antonio è il Si quaeris, composto da fra’ Giuliano da Spira nel 1233.
Una traduzione italiana recita: «Se cerchi i miracoli, fuggono la morte, l’errore, le calamità, il demonio e la lebbra; gli ammalati si alzano risanati.
Mare e catene si aprono, i giovani e i vecchi chiedono e ritrovano le forze e le cose perdute. Scompaiono i pericoli, terminano le difficoltà: racconti chi lo ha sperimentato, lo dicano i padovani».
(Autore: Saverio Gaeta - Fonte: Enciclopedia dei Santi)


*San Trifilio di Leucosia (Nicosia) - Vescovo (13 giugno)
San Trifilio, vescovo di Leucosia (odierna Nicosia) a Cipro, difese con forza la fede del Concilio di Nicea. Come riferì San Girolamo fu chiarissimo oratore del suo tempo e stupendo commentatore del Cantico dei Cantici.
Martirologio Romano: A Nicosía nell’isola di Cipro, San Trifillo, vescovo, che difese strenuamente la retta fede di Nicea e, come afferma San Girolamo, fu l’oratore più eloquente del suo tempo e straordinario commentatore del Cantico dei Cantici.
Il bollandista Papebroch ha pubblicato nel 1698 l'unica Vita di Trifillio che ci è pervenuta. F. Halkin nel 1948 ne ha dato una nuova edizione riveduta e corretta con un commento sulla vita e sul culto del Santo.
Secondo questo racconto Trifillio era originario di Roma, ma fu educato a Costantinopoli dove il
padre era stato trasferito dall'imperatore Costantino. Giovane si portò insieme con la madre a Gerusalemme.
Al ritorno divenne primo discepolo di San Spiridione vescovo di Trimitonte (Cipro) e poi vescovo di Leucosia, oggi Nicosia.
Durante l'episcopato predicò tutti i giorni alle sue pecorelle, fece numerosi miracoli e visse poveramente. Fondò un monastero dove sua madre morì.
Dopo la morte, gli Agareni profanarono il suo corpo troncandogli la testa e gettarono le reliquie nel fuoco. Alcune di esse si salvarono e furono rinvenute nascoste nel muro.
L'autore di questa biografia si è limitato a raccogliere le tradizioni orali che circolavano a Leucosia su Trifillio. Egli non conosce quanto Sant' Atanasio, San Girolamo e Sozomeno hanno scritto sul personaggio.
San Girolamo (De viris illustribus, 92) riferisce che Trifillio lasciò alcuni scritti, fra i quali commentari al Cantico dei Cantici, ma nessuna sua opera è pervenuta.
Sozomeno nella sua Storia Ecclesiastica (I, 11) dà alcuni particolari sulla sua formazione giuridica a Beirut e sulla sua eloquenza un po' mondana.
Sant' Atanasio elogia la sua ortodossia in quanto era stato a lui favorevole nel concilio di Sardica. Anche le tracce sul culto non sono numerose.
Nei menei greci è ricordato il 13, l'11 o il 12 giugno Nel sec. XVI il suo nome fu introdotto nei calendari e martirologi occidentali: prima dal Molano nel 1573, dal Genebrard nel 1577 e dai compilatori del Martirologio Romano nel 1584 con la data al 13 giugno.
Le chiese slave si sono conformate ai bizantini nella commemorazione al 13 giugno.
La sua immagine orna il calendario russo figurato, dipinto nel sec. XVII e riprodotto dal Papebroch e dal Martinov.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Trifilio di Leucosia, pregate per noi.

 
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