Santi del 13 Maggio - Istituto Aveta

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Santi del 13 Maggio

Il mio Santo > I Santi di Maggio

*Sant'Agnese di Poitiers - Badessa (13 maggio)

m. 588
Martirologio Romano:
A Poitiers nella regione dell’Aquitania, in Francia, Santa Agnese, badessa, che, consacrata dalla benedizione di San Germano di Parigi, governò con grande spirito di carità il monastero della Santa Croce.
Agnese, educata «ab ineunte aetate loco filiae» dalla regina santa Radegonda, quando questa, dopo essersi ritirata dalla corte, fondò il monastero di Santa Croce a Poitiers, pregata dalla sua benefattrice, che non voleva per sé tale incarico, ne divenne badessa, con la benedizione abbaziale
datale da San Germano, vescovo di Parigi, presenti altri vescovi.
Dopo qualche anno, in seguito a contrasti insorti tra il monastero e il vescovo della città Meroveo per questioni di giurisdizione, la Santa ritenne opportuno ritirarsi temporaneamente ad Aries insieme con Radegonda; al suo ritorno introdusse nel monastero le regole dettate da san Cesario per una abbazia femminile di San Giovanni di Aries.
La prudenza con cui Agnese esercitava la difficile arte del governo, oltre ad attirare al monastero più di 200 religiose, fece si che, dopo la morte di Santa Radegonda, poté riconciliarsi con Meroveo, che ebbe l'alta direzione del cenobio.
I rapporti fra le due autorità migliorarono ancora con Venanzio Fortunato, successore di Meroveo, il quale ha lasciato precise testimonianze intorno alle virtù di Agnese nelle sue lettere e nei suoi versi.
Agnese morì il 13 maggio 588, nove mesi dopo Radegonda, e fu sepolta nella chiesa di Santa Maria fuori le mura della città. Il nuovo Proprio della diocesi di Poitiers ricorda le Sant'Agnese e il 13 maggio.
(Autore: Charles Lefebvre - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Agnese di Poitiers, pregate per noi.

 

*Sant'Andrea Uberto Fournet (13 maggio)

Maille, Francia, 6 dicembre 1752 - 13 maggio 1834
Nacque a Poitiers, nel villaggio di Saint-Pierre de Maillé nel 1752. Ordinato sacerdote, fu nominato prima vicario del villaggio di Haims, dove era parroco uno dei suoi zii paterni, poi a Saint-Phele de Maillé. Poco tempo dopo successe a un altro zio nella parrocchia di San Pietro di Maillé.
Colpito e turbato dalla voce di un povero visse una conversione interiore. Durante la rivoluzione francese, avendo rifiutato il giuramento scismatico, fu parecchie volte sul punto di essere messo a morte. Privato del beneficio parrocchiale, e cacciato dal suolo francese, rifugiò in Spagna.
Mentre la persecuzione infieriva ancora nella sua patria egli ritornò segretamente e si tenne nascosto celebrando i sacramenti per i fedeli.
Ridata la pace alla Chiesa ritornò nella sua parrocchia in cui era tutto da rifare e là con gli esempi mirabili della sua santità acquistò il titolo di «Buon Padre».
Durante questo tempo, per provvedere all'educazione cristiana delle fanciulle, specialmente delle più povere, fondò la congregazione delle Figlie della Croce, con Elisabetta Bichier. Nel 1820 il santo si dimise da parroco e si trasferì nella borgata di La Puye, dove era stabilita la Casa principale della nuova Congregazione. Morì nel 1834. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Puy-en-Vélay nella regione di Poitiers in Francia, Sant’Andrea Uberto Fournet, sacerdote, che, parroco al tempo della rivoluzione francese, benché diffidato, confortò i fedeli nella fede; in seguito, restituita la pace alla Chiesa, fondò insieme a Santa Elisabetta Bichier des Âges l’Istituto delle Figlie della Croce.  
Santità, giustizia, pietà. Queste tre virtù risplendono mirabilmente in Sant'Andrea Fournet. Egli nacque a Poitiers, nel villaggio di Saint-Pierre de Maillé l’anno 1752 da pii e agiati genitori. Giunto
all’adolescenza, benché propenso per inclinazione naturale ai divertimenti, non mancò mai troppo al suo dovere. Toccato dalla grazia, risolse di consacrarsi a Dio.
Ordinato sacerdote, fu nominato prima vicario del villaggio di Haines, dove era parroco uno dei suoi zii paterni, poi a Saint-Phele de Maillé. Poco tempo dopo successe a un altro zio nella parrocchia di S. Pietro di Maillé.
Conduceva una vita virtuosa, ma comoda, con la madre e la sorella. All’improvviso fu fortemente turbato dalla voce di un povero: elevando da quel momento la sua anima a cose più eccelse, entrò generosamente nella via d’una vita più perfetta, adempiendo più santamente i suoi doveri di parroco, portando ogni cura agli interessi di Dio e delle anime.
Durante la rivoluzione francese, avendo rifiutato coraggiosamente il giuramento scismatico, fu parecchie volte sul punto di essere messo a morte. Privato del beneficio parrocchiale, e cacciato dal suolo francese, rifugiò in Spagna.
Mentre la persecuzione infieriva ancora nella sua patria egli ritornò segretamente e si tenne nascosto celebrando i Ss. Misteri, e sempre in segreto amministrando i Sacramenti ai fedeli. Ridata la pace alla Chiesa ritornò nella sua parrocchia in cui era tutto da rifare e là con gli esempi mirabili della sua santità si acquistò il titolo di “Buon Padre”. Durante questo tempo, per provvedere all’educazione cristiana delle fanciulle, specialmente delle più povere, si occupò della fondazione della congregazione delle Figlie della Croce, con il concorso di Santa Elisabetta Bichier des Âges (canonizzata il 6 luglio 1947).
Per meglio occuparsi ancora di tale opera, nel 1820 il Santo si dimise da parroco e si trasferì nella borgata di La Puye, dove era stabilita la Casa principale della nuova Congregazione. La fortificò mediante sagge regole, molto atte a favorire ogni virtù nelle sue figlie spirituali, lasciando in retaggio al suo istituto, così benemerito per l’educazione cristiana delle giovani, lo spirito del suo zelo apostolico. Compiuta in tutto la volontà di Dio, si spense serenamente nell’anno 1834.
(Autore: Antonio Galuzzi - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Andrea Uberto Fournet, pregate per noi.


*Santa Gemma - Reclusa (13 maggio)
San Sebastiano di Bisegna, Abruzzo, 1375 (?) - Goriano Sicoli, 13 maggio 1439
Martirologio Romano:
In località Goriano Sicoli in Abruzzo, Beata Gemma, vergine, che visse rinchiusa in una piccola cella accanto alla chiesa, da dove poteva vedere soltanto l’altare.  
Santa Gemma nacque intorno all’anno 1375 a San Sebastiano di Bisegna, in Abruzzo. I suoi genitori, di povera condizione sociale e dediti soprattutto alla pastorizia, per migliorare il loro tenore di vita, pensarono ditrasferirsi a Goriano Sicoli, nell’odierna provincia dell’Aquila.
La fanciulla per causa di un’epidemia rimase orfana di entrambi i genitori. Lei comunque non si scoraggiò e protetta dalla comare continuò ad accudire il suo piccolo gregge, conducendo una vita tutta lavoro e preghiera.
Secondo altre fonti invece Santa Gemma si trasferì a Goriano accolta dalla comare solo dopo la morte dei genitori. La storia del suo arrivo nel piccolo paese della Valle Subequana è alla base del pellegrinaggio che gli abitanti di San Sebastiano compiono l’11 Maggio di ogni anno proprio a Goriano Sicoli.
La casa della comare (nella quale abitò anche Santa Gemma) oggi ospita la confraternita a Lei dedicata. La sua straordinaria bellezza invaghì il conte Ruggero di Celano. La pastorella però reagì, costringendo il nobile a pentirsi del suo comportamento. Colpito da tanta determinazione, il
conte ordinò che si costruisse una comoda stanza adiacente alla chiesa di San Giovanni , affinché la fanciulla potesse vivere più degnamente e dedicarsi alle preghiere.
Da quell’epoca la fanciulla condusse una vita ascetica, dedicandosi allo studio della Bibbia e prodigandosi nell’ assistenza spirituale nei confronti di tanta gente che a lei ricorreva.
Secondo altre fonti invece la pastorella visse per 42 anni in clausura assoluta proprio a Goriano Sicoli, appartenente alla Diocesi di Sulmona.
Morì il 13 Maggio 1439. Subito dopo la morte cominciarono a verificarsi numerosi miracoli. Gli abitanti di Goriano allora indussero il vescovo di Sulmona a far riesumare al sua salma che risultò completamente intatta.
I gorianesi allora fecero costruire un’urna in legno ed il suo corpo venne collocato sotto l’altare maggiore della chiesa di San Giovanni (poi intitolata a Santa Gemma).
Tanti furono i miracoli che si verificarono in diversi luoghi d’Abruzzo, regolarmente annotati nel registro parrocchiale di Goriano e riconosciuti dalle autorità ecclesiastiche, per cui fu innalzata presto agli onori degli altari. Il culto è approvato dal 1890. La Santa è venerata non solo in Abruzzo, ma anche nelle tante comunità di abruzzesi sparse per il mondo.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Gemma, pregate per noi.

 

*Beata Giuliana di Norwich (13 maggio)
m. 1423 c.
Di questa Beata si ignorano il nome di Battesimo e quello della sua famiglia. Oltre al libro delle Rivelazioni, sulla sua esistenza ci è giunta solo un'altra testimonianza coeva, che è stata recentemente scoperta nella singolare autobiografia di Margery Kempe, altra Santa donna del tempo.
Ella, nel 1413, si era recata, nel romitaggio di Norwich, a visitare "Madonna Giuliana" per averne consigli e direttive spirituali. "Madonna Giuliana" o "signora Giuliana", è il nome sotto il quale la Beata era conosciuta in vita e che poi le è rimasto; potrebbe averlo adottato in onore di San Giuliano, patrono della chiesa presso cui trascorse gran parte della sua vita, chiesa che apparteneva al monastero di Benedettine dei SS. Maria e Giovanni a Carrow, dentro la città di Norwich. Si è avanzata l'ipotesi, ma senza prove valide, che Giuliana fosse una monaca di quel priorato.
Tutto ciò che realmente è noto su Giuliana, che si dice "una semplice creatura che non conosce le lettere", simile in ciò a Santa Caterina da Siena, pure illetterata, sono le notizie che si possono trarre dal suo notevole libro, pervenuto in due distinte versioni: "testo lungo" e "testo breve". Attualmente si concorda generalmente nel considerare la versione "breve" come la più antica, sebbene sia stata la "lunga" ad essere edita per prima, nel 1670, a cura del benedettino Serenus Cressy, dal ms. di Parigi. Tra le numerose riedizioni, seguiamo qui quella del 1901, annotata da Grace Warrack. Il "testo breve" è stato edito per la prima volta da D. Harford nel 1911, da un ms. del British Museum, ed è stato riedito da A. M. Reynolds nel 1958. In questo secolo sono stati scoperti altri due mss., uno per ogni versione.
In tempi recenti sono stati pubblicati molti studi sulle Rivelazioni di Giuliana, alla quale si riconosce universalmente una personalità fuori del comune.
Ella è la prima scrittrice che usi il volgare, cosa questa che aggiunge uno speciale interesse linguistico al suo libro e, come mistica, Giuliana occupa davvero un posto eminente. Preliminarmente meritano di essere ricordate le sue continue dichiarazioni di lealtà verso l'insegnamento della Chiesa. Per misurare adeguatamente ]a sua statura, è fondamentale la conoscenza degli autori che hanno scritto di lei in questi ultimi tempi, soprattutto il gesuita Paolo Molinari (1958).
La data cruciale nella vita di Giuliana fu l'8 o il 13 maggio 1373: i mss. non concordano sul giorno del mese. Della sua vita precedente, sappiamo solo che ella era teneramente devota alla madre e che era una donna molto pia. Questa seconda caratteristica si delinea in rapporto alle
affermazioni della beata secondo cui, in un tempo non specificato, ma anteriore alle sue "visioni", ella aveva chiesto a Dio tre doni e cioè: una "veduta materiale" della Passione di Cristo, così da partecipare alle sue sofferenze come Maria e l'esperienza di una "malattia del corpo", perché fosse purificata da ogni amore per le cose terrene. La terza grazia concerneva tre "ferite" (wounds): di dolore per il peccato, di sofferenza con Cristo e di brama di Dio. Le prime due grazie erano chieste con la condizione "se questa è la volontà di Dio", ma la terza senza alcuna riserva. Tutto ciò presuppone una insolita disposizione dell'anima, preparata a ricevere straordinarie grazie mistiche.
La malattia che aveva chiesta la colpì quasi all'improvviso nel giorno cui si è già accennato. Non è detta l'esatta natura del male, ma che fosse molto grave lo prova il fatto che giunse in punto di morte. "Io giacqui tre giorni e tre notti e la quarta presi tutti i sacramenti della Santa Chiesa e pensai che non avrei vissuto fino all'alba. E dopo ciò, io languii per due giorni e due notti e la terza notte pensai di essere per morire e così pensarono quelli che erano con me... E essendo ancora giovane, pensai esser molto doloroso morire.. .ma consentii in pieno, con tutta la volontà del mio cuore ad essere alla mercè di Dio... Si mandò a cercare il mio curato perché assistesse alla mia fine. Egli mise la croce dinanzi al mio volto e disse: "Ti ho portato l'immagine del tuo Creatore e Salvatore; guardala e siine confortata"". Giuliana si sforzò di assecondarlo e vi riuscì, ma "non seppe come". L'immagine sembrò diventare viva, col sangue che gocciava giù dal volto del Salvatore. Poco dopo, quando ella pensava di essere proprio morta "tutto ad un tratto la mia pena fu rimossa da me e io fui così come ero prima".
Quindi Giuliana ricordò il desiderio di sperimentare sul suo corpo le sofferenze della Passione di Nostro Signore (cap. XVII) "la quale visione delle pene di Cristo mi empí di pena. Perché io sapevo bene che Egli aveva sofferto una sola volta, ma era come se Egli volesse mostrarmelo e riempirmi col pensiero, come avevo prima richiesto.
Così pensai: io sapevo ben poco che pene fossero quelle che io chiesi, e, come una disgraziata, mi pentii, pensando: se io avessi saputo ciò che era stato, ci avrei pensato a chiederlo. Perché mi parve che le mie pene avessero oltrepassata la pena corporea. Io pensai: c'è qualche pena come questa? E mi risposi nella mia ragione: l'Inferno è un'altra pena, perché non c'è speranza.
Ma di tutte le pene che guidano alla salvezza, questa è la maggiore, vedere il tuo Amore soffrire...".
Questa fu la prima delle quindici Rivelazioni, riferita quella mattina dopo la sua misteriosa malattia e improvvisa guarigione. "La prima cominciò la mattina presto, circa le quattro, e continuò la visione con processo pieno, chiaro e netto, una di seguito all'altra fino a oltre le nove del giorno". L'ultima manifestazione ebbe luogo la notte successiva, e quando finì le tornarono i sintomi della malattia, e Giuliana cominciò a nutrire dubbi sulla realtà della sua esperienza e spesso desiderò "di conoscere che significato desse il Nostro Signore a tutto quello". Ella dovette aspettare quindici anni e più prima di ricevere una risposta diretta: "Volevi conoscere il disegno del tuo Signore in questa cosa? Amore.
Imparalo bene: Amore era il Suo disegno. Cosa ti mostrò? Amore. Perché te lo mostrò? Per Amore. Tienilo dentro e imparerai e conoscerai di più insieme... Così fu che pensai che Amore era il disegno di Nostro Signore".
Queste visioni dovevano essere per Giuliana come semi celesti piantati da Nostro Signore stesso nella sua anima e essi si svilupparono interiormente nel corso della vita. Tutto il libro non è altro che un commentario su ciò che le fu mostrato durante quelle poche ore nel suo letto di malata, nel trentunesimo anno della vita. Ella visse a lungo, chiusa nel suo romitorio presso la chiesa di S. Giuliano a Norwich, curata negli ultimi anni da due donne che provvedevano alle sue necessità. Là Giuliana fu visitata da molte persone di ogni rango e grado, che venivano a lei per aver un consiglio nelle loro pene. Il suo amore per Nostro Signore ispirò quello per i suoi evenchristians, come li chiamava.
Il libro deve essere stato dettato a qualche chierico competente che, nel frattempo, deve averle reso familiari i migliori scritti spirituali dei santi Padri e Dottori cattolici. Ci sono anche ragioni per pensare che le lettere della sua più giovane contemporanea, Santa Caterina da Siena, debbano esserle state portate a conoscenza, ma nessuna influenza esterna adulterò l'originalità della sua sapienza "data da Dio" (God-given): il libro che alla fine ella scrisse, rimane la più dolce esposizione clel. l'amore divino che sia mai stata scritta nella lingua inglese.
Alcuni dei suoi capitoli possono essere descritti solo come "sublimi", con un messaggio per ogni generazione di devoti cristiani, in tutto il mondo. Non c'è alcuna traccia di una eventuale beatificazione di Giuliana, e nemmeno di culto pubblico: tuttavia ella è talvolta chiamata beata e ricordata il 13 o il 14 maggio.
(Autore: John Stéphan – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Giuliana di Norwich, pregate per noi.


*Beata Maddalena Albrici – Vergine (13 maggio)
Como, 1415 - maggio 1465
La Beata Maddalena nacque a Como verso il 1415. Entrò a Brunate in una casa religiosa, istituita sotto la regola di sant'Agostino che fu da lei trasformata in monastero sotto il titolo di sant'Andrea, ma sempre obbediente alla regola agostiniana. Innamorata della spiritualità del Santo le stava a cuore appartenere all'Ordine e stare nella sua giurisdizione.
Nel 1455 la Congregazione agostiniana di Lombardia accolse la comunità sotto la sua giurisdizione.  Pio II, il 16 luglio 1549, approvò in modo definitivo tale aggregazione.
La Beata fu una propagatrice della vita agostiniana e ricondusse all'Ordine molte giovani, che vivevano da sole nelle proprie case, e alcuni terziari, accolti nei pressi di Como. Sempre desiderosa di ubbidire più che di comandare infervorava le consorelle a lei soggette alla perfezione delle virtù. Morì nel maggio del 1465. Il papa Pio X confermò il suo culto nel 1907. Le
sue reliquie sono custodite nella chiesa di Brunate. (Avvenire)
Etimologia: Maddalena = di Magdala, villaggio della Galilea
Emblema: Giglio
Martirologio Romano: A Como, Beata Maddalena Albrici, badessa dell’Ordine di Sant’Agostino, che suscitò molto il fervore di perfezione delle sue consorelle.
La Beata Maddalena nacque a Como verso il 1415. Ardente di amore verso il Signore, a Brunate entrò in una casa religiosa, istituita sotto la Regola di Sant'Agostino che fu da lei trasformata in monastero sotto il titolo di S. Andrea, ma sempre obbediente alla Regola di S. Agostino.
Innamorata della spiritualità del santo le stava sommamente a cuore appartenere all'Ordine e stare nella sua giurisdizione.
Nel 1455 la Congregazione agostiniana di Lombardia accolse la comunità sotto la sua giurisdizione.
Pio II, il 16 luglio 1549, approvò in modo definitivo tale aggregazione. La beata fu una meravigliosa propagatrice della vita agostiniana e ricondusse all'Ordine molte giovani, che vivevano da sole nelle proprie case, e alcuni terziari, accolti nei pressi di Como.
In verità pian piano molti monasteri di monache furono guadagnati all'Ordine agostiniano. Sempre più desiderosa di ubbidire più che di comandare infervorava le consorelle a lei soggette alla perfezione delle virtù. Eminente per purezza di vita e per carità verso tutti, morì nel maggio del 1465. Il Papa San Pio X confermò il suo culto nel 1907.  
Le sue reliquie sono custodite nella chiesa di Brunate.
(Autore: P. Bruno Silvestrini O.S.A. - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Maddalena Albrici, pregate per noi.


*San Maeldoid – Abate (13 maggio)

VI o VII sec. (?)

San Maeldoid è un Santo irlandese che si ritiene sia stato abate di Mucnam, presso la cittadina Castleblayney nella contea di Monaghan in Irlanda.
Su di lui non sappiamo praticamente nulla. Sembra sia vissuto nel VI o VII secolo, e abbia avuto un culto in suo onore oltre che in Irlanda anche in Scozia.
Nel Martirologio di Tallagh e in quello di Gorman viene indicato quale giorno della sua festa il 13 maggio.

(Autore: Mauro Bonato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - San Maeldoid, pregate per noi.


*SS. Martiri Alessandrini (13 maggio)
Memoria dei numerosi SS. Martiri Alessandrini, che furono uccisi sotto il vescovo ariano Lucio nella chiesa di Theona, per la loro fede cattolica.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - SS. Martiri Alessandrini, pregate per noi.


*San Natale di Milano - Vescovo (13 maggio)

Milano, † 14 maggio 747 ca.
Etimologia:
Natale = nascita, dal latino
Emblema: Bastone pastorale
Secondo gli antichi cataloghi episcopali della archidiocesi milanese, San Natale fu il quarantatreesimo vescovo di Milano, governò sulla cattedra di Sant’Ambrogio per soli quattordici mesi, negli anni 746-47, morendo a Milano il 14 maggio del 747 ca.
Venne sepolto nella chiesa di San Giorgio al Palazzo, chiesa da lui fatta costruire, questo ci è noto grazie ad una epigrafe posta sul suo sepolcro, ancora leggibile nel secolo XVI.
Detta iscrizione, confermava che Natale aveva governato per soli quattordici mesi e diceva che
era morto all’età di 72 anni, esaltandone le qualità di buon pastore.
Notizie successive, lo classificano come uomo di grande cultura; aveva in particolare una profonda conoscenza del latino, del greco e dell’ebraico, che è quanto dire per quei tempi.
Fu un tenace oppositore dell’eresia ariana, diffusa da Ario (320), secondo la quale, il Verbo incarnato in Gesù, non è della stessa sostanza del Padre, ma rappresenta la prima delle sue creature; condannata dai Concili di Alessandria (321) e di Nicea (325).
San Natale è celebrato in particolare a Milano il 13 maggio.
All’origine del nome Natale, vi è l’aggettivo latino “natalis” che significa ‘nascita’ e ‘natus’ che significa "nato".
È un antico nome cristiano adottato sin dagli inizi e imposto ai bambini che avevano l’opportunità di nascere cristiani, e aspirare alla vita eterna. Dal IV-V secolo, fu dato ai figli nati il giorno di Natale.
Abbastanza diffuso in Italia, anche nella forma alterata di Natalino, al femminile è usato come Natalia, Natascia, Natalina.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Natale di Milano, pregate per noi.

 

*Servi di Dio Sei Martiri Cistercensi di Casamari (14 maggio)
Casamari, Frosinone, † 13 maggio 1799
Si tratta di un gruppo di monaci cistercensi (quattro di origine francese, un italiano, un cecoslovacco), che in buona parte, fuggiti dagli orrori della Rivoluzione Francese e confluiti singolarmente nell’Abbazia di Casamari, trovarono qui, tutti insieme il martirio, per mano degli stessi soldati dell’esercito rivoluzionario francese, in ritirata da Napoli.
Il contesto storico
Il 23 gennaio 1799, le truppe francesi del generale Championnet, occuparono Napoli, mentre il re Ferdinando IV, si rifugiava a Palermo; i patrioti fautori della repubblica, avevano occupato il 22,
Castel Sant’Elmo che sovrasta la città, proclamando la Repubblica Partenopea, chiedendo il giorno dopo, al generale francese di riconoscerla e di nominare un governo provvisorio, al quale presero parte i più noti nomi dell’intellettualità napoletana.
Mentre a Napoli si sviluppava nei primi mesi dell’anno 1799, una vivace attività di governo, nella provincia del Regno delle Due Sicilie, le cose precipitavano; il 7 febbraio il cardinale Fabrizio Ruffo (1744-1827), con l’assenso del re, sbarcò nella sua Calabria con pochi uomini, per tentare un’opposizione armata e popolare, contro i francesi e i cosiddetti giacobini, cioè i patrioti del regno che l’appoggiavano.
Facendo leva sulle folle contadine che nutrivano odio contro i loro padroni, che a loro volta nutrivano in buona parte, simpatie giacobine contro l’assolutismo borbonico e appoggiandosi alle bande di briganti che imperversavano con la loro guerriglia, l’”esercito sanfedista” del cardinale, conquistò man mano la Calabria, la Puglia, la Basilicata, saccheggiando con le sue orde disordinate e feroci, tutte quelle cittadine simpatizzanti per la Repubblica che si opponevano, come Altamura, Crotone, ecc.
Dal mare il generale inglese Orazio Nelson, con la sua flotta e le truppe turche e russe, inviate dai loro sovrani in soccorso del re Ferdinando IV, sostenevano la marcia del cardinale Fabrizio Ruffo, verso Napoli, la capitale del Regno.
Intanto nell’aprile 1799, le truppe francesi subivano delle sconfitte in Lombardia, nella guerra contro l’Austria, pertanto ciò determinò l’abbandono, di Napoli prima, e del Regno delle Due Sicilie poi, delle truppe francesi del generale Championnet, che presero a risalire la Penisola, lasciando soli i patrioti della Repubblica Partenopea, che oltre le preponderanti forze nemiche, dovettero affrontare anche l’insurrezione interna dei cosiddetti “lazzaroni”.
La Repubblica cadde definitivamente il 19-23 giugno, dopo un’eroica ma impari resistenza; nonostante le promesse fatte loro dal cardinale Ruffo di aver salva la vita, il re ritornato a Napoli, tramite le Giunte di Stato, condannò a morte per impiccagione o decapitazione, più di cento patrioti e fra questi i più bei nomi della cultura napoletana, compreso l’ammiraglio Francesco Caracciolo, odiato da Nelson.
La ritirata delle truppe francesi
Le truppe francesi, costrette dall’avanzare del riorganizzato esercito borbonico e dalla presenza della flotta inglese, ancorata nelle isole d’Ischia e di Procida, prese la via del ritorno risalendo la penisola per la strada litoranea, attraverso Gaeta e Terracina.
Lo Stato Pontificio era anch’esso invaso dai Francesi e lo stesso papa Pio VI (1717-1799), si trovava prigioniero di Napoleone Bonaparte in Francia, dove morirà il 29 agosto 1799; un distaccamento di circa 15.000 soldati al comando dei generali Vetrin e Olivier, prese però la strada interna, giungendo il 10 maggio a Cassino, spopolata dagli abitanti rifugiatosi sui monti.
Anche la millenaria abbazia benedettina di Montecassino fu devastata, saccheggiata e profanata, dai circa 1500 uomini della colonna del generale Olivier, saliti fin lassù; fortunatamente i monaci si erano messi in salvo a Terelle, portando con loro le cose più preziose e artistiche.
La ritirata continuò nella provincia di Frosinone e cittadine come Aquino, Roccasecca, Arce, l’11 maggio 1799 furono saccheggiate e alcuni abitanti uccisi; poi i francesi anziché deviare per Ceprano, si diressero a Isola del Liri, dove il 12 maggio perpetrarono ogni sorta di violenza, saccheggio, profanazione di chiese e distruzioni e questa volta con un efferato eccidio di oltre 500 abitanti, che avevano cercato di opporre una debole resistenza; gli oltre cinquecento nomi, sono annotati nel registro dei defunti della Chiesa di San Lorenzo, tutti uccisi il 12 maggio 1799, giorno di Pentecoste.
Poi mentre la truppa riprendeva la strada per il Nord, un drappello di venti soldati sbandati, della formazione “leopardi”, il 13 maggio penetrò all’interno dell’Abbazia di Calamari, alla ricerca di altro bottino; secondo le consuetudini di quei tempi, quando scarseggiando la paga governativa, lo stesso generale Bonaparte, autorizzò il saccheggio per sostenersi da parte dei suoi soldati; cosa sempre successa anche in epoca recente in tutte le guerre, che hanno comportato invasioni, occupazioni, ritirate più o meno disastrose.
Il martirio dei sei monaci cistercensi
L’Abbazia di Casamari, posta in una frazione del Comune di Veroli (Frosinone), appartiene all’Ordine Cistercense, fondato da San Roberto di Molesmes nel 1098, a Citeaux (Francia), il cui
nome latino era Cistercium; Ordine che ebbe il più grande sviluppo e regolamentazione nel 1109, con il terzo abate generale Santo Stefano Harding (1060-1134).
L’Abbazia di Casamari sorse sul luogo di un’antica fondazione benedettina, passata poi nel 1150 ai Cistercensi; la chiesa del 1217 e il grandioso complesso delle costruzioni conventuali, sono opera di un’unica mente direttiva che guidò l’opera delle abili maestranze.
Il complesso edilizio, concepito secondo un chiaro e unitario piano cistercense, ricorda l’architettura borgognona per le proporzioni, la purezza delle forme e i prevalenti caratteri del primo gotico francese.
In questo gioiello dell’arte cistercense e cenobio insigne di spiritualità, viveva la comunità dei monaci cistercensi sotto la guida del priore padre Simeone Cardon; il 13 maggio 1799 il clima era di paura, per le notizie degli eccidi e devastazioni perpetrati dalla soldataglia francese e quando alle otto di sera, mentre la comunità si accingeva al canto della ‘compieta’, che precede il grande silenzio della notte del monastero, il gruppo di una ventina di soldati francesi sbandati, irruppe all’interno dell’abbazia, arrecando agli indifesi monaci, spavento, disperazione, sangue e morte.
Mentre la maggior parte di essi, scappavano spaventati e inermi cercando un possibile rifugio, sei monaci coraggiosamente ed eroicamente, restarono a difesa dell’Eucaristia, cercando di nascondere le sacre pissidi o riparando alla profanazione, raccogliendo le particole consacrate disperse sull’altare e per terra.
La soldataglia atea sfogò su di loro la rabbia di non trovare denaro ed oggetti preziosi, tranne i calici sacri difesi dai monaci e a colpi di sciabola, baionetta, archibugio, uccise i sei cistercensi
prima di lasciare l’abbazia.
I corpi dei sei martiri, furono poi sepolti dai confratelli ritornati dopo il gran pericolo; attualmente le loro reliquie riposano nella chiesa abbaziale; una serie di bei dipinti, opera di Mario Barberis, custoditi nel Museo dell’Abbazia, illustrano alcune fasi del martirio; di seguito si elencano i loro nomi e brevi cenni biografici per ognuno:
Priore, padre Simeone Cardon; padre Domenico Zawrel, fra Maturino Pitri, fra Albertino Maisonade, fra Modesto Burgen, fra Zosimo Brambat.
Padre Simeone Cardon
Priore e cellerario, nacque a Cambrai, fu monaco benedettino a Parigi, durante la Rivoluzione fuggì dalla Francia e raggiunse rocambolescamente Casamari il 5 maggio 1795, dove vestì l’abito cistercense e, poi, emise la professione di stabilità.
Per bontà ed esemplarità di vita fu nominato, prima economo e successivamente, priore dell’abbazia. All’approssimarsi dell’esercito francese in ritirata, dapprima decise di fuggire con i monaci, ma poi, li esortò a rimanere.
Il 13 maggio egli accolse il drappello degli sbandati e distribuì loro cibo e bevande; davanti alla loro furia distruttiva, dapprima si nascose nell’orto, ma rientrato in sé, ritornò nella sua cella dove fu assalito dai soldati che reclamavano i tesori del monastero. Con la sciabola fu ferito alla testa ed alle mani mentre cercava di parare i colpi.
Morì verso le sette del mattino seguente; aveva cinque ferite, due colpi di baionetta nel corpo, un colpo di sciabola nella testa, uno sul braccio destro e uno sulla coscia sinistra.
Padre Domenico Zawrel
Maestro dei novizi, nato a Codovio in diocesi di Praga, fu dapprima religioso domenicano della
Congregazione di Santa Sabina di Praga. Venne a Casamari nel maggio 1776, il mese seguente ricevette l’abito di novizio e, l’anno dopo, professò i voti solenni.
Nella tragica notte del 13 maggio, raccolse per due volte le sacre specie sparse, prima nella chiesa, poi nella cappella dell’infermeria, dove rimase in adorazione con due altri confratelli, fra Albertino e fra Desideo.
Furono sorpresi da tre soldati che gettarono per terra le particole, uccisero con due colpi di sciabola fra Albertino, ferirono gravemente fra Desidero, “e infine lasciarono morto ai loro piedi anche il padre Domenico, dopo avergli tirati più colpi di spada sul capo ed in altre parti del corpo; subito spirò nella medesima cappella dicendo: Jesus Maria”.
Fra Maturino Pitri
Oblato di Fontaineblau, figlio di uno dei giardinieri del re di Francia, fu arruolato e, poi, destinato alla campagna in Italia.
Nel gennaio del 1799 fu colpito da una terribile asma di petto e da febbre e fu ricoverato, con altri undici commilitoni, nell’ospedale “La Passione” di Veroli.
Dichiarato prossimo a morte, si confessò al Padre Simeone Cardon che era capitato nell’ospedale e gli dichiarò di voler vestire, se fosse guarito, l’abito cistercense.
Tre giorni dopo, perfettamente guarito, fu nascosto per una notte nell’appartamento del curato dell’ospedale, don Giuseppe Viti, e di buon mattino, fu poi accompagnato a Casamari.
Il 13 maggio, raggiunto da un colpo di fucile nel corridoio del noviziato, si trascinò e morì nella sua cella.
Fra Albertino Maisonade
Corista, francese di Bordeaux, dopo lo scoppio della Rivoluzione fuggì e si portò a Casamari, dove fu ricevuto ed ammesso fra i monaci del coro.
Nel novembre del 1792 vestì l’abito di novizio e, nell’anno successivo, emise la professione semplice secondo un privilegio, allora specialissimo, concesso alla Comunità di Casamari.
Esemplare negli atti di vita comunitaria, manifestò sempre una devozione profonda per l’adorazione del Sacramento dell’altare. Il 13 maggio, all’arrivo dei francesi, invece di fuggire si
ritirò in adorazione davanti al Santissimo Sacramento che era stato profanato nuovamente nella cappella dell’infermeria.
Raggiunto dai soldati francesi, fu colpito e finito a colpi di sciabola sul posto, con padre Domenico Zawrel.
Fra Modesto Burgen
Converso, francese di Borgogna, fu dapprima religioso nell’abbazia cistercense di Settefonti. Durante la Rivoluzione fuggì e si portò a Casamari dove fu accolto fraternamente. Nel gennaio 1796 fu ammesso al noviziato e, nell’anno seguente, emise i voti semplici.
Anch’egli religioso di vita esemplare, in quell’infausto 13 maggio fu inseguito nel corridoio del noviziato, fu raggiunto da un colpo di archibugio e poi finito a colpi di sciabola.
Fra Zosimo Brambat
Converso, milanese di nascita, chiese alla fine del 1792, di essere ricevuto in Casamari. Trascorse due anni, secondo la consuetudine, con l’abito di oblato, poi, nel novembre 1794, fu ammesso al noviziato e, nell’anno successivo, emise la professione semplice nelle mani dell’abate Pirelli.
In quel terribile 13 maggio 1799, fu dapprima raggiunto da un colpo di archibugio e, poi, da colpi di sciabola mentre, nel disbrigo di un’obbedienza, “passava per la saletta per andare in refettorio e avanti la scala della farmacia”. Riuscì tuttavia a nascondersi, ma tre giorni dopo, il 16 maggio, morì poco fuori delle mura del monastero, dopo essersi incamminato alla volta di Boville per ricevere il sacramento dell’Unzione degli infermi.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Servazio - Vescovo (13 maggio) † 384
San Servazio, probabilmente di origine armena, passò alla storia quale una dei più costanti sostenitori di Sant'Atanasio durante la lunga controversia per l'ortodossia nicena.
Nei concili di Sardica e Rimini, tenutisi rispettivamente nel 343 e nel 359, sostenne infatti l'ortodossia. Venne tuttavia poi ingannato e firmò un'ambigua formula che fece sostenere a Girolamo che tutto il mondo fosse «divenuto ariano».
In seguito, il celebre Sant'Ilario di Poitiers poté chiarire a Servazio il reale significato di tale formula e questi non esitò a disconoscerla.
Eletto vescovo di Tongres, in Belgio, non si conosce però la data della sua consacrazione. Negli ultimi tempi della sua vita intraprese, secondo quanto riferisce San Gregorio di Tours, un pellegrinaggio a carattere penitenziale da Tongres sino a Roma in relazione a una presunta profezia secondo la quale Attila, re degli unni, avrebbe invaso la Gallia. La città fu infatti oggetto di saccheggi e di una parziale distruzione proprio nello stesso anno della morte di Servazio, cioè nel 384, mentre è incerto se la sede episcopale sia stata trasferita presso Maastricht prima o subito dopo tale evento.
Martirologio Romano: Presso Maastricht nella Gallia belgica, nel territorio dell’odierna Olanda, anniversario della morte di san Servazio, vescovo di Tongeren, che in molti concili convocati per disputare intorno alla natura di Cristo combattè in difesa della retta fede nicena.
San Servazio, probabilmente di origine armena, passò alla storia quale una dei più costanti sostenitori di Sant’Atanasio durante la lunga controversia per l’ortodossia nicena. Nei concili di
Sardica e Rimini, tenutisi rispettivamente nel 343 e nel 359, sostenne infatti con grande coraggio la causa dell’ortodossia. Venne tuttavia poi ingannato e firmò un’ambigua formula che fece sostenere a Girolamo che tutto il mondo fosse “divenuto ariano”. In seguito, il celebre Sant’Ilario di Poitiers poté chiarire a Servazio il reale significato di tale formula e questi non esitò a disconoscerla.
Eletto vescovo di Tongres, in Belgio, non si conosce però la data della sua consacrazione, che precedette comunque quasi certamente la sua attiva partecipazione ai concili suddetti. Negli ultimi tempi della sua vita intraprese, secondo quanto riferisce San Gregorio di Tours, un pellegrinaggio a carattere penitenziale da Tongres sino a Roma in relazione ad una presunta profezia secondo la quale Attila, re degli unni, avrebbe invaso la Gallia.
La città fu infatti oggetto di saccheggi e di una parziale distruzione proprio nello stesso anno della morte di Servazio, cioè nel 384, mentre è incerto se la sede episcopale sia stata trasferita presso Maastricht prima o subito dopo tale evento. In quest’ultima città, infatti, i suoi resti mortali sono conservati all’interno di un antico reliquiario finemente cesellato, unitamente al pastorale. Al calice e ad una chiave d’argento, dono papale contenente limature delle catene di San Pietro.
A questo calice si attribuiva il potere di allontanare la febbre, ma il santo era inoltre invocato contro le malattie delle gambe e delle ossa, come protettore di fabbri, falegnami e vignaioli e per il buon successo delle iniziative intraprese. Il culto di San Servazio si diffuse e perdura tuttora, come testimonia la sua citazione da parte del Martyrologium Romanum in data 13 maggio. Numerose leggende firiorono al suo riguardo, ma poche sono purtroppo le fonti storicamente attendibili.
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

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*Santi Vittore e Compagni - Martiri a Pollenzo (13 maggio)
La loro leggenda fu oggetto di una dissertazione di F. Savio, letta al congresso cattolico di Friburgo nell’agosto 1897 e inserita nel volume del medesimo sugli antichi vescovi del Piemonte.
Egli osservò che i nomi contenuti in due delle più antiche recensioni del Martirologio Geronimiano al 13 maggio, oltre quello di Vittore, derivano da errate trascrizioni dei copisti, escluso forse quello di Saturnino, che rimane peraltro completamente ignoto.
Eliminati così i compagni di martirio, il Savio esaminò l’opinione che Vittore fosse un martire locale e la respinse per diverse ragioni, fra le quali sono da rilevare le seguenti: non se ne possiede la salma né a Pollenzo né in altri luoghi della zona.; non si conosce qualsiasi tradizione circa la vita e la morte del martire; nessun culto liturgico fu mai tributato in suo onore nella diocesi di Torino.
L’autore ritiene probabile che questo Vittore non sia altro che l’omonimo martire di Milano venerato anche il alcuni borghi nei pressi di Pollenzo, rilevando che la chiesa a lui dedicata in questo borgo possiede come reliquia un frammento del cranio di modestissime proporzioni, forse parte di quel frammento che manca nel cranio del santo di Milano.
Esso poté giungere a Pollenzo quando vi fu eretta la chiesa plebana e si volle ricordare il memorabile evento bellico locale, quando l’imperatore Onorio fu liberato dalla grave minaccia dell’esercito visigoto di Alarico per l’intervento tempestivo delle forze di Stilicone, il giorno di Pasqua del 402 o 403.
Il Lanzoni osserva tuttavia che nella Vita di San Dalmazio di Pedona, composta nel sec. VII o VIII, si ricorda Pollenzo protetta dal suo martire Vittore, come Asti e Tortona protette dai propri, ed è propenso ad ammettere Vittore come martire locale, quantunque il Savio sia di opinione contraria.
(Autore: Ercole Crovella – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Altri Santi del giorno (13 Maggio)
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