Santi del 13 Settembre - Istituto Aveta

Vai ai contenuti

Menu principale:

Santi del 13 Settembre

Il mio Santo > I Santi di Settembre

1 Sant' Amato di Remiremont - Abate (13 settembre)

Nasce a Grenoble tra il 565 e il 570 da Eliodoro, nobile romano.
Entrò nel monastero di Agauno, nel Vallese, nel 581 e fu ordinato sacerdote e vi rimase per 30 anni per poi ritirarsi da eremita.
Fondò il monastero doppio di Habend nei Vosgi assieme a sant’Eustasio. Amato morì un 13 settembre.
Apparso più volte dopo morto compiendo molti miracoli, le sue spoglie furono trasportate nell’interno della chiesa di Santa Maria.
Dal 670 la sua festa è celebrata il 13 settembre San Leone IX fece la ricognizione delle reliquie il 3 dicembre 1049.
Amato è onorato soprattutto a Grenoble e a Saint Dié. (Avvenire)
Etimologia: Amato = caro, benvoluto, dal latino
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: Sui monti Vosgi in Neustria, sempre in Francia, Sant’Amato, sacerdote e abate, insigne per austerità, digiuni e desiderio di solitudine, che resse con saggezza il monastero di Habend da lui fondato insieme a san Romaríco.
La sua "Vita" anonima, scritta qualche tempo dopo la sua morte e abbastanza fedele alla realtà
storica, lo dice nato a Grenoble tra il 565 e il 570 da Eliodoro, nobile romano. Entrato nel monastero di Agauno, nel Vallese, nel 581 e ordinato sacerdote, vi rimase per trent'anni, ritirandosi poi a vita eremitica.
Durante i tre anni trascorsi in una cella costruita nei dintorni del monastero, compì vari miracoli, tra i quali quello di far scaturire una sorgente per alleviare ai monaci la fatica di portargli l'acqua.
Divenuto predicatore dopo un incontro con Sant' Eustasio, Amato fondò, insieme con Romarico, potente feudatario convinto dalle sue parole a farsi monaco, il monastero doppio di Habend nei Vosgi; ma rinunziò alla carica di abate in favore di Romarico, e nominò badessa Macteflede.
Poi si ritirò di nuovo in una grotta, dalla quale usciva solo la domenica e i giorni festivi per consigliare e ammaestrare i religiosi dei due cenobi.
Amato morì un 13 settembre, dopo un periodo di freddezza nei rapporti con Sant' Eustasio e con il monastero di Luxeuil, dovuto ad alcuni malintesi ed agli intrighi del monaco Agrestio, e conclusosi poi con il perdono da parte di Sant' Eustasio (627-28).
Apparso più volte dopo morto compiendo molti miracoli, le sue spoglie furono trasportate nell'interno della chiesa di S. Maria, dove ricevettero la venerazione dei fedeli.
Dal 670 la sua festa è celebrata il 13 settembre.
San Leone IX fece la ricognizione delle reliquie il 3 dicembre 1049. Amato è onorato soprattutto a Grenoble e a St. Dié. (Autore: Alfonso Codaghengo – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant' Amato di Remiremont, pregate per noi.


2 Sant' Amato di Sens (o di Sion) - Vescovo (13 settembre)

Etimologia: Amato = caro, benvoluto, dal latino
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: A Breuil-sur-le-Lys nel territorio di Amiens, in Francia, transito di Sant’Amato, vescovo di Sion nell’odierna Svizzera, che per ordine del re Teodorico III fu mandato in esilio e vi morì. Una sua Vita dell'XI sec. e una menzione nella Vita Rictrudis (X sec.) lo dicono vescovo di Sion nel Vallese (Svizzera) non prima del 660. Egli sarebbe stato esiliato dal re Thierry o Teodorico III (675-91) prima a Péronne nel monastero di Sant' Ultano, e successivamente, alla morte di questi, a Bruel-surla-Lys, presso San Mauronte figlio di S. Rictrude, dove morì intorno al 690. Le reliquie di Amato furono traslate da Bruel-sur-la-Lys a Douai in una chiesa a lui dedicata in questa città. La sua festa si celebra il 13 settembre.
Intorno a questo santo non mancano, tuttavia, alcune confusioni, verificatesi col tempo nella tradizione. Il Martirologio di Sion (XII sec.) lo confonde con Sant' Amato, abate di Remiremont, mentre il Martirologio Romano nomina al 13 settembre un Amato, vescovo di Sens (lat. Senonensis) tra il 614 e il 627: il nome di questo vescovo appare nei cataloghi episcopali compilati nel sec. XII (nei cataloghi anteriori è evidente che esso sia stato inserito in un secondo tempo). É chiaro, però, che nella tradizione bisogna supporre una confusione tra Senonensis (Sens) e Sedunensis (Sion), poiché nelle liste dei vescovi di Sens del VII sec., che sono ben conosciuti, è impossibile inserire il nome di questo Amato. (Autore: Alfonso Codaghengo – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant' Amato di Sens, pregate per noi.


3 Beato Aurelio Maria (Benvenuto) Villalon Acebron - Religioso lasalliano, Martire (13 settembre)
Schede dei Gruppi a cui appartiene:
“Beati Martiri Spagnoli Lasalliani d'Almeria” Beatificati nel 1993 - Senza data (Celebrazioni singole)
“Beati Martiri d'Almeria” - Senza data (Celebrazioni Singole)
“Martiri della Guerra di Spagna” - Senza Data (Celebrazioni singole)

Zafra de Zincara, Spagna, 22 marzo 1890 - Almeria, Spagna, 13 settembre 1936
Martirologio Romano:
Ad Almería nell’Andalusia in Spagna, Beato Aurelio Maria (Benvenuto) Villalón Acebrón, fratello delle Scuole Cristiane e martire, ucciso in odio alla Chiesa.
Durante i tragici eventi della guerra civile spagnola (1936-1939) le complicazioni che sorsero, a partire dal 1936, si ripercorsero anche sulla vita della Diocesi di Almeria, situata in una delle zone più povere della Spagna.
Il gruppo dei martiri di Almeria e costituito dal Vescovo di Almeria, Diego Ventaja Milán, dal
Vescovo di Guadix-Baza, Manuel Medina Olmos e da sette Fratelli delle Scuole Cristiane: Aurelio María, José Cecilio, Edmigio, Amalio, Valerio Bernar do, Teodomiro Joaquin e Evencio Ricardo.
Fratel Edmigio (Isidoro Primo Rodríguez)
Nacque ad Adalia, provincia di Valladolid e diocesi di Palencia, il 4 aprile 1881. Entrò nel noviziato il 3 agosto 1898, ricevendo l'abito religioso e il suo nuovo nome 1'8 ottobre dello stesso anno.
Emise i voti perpetui 1'11 agosto 1911. Terminati gli studi, insegnò in diverse case; infine, nel 1933, fu trasferito al Collegio San José di Almeria.
Fratel Amalio (Justo Zariquiegui Mendoza)
Nacque a Salinas de Oro, Navarra, diocesi di Pamplona, il 6 agosto 1886. Entrò nel noviziato il 4 agosto 1902, ricevendo l'abito religioso e il suo nuovo nome il 13 settembre dello stesso anno.
Emise i voti perpetui, i14 agosto 1915, a San Fernando. Compì il suo ministero educativo in diverse case, infine, dal 1930, al Collegio San José di Almeria.
Fratel Valerio Bernardo (Marciano Herrero Martínez)
Nacque a Porquera de los Infantes, provincia e diocesi di Burgos, 1'11 luglio 1909. Entrò nel noviziato il 29 agosto 1925, ricevendo l'abito religioso e il suo nuovo nome il 1° febbraio 1926.
Emise i voti perpetui, il 26 agosto 1934, a San Fernando. Terminati gli studi, esercitò l'apostolato in diverse case, infine, dal 1933, al Collegio San José di Almeria.
Questi Fratelli delle Scuole Cristiane avevano offerto la loro vita a Dio con la consacrazione religiosa e l'avevano spesa educando i fanciulli e i giovani. Incarcerati il 22 luglio 1936, furono fucilati nella notte dal 30 al 31 agosto i Fratelli Edmigio, Amalio e Valerio Bernardo, la sera dell'8 settembre i Fratelli Teodomiro Joaquín ed Evenzio Ricardo, la notte dal 12 al 13 settembre i Fratelli Aurelio Maria e Jose Cecilio.
I corpi dei nove martiri furono immediatamente cosparsi di benzina.
I loro resti calcificati furono inumati nella cappella S. Ildefonso nella Cattedrale di Almeria, Spagna.
Il 10 ottobre 1993, Diego Ventaja Milán, Manuel Medina Olmos e i Fratelli delle Scuole Cristiane - Aurelio María, José Cecilio, Edmigio, Amalio, Valerio Bernardo, Teodomiro Joaquín e Evenzio Ricardo - sono stati proclamati Beati da Papa Giovanni Paolo II.
(Autore: Andreas Resch - Fonte: I Beati di Johann Paolo II.Volume III: 1991-1995)
Giaculatoria - Beato Aurelio Maria Villalon Acebron, pregate per noi.

 

4 San Bernardo - Pellegrino (13 settembre)
Patronato: Rocca d'Arce
San Bernardo, della città di Silions in Inghilterra, decise di camminare il mondo, insieme a San Gerardo, San Folco e Sant'Arduino, fratelli in Cristo, e di visitare i luoghi santi di Gerusalemme e della Terra Santa, la Grotta di Santa Maria Maddalena in Marsiglia, di San Giacomo in Galizia, di San Nicola a Bari, di Sant'Angelo in Puglia sul monte Gargano e i luoghi santi di Roma, come in effetti, fecero, mossi da un grandissimo bisogno di fuggire dalla loro terra e dal Regno d'Inghilterra, non potendo sopportare la tirannide e le eresie ivi disseminate.
Essendo quei santi simili a quattro candelabri di Santa Chiesa, non potevano risplendere nelle tenebre e la luce delle loro buone opere non risplendeva in quel luogo ottenebrato dalla densa
caligine dei peccati. Camminarono perciò, i quattro Santi, per tutti i luoghi suddetti, finché, provenienti dal santuario dell'Arcangelo nelle Puglie, arrivarono nella città di Atina.
Qui San Gerardo, uno di essi, ammalatosi, morì l'11 agosto.
Poscia, ammalatisi San Bernardo in Arpino, San Folco in Santopadre e Sant'Arduino a Ceprano, in breve tempo morirono nei detti luoghi, dove fino ad oggi i loro corpi riposano e dove sono esposti al culto con gran venerazione dei fedeli.
Solo il glorioso San Bernardo volle essere trasferito dalla sepoltura d'Arpino alla chiesa parrocchiale di Rocca d'Arce, ove tuttora risiede in abbondanza di miracoli.
Questi avvenimenti si commemorano il 14 di ottobre.
Nel corrente anno 1698, addì 26 giugno, essendo iniziati i lavori per la costruzione di una nuova cappella, per ordine di Mons. Ill.mo Giovanni Ferrari, vescovo di Aquino, vi fu ritrovato il Santo Corpo, che il predetto vescovo mostrò a tutto il popolo, sistemando la cappella e celebrandovi la messa del Santo.
Poi pose nuovamente il Corpo del Santo in una cassa di piombo, donata dall'Ill.mo Duca Sig. Antonio Boncompagni, per interessamento dell'Arciprete della predetta Chiesa don Antonio Nardone di Arce, ripiena di bambagia, dentro un'altra cassa di legno, che racchiude la cassa di piombo.
Intanto fu eretto il nuovo altare, in mezzo al quale fu riposta la cassa, che venne circondata di ferro da ogni lato e fu ordinata la costruzione dell'intera cappella, che fu terminata nel predetto anno 1698, nel mese di agosto, con una spesa di ducati 886.
(Fonte: La presente "Vita di San Bernardo" è dedotta dall'Inventarium Originalis Ecclesiae Parochialis Sanctae Mariae Roccae Arcis, del 1698, per mano dell'Arciprete della stessa parrocchia, Don Antonio Nardone di Arce)
Giaculatoria - San Bernardo, pregate per noi.

 

5 Beato Claudio Dumonet - Martire (13 settembre)

Martirologio Romano: In una galera all’ancora nel mare di Rochefort sulla costa francese, Beato Claudio Dumonet, sacerdote e martire, che, artigiano, durante la persecuzione fu gettato in catene in una sordida nave da carico, dove morì per Cristo consunto dalla febbre.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Claudio Dumonet, pregate per noi.

 

6 Dedicazione delle Basiliche di Gerusalemme (13 settembre)  

Martirologio Romano: A Gerusalemme, dedicazione della basiliche che l’imperatore Costantino volle piamente edificare sul monte Calvario e sul sepolcro del Signore.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)


7 Sant' Emiliano di Valence - Vescovo (13 settembre)

Martirologio Romano: A Valence sempre nella Gallia lugdunense, Sant’Emiliano, venerato come primo vescovo della città.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant' Emiliano di Valence, pregate per noi.  


8 Sant' Evanzio di Autun - Vescovo (13 settembre)

Emblema: Bastone pastorale
Nome poco usato, comunque vi sono tre Santi con questo nome, tutti vescovi e tutti francesi (Evance), il primo vescovo di Autun, gli altri due di Mende e di Vienne e di cui non si sa quasi niente.
Evanzio, vescovo di Autun è citato nel “Martirologio Geronimiano” al 12 settembre, egli figura nella serie dei vescovi della città, l’antica romana “Augustodunum”, tra il settimo e il decimo posto; alcuni dicono dopo San Simplicio verso il 420, altri invece lo identificano con il vescovo che sottoscrisse il Concilio di Nimes del 394 “Ego Evantius subscripsi”.
Altri pensano che sia il prete Evanzio rappresentante di San Gregorio di Langres al III Concilio di Orléans nel 538 e divenuto poi vescovo, ma più affidabile sembra quello del 394: Evanzio è anche citato in vari manoscritti del “Martirologio di Beda” e in quello di Usuardo.
Viene celebrato nella diocesi di Autun (Saône-et-Loire) il 13 settembre, essendo il 12 dedicato al Nome di Maria, insieme a San Nettario, altro vescovo di Autun nel 549.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant' Evanzio di Autun, pregate per noi.

  

9 San Giovanni Crisostomo - Vescovo e Dottore della Chiesa (13 settembre) - Memoria
Antiochia, 350? - 14 settembre 407
Giovanni, nato ad Antiochia (probabilmente nel 349), dopo i primi anni trascorsi nel deserto, fu ordinato sacerdote dal vescovo Fabiano e ne diventò collaboratore.
Grande predicatore, nel 398 fu chiamato a succedere al patriarca Nettario sulla cattedra di Costantinopoli.
L'attività di Giovanni fu apprezzata e discussa: evangelizzazione delle campagne, creazione di ospedali, processioni anti-ariane sotto la protezione della polizia imperiale, sermoni di fuoco con cui fustigava vizi e tiepidezze, severi richiami ai monaci indolenti e agli ecclesiastici troppo sensibili alla ricchezza.
Deposto illegalmente da un gruppo di vescovi capeggiati da Teofilo di Alessandria, ed esiliato, venne richiamato quasi subito dall'imperatore Arcadio.
Ma due mesi dopo Giovanni era di nuovo esiliato, prima in Armenia, poi sulle rive del Mar Nero.
Qui il 14 settembre 407, Giovanni morì. Dal sepolcro di Comana, il figlio di Arcadio, Teodosio il Giovane, fece trasferire i resti mortali del santo a Costantinopoli, dove giunsero la notte del 27 gennaio 438. (Avvenire)
Patronato: Preghiere
Etimologia: Giovanni = il Signore è benefico, dono del Signore, dall'ebraico
Emblema: Api, Bastone pastorale
Martirologio Romano: Memoria di san Giovanni, vescovo di Costantinopoli e dottore della Chiesa, che, nato ad Antiochia, ordinato sacerdote, meritò per la sua sublime eloquenza il titolo di Crisostomo e, eletto vescovo di quella sede, si mostrò ottimo pastore e maestro di fede.
Condannato dai suoi nemici all’esilio, ne fu richiamato per decreto del Papa sant’Innocenzo I e, durante il viaggio di ritorno, subendo molti maltrattamenti da parte dei soldati di guardia, il 14 settembre, rese l’anima a Dio presso Gumenek nel Ponto, nell’odierna Turchia.
(14 settembre: A Gumenek nel Ponto, nell’odierna Turchia, anniversario della morte di San Giovanni Crisostomo, vescovo, la cui memoria si celebra il giorno precedente a questo).
Educato dalla madre, S. Antusa, Giovanni (nato ad Antiochia, probabilmente nel 349) negli anni giovanili condusse vita monastica in casa propria.
Poi, mortagli la madre, si recò nel deserto e vi rimase per sei anni, dei quali gli ultimi due li trascorse in solitario ritiro dentro una caverna, a scapito della salute fisica.
Chiamato in città e ordinato diacono, dedicò cinque anni alla preparazione al sacerdozio e al ministero della predicazione.
Ordinato sacerdote dal vescovo Fabiano, ne diventò zelante collaboratore nel governo della chiesa antiochena.
La specializzazione pastorale di Giovanni era la predicazione, in cui eccelleva per doti oratorie e per la sua profonda cultura.
Pastore e moralista, si mostrava ansioso di trasformare il comportamento pratico dei suoi uditori, più che soffermarsi sulla esposizione ragionata del messaggio cristiano.
Nel 398 Giovanni di Antiochia - il soprannome di Crisostomo, cioè, Bocca d'oro, gli venne dato tre secoli dopo dai bizantini - fu chiamato a succedere al patriarca Nettario sulla prestigiosa cattedra di Costantinopoli.
Nella capitale dell'impero d'Oriente Giovanni esplicò subito un'attività pastorale e organizzativa che suscita ammirazione e perplessità: evangelizzazione delle campagne, creazione di ospedali, processioni anti-ariane sotto la protezione della polizia imperiale, sermoni
di fuoco con cui fustigava vizi e tiepidezze, severi richiami ai monaci indolenti e agli ecclesiastici troppo sensibili al richiamo della ricchezza.
I sermoni di Giovanni duravano oltre un paio d'ore, ma il dotto patriarca sapeva usare con consumata perizia tutti i registri della retorica, non certo per vellicare l'udito dei suoi ascoltatori, ma per ammaestrare, correggere, redarguire.
Predicatore insuperabile, Giovanni mancava di diplomazia per cautelarsi contro gli intrighi della corte bizantina.
Deposto illegalmente da un gruppo di vescovi capeggiati da quello di Alessandria, Teofilo, ed esiliato con la complicità dell'imperatrice Eudossia, venne richiamato quasi subito dall'imperatore Arcadio, colpito da varie disgrazie avvenute a palazzo.
Ma due mesi dopo Giovanni era di nuovo esiliato, dapprima sulla frontiera dell'Armenia, poi più lontano, sulle rive del Mar Nero.
Durante quest'ultimo trasferimento, il 14 settembre 407, Giovanni morì.
Dal sepolcro di Comana, il figlio di Arcadio, Teodosio il Giovane, fece trasferire i resti mortali del Santo a Costantinopoli, dove giunsero la notte del 27 gennaio 438, tra una folla osannante.
Dei numerosi scritti del santo ricordiamo il volumetto “Sul sacerdozio”, un classico della spiritualità sacerdotale. (Autore: Piero Bargellini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Giovanni Crisostomo, pregate per noi.   

  

10 San Giuliano - Martire (13 settembre)
Martirologio Romano: Ad Ankara nella Galazia, sempre in Turchia, San Giuliano, sacerdote e martire sotto l’imperatore Licinio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Giuliano, pregate per noi.


11 San Litorio di Tours - Vescovo (13 settembre)

Martirologio Romano: A Tours nella Gallia lugdunense, ora in Francia, San Litorio, vescovo, che per primo costruì una chiesa entro le mura di questa città, dove già da tempo erano presenti i cristiani.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Litorio di Tours, pregate per noi.


12 San Marcellino - Martire (13 settembre)

sec. V
Fu un alto funzionario imperiale, amico di S. Agostino, cristiano esemplare “fama et pietate notissimus”. Per conto dell’imperatore Onorio presiedette la conferenza di Cartagine tra i vescovi cattolici e quelli che seguivano Donato.
Questi affermava che la Chiesa è la società dei santi e che non sono validi i sacramenti somministrati da chi è in peccato.
Marcellino accusò Donato, contro cui l’imperatore promulgò un edito di proscrizione. I donatisti, per vendetta, lo denunciarono di essere complice di Eracliano, usurpatore del trono di Onorio. Giustiziato, Marcellino venne riabilitato da Onorio un anno dopo la morte.
Etimologia: Marcellino, diminutivo di Marco = nato in marzo, sacro a Marte, dal latino
Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Cartagine, nell’odierna Tunisia, San Marcellino, martire, che, tribuno e intimo amico di sant’Agostino e di san Girolamo, per l’ostilità dell’usurpatore Eracliano fu, benché innocente, ucciso dagli eretici donatisti per aver difeso la fede cattolica.
Il martirio di Marcellino, alto funzionario imperiale e amico di Sant' Agostino, è legato allo scisma donatista che dilaniò per più di un secolo la Chiesa africana. Gli inizi risalgono al 310 quando venne contestata la validità della elezione del vescovo di Cartagine, Ceciliano, perché consacrato da vescovi "traditori".
Quando l'editto di Diocleziano impose ai cristiani di consegnare i libri sacri per bruciarli, coloro che ne assecondarono la volontà furono detti "traditores" e considerati come pubblici peccatori.
Il vescovo Donato (da cui il nome di donatismo alla setta), opposto dal partito scismatico al legittimo vescovo Ceciliano, aveva riassunto l'affermazione dottrinale in questi due punti: la Chiesa è la società dei santi; i sacramenti amministrati dai peccatori sono invalidi.
Il pretesto dottrinale mascherava in realtà opposizioni regionali e sociali: Numidia contro Africa proconsolare, proletari contro proprietari romani. É a questo punto che si inserisce la vicenda personale del santo odierno, vittima illustre dei donatisti.
Marcellino svolgeva a Cartagine le mansioni di tribuno e di notaio. Buon padre di famiglia, cristiano esemplare, venne definito dall'amico Sant' Agostino uomo molto noto per l'universale stima di cui godeva per la sua religiosità: "fama et pietate notissimus".
Desideroso di apprendere, si rivolse spesso a Sant' Agostino per avere chiarimenti sui punti più controversi della dottrina cattolica.
Dobbiamo alla lodevole curiosità del pio funzionario alcune opere scritte dal grande teologo di Ippona, come il trattato “Sulla remissione dei peccati”, “Sullo spirito” e quello più celebre “Sulla Trinità”, che tuttavia Marcellino non poté leggere perché nel frattempo aveva pagato con la vita il coraggio di schierarsi dalla parte della tradizione cattolica, nella conferenza tenutasi a Cartagine nel 411 tra i vescovi cattolici e i donatisti.
Marcellino diede la vittoria ai cattolici, e ciò valse un editto di proscrizione contro i donatisti promulgato dall'imperatore Onorio.
Per questo i donatisti si vendicarono accusandolo di complicità con l'usurpatore Eracliano. L'accusa era grave e Marcellino fu condannato a morte dal conte Marino il 13 settembre.
L'anno dopo lo stesso imperatore riconosceva l'errore commesso dalla giustizia romana.
Caduta l'accusa di intesa tra Marcellino e il ribelle Eracliano, vennero sanzionate e approvate tutte le decisioni prese dal tribuno Marcellino, che la Chiesa onorò come martire per non essere mai sceso a compromessi con la verità neppure dinanzi alla morte. (Autore: Piero Bargellini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Marcellino, pregate per noi.  


13 Beata Maria di Gesù (Lopez de Rivas) - Religiosa (13 settembre)
Martirologio Romano: A Toledo in Spagna, Beata Maria di Gesù López de Rivas, vergine dell’Ordine delle Carmelitane Scalze, che aderì appieno nel corpo come nello spirito alla Passione del Signore, sempre umile e paziente in tutto.
La Riforma Teresiana del Carmelo, dalla Spagna, si diffuse in Europa e poi in tutto il mondo grazie anche a numerose personalità, alcune ingiustamente poco conosciute. Tra queste vi è la Beata Maria di Gesù che Teresa definì il suo “Letradillo”, cioè il piccolo dottore teologo. Durante gli ottanta anni della sua lunga vita, la Spagna conobbe potenza e splendore, ma anche la successiva decadenza. Maria, dal monastero di Toledo da cui quasi mai si allontanò, visse i vari
avvenimenti alla luce della fede, che guarda ben al di là della realtà terrena. Ci parlano di lei alcune relazioni autobiografiche, qualche suo scritto e la testimonianza dei contemporanei e dei Santi con cui strinse rapporti, prima fra tutti Santa Teresa.
Maria Lopez de Rivas nacque da nobile famiglia a Tartanedo (Guadalajara) il 18 agosto 1560.
Il padre morì quando aveva solo quattro anni ed essendo l’unica figlia ereditò un patrimonio considerevole. La madre, vedova a soli diciannove anni, si risposò e la piccola rimase presso i nonni e gli zii paterni a Molina de Argon, dove fu educata cristianamente. Di “rara bellezza”, tra i quattordici e i diciassette anni sostenne la lotta con se stessa e con i familiari per il desiderio che sentiva di consacrarsi al Signore nell’ordine carmelitano da poco riformato. Lasciando agi e ricchezze, vi fu introdotta dal gesuita Padre Castro il 12 agosto del 1577. Entrò nel monastero di Toledo, accolta dalla stessa Teresa che nove anni prima lo aveva fondato.
La Madre preannunciò alla comunità la futura santità della postulante e alle prime remore per la sua accettazione dovute alla salute precaria rispose: “La facciano professare, anche se dovesse restare a letto tutti i giorni della sua vita. Questa è la volontà di Dio”.
Teresa proponeva una totale donazione di sé al Signore e ciò corrispondeva al desiderio di Maria, nonostante la sua timidezza si manifestasse, a volte, in modo “sanguigno e collerico”.
Professò l’8 settembre 1578. I primi anni furono dedicati prevalentemente all’orazione, iniziandosi a manifestare in lei doni mistici come le stigmate alle mani, ai piedi, al costato e al capo.
A ventiquattro anni fu nominata maestra delle novizie, ricoprì poi questo incarico ben otto volte, alternato al compito di sacrestana, infermiera e sottopriora. Si assentò da Toledo per cinque mesi nel 1585, per la fondazione e l’avvio di un nuovo monastero a Cuerva.
Per la prima volta a trentuno anni fu nominata priora. Nel 1600, quando mancava un anno alla scadenza del secondo triennio di priorato, durante una visita canonica, il superiore diede superficialmente credito alle accuse infondate di una monaca deponendo la Beata dalla carica.
Suor Maria accettò la prova senza risentimento, conservando inalterato il buonumore. Per un ventennio sopportò umilmente le calunnie, alcune malattie e afflizioni spirituali con cui il Signore provò la sua santità: era la notte interiore dello spirito.
Un anno dopo la morte dell’accusatrice, per la quale Maria pregò intensamente per ottenerle un sereno trapasso, veniva pubblicamente riabilitata dallo stesso superiore che davanti alla comunità le chiese perdono.
All’unanimità fu rieletta priora il 25 giugno 1624. Successivamente, a causa della malferma salute, ottenne di essere solo consigliera e maestra delle novizie, carica che ricoprì fino alla morte.
Il giorno dell’Epifania del 1629 il Signore le disse: “Maria, tu mi chiedi di essere liberata dalla prigionia del corpo, sappi che non è ancora tempo, perché se finora hai vissuto per te, adesso devi vivere per altri; per il tuo riposo un’eternità ti attende”. E lei davvero donò tutta se stessa per il bene della comunità e del prossimo. In quegli anni si costruiva la nuova chiesa del convento e lei si adoperò per la buona riuscita dell’opera, avvalendosi anche di buone amicizie per raccogliere i fondi necessari. Nonostante fosse molto anziana e con diversi malanni, causati in parte dalle penitenze, condivise sempre la vita comunitaria di preghiera, nell’ammirazione dei fedeli che affollando la chiesa riuscivano a scorgerla dalla grata.
Il 13 settembre 1640, ormai allo stremo delle forze, chiese alla superiora il permesso di morire. Dopo aver ricevuto Gesù Eucaristia spirò. Erano le dieci del mattino. Aveva ottant’anni, di cui sessantatre consacrati al Signore. Una vasta fama di santità la circondava, suor Maria aveva risposto pienamente a quanto, un giorno, si sentì dire dal Signore: “Figlia il tuo amore è così veemente, che nessuno lo merita al di fuori di me”.
Il miglior elogio ce lo dà la Santa Madre Teresa che la ebbe collaboratrice anche nella stesura dei suoi scritti. Maria, invece, fu sentita come importante testimone ai processi di canonizzazione di Teresa, che avvenne nel 1622 con sua somma gioia.
La nostra Beata conobbe S. Giovanni della Croce (il primo incontro fu il 17 agosto 1578) e quando il santo scappò dalla prigionia e si rifugiò nel monastero di Toledo, Maria fu tra le sue più attente ascoltatrici. In merito scrisse due relazioni fortunatamente ancora oggi conservate. La confidenza tra i due durò molti anni e il mistico dottore la tenne sempre in grande considerazione.
Il primo Provinciale del Carmelo riformato, Padre Gerolamo Gracian della Madre di Dio, riferì d’aver constatato in Maria le stigmate della Passione del Signore, misticamente impresse sul suo corpo: «avendo (ella) chiesto a nostro Signore di concederle qualcosa che le facesse sentire fisicamente la sua Passione, ebbe dal Redentore, che le apparve, una corona di spine sul capo, da cui le risultò un dolore così forte che mai le si levava».
Strinse relazioni con la Beata Anna di S. Bartolomeo e col Venerabile Domenico di Gesù e incontrò pure il Re di Spagna Filippo III che le chiese preghiere. Come tutte le grandi mistiche i suoi piedi erano però saldi a terra.
Ben comprendeva le necessità del prossimo sofferente e tante furono le persone che cercandola per conforto, ne trassero grandi benefici, con colloqui alla grata o attraverso relazioni epistolari.
Le sue grandi devozioni furono per il Bambin Gesù che definiva «dottore dell’infermità d’amore», per il Sacro Cuore, per Maria, per l’Eucaristia. Alle consorelle ripeteva: «Figlie, sanno che siamo di casa con il SS. Sacramento, che viviamo insieme a Sua Maestà, sotto il medesimo tetto? Se i religiosi fossero consapevoli di tale privilegio, nessuno riterrebbe acquistarlo a troppo caro prezzo, fosse pure di lacrime e di sangue». Amava ripetere: «Solo colui che è tanto fortunato da rendere Cristo padrone del proprio essere sa conoscere Dio Divino ed Umano; costui cammina per sicuro sentiero».
Beatificata il 14 novembre 1976 da Papa Paolo VI, la sua festa ricorre il 13 settembre.
Preghiera
O Dio, che alla Beata Maria di Gesù, carmelitana,
hai concesso il dono di una profonda contemplazione
dei misteri del Cristo, tuo Figlio,
sino a riflettere in sé l’immagine del suo amore,
per sua intercessione concedici una fede che in tutto cerchi di vedere Gesù
e un amore che ne renda viva nel mondo la presenza di gioia
ed in particolare la grazia che ora di cuore ti chiediamo.
Per Cristo Nostro Signore.
Amen.
(Autore: Daniele Bolognini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Maria di Gesù, pregate per noi.

 

14 San Maurilio di Angers - Vescovo (13 settembre)

Milano, seconda metà IV secolo - Angers (Francia) 13 settembre 453
Etimologia: Maurilio (come Mauro) = nativo della Mauritania oppure bruno di carnagione come
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: Ad Angers nella Gallia lugdunense, nell’odierna Francia, San Maurilio, vescovo, che, nato a Milano, si recò da San Martino di Tours, dal quale fu ordinato sacerdote e posto a capo della chiesa di Chalonnes-sur-Loire; divenuto poi vescovo, si adoperò per sconfiggere le superstizioni pagane nelle campagne.
Il vescovo dissodatore e giardiniere, che lavora di zappa. Così appare raffigurato, in arazzi francesi del XV secolo, san Maurilio di Angers, venerato anche come patrono dei giardinieri e dei pescatori.
Ci è giunta di lui una biografia scritta verso il 620, e poi ampliata nel X secolo, ma purtroppo di scarsa attendibilità, anche per evidenti errori in alcune date che lo riguardano. (Per esempio, vi si dice che fu consacrato vescovo dal grande Martino di Tours nell’anno 423, mentre è noto che Martino morì nel 397).
Il Maurilio autentico risulta nato a Milano nella seconda metà del IV secolo. Più tardi lo troviamo in Francia, dove è stato attirato dalla fama del vescovo più illustre del tempo, appunto Martino di Tours. Questa è l’epoca in cui tutto il territorio della vecchia Gallia conosce ancora ben poco il Vangelo. É vero che già ci sono vescovi famosi in molte città, ma all’epoca il cristianesimo è innanzitutto fenomeno cittadino, mentre le campagne sono cristianizzate solo in piccola parte.
Perciò Maurilio, appena ordinato sacerdote viene mandato nelle campagne ad annunciare il Vangelo. La scelta è molto ampia, e lui decide di operare nel territorio dell’attuale Châlons-sur-Marne.
Qui gradualmente attira l’attenzione con la sua vita di preghiera, col suo comportamento di amico sempre pronto all’aiuto: stile apostolico, insomma. Su queste prime basi gli è poi possibile intraprendere un’attività continua di predicatore.
E certamente deve avere successo, perché nell’anno 423 arriva da Angers una delegazione di cristiani che vogliono Maurilio come loro vescovo.
E lui allora raggiunge questa città, riceve la consacrazione episcopale e dà inizio al suo ministero, che durerà una trentina d’anni. Si parla anche di miracoli avvenuti nella zona per sua intercessione, ma non ci sono riscontri persuasivi a questi racconti.
Il riscontro vero, invece, è la persistenza tenace del ricordo e della venerazione per lui, attraverso il succedersi delle generazioni.
Il fatto che san Maurilio venga presentato anche in veste di zappatore si collega a una narrazione leggendaria, secondo la quale egli si sarebbe “autopunito”, trasformandosi in giardiniere del re d’Inghilterra, per aver tardato a battezzare un bambino, che morì (e che poi sarebbe stato richiamato in vita). Ma questo soggiorno in terra inglese non è testimoniato da fonti sicure.
Il vescovo Maurilio muore ad Angers e viene seppellito in una chiesa originariamente dedicata alla Vergine Maria, e che da quel momento si intitola al suo nome. Nel 1239 i resti sono collocati in una nuova urna, ma poi andranno dispersi nel 1791, quando la chiesa verrà demolita. Se ne ritrovarono solo piccole parti, ora custodite nella cattedrale di Angers, di cui il santo è patrono. (Autore: Domenico Agasso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Maurilio di Angers, pregate per noi.

 

15 San Venerio - Eremita (13 settembre)
560 c. - 630
Nacque intorno al 560 e fu un monaco eremita nel monastero un tempo esistente sull'isola del Tino, isola dell'arcipelago spezzino di cui fanno parte anche l'isolotto del Tinetto e l'isola Palmaria.
Morì nel 630 e in sua memoria fu costruito sulla sua tomba un monastero ad opera dei monaci Benedettini. San Venerio divenne il patrono di Luni, ma la città nel periodo seguente all'anno mille fu saccheggiata a più riprese dai Vichinghi e, soprattutto, dai Saraceni.
Come conseguenza la città cadde in un periodo molto buio nel quale la sede del Vescovado fu trasferita a Sarzana. Le reliquie del santo furono invece trasferite a Reggio Emilia, dove il santo fu affiancato a san Prospero e ai santi Cosma e Damiano, nel ruolo di patrono della città.
In epoca più recente le sue reliquie sono state traslate sull'isola del Tino, nel Vescovado di La Spezia, con una solenne cerimonia. San Venerio è il patrono del golfo spezzino e dei fanalisti d'Italia. (Avvenire)
Martirologio Romano: Nell’isola di Tino nel golfo della Spezia, San Venerio, eremita.
Portava nel suo stesso nome il legame alla sua terra e al suo mare: Venerio, nato e vissuto, secondo le datazioni più accettabili, fra 500 e 600 dopo Cristo, nella zona di Porto Venere, oggi provincia e diocesi della Spezia.
Non esistono racconti della sua vita scritta con la precisione di date e di fatti come desidereremmo oggi, ma diverse tradizioni che, costruite sui più usuali schemi dell’agiografia medievale, tendono a darci in primo luogo il ritratto sostanziale della sua vita di cristiano, di monaco, di missionario.
Giovane ed esperto marinaio, fiero della libertà che gli dona l’orizzonte infinito del mare, abituato ad affrontare i rischi di navigazioni tempestose, è attratto dal silenzio, dal clima di contemplazione e dallo spirito di povertà che trova nel monastero benedettino dell’isola Palmaria, dinnanzi a Porto Venere.
E qui decide di dedicare interamente la sua sua vita ad amare Dio, nella penitenza e nella preghiera, e gli uomini della sua terra, con l’aiuto materiale e spirituale che caratterizza la regola di San Benedetto. I suoi progressi nella vita monastica sono tali che il vecchio abate lo designa ben presto come suo successore, anche se la critica storiografica moderna è restia a riconoscergli il titolo di abate.
Poi - continuano ancora unanimente i diversi racconti della sua vita - forse infastidito dalla troppa rinomanza del suo nome, o forse anche da certa rilassatezza dei suoi confratelli monaci cui non riusciva a porre rimedio, lasciò l'abbazia di Porto Venere e si ritirò a vita eremitica nella vicina isola del Tino.
Ma va ricordato che, per l'eremita di ogni tempo, la "fuga dal mondo" significa fuga dalle tentazioni del potere, del lusso, dei godimenti vari per poter vivere più intensamente l'amore di Dio che è anche – e non può non essere – amore per gli uomini. Così, mentre da una parte ricerca Dio seguendo alla lettera i consigli del Vangelo, dall'altra è largo di aiuto ai marinai, introducendo nelle loro imbarcazioni la più sicura e maneggevole vela latina e altre innovazioni tecniche utili a rendere meno precaria la vita degli uomini di mare.
E, stando sulle barche dei pescatori per insegnare loro i più utili miglioramenti tecnologici al loro duro mestiere, non manca di parlare di quegli altri pescatori che furono gli apostoli, invitati da Gesù a diventare "pescatori di anime", diffusori del Vangelo.
Nel suo eremo del Tino, Venerio alterna la preghiera con l'accoglienza ai marinai e agli uomini della terra ferma che ricorrono a lui per aiuti materiali ma, soprattutto, per consigli che li guidino a districarsi nelle difficoltà della vita quotidiana.
E, di questi, improntati alla più schietta saggezza evangelica, Venerio è quanto mai ricco, non d'altri beni. A quanti vorrebbero , in segno di gratitudine, donargli cibo, vesti o altro, egli rivolge l'invito di donarli ai poveri, suscitando in tal modo, nelle sue popolazioni, un clima di attenzione cristiana ai bisogni degli altri.
Per sé chiede di vivere, per quanto possibile, col solo lavoro delle sue mani. E con le sue mani, raccogliendo legna dalla folta vegetazione che circonda l'eremo, nelle notti di buio e di tempesta, accende un grande fuoco nel punto più alto dell'isola: una grande luce che orienta quanti stanno navigando attorno alla Palmaria, a Porto Venere e perfino nel non lontano golfo di Luni.
Dietro gli aneddoti e i racconti di stile leggendario tipici dell’agiografia medievale, emerge la santità autentica di Venerio, che ricerca e trova Dio non in astratte e solitarie verità intellettuali, ma facendosi prossimo ai poveri della sua terra, con energia salda e creativa e con tutta l'abnegazione richiesta dal "comandamento nuovo" dell'amore.
Dice ancora la tradizione che, nuovamente infastidito dalla troppa fama che viene a circondare la sua persona, egli fugge una seconda volta, per un po' di tempo, nell'isola di Corsica, per ritornare poi al suo eremo dove muore in fama di santità attorno all'anno 630 dopo Cristo. Sulla sua tomba verrà poi edificato un monastero dal quale i monaci, sul suo esempio, continueranno a diffondere il Vangelo tra gli abitanti delle montagne dell'entro terra e proseguiranno, ininterrotta, la sua opera di bene.
La storia italiana ed europea di quegli anni segna mutamenti epocali. Sulla terraferma stanno irrompendo le così dette popolazioni barbariche; negli anni di Venerio, in particolare, sono i Longobardi che occupano gran parte di Liguria e Toscana. Il mare è tenuto sempre più debolmente dalle navi bizantine, ma non passeranno che pochi decenni e si manifesterà il terrore delle navi saracene e normanne.
In questo contesto, l'insegnamento e l'esempio di vita di Venerio rimangono come un faro che guida le genti del Golfo e dell'entroterra lunense a ritrovare, nel Vangelo, la luce che li guida fuori dall'oscurità delle barbarie e dalle incertezze del cambiamento sociale e politico.
Anche da morto, Venerio è nel cuore delle popolazioni del Golfo, tanto che, quando, circa un secolo dopo la sua morte, queste terre e questi paesi saranno attaccate dalle navi saracene e poi normanne, il primo pensieri degli abitanti di Porto Venere sarà quello di mettere al sicuro la venerata salma del Santo.
In questa circostanza avviene l'incontro di san Venerio con le popolazioni reggiane. È infatti il vescovo di Reggio Emilia (allora si diceva: di Lombardia) che, per disposizione dell'Impero, ha l'incarico di proteggere con i suoi soldati le genti e le città del Golfo dalle incursioni saracene e normanne. Ed è così che, per salvarla, la preziosa reliquia di San Venerio viene trasportata a Reggio attorno all'anno 830.
Di Reggio San Venerio diventa presto comprotettore insieme a San Prospero. Un abbinamento che si ripeterà ovunque parrocchie, oratori o semplici altari verranno dedicati al Santo vescovo di Reggio.
Il corpo di San Venerio sarà custodito successivamente dai monaci benedettini dell'abbazia reggiana di San Prospero fuori le mura che, dopo alterne vicende, verrà ad avere la sua sede attorno a quella che è l'attuale chiesa cittadina dei Santi Pietro e Prospero dove ancora è custodito il suo corpo. Non il capo, però.
Questo, riposto in un reliquiario a parte, per una disposizione del papa Giovanni XXIII del 1959, venne restituito alla neo costituita diocesi de La Spezia che ha san Venerio come suo primo e particolare protettore e che, il 12/13 settembre, a Portovenere, gli tributa onorisolennissimi.
Naturalmente, i monaci reggiani diffusero in tutti i loro possedimenti il culto di San Venerio, particolarmente in montagna dove ebbe un centro nell'eremo-hospitale di San Venerio in Carù, già esistente in età matildica, e nella pianura di Reggiolo.
La figura paterna di san Venerio trovò facile incontro nella gente reggiana. Non ai viaggi di mare essa era abituata, ma alle non meno lunghe e non meno pericolose transumanze, alle migrazioni stagionali nelle maremme, nelle coste liguri e tirreniche dove, ritrovando tanta devozione a questo santo sacerdote e monaco, pareva alle nostre popolazioni dell’entroterra reggiano di ritrovarsi in un certo senso a casa.
Anche per loro, il santo del mare era orientamento nelle vicende della vita, era esempio di come essere accolti e di come accogliere e , soprattutto, di come costruire una società a misura d'uomo, amando Dio amando il prossimo come e più di se stessi.
Oggi, nella rivistazione di San Venerio, appaiono sorprendente alcuni analogie tematiche fra i suoi tempi di san e i nostri, ben sottolineate, peraltro, da una preghiera che mette in risalto come il Santo marinario abbia colto il valore di alcune nuove tecnologie (la vela latina, dice la tradizione) e le abbia diffuse quali strumenti di difesa e miglioramento della vita umana; come si sia prodigato per guidare i naviganti al porto; e, ancor più, come abbia saluto guidare i suoi confratelli monaci e i suoi fedeli attraverso le tempeste degli scontri di civiltà.
Dice infatti questa preghiera a san Venerio: “Sostienici ... a dire ‘sì’ con fiducia al Vangelo e a trovare in esso la guida nei grandi mutamenti tecnologici e culturali del nostro tempo perché l’umanità intera viva concorde nella pace fraterna.
A noi e a tutti i naviganti nel grande mare della vita, oggi più che mai irto di ammalianti tentazioni e di pericoli mortali, accendi alto il fuoco dell’amore di Dio che, come faro, ci additi il porto sicuro che è Gesù, nel quale solo è la salvezza del mondo e dell’umanità”
Preghiera a San Venerio
San Venerio, che da tanti secoli in questa nostra terra di montagna ci hai additato l'esempio di come navigare attraverso le placide bonacce e le tempeste violente del mondo, veglia e proteggi noi, fratelli tuoi.
Ti chiediamo di poter unire le nostre povere preghiere alle tue; i nostri canti di lode ai tuoi, che tutta la vita hai donato in lode di Dio, seguendo alla perfezione il precetto evangelico di amare Dio e, in Dio, il prossimo come noi stessi.
Sostienici, con il tuo esempio,
a dire "sì" con gioia a Dio che ci chiama ad essere non più servi, ma amici e figli suoi;
a dire "sì" con prontezza a Gesù che ci chiama ad essere suoi discepoli sempre e comunque in ogni evenienza del nostro viaggio terreno;
a dire "sì" con fiducia al Vangelo e a trovare in esso la guida nei grandi mutamenti culturali e tecnologici del nostro tempo perché l'umanità intera viva nella pace concorde e fraterna.
A noi e a tutti i naviganti nel grande mare della vita, oggi più che mai irto di ammalianti tentazioni e di pericoli mortali, accendi alto il fuoco dell'amore di Dio che, come faro, ci additi il porto sicuro che è Gesù, nel quale solo è la salvezza del mondo e dell'umanità. (Autore: Giuseppe Giovanelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Venerio, pregate per noi.

 
Torna ai contenuti | Torna al menu