Santi del 14 Agosto - Istituto Aveta

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Santi del 14 Agosto

Il mio Santo > I Santi di Agosto

*Sant'Antonio Primaldo e Compagni - Martiri d'Otranto (14 agosto)
† Otranto, 14 agosto 1480

Dal 28 luglio all’11 agosto 1480 i turchi comandati da GedikAchmet Pascià assediarono la città di Otranto, in Puglia.Il 12 agosto, entrati con forza nella città, uccisero l’Arcivescovo Stefano Pendinelli e i fedeli radunati nella cattedrale. Il giorno dopo radunarono i circa ottocento uomini superstiti, dai quindici anni in su. Gli abitanti furono portati sulla vicina collina della Minerva e obbligati a una scelta: morire o rinnegare Cristo.
Un anziano tessitore, Antonio Pezzulla, rispose a nome di tutti che avrebbero preferito la morte: fu il primo a venire decapitato, motivo per cui fu soprannominato Primaldo. La maggior parte delle loro reliquie sono custodite, dal 1711, in un’apposita cappella nella Cattedrale di Otranto.
Beatificati da papa Clemente XIV il 14 dicembre 1771, sono stati canonizzati da papa Francesco il 12 maggio 2013. La loro memoria liturgica cade il 14 maggio, giorno della loro nascita al Cielo, tranne che nella diocesi di Napoli, che ospita le reliquie di circa duecentocinquanta di essi e che li onora il 13 agosto.
Martirologio Romano: A Otranto in Puglia, circa ottocento beati martiri, che, incalzati dall’assalto dei soldati Ottomani a rinnegare la fede, furono esortati dal beato Antonio Primaldo, anziano tessitore, a perseverare in Cristo e ottennero così con la decapitazione la corona del martirio.
La città di Otranto
Nell’estremo sud est d’Italia, dove il mare cristallino bagna, in mirabile alternanza, lunghe spiagge e superbe insenature rocciose, Otranto è da tempi remotissimi una città importante, crocevia di commerci, ma anche testimone di un passato eroico.
Dai primi insediamenti che risalgono al 2.200 a. C. ebbe origine un centro naturalmente proteso a oriente, distante, attraverso il canale omonimo, poche miglia di mare dall’Albania e dalla Grecia.
L’antica Hidruntum fu centro messapico e poi municipio romano. La sua posizione, oltre a dominare i commerci, influenzò sia la cultura che la religione. In tutta la Terra d’Otranto il rito bizantino, insieme a quello romano, sopravvisse fino al secolo XVI.
Ancora oggi possenti mura proteggono il centro medievale e la Cattedrale (costruita nel 1088) col suo pavimento-mosaico realizzato tra il 1163 e il 1165. In esso un immenso "albero della vita", raccogliendo scene sia bibliche che profane, rappresenta la storia dell’intera umanità. Anche su questo pavimento cadde il sangue innocente degli Idruntini.
I turchi alla conquista di Otranto
Correva l’anno 1480: da neppure trent’anni, con l’occupazione di Costantinopoli da parte del sultano turco Maometto II, era caduto l’Impero Romano d’Oriente. Papa Sisto IV, giustamente preoccupato dalle mire espansionistiche musulmane, si prodigò inutilmente affinché si formasse una lega cristiana di difesa.
Particolarmente contraria la Serenissima Repubblica Veneta che, per il controllo del Mediterraneo, da sempre era nemica del Regno di Napoli.
Gli altri stati, invece, perennemente preoccupati a difendere ed estendere i propri domini, sottovalutarono il pericolo.
Il progetto ottomano era grandioso: occupare Otranto, conquistare il sud d’Italia, poi su, fino alla Francia e ricongiungersi con i musulmani di Spagna.
Massacro nella cattedrale
Il 28 luglio centocinquanta navi turche, con diciottomila uomini, sbarcarono sulla lunga spiaggia presso i Laghi Alimini. Il Re di Napoli, Ferdinando I d’Aragona, era in Toscana e la sua guarnigione, impaurita, si dileguò. Fu intimata la resa, ma i capitani, Francesco Zurlo e Antonio de’ Falconi, risposero gettando simbolicamente in mare le chiavi della città. Per dodici terribili giorni Otranto venne bombardata sia da terra che da mare, fino a quando i mori riuscirono a penetrare all’interno abbattendo una porta secondaria delle mura.
Massacrarono tutti coloro che trovarono per le strade e anche nelle case, facendo poi irruzione nella cattedrale. L’Arcivescovo, Stefano Pendinelli, stava celebrando il Sacrificio Eucaristico: sacerdoti, frati e molti del popolo furono massacrati mentre pregavano. L’anziano presule, con gli abiti pontificali e la croce in mano, fu ucciso con un colpo di scimitarra che gli staccò di netto il capo. Era l’11 di agosto.
Il martirio di Antonio Primaldo e dei suoi compagni
Le donne furono ridotte in schiavitù, alcune anche violentate, mentre i circa ottocento uomini superstiti, dai quindici anni in su, furono imprigionati. Tre giorni dopo, incatenati e seminudi, a gruppi di cinquanta, partendo dai pressi dell’odierna cappella della Madonna del Passo, furono condotti sul Colle della Minerva. Fu chiesto loro, ripetutamente, di abiurare la fede cristiana per aver salva la vita; venti di loro riscattarono la libertà pagando trecento ducati a testa.
Un anziano cimatore di panni, Antonio Pezzulla, esortò i compagni a difendere il proprio credo e fu il primo ad essere decapitato: venne quindi detto "Primaldo". Era iniziato l’orribile massacro: le cronache raccontano che il corpo di Antonio, senza testa, rimase in piedi fino all’esecuzione dell’ultimo concittadino.Profondamente scosso, il carnefice Berlebey si convertì e fu impalato poco distante.
La liberazione di Otranto
Otranto, fiorente città di dodicimila abitanti, era irriconoscibile, ma la sua eroica resistenza aveva permesso all’esercito aragonese di raggiungere il Salento e sventare il pericoloso disegno espansionistico ottomano.
L’esercito liberatore fu composto anche dalle truppe del Papa (che per sensibilizzare gli stati cristiani aveva nominato nunzio apostolico il Beato Angelo Carletti) e da quelle dei Medici. Si formarono tre presidi militari (Roca, Castro e Sternatia), ma i turchi resistettero tredici mesi durante i quali la cattedrale fu trasformata in moschea e ci furono diversi scontri e scorribande nei paesi vicini. Finalmente l’8 settembre 1481 i turchi si ritirarono, complice anche la morte di Maometto II.
Premonizioni che sanno di profezia
Qualche mese prima dell’eccidio, san Francesco da Paola, dall’Eremo di Paternò, dopo una premonizione mistica, aveva scritto a re Ferdinando I di Napoli nel tentativo di salvare Otranto, ma non fu ascoltato. Ai suoi confratelli aveva detto: «Otranto città infelice, di quanti cadaveri vedo ricoperte le vie; di quanto sangue cristiano ti vedo inondata».
Due secoli prima anche l’abate Verdino da Otranto (morto nel novembre 1279), dal monastero di Cosenza, aveva predetto: «La mia patria Otranto sarà distrutta dal dragone musulmano».
La memoria dei martiri
Cinque giorni dopo si poterono recuperare i corpi dei Martiri che, nonostante giacessero, da oltre un anno, abbandonati sul colle, erano per buona parte incorrotti. La maggior parte di essi venne pietosamente sepolta nella cripta della cattedrale.
Ad Otranto, l’anno successivo, in cattedrale fu loro dedicata una cappella alle cui spese contribuì il Re con una donazione. L’eccidio degli idruntini ebbe vasta eco in tutta Italia: ne scrissero molti storici mentre Ludovico Ariosto compose la commedia «I Suppositi».
La beatificazione
Nel 1539 l’Arcivescovo Pietro Antonio de Capua istruì il processo per il riconoscimento del martirio degli Ottocento, in odio alla fede cristiana. Il popolo, proprio durante il pericolo di altri assedi (nel 1537 e nel 1644), invocò costantemente la loro protezione.
Solo nel 1755-56 si poté tenere a Otranto, sotto il Vescovo Niccolò Caracciolo, il processo ordinario, i cui atti però non furono ritenuti validi dalla Sacra Congregazione dei Riti.
Dal 1770 al 1771 fu celebrato un secondo processo ordinario dal Vescovo di Lecce Alfonso Sozy Carafa.
Gli atti di questo secondo processo furono esaminati e, il 14 dicembre 1771, si ebbe il decreto di conferma del culto da tempo immemorabile tributato ai Martiri di Otranto: papa Clemente XIV, quindi, li proclamò solennemente beati.
Il miracolo per la canonizzazione
Il 5 ottobre 1980, in occasione del cinquecentesimo anniversario del martirio, Papa Giovanni Paolo II
visitò la città e lanciando il suo messaggio di pace additò «alle moltitudini convenute da ogni parte le vie della verità e della grazia, la fratellanza con i popoli d’oriente» (dalla lapide posta in cattedrale a perenne ricordo).
Nella stessa circostanza, a partire dal 1979, si tenne una solenne "peregrinatio" delle reliquie dei martiri, che nel 1980 passarono per il monastero delle Clarisse di Soleto.
Una delle monache, suor Francesca Levote, era ricoverata in ospedale a Genova per un cancro endometrioide dell’ovaio con progressione metastatica (al quarto stadio) e grave complicazione dello stato generale.
Il giorno in cui l’urna dei martiri passò per il monastero, le consorelle invocarono la loro intercessione per lei: fu guarita completamente.
Suor Francesca, che era in monastero dal giugno 1945 ed era nata il 5 novembre 1926, visse fino al 2011, quando morì per cause estranee alla precedente malattia.
Il decreto sul martirio
La canonizzazione dei martiri di Otranto è stata a lungo auspicata, ma mancava, secondo le normative vigenti per le Cause dei Santi, il decreto circa il riconoscimento del martirio.
Perché ciò avvenisse, nel 1988 l’Arcivescovo di Otranto nominò una commissione storica che raccogliesse, in modo sistematico, tutta la documentazione necessaria. Si è quindi celebrata l’inchiesta diocesana relativa, dal 16 febbraio 1991 al 21 marzo 1993, convalidata dalla Congregazione delle Cause dei Santi col decreto del 27 maggio 1994.
Il 28 aprile 1998 i Consultori storici della Congregazione hanno esaminato la documentazione, passata poi ai Consultori Teologi, che, il 16 giugno 2006, hanno espresso parere positivo. Anche i cardinali e i vescovi membri della stessa Congregazione, il 17 aprile 2007, hanno riconosciuto che l’uccisione degli Ottocento avvenne perché restarono saldi nella loro fede.
Il 6 luglio 2007, infine, Papa Benedetto XVI ha disposto che la Congregazione delle Cause dei Santi pubblicasse il decreto sul martirio.
La canonizzazione
Il 27 maggio 2011 la Congregazione delle Cause dei Santi con decreto riconobbe la validità dell’Inchiesta diocesana sul processo relativo all’asserito miracolo avvenuto a suor Francesca Levote.
Il 20 dicembre 2012 Papa Benedetto XVI autorizzò la pubblicazione del decreto con cui la guarigione della religiosa era riconosciuta come rapida, completa e duratura e operata dal Signore per intercessione dei Beati Antonio Primaldo e compagni.
La loro canonizzazione è stata celebrata da papa Francesco a Roma, in piazza San Pietro, il 12 maggio 2013. In questo modo, ha superato subito i suoi predecessori per il numero di Santi canonizzati nel corso del suo pontificato.
Il culto
Gli Ottocento Martiri di Otranto sono patroni della diocesi e della città di Otranto dal 1721, ovvero da molto prima che il loro culto venisse ufficializzato. Sono da sempre festeggiati il 14 agosto, giorno della loro nascita al Cielo.
Dal 1711 le ossa della maggior parte di essi sono custodite in cattedrale, in sette grandi armadi. In piccoli armadi laterali sono conservati resti di carne, integri, senza alcun trattamento, dopo oltre cinque secoli; sotto all’altare vi è il ceppo della decapitazione.
Nel calendario della diocesi di Napoli sono invece ricordati il 13 agosto, il giorno precedente all’anniversario della morte. Questo perché le reliquie di altri duecentocinquanta circa furono portate nella chiesa di Santa Maria Maddalena, detta dopo dei Martiri. Trovarono poi definitiva collocazione nella chiesa di Santa Caterina a Formiello.
La Madonna di Otranto
Al centro della medesima cappella della cattedrale di Otranto si trova un’antica e prodigiosa statua della Madonna. Durante la presa della città un soldato, credendola d’oro, la rubò. La portò a Valona, ma quando vide che era solo di legno dorato la gettò tra i rifiuti.
Vi era in quella casa una donna otrantina, tenuta come schiava, che vista la sua Madonna gelosamente la raccolse. Il permesso per rimandarla a Otranto lo ottenne quando la padrona, che era incinta, colta dalle doglie, partorì felicemente solo dopo le sue preghiere.
La tradizione dice che, posta su una piccola imbarcazione, senza vela e senza che nessuno fosse a bordo, da sola tornò ad Otranto. In un’esplosione di gioia collettiva fu riportata in cattedrale, accolta dal Vescovo Serafino da Squillace.

(Autore: Daniele Bolognini ed Emilia Flocchini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Antonio Primaldo e Compagni, pregate per noi.


*Sant'Arnolfo di Soissons - Vescovo (14 agosto)

Fiandre, 1040 circa – Oudenbourg, Fiandre, 1087
Abbandonata la carriera militare si fece monaco e fu eletto vescovo di Soissons, in Francia.
Protettore: Produttori di birra e birrai
Etimologia: Arnolfo = forte e astuto, dal tedesco
Emblema: Bastone pastorale, Mitra
Martirologio Romano: Ad Altenburg nelle Fiandre, ora in Germania, transito di Sant’Arnolfo, vescovo di Soissons, che da soldato si fece monaco e, eletto poi vescovo, si adoperò per la pace e la concordia, morendo, infine, nel monastero da lui stesso fondato.
Sant’Arnolfo (in francese Arnoul) nacque verso il 1040 nelle Fiandre. Sin dalla giovane età intraprese la carriera militare nell’esercito di Roberto ed Enrico I di Francia, ma in seguito decise di
entrare nel monastero di San Medardo presso Soissons, scegliendo di diventare eremita e conducendo una vita improntata ad una severa penitenza e preghiera in una cella alquanto angusta, da cui i rapporti con l’esterno erano limitatissimi.
Nel 1081 un sinodo straordinario lo elesse vescovo della città, su richiesta del clero diocesano e, a quanto pare, della stessa popolazione.
Non appena gli comunicarono l’avvenuta elezione, egli replicò: “Lasciate che questo peccatore possa offrire alcuni frutti di penitenza a Dio.
Non obbligate uno stolto come me a fare qualcosa che necessita quanta più saggezza possibile”.
Contro la sua volontà fu costretto ad accettare, ma divenne comunque un vescovo molto attivo.
Un usurpatore prese però illegittimamente il suo posto per ragioni sconosciute ed egli, anziché ribellarsi, chiese umilmente il permesso di dimettersi dall’incarico che aveva ormai perso.
Fondò in seguito un monastero presso Oudenbourg, nelle Fiandre, ove infine morì nel 1087. Si narra che in un concilio tenutosi a Beauvais nel 1120 l’allora vescovo di Soissons presentò all’assemblea una “Vita” del suo predecessore e chiese il consenso per trasferire in chiesa i suoi resti, sostenendo che, se essi si fossero trovati nel territorio della sua diocesi, già da tempo avrebbero abbandonato il cimitero.
L’anno seguente, come richiesto, le reliquie di Arnolfo furono traslate nella chiesa abbaziale di Oudenbourg, atto a quel tempo corrispondente ad un’odierna canonizzazione.
Il Santo è popolarmente considerato quale speciale protettore dei produttori di birra e dei birrai.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Arnolfo di Soissons, pregate per noi.


*Santi Domenico Ibanez de Erquicia e Francesco Shoyemon - Martiri Domenicani (14 agosto)
Scheda del gruppo a cui appartengono:
“Santi Lorenzo Ruiz di Manila e 15 compagni”

Martirologio Romano: A Nagasaki in Giappone, Santi martiri Domenico Ibáñez de Erquicia, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, e Francesco Shoyemon, novizio nel medesimo Ordine e catechista, uccisi in odio al nome di Cristo sotto il comandante supremo Tokugawa Yemitsu.
I Santi Domenico IBÁÑEZ, Giacomo KYUSHEI TOMONAGA, Domenicani, LORENZO Ruiz, laico, e 14 compagni formano un gruppo di martiri in Giappone del 1633-1637 a Nagasaki dopo quello dei 205 martiri di Omura-Nagasaki del 1617-1632, beatificati da Pio IX nel 1867.
Il gruppo dei beatificati da Papa Giovanni Paolo II, il 18 febbraio 1981 a Manila, è composto di 13 Domenicani e di 3 laici.
Ma per comprendere meglio la situazione della Chiesa in Giappone a quel tempo dobbiamo rintracciare alcuni aspetti storici.
Nella storia ecclesiastica del Giappone si distinguono tre date importanti: 1549, 1600 e 1640. Nel 1549, San Francesco Saverio arrivò in Giappone; nel 1600, lo Shogun (capo militare) Tokugawa
Yeyasu inaugurò la dinastia legata al suo nome; nel 1640, il Giappone chiuse le sue porte al mondo occidentale, isolandosi per due secoli.
Dal 1549 al 1614, in un clima relativamente favorevole, San Francesco Saverio, al quale subentrarono i suoi confratelli Gesuiti e più tardi Francescani, Domenicani e Agostiniani, costruì una comunità cristiana fiorente.
Nel 1600, in Giappone erano già più di 300.000 cristiani, tra i quali diversi membri delle classi influenti.
A differenza delle Filippine, però, il cristianesimo giapponese nella prima metà del secolo XVII, sparì quasi completamente, sommerso da una violenta persecuzione.
Questa coincise con gli anni più gloriosi dello shogunado, un regime frutto di vari fattori di ordine religioso, politico e sociale.
Da tempi immemorabili la religione originaria del Giappone era lo Shintoismo, basato sul culto degli spiriti legati alle forze della natura e sul concetto dell'imperatore come discendente dalla Dea solare Amaterasu, come simbolo visibile e permanente.
Quando nel secolo VI entrarono dalla Cina il Buddismo ed il Confucianesimo, mettendo profonde radici, lo Shintoismo e il prestigio dell'imperatore decaddero in modo considerevole. Il risultato di questo declino fu il feudalismo, mentre all'imperatore rimaneva solo un ruolo di carattere morale e religioso.
Il potere effettivo passò ad un dittatore della classe guerriera, chiamato Shogun che, a sua volta, vide la sua autorità diluirsi tra diversi signori feudali chiamati daimyò, padroni assoluti dei loro vasti territori. Al loro servizio stavano i samurai e, al livello sociale inferiore, i poveri, privi di diritti umani: contadini, artigiani, commercianti ed operai.
I daimyò si dedicarono spesso alla guerra tra di loro.
Tale situazione ebbe curiosamente dei vantaggi per l'evangelizzazione al¬l'arrivo di San Francesco Saverio e degli altri missionari.
Espulsi da un feudo, i cristiani potevano fuggire in un'altro. Nell'ultimo quarto del secolo XVI due Shogun aprirono la strada per un movimento di unificazione, Oda Nobunga (1568–1582), nemico dei buddisti e simpatizzante per il cristianesimo, e poi Toyotomi Hideyoshi (1582–1598). In modo quasi inspiegabile quest'ultimo divenne persecutore del cristianesimo e ordinò l'esecuzione dei 26 Protomartiri di Nagasaki (San Paolo Miki e compagni). Alla morte dello Shogun Hideyoshi, il cristianesimo pote respirare di nuovo tra speranze e timori.
La vittoria di Sekigahara, nel 1600, diede il potere e lo shogunado a Toku¬gawa Yeyasu (1600–1616), al quale successero il figlio Hidetada (1616–1622) e il nipote Yemitsu (1622–1651), e poi una lunga serie di discendenti fino al 1868. Yeyasu conseguì l'unificazione nazionale e diede al paese una solida struttura legale ed amministrativa. Il Giappone iniziava ad essere governato da un'autorità centrale senza eliminare la relativa autonomia feudale dei daimyò.
La politica dei Tokugawa mostrò per questo sempre una certa diffidenza riguardo alla lealtà dei daimyò, sottomessi ma mai del tutto domati. Tale sospetto aumentava con la presenza di commercianti spagnoli e di religiosi cattolici, accusati dagli olandesi di essere la punta avanzata della conquista e dell'insurrezione. Cosa in realtà mai avvenuta.
Nel 1614 Yeyasu, giudicando la fede di tutti i suoi sudditi sulla base del buddismo e attorniandosi poi di ministri gelosamente confuciani, emise l'editto di persecuzione generale. Hidetada e Yemitsu intensificavano l'avversione al cristianesimo, come dimostra la cruenta persecuzione, in particolare nei riguardi dei martiri della presente Canonizzazione, la prima, insieme al primo Santo delle Filippine, Lorenzo Ruiz.
Prima di presentare le biografie di questi martiri immolati nel periodo 1633–1637, dobbiamo rispondere alla questione del ritardo nella beatificazione. La risposta è semplice. Le inchieste processuali tenute nel giro immediato dei fatti con due processi ordinari a Manila e a Macao (1636–1637) sul martirio di nove sacerdoti domenicani andarono smarrite 30 anni dopo e furono ritrovate solo all'inizio del secolo XX in copia autentica negli archivi domenicani di Manila. Arricchiti con ampia documentazione di tutto il gruppo, resero possibile la ripresa della causa, preparando nel 1977–1978 la «Posizione» storica sul martirio, che venne pubblicata nel 1979 e posta alla base degli esami storico-teologici della Congregazione dei Santi tra il 30 ottobre 1979 ed il 1° luglio 1980.
DOMENICO IBÁÑEZ DE ERQUICIA, Sacerdote Domenicano
Il Santo Domenico Ibanez nacque a Régil (Guipúzcoa), diocesi di S. Sebastián, Spagna, ai primi di febbraio 1589. Entrò nell'Ordine Domenicano nel 1604. Nel 1605 fece la professione e nel 1611 si trasferì nelle Filippine dove fu incorporato alla Provincia domenicana del Rosario. Lavorò nel Pangasinan, al nord dell'isola Luzón, e poi tra i cinesi di Binondo (Manila). Fu anche profes¬sore nel Collegio S. Tommaso (ora Università) di Manila.
Nel 1623 partì per il Giappone con P. Luca dello Spirito Santo ed altri missionari. In mezzo alle persecuzioni svolse un lavoro clandestino per 10 anni, catechizzando e amministrando i sacramenti, consolando i deboli e riportando gli apostati alla fede.
P. Domenico andò fino a Yedo (Tokyo), dove rimase per 2 anni. Nel 1629, già Vicario Provinciale, ritornò a Nagasaki, dove la persecuzione aveva raggiunto il colmo. Lì continuò il suo apostolato, ma nel 1632 dovette nascondersi nelle grotte e nelle montagne con gli altri religiosi.
I giapponesi lo cercarono. Un cristiano apostata rivelò il suo nascondiglio e così venne incarcerato. Siccome rifiutò di apostatare, il 13 agosto 1633 fu sottoposto alle torture della forca e fossa: il condannato veniva sospeso ad una trave di legno con la testa in giù in una fossa piena di immondizie. La fossa veniva rinchiusa alla cintura del corpo con due tavole circolari di legno e Padre Domenico morì per soffocamento dopo trenta ore, il 14 agosto 1633. Il suo corpo fu bruciato e le ceneri disperse nel mare. Così successe a tutti gli altri martiri.
Francesco Shoyemon, Fratello Cooperatore Domenicano
Il Santo Francesco Shoyemon nacque in Giappone, luogo e data di nascita sono sconosciuti. Per molti anni fu compagno di Padre Domenico de Erquicia come catechista che in qualità di Vicario Provinciale lo ammise nell'Ordine domenicano durante la prigionia comune.
Fu arrestato nel 1633 probabilmente insieme con lo stesso P. Domenico. Il 13 agosto fu sottoposto alla tortura della forca e fossa, morendo il giorno seguente. Il suo corpo fu tagliato a pezzi e bruciato.
Il 18 febbraio 1981, Papa Giovanni Paolo II ha beatificato i martiri a Manila e, il 18 ottobre 1987, li ha canonizzati.
(Autore: Andreas Resch - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Domenico Ibanez de Erquicia e Francesco Shoyemon, pregate per noi.


*Beata Elisabetta Renzi - Vergine e Fondatrice (14 agosto)

Saludecio, Rimini, 19 novembre 1786 -14 agosto 1859
Elisabetta Renzi nasce a Saludecio (RN) il 19 novembre 1786 da famiglia benestante: il padre Giambattista Renzi è perito estimatore, la madre Vittoria Boni proviene da una famiglia nobile di Urbino. Nel 179I la famiglia si trasferisce a Mondaino (RN).
Secondo l’usanza del tempo, fanciulla viene affidata alle monache Clarisse perché riceva un’adeguata formazione umana e cristiana.
All’età di 21 anni chiede di entrare nel Monastero delle Agostiniane di Pietrarubbia (PU).
Nel 1810 Napoleone sopprime il Monastero, Elisabetta, suo malgrado, deve tornare in famiglia. Trascorre quattordici anni di ricerca, di travaglio interiore.
Un giorno, mentre sta cavalcando viene sbalzata via dal cavallo imbizzarrito. Si rialza incolume ed interpreta questa caduta come il segno di una chiamata di Dio.
Si consiglia con il suo direttore spirituale don Vitale Corbucci che la rassicura indicandole Coriano (RN) dove funziona un “Conservatorio”, una scuola per le ragazze più povere.
Elisabetta arriva a Coriano il 29 aprile 1824 e nel 1839 fonda la Congregazione delle Maestre Pie dell’Addolorata. Morì il 14 agosto 1859. Fu beatificata da Papa Giovanni Paolo II nel 1989.
Martirologio Romano: A Coriano in Romagna, Beata Elisabetta Renzi, vergine, che, fondatrice delle Maestre Pie della Vergine Addolorata, si adoperò con tutte le forze perché le ragazze povere ricevessero una formazione umana e catechistica nelle scuole.
Maria Elisabetta, questo il suo nome completo, secondogenita di Giambattista Renzi e di Vittoria Boni, nacque a Saludecio, un paese situato nelle verdi colline dell’entroterra riminese, prospiciente il Mare Adriatico. La famiglia di Elisabetta si trasferì a Mondaino nel 1791.
Le ragioni di questo trasferimento si possono trovare in una suddivisione dell’asse paterno e nella convenienza di suo padre di esercitare meglio la professione di perito estimatore e di amministratore dei suoi beni e di quelli del monastero delle Clarisse, posti in questa località.
A nove anni circa, Elisabetta entrò nel monastero delle Clarisse come educanda, e poco dopo ricevette la Prima Comunione.
La sua permanenza come educanda, dovette lasciare tracce marcate nel suo spirito e ciò, soprattutto, attraverso l’insegnamento e l’esempio delle monache addette direttamente alla formazione delle giovinette.
Elisabetta ha iniziato qui a percepire la presenza di Dio nella sua vita, agevolata da un “naturale dolcissimo” e dalla forte esperienza di vita cristiana fatta con i genitori.
Giancarlo Renzi, fratello di Elisabetta testimonia:
"Fanciulla schiuse se stessa nel silenzio e nella preghiera; Elisabetta passò tra le agiatezze della casa che la vide nascere, come raggio di luce sull'oro diffuso; non attinse bellezza dalle cose preziose che la circondavano, ma le cose preziose rese belle essa stessa con la sua grande bontà e soavità".
Già da fanciulla amava stare raccolta, per trascorrere con l’amato Gesù il suo tempo; si impegnava a crescere nella virtù, tanto che si racconta, si scelse una compagna con la quale fare a gara per vedere chi amasse di più Gesù.
Nel 1807 all’età di 21 anni, desiderosa di donarsi completamente a Dio e ai fratelli, chiese di poter fare esperienza nel monastero agostiniano di Pietrarubbia, nella Contea di Carpegna (PU).
Esso godeva grande fama per la profonda spiritualità delle Monache Agostiniane: era poverissimo, situato su terreno franoso di un dirupo, per cui, a dire del Vescovo del Montefeltro, ci voleva una speciale vocazione per la totale solitudine che ivi regnava e per i disagi causati dalle abbondanti nevi e dall’intenso freddo.
Elisabetta avvertì subito tutta la forza di una intensa vita di consacrazione al Signore, come appare dalla lettera da lei scritta al padre, in cui manifesta la decisa volontà di darsi unicamente alla gloria di Dio, nella casa di Dio:
«Date lode al Signore perché Egli è buono: eterna è la sua misericordia. All’infuori di Dio, non v’è cosa solida, nessuna, nessuna al mondo!
Se è la vita, passa; se è la ricchezza sfugge; se è la salute, perdesi, se è la reputazione, la ci viene intaccata; ah, tutte le cose se ne vanno, precipitano. O babbo, mi permetta che io attenda qui il premio di opere buone, di buoni pensieri, di desideri buoni, imperocché Dio, che solo è buono, anche dei buoni desideri tien conto. Dio mi fa tante offerte! Vuole dunque che non mi curi tosto della Sua amicizia, che non faccia tosto gran caso delle Sue promesse? Babbo veneratissimo, glielo dico: ho un vivo desiderio di far del bene, di pregare tanto per la gloria di Dio, anzi per la maggior gloria di Dio… nella casa di Dio».
Nel Monastero agostiniano di Pietrarubbia passò momenti felicissimi in unione col Signore onde portarlo a chi non lo conosceva come scrisse all’Abadessa del Monastero delle Clarisse di Mondaino:
“Immagini di vedere la meschina e fortunata Elisabetta in una cellina che le è tanto cara e che è il suo santuario, fatto solo per Gesù e per me, e indovinerà facilmente le ore felici che passo col mio Diletto Come sarebbero vuote le nostre celle ed i chiostri se non li riempisse Lui!
Ma noi Lo vediamo attraverso tutto, perché Lo portiamo in noi e la nostra vita è un paradiso anticipato. La cella è qualcosa di sacro! Rievoco, madre Badessa, la sua giusta espressione; è un intimo santuario destinato a Lui e alla sua sposa; e vi stiamo così bene tutti e due!
Vorrei che tutto il mio essere tacesse e in me tutto adorasse, e così penetrare ognor più in Lui ed esserne così piena da poterlo dare a quelle povere anime che non conoscono il dono di Dio!
Che io me ne stia sempre sotto la grande visione di Dio”.
Fra queste mura il Signore la preparò a quella missione apostolica a cui l’avrebbe chiamata.
Nel 1810 il Monastero fu soppresso per decreto napoleonico ed Elisabetta, dopo esperienze tanto felici, dovette abbandonare il monastero e riprendere la vita in famiglia; questo passo ha segnato un momento doloroso per lei, ma la forgerà maggiormente per le prove che dovranno venire.
Intanto, fatti nuovi concorsero a renderle più faticoso questo periodo di dolorosa attesa: nel 1813, l’unica sorella, Dorotea, mori all’età di vent’anni.
Abbandonò il primitivo fervore, ma continuò a chiedere al Signore nella preghiera il suo progetto: “Signore, quale progetto hai su di me?” Un giorno, mentre stava cavalcando assieme ad una domestica venne sbalzata via dal cavallo imbizzarrito.
Si rialzò incolume ed interpretò questa caduta come il segno di una chiamata da parte di Dio, ma non sapeva bene dove dirigere i suoi passi. Si consigliò con il suo direttore Spirituale don Vitale Corbucci che la rassicurò dicendole che la sua missione era quella di educatrice e le indicò Coriano dove funzionava un “Conservatorio” cioè una scuola per le ragazze e le donne più povere. Elisabetta arrivò a Coriano il 29 aprile 1824.
Si adoperò per unire il “Conservatorio”di Coriano con l’opera delle Canossiane. Santa Maddalena di Canossa visitando la piccola comunità di Coriano conobbe personalmente Elisabetta Renzi e di lei ebbe a dire:
”Tra il Signore ed Elisabetta vi è tale effusione di reciproco amore, tale perfetta donazione scambievole da tenere per certissimo che, nel porre piede in Coriano, si stringesse fra la creatura e il Creatore, quel nodo che s’insempra nel Cielo”
Maddalena consigliò Elisabetta a prendere la direzione del Conservatorio ed Elisabetta accettò dalla mani di Dio la decisione del Vescovo di Rimini Monsignor Ottavio Zollio che la nominò Superiora della piccola comunità. Sofferenze, imprevisti, non la fermarono, anzi la resero sempre più forte e coraggiosa
Nel 1828 Elisabetta tracciò alcune norme di vita spirituale e comunitaria con il Regolamento delle “Povere del Crocifisso”: vi insiste sul distacco dal mondo per vivere lo spirito della croce, indispensabile per “fare la più amorevole conversazione con lo Sposo divino e sentire l’amorosa sua voce nella solitudine e nel raccoglimento di spirito”.
Il 26 agosto 1839 Monsignor Francesco Gentilini, Vescovo di Rimini eresse canonicamente la nuova Congregazione delle Maestre Pie dell’Addolorata.
Il 29 agosto 1839 nella Chiesa parrocchiale di Coriano Elisabetta Renzi e le sue dieci compagne offrirono la loro vita a Dio e ai fratelli con la professione dei Consigli evangelici e ricevettero l’abito delle Maestre Pie dell’Addolorata. Dopo Coriano Madre Elisabetta fondò le comunità di Sogliano al Rubicone, Roncofreddo, Faenza, Cotignola, Savignano di Romagna, Mondaino.
A Coriano il 14 agosto 1859 all’età di 72 anni, Madre Elisabetta muore, soavemente abbandonata fra le braccia del suo Sposo Crocifisso e Risorto.
Madre Elisabetta fu proclamata Beata dal Papa Giovanni Paolo II il 18 giugno 1989.
I suoi resti mortali sono venerati nella Cappella della Casa Madre a Coriano, in Provincia e Diocesi di Rimini.
Presso la Congregazione per le Cause dei Santi è in corso lo studio per il riconoscimento di un ulteriore miracolo ottenuto per intercessione della Beata Elisabetta Renzi dalla brasiliana Livia Mara Santos Simao che è inspiegabilmente guarita da un trombo dopo aver invocato ripetutamente e con fede la Beata Elisabetta Renzi che in un giorno, ormai non lontano, speriamo la Chiesa proclamerà Santa.
La spiritualità elisabettiana scaturisce dall’amore al Crocifisso, all’Addolorata, all’Eucaristia.
Come per Madre Elisabetta, anche per coloro che oggi vivono il carisma ricevuto dallo Spirito, attraverso di lei, da questi Amori scaturiscono: carità, umiltà, fede, abbandono in Dio, ubbidienza, semplicità, allegrezza di spirito,
gioia del dovere, dono di sé, amore al sacrificio e al nascondimento.
Il carisma educativo della Beata Elisabetta Renzi è diffuso, oggi, in quattro continenti: Europa, America, Africa e Asia dove le Maestre Pie dell’Addolorata, testimoniano l’amore di predilezione di Cristo verso i poveri, i piccoli e i deboli.
A fianco alle Maestre Pie dell’Addolorata, con approvazione ecclesiastica, opera dal 1994 il Movimento Per l’Alleluia, costituito da laici che vivono la spiritualità ed il carisma della Beata Elisabetta in tutti gli ambiti della quotidianità.
Lo Stemma dell’Istituto “Maestre Pie dell’Addolorata” è formato da un cuore che arde e sprigiona luce, trapassato da una spada, circondato da gigli, arricchito dalla frase programma: “ARDERE ET LUCERE” – Ardere per illuminare.
Preghiera per ottenere grazie attraverso l’intercessione della Beata Elisabetta Renzi
Ti benedico, Signore Gesù Cristo, che hai voluto scegliere

la Beata Elisabetta Renzi per manifestare al mondo
la gioia di conoscerti, amarti e seguirti.
Infondi, Ti prego nel mio cuore il suo grande amore
verso i fratelli e l’ardente sua brama di annunziare
dovunque il Vangelo della salvezza,
affinché tutti possano conoscere amare e seguire Te,
via verità e vita.
Per sua intercessione concedimi anche, se è tua volontà,
la grazia particolare che umilmente ti chiedo.
Amen.  
(3 Gloria alla SS. ma Trinità)
Per informazioni e comunicazioni: Istituto Maestre Pie dell’Addolorata (curiampda@ols.org)
(Autore: Sr. Sabrina, Maestra Pia dell'Addolorata - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Elisabetta Renzi, pregate per noi.


*Sant’Eusebio di Roma - Prete (14 agosto)

Roma 319 ca. – Roma, 14 agosto 353 ca.
Martirologio Romano:
A Roma, Sant’Eusebio, fondatore della basilica del suo titolo sul colle Esquilino. Vi sono ben 42 Santi o Beati con questo nome, certamente uno dei più diffusi nella agiografia cristiana; il Sant’ Eusebio di cui parliamo era un prete di Roma al tempo dell’imperatore Costanzo II (318-361) figlio di Costantino il Grande, che dopo la morte dei fratelli Costante e Costantino II, rimase unico imperatore nel 353.
Eusebio per aver rimproverato al Papa Liberio (352-366) la sua debolezza di fronte all’arianesimo di Costanzo II, che fu l’iniziatore in quel periodo del cosiddetto “cesaropapismo”, ossia l’ingerenza del
potere civile negli affari ecclesiastici, fu rinchiuso per ordine dell’imperatore, in una piccola stanza.
L’arianesimo fu l’eresia di Ario (320) secondo cui il Verbo, incarnato in Gesù non è della stessa sostanza del Padre, ma rappresenta la prima delle sue creature; condannata dai Concili di Alessandria (321) e di Nicea (325) venne combattuta da Sant' Atanasio, il quale venne difeso da Papa Liberio nei confronti di Costanzo II. Eusebio soffrì in questa piccola stanza per sette mesi, dove morì alla fine, il 14 agosto del 353 ca.; il suo corpo fu sepolto nel cimitero di Callisto dai presbiteri Gregorio ed Orosio, i quali misero sulla tomba anche l’iscrizione “Eusebio homini Dei”, in seguito alcuni storici biografi lo riportano come “martire”.
Egli è ricordato nel “Martirologio Geronimiano” al 14 agosto come Santo, a cui è intitolato il “titulus” omonimo, cioè l’antica chiesa sull’Esquilino; questa chiesa esisteva già nel IV secolo, come l’attesta un graffito del lettore Olimpo, ritrovato in un cimitero romano.
La chiesa viene nominata o ricordata in varie citazioni dei secoli successivi, sancendo un culto antico ma affermato di Sant’ Eusebio prete, il cui nome poi entrò nei Martirologi storici e anche nel celebre Calendario Marmoreo di Napoli.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant’Eusebio di Roma, pregate per noi.


*Sant’Ezio di Barcellona - Vescovo di Ross e Martire (14 agosto)

Sant’Ezio è un vescovo e martire di Barcellona associato a San Vittore. Su questi due santi esiste solo un’antica tradizione orale, che li ritiene vescovi e martiri di Barcellona. Ma questa tradizione non è suffragata da alcun fondamento storico.
L’unica certezza è che entrambi sono venerati come martiri a Barcellona.
La festa per Sant’Ezio, fissata nella Vies des Saints, si teneva nel giorno 14 agosto.

(Autore: Mauro Bonato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant’Ezio di Barcellona, pregate per noi.


*San Fachtna (o Fachanano) - Vescovo (14 agosto)  
Martirologio Romano: A Ross in Irlanda, San Fachanano, vescovo e abate, che fondò in questo luogo un monastero, celebre per l’insegnamento delle scienze sacre e umane.
Discendente dalla stirpe principesca dei Corca Laighde, nacque, intorno alla metà del VI secolo, a Tulachteann, nel territorio di Corca Laighde, così chiamato dal nome della suddetta famiglia che vi regnava. Ricevuta la sua prima educazione da santa Ita, dalla quale ebbe quelle lezioni di pietà che dovevano poi produrre preziosi ed abbondanti frutti, si recò quindi a studiare nella famosa scuola monastica di Lough Eirce, nei pressi Cork, dove fu discepolo di san Finnbar.
Pochi anni dopo aver fondato il monastero di Molana, nella piccola isola di Dairinis, che sorge vicino a Youghal, alla foce del Blackwater, ritornò nella sua terra natia e vi fondò la scuola monastica di Ross, più comunemente detta Ross Ailithir (attuale Ross Carbery), che fu una delle più celebri d’Irlanda, situata su un promontorio tra due splendide baie del versante meridionale.
La sua denominazione le derivò dal gran numero di studenti pellegrini (ailithir = pellegrino) provenienti non solo da ogni parte dell'Irlanda, ma da tutta l’Europa, per studiarvi la Sacra Scrittura e le arti liberali.
La scuola di Ross durò sino al 972 (anno che sembra corrispondere al 991), allorché venne distrutta dai Danesi, per cui sparì, dopo quasi tre secoli di fervida attività, ogni traccia della benefica istituzione di san Fachtna, di cui tuttavia rimane menzione nel Libro del Leinster.
Fu nel periodo del suo insegnamento a Ross che Fachtna divenne quasi cieco, tanto da non poter più né leggere né studiare. Rivoltosi supplice al Signore per ottenere un rimedio al male da cui era stato
afflitto, fu consigliato da un angelo di andare a bagnare gli occhi e il volto con il latte della moglie di Beoan l’artigiano, alla quale venne poi indirizzato da santa Ita, e che riuscì infine a trovare a Corcobaiscind nella contea di Clare, dopo un viaggio di cinque giorni; eseguito quanto gli era stato ordinato di fare, recuperò miracolosamente la vista.
Definito «vir sapiens et probus», Fachtna si rese famoso come predicatore, a quanto sembra, e fu anche un apprezzato maestro di eloquenza, come ci attesta il soprannone di Facundus, con il quale venne preferibilmente chiamato.
Eletto vescovo, fondò la diocesi di Ross, che occupa ancor oggi un posto eminente tra le sedi vescovili irlandesi. Morto santamente a quarantasei anni di età verso la fine del VI secolo, fu sepolto nella sua cattedrale di Ross.
I due Martirologi del Donegal e di Tallaght lo commemorano il 14 agosto.
Fachtna viene comunemente identificato con l’omonimo santo fondatore e patrono della diocesi di Kilfenora, cosa che può essere assai probabile dato che entrambe le diocesi celebrano la festa del loro rispettivo patrono sotto la stessa data (14 agosto) e che ambedue i santi appartennero alla medesima stirpe principesca dei Corca Laighde.
(Autore: Niccolò Del Re - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Fachtna, pregate per noi.


*Beato Felice Yuste Cava - Sacerdote e Martire (14 agosto)
Schede dei gruppi a cui appartiene:
“Beati 233 Martiri Spagnoli di Valencia” Beatificati nel 2001
“Martiri della Guerra di Spagna”
Martirologio Romano:
In località El Saler vicino a Valencia sempre in Spagna, Beato Felice Yuste Cava, sacerdote e martire, che per la sua coraggiosa fedeltà ricevette dal Signore il premio della vita eterna.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Felice Yuste Cava, pregate per noi.


*Beato Guglielmo da Parma - Laico Mercedario (14 agosto)
Gentiluomo italiano d’illustre famiglia, Guglielmo ricevette l’abito mercedario dalle mani di San Pietro Nolasco come cavaliere laico.
Giovane purissimo e virtuoso, consumandosi in breve tempo fu famoso per l’innocenza della vita.
Nella vigilia dell’Assunzione, dopo aver raggiunto vette sublimi di santità, morì nel convento mercedario di Barcellona.
L’Ordine lo ricorda il 14 agosto.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Guglielmo da Parma, pregate per noi.


*Beato José García Librán - Sacerdote e Martire (14 agosto)
Schede dei Gruppi a cui appartiene:
"Beati Martiri Spagnoli della Diocesi di Avila" Beatificati nel 2013 - Senza data (Celebrazioni singole)
"Beati 522 Martiri Spagnoli" Beatificati nel 2013 - Senza data (Celebrazioni singole)
"Martiri della Guerra di Spagna" - Senza Data (Celebrazioni singole)

Herreruela de Oropesa, Spagna, 19 agosto 1909 - Pedro Bernardo, Spagna, 14 agosto 1936
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato José García Librán, pregate per noi.


*Beato Lorenzo da Fermo (o da Fabriano o della Verna) - (14 agosto)
m. 1481
Non si conosce con precisione la data di nascita del Beato Lorenzo, egli nacque a Fermo presumibilmente intorno al 1370, scarse sono anche le notizie biografiche prima dell’ingresso nella vita religiosa presso i frati Minori dell’Osservanza.
Intorno ai venti anni, il Beato Lorenzo fu colpito dalla fama di santità del Beato Paolo de’ Trinci da Foligno e dall’Osservanza regolare, che costui aveva riformata ed istituita, e decise di entrare nell’ordine divenendo il discepolo prediletto del Beato Paolo.
Lorenzo era di statura molto piccola ed era noto fra i religiosi piuttosto con il nome di Frate Zaccheo che di Frate Lorenzo.
Quando celebrava la messa i confratelli gli mettevano sotto i piedi uno sgabello per farlo arrivare all’altare, inoltre indossava i paramenti fatti su misura.
Il 17 settembre 1391, alla morte del Beato Paolo, il suo successore il Beato Giovanni da Stroncone, trasferì Fra Lorenzo nel Convento dell’Eremita della Valle di Sasso fuori Fabriano.
Qui il Beato Lorenzo strinse un forte legame d’amicizia col Beato Francesco da Fabriano. Emulo del Beato Francesco, Lorenzo crebbe di giorno in giorno negli alti gradi della perfezione.
Nell’anno 1440, il Beato Lorenzo viene trasferito, da San Bernardino da Siena, allora Vicario generale dei Minori, dal convento di S. Bartolomeo di Burgliano al Sacro Monte della Verna, dove rimarrà per quaranta anni.
Qui le virtù del beato Lorenzo si manifestarono apertamente: grande umiltà, singolare pazienza e ardente carità. Viveva nella più stretta povertà indossando gli stessi abiti sia d’estate che d’inverno, mangiando con parsimonia e facendo molte penitenze. Dedicava molto tempo alla preghiera e alla meditazione, era solito alzarsi molto prima dei suoi confratelli per recitare il Rosario alla beatissima Vergine, per quanto i suoi fratelli si radunavano nel coro per i Salmi del Mattino, egli aveva già recitato decine di corone.
La sua più grande devozione era per il Santissimo Sacramento.
Fedele imitatore di San Francesco, cercava i luoghi più nascosti per pregare e meditare, spesso erano gli stessi luoghi privilegiati dal santo stesso.
Durante la peste del 1480 che affliggeva l’Italia, mietendo senza freno innumerevoli vittime le preghiere ed i sacrifici del Beato Lorenzo si moltiplicarono per la salvezza del Popolo.
Tale atteggiamento colpì tanto il ricco e nobile Angelo Bacci, che fece costruire a sue spese, una Cappella ed un oratorio dedicato a San Sebastiano martire, protettore contro la peste e nell’oratorio il Bacci fece fare le sepolture per i religiosi e vi fece trasferire anche le ossa di molti santi frati. Il Beato Lorenzo morì nel 1481, a cento dieci anni d’età e fu il primo ad essere sepolto nella nell’Oratorio di San Sebastiano.
(Autore: Elisabetta Nardi - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Lorenzo da Fermo, pregate per noi.


*San Marcello di Apamea - Vescovo e Martire (14 agosto)  

† Apamea, Siria, 390 circa
San Marcello, vescovo di Apamea in Siria, venne ucciso dai pagani, furenti poiché aveva promosso l’abbattimento di svariati templi, conformemente all’editto promulgato dall’imperatore San Teodosio I il Grande.
Etimologia: Marcello, diminutivo di Marco = nato in marzo, sacro a Marte, dal latino
Martirologio Romano: Ad Apamea in Siria, san Marcello, vescovo e martire, ucciso dalla furia dei pagani per aver abbattuto un tempio dedicato a Giove.
L’imperatore San Teodosio I il Grande, chiamato da Graziano a governare l’impero d’Oriente, portò avanti il suo progetto anche in seguito alla sua morte: esso consisteva nel costituire uno stato religiosamente unito e compatto, obiettivo che tentò di raggiungere tentando di imporre talvolta anche con la forza la religione cristiana in tutto il territorio dell’impero.
Fu così fondatore di un vero e proprio stato cristiano, ai tempi di Sant’Agostino, il più grande Padre della Chiesa latina, in un’epoca in cui l’imperatore giocava un ruolo decisivo nelle controversie tra ortodossi ed eretici, tanto da essere lui stesso infine a commutare le pene a chi non professava la retta dottrina.
Nel 380 Teodosio e Graziano pubblicarono un decreto secondo cui tutti i sudditi dell’impero avrebbero dovuto professare la fede dei vescovi di Roma ed Alessandria e chi non avesse obbedito avrebbe dovuto essere considerato “pazzo e malato di mente” (Codex Theodosianus 16,2).
Furono dunque proibiti i sacrifici e combattute le varie eresia dilaganti, tra le quali l’arianesimo.Vennero interdette le assemblee illegali presso privati e le loro case furono confiscate.
Infine nel 384 l’altare della Vittoria fu tolto dal Senato romano.
Otto anni dopo la promulgazione dell’editto, Teodosio inviò un ufficiale in Egitto, Asia Minore e Siria al fine di rendere effettivo il decreto che ordinava la distruzione di tutti i templi pagani. Questa politica spietata e violenta non tardò però a scatenare l’ira dei non cristiani.
I monaci avevano infatti iniziato a percorrere le province orientali distruggendo edifici sacri ed opere d’arte, mentre orde di saccheggiatori derubavano non solamente i santuari pagani, ma anche villaggi ed intere regioni sospette d’eresia.
Non appena il prefetto imperiale giunse nella città siriana di Apamea, ordinò immediatamente ai suoi soldati di distruggere il tempio di Zeus, ma questi non riuscirono ad abbattere un edificio così maestoso e ben costruito.
Marcello, vescovo della città, suggerì allora al prefetto di mandare altrove i suoi uomini, promettendogli che avrebbe provveduto egli stesso nei giorni seguenti alla distruzione del tempio. L’indomani un operaio si presentò al vescovo offrendo la sua manodopera a tal scopo in cambio di una paga doppia. Marcello accettò e l’uomo diede inizio alla demolizione facendo crollare alcune colonne portanti ed incendiando le fondamenta.
Il vescovo decise così di intraprendere la distruzione di altri templi, finché ne trovò uno difeso dai suoi fedeli e “dovette allontanarsi dalla scena della battaglia, lontano dalla portata delle frecce, perché soffriva di gotta e non avrebbe potuto né combattere né scappare”.
Intento ad osservare la battaglia dal suo rifugio, fu comunque raggiunto da alcuni pagani che lo catturarono e lo gettarono tra le fiamme.
Scovati i colpevoli, i cristiani avrebbero desiderato vendicare l’assassinio, ma il sinodo provinciale non lo permise, ritenendo non ritenesse opportuno che il rallegrarsi per l’onore del martirio concesso da Dio al loro pastore.
Il San Marcello oggi commemorato dal Martyrologium Romanum, vescovo di Apamea, non è però da confondere con il Santo omonimo venerato in data 29 dicembre, nativo di Apamea ma poi abate presso Costantinopoli.
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Marcello di Apamea, pregate per noi.


*Santi Martiri d'Otranto (Antonio Primaldo e compagni) - (14 agosto)  
m. 14 agosto 1480
Dal 28 luglio all'11 agosto 1480 i Turchi del Pascià Acmet assediarono la città di Otranto. Entrati con forza nella città, raccolsero gli 813 uomini superstiti. Gli abitanti furono portati sulla vicina collina della Minerva e obbligati ad una scelta: morte o rinnegare Cristo.
Il primo martire fu Antonio Primaldo, il quale dopo la decapitazione si alzò in piedi e vi rimase fine al martirio dell'ultimo compagno di gloria. Le reliquie dei Martiri dal 1711 sono custodite nella Cappella dei Martiri nella Cattedrale di Otranto.
Martirologio Romano: A Otranto in Puglia, circa ottocento Beati martiri, che, incalzati dall’assalto dei soldati Ottomani a rinnegare la fede, furono esortati dal beato Antonio Primaldo, anziano tessitore, a perseverare in Cristo e ottennero così con la decapitazione la corona del martirio.
Nell’estremo sud est d’Italia, dove il mare cristallino bagna, in mirabile alternanza, lunghe spiagge e superbe insenature rocciose, Otranto è da tempi remotissimi una città importante, crocevia di commerci, ma anche testimone di un passato eroico.
Dai primi insediamenti che risalgono al 2.200 a. C. ebbe origine un centro naturalmente proteso a oriente, distante, attraverso il canale omonimo, poche miglia di mare dall’Albania e dalla Grecia. L’antica Hidruntum fu centro messapico, importante città della Magna Grecia, poi municipio romano.
La sua posizione, oltre a dominare i commerci, influenzò sia la cultura che la religione.
In tutta la Terra d’Otranto il rito bizantino, insieme a quello romano, sopravvisse fino al secolo XVI. Ancora oggi possenti mura proteggono il centro medievale e la Cattedrale (costruita nel 1088) col suo pavimento-mosaico realizzato tra il 1163 e il 1165. In esso un immenso “albero della vita”, raccogliendo scene sia bibliche che profane, rappresenta la storia dell’intera umanità. Anche su questo pavimento cadde il sangue innocente degli Idruntini.
Correva l’anno 1480: da neppure trent’anni, con l’occupazione di Costantinopoli da parte del sultano turco Maometto II, era caduto l’Impero Romano d’Oriente.
Papa Sisto IV, giustamente preoccupato dalle mire espansionistiche musulmane, si prodigò inutilmente affinché si formasse una lega cristiana di difesa. Particolarmente contraria la Serenissima Repubblica Veneta che, per il controllo del Mediterraneo, da sempre era nemica del Regno di Napoli. Gli altri stati, invece, perennemente preoccupati a difendere ed estendere i propri domini, sottovalutarono il pericolo. Il progetto ottomano era grandioso: occupare Otranto, conquistare il sud d’Italia, poi su, fino alla Francia e ricongiungersi con i musulmani di Spagna. Il 28 luglio centocinquanta navi turche, con diciottomila uomini, sbarcarono sulla lunga spiaggia presso i Laghi Alimini.
Il Re di Napoli, Ferdinando I d’Aragona, era in Toscana e la sua guarnigione, impaurita, si dileguò. Fu intimata la resa, ma i capitani, Francesco Zurlo e Antonio de’ Falconi, risposero gettando simbolicamente in mare le chiavi della città. Per dodici terribili giorni Otranto venne bombardata sia da terra che da mare, fino a quando i mori riuscirono a penetrare all’interno abbattendo una porta secondaria delle mura. Massacrarono tutti coloro che trovarono per le strade e anche nelle case, facendo poi irruzione nella cattedrale.
L’Arcivescovo, Stefano Pendinelli, stava celebrando il Sacrificio Eucaristico: sacerdoti, frati e molti del popolo furono massacrati mentre pregavano. L’anziano presule, con gli abiti pontificali e la croce in mano, fu ucciso con un colpo di scimitarra che gli staccò di netto il capo. Era l’11 di agosto.
Le donne furono ridotte in schiavitù, alcune anche violentate, mentre i circa ottocento uomini superstiti, dai quindici anni in su, furono imprigionati. Tre giorni dopo, incatenati e seminudi, a gruppi di cinquanta, partendo dai pressi dell’odierna cappella della Madonna del Passo, furono condotti sul Colle della Minerva. Fu chiesto loro, ripetutamente, di abiurare la fede cristiana per aver salva la vita; venti di loro riscattarono la libertà pagando trecento ducati a testa. Un anziano cimatore di panni, Antonio Pezzulla, esortò i compagni a difendere il proprio credo e fu il primo ad essere decapitato: venne quindi detto “Primaldo”.
Era iniziato l’orribile massacro: le cronache raccontano che il corpo del Beato Antonio, senza testa, rimase in piedi fino all’esecuzione dell’ultimo concittadino. Profondamente scosso, il carnefice Bernabei si convertì e fu impalato poco distante.
Otranto, fiorente città di dodicimila abitanti, era irriconoscibile, ma la sua eroica resistenza aveva permesso all’esercito aragonese di raggiungere il Salento e sventare il pericoloso disegno espansionistico ottomano. L’esercito liberatore fu composto anche dalle truppe del Papa (che per sensibilizzare gli stati cristiani aveva nominato nunzio apostolico il Beato Angelo Carletti) e da quelle dei Medici. Si formarono tre presidi militari (Roca, Castro e Sternatia), ma i turchi resistettero tredici mesi durante i quali la cattedrale fu trasformata in moschea e ci furono diversi scontri e scorribande nei paesi vicini.
Finalmente l’8 settembre 1481 i turchi si ritirarono, complice anche la morte di Maometto II. Cinque giorni dopo si poterono recuperare i corpi dei Martiri che, nonostante giacessero, da oltre un anno, abbandonati sul colle, erano per buona parte incorrotti.
La maggior parte di essi venne pietosamente sepolta nella cripta della cattedrale, altri, circa duecentocinquanta, furono portati dal Re a Napoli nella chiesa di S. Maria Maddalena, detta dopo dei Martiri (poi definitivamente nella chiesa di S. Caterina a Formiello). Ad Otranto, l’anno successivo, in cattedrale fu loro dedicata una cappella alle cui spese contribuì il Re con una donazione.
L’eccidio degli idruntini ebbe vasta eco in tutta Italia: ne scrissero molti storici mentre Ludovico
Ariosto compose la commedia “I Suppositi”. Nel 1539 l’Arcivescovo Pietro Antonio de Capua istruì il processo per il riconoscimento del martirio degli Ottocento, in odio alla fede cristiana. Il popolo ne invocava l’intercessione come patroni, tra l’altro proprio durante il pericolo di altri assedi (nel 1537 e nel 1644).
Il 14 dicembre 1771 la Congregazione dei Riti, dopo regolare processo e per decisione del Papa Clemente XIV, emanò il Decreto di conferma del culto da tempo immemorabile (beatificazione equipollente) e li proclamò solennemente beati. Dal 1711 le loro ossa sono custodite in cattedrale, in sette grandi armadi dai cui vetri destano ammirazione, invitandoci ad essere perseveranti nella fede. In piccoli armadi laterali sono conservati resti di carne, integri, senza alcun trattamento, dopo oltre cinque secoli; sotto all’altare vi è il ceppo della decapitazione. Al centro della medesima cappella si trova un’antica e prodigiosa statua della Madonna.
Durante la presa della città un soldato, credendola d’oro, la rubò. La portò a Valona, ma quando vide che era solo di legno dorato la gettò tra i rifiuti. Vi era in quella casa una donna otrantina, tenuta come schiava, che vista la sua Madonna gelosamente la raccolse.
Il permesso per rimandarla a Otranto lo ottenne quando la padrona, che era incinta, colta dalle doglie, partorì felicemente solo dopo le sue preghiere. La tradizione dice che, posta su una piccola imbarcazione, senza vela e senza che nessuno fosse a bordo, da sola tornò ad Otranto. In un’esplosione di gioia collettiva fu riportata in cattedrale, accolta dal Vescovo Serafino da Squillace.
Gli Ottocento Martiri, Patroni dell’Arcidiocesi, sono festeggiati il 14 agosto. Compatrono della città è san Francesco da Paola che dall’Eremo di Paternò, qualche mese prima dell’eccidio, dopo una premonizione mistica, scrisse al Re nel tentativo di salvare Otranto, ma non fu ascoltato. Ai suoi confratelli aveva detto: “Otranto città infelice, di quanti cadaveri vedo ricoperte le vie; di quanto sangue cristiano ti vedo inondata”.
Due secoli prima anche l’abate Verdino da Otranto (morto nel novembre 1279), dal monastero di Cosenza, aveva predetto: “La mia patria Otranto sarà distrutta dal dragone musulmano”.
Il 5 ottobre 1980, in occasione del cinquecentesimo anniversario del martirio, Papa Giovanni Paolo II visitò la città e lanciando il suo messaggio di pace additò “alle moltitudini convenute da ogni parte le vie della verità e della grazia, la fratellanza con i popoli d’oriente” (dalla lapide posta in cattedrale a perenne ricordo).
Causa di Postulazione
Il 27 maggio 1994 viene emanato il Decreto della Congregazione delle Cause dei Santi con cui si riconosce la validità dell'Inchiesta Diocesana sulla storicità del martirio, tenuta dal 16 febbraio 1991 al 21 marzo 1993.
Il 6 luglio 2007 Papa Benedetto XVI dispone che la Congregazione delle Cause dei Santi pubblichi il Decreto sul martirio.
Il 27 maggio 2011 la Congregazione delle Cause dei Santi con Decreto riconosce la validità dell'Inchiesta diocesana su una guarigione ritenuta miracolosa riguardante Suor Francesca Levote, delle Sorelle Povere di Santa Chiara del Monastero di Otranto, da una grave forma di cancro.
Il 20 dicembre 2012 Papa Benedetto XVI autorizza la pubblicazione del Decreto sul Miracolo. In esso si riconosce la guarigione prodigiosa "rapida, completa e duratura" della Religiosa Clarissa Francesca Levote operata dal Signore per intercessione dei Beati Martiri Antonio Primaldo e Compagni, da "cancro endometrioide dell'ovaio con progressione metastatica (IV stadio) e grave complicazione dello stato generale".
L'11 febbraio 2013, nel corso del Concistoro Ordinario Pubblico il Santo Padre Benedetto XVI decreta che siano iscritti nell'Albo dei Santi.
Sono stati canonizzati da Papa Francesco in piazza San Pietro a Roma il 12 maggio 2013.
(Autore: Daniele Bolognini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Martiri d'Otranto, pregate per noi.


*San Massimiliano Maria Kolbe - Sacerdote e Martire (14 agosto)

Zdunska-Wola, Polonia, 8 gennaio 1894 - Auschwitz, 14 agosto 1941
Massimiliano Maria Kolbe nasce nel 1894 a Zdunska-Wola, in Polonia. Entra nell'ordine dei francescani e, mentre l'Europa si avvia a un secondo conflitto mondiale, svolge un intenso apostolato missionario in Europa e in Asia.
Ammalato di tubercolosi, Kolbe dà vita al «Cavaliere dell'Immacolata», periodico che raggiunge in una decina d'anni una tiratura di milioni di copie.
Nel 1941 è deportato ad Auschwitz.
Qui è destinato ai lavori più umilianti, come il trasporto dei cadaveri al crematorio. Nel campo di sterminio Kolbe offre la sua vita di sacerdote in cambio di quella di un padre di famiglia, suo compagno di prigionia. Muore pronunciando «Ave Maria».
Sono le sue ultime parole, è il 14 agosto 1941. Giovanni Paolo II lo ha chiamato «patrono del nostro difficile secolo». La sua figura si pone al crocevia dei problemi emergenti del nostro tempo: la fame, la pace tra i popoli, la riconciliazione, il bisogno di dare senso alla vita e alla morte.  (Avvenire)
Etimologia: Massimiliano = composto di Massimo e Emiliano (dal latino)
Emblema: Palma
Martirologio Romano: Memoria di san Massimiliano Maria (Raimondo) Kolbe, sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali e martire, che, fondatore della Milizia di Maria Immacolata, fu deportato in diversi luoghi di prigionia e, giunto infine nel campo di sterminio di Auschwitz vicino a Cracovia in Polonia, si consegnò ai carnefici al posto di un compagno di prigionia, offrendo il suo ministero come olocausto di carità e modello di fedeltà a Dio e agli uomini.
Se non è il primo è senz’altro fra i primi ad essere stato beatificato e poi canonizzato fra le vittime dei campi di concentramento tedeschi.
Il Papa Giovanni Paolo II ha detto di lui, che con il suo martirio egli ha riportato “la vittoria mediante l’amore e la fede, in un luogo costruito per la negazione della fede in Dio e nell’uomo”.
Massimiliano Kolbe nacque il 7 gennaio 1894 a Zdunska-Wola in Polonia, da genitori ferventi cristiani; il suo nome al battesimo fu quello di Raimondo. Papà Giulio, operaio tessile era un patriota che non sopportava
la divisione della Polonia di allora in tre parti, dominate da Russia, Germania ed Austria; dei cinque figli avuti, rimasero in vita ai Kolbe solo tre, Francesco, Raimondo e Giuseppe.
A causa delle scarse risorse finanziarie solo il primogenito poté frequentare la scuola, mentre Raimondo cercò di imparare qualcosa tramite un prete e poi con il farmacista del paese; nella zona austriaca, a Leopoli, si stabilirono i francescani, i quali conosciuti i Kolbe, proposero ai genitori di accogliere nel loro collegio i primi due fratelli più grandi; essi consci che nella zona russa dove risiedevano non avrebbero potuto dare un indirizzo e una formazione intellettuale e cristiana ai propri figli, a causa del regime imperante, accondiscesero; anzi liberi ormai della cura dei figli, il 9 luglio 1908, decisero di entrare loro stessi in convento, Giulio nei Terziari francescani di Cracovia, ma morì ucciso non si sa bene se dai tedeschi o dai russi, per il suo patriottismo, mentre la madre Maria divenne francescana a Leopoli.
Anche il terzo figlio Giuseppe dopo un periodo in un pensionamento benedettino, entrò fra i francescani. I due fratelli Francesco e Raimondo dal collegio passarono entrambi nel noviziato
francescano, ma il primo, in seguito ne uscì dedicandosi alla carriera militare, prendendo parte alla Prima Guerra Mondiale e scomparendo in un campo di concentramento.
Raimondo divenuto Massimiliano, dopo il noviziato fu inviato a Roma, dove restò sei anni, laureandosi in filosofia all’Università Gregoriana e in teologia al Collegio Serafico, venendo ordinato sacerdote il 28 aprile 1918. Nel suo soggiorno romano avvennero due fatti particolari, uno riguardo la sua salute, un giorno mentre giocava a palla in aperta campagna, cominciò a perdere sangue dalla bocca, fu l’inizio di una malattia che con alti e bassi l’accompagnò per tutta la vita.
Poi in quei tempi influenzati dal Modernismo e forieri di totalitarismi sia di destra che di sinistra, che avanzavano a grandi passi, mentre l’Europa si avviava ad un secondo conflitto mondiale, Massimiliano Kolbe non ancora sacerdote, fondava con il permesso dei superiori la “Milizia dell’Immacolata”, associazione religiosa per la conversione di tutti gli uomini per mezzo di Maria.
Ritornato in Polonia a Cracovia, pur essendo laureato a pieni voti, a causa della malferma salute, era praticamente inutilizzabile nell’insegnamento o nella predicazione, non potendo parlare a lungo; per cui con i permessi dei superiori e del vescovo, si dedicò a quella sua invenzione di devozione mariana, la “Milizia dell’Immacolata”, raccogliendo numerose adesioni fra i religiosi del suo Ordine, professori e studenti dell’Università, professionisti e contadini.
Alternando periodi di riposo a causa della tubercolosi che avanzava, padre Kolbe fondò a Cracovia verso il Natale del 1921, un giornale di poche pagine “Il Cavaliere dell’Immacolata” per alimentare lo spirito e la diffusione della “Milizia”.
A Grodno a 600 km da Cracovia, dove era stato trasferito, impiantò l’officina per la stampa del giornale, con vecchi macchinari, ma che con stupore attirava molti giovani, desiderosi di condividere quella vita francescana e nel contempo la tiratura della stampa aumentava sempre più. A Varsavia con la donazione di un terreno da parte del conte Lubecki, fondò “Niepokalanow”, la ‘Città di Maria’; quello che avvenne negli anni successivi, ha del miracoloso, dalle prime capanne si passò ad edifici in mattoni, dalla vecchia stampatrice, si passò alle moderne tecniche di stampa e composizione, dai pochi operai ai 762 religiosi di dieci anni dopo, il “Cavaliere dell’Immacolata” raggiunse la tiratura di milioni di copie, a cui si aggiunsero altri sette periodici.
Con il suo ardente desiderio di espandere il suo Movimento mariano oltre i confini polacchi, sempre con il permesso dei superiori si recò in Giappone, dove dopo le prime incertezze, poté fondare la “Città di Maria” a Nagasaki; il 24 maggio 1930 aveva già una tipografia e si spedivano le prime diecimila copie de “Il Cavaliere” in lingua giapponese.
In questa città si rifugeranno gli orfani di Nagasaki, dopo l’esplosione della prima bomba atomica; collaborando con ebrei, protestanti, buddisti, era alla ricerca del fondo di verità esistente in ogni religione; aprì una Casa anche ad Ernakulam in India sulla costa occidentale. Per poterlo curare della malattia, fu richiamato in Polonia a Niepokalanow, che era diventata nel frattempo una vera cittadina operosa intorno alla stampa dei vari periodici, tutti di elevata tiratura, con i 762 religiosi, vi erano anche 127 seminaristi.
Ma ormai la Seconda Guerra Mondiale era alle porte e padre Kolbe, presagiva la sua fine e quella della sua Opera, preparando per questo i suoi confratelli; infatti dopo l’invasione del 1° settembre 1939, i nazisti ordinarono lo scioglimento di Niepokalanow; a tutti i religiosi che partivano spargendosi per il mondo, egli raccomandava “Non dimenticate l’amore”, rimasero circa 40 frati, che trasformarono la ‘Città’ in un luogo di accoglienza per feriti, ammalati e profughi.
Il 19 settembre 1939, i tedeschi prelevarono padre Kolbe e gli altri frati, portandoli in un campo di concentramento, da dove furono inaspettatamente liberati l’8 dicembre; ritornati a Niepokalanow, ripresero la loro attività di assistenza per circa 3500 rifugiati di cui 1500 erano ebrei, ma durò solo qualche mese, poi i rifugiati furono dispersi o catturati e lo stesso Kolbe, dopo un rifiuto di prendere la cittadinanza tedesca per salvarsi, visto l’origine del suo cognome, il 17 febbraio 1941 insieme a quattro frati, venne imprigionato.
Dopo aver subito maltrattamenti dalle guardie del carcere, indossò un abito civile, perché il saio francescano li adirava moltissimo. Il 28 maggio fu trasferito ad Auschwitz, tristemente famoso come campo di sterminio, i suoi quattro confratelli l’avevano preceduto un mese prima; fu messo insieme agli ebrei perché sacerdote, con il numero 16670 e addetto ai lavori più umilianti come il trasporto dei cadaveri al crematorio.
La sua dignità di sacerdote e uomo retto primeggiava fra i prigionieri, un testimone disse: “Kolbe era un principe in mezzo a noi”. Alla fine di luglio fu trasferito al Blocco 14, dove i prigionieri erano addetti alla mietitura nei campi; uno di loro riuscì a fuggire e secondo l’inesorabile legge del campo, dieci prigionieri vennero destinati al bunker della morte. Padre Kolbe si offrì in cambio di uno dei prescelti, un padre di famiglia, suo compagno di prigionia.
La disperazione che s’impadronì di quei poveri disgraziati, venne attenuata e trasformata in preghiera comune, guidata da padre Kolbe e un po’ alla volta essi si rassegnarono alla loro sorte; morirono man mano e le loro voci oranti si ridussero ad un sussurro; dopo 14 giorni non tutti erano morti, rimanevano solo quattro ancora in vita, fra cui padre Massimiliano, allora le SS decisero, che giacché la cosa andava troppo per le lunghe, di abbreviare la loro fine con una iniezione di acido fenico; il francescano martire volontario, tese il braccio dicendo “Ave Maria”, furono le sue ultime parole, era il 14 agosto 1941.
Le sue ceneri si mescolarono insieme a quelle di tanti altri condannati, nel forno crematorio; così finiva la vita terrena di una delle più belle figure del francescanesimo della Chiesa polacca. Il suo fulgido martirio gli ha aperto la strada della beatificazione, avvenuta il 17 ottobre 1971 con Papa Paolo VI e poi è stato canonizzato il 10 ottobre 1982 da papa Giovanni Paolo II, suo concittadino.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Massimiliano Maria Kolbe, pregate per noi.  


*Beato Sante Brancorsini da Urbino - Francescano (14 agosto)
Montefabbri (Urbino), 1343 - 1394
Nel giorno della festa di Massimiliano Kolbe (1894-1941) si ricorda un altro francescano, vissuto sei secoli prima: il beato Sante Brancorsini di Urbino. Nato a Montefabbri nel 1343, Giansante - questo il suo nome secolare - visse una situazione simile a quella del manzoniano fra Cristoforo.
A 20 anni, infatti, uccise con la spada un parente.
Pur avendo agito per legittima difesa, il fatto lo sconvolse. Si ritirò come converso dei Frati Minori nel convento di Scotaneto.

Chiese a Dio di soffrire gli stessi dolori inferti all'uomo da lui ucciso. E una ferita gli si aprì nella gamba.
Morì nel 1394.  (Avvenire)
Martirologio Romano: Vicino a Montebaroccio nelle Marche, beato Sante da Urbino Brancorsini, fratello laico dell’Ordine dei Minori.
Figlio di Giandomenico ed Eleonora Ruggeri, nacque a Montefabbri (Urbino) nel 1343 e fu battezzato con il nome di Giansante.
Frequentò scuole superiori in Urbino ma poi scelse la carriera militare.
A 20 anni per difendersi dall’assalto di un parente lo ferì con la spada in modo mortale. Sconvolto per l’involontaria uccisione lasciò la vita militare e si ritirò nei Frati Minori come semplice converso (1362), nel convento di Scotaneto (Montebaroccio).
Visse una vita di penitenza ed umiltà e tanta devozione per la s. Messa, la Vergine e l’Eucaristi
Ebbe il compito di maestro dei novizi. Per accentuare la sua espiazione chiese a Dio di soffrire i dolori patiti dal suo parente nello stesso punto cui l’aveva colpito.
Infatti una piaga si aprì alla gamba destra dalla quale non guarì più. Morì nel 1394 con fama di santità e con vari prodigi avvenuti dopo la sua morte.
Nel 1769, circa 400 anni dopo, perseverando la sua fama di santità, l’arcivescovo di Urbino fece una ricognizione delle spoglie e le fece sistemare in una cappella a lui intitolata.
Nel 1770 Papa Clemente IV ne approvò il culto e la Congregazione dei Riti il 22 settembre 1822 l’estese alle Diocesi di Pesaro, Urbino e Fano. La sua festa ricorre il 14 agosto.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Sante Brancorsini da Urbino, pregate per noi.


*Sant'Ursicino - Martire (14 agosto)
Martirologio Romano: Nell’ Illirico, nell’odierna Croazia, Sant’Ursicino, martire.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Ursicino, pregate per noi.


*Beato Vincenzo Rubiols Castellò - Sacerdote e Martire (14 agosto)
Schede dei gruppi a cui appartiene:
“Beati 233 Martiri Spagnoli di Valencia Beatificati nel 2001”
“Martiri della Guerra di Spagna”
Martirologio Romano: Nel villaggio di Picassent nel territorio di Valencia in Spagna, Beato Vincenzo Rubiols Castellò, sacerdote e martire, che durante la persecuzione testimoniò con il martirio la sua fede in Cristo.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Vincenzo Rubiols Castellò, pregate per noi.  

*Altri Santi del giorno (14 agosto)

*Sant'Alfredo - Vescovo
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.

 
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