Santi del 14 Dicembre - Istituto Aveta

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Santi del 14 Dicembre

Il mio Santo > I Santi di Dicembre

*Sant'Agnello di Napoli - Abate (14 dicembre)

All'inizio del decimo secolo Pietro, suddiacono della Chiesa napoletana che era stato liberato da una grave infermità per intercessione di Agnello, compose un «libellus miraculorum», in cui, oltre alla sua, racconta altre ventidue guarigioni miracolose operate dal santo.
Da questo testo, che è la più antica fonte che ci parli di Agnello, apprendiamo che Gaudioso Settiminio Celio, vescovo di Abitina in Africa, avendo dovuto insieme con altri presuli abbandonare la sua sede invasa dai Vandali, riparò a Napoli e vi fondò un monastero, probabilmente basiliano, che poi
prese il suo nome.
Di questo monastero, nel VI secolo, divenne abate Agnello, che morì a sessantun'anni tra il 590 e il 604, forse nel 596, come molti affermano.
Scrittori recenti parlano dei suoi interventi miracolosi per liberare Napoli e Sorrento, strette d'assedio dai Saraceni, ma l'agiografo citato non ne fa cenno.
Il suo epitafio, rinvenuto nella chiesa parrocchiale a lui dedicata, dal punto di vista paleografico, secondo gli esperti, si accorda con l'età della sua morte. (Avvenire)
Etimologia: Agnello = messaggero, dal greco
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: A Napoli, Sant’Agnello, abate del monastero di San Gaudioso.
Al principio del sec. X Pietro, suddiacono della Chiesa napoletana, che era stato liberato da una grave infermità per intercessione di Agnello, compose un libellus miraculorum, in cui, oltre alla sua, racconta altre ventidue guarigioni miracolose operate dal santo.
Da questo testo, che è la più antica fonte che ci parli di Agnello, apprendiamo che Gaudioso Settiminio Celio, vescovo di Abitina in Africa, avendo dovuto insieme con altri presuli abbandonare la sua sede invasa dai Vandali, riparò a Napoli e vi fondò un monastero, probabilmente basiliano, che poi prese il suo nome.
Di questo monastero, in un anno sconosciuto del sec. VI, divenne abate Agnello, che morì a sessantun'anni tra il 590 e il 604, forse nel 596, come molti affermano.
Scrittori recenti parlano dei suoi interventi miracolosi per liberare Napoli e Sorrento, strette d'assedio dai Saraceni, ma l'agiografo citato non ne fa cenno.
Il suo nome non figura nel Calendario marmoreo di Napoli, inciso verso 1'800.
Il suo epitafio, rinvenuto nella chiesa parrocchiale a lui dedicata, dal punto di vista paleografico, secondo gli esperti, si accorda con l'età della sua morte.
Fin dal sec. XV Agnello fu annoverato fra i patroni di Napoli ed è anche patrono di Guarcino, città del Lazio in provincia di Frosinone; gode pure di particolare venerazione a Lucca, dove, già dal sec. XII, gli fu dedicato un altare.
Questa città contese con Napoli per l'autenticità delle sue reliquie e ne celebra la festa il 18 maggio, in contrasto con l'uso più comune che la fissa al 14 dicembre.
(Autore: Sergio Mottironi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Agnello di Napoli, pregate per noi.


*Santi Ares, Promo ed Elia - Martiri (14 dicembre)

Emblema: Palma
Martirologio Romano: Ad Ascalona in Palestina, Santi Ares, Promo ed Elia, Martiri, che, volendo passare dall’Egitto in Cilicia per fare visita ai confessori di Cristo durante la persecuzione dell’imperatore Massimino e dare loro aiuto, furono arrestati a Cesarea, atrocemente privati degli occhi e mutilati dei piedi e poi condotti ad Ascalona, dove, per ordine del governatore Firmiliano, terminarono il loro martirio, Ares sul rogo, gli altri decapitati.
Faceva parte di un gruppo di cristiani egiziani che si erano mossi per portare un po' di sollievo ai correligionari deportati dall'imperatore Massimino Daia in Cilicia.
Il 14 dicembre del 308 o 309 furono sorpresi alle porte di Ascalona, mutilati e condannati a lavorare nelle miniere.
Ares e latri due del gruppo, Promo ed Elia, furono invece messi a morte: il primo bruciato vivo e gli altri due decapitati.
(Autore: Paola Cristofari – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Ares, Promo ed Elia, pregate per noi.


*Beato Bonaventura (Bonaccorsi) da Pistoia - Servo di Maria (14 dicembre)

Pistoia, XIII sec. - Orvieto, 14 dicembre 1315 ca.
Martirologio Romano: A Orvieto in Umbria, Beato Bonaventura da Pistoia, sacerdote dell’Ordine dei Servi di Maria, che, mosso dalla predicazione di san Filippo Benizi, lo aiutò a ricomporre la pace tra le fazioni in molte città d’Italia.
Il Beato di cui parliamo, è ancora oggetto di studi approfonditi circa la sua individuazione storica, specie dei primi anni di appartenenza all’Ordine dei Servi di Maria, perché vi furono nel suo tempo più frati omonimi, vissuti nello stesso convento di Pistoia e in altri conventi toscani; questo provocò di essere confuso con i suddetti frati omonimi.
Ad ogni modo si dà qui una versione, che contempla gli elementi caratteristici che gli sono stati attribuiti e che godono di unità di trama e logico sviluppo.
Secondo una tradizione riferita dal cronista dell’Ordine dei Servi di Maria, Michele Poccianti, San Filippo Benizi († 1285), in occasione di un Capitolo generale celebrato a Pistoia nel 1276, si adoperò per comporre le lotte intestine della città.
Quel pacifico intervento, ebbe come benefico effetto che molti, essendosi riconciliati, chiesero di indossare l’abito dei Servi di Maria, ponendosi sotto la guida del santo propagatore dell’Ordine e fra loro c’era anche Bonaventura Bonaccorsi, esponente della fazione ghibellina.
La tradizione dice ancora, che san Filippo Benizi e fra Bonaventura da Pistoia, dettero inizio alla Compagnia di Disciplina dei Rossi, così detta per il colore del mantello, composta dai neo-convertiti; poi Bonaventura divenne sacerdote e s. Filippo chiese la sua collaborazione nell’azione che aveva intrapreso presso la Curia papale, per conseguire la sopravvivenza dell’Ordine, minacciato di scioglimento, secondo il canone XXIII del Secondo Concilio di Lione del 1274.
Fra’ Bonaventura l’accompagnò, insieme a fra’ Lotaringio da Firenze, dal papa Martino IV nel suo ultimo anno di pontificato; si sa inoltre che nel 1285, fra Bonaventura allora priore ad Orvieto, diede un prestito di diciotto fiorini d’oro allo stesso padre Filippo, impegnato in un altro viaggio presso il nuovo papa Onorio IV.
Il Beato Bonaventura lo si ritrova citato nei documenti esistenti, specie del periodo più intenso della sua vita, che fece seguito alla morte di s. Filippo Benizi, avvenuta il 22 agosto 1285; così è citato nel 1289 come padre provinciale, che paga un debito al padre generale, per il convento di Foligno e a marzo del 1289 risulta come priore di Montepulciano.
Dal 6 agosto 1300 fu priore a Bologna e in questo stesso periodo, ebbe l’incarico di procuratore da parte del Capitolo Generale di Pistoia per l’acquisto del monastero di S. Elena a Bologna.
Ancora il 10 settembre dello stesso anno, durante il suo priorato, furono consacrati il chiostro, il cimitero, la piazza e il parlatorio, adiacenti la chiesa dei Servi in Borgo S. Petronio, alla presenza del Generale dell’Ordine, Andrea Balducci.
Nel 1307 era priore a Pistoia; ma fu il convento di Montepulciano che lo vide di più come priore, usufruendo della sua attiva opera; infatti era lì nel 1288-89, nel 1296, nel 1306 e accolse nell’Ordine molti religiosi e oblati, fra cui alcuni futuri Beati.
Fra tutti il personaggio più illustre che ebbe rapporti con padre Bonaventura, fu Sant’Agnese da Montepulciano fondatrice di un convento sotto la regola di S. Agostino, alla quale egli fu guida spirituale; a lui si attribuisce la composizione di “un trattato di gratia, che è nel convento di Siena”.
Bonaventura da Pistoia morì il 14 dicembre 1315 circa, probabilmente ad Orvieto, dove il suo corpo fu sepolto e dove è rimasto fino al 22 aprile 1915, quando fu trasferito nella chiesa della SS. ma Annunziata di Pistoia.
Il culto fu approvato da Papa Pio VIII il 23 aprile 1822, la festa liturgica si celebra nel supposto giorno della morte, che secondo gli “Annali” è il 14 dicembre.
In un affresco dei primi anni del sec. XVI, posto nella Chiesa dei Servi di Maria di Orvieto, opera di un seguace di Luca Signorelli, fra’ Bonaventura è raffigurato insieme ad altri undici santi e beati dell’Ordine.
Sulla vita, le opere, le origini del beato, esiste una vasta bibliografia storica, accumulatosi nei secoli.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Bonaventura da Pistoia, pregate per noi.


*Santa Droside (Anisia) di Antiochia - Martire (14 dicembre)

Martirologio Romano: Ad Antiochia in Siria, Santa Dróside, martire, che San Giovanni Crisostomo afferma sia stata arsa sul rogo.
I sinassari bizantini commemorano sia il 22 settembre sia il 22 marzo o ancora il 28 luglio il martirio di Droside Anisia, avvenuto adAntiochia.
La notizia a lei dedicata nel codice greco Coislin 223 della Biblioteca Nazionale di Parigi presenta una parentela evidente con la passio siriaca conservata in un manoscritto palinsestodel Sinai dell'VIlI sec. Secondo questa doppia fonte, Droside, chiamata anche Anisia, era figlia dell'imperatore Traiano e si era unita a cinque donne pie di Antiochia che si dedicavano ad andare di notte a cercare i corpi dei martiri cristiani per portarli di nascosto nella loro casa.
Denunciate ed arrestate, sarebbero tutte morte martiri, gettate in una caldaia d'acqua bollente.
Questa leggenda favolosa non ci deve peraltro far mettere in dubbio l'esistenza di una vera martire di nome Droside. Il suo culto infatti era celebrato ad Antiochia alla fine del sec. IV, poiché è stataconservata un'omelia di San Giovanni Crisostomo da lui pronunciata il giorno della festa della Santa. In questa omelia, però, non è fatta menzione né della ascendenza imperiale di Droside, né delle sue compagne e nemmeno dell'epoca del martirio. Abbiamo ancora un'altra testimonianza del culto di Droside ad Antiochia nel sec. VI, attraverso le omelie del patriarca Severo (512-518), che pronunciò, lo afferma egli stesso, non meno di tre discorsi in onoredi Droside; due sono stati recentemente pubblicati nella versione siriaca di Giacomo di Edessa, l'unica che ci è pervenuta.
A differenza di San Giovanni Crisostomo, Severo dipende già dall'amplificazione leggendaria alla quale abbiamo fatto cenno. A prova dell'estensione del culto di Droside diciamo pure cheil Calendario Palestino-Georgiano del Sinatico 34 la menziona, ma senza precisazione, sia il 20 marzo, sia il 6 novembre.
Se un calendario siriaco del sec. XIII commemora Droside il 19 aprile (e non c'è nessuna ragione per pensare che si tratti di una omonima martire), la maggior parte dei martirologi siriaci, tra i quali il calendario di Qennesre del sec. VII, fanno menzione di Anisia il 14 dicembre.
Ritroviamo questa data nel Martirologio Geronimiano che celebra: «In Antiochia Drusinae et sociorum eius numero III »; non c'è dubbio chequesta Droside sia la nostra martire antiochena.
Purtroppo il Martirologio siriaco del sec. IV non ci può fornire nessuna conferma sul culto primitivo di questa martire, perché si trova mutilato dellaparte includente la data del 14 dicembre. Dei compagni (o compagne) di Droside non si può dire nulla.
Quanto al gruppo dei tre martiri di Antiochia, e Druso, Zosimo e Teodoro», ricordati allo stesso giorno (14 dicembre) nel Martirologio Romano, se ne deve l'introduzione a Floro per una lettura sbagliata di un cod. corrotto del Martirologio Geronimiamo dove i nomi di Zosimo e Teodoro fanno seguito alla menzione su riportata, ma senza dire se questi due martiri sono venerati insieme al supposto Druso, nel quale si deve vedere invece la nostra Droside di Antiochia.
(Autore: Joseph-Marie Sauget – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Droside di Antiochia, pregate per noi.


*Santi Erone, Arsenio, Isidoro e Dioscoro - Martiri (14 dicembre)

Martirologio Romano: Ad Alessandria d’Egitto, commemorazione dei Santi martiri Eróne, Atéo e Isidoro, con il piccolo Dióscoro di dodici anni, dei quali, durante la persecuzione di Decio, i primi tre furono mandati dal giudice al rogo, in quanto, pur dilaniati da vari supplizi, persistevano armati di invitta costanza nella fede; San Dioscoro, invece, dopo essere stato più volte fustigato, morì fatto a brandelli.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Erone, Arsenio, Isidoro e Dioscoro, pregate per noi.


*San Folcuino di Therouanne - Vescovo (14 dicembre)

Martirologio Romano: Nel territorio di Thérouanne nella Francia settentrionale, San Folcuino, vescovo.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Folcuino di Therouanne, pregate per noi.


*Beata Francesca Schervier - Fondatrice (14 dicembre)

Aachen, Germania, 3 gennaio 1819 - Aachen, Germania, 14 dicembre 1876
Si dedicò alla cura dei poveri, dei malati e degli afflitti, rimanendo conosciuta come la " Madre dei poveri". Fondò la Congregazione delle Sorelle dei Poveri di San Francesco.
Martirologio Romano: Ad Aachen in Germania, beata Francesca Schervier, vergine, che per lungo tempo si adoperò premurosamente in città per i poveri, i malati e gli afflitti e fondò la Congregazione delle Suore Povere di San Francesco per sovvenire alle necessità dei bisognosi.
Nacque ad Aquisgrana in Germania, il 3 gennaio 1819, era figlioccia dell’imperatore Francesco II, quindi di condizione nobile. A 13 anni rimase orfana della madre Eloisa Migeon; da signorina prese a dedicarsi al soccorso dei poveri, insegnando loro il catechismo; man mano che proseguiva in questa meritoria opera, in un ambiente spesso indifferente, a volta ostile, Francesca Schervier non si
risparmiava alcuna fatica, senza cedere a nessun timore, trovò aiuto nella sua impresa apostolica e assistenziale, nel vicario della sua parrocchia padre Istas.
Dopo aver fatto un ritiro a Liegi in Belgio, il 3 ottobre 1845, con cinque compagne formò ad Aquisgrana, un gruppo assistenziale, che subito ebbe l’occasione di rendersi utile, perché un’epidemia di colera e di vaiolo, infuriò nella città.
Si rese necessario dare una forma canonica alla nascente istituzione, per questo scrisse una regola che si affiliava alla spiritualità francescana, sotto la protezione di s. Francesco con lo scopo primario della carità, povertà e opere di pietà verso i poveri.
La nuova Congregazione, a cui diede il nome di ‘Suore dei poveri di San Francesco’, fu approvata da Papa San Pio X nel 1908; intanto il 12 ottobre 1850, Maria Francesca e le sue consorelle, emettevano i voti religiosi; l’Istituzione ebbe subito una rapida diffusione, già nel 1858 era stata fondata una casa nello Stato dell’Ohio U.S.A., nel mentre altri campi di assistenza videro impegnate le suore; durante le guerre del 1864, 1866 e 1870 si dedicarono all’assistenza sanitaria dei militari negli ospedali e poi al recupero della gioventù traviata.
Madre Maria Francesca Schervier morì il 14 dicembre 1876 ad Aquisgrana, a circa 58 anni; la sua reputazione e fama di santa vita, spinse il clero della città ad avviare la causa per la sua beatificazione il 28 febbraio 1928.
Negli anni 1970 la Congregazione contava 121 Case in Germania e Stati Uniti con circa 1700 suore; madre Schervier è stata beatificata il 28 aprile 1974 da Papa Paolo VI.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Francesca Schervier, pregate per noi.


*Beata Giovanna Lambertini - Monaca (14 dicembre)

Sec. XV
Il celebre Cardinal Lambertini, il futuro grande Papa Benedetto XIV, si faceva vanto di appartenere alla stessa famiglia della Beata Giovanna. Non si può ricordare la Beata Giovanna Lambertini senza fare, accanto al suo, il nome di Santa Caterina da Bologna, clarissa francescana e grande contemplativa.
Giovanna Lambertini fu una delle sedici compagne che seguirono la bolognese Caterina e lavorarono con lei alla fondazione del celebre monastero del Corpus Domini. Pare che fosse una delle discepole predilette della mistica Santa francescana, subito dopo - se è lecito tracciare simili gerarchie di spirituale affetto - un'altra Beata, Illuminata Bambi.
La predilezione di Caterina da Bologna per Giovanna Lambertini era dovuta soprattutto al grande spirito di mortificazione e di umiltà della giovane, che la rendeva particolarmente vicina al cuore della sua maestra. Anch'ella, uscita da famiglia nobile e potente, aveva lasciato senza rimpianto il mondo, che pure avrebbe avuto molto da offrirle. Era stata una delle seguaci della prima ora di Santa Caterina, già a Ferrara, poi a Bologna. E restò sempre, tra le compagne, modello di virtù e di pazienza.
La stessa Santa Caterina, narrando una delle sue estasi, pubblicate poi dopo la morte, racconta di una visione che riguardava assai da vicino la Beata Giovanna.
Scrisse infatti di avere avuto una visione del Paradiso, nel quale erano preparati due seggi, uno più alto, l'altro più modesto. E una voce le aveva detto: "Questa così bella e ornata sedia è de sora Katalina...".
"Signore - chiese allora Caterina - e quest'altra sedia, di chi sarà?". "Sappi che quest'altra sarà de sora Zovanna". Sora Zovanna, cioè Giovanna Lambertini, fu la vicaria del convento, prima a Ferrara, poi a Bologna. Santa Caterina la ricordò anche sul letto di morte.
"lo vado - disse - e più non sarò con voi presenti almente; io vi lasso la pace sancta, e quella sopra tutto vi raccomando. Aricomàndovi poi la vicaria, la quale mi è sempre stata bona e fedele figliola".
La " bona e fedele figliola " restò tale anche dopo la morte della sua spirituale " madre ", per tredici anni, fino al suo trapasso nella " pace sancta ", nel 1476. E come nella visione cateriniana, l'anima andò ad occupare un seggio prossimo a quello della Santa maestra, così il corpo della Beata Giovanna Lambertini si trova oggi vicino a quello di Caterina da Bologna.
(Fonte: Archivio della Parrocchia)
Giaculatoria - Beata Giovanna Lambertini, pregate per noi.


*San Giovanni della Croce - Sacerdote e Dottore della Chiesa (14 dicembre)

Fontiveros, Spagna, c. 1540/2 - Ubeda, 14 dicembre 1591
Sembra sia nato nel 1540, a Fontiveros (Avila, Spagna).
Rimase orfano di padre e dovette trasferirsi con la mamma da un luogo all'altro, mentre portava avanti come poteva i suoi studi. A Medina, nel 1563, vestì l'abito dei Carmelitani.
Ordinato sacerdote nel 1567 dopo gli studi di filosofia e teologia fatti a Salamanca, lo stesso anno si incontrò con Santa Teresa di Gesù, la quale da poco aveva ottenuto dal priore generale Rossi il permesso per la fondazione di due conventi di Carmelitani contemplativi (poi detti Scalzi), perchè fossero di aiuto alle monache da lei istituite.
Il 28 novembre 1568 Giovanni fece parte del primo nucleo di riformati a Duruelo, cambiando il nome di Giovanni di San Mattia in quello di Giovanni della Croce. Vari furono gli incarichi entro la riforma.
Dal 1572 al 1577 fu anche confessore-governatore del monastero dell'Incarnazione di Avila.
Venne erroneamente incolpato e incarcerato per otto mesi per un incidente interno al monastero.
Fu in carcere che scrisse molte delle sue poesie. Morì a 49 anni tra il 13 e il 14 dicembre 1591 a Ubeda. (Avvenire)
Patronato: Mistici, Teologi mistici, Poeti
Etimologia: Giovanni = il Signore è benefico, dono del Signore, dall'ebraico
Martirologio Romano: Memoria di San Giovanni della Croce, sacerdote dell’Ordine dei Carmelitani e dottore della Chiesa, che, su invito di Santa Teresa di Gesù, fu il primo tra i frati ad aggregarsi alla riforma dell’Ordine, da lui sostenuta tra innumerevoli fatiche, opere e aspre tribolazioni.
Come attestano i suoi scritti, ascese attraverso la notte oscura dell’anima alla montagna di Dio, cercando una vita di interiore nascondimento in Cristo e lasciandosi ardere dalla fiamma dell’amore di
Dio. A Ubeda in Spagna riposò, infine, nel Signore. Quale anno di nascita più probabile viene indicato il 1540, a Fontiveros (Avila, Spagna).
Rimase ben presto orfano di padre e dovette trasferirsi con la mamma da un luogo all'altro, mentre portava avanti come poteva i suoi studi e cercava di guadagnarsi la vita.
A Medina, nel 1563, vestì l'abito dei Carmelitani e dopo l'anno di noviziato ottenne di poter vivere secondo la Regola senza le mitigazioni.
Sacerdote nel 1567 dopo gli studi di filosofia e teologia fatti a Salamanca, lo stesso anno si incontrò con Santa Teresa di Gesù, la quale da poco aveva ottenuto dal Priore Generale Rossi il permesso per la fondazione di due conventi di Carmelitani contemplativi (poi detti Scalzi), perchè fossero di aiuto alle monache da lei istituite.
Dopo un altro anno - durante il quale si accordò con la Santa - il 28 novembre 1568 fece parte del primo nucleo di riformati a Duruelo, cambiando il nome di Giovanni di S. Mattia in quello di Giovanni della Croce.
Vari furono gli incarichi entro la riforma. Dal 1572 al 1577 fu anche confessore-governatore del monastero dell'Incarnazione di Avila (non della riforma, ma vi era priora Santa Teresa, all'inizio).
Ed in tale qualità si trovò coinvolto in un increscioso incidente della vita interna del monastero, di cui fu ritenuto erroneamente responsabile: preso, rimase circa otto mesi nel carcere del convento di Toledo, da dove fuggì nell'agosto 1578; in carcere scrisse molte delle sue poesie, che più tardi commentò nelle sue celebri opere.
Dopo la vicenda di Toledo, esercitò di nuovo vari incarichi di superiore, sino a che il Vicario Generale (nel frattempo la riforma aveva ottenuto una certa autonomia) Nicola Doria fece a meno di lui nel 1591. E non fu questa l'unica "prova" negli ultimi tempi della sua vita, per lui che aveva dato tutto alla riforma: sopportò come sanno fare i santi.
Morì tra il 13 e il 14 dicembre 1591 a Ubeda: aveva 49 anni.
Il suo magistero era fondamentalmente orale; se scrisse, fu perchè ripetutamente richiesto.
Tema centrale del suo insegnamento che lo ha reso celebre fuori e dentro la chiesa cattolica è l'unione per grazia dell'uomo con Dio, per mezzo di Gesù Cristo: dal grado più umile al più sublime, in un itinerario che prevede la tappa della via purgativa, illuminativa e unitiva, altrimenti detta dei principianti, proficienti e perfetti.
Per arrivare al tutto, che è Dio, occorre che l'uomo dia tutto di sé, non con spirito di schiavitù, bensì di amore.
Celebri i suoi aforismi: "Nella sera della tua vita sarai esaminato sull'amore", e "dove non c'è amore, metti amore e ne ricaverai amore".
Canonizzato da Benedetto XIII il 27 dicembre 1726, venne proclamato Dottore della Chiesa da Pio XI il 24 agosto 1926.
(Autore: Anthony Cilia – Fonte: www.ocarm.org)
Giaculatoria - San Giovanni della Croce, pregate per noi.


*Beato Giovanni Descalzo (Discalceatus) - Religioso (14 dicembre)
Bretagna, 1278 c. - Quimper, Bretagna, 1349

Il suo nome è dovuto al fatto che prima ancora di essere religioso francescano, in spirito di povertà e mortificazione, andava sempre a piedi scalzi; anche la sua casa era detta la casa del «discalciato» o dello scalzo. Il Gonzaga, e dopo di lui il Wadding e il da Moustier, lo dicono compagno di San Francesco, ma non è esatto: da una legenda, scritta nel 1364, si deduce infatti che egli nacque, verso il 1278, nella diocesi di Saint-Paul de Lon in Bretagna.
Trascorsa la giovinezza nel secolo, dedito ad opere di carità e di bene, abbracciò poi la vita ecclesiastica e' divenne sacerdote, parroco e canonico nella diocesi di Rennes. Per tredici anni lavorò con zelo in mezzo ai suoi fedeli e diocesani, e già religioso per la sua austerissima vita di penitenza e
di povertà, entrò tra i Francescani della provincia di Tours, dove rimase per trentatre anni, fulgido esempio di virtù e ricercato confessore e direttore di spirito.
Una predilezione speciale ebbe per gli ammalati e per i poveri e, tanta era la sollecitudine e la generosità per questi ultimi, da essere chiamato bursarius pauperum.
Contagiato dalla terribile peste nera che l'aveva visto angelo consolatore di tanti infelici, morì nel 1349, nel convento di S. Maria Maddalena di Quimper in Bretagna che più di ogni altro luogo della sua provincia religiosa, aveva potuto beneficiare della sua santità e dei suoi prodigi.
Fu sepolto nell'annessa chiesa del convento, nella cappella di S. Antonio, e grazie e miracoli vennero a confermare la sua santità. Al suo sepolcro accorsero particolarmente gli affetti da mal di capo, ottenendo aiuti e guarigioni.
Commemorato il 14 dicembre nel Martirologio Francescano, per la conferma del suo culto ab immemorabili è in corso la causa presso la S. Congregazione dei Riti, alla cui sezione storica sono stati già presentati i vari documenti che lo riguardano e particolarmente quello biografico già ricordato del sec. XIV.

(Autore: Giovanni Odoardi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giovanni Descalzo, pregate per noi.


*Beato Guglielmo de Rovira - Mercedario (14 dicembre)

Famoso per l'osservanza della disciplina monastica, il Beato Guglielmo de Rovira, faceva parte del convento di San Tommaso apostolo in Tortosa (Spagna).
Onorò l'Ordine Mercedario per lo zelo nella fede in Dio, l'assidua preghiera, la contemplazione e tutte le virtù.
Morì come un grande confessore.
L'Ordine lo festeggia il 14 dicembre.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Guglielmo de Rovira, pregate per noi.


*San Matroniano – Eremita, Venerato a Milano (14 dicembre)

La liturgia ambrosiana celebra il 14 dicembre un Santo eremita di nome Matroniano, vissuto in epoca che non si può ancora sicuramente determinare.
La notizia più antica sembra si trovi nella Notitia ecclesiarum urbis Romae (della fine del sec. VIII) ove si dice, parlando dei Santi milanesi: "S. Nazarius in sua pausat ecclesia et in uno angulo S. Morimonianus confessor": il Morimonianus qui ricordato sarebbe da identificarsi con il nostro santo (così il card. Schuster ed. E. Villa; contro l'identificazione sono C. M. Rota l'autore della biografia del Santo nelle Vies des Saints, ed altri).
Nel Manuale ambrosiano della Valtravaglia, del sec. XI, Matroniano è invocato nelle litanie triduane del secondo giorno; nel calendario del Beroldo (del sec. XII) si ricorda che il 14 dicembre c'è la statio all'altare di San Matroniano nella basilica di San Nazaro.
Nel Liber notitiae sanciorum Mediotani, abbiamo una indicazione analoga: la festa del santo eremita Matroniano si celebra il 14 dicembre sull'altare di S. Margherita dove egli riposa collocatovi da Sant’ Ambrogio (cioè nella basilica di S. Nazaro).
Secondo la leggenda medievale, raccolta da Galvano Fiamma nel suo Chronicon maius (della prima metà del sec. XIV), un tale Guglielmo de' Boccardi partendo per la caccia chiese la benedizione a Sant’ Ambrogio, il quale domandò al giovane le primizie della caccia.
Guglielmo si addentrò nella selva, i cani si fermarono abbaiando ostinatamente in un determinato punto. Qui, rimossa la terra con l'aiuto di contadini, si trovò il corpo di un eremita che portava accanto a sé scritte indicanti il suo nome - Matroniano - e i particolari della sua vita.
Mentre Guglielmo rientrava in Milano, messaggeri preavvisarono Sant’ Ambrogio, che con il clero ed il popolo mosse incontro al cacciatore.
Il corteo, con il prezioso carico, entrò in città per la porta Romana, ma giunto nei pressi della Basilica Apostolorum (San Nazaro) la lettiga con il corpo del santo divenne inamovibile.
Interpretando il fatto come un segno del cielo, Sant' Ambrogio fece seppellire Matroniano nella basilica di San Nazaro.
Visite e ricognizioni delle reliquie di Matroniano vennero fatte da San Carlo, dal card. Federico Borromeo e dal cardinale Alfonso Litta, che nel 1657 inaugurò a San Nazaro un altare in onore del Santo. L'ultima ricognizione è stata fatta dal cardinale Ildefonso Schuster il 20 novembre 1941. La festa del santo è segnata nel Martirologio Romano alla data tradizionale del 14 dicembre.
(Autore: Antonio Rimoldi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Matroniano, pregate per noi.


*San Nicasio di Reims - Vescovo (14 dicembre)

Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: A Reims nella Gallia belgica, nell’odierna Francia, passione di San Nicasio, vescovo, che insieme alla sorella Eutropia, vergine consacrata a Cristo, al diacono Fiorenzo e a Giocondo fu ucciso durante una incursione di alcuni pagani davanti alla porta della basilica da lui stesso fondata.
Il Catalogo episcopale della Chiesa di Reims, degno di credito e anteriore al IX sec, indica Nicasio come decimo vescovo della città. Lo storico Flodoardo dice la stessa cosa e gli dedica nella sua Historia Remensis ecclesiae un lungo capitolo che, a dire il vero, è pieno di luoghi comuni.
Flodoardo comincia col dire che, pieno di zelo per la bellezza della Chiesa "vergine sposa di Cristo", Nicasio fondò la nuova cattedrale della città posta sotto il titolo della Vergine Maria, togliendo in tal modo tale rango all'antica basilica dei SS. Apostoli.
Si è fatto notare che questi titolari di chiese compaiono generalmente più tardi, ma Flodoardo ha potuto facilmente trasporre al V sec. titolazioni in uso al suo tempo e cioè, nel X.
Nel racconto seguono lunghe lamentele sul cattivo comportamento degli abitanti della città che attirarono in tal modo su di essa il castigo divino, cioè l'invasione dei Vandali (407).
É vero che l'autore paragona il suo eroe a Sant’ Aniano di Orlèans e San Lupo di Troyes che vissero cinquanta anni più tardi, e a San Servazio di Tongres, morto cinquant'anni prima, ma questi anacronismi sono inseriti in un commento e non nell'episodio centrale del martirio di Nicasio.
Il vescovo si era rifiutato di fuggire e, in compagnia di sua sorella, la vergine Eutropia (v.), esortava gli abitanti di Reims a subire serenamente il martirio. Quando i barbari vennero all'assalto, Nicasio rimase solo sulla soglia della chiesa di Nostra Signora da lui fondata, e qui fu decapitato mentre la sorella subiva la stessa sorte, da lei peraltro cercata per sfuggire a peggiori oltraggi. Alcuni fedeli furono anch'essi assassinati: dopo di che i barbari, in preda ad un improvviso terrore, si ritirarono.
Nelle sue grandi linee, questa narrazione è accettabile. Si può quindi ammettere che N. sia morto durante la grande invasione barbara del 407, mentre i tentativi fatti per riportarlo al tempo degli Unni (451) non sono appoggiati da argomenti validi: è quindi preferibile la tradizione di Reims, rappresentata da Flodoardo. Un dettaglio del martirio di Nicasio merita particolare attenzione.
Nel momento della sua esecuzione, il vescovo recitava il lungo salmo CXVIII; era giunto al versetto "Adhaesit pavimento anima mea", quando gli fu mozzata la testa, che però, caduta al suolo, continuò nel salmo, aggiungendo: "Vivifica me, Domine, secundum verbum tuum".
Questo episodio, rilevato dal bollandista M. Coens, e significativo per la storia della cefaloforia (Santi che portano la propria testa); infatti, in una testa tagliata, la lingua sembra ancora viva, palpitante, per cui nell'immaginazione degli agiografi, la testa diventa parlante (come in questo caso). Infine il Santo decapitato porta egli stesso la sua testa in un determinato luogo che generalmente é quello che egli sceglie per la propria sepoltura.
Nicasio e sua sorella vennero sepolti nella chiesa costruita da Giovino nella metà del sec. IV, chiesa che ebbe per patroni prima Sant’Agricola e poi lo stesso Nicasio e che divenne, nel sec. XI, il centro di una abbazia benedettina conservatasi fino alla Rivoluzione francese.
Il culto del Santo vescovo si diffuse largamente nella provincia di Reims: era uno dei santi principali dell'abbazia di Sant’ Amando (Nord) nell'antica diocesi di Tournai.
La sua festa si celebra il 14 dicembre, data nella quale Nicasio già è iscritto nel Martirologio Geronimiano, donde, tramite i martirologi storici, è passato nel Romano.
(Autore: Henri Platelle – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Nicasio di Reims, pregate per noi.


*San Nimatullah Youssef Kassab Al-Hardini - Religioso Maronita (14 dicembre)

Beit Kassab, 1808 - Kfifane, 1858
É figlio del Libano, al secolo: Giuseppe Kassab (1808-1858), sacerdote dell'Ordine Libanese Maronita. Nel nascondimento del monastero si dedicò alla preghiera, all'insegnamento della teologia e al lavoro manuale. Tra i suoi alunni ebbe San Charbel Maklouf.
La Santa Sede lo nominò Assistente del Superiore Generale del suo Ordine. Fu beatificato nel 1998.
Martirologio Romano: In località Klifane nel territorio libanese, San Nimatullah al-Hardini (Giuseppe) Kassab, sacerdote dell’Ordine Libanese Maronita, che, uomo insigne per spirito di preghiera e penitenza, attese all’insegnamento della teologia, all’educazione dei giovani e all’impegno pastorale.
All’ombra dei cedri del Libano, in una terra travagliata ed al contempo meravigliosa, ricca di testimonianze storiche e cristiane, nel XIX secolo, sono vissute grandi figure di persone che si sono santificate mediante la preghiera e l’ascetismo, raggiungendo alte vette mistiche.
Tra esse, accanto a San Charbel ed a Santa Rafqà, spicca quella del Beato Al-Hardini, al secolo Youssef Kassab. Si tratta di un’alta figura monastica, di una grande intransigenza, soprattutto con se stesso, dottrinaria e spirituale.
Egli nacque nel 1808, da Girges (Giorgio) Salhab Kassab e Miryam Raad, sorella di un sacerdote, Yousef Yacoub, in Libano, in una terra che porta il nome della sua famiglia, Beit Kassab, nei pressi di Hardin. Quella regione era (ed è), in terra libanese, conosciuta per il gran fervore cristiano e per la forte presenza maronita.
Il nostro Beato aveva quattro fratelli (‘Assaf, Elias, Tanious, Yacoub) e due sorelle (Masihieh e Miryam). Quattro prenderanno i voti. In particolare, il fratello di Youssef, Elias, consacrandosi a Dio con il nome di fratel Lesha, si dedicherà all’eremitaggio, dapprima a Qozhayya e più tardi ad ‘Annaya, dove morirà nel febbraio 1875 e dove, tempo dopo, sarà sostituito da quello che diverrà S. Charbel. ‘Assaf, invece, preferì il matrimonio, così come la sorella minore, Miryam. I loro discendenti sono tuttora viventi.
Il giovane Youssef compì gli studi elementari presso la scuola monastica del convento di S. Antonio di Houb, dal 1816 al 1822. Dopo di ciò, si dedicò ai lavori agricoli con i suoi genitori. La vocazione religiosa, quasi naturale per un ragazzo pio che aveva studiato in una scuola monastica, nacque subito,
ma il giovane dovette attendere i 20 anni per poterla dichiarare ai suoi. Entrò quindi come novizio, nel novembre 1828, nel convento maronita di S. Antonio in Qozhayya. Due anni più tardi, e precisamente il 14 novembre 1830, emise i suoi voti, assumendo il nome di Nimatullah, che significa "dono di Dio". Terminati gli studi teologici e filosofici, ricevette l’ordinazione sacerdotale, dal vescovo Seiman Zwain, nel monastero dei Santi Cipriano e Giustino in Kfifane, il giorno di Natale del 1833.
A differenza del fratello Elias, Nimatullah non assumerà la vita eremitica a proprio cammino di perfezione. Tutta la sua esistenza la visse prevalentemente a Kfifane, nel convento maronita con annessa scuola di teologia, tanto da essere noto come il "Santo di Kfifane".
La sua fu una vita trascorsa santamente nel rigore della disciplina. Era uomo di preghiera, totalmente immerso in Dio. Era solito, infatti, pregare per ore nella cappella del monastero dinanzi al SS. Sacramento, inginocchiato, con le braccia aperte a croce e lo sguardo fisso, rivolto al tabernacolo.
Nutriva, altresì, una tenera devozione nei riguardi della Madre di Dio. Per questo, oltre alla recita quotidiana del Rosario e dopo la celebrazione della messa, aveva molta familiarità con le “Glorie di Maria” di Sant’ Alfonso M. De Liguori, grande maestro di teologia morale. Non mancava di accostarsi quotidianamente all’Eucarestia ed al sacramento della penitenza, tanto che il suo confessore si trovava assai spesso in difficoltà nel dargli l’assoluzione, non avendo materia su cui accordargliela.
Uomo di grande cultura, nel 1845, ricevette la nomina ad assistente generale dell’ordine. Ricoprì per obbedienza tale carica ritenendosene sempre indegno. Ciononostante svolse tale mandato complessivamente tre volte (dal 1845 al 1848; dal 1850 al 1853 e dal 1856 al 1858).
Si rifiutò sempre e fermamente, però, di ricoprire la carica di abate generale, declinandone le responsabilità, in quanto la Vergine glielo avrebbe proibito. Durante l’espletamento dei tre mandati fu costretto a vivere presso il monastero di Nostra Signora di Tamish, dove era la casa generalizia dell’ordine maronita.
Ciò lo obbligava a spostarsi di frequente a Kfifane, dove insegnava teologia morale. Tra i suoi allievi vi fu il già nominato S. Charbel Makhlouf.
La sua sterminata preparazione teologica non gli impedirà di essere vicino alla comunità dei fratelli e dei fedeli (eccezion fatta per le donne che, secondo un’antica tradizione, era vietato ai monaci di frequentare). Quando non pregava o non insegnava, era immerso nello studio e nella rilegatura degli antichi incunaboli: arte trasmessagli dal padre che era stato rilegatore.
Il Beato Nimatullah, nel 1858, ammalatosi gravemente di polmonite per l’inclemenza del clima, morì il 14 dicembre di quell’anno, nel monastero di Kfifane, invocando il nome della Vergine ed affidandosi a Lei. Al momento della morte una grande luce illuminò l’umile stanza in cui si era spento, ed un soave odore aromatico si sprigionò dal suo corpo, rimanendo in quel luogo per diversi giorni dopo.
La sua fama di santità, già molto viva durante la sua esistenza, si consolidò dopo la morte, anche grazie ai molti miracoli, ottenuti per sua intercessione, che fiorirono e continuano a fiorire intorno alla sua tomba a Kfifane, dov’è conservato il suo corpo miracolosamente incorrotto. Il processo di beatificazione iniziò nel 1926.
Fu dichiarato venerabile il 7 settembre 1989. L’accertata guarigione prodigiosa dalla leucemia di un giovane libanese fu il miracolo che fece proclamare Beato, dal Papa Giovanni Paolo II, il venerabile Nimatullah il 10 maggio 1998, durante una solenne celebrazione in piazza S. Pietro. É stato proclamato Santo da Giovanni Paolo II il 16 maggio 2004.
(Autore: Francesco Patruno – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Nimatullah Youssef Kassab Al-Hardini, pregate per noi.


*Beato Pietro di Avrances - Monaco (14 dicembre)
† 1171

Il Beato Pietro di Avrances è un monaco dell’antica abbazia di Savigny. Questo monastero normanno prima di unirsi all’ordine cistercense nel 1148, era stato un cenobio doppio (maschile e femminile) benedettino.
Non sappiamo quasi nulla del beato Pietro.
Qualche anno dopo la sua morte, un monaco della sua stessa abbazia ne redasse una vita, assai povera di alcun cenno biografico, e scritta solo con l’intento di edificare il lettore per indicargli come il beato Pietro era un uomo di grandi virtù.
Si presume sia morto intorno al 1171.
Nel 1243 ben tre vescovi, di La Mans, d’Avranches e di Rennes, precedettero alla traslazione dei corpi di Vitale e Goffredo, abati dell’abbazia di Savigny e dei tre monaci Pietro, Aimone e Guglielmo. L’evento si dice che ebbe luogo alla presenza di oltre centomila persone. I cinque religiosi sono stati tutti elevati agli onori dell’altare.  Questa traslazione era ricordata e commemorata ogni anno, con una solenne processione nel giorno 1 maggio.
Nei menologi cistercensi, Pietro è indicato e festeggiato, con il titolo di beato nel giorno 14 dicembre.

(Autore: Mauro Bonato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria – Beato Pietro di Avrances, pregate per noi.


*San Pompeo di Pavia - Vescovo (14 dicembre)

Sec. IV
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: A Pavia, San Pompeo, vescovo, che, successore di san Siro, dopo pochi e pacifici anni passò al Signore.
Cinque giorni or sono, parlammo di San Siro, primo Vescovo di Pavia e favoloso evangelizzatore di gran parte della valle del Po. Nell'opera imponente di gettare la rete del pescatore d'uomini su quella terra piana e ferace, stesa a perdita d'occhio attorno alle torri e ai campanili di Pavia, egli ebbe come collaboratore San Pompeo.
San Pompeo che successe a San Siro quando questi - non si sa bene in quale anno, anzi in quale secolo - riposò nella meritata gloria. Non ci sarebbe perciò da aggiungere molto altro su questo Santo, secondo Vescovo dell'elenco dei pastori che la tradizione assegna a Pavia.
Anche perché, sul conto di San Pompeo, si sa assai poco, per non dire quasi nulla. Bisogna ricorrere alla vita dello stesso San Siro, per sapere che l'episcopato di Pompeo fu breve e pacifico. Nient'altro.
A lui successe il Vescovo San Giovenzo; mentre San Pompeo sarebbe stato sepolto, con San Siro, in quella chiesa dei Santi Gervasio e Protasio che avrebbe dovuto essere una specie di sfida in muratura dei fedeli di Pavia nei confronti dei fedeli di Milano; dei devoti di San Siro contro i " tifosi " di Sant'Ambrogio.
Per queste scarse e precarie notizie, non sarebbe stato necessario dedicare il giorno a San Pompeo - e con questo non sarebbero state diminuite affatto le vere e grandi glorie della città di Pavia. Se lo abbiam fatto, è perché, bene o male, egli è il più celebre dei pochi Santi che portano il nome di Pompeo. Nome glorioso e famoso, come si sa, per aver designato il grande condottiero e uomo politico dell'antica Roma; compagno prima e avversario poi di Giulio Cesare, il quale, si narra, pianse quando gli fu presentata la testa dei valoroso antagonista, mozzata a tradimento, per ordine del Re egiziano Tolomeo XII, fratello e sposo di Cleopatra.
Non c'è dubbio che la diffusione del nome di Pompeo sia dovuta, non alla devozione di un Santo, ma al ricordo dell'antico condottiero romano.
Di lui si vanta la decisione con la quale liquidò i resti del partito di Mario; la risolutezza con la quale ristabilì l'ordine in Spagna; la spietatezza con la quale annientò le ultime bande degli schiavi ribelli di Spartaco; la fulmineità con la quale liberò l'Adriatico dei pirati; l'abilità con la quale guerreggiò in Asia Minore e nel Ponto, battendo il Re Mitridate.
Finalmente, l'accanimento con il quale contese a Cesare, nella sfortunata guerra civile, il dominio assoluto, cioè l'imperium, del mondo romano.
Fatti d'arme, imprese distruttive, episodi di sangue. La gloria dei condottieri si fonda sempre su questi elementi, che gettano un'ombra cruenta sui loro meriti, per grandi che siano di fronte all'impassibile e quasi disumano giudizio della Storia. Dei Santi, invece, anche quando non si sa quasi nulla, come nel caso di San Pompeo, di una cosa si può essere sicuri: che noi li ricordiamo per aver essi compiuto, certamente e solamente, delle opere di bene.
(Fonte: Archivio della Parrocchia)
Giaculatoria - San Pompeo di Pavia, pregate per noi.


*Santi Tirso, Leucio, Callinico e Compagni - Martiri di Apollonia (14 dicembre)

Martirologio Romano: Ad Apollonia in Bitinia, nell’odierna Turchia, Santi Tirso, Leucio, Callinìco e compagni, martiri, che si tramanda abbiano subito la passione al tempo dell’imperatore Decio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Tirso, Leucio, Callinico e Compagni, pregate per noi.


*San Venanzio Fortunato (14 dicembre)

Valdobbiadene (Treviso), ca. 530 - Poitiers (Francia), 14 dicembre 607 ca.
Etimologia: Venanzio = il cacciatore, dal latino
Martirologio Romano: A Poitiers in Aquitania, ora in Francia, San Venanzio Fortunato, vescovo, che narrò le gesta di molti santi e celebrò in eleganti inni la Santa Croce.
Nel 535 circa, a Duplavilis (l’attuale Valdobbiadene in provincia di Treviso) nasce Venanzio Onorio Clemenziano Fortunato. Della sua terra e della sua gente dà notizia egli stesso nel IV libro della Vita di San Martino, quando indica al suo poema la strada da percorrere per raggiungere Ravenna e gli raccomanda di passare per Valdobbiadene: “Avanza attraverso Ceneda e vai a visitare i miei amici di Duplavilis: è la terra dove sono nato, la terra del mio sangue e dei miei genitori.
Qui c’è l’origine della mia stirpe, ci sono mio fratello e mia sorella, tutti i miei nipoti che nel mio cuore io amo di un amore fedele. Valli a salutare, ancora ti chiedo, anche se di fretta”.
Era di antica e nobile famiglia romana, ebbe sicuramente un fratello e una sorella di nome Tiziana (la cita scrivendo alla badessa Agnese) e molti nipoti.
La vicina Ceneda contende a Valdobbiadene i natali dell’ultimo grande poeta della latinità. Ma Paolo Diacono, che scrive alla fine dell’VIII secolo e cita espressamente questo brano, non ha dubbi sulla nascita valdobbiadenese.
I primi studi li compie probabilmente nel Trevigiano (forse proprio a Treviso, forse ad Asolo, forse a Oderzo). Nel 557 circa si reca ad Aquileia per studiare. È possibile che da parte del vescovo di Aquileia, Paolino, venga già ora la proposta di prendere i voti sacerdotali (stando ad una testimonianza dello stesso Venanzio), ma egli rifiuta.
Nel 560 si trasferisce a Ravenna dove studia grammatica, retorica, poetica (e forse anche giurisprudenza), secondo le notizie che ci dà Paolo Diacono.
È affetto da una grave malattia agli occhi. Ne è colpito anche il suo amico Felice, il futuro vescovo di Treviso, colui che fermerà Alboino e i Longobardi sul Piave. Venanzio e Felice si ungono gli occhi con l’olio della lampada che brucia nella cripta dedicata a San Martino nella basilica di Giovanni e Paolo e guariscono.
Nell’autunno del 565 Venanzio lascia Ravenna e si reca in Gallia, nel regno di Austrasia, per sciogliere il voto di pregare sulla tomba di Martino a Tours. I motivi di un viaggio che lo avrebbe portato lontano dalla sua patria (mai ci sarebbe stato ritorno) sono stati variamente interpretati. Si è a lungo ipotizzato che Venanzio fosse diventato inviso al governo bizantino e fosse dunque indotto a cercare la protezione di Sigiberto.
Venanzio avrebbe preso posizione a favore dello scisma dei Tre Capitoli e dunque sarebbe stato dalla parte della situazione scismatica di Aquileia. Ma non abbiamo notizia di una militanza in tal senso e nulla autorizza a dire che si tratti di fuga per motivi di pericolo personale.
Del resto, se quella di Venanzio era una fuga dal governo imperiale, la corte di Sigiberto non rappresentava un rifugio sicuro perché i reali d’Austrasia non erano in quell’epoca in cattivi rapporti con Costantinopoli.
Tra l’altro è questo il periodo durante il quale Radegonda, che viveva sotto la giurisdizione di Sigiberto, otteneva dall’imperatore una reliquia della Santa Croce.
Venanzio non arriva in Austrasia come un “trovatore errante”. Il fatto che gli sia stata inviata incontro una scorta di eminenti funzionari della corte di Austrasia prova che aveva ricevuto un invito, in qualche modo ufficiale. Dunque non un romantico precursore della figura del poeta maledetto, non un ricercato dalla polizia imperiale.
Il contrario semmai, come suggeriscono recenti studi ed ipotesi. Venanzio era probabilmente un inviato dell’imperatore d’Oriente presso le corti franche e in particolare alla corte di Metz.
Non dobbiamo pensare certo ad un agente segreto che agisce sotto copertura e che si avvale del suo ruolo di poeta mondano per nascondere oscuri e sottili maneggi. Più semplicemente l’imperatore, preoccupato dalla minaccia longobarda, cercava alleanze nelle Gallie. Il re di Metz, che possedeva anche la Provenza, poteva tornargli molto utile.
Venanzio, senza dubbio già noto per il suo talento di poeta, era uomo prezioso per convincere il re e i suoi grandi, riuniti nel giorno delle nozze. Venanzio arriva infatti a Metz, capitale dell’Austrasia nel 566, proprio nei giorni in cui Sigiberto sposa Brunechilde, figlia di Atanagildo re dei Visigoti,
matrimonio di enorme importanza politica: si presenta con un epitalamio e una elegia in gloria dei sovrani (Carm. VI 1, e 1a, il secondo per la conversione di Brunechilde al cattolicesimo). Nello stesso anno è a Parigi dove conosce il vescovo Germano. Visita anche, assieme a Sigoaldo, uomo di fiducia di Sigiberto, Magonza, Colonia, Treviri.
La sua cultura e la sua raffinata conoscenza della lingua latina lo rendono popolarissimo e ricercato. Intesse tutta una serie di relazioni. Tra gli altri, gode della stima di Dinamio, scrittore e futuro governatore della Provenza, la regione più romanizzata. Durante l’inverno del 567 (forse nei primi mesi del successivo) raggiunge Tours. Se ne allontana subito e vi fa ritorno nel 568, diventando intimo del nuovo vescovo, Gregorio.
Si muove in continuazione. Le tappe del suo viaggio sono Poitiers, Tolosa, forse la Spagna, Saintes, ancora Poitiers dove conosce Radegonda (520-587). Radegonda, già moglie di Clotario I, era stata consacrata da Medardo, vescovo di Noyon, e aveva fondato a Saix, vicino a Poitiers un monastero in cui si era ritirata.
In questo periodo Venanzio appare caratterizzato da una grande inquietudine. Desidera far conoscere la sua opera letteraria e trovare un preciso ruolo. Nel monastero di Saix, Venanzio, che non ha ancora preso i voti, svolge il lavoro di economo.
Tra il 568 e il 576, dividendosi tra servizio al monastero e vita mondana, compone le sue opere più importanti. Quando Radegonda ottiene l’invio dei frammenti della Croce dall’Oriente, Venanzio compone il De excidio Thuringiae, ispirato dalle vicende familiari di Radegonda e dedicato al cugino di lei, Amalafrido, che militava nell’esercito imperiale. L’arrivo delle reliquie viene salutato dai due inni Pange, lingua e Vexilla regis prodeunt ancora vivissimi nella liturgia.
Nell’estate del 575 scrive la Vita di San Martino in 4 libri, ultimo grande poema della classicità. Poema epico a tutti gli effetti, come dimostra anche la scelta del verso, l’esametro. Martino viene proposto come atleta di Dio: modello di monaco e soprattutto modello di presule.
È infatti il primo vescovo che allarga il concetto di diocesi al territorio extraurbano, che esce dalle mura cittadine e fonda parrocchie rurali, che le visita in continuazione e per le quali inaugura un’opera fondamentale di formazione dei preti.
Con quest’opera Venanzio si pone come irripetibile momento di sintesi tra i valori della civiltà galloceltica e quella della società galloromana. Nel segno di un alto ideale cristiano di cui proprio Martino è emblema.
Nel 576 Venanzio pubblica una prima raccolta dei Carmina. Amato e ricercato, Venanzio è il cultore della lingua di Cicerone e Virgilio. Alla corte di re Childeberto appare come il degno erede dell’eleganza e della cultura latine. In quel gioco di rapporti e relazioni, in quella corte ricca ed elegante, ha un ruolo importante e decisivo. È lui, il poeta in cui rivivono Orazio e Lucrezio, ad avere il gioioso compito di dare lustro e decoro alla figura del suo sovrano.
Nel quinquennio 574-579 si colloca l’ordinazione sacerdotale di Venanzio. Si allarga la sfera delle sue conoscenze e relazioni: tra gli altri Leonzio, vescovo di Bordeaux, e sua moglie Placidina, nipote di Sidonio Apollinare e pronipote dell’imperatore Avito. Conosce e apprezza anche Felice, vescovo di Nantes, e Bertrando che era succeduto a Leonzio nella sede episcopale di Bordeaux.
Nel 584 era stato assassinato Chilperico, figlio di Clotario, nel quadro della guerra civile che lo aveva visto opposto a suo fratello Sigiberto (morto nel 575): Tours e Poitiers ritornano alla corona di Austrasia con la firma del trattato di Andelot nel 587, tra Gontrando e Childeberto II.
Proprio il 13 agosto di quel 587 muore Radegonda. Venanzio resta nel monastero (diretto fin dalla fondazione da Agnese, allieva e amica di Radegonda) come direttore spirituale ed elemosiniere. Agnese stessa muore di lì a poco.
Venanzio accetta di accompagnare Gregorio che Childeberto aveva convocato a Metz in previsione di una ambasceria presso suo zio Gontrando per studiare l’applicazione del trattato di Andelot. Childeberto lo accoglie trionfalmente e durante il viaggio Venanzio visita Treviri, Coblenza e il castello di Andernach.
Quindi Venanzio rientra a Poitiers. Nel 590, diciassettesimo anno della sua ordinazione, Gregorio celebra la dedicazione della cattedrale di Tours e Venanzio scrive i titoli per degli affreschi che illustrano la vita di San Martino.
Quando (592-593) muore il vescovo di Poitiers, Platone, e Venanzio viene designato a suo successore. È consacrato dall’amico Gregorio, vescovo di Tours. Il 14 dicembre 603 Venanzio muore.
La sua produzione è, per la maggior parte, compresa negli 11 libri di Carmina Miscellanea. La Vita di San Martino è l’unica vita scritta in versi. Ne ha scritto altre 6, tutte in prosa.
Sono le vite di Sant’Ilario vescovo di Poitiers, San Germano vescovo di Parigi, Sant’Albino vescovo di Angers, San Paterno vescovo di Avranches, Santa Radegonda, San Marcello vescovo di Parigi. Qualcuno gli ha attribuito anche la vita di Amanzio vescovo di Rodez, la vita di Remigio vescovo di Reims, la vita di San Medardo vescovo di Noyon, la vita di Leobino vescovo di Chartres, la vita di San Maurilio vescovo di Angers, una passio dei martiri Dionigi (Saint Denis), Rustico ed Eleuterio.
(Autore: Gian Domenico Mazzocato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Una malattia agli occhi ha cambiato la sua vita. Nato al tempo del regno gotico (governato da Amalasunta, figlia di Teodorico, per conto del figlio Atalarico, minorenne) per gli studi è andato “all’estero”, ossia a Ravenna, capitale dei domini bizantini d’Italia: uno dei grandi poli culturali d’Europa.
Ha studiato grammatica e retorica, ed ecco questa infermità alla vista e poi la guarigione. Venanzio l’attribuisce all’intercessione di san Martino di Tours: perciò decide di andare a rendergli grazie presso la sua tomba in Gallia. Un pellegrinaggio dal quale non ritornerà più.
Già all’andata è stato bene accolto, nelle soste, da famiglie signorili, conquistate dalle sue poesie in latino, che tutti giudicano sublimi.
In verità non è sempre così, ma tra tanti personaggi analfabeti la sua cultura stupisce e incanta. Giunto a Tours, prega sulla tomba di san Martino (al quale dedicherà un poema) e poi passa a Poitiers.
Qui conosce un personaggio eccezionale, non perché è una regina, ma perché è singolarmente colta in mezzo a re e principi che non sanno leggere.
É Radegonda, dalla vita infelice: figlia del re di Turingia, sposata per forza a Clotario I re di Neustria (attuale Francia del Nord-Ovest), ha poi avuto un fratello ucciso da lui; e lo ha lasciato. A Poitiers, con la figlia adottiva Agnese, ha fondato e dirige un monastero.
L’incontro con queste donne dà un nuovo indirizzo alla vita di Venanzio, ammirato da entrambe per i suoi versi, e al tempo stesso attratto dal loro modo di vivere la fede. Diventa sacerdote, prende la direzione spirituale del monastero e continua a scrivere.
I temi dominanti della sua poesia religiosa sono il culto della Croce, la pietà mariana, il senso della morte, la guida spirituale dei fedeli. Ha una buona conoscenza dei Vangeli, dei salmi, di Isaia e di alcuni Padri della Chiesa, oltre che di numerosi autori latini non cristiani.
Il suo inno Vexilla regis prodeunt, in onore della Croce, viene cantato tuttora nella settimana santa, e altri sono stati inseriti nel Breviario. In latino, poi, scrive la vita di sette santi di Gallia, tra cui quella di Radegonda, morta nel 587.
Nel 595-97, consacrato vescovo di Poitiers, diviene una figura eminente nella Gallia lacerata da guerre tra i regni e stragi di famiglia.
La sua opera di poeta cristiano ispirata a sincera pietà, e la tenerezza che anima certi suoi versi, sono una rara testimonianza di umanità e di fede, nella barbarie del tempo.
Venanzio muore un 14 dicembre, forse del 607, e presto lo si venera come santo. “Santo e Beato” lo proclama l’iscrizione sulla sua tomba nella cattedrale di Poitiers. L’ha composta verso il 785 Paolo Diacono, storico dei Longobardi, invocando la sua intercessione.
(Autore: Domenico Agasso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Venanzio Fortunato, pregate per noi.


*Altri Santi del giorno (14 dicembre)

*San
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.

 
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