Santi del 14 Luglio - Istituto Aveta

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Santi del 14 Luglio

Il mio Santo > I Santi di Luglio

*Beata Angelina da Montegiove, detta anche da Marsciano, da Corbara o da Foligno (14 luglio)
Monte Giove, Orvieto, 1377 – Foligno, 14 luglio 1435
Nata nel 1377 a Montegiove (Orvieto), Angelina, rimasta orfana della madre, a dodici anni fece voto di verginità. Nel 1393 venne costretta dal padre a sposarsi, ma la sera stessa delle nozze un angelo del Signore la visitò, rassicurandola sul futuro.
Dopo un anno, rimasta vedova, Angelina distribuì i sui beni ai poveri, potendo finalmente indossare il saio di Francesco d'Assisi.
Dopo di lei, altre ragazze decisero di seguirla, suscitando le ire dei feudatari, che le costrinsero all'esilio.
Giunta a Foligno nel 1395, due anni dopo emise i tre voti evangelici. Nacquero così le terziarie francescane regolari. La beata Angelina morì nel 1435 e venne sepolta nella chiesa francescana di Foligno. Nel 1492, in seguito ad un miracolo, la salma venne trovata intatta. Esumata, fu deposta in un'urna preziosa. (Avvenire)
Etimologia: Angelina (come Angela) = messaggero, nunzio, dal greco
Martirologio Romano: A Foligno in Umbria, Beata Angelina da Marsciano, che, rimasta vedova, per oltre cinquant’anni si consacrò esclusivamente al servizio di Dio e del prossimo, dando inizio all’Ordine religioso delle Terziarie Francescane di clausura.
Angelina da Montegiove è considerata la fondatrice del Terz’Ordine Francescano regolare. Ella, infatti, fu la prima ad ottenere nel 1403 da Papa Bonifacio IX l’autorizzazione a vivere in comune, senza clausura, professando la regola di Nicolò IV.
Nata intorno al 1357, nel castello tutt'ora esistente di Montegiove a 40 km da Orvieto, da un ramo della nobile famiglia dei conti di Marsciano, non conobbe suo padre, Giacomo, morto di peste nell'anno stesso della sua nascita.
Perse a sei anni la madre e, successivamente, i tre fratelli, nessuno dei quali aveva lasciato discendenza, per cui la famiglia nel suo ramo principale si estinse con lei e con sua sorella Francesca, andata sposa ad un Trinci a Foligno.
Gli anni trascorsi a Montegiove furono segnati anche dalla esperienza dolorosa di sapere i suoi in lotta con membri della loro stessa famiglia.  
Queste sofferenze non la fecero chiudere nel dolore, ma la maturarono generando in lei apertura a Dio e al prossimo: la contessa divenne la ‘povera del Signore’, la sorella di tutti.
Il vuoto documentario sul periodo compreso tra la permanenza di Angelina a Montegiove e
l'arrivo a Foligno, non consente di valutare la leggenda sulla sua vita ricostruita dall'erudito folignate Ludovico Jacobilli nel secolo XVII.
Tale leggenda racconta fra l'altro di una breve permanenza di Angelina a Civitella del Tronto, sposa del conte francese Giovanni de Termis (morto due anni dopo le nozze), di una intensa attività caritatevole ed educativa e di un processo per sospetta eresia, a cui avrebbe fatto seguito la cacciata dal regno di Napoli.
Con certezza a partire dall'ultimo decennio del Trecento, Angelina dimora nel monastero di Sant'Anna a Foligno, che fonda insieme al beato Paoluccio Trinci, ed è impegnata in una intensa attività che sfocerà nella nascita di una Congregazione.
Nel 1428, il Papa Martino V riconobbe la “Congregazione di Foligno”, che abbracciava fraternità sparse tra Umbria, Lazio, Toscana, Marche, Abruzzo. Di questa Angelina fu ministra generale fino alla morte, avvenuta il 14 luglio 1435.
Vissuta in un periodo importante nella storia del francescanesimo, Angelina promosse l’Osservanza al femminile, cioè un ritorno al fervore primitivo nella sequela di Gesù sulle orme di Francesco. Ella seppe dare una sua personale lettura all’ideale francescano, accanto a Chiara e non in opposizione a lei. Le sue Suore, pur avendo costantemente al centro del proprio cuore Gesù “povero e nudo in croce”, non vivevano in clausura.
Le Costituzioni antiche, che risalgono agli ultimi decenni del Quattrocento, individuano tre pilastri nella spiritualità di Angelina: - la preghiera come luogo dell’incontro con il Dio dell’amore incarnato in Cristo Gesù, umile e servo; - la vita fraterna sempre da costruire nella semplicità, nel rispetto del lineamento di ogni sorella, nel perdono e nell’unità; - la vicinanza ai fratelli nel mondo come presenza e sostegno.
Un segno iconografico ricorrente nella raffigurazione di Angelina è il fuoco nel grembo, nel cuore, nella mano.
Questo fuoco che ardeva nella contemplazione e nella carità fraterna, si era acceso tra le ceneri di una infanzia consumata nella sofferenza e nelle contraddizioni.
Tale simbolo può aver dato origine alla leggenda che racconta Jacobilli, secondo il quale Angelina, avendo intuito l'intenzione del re di Napoli di condannarla al rogo, si sarebbe presentata di fronte a lui recando dei tizzoni accesi nella veste, che non bruciava.
“Altro simbolo è il giglio; allusivo alla verginità, si riferirebbe, sempre secondo lo Jacobilli, al matrimonio celebrato e non consumato d'intesa con il suo sposo. Più verosimilmente potrebbe essere legato allo stemma di casa Marsciano.  
Ulteriori simboli ricorrenti nella sua iconografia sono: un piccolo monastero collocato nella sua mano che la qualifica come fondatrice; la croce, centrale nella spiritualità francescana da lei accolta interamente; il libro della regola, che fa riferimento al vangelo, cui ogni forma di vita religiosa si ispira.
Per saperne di più: - La Beata Angelina da Montegiove e il movimento del Terz’Ordine Regolare Francescano femminile. Atti del convegno di studi Francescani.
Foligno 22-24 settembre 1983, a cura di R. Pazzelli – M. Sensi, Roma 1984, pp. 221-315.  - Le terziarie francescane della Beata Angelina: origine e spiritualità.
Atti del convegno di studi, Foligno 13-15 luglio 1995, a cura di E. Menestò, Spoleto 1996.  - A. Filannino, L. Mattioli (a cura di), Biografie antiche della Beata Angelina da Montegiove Documenti per la storia del monastero di S. Anna di Foligno e del Terz’Ordine Regolare di S. Francesco, Spoleto 1996. - A.C. Filannino, La contessa con gli zoccoli. Angelina da Montegiove, nobile, penitente e francescana, Assisi, 2006.
(Autore: Suore Terziarie Francescane della Beata Angelina - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Angelina da Montegiove, pregate per noi.


*Beato Borromeo Borromei di Firenze - Francescano (14 luglio)

† San Miniato, 14 luglio 1290 (?)

Il Beato Borromeo Borromei (Bonromeus de Bonromeis) da Firenze era un sacerdote francescano vissuto nel XIII secolo.
Il Beato Borromeo fu tra i fondatori dell’ordine francescano in  Firenze ed ebbe il dono della profezia e delle lagrime,
Famoso predicatore, tra i suoi uditori ci fu anche San Bonaventura.
Morì nel convento di San Miniato in Toscana intorno al 1290.
In un testo di F. Moisè del 1845, si afferma che le sue ossa "il tempio di Santa Croce va superbo di posseder le ossa dei primi discepoli di San Francesco che in Firenze fondarono l’Ordine  Minoritico, quelle del Beato Accursio, del Beato Borromeo Borromei, del Beato Giuseppe Alberti del Beato Michele e di altri molti die quali tramutamenti di lapide dalla vecchia chiesa alla nuova e nelle inondazioni si sono perdute le memorie"
Nel Martirologio francescano e nel testo "Firenze sacra" è commemorato nel giorno 14 luglio.

(Autore: Mauro Bonato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Camillo de Lellis - Sacerdote (14 luglio)

Bucchianico (Chieti), 25 maggio 1550 - Roma, 14 luglio 1614
Di nobile famiglia, fu soldato di ventura. Persi i suoi averi al gioco, si mise a servizio dei Cappuccini di Manfredonia.
Convertitosi ed entrato nell'Ordine, per curare una piaga riapertasi tornò a Roma nell'ospedale di San Giacomo degli Incurabili, dove si dedicò soprattutto ai malati.
Si consacrò a Cristo Crocifisso, riprese gli studi al Collegio Romano e, divenuto sacerdote, fondò la "Compagnia dei ministri degli infermi", oggi in tutto il mondo. Il suo ordine si distinse da altri simili non solo per la croce rossa sul petto ma per lo spirito della sua opera legata alla carità misericordiosa.
Egli pose attenzione unicamente malati, ponendo le basi alla figura dell'infermiere e del cappellano quali li vediamo oggi.
Patronato: Infermieri, Malati, Ospedali, Abruzzo
Etimologia: Camillo = aiutante nei sacrifici, fenicio
Martirologio Romano: San Camillo de Lellis, sacerdote, che, nato vicino a Chieti in Abruzzo, dopo aver seguito fin dall’adolescenza la vita militare ed essersi mostrato incline ai vizi del mondo, maturò la conversione e si adoperò con zelo nel servire i malati nell’ospedale degli incurabili come fossero Cristo stesso; ordinato sacerdote, fondò a Roma la Congregazione dei Chierici regolari Ministri degli Infermi.
Sua madre, Camilla de Compellis, l’ha messo al mondo a quasi 60 anni, ed è morta quando lui era sui 14.
Il padre Giovanni, ufficiale al soldo della Spagna, visto che non studia, lo prende tra i suoi soldati: maneggio delle armi, gioco, risse per i soldi, Camillo non chiede di meglio.
Ma nel 1570 il padre muore, e un’ulcera a un piede manda lui all’ospedale San Giacomo di Roma.
Qui lo curano bene, lo assumono pure come inserviente, ma poi devono cacciarlo: non lavora, gioca, disturba...
Torna soldato e combatte per Venezia, poi per la Spagna, si mangia ancora la paga alle carte e ai dadi, e finisce barbone in Puglia.
Lo prendono poi come manovale i Cappuccini di Manfredonia, che lo aiutano anche a ritrovarsi, a capire, tanto che nel 1575 lui chiede di entrare nell’Ordine.
Ma il piede malato lo riporta all’ospedale romano; il chiudersi e il riaprirsi della piaga scandiscono ormai i ritmi della sua vita.
Stavolta rimane in ospedale per quattro anni, e si scopre capace di aiutare i malati, impara a curarli, dimentica il convento: la sua vita è lì per sempre, cercando "uomini da bene che si consacrassero con lui ai malati per solo amor di Dio".
Ne ha con sé cinque nel 1582, quando passa all’ospedale di Santo Spirito.
Riprende a studiare, è ordinato prete nel 1584, vede crescere intorno a sé i compagni, che nel 1586 vengono riconosciuti dalla Chiesa come religiosi della “Compagnia dei Ministri degli Infermi” (innalzata poi nel 1591 alla dignità di Ordine religioso).
Portano sull’abito nero una ben visibile croce di panno rosso; il segno che d’ora in poi, nelle guerre e in ogni sventura, annuncia il soccorso e ravviva la speranza.
E vengono chiamati “Camilliani” dal nome del fondatore, che estende la sua attività a tutta Italia.
Lavoro negli ospedali, assistenza ai morenti anche nelle case, prendendo alla lettera la parola del fondatore: il malato e il povero sono “la persona del Signore”.
Dunque gli uomini con la croce rossa sul petto rifiuteranno le cariche negli ospedali e si concentreranno sulle persone, come sacerdoti e come medici insieme, con la fede e con la scienza.
Camillo anticipa gli sviluppi dell’assistenza ospedaliera.
Dobbiamo essere “madri” dei malati, dice, più ancora che fratelli, e dare loro tutto il necessario, anche “con piacevolezza”: devono sorridere.
Per mostrare come si fa, lascia anche la guida dell’Ordine e lavora in corsia.
Alla sua morte i Camilliani sono 322; poi vengono altre vocazioni, ma trent’anni dopo ne troviamo solo 307, perché tanti sono stati falciati dalle epidemie al letto degli appestati, fedeli fino all'ultimo.
La sua voce, però, ha continuato a chiamare, e gli “uomini da bene” a rispondere: oggi i Camilliani sono attivi in 27 Paesi dei 5 Continenti.
I resti del fondatore (canonizzato nel 1746) sono venerati nel santuario del paese natale, Bucchianico, vivace centro di pellegrinaggi.
(Autore: Domenico Agasso - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Camillo de Lellis, pregate per noi.


*San Ciro di Cartagine - Vescovo e Martire (14 luglio)

Etimologia: Ciro = che ha forza, signore, dal greco
Emblema: Bastone pastorale, Palma
Nel Martirologio Romano, al 14 luglio, si legge questo elogio: "Carthagine sancti Cyri episcopi, in cuius festivitate sanctus Augustinus deeo sermonem ad populum habuit".
Prima del Baronio non si trova il nome di questo santo in nessun documento liturgico greco o latino e, anche ora, non sappiamo nulla del tempo in cui visse, delle sue vicende e del genere di morte.
Unica fonte è Possidio, il quale nel suo Indiculus ricorda effettivamente un discorso di Sant'Agostino con queste parole che figurano anche nell'ed. critica del Wilmart: "De depositione Cyri episcopi Carthaginiensis".
Di tale discorso, però, oggi non è rimasto nulla.
I Bollandisti avanzano cautamente l'ipotesi di un erroneo scioglimento di un'abbreviazione dell'antico testo di Possidio e che, perciò, possa trattarsi di un Quirino, Quiro o, più, possa trattarsi di un Quirino, Quiro o, più probabilmente, di Cipriano.
(Autore: Giovanni Siongelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Ciro di Cartagine, pregate per noi.


*San Cynllo - Re (14 luglio)
Le più antiche genealogie lo presentano come fratello di San Teilo e figlio di Ensych (o Usyllt) di Hydwn Dwn e di Gwenhaf, figlia di Llifonwy.
Non si sa niente sulla sua vita: nella tradizione scritta viene elencato fra i discepoli di San Beuno.
Si trovavano molte chiese dedicate a lui nel North Radnorshire e nel Cardiganshire.
La festa è assegnata dai diversi calendari al 14, al 16 o al 17 luglio e, da un messale del sec. XVI, all’8 agosto, sotto il nome Gwil Ginllo.
(Autore: Justo Fernandez Alonso - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Foca di Sinope - Vescovo e Martire (14 luglio)

+ 114

Sinope è un’antica città dell’Asia Minore (odierna Turchia), appartenete alla provincia del Ponto. Fondata sul Mar Nero da coloni greci nel 630 a.C., fu occupata dai Persiani nel 380 a.C. e successivamente da Alessandro Magno.
Nel 47 a.C. fu conquistata da Giulio Cesare che ne fece una colonia romana. Crebbe in prosperità, divenendo uno dei porti più portanti del Mar Nero. Successivamente fece parte dell'Impero bizantino, cadendo poi sotto il dominio degli Ottomani.
Foca ne fu vescovo nel primo secolo dell’era cristiana, strenue difensore del suo popolo meritò l’appellativo di “avvocato”.
Fu martirizzato sotto l’imperatore Traiano col supplizio del “bagno bollente” nel 114 secondo i Bollandisti, altre fonti dicono nel 117.
I cristiani venivano accusati, in particolare, di ostilità verso la sacralità dell’imperatore e dei simulacri pagani.
Il culto di San Foca vescovo e delle sue reliquie, dall’Antiochia e da Costantinopoli, si diffuse in Occidente.
Alla sua protezione si affidarono alcune località che poi ne presero il nome. In particolare una in provincia di Pordenone - comune di San Quirino, prime notizie dal 762 – mentre nell’Italia del
Sud il culto fu trasmesso attraverso il rito bizantino.
Una località sulla costa salentina ne porta il nome, nel comune di Melendugno, dove è festeggiato annualmente con una processione in mare.
Vi è una cappella, meta, fino a qualche decennio fa, degli “avvelenati” dal morso della taranta. San Foca proteggeva, inoltre, dai morsi dei serpenti, in particolare nel mese di giugno.
È invocato pure dalla gente di mare, per un viaggio felice e contro i naufragi. Suoi attributi iconografici sono l’àncora e il serpente. Nei calendari ortodosso e greco-cattolico il 23 luglio è festeggiata la traslazione delle sue reliquie ed è venerato come ieromartire (colui che ha ricevuto un ordine sacro).
È a volte confuso con un altro santo di nome Foca, un giardiniere anch’egli della città di Sinope.
(Autore: Daniele Bolognini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Francesco Solano (14 luglio)

Montilla, Andalusia, marzo 1549 – Lima, Perù, 14 luglio 1610
Entrato nell’Ordine dei Frati Minori e divenuto sacerdote, si dedicò con grande frutto alla predicazione. Animato da zelo apostolico, andò missionario tra gli indigeni dell’America meridionale. Svolse il suo fecondo apostolato specialmente a Lima, nel Perù, e a Tucuman, in Argentina. Attirava gli Indios alla fede soprattutto con la sua carità evangelica e con l’esempio della sua vita.
Prese le loro difese contro l’oppressione dei conquistatori. Estenuato dalle fatiche e dalle penitenze, morì.
Etimologia: Francesco = libero, dall'antico tedesco
Martirologio Romano: A Lima in Perù, San Francesco Solano, sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori, che per la salvezza delle anime percorse in lungo e in largo le regioni dell’America Meridionale e si adoperò con la predicazione e la testimonianza per insegnare ai popoli indigeni e agli stessi coloni spagnoli la novità della vita cristiana.
Nacque in Andalusia (Spagna) nel marzo 1549. Educato piamente dai genitori, crebbe puro e buono ed entrò presto nel collegio dei Gesuiti per intraprendere gli studi.
All'età di 20 anni si fece francescano. Alle austerità della regola aggiunse altre penitenze: digiuno quasi continuo e flagellazioni: portava il cilicio e dormiva sopra lo strame con un pezzo di legno per guanciale. Fatta la professione, attese agli studi filosofici e teologici e da essi traeva argomento di lunghe meditazioni. Per questa sua santità e per la sua sapienza non comune, fu eletto maestro dei novizi e superiore del convento: cariche però a cui l'umile Francesco rinunziò ben presto, per darsi alla salute del povero e basso popolo.
Andando alla questua, raccoglieva attorno a sé i bambini per istruirli. Scoppiata una pestilenza mostrò la sua eroica carità nell'assistere gli infermi, tanto che fu affetto dal morbo dal quale guarì però presto. Innumerevoli sono le guarigioni operate dalla sua fede. Ma la stima che le folle andavano sempre più nutrendo verso di lui lo spinse a chiedere ai superiori la missione per l'Africa: fu mandato invece nell'America meridionale.
Partì dalla Spagna nel 1589 all'età di 40 anni e sbarcò miracolosamente sulle coste del Perù. Di qui si portò nelle vicinanze di Rio della Plata dove nel suo lungo e paziente apostolato riuscì a
convertire alla fede di Cristo quelle popolazioni infedeli.
In lui si rinnovò il miracolo delle lingue. Infatti apprese subito il non facile linguaggio di quel paese e nel giorno stesso di Pentecoste, popolazioni convenute da diverse parti, e di lingue diverse, intesero nel loro idioma l'accesa parola dell'ardente predicatore francescano.
Chi potrebbe descrivere i pericoli e le fatiche che sostenne il Santo nei lunghi viaggi attraverso le foreste, nel tragitto dei fiumi per annunziare a tutti la buona novella? E a queste fatiche, imposte dal ministero sacro, aggiunse le penitenze volontarie.
Le folle accorrevano a lui, e la parola di questo scarno e inerme religioso aveva più efficacia su di esse di quella dei magistrati, sostenuta dall'autorità e dalla forza.
La sua vita è un intreccio di prodigi.
Il giovedì santo, mentre Francesco celebrava i santi uffici, attorniato da innumerevole folla, sopraggiunse una schiera di selvaggi minacciosi. L'intrepido missionario li affrontò solo, benché parlassero lingue diverse, predicò loro la parola della pace e della concordia e fu inteso da tutti: in 9 mila si convertirono, si battezzarono e si confusero coi fedeli.
Più tardi i suoi figli lamentano la siccità: il Santo fa scavare un pozzo e fa zampillare una sorgente di acqua fresca che anche oggi è chiamata “la fontana di S. Francesco Solano”.
Fece pure numerose profezie, e una scosse talmente gli abitanti di Truxillo che fecero penitenza, come i Niniviti alla predicazione di Giona.
Morì il 14 giugno 1610.
(Autore: Antonio Galuzzi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Francesco Solano, pregate per noi.  


*Beato Gaspare de Bono - Religioso (14 luglio)

Valenza, Spagna, 5 gennaio 1530 - 14 luglio 1604
Nacque in Valencia (Spagna) il 5 gennaio 1530. Ottenuta la guarigione, in seguito ad un incidente mortale, abbandonò la carriera militare ed entrò nell'Ordine dei Minimi. Eletto più volte Correttore Provinciale di Spagna, manifestò sempre il suo disagio e la sua presunta incapacità.
Di fatto, si manifestò sempre colmo di Dio, capace di decisioni impegnative e spesso provvidenziali.
Eccelse nell'osservanza della Santa Regola e per la sua grande umiltà. Già in vita veniva additato come "Santo", e gli si attribuirono numerose intercessioni e miracoli. Morì il 14 luglio 1604 e venne beatificato da Pio VI il 17 settembre 1786.
Martirologio Romano: A Valencia in Spagna, Beato Gaspare de Bono, sacerdote dell’Ordine dei Minimi, che lasciò le armi di principe del mondo per la milizia di Cristo Re e per amore della casa dell’Ordine nella provincia spagnola, che resse con prudenza e carità.
Nacque a Valenza, in Spagna, il 5 gennaio 1530 da Giovanni e Isabella Mançon, che, sebbene poverissimi, affrontarono ogni sorta di sacrifici per assicurargli una formazione cristiana e una cultura superiore alla loro condizione e alle loro possibilità economiche.
Il fanciullo assecondò mirabilmente gli sforzi dei genitori, mostrando una spiccata tendenza agli esercizi di pietà e un'accentuata inclinazione allo studio, e facendo ben sperare del suo avvenire. Ancor giovanetto,
entrò nell'Istituto di S. Domenico, ma ben presto lo dovette abbandonare, perché chiamato dalla pietà filiale a sovvenire all'estrema indigenza della sua famiglia.
Nel 1549, il Bono si arruolò nelle milizie di Carlo V, in cui seppe mantenere integri i suoi costumi, senza cedere minimamente agli allettamenti del secolo, specie per ciò che riguarda la purezza, il supremo ideale della sua vita.
Dopo dieci anni di vita militare, avvenne un fatto che decise del suo avvenire: partecipando, infatti, alle campagne d'Italia, durante uno scontro, mentre, inseguito, fuggiva precipitosamente a cavallo, cadde in un fosso, fu raggiunto dal nemico e colpito più volte al capo.
In quel frangente, si rivolse con fervore a Nostra Signora «de los Desamparados» e a San Francesco di Paola, impegnandosi ad entrare nell'Istituto dei Minimi, se si fosse salvato.
La sua preghiera fu esaudita: ricoverato all'ospedale, poco dopo ne uscì, malgrado il parere contrario dei medici e, tornato in Spagna, andò al convento di S. Sebastiano, a Valenza, chiedendo di essere ammesso al noviziato. Compiuto il tirocinio, il Bono emise la professione il 17 giugno 1561, e, poiché aveva un'istruzione sufficiente, dopo poco più di un anno e mezzo fu ordinato sacerdote.
La sua nuova vita fu caratterizzata dalla perfetta osservanza della regola, che egli inasprì con volontarie mortificazioni. Era puntualissimo agli esercizi comuni, fedele fino allo scrupolo al voto di quaresima perpetua, proprio del suo Ordine, che mantenne anche durante i lunghi e faticosi viaggi e le molte, noiosissime infermità; fu pieno di carità verso tutti e umilissimo fino a considerarsi il servitore dei suoi confratelli, anche se semplici laici. A chi esaltava la sua virtù, egli rispondeva che in lui non c'era nulla di buono all'infuori del nome. Il Beato amava la preghiera e la contemplazione, cui consacrava molte ore del giorno e, specialmente, della notte.
Questo metodo di vita egli non alterò minimamente nei suoi diversi uffici, anche quando fu nominato superiore locale in vari conventi e, infine, correttore provinciale (1580). I suoi due confessori ebbero a testimoniare, con giuramento, che il Bono mantenne intatto il candore della sua innocenza, mentre i confratelli che deposero al processo di beatificazione, affermarono che per quanto loro risultava, egli non aveva mai trasgredito anche la più piccola disposizione della regola.
Fu predicatore assiduo ed efficace e percorse buona parte della Spagna, malgrado i dolori della podagra, le varie piaghe e una noiosissima ernia che lo affliggevano. Operò molti miracoli in vita e dopo la morte, ebbe spirito profetico, il dono di scrutare nelle coscienze e quello della contemplazione.
Morì nel giorno da lui stesso predetto, il 14 luglio del 1604, a settantaquattro anni, dopo averne passati ben quarantaquattro nelle asprezze della regola dei Minimi. I miracoli si susseguirono sulla tomba del beato contribuendo ad allargare la sua fama di santità e a rendere popolare il suo culto. Fu beatificato il 10 settembre 1786.
La sua data di culto è il 14 luglio, mentre la Congregazione dei Minimi di san Francesco di Paola lo celebra il 4 luglio.
(Autore: Francesco Russo – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Gaspare de Bono, pregate per noi.


*Beato Giorgio da Lauria - Mercedario (14 luglio)

+ Santa Maria di El Puig, Spagna, 1339
Figlio dell’ammiraglio Don Ruggero della città di Lauria (Potenza), il Beato Giorgio, giovane di 24 anni, saputo che il cugino Beato Raimondo da Tolosa, era entrato nell’Ordine Mercedario, lo raggiunse subito nel suo convento di Barcellona (Spagna), minacciò percosse e pericoli contro i religiosi, ma nulla servirono a fare uscire il cugino dalla vita religiosa intrapresa.
Qualche tempo dopo per una divina chiamata della Santa Vergine, il Beato Giorgio abbandonò il mondo e si fece religioso mercedario pure lui.
Si dedicò con tutto il cuore a Dio, condusse una vita austera nella meditazione e nella lode al Signore, finché nel convento di Santa Maria di El Puig (Spagna), nell’anno 1339 meritò la vita eterna.
L’Ordine lo festeggia il 14 luglio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giorgio da Lauria, pregate per noi.


*San Giovanni Wang Guixin - Martire (14 luglio)

Martirologio Romano: Nella città di Nangong nella provincia dello Hebei in Cina, San Giovanni Wang Guixin, martire, che durante la persecuzione dei Boxer preferì morire per Cristo piuttosto che macchiarsi sia pure di una lieve menzogna.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Giovanni Wang Guixin, pregate per noi.


*San Giusto - Martire (14 luglio)

Etimologia: Giusto = onesto, probo (sign. Intuitivo)
Emblema: Palma
Non si è conservata alcuna Vita di questo santo irlandese. È detto figlio di Fergus e discendente da Breasal Brealach, nipote di Cathair Mór, re del Leinster Ammesso nel gruppo dei missionari di San Patrizio, fu ordinato diacono ed incaricato da Patrizio stesso delle chiese di Ardbraccan (presso Navan, contea di Meath) e di Fidarta (Fuerty, contea di Roscommon).
Fu maestro (praeceptor) di Ciarán di Saighir; secondo la Vita tripartita di San Patrizio, Giusto, in vecchiaia usava un libro datogli da Patrizio (ex libro Patricii) in occasione del Battesimo di Ciarán di Cluain Moccu Nóis (Clonmacnoise).
Probabilmente, come suggerisce il glossatore del Martirologio di Oengus (ca. 820), egli deve identificarsi con il Justinus commemorato dal Martirologio il 5 maggio: "Il diacono Justinus (in qualche ms. Eutimus) con Ilario".
Poiché il Land's End fu evangelizzato dall'Irlanda, Giusto potrebbe essere il patrono di St. Just (detto St. Just in Penwith), Penzance; Guglielmo di Worcester (1415-1482) è certamente in errore quando afferma nel suo Itinerarium che questo patrono è il martire romano Giusto (18 ottobre): "sanctus Justus martyr jacet in parochia sancti Yoest, distat a Penzans versus occidentem per quínque miliaria".
D'altra parte il Giusto patrono di St. Just a Roseland, ad oriente del porto di Falmouth, è con maggiore probabilità il Yestin ap Gereint gallese piuttosto che il Giusto irlandese. Nello stesso Galles si trova un San Giusto (Ust), patrono (con Dvfing) di Llanwrin (Montgomeryshire), il quale, Peraltro, sembra essere venuto dall'Armorica con San Cadfano.
(Autore: Leonard Boyle – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Giusto, pregate per noi.


*Beato Hroznata (Hrornata, Croznato) - Martire Premostratense (14 luglio)

Teplá (Boemia), 1160 – Kinsberg, 14 luglio 1217
Emblema:
Palma, Catene
Martirologio Romano: In località Stáry Kynsperk vicino a Eger in Boemia, Beato Croznato, martire, che, morti la moglie e il figlio, si dice abbia lasciato la corte ducale per entrare tra i monaci premostratensi di Teplá; catturato poi dai predoni mentre tentava di difendere i diritti del monastero, fu lasciato morire di fame.
Figlio di una delle più illustri famiglie di Boemia nacque verso il 1160 a Teplá, rimasto vedovo prematuramente per la perdita della giovane moglie e per la morte dell’unico figlio, fondò a Teplá sui
suoi terreni, il monastero di S. Maria per i Canonici Premostratensi.
Fu uno dei più importanti personaggi politici della corte di Praga di quei tempi; con altri cavalieri boemi, nel 1198 partì per la crociata, anche per adempiere ad un voto fatto di un pellegrinaggio in Terra Santa.
Ma la crociata non andò a termine e Papa Celestino III commutò il suo voto; allora Hroznata fondò, verso il 1200, un altro monastero a Chote_ov, per le Canonichesse Premostratensi, intitolandolo a S. Venceslao.
Nel 1201, a Roma, lui stesso prese l’abito dei Premostratensi (Ordine fondato nel 1121 da San Norberto), dopo aver donato tutti i suoi beni al monastero di Teplá, dove poi visse come fratello laico, con il compito affidatogli dall’abate di amministratore dei beni della comunità.
L’abbazia era soggetta in quei tempi a soprusi che riguardavano i suoi beni e Hroznata si spostava spesso per difenderli, durante uno di questi viaggi, fu catturato dai briganti e portato al castello di Kinsberg ed incarcerato, al suo abate fu chiesta una forte somma di denaro per liberarlo, ma a causa dei maltrattamenti subiti, Hroznata nel frattempo morì santamente in carcere, il 14 luglio 1217.
Il suo corpo, riscattato dall’abate di Teplá, dopo solenni funerali, fu sepolto nella chiesa abbaziale.
Fu venerato come martire e il suo culto ebbe inizio subito dopo la morte; nel secolo XIII una lampada ardeva continuamente sulla sua tomba e dal secolo XIV il giorno della sua morte, nei due monasteri premostratensi, era considerato festa di precetto.
Durante tutto il secolo XVI, i pellegrinaggi alla tomba raggiunsero notevoli proporzioni e fra i pellegrini si trovavano imperatori austriaci e vescovi, per questo fu costruito per lui un sontuoso altare.
Dietro richiesta dell’Ordine Premostratense e dell’arcivescovo di Praga Schönborn, Papa Leone XIII, il 16 settembre 1897, confermò il culto da sempre tributatogli. La festa liturgica è al 14 luglio, è patrono dei perseguitati ingiustamente.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Hroznata, pregate per noi.


*San Liberto - Martire Venerato a Saint-Trond (14 luglio)

Etimologia: Liberto = signific. chiaro
Emblema: Palma
Secondo notizie leggendarie contenute nella tardiva Vita di San Rumoldo, scritta verso il 1100 dal monaco Teodorico di Saint-Trond, Liberto sarebbe stato battezzato alla fine dell'VIII sec. da San Romualdo di Mechelen e ne sarebbe diventato discepolo.
Inseguito dai Normanni, fuggí a Saint-Trond ma raggiunto vi fu trucidato ai piedi dell'altare dell'abbazia, verso l'883.
Ivi si credette di ritrovarne le reliquie nel 1169.
Non è improbabile che il ritrovamento, nel sec. XII a Saint-Trond, della tomba di un qualche Libertus, abbia dato origine al sorgere della leggenda.
Liberto è comunque festeggiato il 14 luglio nella diocesi di Mechelen e la seconda domenica di luglio nella stessa Mechelen.
(Autore: Albert D'Haenens – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Liberto, pregate per noi.


*Santa Lupercilla (14 luglio - seconda domenica di luglio)

Patronato: Crodo (VB)
Gli esperti dicono che Santa Lupercilla poteva avere 7 o 8 anni e doveva appartenere alla nobile
famiglia del Console Pammacchio, che con tutta la famiglia (42 persone) fu martirizzato sotto l'Impero di Alessandro Severo nel 233.
Le spoglie della Santa sono deposte nel 1819 nella Chiesa Parrocchiale di Santo Stefano a Crodo (VB) dove proviene dal cimitero di San Callisto sulla Via Appia.
Nel 1744 Papa Benedetto XIV rilascia l'autentica, dove si legge: "una bambina rivestita di stoffe preziose come una fanciulla romana, con ai piedi il vasetto di sangue".
Ogni anno, la seconda domenica di Luglio, è riservata per antica tradizione, molto cara ai Crodesi, a elevate celebrazioni in onore della Piccola Martire, sempre invocata con particolare fiducia.
(Autore: Paolo Novaria – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Lupercilla, pregate per noi.  


*San Marchelmo - Sacerdote e Monaco (14 luglio)

Martirologio Romano: A Deventer in Frisia, oggi in Olanda, San Marchelmo, sacerdote e monaco, che, di origine inglese, fu sin dall’infanzia discepolo di San Villibrordo e suo compagno nelle opere sostenute per Cristo.
Marchelmo fa parte di quel gruppo di monaci anglosassoni che sbarcati sul continente evangelizzarono i popoli germanici del sec. VIII.
Da San Gregorio vescovo di Utrecht, fu inviato assieme con San Lebuino nella regione d’Over- Yssel, dove costruirono una chiesa a Wilp.
Di là Marchelmo evangelizzò la parte più orientale fino ad Oldenzaal dove morì molto vecchio.
Il corpo fu portato a Deventer, dove si venera nella chiesa di San Lebuino; una parte invece fu trasferita nel collegio dei Gesuiti a Emmerich.
Il suo nome non appare negli antichi martirologi e questo ne spiega il culto molto limitato nel Medioevo.
Nel sec. XV, sotto il falso nome di Marchelmo ribattezzato Marcellino furono redatti gli Atti di San Suitberto.
(Autore: Antonino Cottone – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Marchelmo, pregate per noi.


*San Marciano di Frigento - Vescovo (14 luglio)

Patronato: Frigento (AV) - Taurasi (AV)
Come ci dicono gli Atti di San Marciano, composti molti secoli dopo il periodo in cui si suppone essere vissuto il Santo e che non hanno nessun valore storico, secondo i critici moderni, San Marciano era di origine greca e ricco. Distribuito tutti i suoi beni ai poveri, orfani e vedove, Marciano si diede a vita ascetica. Ciò attirò su di lui l’ammirazione dei connazionali.
Per sottrarsi agli onori, lasciò la Grecia e venne in Italia stabilendosi a Frigento, come eremita.
Qui operò vari miracoli. Quando, poi, si recò a Roma insieme al suo amico Lorenzo che doveva essere consacrato vescovo di Canosa, il Papa San Leone I lo elesse vescovo di Frigento, dove esercitò il suo episcopato in modo esemplare.
Il dies natalis, ossia il giorno della sua morte, si ritiene essere stato il 18 luglio giugno. Il 14 giugno invece ricorre l’anniversario della traslazione del suo corpo da Frigento a Benevento.
Marciano quindi sarebbe vissuto alla metà del V secolo.
Occorre rilevare, però, come disse lo storico irpino Mongelli, che Frigento non era sede vescovile in quel tempo. Lo diventerà solo nel XI secolo, subentrando a Quintodecimo, l’antica Aeclanum.
S. Marciano è venerato in molte parti come vescovo locale. A Benevento, per esempio, S. Marciano è festeggiato il 14 luglio ma sembra ci si confonda con l’ononimo santo più sicuro di Siracusa. Anche Napoli ricorda S. Marciano, come proprio vescovo, il 30 ottobre.
Comunque il Lanzoni identifica il S. Marciano di Frigento con S. Marco I vescovo di Aeca, l’odierna Troia in Puglia, del III-IV secolo. Il nome Marciano è una corruzione di Marco d’Aeca.
Il martirologio geroriminiano lo ricorda il 5 novembre.
Reliquie di S. Marciano erano venerate a Frigento, ma furono portate nel 839, per ordine del principe Sicardo, nell’abazzia di S. Sofia a Benevento, perché luogo ritenuto più sicuro da incursioni.
A Frigento, il Santo è venerato soprattutto in due chiese molto belle e antiche: la ex Cattedrale e la chiesa di S. Marciano.
Nella ex cattedrale di Frigento di conserva un busto d’argento sbalzato e cesellato. Al centro del petto una teca contiene una reliquia del cranio del Santo.
Nella chiesa di San Marciano, bella è la tela che raffigura il Santo, posta sull’altar maggiore. L’interno della chiesa conserva anche vari ex voto al Santo.
Bella è anche l’antica statuetta in pietra sistemata, dopo i restauri post-terremoto del 1980, nella parete esterna, quella che dà sui giardini, della chiesa. A Taurasi, nella parrocchia si venera un busto ligneo del santo del 1708.
Nella pedana della statua si venerano alcune reliquie del Santo.
Purtroppo fu rubata, e quindi persa, la teca, posta nel petto di questa statua, che conteneva un dito del santo. A Taurasi un’antica targa di rame dorato, risalente al 1150, riporta la proclamazione di San Marciano a patrono di Taurasi, in occasione della consacrazione dell’altar maggiore della chiesa principale.
(Autore: Francesco Roccia – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Marciano di Frigento, pregate per noi.


*Beato Michele Ghebre - Sacerdote e Martire (14 luglio)

Dibo, West Gojam (Etiopia), 1791 circa - Cerreccia Gebaba, Oromiya region (Etiopia), 28 agosto 1855
Monaco ortodosso etiopico, divenuto amico e discepolo di San Giustino de Jacobis, primo vicario apostolico dell’Abissinia, Ghebre Michele si convertì al cattolicesimo. Ordinato presbitero ed entrato nella congregazione vincenziana, suggellò con il martirio la sua ricerca della Verità. Fu beatificato il 3 ottobre 1926.
Patronato: Sacerdoti diocesani
Etimologia: Palma
Martirologio Romano: In località Cerecca-Ghebaba in Etiopia, Beato Ghebrē Michael, sacerdote della Congregazione della Missione e martire, che nello studio e nella preghiera cercò sempre la vera fede, entrando in unità con la Chiesa cattolica; patì per questo il carcere e tredici mesi di marce forzate insieme ai soldati con pesanti catene ai piedi, finché morì sfinito dalle fustigazioni, dalla sete e dalla fame.
Nella ricca regione etiope del West Gojam, al di sotto del lago Tsana e sulla riva destra dell’Abbay, sorge il villaggio di Dibo, ove nel 1791 nacque Ghebre Michele. Questo nome che gli fu dato, che
significa “servo o devoto di San Michele”, si rivelò un presagio del suo avvenire, poiché proprio come l’Arcangelo Michele propugnò contro Satana i diritti di Dio, anch’egli avrebbe dovuto essere il campione della Verità, cercandola indefessamente e, una volta trovatala, insegnandola e difendendola sino al martirio.
I genitori si adoperarono per quanto possibile affinché gli fosse impartita un’istruzione non solo elementare. Ghebre Michele fu allevato e crebbe nella fede della sua patria, ove la Chiesa Copta Etiope negava la doppia natura umana e divina di Cristo.
Quando era ancora fanciullo una grave malattia lo privò dell’occhio sinistro, ma ciò non gli impedì di impegnarsi nello studio: animato da un fervido ingegno e da una ferrea volontà, destò ben presto l’ammirazione dei suoi compaesani, che erano soliti soprannominarlo “uomo dai quattr’occhi”.
Ghebre Michele studiò nella vicina città di Mertolé-Mariàm. Come gli altri studenti dell’Abissinia, anch’egli era trattato quasi come figlio e servitore dei suoi maestri, facendo parte delle loro famiglie, abitando con loro, prestando servizio e vivendo una triste vita di stenti e privazioni. In assenza pressoché totale di libri, si era inoltre condannati a studiare tutto a memoria.
Ghebre Michele poté così apprendere la grammatica, la poesia, il canto, il computo ecclesiastico e civile, nonché darsi allo studio del Salterio e della sua interpretazione, della Bibbia, della teologia e dell’astronomia.
All’età di venticinque anni terminò i suoi studi. L’amore per la scienza e per la virtù indussero il giovane a cercare un ideale più perfetto di vita. Fece dunque richiesta di entrare nel monastero di Mertolé-Mariàm e vi fu ammesso. Abbracciata così la professione monastica, nella pratica della castità poté più liberamente cimentarsi nella ricerca della Verità. Si diede allo studiò di antichi codici conservati nei monasteri, diede ascolto ai più celebri dottori delle scuole, pur senza appoggiare l’insegnamento di alcuna di esse.
Imbarcatisi per l’Egitto, Ghebre Michele e due altri suoi compagni vollero avere un parere da San Giustino De Jacobis che li accompagnava nel viaggio. Gli domandarono dunque “se in Gesù Cristo, dopo l’unione, restano due nature”. Alla risposta affermativa del celebre missionario cattolico, i tre obiettarono: “I nostri padri dicono che la natura non può stare senza la persona, né la persona senza la natura; per conseguenza, voi siete costretto ad ammettere due persone in Gesù Cristo”. Naturalmente Giustino non poté che replicare: “Se tale è il vostro insegnamento, come mai nella Trinità vi possono essere tre persone in una sola natura?”.
Ghebre Michele ed i suoi compagni, non sapendo più come replicare, si defilarono in silenzio. Questi in seguito si recò con lui a Roma ed a Gerusalemme, per poi far ritorno in Abissinia. Il virtuoso esempio di Giustino provocò in Ghebre Michele ammirazione e stima. In seguito ad alcune conversazioni con lui sulla Cristologia, dissipati così gli ultimi dubbi, si decise finalmente ad abiurare nelle mani del santo gli errori del suo paese.
Fu presto associato all’attività apostolica del maestro, che gli diede addirittura l’incaricò di insegnante presso il suo seminario. Fu anche consigliere nella composizione di un catechismo adatto al popolo abissino e nella traduzione in lingua locale di un’opera atta alla formazione del clero indigeno. L’esperienza di Ghebre Michele si rivelò anche di grande aiuto nella predicazione ai fedeli e nella confutazione degli eretici.
Questa intensa collaborazione fu però interrotta da una prigionia di settanta giorni, inflittagli dal vescovo eretico Salàma. Tornato finalmente in libertà, san Giustino lo giudicò degno di ricevere l’ordinazione presbiterale e fu inoltre accettato tra i figli spirituali di San Vincenzo. Non ancora iniziato il suo noviziato, ne fu impedito nuovamente da Salama, che lo consegnò nelle mani dell’imperatore.
E mentre Giustino de Jacobis, dopo torture e prigionia, venne esiliato per sempre, il suo emulo Ghebre Michele, suppliziato, accecato, condannato ai ferri perpetui, sfuggì ai suoi persecutori con la morte, durante un'epidemia di colera, il 28 agosto 1855 all’età di soli 64 anni.
Con il martirio mise così il suggello alla testimonianza da lui data alla Verità con la sua vita impregnata di fede e di santità.
Riconosciuto l’esercizio delle virtù eroiche il 22 maggio 1926, Ghebre Michele poté essere solennemente beatificato in San Pietro il 3 ottobre successivo.
Il nuovo Martyrologium Romanum lo ricorda così al 14 luglio: “A Cerecca-Ghebaba in Etiopia, ricordo del B. Ghebre Michele, ovvero Servo Michele, presbitero della Congregazione per le Missioni e martire, che cercò sempre la vera fede nello studio e nella preghiera, ed infine fece il suo ingresso nell'unità della Chiesa, per la qual cosa patì tredici mesi di carcere, di spossanti trasferimenti con le catene, di torture, fino alla morte per fame e per sete che coronò il suo martirio”.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Michele Ghebre, pregate per noi.


*Sant'Ottaziano di Brescia - Vescovo (14 luglio)

Martirologio Romano: A Brescia, Sant’Optaziano, vescovo, che sottoscrisse le lettere sinodali sulla fede cattolica riguardo all’Incarnazione mandate da Eusebio di Milano al Papa San Leone.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Sant'Ottaziano di Brescia, pregate per noi.  


*Beato Raffaele di Barletta (14 luglio)

Originario di Cattaro, in Dalmazia, il Beato Raffaele giunse a Barletta, dove entrò tra i Servi di Maria. Visse nell'umiltà (svolse l'ufficio di questuante del convento) e nella preghiera (non aveva cella per dormire e stava continuamente in orazione davanti al Santissimo).
Fino al 14 luglio del 1566.
Quella notte ebbe, infatti, in sogno la premonizione dell'imminente morte e svegliò i confratelli per non restare senza il viatico. Glielo diede, dopo la confessione, il superiore.
Spirò sull'altare della Vergine, dove si era raccolto in preghiera. Il corpo restò esposto per tre giorni tanta era la folla che accorreva.
Per la sua carità, infatti, fra Raffaele era notissimo nella cittadina pugliese. Spesso dava il pane o l'elemosina che aveva raccolto ai più bisognosi. E ricominciava, instancabile, la raccolta. (Avvenire)
Emblema: Pane
Il Beato Raffaele nacque a Cattaro, una città costiera della Dalmazia. Giunto in Puglia nella città di Barletta, entrò nella Congregazione dei Servi di Maria come fratello converso.
Le fonti ci dicono di lui che era una persona umile e modesta, piena di carità e di zelo. Per le sue
qualità, i Superiori gli affidarono l’ufficio di questuante dentro e fuori la città. In quell’ufficio egli si rese amabile e degno di stima e venerazione (“magna erat apud populum illum venerationem”) per gli atti che compiva verso i poveri.
Testimoni dell’epoca ci riferiscono che egli, raccolto il pane per il convento, uscendo dalle mura della città lo distribuiva ai poveri e ai bisognosi che lì lo attendevano; rientrando poi in città riempiva nuovamente la sua borsa di elemosine e le portava al convento. Altre volte avveniva che, non reggendogli il cuore alla vista di alcuni falsi poveri, vuotava nelle loro mani ciò che aveva raccolto, per poi andar di nuovo a stender loro la mano.
Dalle fonti abbiamo ancora che a Barulitanis summa existimatione colebatur, non modo ob eximiam charitatem, sed etiam ob maximam austeritatem. Infatti egli voltò le spalle a tutto ciò che in questo mondo crea distrazioni e offre vane speranze ed ebbe un rigore di vita molto austero e penitente, praticando digiuni e veglie notturne. Camminava sempre a piedi scalzi. Non ebbe mai una sua cella per dormire: pregava davanti al SS. Sacramento e dormiva pochissimo tempo dove gli capitava.
Fu tentato dal demonio molte volte, soprattutto di notte, ma essendo un uomo puro e cauto, con la forza dei sacramenti e della preghiera, ne uscì sempre vittorioso. Come rimedio ad alcune tentazioni, egli usava immergersi nell’acqua gelida.
Una notte ebbe in sogno che la sua morte era imminente. Perciò il Beato Raffaele svegliò dal sonno i suoi confratelli perché non voleva restare sprovvisto dei Sacramenti.
Il Padre superiore, Bartholomeus Janatasius, si recò subito in chiesa dove fra Raffaele stava già dinanzi all’altare della Beata Vergine, ascoltò la sua confessione e gli diede il Santo Viatico.
Allora il Beato Raffaele, oculis ad Coleum intentis, inginocchiato e con le mani giunte, spirò nella pace del Signore tra l’ammirazione dei Padri e dei confratelli. Era il 14 luglio 1566.
Il suo corpo rimase esposto per tre giorni, perché moltissima gente da Barletta e dai dintorni accorreva per venerarlo con devozione e alcuni chiedevano con insistenza che gli venisse dato, come reliquia, un pezzetto delle sue vesti.
(Autore: Ruggiero Lattanzio – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria. - Beato Raffaele di Barletta, pregate per noi.  


*Beato Riccardo Langhorne - Avvocato, Martire (14 luglio)

Scheda del gruppo a cui appartiene:
“Beati Martiri di Inghilterra, Galles e Scozia” Beatificati nel 1886-1895-1929-1987

Bedforshire, Inghilterra, ca. 1624 - Londra, Inghilterra, 14 luglio 1679
Martirologio Romano:
A Londra in Inghilterra, Beato Riccardo Langhorne, martire, che, insigne avvocato, fu condannato a morte con la falsa accusa di tradimento sotto il re Carlo II e rese lo spirito sul patibolo di Tyburn.
Figlio di Guglielmo e di Letizia Needham, il Langhorne nacque nel Bedforshire intorno al 1624. Ammesso nel 1645 all'Inner Tempie, divenne avvocato nel 1654, poiché quella legale era una delle due sole professioni permesse ai cattolici inglesi con speciale autorizzazione del parlamento. Membro autorevole del tribunale, il Langhorne fu tenuto in considerazione dai suoi contemporanei, che lo reputavano uno dei più eminenti giuristi.
Nella sua qualità di legale di fiducia dei Gesuiti e di gran numero dei principali cattolici dell'epoca, il Langhorne cadde immediatamente sotto l'attenzione del famigerato inventore della presunta congiura papista del 1678.
Titus Oates, che lo fece infatti arrestare, il 7 ottobre di quell'anno. Rinchiuso nelle prigioni di Newgate, fu lasciato per oltre due mesi all'oscuro della causa del suo arresto e della natura dell'accusa formulata nei suoi confronti.
Dopo otto mesi di reclusione, venne finalmente condotto, il 14 giugno 1679, dinanzi ai giudici all'Old Bailey sotto l'imputazione di aver cospirato con persone sconosciute contro il re ed il governo inglese.
Condannato a morte come reo di alto tradimento, ebbe prorogata l'esecuzione di un mese, per cui venne ricondotto in carcere nella speranza che nel frattempo si sarebbe indotto a fare qualche utile confessione sulla congiura ed a fornire il nome di qualcuno dei cospiratori.
Lo stesso conte di Shaftesbury si recava spesso da lui promettendogli salva la vita e prospettandogli un notevole avanza­mento di grado nella carriera professionale se avesse ammesso di essere a conoscenza del complotto e ne avesse denunciato gli artefici.
A tali continue pressioni il Langhorne non faceva altro che affermare costantemente di non sapere nulla né dell'uno, né degli altri; a una sola richiesta egli poté comunque piegarsi, ben sapendo di non arrecare danno a nessuno, e fu quella di preparare un elenco di tutte le proprietà dei Gesuiti in Inghilterra, che redasse peraltro con il consenso del padre provinciale Tommaso Whitebread, il quale stava dividendo con lui le sofferenze del carcere.
Riusciti inutili tutti i tentativi di indurlo ad una confessione che non avrebbe mai potuto fare e nonostante una sua petizione al re, in cui con la protesta d'innocenza gli dichiarava la sua fedeltà di suddito leale, il Langhorne venne impiccato al Tyburn il 14 luglio 1679, senza che gli fosse permesso di pronunciare alla folla presente il discorso che era andato preparando nei giorni immediatamente precedenti alla sua esecuzione.
La moglie del martire, Dorotea Legatt, nonostante fosse una protestante militante, che forni talvolta informazioni contro i cattolici, rimase tuttavia fedele al marito sino alla fine e forse si converti successivamente al Cattolicesimo, a quanto lascia intendere un accenno del Burnet nel suo Memorandum della cospirazione papista.
Restano del Langhorne il Memoriale, contenente la narrazione del suo arresto e della prigionia, scritto a Newgate e pubblicato, tre mesi dopo la sua morte, insieme con le preghiere e le meditazioni da lui composte in attesa dell'ora suprema, dal figlio Riccardo (Londra 1679), il quale provvide in seguito a pubblicare anche le Considerations touching the great question oj the King's righi in dispensing tuith the penai lato (Londra 1687), scritte dal padre in difesa della dichiarazione di Carlo II del 15 marzo 1672.
Del martire si hanno anche alcune lettere conservateci da due suoi amici, il protestante lord Cristoforo Hatton ed il cattolico Guglielmo Blundell.
Iniziata a Roma il 9 dicembre 1886 per ordine di Leone XIII, la causa di beatificazione del Langhorne fu conclusa sotto il pontificato di Pio XI, con la sua iscrizione nel catalogo dei beati il 15 dicembre 1929 (cf. AAS, XXII [1930], p. 18, n. CXXVIII). La sua festa si celebra il 14 luglio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Riccardo Langhorne, pregate per noi.


*Santa Toscana - Vedova (14 luglio)

Zevio, 1280 circa - Verona, 14 luglio 1343
Dopo la morte del marito, distribuì i suoi beni ai poveri e si dedicò all'assistenza agli infermi, a Verona.
Patronato: Zevio (VR)
Martirologio Romano: A Verona, Santa Toscana, che, alla morte del marito, distribuì tutti i suoi beni ai poveri e si dedicò incessantemente nell’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme alla cura degli infermi.
La Santa vedova Toscana a dispetto del nome era in realtà veneta, nativa di Zevio, nei pressi di Verona, ove vide la luce verso la fine del XIII secolo.
Nel 1310 convolò a nozze con il veronese Alberto Canoculi (cioè “Dagli Occhi di Cane”), con il quale visse castamente il rapporto coniugale.
Quattro anni dopo Tostana si trasferì a Verona, ove prese dimora presso una casupola sul colle di San Zeno in Monte.
Poté così dedicarsi interamente all’assistenza dei poveri e degli abbandonati, che era solita visitare e soccorrere nelle loro umili dimore.
Rimasta vedova nel 1318, distribuì ai bisognosi tutti i suoi beni ed entrò a far parte dell’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme alla cura degli infermi.
Prese servizio nell’ospedale dell’ordine in Verona, attiguo alla chiesa del Santo Sepolcro, ove con amorevolezza e carità cristiana si diede tutta al servizio degli ammalati.
Stremata dalle fatiche, ma felice del bene compiuto, si spense infine a Verona il 14 luglio 1343.
Santa Toscana è ancora oggi sepolta nella chiesa del Santo Sepolcro presso Porta Vescovo in Verona, chiesa detta appunto anche di Santa Toscana, e parecchi devoti sulla sua tomba invocano il suo celeste aiuto.
Qui ha sede inoltre la delegazione del Sovrano Ordine di Malta.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Toscana, pregate per noi.


*San Vincenzo Madelgario - Sposo, Monaco (14 luglio)

+ 677 circa
Martirologio Romano:
A Soignies in Austrasia, nel territorio dell’odierno Belgio, San Vincenzo o Madelgario, che, d’accordo con la moglie Santa Valtrude, abbracciò la vita monastica e si dice abbia fondato due monasteri.
Nella storia della cristianità non mancano, anche se spesso sconosciuti, i casi di intere famiglie elevate agli onori degli altari, come per esempio il santo oggi festeggiato, San Vincenzo Madelgario che è venerato con la moglie e l’intera prole.
Madelgario, ricco signore di origine franca, era nativo di Strépy, attualmente in territorio belga.
Convolò a nozze con Valdetrude, dalla quale ebbe ben quattro figli: Landerico, Aldetrude, Madelberta e Deutelino.
Non appena i figli furono abbastanza grandi da provvedere a se stessi, i coniugi di comune accordo
decisero di separarsi per meglio potersi dedicare al servizio di Dio nella vita religiosa.
Santa Valdetrude si ritirò a Mons, mentre Madelgario intraprese la fondazione di un monastero presso Haumont, ove divenne monaco assumendo il nome religioso di Vincenzo.
Dopo un certo periodo, nel 653, si trasferì a Soignies, città di cui era signore, e vi fondò un altro monastero. Presagendo forse la sua imminente morte, ne affidò poco prima la direzione al figlio Landerico, vescovo di Metz.
Vincenzo Madelgario morì il 14 luglio probabilmente dell’anno 677.
Mancano opportuni fondamenti storici per accettare vari altri elementi leggendari della sua vita: la sua supposta origine guascogna, un viaggio che avrebbe compiuto in Irlanda e l’obbligo del matrimonio impostogli da suo padre.
Ben presto iniziò una spontanea venerazione popolare nei suoi confronti e divenne Santo patrono della città di Soignies, dove ancora oggi campeggia una bella basilica romanica che porta il suo nome.
Uno scrigno del XIII secolo, contenete la reliquia del suo capo, fu distrutto durante la rivoluzione francese, ma la leggenda vuole che il prezioso si sia salvato ed ora riposi in un reliquiario sostitutivo creato nel 1803.
Il culto del santo ancora al giorno d’oggi è molto forte ed è caratterizzato da due processioni che si svolgono a Soignies annualmente il 14 luglio ed il lunedì dopo Pentecoste.
Il Martyrologium Romanum, calendario ufficiale della Chiesa Cattolica, lo commemora nell’anniversario della morte.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Vincenzo Madelgario, pregate per noi.


*Altri Santi del giorno (14 luglio)

*San Jacopo da Varagine - Vescovo
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.

 
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