Santi del 14 Novembre - Istituto Aveta

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Santi del 14 Novembre

Il mio Santo > I Santi di Novembre

*Sant'Antigio - Vescovo (14 novembre)

† Mermont (Digione), IX sec.
Da non confondere con Sant’ Antidio vescovo di Besançon e martire, ricordato il 17 giugno.
Antigio (in francese Anthôt, Antège) morì prima del secolo IX, in un villaggio oggi chiamato Saint-Anthôt, nel territorio di Mermont, nell’attuale diocesi di Digione, e in questo luogo fu sepolto.
Della sua vita non si sa niente, deve essere stato uno dei tanti vescovi itineranti, cioè senza sede
fissa, che giravano l’Europa del tempo, operando conversioni fra i popoli barbari e pagani e fondando chiese e  diocesi nei territori evangelizzati.
Per paura delle devastazioni normanne, il prete Aimone trasportò la sua salma a Chiney (Saône-et-Loire), e di lì poi in Italia, molto probabilmente nel gennaio 887, quando i Normanni minacciarono la provincia e la città di Autun.
Il corpo fu deposto infine nel monastero dei Ss. Faustino e Giovita a Brescia, di cui lo stesso prete Aimone fu poi abate per otto anni e mezzo.
Nel corso dei secoli, questo Santo è stato classificato di volta in volta per un vescovo di Brescia, di Tolone, oppure per un curato di Mermont.
La festa di Sant’Antigio si celebra il 14 novembre.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

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*Beato Antonio Piscina - Francescano (14 novembre)

+ Firenze, 1499
Antonio Piscina nacque ad Antignano (Asti) da nobile famiglia. Convinto che il corpo nutrito nelle morbidezze rende l’anima inetta, entrò nell’ordine francescano tra i Minori Osservanti.
Divenne predicatore rinomato e maestro dei novizi, distinto per preghiera e penitenza. Visitava gli infermi.
Ammalatosi a Firenze, ricevette la visita di insigni personaggi.
Vi morì nel 1499.
Alla morte il popolo andò a gara per averne le reliquie. Era festeggiato il 14 novembre. Si noti che alle soglie del 1500 Firenze aveva più di 100 conventi, di cui 49 femminili.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Sant’Arborio di Verona - Vescovo (14 novembre)

Sant’Arborio è il ventinovesimo vescovo di Verona. Nella cronotassi ufficiale della diocesi scaligera, è stato inserito al posto di Andronico, e figura dopo San Romano e prima di San Valente. Nell’antico Velo di Classe, il De Rossi, che fu il primo a leggere i nomi dei vescovi veronesi, lo lesse quale “Arborius”.
Con Andronico fu identificato in maniera errata dal Valier, dall’Ughelli e dal Biancolini anche se tutti lo definirono ammirabile per santità e varietà di dottrina.
Di lui non sappiamo nulla se, non che, morì il 14 novembre e fu sepolto insieme agli altri vescovi veronesi nella chiesa di Santo Stefano.
Nel martirologio diocesano, era ricordato nel giorno della sua festa il giorno 14 novembre, fino alla riforma del Proprio veronese, del 1961, voluta dal vescovo Carraro, quando venne annoverato nella festa comune di tutti i vescovi veronesi, e la sua festa venne a cessare.
(Autore: Mauro Bonato - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

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*San Clementino - Martire (14 novembre)

Etimologia: Clementino (come Clemente) = indulgente, generoso, dal latino
Emblema: Palma
Il Martirologio Romano commemora al 14 novembre un gruppo di tre martiri di Eraclea in Tracia: Clementino, Teodoto e Filomeno.
Questa menzione proviene da Floro che l'aveva presa dal Martirologio Geronimiano allo stesso giorno.
Il Martirologio Siriaco del IV secolo, conosce a Perinto, cioè Eraclea, i due martiri Teodoto e Demetrio, sacerdoti; possiamo quindi ritenere come martiri a Eraclea questi ultimi due.
Quanto a Clementino egli potrebbe essere identificato come un martire africano omonimo commemorato dal Martirologio Geronimiano all'11 novembre.
(Autore: Joseph-Marie Sauget - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

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*San Dubricio - Vescovo (14 novembre)
Martirologio Romano:

Nell’isola di Bardsey sulla costa del Galles settentrionale, San Dubricio, vescovo e abate.
San Dubricio è uno di quei santi gallesi la cui storia si perde tra elementi leggendari più che storici.
Su di lui non abbiamo nemmeno l’esatta grafia del suo nome: Dubricio o Dybrig o Dyfrig o Dubric o Dubricius o Devereux.
San Dubricio è stato un vescovo gallese che Evangelizzò l’antico regno di Rrgyn, che si estendeva nella regione sud-orientale del Galles.
Si ritiene che Dubricio fosse il figlio illegittimo di Efrddyl, figlia di re Peibio Clafrog, nato nel 465. La tradizione vuole che il nonno, quando scoprì che la madre di Dubricio era incinta, per affogarla la gettò nel fiume Wye.
Ma, re Peibio, non riuscì nell’impresa, tanto che Efrddyl diene alla luce il figlio a Madley nell’Herefordshire.
La tradizione ci racconta che il re e la figlia si riconciliarono, dopo che Dubricio, toccando il nonno, lo guarì dalla lebbra.
San Dubricio è considerato uno dei fondatori del monachesimo del Galles. Infatti, a lui sono ricondotte le fondazioni dei monasteri di Hentiland e Moccas.
Fu il maestro di vari santi, tra cui Telio, suo successore e Samson. Si tramanda che avesse il dono dei miracoli, e che curò con la sola imposizione delle sue mani,
molte persone ammalate. Secondo la tradizione Dubricio fu nominato vescovo del territorio dell’Ergyng. Dai più è indicato come vescovo di Llandaff consacrato, si presume, da san Germano di Auxerre.
Llandaff era La diocesi si estendeva nella regione sud-orientale del Galles, nell'antico regno di Ergyng, oggi un sobborgo di Cardiff, dove si trova la cattedrale dedicata ai Santi Pietro e Paolo, oltre che ai tre santi gallesi Dubricio, Telio e Odoceo.
San Dubricio è stato vescovo, forse più allo scopo di ordinare sacerdoti, che con funzione di capo amministrativo della chiesa su un'area geografica.
Infatti, si tramanda che fu lui a consacrare vescovo San Sansone di Dol.  Ottant’enne presiedette il Sindodo di Llanddewi Brefi nel 545, nel quale si sarebbero discusse le regole per la penitenza. A quel sinodo San Dubricio avrebbe rassegnato le dimissioni da vescovo. Nella cronologia della diocesi di Llandaff gli successe san Telio, che, di fatto viene ritenuto il primo vero vescovo della diocesi.
Dopo le sue dimissioni, si ritirò sull'isola di Bardsey, dove visse come monaco e morì, poco dopo nel 545. Fu sepolto nell’isola, prima che il suo corpo fosse trasferito nella cattedrale di Llandaff nel 1120.
La sua festa nel martirologio romano ricorre nel giorno 14 novembre.
(Autore: Mauro Bonato - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Giocondo di Bologna - Vescovo (14 novembre)

Etimologia: Giocondo = allegro, gioviale, dal latino
Emblema: Bastone pastorale
Nel piú antico ed autentico catalogo dei vescovi bolognesi, l'Elenco renano, Giocondo (erroneamente Locundus) figura al sedicesimo posto, fra Tertulliano e Teodoro II e si ritiene comunemente vissuto verso la fine del sec. VI.
In tal modo perde consistenza l'affermazione che Giocondo sia quel vescovo a cui scrisse nel 496 Papa Gelasio (Jaffé-Wattenbach, n. 714).
Per quanto riguarda il culto, la prima menzione si ha nella Vita di San Petronio della fine del sec. XII, la quale elenca, tra altre reliquie possedute da Bologna, anche quelle del vescovo Giocondo.
Altra menzione si trova in un documento del sec. XIV. Il nome non appare negli antichi martirologi e per primo il Baronio lo inserí in quello Romano. La festa era celebrata il 14 novembre.
(Autore: Gian Domenico Gordini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

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*San Giovanni - Vescovo in Dalmazia (14 novembre)

Martirologio Romano: A Traù in Dalmazia, nell’odierna Croazia, San Giovanni, Vescovo, che, eremita nel monastero camaldolese di Osor, dopo l’ordinazione nel ministero episcopale difese con successo la città dall’assalto del re Colomanno.

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*Beato Giovanni da Tufara - Eremita (14 novembre)

Tufara, 1084 - 14 novembre 1170
Martirologio Romano: Nel cenobio di Santa Maria di Gualdo Mazocca vicino a Campobasso, Beato Giovanni da Tufara, eremita.
Nacque a Tufara nel 1084 da Mainardo e Maria. Sin dalla fanciullezza, benchè visse in ambiente indifferente e quasi ostile, sentì i richiami del cristianesimo autentico e diede alla sua vita un indirizzo deciso. Amava praticare l’ufficio del sacrestano nella chiesa dei Santi Pietro e Paolo e questo irritò i genitori e contribuì a diffondere pettegolezzi e maldicenze.
I più invidiosi riferirono che Giovanni elargiva elemosine e donazione di cibo ai poveri del paese. I genitori informati dell’accaduto, un giorno decisero di smascherarlo mentre portava un cesto con i viveri ai poveri. Giovanni senza remore non esitò a obbedire e i genitori restarono esterrefatti nel costatare che quella cesta conteneva rose e fiori. Un segno che il Signore accordava al suo umile servo.
Accortosi di essere di peso alla famiglia, Giovanni decise di abbandonare la casa e fuggire dal paese per seguire la strada che il Signore gli avrebbe indicato
Appena diciottenne, mosso dal desiderio di approfondire la sua formazione filosofica e teologica, si recò a Parigi. Un’accreditata testimonianza afferma che Giovanni da Tufara si incontrò in San Firmiano con il conterraneo e compagno di giovinezza, beato Stefano Corumano di Riccia.
A Parigi, la vita mondana della città, il mondo di dotti e filosofi non rispondevano alle aspettative del beato Giovanni. Lui amava la solitudine perfetta, la contemplazione e il silenzio necessario per ascoltare la Parola di Dio. Decise di ritornare in Italia, a Tufara suo paesello, da dove avrebbe preso le mosse per appagare la sua sete di spiritualità.
Vendette tutto e distribuì ai poveri il ricavato. Abbandonò la sua casa e percorrendo per l’ultima volta le strade della sua Tufara varcò la porta del castello per dare l’ultimo addio a tutto ciò che lo legava al suo paese. Incontrò un povero completamente nudo, con le mani protese verso di lui. Giovanni lo fissò attentamente, poi osservò se stesso e, preso da vergogna di ritrovarsi più ricco di quel poveretto, prese lo straccio di vestito che aveva addosso e rivestì il povero. Completamente nudo, a passi maestosi, s’inoltrò verso le montagne boscose dove condusse vita solitaria e austera in tuguri e grotte. Preso dall’amore di Dio, rinnegò se stesso, prese la sua croce, assoggettò il corpo allo Spirito, digiunò, a volte, per l’intera settimana. Le sue giornate erano scandite dalla preghiera, dalla meditazione, dalla contemplazione, dalla lettura della Parola di Dio e dalla penitenza.
Trascorse la maggior parte della sua vita nelle grotte di Baselice nel beneventano. Molti uomini, attratti dal suo esempio e desiderosi di condurre una vita di contemplazione e di preghiera chiesero di unirsi a lui. Giovanni visto il fervore e la sincerità di questi uomini, diede origine ad una forma di vita comunitaria.
Nel 1156 diede il via per la costruzione del monastero in "Gualdo Mazzocca" a Foiano (BN). Divenne un’abbazia da dove partirono i principi attivi del monachesimo in favore degli emarginati e degli oppressi della società feudale, offrendo non solo contemplazione e preghiera, ma sostegno e aiuto concreto.
Nell’anno 1179, il 14 novembre, all’età di ottantasei anni, Giovanni da Tufara, colpito da forte febbre e spossato nella sua fibra pur resistente, alle ore nove morì. Le ultime parole furono di pace e di amore. I frati seppellirono in occulto il corpo del beato fondatore, timorosi che fosse trafugato, in una località sconosciuta del bosco.
Il Beato Giovanni eremita è stato un uomo di Dio, che si potrebbe definire "folle e saggio" . Folle, per essersi innamorato pazzamente di Dio, saggio, per aver fatto la scelta giusta. Dio l’ha amato e ha operato innumerevoli miracoli per mezzo di lui, risuscitando morti e guarendo infermi. Numerosissime persone lo hanno cercato e si sono recate da lui mentre era vivo e dopo la morte, attraverso i secoli, sono stati toccati da Dio e si sono trasformati in veri seguaci di Cristo.
I monaci vicini al beato Giovanni eremita e il popolo della valle del Fortore, più volte hanno chiesto
al Papa di ascrivere l’eremita di Tufara, nel catalogo dei santi. Il Papa Onorio III, con la bolla del 3 giugno 1218, diretta ai vescovi di Dragonara e di Lucera, chiedeva loro di fare ricerche accurate sulla vita e sui miracoli dell’eremita e di comunicargli l’esito delle indagini, per prendere, con l’aiuto della grazia divina, le debite decisioni.
Nell’anno 1221, l’Arcivescovo di Benevento, Ruggiero, pregato dai monaci, mandò nel bosco Mazzocca, in vece sua il vescovo di Volturara e gli assegnò come collaboratori i vescovi di Dragonara e Montecorvino, conferendo loro l’incarico di collocare le ossa dell’eremita nell’altare da consacrare.
Il vescovo di Volturara, che era il più anziano, iniziò ad alta voce l’antifona: "Il Signore l’ha amato e l’ha adornato; quest’uomo ha compiuto cose mirabili nella sua vita con letizia e gaudio di tutti" , poi collocò sull’altare della chiesa del monastero il corpo dell’eremita. Questo avveniva nell’anno 1221, il giorno 28 del mese di agosto, nel terzo anno di pontificato di Onorio terzo, nel primo di Federico II, imperatore di Roma e di Sicilia. Inutile narrare il giubilo e l’allegria del clero e del popolo di Tufara, che lasciando il paese deserto si recarono in processione nel bosco Mazzocca per partecipare alla gloria del loro concittadino.
I Vescovi diedero ai tufaresi, animati da grande devozione, il braccio destro del beato Giovanni eremita, che la sera del 28 agosto fu portato a Tufara in solenne processione. I tre vescovi presero con sé delle reliquie da portare nelle loro chiese ed alcune furono assegnate ai paesi circonvicini. Soddisfatta così la pietà comune, il resto del corpo chiuso in ricca e forte cassa, fu collocato nell’altare della chiesa. In seguito le ossa furono traslate nella chiesa di S. Bartolomeo in Galdo (BN) poco distante da Tufara e da Foiano.
Padre Antonio Casamassa ha fatto approfonditi studi. Da una nota del codice vaticano latino 5949 è riuscito a ricostruire la storia dell’abbazia di Gualdo Mazzocco e la vita del suo fondatore. Nell’anno 1625 il vescovo di Volturara inviava alla Sacra Congregazione dei riti una relazione sul culto e sulla venerazione che si attribuiva al Beato.
Nell’archivio della Sacra Congregazione fu trovato un documento che permetteva il culto del Beato e una copia di questo documento è stata, anni fa, consegnata proprio al padre Antonio Casamassa durante le sue ricerche e poi trasferita all’archivio parrocchiale di Foiano.
(Autore: Antonio Galuzzi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Beato Giovanni Liccio - Domenicano (14 novembre)

Caccamo, 1426/30 - 14 novembre 1511
Giovanni Licci fu discepolo e continuatore di Pietro Geremia nell'opera della restaurazione della vita regolare nei conventi Domenicani di Sicilia. Nacque nel 1426 a Caccamo; la madre morì nel darlo alla luce e lui venne da una zia. Giunto ai quindici anni, essendosi recato a Palermo, entrò nella Chiesa di Santa Zita, tenuta dai Domenicani, per confessarsi.
Qui incontrò padre Geremia, il quale, scorgendo in quel giovane la divina chiamata, lo invitò ad entrare nell'Ordine.
Giovanni si fece molto onore nello studio e Dio gli fece il dono di saperla esporre con tanta forza da riuscire a convertire i più induriti peccatori. Fondò nel suo paese natale un Convento di cui fu il primo priore.
Compiva con la più grande semplicità i più strepitosi miracoli. Dopo la sua morte, avvenuta il 14 novembre 1511, i ventiquattro ceri accesi intorno al suo cadavere arsero senza consumarsi.
Martirologio Romano: A Cáccamo in Sicilia, Beato Giovanni Liccio, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, che, insigne per la sua instancabile carità verso il prossimo, per l’impegno nella propagazione della preghiera del Rosario e per l’osservanza della disciplina, riposò a centoundici anni nel Signore.
Giovanni Licci fu discepolo e continuatore di Pietro Geremia nell’opera della restaurazione della vita regolare nei conventi Domenicani di Sicilia.
La mamma morì nel darlo alla luce, nel 1426 a Caccamo, e suo padre, forse per avarizia, lo fece allevare da una sua sorella col succo di melegrane. Così il bimbo cominciò assai presto quella rara astinenza che sempre praticò, senza che ne venisse accorciata la lunga vita.
Giovanni visse nell’innocenza e nel fervore, amatissimo della preghiera e del digiuno, che era stato suo primo nutrimento.
Giunto ai quindici anni, essendosi recato a Palermo, entrò nella Chiesa di Santa Zita, tenuta dai Domenicani, per confessarsi.
La Provvidenza lo condusse ai piedi di Padre Geremia, il quale, scorgendo in quel candido giovinetto la divina chiamata, lo invitò ad entrare nell’Ordine.

Giovanni si fece molto onore nell’acquisto della scienza, e Dio gli fece il dono di saperla esporre con tanta forza e unzione, tanto che intorno al suo pulpito si vedevano i più induriti peccatori sciogliersi in lacrime.
Fu amatissimo della Madonna e fervente propagatore del suo Rosario.
Fondò nel suo paese natale un Convento di cui fu il primo Priore, e dove fece fiorire in santo fervore la vita regolare e apostolica, con immenso beneficio di quelle popolazioni. Compiva con la più grande semplicità i più strepitosi miracoli.
Dopo la sua morte, avvenuta il 14 novembre 1511, i ventiquattro ceri accesi intorno al suo cadavere arsero senza consumarsi. Compì molti miracoli.
E’ invocato per i mal di testa. Papa Benedetto XIV il 25 aprile 1753 ha confermato il culto. E’ stato il primo domenicano di Sicilia ad essere iscritto nell’elenco dei Beati.
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

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*Sant'Ipazio di Gangra - Vescovo e Martire (14 novembre)

† Luziana, Paflagonia, sec. IV (345 ca.)
Ipazio di Gangra, vescovo e martire a Luziana in Paflagonia (sul mar Nero) nel IV secolo. Nel suo ministero episcopale a Gangra (Asia Minore settentronale) si sarebbe distinto per la lotta contro il paganesimo. Fu ucciso da eretici novaziani.
Martirologio Romano: A Gangra in Paflagonia, sempre in Turchia, sant’Ipazio, vescovo, che morì martire lapidato per strada dai novaziani. In data 14 novembre, il “Martyrologium Romanum” riporta: “Gangra in Paphlagónia, sancti Hypátii, episcopi, qui, a novantiánis haereticis in via lapídibus óbrutus, martyr occúbuit”.
La stringata citazione, ci fa capire che di s. Ipazio si sa ben poco e quel poco è condensato nei due righi scritti in latino sopra citati; fra l’altro contestato in alcuni punti da mons. Joseph-Marie Sauget, scrittore e studioso della Biblioteca Apostolica Vaticana.
Certo se si può ammettere l’esistenza storica di un s. Ipazio, vescovo di Gangra, città della Paflagonia, regione storica dell’Asia Minore nei dintorni del Mar Nero e dal III secolo provincia romana; d’altra parte bisogna andare cauti nell’ammettere tutti particolari e le inverosomiglianze che abbondano nella narrazione del ‘Martirio’ e nella ‘Vita’ raccontati dai Sinassari greci.
Secondo la ‘Vita’, s. Ipazio sarebbe succeduto al vescovo di Gangra Atanasio nel IV secolo e la sua attività pastorale si sarebbe evidenziata con l’accanita lotta contro i pagani, con la distruzione dei templi, con l’istituzione di romitori, la costruzione di chiese e l’istituzione di un ospizio aperto a tutti.
Fu scrittore di opere spirituali, tra cui una interpretazione dei “Proverbi di Salomone”, che dedicò alla pia Gaiana, una delle sue cooperatrici nelle opere di carità.
Poi ci fu un leggendario episodio, che pone Ipazio come liberatore da un pericoloso drago, dell’ingresso del tesoro dell’imperatore ariano Costanzo II (352-361) figlio di Costantino il Grande.
I Sinassari bizantini affermano che partecipò al Concilio di Nicea (325) e il suo nome si trova anche nella lista dei partecipanti al Concilio di Gangra (340).
In un anno imprecisato del secolo IV, ma dopo il 340, egli fu aggredito e lapidato da eretici novaziani, imboscati in una gola nei pressi di Luziana.
(I novaziani erano i seguaci della dottrina dell’antipapa scismatico Novaziano del III secolo, che rappresentava una corrente di rigorismo esagerato in materia disciplinare e penitenziale, specie nei riguardi dei ‘lapsi’, cioè quei cristiani che durante la persecuzione di Decio, avevano ceduto all’idolatria; diffusi in tutto il vasto impero romano, costituirono Chiese importanti, parallele a quelle cattoliche).
Questa tragica fine, riportata dal Martirologio Romano, è in contrasto con quanto narrato nel ‘Martirio’, che cita, torture, processi e decapitazione finale; ma come già detto c’è molta incertezza e fantasia, come del resto per quasi tutti gli antichi santi e martiri dei primi secoli.
Il suo culto fu molto diffuso nella Chiesa bizantina, che lo celebrava in date diverse, specie il 14 e 15 novembre, il 18 e 19 gennaio e altri giorni dell’anno.
Effettivamente il suo culto giunse nell’Italia Meridionale al seguito dei monaci che praticavano la Regola di San Basilio il Grande (329-379), perciò detti ‘Basiliani’, che si diffusero ampiamente e oggi presenti solo nell’abbazia di Grottaferrata (Roma).
In particolare è il santo patrono della cittadina di Tiggiano (Lecce), da non confondere con Triggiano (Bari) né con Teggiano (Salerno), dove è celebrato il 18 gennaio.
Nel secolo XVI, il card. Cesare Baronio (1538-1607), estensore del primo Martirologio Romano, lo inserì ufficialmente al 14 novembre, data in cui è citato più lungamente nei Sinassari orientali.

(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Lorenzo O'Toole - Arcivescovo di Dublino (14 novembre)

Castledermot, Kildare, 1128 - 14 novembre 1180
Nato a Castledermot, contea di Kildare nel 1128, Lorenzo (Lorcan Ua Tuathail) era figlio di Murtagh, capo del clan Murray. Nel 1140 entrò nella scuola monastica di Glendalough, dove fu abate dal 1154 al 1162. Contribuí anche alla fondazione dell'abbazia di Baltinglass per i Cistercensi e di una casa per i Canonici Agostiniani a Ferns.
Eletto arcivescovo di Dublino nel 1162, egli mise mano alla riforma di quella Chiesa. Ebbe un ruolo da mediatore con gli invasori normanni che nel 1170 presero la città. Quando Enrico II giunse nell'isola e convocò un sinodo a Cashel, Lorenzo accettò la Bolla papale «Laudabiliter» con cui il papa inglese Adriano IV autorizzava Enrico II ad operare in Irlanda.
Con l'arcivescovo di Tuam ed i vescovi di Limerick, Kildare, Waterford e Lismore, partecipò al III concilio Lateranense in Roma nel 1173. Nel 1179, Lorenzo tornò in Irlanda e convocò un sinodo a Clonfert per le regioni settentrionali dell'isola.
Nel 1180, Lorenzo si recò in Inghilterra per incontrare Enrico II, che però era assai incollerito con il vescovo per i privilegi papali ricevuti e costrinse Lorenzo a vivere in esilio. Tornando dalla Normandia, dove aveva seguito il re, si ammalò e morí il 14 novembre 1180. (Avvenire)
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: A Eu nella Normandia, in Francia, transito di san Lorenzo O’Toole (Lorcan Ua Tuathail), vescovo di Dublino, che, nonostante le difficoltà del suo tempo, promosse strenuamente l’osservanza della disciplina della Chiesa e, impegnato a riportare la concordia tra i príncipi, passò alla gioia della pace eterna mentre si recava da Enrico re d’Inghilterra.
Nato a Castledermot, contea di Kildare nel 1128, Lorenzo (Lorcan Ua Tuathail) era figlio di Murtagh, capo del clan Murray.
Nel 1140 entrò nella scuola monastica di Glendalough e nel 1154 fu eletto abate di quel monastero all'età di venticinque o ventisei anni.
Il suo abbaziato (1154-1162) fu notevole per la devozione alla riforma; egli contribuí anche alla fondazione dell'abbazia di Baltinglass per i Cistercensi e di una casa per i Canonici Agostiniani a Ferns. Eletto arcivescovo di Dublino nel 1162, egli mise mano alla riforma di quella Chiesa imponendo la regola c'i Arrouaise ai canonici della sua cattedrale. La sua santità personale era ravvivata ogni anno da un ritiro di quaranta giorni nella grotta di San Kevin a Glendalough.
Quando nel 1169 i Normanni invasero l'Irlanda, Lorenzo venne a trovarsi in una posizione difficile; era stato, infatti, suo cognato, Dermot Mac Murrough, re del Leinster, a chiamare i Normanni
dall'Inghilterra e sua nipote, Eva, figlia di Dermot, fu data in sposa a Strongbow, capo degli invasori. Durante il secondo assedio di Dublino nel 1170, Lorenzo fu incaricato di negoziare con i Normanni, ma la città fu presa mentre ancora procedevano le trattative.
Sembra tuttavia che egli abbia fatto fronte all'occupazione anglo-normanna dell'Irlanda senza eccessivi sforzi.
Quando Enrico II giunse nell'isola e convocò un sinodo a Cashel, Lorenzo accettò la Bolla papale Laudabiliter con cui il papa inglese Adriano IV autorizzava Enrico II ad operare in Irlanda. Quindi agí da intermediario tra Enrico e i vari re irlandesi e negoziò un trattato tra Ruaidhri O'Connor "High-King", ed Enrico.
Con l'arcivescovo di Tuam ed i vescovi di Limerick, Kildare, Waterford e Lismore, partecipò al III concilio Lateranense in Roma nel 1173. Nell'aprile o maggio di quello stesso anno fu nominato da Alessandro III legato papale in Irlanda ed ottenne dallo stesso papa due importantissimi privilegi, uno per Dublino ed uno per Glendalough. Alla fine del settembre 1179, Lorenzo era di ritorno in Irlanda ed immediatamente convocò un sinodo a Clonfert per le regioni settentrionali dell'isola (arcidiocesi di Tuam e Armagh); scopo particolare del sinodo - durante il quale furono deposti sette vescovi "ereditari" - era quello di arginare oli abusi dei laici nella Chiesa.
Agli inizi del 1180, Lorenzo si recò in Inghilterra per incontrare Enrico II, portando con sé il figlio del re del Connacht come ostaggio per suo padre.
Probabilmente a causa dei privilegi papali che egli aveva ottenuto a Roma Lorenzo incontrò ad Oxford o ad Abingdon, nel marzo 1180, un Enrico assai incollerito, il quale, infatti, "costrinse il beato Lorenzo a vivere in esilio". Dopo aver seguito il re fino in Normandia, finalmente ebbe il permesso di tornare in Irlanda. Sulla via del ritorno, tuttavia, si ammalò e morí il 14 novembre 1180 nella casa dei Canonici di San Vittore ad Eu, in Normandia, dove il suo corpo riposa ancora.
Lorenzo fu canonizzato da papa Onorio III nel 1225 e poco dopo un canonico di Eu ne compilò una Vita, pubblicata da C. Plummer.
In Irlanda la festa di Lorenzo si è sempre celebrata il 14 novembre; ad Eu, invece, vi è anche una festa della traslazione il 10 maggio.
(Autore: Leonard Boyle - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

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*Beata Maria Merkert - Vergine (14 novembre)

Nysa, Polonia, 21 settembre 1817 - 14 novembre 1872
Confondatrice e Prima Superiora Generale della Congregazione delle Suore di Santa Elisabetta.
Maria Luisa Merkert nacque, secondogenita, il 21 settembre 1817 in una famiglia borghese di Nysa, in Alta Slesia, all'epoca diocesi di Breslavia. La cittadina, detta la Roma slesiana per i suoi numerosi monumenti, oggi è in Polonia, ma era a quei tempi tedesca.
L´atmosfera religiosa della famiglia, influì molto sulla futura vocazione religiosa di Maria e della sorella Matilde. La parrocchia di San Giacomo, in cui Maria fu battezzata, era un importante riferimento. I Merkert facevano parte della Confraternita del Santo Sepolcro.
Il padre ricopriva diversi incarichi e morì quando Maria aveva solo un anno. Ad educare le due bambine fu la madre, autentica maestra di vita e di fede. Morì nel 1842 e in quell'anno Maria, che aveva venticinque anni, con la sorella Matilda e l´amica Francesca Werner, guidate dal confessore, si unì a Clara Wolff, giovane terziaria francescana, impegnata ad aiutare gli ammalati poveri, senza cure perché soli in casa.
Le quattro donne formarono una sorta d'associazione. Clara, la più anziana, era d'indole vivace, sensibile e volitiva e aveva già svolto assistenza durante un epidemia di colera. Francesca, coetanea di Maria, aveva una forte personalità anche se era umile e modesta. Sopravvisse oltre dieci anni alla beata, succedendole come Superiora Generale della congregazione. Matilda Merkert era d'indole mite e molto religiosa.
Il pio sodalizio iniziò la sua attività il 27 settembre, senza professione di voti e senza approvazione ufficiale, conquistando però in pochi mesi l'attenzione e la stima delle autorità. Due anni dopo il parroco predispose una prima Regola che le donne accolsero consacrandosi al Cuore di Gesù.
L'8 maggio 1846, a Prudnik, morì Matilda, a causa di un'infezione contratta durante le cure ad alcuni malati di tifo. Fu un duro colpo, ma andarono avanti. Per volontà del loro confessore, Maria e Clara entrarono nel noviziato delle Suore di San Carlo Borromeo a Praga, un istituto di origine francese, il cui ramo ceco era stato fondato nel 1837. Dovevano formarsi per dare successivamente vita all'opera di assistenza che sentivano di dover realizzare.
Le Suore Borromee consideravano però secondaria la cura domiciliare dei malati e la Beata, il 30
giugno 1850, lasciò il noviziato. Si divisero così i destini di Maria e Clara. Quest'ultima, nel 1852, andando da un malato, rimase coinvolta in un incidente e morì a causa delle ferite il 4 gennaio 1853.
Maria restò sola, la responsabilità di proseguire si fece pesante, sembrava quasi che dovesse rinunciare alla sua vocazione. L'abbandono delle Suore Borromee aveva suscitato un certo scalpore e dissensi col confessore. Con Francesca Wermer riprese privatamente l'attività di visitare a casa i malati poveri. La formazione avuta a Praga fu molto importante per la nascente Congregazione che il 19 novembre 1850, malgrado contrarietà e penuria di mezzi, assunse la denominazione di "Suore Bigie di S. Elisabetta" (dal colore dell'abito), nella festa della santa della Turingia che scelsero come Patrona.
A Nysa la povertà era assai diffusa, la Slesia aveva subito pesantemente la bufera rivoluzionaria liberale ed era coinvolta nella guerre prussiane e austriache, con i suoi feriti e le conseguenti epidemie. Molti ricorrevano alle suore, sicuri di essere ascoltati ed aiutati. Maria, instancabile, era pronta a seguire tutti.
Una sua compagna testimoniò: "Madre Maria comprava carne, caffè e pane per le povere vedove e portava queste cose lei stessa ai poveri e le donava con tale affabilità di cuore che quei vecchietti piangevano di gioia e tutti la chiamavano "la cara madre di tutti".
Nel 1859 l'associazione contava sessanta religiose in undici case, anche in regioni a prevalenza protestante. Era ormai necessaria l'approvazione ufficiale per semplificare i rapporti con gli enti pubblici. La Regola, ispirata a quella del terzo ordine francescano, fu approvata dal vescovo di Breslavia.
Il 5 maggio 1860 ebbe luogo la professione di ventisei suore che oltre ai tre voti comuni di povertà, castità e obbedienza, avevano il quarto di assistere i malati poveri a domicilio. Si acquisì una sede adeguata per l'Istituto. Madre Maria si preoccupò subito di dotarla di una chiesa che fece bella e funzionale. Tutte le responsabilità gravavano su di lei, nel clima anticlericale causato dai prussiani. Si tenne il primo capitolo generale e Maria fu eletta Superiora Generale. Negli anni successivi prese forma l'attuale Casa Madre della Congregazione, nel 1864 ci fu il riconoscimento statale, anche per interessamento della Regina Augusta.
Due anni dopo furono inviate le prime suore missionarie in Svezia. L'arcivescovo di Breslavia, prendendo parte nel 1870 al Concilio Vaticano, sveltì il riconoscimento pontificio. Maria raggiungeva così il momento desiderato da tanti anni. Il 7 giugno 1871 Papa Pio IX concesse il decreto di lode. Assistere i malati poveri voleva dire per Maria aderire all'amore di Cristo, vi spese tutte le energie, fino alla morte. Fu una donna di grande preghiera, prese a modello la Madonna, a lei si rivolgeva in ogni necessità.
L´operato delle suore rispose in seguito anche alle necessità degli anziani, degli orfani, alle attività educative in asili e scuole. La fondatrice fu sempre molto attenta alla formazione morale e spirituale delle sue suore. Ne preparò, in ventidue anni, circa cinquecento. Alla fine di ogni anno raccoglieva le notizie dalle varie case, circa novanta. La missione di Madre Maria era ormai compiuta, aveva offerto tutta la vita per gli altri. Verso la fine del 1872 presagì che ormai la sua giornata terrena volgeva al termine.
Il 14 novembre il suo cuore generoso cessò di battere, tranquillamente, senza nessuna agonia. Aveva cinquantacinque anni. La piansero tutti i poveri della città. Nella sua ultima lettera circolare alle suore aveva parlato di una "amorevole mano divina che muove tutti i nostri destini". L´approvazione di diritto pontificio delle suore Rave di Sant'Elisabetta fu concessa da Papa Leone XIII quindici anni dopo. Nel 1964 le spoglie della "samaritana della Slesia" furono portate nella cripta della sua chiesa parrocchiale, dal 1998 sono in un cappella laterale. Nella sua Nysa, oggi in diocesi di Opole, è stata beatificata il 30 settembre 2007. La congregazione è oggi presente in
diversi luoghi del mondo.
Preghiera
Santissima Trinità, unico Dio,
con umiltà imploriamo dalla tua bontà
misericordia e aiuto nelle nostre necessità,
per intercessione della Beata Maria Merkert,
che in vita per tuo amore servì e si prodigò
per i malati, i poveri e gli abbandonati.
Per Cristo nostro Signore. Amen.
(Autore: Daniele Bolognini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Maria Merkert, pregate per noi.


*Santi Nicola Tavelic, Stefano da Cuneo, Deodato Aribert da Ruticinio e Pietro da Narbona - Sacerdoti Francescani, Martiri (14 novembre)
† Gerusalemme, 14 novembre 1391
Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Gerusalemme, Santi Nicola Tavelic, Deodato Aribert, Stefano da Cuneo e Pietro da Narbonne, sacerdoti dell’Ordine dei Minori e martiri, che furono arsi nel fuoco per aver predicato coraggiosamente nella pubblica piazza la religione cristiana davanti ai Saraceni, professando con fermezza Cristo Figlio di Dio.
Le loro storie personali di francescani missionari, s’intrecciarono nel 1383, quando provenienti da diversi luoghi d’Europa, confluirono nel convento francescano di Mont Sion in Palestina, dove l’Ordine di San Francesco è da secoli “Custode dei Luoghi Santi” del cristianesimo.
I Frati Minori, Nicola Tavelic, Deodato Aribert da Ruticinio, Stefano da Cuneo e Pietro da Narbona, si ritrovarono nel suddetto convento francescano, dove per otto anni vissero secondo la Regola di San Francesco, lavorando nei compiti loro affidati, per la custodia dei Luoghi Santi della vita e morte di Gesù, e cercando di fare apostolato nel mondo musulmano, dove Mont Sion era praticamente come un’isoletta in mezzo ad un mare di islamici.
Con i musulmani, fare apostolato era praticamente infruttuoso, visto la radicalizzazione della loro fede, poco aperta al dialogo interreligioso.
Ciò nonostante i quattro Frati Minori, decisero di portare il Vangelo ai maomettani, esponendo pubblicamente le tesi del cristianesimo, confrontandole con quelle islamiche e dopo essersi consultati con due teologi, prepararono una memoria in cui, in modo dettagliato e ricca di
riferimenti storici e teologici, esponevano meticolosamente la dottrina cristiana confutando l’islamismo.
L’11 novembre 1391, si recarono davanti al Cadì (giudice) di Gerusalemme e alla presenza anche di molti musulmani, esposero leggendo, il loro elaborato con grande coraggio. Sebbene ascoltati attentamente, ciò non fu accettato dai presenti, andati alla fine in escandescenze e quindi furono invitati a ritirare quello che avevano detto; i quattro frati rifiutarono e pertanto vennero condannati a morte; per tre giorni furono rinchiusi in carcere dove subirono sevizie di ogni genere.
Il 14 novembre ricondotti in piazza, fu di nuovo loro richiesto di ritrattare quanto detto contro l’Islam, al nuovo rifiuto vennero ammazzati, fatti a pezzi e bruciati; i musulmani fecero scomparire ogni resto, anche le ceneri, per evitare che fossero onorati dai cristiani.  
Il loro martirio fu descritto minuziosamente in una relazione del ‘Custode’ di Terra Santa, padre Geraldo Calveti, già due mesi dopo la loro morte.
Il culto nell’Ordine Francescano, risale sin dal XV sec., papa Leone XIII nel 1889, confermò il culto del solo Nicola Tavelic, il capogruppo, il quale ebbe grande venerazione in Jugoslavia sua patria.
Nel 1966, Papa Paolo VI confermò il culto anche per gli altri tre martiri francescani, fissando la loro festa al 17 novembre; ma nel Martirologio Francescano la data rimase quella della loro morte (dies natalis) cioè il 14 novembre
Lo stesso papa Paolo VI, il 21 giugno del 1970 a Roma, li elevò agli onori degli altari proclamandoli santi; la loro celebrazione liturgica è stata portata per tutti al 14 novembre, e inseriti nel Martirologio Romano alla stessa data; sono i primi santi martiri della Custodia di Terra Santa.
Nicola Tavelic
Primo Santo della Nazione Croata, Nicola Tavelic, nacque verso il 1340 a Sebenico, in Dalmazia; adolescente entrò fra i Frati Minori di San Francesco, divenuto sacerdote fu missionario in Bosnia, insieme a padre Deodato da Ruticinio, dove per circa 12 anni predicò contro i bogomili, setta eretica che in Bosnia aveva la sua roccaforte (essi contrapponevano il mondo dello spirito a quello della materia, considerato espressione della forza del male; negavano la Trinità, la natura umana di Cristo, l’Antico Testamento, non riconoscevano i riti e i sacramenti del battesimo e matrimonio, né la gerarchia ecclesiastica).
Poi nel 1383, insieme al francese padre Deodato Aribert da Ruticinio, fu inviato alla Missione palestinese di Mont Sion a Gerusalemme, dove incontrò gli altri due futuri compagni di martirio, padre Stefano da Cuneo e padre Pietro da Narbona, francese.
Deodato da Ruticinio (Diodato Aribert)
Deodato da Ruticinio, era francescano dalla Provincia d’Aquitania, non si conosce la data di nascita, probabilmente anche lui intorno al 1340.
Il suo paese di nascita, che in latino viene chiamato Ruticinio, è stato identificato da alcuni con l’odierna città francese di Rodez, mentre qualche altro indica il Roussillon, regione storica della Francia meridionale, che però a quel tempo dipendeva dalla Catalogna.
Nel 1372 fu inviato come missionario in Bosnia, dove conobbe padre Nicola Tavelic, con cui si legò da sincera amicizia, predicando insieme contro i bogomili; nel 1383 con il confratello, fu destinato al convento francescano di Mont Sion a Gerusalemme, dove incontrò anche i padri Stefano da Cuneo e Pietro da Narbona suo connazionale.
Pietro da Narbona
Tutto ciò che si conosce di questo francescano martire, è che era della Provincia francescana di Provenza, nella Francia meridionale, da dove ad un certo punto, scese in Italia, attratto dalla Riforma dell’Osservanza francescana, avviata in Umbria nel 1368, dal beato Paolo o Paoluccio Trinci da Foligno (1309-1391).
Trascorse nell’eremo umbro di Brogliano, posto tra Foligno e Camerino, una quindicina d’anni, vivendo in preghiera e meditazione la spiritualità di San Francesco.
Nel 1381 partì come missionario in Terra Santa, accolto nel convento di Mont Sion a Gerusalemme e dove poi incontrò nel 1383 Nicola Tavelic, Deodato da Ruticinio, suo connazionale e Stefano da
Cuneo; coi quali subirà poi il martirio in modo orribile, il 14 novembre 1391.
Stefano da Cuneo
Ben poco si sa del santo francescano martire a Gerusalemme, Stefano da Cuneo, ricavandolo dalla preziosa ‘Relazione’ fatta dal padre Guardiano del convento di Mont Sion, sul martirio dei quattro sacerdoti appartenenti a quel convento della Custodia di Terra Santa.
Padre Stefano da Cuneo, era della Provincia francescana di Genova e aveva trascorso otto anni nella vicaria in Corsica, prima di essere trasferito a Gerusalemme nel 1383, dove poté svolgere la sua attività apostolica fra i musulmani per altri otto anni, prima del martirio, subito insieme ai confratelli francesi Deodato da Ruticinio e Pietro da Narbona ed il croato Nicola Tavelic.
La città d’origine del santo francescano, Cuneo, sembra dubbia, perché uno storico rinascimentale, asserì di aver raccolto una tradizione locale, che lo faceva nativo di Fiumorbo in Corsica, specificando della famiglia Prunelli.
Sarà pure, ma il martire è conosciuto da ben 600 anni come Stefano da Cuneo.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Santi Nicola Tavelic, Stefano da Cuneo, Deodato Aribert da Ruticinio e Pietro da Narbona, pregate per noi.


*San Rufo di Avignone - Vescovo (14 novembre)
Martirologio Romano:
Ad Avignone nella Provenza in Francia, San Rufo, che si ritiene abbia per primo guidato la comunità cristiana del luogo.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Serapione - Martire Mercedario (14 novembre)

Londra, 1179 – Algeri, 14 novembre 1240
Di origine inglese, San Serapio, nacque verso l'anno 1179. Militare nella corte d'Austria, partecipò alla crociata in Terra Santa nel 1217, in seguito fu destinato ad andare in Spagna a combattere
contro i mori.
Ebbe così occasione di conoscere San Pitero Nolasco e attratto dalla eroica carità dei mercedari, nel 1222 chiese di ricevere l'abito come cavaliere laico dell'Ordine.
Dal fondatore venne nominato maestro dei novizi, incarico che cercò di rifiutare ritenendosi indegno, ma infine, non potendo fare altrimenti, accettò affidandosi al Signore e alla Vergine della Mercede.
Insegnò più con la vita, che con le parole, infatti dalla sua scuola uscirono religiosi illustri, il più importante è San Raimondo Nonnato.
Realizzò varie redenzioni, qual'era suo vero desiderio, e sebbene non fosse sacerdote, ardente di zelo per la salvezza delle anime, riuscì a portarne moltissime a Cristo. Nell'ultima redenzione che compì ad Algeri in Africa, dovette restare in pegno per alcuni schiavi in pericolo, ma la somma pattuita per il riscatto non arrivò in tempo e i mori lo inchiodarono ad una croce come quella di S. Andrea e lo squartarono crudelmente. Ricevette la palma del martirio il 14 novembre 1240.
Martirologio Romano: Ad Algeri nell’Africa settentrionale, san Serapione, che, primo nell’Ordine della beata Maria della Mercede, meritò di ottenere la palma del martirio lottando per la liberazione dei prigionieri cristiani e la predicazione della fede.
La sua gioventù e la sua vita furono delle più avventurose che potevano capitare in quell’epoca. Serapio nacque a Londra nel 1179 figlio di Rotlando Scoto, capitano e nobile della corte inglese di Enrico II.
Partecipò con il padre alla Terza Crociata, anche se era un giovanetto; sotto il comando di Riccardo Cuor di Leone, prese parte alla conquista di Tolemaide (S. Giovanni d’Acri) e all’assedio di Ascalona.
La sorte volle che al ritorno dalla Crociata, la nave si arenò sulle coste venete, costringendoli a proseguire il viaggio per terra, durante il percorso i naufraghi furono fatti prigionieri dal duca d’Austria.
Il re e il padre vennero liberati, Serapio invece fu trattenuto in ostaggio; fu notato per la sua bontà dal principe Leopoldo d’Austria che lo prese al suo servizio, lì gli giunse la notizia della morte dei suoi genitori, quindi rimase alla corte d’Austria, dedicandosi alle opere di carità e di pietà.
Fu al seguito del duca Leopoldo nella spedizione in aiuto del re di Spagna contro i Mori, con il desiderio di poter combattere i musulmani, nemici della religione cristiana. La spedizione, vinta la resistenza degli Albigesi nel Sud della Francia, arrivò in Spagna quando già il 19 luglio 1212, i Mori erano stati sconfitti.
Serapio allora restò al servizio del re Alfonso di Castiglia, partecipando alle successive battaglie. Il 16 ottobre 1214 morì il re Alfonso e Serapio ritornò in Austria, partendo con il duca Leopoldo per la quinta Crociata nel 1217, prima in Palestina e poi in Egitto.
Nel suo via vai avventuroso Serapio, ritornato in Austria, si ritrova ad accompagnare nel 1221 Donna Beatrice di Svevia che andava in sposa a san Ferdinando di Castiglia; in Daroca conobbe San
Pietro Nolasco, fondatore nel 1218, dell’Ordine di Maria Santissima della Mercede, che aveva lo scopo di riscattare i prigionieri cristiani fatti schiavi dai Mori (con il quarto voto s’impegnavano a sostituirli nella prigionia, ove occorresse di persona).
Decise di abbracciare l’Istituto nel 1222, dedicandosi prima alla cura ed all’istruzione religiosa degli schiavi liberati e poi come questuante delle elemosine per la loro ‘redenzione’ (nome che si dava al riscatto) nella Spagna ed in Francia.
Insieme a s. Raimondo Nonnato, nel 1229 compì la prima ‘redenzione’ in Algeri, liberando 150 schiavi e sempre nel 1229 prese parte con s. Pietro Nolasco il fondatore, alla conquista delle Baleari, dove fondò i primi conventi dell’Ordine.
Ancora nel 1232 ritornò ad Algeri, sempre con s. Raimondo Nonnato, liberando altri 228 schiavi, al ritorno questi, presi dai loro vizi si ammutinarono ai due santi sacerdoti che li rimproveravano; ma una terribile tempesta placata per le preghiere dei due religiosi, li ricondusse alla normalità e a chiedere perdono.
Ma le sue avventure non erano finite, nel 1239 s. Pietro Nolasco lo mandò in Inghilterra, sua patria natia, per diffondervi l’Ordine, ma la nave fu assalita dai corsari che lo bastonarono selvaggiamente e credendolo morto fu abbandonato nudo sulla spiaggia deserta; venne soccorso e
vestito da alcuni pescatori, poi raggiungendo i suoi parenti a Londra, ma anche da qui venne scacciato perché disapprovava le requisizioni dei beni della Chiesa e passò in Scozia e in Irlanda.
Nel 1240 ritornato in Spagna compì una ‘redenzione’ in Murcia di 98 schiavi e di altri 87 ad Algeri, dove rimase in ostaggio per liberare altri infelici.
I Mori si irritarono per le sue predicazioni e per le conversioni operate, quindi lo legarono ad una croce di Sant'Andrea e infierirono selvaggiamente su di lui, con un odio da estremismo islamico cieco e fanatico; gli ruppero tutte le giunture degli arti, ne estrassero gli intestini avvolgendoli ad un argano e gli troncarono la testa.
Ridotto in pezzi, il 14 novembre 1240, compiva così il suo martirio; lui Serapio che aveva abbandonato i fasti della corte, la milizia e la gloria mondana, per seguire Cristo nella povertà, nell’umiltà e nel sacrificio.
Il culto da sempre tributatogli, fu confermato il 23 marzo 1625 da Papa Urbano VIII; festa religiosa il 14 novembre, è invocato contro l’artrosi.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - San Serapio, pregate per noi.


*San Siardo - Abate (14 novembre)

† 1230
Martirologio Romano: A Malgarten in Frisia, nell’odierna Olanda, San Siardo, abate dell’Ordine Premostratense, insigne per l’osservanza della regola e per la generosità verso i poveri.
Siardo, nato da nobile famiglia, fu quinto abate dell'Orto della Beata Maria (Mariengaard) in Frisia.
Esercitò per 36 anni questa prelatura.
Fu uomo integro di grande sobrietà e di spirito di mortificazione, cultore e amante della passione del Signore e molto benevolo verso i poveri.
Nel convento condusse con tutte le proprie forze una vita comune, fatto esempio e modello dei frati, nel lavoro, nel vestire, nel vitto, nell'ordine della disciplina, nella santa lettura, nello scrivere libri, nell'umiltà e nella mansuetudine.
Morì nell'anno 1230 e compì sulla sua tomba molti miracoli.
(Fonte: www.sannorberto.it)

Giaculatoria - San Siardo, pregate per noi.


*Santo Stefano Teodoro Cuénot - Vescovo e Martire (14 novembre)

Scheda del Gruppo a cui appartiene:
"Santi Martiri Vietnamiti" (Andrea Dung Lac e 116 compagni) - 24 novembre

Le Bélieu, Francia, 8 febbraio 1802 - Binh Dịnh, Vietnam, 14 novembre 1861

Emblema: Palma
Martirologio Romano: Nella fortezza di Binh Dinh in Cocincina, ora Viet Nam, santo Stefano Teodoro Cuénot, vescovo della Società per le Missioni Estere di Parigi e martire, che, dopo venticinque anni di impegno nell’apostolato, durante la persecuzione contro i cristiani scatenata dall’imperatore T? D?c, fu gettato nella gabbia di un elefante e morì sfinito dalle sofferenze.
"Questo secolo aveva due anni...
Già Napoleone spuntava sotto Buonaparte...".
Così tracciava il suo poetico atto di nascita Victor Hugo, patriarca della letteratura romantica francese, nato a Besancon nel 1802, sotto Napoleone Primo Console.
Nello stesso anno dell'autore dei Miserabili nasceva a Réaumont, nel Bélieu, il figlio di un agricoltore destinato a diventar Vescovo come il vittorughiano Monsignor Myriel, e a convertire, chiamandolo fratello, non soltanto un galeotto di buon cuore, come Jean Valjean, ma migliaia di pagani dell'Indocina, tutti considerati e amati come fratelli.
Nel Vescovo Myriel, Victor Hugo tracciava il profilo ideale di un prelato naturalmente "aristocratico", ma vicino al popolo e alle sue miserie, con spirito metà evangelico e metà rivoluzionario.
Nel Vescovo Stefano Teodoro Cuénot - se l'avesse conosciuto - avrebbe potuto ravvisare l'immagine non letteraria di un vero figlio del popolo per il quale il "prossimo" non era né un'espressione generica, né una certa classe sociale, in un certo paese, in un certo periodo storico, ma abbracciava uomini di ogni classe, razza e nazionalità, in quella perenne rivoluzione che è il vero Cristianesimo.
Battezzato in un fienile, educato da curati di campagna, il giovane Stefano Teodoro fu mantenuto agli studi, dai genitori contadini, con doni in natura. Quando anche questi non bastarono, dovette lasciare la scuola.
Allora l'intero villaggio si tassò volontariamente affinché il promettente ragazzo potesse continuare i suoi studi.
Entrando in Teologia, perché fosse presentabile, se non proprio ben vestito, la madre sacrificò il proprio abito da sposa per fargli una veste. Il primo gesto del neo-sacerdote fu quello di regalare alla mamma un vestito nuovo. Ondeggiò e indugiò, prima di trovare la vera vocazione.
Ebbe tra l'altro la passione per la orologeria, e volle brevettare un proprio meccanismo per il moto perpetuo.
Fu catechista e insegnante nel gruppo detto "li ritiro cristiano". Finalmente infilò la giusta strada entrando, nel 1827, nel portone di Rue du Bac, a Parigi, dove avevano sede i Padri Missionari di San Vincenzo de Paul.
L'anno dopo il nuovo missionario giungeva in Indocina. Nel 1835 veniva consacrato Vescovo di Metellopolis, coadiutore di quella che allora si chiamava la Cocincina.
Fu un Vescovo sempre sul campo di battaglia, perché i cristiani dell'Indocina, praticamente abbandonati a se stessi, erano sottoposti a continue vessazioni e persecuzioni da parte delle
autorità buddiste.
Nonostante ciò, i convertiti del Vescovo Cuénot si contavano ogni anno a migliaia. Per uno che abiurava sotto le torture, cento chiedevano di essere battezzati.
Il clero indigeno triplicò, mentre il Vescovo moltiplicava le traduzioni dei libri sacri, le chiese, gli orfanotrofi, e anche le lontane regioni montagnose del Laos venivano raggiunte dalla predicazione e dall'esempio del Vescovo francese.
Nel 1861, al rincrudirsi della persecuzione da parte del re Tu-Duc, anche il Vescovo Cuénot venne catturato e rinchiuso in una stretta gabbia.
Non fu ucciso materialmente, ma fu fatto avvelenare lentamente, propinandogli disgustosi "medicamenti" indigeni. Per questo viene considerato come martire, e onorato con il titolo di Beato.
Il miglior elogio gli venne dai suoi carcerieri, che dissero di lui: "Era diventato perfetto. E il cielo si è affrettato a riceverlo, senza permettere ch'egli subisse un simile supplizio".
Infatti era già cadavere quando il suo corpo venne fustigato e decapitato. E un anno dopo, un trattato tra Francia e Indocina, sanciva almeno in teoria la libertà di culto.
(Fonte: Archivio Parrocchia)

Giaculatoria - Santo Stefano Teodoro Cuénot, pregate per noi.


*Santa Veneranda - Martire (14 novembre)

Emblema: Palma
Il nome è di origine latina e significa ‘degno di venerazione’. Di Veneranda si sa poco, tra l’altro è l’unica Santa con questo nome, mentre di Venerando ce ne sono tre.
Nel ‘Catalogo Sanctorum’ redatto negli anni 1369-1372, dal veneziano Pietro de Natalibus, al capitolo 61 è citata Santa Veneranda vergine, nata in Gallia (Francia) nel II secolo e martire a Roma durante la persecuzione al tempo dell’imperatore Antonino (138-161).
La celebrazione riportata al 14 novembre è stata trasferita alla stessa data nel ‘Martirologio Romano’. Detto questo ritroviamo la Santa in certi episodi che riguardano la basilica di S. Maria a Pugliano in Ercolano (NA).
Verso la metà del secolo XVII all’epoca di Papa Alessandro VII, fu donato, come usanza nei secoli passati, al Procuratore Generale dei Carmelitani Scalzi in Roma, il corpo di San Massimo martire, prelevato dalla catacomba di Santa Ciriaca e una reliquia insigne di Santa Veneranda martire.
Queste reliquie furono donate a sua volta a padre Simone dello Spirito Santo, anch’egli carmelitano del convento di Torre del Greco, vicinissimo ad Ercolano; essendo egli molto devoto della cappella dello Spirito Santo posta nella antica basilica, dona come attestato di questa
devozione le suddette reliquie; i fedeli di Ercolano, che allora si chiamava Resina, accolsero con fede e gioia questo dono, anche con pubbliche feste ed eressero nella Cappella dello Spirito Santo due altari uno dedicato a San Massimo e l’altro a Santa Veneranda e instaurando nel paese una forte devozione per i due santi martiri.
La Santa è raffigurata su una grande tela della metà del ‘600 posta sopra l’altare, sta in piedi con sulla testa la colomba dello Spirito Santo, con la destra stringe il crocifisso, con la sinistra impugna un bastone da pellegrino e la palma del martirio.
La reliquia incastonata al centro di un mezzo busto di rame ricoperto d’argento, fu asportata dai francesi insieme all’argento, durante la battaglia del 14 giugno 1799, al tempo della repubblica Partenopea; nella basilica è rimasto solo il mezzo busto di rame.
Nella città di Ercolano vi era una strada intitolata alla santa come pure a lei erano dedicate due chiesette. Sul quadro menzionato vi è la scritta in caratteri greci “Aghia Paraskebe” e poi in italiano “S. Veneranda vergine e martire”; questo conferma che anche in Oriente vi è un culto per questa Santa, che importanti testi agiografici dicono che è Santa Parasceve, martire sotto Antonino Pio verso il 160 e celebrata il 26 luglio e che nell’Italia Meridionale è venerata con i nomi di Santa Venera, Veneria o Veneranda.
Che si tratti della stessa persona venerata con due nomi diversi ci sembra non attestabile, anche se certi punti combaciano, del resto la ‘Vita’ di Santa Parasceve è tutto un elaborato fantasioso poco attendibile.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santo)

Giaculatoria - Santa Veneranda, pregate per noi.


*Altri Santi del giorno (14 novembre)
*San
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.

 
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