Santi del 15 Febbraio - Istituto Aveta

Vai ai contenuti

Menu principale:

Santi del 15 Febbraio

Il mio Santo > I Santi di Febbraio

*Beato Angelo (Scarpetti) - da Sansepolcro (15 febbraio)

m. Sansepolcro, 1306
Martirologio Romano:
A Borgo Sansepolcro, oggi in Toscana, Beato Angelo Scarpetti, sacerdote dell’Ordine degli Eremiti di Sant’Agostino.
Frate dell’Ordine degli Eremiti di Sant’Agostino. Nacque a Sansepolcro nella prima metà del XIII secolo. Una antica tradizione locale lo dice appartenente alla famiglia Scarpetti. Entrò nel convento cittadino degli Eremiti di Giovanni Bono nel 1254 circa. Nel 1256 il convento passò al nuovo Ordine dei frati Eremiti di Sant’Agostino.
Di lui si ricordano alcuni episodi miracolosi avvenuti già durante la sua vita, fra cui la resurrezione di un innocente condannato a morte. Probabile, ma non certa, la sua partecipazione alle missioni per sviluppare l’Ordine in Inghilterra. Gli scrittori agostiniani e gli studiosi locali ne hanno ricordato, fin dal XVI secolo, la profonda umiltà, la decisa carità, l’illibata purezza di spirito e di corpo, attraverso le quali si conquistò, fra i concittadini, fama di uomo accetto a Dio e ricco di carismi soprannaturali.
Morì a Sansepolcro nel 1306.
Nel 1310, presso la chiesa agostiniana cittadina, sorse una confraternita intitolata alla Vergine Maria e al “glorioso frate Angelo”, alla quale inviarono privilegi i priori provinciale e generale dell’Ordine.
Quando i frati, nel 1555, lasciarono la prima chiesa per trasferirsi in quella attuale portarono con loro anche il corpo di frate Angelo, e fissarono al 29 settembre la celebrazione della festa della traslazione del corpo.
Questa festa fu soppressa nel 1855. Nel 1740 il corpo fu sottoposto a ricognizione canonica a opera del vescovo di Sansepolcro mons. Raimondo Pecchioli.
Nel 1905 iniziò il processo sul culto prestato a questo servo di Dio, che si concluse con l’approvazione nel 1922.
Il suo corpo è attualmente conservato in una cassa di legno intagliato, dorato e decorato con scene della vita del beato sotto l’altare maggiore della chiesa di Sant’Agostino in Sansepolcro.
Il Beato è raffigurato in un affresco (XIV secolo) ora esposto al Museo Civico di Sansepolcro e proveniente dall’antica chiesa agostiniana.
L’ultima manifestazione solenne del culto tributato al Beato risale al 2 ottobre 1987 quando la cassa contenente il corpo fu portata processionalmente per le strade circostanti la chiesa di Sant’Agostino.
(Autore: Andrea Czortek – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Angelo da Sansepolcro, pregate per noi.  


*Beato Antonio Marini – Mercedario (15 febbraio)

Dottore in Sacra Teologia e nella stessa facoltà lettore nell’Università di Parigi, il Beato Antonio Marini fu molto celebre nella dottrina e santità.
Nel monastero di Santa Eulalia in Montpellier (Francia), ricco di meriti morì nella pace del Signore.
L’Ordine lo festeggia il 15 febbraio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Antonio Marini, pregate per noi.  


*Beato Bartolomeo Dalmasoni - Sacerdote francescano, Martire (15 febbraio)

Scheda del Gruppo a cui appartiene: Beati Federico Bachstein e 13 compagni Martiri francescani (15 febbraio)
+ Praga, Repubblica Ceca, 15 febbraio 1611
Il 15 febbraio 1601 quattordici frati minori venivano barbaramente martirizzati da una folla inferocita, aizzata dai luterani al servizio del vescovo di Passau Leopoldo, che assalì la chiesa ed il convento di Santa Maria della neve di Praga.
Per il fatto di essere cattolici e in odio alla fede, i religiosi vennero denudati e martirizzati in diversi modi. Federico Bachstein, il capogruppo, fu trafitto con una lancia al cuore.
Il maggio 2012 Papa Benedetto XVI ha riconosciuto il martirio di questi intrepidi testimoni della fede, tra i quali anche l’italiano Padre Bartolomeo Dalmasoni, nato a Ponte San Pietro, provincia di Bergamo, curava il restauro della chiesa e del convento, predicatore e confessore, insegnava teologia e teneva i dibattiti religiosi.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Bartolomeo Dalmasoni, pregate per noi.  

 

*San Claudio de la Colombiere – Religioso (15 febbraio)
pr. Grenoble (Francia), 2 febbraio 1641 - Paray-le-Monial (Francia), 15 febbraio 1682
Il gesuita francese Claudio de la Colombiere (1641-1682) fu superiore del collegio di Paray-le-Monial e confessore delle vicine suore della Visitazione.
Tra esse c'era Margherita Maria Alacoque, propagatrice del culto al Sacro Cuore di Gesù, che sarebbe divenuta santa. Egli fu guida ai fedeli, disorientati dalle dispute tra Francia e Roma per le dottrine gianseniste.
Venne poi mandato a Londra come cappellano della futura regina Maria Beatrice d'Este. Fu poi arrestato con l'accusa di voler restaurare la Chiesa cattolica in Inghilterra. Espulso, tornò a Paray-le-Monial, dove morì solo tre mesi dopo. È santo dal 1992. (Avvenire)
Etimologia: Claudio = zoppo, dal latino
Martirologio Romano: A Paray-le-Monial in Burgundia, in Francia, San Claudio La Colombière, sacerdote della Compagnia di Gesù: uomo assai dedito alla preghiera, con il suo saldo e retto consiglio avviò molti all’amore di Dio.
É un uomo di cuore, dotato di una sensibilità delicata e di un gusto profondo dell’amicizia. Sente una profonda inclinazione verso il calore della famiglia e “un’avversione orribile” per la vita religiosa. E sceglie quest’ultima, non sappiamo bene perché. Claudio, terzo figlio di un notaio, ha una posizione
economicamente solida e un avvenire sicuro. Brillante negli studi, entra a 17 anni nel Noviziato di Avignone della Compagnia di Gesù, dove termina il corso di Filosofia e poi, per cinque anni, è professore.
A 25 anni lo mandano a Parigi, per studiare teologia nel celebre collegio di Clermont. All’impegno nello studio i superiori gli aggiungono l’incarico di precettore dei figli di Colbert, ministro delle finanze del re di Francia, e questo è un chiaro riconoscimento delle sue doti di prudenza, finezza e del profondo gusto dell’amicizia che lo contraddistingue. Sacerdote a 28 anni, gli affidano a Lione l’incarico di professore e predicatore, che esercita per cinque anni. A sorpresa, nel 1675, Padre Claudio viene destinato come Superiore della comunità dei Gesuiti di Paray-le-Monyal, decisamente sproporzionata, per dimensioni, importanza e dislocazione geografica, alla fama che si è venuta acquistando ed alle doti che tutti gli riconoscono.
E se non c’è una spiegazione “logica” a questa improvvisa e inadeguata nomina, non c’è che da rallegrarsi, con il senno del poi, con i suoi superiori per quello che egli da quel momento diventerà. A Paray-le-Monyal una suora, che per ceto sociale e cultura è inferiore a tutte le altre consorelle, sta mettendo a subbuglio il monastero delle suore Visitandine in cui vive, con le sue stranezze e le sue visioni.
E mentre sacerdoti prudenti e illuminati giudicano opera diabolica i suoi doni mistici, lei continua a sentirsi portatrice di un messaggio affidatole da Gesù stesso, che le chiede di diffondere nel mondo la devozione al Suo Cuore. In mezzo alle incomprensioni che sta sopportando soprattutto da parte del clero, Gesù promette a Suor Margherita Maria Alacoque (che la Chiesa proclamerà poi santa) di mandarle “un suo servo fedele e perfetto amico”, che l’avrebbe sostenuta e incoraggiata. Suor Margherita Maria, durante la prima predica di Padre Claudio nella chiesa del monastero, sente che è sicuramente lui il sacerdote promessole da Gesù.
Ed infatti, nei pochi mesi di permanenza, Padre Claudio diventa il primo apostolo della devozione al Sacro Cuore, accettando con docilità ed entusiasmo il ruolo che il Cielo gli ha assegnato. Un anno dopo è mandato a Londra, come predicatore della duchessa di York, e l’ambiente protestante che lo circonda rende estremamente amaro il suo soggiorno inglese. Addirittura lo arrestano, con l’accusa calunniosa di “complotto papista”, e dopo tre settimane di carcere, viene espluso dall’Inghilterra. L’amarezza del carcere, insieme ai maltrattamenti subiti, incidono sulla sua salute, già provata da gravi disturbi polmonari.
Dopo un periodo trascorso a Lione, i superiori, confidando nel clima migliore, lo fanno tornare a Paray-le-Monial, dove muore il 15 febbraio 1682 ad appena 41 anni. Nel 1994 Papa Giovanni Paolo II° proclama santo il Padre Claudio La Colombière, “maestro di illuminata spiritualità”, che Dio stesso aveva scelto per far conoscere “le imperscrutabili ricchezze” del Cuore di Cristo.
(Autore: Gianpiero Pettiti – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
I suoi vogliono mandarlo in convento, ma lui non ne vuole sapere: "Ne avevo un’orribile avversione". Superata la crisi dirà: "Chi si mette al servizio di Dio va sempre incontro a gravi pene". Ma presto il ragazzo (figlio di un notaio) si fa stimare dai gesuiti del noviziato di Lione: "Ha prudenza superiore all’età, giudizio solido, sana pietà". Negli studi passa da Lione ad Avignone e poi a Parigi (1666). Tre anni dopo è sacerdote e ritorna a Lione. Nel 1675 emette i voti solenni nella Compagnia di Gesù e dirige la piccola comunità dell’Ordine a Paray-le-Monial (Saône-et-Loire).
Ha pure l’incarico di confessore alla Visitazione, un tranquillo monastero diventato quasi una polveriera da quando è arrivata una consorella di 28 anni, bloccata a letto dai dolori reumatici: Margherita Maria Alacoque, malata, ma di spirito vivacissimo, con forte influenza su chiunque l’avvicini. Parla appassionatamente delle sue visioni e rivelazioni, dividendo clero e fedeli. Stimola il culto per il Sacro Cuore, che risale al Sei-Settecento: si tratta dell’adorazione alla persona di Cristo anche nella sua umanità, e al suo amore infinito, che da sempre ha per simbolo il cuore.
Ma in Francia il clima religioso è infiammato dallo scontro con Roma per le dottrine giansenistiche, e i devoti del Sacro Cuore vengono irrisi come idolatri da chi non accoglie i fondamenti dottrinali del culto. D’altra parte, certi ambienti devoti alimentano di fatto le accuse con eccessi di parole e gesti che non esprimono una fede illuminata.
A Paray-le-Monial egli è anche preziosa guida per tanti cattolici disorientati dai contrasti, ma nel 1674 viene mandato a Londra come cappellano di Maria Beatrice d’Este, moglie di Giacomo II, duca di York e futuro re. All’epoca la Chiesa cattolica è fuori legge in Inghilterra: lui deve solo celebrare in una piccola cappella, e farsi vedere poco. Obbediente, vive ritirato, non fa visite.
Ma c’è chi visita lui: cattolici inglesi che vogliono ascoltarlo, suore clandestine, preti spretati che vogliono tornare... Riesce perfino a mandare missionari cattolici in America, allora colonia inglese. Ma a 18 mesi dall’arrivo è arrestato con molti altri, accusati di voler restaurare la Chiesa di Roma nel regno. Lui non va in carcere perché protetto dal re di Francia, ma viene espulso.
Tornato in patria, nel 1681 è di nuovo a Paray-le-Monial, molto malato. Suo fratello lo vorrebbe con sé nell’aria salubre del Delfinato. Ma lui non si muove, perché ha ricevuto un biglietto di Margherita Maria, che dice: "Il Signore mi ha detto che vuole il sacrificio della vostra vita qui". Tre giorni dopo, padre Claudio muore lì, a Paray-le-Monial.
E il suo corpo vi sarà custodito dai gesuiti nella loro cappella. Pio XI lo proclamerà Beato nel 1929 e Giovanni Paolo II Santo il 31 maggio 1992.
(Autore: Domenico Agasso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Claudio de la Colombiere, pregate per noi.  


*San Decoroso di Capua – Vescovo (15 febbraio)

Martirologio Romano: A Capua in Campania, San Decoroso, vescovo.
Esiste una brevissima Vita di Decoroso (BHL, I, p. 319, n. 2117), dalla quale appaiono pochissimi elementi.
L'autore, dopo aver detto che Decoroso, nato a Capua, fu vescovo della stessa città nella seconda metà del sec. VII, si dilunga su un miracolo ottenuto dietro suo consiglio: una donna che cercava la guarigione del figlio dal martire san Rufo, fu condotta presso il sepolcro di San Rufino ottenendo la grazia.
Un documento agiografico (BHL, IT, p. 1069, n. 7371), posteriore al sec. VII, ci fa sapere che Decoroso leggendo nel Martirologio Geronimiano al 25 agosto «natale S. Rufini confessoris» e al 27 dello stesso mese «natale S. Rufi martyris» credette che si trattasse di due santi distinti. Ma né Decoroso, né i suoi diocesani sapevano dove fosse sepolto san Rufino confessore.
Il vescovo si diede quindi da fare per la sua invenzione e ritrovatolo, in forma solenne, lo trasportò nella basilica dei SS. Stefano e Agata, che corrisponderebbe ad una chiesa edificata a Capua dall'imperatore Costantino.
Probabilmente Rufo e Rufino sono la stessa persona. Decoroso assisté nel 680 al concilio tenuto a Roma da Papa Agatone.
Morì nel 695.
La città di Capua lo festeggia il 15 febbraio e da un calendario locale passò nel Martirologio Romano.
Nella cappella del tesoro di Capua, in un'urna d'argento, si conservano le sue reliquie.
(Autore: Filippo Caraffa - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Decoroso di Capua, pregate per noi.  

 

*Sant'Euseo di Serravalle-Sesia – Eremita (15 febbraio)
Secondo la tradizione sarebbe vissuto nel secolo XIII o nel XIV, nella zona di Serravalle - Sesia, in provincia di Vercelli, facendo il calzolaio. E così è stato sempre rappresentato, nell'atto di aggiustare le scarpe, in pitture precedenti il secolo XVII, in varie chiese della regione. La devozione a questo santo, tuttavia è legata alla sua vita eremitica e penitente, non al mestiere professato.
Il miracolo che manifestò a tutti la santità di Euseo si verificò l'ultimo giorno di carnevale, di un anno imprecisato, quando alcune persone mascherate, passando vicino al suo romito, si accorsero che sopra il rifugio erano fioriti tre gigli. Essendo inverno la cosa apparve strana.
Avvicinatisi trovarono il corpo dell'eremita da poco morto. Il fatto suscitò commozione fra gli
abitanti della zona, che provvidero alla sua sepoltura sullo stesso posto, erigendo da quasi subito una chiesa. Con il passare del tempo questa chiesa fu ampliata e altre ne sorsero a lui dedicate nei paesi dei dintorni. (Avvenire)
È venerato come protettore dei calzolai, il primo a parlare di lui è lo storico di Vercelli, Vercellino Bellini, che visse perlomeno tre secoli dopo il santo, le sue notizie si fondarono su tradizioni orali e su qualche documento esistente ma poi andato distrutto in un incendio.
Il culto che Sant' Euseo ha sempre goduto è la prova più lampante della sua esistenza, egli sarebbe vissuto nel secolo XIII o nel XIV, nella zona di Serravalle - Sesia, in provincia di Vercelli, facendo il calzolaio.
E così è stato sempre rappresentato, nell’atto di aggiustare le scarpe, in pitture precedenti il secolo XVII, esistenti in varie chiese della regione; queste pitture insieme con gli ex-voto e la partecipazione del popolo, costituivano una chiara testimonianza della sua santità, che è evidente riguarda la sua vita eremitica e penitente, non il mestiere professato.
Si ebbe un miracolo che rivelò a tutti la santa vita di Euseo, era l’ultimo giorno di carnevale, di un anno imprecisato, quando alcune persone mascherate, passando vicino al suo romito, si accorsero che sopra il tugurio erano fioriti tre gigli; giacché si era d’inverno, la cosa suscitò la meraviglia dei presenti, i quali si avvicinarono, trovando il corpo del pio eremita da poco morto.
Il fatto suscitò commozione fra gli abitanti della zona, che provvidero alla sua sepoltura sullo stesso posto, erigendo da quasi subito una chiesa.
Con il passare del tempo, vista l’affluenza dei fedeli e la loro devozione, questa chiesa fu ampliata e altre ne sorsero a lui dedicate nei paesi dei dintorni. La sua festa si celebrava l’ultimo giorno di carnevale, fu fissata poi al 15 febbraio.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Euseo di Serravalle-Sesia, pregate per noi.  


*Santi Faustino e Giovita – Martiri (15 febbraio)

La loro vita viene ricostruita, con l'aggiunta di diversi elementi leggendari, dalla «Legenda maior».
Di storico vi è l'esistenza dei due giovani cavalieri, convertiti al cristianesimo, tra i primi evangelizzatori del Bresciano e morti martiri tra il 120 e il 134 al tempo dell'imperatore Adriano.
La tradizione arricchisce di particolari il loro martirio.
La loro conversione viene attribuita al vescovo Apollonio, lo stesso che poi ordina Faustino presbitero e Giovita diacono.
Il loro successo nella predicazione, però, li espone all'odio dei maggiorenti di Brescia che invitano il governatore della Rezia Italico a eliminare i due col pretesto del mantenimento dell'ordine pubblico.
La morte di Traiano, promotore della persecuzione, ritarda però i piani del governatore, che approfittando della visita del nuovo imperatore Adriano a Milano denuncia i due predicatori come nemici della religione pagana.
Diversi eventi miracolosi li risparmiano dalla morte e spingono numerosi pagani - tra cui anche la moglie di Italico, Afra - a convertirsi. Portati a Milano, Roma e Napoli verranno decapitati infine a Brescia. (Avvenire)
Patronato: Brescia
Etimologia: Faustino = (come Fausto) propizio, favorevole, dal latino
Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Brescia, Santi Faustino e Giovíta, martiri, che, dopo molte lotte sostenute per la fede di Cristo, ricevettero la vittoriosa corona del martirio.
Santi Faustino e Giovita, martiri
La "Leggenda maior" ci racconta che entrambi erano figli di una nobile famiglia pagana di Brescia. Entrarono presto nell'ordine equestre e divennero cavalieri.
Attratti dal Cristianesimo, dopo lunghi colloqui con il vescovo Sant'Apollonio, chiedono e ottengono il battesimo.
Si dedicano subito all'evangelizzazione delle terre bresciane e per il loro zelo il vescovo
Apollonio nomina Faustino presbitero e Giovita diacono.
Il successo della loro predicazione li rende invisi ai maggiorenti di Brescia che approfittando della persecuzione voluta da Traiano (la terza) invitano il governatore della Rezia Italico ed eliminare i due col pretesto del mantenimento dell'ordine pubblico.
La morte di Traiano ritarda però i piani del governatore, che approfittando però della visita del nuovo imperatore Adriano a Milano denuncia i due predicatori come nemici della religione pagana.
L'imperatore preoccupato da l'autorizzazione a Italico per la loro persecuzione.
Questi dapprima minacciandoli di decapitazione chiede ai due giovani di abiurare e di sacrificare agli dei, ma i due si rifiutano e per questo vengono carcerati.
Nel frattempo l'imperatore Adriano conduce una campagna militare nelle Gallie e rientrando in Italia si ferma a Brescia, Italico lo coinvolge direttamente nella questione ed è l'imperatore stesso a chiedere ai giovani il sacrificio al dio sole.
I giovani non solo si rifiutano ma danneggiano la statua del dio.
L'imperatore ordina allora che siano dati in pasto alle belve del circo, ma le bestie si accovacciano mansuete ai piedi dei giovani e Faustino approfitta dell'occasione per chiedere la conversione degli spettatori dello spettacolo circense e molti proclameranno la loro fede al Cristo, tra questi Afra, la moglie del governatore Italico, che conoscerà ella stessa il martirio e la santità.
La conversione del ministro del palazzo imperiale nonché comandante della corte pretoria, Calocero, irrita ancor più l'imperatore che ordina che i giovani siano scorticati vivi e messi al rogo, ma le fiamme non lambiscono nemmeno le vesti dei giovani, che vengono condotti in carcere a Milano, perché le conversioni a Brescia continuano ad aumentare.
A Milano sono nuovamente torturati e subiscono il supplizio dell'eculeo, ma anche in questa prigionia succedono eventi miracolosi, come l'uscita dal carcere dei due per incontrare e battezzare san Secondo.
Trasferiti a Roma vengono portati al Colosseo dove nuovamente le belve si ammansiscono ai loro piedi.
Inviati a Napoli per nave, durante il viaggio sedano una tempesta.
A Napoli sono nuovamente torturati e abbandonati in mare su una barchetta, ma gli angeli li riportano a riva.
L'imperatore ordina allora il loro rientro a Brescia dove il nuovo prefetto eseguirà la sentenza di decapitazione il 15 febbraio poco fuori di porta Matolfa.
Saranno sepolti nel vicino cimitero di San Latino dove il vescovo San Faustino (ecco un altro santo con nome Faustino) costruirà la chiesa di San Faustino ad sanguinem, poi Sant'Afra e oggi
Sant'Angela Merici.
Alcune reliquie sono oggi conservate nella basilica dedicata ai due martiri.
I due martiri sono raffigurati spesso in veste militare romana con la spada in un pugno e la palma del martirio nell'altra, in altre raffigurazioni sono in vesti religiose, Faustino da presbitero, Giovita da diacono.
Di storico vi è l'esistenza dei due giovani cavalieri, convertitosi al cristianesimo, tra i primi evangelizzatori delle terre bresciane e morti martiri tra il 120 e il 134 al tempo di Adriano, che molto probabilmente non li conobbe mai e che da quanto risulta non ordinò mai direttamente una persecuzione, ma semplicemente non intervenne mai per impedire quelle che nascevano nei vari angoli dell'impero.
Il loro culto si diffuse verso l'VIII secolo, periodo in cui fu scritta la leggenda, prima a Brescia e poi per mezzo dei longobardi in tutta la penisola ed in particolare a Viterbo. Il loro patronato su Brescia fu confermato anche a causa di una visione dei due Santi che combattevano a fianco dei bresciani contro i milanesi nello scontro decisivo che fece togliere l'assedio alla città, il 13 dicembre 1438.
(Fonte: www.pietradefusi.300.it)
Giaculatoria - Santi Faustino e Giovita, pregate per noi.  


*Beati Federico Bachstein e 13 compagni - Martiri francescani (15 febbraio)
+ Praga, Repubblica Ceca, 15 febbraio 1611
Federico Bachstein, nato a Baumgarten (Boemia), era vicario e maestro dei novizi nel convento di Praga (S. Maria ad Nives); tutti i membri della stessa comunità francescana furono massacrati il 15 febbraio 1611, per mano dei luterani al servizio del vescovo di Passau, Leopoldo, per il fatto di essere cattolici e in odio alla fede, denudati e martirizzati in diversi modi. Federico fu trafitto con una lancia al cuore.
Giovanni Martinez, spagnolo e sacerdote, come sacrista cercava di nascondere il Santissimo, e per questo gli furono tagliate la mano destra e la testa.
Simone, francese e sacerdote, ebbe il cranio spaccato con un grosso bastone e il corpo trafitto. Bartolomeo Dalmasoni, nato a Ponte San Pietro (Bergamo), sacerdote e autore di un Diario (perso), fu flagellato e ucciso a sciabolate. Girolamo dei conti Arese, nato a Milano, diacono, fu trafitto con la spada, ai piedi dell'altare della Madonna.
Gaspare Daverio, nato a Bosto (Varese) il 27 aprile 1584, ordinato suddiacono nel 1610, si nascose nel campanile con Giacomo e Diego-Giovanni, ma furono buttati giù dal tetto della chiesa, alla fine del massacro.
Giacomo di Augusta svevo, chierico. Clemente, svevo, chierico e novizio, ebbe la testa tagliata in due con una scure.
Cristoforo Zelt, olandese, laico e cuoco, il più anziano della comunità, predisse tre giorni prima il martirio: con una mazza di ferro gli fracassarono la testa.
Giovanni Bodeo (o Rode), nato a Mompiano (Brescia), laico, ucciso a sciabolate, come Emanuele (boemo, laico, cuoco), Antonio (boemo, novizio laico) e Giovanni (boemo, novizio chierico).
Molti degli assassini morirono poco dopo di fame e di peste. I martiri furono sepolti nella cappella della Madonna, sotto l'altare di S. Pietro d'Alcantara (1616); esumati nel 1667. Il processo ordinario
di non cultu finf nel 1677; riaperto nel 1930; nel 1947 si aprì il processo ordinario sul martirio. Il 10 maggio 2012 è stato promulgato il Decreto che riconosce il loro martirio. Il 13 ottobre 2012 sono stati beatificati solennemente a Praga.
I primi ad essere beatificati nell’Anno della Fede sono 14 frati francescani massacrati nel XVII secolo dai protestanti. Fra loro anche quattro italiani.
Questa beatificazione assume, quindi, un carattere decisamente significativo. Martiri per la Fede che versarono il loro sangue nel convento di Santa Maria della Neve a Praga per mano di una folla inferocita formata da Hussiti, Calvinisti, Luterani.
Il Rito di beatificazione si è svolto oggi, 13 ottobre, nella Cattedrale di Praga ed è stato presieduto dal Cardinale Angelo Amato.
Era il 15 febbraio del 1611 quando si compì il massacro e questi sono i volti (scarne sono le notizie sulla loro vita) di chi ha pagato il prezzo dell’odium fidei:
- Padre Federico Bachstein, boemo. Era il Vicario del convento e Maestro dei novizi, uomo dotto. Dal nome latino del paese natale, Pomerio (Pomerium) fu chiamato comunemente «Pomeranus». È stato da sempre considerato responsabile del gruppo dei martiri perché il Guardiano, padre Emilio Schout, si trovava a Vienna. (Anni 50 ca.)
- Padre Giovanni Martìnez di nazionalità spagnola, sacrestano e confessore per gli Spagnoli che abitavano a Praga, era dotto e controversista, ovvero colui che trattava materie oggetto di controversia. (Anni 40 ca.).
- Padre Simone, francese e sacerdote. Era addetto a raccogliere l’elemosina. (Anni 30 ca.).
- Padre Bartolomeo Dalmasoni, italiano, originario di Ponte San Pietro (Bergamo). Si prendeva cura del restauro della chiesa e del convento.
Tutti e quattro erano predicatori e confessori, insegnavano teologia e tenevano dibattiti religiosi.
- Fra Girolamo dei Conti Arese, italiano, originario di Milano, diacono. (Anni 24 ca.).
- Fra Gaspare Daverio, italiano, nato in Lombardia, ordinato suddiacono nel 1610. (Anni 27 ca.).
- Fra Giacomo, tedesco di Augusta, chierico minorista con voti temporanei. (Anni 18-20 ca.).
- Fra Clemente, tedesco di Sassia, minorista con voti temporanei. (Anni 18-20 ca.).
- Fra Giovanni, boemo, novizio chierico.
- Fra Cristoforo Zelt, olandese, fratello laico e cuoco, il più anziano della Comunità. Predisse il martirio tre giorni prima e fu il primo del gruppo a subirlo. (Anni 70 ca.).
- Fra Didak Jan (Diego-Giovanni), tedesco, fratello laico.
- Fra Emanuele, boemo, fratello laico.
- Fra Giovanni Bodeo (o Rode), italiano, nato a Monpiano (Brescia), fratello laico, ortolano e aiutante del sacrestano.
- Fra Antonio, boemo, novizio laico.
I Frati minori di San Francesco nel 1228 partirono dall’Italia e dalla Germania per fondare numerosi conventi in Moravia, Boemia, Slesia, Polonia. Rodolfo II (1552-1612), imperatore del Sacro Romano Impero e re di Boemia concesse la libertà religiosa alle confessioni non cattoliche presenti in Boemia con un editto del 1609. Il fatto acuì il contrasto tra cattolici e protestanti.
Questi ultimi erano sostenuti dall’arciduca Mattia (1557-1619), fratello dell’imperatore, che tramava per spodestare Rodolfo e prenderne il posto. I protestanti presero d’assalto il convento francescano e fra le ore 11 e le ore 15 si consumò l’efferato eccidio.
Le cronache raccontano di un’aggressione violentissima. Padre Federico Bachstein fu trafitto con una lancia al cuore. Giovanni Martinez, mentre cercava di nascondere il Santissimo, gli furono tagliate la mano destra e la testa. Padre Simone ebbe il cranio spaccato con un grosso bastone e venne trafitto.
Padre Bartolomeo fu flagellato e ucciso a sciabolate. Fra Girolamo fu trafitto con la spada, ai piedi dell’altare della Madonna.
Fra Gaspare si nascose nel campanile con Fra Giacomo e Diego-Giovanni, ma, alla fine del massacro, furono gettati dal tetto della chiesa. A fra Clemente tagliarono la testa in due, con una scure, mentre a fra Cristoforo gli fracassarono la testa con una mazza di ferro. Giovanni Bodeo (o Rode) venne ucciso a sciabolate, come Emanuele, Antonio e Giovanni. Il castigo divino non tardò ad arrivare: dopo poco tempo molti assassini morirono di fame e di peste.
Qualcuno, con grande coraggio, ebbe pietà di quell’orrore: Donna Maria Massimiliana, moglie del conte Adamo de Sternberg, e Donna Anna, vedova del vicecancelliere Giovanni Enrico de Pisnice, insieme a due cittadini di Praga, nella notte e di nascosto avvolsero le salme dei martiri in teli bianchi; poi li seppellirono nella terra, in un sito adiacente all’ingresso del convento.
L’arciduca Mattia, proprio a causa di quello scempio compiuto dai riformati, riuscì a diventare re di Boemia e sotto il suo governo il conflitto religioso-politico si inasprì. La lotta tra le parti si concluse con la battaglia della Montagna Bianca (1620), guidata dal nuovo imperatore Ferdinando II (1578-1637), che segnò il rafforzamento delle forze cattoliche e la sconfitta definitiva del fronte protestante nelle terre boeme.
I martiri (dal greco μάρτυς, «testimone») sono quei fedeli che per diffondere il messaggio evangelico sono incorsi in pene e torture, fino alla pena capitale, considerando gli esiti estremi della loro vocazione come sacrificio della propria vita, sull’esempio del sacrificio di Gesù Cristo sul Calvario.
La figura del martire è antitetica a quella dell’apostata, di colui cioè che tradisce la Fede. Aspetti teologici e dottrinali del martirio cristiano sono contenuti direttamente negli Atti degli Apostoli. Per un cristiano il martirio è una eventualità da considerare all’interno della propria fede. La Prima lettera di Giovanni dice infatti che «Dio ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (1 Gv 3,16).
Il martirio rosso è un battesimo di sangue, purificatore di ogni peccato: subendo il martirio la santità è assicurata e il passaggio in Paradiso è diretto. Questa è la ragione per la quale il martirio nell’antichità era non solo accettato, ma addirittura ricercato.
Lascia scritto il padre della Chiesa Eusebio di Cesarea (265-340 ca.), descrivendo la condanna dei Martiri della Tebaide: «Fu allora che noi osservammo una meravigliosa brama e un vero potere divino e zelo in coloro che avevano posto la loro fede nel Cristo di Dio.
Appena emessa la sentenza contro il primo, alcuni da una parte e altri da un’altra si precipitarono in tribunale davanti al giudice per confessarsi cristiani, non facendo attenzione quando erano posti davanti ai terrori e alle varie forme di tortura, ma senza paura e parlando con franchezza della religione verso il Dio dell'universo, e ricevendo la sentenza finale di morte con gioia, ilarità e contentezza, così che essi cantavano e innalzavano inni e ringraziamenti al Dio dell'universo, ormai all’ultimo respiro» (Storia Ecclesiastica, 8,9,5).
I 14 martiri di Praga furono sepolti nella loro chiesa, Madonna della Neve, dove la cappella della Vergine Santissima, sotto l’altare di San Pietro d’Alcantara. Il 10 maggio 2012 è stato promulgato il Decreto che riconosce il loro martirio ed oggi la loro palma di sacrificio è diventata il timbro di questo Anno speciale, perché il vero seguace di Cristo, quello che non corre dietro ad altri credi religiosi e non giunge a patti con essi, è disposto anche a perdere la propria vita per la Fede.
(Autore: Cristina Siccardi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beati Federico Bachstein e 13 compagni, pregate per noi.  


*Beato Gaspare Daverio - Suddiacono francescano, Martire (15 febbraio)

Scheda del Gruppo a cui appartiene:
"Beati Federico Bachstein e 13 Compagni" -  Martiri francescani (15 febbraio)

Bosto, Varese, 27 aprile 1584 - Praga, Repubblica Ceca, 15 febbraio 1611
Il 15 febbraio 1601 quattordici frati minori venivano barbaramente martirizzati da una folla inferocita, aizzata dai luterani al servizio del vescovo di Passau Leopoldo, che assalì la chiesa ed il convento di Santa Maria della neve di Praga.
Per il fatto di essere cattolici e in odio alla fede, i religiosi vennero denudati e martirizzati in diversi modi.
Federico Bachstein, il capogruppo, fu trafitto con una lancia al cuore.
Il maggio 2012 Papa Benedetto XVI ha riconosciuto il martirio di questi intrepidi testimoni della fede, tra i quali anche l’italiano Fra Gaspare Daverio, nato a Bosto (Varese) il 27 aprile 1584 e ordinato suddiacono nel 1610, talvolta considerato nativo di Busto Arsizio.

(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Gaspare Daverio, pregate per noi.  


*Santa Giorgia – Vergine (15 febbraio)

Sec. VI
Martirologio Romano:
A Clermont-Ferrand in Aquitania, in Francia, Santa Giorgia, Vergine.
Gregorio di Tours (m. 594 ca.), molto bene informato sulla storia alverniate per gli anni trascorsi a Clermont d'Alvernia, riferisce la seguente tradizione, relativa all'esistenza ed alle virtú di Santa   Giorgia (De Gloria confessorum, XXXIV).

Ella viveva, verso gli inizi del VI sec., a Clermont, "religiosa atque devota Deo"; si ritirò quindi in campagna, per offrire più liberamente a Dio "le sue ostie di lode" e, ogni giorno, si dedicava al digiuno e alla preghiera.
Alla sua morte, mentre il corpo era trasportato verso la chiesa, venne sorvolato da un immenso stormo di colombe che, durante la sosta in chiesa, andò a posarsi sul tetto per riprendere poi il volo verso la sepoltura.
Il candore delle colombe simboleggiava ed onorava la verginità della defunta. Studiosi qualificati pensano che i resti di Giorgia siano stati custoditi nella chiesa di San Cassiano a Clermont.
Il Martirologio Romano ne fa menzione al 15 febbraio, giorno in cui la iscrive anche il Proprio di Clermont.
(Autore: Paul Viard - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Giorgia, pregate per noi.  


*Beato Giovanni Bodeo - Religioso e Martire (15 febbraio)
Scheda del Gruppo a cui appartiene:
"Beati Federico Bachstein e 13 compagni" Martiri francescani - 15 febbraio
† Praga, Repubblica Ceca, 15 febbraio 1611

Il 15 febbraio 1601 quattordici frati minori venivano barbaramente martirizzati da una folla inferocita, aizzata dai luterani al servizio del vescovo di Passau Leopoldo, che assalì la chiesa ed il convento di Santa Maria della neve di Praga. Per il fatto di essere cattolici e in odio alla fede, i religiosi vennero denudati e martirizzati in diversi modi.
Federico Bachstein, il capogruppo, fu trafitto con una lancia al cuore. Il maggio 2012 Papa Benedetto XVI ha riconosciuto il martirio di questi intrepidi testimoni della fede, tra i quali anche l’italiano Fra Giovanni Bodeo o Rode, nato a Monpiano (Brescia), fratello laico, ortolano e aiutante del sacrestano.
Di Giovanni Bodeo (spesso indicato anche come Giovanni Rode, poiché sul cognome c’è un conflitto di attribuzione) non si sa in realtà molto se non che nacque a Mompiano, zona nord di Brescia, e che nel convento francescano di Praga era fratello laico, ortolano e aiutante del sacrestano.
Qui fu ucciso a sciabolate e incontrò il suo glorioso martirio insieme a tredici confratelli tra cui altri tre italiani. I frati minori arrivarono in Moravia, Boemia, Slesia e Polonia a partire dal 1228 dall’Italia e dalla Germania e vi fondarono numerosi conventi ma non si conosce il motivo preciso per cui questi quattro religiosi lombardi si trovassero a Praga in quel frangente storico: forse erano missionari oppure le loro famiglie erano emigrate in quella terra dove del resto c’era già una presenza italiana abbastanza consistente.
Il martirio dei quattordici francescani si colloca nel contesto delle estenuanti lotte tra protestanti e cattolici che insanguinarono l’Europa nel XVII secolo, dopo che Rodolfo II, re di Boemia e imperatore
aveva concesso la libertà religiosa alle confessioni non cattoliche acuendo, però, così il contrasto tra cattolici e protestanti. Anche in Boemia, poi, dietro a questa lotta ideologica si celavano spesso interessi di potere. I protestanti, infatti, erano sostenuti dall’arciduca Mattia, fratello dell’imperatore, che tramava per spodestare Rodolfo e prenderne il posto.
Le cronache raccontano di un’aggressione senza pari, i corpi dei religiosi furono denudati, tagliati a metà o mutilati ed esposti per quattro giorni nella piazza davanti alla chiesa della Madonna della Neve. Il 15 febbraio del 1611, una grande folla formata da hussiti, calvinisti, luterani e da altri cattolici di schieramento politico diverso fece irruzione nel convento francescano e, nell’arco di quattro ore, dalle 11 alle 15, furono massacrati tutti i frati.
Padre Federico Bachstein, nato in Boemia meridionale, più precisamente a Pomerio, uomo dotto e predicatore di fama, era il Vicario del convento e Maestro dei novizi, fu trafitto con una lancia al cuore. Padre Giovanni Martìnez, di nazionalità spagnola, sacrestano e confessore per gli spagnoli che abitavano a Praga, anch’egli dotto e controversista, come sacrista cercava di nascondere il Santissimo e per questo gli furono tagliate la mano destra e la testa. Padre Simone, francese e sacerdote, raccoglieva l’elemosina, ebbe il cranio spaccato con un grosso bastone e il corpo trafitto. Padre Bartolomeo Dalmasoni, nato a Ponte San Pietro (Bergamo), curava il restauro della chiesa e del convento, era sacerdote e fu flagellato e ucciso a sciabolate.
Tutti e quattro i sacerdoti della comunità erano predicatori e confessori, insegnavano teologia e tenevano molti dibattiti religiosi. Fra Girolamo Degli Arese, di Milano, diacono, fu trafitto con la spada ai piedi dell'altare della Madonna. Fra Gaspare Daverio, nato a Bosto (Varese), suddiacono, si nascose nel campanile con i novizi Fra Giacomo, tedesco di Augusta, e Diego-Giovanni, boemo, ma tutti furono buttati giù dal tetto della chiesa alla fine del massacro. Fra Clemente, tedesco di Sassia, novizio, ebbe la testa tagliata in due con una scure. Fra Cristoforo Zelt, olandese, cuoco, era il più anziano della comunità. Predisse il martirio tre giorni prima e fu il primo del gruppo a subirlo: con una mazza di ferro gli fracassarono la testa. Fra Didak Jan, tedesco, Fra Emanuele, boemo e Fra Antonio, novizio boemo.
Passata la furia omicida, nel nascondimento della notte, Donna Maria Massimiliana, moglie del conte Adamo de Sternberg, e Donna Anna, vedova del vicecancelliere Giovanni Enrico de Pisnice, insieme a due anonimi cittadini si mossero a pietà e, avvolti i cadaveri dei martiri in teli bianchi, li seppellirono nella terra in un luogo vicino all’ingresso del convento.
Il risultato di questa violenza fu che molti degli assassini morirono poco dopo di fame e di peste, Mattia, grazie ai tumulti, riuscì a diventare re di Boemia ma sotto il suo governo il conflitto religioso-politico si inasprì ulteriormente.
La lotta tra le parti si concluderà con la battaglia della Montagna Bianca, combattuta nel 1620 e guidata dal nuovo imperatore Ferdinando II che segnò il rafforzamento delle forze cattoliche e la sconfitta definitiva del fronte protestante nelle terre boeme.
La venerazione verso questi testimoni della fede, barbaramente uccisi per la sola colpa di essere religiosi cattolici iniziò sin da subito, così nel 1616 i loro corpi furono sepolti nella chiesa del convento, sotto l'altare di S. Pietro d'Alcantara. Nel 1947 si aprì il processo ordinario sul martirio, il 10 maggio 2012 è stato promulgato il Decreto che li dichiara Venerabili e il 13 ottobre 2012 sono stati proclamati Beati.
Nella diocesi di Brescia la memoria del Beato Bodeo si celebra il 13 ottobre.

(Autore: Emanuele Borserini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giovanni Bodeo, pregate per noi.
 


*Beato Girolamo degli Arese - Diacono francescano, Martire (15 febbraio)
Scheda del Gruppo a cui appartiene: Beati Federico Bachstein e 13 compagni - Martiri francescani (15 febbraio)
+ Praga, Repubblica Ceca, 15 febbraio 1611
Il 15 febbraio 1601 quattordici frati minori venivano barbaramente martirizzati da una folla inferocita, aizzata dai luterani al servizio del vescovo di Passau Leopoldo, che assalì la chiesa ed il convento di Santa Maria della neve di Praga.
Per il fatto di essere cattolici e in odio alla fede, i religiosi vennero denudati e martirizzati in diversi modi.
Federico Bachstein, il capogruppo, fu trafitto con una lancia al cuore. l maggio 2012 Papa Benedetto XVI ha riconosciuto il martirio di questi intrepidi testimoni della fede, tra i quali anche l’italiano Fra Girolamo degli Arese, di Milano, diacono, ucciso all’età di 24 anni circa.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Girolamo degli Arese, pregate per noi.  


*San Giovita – Martire (15 febbraio)

La loro vita viene ricostruita, con l'aggiunta di diversi elementi leggendari, dalla «Legenda maior».
Di storico vi è l'esistenza dei due giovani cavalieri, convertiti al cristianesimo, tra i primi evangelizzatori del Bresciano e morti martiri tra il 120 e il 134 al tempo dell'imperatore Adriano. La tradizione arricchisce di particolari il loro martirio.
La loro conversione viene attribuita al vescovo Apollonio, lo stesso che poi ordina Faustino presbitero e Giovita diacono.
Il loro successo nella predicazione, però, li espone all'odio dei maggiorenti di Brescia che invitano il governatore della Rezia Italico a eliminare i due col pretesto del mantenimento dell'ordine pubblico.
La morte di Traiano, promotore della persecuzione, ritarda però i piani del governatore, che approfittando della visita del nuovo imperatore Adriano a Milano denuncia i due predicatori come nemici della religione pagana.
Diversi eventi miracolosi li risparmiano dalla morte e spingono numerosi pagani - tra cui anche la moglie di Italico, Afra - a convertirsi. Portati a Milano, Roma e Napoli verranno decapitati infine a Brescia. (Avvenire)
Patronato: Brescia
Etimologia: Giovita = giovane vita, dal latino
Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Brescia, Santi Faustino e Giovíta, Martiri, che, dopo molte lotte sostenute per la fede di Cristo, ricevettero la vittoriosa corona del martirio.
Santi Faustino e Giovita, Martiri
La "Leggenda maior" ci racconta che entrambi erano figli di una nobile famiglia pagana di Brescia.
Entrarono presto nell'ordine equestre e divennero cavalieri.
Attratti dal Cristianesimo, dopo lunghi colloqui con il vescovo sant'Apollonio, chiedono e ottengono il battesimo.
Si dedicano subito all'evangelizzazione delle terre bresciane e per il loro zelo il Vescovo Apollonio nomina Faustino presbitero e Giovita diacono.
Il successo della loro predicazione li rende invisi ai maggiorenti di Brescia che approfittando della persecuzione voluta da Traiano (la terza) invitano il governatore della Rezia Italico ed eliminare i due col pretesto del mantenimento dell'ordine pubblico.
La morte di Traiano ritarda però i piani del governatore, che approfittando però della visita del
nuovo imperatore Adriano a Milano denuncia i due predicatori come nemici della religione pagana.
L'imperatore preoccupato da l'autorizzazione a Italico per la loro persecuzione.
Questi dapprima minacciandoli di decapitazione chiede ai due giovani di abiurare e di sacrificare agli dei, ma i due si rifiutano e per questo vengono carcerati.
Nel frattempo l'imperatore Adriano conduce una campagna militare nelle Gallie e rientrando in Italia si ferma a Brescia, Italico lo coinvolge direttamente nella questione ed è l'imperatore stesso a chiedere ai giovani il sacrificio al dio sole.
I giovani non solo si rifiutano ma danneggiano la statua del dio.
L'imperatore ordina allora che siano dati in pasto alle belve del circo, ma le bestie si accovacciano mansuete ai piedi dei giovani e Faustino approfitta dell'occasione per chiedere la conversione degli spettatori dello spettacolo circense e molti proclameranno la loro fede al Cristo, tra questi Afra, la moglie del governatore Italico, che conoscerà ella stessa il martirio e la santità.
La conversione del ministro del palazzo imperiale nonché comandante della corte pretoria, Calocero, irrita ancor più l'imperatore che ordina che i giovani siano scorticati vivi e messi al rogo, ma le fiamme non lambiscono nemmeno le vesti dei giovani, che vengono condotti in carcere a Milano, perché le conversioni a Brescia continuano ad aumentare.
A Milano sono nuovamente torturati e subiscono il supplizio dell'eculeo, ma anche in questa prigionia succedono eventi miracolosi, come l'uscita dal carcere dei due per incontrare e battezzare san Secondo.
Trasferiti a Roma vengono portati al Colosseo dove nuovamente le belve si ammansiscono ai loro piedi.
Inviati a Napoli per nave, durante il viaggio sedano una tempesta.
A Napoli sono nuovamente torturati e abbandonati in mare su una barchetta, ma gli angeli li riportano a riva.
L'imperatore ordina allora il loro rientro a Brescia dove il nuovo prefetto eseguirà la sentenza di decapitazione il 15 febbraio poco fuori di porta Matolfa.
Saranno sepolti nel vicino cimitero di San Latino dove il vescovo san Faustino (ecco un altro santo con nome Faustino) costruirà la chiesa di San Faustino ad sanguinem, poi Sant'Afra e oggi Sant'Angela Merici.
Alcune reliquie sono oggi conservate nella basilica dedicata ai due martiri.
I due martiri sono raffigurati spesso in veste militare romana con la spada in un pugno e la palma del martirio nell'altra, in altre raffigurazioni sono in vesti religiose, Faustino da presbitero, Giovita da Diacono.
Di storico vi è l'esistenza dei due giovani cavalieri, convertitosi al cristianesimo, tra i primi evangelizzatori delle terre bresciane e morti Martiri tra il 120 e il 134 al tempo di Adriano, che molto probabilmente non li conobbe mai e che da quanto risulta non ordinò mai direttamente una persecuzione, ma semplicemente non intervenne mai per impedire quelle che nascevano nei vari angoli dell'impero.
Il loro culto si diffuse verso l'VIII secolo, periodo in cui fu scritta la leggenda, prima a Brescia e poi per mezzo dei longobardi in tutta la penisola ed in particolare a Viterbo.
Il loro patronato su Brescia fu confermato anche a causa di una visione dei due santi che combattevano a fianco dei bresciani contro i milanesi nello scontro decisivo che fece togliere l'assedio alla città, il 13 dicembre 1438.
(Fonte: www.pietradefusi.3000.it)
Giaculatoria - San Giovita, pregate per noi.  


*Santi Isicio, Giuseppe di Roma, Zosimo, Baralo e Agape – Martiri (15 febbraio)
Martirologio Romano: Ad Antiochia in Siria, Santi Martiri Isicio, Sacerdote, Giosippo, Diacono di Roma, Zósimo, Barálo e Agápe, Vergine.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Isicio, Giuseppe di Roma, Zosimo, Baralo e Agape, pregate per noi.


*Beato Michele Sopocko – Sacerdote (15 febbraio)
Jurowsczyzna, Lituania, 1 novembre 1888 - Białystok, Polonia, 15 febbraio 1975

Nella storia dell’umanità e della fede è stata lunga la via che portò a presentare Dio ai nostri giorni come Padre di misericordia. Ugualmente lunga fu la via del culto pubblico della Chiesa che venera Dio in questo mistero.
Il Nuovo Testamento è la rivelazione piena di Dio, Padre di amore e di misericordia, nella persona di Gesù Cristo. Perché Gesù non soltanto ci ha parlato di questo mistero in Dio, ma ce lo ha reso vicino in se stesso attraverso le sue opere, particolarmente nei confronti degli infelici, erranti e peccatori, e soprattutto attraverso l’espressione suprema dell’amore misericordioso quale fu il sacrificio salvifico della croce. Tramite suor Faustina Kowalska Dio misericordioso ha invitato l’umanità a venerare questo mistero in Lui. Nella Chiesa Suor Faustina è ormai riconosciuta come santa. Meno conosciuta è invece un’altra persona, così strettamente legata col mistero delle rivelazioni di Gesù Misericordioso a Suor Faustina. Si tratta di don Michele Sopocko, un sacerdote dell’Arcidiocesi di Vilna (Vilnius, Lituania), confessore, direttore spirituale e sostenitore di Suor Faustina nelle sue rivelazioni, oggi venerabile.
Il processo di beatificazione di don Sopocko, iniziato a Bialystok nel 1997, lo presenta come un esempio luminoso di vita sacerdotale e come un servitore ardente delle opere di Dio, particolarmente dell’opera della Divina Misericordia. Il processo di beatificazione è anche uno stimolo per avvicinare questa figura a un maggior numero di fedeli, soprattutto ai devoti della Divina Misericordia.

Infanzia e prima formazione scolastica
Michele Sopocko nacque il 1 novembre 1888 a Juszewszczyzna. Gli anni dell’infanzia trascorsero in un’atmosfera favorevole ad una giusta crescita spirituale e religiosa. L’atmosfera che regnò intorno a lui nell’infanzia, come dirà lui stesso, svegliò in lui il desiderio di dedicarsi al servizio di Dio come sacerdote.

Studi nel seminario di Vilna
Michele entrò nell’autunno del 1910 nel Seminario di Vilna e i suoi studi durarono quattro anni. La vita nel seminario trascorreva secondo un ordine prefissato e consuetudini esistenti da molti anni. Michele non aveva difficoltà a rispettare queste condizioni ed esigenze. Non poteva contare sull’aiuto dei familiari e continuò gli studi grazie a un sussidio concessogli dal rettore don J. Uszyllo. Il 29 aprile 1912 ricevette i quattro ordini minori e superò gli esami regolarmente. In questo periodo nei suoi confronti fu usato un trattamento di favore.
I responsabili del seminario decisero di ammetere Michele alle ordinazioni del suddiaconato e diaconato un anno prima del previsto. Una settimana prima della solennità della Pentecoste fu ordinato suddiacono a Kaunas.
Fu ordinato diacono alcune settimane dopo. Ricevette le ordinazioni dalle mani del vescovo di Kielce Augustyn Losiñski. Alla fine del quarto anno di studio, il 15 giugno 1914 fu ordinato sacerdote dal vescovo Franciszek Karewicz.
Vicario a Taboryszki
Dopo l’ordinazione sacerdotale don Michele Sopocko fu mandato nella parrocchia di Taboryszki nel decanato di Turgiele in qualità di vicario. La portata dei compiti assegnatigli dal parroco non fu impegnativa. Chiese dunque di poter iniziare a far catechesi alla gioventù. Il primo anno di lavoro pastorale a Taboryszki si concluse con la celebrazione della Prima Confessione e Comunione per un gruppo di circa 500 bambini. In estate del 1915 il fronte tedesco-russo attraversò Taboryszki. Don Sopocko, nonostante i pericoli che comportava la guerra continuava a svolgere l’attività pastorale, andava da una parrocchia all’altra consolando le persone alle quali il passaggio delle truppe dell’esercito aveva arrecato dei danni.
A Miedniki Królewskie, una località distante 14 chilometri dalla chiesa parrocchiale, era di stanza un reparto tedesco. Ogni tanto un cappellano militare veniva a trovare i soldati per celebrare la Santa Messa nella cappella. A volte chiedeva a don Sopocko di sostituirlo e lui accettava molto volentieri. Durante il suo soggiorno a Taboryszki don Sopocko svolse anche un’attività importante nel settore educativo. Col passar del tempo questo divenne un motivo di persecuzioni da parte delle autorità di occupazione. Don Michele decise di organizzare una scuola in ogni paese di una certa consistenza.
Le autorità di occupazione all’inizio furono molto tolleranti nei confronti di quest’attività, e persino la appoggiavano materialmente. Tuttavia, col passar del tempo il loro atteggiamento mutò in peggio. Don Sopocko fu ostacolato. Non poteva andare a Vilna per assumere gl’insegnanti. Alla fine, le autorità tedesche arrivarono alla conclusione che don Sopocko era un fanatico Polacco che diffondeva le sue idee nella regione di Vilna usando i soldi che gli sarebbero giunti dall’estero. In questa situazione don Michele iniziò a pensare seriamente di partire da Taboryszki.
Studi alla facoltà teologica dell’Università di Varsavia e ministero di cappellano militare
A settembre del 1918 il vicario capitolare di allora J. Hanusowicz diede a don Michele il permesso di partire per Varsavia. La sera del 30 settembre don Sopocko partì di nascosto da Taboryszki, ma i parrocchiani lo scoprirono a Turgiele dove si fermò. Non volevano lasciar partire il loro sacerdote. Dopo i congedi don Michele si recò a Vilna e poi a Varsavia. Arrivato a Varsavia si iscrisse alla Facoltà di Teologia dell’Università locale. La malattia nonché i cambiamenti politici che si verificarono in questo periodo lo ostacolarono negli studi. Don Michele si ammalò di tifo addominale e dovette rimanere in ospedale per ben sei settimane.
A gennaio del 1919 tornò per iniziare gli studi, ma l’università fu chiusa a causa della guerra nell’est, scoppiata subito dopo la proclamazione dell’indipendenza. Si presentò come volontario alla Curia dell’Ordinariato Militare e chiese di essere ammesso a prestare servizio nell’esercito. L’Ordinario militare dell’esercito polacco Stanislaw Gall lo nominò cappellano militare e lo mandò a svolgere il suo ministero nell’Ospedale Militare n. 3 di Varsavia. Tuttavia, passato un mese, don Michele chiese di essere mandato al fronte. Verso la fine di febbraio ottenne dal vescovo il trasferimento al Reggimento di Vilna della Divisione Bielorussa di Artiglieria e si recò immediatamente al fronte. Fu inviato a svolgere il suo ministero pastorale presso le truppe che erano di stanza a Rózanna. Doveva celebrare la Santa Messa, guidare la preghiera e confessare. Confessava numerosissimi soldati.
Don Michele si prendeva cura dei feriti che dovevano soffrire a causa delle condizioni molto difficili per la mancanza di un ospedale. Una lunga marcia insieme alle truppe dell’esercitò gli causò problemi di salute. Era l’inizio del tifo esentematico. Fu trasferito in un ospedale militare organizzato presso il convento delle Suore Immacolatine a Slonim e da lì, a causa dell’avvicinarsi del fronte, fu trasferito nell’ospedale di Wolkowysk. Il ricovero durò alcune settimane e soltanto a primavera lo stato di salute del malato iniziò a migliorare. Don Sopocko, pur in periodo di convalescenza, aiutava nella cura pastorale dei malati. Il ministero negli ospedali non era facile in guerra. Si manifestò chiaramente l’indebolimento della sua salute. Il vescovo militare Stanislaw Gall concesse a don Michele una licenza per motivi di salute.
Una comissione di medici lo inviò al Sanatorio della Croce Rossa in Zakopane. Prima di partire don Sopocko fu onorato dagli ufficiali dello stato maggiore con un ringraziamento speciale per i suoi meriti e per la sua grande dedizione. Finite le cure, all’inizio di settembre del 1919 il vescovo Stanislaw Gall lo volle a Varsavia e lo inviò al Campo di Formazione del Genio di Koœciuszko nel quartiere Powazki di Varsavia. Fra i suoi compiti, in quanto cappellano militare, c’erano: la formazione religiosa e morale dei quadri superiori e dei soldati tramite incontri settimanali, la gestione dell’ospedale militare in via Dzika, il servizio presso l’Ufficio Economico e presso il Primo Reggimento del Genio Minatori a Marymont, nonché la cura del cimitero militare di Powazki.
Nei corsi per ufficiali don Sopocko trattava temi di dogmatica e di storia della Chiesa. Ai cadetti presentava in modo ampio il catechismo e parlava di temi attuali collegati col servizio militare. I temi religiosi e morali di cui parlava durante i corsi furono molto apprezzati dallo stato maggiore. Il Ministero della Guerra pubblicò i suoi corsi a stampa impegnando gli ufficiali a farli conoscere alle reclute in tutti i reparti. Per svolgere il ministero pastorale c’era bisogno di locali adatti. Dunque, don Sopocko iniziò a organizzare nel campo di formazione delle cappelle e chiese che erano abbandonate oppure avevano funzionato come chiese ortodosse durante il soggiorno dei Russi a Varsavia. Fece fare l’altare del Sacro Cuore di Gesù per la cappella della caserma, e per la cappella di Marymont che successivamente fu totalmente ristrutturata, l’altare della Regina Poloniae e due altari laterali: quello di San Casimiro e quello del Sacro Cuore di Gesù. Nella chiesa di San Giosafat posta nel cimitero di Powazki fece ristrutturare gli altari lasciati dagli ortodossi. La domenica e nei giorni festivi celebrava in questi templi le Messe e presiedeva alle funzioni religiose. Oltre i militari, venivano anche gli abitanti della zona.
A ottobre, nonostane il fatto che la guerra fosse ancora in corso, l’università fu riaperta. Don Sopocko si iscrisse alla sezione di Teologia Morale e ai corsi di Diritto e Filosofia. Da quel momento dovette dividere il tempo tra studi e ministero nell’esercito. Si dedicava inoltre all’attività sociale. Organizzò e vegliò sul funzionamento di Aiuto Fraterno Militare (fu il presidente di questa organizzazione), mensa militare e scuola per bambini orfani provenienti da famiglie di militari. Nell’estate del 1920 don Sopocko fu testimone dei fatti successi in prima linea, e subito dopo, già in Varsavia, visse la difesa eroica della città e la vittoria riportata contro l’offensiva sovietica. Dopo anni, nelle sue Memorie commenterà questi eventi come una disposizione straordinaria della Divina Provvidenza e come segno di Misericordia Divina per la Polonia, grazie alle preghiere dei fedeli che nell’agosto di quell’anno affluirono in folla nelle chiese.
In estate del 1920 don Sopocko fu aggredito mentre tornava da solo dall’ospedale in via Dzika. L’intervento dei soldati che si trovavano nei pressi lo salvò forse dal peggio. Uno degli aggressori arrestati era un capo dei comunisti noto alla polizia. Quel tipo organizzava incontri nel cimitero. Dopo questo episodio a don Michele fu assegnata una piccola carrozza e un attendente per garantirgli la sicurezza durante i suoi spostamenti tra l’ospedale e le divisioni affidate alla sua cura pastorale. Fu il maresciallo Józef Pilsudski in persona a dare questo ordine. Aveva l’abitudine di venire a trovare i soldati, alcune volte all’anno. Il Maresciallo scorgeva sempre il cappellano e salutava prima lui. Quindi, appena seppe di quest’aggressione ordinò delle misure particolari per garantirgli la sicurezza.
Pur svolgendo le mansioni di cappellano militare e studiando teologia morale, don Sopocko si iscrisse ancora, in autunno del 1922, all’Istituto Superiore di Pedagogia. Nel 1923 conseguì il dottorato in teologia e si occupò in modo più ampio di pedagogia. A primavera del 1924 fece ricerche tra gli allievi delle scuole elementari e delle scuole medie. Lo scopo di queste ricerche era verificare l’influenza dell’alcool sullo sviluppo delle capacità della gioventù. I risultati di queste ricerche furono in seguito la base per la tesi di laurea intitolata: “Alcolismo fra i giovani dell’età scolastica”, che coronò i suoi studi nell’Istituto di Pedagogia.
Nel 1924 don Sopocko contribuì alla ristrutturazione totale della cappella di Marymont dove si tenevano le funzioni religiose per l’esercito e per gli abitanti della zona. In una sola estate l’edificio capace di contenere alcune centinaia di persone, fu trasformato in una chiesetta ad una navata e tre altari e con un frontone in stile barocco. Il 16 novembre la chiesa fu solennemente consacrata e dedicata alla Regina della Corona Polacca. Il vescovo militare Stanislaw Gall apprezzò l’impegno e il lavoro del cappellano inviandogli un ringraziamento speciale. Anche la stampa di Varsavia si accorse dei suoi meriti pubblicando notizie sulla sua persona e sul lavoro che svolgeva.
Il vescovo di Vilna Jerzy Matulewicz, conoscendo i suoi meriti e il suo operato, e conoscendo anche la preparazione teologica e pedagogica del cappellano intendeva sfruttare le sue capacità impegnandolo a lavorare per la diocesi. All’inizio voleva affidargli l’organizzazione della pastorale della gioventù non scolastica nella diocesi. Don Michele accettò la proposta del vescovo e decise di tornare in diocesi. Fece domanda alla Curia Militare per essere dimesso dalla funzione di cappellano, ma ricevette risposta negativa. Monsignor Matulewicz si rivolse personalmente al vescovo militare e nell’estate del 1924 ottenne la promessa che don Sopocko sarebbe stato trasferito come cappellano militare nella diocesi di Vilna. In questo modo avrebbe potuto partecipare attivamente anche alla pastorale diocesana. Si recò a Poznan per conoscere i principi di organizzazione e i metodi di lavoro con la gioventù non scolastica. Sotto la direzione dei sacerdoti impegnati nel lavoro con la gioventù e dei dirigenti dell’Associazione della Gioventù Cattolica venne introdotto nei principi di questa nuova attività che gli si prospettava davanti. In quest’occasione conobbe anche l’attività dei sacerdoti che diffondevano l’astinenza dagli alcolici.
La decisione formale del vescovo Stanislaw Gall sul trasferimento di don Sopocko per il lavoro nella Regione di Vilna arrivò nell’autunno del 1924. Con questa decisione fu nominato Direttore Pastorale della Regione che abbracciava la guarnigione militare di Vilna nonché le guarnigioni di Nowa Wilejka, Podbrodzie e Berezwecze. Il trasferimento di don Sopocko a Vilna rappresentò il passaggio a un grado superiore, ma nello stesso tempo gli imponeva compiti e responsabilità più grandi.
Pastorale militare e lavoro sociale e didattico nella regione di Vilna.
Don Michele Sopocko giunse a Vilna (Vilnius) l’8 dicembre 1924. Impegnandosi nella pastorale militare don Sopocko decise, insieme alla conferenza dei cappellani militari, che a parte il ministero sacramentale, almeno una volta ogni quindici giorni in ogni reparto si sarebbe tenuto un corso su temi religiosi e morali. La Regione Pastorale di Vilna comprendeva 12 unità autonome con complessivamente più di 10000 soldati. A causa della mancanza di una chiesa di guarnigione, i soldati andavano alle funzioni religiose nelle chiese parrocchiali. Era urgente ottenere una chiesa per i bisogni dell’esercito. Don Sopocko chiese di convocare un’assemblea delle autorità militari, ecclesiastiche, statali e cittadine, durante la quale presentò le difficoltà della pastorale militare e sottomise all’assemblea il progetto di costruzione di una chiesa di guarnigione. Fu deciso che a questo scopo sarebbe stata ricostruita l’ex chiesa di Sant’Ignazio, mutata dalle autorità zariste in un casinò militare, e allora in rovina. Il cappellano iniziò a predicare sulla passione di Cristo, chiedendo contemporaneamente un’offerta per la costruzione. L’inizio dei lavori fu abbastanza promettente, ma l’ottimismo iniziale della costruzione della chiesa, in seguito si cambiò in un fatica lunga e difficoltosa. Nello stesso tempo, insieme ai lavori di ricostruzione, don Sopocko organizzò in uno degli annessi della chiesa una cappella dedicata a Cristo Re, nella quale celebrava le funzioni religiose per le famiglie degli ufficiali. Venivano anche i fedeli di tutta la città. In più, adattò alle funzioni religiose la cappella della Mater Dolorosa sita nel cimitero militare.
Dopo che don Sopocko si era inserito nella pastorale militare nella nuova realtà di Vilna, si impegnò a svolgere l’altro compito assegnatogli dal vescovo. Organizzava la pastorale giovanile per coloro che non frequentavano le scuole. Invitò alla collaborazione gli insegnanti. Con il loro aiuto si riuscì a formare alcune Associazioni di Gioventù Polacca, secondo il modello delle associazioni di Poznan che aveva conosciuto prima di andare a Vilna. In breve fu registrata ufficialmente l’Unione delle Associazioni della Gioventù Polacca.
Tutto questo fu realizzato appena sei mesi dopo l’arrivo di don Sopocko a Vilna. Il suo impegno pieno di dedizione e il grande sforzo messo nei lavori intrapresi con energia nell’esercito e con i giovani si ripercossero sulla sua salute. A primavera del 1925 i medici gli ordinarono di partire per una cura a Zakopane. La cura si protrasse per tre mesi. Le opere che aveva iniziato rimasero in uno stato di stagnazione. Se ritorno don Sopocko si trovò di fronte a un compito difficile per sanare questa situazione. Continuava a raccogliere fondi predicando nelle parrocchie e con l’aiuto delle signore appartenenti al Circolo di Aiuto ai Soldati nonché della Conferenza di San Vincenzo de Paoli, organizzò collette, lotterie. Purtroppo, tutto questo portava un guadagno molto piccolo in confronto all’impegno messo nella preparazione di queste iniziative. Cercò quindi appoggio nel Ministero degli Affari Militari, cercò di acquistare materiali a buon prezzo e organizzò, con l’appoggio dei dirigenti dell’esercito, brigate di lavoro composte da soldati abbassando in questo modo i costi della manodopera. Approfittò due volte anche dell’arrivo del maresciallo Pilsudski a Vilna. Gli chiese personalmente di appoggiare la costruzione della chiesa e due volte ricevette alcune migliaia di zloti. Altra occupazione di don Sopocko dopo l’arrivo da Varsavia a Vilna fu la ricerca scientifica e il lavoro didattico. Continuava gli studi teologici per corrispondenza preparando la tesi di dottorato in teologia morale intitolata “L’etica della famiglia nella legislazione polacca”. Passati due anni, nonostante i limiti di tempo causati da tutti i suoi doveri il 1 marzo 1926 la presentò alla Faccoltà di Teologia dell’Università di Varsavia.
La ricerca scientifica implicava la conoscenza delle lingue straniere, perciò approfondì la conoscenza della lingua tedesca e nello stesso tempo studiava privatamente lingua inglese e francese. Dopo il conseguimento del dottorato intendeva preparare un’altra tesi, questa volta l’abilitazione per la libera docenza. Nel 1927 e 1928 don Sopocko, pur continuando la funzione di direttore della pastorale nel Distretto Militare di Vilna, ricevette altre mansioni di responsabilità: divenne padre spirituale nel seminario diocesano e direttore della cattedra di teologia pastorale all’Università di Vilna. Questi compiti nuovi lo costrinsero a rinunciare alla pastorale nell’esercito. Tuttavia, il vescovo militare ci teneva al suo cappellano così impegnato che svolgeva perfettamente il suo ministero. Per questo motivo tardava con decisione di dimetterlo. In più era ancora in corso la ristrutturazione della chiesa di Sant’Ignazio ed era un compito gestito principalmente da don Sopocko. Don Sopocko fu quindi costretto, per alcuni anni ancora, a conciliare tutte queste funzioni importanti che svolgeva contemporaneamente.

Padre spirituale nel seminario metropolitano e professore all’Università Stefan Bathory a Vilna
L’Arcivescovo Romuald Jalbrzykowski divenne vescovo ordinario dell’arcidiocesi nel 1925. Con decreto dell’8 agosto 1927 nominò don Michele Sopocko padre spirituale del Seminario di Vilna. Per poter svolgere un ruolo tanto importante per la formazione dei futuri sacerdoti, continuando a essere cappellano militare, fu costretto a rinunciare a tenere i corsi per insegnanti e a chiedere un terzo aiutante per la pastorale nella guarnigione di Vilna. A partire dall’autunno del 1927 don Sopocko doveva conciliare il lavoro nel seminario con il lavoro nell’esercito. Il lavoro nel seminario e il ministero stesso di padre spirituale al quale non era fondamentalmente preparato, e che lo aveva persino sorpreso, col passar del tempo iniziò a piacergli. In quanto padre spirituale, nello stesso tempo era nel seminario moderatore di: Congregazione Mariana, Circolo Eucaristico, Terz’Ordine Francescano e Circolo dei Seminaristi dell’Unione Missionaria del Clero.
Sin dall’inizio del suo lavoro pastorale, don Sopocko fu molto sensibile al problema dell’ubriachezza e dell’alcolismo. Un altro ministero simile a quello di padre spirituale svolto nello stesso periodo durante il suo soggiorno a Vilna fu quello di confessore delle religiose.
A settembre del 1929 la chiesa di Sant’Ignazio fu consacrata e data in uso alla guarnigione del Distretto Militare di Vilna. Don Sopocko fu libero dall’impegno di dirigere la ricostruzione della chiesa che lo occupava da tanti anni. Nello stesso tempo il vescovo militare lo dimise dalla funzione di cappellano militare presso questa chiesa e gli concesse un congedo non retribuito di tre anni. Dal momento in cui don Sopocko fu assunto all’Università e liberato dal ministero di cappellano militare, la sua occupazione principale, accanto alla mansione del padre spirituale nel seminario, furono i corsi e il lavoro scientifico. Siccome in quel periodo mancavano i manuali adatti, elaborò lui stesso dei manuali per le materie che insegnava. Successivamente, questi libri di testo furono copiati dagli studenti e per lunghi anni costituirono un aiuto valido negli studi. Le ricerche scientifiche di don Sopocko erano legate principalmente alla preparazione dell’abilitazione e si riferivano al tema dell’educazione spirituale. Per raccogliere i materiali necessari don Sopocko si recò nell estate del 1930 nelle biblioteche dei paesi dell’Ovest Europeo.
Il viaggio fu fruttuoso sia dal punto di vista scientifico che spirituale. Cogliendo l’occasione visitò alcuni luoghi di culto e centri di vita religiosa. A parte il lavoro svolto per preparare l’abilitazione, don Sopocko scrisse anche articoli scientifici e divulgativi di teologia pastorale, articoli per l’enciclopedia ecclesiastica, tenne conferenze e si occupò di pubblicistica. Oltre le mansioni fondamentali che risultavano da funzioni assegnategli dai superiori, don Sopocko si dedicò anche al lavoro sociale in varie organizzazioni religiose. Era in contatto con le Congregazioni Mariane per uomini e per donne. Tenne delle conferenze e corsi per questi gruppi e approfittò del loro aiuto nel lavoro con i giovani che non frequentavano le scuole. Quando organizzò a Vilna una filiale del Circolo degli Intellettuali Cattolici esistente già presso L’Università Cattolica di Lublino, partecipò ai lavori di questo Circolo, particolarmente per quanto riguardava la vita interiore.
Impegnandosi sempre più nel lavoro scientifico, chiese un’altra volta al vescovo militare di dimetterlo dalla mansione di cappellano. Il nuovo vescovo militare Józef Gawlina accettò la domanda e don Sopocko passò alla riserva. Le difficoltà e i problemi conseguenti alla necessità di conciliare la pratica scientifica e didattica all’università con le altre occupazioni nonché il desiderio di dedicarsi in un modo più completo alla scienza contribuirono al fatto che don Michele si rivolse all’arcivescovo Jalbrzykowski con la richiesta di essere liberato dalla funzione di padre spirituale. L’arcivescovo acconsentì, anche se non immediatamente, a liberarlo da questo ministero. Libero degli impegni del seminario, a settembre del 1932, don Sopocko si trasferì nel convento delle Suore della Visitazione, dove in condizioni favorevoli finì l’elaborazione della tesi di abilitazione. Il titolo era: “Scopo, soggetto e oggetto dell'educazione secondo Mikolaj Leczycki”. In base a questo lavoro il 15 maggio 1934 ottenne l’abilitazione alla libera docenza dal professor A. Borowski alla Cattedra di Teologia Pastorale dell’Università di Varsavia. Il Ministero delle confessioni religiose e della pubblica istruzione lo nominò docente dell’Università di Varsavia, e successivamente questo titolo fu trasfertio alla Cattedra di Teologia Pastorale dell’Università Stefan Bathory a Vilna.
A marzo del 1934 don Sopocko si recò in pellegrinaggio in Terra Santa. Visitare la Terra Santa fu per lui una grande esperienza e ne dava testimonianza nei suoi Ricordi e anche nelle relazioni contenute in altre pubblicazioni. A luglio del 1934 l’arcivescovo Jalbrzykowski nominò don Sopocko rettore della chiesa di San Michele a Vilna. Presso questa chiesa era situato il convento delle suore bernardine. Era il loro confessore. In quanto rettore della chiesa don Sopocko arredò un piccolo appartamento presso la chiesa e si impegnò per rinnovare il tempio e per rinnovare e conservare l’immagine miracolosa della Madonna del sec. XV, coronata nel 1750 da Papa Benedetto XIV. Ristrutturò anche il convento adattandolo alle esigenze delle congregazioni religiose contemplative. Queste esigenze non erano osservate perché, prima del ritorno delle suore nel 1919, i locali erano stati adibiti a usi profani. Coprì una parte importante dei costi spendendo i propri risparmi. Don Sopocko fu rettore della chiesa di San Michele fino al 1938.
Al periodo del ministero pastorale di don Sopocko presso la chiesa di San Michele si collega l’incontro con suor Faustina Kowalska della Congregazione delle Suore della Beata Vergine Maria della Misericordia. Questo incontro fu essenziale per tutta la sua vita e la sua futura missione. Dal 1932 era confessore delle suore di questa congregazione. Suor Faustina, giunta a Vilna nel 1933, divenne sua penitente. In Suor Faustina incontrò una persona che venerava la DivinaMisericordia. Lui stesso sperimentò nella sua vita numerose grazie e onorava Dio nella Sua Miericordia.
Suor Faustina ritrovò in don Sopocko il confessore pio e cosciente che le era stato rivelato precedentemente nelle sue esperienze interiori. Iniziò a presentargli in modo sempre più ampio le sue visioni ed esperienze. Don Sopocko le ordinò di descrivere le sue esperienze interiori. In seguito ne leggeva il testo valutandone il messaggio. In questo modo nacque il diario spirituale di Suor Faustina. Suor Faustina, parlando di rivelazioni del Salvatore sperimentate ancora prima del suo arrivo a Vilna e poi nella stessa città, gli presentò alcune richieste, fra cui quella di dipingere un’immagine del Salvatore Misericordiosissimo e quella di far sì che venisse istituita la festa della Divina Misericordia la prima domenica dopo Pasqua.
Don Sopocko chiese al pittore Eugeniusz Kazimirowski di dipingere l’immagine. Per alcuni mesi, nel 1934, suor Faustina insieme al suo confessore si recava dal pittore che dipingeva il quadro secondo le sue indicazioni e osservazioni. Anche se l’aspetto del Salvatore rappresentato nell’immagine non era, secondo il parere di Suor Faustina, bello come nelle visioni, Cristo le avrebbe detto che questa immagine era sufficiente per trasmettere la grazia della misericordia.
In più Suor Faustina ricevette nelle sue visioni l’ordine di fondare una congregazione religiosa che diffondesse l’idea della Divina Misericordia e le preghiere alla Divina Misericordia, tra l’altro la novena e la coroncina. Don Sopocko, prima di mostrare pubblicamente l’immagine che fu dipinta e prima di parlare della Divina Misericordia, si dedicò alla ricerca e alla valutazione critica, secondo l’insegnamento della Chiesa, delle esperienze interiori e del contenuto delle visioni di Suor Faustina. L’immagine fu provvisoriamente collocata nel corridoio del convento delle suore bernardine e nessuno ne conosceva la provenienza. Suor Faustina gli disse allora che il Salvatore non era contento e chiedeva di collocare l’immagine a Ostra Brama, almeno durante il triduo che precedeva la domenica in albis, il triduo che doveva essere organizzato alla chiusura del Giubileo della Redenzione celebrato nel 1935. Don Sopocko soddisfece a questa richiesta. Con il permesso del parroco, collocò l’immagine in una finestra del colonnato della cappella e la domenica indicata tenne un’omelia sulla Divina Misericordia.
Nel marzo del 1936 Suor Faustina partì da Vilna e dopo un breve soggiorno a Walendów nei pressi di Varsavia, fu trasferita nello stesso anno a Lagiewniki vicino a Cracovia. Don Sopocko, teneva i contatti con lei attraverso la corrispondenza e veniva a trovarla a Cracovia. Continuava l’opera di avvicinare al mondo il mistero della Divina Misericordia, affidato anche a lui. Nel 1937 chiese all’arcivescovo Jalbrzykowski il permesso di appendere l’immagine di Gesù Misericordioso nella chiesa di San Michele. Il 4 aprile 1937, cioè la prima domenica dopo Pasqua, dunque, nel giorno in cui era previstala festa, benedisse l’immagine e la collocò accanto all’altare maggiore, tuttavia senza rivelarne la provenienza.
In base all’insegnamento della Chiesa don Sopocko continuò la ricerca teologica delle motivazioni dell’esistenza della misericordia in quanto caratteristica di Dio. Cercava anche le basi per instaurare la festa che Gesù richiedeva nelle rivelazioni. Presentò i risultati delle sue ricerche nonché le argomentazioni che giustificavano l’introduzione della festa in alcuni articoli pubblicati in riviste teologiche nonché in elaborati sul tema dell’idea della Divina Misericordia.
Verso la fine del 1937 lo stato di salute di Suor Faustina peggiorò sensibilimente. Don Sopocko andò a trovarla all’inzio di settembre del 1938. Suor Faustina era già sul letto di morte. In occasione di questi incontri Suor Faustina gli trasmise l’invito a non cessare di diffondere il culto della Divina Misericordia e di cercare di instaurare la festa. Per quanto riguardava la nuova congregazione gli disse, che sarebbe iniziata da alcune piccole cose e l’iniziativa sarebbe stata intrapresa da altri. Lei stessa accettò definitivamente il pensiero di non potere fondare la congregazione, così come era avvento con il quadro. E ciò le venne suggerito dal Signore. Suor Faustina tornò al Signore il 5 ottobre 1938.
Dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale nel settembre nel 1939 don Sopocko decise di non nascondere più la faccenda delle rivelazioni a Suor Faustina, poiché era convinto che la tragedia della guerra e gli eventi collegati con essa confermavano i messaggi rivelati.
Con l’idea della Misericordia Divina era collegata anche l’idea della costruzione di una chiesa nuova. Questa chiesa avrebbe dovuto portare il titolo della Divina Misericordia e avrebbe dovuto sorgere nel quartiere di Snipiszki. Era in periferia di Vilna, in un quartiere abitato da artigiani e famiglie di militari. In questo quartiere c’era anche una grande caserma dell’esercito. Tuttavia, l’attività propizia iniziò soltanto nel 1938 quando fu convocato il Comitato per la Costruzione della Chiesa della Divina Misericordia, ben presto approvato dall’Ufficio Regionale e dall’arcivescovo Ja³brzykowski. La nuova situazione politica interruppe l’attività iniziata e l’ha definitivamente annientata. Le truppe militari sovietiche rubarono i mattoni destinati alla costruzione della chiesa e li usarono per le fortificazioni. Andarono persi anche i risparmi depositati in banca. Ancora nel 1940 don Sopocko presentò alle autorità occupanti una richiesta cercando di ottenere il permesso almeno per la costruzione di una cappella, ma la richiesta fu respinta.

Gli anni dell’occupazione e il periodo del dopoguerra a Vilna
Don Sopocko non si salvò dalle persecuzioni degli occupanti. Anche lui sperimentò il peso dell’occupazione. Accettò la funzione di rettore della chiesa di Sant’Ignazio assegnatagli dalla Curia Arcivescovile nel settembre del 1939. Tuttavia, questo non durò a lungo, poiché l’arcivescovo ancora nello stesso anno lo liberò dal lavoro presso questa chiesa. Questo fatto si verificò subito dopo che i Lituani ebbero preso il potere a Vilna, il 28 ottobre, in forza di un accordo sovietico-lituano. Il cappellano delle truppe lituane don J. Panawa fu nominato rettore della chiesa Sant’Ignazio.
La situazione difficile causata dalla guerra che invadeva territori sempre più ampi dell’Europa, coinvolgendo numerose nazioni nonché il male che si estendeva insieme ad essa, facevano crescere sempre di più il convincimento di don Sopocko che il mondo aveva bisogno della Divina Misericordia. Iniziò dunque a predicare con fermezza crescente l’idea della Divina Misericordia che considerava come la salvezza per il mondo. I parroci di Vilna e dei dintorni lo invitavano a tenere conferenze. Durante la Quaresima, nelle funzioni della passione celebrate nella cattedrale di Vilna teneva omelie sulla Divina Misericordia che attiravano folle di fedeli da tutta Vilna e che riecheggiavano in tutta la città.
In questo periodo don Sopocko iniziò a elaborare un trattato sulla Divina Misericordia e sulla festa in suo onore: „De Misericordia Dei deque eiusdem festo instituendo”. Il Cardinale August Hlond lo incoraggiò a fare questo lavoro ancora prima della guerra. Don Sopoccko gli aveva presentato le sue ricerche sull’opera della Divina Misericordia. Nel frattempo, a giugno del 1940 la Lituania fu novamente occupata dall’ Armata Rossa, e dopo un mese fu inclusa nell’Unione Sovietica come quindicesima repubblica. Don Sopocko fu costretto a interrompere gli incontri dei gruppi di cui si occupava e fu privato della possibilità di pubblicare il trattato sulla Divina Misericordia. Lo aiutò Jadwiga Osiñska la quale, in quanto esperta di filologia classica, si occupava del lato linguistico del trattato. Con l’aiuto di suoi conoscenti si impegnò a stamparne clandestinamente alcune copie usando il ciclostile. Successivamente si occupò di fornire i singoli esemplari a varie persone che avevano la possibilità di partire da Vilna. In questo modo l’opera di don Sopocko arrivò in molte nazioni, e soprattutto ai vescovi di tutta Europa e del mondo intero.
Don Sopocko divenne sospetto a causa della dottrina della Divina Misericordia da lui predicata e a causa della divulgazione di questo culto. Avvertito da un’impiegata dell’Ufficio dello Stato civile riuscì a evitare di essere arrestato. Per motivi di sicurezza partì da Vilna. Continuò a tenere conferenze sulla Divina Misericordia a Olita, Zyzmory, Merecz e nelle altre parrocchie. Finito il pericolo di arresto, tornò a Vilna e iniziò a tenere i corsi nel seminario nel quale, nonostante le difficili condizioni materiali, iniziò il nuovo anno accademico 1940-41. Risiedeva nuovamente presso la chiesa di San Michele dove era collocata l’immagine del Salvatore Misericordiosissimo sempre più venerata dai fedeli.
Il 22 giugno 1941 scoppiò la guerra tedesco-sovietica. In breve Vilna si trovò sotto una nuova occupazione. La popolazione ebraica fu particolarmente discriminata. Don Sopocko, ancora prima della guerra, catechizzava gli Ebrei che cercavano rifugio nella Chiesa e li preparava al battesimo. Il frutto di questi sforzi fu il battesimo di circa 65 persone. Don Sopocko aiutava gli Ebrei sia materialmente che spiritualmente. Tale comportamento implicava gravi pericoli, compreso il pericolo di morte. La Gestapo trovò le tracce della sua attività e per alcuni giorni lo mise agli arresti.
Nell’estate del 1941 don Sopocko partecipò al lavoro per gli inizi della congregazione delle suore che si proponeva l’obiettivo di diffondere l’idea della Divina Misericordia. La sua collaboratrice J. Osinska, persona molto dotata e personalità molto ricca, scoprì in sé il desiderio di consacrarsi in modo particolare al servizio di Dio. Confidò questo desiderio a don Sopocko chiedendogli preghiera e consiglio, in quanto era suo direttore spirituale. Allora egli scrisse un regolamento per lei e per alcune sue colleghe che condividevano gli stessi ideali. Ordinò loro una conferenza settimanale sulla vita interiore. Propose anche di passare una vacanza presso le Suore degli Angeli a Pryciuny per poter conoscere meglio la vita in una congregazione religiosa e mettere in pratica gli esercizi dell’ascesi.
Il soggiorno a Pryciuny divenne per Osinska un ritiro particolare. Dopo il ritorno dichiarò di volersi consacrare a realizzare le idee provenienti da Suor Faustina Kowalska attraverso la creazione di una nuova congregazione della Divina Misericordia. Chiese anche il permesso di pronunciare i voti privati il 15 ottobre 1941, nel giorno della sua patrona santa Edvige. Don Sopocko, riconoscendo in questo un’opera di Dio accolse questa domanda e il giorno proposto, nella cappella delle suore orsoline in via Skopówka, in presenza di Suor H. Majewska, J. Osinska pronunciò i suoi voti prendendo il nome di Faustina.
Alla fine del 1941 i Tedeschi aumentarono il terrore dell’occupazione. L’ultima domenica di Avvento, a causa di una presunta epidemia, chiusero tutte le chiese di Vilna. Seguirono numerosi arresti.Il 3 marzo 1942 i Tedeschi intrapresero un’ampia azione contro il clero. Arrestarono i professori e gli alunni del seminario e quasi tutti i sacerdoti che lavoravano a Vilna. Poco dopo fu arrestato e internato a Mariampol, nel convento dei Mariani, anche l’arcivescovo R. Jalbrzykowski. Il giorno degli arresti la Gestapo tese un agguato nell’appartametno di don Sopocko il quale fu avvertito dalla sua domestica. Riuscì ancora a raggiungere la Curia Arcivescovile dove informò l’arcivescovo che la Gestapo lo stava cercando e gli chiese di essere sollevato dall’incarico dell’insegnamento in seminario ed anche la benedizione per il periodo in cui avrebbe dovuto nascondersi. Le suore lo collocarono in una casa che avevano in affitto al limitare della foresta, distante circa 2 chilometri da Czarny Bór.
Tramite persone appartenenti a Armia Krajowa (Armata Nazionale) ricevette una carta d’identità falsificata rilasciata a nome di Waclaw Rodziewicz. Da quel momento passava per carpentiere e falegname. Faceva strumenti e mobili semplici per la popolazione del luogo. Ogni mattina presto celebrava la Santa Messa, e poi aveva molto tempo per la preghiera e la riflessione personale. Ogni due settimane si recava nella casa delle suore a Czarny Bór per confessarsi. In più si occupava del lavoro scientifico sui testi portati da Osinska e colleghe. I Tedeschi insieme ai Lituani lo cercavano su tutto il territorio della Lituania chiedendo di lui soprattutto nelle case canoniche e tra i sacerdoti.
In autunno del 1944, nonostante le difficili condizioni di vita, l’arcivescovo Jalbrzykowski ordinò di riprendere i corsi nel seminario ecclesiastico. Don Sopocko affrontò i compiti assegnatigli e insieme agli altri professori ed alunni partiva ogni domenica per le parrocchie di campagna per raccogliere i frutti della terra che assicuravano il sostentamento ai seminaristi. Le future suore trovarono un lavoro e una volta a settimana si incontravano nella casa di don Sopocko per una conferenza sulla vita spirituale. All’inizio di novembre gli chiesero di guidare un ritiro spirituale come preparazione alla solennità della Madre di Misericordia di Ostra Brama, poiché proprio in quel giorno desideravano rinnovare i loro voti privati. Don Sopocko accolse questa domanda con gioia. Il 16 novembre sei signorine, dopo la Santa Messa, nella cappella delle suore carmelitane a Zarzecze, si consacrarono con i semplici voti al servizio del Salvatore Misericordiosissimo e della Sua Madre di Misericordia. Il sistema politico introdotto dalle nuove autorità atee e il pericolo di persecuzioni personali più tardi costrinsero le suore a abbandonare Vilna. Prima di partire Osinska chiese a don Sopocko di scrivere loro delle costituzioni di base per la congregazione che si stava formando in modo da poterle presentare alle autorità ecclesiastiche. Don Sopocko preparò in lingua latina il documento denominato „Congregationis religiosae votorum simplicium sub denominatione Ancillarum Misericordiae Divinae. Constitutiones.”
Il 26 agosto 1946 le suore partirono per Wroclaw (Breslavia) per continuare lì l’opera iniziata. Don Sopocko era impiegato anche nel lavoro pastorale fuori Vilna, e approfittava spesso dell’occasione per diffondere l’idea della Divina Misericordia. Le autorità della repubblica, nonostante il loro atteggiamento antireligioso, inizialmente tolleravano l’attività pastorale dei sacerdoti. Tuttavia, man mano iniziarono a limitare il loro lavoro, particolarmente tramite l’impedimento della catechizzazione della gioventù e dei bambini. Don Sopocko organizzò un corso di catechesi presso la chiesa di San Giovanni, dove ogni giorno teneva corsi pomeridiani di catechesi e pedagogia, frequentati da alcune decine di persone. Questi corsi si svolgevano clandestinamente. L’informazione su questi incontri giunse alle autorità. Don Sopocko fu convocato al commissariato. Il pericolo di dover subire delle sanzioni era molto grave, compresa l’eventualità di deportazione in Siberia.
Contemporaneamente, a luglio del 1947, ricevette una provvidenziale chiamata da parte dell’arcivescovo R. Jalbrzykowski che stava a Bialystok. Era chiamato a lavorare in quella parte dell’arcidiocesi. Decise dunque di partire da Vilna il più presto possibile, anche perché stava per finire il periodo assegnato per il rimpatrio nella Polonia Popolare. Prima di partire, illudendosi di lasciare Vilna per un breve periodo, visitò la cappella della Madre di Misericordia di Ostra Brama e alla fine di agosto del 1947 partì per Bialystok. Era l’ultimo trasporto dei Polacchi che si recavano in Polonia via Kaunas e via Prussia Orientale. L’8 settembre il treno varcò il confine della Repubblica Popolare Polacca e don Sopocko giunse a Bialystok.
Professore del seminario arcidiocesano a Bialystok
Arrivato a Bialystok don Sopocko si presentò all’arcivescovo per ottenere gli incarichi che avrebbe dovuto intraprendere nelle nuove condizioni. Si recò anche a Varsavia, al Ministero degli Interni, per ritirare i libri confiscati durante il viaggio da Vilna (Vilnius) a Bialystok. A Varsavia colse l’occasione per andare a trovare il cardinale A. Hlond, interessato alla faccenda della Divina Misericordia. Il cardinale gli riconsegnò il suo elaborato, scritto ancora nel 1940 a Vilna, intitolato “De Misericordia Dei deque eiusdem festo instituendo”.
Verso la fine di settembre don Sopocko andò per alcuni giorni a Myslibórz, dove Jadwiga Osinska e Izabela Naborowska erano agli inizi dell’organizzazione della vita nella comunità religiosa in una casa ricevuta in dono dall’amministatore apostolico di Gorzów don E. Nowicki. Era la prima opportunità di incontrare le sorelle dopo la loro partenza da Vilna. Guardando la chiesa e la casa offerta alle suore,
notò una somiglianza sconvolgente di questi edifici con quelli visti da Suor Faustina Kowalska in una visione che si riferiva alla prima casa della congregazione preannunciata a lei durante le apparizioni. Rimaneva in contatto con le suore aiutandole con i suoi consigli e con l’appoggio spirituale. Sorvegliava lo sviluppo generale della congregazione essendone fondatore.
A ottobre iniziarono i corsi nel seminario ecclesiastico. Don Sopocko teneva gli stessi corsi che conduceva a Vilna: catechesi, pedagogia, psicologia e storia della filosofia. Il lavoro e la presenza di don Sopocko nel seminario non si limitavano soltanto ai corsi. Come a Vilna, continuava a essere confessore degli alunni. Spesso, su richiesta del padre spirituale, teneva anche dei ritiri. Gli anni di lavoro di don Sopocko nel seminario coincisero con la sua polivalente attività pastorale, religioso-sociale ed educativa. Un campo importante di questa sua attività era il lavoro per la sobrietà della società.
Sin dai tempi passati a Vilna, l’opera che impegnava di più don Sopocko e gli fu particolarmente cara, era quella della Divina Misericordia. Con il più grande impegno e fedeltà si dedicò a quest’opera sino alla fine. Senza scoraggiarsi a causa delle riserve e degli ostacoli da parte delle autorità della Chiesa nell’approvazione del culto, causati da alcune irregolarità nella sua diffusione spontanea ed anche da pubblicazioni che non sempre presentavano l’idea della Divina Misericordia in modo corretto, don Sopocko infaticabilmente correggeva gli errori e spiegava le basi teologiche del culto.
Don Sopocko, come a Vilna così a Bialystok, era confessore di religiose. Confessava tra l’altro le suore della Congregazione delle Missionarie della Sacra Famiglia che avevano una casa in via Poleska. Venendo lì per svolgere il suo ministero spirituale notò la possibilità di allargarlo coinvolgendo gli abitanti della zona. Poiché numerosi di essi si incontravano nella piccola cappellina che si trovava nella casa delle suore per partecipare alle funzioni che vi erano organizzate, don Sopocko si impegnò per ampliare la cappella. Con il consenso e l’aiuto delle suore la cappella fu ingrandita, sfruttando una delle stanze della casa.
Il 27 novembre 1957, giorno della Solennità di Cristo Re si tenne la benedizione della cappella che fu dedicata alla Sacra Famiglia. In questo modo nacque un centro pastorale autonomo per gli abitanti della zona. Verso la fine degli anni 50 don Sopocko intraprese due iniziative simili collegate con la costruzione di edifici di culto e organizzò un altro centro pastorale. Uno di queste iniziò con la proposta di M. e J. Cembrzynski che volevano donare alle suore della congregazione del Salvatore Misericordiosissimo in Myslibórz una casa in via Celownicza. Dopo aver ottenuto il permesso delle autorità fu eretto un edificio che purtroppo non fu approvato dalla commissione a causa di piccole inesattezze nella realizzazione del piano. Un’altra azione che impegnò don Sopocko fu la costruzione della chiesa in via Wiejska, nel quartiere Nowe Miasto. Nel 1959 concretizzò l’acquisto di un appezzamento di terreno insieme alla casa in via Wiejska 41, coprendo quasi la metà dei costi con i propri risparmi. Col progetto di costruire una chiesa don Sopocko collegava il piano intrapreso già a Vilna di erigere un tempio dedicato alla Divina Misericordia. Anche questa volta fu costretto a rassegnarsi e ad accettare l’insuccesso dei propri progetti.
Nel 1958, mentre teneva un ritiro per i sacerdoti, don Sopocko subì un danno al nervo facciale. Da allora parlare in pubblico ad alta voce gli costava uno sforzo enorme. Anche un incidente automobilistico che subì nel 1962 a Zakopane dove partecipava a un convegno di professori di teologia pastorale lasciò una sua impronta e segnò la sua salute. Tutto questo fece sì che ogni volta il ministero domenicale nella chiesa comportasse un serio danno alle sue capacità di lavoro per i giorni successivi. Presentò in curia un certificato medico chiedendo di essere dimesso dal ministero pastorale presso la chiesa di Sant’Adalberto. A settembre don Sopocko dichiarò nuovamente che gli era fisicamente impossibile continuare la pastorale, e in risposta il 18 settembre 1962 gli arrivò dalla curia un documento che lo dispensava dai compiti di professore del seminario.

Verso la fine della vita
Questo passaggio improvviso alla pensione fu per lui una sopresa. Sempre attivo, impegnato in molteplici lavori e compiti, forse per la prima volta nella vita, a parte il periodo in cui si nascondeva a Czarny Bór, si trovò di fronte al fatto di avere tempo illimitato unicamente a sua disposizione. Svolgeva il ministero sacerdotale nella cappella in via Poleska. Avendo più tempo portò a compimento i lavori relativi alla Misericordia. In breve, quando cambiò l’atmosfera che era stata creata intorno a quest’opera, vi si consacrò con un ardore tutto nuovo. La ricca personalità sacerdotale di don Sopocko, la sua formazione spirituale e la sua autorità che risultava da esperienze straordinarie della vita, e con questo la sua grande umiltà, attiravano i fedeli.
Don Sopocko cercava anche di portare avanti nella cappella una pastorale nella dimensione propria a un centro autonomo. Organizzava le funzioni religiose e le confessioni, e durante la Quaresima, dei ritiri. Senz’altro è stato lui a mettere le basi per un centro pastorale periferico che successivamente divenne una parrocchia. Quando era ancora in buona salute e le forze glielo permettevano, cercava di partecipare alle solennità diocesane. Era presente ai vari incontri sacerdotali: ritiri, conferenze decanali, convegni per catechisti, simposi scientifici e persino incontri di amici. Cercava sempre di portare qualcosa di positivo. Era edificante per gli altri il suo atteggiamento di maturità sacerdotale, umiltà e semplicità. Si sentiva sempre responsabile per i presbiteri della diocesi, che in gran parte erano stati suoi allievi. Partecipava volentieri alle solennità e feste del seminario. E soprattutto appoggiava il seminario spiritualmente con la sua preghiera. Dava anche un sussidio materiale, specialmente ai seminaristi provenienti da famiglie povere, facendolo con una straordinaria delicatezza e discrezione.
Avendo sempre più tempo a disposizione, si dedicò ad approfondire l’idea della Divina Misericordia. Aveva raccolto molto materiale, aveva a disposizione gli elaborati già iniziati e riflessioni del tutto nuove. Iniziò dunque a scrivere con impegno. In effetti, preparò una serie di opere, tra le quali la più importante era la pubblicazione di quattro volumi “La Misericordia di Dio nelle sue opere”. Il primo volume fu pubblicato a Londra ancora nel 1959, e gli altri tre volumi negli anni 60 a Parigi, grazie all’aiuto di persone votate all’opera della Divina Misericordia che abitavano nell’ovest europeo. Quest’opera fu tradotta anche in lingua inglese.
Una circostanza importante che stimolava l’impegno di don Sopocko fu il fatto che il culto della Divina Misericordia continuava a svilupparsi mentre questa idea destava l’interesse dei teologi. Un altro stimolo e un incoraggiamento a lavorare per la missione della Divina Misericordia fu il processo informativo per la beatificazione di suor Faustina Kowalska inizato nel 1965 dall’arcivescovo di Cracovia Karol Wojtyla. Anche don Sopocko fu impegnato in questo processo come testimone.
L’idea della Divina Misericordia e il culto giunsero in molte nazioni del mondo, ma indubbiamente un ruolo di spicco, soprattutto agli inizi di quest’opera, svolse proprio don Sopocko, un sacerdote che lavorava ai confini della Polonia Orientale. Dedicò a quest’opera quasi tutta la sua vita, dovette sopportare molti dispiaceri e soffrì molto a causa di essa. Raccomandava la Divina Misericordia come mezzo efficace per vincere le sventure del mondo moderno, le sue delusioni e i suoi scoraggiamenti, le sue debolezze e il suo avvilimento. Per poter guarire, il mondo deve tenere presente che, come usava dire: “Il Vangelo non consiste nel predicare che i peccatori devono diventare buoni, bensì nel predicare che Dio è buono con i peccatori”.
Don Sopocko arrivò ai bellissimi giubilei di 50 e poi di 60 anni di sacerdozio. Le celebrazioni di questi anniversari nel seminario divennero per i partecipanti un’esperienza molto commovente ed istruttiva. In quest’occasione numerosi candidati al sacerdozio udirono la testimonianza della sua vita sacerdotale eccezionalmente ricca di molteplici attività e poterono conoscere il suo atteggiamento spirituale. In queste celebrazioni i più edificanti erano i discorsi del festeggiato stesso. Quel sacerdote segnato dagli anni e dalle difficoltà della vita e anche da dolorose esperienze interiori era giunto ormai alla fine della sua vita. Il suo discorso fu il più conciso di tutti i discorsi pronunciati quel giorno. L’anziano sacerdote espresse la profonda gratitudine a Dio per il dono del sacerdozio e poi confessò con grande umiltà che nella sua lunga vita sacerdotale non sempre era stato fedele ai compiti che gli erano stati affidati e che era suo sincero desiderio chiederne scusa a Dio. Chiedeva a tutti i presenti di pregare affinché Dio Misericordioso gli perdonasse le sue infedeltà.
Molti partecipanti a questa festa sentirono che essa era un grande premio morale e una ricompensa a questo venerabile e benemerito sacerdote che aveva faticato tanto per l’opera di Dio, e soprattutto per la diffusione dell’idea della Divina Misericodia. L’unico segno di riconoscenza dei suoi meriti per la Chiesa e per l’arcidiocesi fu la nomina, tuttavia soltanto verso la fine della sua vita, nel 1972, a canonico del Capitolo Metropolitano.
Don Sopocko, durante tutta la sua vita era stato un uomo attivo, ma tutta la sua attività era fondata su solide basi spirituali. Quando diminuirono le forze fisiche e iniziò a essere cagionevole di salute, la vita spirituale prese sempre più spazio diventando il terreno del suo impegno e servizio a Dio. Le citazioni prese da varie letture, trascritte nel suo DIARIO testimoniano il fatto che proprio in questo modo comprendeva il suo ultimo ministero: “Bisogna trattare la vecchiaia come la vocazione a un amore più grande verso Dio e verso il prossimo. Dio ha dei piani nuovi nei confronti degli anziani, vuole andare nel profondo dell’uomo attraverso la rivelazione della sua vita interiore faccia a faccia. L’unico atto efficace che siamo capaci di compiere è la preghiera. In questa passività attiva tutto si sta preparando, tutto si decide, tutto si gioca. Il cielo sarà una recita del “PADRE NOSTRO”.
Morì nella sua stanzetta in via Poleska, il 15 febbraio 1975. Era una sera di sabato, il giorno di San Faustino, patrono di suor Faustina Kowalska.
Il defunto rimase nella memoria del clero e dei fedeli come un sacerdote esemplare che si era dedicato totalmente al servizio di Dio. In breve sorse il desiderio di sottolineare in modo particolare la sua figura luminosa, per la maggiore gloria di Dio e per il bene dei fedeli. Nel DIARIO di Santa Faustina è scritta una promessa del Signore Gesù che riguarda il suo confessore, don Michele Sopocko: “Nella sua corona ci saranno tante corone quante sono le anime che si salveranno tramite quest’opera. Io do il premio per le sofferenze, non per il buon esito del lavoro” (Diario, 90).
Il processo di beatificazione di Don Michele Sopocko nella fase diocesana fu concluso il 29 settembre 1993. Il 20 dicembre 2004 la Congregazione delle Cause dei Santi in Roma promulgava il decreto che constatava l’eroicità delle virtù del Servo di Dio Don Sopocko.
La solenne beatificazione del Servo di Dio Don Michele Sopocko, Confessore di Suor Faustina Kowalska, si è tenuta il 28 settembre 2008 nel Santuario della Divina Misericordia a Bialystok, Polonia, 70 anni dopo la morte di Santa Faustina: “Il Cuore misericordioso di Gesù - ha ricordato nell'omelia l'Arcivescovo Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi - ha forgiato due apostoli della carità divina: Santa Faustina Kowalska e il Beato Michele Sopocko. E invita anche noi a essere testimoni di perdono, donato e ricevuto, grati a questi due Santi Apostoli, che hanno diffuso il messaggio evangelico non solo nella loro nobile patria polacca, ma in tutta la Chiesa e in tutto il mondo”.  
(Autore: Don Henryk Ciereszko - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Michele Sopocko, pregate per noi.  


*Sant'Onesimo – Martire (15 febbraio)

Frigia (Asia Minore), Primo secolo dopo Cristo
Di lui non si hanno quasi notizie. Fu un giovane schiavo che viveva a Colosse e che, derubato il padrone Filémone, scappò a Roma.
Qui, incontrò San Paolo, prigioniero, che lo convertì e battezzò.
Abbiamo queste notizie proprio da San Paolo, che scrisse una lettera a Filémone, offrendosi di restituire quanto rubato e chiedendo il perdono e la liberazione per lo schiavo.
Il “Martirologio Romano” parla del suo martirio, raccogliendo una tradizione per cui Onesimo, consacrato vescovo da San Paolo che lo lasciò ad Efeso come sostituto di Timoteo, sarebbe morto a Roma lapidato, sembra sotto Domiziano.
Emblema: Palma
Martirologio Romano: Commemorazione del beato Onesimo, che San Paolo Apostolo accolse quale schiavo fuggiasco e generò in catene come figlio nella fede di Cristo, come egli stesso scrisse al suo padrone Filémone.
Onesimo, in greco, significa “utile”, “giovevole”. L’uomo così chiamato viveva in Frigia (Asia Minore) come schiavo del cristiano Filemone, amico di Paolo apostolo.
Ma poi è fuggito (forse ha pure derubato il padrone) e guai a lui, se lo prendono: può finire per sempre ai lavori forzati, con la lettera “F” (Fugitivus) impressa a fuoco sulla fronte.
Giorni e giorni di cammino, di nascondigli, di terrore.
Infine, eccolo cercare scampo presso Paolo a Roma.
L’apostolo è in prigionia sotto custodia militaris in una casa, quasi sempre legato con la catena a un soldato, ma libero di ricevere visite.
Qui Onesimo trova pronto rifugio, cerca di rendersi utile nelle occorrenze quotidiane, ascolta i
colloqui di Paolo con tanta gente; l’uomo in catene chiama tutti a entrare "nella libertà della gloria dei figli di Dio".
E chiama anche Onesimo, naturalmente, che un giorno si ritrova cristiano, tenuto da Paolo come un figlio "generato nelle catene".
Poi l’apostolo lo rimanda al vecchio padrone Filemone.
A costui Paolo scrive di suo pugno una lettera stringata e vivace, chiarendo un punto capitale: Onesimo, fuggito come schiavo, ora ritorna come un "fratello carissimo in primo luogo a me, ma quanto più a te, sia come uomo, sia come fratello nel Signore".
Altri pensino ad abrogare la schiavitù con le leggi; Paolo la cancella dal cuore dell’uomo nel nome di Cristo.
E se l’ex schiavo aveva derubato Filemone, pronto l’apostolo garantisce: "Pagherò io!".
Parte Onesimo con Tichico, fedelissimo collaboratore di Paolo, che porta sue lettere ai cristiani di Efeso e di Colossi. E così Paolo lo presenta ai Colossesi suoi compaesani: "Con Tichico verrà anche Onesimo, il fedele e caro fratello, che è dei vostri.
Essi vi informeranno su tutte le cose di qui".
Così l’ex schiavo è già diventato collaboratore dell’evangelizzazione.
Poi ha trovato di certo Filemone, consegnandogli la lettera, che ha potuto giungere fino a noi perché chissà quanti l’avranno via via letta dopo il destinatario, copiandola e divulgandola.
La Chiesa lo ricorda tra i suoi santi, ma non trovano conferma antichi accenni a un Onesimo Vescovo di Antiochia o di Berea (Siria?). Così come non è sicura una tradizione che lo vorrebbe martire a Roma o a Pozzuoli.
(Autore: Domenico Agasso - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Onesimo, pregate per noi.  

  

*San Quinidio - Vescovo di Vaison-La-Romaine (15 febbraio)
† 578 o 579
Martirologio Romano: A Vaison nella Gallia lugdunense, nell’odierna Francia, San Quinidio, vescovo.
San Quinidio è l’ottavo vescovo della diocesi di Vaison. Nella cronotassi dei vescovi, figura dopo San Teodosio e prima di San Barso (?).
La diocesi “civitas Vasiensium”, attestata fin dall’inizio del IV Secolo, è stata soppressa il 29 novembre 1801 e il suo territorio fu annesso all’arcidiocesi di Avignone.
Di lui non sappiamo nulla.
Gli storici affermano che governò la diocesi prima del 573 e fino al 578 o 579, epoca in cui si presume morì.
Di San Quinidio, si ricorda la sua partecipazione al concilio di Parigi del 573, dove resistette in maniera indefessa alle rivendicazioni nei confronti del suo territorio, da parte del conquistatore longobardo, il patrizio Mummolo.
Fin dai tempi antichi il corpo di San Quinidio, era conservato nel priorato di Mauriac, e la stessa città lo onorava, come suo antico protettore.
San Quinidio è il patrono secondario di Vaison. É ricordato anche nei propri di Avignone di Fréjus.
La sua festa si celebra il 15 febbraio.
(Autore: Mauro Bonato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Quinidio, pregate per noi.


*San Severo - Prete in Abruzzo (15 febbraio)
Martirologio Romano: Nella valle di Antrodoco, oggi nel Lazio, San Severo, Sacerdote, di cui fa memoria il Papa San Gregorio Magno.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Severo, pregate per noi.

 

*San Sigfrido di Vaxjo – Vescovo (15 febbraio)

Inghilterra sec. X – Växjö (Svezia), 1030
Era un Vescovo missionario originario dell'Inghilterra da cui si spostò intorno al 995 prima in Norvegia e poi in Svezia. Vi sarebbe giunto attraverso la Danimarca fermandosi a Värend, dove avrebbe costruito una chiesa.
Secondo quanto riferito da antiche tradizioni locali avrebbe affidato la gestione della sua piccola comunità a tre compagni missionari per recarsi presso la fonte di Husaby dove avrebbe battezzato il re Olav Skötkonung.
Al suo ritorno a Värend trovò che i suoi compagni erano stati decapitati.
Sigfrido sarebbe stato il primo vescovo di Skara, nelle regione del Gotland e per la sua attività missionaria nel Paese scandinavo è soprannominato «apostolo della Svezia».
Morì a Växjo intorno al 1030. Il suo culto è particolarmente diffuso in Svezia, Norvegia, Finlandia e Danimarca fin dal XIII secolo.
Sue reliquie si trovano a Copenaghen e Roskilde. (Avvenire)
Etimologia: Sigfrido = con la vittoria dà pace, dal tedesco
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: A Växjö in Svezia, san Siffredo, vescovo: di origine inglese, evangelizzò le genti di questa regione con grandissimo zelo e battezzò in Cristo lo stesso re Olaf.
Fa parte di quella schiera di missionari cristiani, che dalla cattolicissima Inghilterra dell’epoca, partirono per evangelizzare i popoli dell’Europa Settentrionale.
Sigfrid appunto era un vescovo missionario inglese, che predicò in Svezia al tempo del re Olav († 1024), secondo una leggenda scritta nel 1205, egli giunse a Värend attraverso la Danimarca, dove professò la religione cristiana, costruendo anche una chiesa. Lasciò Värend a tre compagni missionari e si recò a battezzare il re Olav Kötkonung, cerimonia che avvenne presso la fonte di Husaby, secondo quanto raccontano le più antiche leggende dei re svedesi.
Quando ritornò a Värend, trovò che i suoi tre compagni erano stati decapitati.
Altro non si sa; secondo la storia dei vescovi locali, Sigfrido è il primo vescovo di Skara, ma ponendo comunque il suo apostolato a Växjö, dove poi morì intorno al 1030.
La sua festa ricorre il 15 febbraio.
Il culto è stato molto diffuso in Svezia, almeno fino all’avvento del protestantesimo; lo Smäland è la regione con il maggior numero di suoi ricordi, vicino ad Husaby vi sono due fonti, una di San Britas e l’altra di San Sigfrid e nella locale chiesa vi è una statua che lo raffigura in abiti vescovili e con in mano un bacile, dove sono poggiate le tre teste dei compagni uccisi.
Växjö è comunque il centro del culto tributatogli e in molte chiese della regione vi sono sculture lignee di Sigfrid, che generalmente sono del tardo Medioevo.  
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Sigfrido di Vaxjo, pregate per noi.  

      

*Santi 21 Martiri Copti in Libia "Chiese Orientali" (15 febbraio)

Papa Tawadro, Patriarca della Chiesa Copta, ha annunciato di voler iscrivere i nomi di questi martiri nel Sinassario, l'equivalente del Martirologio Romano per i cattolici, canonizzandoli così e proponendoli alla venerazione quali santi. Il giorno della loro festa sarà l'8 Amshir (15 febbraio secondo il calendario gregoriano).
Un occidentale non esperto non avrebbe potuto accorgersene. Ma Antonios Aziz Mina, vescovo copto di Giza, cittadina egiziana, nel guardare il video della esecuzione dei ventuno lavoratori cristiani copti uccisi dall’Is ha osservato le labbra dei condannati negli ultimi istanti, e dal labiale ha letto che invocavano il nome di Gesù Cristo.
Il vescovo lo ha dichiarato ieri alla Agenzia Fides, ma forse, nell’incendio che si va allargando sulla Libia, e nell’angoscia che da quel Paese riverbera sul Mediterraneo e l’Europa, a qualcuno potrà apparire una notizia minore.
Le "vere" notizie non sono forse i bombardamenti, le città conquistate e perdute, le cupe minacce lanciate dall’Is? E quel labiale invece, solo poche parole afone, subito travolte nel torrente di sangue che sale dal povero corpo di un uomo trucidato.
Eppure a volte proprio nelle parole dette piano sta qualcosa di molto grande. Non sarebbe stato umanamente più comprensibile, in quell’ultimo istante, supplicare pietà, o maledire gli assassini? Per noi europei, nati in una Chiesa non fisicamente minacciata, è ragione quasi di uno sbalordimento quell’estremo invocare Cristo, nell’ultimo istante.
Noi, che, quanto alla morte, ci preoccupiamo che sia "dignitosa" e "dolce", e magari convocata quando noi riteniamo che sia l’ora.
Questa morte dei ventuno giovani copti, non "dignitosa" e atroce, ci colpisce per la statura che assumono le vittime, morendo nell’atto di domandare Cristo.
Statura, anche questo particolare era stato previsto dall’attento regista dell’Is, nel girare quel video sulla riva del mare. Mentre carnefici e vittime camminano verso il luogo dell’esecuzione infatti è
evidente come i boia siano stati scelti fra uomini molto alti, e come bassi, accanto a loro, appaiano i prigionieri.
Quasi a evocare tacitamente l’idea che i terroristi siano "grandi", e le vittime solo "piccoli" uomini; dentro a un mondo sconvolto, giacché non è il nostro Mediterraneo solare, quella spiaggia livida su cui si frangono onde arrossate dal sangue.
Ogni dettaglio, quindi, era stato previsto dagli assassini per evocare un mondo "altro", in cui dominano i boia intabarrati di nero, a cancellarne perfino le umane sembianze. Ma quell’ultimo labiale non lo avevano previsto, e non sono riusciti a censurarlo. Ostinato come il «no» di Asia Bibi all’abiura, fermo come il «no» di Meriam Ibrahim, in Sudan, quando era in prigione, in catene, con un figlio in grembo, e la prospettiva della impiccagione davanti a sé.
Noi cristiani del mondo finora in pace fatichiamo a capire. Ci paiono giganti quelli che muoiono, come ha detto il Papa dei ventuno copti, da martiri. Eppure se guardiamo le facce di quegli stessi prigionieri nel giorno della cattura, in fila, i tratti mediterranei che li fanno non così diversi da molti ragazzi nel nostro Sud, ci paiono uomini come noi, con gli occhi sbarrati di paura. E allora che cosa determina, nell’ultima ora, quella irriducibile fedeltà a Cristo?
Una grazia, forse, e insieme il riconoscere, con assoluta evidenza, nell’ultimo istante, il nome in cui, perfino nella morte, nulla è perduto: famiglia, figli, madri e padri e amori, non annientati ma ritrovati e salvati. Pronunciano davanti alla morte quel nome come un irriducibile «no» al nulla, in cui i boia credono di averli cancellati.

(Autore: Marina Corradi -  Fonte: Avvenire)

Giaculatoria - 21 Martiri Copti in Libia, pregate per noi.  

      

*San Wilfrido (Walfredo) della Gherardesca - Abate fondatore di Palazzolo (15 febbraio)
Pisa, VIII sec.
Walfredo, ritenuto il capostipite della famiglia della Gherardesca, dopo essersi sposato e aver avuto 5 figli, decise di ritirarsi a vita eremitica con due compagni, Forte proveniente dalla Corsica e Gundoaldo di Lucca.
A Palazzolo, nell'alta val di Cornia, eressero un monastero intitolato a San Pietro chiamando un monaco da San Vincenzo al Volturno per apprendere la regola benedettina. Successivamente fondarono nelle vicinanze anche un monastero per le loro spose e per quelle dei figli di Walfredo che avevano risolto di seguire il padre nella vita monastica.
Uno di loro, però, Ginfrido, dopo essere stato ordinato prete, fuggì dal monastero e Walfredo gli profetizzò una punizione che lo colse con l'amputazione di una falange di un dito: Ginfrido pentito
ritornò allora nel monastero distinguendosi per pietà, tanto che, alla morte del padre che era stato eletto primo abate, fu chiamato a succedergli.
Martirologio Romano: A Palazzolo in Toscana, san Valfredo, abate, che, dopo aver generato cinque figli, decise di condurre con la moglie vita monastica.
A leggere la ‘Vita‘ di San Walfrido della Gherardesca, non si può non rimanere stupiti di come molti secoli fa, si riusciva ad operare delle separazioni fra coniugi e sfaldamento delle famiglie, per raggiungere un ideale religioso da parte di uno o di tutti e due i coniugi, con la benedizione anche della Chiesa.
Walfrido nato a Pisa e vissuto nel secolo VIII, apparteneva alla nobile famiglia toscana della Gherardesca, che in seguito signoreggiò su Pisa nei secoli XII - XIII e il cui primo capo della signoria fu Ugolino della Gherardesca († 1289) la cui triste vicenda e morte fu narrata da Dante nella Divina Commedia.
Uomo di molte virtù, Walfrido si sposò ed ebbe cinque figli che educò cristianamente; in seguito raggiunto un accordo con la moglie, si ritirò sul Monteverdi in provincia di Pisa, insieme a due compagni: Forte nobile della Corsica e Guidoaldo di Lucca un suo parente, anch’egli sposato e con un figlio.
Condussero insieme vita eremitica attirando con la fama della loro austerità, anche altri discepoli. Nel luglio 754, egli eresse, con il permesso del vescovo di Pisa, il monastero di S. Pietro di Palazzuolo, ponendolo sotto la Regola di San Benedetto; lo dotò di beni materiali, sottraendolo ad ogni ingerenza esterna; il tutto è documentato con Atti in copie del sec. XI.
Walfrido ne divenne il primo abate e quattro dei suoi figli lo seguirono come monaci. Ricevé la Regola e l’esempio della vita monastica da Magno, monaco venuto dal celebre monastero benedettino di S. Vincenzo al Volturno. Non poteva mancare il fondare da parte sua e dei monaci, di un altro monastero poco lontano da Palazzuolo, per le loro mogli che desideravano anch’esse condurre una vita monastica.
Non tutto filò liscio, il figlio Ginfrido già ordinato sacerdote, ebbe una crisi spirituale per cui lasciò il monastero. Walfrido, padre ed abate, arrabbiato diremmo oggi, minacciò un castigo ed infatti il fuggitivo, non si sa come, perse una falange di un dito.
Ginfrido colpito da questo fatto, ritornò convertito alla vita monastica, meritando per i suoi meriti successivi, di diventare abate alla morte del padre Walfrido, avvenuta il 15 febbraio 765.
Successivi miracoli e prodigi avvenuti sulla sua tomba e l’esempio delle sue virtù, fecero scaturire ben presto un culto fra i suoi monaci che si diffuse in tutta la regione. Culto che poi venne confermato con decreto del 12 settembre 1861 da Papa Pio IX. È ricordato nel Calendario Benedettino e nelle diocesi di Pisa e di Massa Marittima, il 15 febbraio.   
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Wilfrido della Gherardesca, pregate per noi.  


*Altri Santi del giorno (15 febbraio)
*San
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.


 
Torna ai contenuti | Torna al menu