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Santi del 16 Agosto

Il mio Santo > I Santi di Agosto

*Angelo Mazzinghi (16 agosto)  
Firenze (?), 1386 circa - Firenze, 1438
Martirologio Romano: A Firenze, Beato Angelo Agostino Mazzinghi, sacerdote dell’Ordine dei Carmelitani.
Nacque a Firenze, o nei pressi, in data sconosciuta, ma certamente prima del 1386.
Ricevuto nell'Ordine nel 1413, fu il primo figlio della riforma di S. Maria delle Selve.
Ivi negli anni 1419-30 e 1437 e poi a Firenze negli anni 1435-37 esercitò l'ufficio del priore.
Lettore in teologia, si distinse nella predicazione della parola di Dio.
Morì a Firenze nel 1438.
Il suo culto, già praticato in alcune località, fu confermato nel 1761.
(Autore: Anthony Cilia - Fonte: www.ocam.org)
Giaculatoria - Beato Angelo Mazzinghi, pregate per noi.

*Sant'Armagilo - Abate in Bretagna (16 agosto)  

Gran Bretagna VI secolo - Ploërmel (Bretagna), 570
Martirologio Romano:
In Bretagna, Sant’Armagílo, eremita.
Armagilo, il cui nome è una forma latinizzata di Arthmaël, nacque in Gran Bretagna nel VI secolo e studiò con la guida dell’abate Carentmaël.
Colpito dalle parole di Cristo, narrate nel Vangelo e che aveva udite in una chiesa, decise di impegnarsi nella diffusione del Cristianesimo e si imbarcò per andare in Francia.
Una volta giunto sulla costa occidentale del Golfo di Léon (Finistère) in Bretagna, insieme al suo maestro ed altri compagni, vi fondò il monastero di Plonarzel; ma dopo un certo tempo la tranquillità della Comunità, fu messa in pericolo dall’usurpatore Conmaro, che aveva ucciso Jona il capo delle tribù del luogo.
Armagilo si rifugiò a Parigi, sotto la protezione di Childeberto I re merovingio e nel 555, dopo che Conmaro venne ucciso dal figlio del defunto Jona, ritornò in Bretagna, ottenendo la concessione di una terra nei dintorni di Rennes, dove ripristinò la sua comunità, dando origine all’abbazia ed al centro di Saint-Armel-des Bochaux.
Morì probabilmente verso il 570 nel monastero di Ploërmel (nel golfo del Morbihan) che aveva fondato nella foresta dell’attuale Paimpont.
Il culto per Sant' Armagilo si diffuse largamente in Bretagna, superandone i confini verso le altre regioni francesi; numerosi paesi bretoni presero il suo nome.
Durante il regno di Enrico VII d’Inghilterra (1457-1509) il culto cominciò a diffondersi in Gran Bretagna e nel 1498 il suo nome fu introdotto nel Messale di Salisbury; a Londra è ricordato con il nome di Ermyn.
Il racconto della sua ‘Vita’ è stato scritto nel XII secolo e venne inserito nel Breviario di Saint-Pol-de Léon, stampato nel 1516.
La celebrazione liturgica è al 16 agosto. (Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Le prime testimonianze dell’esistenza di Sant’Armagilo risalgono al XII secolo, anche se con ogni probabilità gli eventi narrati sono da considerarsi leggendari.
Pare che il santo fosse originario del Galles e si sarebbe formato sotto la guida dell’abate Carentmael.
Armagilo meditò di dedicare la sua vita interamente a Dio e, assunti i voti monastici, si trasferì ad Armonica con il suo maestro ed altri compagni.
Insieme con Plouarzel condussero una vita improntata al Vangelo, ma vennero ostacolati nei loro buoni propositi da Conmaro, un usurpatore che aveva ucciso il capo delle tribù locali, Jona.
Partirono allora per Parigi, ad invocare l’aiuto del re Childeberto. Dopo che nel 555 il figlio di Jona vendicò l’assassinio del padre, Armagilo ricevette in dono un terreno vicino a Rennes, presso l’odierna
Saint-Armel-des-Bochaux, ove potè ristabilire la sua comunità.
Fondò anche un altro nuovo monastero a Ploermel nel Morbihan, dove la morte lo colse in pace.
Numerose leggende sorsero sulla sua vita: una narra che addirittura sconfisse un drago portandolo sul Monte Saint-Armel ed intimandogli di gettarsi nel fiume sottostante.
Viene infatti solitamente ritratto con l’armatura e la pianeta mentre affronta tale drago. Vi è inoltre una serie di immagini risalente al XVI secolo oggetto delle vetrate della chiesa di Ploermel.
Una statua del santo si trova nella cappella personale di Enrico VII persso l’abbazia di Westminster, mentre sulla tomba del cardinale Morton nella cattedrale di Canterbury è riprodotta una sua effige. Infine altre immagini del santo si possono riscontrare sul dossale dell’abbazia di Romsey e nella chiesa londinese di Santa Maria aBrookfield.
Il nome di questo santo, italianizzato come Armagilo, è indicato a seconda delle fonti in parecchie accezioni: Armel, Ermal, Erme, Arzel, Arkel, Atrhmael ed Ermyn.
Il suo culto si diffuse abbondantemente, nonostante la scarsità di notizie sul suo conto, è la sua festa, già citata dal calendario di Sarum del 1498, è riportata oggi anche dal Martyrologium Romanum in data 16 agosto.
Tale documento ufficiale della Chiesa lo indica quale eremita, anche se è abitualmente considerato abate.
Da sempre è invocato contro malattie e disgrazie, in particolare contro coliche, gotta, paralisi e reumatismi.
Il re Enrico VII d’Inghilterra era addirittura convinto che l’intercessione del santo lo avesse salvato da un naufragio sulla costa bretone.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Armagilo, pregate per noi.

*Sant'Arsacio di Nicomedia (16 agosto)

Martirologio Romano: Commemorazione di Sant’Arsacio, che sotto l’imperatore Licinio professò la fede cristiana e, abbandonato l’esercito, condusse a Nicomedia vita eremitica; infine, preannunciando l’imminente rovina della città, mentre pregava rese lo spirito a Dio.
E' ricordato da Sozomeno (Hist. ecci., IV, 16), il quale, tuttavia, ne dà poche notizie. Persiano di origine, Arsacio, mentre era soldato, aveva professato apertamente la fede cristiana al tempo di Licinio.
In seguito, abbandonata la milizia, si diede alla vita eremitica nei dintorni di Nicomedia. Predisse il terribile terremoto che il 24 agosto 358 distrusse la città, esortando i suoi concittadini alla preghiera e alla penitenza.
Anche Arsacio, cui Sozomeno attribuisce molti miracoli, morì vittima di questo terremoto. I greci non ricordano il santo nei loro libri sacri, mentre Usuardo ne ha iscritto il nome nel suo martirologio con un bellissimo elogio, ripreso da Sozomeno ed entrato poi nel Martirologio Romano. La festa di Arsacio ricorre il 16 agosto.
(Autore: Filippo Caraffa - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Arsacio di Nicomedia, pregate per noi.

*Beato Enrico da Almazora (Enrique Garcia Beltran) - Diacono e Martire (16 agosto)
Schede dei gruppi a cui appartiene: “Beati Martiri Spagnoli Cappuccini di Valencia”
“Beati 233 Martiri Spagnoli di Valencia Beatificati nel 2001” “Martiri della Guerra di Spagna”

1913 - 1936
Martirologio Romano:
Nel villaggio di Benicasim vicino a Castellón de la Plana sempre in Spagna, Beato Enrico García Beltrán, diacono dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini e martire, che con il martirio fu reso partecipe della vittoria di Cristo.  
Nacque ad Almazora, diocesi di Tortosa e provincia di Castellón de la Plana, il 16 marzo 1913. Fu battezzato lo stesso giorno nella chiesa parrocchiale.
Era figlio di D. Vicente García e di Donna Concepción Beltrán.
Nella sua infanzia crebbe in un ambiente profondamente religioso. Dice il Sig. Vicente Beltrán, suo zio: “Nella sua infanzia era quello che si dice un angelo.
Il bambino non usciva dalla chiesa; il tempo lo impiegava fra questa, la scuola e la casa paterna”. A 14 anni entrò nel Seminario serafico di Massamagrell.
Vestì l’abito cappuccino il 13 agosto 1928 nelle mani di P. Eloy de Orihuela, guardiano, definitore e maestro dei novizi del convento di Massamagrell. Fece la professione temporanea il 1° settembre 1929 a Ollería nelle mani di P. Pio da Valencia, guardiano; e la professione perpetua il 17 settembre 1935.
La Rivoluzione lo sorprese quando era ancora diacono e si preparava a ricevere il sacerdozio. “Era di temperamento gioviale e docile”.
Fra i suoi compagni religiosi “godeva di fama di pietà. Era uomo di vita interiore e aveva una grande devozione a San Giuseppe. Amava la liturgia. Si dedicò allo studio della musica sacra con lo scopo di
dare splendore al culto divino. Si distingueva nel coro per la sua devozione nel canto delle ore canoniche.
Era temperato e mortificato nei pasti; e per il resto era molto umile e notevole per il suo modo di comportarsi e per la sua sottomissione...”.
Lo si ricorda ancora “come fedele osservante delle Regole e delle Costituzioni, sia negli atti diurni che notturni”.
Allo scoppio della Rivoluzione si era rifugiato in casa dei genitori, preparandosi al martirio con la preghiera e lo studio e con grande serenità e coraggio.
Un giorno, nel mese di agosto del 1936, si presentarono nella sua casa due miliziani, che lo arrestarono e lo condussero al posto di guardia della Guardia Civile, che serviva da carcere.
D. Miguel Pesudo, compagno di carcere di fr. Enrique, dice che “visse con fr. Enrique come compagno di prigione, osservando come egli conservasse sempre un carattere gioviale e gioioso.
Ed era uniformato alla volontà di Dio”. Fu preso fuori dal carcere il 16 agosto 1936 e con un gruppo di secolari fu condotto in un luogo detto “La Pedrera” sulla strada da Castellón de la Plana a Benicasim.
Lì furono uccisi, mentre gridavano: “Viva Cristo Re!”. Terminata la guerra, i suoi resti furono identificati e portati nel cimitero di Almazora.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Enrico da Almazora, pregate per noi.

*San Frambaldo (16 agosto)

Martirologio Romano: Nel territorio di Le Mans, in Francia, San Frambaldo, monaco, che alternò la vita solitaria a quella cenobitica.
Due biografie tardive e senza valore non sono utili per la conoscenza di Frambaldo (frate Frambaud, Fraimbauld, Frambold, Frambourg), che sarebbe vissuto come solitario nel Maine, mentre san Innocenzo era vescovo di Le Mans, cioè nel secolo VI.
Egli non tardò a raccogliere intorno a sé dei discepoli e ad insegnare loro a vivere la vita del cenobio; sarebbe morto prima di san Innocenzo, ossia prima del 559.
Due località si disputano l’onore di possedere la sua tomba: San Fraimbault de Gabrone, a sud-est di Le Mans, e San Fraimbault de Lassay, a nord della Mayenne. Tradizioni posteriori di almeno tre secoli aggiungono precisazioni incontrollabili e più die dubbie: Frambaldo sarebbe originario dell’Aquitania e si sarebbe unito a San Avito, San Carileffo e san Costantino per evangelizzare il Pèrche.
Più tardi ancora è presentato come se fosse stato monaco e discepolo di san Massimino il Fondatore, a Micy, monastero dell’Orleanese, che tributava già il culto ad altri santi poco conosciuti, come san Avito e san Carileffo.
Anche altri luoghi hanno onorato Frambaldo: Senlis (Oise) dove una ricognizione delle sue reliquie ebbe luogo, nel 1177, nella collegiata che porta il suo nome; l’abbazia di Santa Maria della Vittoria presso Senlis; Ivry (Seine); Roezé, nella diocesi di Le Mans, che possedeva un priorato, chiamato Saint-Fraimbault, dipendente dall’abbazia di Beaulieu di Le Mans.
Senza dubbio l’estensione del suo culto è dovuta a dipendenze monastiche e a traslazioni di reliquie.
La sua festa, prima celebrata al 16 agosto, è oggi fissata al 18, a Le Mans, a Laval e a Sées.
(Autore: Jean Évenou - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Frambaldo, pregate per noi.

*Beato Gabriele Maria da Benyfayo (Giuseppe Maria Sanchis Mompò) - Religioso e Martire (16 agosto)

Schede dei gruppi a cui appartiene:
“Beati Martiri Spagnoli Terziari Cappuccini dell'Addolorata”
“Beati 233 Martiri Spagnoli di Valencia” Beatificati nel 2001
“Martiri della Guerra di Spagna”
Martirologio Romano:
Nel villaggio di Picassent nel territorio di Valencia ancora in Spagna, Beato Gabriele (Giuseppe Maria) Sanchis Mompó, religioso del Terz’Ordine di San Francesco degli Incappucciati della Vergine Addolorata e martire, che passò al Signore ucciso dai nemici della Chiesa.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Gabriele Maria da Benyfayo, pregate per noi.

*Beato Giovanni Battista Menestrel - Martire  (16 agosto)  

Martirologio Romano: In una sordida galera ancorata al largo di Rochefort in Francia, Beato Giovanni Battista Ménestrel, sacerdote e martire, che, condannato per il suo sacerdozio agli arresti navali durante la rivoluzione francese, portò a termine il suo martirio consunto da piaghe putrefatte.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giovanni Battista Menestrel, pregate per noi.

*Beato Giovanni di Santa Marta - Sacerdote Francescano, Martire  (16 agosto)
Scheda del Gruppo a cui appartiene:
" Beati 205 Martiri Giapponesi" Beatificati nel 1867 - Senza data (Celebrazioni singole)
" Santi e Beati Martiri in Giappone" - Senza data (Celebrazioni singole)

Martirologio Romano: A Kyoto in Giappone, Beato Giovanni di Santa Marta, sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori e martire, che, mentre veniva condotto al supplizio, predicava al popolo e cantava il salmo «Lodate, popoli tutti, il Signore».
Nato a Prados, non lontano da Tarragona, nel 1578, entrò nell'Ordine dei Frati Minori Osservanti della provincia di San Giacomo. Partito dalla Spagna nel 1606, dalle Filippine passò nel Giappone nel 1607. Scoppiata la persecuzione nel 1614, si allontanò dal Giappone per ritornarvi poco dopo a continuare il suo ministero. Arrestato il 24 giugno 1615 fu mandato a Meaco, dove fu chiuso in prigione coi comuni malfattori.
Condannato a morte, subì il martirio mediante decapitazione il 16 agosto 1618. Cinque cristiani che avevano preso il suo corpo, furono imprigionati e l'anno seguente martirizzati. Giovanni fu beatificato da Pio IX il 7 luglio 1867 insieme con gli altri duecentoquattro martiri del Giappone.
Festa il 16 agosto.
(Autore: Filippo Caraffa - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Beato Giovanni di S. Marta, pregate per noi.

*Beato Lorenzo Loricato di Subiaco - Eremita (16 agosto)  

Martirologio Romano: A Subiaco nel Lazio, Beato Lorenzo, detto Loricato, che, avendo ucciso una persona accidentalmente, si impose come espiazione una vita di estrema austerità e penitenza e visse da eremita nella grotta di una montagna.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Lorenzo Loricato di Subiaco, pregate per noi.

*Beata Pietra di San Giuseppe Pérez Florido (Ana Josefa) - Fondatrice (16 agosto)
Valle de Abdalajis, Spagna, 7 dicembre 1845 – Barcellona, Spagna, 16 agosto 1906
La Beata spagnola Pietra di San Giuseppe Pérez Florido, vergine, si dedicò all’assistenza degli anziani abbandonati e fondò la Congregazione delle Suore Madri degli Abbandonati e di San Giuseppe della Montagna. Giovanni Paolo II la beatificò il 16 ottobre 1994.
Martirologio Romano: A Barcellona in Spagna, Beata Pietra di San Giuseppe (Anna Giuseppa) Pérez Florido, vergine, che offrì con sollecitudine assistenza agli anziani soli e fondò la Congregazione delle Suore Madri degli Abbandonati.   
Verso la fine dell’Ottocento e primi decenni del Novecento, ci fu nella Chiesa Cattolica, tutto un fiorire di santi Fondatori e Fondatrici di opere sociali, operanti nel campo dell’istruzione, della cura e accoglienza di poveri, vecchi, abbandonati, orfani, nell’assistenza dei malati a domicilio oppure in ospedali e case di cura, nella formazione professionale di operai, artigiani, agricoltori, nella guida spirituale e formativa di ragazzi e giovani.
In Italia, in particolare nel Piemonte, sorsero figure di grande spessore sociale, che con le loro Opere portarono una ventata d’innovazione fra il popolo, soprattutto nell’assistenza dei giovani ed i bisognosi di ogni genere.
E in supporto alle loro Istituzioni, furono anche Fondatori di Congregazioni religiose, sia maschili che femminili, determinando una ripresa delle vocazioni religiose con nuove finalità.
Ma anche in altri Stati europei, seppur in minor numero e meno conosciute, ci furono belle figure di anime consacrate a Dio e al bene del prossimo, specie se indifeso, debole, bisognoso e in questi ultimi anni, molte hanno raggiunto il riconoscimento ufficiale della Chiesa, con la loro proclamazione a Beati.
Fra loro c’è la Beata spagnola Petra di San Giuseppe, la quale nacque il 7 dicembre 1845 nella vallata di Abdalajís (Malaga, Spagna) ultima dei 19 figli di José Perez e Maria Florido, al battesimo ricevé il nome di Ana Josefa.
La madre morì quando lei aveva tre anni e fu la nonna paterna Teresa Reina, donna molto pia, che s’interessò dell’educazione della numerosa famiglia.
Già da fanciulla rivelò una particolare inclinazione alla carità, alimentata dalla devozione all’Eucaristia, alla Vergine Addolorata e a San Giuseppe.
Giunta alla giovinezza si trovò di fronte alla scelta della propria vita futura; venne due volte chiesta in matrimonio da due giovani di buona famiglia, ma per ragioni politiche le richieste non furono accolte dal padre, con grande sollievo di Ana Josefa, la quale con sincerità affermava: “Io non ho vocazione per il matrimonio”.
Rifiutò altre occasioni che le furono proposte e per questo rifiuto venne trattata con durezza in famiglia; un giorno sentì nel suo cuore una voce che le diceva: “Tu sarai mia” e da quel momento fu convinta che la sua vita dovesse essere dedicata ai poveri.
Dopo un tentativo, fallito per l’opposizione dei familiari, di entrare nella Congregazione delle Piccole Suore dei Poveri, cercò di coinvolgerli nella fondazione di un ospizio per vecchi abbandonati ad Abdalajís, ma inutilmente.
Solo nel 1972 quando il padre acconsentì a lasciarla vivere come lei desiderava: “Figlia mia, vedo che non sei pazza e la tua decisione non è un capriccio. È Dio che ti vuole e dato che la tua gioia sono i poveri, vai con loro quando vuoi, ma lascia che ti veda tutti i giorni”, poté dedicarsi alla sua vocazione.
Ana Josefa Pérez Florido, prese così a curare gli anziani abbandonati, li serviva provvedendo alla loro
igiene personale e li sfamava elemosinando il necessario; la voce si sparse sulle sue buone azioni e ben presto altre tre donne si unirono a lei, Frasquita Bravo Muñoz, la sorella Elisabetta e Raffaella Conjo Jiménez.
L’11 gennaio 1875 morì suo padre ed Anna fu libera di andare più lontano; due mesi dopo il 19 marzo 1875, su richiesta del sindaco di Alora (Malaga), aprì un’altra piccola Casa per anziani, sempre non essendo legata ad alcun Ordine religioso e con l’aiuto delle giovani che si erano unite a lei.
La piccola casa in cui andarono ad abitare, fu denominata “Il portichetto di Betlemme” e qui riceverono un fattivo aiuto, sotto tutti gli aspetti, da parte di un “uomo misterioso”, anonimo.
Ma in lei e nelle altre tre giovani, era sempre più forte il desiderio di donarsi completamente a Dio, non solo visibile nei poveri; per cui dietro consiglio del suo confessore, il 2 novembre 1877 Anna e le compagne indossarono l’abito delle Novizie della nuova Congregazione “Mercedarie della Carità”, fondate dal canonico di Malaga, don Juan Nepomuceno Zegrí, che le lasciò però nella Casa di Alora.
Ma una inquietudine la prese, non comprendeva perché essendo finalmente diventata una suora, la cosa la rattristava e la situazione non cambiò, anzi peggiorò, quando fu trasferita come superiora all’ospedale di Vélez-Malaga; alla fine rinunciò e il 23 settembre 1879 lasciò l’abito mercedario e si mise a disposizione del vescovo di Malaga, mons. Manuel Gomez-Salazar, il quale per metterle alla prova, volle che Anna e le compagne rimanessero a lavorare nel suddetto ospedale.
Il 25 dicembre 1880, diede loro la sua approvazione a fondare una nuova Congregazione, col nome di “Madres di Desamparados” (Madri degli Abbandonati), titolo della Madonna patrona di Valenza.
Si giunse così al 2 febbraio 1891, quando nella chiesa di San Giovanni Battista di Vélez Malaga, le quattro giovani indossarono il nuovo abito e fecero la professione temporanea nella nuova Congregazione delle “Madri degli Abbandonati”, della quale Anna Josefa era la fondatrice su iniziativa del vescovo di Malaga.
Anna Pérez Florido cambiò il nome in Petra di S. Giuseppe, anche le sue compagne presero un nome di religiose e tutte promisero di seguire Gesù Cristo e di vivere povere, ubbidienti e disposte ad amare liberamente tanta gente.
Il cammino della Congregazione fu abbastanza veloce, l’8 gennaio 1883 ci fu la conferma canonica da parte del Vescovo; e il 21 luglio 1891 papa Leone XIII, diede l’approvazione della Santa Sede; dopo pochi mesi il 15 ottobre 1891, fece la professione perpetua.
Devotissima a San Giuseppe, a lui dedicò tutte le Case che fondò, e il 19 marzo 1901, giorno della sua festa, inaugurò a Barcellona un grandioso santuario denominato “San José de la Montaña”; fondando poi nel 1903 la rivista religiosa “La Montaña de San José”, per diffonderne la devozione.
Per questo motivo si aggiunse al titolo della Congregazione “e di San Giuseppe della Montagna”, nel 1905 fu a Roma da papa s. Pio X (Giuseppe Sarto), per illustrare la venerazione al santo padre putativo di Gesù.
Le opere fondate da Petra di San Giuseppe, a favore dei bisognosi, furono collegi, orfanotrofi, case di riposo e ricovero, missioni; esausta per il continuo spostarsi fra una Casa e l’altra e dai conseguenti sforzi per sostenerne le attività, sentì l’avvicinarsi della fine e il 14 agosto 1906 disse alle sue suore. ”Domani, giorno dell’Assunzione di Nostra Signora, desidero ricevere gli ultimi Sacramenti e vediamo se la Santa Vergine mi porta con sé”.
Morì il 16 agosto 1906 a 61 anni, nella Casa del Santuario di San José de la Montaña a Barcellona. Per due giorni, davanti alla sua salma esposta nel Santuario, sfilarono migliaia di persone; poi il 18 fu tumulata nel cimitero di Barcellona.
Le sue spoglie ebbero una storia particolare, il 5 novembre 1920, furono traslate dal cimitero al Santuario di San Giuseppe, dove restarono fino al 1936 quando scoppiò la Guerra Civile in Spagna, poi scomparvero.
Furono ritrovate il 15 luglio 1983 in un terreno di Puzol e dopo le necessarie ricognizioni e autenticazioni, furono inumate il 10 giugno 1984, nella Cappella di S. Giuseppe della Casa Generalizia delle “Madri degli Abbandonati e di S. Giuseppe della Montagna” a Valenza . Il 3 dicembre 1944 fu introdotto il processo per la sua beatificazione. Papa Giovanni Paolo II l’ha proclamata Beata a Roma, il 16 ottobre 1994; la sua celebrazione è il 16 agosto.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Pietra di San Giuseppe Pérez Florido, pregate per noi.

*Beato Placido Garcia Gilabert - Sacerdote e Martire (16 agosto)
Schede dei gruppi a cui appartiene:
“Beati Quattro Frati Minori Francescani di Valencia” Martiri Spagnoli
“Beati 233 Martiri Spagnoli di Valencia” Beatificati nel 2001
“Martiri della Guerra di Spagna”
Benitachell, Spagna, 1 gennaio 1895 – La Plana, Spagna, 16 agosto 1936
Martirologio Romano:
A Denia nel territorio di Alicante sempre in Spagna, Beato Placido García Gilabert, religioso dell’Ordine dei Frati Minori e martire, che affrontò l’insigne combattimento per Cristo.
Placido Garcia Gilabert nacque il 1° gennaio 1895 a Benitachell, nella provincia spagnola di Alicante ed in territorio della diocesi di Valencia. Ricevette il battesimo il giorno seguente con il nome di Miguel.
La sua famiglia, profondamente cristiana, godeva di grande stima tra i conoscenti. In tale ambiente favorevole Miguel imparò ad amare e servire il Signore.
Frequentò gli studi primari, distinguendosi fra tutti i suoi compagni di classe per le sue innate doti
intellettuali e per il suo carattere mite. Fu sempre il primo della classe.
All’età di soli dodici anni entrò nel seminario minore francescano di Benisa, sempre nei pressi di Alicante, dove frequentò i corsi con profitto non indifferente.
Vestì dunque l’abito francescano il 3 ottobre 1910, assumendo il nome religioso di Placido, emise poi la professione semplice il 24 ottobre 1911 ed infine la professione solenne il 10 novembre 1914.
Frequentò gli studi filosofici e teologici nello Studentato Francescano della provincia di Valencia e fu ordinato sacerdote il 21 settembre 1918. Viste le sue notevoli capacità intellettuali e l’attitudine all’insegnamento, fu inviato a Roma, ove nel 1933 conseguì il Lettorato Generale presso la Facoltà di Diritto dell’Antonianum con la qualifica “Summa cum laude”.
Rientrato poi in Spagna, insegnò teologia nello Studentato Francescano di Onteniente, vicino a Valencia. Di questa casa fu anche Guardiano, cioè Superiore, nonchè Rettore del Collegio.
Da vero seguace del poverello di Assisi, fu sempre generoso, umile, caritatevole, prudente, paziente e dotato di spirito di sacrificio.
Allo scoppio della guerra civile, fu costretto dagli eventi politici a cercare rifugio presso i suoi familiari a Benitachell.
Qui il 15 agosto 1936 fu arrestato dai repubblicani ed ucciso all’alba del giorno seguente in località “La Plana”, tra Jávea e Denia.
Ai familiari, che lo invitavano a deporre l’abito religioso per potersi nascondere più facilmente, rispose fermamente: “Cosa mi può capitare? Che mi tolgano la vita? Io la dono con gioia!”. I suoi resti mortali trovarono sepoltura nel cimitero di Benitachell, ove rimasero sino ai 1967, quando furono trasferiti nella chiesa parrocchiale del paese natio.
Placido Garcia Gilabert e tre suoi confratelli appartenenti all’Ordine dei Frati Minori furono beatificati l’11 marzo 2001 da Papa Giovanni Paolo II con un gruppo composto complessivamente di ben 233 martiri della medesima persecuzione.
(Autore: Fabio Ardino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Placido Garcia Gilabert, pregate per noi.

*Beato Radulfo (Rodolfo) di La Fustaie (16 agosto)

Martirologio Romano: Nella foresta di Rennes in Bretagna, Beato Rodolfo de La Fustaie, sacerdote, fondatore del monastero di San Sulpizio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Radulfo di La Fustaie, pregate per noi.

*San Rocco - Pellegrino e Taumaturgo (16 agosto)
Montpellier (Francia), secolo XIV - 16 agosto di anno imprecisato
Le fonti su di lui sono poco precise e rese più oscure dalla leggenda.
In pellegrinaggio diretto a Roma dopo aver donato tutti sui beni ai poveri, si sarebbe fermato a ad Acquapendente, dedicandosi all'assistenza degli ammalati di peste e facendo guarigioni miracolose che diffusero la sua fama.
Peregrinando per l'Italia centrale si dedicò ad opere di carità e di assistenza promuovendo continue conversione.
Sarebbe morto in prigione, dopo essere stato arrestato presso Angera da alcuni soldati perché sospettato di spionaggio.
Invocato nelle campagne contro le malattie del bestiame e le catastrofi naturali, il suo culto si diffuse straordinariamente nell'Italia del Nord, legato in particolare al suo ruolo di protettore contro la peste.
Patronato: Malati infettivi, Invalidi, Prigionieri
Etimologia: Rocco = grande e forte, o di alta statura, dal tedesco
Emblema: Cane, Croce sul lato del cuore, Angelo,
Martirologio Romano: In Lombardia, San Rocco, che, originario di Montpellier in Francia, acquistò fama di santità con il suo pio peregrinare per l’Italia curando gli appestati.  
Nonostante la grande popolarità di San Rocco, le notizie sulla sua vita sono molto frammentarie per poter comporre una biografia in piena regola, comunque è possibile, grazie ai molti studi fatti, tracciare a grandi linee un profilo del nostro Santo, elaborando una serie di notizie essenziali sulla sua breve esistenza terrena.
Tra le varie “correzioni” che sono state proposte alle date tradizionali (1295-1327), si è gradatamente imposta quella che oggi sembra la più consolidata: il Santo è nato a Montpellier fra il 1345 e il 1350 ed è morto a Voghera fra il 1376 ed il 1379 molto giovane a non più di trentadue anni di età.
Secondo tutte le biografie i genitori Jean e Libère De La Croix erano una coppia di esemplari virtù
cristiane, ricchi e benestanti ma dediti ad opere di carità.
Rattristati dalla mancanza di un figlio rivolsero continue preghiere alla Vergine Maria dell’antica Chiesa di Notre-Dame des Tables fino ad ottenere la grazia richiesta.
Secondo la pia devozione il neonato, a cui fu dato il nome di Rocco (da Rog o Rotch), nacque con una croce vermiglia impressa sul petto.
Intorno ai vent’anni di età perse entrambi i genitori e decise di seguire Cristo fino in fondo: vendette tutti i suoi beni, si affiliò al Terz’ordine francescano e, indossato l’abito del pellegrino, fece voto di recarsi a Roma a pregare sulla tomba degli apostoli Pietro e Paolo.
Bastone, mantello, cappello, borraccia e conchiglia sono i suoi ornamenti; la preghiera e la carità la sua forza; Gesù Cristo il suo gaudio e la sua santità.
Non è possibile ricostruire il percorso prescelto per arrivare dalla Francia nel nostro Paese: forse attraverso le Alpi per poi dirigersi verso l’Emilia e l’Umbria, o lungo la Costa Azzurra per scendere dalla Liguria il litorale tirrenico.
Certo è che nel luglio 1367 era ad Acquapendente, una cittadina in provincia di Viterbo, dove ignorando i consigli della gente in fuga per la peste, il nostro Santo chiese di prestare servizio nel locale ospedale mettendosi al servizio di tutti.
Tracciando il segno di croce sui malati, invocando la Trinità di Dio per la guarigione degli appestati, San Rocco diventò lo strumento di Dio per operare miracolose guarigioni.
Ad Acquapendente San Rocco si fermò per circa tre mesi fino al diradarsi dell’epidemia, per poi dirigersi verso l’Emilia Romagna dove il morbo infuriava con maggiore violenza, al fine di poter prestare il proprio soccorso alle sventurate vittime della peste.
L’arrivo a Roma è databile fra il 1367 e l’inizio del 1368, quando Papa Urbano V è da poco ritornato da Avignone.
É del tutto probabile che il nostro Santo si sia recato all’ospedale del Santo Spirito, ed è qui che sarebbe avvenuto il più famoso miracolo di San Rocco: la guarigione di un cardinale, liberato dalla peste dopo aver tracciato sulla sua fronte il segno di Croce.
Fu proprio questo cardinale a presentare San Rocco al pontefice: l’incontro con il Papa fu il momento culminante del soggiorno romano di San Rocco.
La partenza da Roma avvenne tra il 1370 ed il 1371.
Varie tradizioni segnalano la presenza del Santo a Rimini, Forlì, Cesena, Parma, Bologna.
Certo è che nel luglio 1371 è a Piacenza presso l’ospedale di Nostra Signora di Betlemme.
Qui proseguì la sua opera di conforto e di assistenza ai malati, finché scoprì di essere stato colpito dalla peste.
Di sua iniziativa o forse scacciato dalla gente si allontana dalla città e si rifugia in un bosco vicino Sarmato, in una capanna vicino al fiume Trebbia.
Qui un cane lo trova e lo salva dalla morte per fame portandogli ogni giorno un tozzo di pane, finché il suo ricco padrone seguendolo scopre il rifugio del Santo.
Il Dio potente e misericordioso non permette che il giovane pellegrino morisse di peste perché doveva curare e lenire le sofferenze del suo popolo.
Intanto in tutti i posti dove Rocco era passato e aveva guarito col segno di croce, il suo nome diventava famoso.
Tutti raccontano del giovane pellegrino che porta la carità di Cristo e la potenza miracolosa di Dio.
Dopo la guarigione San Rocco riprende il viaggio per tornare in patria.
Le antiche ipotesi che riguardano gli ultimi anni della vita del Santo non sono verificabili.
La leggenda ritiene che San Rocco sia morto a Montpellier, dove era ritornato o ad Angera sul Lago Maggiore.
É invece certo che si sia trovato, sulla via del ritorno a casa, implicato nelle complicate vicende politiche del tempo: San Rocco è arrestato come persona sospetta e condotto a Voghera davanti al governatore.
Interrogato, per adempiere il voto non volle rivelare il suo nome dicendo solo di essere “un umile servitore di Gesù Cristo”.
Gettato in prigione, vi trascorse cinque anni, vivendo questa nuova dura prova come un “purgatorio” per l’espiazione dei peccati.
Quando la morte era ormai vicina, chiese al carceriere di condurgli un sacerdote; si verificarono allora alcuni eventi prodigiosi, che indussero i presenti ad avvisare il Governatore.
Le voci si sparsero in fretta, ma quando la porta della cella venne riaperta, San Rocco era già morto: era il 16 agosto di un anno compreso tra il 1376 ed il 1379.
Prima di spirare, il Santo aveva ottenuto da Dio il dono di diventare l’intercessore di tutti i malati di peste che avessero invocato il suo nome, nome che venne scoperto dall’anziana madre del Governatore o dalla sua nutrice, che dal particolare della croce vermiglia sul petto, riconobbe in lui il Rocco di Montpellier.
San Rocco fu sepolto con tutti gli onori.
Sulla sua tomba a Voghera cominciò subito a fiorire il culto al giovane Rocco, pellegrino di Montpellier, amico degli ultimi, degli appestati e dei poveri.
Il Concilio di Costanza nel 1414 lo invocò santo per la liberazione dall'epidemia di peste ivi propagatasi durante i lavori conciliari.
Dal 1999 è attiva presso la Chiesa di San Rocco in Roma, dove per volontà di Papa Clemente VIII dal 1575 è custodita una Insigne Reliquia del Braccio destro di San Rocco, l’Associazione Europea Amici di San Rocco, con lo scopo di diffondere il culto e la devozione verso il Santo della carità attraverso l’esempio concreto di amore verso i malati ed i bisognosi.
Oltre a quello romano, altri centri rocchiani sono:
- l'Arciconfraternita Scuola Grande di Venezia, che ne custodisce il corpo
- il santuario di San Rocco della sua città natale di Montpellier
- l'Association Internationale che ha sede sempre in Montpellier e che aggrega e collega le diverse associazioni nazionali
- l'Associazione Nazionale San Rocco Italia che ha sede a Sarmato (PC), dove avvenne l'incontro col cane
- il Comitato Internazionale Studi Rocchiani che ha sede in Voghera (PV), località da cui prese avvio il culto.
(Autore: Mons. Filippo Tucci, primicerio Chiesa San Rocco – Roma – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Rocco, pregate per noi.

*Santa Rosa Fan Hui - Vergine e Martire (16 agosto)

Scheda del Gruppo a cui appartiene:
"Santi Martiri Cinesi" (Agostino Zhao Rong e 119 Compagni) - 9 luglio - Memoria Facoltativa

Martirologio Romano: Nel villaggio di Fannjiazhuang presso Wujiao nella provincia dello Hebei in Cina, SAanta Rosa Fan Hui, vergine e martire, che nella persecuzione scatenata dai seguaci della setta dei Boxer, coperta di ferite, fu gettata ancora viva nel fiume.
Nel 1895 la Cina fu sconfitta dal Giappone, in seguito a ciò sorsero delle Società segrete che propugnavano rivolte in modo violento, una di queste erano i ‘Boxers’, appoggiati dall’imperatrice vedova Tzu Hsi e dal suo consigliere principe Tuan, essi dilagarono in modo cruento e xenofobo.
Ne furono vittime i cristiani di ogni fede, sia fedeli, sia missionari che dal giugno 1900 subirono una vera e propria persecuzione.
Fra i tanti martiri di quel periodo vi fu anche Fan Hui che aveva preso il nome di Rosa, essa divenuta un’attiva catechista del villaggio di Kang-kia-tciang e di quelli vicini, dovette nascondersi durante la persecuzione dei ‘Boxers’, cambiando continuamente di luogo.
Insieme ad una sua amica, che in seguito diverrà una reale testimone, trascorse il giorno dell’Assunta e la notte seguente in preghiera, la mattina del 16 agosto 1900 il villaggio fu invaso dai soldati che
arrestarono alcuni cristiani, ma informati della presenza di Rosa di cui avevano saputo lo zelo, con l’aiuto di alcune spie la trovarono e arrestarono.
Subì un interrogatorio costellato di percosse, colpi di lancia e di spada che le facevano grondare sangue abbondante, ma lei non negando di essere cristiana, dimostrava di avere fiducia nella vita eterna e che quindi quei tormenti erano accettati con fede.
Fu spinta tutta sanguinante nel canale del villaggio, ma riuscì a salvarsi dalle acque e raggiungere la riva opposta, raggiunta di nuovo dai carnefici le furono inferte altre ferite da taglio e ributtata in acqua, dove fu travolta dalla corrente annegando, aveva 45 anni.
Fu beatificata insieme ad altri martiri cinesi da Pio XII il 17 aprile 1955 e canonizzata insieme ad altri 119 martiri in Cina, da papa Giovanni Paolo II il 1° ottobre 2000.
Festa religiosa per tutti il 20 luglio.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Rosa Fan Hui, pregate per noi.

*Santa Serena di Roma - Imperatrice (16 agosto)

Roma, inizio IV secolo
Fino alla precedente edizione del ‘Martyrologium Romanum’, Santa Serena, presunta sposa dell’imperatore Diocleziano (243-313) era inserita come celebrazione al 16 agosto, come in
precedenza l’aveva inserita Adone († 875) arcivescovo di Vienne, nel suo ‘Martirologio’ e di seguito nei Martirologi successivi, fino al ‘Romano’ sopra citato. Nell’odierna edizione, essa non è più menzionata, il perché scaturisce dalla grande incertezza che la riguarda come sposa di Diocleziano, infatti Lattanzio (Lucio Cecilio, III-IV sec.) scrittore latino cristiano che visse al tempo ed alla corte di Diocleziano, afferma nel suo “De mortibus persecutorem” che la moglie e la figlia si chiamavano Prisca e Valeria e che furono costrette a fare riti pagani.
Mentre i leggendari “Atti” di San Marcello e di santa Susanna, parlano invece di un’imperatrice di nome Serena, moglie di Diocleziano, che intervenne per difendere i cristiani dalla persecuzione scatenata dal marito, la decima e la più violenta.
Evidentemente il suo intervento fu proficuo, riguardo il termine della persecuzione, perché nel 305 Diocleziano abdicò e si ritirò a Spalato.
Probabilmente dall’antichità, venne considerata per questo, una figura Santa da venerare, senz’altro con evidente esagerazione.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Serena di Roma, pregate per noi.

*Beati Simone e Maddalena Bokusai Kyota, Tommaso e Maria Gengoro, e Giacomo Gengoro - Martiri (16 agosto)
† Kokura, Giappone, 16 agosto 1620
Martirologio Romano:
A Kokura sempre in Giappone, beati martiri Simone Bokusai Kyota, catechista, e Maddalena, coniugi, Tommaso Gengoro e Maria, anch’essi coniugi, e il piccolo Giacomo, loro figlio, che, per decreto del prefetto Yetsundo, furono crocifissi insieme a testa in giù in odio al nome di Cristo.
Simone Bocousai Kiota e Maddalena sua sposa, Tommaso Ghengoro, Maria sua sposa e Giacomo loro figlio, sotto l’accusa di aver insegnato la dottrina cristiana nonostante gli editti dell’imperatore, furono condannati a essere crocifissi a testa in giù, come San Pietro, da Yetsoundo, governatore di Concoura, capitale del Bougen.
L’esecuzione ebbe inizio il 16 agosto 1620. due ore dopo la levata del sole. Simone e Maddalena, essendo alquanto avanzati in età, spirarono il giorno dopo, verso sera; Maria resistette più a lungo, sebbene non si sappia quanto; Tommaso e Giacomo, poiché erano ancor vivi dopo tre giorni, ebbero i fianchi trapassati a colpi di lancia.
I loro corpi vennero bruciati e le ceneri sparse al vento. La beatificazione ebbe luogo nel 1867. Sono commemorati il 16 agosto.
(Autore: Pietro Burchi - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beati Simone e Maddalena Bokusai Kyota, Tommaso e Maria Gengoro, e Giacomo Gengoro, pregate per noi.

*Santo Stefano di Ungheria - Re (16 agosto) - Memoria Facoltativa  
Esztergom, Ungheria, ca. 969 - Budapest, Ungheria, 15 agosto 1038
Di nobilissima famiglia, e gli ricevette da bambino una profonda educazione cristiana. Consacrato re d'Ungheria nella notte di Natale dell'anno mille con il titolo di "re apostolico", organizzò non solo la vita politica del suo popolo, riunendo le 39 contee in unico regno, ma anche quella religiosa gettando le fondamenta di una solida cultura cristiana.
Egli divise il territorio in diocesi, eresse chiese monasteri, fra cui quello famoso di San Martino di Pannonhalma, ed appoggiò il clero servendosi come collaboratori di Benedettini di Cluny. Aveva sposato una principessa, Gisella di Baviera, che lo sostenne nella sua opera e che alla sua morte si richiuse nel monastero benedettino di Passau.
Etimologia: Stefano = corona, incoronato, dal greco
Martirologio Romano: Santo Stefano, re d’Ungheria, che, rigenerato nel battesimo e ricevuta da Papa Silvestro II la corona del regno, si adoperò per propagare la fede cristiana tra gli Ungheresi: riordinò la Chiesa nel suo regno, la arricchì di beni e di monasteri, fu giusto e pacifico nel governare i sudditi, finché a Székesfehérvár in Ungheria, nel giorno dell’Assunzione, la sua anima salì in cielo.
(15 agosto: A Székesfehérvár in Pannonia, nell’odierna Ungheria, anniversario della morte di santo Stefano, re di Ungheria, la cui memoria si celebra domani).
Nell’anno 983 venne consacrato vescovo di Praga Adalberto, un personaggio dietro al cui nome germanico si celava in realtà un autentico slavo, Voytech, appartenente a una nobile famiglia della Boemia.
Quando la principessa Adelaide gli chiese di inviare missionari in terra ungherese, egli finì per unirsi a loro e a lungo si è sostenuto che proprio ad Adalberto si dovesse la conversione del principe magiaro Geza, che venne da lui battezzato nel 985 insieme al figlio Vajk, al quale fu imposto il nome di Stefano e che diventerà il vero artefice della definitiva cristianizzazione dell’Ungheria.
In verità, gli storici, di recente, hanno manifestato seri dubbi circa il fatto che sia stato Sant’Adalberto ad amministrare il battesimo a Stefano, al quale fu imposto tale nome assai probabilmente in onore del santo protomartire patrono della diocesi di Passavia, che svolse un ruolo decisivo nella conversione di Geza e delle genti magiare.
Fondatore della chiesa ungherese
Stefano nacque fra il 969 e il 975, intorno al 995-996 sposò Gisella, figlia del Duca di Baviera e nel 997 succedette al padre sul Trono d’Ungheria.
Ciò lo costrinse a un’aspra guerra contro un altro pretendente alla Corona, e nel 1000 Papa Silvestro II, con il beneplacito dell’Imperatore Ottone
III, gli fece pervenire le insegne regali: nel Natale di quello stesso anno Stefano fu consacrato e incoronato primo Re di Ungheria.
Tra i più importanti provvedimenti da lui adottati, vi fu quello riguardante la strutturazione della Chiesa ungherese: a questo proposito la tradizione gli attribuisce la creazione di dieci diocesi e la fondazione e il consolidamento di numerose abbazie, tra le quali spicca quella benedettina di Pannonhalma.
Egli stabilì poi che venisse costruita una chiesa comune ogni dieci villaggi. La cristianizzazione del popolo ungherese operata dal santo re si effettuò nel segno della riforma cluniacense. Per altro egli si mantenne in corrispondenza con l’abate di Cluny Odilo.
Inoltre, Stefano fece venire dall’estero molti ecclesiastici, affinché collaborassero alla sua opera di evangelizzazione: il più famoso di questi fu san Gerardo, proveniente da Venezia, che diventò vescovo e che perse la vita in seguito a una rivolta pagana.
Stefano ebbe massimamente a cuore la sicurezza dei pellegrini che si recavano in Terra Santa: rese meno precario il loro cammino lungo le terre balcaniche e fece costruire a Gerusalemme un alloggio per gli ungheresi che là si recavano.
È opportuno ricordare che la nuova chiesa da lui creata, con le scuole erette presso i capitoli e i chiostri, pose la basi dell’insegnamento in Ungheria. Stefano si dimostrò pure un valente sovrano, capace di rafforzare il suo regno e di condurre un’equilibrata politica estera.
Il santo re morì nel 1038 e fu canonizzato nel 1083, dopo che il nuovo sovrano Ladislao si era fatto protettore del suo culto, presentandosi così come il suo erede spirituale e una sorta di secondo fondatore del regno cristiano d’Ungheria.
La canonizzazione sarebbe avvenuta per ordine del papa Gregorio VII e alla presenza di un suo legato. Particolarmente interessante risulta il fatto che Stefano fu il primo sovrano medievale a essere santificato come “confessore” e non come martire, a motivo dei meriti religiosi da lui acquistati durante la vita: in Stefano la figura del re giusto si fonde con quella del santo cristiano e ciò rappresentò subito la chiara dimostrazione che un sovrano può diventare santo al fianco della Chiesa.
Un culto sempre vivo nella devozione degli ungheresi
La Legenda maior che lo riguarda fa di Stefano un autentico soldato di Cristo, sempre assistito da una schiera di santi: non bisogna dimenticare a questo proposito che anche la moglie Gisella, che negli ultimi anni di vita divenne badessa di un monastero benedettino bavarese, è annoverata tra i santi e le sue reliquie sono ancora oggi assai venerate e meta di continui pellegrinaggi.
Vi sono poi una Legenda Minor, che ci tramanda l’immagine di un re Stefano energico e rigoroso, e una terza leggenda, che potrebbe essere stata composta dal vescovo di Gyor Arduino, la quale aggiunge numerosi particolari sulla vita e l’opera di Stefano: per esempio, in essa si racconta come il santo re, in punto di morte, avesse offerto il proprio regno alla Vergine Maria.
La novità più significativa contenuta in questa leggenda di Arduino è rappresentata dal racconto della canonizzazione del 1083. Il culto di Santo Stefano non si è mai appannato nel corso dei secoli e ancora oggi è assai vivo in Ungheria: la sua festa è la più importante e la più sentita dal popolo magiaro, che la celebra con particolare partecipazione. L’iconografia di Stefano è assai ricca: egli vi appare sempre come il re saggio, magnanimo e devoto.
(Autore: Maurizio Schoepflin - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Padre e figlio battezzati insieme: sono Geza, principe dei Magiari, e suo figlio Vaik, che prende il nome di Stefano; l’anno è il 973/974. Ancora pochi decenni prima, i Magiari o Ungari atterrivano l’Europa con le loro micidiali spedizioni di preda, troncate poi nel 955, con una strage, dal futuro imperatore Ottone I di Sassonia. Geza avvia un’opera di enorme difficoltà: radicare nella terra questo popolo che vi era stato sempre attendato; sostituire la tenda con la casa, il lavoro nelle terre proprie al saccheggio di quelle altrui.
Morto lui, tocca a Stefano l’impresa di dare agli Ungari uno Stato con indipendenza garantita. Qui è fondamentale l’aiuto di Silvestro II, il papa dell’anno Mille, che si fa patrono dell’Ungheria con un segno chiarissimo: manda a Stefano da Roma la corona regia, insieme al titolo di “re apostolico” (che durerà fino alla caduta dell’Impero austroungarico, nel 1918).
L’opera di Stefano richiederebbe lo sforzo di generazioni: è duro sostituire il nomadismo con la stabilità. Il re deve inventare un’amministrazione dello Stato, e si ispira al modello occidentale dei “comitati” o contee; sviluppa ancora l’opera di suo padre per la diffusione del cristianesimo, creando subito una struttura di vescovadi e di monasteri (questi, con la regola di Cluny) e tenendo d’occhio personalmente la disciplina del clero. Buoni successi ottengono i missionari cechi, molto popolari (sono compatrioti del grande Adalberto di Praga, che ha dato la cresima a Stefano). Stefano si rivela un sovrano avanzato per il suo tempo anche con le Admonitiones, che sono un apprezzato vademecum del buongoverno.
Ma deve fare i conti con resistenze durissime alla sua legislazione e al suo sforzo per una cristianizzazione rapida. Ha contro di sé anche alcuni parenti, che aspettano soltanto la sua morte per ribellarsi. E Stefano non ha un erede diretto, perché il suo unico figlio, Emerico, è morto in giovanissima età.
Morendo, designa allora a succedergli un mezzo italiano, suo nipote dal lato materno: Pietro Orseolo, figlio del doge veneziano Pietro II. Il nuovo Stato ungherese c’è, e fra gli alti e bassi della storia vedrà compiersi il suo primo millennio. Ma alla morte di Stefano incomincia una stagione torbida, per motivi politici e per motivi religiosi.
Il nuovo re Pietro Orseolo, poco dopo la proclamazione, viene già spodestato. Recupera poi il trono con l’aiuto tedesco, e infine nel 1046, ancora sconfitto, sarà accecato e ucciso. Le lotte continuano in varie parti del Paese, anche con l’uccisione di missionari cristiani, tra cui quella di san Gerardo e dei suoi compagni. Ma al ritorno della tranquillità il cristianesimo è già profondamente radicato in gran parte del Paese. Nell’anno 1083 (nel giorno in cui si festeggia l’Assunta da lui venerata), re Stefano viene canonizzato insieme al figlio Emerico. La Chiesa lo venera come Santo dal 1686.
(Autore: Domenico Agasso - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santo Stefano di Ungheria, pregate per noi.

*San Teodoro di Octoduro - Vescovo (16 agosto)  
Vallese (Svizzera), IV secolo
San Teodore, popolarmente conosciuto come Teodulo, è considerato il primo vescovo del cantone svizzero del Vallese. Partecipò probabilmente al concilio di Aquileia ed al sinodo di Milano. A lui è attribuita la traslazione delle reliquie dei martiri della Legione Tebea e l’edificazione del primitivo santuario in loro onore a Sain-Maurice. Come San Grato di Aosta, anch’egli è invocato contro le avversità atmosferiche.
Patronato: Diocesi di Sion (Vallese, Svizzera)
Etimologia: Teodoro = dal greco: dono di Dio
Emblema: Mitra, Pastorale, Modellino di una chiesa
Martirologio Romano: A Sion nel Vallese nell’odierna Svizzera, san Teodoro, primo vescovo della città, che, seguendo l’esempio di sant’Ambrogio, difese la fede cattolica contro l’arianesimo e venerò con tutti gli onori le reliquie dei martiri di Agauno.
Il nome del santo vescovo Teodulo suonerà certamente familiare a quegli alpinisti che abbiano attraversato il passo omonimo che divide la valdostana Cervinia dalla svizzera Zermatt.
Il personaggio in questione, chiamato talvolta Teodoro, non è assolutamente da confondere con un altro Teodulo, facente parte del gruppo dei Quaranta Martiri di Sebaste.
Questi due nomi con cui è conosciuto fanno sicuramente pensare ad un’origine orientale. Di fatto, non si sa assolutamente nulla di certo circa il suo paese natale. Pare che sia stato inviato dal vescovo
milanese San Protasio ad evangelizzare il Vallese, odierno cantone svizzero.
Esiste un documento che attesta che Teodulo fu vescovo di Octodurum, l’attuale Martigny: è la sua firma al concilio di Aquileia del 381.
In questo concilio, in cui si condannarono i vescovi ariani Palladio e Secondino, Teodulo dichiarò: “Noi riteniamo che Palladio, negando che il Cristo è Dio e costerno al Padre, non è in alcun modo cristiano né vescovo”.
Sant’Ambrogio convocò inoltre nel 393 il sinodo di Milano ove si condannò il prete Gioviniano, che non credeva alla verginità di Maria.
La firma “Theodorus” che appare sugli atti del sinodo non porta tuttavia la dicitura “episcopus octodurensis”.
Teodoro, popolarmente noto come Teodulo, è dunque il primo vescovo conosciuto del Vallese, con sede ad Octodurum.
Gli scavi condotti dal 1990 al 1993 sotto la chiesa parrocchiale di Martigny hanno portato alla luce dei resti romani del II e III secolo, nonché paleocristiani a partire dal V secolo. In particolare è stato rinvenuto un insieme di rovine simili a quelle scoperte sotto la cattedrale di Saint-Pierre a Ginevra. Molto probabilmente la sede episcopale fu trasferita da Martigny a Sion nel 585 sotto l’episcopato di Eliodoro.
La fama di Teodulo è particolarmente legata alla scoperta di ossa di martiri della Legione Tebea ed alla loro “translatio” in una basilica della cui edificazione egli stesso si sarebbe fatto primo promotore, ai piedi di una rocca sormontante la cittadina di Agaunum, odierna Sain-Maurice.
Mancano purtroppo altre date precise sulla sua vita. Vi sono invece due leggende a proposito di un Teodoro, forse non realmente inerenti al vescovo in questione, ma comunque assai popolari e degne di essere menzionate.
Secondo la prima, Teodoro si sarebbe recato un giorno a Roma ed avrebbe ricevuto dal papa una campana, in segno di riconoscenza per le preghiere del santo vescovo che gli avevo impedito di commettere un grande peccato.
Dinnanzi all’evidente difficoltà di trasportare tale campana a Sion, Teodoro avrebbe ordinato al diavolo, in nome di Dio, di occuparsi del trasporto e così avvenne. La cosiddetta “campana beati Theoduli” suonava ancora contro le intemperie attorno al 1335.
La seconda leggenda racconta invece che dei viticultori si recarono piangenti da Teodulo perché, dopo una cattiva annata, la vendemmia aveva reso pressoché niente.
Il Santo si ritirò allora in preghiera ed ordinò in seguito di portargli dei barili vuoti ed i pochi grappoli che si erano potuti raccogliere. Teodoro, presa quest’uva tra le mani, riempì tutti i recipienti del miglior vino mai gustato dai presenti.
Infine vi è anche una storia conosciuta come “Carolina”, concernente senza dubbio un altro Teodoro, contemporaneo di Carlo Magno. Questi fece una donazione al vescovo di Sion in segno di riconoscenza per l’assoluzione da lui ricevuta in merito ad un peccato mortale “inconfessabile e di natura sconosciuta”. Questa assoluzione fu possibile esclusivamente poiché un angelo rivelò a Teodoro la natura del peccato imperiale.
La cosa più certa riguardo a San Teodulo resta comunque l’immutata venerazione popolare nei suoi confronti che perdura ormai da ben diciassette secoli. Ancora oggi sono a lui dedicate numerose chiese e cappelle. Come San Grato di Aosta, anch’egli è invocato contro le avversità atmosferiche. E’ festeggiato il 16 agosto.
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Teodoro di Octoduro, pregate per noi.

*Sant'Ugolina di Vercelli - Vergine ed Eremita (16 agosto)
Vercelli, 1239 - Vercelli, 16 agosto 1300
Una storia molto strana quella di questa Beata Vercellese vissuta sulla fine del 1200 – inizio 1300. Essa andò a chiudersi in un romitorio, facendosi passare per uomo e vi rimase per quarantasette anni per sfuggire alle mire di suo padre.
Per non svelare il suo segreto si fece chiamare Ugo senza rivelare a nessuno la sua identità. Nel romitorio essa crebbe nella fede e nella preghiera.
Quando morì allora si venne a sapere che era una donna e si poté ricostruire la sua vicenda in mezzo alla sorpresa e ammirazione di tutti.
Emblema: Giglio
Il primo biografo di Sant' Ugolina, che scrisse subito dopo la sua morte, fu il confessore domenicano Padre Valentino. Queste importanti memorie, già introvabili nel ‘700, sono citate dal francescano Ludovico della Croce che, consultandole, scrisse a metà del ‘600 quella che è oggi la biografia più antica. Purtroppo l’opera ha principalmente lo scopo di tramandare le virtù e non le notizie storiche su questa santa, la cui vita è simile ad altre figure sorte nel Medioevo a imitazione degli anacoreti orientali.
Ugolina nacque a Vercelli nel 1239, nella nobile e ricca famiglia De Cassami (o De Cassinis, secondo studi recenti). La sua venuta al mondo fu una grazia per i pii genitori che videro in lei, figlia unica, un dono prezioso e la circondarono di cure premurose.
A soli dieci anni esercitava mirabilmente la carità verso il prossimo, la pratica costante della preghiera personale e comunitaria, la perfetta adesione agli insegnamenti dei genitori. Un grande amore aveva per i pellegrini, a quei tempi numerosi.
Quando veniva a conoscenza che la meta era la Terra Santa la sollecitudine diveniva particolare, dava loro viveri e denaro per il viaggio.
La prima grande prova per la giovane arrivò quando aveva solo quattordici anni: morì colei che l’aveva generata fisicamente e che aveva formato il suo spirito secondo i più nobili sentimenti cristiani. Rimase dunque col padre che, purtroppo, solo per poco tempo frenò l’impulso di sedurla. Il più orrendo dei crimini familiari stava quindi per consumarsi, in quella casa un tempo felice.
Il Signore non abbandonò Ugolina che, con le buone maniere e soprattutto con la preghiera, riuscì a ricondurre il padre sulla retta via. L’equilibrio familiare era però compromesso e Ugolina maturò la vocazione che già sentiva nel cuore. Unica confidente era una donna di nome Libera, a cui manifestò il desiderio di servire Cristo con la preghiera, vivendo ritirata dal mondo.
Questa le disse di meditare a fondo la decisione, aspettando un segno celeste. Ugolina decise che avrebbe messo in atto la fuga nel momento in cui il padre si fosse assentato per affari e ciò avvenne proprio il giorno seguente, quando il genitore si recò a Torino. Indossati abiti maschili e un cappuccio, la fanciulla lasciò il palazzo.
La straordinaria e pericolosa ispirazione la condusse verso un bosco, distante un miglio dalla città, dove sorgeva la cappella di S. Maria di Betlemme. Vi era a fianco la cella, ormai vuota, di un eremita di nome Favorino che, di ritorno dalla Terra Santa, aveva costruito quel romitorio per vivervi santamente. Ugolina decise che sarebbe stata la sua nuova dimora.
Per quarantasette anni, facendo credere di essere un uomo di nome Ugone, visse con lo stretto necessario, in preghiera, tra intensi colloqui con Dio e penitenze per combattere le tentazioni che certo non mancarono.
La distanza dalla città era comunque breve e quindi la cappella divenne un punto di riferimento per tutto il territorio circostante, luogo di orazione, di conforto, di consiglio, per persone di differenti ceti sociali.
Ugolina comunicava, senza mostrare il volto, attraverso una finestrella. Solo il confessore e la confidente Libera sapevano chi realmente fosse quell’anacoreta. L’antico biografo ci tramanda un fatto singolare. Una povera vedova di Vercelli, pesantemente vessata dal Procuratore malvagio della città, chiese aiuto ad Ugolina che eccezionalmente la fece entrare nella propria cella. Alla mezzanotte del giorno seguente, nella cappella a fianco, un angelo le confortò dicendo loro che il persecutore avrebbe pagato per le sue malefatte.
Da lì a poco fu difatti condannato. La donna mantenne il segreto, andando poi ogni giorno a trovarla. Trascorsero così molti anni, fino a quando il fisico di Ugolina andò declinando: disturbi allo stomaco e febbri la costrinsero a letto. Qualche giorno prima della morte chiamò il Padre Valentino per la confessione generale e la Santa Comunione. Morì il 16 agosto del 1300.
La notizia si diffuse rapidamente per la città. Il sacerdote andò dal Vescovo, Aimone di Challant, che era già informato dei fatti.
In processione solenne, col clero e il popolo, volle renderle omaggio. Ugolina, su un povero giaciglio, riposava nella pace del Signore, col costato del Crocifisso, che teneva tra le mani, appoggiato alla bocca. Il Vescovo, commosso, si inginocchiò baciandole le mani. Tutto il popolo sfilò davanti alla salma, scoprendo finalmente che era la figlia del ricco De Cassami. Secondo il suo volere fu sepolta nella cella, poi, successivamente, in chiesa. La tomba divenne meta di pellegrini, sovente miracolati. Fu santa a furor di popolo, con festa l’8 di agosto.
Nel 1453 i Francescani eressero a fianco della chiesa un importante convento, detto S. Maria di Billiemme (da Betlemme), perdurando la devozione verso la santa. La reliquia del cranio fu autenticata dal vescovo Mons. D’Angennes il 26 giugno 1832. Ai tempi delle soppressioni napoleoniche degli ordini religiosi fu tenuta, per breve tempo, da una pia persona, poi pervenne al Capitolo Metropolitano e infine ricollocata in chiesa.
La cappella, con le sue volte a vela, fu pregevolmente affrescata nel secolo XVI, mentre la cella venne distrutta nell’assedio del 1704.
Nell’800 a Billiemme sorse il cimitero cittadino.
Nel 1996 la secolare presenza dei Francescani cessò, subentrando i Padri Marianisti.
Preghiera
O ammirabile Ugolina
che, decisa a imitare l’immagine di Gesù Cristo,
ti applicasti nel povero eremo di Billiemme ai rigori della penitenza,
alle veglie in preghiera, ai digiuni,
alla macerazione della tua carne innocente,
all’orazione fino ad ottenere un’intima unione con Dio,
ottienici la grazia di vincere, con l’esercizio della mortificazione,
le nostre passioni e di sapere gustare le gioie dell’amicizia con Dio.
Amen.
(Autore: Daniele Bolognini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Ugolina di Vercelli, pregate per noi.

*Beati Vìctor Chumillas Fernàndez e 19 compagni - Martiri francescani (16 agosto)
Schede dei Gruppi a cui appartengono:
“Beati Martiri Spagnoli Frati Minori di Madrid” - Beatificati nel 2007 - Senza data (Celebrazioni singole)
“Beati 498 Martiri Spagnoli Beatificati nel 2007” (6 novembre)
“Martiri della Guerra di Spagna” - Senza Data (Celebrazioni singole)

+ Balondillo, Spagna, 16 agosto 1936
Beato Vìctor Chumillas Fernàndez (1902-1936)
Nato a Olmeda del Rey (Cuenca) il 28 luglio 1902, fu battezzato il 30 luglio 1902 nella locale parrocchia di Nostra Signora della Neve.
I suoi genitori, di umile condizione, si chiamavano Alfonso e Catalina ed ebbero sei figli. Per la morte prematura del padre dovette lavorare per aiutare la famiglia, non dimenticando di aiutare i poveri e visitare gli infermi sull’esempio dei propri pii genitori. Dotato di ottime qualità naturali, affascinato dalla storia dei Martiri del Giappone fin da piccolo manifestava pubblicamente il desiderio di recarsi in terra di missione e di morire martire per Cristo.
Ripeteva volentieri ai coetanei le prediche che ascoltava e lo faceva anche alla presenza degli adulti, in tutta serietà. I vicini di casa che lo udivano dicevano: “Victor sta già predicando!”
Con l’aiuto economico dei vicini che gli prepararono il corredo e del parroco che gli diede alcune lezioni private, il 25 settembre 1914 poté entrare a 12 anni nel seminario minore francescano di Belmonte; iniziò il noviziato il 2 agosto 1917 nel convento di Pastrana (Guadalajara) ed emise la sua prima professione ad Arenas de San Pedro (Avila) il 4 agosto 1918.
Continuò poi gli studi filosofici a Pastrana e quelli di teologia a Consuegra, al termine dei quali fu ordinato sacerdote a Toledo nel 1925.
Conservò sempre l’ideale missionario della sua fanciullezza e nei suoi undici anni di vita sacerdotale lo esercitò nelle azioni, nella parola e con gli scritti. Fu professore nei Seminari dell’Ordine, Maestro o rettore degli Studenti (Alcazar de San Juan, Puebla de Montalbán, S.Antonio de Madrid, Pastrana). Nel 1931 fu Guardiano di Consuegra e nel 1932 direttore a Madrid della rivista francescana “Cruzada Serafica” e “Hogar Antoniano”.
Svolse un’intensa attività pastorale e culturale curando sia la catechesi e la predicazione popolare, interessandosi agli infermi, alle clarisse e al Terzo Ordine Francescano, dando il meglio di sé nella formazione degli studenti, avvicinandoli con prudenza e bontà, dedicandosi anche all’animazione liturgica e alla musica sacra, come direttore di coro e organista. Nel febbraio 1935 da Madrid fu trasferito per breve tempo ad Almagro e nell’ottobre dello stesso anno, dopo il capitolo provinciale, a Consuegra dove affrontò il martirio.
Beato Angel Hernàndez-Ranera De Diego (1877-1936)
Era nato a Pastrana (Guadalajara) il 1 ottobre 1877, secondo di quattro figli dei coniugi Felix e Manuela, e fu battezzato il giorno dopo. Visse in ambiente umile ma fortemente segnato dalla fede. Accolito fin da piccolo, iniziò a fare il sacrestano presso il monastero delle Concezioniste di
Pastrana, venendo così in contatto con molti frati, cappellani di quelle religiose. Nel 1890-92 ebbe modo di frequentare i corsi umanistici che i francescani organizzavano per i possibili aspiranti all’ordine. In quell’epoca ben 16 erano i frati originari del suo paese e tra
questi il suo cugino e coetaneo Victoriano Ranera.
Frequentò il noviziato ed emise la prima professione nel convento di S. Pasquale di Pastrana il 29 ottobre 1893. Vi frequentò pure due anni di filosofia per passare poi a La Puebla (1895-96) e a Consuegra (1896-99). Emise la professione solenne a Consuegra il 5 giugno 1897 e fu ordinato sacerdote a Ciudad Real il 9 giugno 1900.
Trascorse i primi anni del ministero sacerdotale nei conventi di Almagro e Almansa. Molto significativo è il periodo di 23 anni trascorsi in missione. Fin dal 1900 la provincia di San Gregorio era impegnata ad inviare missionari nelle Filippine e fra Angel fece parte della terza spedizione che si imbarcò a Barcellona il 6 gennaio 1906. Dopo aver soggiornato a Manila per circa un anno nel convento di S. Francisco intra muros, fu destinato all’isola di Samar, dove in più località esercitò il ministero di parroco. Avvalendosi della collaborazione dei fedeli riedificò chiese distrutte dai monsoni, organizzò scuole parrocchiali, bande di musica e scholae cantorum, fondò associazioni come la pia Unione S. Antonio e la Confraternita del Sacro Cuore nonché il Terzo Ordine Francescano.
Rientrato in Spagna il 25 luglio 1929, fu professore al seminario di Alcazar 1929-32), poi a Quintanarde la Orden (32-35) e infine a Consuegra. Per la fedeltà con cui assolveva ai suoi incarichi pastorali, per l’assiduità alla preghiera e al confessionale, per la competenza con cui preparava le lezioni per i suoi studenti, molti dissero di lui che era un santo. In diverse circostanze fu inteso dire che attraverso i sacrifici si diventa santi e che desiderava essere martire.
Beato Domingo Alonso De Frutos (1900-1936)
Era nato a Navares de Ayuso (Segovia) il 12 maggio 1900, ricevendo il battesimo il giorno successivo. I genitori, Pedro e Fernanda, educarono i dieci figli con l’esempio di una vita veramente cristiana. Domingo aveva sortito dalla natura un carattere affabile e schietto, mostrando fin da piccolo amore allo studio e alla chiesa che frequentava come ministrante.
Entrò nel seminario minore di Belmonte (Cuenca) il 25 settembre 1912. Fu ammesso al noviziato il 22 luglio 1915 nel convento di Pastrana, scegliendo come patrono san José, ed emise la prima professione il 23 luglio 1916. Dopo la professione solenne emessa a Pastrana il 22 maggio 1921, nell’agosto del 1922 si trasferì a Manila nelle Filippine, dove completò gli studi teologici e 18 maggio 1924 fu ordinato presbitero nella cattedrale di Calbayog (Samar). Il 27 marzo 1926 si licenziò in teologia e consegui il dottorato presso la Università Cattolica di S.Tommaso di Manila.
Rientrato in patria, le sue attività principali furono lo studio e l’insegnamento dio dogmatica a Consuegra fino al 1931. Seguì una parentesi di due anni negli Stati Uniti d’America, dal settembre 1931 al settembre 1933, quando i superiori decisero di trasferire il seminario a Quincy, Illinois. In questo tempo conseguì il titolo di “Master of Arts”.
A Madrid presso la casa “Cardinal Cisneros” collaborò per alcuni anni alla nota rivista francescana “Archivo Ibero-Americano”. A Consuegra fu anche Esaminatore, Prefetto degli Studi e Definitore provinciale.
Beato Martìn Lozano Tello (1900-1936)
Era nato a Corral de Almaguer il 19 settembre del 1900, figlio de coniugi Román Lozano e Carmen Tello. Fu battezzato il 24 settembre nella parrocchia dell’Assunzione e confermato il 7 febbraio 1901, verso i nove anni fece la sua Prima Comunione. Di carattere timido, obbediente e pio, fu esemplare soprattutto nel prestare premurosa assistenza al papà, divenuto cieco ancora in giovane età, che egli guidava amorevolmente e gli leggeva libri devoti. Per questo era capace di tralasciare i suoi giochi, ma mai mancava ai suoi doverti religiosi. Nel 1908 morì la madre e nel 1910 il padre.
Vedendolo così pio, un suo fratello, che frequentava il convento dei francescani, gli suggerì di entrare nell’Ordine, cosa che Martin fece il 15 dicembre 1913. Iniziò il noviziato il 14 luglio 1916 nel convento di Pastrana che concluse emettendo i primo voti il 14 luglio 1917.
In Puebla de Montalban frequentò le classi di filosofia, continuando poi il suo curriculum scolastico a Pastrana, a Consuegra giungendo all’ordinazione sacerdotale che gli fu conferita a Toledo il 6 giugno 1925. Per specializzarsi in Sacra Scrittura negli anni 1925-1927 si trasferì a Roma nel Collegio internazionale di S. Antonio e poi a Gerusalemme presso l’Istituto Biblico Francescano. Divenuto Lettore generale di Sacra Scrittura insegnò a Consuegra e, quando lo studentato fu trasferito a Quincy, anch’egli andò in America come professore negli anni 1931 -1933.
Nel Capitolo provinciale del 1935 fu nominato censore dei libri ed economo della casa di Consuegra. Dotato di una vivida intelligenza per la quale conseguì alte qualifiche di studi, era tuttavia timido e pacifico, poco incline alle situazioni conflittuali, di buone relazioni con tutti.
Il suo maggior impegno nell’apostolato fu la formazione degli studenti, preparando bene le sue lezioni, superando con serenità le difficoltà del periodo americano, accondiscendente verso i discepoli che lo ricambiavano rispettosamente. A dispetto della sua timidezza seppe affrontare il pericolo della persecuzione, accettando l’eventualità del martirio. Alcuni giorni prima dello scoppio della guerra civile un tale scorgendolo in strada gli disse: “Come andate per strada, padre, con l’abito religioso? potrebbero uccidervi!”, ed egli rispose: “ Ho il funerale pronto. Quando vogliono possono fare quel che vogliono!”.
Beato Juliàn Navìo Colado (1904-1936)
Nacque a Mazarete (Guadalajara) il 12 agosto 1904 da umili mugnai che però seppero instillare nel suo animo docile saldi sentimenti cristiani. Il padre Pedro e la madre Lorenza ebbero otto figli ai quali insegnarono le prime preghiere e le pratiche di pietà. Il giovane Juliàn aveva un gusto particolare nel fare l’elemosina e volentieri faceva il chierichetto presso la parrocchia. Sembra che egli abbia deciso di farsi francescano quando un suo paesano abbandonò il convento, desideroso di prenderne il posto.
Il 24 settembre 1915 entrò nel seminario minore di Belmonte, emise la prima professione nel convento di Arenas de San Pedro il 18 settembre 1919 e ricevette 1′ordinazione presbiterale a Toledo l’11 giugno 1927.
Nel 1930 a Roma, dopo tre anni di corso, conseguì il titolo di “Lettore Generale” in Storia ecclesiastica, con la qualifica Summa cum laude, presso il Collegio Internazionale S.Antonio.
Da quel momento si dedicò pienamente alla formazione dei sacerdoti nei seminari francescani, essendo considerato da tutti un professore ideale per il suo modo di fare lezione, profondo e chiaro a tutti. Per questo motivo seguì gli alunni e gli altri padri del seminario della sua Provincia quando questo fu trasferito in Illinois in America, negli anni ‘31-’33, sopportando con coraggio e fiducia i disagi e le tensioni dell’intera vicenda.
Il suo carattere timido, un po’ solitario e serio, da qualcuno considerato rigido, non gli impedì di essere affabile e servizievole, apprezzato per la sua discrezione.
In visita alla madre gravemente ammalata, nel 1936, quando già i venti della persecuzione soffiavano minacciosi, ai familiari che gli proponevano di ritirarsi presso di loro per sottrarsi al pericolo, manifestò con chiarezza che la sua missione era altrove, nel convento, e vi ritornò sollecito. Anche da alcuni articoli di storia della Chiesa, da lui preparati per la rivista Cruzada Serafica, si comprende chiaramente che non giunse impreparato al martirio. Parlando delle persecuzioni religiose sofferte dai cristiani in ogni tempo, esprimeva la sua fede dell’indefettibilità della Chiesa nel momento della prova e mostrava amore per i persecutori.
Beato Benigno Prieto del Pozo (1906-1936)
Il più giovane dei sacerdoti di questa comunità era nato a Salce (Leon) il 25 novembre 1906, quarto figlio del matrimonio di Felipe e Teresa De Pozo, e un’ora dopo la nascita, essendo in pericolo di vita, gli fu amministrato il battesimo. Il giorno dell’Ascensione del 1913 ricevette la sua Prima Comunione.
L’ambiente familiare era di grande fede, sebbene provato da un certo disagio economico. Il padre frequentava quotidianamente la S. Messa anche fra critiche e burle dei paesani, e ogni sera i figli, a turno, guidavano la preghiera del rosario. La sua vocazione fu frutto dell’educazione cristiana ricevuta in famiglia, alla quale appartenevano anche una zia suora e il fratello maggiore Honorato divenuto frate francescano nel 1917.
Frequentò il seminario minore di Belmonte a partire dal 1918, poi il noviziato ad Arenas de S. Pedro nel 1922 dove ricevette il sacramento della Confermazione il 24 aprile e fece la prima profesione l’8 aprile 1923, mentre a Consuegra quella solenne il 26 novembre 1927. Nel corso della formazione ebbe a soffrire una malattia per la quale dovette sospendere gli studi un intero anno, dalla quale nonostante le cure non guari mai del tutto. A tale proposito il dottore che lo curava testimoniò che se non fosse stato ucciso cosi giovane, certamente quella malattia fistolosa e tubercolare lo avrebbe portato alla morte.
Fu ordinato sacerdote a Toledo il 20 dicembre 1930. Nel convento di Pastrana insegnò materie umanistiche e fu economo. Nel Convento di Consuegra dal 1934 alla morte fu professore e maestro di disciplina degli studenti. In questo ufficio dovette sopportare, al principio del 1936, l’insubordinazione di alcuni studenti, che ricusavano le sue necessarie correzioni al punto rivoltarsi in modo offensivo. La situazione divenne grave tanto da richiedere l’intervento dello stesso Ministro Provinciale, ma tutto si superò grazie alla rettitudine e alla pazienza del maestro che agì senza durezza né risentimento.
Svolse il suo apostolato sacerdotale a favore del Terz’Ordine Francescano, con varie predicazioni, dedicandosi alla confessione e alla direzione spirituale nella quale sapeva infondere pace in quanti lo avvicinavano, e infine con alcuni articoli che furono pubblicati sulla rivista Cruzada Serafica.
Beato Marcelino Ovejero Gòmez (1913-1936)
Nacque a Becedas (Avila) il 13 settembre 1913, ultimo degli otto figli di Pablo e Cristina Gomez, e fu battezzato il 23 successivo. Ricevette la cresima il 21 luglio 1918 e fece la Prima Comunione il 3 giugno 1922. Di carattere allegro e attento, si applicava nello studio ma trovava il tempo anche per aiutare in genitori nel lavoro dei campi. Su consiglio di una religiosa francescana della Divina Pastora cominciò a considerare la possibilità di diventare religioso e di fatto, col consenso dei pii genitori, entrò nel convento di Alcazar de San Jauan di Ciudad Real il 19 agosto 1925.
Dopo due anni di studi umanistici, passò al convento di La Puebla de Montalban (1927-28), per restarvi fino all’inizio del noviziato ad Arenas de San Pedro, cioè il 25 agosto 1928 dove emise la prima professione il 26 agosto 1929. Frequentò poi il triennio di filosofia a Pastrana (1929-32), il primo corso di teologia ad Alcazar de San Juan, terzo e quarto di teologia a Consuegra (1933-36).
Dalle testimonianze dei suoi confratelli sappiamo che aveva un carattere alquanto timido, benevolo, semplice, umile, che tutti apprezzavano. Di buon profitto, aveva predisposizione per la Sacra Scrittura, scriveva articoli e recensioni per la rivista del seminario, amava leggere le vite dei santi, soprattutto dei missionari francescani delle Filippine e del Giappone. Scherzava della sua obesità, cercava di correggersi dei suoi difetti.
Quando dal 1931 al 1932 le condizioni politiche della nazione determinarono diverse defezioni degli studenti di filosofia egli si mantenne fedele agli impegni della sua professione religiosa, rifiutandosi di lasciare il convento anche quando i familiari lo invitarono a ritornarsene al paese per maggior sicurezza.
Al momento del martirio non aveva ancora emesso la sua professione solenne, perché ancora soggetto a revisione per il servizio militare. Aveva però terminato tutti gli studi per il sacerdozio e apparteneva a tutti gli effetti alla comunità di Consuegra.
Beato José de Vega Pedraza(1913-1936)
Nacque a Dos Barrios (Toledo) il 30 agosto 1913. I genitori si chiamavano Matias e Maria de las Candelas. L’intera famiglia dette testimonianza eroica di fede nel momento della persecuzione perché anche il padre e tre fratelli furono uccisi, mentre l’unica sorella si fece clarissa.
Josè fu battezzato il 4 settembre 1913, ricevette la cresima il 15 aprile 1917, la Prima Comunione a circa nove anni. Incline alla religione fin da piccolo, aveva imparato dai genitori le pratiche religiose e la generosità dell’elemosina, frequentava la parrocchia come ministrante e guidava la recita del rosario e della via Crucis.
Ovunque si trovasse al suono della campana dell’elevazione si inginocchiava senza rispetto umano e si dimostrava amante della penitenza al punto di compiere un Venerdì Santo un tragitto di circa un chilometro in ginocchio. Il parroco lo sorprese più volte in preghiera, da solo, davanti al quadro di un Servo di Dio barnabita e, domandandogliene il motivo, seppe che il ragazzo pregava per essere frate e per essere martire.
José aveva il dono di trasmettere la fede, vero piccolo apostolo. Grazie al suo intervento riportò la pace tra due coniugi, rimproverando al marito il comportamento violento e dicendo alla moglie di portare con pazienza quella croce che Dio le offriva per guadagnare il cielo. Fu lo stesso parroco ad indirizzare il ragazzo alla vita religiosa, e Josè seppe vincere con la preghiera e l’insistenza l’iniziale contrarietà del padre.
Fece il suo ingresso nel seminario di Alcázar de San Juan il 9 luglio 1926. Nell’estate 1928 ritornò al suo paese per sottoporsi ad una operazione chirurgica e fu in questa circostanza che il padre gli disse di ritornare sui suoi passi perchè correva il rischio di essere martirizzato, ma José rispose che era appunto ciò che desiderava. Recuperata la salute, si incorporò nel seminario francescano di Puebla de Montalban per terminare i corsi umanistici. Vestì l’abito religioso il 20 maggio 1929 ad Arenas ed emise la prima professione il 21 maggio 1930.
Il desiderio di martririo non lo abbandonò neppure in questo periodo manifestandolo diverse volte.
A Pastrana frequentò il triennio filosofico (1930-33), fu poi a Consuegra dal settembre 1933 per la teologia. Qui il 17 agosto 1935 fece la professione solenne.
Era incline alla poesia, alla musica, amava la liturgia, desiderava far penitenza. Il suo carattere mostrò qualche momento di nervosismo e instabilità necessario di emendamento, specialmente quando fu parte in causa delle tensioni che si erano verificate tra studenti e il maestro di disciplina a Consuegra. Tuttavia José ammise le sue debolezze, accettò la correzione imposta dal Provinciale, si corresse completamente. La grazia del martirio, che aveva chiesto fin da bambino, non tardò a manifestarsi.
Beato José Alvarez Rodrìguez (1913-1936)
Nacque a Sorriba (Leon) il 14 ottobre 1913 da Vidal e Navidada Rodriguez, coniugi esemplari per vita cristiana e genitori di altre quattro figlie. Fu portato al fonte battesimale nella parrocchia di Sorriba alcuni giorni dopo la sua nascita, il 19 ottobre 1913, e ricevette la cresima in quella di Cisterna il 28 luglio 1914. Presto orfano di entrambi i genitori, insieme alle sue sorelle fu affidato alle cure degli zii Avelino e Illuminada che abitavano nel paese di Valle de las Casas (Leon).
Anche qui l’ambiente cristiano della famiglia era tale che sia José che le sue quattro sorelle divennero religiosi. La prima a consacrarsi al Signore fu Radegonda, clarissa del monastero di Madridejos (Toledo) che con le sue lettere convinse il fratello ad abbracciare l’Ordine Francescano.
Josè entrò nel seminario minore di Alcazar il 10 settembre 1926, in noviziato il 20 maggio 1929, fece la sua prima professione ad Arenas il 21 maggio 1930. Pastrana (1930-33) e Consuegra (1933-36) furono gli altri due conventi nei quali fu studente. Emise la sua professione solenne il 17 agosto 1935.
Nella sua vicenda biografica si vede chiaramente l’azione della grazia che lo preparò al martirio. Infatti negli anni del seminario maggiore attraversò un periodo di crisi per il quale fu necessario un tempo di correzione, impostogli dai superiori: egli accettò il mese di ritiro da trascorrere in noviziato, mostrando poi di aver ritrovato la sua serenità e il suo equilibrio. Le incomprensioni tra studenti e superiori che avevano minacciato per qualche tempo l’armonia della vita fraterna erano del tutto superate, e José era pronto, insieme ai suoi confratelli, a dare la prova suprema di Amore a Cristo con l’offerta della propria vita.
Beato Andrés Majadas Màlaga (1914-1936)
Fu il decimo degli undici figli dei coniugi Galo e Regina Malaga, nato a Becedas (Avila) il 2 marzo1914, battezzato il 7 marzo successivo, cresimato il 21 luglio 1918. Suo padre era falegname, ma prestava anche la sua opera di sacrestano in parrocchia; la madre, insieme alle sorelle, si offriva per pulire la chiesa. Entrambi i genitori erano molti pii e diedero al Signore due figli martiri. Infatti anche il fratello di Andrés, fr.Vicente, mori nelle medesime circostanze, e il suo nome figura nel medesimo processo di Beatificazione.
Andrés entrò nel seminario minore di Alcázar de San Juan il 24 agosto 1924 dopo la morte della madre, con un altro compagno del suo paese, su impulso di una suora della Divina Pastora.
Dopo tre anni a Puebla de Montalbán, iniziò il noviziato il 20 maggio 1929 ad Arenas, prendendo come patrona S. Teresa di Gesù. Dopo la professione emessa il 21 maggio 1930, a Pastrana frequentò il quinto anno di studi umanistici e il trienni filosofico (1930-33). Gli studi teologici li fece a Consuegra, dove pure emise la professione solenne il 17 agosto 1935.
Amante dello studio, approfondiva su vari testi i temi filosofici e teologici che più lo interessavano, ottenendo sempre buoni risultati scolastici. Sebbene di carattere aspro e un po’ nervoso, il maestro e i condiscepoli testimoniarono che aveva raggiunto il dominio di sé, mostrandosi gioviale, affabile, senza ostentazione di sapienza. Fu di tratto molto amabile nel periodo in cui ebbe il servizio dell’infermeria. Nel periodo degli studi soffrì una grave malattia che sopportò con serenità e conformità alla volontà di Dio.
Poneva grande impegno nel prepararsi al sacerdozio rifuggendo sempre l’ozio e cercando di interpretare nella pratica quanto la pietà e la devozione gli suggerivano.Ebbe particolare amore alla Passione del Signore e a Maria Santissima.
Beato Vicente Majadas Màlaga (1915-1936)
Ultimo degli undici figli di Galo e Regina Malaga, nacque a Becedas (Avila) il 27 ottobre 1915. Suo fratello fra Andrés fu anche lui religioso e martire. Ricevette i sacramenti della vita cristiana nella sua parrocchia natale, il battesimo il 2 novembre 1915, la cresima il 21 luglio 1918, la Prima Comunione a circa nove anni.
Ben presto, sotto la guida del padre che era sacrestano, iniziò il servizio di accolito alla messa quotidiana della parrocchia, partecipandovi con molta devozione. Oltre l’educazione cristiana dei piissimi genitori, frequentò pure il collegio delle suore francescane della Divina Pastore che lo introdussero alla spiritualità francescana.
L’ingresso dei suoi fratelli Celstino e Andrés e di altri suoi compagni nel seminario minore francescano fecero nascere in lui il desiderio di seguirli, per cui il 22 settembre 1926 iniziò gli studi umanistici nel convento di Alcazar de San Juan (Ciudad Real). Le successive tappe della sua formazione furono quelle comuni ai suoi compagni: terzo e quarto anno di studio a La Puebla (1928-30), noviziato e prima professione ad Arenas il 13 novembre 1931, corsi di filosofia a Pastrana (1931-34), teologia a Consuegra (1934-36).
Non ebbe grandi doti intellettuali, né si distinse particolarmente negli studi, ma non manifestò mai sentimenti di invidia o di presunzione nei riguardi dei compagni più qualificati, accettando serenamente il suo limite. Era semplice, spontaneo e sincero, senza doppiezza né ipocrisia.
Mostrò qualche immaturità nel periodo di crisi vissuto nel seminario di Consuegra nel 1935, lasciandosi coinvolgere da alcuni atteggiamenti negativi, ma mantenne sempre amore alla vocazione e all’Ordine francescano, consapevole del pericolo della persecuzione imminente. Egli stesso seppe infondere coraggio a chi ne aveva meno, ottenendo che un suo compagno, fra Josè Herrera determinato a sospendere gli studi per il sacerdozio, non abbandonasse l’abito. Anzi guadagnò un martire alla Chiesa, perché questo suo condiscepolo, unitamente alla Comunità di Quintanar de la Orden (Toledo), seppe dare con fedeltà la sua vita per Cristo.
Beato Santiago Maté Calzada (1914-1936)
Nacque a Cañizar de Argaño (Burgos) il 25 luglio1914 da Mariano e Agrippina Calzada genitori di altri sette figli. Fu battezzato il 30 luglio 1914 e ricevette la Prima Comunione a sette anni. La solida educazione cristiana ricevuta nella famiglia e l’ambiente religioso del paese che contava già otto vocazioni francescane, lo resero consapevole che il Signore lo chiamava e, con la benedizione dei pii genitori, entrò nel seminario francescano di Alcazar il 29 settembre 1924.
Vi restò fino al 1926 quando si trasferì a La Puebla per altri tre anni di studio (1926-29). Vestì l’abito francescano il 6 settembre 1929 ad Arenas, scegliendo come sua patrona l’Immacolata. Emise la prima professione il 7 settembre 1930. A Pastrana frequentò il trienno filosofico. Dal 1933 al 1936 fu a Consuegra per il triennio di teologia. Qui emise la professione solenne il 17 agosto 1935.
Nei pochi anni della sua vita religiosa si mostrò sempre nobile, semplice, umile, scrivendo ai familiari di essere ben contento della scelta fatta e proponendo ai fratelli di fare come lui.
A causa della scarsa memoria riportò nella prima fase degli studi umanistici votazioni modeste, ma successivamente, mettendo a frutto al sua vivida intelligenza, progredì visibilmente nelle materie filosofiche. Tutto faceva avendo sempre di mira il sacerdozio e il servizio missionario che avrebbe voluto compiere.Era evidente il progresso spirituale, senza mai perdere la semplicità di vita.
Beato Alfonso Sànchez Hernàndez-Ranera (1915-1936)
Nacque a Lérida il 26 gennaio 1915, terzo dei cinque figli dei coniugi Andrés e Paula Angela. Fu battezzato nella parrocchia di S. Giovanni Battista il 9 febbraio 1915. Il padre era vigile urbano, la madre per più di nove anni era stata religiosa, stato che aveva dovuto abbandonare per motivi di salute.
Quando Alfonso aveva quattro anni, la famiglia si trasferì a Guadalajara e lì, presso il convento dei francescani, fece la sua prima Comunione, iniziando una familiarità con i religiosi che sarebbe maturata poi nella vocazione.
Con grande gioia, incomprensibile per alcuni testimoni, partì per il seminario minore di Alcazar il 28 agosto 1926 per restarvi fino al 1928. Come tutti gli studenti francescani di quegli anni si trasferì poi a Puebla de Montalban fino al 1930. Iniziò il noviziato il 1 giugno 1930 ad Arenas, concludendo l’anno canonico con la prima professione il 2 giugno 1931. Dal 1931 al 1934 fu a Pastrana e il 13 settembre 1934 si trasferì con undici compagni a Consuegra, per frequentarvi il primo e secondo anno di teologia. Emise la professione solenne il 17 maggio 1936.
Individuato come uno degli studenti di maggior capacità intellettuale, fu avviato dai superiori agli studi civili nell’Istituto di Alcazar de San Juan. Dimostrò capacità intellettuali, cultura elevata, completezza di attitudini essendo anche cantore, organista, disegnatore.
Aveva una forte volontà, i suoi giudizi erano equanimi, il suo procedere equilibrato, assennato come un anziano. Mentre era novizio, ebbe a soffrire per la morte del padre, divenendo per alcun tempo taciturno, ritornando poi alla spensieratezza e all’allegria di sempre. I suoi compagni lo elessero direttore della rivista del seminario Juan Duns Escoto. Era contento della sua vocazione.
Beato Anastasio Gonzàles Rodrìguez(1914-1936)
Nacque a Villaute (Burgos) l’11 ottobre 1914, undicesimo dei quattordici figli di Josè e Fructuosa. Ricevette il battesimo il 14 ottobre successivo e la Prima Comunione nella Pasqua 1923. Il 7 ottobre 1924 gli fu conferita la cresima nella Parrocchia di Villadiego.
Il padre prestava servizio da sacrestano, supplendo negli esercizi di pietà il parroco che non risiedeva sul posto. Seguì i consigli e l’esempio delle sorelle, religiose, abbracciando la vocazione francescana: nella famiglia Gonzale Rodriguez vi furono infatti quattro concezioniste e due francescani.
Entrò nel seminario minore di Alcazar il 20 settembre 1925 restandovi fino al 1927, passò poi a La Puebla de Montalban. Vestì l’abito francescano il 1 giugno 1930 ad Arenas de San Pedro, emise la prima professione il 2 giugno 1931. Studiò a Pastrana (1931-1934) e infine a Consuegra. Stando soggetto agli obblighi militari non emise la professione solenne. Nel maggio 1936 diede gli esami di ammissione al primo corso di baccellierato presso l’Istituto di Alcazar de San Juan.
I testimoni non gli attribuiscono fatti eccezionali ma unanimemente ricordano la sua bontà, semplicità e allegria, qualità naturali che lo predisponevano ad incarnare l’ideale francescano. Per le sue doti, era stimato dai compagni e dai superiori che lo scelsero per avviarlo agli studi civili oltre a quelli di teologia.
Beato Félix Maroto Moreno(1915-1936)
Nacque a Gutiérrezmuñoz (Avila) il 30 gennaio 1915, ultimo dei sei figli di Abundio e Juana, coniugi pii e generosi dai quali ricevette le basi di una solida formazione cristiana. Entrambi partecipavano alla vita delle confraternite locali. Più tardi la madre si fece terziaria francescana.
Fu battezzato il 7 febbraio 1915 e cresimato il 2 giugno 1921. Nella medesima chiesa parrocchiale di Gutiérrezmuñoz, fece anche la Prima Comunione il 31 maggio 1923. Quando faceva da accolito riceveva piccole ricompense che poi destinava volentieri ai poveri. Di carattere vivo ed energico si distinse a scuola per la sua intelligenza e per il suo impegno.
La famiglia considerò sempre con onore la vocazione di questo figlio, che era stata predetta da un sacerdote scolopio alla madre. Questa, prima di dare il suo consenso, si era premunita del consiglio
di una suora del paese e di una cugina clarissa, poi lo accompagnò essa stessa al seminario.
Felix fece il suo ingresso nel seminario minore di Alcazar il 24 settembre 1925, frequentandovi due anni gli studi per poi trasferirsi a La Puebla de Montalban per altri tre anni. Iniziò il noviziato il 1 giugno 1930 ad Arenas, professò l’anno successivo il 2 giugno. Fu a Pastrana (settembre 1931-luglio 1934), a Consuegra (1934-36) per due anni di teologia. Al momento della morte non aveva ancora fatto la professione perché soggetto al servizio militare.
I confratelli lo definiscono di carattere forte, deciso, dinamico, talvolta tendente a moti di ira che sapeva ben dominare. Aveva grandi doti intellettuali, si applicava allo studio, era disponibile a prestare il suoi aiuto ai compagni in difficoltà nei temi filosofici, materia nella quale emergeva, e fu proprio grazie al suo aiuto che alcuni poterono superare la difficoltà che forse li avrebbe costretti a ritirarsi dall’Ordine.
Per la sua grande applicazione e il molto lavoro non godè buona salute negli ultimi tre anni, soffrendo speso di cefalee, ma non diminuendo il ritmo degli impegni. Nonostante la veemenza del suo carattere si mantenne obbediente ed esemplare nei momenti difficili della vita interna del seminario di Pastrana nel 1931-32. Mai dubitò della sua vocazione francescana, per la quale manifestò sempre di essere contento e chiedendo preghiere perché fosse perseverante, esternando ai suoi familiari il desiderio di essere martire.
Beato Federico Herrera Bermejo(1915-1936)
Nacque ad Almagro (Ciudad Real) il 12 febbraio 1915, secondo dei sei figli di Victor e Dolore Bermelo, coniugi di modeste condizioni. Fu battezzato nella parrocchia di S. Bartolomeo il 4 marzo 1915, dove fece la Prima Comunione il 15 maggio 1923. Fu cresimato nella Parrocchia della Madre di Dio il 15 maggio 1917.
Dopo aver frequentato un anno la scuola pubblica passò a quella dei francescani, nella cui chiesa iniziò a prestare servizio di accolito. Era devoto, amante della preghiera silenziosa e personale, per cui spesso lo si vide frequentare l’altare del SS Sacramento nei momenti di ricreazione.
La vocazione non tardò a manifestarsi, coinvolto anche dall’esempio dei cugini Federico Diaz, francescano, e Bienvenido Arenas, domenicano.
Con suo fratello maggiore José il 19 agosto 1925 entrò nel seminario francescano di Alcazar. Federico vi frequentò due anni di corsi umanistici per passare poi a La Puebla dal 1927 al 1930. Vestì l’abito ad Arenas de San Pedro il 1 giugno 1930, prendendo a propia patrona Maria Immacolata, e professando i primi voti il 2 giugno 1931. Pastrana (1931-34) e Consuegra (1934-36) furono le tappe successive della sua formazione.
Ebbe temperamento di artista, con una predilezione particolare per la musica e per la poesia latina. Suonava perfettamente l’armonium, il piano, il violino e altri strumenti, componeva armonizzazioni e piccole composizioni che firmava con uno pseudonimo, tenendole però in segreto a motivo della sua timidezza. Era l’anima delle ricreazioni musicali, tanto frequenti in seminario. Si dedicava pure alla composizione di versi latini, sia ad uso della liturgia che come indirizzo di omaggio verso i superiori in occasione di accademie e festeggiamenti.
A causa del proprio carattere, spontaneo ma talvolta inquieto, prese parte al dissenso degli studenti verso il maestro di disciplina padre Benigno Prieto nel seminario di Consuegra, dissenso che si manifestò con alcune mancanze di rispetto che richiesero poi l’intervento del Ministro Provinciale. Federico ammise le proprie colpe e accettò umilmente la correzione dei superiori. La momentanea crisi fu superata felicemente, perché senza difficoltà fu ammesso alla professione solenne il 17 maggio 1936.
Beato Antonio Rodrigo Antòn (1913-1936)
Nacque a Velamazán (Soria) 1′8 luglio 1913, ricevendo il battesimo dieci giorni dopo nella chiesa parrocchiale. I genitori Lorenzo e Julia ebbero cinque figli, ai quali diedero un’educazione cristiana, aiutati anche dai tre fratelli sacerdoti della madre. Antonio ricevette la Prima Comunione verso i sette anni e la cresima il 23 maggio 1925.
Dai sei ai dodici anni frequentò la scuola con buon profitto, poi iniziò aiutare il padre nel lavoro del campo e della pastorizia. Amante dei libri di pietà, se ne portava con sé alcuni, leggendoli in campagna mentre pascolava il gregge.
A quindici anni, nel settembre 1928 Antonio entrò nel seminario di Alcazar, dopo essersi preparato con lezioni private di latino e materie umanistiche con il sacerdote del suo paese. Così poté frequentare due anni in uno, trasferendosi dal settembre 1929 all’agosto 1930 a la Puebla de Montalban. Iniziò il noviziato il 1 settembre 1930 ad Arenas de San Pedro, assumendo il nome di fra Antonio del SS. Sacramento, con il quale si firmava. Professò i voti semplici il 2 settembre 1931. In seguito fu a Pastrana (1931-34) e a Consuegra (1934-36).
Il suo ideale di vita religiosa era essere missionario e ogni suo sforzo nello studio e nell’ascesi fu di prepararsi a questo compito. Di sua iniziativa studiò inglese e missionologia, interessandosi pure alla musica, sebbene poco incline. Desiderava essere inviato nelle Filippine, anche prima di essere sacerdote temendo di essere richiamato nell’esercito se avesse tardato. Essendo soggetto alla leva non aveva ancora emesso la professione perpetua.
Di lui ci sono restate quattordici lettere, dalle quali si evince la sua ricca vita interiore. Sono indirizzate ai suoi due fratelli per esortarli ad entrare anch’essi in seminario, cosa che fecero, ma non perseverarono.
Tema principale è dunque la vocazione e la vita religiosa con espressioni di chiaro riferimento biblico e agiografico. L’essere francescano, in quei difficili momenti della vita della Chiesa in Spagna, era per Servo di Dio, un’identificazione alla sofferenza di Cristo, una possibilità di accettare il martirio per la maggior gloria della Chiesa. Ciò dimostra che fra Antonio era consapevole degli eventi tragici che stavano per verificarsi.
Beato Saturnino Rìo Rojo (1915-1936)
Nacque a Mansilla de Burgos (Burgos) il 16 febbraio 1915 nella famiglia di Marcellino e Eladia Rojo, coniugi di umile condizione ma osservanti dei doveri cristiani e pieni di carità, che consideravano benedizione celeste la nascita di ben undici figli. Ricevette il battesimo il 18 febbraio 1915 e la cresima il 18 settembre 1922. Verso i nove anni fece la Prima Comunione, dimostrando un carattere pio, desideroso di trascorrere in chiesa molto del suo tempo, devoto della Beata Vergine.
Si applicava allo studio più del necessario per supplire al suo poco talento naturale. Amava la pace e rifuggiva dai compagni litigiosi. Fin da piccolo diceva di voler essere religioso per essere Santo, seguendo l’esempio delle due sorelle Figlie della Carità e dei due cugini francescani.
Frequentò per due anni il Seminario di Alcázar de San Juan (Ciudad Real) dove era entrato il 7 settembre 1926. Passò a La Puebla de Montalbán (1928-30) e poi al noviziato il 1 settembre 1930. Fece la sua prima professione ad Arenas de San Pedro il 2 settembre 1931. Attese poi agli studi filosofici a Pastrana (1931-34) e a quelli teologici a Consuegra (1934-36). Qui emise la professione solenne il 17 maggio 1936.
Quelli che ebbero familiarità con lui lo descrivono di carattere timido, semplice, servizievole, rispettoso dei superiori e dei compagni. Nel periodo in cui fu seminarista a Pastrana fu afflitto da un’infermità allo stomaco per la quale i superiori temevano di non poterlo ammettere alla professione; egli tuttavia si mostrò sempre sereno e di buon umore, interessato alla musica e alla poesia.
In un articolo scritto per la rivista del seminario, nella quale parla del Beato Apolinar Franco, espone il suo alto concetto di martirio. Anche dalle sue lettere ai familiari si comprende che era disposto a soffrire per amore di Cristo, se le circostanze lo avessero richiesto: “Nel Vangelo leggiamo queste consolanti parole: Sarete benedetti quando diranno male di voi o vi perseguiteranno o vi calunnieranno a causa mia: rallegratevi e gioite perché la vostra ricompensa è grande nei cieli. Quali parole più consolanti di queste nel Vangelo? Perciò Non affliggetevi, carissimi Genitori, Dio ci metterà al sicuro, ci difenderà ci proteggerà e se Dio è a nostro favore cosa potranno farci i nemici?”
Beato Ramòn Tejado Librado (1915-1936)
Nacque ad Alcazar de San Juan (Ciudad Real) il 20 aprile1915 e battezzato il 3 maggio successivo nella Parrocchia di S. Maria. I genitori Natalio e Joaquina lavoravano moltissimo per poter sostenere la povera famiglia composta da sei figli e tuttavia non si rifiutavano di aiutare chi stesse peggio di loro. La mamma, terziaria francescana, e le figlie frequentavano la chiesa, mentre il padre ed i figli affatto.
Ramon era timido ma allegro, di poche qualità intellettuali ma applicato allo studio. Nella parrocchia di S. Maria, dove aveva ricevuto la cresima il 10 novembre 1919 e a tempo debito la Prima Comunione, fu accolito, cantore, assiduo alle liturgie e alle pratiche religiose. Un suo fratello gli aveva dato il nomignolo di “santurron”. Con risolutezza rimproverava ai compagni le parole cattive e le malefatte.
La frequentazione del convento francescano e la lettura delle biografie di martiri del Giappone fecero nascere in lui la vocazione religiosa, ostacolata dal padre. Fuggito da casa con l’intento di entrare in convento, vi fu riaccompagnato, per chiedere la benedizione dei genitori. Ottenuto il consenso, il 16 agosto 1926 iniziò la vita di seminario, pregando specialmente che il padre ed i fratelli cambiassero atteggiamento circa la religione. La sua preghiera fu ascoltata: infatti divennero cristiani esemplari e furono assassinati nella guerra del 1936-39 per aver prestato aiuto ai religiosi.
Ad Alcazar (1926-‘28) e a La Puebla de Montalban (1928-‘30) frequentò i corsi umanistici, poi il 1 settembre 1930 vestì l’abito francescano. Durante l’anno di noviziato il padre, in considerazione dei tempi difficili che la Chiesa stava per affrontare per l’incombente persecuzione, cercò di dissuaderlo riportandolo a casa, ma Ramon, per nulla timoroso, parlava a tutti con gioia della propria vocazione e dopo alcuni giorni riprese risolutamente il cammino del noviziato per giungere alla prima professione il 2 settembre 1931. Come per tutti i suoi compagni di quel tempo le tappe successive della formazione furono Pastrana (1931-34) e Consuegra (1934-36).
Manifestò grande fortezza d’animo nel superare le difficoltà scolastiche, per la sua poca attitudine naturale agli studi, e grande umiltà nel riconoscere i propri limiti al confronto dei successi dei compagni.
Il martirio fu per lui una vera grazia alla quale si era preparato da tempo. Nel luglio 1936 suo padre e un fratello fecero un ultimo tentativo di ricondurlo in famiglia, ma egli non volle: Neppure volle accettare la proposta di essere nascosto in una famiglia amica, perché diceva di voler seguire la sorte dei suoi compagni ed essere disposto a morire per Cristo.
Beato Valentìn Dìez Serna(1915-1936)
Nacque nato a Tablada de Villadiego (Burgos) l’11 novembre 1915. Suo padre Antonio e sua madre Maria ebbero dieci figli, ai quali diedero la prima educazione religiosa e culturale, non essendoci nel piccolo villaggio né il sacerdote né la scuola. Valentino fu portato al fonte battesimale il 14 novembre 1915, fece la sua Prima Comunione nel 1923 e la cresima il 7 ottobre 1924 nella parrocchia di S. Lorenzo e S. Maria di Villadiego.
L’ambiente familiare ed il contatto con i religiosi di paesi vicini fece germogliare in lui la vocazione. I suoi genitori erano amici della famiglia di padre Anastasio Gonzales del paese di Villaute, per questo motivo il giovane Valentín spesso sentiva parlare della vita dei frati e se ne interessò.
Ad Alcazar il 29 settembre 1926 diede inizio al suo cammino francescano che lo avrebbe portato dopo gli studi compiuti a La Puebla (1928-’30) e il noviziato ad Arenas (12 novembre 1930-13 novembre 1931) alla prima professione religiosa.
Durante gli anni di seminario a Pastrana (1931-34) i suoi compagni lo descrissero come una persona serena, equilibrata, più amante del silenzio e dello studio che della confusione, sempre allegro e sorridente, amico di tutti. Devotissimo della Vergine Maria, l’ aveva scelta come patrona fin dalla sua vestizione sotto il titolo del Carmine, e in suo onore aveva composto vari articoli ed un poema pubblicati sulla rivista del seminario. Applicato nello studio, apparteneva al circolo Giovanni Duns Scoto.
Sopportò in silenzio le prolungate emicranie che si manifestarono a partire dall’inverno 1934, per le quali gli era molto costoso studiare, così pure superò con coraggio alcune sofferenze morali come la morte della mamma, la crisi del seminario durante gli studi di filosofia e alcune ingiuste riprensioni che gli vennero dai superiori.
I suoi compagni lo consideravano come un modello già dai tempi del seminario minore, paragonandolo ad un piccolo Sant’Alfonso. Nella sua figura dicono i testimoni c’era qualcosa di sovrumano, frutto della sua intima unione con Dio. Il suo impegno per una vita virtuosa e nella formazione erano motivati unicamente dal suo ideale di essere un buon pastore di anime.
(Fonte: www.ofm.org)
Giaculatoria - Beati Vìctor Chumillas Fernàndez e 19 compagni, pregate per noi.

*Altri Santi del giorno (16 agosto)

*Beata Maria Sagrario - Martire Carmelitana
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.

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