Santi del 16 Aprile - Istituto Aveta

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Santi del 16 Aprile

Il mio Santo > I Santi di Aprile

*Beato Arcangelo Canetoli - Sacedote (16 aprile)

Bologna, 1460 - Gubbio, 16 aprile 1513
Arcangelo Canetoli, nato a Bologna nel 1460, subì le amare vicissitudini della rivalità fra i Canetoli e i Bentivoglio. Ancora fanciullo sopravvisse provvidenzialmente allo sterminio dell’intera famiglia. Da giovane entrò fra i Canonici Regolari di Santa Maria di Reno, detti “renani”. Per l’estrema umiltà e l’amore alla solitudine ricusò a lungo ogni dignità ecclesiastica e solo per obbedienza accettò l’ordinazione presbiterale.
Dal 1498 dimorò nel convento di Sant'Ambrogio di Gubbio, amato e venerato dagli umili e dai potenti,
fra cui gli Acquisti di Arezzo e i Medici di Firenze. Rifiutò con costanza la nomina ad arcivescovo della Città Medicea propostagli da Papa Leone X. Morì il 16 aprile 1513 e il corpo incorrotto è tuttora venerato nel suo monastero di Gubbio.
Arcangelo nacque poco verso il 1460 da una delle più nobili famiglie di Bologna: i Canetoli. Essi erano ritenuti i responsabili della morte di Annibale Bentivoglio ed in questo clima di lotte fratricide si colloca l’episodio del loro sterminio.
Scomparvero così il padre e tutti i fratelli di Arcangelo e solo quest’ultimo, ancora fanciullo, riuscì a salvarsi grazie a circostanze fortuite.
Il 29 settembre 1484 vestì l’abitò della congregazione dei Canonici Regolari di Santa Maria di Reno, detti “renani”, nel convento del Santissimo Salvatore di Venezia.
Qui gli fu affidato l’incarico dell’accoglienza dei pellegrini ed in alcuni di essi gli capitò talvolta di riconoscere gli assassini dei suoi familiari. Seppe sempre, però, dominare eroicamente il suo desiderio di vendetta.
Estremamente umile ed amante della solitudine, rifiutò a lungo qualsiasi dignità ecclesiastica ed infine accettò l’ordinazione presbiterale solo per senso di obbedienza.
Trascorse diversi anni girovagando tra vari monasteri veneti appartenenti alla sua congregazione: Sant’Antonio, dove un Catalogo dei Canonici Regolari del 1485 lo qualificò “Archangelum Christophori” in contrasto con la Vita che lo vuole figlio di Faccio, Santisimo Salvatore e nuovamente Sant’Antonio.
Nel 1498 chiese ed ottenne il trasferimento nel monastero di Sant’Ambrogio di Gubbio, desideroso di dedicarsi ad una fervida vita contemplativa. Tuttavia, per qualche tempo dovette fare ritorno al Santissimo Salvatore verso il 1505. In seguito ricevette la nomina a vicario di San Daniele in Monte presso Padova, ove rimase sino al 1509, quando decise di tornare alla vita eremitica a Gubbio. Qui si diffuse sempre più la sua fama di santità e fu amato e venerato sia dagli umili che dai potenti, fra cui gli Acquisti di Arezzo, i duchi di Urbino ed i Medici di Firenze. Ai duchi di Urbino il Canetoli predisse alcuni avvenimenti futuri, ma anche a Giuliano de’ Medici esule ad Urbino ebbe modo di preannunziare il ritorno nella sua città con tutti gli onori. Il principe toscano non dimenticò questa profezia e, non appena poté rientrare a Firenze e suo fratello Giovanni fu eletto papa col nome Leone X, si attivò per ricompensare l’umile eremita di Gubbio offrendogli la cattedra episcopale fiorentina.
Ma Arcangelo rifiutò categoricamente e si limitò a chiedere che al monastero di Sant’Ambrogio fossero concesse particolari indulgenze. Durante il viaggio di ritorno da Firenze il beato fu colto da una febbre tanto alta da non permettergli di proseguire il suo viaggio oltre Castiglione Aretino. Dovette così fermarsi presso la famiglia Acquisti che, in seguito alla morte di un familiare di Gubbio, fece ritorno nella città. Malgrado le premurose cure che gli furono riservate, Arcangelo CAnetoli morì santamente il 16 aprile 1513. Il 3 dicembre dello stesso anno, il suo corpo fu traslato nella chiesa del Monastero di Sant’Ambrogio in Gubbio, ove ancora oggi è conservato incorrotto.
Il cardinale Prospero Lambertini, testimone oculare della diffusione del suo culto, divenuto papa col nome di Benedetto XIV, il 2 ottobre 1748 decretò l’ufficialità del titolo di “beato” attribuitogli e concesse la Messa e l’Ufficio propri sia per la sua congregazione che per l’arcidiocesi nativa.
La principale fonte di notizie circa l’esistenza terrena del Beato Arcangelo Canetoli consiste in una sua biografia redatta da un suo confratello una ventina di anni dopo la sua morte, specificando accuratamente la provenienza di quasi tutte le singole informazioni. Nel gennaio 1772 fu aggiunta anche un’appendice contenente i resoconti delle grazie attribuite alla sua potente intercessione.
Per comprendere pienamente la santità e la personalità del Beato Arcangelo Canetoli occorre conoscere il periodo in cui visse tale uomo. In tal caso si potrà allora affermare, come riporta una sua Vita pubblicata nel 1913, che “la santità è come una luce che risplende sempre e dovunque, ma che è tanto più bella quanto più profonde sono le tenebre in cui apparisce”.
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Arcangelo Canetoli, pregate per noi.  


*San Benedetto Giuseppe Labre - Pellegrino (16 aprile)

Amettes, Francia, 26 marzo 1748 - Roma, 16 aprile 1783
Portato alla contemplazione, desidero diventare trappista ma, per il suo spirito inquieto, ebbe difficoltà a restare nei monasteri.
Partì per Roma e lungo il percorso scoprì la sua vera vocazione: Dio lo aveva messo sulla strada e qui sarebbe rimasto.
Divenne “ il vagabondo di Dio “ in compagnia dell’Imitazione di Cristo, del breviario, di un Crocifisso e della corona del rosario, compì pellegrinaggi in Italia e Francia, vivendo di carità che distribuiva i bisognosi.
Morì a Roma nel retrobottega del macellaio che lo aveva raccolto per strada svenuto, dopo tredici anni vissuti pellegrinando, testimone, come soleva dire, del fatto che “ in questo mondo siamo tutti pellegrini verso il Paradiso “.
Patronato: Mendicanti, Senzatetto
Etimologia: Benedetto = che augura il bene, dal latino
Martirologio Romano: A Roma, San Benedetto Giuseppe Labre, che, preso fin dall’adolescenza dal desiderio di un’aspra vita di penitenza, intraprese faticosi pellegrinaggi a celebri santuari, coperto soltanto di una povera e lacera veste, nutrendosi soltanto del cibo che riceveva in elemosina e dando ovunque esempio di pietà e penitenza; fece di Roma la meta ultima dei suoi viaggi, vivendo qui in estrema povertà e in preghiera.
In questo mondo siamo tutti pellegrini nella valle di lacrime: camminiamo sempre per la via sicura della Religione, in Fede, Speranza, Carità, Umiltà, Orazione, Pazienza e Mortificazione
cristiana, per giungere alla nostra patria del Paradiso".
Era questa una delle massime preferite di S. Benedetto Giuseppe Labre, che ben corrisponde alla sua testimonianza di vita.
Dei 35 anni che visse, almeno 13 li passò da "pellegrino" sulla strada. A giusto titolo perciò lo si definì "il vagabondo di Dio" o anche "lo zingaro di Cristo", espressioni ben più tenere che non "Santo dei pidocchi", come venne pure denominato.
Benedetto Giuseppe Labre nacque ad Amettes, presso Arras, il 26 marzo 1748, primo di 15 figli di modesti agricoltori.
Fece qualche studio presso la scuola del villaggio e apprese i primi rudimenti del latino presso uno zio materno.
Portato più alla vita contemplativa che al sacerdozio, sollecitò invano dai genitori il permesso di farsi trappista. Solo a diciotto anni poté fare richiesta d'ingresso alla certosa di S. Aldegonda, ma il parere dei monaci fu contrario. Stessa ripulsa ricevette dai cistercensi di Montagne in Normandia, dove giunse dopo aver percorso a piedi 60 leghe in pieno inverno.
Solo sei settimane durò il suo soggiorno nella certosa di Neuville, e poco di più rimase nell'abbazia cistercense di Sept-Fons, di cui però avrebbe sempre portato la tunica e lo scapolare di novizio. A 22 anni prese la grande decisione: il suo monastero sarebbe stato la strada, e più precisamente le strade di Roma.
Nel sacco di povero pellegrino portava tutti i suoi tesori: il Nuovo Testamento, l'Imitazione di Cristo e il breviario che recitava ogni giorno; sul petto portava un crocifisso, al collo una corona e tra le mani un rosario.
Mangiava appena un tozzo dì pane e qualche erba; non chiedeva la carità e, se la riceveva, si affrettava a renderne partecipi gli altri poveri, anche a rischio che il donatore, scorgendovi un gesto di scontentezza, facesse seguire alla moneta una gragnuola di bastonate (come effettivamente avvenne un giorno).
Di notte riposava tra le rovine del Colosseo e le sue giornate le passava nella preghiera contemplativa e nei pellegrinaggi ai vari santuari: uno dei più cari al suo cuore fu quello di Loreto.
Morì logorato dagli stenti e dall'assoluta mancanza d'igiene il 16 aprile 1783, nel retrobottega del macellaio Zaccarelli, presso la chiesa di S. Maria dei Monti, in cui venne sepolto tra grande concorso di popolo. Venne canonizzato nel 1881 da Leone XIII.
(Autore: Piero Bargellini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Benedetto Giuseppe Labre, pregate per noi.  


*Santa Bernardetta Soubirous - Vergine (16 aprile)

Lourdes, 7 gennaio 1844 - Nevers, 16 aprile 1879
Quando, l'11 febbraio del 1858, la Vergine apparve per la prima volta a Bernadette presso la rupe di Massabielle, sui Pirenei francesi, questa aveva compiuto 14 anni da poco più di un mese.
Era nata, infatti, il 7 gennaio 1844.
A lei, povera e analfabeta, ma dedita con il cuore al Rosario, appare più volte la «Signora».
Nell'apparizione del 25 marzo 1858, la Signora rivela il suo nome: «Io sono l'Immacolata
Concezione». Quattro anni prima, Papa Pio IX aveva dichiarato l'Immacolata Concezione di Maria un dogma, ma questo Bernadette non poteva saperlo.
La lettera pastorale firmata nel 1862 dal vescovo di Tarbes, dopo un'accurata inchiesta, consacrava per sempre Lourdes alla sua vocazione di Santuario mariano internazionale. La sera del 7 Luglio 1866, Bernadette Soubirous decide di rifugiarsi dalla fama a Saint-Gildard, Casa Madre della Congregazione delle Suore della Carità di Nevers.
Ci rimarrà 13 anni.
Costretta a letto da asma, tubercolosi, tumore osseo al ginocchio, all'età di 35 anni, Bernadette si spegne il 16 aprile 1879, mercoledì di Pasqua. (Avvenire)
Patronato: Pastori
Etimologia: Bernardetta = ardita come orso, dal tedesco
Emblema: Giglio
Martirologio Romano: A Nevers sempre in Francia, Santa Maria Bernarda Soubirous, vergine, che, nata nella cittadina di Lourdes da famiglia poverissima, ancora fanciulla sperimentò la presenza della Beata Maria Vergine Immacolata e, in seguito, preso l’abito religioso, condusse una vita di umiltà e nascondimento.
A metà strada tra Lione e Parigi, adagiata lungo la Loira, c’è Nevers, la città in cui è sepolto, da circa 125 anni, il corpo incorrotto di Santa Bernadette Soubirous.
Entrando nel cortile del convento di Saint Gildard, Casa Madre delle Suore della Carità, si accede alla chiesa attraverso una porticina laterale.
La semioscurità, in questa architettura neogotica dell'Ottocento, è rotta dalle luci che illuminano un’artistica cassa funeraria in vetro. Dentro c’è il piccolo corpo (appena un metro e quarantadue centimetri di altezza) di una giovane religiosa che sembra quasi dormire, con le mani giunte attorno a un rosario ed il capo reclinato a sinistra.
È il corpo mortale di Bernadette, la veggente di Lourdes, rimasto pressocchè intatto dal giorno della sua morte.
Per la scienza un fatto “inspiegabile”, per la fede invece un segno inequivocabile del “dito” di Dio in una vicenda, come quella di Lourdes, che ha tutti i caratteri dell’ eccezionalità e i cui effetti si possono contemplare anche oggi in quello straordinario luogo di fede e di pietà mariana che è la piccola città dei Pirenei dove Maria apparve per la prima volta l’ 11 febbraio del 1858. Quella mattina era un giovedì grasso e a Lourdes faceva tanto freddo.
In casa Soubirous non c’era più legna da ardere. Bernadette, che allora aveva 14 anni, era andata con la sorella Toinette e una compagna a cercar dei rami secchi nei dintorni del paese.
Verso mezzogiorno le tre bambine giunsero vicino alla rupe di Massabielle, che formava, lungo il fiume Gave, una piccola grotta.
Qui c’era “la tute aux cochons”, il riparo per i maiali, un angolo sotto la roccia dove l’acqua depositava sempre legna e detriti. Per poterli andare a raccogliere, bisognava però attraversare un canale d’acqua, che veniva da un mulino e si gettava nel fiume.
Toinette e l’amica calzavano gli zoccoli, senza calze. Se li tolsero, per entrare nell'acqua fredda. Bernadette invece, essendo molto delicata e soffrendo d'asma, portava le calze. Pregò l’amica di prenderla sulle spalle, ma quella si rifiutò, scendendo con Toinette verso il fiume.
Rimasta sola, Bernadette pensò di togliersi anche lei gli zoccoli e le calze, ma mentre si accingeva a far questo udì un gran rumore: alzò gli occhi e vide che la quercia abbarbicata al masso di pietra si agitava violentemente, per quanto non ci fosse nell’aria neanche un alito di vento. Poi la grotta fu piena di una nube d’oro, e una splendida Signora apparve sulla roccia.
Istintivamente, Bernadette s'inginocchiò, tirando fuori la coroncina del Rosario. La Signora la lasciò fare, unendosi alla sua preghiera con lo scorrere silenzioso fra le sue dita dei grani del Rosario. Alla fine di ogni posta, recitava ad alta voce insieme a Bernadette il Gloria Patri.
Quando la piccola veggente ebbe terminato il Rosario, la bella Signora scomparve all’improvviso, ritirandosi nella nicchia, così come era venuta.
Bernadette Soubirous aveva compiuto 14 anni da poco più di un mese. Era nata, infatti, il 7 gennaio 1844, da Louise Casterot e François, un mugnaio ridotto in miseria dalla sua eccessiva “bontà” verso i creditori.
Bernadette, che era la primogenita, a 14 anni non sapeva né leggere né scrivere e non aveva ancora fatto la prima Comunione, tuttavia sapeva assai bene il Rosario e teneva sempre con sé una coroncina da pochi spiccioli dalla quale era solita non separarsi mai.
È, quindi, proprio a una quattordicenne poverissima ed analfabeta, ma che prega tutti i giorni il Rosario, che la Madonna decide di apparire la mattina dell’ 11 febbraio 1858, in un piccolo paese ai piedi dei Pirenei.
Intanto la notizia delle apparizioni si diffonde in un baleno. Nell’apparizione del 24 febbraio la Madonna ripete per tre volte la parola “Penitenza”. Ed esorta: “Pregate per i peccatori”.
Infine nell’ apparizione del 25 marzo 1858, la Signora rivela finalmente il suo nome:: “Que soy – dice nel dialetto locale - era Immaculada Councepciou…” (Io sono l’Immacolata Concezione).
Quattro anni prima, Papa Pio IX aveva dichiarato l'Immacolata Concezione di Maria un dogma, cioè una verità della fede cattolica, ma questo Bernadette non poteva saperlo. Così, nel timore di dimenticare tale espressione per lei incomprensibile, la ragazza partì velocemente verso la casa dell’abate Peyramale, ripetendogli tutto d’un fiato la frase appena ascoltata.
L’abate, sconvolto, non ha più dubbi. Da questo momento il cammino verso il riconoscimento ufficiale delle apparizioni può procedere speditamente, fino alla lettera pastorale firmata nel 1862 dal vescovo di Tarbes, che, dopo un’accurata inchiesta, consacrava per sempre Lourdes alla sua vocazione di Santuario Mariano Internazionale.
La sera del 7 Luglio 1866, Bernadette Soubirous varcava la soglia di Saint-Gildard, Casa Madre della Congregazione delle Suore della Carità di Nevers. “Sono venuta qui per nascondermi”, aveva detto con umiltà.
Tante attenzioni, tante morbose curiosità attorno alla sua persona dopo le apparizioni, non le davano che dispiacere. Nei 13 anni che rimane a Nevers sarà infermiera, a volte sacrestana, ma spesso ammalata lei stessa…
Svolge tutte le sue mansioni con delicatezza e generosità: “Non vivrò un solo istante senza amare”.
Ma la malattia avanza implacabile: asma, tubercolosi, tumore osseo al ginocchio.
L’11 dicembre 1878 è definitivamente costretta a letto: “Sono macinata – dice lei – come un chicco di grano”.
All’età di 35 anni, il 16 aprile 1879, mercoledì di Pasqua, alle 3 del pomeriggio, gli occhi della piccola veggente che videro Maria si chiudono per sempre. Beatificata nel 1925, il Papa Pio XI l’ha proclamata santa l’8 dicembre 1933.
(Autore: Maria Di Lorenzo -Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Santi Caio e Cremenzio (Crescenzo) - Martiri (16 aprile)
Martirologio Romano: Nello stesso luogo, commemorazione dei Santi Caio e Cremenzio, che nella medesima persecuzione vinsero i supplizi perseverando nella fede in Cristo.
Santi Caio e Cremenzio di Saragozza, Confessori e Martiri.
Nel 303 la persecuzione scatenata da Diocleziano infierì particolarmente sulla comunità cristiana di Saragozza (Spagna).
Nello stesso giorno, 16 aprile, in cui il Martirologio Romano commemora un gruppo di diciotto martiri di Saragozza, sono ricordati sant'Engrazia, Caio e Cremenzio, vittime di quella persecuzione.
I nomi di costoro provengono da un carme di Prudenzio, che dedica loro due strofe: «Additis Caio (nec enim silendi) Teque, Crementi: quibus incruentum Ferre provenit decus ex secundo Laudis agone. Ambo confessi Dominum, steterunt Acriter contra fremitum latronum Ambo gustarunt leviter saporem Martyriorum».
Caio e Cremenzio sono ricordati sia come confessori sia come martiri. Sembra infondata l'opinione di alcuni, che dalle espressioni di Prudenzio hanno voluto dedurre un momento di debolezza da parte dei due santi, riparato in un secondo tempo con il martirio.
E nemmeno il testo di Prudenzio sembra favorire l'opinione di coloro che affermano che i due santi, dopo aver superato una prima prova, sarebbero morti successivamente di morte violenta.
Vi si parla, infatti, di «incruentum decus» derivante «ex secundo laudis agone» frasi che indicano abbastanza chiaramente una prova di fedeltà a Cristo diversa dal martirio e che fanno preferire, per essi, il titolo di confessori.
Caio e Cremenzio avevano, tuttavia, sopportato prigionia e torture e, forse, morirono non molto dopo in prigione per i maltrattamenti subiti; quindi, Prudenzio poteva ben affermare che «ambo gustaverunt leviter saporem martyriorum».
I due santi non si trovano ricordati nei calendari mozarabici. Il Molano in riferimento al Martirologio di Usuardo li ricorda insieme con Engrazia al 16 aprile, nello stesso giorno della festività dei diciotto martiri di Saragozza. A tale data sono pure celebrati nel Breviario di Saragozza del 1573 e nel Martirologio Romano. Sembra, tuttavia, meno esatta l'espressione ivi impiegata: «Secundo confessi et in fide Christi perseverantes, martyrii calicem gustaverunt».
(Autore: Gian Michele Fusconi - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Contardo d'Este (16 aprile)

Ferrara, 1216 - Broni, Pavia, 16 aprile 1249
Martirologio Romano: A Broni presso Pavia, commemorazione di San Contardo, pellegrino, che scelse una vita di estrema povertà e morì colpito da una malattia mentre era in cammino per Compostela.
San Contardo nacque a Ferrara nel 1216, primogenito dei principi d'Este, signori della Città.
Già nei primi anni della sua giovinezza Contardo sentì la voce di Dio che con forza lo chiamava ad abbandonare le ricchezze terrene e il diritto di successione, per vivere in povertà, pellegrino del Vangelo sulle strade d'Europa, senza un luogo in cui trovare riparo, sull'esempio del Maestro Divino. Il giovane principe, lasciata Ferrara con alcuni compagni, si mise in viaggio verso il Santuario di
San Giacomo di Compostela, edificando con la sua fede e semplicità chiunque incontrava.
Giunto a Broni (Provincia di Pavia, Diocesi di Tortona), cadde ammalato ed espresse il desiderio di essere ivi sepolto qualora lo cogliesse la morte.
E così avvenne il 16 Aprile 1249. Alcuni prodigi impedirono che tutto ciò avvenisse nell'anonimato e rivelarono la santità dello sconosciuto pellegrino (le campane si misero a suonare da sole e splendenti fiammelle si accesero accanto al corpo), suscitando la venerazione dei bronesi che tumularono il santo corpo con tutti gli onori, nella chiesa parrocchiale, già Collegiata, poi eretta in Basilica Minore.
San Contardo fu venerato con culto approvato da Papa Paolo V e arricchito di indulgenze da Papa Urbano VIII .
La memoria liturgica della salita al cielo è celebrata il 16 Aprile, mentre la memoria della traslazione del corpo all'interno della Basilica Minore di San Pietro Apostolo in Broni è celebrata, con grande concorso di popolo e processione, l'ultimo sabato di Agosto.
Al santo, definito da molti Patrono dell'Oltrepò Pavese, è stato dedicato un colle nel Comune di Broni, Colle San Contardo, sulla cui cima è situata una antica cappella.
La strada che percorre il colle è impreziosita da una artistica Via Crucisdi 15 stazioni composta dallo scultore Angelo Grilli.
(Fonte: Proprio dei Santi della Diocesi di Tortona - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Contardo d'Este, pregate per noi.  

 

*San Dragone – Recluso a Sebourg (16 aprile)
Epinoy (Francia), 1118 – Sebourg (Francia), 1189
Martirologio Romano: A Sebourg nell’Hainault, nel territorio dell’odierna Francia, San Drogone, che, desideroso di una vita semplice e solitaria, visse come pastore e pellegrino per il Signore, finendo i suoi giorni rinchiuso in una piccola cella.
Drogone, il cui nome si presenta anche nelle varianti francesi Dreux e Druon, era un esponente di una nobile famiglia fiamminga. Nato nel 1118 ad Epinoy, nella regione francese dell’Artois, rimase immediatamente orfano, in quanto il padre morì ancor prima della sua nascita e la madre al momento parto. Una volta cresciuto e venuto a sapere di questa triste vicenda, Drogone iniziò a soffrine di
sensi di colpa per la morte della madre ed a essere afflitto da una forte depressione.
Non gli restò dunque che abbandonarsi alla Divina Misericordia e, divenuto maggiorenne, iniziò una serie di pellegrinaggi penitenziali, che gli permisero di superare le sue difficoltà ed i suoi scrupoli. Decise di stabilirsi a Sebourg, nei pressi di Valenciennes, nella Francia nord-orientale, e qui intraprese l’attività di pastore. Presto si diffuse nei dintorni la sua fama di santità ed una voce che gli attribuiva il dono della bilocazione. Pare infatti che fu visto servire Messa mentre invece stava portando al pascolo le pecore e nacque così il detto popolare: “Non essendo San Drogone, non posso essere in due posti contemporaneamente”.
Trascorsi sei anni riprese il suo peregrinare e, dopo essere stato a Roma ben nove volte, fu colpito da una grave ernia che lo costrinse a vivere in una cella che fu appositamente edificata contro il muro di una chiesa di Sebourg.
La partecipazione alla Massa gli era consentita da una finestrella obliqua che collegava i due vani. In tale condizioni sopravvisse secondo la tradizione addirittura per quarant’anni, tra atroci sofferenze, cibandosi di pane ed acqua. La leggenda narra che, verificatosi un incendio che distrusse gran parte della chiesa e della sua cella, Drogone fu ritrovato illeso ed inginocchiato tra le ceneri.
Ma nel 1189 giunse anche per lui l’ora della morte ed il suo culto si diffuse immediatamente nelle zone circostanti. La sua tomba posta nella chiesa di Sebourg divenne meta di incessanti pellegrinaggi. Venerato come patrono dei pastori e dei pascoli, è però anche invocato contro l’ernia, la nefrite e le coliche nefritiche.
Nel 1320 fu redatta una sua breve “Vita” grazie alla fusione di parecchi elementi leggendari. Altre sue brevi Vite di estrazione popolare furono stilate in lingua francese o fiamminga.
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Dragone, pregate per noi.  


*Santa Engrazia - Vergine e Martire (16 aprile)

sec. IV
Emblema:
Palma
Martirologio Romano: Sempre a Saragozza, commemorazione di Santa Engrazia, vergine e martire, che, crudelmente torturata, sopravvisse ad ogni supplizio, recando per qualche tempo ancora sulle sue membra i segni di quelle ferite.
Il Martyrologium Romanum riporta in data odierna, 16 aprile, ben tre distinte commemorazioni a dei Santi che subirono il martirio presso la città spagnola di Saragozza durante la medesima persecuzione indetta dall'imperatore Diocleziano:
- Ottato con 17 compagni: Luperco, Successo, Marziale, Urbano, Giulia, Quintiliano, Publio, Frontone, Felice, Ceciliano, Evodio, Primitivo, Apodemio e quattro di nome Saturnino;
- la vergine Engrazia;
- Caio e Crescenzio.
Talvolta questo gruppo viene definito “Innumerevoli Martiri di Saragozza”.
Il poeta Prudenzio (circa 348-410), originario proprio di Saragozza, scrisse un inno dedicati ai martiri suoi concittadini, elencando tutti i loro nomi, ma senza specificare come vennero uccisi.
L'inno tratta anche di una certa Santa Encratis (o Engrazia), vergine, che durante tale persecuzione patì orribili torture, dettagliatamente descritte da Prudenzio.
Questi la definisce “giovane veemente” per il modo in cui difese la propria fede, da quanto risulta, sopravvisse alle torture, in quanto il poeta definisce la sua casa “santuario di una martire vivente”, fino a quando il suo corpo piagato non si arrese.
Agli storici pare probabile che Engrazia abbia subito la persecuzione in un tempo successivo ad Ottato e probabilmente visse in un'epoca più vicina a quella di Prudenzio. Il nome della santa, senza dubbio la più famosa del gruppo, è talvolta riportato in varie forme ed il suo culto si diffuse in tutta la Spagna e sui Pinerei.
Sant'Ottato ed i suoi compagni furono venerati in special modo proprio nella chiesa a lei dedicata. In occasione del sinodo di Saragozza del 592, il santuario dedicato alla memoria dei santi martiri fu riconsacrato e fu redatta una Messa propria, nota come “Messa di Santa Engrazia o dei diciotto martiri”.
La nuova consacrazione fu celebrata il 3 novembre e proprio in tale anniversario, per un certo periodo, venne celebrata la festa di questi santi, anche se è più consona la data odierna indicata dal nuovo Martirologio cattolico.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Engrazia, pregate per noi.  


*San Fruttuoso di Braga - Vescovo (16 aprile)

m. 665
Emblema:
Mitra, Pastorale
Martirologio Romano: A Braga in Portogallo, San Fruttuoso, vescovo, che dapprima fu monaco e fondatore di cenobi, poi vescovo di Dume e, eletto infine vescovo metropolita di Braga dai Padri del decimo Concilio di Toledo, resse con prudenza al contempo sia questa Chiesa sia i suoi monasteri.
Fruttuoso nacque da un generale che prestava servizio presso il re dei Visigoti. Dai genitori ereditò così una grande fortuna che impiegò nell’aiuto dei poveri e degli schiavi della famiglia, nonché per la
fondazione di nuovi centri religiosi. Per essere ammesso all’ordine del presbiterato compì gli studi richiesti presso la scuola fondata dal vescovo di Valenza Conancio.
Fruttuoso si fece poi promotore della costruzione di un monastero a Complute, in montagna nei pressi di Verze, e si occupò direttamente dell’organizzazione della nuova comunità sino a quando, divenuti i monaci ormai indipendenti, poté ritirarsi in cerca di maggior solitudine. Recatosi in pellegrinaggio a Siviglia e a Cadice, la tradizione gli attribuisce la fondazioni di monasteri in entrambe le città.
Nei suoi spostamenti Fruttuoso era solito trascinare uno stuolo di discepoli, per i quali fondava poi nuovi conventi. Gli si presentarono poi anche intere famiglie intenzionate a d emettere i voti religiosi, spesso mosse da intenzioni ben più pratiche piuttosto che spirituali. Nonostante ciò anche per loro il santo ebbe un occhio di riguardo ed edificò appositamente delle case miste, in cui però uomini e donne erano rigorosamente separati.
Quanto ai bambini stabilì che, giunti ad un età in cui fossero stati in grado di intendere e di volere, avrebbero dovuto essere trasferiti in un’apposita casa per oblati, al fine di poter prendere in assoluta autonomia una decisione sul proprio futuro.
Per ben tre secoli restò in Spagna e Portogallo l’impronta delle due regole di vita monastica redatte da San Fruttuoso: la “Regola dei monaci” e la “Regola comune”. In quest’ultima era previsto il celebre “Patto” che ufficializzava l’ingresso nella vita religiosa.
Manifestata la volontà di recarsi in pellegrinaggio a Gerusalemme e di ritirarsi in Egitto a vita eremitica, il re si oppose fermamente a tale eventualità. Ricevette invece la nomina a vescovo di Dumio e nel 656 ad arcivescovo della città portoghese di Braga. Ricevette una forte opposizione al suo impegno nella riforma della diocesi, ma infine riuscì nel suo intento, senza mai rinunciare alla sua pazienza ed alla sua gentilezza.
Nel 665 giunse per Fruttuoso l’ora della morte. Le sue reliquie subirono una traslazione all’inizio del secolo XII per trovare collocazione nella chiesa di San Jeronimo el Real a Compostella, ove ancora oggi sono oggetto di venerazione da parte dei fedeli. Del suo epistolario non ci restano che due testi, uno dei quali indirizzato al vescovo di Saragozza San Braulio.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Fruttuoso di Braga, pregate per noi.  


*Beato Gaspare (Mikel) Suma - Sacerdote Francescano, Martire (16 aprile)

Scheda del Gruppo a cui appartiene:
Beati Martiri Albanesi (Vincenzo Prennushi e 37 compagni) - 5 novembre

Scutari, Albania, 22 marzo 1897 – 16 aprile 1950

Padre Gaspër Palaj, al secolo Mikel, proveniva da una famiglia cattolica albanese, famosa per il suo forte legame con la fede e con la patria. Il suo nome religioso, infatti, era lo stesso del padre, fucilato come patriota. Odiato dal regime comunista proprio per questo suo vincolo familiare, venne incarcerato perché aveva invitato, nella sua predicazione, a disertare le riunioni comuniste. Morì per le privazioni subite il 16 aprile 1950, in carcere, a Scutari.
Compreso nell’elenco dei 38 martiri albanesi, di cui fanno parte altri sei frati e un vescovo francescani, è stato beatificato il 5 novembre 2016 a Scutari.
Nato a Scutari il 5 luglio 1887, fu battezzato con il nome di Mikel. Suo padre si chiamava
Gaspër e mori fucilato per vicende socio-politiche. La madre si chiamava Rosa Shiroka. In famiglia erano 4 figli: 3 maschi e una femmina che fu suora servita, suor Geltrude, vissuta nei conventi di Valona, Tirana e Elbasan. Quanto ai fratelli, Angelino morì a Parigi nel 1938, mentre Guglielmo venne fucilato l'11 marzo 1948.
A 11 anni Mikel andò in collegio a Graz, in Austria, per proseguire gli studi. Fu consacrato sacerdote a Voltri, in provincia di Genova, il 31 luglio 1921. Come religioso dei Frati Minori, assunse il nome di padre Gaspër, in onore del suo genitore.
Fu insegnante nel collegio francescano di Scutari e parroco a Theth, Brigje te Hotit, Gomsiqe e in altri villaggi. In seguito divenne guardiano del convento di Scutari e cappellano delle suore Stimmatine.
Arrestato nell'aprile 1947 a Brigje, vicino al confine slavo, venne imprigionato con altri frati nel convento di Scutari. Fu trasferito poi nella prigione di Stato, vicino al comitato (oggi prefettura) di Scutari. L’accusa con cui fu processato, nel 1948, fu quella di aver invitato, nella sua predicazione, a dissertare le scuole atee e le riunioni del regime comunista.
Dopo tre anni di carcere duro, per quindici giorni fu ricoverato in ospedale. Prima dell’arresto era alto 1,90 cm e godeva di buona salute: in seguito alle sofferenze e alle privazioni era divenuto curvo e smagrito.
Chi andava a visitarlo in carcere non poteva vederlo o avvicinarlo direttamente, ma passargli il necessario tramite le guardie.
Padre Gasper morì in carcere il 16 aprile 1950. Nella stanza dov’erano ammassati gli altri preti e frati detenuti con lui, c’era anche il futuro cardinal Mikel Koliqi.
I prigionieri sopravvissuti hanno testimoniato che il frate era tanto deperito da essere irriconoscibile.
L’Ordine dei Frati Minori ha dato altri martiri alla Chiesa in Albania: molti di essi sono compresi nell’elenco dei 38 beatificati a Scutari il 5 novembre 2016. Precisamente, si tratta del vescovo di Durazzo monsignor Vinçenc Prennushi e dei padri Gjon Shllaku, Serafin Koda, Bernardin Palaj, Mati Prendushi, Cyprian Nika e Karl Serreqi.

(Autore: Emilia Flocchini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Gaspare Suma, pregate per noi.  


*Beato Gioacchino da Siena (16 aprile)

Siena, 1258 - Siena, 16 aprile 1306
Martirologio Romano: A Siena, Beato Gioacchino, religioso dell’Ordine dei Servi di Maria, che rifulse per singolare devozione verso la Beata Vergine e adempì i precetti di Cristo portando su du sé gli affanni dei poveri.
Nacque a Siena nel 1258, e fu chiamato Chiaramonte. Solo i suoi biografi del sec. XVI lo dicono discendente dalla famiglia Pelacani, e piú tardi ancora dai Piccolomini: di queste genealogie non si ha però alcuna traccia nella sua prima biografia scritta qualche anno dopo la morte da un confratelio, forse Lamberto da Prato.
Spinto dalla sua devozione verso la Madre di Dio, entrò nell'Ordine dei Servi a quattordici anni, come fratello laico. Fu ricevuto in persona da s. Filippo Benizi (v.), allora priore generale, perché - secondo quanto prescrivevano le Costituzioni del medesimo Ordine - non poteva essere ammesso a causa della giovane età. Al suo ingresso gli fu cambiato il nome di Chiaramonte in quello di Gioacchino.
Eccetto un anno passato nell'aretino, trascorse tutta la vita nel convento di S. Maria dei Servi a Siena, che in quegli anni era fiorente per osservanza della regola e santità di vita: vi dimoravano infatti dal 1288 il b Francesco da Siena (v.) e, attorno al 1290, S. Pellegrino Laziosi (V.).
Del soggiorno nel convento dei Servi di Arezzo, il suo antico biografo ci ha tramandato un episodio che caratterizza un po' tutta la sua vita. Una notte, Gioacchino venne a trovarsi casualmente in un ospizio, accanto ad un ammalato di epilessia.
Desiderando condividere totalmente il dolore dell'infermo, fece l'offerta di se stesso al Signore, perché il paziente fosse guarito e l'infermità sua ricadesse su di sé. Esaudito, venne colpito dal male. L'episodio sta a concretizzare le parole di s. Paolo ai Galati: "Alter alterius onera portate et sic adimplebitis legem Christi" (VI, 2), che il suo biografo sembra riprendere nel racconto.
Ritornò quindi al convento di Siena, richiamatovi dai suoi confratelli che avevano saputo della sua malattia. Operò diversi miracoli ancora vivente. Si distinse tuttavia soprattutto per la sua umiltà servizievole, l'obbedienza e la contemplazione, rivolto in cuor suo all'adempimento della volontà del
Signore. Alcuni anni dopo, all'epilessia si aggiunse un'altra malattia, che produceva piaghe ulcerose in alcune parti del corpo, e che egli nascose ai suoi confratelli finché gli fu possibile. Morí il 16 aprile 1306, venerdí in passione et morte Domini, all'età di quarantasette anni.
Cinque anni dopo iniziò la serie dei miracoli compiuti da Dio, per sua intercessione. In essi si parla sempre sia di ex voto portati al suo sepolcro, sia di un altare a lui dedicato accanto al quale erano state trasferite le sue reliquie. Tra il 1320 e il 1335, un non ben identificato senese scolpì la predella marmorea per il suo sepolcro, in cui sono illustrati il suo ingresso nell'Ordine e due miracoli da lui compiuti mentre era ancora in vita.
In questi stessi anni, si avvertí pure la necessità di redigere - forse ad uso liturgico locale - la legenda, che fisserà i tratti della sua santità. Sulla festa del beato, e sulla partecipazione ad essa di tutto il popolo, si ha una testimonianza nelle deliberazioni del consiglio generale della Campana del comune di Siena, in data 28 marzo 1320. su richiesta poi dei frati del convento, il 19 aprile 1329 il consiglio generale decretava che alla festa del Beato - celebrata annualmente nella chiesa dei Servi il lunedì dopo Pasqua - dovessero intervenire i Nove, il Podestà, il Capitano del popolo e gli altri uffciali del Comune.
Paolo V ne approvò il culto il 14 aprile 1609. Le ossa del Beato, riposte nel 1636 entro un'arca di legno, furono collocate al sommo del transetto, a sinistra di chi guarda l'altare maggiore, dove si trovano ancor oggi.
La festa liturgica è celebrata nell'Ordine il 3 febbraio. I neonati vengono portati al suo altare per riceverne la benedizione. Il Beato è particolarmente venerato come protettore contro il mal caduco.
(Autore: Pedro-M. Suarez – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Gioacchino da Siena, pregate per noi.  


*San Leonida e VII  donne - Martiri a Corinto (16 aprile)
Leonida era un vescovo di Atene arrestato insieme con sette donne cristiane e condotto a Corinto dove subì il martirio dopo essere stato sottoposto a feroci torture.
L'attribuzione del titolo di vescovo deve probabilmente essersi verificata molto tardivamente, forse in seguito alla scoperta, avvenuta nel nostro secolo, di una basilica dedicata a San Leonida in un'isola dell'Ilinos, che diede l'occasione di trasformare il martire in un vescovo della città.
I Martirologi antichi, invece, non attribuiscono mai la qualifica di vescovo a San Leonida.
Parlano di un giovane che con sette fanciulle si presentò davanti al governatore di Corinto e poiché si rifiutò di apostatare fu bastonato e quindi gettato in mare con al collo una grossa pietra.
I fedeli recuperarono i corpi dei martiri egli seppellirlo sulla spiaggia dove fu costruito una chiesa in loro onore.
Etimologia: Leonida = simile al leone, forte, dal greco
Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Corinto nella regione dell’Acaia in Grecia, Santi Leonida e sette compagne, martiri, che, dopo aver patito vari supplizi, furono annegati in mare.
Le notizie che di questi martiri danno i menei modèrni non corrispondono interamente alla realtà; esse fanno di Leonida un vescovo di Atene, cosa certamente falsa.
Il martirio poi si sarebbe svolto cosí: Leonida è arrestato a Trezene nell'Argolide insieme con sette donne cristiane e condotto a Corinto, dove il governatore Venustus, non essendo riuscito a farli
apostatare, li fece tutti torturare e quindi gettare in mare.
I martirologi antichi invece, come il Martirologio Siriaco del sec. IV e il Geronimiano, pur ricordando al 16 aprile il gruppo, non dicono affatto che Leonida fosse un vescovo, né menzionano Trezene.
Il Siriaco però, invece di sette donne ha otto confessori come compagni di Leonida.
Il Geronimiano reca anche i nomi delle sette donne che poi si ritrovano, con qualche variante, nel Sinassario Costantinopolitano edito dal Delehaye, al 17 aprile: Cariessa, Gallinia, Teodora, Nicia, Nunecia, Callide, Basilissa.
Geronimiano e Sinassario concordano con i menei recenti nell'indicazione del genere di martirio.
Il cod. di Patmos 254, che è un menologio antico, dà una versione assai semplice del martirio: il giovane Leonida e sette fanciulle, cioè Nice, Cariessa, Nunechia, Basilissa, Galena, Callide e Teodora, si presentarono davanti al governatore a Corinto e rifiutatisi di apostatare, costui li fece bastonare e quindi gettare in mare, con al collo una grossa pietra.
I fedeli ricuperarono i corpi e li seppellirono sulla spiaggia dove fu costruita una chiesa in loro onore.
Il titolo di vescovo per Leonida manca anche nel ricordato Sinassario, come pure nel discorso che Michele Coniate, metropolita di Atene (sec. XII - XIII), ha dedicato a questi martiri, e nel racconto che Niceforo Gregoras (sec. XIV) fa del martirio di San Codrato, vescovo di Atene.
La falsa attribuzione del titolo di vescovo deve quindi essersi verificata assai tardivamente.
La basilica del IV-V sec. scoperta nel nostro secolo in un'isola dell'Ilinos, presso Atene, se veramente era dedicata a Santa Leonida, come si afferma, diede forse l'occasione per trasformare il martire in un vescovo della città.
É impossibile determinare l'epoca in cui Leonida e le sue compagne subirono il martirio, ma deve essere stato sicuramente durante l'impero romano, al più tardi alla fine del sec. III o all'inizio del IV trattandosi di vittime del paganesimo.
Non si conosce un governatore dell'Acaia di nome Venustus.
La Chiesa bizantina festeggia questi santi al 17 aprile, ma nei sinassari si trovano date diverse.
Siamo in possesso di un Canone di Giuseppe in loro onore. Nel Martirologio Romano il gruppo è ricordato al 16 aprile, ma alterato in Callisto, Carisio e VII compagni in seguito a cattiva lettura dei codd. del Geronimiano fatta dai precedenti autori di martirologi storici (Adone, Usuardo).
(Autore: Raymond Janin – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Leonida e VII  donne, pregate per noi.  


*San Magno di Orkney (delle Orcadi) - Conte e Martire (16 aprile)

Isole Orcadi, 1075 – Egilsay, 1116
Nasce attorno al 1075 da Erling, uno dei due gemelli vichinghi che furono conti delle Isole Orcadi nella seconda metà del secolo XI. Viene coinvolto nelle battaglie causate, assieme ai norvegesi, dal cugino esiliato, Haakon. Magno, però, non vuole combattere e viene fatto prigioniero. Riesce però a fuggire in Scozia dove inizia un cammino di conversione e di penitenza. Quando Haakon tenta ancora di impadronirsi illegittimamente del potere Magno guida un esercito contro di lui. Per breve tempo i due riescono a coabitare in una tregua.
Ma Haakon, pur sempre intenzionato ad eliminare il cugino, lo invita ingannevolmente ad una conferenza di pace. Riesce così a farlo uccidere ad Egilsay e Magno, rifiutando di difendersi, muore pregando per i suoi assassini. (Avvenire)
Patronato: Isole Orcadi
Emblema: Palma, Nave
Martirologio Romano: In Scozia, San Magno, martire, che, conte delle isole Orcadi, abbracciò la fede cristiana; respinto dal re di Norvegia per aver protestato contro l’arroganza del suo popolo, fu poi trucidato con malvagio inganno mentre si recava inerme a trattare la pace con il cugino suo rivale nel dominio dell’isola.
Magno nacque nel 1075 circa da Erling, uno dei due gemelli vichinghi che furono conti delle Isole Orcadi nella seconda metà del secolo XI.
Pare sia stato un pirata anteriormente alla sua conversione al cristianesimo.
Invece Haakon, figlio dell’altro gemello Paolo, fu esiliato presso la corte di Norvegia al fine di interdirlo nel suo vizio di immischiarsi nella politica della sua patria.
Questi meditò però di vendicarsi e convinse il sovrano norvegese ad intraprendere una battaglia contro le Orcadi.
Magno si vide così costretto a partecipare a violente incursioni sulle coste occidentali della Scozia e dell’Inghilterra.
Giunta sino ad Anglesey, la flotta norvegese si scontrò con quelle inglese e gallese, ma Magno si riservò di non combattere contro chi non aveva alcuna colpa nei suoi confronti. Fatto dunque prigioniero in una delle navi, riuscì fortunatamente a scappare in Scozia. Pentitosi della sua vita precedente, iniziò un periodo all’insegna della preghiera e della penitenza. Resosi vacante il governo delle Orcadi, Haakon tentò di impadronirsi illegittimamente del potere e Magno non esitò allora a guidare un esercito contro di lui.
Per breve tempo i due riuscirono a coabitare in una tregua non propriamente pacifica. Ma Haakon, pur sempre intenzionato ad eliminare il cugino, lo invitò ingannevolmente ad una conferenza di pace.
Riuscì così a farlo uccidere ad Egilsay e Magno, rifiutando di difendersi, morì in atteggiamento di preghiera verso i suoi assassini.
Da tale episodio ebbe origine la venerazione nei suoi confronti come “martire” e la vicenda di San Magno divenne dunque paragonabile a quella di altri santi sovrani, in cui il concetto di martirio è stato dunque esteso a casi di morte violenta a causa della giustizia, “per testimonium caritatis heroicis”.
Inizialmente sepolto nella Christ Churc di Birsay e nel 1136 le sue reliquie furono traslate nella cattedrale di Kirkwall, nelle Orcadi, che gli fu dedicata.
Qui furono rinvenute delle ossa durante gli scavi compiuti nel 1919 e furono ritenute essere proprio di San Magno.
Il suo culto è diffuso in Scozia, in Islanda e nelle Isole Faer Oer, ove numerosi miracoli furono lungo i secoli attribuiti alla sua potente intercessione.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Magno di Orkney, pregate per noi.  


*Santi Ottato, Engrazia, Caio, Crescenzio e Compagni - Martiri di Saragozza (16 aprile)
m. Saragozza (Spagna), 304
Emblema:
Palma
Martirologio Romano: A Saragozza in Spagna, commemorazione dei Santi Ottato e diciassette compagni, martiri, che durante la persecuzione dell’imperatore Diocleziano furono sottoposti a tortura e uccisi; il loro nobile martirio fu celebrato in versi da Prudenzio.
Il Martyrologium Romanum riporta in data odierna, 16 aprile, ben tre distinte commemorazioni a dei santi che subirono il martirio presso la città spagnola di Saragozza durante la medesima persecuzione indetta dall'imperatore Diocleziano:
- Ottato con 17 compagni: Luperco, Successo, Marziale, Urbano, Giulia, Quintiliano, Publio, Frontone, Felice, Ceciliano, Evodio, Primitivo, Apodemio e quattro di nome Saturnino;
- la vergine Engrazia;
- Caio e Crescenzio.
Talvolta questo gruppo viene definito “Innumerevoli Martiri di Saragozza”.
Il poeta Prudenzio (circa 348-410), originario proprio di Saragozza, scrisse un inno dedicati ai martiri suoi concittadini, elencando tutti i loro nomi, ma senza specificare come vennero uccisi. L'inno tratta anche di una certa Santa Encratis (o Engrazia), vergine, che durante tale persecuzione patì orribili torture, dettagliatamente descritte da Prudenzio.
Questi la definisce “giovane veemente” per il modo in cui difese la propria fede, da quanto risulta, sopravvisse alle torture, in quanto il poeta definisce la sua casa “santuario di una martire vivente”, fino a quando il suo corpo piagato non si arrese.
Agli storici pare probabile che Engrazia abbia subito la persecuzione in un tempo successivo ad Ottato e probabilmente visse in un'epoca più vicina a quella di Prudenzio.
Il nome della Santa, senza dubbio la più famosa del gruppo, è talvolta riportato in varie forme ed il suo culto si diffuse in tutta la Spagna e sui Pinerei.
Sant'Ottato ed i suoi compagni furono venerati in special modo proprio nella chiesa a lei dedicata. In occasione del sinodo di Saragozza del 592, il santuario dedicato alla memoria dei santi martiri fu riconsacrato e fu redatta una Messa propria, nota come “Messa di Santa Engrazia o dei diciotto martiri”.
La nuova consacrazione fu celebrata il 3 novembre e proprio in tale anniversario, per un certo periodo, venne celebrata la festa di questi Santi, anche se è più consona la data odierna indicata dal nuovo Martirologio cattolico.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Ottato, Engrazia, Caio, Crescenzio e Compagni, pregate per noi.


*Beati Pietro Delepine, Giovanni Menard e ventiquattro Compagne - Martiri (16 aprile)
Scheda del Gruppo a cui appartengono i Beati Pietro Delepine, Giovanni Menard e ventiquattro Compagne:
“Beati Martiri di Angers” Martiri della Rivoluzione Francese

+ Avrillé, Francia, 16 aprile 1794
I laici Pierre Delépine, nato a Marigné il 24 maggio 1732, e Jean Ménard, nato ad Andigné il 16 novembre 1736, insieme ad altre ventiquattro donne, quasi tutti contadini, caddero vittime della Rivoluzione Francese in odio alla loro fede cristiana.
Furono beatificati il 19 febbraio 1984 insieme ad una folta schiera di Martiri della diocesi di Angers.
Martirologio Romano: Ad Avrillé presso Angers in Francia, Beati martiri Pietro Delépine, Giovanni Ménard e ventiquattro compagne, che, quasi tutti contadini, furono fucilati durante la rivoluzione francese in odio alla fede cristiana.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beati Pietro Delepine, Giovanni Menard e 24 Compagne, pregate per noi.  


*San Turibio di Astorga - Vescovo (16 aprile)

Torino, V secolo – Astorga
Martirologio Romano:
Ad Astorga nel regno di Svevia sempre in Spagna, San Turibio, vescovo, che, su mandato del papa san Leone Magno, si adoperò per combattere vigorosamente la setta dei priscillianisti che si andava diffondendo nella Spagna. Tra la folta schiera di Santi piemontesi il meno noto è sicuramente San Turibio, nativo di Torino, ove vide la luce da una nobile famiglia.
Ancora giovane intraprese un pellegrinaggio in Terra Santa: qui risiedette per un certo periodo e venne a contatto con il celebre San Girolamo.
Durante il viaggio di ritorno la nave, inizialmente diretta in Liguria, per la forza dei venti approdò in Spagna.
A Turibio non rimase che intraprendere la vita eremitica ed infine vene consacrato vescovo della città di Astorga.
Per ordine del Papa San Leone Magno, intraprese e si impegnò con tutte le forze in una lotta contro le eresie di Priscilliano, degli ariani, dei manichei e dei pelagiani che stavano invadendo a quel tempo la Spagna.
A tal scopo convocò due concili rispettivamente a Toledo ed a Lugo. Convertì e riformò la Chiesa locale a lui affidata anche mediante strepitosi miracoli. Il Martyrologium Romanum riporta la sua festa in data 16 aprile.
Un tempo essa era celebrata sia a Torino che ad Astorga, ma oggi alcuni storici spagnoli contestano le origini piemontesi di San Turibio.
(Autore: Fabio Arduino  Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Turibio di Astorga, pregate per noi.  

   

*Beato Ugo de Mataplana - Cavaliere Mercedario 16 aprile
Il Beato Ugo de Mataplana, fu uno fra i primi compagni di San Pietro Nolasco, che il giorno stesso della fondazione dell’Ordine vestì l’abito mercedario come cavaliere laico.
Il suo nome e le sue eroiche virtù hanno veramente fatto onore all’esordio dell’Ordine, egli prese parte a fianco del Re, Beato Giacomo I°, a numerose battaglie contro i mori.
Il convento di Sant’Eulalia in Barcellona (Spagna), fu testimone della sua vita umile, austera e piena di preghiera e la sua parola toccò molti cuori induriti.
Fu unito così alla gloria celeste dei Santi cavalieri.
L’Ordine lo festeggia il 16 aprile.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Ugo de Mataplana, pregate per noi.  

 
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