Santi del 16 Maggio - Istituto Aveta

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Santi del 16 Maggio

Il mio Santo > I Santi di Maggio

*Santi Abda e Ebedieso - Martiri (16 maggio)

375/6
Martirologio Romano:
In Persia, Santi martiri Abda e Ebediéso, vescovi, che furono uccisi sotto il regno di Sabor II insieme a trentotto compagni.  
La persecuzione di Sapore II (310-379) è stata senza dubbio quella che ha maggiormente riempito di nomi il martirologio della Chiesa persiana.
Il re sassanide era mosso anche da motivi politici, in quanto intendeva fare del mazdeismo la religione di stato e giudicava, quindi, i cristiani i naturali alleati dell'Impero Romano. Così nel 339-340 egli iniziò quella feroce persecuzione, con la complicità di magi e di giudei, facendo impiccare il vescovo di Seleucia e Ctesifonte, Simeone Bar Sabbã e insieme con cento suoi chierici, precisamente sotto l'accusa di essere amici dell'imperatore cristiano.
Sozomeno, dopo aver riferito di alcuni dei più celebri di tali martiri, parla di una stragrande moltitudine di vescovi, sacerdoti, diaconi, monaci, vergini ed altri ministri della Chiesa, i quali tutti in quei lunghi anni diedero la vita per Cristo.
In particolare, per i vescovi dice di aver avuto notizia del martirio di ventidue di essi: tra i nomi che lo storico riporta (PG, LXVII, col. 968) possiamo trovare anche quelli di Abdas e di Abdjesus (sir. Abdyesü, il « Servo di Gesù »), rispettivamente al 15° e 16° posto.
Come si vede, le notizie sono assai scarne, seppur degne del massimo rispetto, in quanto Sozomeno scriveva a meno di un secolo di distanza dagli avvenimenti.
Maggiori particolari racconta, invece, un documento posteriore, gli Acta SS. Quadraginta Martyrum, pubblicato in siriaco dall'Assemani (in Acta SS. Martyrum Orientalium, I, 144-160) e dal Bedjan (Acta Martyrum et Sanctorum, II, Parigi 1891). Questi quaranta martiri sono Abdas, vescovo della città di Kaskar, Abdjesus, vescovo di Bethkaskar, ed inoltre sedici preti, nove diaconi, sei monaci e sette vergini, tutti della regione di Kaskar. Nel trentaseiesimo anno della persecuzione (375-376), Abdjesus fu tradito da un familiare e consegnato con alcuni altri cristiani al re Sapore.
Poco dopo la stessa sorte toccò ad Abdas e a ventotto suoi compagni di fede, preti, diaconi e vergini.
Il re, dopo un primo sommario interrogatorio, incaricò del processo il fratello maggiore Ardasir (Arseth, Artaserse), viceré dell'Adiabene: costui tentò ogni mezzo per indurre i confessori di Cristo ad adorare il sole, ma né lui, né il capo dei magi riuscirono a superare l'ispirata eloquenza dei due vescovi.
Tutti i martiri furono allora legati e stretti tra due legni fino ad essere quasi stritolati; questo supplizio fu ripetuto per sette volte durante la giornata: poi furono gettati in carcere senza che si desse loro nutrimento alcuno.
Una pia donna, però, attraverso una finestra del carcere passò loro regolarmente pane ed acqua, ed essi ne ringraziarono il Signore. Infine furono giustiziati.
Fu prima la volta di Abdas e dei suoi ventotto compagni, brutalmente percossi, feriti con sassi alla bocca o al viso e, quindi, decapitati.
Otto giorni dopo la stessa sorte toccò ad Abdjesus.
In verità l'autore di questa passio si mostra troppo ignorante di cose persiane perché il suo racconto possa meritare qualche fiducia. Egli non si è reso conto che la regione del Kaskar (all'estremo nord del regno) è troppo lontana dall'Adiabene (all'estremo sud) : per questo non è credibile un passaggio di processi tra le autorità delle due zone.
Allo stesso modo egli non ha tenuto conto del fatto che la città di Kaskar fu fondata da Bahram-Gor V (420-428), sicché non si può credere che Abdas fosse vescovo di questa città.
Inoltre, egli insiste sul fatto che i due gruppi di martiri furono uccisi di venerdì, non pensando che il 15° e 22° giorno della luna di iyãr non capitarono di venerdì se non negli anni 368 (29 aprile e 6 maggio) e 372 (3 e 10 maggio), ma nessuno di questi due anni fu il trentaseiesimo della persecuzione di Sapore.
Probabilmente questo particolare dei venerdì dipende dal racconto di Sozomeno, il quale narra appunto, che tanto Simeone, che i suoi cento soci di martirio furono uccisi in un venerdì (il Venerdì Santo) e che ancora in un venerdì (Venerdì Santo) nell'anno seguente fu proclamato l'editto di persecuzione.
L'unica singolarità che ci sembra degna di studio è il fatto che, mentre in Sozomeno i due vescovi appaiono nell'ordine Abdas e Abdjesus, qui il vero protagonista di tutta l'azione appare piuttosto Abdjesus, ed è necessario ricorrere ad una anteriore data del martirio per riportare Abdas al primo posto.
La memoria dei due santi vescovi e dei loro soci ritorna anche nel Sinassario di Costantinopoli (coll. 685 e 687-690), nei giorni 15 e 16 maggio (che è il numero d'ordine che essi hanno nella lista di Sozomeno, 15 e 16), ma con la variante che i due gruppi furono uccisi ad un giorno di distanza l'uno dall'altro, e coll'inesattezza di calcolare a sessantanove il gruppo totale dei martiri e cioè i quaranta del gruppo di Abdjesus e in più Abdas con i suoi ventotto compagni.
Dai sinassari bizantini la celebrazione è passata anche nel Martirologio Romano, ma con l'aggiunta di altre inesattezze: Abdas diventa Auda, i suoi soci sono ridotti a ventitré ed il re persecutore non è più Sapore, ma Iezdegerd I, colui, cioè, che farà martirizzare nel 420 (almeno secondo una tradizione) un santo vescovo omonimo (v. ABDAS, vescovo di Ergol).
(Autore: Giovanni Lucchesi - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria. - Santi Abda e Ebedieso, pregate per noi.


*Beato Adamo degli Adami (16 maggio)

m. 1234
Etimologia:
Adamo = nato dalla terra, dall'ebraico
Predicatore francescano rinomato, fiorito nel convento di Fermo (Ascoli Piceno).
Di lui si narra che, predicando ed essendo disturbato dalle rondini, comandò loro che si allontanassero, ciò che esse fecero subito, e che una volta, attraversando un bosco ed avendo smarrito la strada, gli si fece incontro un lupo il quale, anziché assalirlo, gli fece da guida.
Morì e fu sepolto nel convento dei frati minori di Fermo nel 1285, secondo i più, mentre P. P. Ausserer fissa la data della morte di Adamo al 1287.
Il suo nome ricorre nel Martirologio francescano al 16 maggio.
Erroneamente è confuso da molti con il confratello Adamo Rufo, fiorito oltre un cinquantennio prima, poiché morì nel 1234.
(Autore: Riccardo Pratesi - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Adamo degli Adami, pregate per noi.


*Beato Adamo di Fermo - Confessore (16 maggio)

sec. XII
Nato a Fermo nella seconda metà del XII secolo, il beato Adamo, dopo aver condotto per qualche tempo vita da eremita, entrò nel monastero benedettino di San Savino presso la cittadina marchigiana.
Successivamente fu eletto abate della comunità. Morì nel 1209 (o nel 1213) e il suo corpo fu in seguito traslato nella cattedrale di Fermo, dedicata a Santa Maria Assunta in Cielo. È invocato contro l'epilessia. (Avvenire)
Etimologia: Adamo = nato dalla terra, dall'ebraico
Martirologio Romano: A Fermo nelle Marche, Sant’Adamo, abate del monastero di San Sabino.
Nato a Fermo, forse nella seconda metà del sec. XII.
Dopo aver fatto per qualche tempo vita solitaria, vestì l'abito benedettino nel monastero di San Savino presso Fermo, dove successivamente fu eletto abate e morì santamente nel 1209 o nel 1213.
Il suo corpo fu più tardi trasferito nella cattedrale di Fermo.  Il Beato Adamo è invocato contro l'epilessia.
La sua festa si celebra il 16 maggio.
(Autore: Sergio Mottironi - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Aldebrando, pregate per noi.


*Sant'Alipio (16 maggio)

m. 430 circa
Insieme a San Possidio è il maggiore rappresentante dell’eredità monastica di Sant’Agostino. Nacque a Tagaste (oggi Souk Ahras, Algeria). Con Agostino condivise gli errori della gioventù, la conversione, la vita religiosa e le fatiche dell'apostolato.
Agostino, che lo chiama "fratello del mio cuore", lo descrive come persona di indole religiosa, di grande nobiltà e imparzialità, dato il suo amore per la giustizia.  
Alipio studiò diritto a Roma, viaggiò in Oriente, dove conobbe San Girolamo e fu eletto vescovo della sua città verso il 394, ancor prima che Agostino divenisse vescovo di Ippona.
Con Agostino e Possidio partecipò ai Concili d' Africa, figurando con loro anche nella famosa riunione avvenuta a Cartagine nel 411 tra cattolici e donatisti, tra i sei prescelti dai 266 vescovi cattolici, per parlare a nome di tutti.
Le notizie sulla vita di Alipio sono contenute quasi totalmente nelle opere del suo grande amico,
Sant’Agostino, con il quale divise gli errori della gioventù, la conversione e le fatiche dell'apostolato.
Alipio nacque a Tagaste (oggi Souk Ahras, Algeria) da genitori che erano tra i maggiorenti del paese. Piccolo di statura, ma di animo forte e di indole virtuosa, strinse un’affettuosa ed intima amicizia con Sant’Agostino, tanto che questi lo chiama ripetutamente frater cordis mei.
Più giovane di qualche anno del suo amico, ne frequentò le scuole di grammatica nel paese natale e le scuole di retorica a Cartagine; lo precedette a Roma, dove si recò per studiare diritto, e lo accompagnò a Milano.
A Roma fu assessore del comes delle elargizioni per l’Italia e diede, in questa circostanza, rari esempi di illibatezza e di disinteresse. Resistette energicamente alle pretese di un senatore potentissimo che tentava d’indurlo a commettere illegalità, restando indifferente, tra la meraviglia universale, sia alle minacce che alle lusinghe: “anima rara”, scrive Sant'Agostino, “che non faceva caso dell’amicizia e non paventava l'inimicizia di un uomo così potente, famosissimo per gli innumerevoli mezzi che aveva di far del bene o di far del male”.
L’amicizia con Agostino valse a ritrarlo, momentaneamente, dalla passione per i giochi del circo, ma lo trascinò nel manicheismo.
Con l' amico Alipio visse il travaglio del ritorno alla fede; castissimo di costumi, gli fu di sostegno nella lotta contro le passioni e lo sconsigliò dal prendere moglie per non rinunziare a vivere liberamente nell'amore della sapienza; fu presente alla crisi della conversione e ne seguì l’esempio; si ritirò con lui a Cassiciaco, dove prese parte alle dispute di filosofia, e insieme con lui ricevette il battesimo il 25 aprile del 387.
L'anno seguente Alipio tornò in Africa e a Tagaste si ritirò con gli amici a vita cenobitica. Nel 391 seguì Agostino nel monastero d'Ippona. Poco dopo viaggiò in Oriente e strinse amicizia con San Girolamo. Fu caro a San Paolino da NoIa, che ne ammirava la santità e lo zelo.
Eletto vescovo di Tagaste, quando Sant’ Agostino era ancor prete, a fianco di lui, per quasi quarant'anni, rifulse nella Chiesa d’Africa come riformatore del clero, maestro di monachismo e difensore della fede contro i donatisti e i pelagiani.
Nel 411 partecipò alla Conferenza di Cartagine, e fu tra i sette vescovi cattolici che sostennero le dispute con i donatisti, nel 416 partecipò al Concilio di Milevi (Numidia) e nel 418, per incarico di Papa Zosimo, si recò a Cesarea di Mauritania per affari ecclesiastici, prendendo parte alla disputa di Agostino con Emerito, vescovo donatista. Per la causa pelagiana si adoperò con zelo e venne più volte in Italia, latore di opere agostiniane al pontefice Bonifacio e al comes Valerio.
Si presume che fosse ad Ippona per la morte di Sant' Agostino, e che sia morto nello stesso anno 430.
I Canonici Regolari e l'Ordine agostiniano ne celebrano la festa, insieme a quella di San Possidio, il 16 maggio e il culto di questi due Santi, che rappresentano l’eredità monastica di Agostino, fu confermato da Clemente X con il breve Alias a Congregatione il 19 agosto 1672.  
(Autore: P. Bruno Silvestrini O.S.A. - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Alipio, pregate per noi.


*Sant'Andrea Bobola - Martire (16 maggio)

Sandomir (Polonia), 30 novembre 1591 - 16 maggio 1657
Figlio di nobili polacchi nato a Sandomir il 30 novembre 1591, a vent'anni entra fra i Gesuiti e diventa sacerdote nel 1622, con l'incarico della predicazione. Padre Andrea Bobola ha una fede tranquilla, nutrita di studi e stimolata da un vivace gusto personale per il confronto con chiunque.
Di lui si può dire che non può vivere senza predicare. Ammirano il suo coraggio i cattolici, ma pure molti cristiani dissidenti.
E i nemici lo chiamano «cacciatore di anime», con una avversione che è anche un riconoscimento al suo coraggio, al suo «gridare dai tetti», sempre e davanti a chiunque.
Una rivolta di cosacchi al servizio dell'Impero russo (nemico della Polonia) scatena persecuzioni, con chiese e conventi messi a fuoco.
Proprio per questo Andrea Bobola rimane a predicare tra i disastri. È di questi esempi che hanno bisogno i fedeli.
Una banda cosacca lo cattura e lo uccide dopo molte sevizie: è il 16 maggio 1657.
È stato canonizzato da Pio IX nel 1938. (Avvenire)
Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Janów presso Pinsk sul fiume Pripjat in Polonia, Sant’Andrea Bobola, sacerdote della Compagnia di Gesù e martire, che si adoperò strenuamente per l’unità dei cristiani, finché, arrestato dai soldati, diede con gioia la più alta testimonianza della fede con l’effusione del suo sangue.
Nato a Sandomir (Polonia) il 30 novembre 1591, compì gli studi in questa città e a vent’anni entrò nell’Ordine della Compagnia di Gesù (Gesuiti) che aveva avuto come maestri.
Ordinato sacerdote nel 1622 esercitò per prima come predicatore e poi come direttore della Congregazione Mariana; durante la terribile epidemia di colera che infierì in Lituania in quegli anni, stette in primo piano ad assistere gli ammalati ed i moribondi.
Eletto superiore a Bobruik, percorse per oltre 20 anni tutta la regione come missionario.
La sua solida preparazione teologica e il fascino della sua parola, riconquistarono alla Chiesa interi villaggi, scuotendo dal rilassamento parecchi cattolici.
Tutto ciò provocò l’odio degli scismatici che lo soprannominarono "cacciatore delle anime" e organizzarono bande di ragazzi che avevano il compito di disturbarlo caricandolo di ingiurie, quando entrava in un villaggio a predicare.
La lotta politica contro l’unione della Rutenia Polacca unita allo scisma protestante dilagante, generò tempi molto duri per i cattolici; gli assassinii e le persecuzioni provocarono episodi sanguinosi specie da parte dei cosacchi arruolati come “crociati dello scisma” e comandati dal sanguinario e crudele Bogdan Chmielnicki, molti religiosi e sacerdoti vi persero la vita.
Anche Andrea Bobola sorpreso da una banda di cosacchi a Janow, subito dopo aver celebrato la Santa Messa fu catturato e sottoposto ad una serie di terribili torture, aumentandone man mano l’intensità dietro ad ogni suo rifiuto a passare allo scisma.
Ridotto ad un ammasso di carne e sangue, morì il 16 maggio 1657.
I cattolici di Pinsk ne raccolsero il corpo e lo tumularono nella chiesa del Collegio locale, la sua tomba divenne meta di pellegrinaggio sia di cattolici ma anche di scismatici, tutti imploranti grazie e salvezza, il più delle volte esauditi.
La salma incorrotta, nel 1808 fu trasportata a Polzk; nel 1922 i bolscevichi spogliarono il cadavere e la cassa dagli oggetti preziosi e lo depositarono in un museo medico di Mosca.
Nel 1923, dietro richiesta del Pontefice Pio XI al governo russo fu concesso a dei gesuiti degli Stati Uniti di poter prelevare il corpo incorrotto, che fu portato nel 1924 nella chiesa del Gesù a Roma e deposto accanto all’altare di San Francesco Saverio.
Invocato dai polacchi, insieme alla Vergine di Czestochowa, per la salvezza della patria dall’invasione bolscevica del 1920, essi ottennero una completa vittoria sugli invasori.
Apostolo della Lituania e protettore della Polonia è stato beatificato il 30 ottobre 1853 da Pio IX; ha raggiunto poi la gloria degli altari come Santo il 17 aprile 1938, canonizzato da Pio XI.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Andrea Bobola, pregate per noi.


*San Brendano di Cluain Ferta - Abate (16 maggio)

Tralee, County Kerry, Irlanda, 460 - Luachair Dedad, 577-583?
In irlandese è chiamato Brénnain Clúana Ferta, ma è conosciuto anche come Brendan di Clonfert o Brandano il Navigatore.
Negli Annali irlandesi è nominato varie volte, ma la prima notizia certa la troviamo nella «Cronaca» compilata verso il 740; essa ricorda la fondazione della chiesa di Clúain Ferta (baronia di Longford, contea di Galway) a opera di Brendano, avvenimento risalente al 558. La morte, invece, si colloca tra il 577 e il 583.
Brendano fu certamente un abate, ma non fu mai consacrato vescovo, e avrebbe fondato il monastero di Enach Dúin (Annaghdown) su una terra donata dal re del Connacht Aíd Abrat (578). Nel X secolo un irlandese compose l'opera letteraria «Navigatio Brendani» in cui sono raccontati i viaggi apostolici e le avventure occorse al santo abate; seguendo il filone delle leggende di viaggi.
Un'altra «Vita» afferma che Brendano aveva una sorella, Bríg, ricordata nel Martirologio di Donegal al 7 gennaio e che morì mentre le rendeva visita in Luachair Dedad; inoltre sembra che fosse parente di altri santi irlandesi. (Avvenire)
Martirologio Romano: In Irlanda, San Brendano, abate di Clonfert, fervido propagatore della vita monastica, del quale è celebre il racconto di una leggendaria navigazione.
In irlandese è chiamato Brénnain Clúana Ferta, ma è conosciuto anche come Brendan di Clonfert o Brandano il Navigatore. Negli Annali irlandesi San Brendano è nominato varie volte, ma la prima notizia certa la troviamo nella "Cronaca" compilata verso il 740; essa ricorda la fondazione della chiesa di Clúain Ferta (baronia di Longford, contea di Galway) ad opera di Brendano e questo avvenimento è posto in date diverse nelle opere letterarie successive, ma ne citiamo solo la prima, nel 558.
La "Cronaca" riporta anche la notizia della sua morte, che anch’essa negli annali successivi è variamente interpretata dal 577 al 583; Brendano fu certamente un abate, ma non fu mai consacrato vescovo, era il figlio di Find Loga (486) e fu educato da San M’Íte (570) dei Déissi.
La fonte a cui facciamo riferimento per queste notizie è la “Bibliotheca Sanctorum” e l’articolo biografico è a firma dell’irlandese Cuthbert Mc Grath, purtroppo lo scritto è talmente infarcito di notizie collaterali al santo, al punto che esso viene descritto in pochissimo spazio, mentre per il resto si parla del padre, delle fonti agiografiche e storiche irlandesi in cui è menzionato, del paese d’origine e dei suoi usi, ecc. il tutto nominando continuamente nomi lunghi e composti e la loro origine nella etimologia irlandese, che è difficile seguire e riportare; per chi fosse interessato, si può consultare il III vol. di detta Opera alla pagina 404-409, in cui è riportata anche la bibliografia.
Brendano avrebbe fondato il monastero di Enach Dúin (Annaghdown) su una terra donata dal re del Connacht Aíd Abrat (578) e sarebbe morto a 94 anni.
Prendendo altre notizie sparse, sappiamo che Cummian nella sua famosa ‘Lettera Pasquale’ lo chiama Brénnain moccu Alta stabilendo così la tribù a cui apparteneva e che fece visita a Columb Cille a Hinba accompagnato da altri santi fondatori di cenobi.
Nel X secolo un irlandese compose l’opera letteraria “Navigatio Brendani” in cui sono raccontati i viaggi apostolici e le avventure occorse al santo abate; seguendo il filone delle leggende di viaggi, in generale descritti nell’Immrama.
Un’altra ‘Vita’ afferma che Brendano aveva una sorella Santa Bríg, ricordata nel Martirologio di Donegal al 7 gennaio e che morì mentre le rendeva visita in Luachair Dedad; inoltre sembra che fosse parente di altri Santi irlandesi.
In seguito il culto per s. Brendano si diffuse in Scozia, nel Galles, in Inghilterra, in Bretagna, in Normandia, nelle Fiandre, raggiungendo perfino le coste del Mar Baltico.
La festa nei Martirologi irlandesi, poi riportata anche dal ‘Martyrologium Romanum’ è al 16 maggio; quadri e vetrate che lo raffigurano e sue reliquie, sono nel convento della Poterie (sec. XV-XVI) di Bruges in Fiandra (Belgio).
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Brendano di Cluain Ferta, pregate per noi.


*San Carantoco (16 maggio)

sec. VII
Martirologio Romano:
Nella Britannia, San Carantóco, vescovo e abate di Cardigan.
La storia è parca di notizie chiare e certe su san Carantoco (Caradoco, Carnaco, Cernato; ir. Cairnech, Carnech, Carannog), compagno di san Patrizio, noto solo attraverso le tradizioni panceltiche, la più antica e costante delle quali narra come egli, originario della Cornovaglia, fu missionario e compagno di San Patrizio.
Forse il suo nome irlandese, Cairnech, potrebbe spiegarsi con il suo paese d'origine. Si conosce di lui una Vita di tarda epoca (sec. XII), scritta forse da Lifris, autore di quella di san Cadoc. Un'altra Vita, più breve ma probabilmente del sec. X, è nel Breviario di León (stampato a Parigi nel 1516; la parte comprendente la Vita di Carantoco è stata ripubblicata da A. de La Borderie, Les
deux ss. Caradec, légendes latines inédites, Parigi 1883, pp. 12-17), in cui Carantoco è abitualmente chiamato Caradoco.
Carantoco, che sembra fosse figlio di Ceretico, il leggendario fondatore del principato di Cardigan, si trasferì in Irlanda, ove un paese dal suo nome si chiama Crantock. Questo toponimo si trova anche in Cornovaglia e nella contea di Somerset.
Nel Galles, nella contea di Cardigan, vi è un villaggio di nome Llangrannog, dove nel mese di maggio si tiene una fiera.
Non pare che Carantoco abbia soggiornato anche in Bretagna.
Gli si attribuisce la fondazione di un monastero a Tulén, l'attuale Dulane, presso Kells, nella contea di Meath. Alcune fonti irlandesi vorrebbero primo vescovo di Uì Néill, primo martire, primo monaco d'Irlanda e primo giudice degli irlandesi.
Una storia apocrifa racconta la revisione di un codice giuridico irlandese, cui parteciparono i Santi Patrizio, Benigno e Carantoco, che adattarono l'antico diritto pagano irlandese alle concezioni cristiane.
Secondo un'antica tradizione, conservata nella contea di Meath, Carantoco avrebbe istituito anche una Congregazione monastica, che si sarebbe sviluppata specialmente nel Galles.
La Vita contenuta nel Breviario della diocesi di León lo mette in rapporto con un San Tenenano, probabilmente uno dei tanti Ternoc ricordati dalle fonti inglesi, che sarebbe stato suo discepolo. È festeggiato il 16 maggio.
(Autore: Faustino Mostardi - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Carantoco, pregate per noi.


*Santi Felice e Gennadio - Martiri in Africa (16 maggio)

Martirologio Romano: A Uzáli in Africa, commemorazione dei Santi Felice e Gennadio, martiri.
Assai probabilmente furono martiri in Uzala nell'Africa proconsolare, dove, nel suburbio, si veneravano le loro reliquie.
Ne abbiamo testimonianza marginale, e perciò più preziosa, nel De Miraculis Sancti Stephani protomartyris, operetta in due libri composta per ordine di Evodio, vescovo di Uzala, e a lui dedicata dall'anonimo autore, probabilmente un chierico della sua Chiesa.
Il testo dice: "Ad locum antiquorum martyrum in suburbio civitatis constitutorum, qui Felix et Generandius nuncupantur".
Di questi martiri, però, ignoriamo le gesta e il giorno nel quale erano venerati in Africa.
Fu il Baronio a inserirli nel Martirologio Romano e ad assegnar loro la data del 16 maggio.
(Autore: Pietro Bertocchi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Santi Felice e Gennadio, pregate per noi.


*San Fidolo (16 maggio)
m. 549 circa

Martirologio Romano: A Troyes nella gallia lugdunense, in Francia, san Fidólo, sacerdote, che si tramanda sia stato catturato dal re Teodorico durante l’invasione della regione dell’Auvergne, ma, riscattato dall’abate sant’Aventino e da lui formato al servizio di Dio, gli sarebbe poi succeduto nell’incarico.
La Vita più antica è stata redatta nel sec. VII e non merita molto credito; di essa esiste anche una recensione revisionata.
Si racconta che Fidolo, nato nel paese degli Alverni, fu condotto prigioniero a Troyes al tempo del re Teodorico I e che fu riscattato con dodici monete d'oro dall'abate Sant'Aventino. Fattosi monaco, succedette al suo protettore come abate del monastero di Isle-Aumont (una decina di km al sud di Troyes) e morì verso il 549.
Il rifiuto di tutti gli elementi leggendari della Vita non impedisce di ammettere l'esistenza del santo monaco, uno dei primi della regione.
Il Martirologio geronimiano dice che Fidolo fu sepolto nel borgo chiamato "Les Champeaux", incorporato nella città di Troyes nel secolo XII.
Un villaggio, a una ventina di km al sud di Troyes, porta il nome del santo e la sua chiesa, come un'altra della regione, è a lui dedicata.
L'Ordo di Troyes fissa la sua festa al 16 maggio nella diocesi di Langres, fra la città episcopale e l'antica badia di Morimond, si trova la fattoria Damphale (analoga alla prossima Dammartin): sono i resti di un villaggio dello stesso nome, la cui chiesa era pure dedicata al Santo.

(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Fidolo, pregate per noi.


*Santi Fiorenzo e Diocleziano - Martiri (16 maggio)

Martirologio Romano: A Osimo nelle Marche, Santi Fiorenzo e Diocleziano, martiri.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Fiorenzo e Diocleziano, pregate per noi.


*San Germerio (Germier o Germerius) di Tolosa - Vescovo (16 maggio)
Angoulême, 480 – Ox, 16 maggio 560 (?)

Martirologio Romano: A Tolosa nella regione dell’Aquitania in Francia, San Germerio, Vescovo, che si impegnò ad accrescere il culto di San Saturnino e a visitare il popolo a lui affidato.
Nella cronotassi ufficiale della diocesi è collocato vescovo dopo Sant’Eremberto e prima di
Arrizio.
Sappiamo della sua esistenza grazie ad una "Vita" scritta tra il 1073 e il 1156, da un monaco di Lezat, nella diocesi di Pamiers.
Secondo questo testo evangelizzò tutta la valle della Garonna. Fondò e fece costruire un monasteropresso Ox, un villaggio appartenente oggi al territorio di Muret.
Visse una vita austera fatta di digiuni, preghiera ed elemosina.
É stato un fervente devoto di San Saturnino, di cui propagandò il culto e la devozione
La tradizione riporta diversi suoi miracoli, in particolare la guarigione di numerosi ammalati. Inoltre si tramanda che fece sgorgare una fonte di acqua viva lungo la strada per Boulaur, a pochi chilometri da Simorre, ancora oggi meta di pellegrinaggi.
Morì a Ox intorno all'anno 560.  É sepolto nella chiesa di Saint Jacques di Muret. É il patrono del Gran seminario di Tolosa. Viene festeggiato nelle diocesi di Tolosa, di Auch, di Angouleme e di La Richelle. Anche a Muret è oggetto di culto. La sua festa è stata fissata il 16 maggio.

(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Germerio di Tolosa, pregate per noi.

 

*Beato Ludovico della Pietà – Mercedario

XIV secolo
Grande contemplativo mercedario, fu il Beato Ludovico della Pietà, nel convento di Sant’Antolino in Valladolid (Spagna).
Nel 1331 passò in redenzione a Granada e liberò da una pesante schiavitù 207 prigionieri e, portando conforto a tutti, morì santamente a Valladolid.
L’Ordine lo festeggia il 16 maggio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Ludovico della Pietà, pregate per noi.


*Beato Michele (Michal) Wozniak - Sacerdote e Martire (16 maggio)

Scheda del Gruppo cui appartiene:
“Beati 108 Martiri Polacchi”

Suchym Lesie, Polonia, 28 luglio 1875 – Dachau, Germania, 16 maggio 1942
Michal Wozniak, sacerdote dell’arcidiocesi di Varsavia, cadde vittima dei nazisti nel celebre campo di concentramento tedesco di Dachau.
Papa Giovanni Paolo II il 13 giugno 1999 lo elevò agli onori degli altari con ben altre 107 vittime della medesima persecuzione.
Martirologio Romano: Vicino a Monaco di Baviera in Germania, Beato Michele Woźniak, sacerdote e martire, che, dalla Polonia occupata da un regime ostile alla dignità umana e alla fede, fu trasferito nel campo di prigionia di Dachau e, sottoposto a tortura, passò alla gloria del cielo.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Michele Wozniak, pregate per noi.


*Sant'Onorato di Amiens - Vescovo (16 maggio)

m. 600 circa
Martirologio Romano:
Ad Amiens nel territorio della Neustria, in Francia, Sant’Onorato, vescovo.
Onorato sarebbe il terzo vescovo di Amiens secondo il catalogo episcopale della città; ma questa collocazione non è sicura, perché l'autore ha visibilmente raggruppati in testa, a casaccio, cinque vescovi venerati come Santi.
In ogni caso, Onorato è attestato dalla passio dei Santi Fusciatto e Vittorico. Secondo questo
documento, che non può essere posteriore al sec. VIII, Onorato, sotto il re Childeberto (511-558), avrebbe presieduto all'invenzione del corpo dei due martiri.
Più tardi troviamo, nel X sec., una menzione della sua festa (16 maggio) nel Sacramentario d’Amiens e in quello di Saint-Vaast d'Arras, detto di Ratoldo. Disponiamo, infine, di una Vita, in realtà semplice raccolta di miracoli, che data dalla fine del sec. XI o del XII.
A proposito del Santo, l’autore ci parla soltanto dell'invenzione dei martiri Fusciano e Vittorico e fornisce alcuni particolari miracolosi: un giorno, dicendo la Messa, egli vide la mano del Signore che consacrava l'Ostia (“quadam die, cum vir Dei tractaret in Altari Dominici Corporis sacramentum videre meruit palmam Domini consecrantis”); questo fatto tuttavia si trova anche nella Vita di San Firmino martire e di San Salvo, anch'essi vescovi di Amiens.
Onorato morì in una località detta Portus, nel contado di Ponthieu; ivi fu sepolto e poi il suo corpo fu trasportato ad Amiens perché fosse messo al sicuro.
Notiamo che nel 1301 un vescovo di Amiens fondò ad Abbeville un convento di Certosini che pose sotto il nome di Onorato, e al quale donò la testa del Santo.
A Parigi, nel 1204, fu fondata una chiesa, oggi scomparsa, intitolata allo stesso Santo, che ha dato il suo nome a tutto un quartiere della capitale (Faubourg Saint-Honoré).
Onorato è divenuto il patrono dei fornai, non si sa con esattezza perché; forse a causa del miracolo eucaristico prima narrato: la mano del Signore che gli apparve al di sopra del calice e gli tese un pane. Il suo attributo iconografico è una pala da fornaio su cui sono posati tre pani.
(Autore: Henri Platelle - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Onorato di Amiens, pregate per noi.


*San Pellegrino d'Auxerre - Vescovo e Martire (16 maggio)

Emblema: Bastone pastorale, Palma
Martirologio Romano: Nel villaggio di Bouhy nel territorio di Auxerre in Francia, San Pellegrino, martire, venerato come primo vescovo di questa città.
É riportato come primo evangelizzatore della città di Auxerre ancora prima che venisse creata la sede episcopale di quella città. Il Martirologio Geronimiano menziona verso il 692 San Peregrinus al 16 maggio a Bouhy nella Puisaye, ma la narrazione della sua vita è ancora più precedente verso il
600 o poco dopo e narra che Papa Sisto III (432-440) inviò il prete romano Pellegrino e alcuni suoi compagni in aiuto dei cristiani perseguitati della Gallia consacrandolo vescovo, insieme a Marsus prete, Corcodomo diacono, Gioviano suddiacono, Gioviniano lettore.
Arrivati nel territorio di Auxerre, convertirono numerosi pagani; quindi Pellegrino raggiunse ‘Interamnus’ località molto nota per il culto agli dei pagani e lì il giorno della Festa di Giove si mise a predicare il cristianesimo.
Gli fu imposto di sacrificare agli idoli ma rifiutò, pertanto fu imprigionato a Bouhy e torturato, ma egli continuò a predicare.
L’imperatore che era di passaggio lo interrogò e poi visto la sua resistenza, lo fece decapitare.
Nel secolo VII parte delle reliquie del suo corpo, furono traslate da Bouhy all’abbazia di San Dionigi.
Il Papa Leone III (795-816) fece erigere una chiesa dedicata a San Pellegrino d’Auxerre a Roma presso l’Hospitale Francorum, destinato ai pellegrini francesi; essa si trovava in una strada chiamata poi via
San Pellegrino e a cui ha dato in seguito il nome alla Porta S. Pellegrino.
Nell’iconografia che lo rappresenta egli non porta gli abiti vescovili ma è coperto di stracci tipici dei pellegrini in relazione al suo nome, suo attributo è un serpente forse simboleggiando l’eresia che estirpò dal territorio gallico.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Pellegrino d'Auxerre, pregate per noi.


*San Possidio (16 maggio)

Il ricordo di San Possidio resta unito, sia come religioso che come vescovo, a quello di Sant’Agostino, della cui eredità monastica è il maggiore rappresentante insieme a Sant’ Alipio. Il rapporto di amicizia di Possidio con Alipio e Agostino sembrano essere iniziate al tempo della fondazione del monastero maschile ad Ippona. Possidio fu il primo biografo di Agostino, con il quale visse "in dolce familiarità per circa 40 anni". Fu eletto vescovo di Calama verso il 397.
Per difendere i diritti della Chiesa africana si recò per ben due volte in Italia.
Con Agostino ed Alipio partecipò ai Concili d' Africa, figurando anche, nella famosa riunione avvenuta a Cartagine nel 411 tra cattolici e donatisti, tra i sei prescelti dai 266 vescovi cattolici,
per parlare a nome di tutti.
San Possidio muore verso il 437. Dal 1671 l'Ordine agostiniano celebra la sua festa, insieme a quella di Sant’Alipio il 16 maggio.
Martirologio Romano: Commemorazione di San Possidio, vescovo di Guelma in Numidia, nell’odierna Algeria, che, discepolo e amico fedele di Sant’Agostino, fu presente alla sua morte e ne scrisse una celebre biografia.
San Possidio fu tra gli amici intimi di Agostino. Si formò cristianamente nel monastero che questi aveva fondato accanto alla chiesa, ad Ippona, e lì visse per alcuni anni, finché, intorno al 400, fu eletto vescovo di Calama, città della Numidia.
In tale veste fu, insieme con Alipio, Evodio e qualche altro, uno dei luogotenenti più fidati e capaci di Agostino, sì che lo troviamo di frequente partecipe degli avvenimenti che contraddistinsero le controversie con i donatisti e con i pelagiani. Basterà ricordare la sua partecipazione ai Concili antidonatisti di Cartagine del 403 e 407 e, soprattutto, alla grande conferenza tenuta nel 411 sempre a Cartagine fra cattolici e donatisti.
Particolarmente inviso a questi, fu da loro sottoposto a gravi violenze, mentre per dei contrasti sorti a Calama corse dei rischi anche da parte dei pagani.
Partecipò ancora ai Concili antipelagiani di Milevi nel 416 e di Cartagine nel 419, e fu incaricato di due missioni ufficiali in Italia presso l'imperatore nel 409 e nel 410. Al tempo dell'invasione vandalica, nel 428 Calama fu devastata dai barbari e Possidio si rifugiò ad Ippona, presso Agostino che viveva allora le sue ultime ore.
Poté così assistere al trapasso del suo maestro ed amico, che con tanta commossa partecipazione descriverà negli ultimi capitoli della biografia.
Dopo l’incendio di Ippona ebbe modo di tornare a Calama, ma solo per poco: infatti nel 437 fu tra coloro che si opposero all’ordine di Genserico, il quale voleva imporre la fede ariana nei suoi domini, e perciò fu scacciato dalla sua sede.
Dopo questo fatto non abbiamo più notizie di lui. I Canonici Regolari e l'Ordine agostiniano ne celebrano la festa, insieme a quella di Sant'Alipio il 16 maggio. Il culto di questi due massimi rappresentanti dell' eredità monastica di Agostino fu confermato da Clemente X con il breve Alias a Congregatione il 19 agosto 1672.
(Autore: P. Bruno Silvestrini O.S.A. – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Possidio, pregate per noi.


*San Possidonio (Possidio) - Venerato a Mirandola (16 maggio)

In una cronaca medioevale della chiesa di San Pietro di Reggio Emilia, si legge che il vescovo Azone (IX secolo) per concessione dell'imperatore Lodovico il Pio (778-840), trasferì dall'Apulia a «Curtis Latiana» (poi Mirandola nell'Emilia), il corpo del Santo presbitero Possidonio.
In un lezionario del secolo XIII appartenente alla basilica di San Prospero di Reggio Emilia, si leggeva che Possidio era di nazionalità greca e oriundo di Tebe.
Dal 1500 in poi, contro la tradizione medioevale, si cominciò a parlare delle reliquie del santo Possidio venerate a Mirandola, come quelle del vescovo di Calama in Numidia, Possidio, discepolo e collaboratore del grande sant'Agostino; il quale scacciato dalla sua sede da Genserico, re dei Vandali, nel 437, andò in esilio nell'Apulia dove morì e da qui nel secolo X il suo corpo fu trasferito prima in Germania e poi a Mirandola.
Nonostante molte coincidenze non c'è nessuna prova che si tratti dello stesso personaggio, a parte l'assonanza dei nomi. (Avvenire)
La storia di San Possidonio è una di quelle che fanno impegnare molto gli agiografi, per il contrasto esistente delle poche notizie, l’identificazione e sovrapposizione con altro Santo
omonimo, l’incertezza delle date; comunque tutto questo è superato dalla forte devozione che il popolo dei fedeli di Mirandola e del suo ex ducato, hanno da secoli tributato a questo Santo.
In una cronaca medioevale della chiesa di S. Pietro di Reggio Emilia, si legge che il vescovo Azone (sec. IX) per concessione dell’imperatore Lodovico il Pio (778-840), trasferì dall’Apulia (antica regione d’Italia, comprendente la Puglia, la Penisola Salentina e il Beneventano) a ‘Curtis Latiana’ (poi Mirandola nell’Emilia), il corpo del santo presbitero Possidonio.
In un ‘lezionario’ del secolo XIII appartenente alla basilica di S. Prospero di Reggio Emilia, si leggeva che Possidonio era di nazionalità greca e oriundo di Tebe.
Dal 1500 in poi, contro la tradizione medioevale, si cominciò a parlare delle reliquie del santo Possidonio venerate a Mirandola, come quelle del vescovo di Calama in Numidia, Possidio, discepolo e collaboratore del grande Sant' Agostino; il quale scacciato dalla sua sede da Genserico, re dei Vandali, nel 437, andò in esilio nell’Apulia dove morì e da qui nel secolo X il suo corpo fu trasferito prima in Germania e poi a Mirandola.
Nonostante molte coincidenze non c’è nessuna prova che si tratti dello stesso personaggio, a parte l’assonanza dei nomi.
A Mirandola, la festa di San Possidonio è celebrata il 15 maggio, al tempo della Signoria dei Pico (1354-1708), il culto ebbe un notevole sviluppo, attualmente è abbastanza ridotto.  
Possidonia è il femminile di Possidonio, ciò nonostante una Santa dello stesso nome è compatrona del Comune di Fanano (Modena), ma di lei non si hanno notizie, tranne che di una traslazione delle reliquie; deve trattarsi di una martire le cui reliquie furono saccheggiate dalle catacombe dai Longobardi nell’assedio di Roma e portate verso il settentrione d’Italia e d’Europa, ricevendo comunque un culto locale, lì dove venivano deposte.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Possidonio, pregate per noi.


*Santi Quarantaquattro Monaci - Martiri di Mar Saba (16 maggio)

m. 614
XLIV monaci della laura di S. Saba, martiri in Palestina sotto Eraclio.
Martirologio Romano: In Palestina, passione dei Santi quarantaquattro monaci fatti a pezzi nel monastero di Mar Saba durante le incursioni dei Saraceni, al tempo dell’imperatore Eraclio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Quarantaquattro Monaci, pregate per noi.


*San Simone Stock (16 maggio)
m. Bordeaux, Francia, 1265 circa
Martirologio Romano:
A Bordeaux nella Guascogna, in Francia, Beato Simone Stock, sacerdote, che fu dapprima eremita in Inghilterra e, entrato poi nell’Ordine dei Carmelitani, ne fu in seguito mirabile guida, divenendo celebre per la sua singolare devozione verso la Vergine Maria.
Per quanto risulti dalle "notizie" più antiche, Simone Stock fu un Priore Generale inglese, venerato per la sua santità, e morto verso il 1265 a Bordeaux in Francia.
Dopo la sua morte, i pellegrini che visitarono la sua tomba hanno registrato i suoi miracoli, dando così nel sec. XIV inizio ad un culto locale.
Verso il sec. XV, nei Paesi Bassi, emerse una leggenda circa un certo "San Simone" che aveva avuto una visione della Nostra Signora, nella quale Lei gli appariva con lo scapolare promettendogli: "Questo è il privilegio per te e per i tuoi: chiunque morirà rivestendolo, sarà salvo."
In pochi anni, i due racconti furono uniti e a Simone Stock, il Priore Generale, fu accreditata la visione della Nostra Signora.
Il nuovo racconto fu rapidamente elaborato con dettagli biografici immaginari circa la vita di
Simone, come la sua nascita a Kent in Inghilterra, la sua vita eremitica vissuta in un tronco di un albero, e la composizione del Flos Carmeli (un inno carmelitano molto bello alla Nostra Signora che in realtà era noto già nel sec. XIV, e dunque prima della leggenda).
Il culto verso San Simone Stock e la devozione allo scapolare si diffusero rapidamente nei sec. XV - XVI e numerosi fedeli furono iscritti allo Scapolare.
Lungo i secoli, pittori da tutto il mondo tradussero in immagine il racconto della visione dello scapolare, opere d'arte che si trovano in tutte le chiese carmelitane dell'Ordine.
Nel sec. XVI, il culto a San Simone Stock fu inserito nel calendario liturgico di tutto l'Ordine.
La sua festa si celebrava comunemente il 16 maggio.
Dopo il Concilio Vaticano II, che tolse questa celebrazione dalla riforma del calendario liturgico, è stata di recente riammessa.
Sebbene la storicità della visione dello scapolare non sia attendibile, lo stesso scapolare è rimasto per tutti i Carmelitani un segno della protezione materna di Maria e dell'impegno proprio di seguire Gesù come sua Madre, modello perfetto di tutti i suoi discepoli.
(Autore: Anthony Cilia – Fonte: www.ocarm.org)
Giaculatoria - San Simone Stock, pregate per noi.


*Sant'Ubaldo di Gubbio - Vescovo (16 maggio)

Gubbio, 1084/5 - Gubbio, 16 maggio 1160
Appartenente ad una nobile famiglia originaria della Germania. Rimasto ben presto orfano di entrambi genitori, Ubaldo fu allevato da un omonimo zio che curò la sua educazione religiosa e l’intellettuale.
Ordinato sacerdote nel 1114, qualche anno più tardi Ubaldo veniva eletto priore della sua canonica, di cui riformò la disciplina e il costume.
La fama del suo nome e delle sue virtù si era diffusa al di fuori della sua città, tanto che Perugia nel 1126 lo acclamò suo vescovo.
Ubaldo però, schivo di tanto onore, si recò subito a Roma per chiedere al Papa Onorio II di essere esonerato da tale incarico, ottenendone grazia.
Il vescovo Ubaldo governò la diocesi di Gubbio per 31 anni, durante i quali superò felicemente avversità ed ostacoli, riuscendo a piegare con la dolcezza i suoi nemici e ad ammansire gli avversari con la mitezza d’animo.
Etimologia: Ubaldo = spirito ardito, dal tedesco
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: A Gubbio in Umbria, Sant’Ubaldo, vescovo, che si adoperò per il rinnovamento della vita comunitaria del clero.
Davvero non gli piacciono, questi canonici della cattedrale di San Mariano, in Gubbio: preghiera poca, penitenza meno ancora. Lo ospitano mentre pensa al sacerdozio, ma lì tira un’aria che può guastargli la vocazione.
Così Ubaldo ritorna alla collegiata di San Secondo, dov’è stato già da ragazzo per i primi studi. (Nato in una famiglia di origine tedesca, ha perduto i genitori da bambino, e uno zio si è preso
cura di lui). Per un breve periodo ha studiato a Fano, e poi è tornato stabilmente a Gubbio, che all’epoca è una città-stato tra le più potenti dell’Umbria.
Nella collegiata di San Secondo lo scopre Giovanni da Lodi, già monaco per quarant’anni a Fonte Avellana (Marche), poi vescovo di Gubbio per un anno solo, l’ultimo della sua vita.
Prende Ubaldo come collaboratore e lo rimanda proprio a San Mariano, perché metta in riga quei canonici bontemponi, anche se non è ancora prete.
E lui ci riesce, col tempo e per gradi. Quei canonici, li raddrizza con le sue doti di persuasore e con la forza dell’esempio, al punto che sono poi loro a rieleggerlo priore per un decennio (e intanto è stato ordinato sacerdote). Intorno al 1125, però, un incendio distrugge molte case di Gubbio e la stessa cattedrale, sicché i canonici devono disperdersi presso altre chiese.
Non c’è più comunità: scoraggiato, Ubaldo pensa di farsi eremita, ma poi torna in città, lavora a ricostruire. Un anno dopo gli arriva la sorpresa: a Perugia è morto il vescovo, e al suo posto i perugini vogliono mettere lui. Reagisce fuggendo, arriva a Roma e supplica papa Onorio II di lasciarlo semplice prete.
Per quella volta il Pontefice lo accontenta. Ma quando a Gubbio muore il vescovo, non sente più ragioni e nomina lui a succedergli.
Ora, altro che i canonici di San Mariano: le aspre divisioni tra le famiglie importanti accompagnano (e peggiorano) gli scontri nel clero, gli atti di indisciplina. Si arriva anche alle offese personali, fisiche, contro il vescovo. Lui risponde con la fiduciosa inalterabilità: mai impaurito, mai infuriato. E quando nelle liti cittadine si pone mano alle armi, è pronto a mettere in gioco persino la vita per fermarle.
Nel 1154 Gubbio è attaccata da una coalizione di città umbre capeggiate da Perugia, ne esce vittoriosa, e se ne dà merito alle preghiere del vescovo. Nel 1155 l’esercito di Federico Barbarossa dà fuoco a Spoleto e poi assedia Gubbio: Ubaldo corre dall’imperatore, si parlano, e l’assedio viene sciolto, la città è salva.
In tutte queste crisi, Ubaldo chiama i cittadini alla preghiera, li fa sentire una cosa sola, li rassicura, evita il panico. Una strategia della fiducia che fa di lui una sorta di baluardo per la città. E in morte gli si attribuiscono profezie, miracoli, lo si proclama patrono, e già nel 1192 il Papa Celestino III lo canonizza. Il corpo, dapprima sepolto in cattedrale, nel 1194 viene trasferito in una chiesa sul monte Ingino.
Ogni anno Gubbio festeggia Ubaldo con solenni riti religiosi e con una manifestazione all’aperto che unisce fede, gioia e fantasia: la notissima “corsa dei ceri”, che sono tre “macchine” di legno con i loro portatori in costume, trascorrenti nelle vie cittadine a passo di corsa, per salire poi sul monte Ingino, il luogo che custodisce i resti del patrono.
(Autore: Domenico Agasso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Ubaldo di Gubbio, pregate per noi.


*Beato Vitale Vladimiro (Vitalij Volodymyr) Bajrak - Sacerdote e Martire (16 maggio)
Scheda del Gruppo a cui appartiene
“Beati 25 Martiri Greco-Cattolici Ucraini”

Svajkivcy, Ucraina, 24 febbraioo 1907 – Drohobych, Ucraina, 16 maggio 1946
Martirologio Romano:
Nella città di Drohobych in Ucraina, Beato Vitale Vladimir Bajrak, sacerdote dell’Ordine di San Giosafat e martire, che dinanzi ai persecutori della religione combatté per la fede, conseguendo il frutto della vita eterna.
Vitalij Volodymyr Bajrak nacque il 24 febbraio 1907 nel villaggio ucraino di Svajkivcy, in provincia di Ternopil.
Il 4 settembre 1924 entrò nell’Ordine Basiliano di San Giosafat e il 13 agosto 1933 fu ordinato sacerdote.
Nel 1941, dopo l’arresto e l’uccisione di padre Jakym Senkivskyj, anch’egli Beato, divenne igumeno del monastero basiliano di Drohobych.Il 17 settembre 1945 fu arrestato a sua volta dal NKVD ed il 13 novembre, confiscati i suoi beni, fu condannato ad otto anni di lager correzionale.
Morì martire per la fede qualche mese dopo, la vigilia di Pasqua del 1946, nella prigione di Drohobych.
Vitalij Volodymyr Bajrak fu beatificato da Giovanni Paolo II il 27 giugno 2001, insieme con altre 24 vittime del regime sovietico di nazionalità ucraina.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Vitale Vladimiro Bajrak, pregate per noi.


*Beato Vladimir Ghika - Sacerdote e Martire (16 maggio)  

Istanbul, Turchia, 25 dicembre 1873 – Bucharest, Romania, 16 maggio 1954
La Congregazione del Vaticano per le Cause dei Santi ha avviato l’iter di beatificazione del martire romeno, Vladimir Ghika. Tra le prove principali si annoverano i documenti che si trovano negli archivi della Securitate, ex polizia politica del regime comunista, nonchè le testimonianze dei colleghi nelle carceri comuniste.
Principe ortodosso per nascita, il monsignor Vladimir Ghika fu consacrato sacerdote cattolico a 50 anni. In precedenza, Ghika aveva preso parte alla vita sociale, politica e diplomatica della Romania durante la prima guerra mondiale, agendo per l’unificazione del paese, a Parigi, Roma e al Vaticano, in veste di delegato del Consiglio Nazionale Romeno.
Dopo il 1923, quando fu ordinato prete, Vladimir Ghika fu inviato dalla Chiesa Cattolica a Sidney, Budapest, Dublino, Buenos Aires, dove partecipò ai congressi eucaristici internazionali. Inoltre, Ghika intrapprese missioni apostoliche in Giappone, Cina o Ceylon. Soleva benedire con uno spino dalla corona di Gesù Cristo e tra i miracoli da lui compiuti si annoverano la guarigione di alcune persone e la nascita dell’erede del trono giapponese.
Si spense, nel 1954, in un carcere comunista in Romania a causa delle torture della Securitate. Vladimir Ghika fu proposto alla beatificazione dalla Diocesi Cattolica di Bucarest. Tra le prove principali, ci sono i documenti che si trovano negli archivi dell’ex polizia politica del regime comunista e le testimonianze degli ex colleghi di carcere.
Suo nonno, Gregorio Ghika X, fu l’ultimo re della Moldavia (1849-1856).
Suo padre, principe e generale, Giovanni Ghika, era stato ministro della Difesa e poi degli Esteri di Romania, poi ministro del suo governo a Costantinopoli presso il Sultano, a Vienna, a Roma e a S. Pietroburgo in Russia. Sua madre era una illustre nobildonna francese.
Lui, Vladimiro Ghika, nacque, tutto di "sangue blu" a Costantinopoli, il 25 dicembre 1873 – Natale del Signore Gesù – e battezzato nella religione grego-ortodossa, come i suoi antenati paterni. Era dotato di intelligenza acuta e di forte volontà, fin da piccolo. Nel 1878, Vladimir arriva in Francia e, al termine dei primi studi, percorre tutta la carriera scolastica, prima al Liceo di Tolosa, quindi all’università di Parigi: tutto lo interessa e tutto approfondisce: lettere, filosofia, diritto, scienze e medicina.
Non ha ancora vent’anni e comprende che la religione dei suoi padri non gli basta, perché nata dallo scisma della Cristianità e Cristo non può essere diviso. Lui da più anni si sentiva cattolico, ma ora comprende che lo scisma in cui di fatto viveva non si sarebbe potuto sanare senza riconoscere il primato della Cattedra di Pietro a Roma e rientrare in grembo alla Chiesa Cattolica, l’unica vera Chiesa di Cristo. Con serenità e decisione, il 15 aprile 1902, a 28 anni, Vladimiro si fa cattolico, nella luce e nella pace dell’anima.
Già laureatosi in filosofia e in legge, ora si laurea pure in teologia, con l’intento di farsi sacerdote cattolico: nobiltà, studi, amore, vita, tutto il suo genio per uno solo: Gesù Cristo! E riportare a Lui, molte anime, anche dall’ortodossia, nella Chiesa Cattolica. Va a raccontarlo al Papa Pio X e a chiedergli consiglio. Il santo Pontefice ritiene che per lui sia più utile rimanere laico che farsi prete, per promuovere il ritorno degli scismatici alla Chiesa, a causa del prestigio dei suoi nobilissimi natali.
Sacerdote di Cristo
Obbedisce, Vladimir, e pensa che il modo migliore per indurre i suoi a riunirsi alla Chiesa sia quello di illuminarli con la carità più ardente verso Dio e verso i fratelli, la vera carità teologale, di cui Gesù ha detto: "Da questo riconosceranno che siete miei amici, se vi amerete l’un l’altro, come Io vi ho amati" (Gv 13,35).
Nel 1904 comincia a assistere i malati all’ospedale di Salonicco, retto dalle Figlie della Carità. Quindi, a Bucarest, fonda un centro medico e ospedaliero, con le medesime suore. Appare un uomo di Dio, ancora di più nel luglio 1913, quando durante la seconda guerra balcanica organizza un ospedale per la cura dei colerosi e si prodiga nell’assisterli, fino allo sfinimento. Altrettanto, fa per ogni dove, durante la prima guerra mondiale. Davvero si rivela "il cattolico della carità eroica". Ma lui si sente chiamato al sacerdozio e chiede a Dio di aprirgli la via.
Ritorna a Parigi, nel 1922, e si stabilisce a Auteuil, nel convento benedettino di S. Maria, dove si prepara al sacerdozio. Ha 50 anni ed è conosciuto in tutta Europa: per la sua nobile stirpe, per la sua conversione dall’ortodossia al Cattolicesimo, per i suoi scritti e per la sua arte. Collabora con articoli densi di fede e di luce a Le Correspondant, e La Revue hebdomadaire, a La Revue des jeunes, a La Documentation catholique. Stampa più volte il libro La visite des paure, e un altro testo, Pensées pour la suite des jours, che diventa un best-seller. Sono testi pieni di Gesù, di ragioni forti per credere in Lui e per amarLo.
Finalmente, il 7 ottobre 1923, con la benedizione di Papa Pio XI in persona, il principe Vladimir è ordinato sacerdote nella chiesa dei Lazzaristi a Parigi, alla presenza di numerosi re e principi d’Europa venuti apposta per onorare il nobile collega che sale all’altare di Dio. Quel giorno, egli udì nello spirito le parole di Gesù – che poi scrisse nei suoi Pensées: "O prete, come oserai sacrificare Me veramente e totalmente, sull’altare, se prima non avrai veramente e totalmente sacrificato te stesso?". Qualche tempo dopo, confida: "Potete immaginare ciò che ho provato questa mattina nel trovarmi proprio là dove Dio aveva permesso che io divenissi uno dei suoi sacerdoti e dove mi è stato dato di trattare di persona il Corpo e il Sangue del mio Redentore e di collegare le aspirazioni di tutte le vostre anime e tutte le vostre intenzioni con i meriti del suo supremo Sacrificio".
L’apostolo
Inizia il periodo più eroico della sua esistenza. Con atto notarile rinuncia alla sua parte dell’ingente patrimonio familiare, per essere libero di dedicarsi tutto a Dio e alle anime, per mescolarsi, come farà pressoché subito, con i poveri più poveri, con gli atei, i bestemmiatori, per condurli, a ogni costo, a Gesù Cristo e dare loro la consolazione divina.
Va a abitare a Villejuif, poco lontano da Parigi, al centro della zona "rossa": in una baracca abbandonata apre una cappella con il SS.mo Sacramento e dietro edifica la dimora per sé, povero in mezzo ai poveri, soprattutto poveri di Dio. La nobiltà delle sue origini, cui ha rinunciato, la sua serenità imperturbabile e la sua bontà senza limiti, la maestà del suo portamento, in primo luogo il suo spirito di preghiera e il suo amore per Gesù, gli spianano la via in tante anime. Si vedono conversioni tali che solo un particolare intervento della Grazia di Dio può averle operate.
Vinte le prime diffidenze, ricorrono a lui i profughi politici, i miserabili, i ragazzi di strada cresciuti nel vizio e negli stenti.
La povera cappella, dove lui prega e fa penitenza, vede innumerevoli anime che tornano a Dio. Ne è informato il Cardinale Arcivescovo di Parigi, il quale gli offre il rettorato della chiesa degli stranieri, in rue de Sèvres, e lo costringe ad accettare. Così don Vladimir ritorna in mezzo all’alta società da cui aveva voluto distaccarsi: esuli e perseguitati politici di tutti i paesi e poi uomini della cultura, della finanza, della politica, pure bisognosi spesso di ritrovare il senso della vita. Riannoda antiche amicizie – J. Maritain, Paul Claudel, Henri Bordeaux, François Mauriac – e ne stringe di nuove con diplomatici, artisti, scrittori. Per tutti costoro, prega e fa penitenza… e annuncia Gesù, l’Uomo Dio, che unico al mondo risponde in modo definitivo e adeguato a tutti "i perché" dell’esistenza, in ogni ambiente e in ogni tempo.
Quando parla, don Ghika, viene ascoltato: sono colpiti a fondo dal suo Cattolicesimo, davvero grande, sublime, divino; da Gesù che non è una fabula bella per i bambini, ma la Verità Assoluta e eterna.
Nell’autunno del 1931, Pio XI, che lo conosce di persona, lo nomina "protonotario apostolico" e gli affida prestigiosi e difficili incarichi apostolici per il mondo, in Giappone, presso l’imperatore; poi a Buenos Aires, a Manila e a Budapest per i Congressi Eucaristici, dove spesso si trova a fianco del Card. Eugenio Pacelli, segretario di Stato e futuro Papa Pio XII; infine in Brasile. In mezzo a tanta attività e accanto a Uomini illustri della scena mondiale, Mons. Ghika pone al centro di tutto la Santa Messa, la preghiera prolungata davanti al Tabernacolo, il Rosario (interminabile!) alla Madonna, e l’annuncio del Cristo. Scrive sui più diversi giornali del mondo, articoli di mirabile saggezza evangelica, tiene conferenze e corsi di esercizi spirituali a uomini di cultura, a studenti, a preti e religiosi, circondato sempre di più, in ogni ambiente, da un fascino singolare.
Nell’estate 1939, si reca a rivedere i suoi parenti in Romania: si trova a contatto diretto con le terribili prove della sua patria dovute prima alla guerra, quindi all’invasione dei comunisti.
Chiede subito di rimanere lì, per portare Gesù, in quell’ora terribile per il suo popolo. Comincia a occuparsi dei prigionieri politici, presso diversi governi; poi, sfidando comunisti e nazisti, percorre il paese a tenere conferenze, per illuminare e rafforzare la fede, per convertire molti dall’ortodossia o dall’indifferenza e dall’ateismo alla Chiesa Cattolica. Durante i terribili bombardamenti aerei del 1944, non si allontana da Bucarest, come un vero miles Christi, per assistere i più sofferenti nell’ora del pericolo e della morte, con il conforto del Vangelo e dei Sacramenti.
Adesso, più che mai si rende conto che solo il Sacrificio di Gesù, ripresentato nella S. Messa, salva le anime. Tutto attinge dalla Messa quotidiana, vero atto di unione con Gesù immolato al Padre. Discende dall’altare ardente de uno stile e di una parola che converte i peccatori più induriti, anche solo in un breve colloquio con lui. Inorridisce del peccato volontario e combatte il peccato con la preghiera, la penitenza, con lunghe ore passate in confessionale a illuminare e a trasmettere il perdono di Dio. Chiama più persone che può all’adorazione eucaristica: un giorno, ci sono anche due protestanti che, dopo averlo visto pregare, gli chiedono di aiutarli a farsi cattolici.
In Francia, per il mondo dove è passato, in Romania, dove è giunto per l’ultima tappa, si rinnova nelle anime che lo incontrano, quanto si diceva del S. Curato d’Ars: "Ho visto Dio in un uomo".
Supremo olocausto
Nel 1948, quando la Romania cade sotto il regime comunista, Mons. Ghika avrebbe potuto riparare in un paese dell’Europa libera, ma lui rifiuta anche davanti al giovane re Michele costretto a partire per l’esilio e che vorrebbe portarlo con sé. Rimane consapevole di andare incontro, sotto "falce e martello", a persecuzione e forse alla morte. Sacerdote di Gesù, in mezzo ai banditori dell’ateismo; nemico dei soprusi e della violenza, di fronte a despoti tra i più feroci della storia, quale altra sorte può attenderlo?
Fino al 1952, infischiandosene dei pericoli, fa il cappellano delle Figlie della Carità che lui stesso aveva chiamato a Bucarest, diversi decenni prima. Celebra la Messa, poi passa la giornata tra malati, perseguitati e afflitti di ogni specie; battezza bambini e adulti che si convertono in gran numero, amministra i Sacramenti ai moribondi; predica e nessuno lo ferma, neppure con le minacce, nonostante la sua età ormai avanzata.
Allora, dalla polizia comunista di Ceausescu viene costretto a domicilio coatto, sotto strettissima sorveglianza, perché "ciò che predica e fa (Gesù Cristo!) è pericoloso alla rivoluzione". Poi viene rilasciato, ma circondato da spie che non lo perdono mai d’occhio e cercano un pretesto per arrestarlo e finirlo, uomo e prete così scomodo!
Il 19 novembre 1952, viene arrestato, come "reo di turbamento dell’ordine pubblico". Processato dal solito "tribunale del popolo" dei senza-Dio, anche se ha 80 anni, viene condannato – innocente di tutto – a 30 anni di galera! Nel forte di Jilava, dove viene rinchiuso, è seviziato in modo tale che basterebbe questo a infamare in perpetuo, regime e uomini che lo fecero. lo sostiene la sua fede invincibile e il suo amore ardente a Gesù e alla Chesa, la sua consacrazione alla Madonna, come aveva scritto nei Pensées: "L’anima nell’ora delle tenebre, interroga Dio al fondo di se stessa: Che cosa vuoi, mio Signore? che cosa vuoi che io faccia? Lui, Gesù in persona risponde: "Io voglio te, solo te".
Così giunge l’ora del sacrificio supremo: il 16 maggio 1954, a seguito delle numerose e crudeli torture degli aguzzini comunisti, Mons. Vladimir Ghika, finisce di soffrire, per raggiungere il premio eterno. Jacques Maritain aveva detto di lui: "Principe nel mondo e per una vocazione più alta, Sacerdote di Cristo". Noi aggiungiamo, in attesa che la Chiesa lo elevi alla gloria degli altari: Principe, Sacerdote e Martire.
(Autore: Paolo Risso)
Il nucleo originale della Romania moderna si costituì a metà del secolo XIX, con la fusione del principato della Moldavia con quello della Valacchia.
Erano terre cristiane, ma assoggettate all’impero turco, in una specie di vassallaggio.
L’ultimo principe regnante della Moldavia, prima della fusione, era stato Gregorio Ghika X, nonno del nostro Vladimir.
Il bambino nacque, però, a Costantinopoli dove il papà, generale Giovanni Ghika, risiedeva, in qualità di ministro plenipotenziario del nuovo principato di Romania presso la “Sublime Porta”.
Era il giorno di Natale del 1873, e Vladimir fu subito battezzato e cresimato nella Chiesa ortodossa.
Tiravano venti di guerra tra l’impero russo e quello ottomano. Rientrato in patria, Giovanni Ghika assunse il comando dell’esercito rumeno e prese parte al conflitto schierandosi con lo Zar e riuscendo finalmente a strappare la sospirata indipendenza dai turchi. Sul trono di Romania fu chiamato Carol I di Hoenzollern.
Giovanni Ghika fu nominato ambasciatore a Parigi. Fece subito trasferire in Francia la famiglia, ma, prima di poterla raggiungere, morì a Mosca per una congestione polmonare contratta mentre assisteva ai funerali dello Zar Nicola II.
La moglie, Alexandrine Moret di Blaremberg, di antica nobiltà francese, decise allora di fermarsi a Tolosa, dove aveva degli amici, per garantire nel modo migliore l’educazione dei bambini. Vladimir aveva allora 8 anni.
In Francia egli compì l’intero percorso scolastico, fino a laurearsi in Diritto all’Università di Tolosa. Poi passò a Parigi per studiare Scienze Politiche, ma frequentando contemporaneamente corsi di Medicina, di Botanica, di Arte, di Filosofia e di Storia. Aveva una intelligenza prontissima e raffinata, incline a individuare immediatamente il centro delle questioni ed a penetrarlo in maniera appassionata.
Più complesso fu l’iter della sua formazione religiosa.
La mamma era una fervente ortodossa e da lei Vladimir assorbì il meglio della tradizione spirituale dell’Oriente cristiano. A Tolosa però non esistevano né chiese né comunità ortodosse. Così, anche per bilanciare l’inevitabile influsso che i compagni cattolici avevano sul ragazzo, la mamma permetteva che alla domenica la governante conducesse con sé il ragazzo al culto riformato.
A Vladimir esso parve freddo e moralistico, e aride gli sembrarono le disquisizioni bibliche dei circoli protestanti, mentre il cattolicesimo lo attraeva irresistibilmente perché lo percepiva in continuità con la sua fede ortodossa.
Intanto il fratello più giovane, Demetrio, aveva intrapreso la carriera diplomatica ed era stato nominato segretario d’ambasciata a Roma. Vladimir lo seguì con entusiasmo, desideroso di penetrare nel cuore del cattolicesimo. Vi giunse nel 1898, a venticinque anni, e poté frequentarvi gli ambienti più prestigiosi, sia dal punto di vista culturale che religioso.
Nel 1902, assieme alla regina Natalia di Serbia, sua cugina, decise “ufficialmente” di farsi cattolico, dato che nel cuore lo era già da molto tempo.
Dirà in seguito: «Ho aspettato sedici anni prima di decidermi; più aspettavo e più la mia anima si infiammava. Perfino di notte la chiamata si faceva sentire in me».
La conversione fece clamore in Romania, dove ci fu chi accusò il giovane principe d’aver tradito i suoi antenati e la sua stessa patria, ma Vladimir rispondeva alle accuse con delicata arguzia: «Io mi sono fatto cattolico, per essere più ortodosso!».
A non darsene pace era, però, la sua stessa mamma, tanto più quando intuì che il figlio intendeva perfino farsi sacerdote. Per scongiurare il pericolo, ella si rivolse paradossalmente allo stesso Papa, chiedendogli di dissuadere il figlio da una scelta che la famiglia e la patria non avrebbero potuto sopportare.
Tutto considerato, il santo Pontefice Pio X ritenne di aderire alla richiesta della madre e consigliò al principe Vladimir di restare nel mondo, testimoniando la fede negli ambienti sociali e culturali in cui era già così bene inserito.
Il giovane obbedì, ma organizzò la sua vita in modo da prepararsi davvero alla sua inedita “missione laicale”, seguendo l’intero corso di studi filosofici e teologici in una facoltà pontificia fino alla laurea. Inoltre, per testimoniare la fedeltà alle sue origini e alla sua patria, si dedicò ad approfondite ricerche sulla storia rumena, nella Biblioteca Vaticana.
Così, in quei primi decenni del ‘900, il principe Vladimir Ghika divenne una personalità piuttosto inconsueta: era un teologo laico (quando ancora quasi non ne esistevano), missionariamente impegnato nei salotti della capitale e delle ambasciate.
E, per non diventare un teologo salottiero o un missionario dei ricchi, passava il tempo libero coi poveri, negli ospedali e negli ospizi della capitale.
Dopo alcuni anni, da Roma si spostò a Tessalonica, dove il fratello era stato nominato console generale. Ed ebbe modo di incontrarvi una straordinaria figura di suora, d’origine fiorentina, che lo introdusse nel vasto ambito della operosa carità cattolica: quello multiforme, intelligente, tenero, intraprendente, inventato da S. Vincenzo de’ Paoli.
Vladimir aveva sempre mantenuto stretti rapporti con la sua terra d’origine dove la famiglia Ghika si recava ad ogni estate. Ed ecco che, osservando l’opera di quella suora straordinaria, anzi collaborando fattivamente con le sue imprese di carità, Vladimir fu colpito da una intuizione determinante: la Chiesa Cattolica di Romania non possedeva nessun istituto dedito alla carità; essa riusciva a preoccuparsi della vita spirituale dei fedeli, ma non aveva abbastanza forze per curarsi contemporaneamente “dei corpi e delle anime dei poveri”, e ciò impediva una completa circolazione dell’amore di Dio nell’organismo ecclesiale.
E come era possibile instaurare un vero dialogo tra la maggioranza ortodossa e l’esigua minoranza cattolica, se i cattolici non parlavano anche il loro linguaggio più persuasivo, quello della carità sociale?
Per introdurre in Romania una comunità religiosa, oltre al consenso del Vaticano, ci sarebbe voluta addirittura una legge del parlamento rumeno, ciò che era praticamente impossibile. Sfruttando l’occasione di una mostra internazionale che aveva fatto allentare i controlli, Vladimir riuscì miracolosamente a portare con sé tre “suore di carità” e a farle restare. Si installarono a Bucarest e Vladimir lavorò con le sue mani per edificare un piccolo dispensario gratuito, con annessa una cappella. L’ambulatorio nacque circondato dalla simpatia dei nobili e del popolo, dei cattolici e degli ortodossi (i quali diedero anch’essi le loro offerte per l’edificio).
Un medico amico (celebre scienziato e uomo di fede) garantì la sua collaborazione e trascinò con sé altri colleghi e personale sanitario. Cominciarono le visite ambulatoriali (sette al primo giorno, duecento al termine della settimana) e le visite a domicilio.
Nelle salette d’attesa, Vladimir aveva fatto scrivere sulle pareti le otto Beatitudini evangeliche. Spiegava che in Vaticano aveva conosciuto il “maestro dei Sacri Palazzi”, il quale portava quel nome perché, originariamente doveva intrattenere e istruire coloro che facevano anticamera, in modo che né s’impazientissero per le lunghe attese, né perdessero tempo prezioso. E lui faceva lo stesso, nel suo piccolo ambulatorio al quale aveva dato il nome di «Betlehem-Maria».
Benché fosse un principe, egli dava una mano in tutte le incombenze pratiche, anche a rigovernare (tanto che lo chiamavano scherzosamente “Suor Vladimir”).
Attorno all’ambulatorio cominciarono poi a gravitare – in perfetto stile vincenziano – un centinaio di “dame di carità”, e c’erano tra esse principesse e donne del popolo. E Vladimir diceva che la vera democrazia consisteva proprio in quello: che con l’esercizio della carità le donne del popolo diventassero “dame” allo stesso modo delle signore.
Cominciò così, in quegli anni, ad elaborare quella «liturgia del prossimo» che doveva diventare una costante del suo pensiero e della formazione che avrebbe impartito alle anime.
«Liturgia del prossimo» vuol dire che, nella visita ai poveri, bisogna celebrare l’incontro di Gesù con Gesù.
Scriveva: «Doppia e misteriosa liturgia: il povero vede Cristo venire a lui sotto le specie di colui che lo soccorre, e il benefattore vede apparire nel povero il Cristo sofferente, sul quale egli si china. Ma, per ciò stesso, si tratta di un’unica liturgia. Infatti, se il gesto è compiuto come si deve, da ambedue i lati c’è soltanto Cristo: il Cristo Salvatore viene verso il Cristo Sofferente, e ambedue si integrano nel Cristo Risorto, glorioso e benedicente».
In tal modo la liturgia eucaristica, già celebrata sull’altare, si prolunga nella visita ai poveri: non si tratta d’altro che di «dilatare la Messa nella giornata e nel mondo intero, come onde concentriche che si propagano a partire dalla comunione eucaristica del mattino…».
Perciò Vladimir, quando lo chiamavano per qualche necessità, s’incamminava pregando: «Signore, vado a trovare uno di quelli che Tu hai chiamato altri Te stesso. Fa’ che l’offerta che gli porto e il cuore con cui gliela donerò siano ben accolti dal mio fratello sofferente. Fa’ che il tempo che passerò accanto a lui, porti frutto di vita eterna, per lui e per me. Signore, benedicimi con la mano dei tuoi Poveri. Signore, sostienimi con lo sguardo dei tuoi Poveri. Signore, ricevi anche me, un giorno, nella santa compagnia dei tuoi Poveri».
E la stessa preghiera recitavano tutte le «dame di carità».
La simpatia dei rumeni verso le suore andava sempre più crescendo e divenne venerazione durante l’epidemia di colera che decimò l’esercito e la popolazione in seguito alla «guerra dei Balcani», combattuta nel 1913.
Sulle rive del Danubio furono allora costruiti quattro lazzaretti, affidati all’équipe dell’ambulatorio cattolico. Il principe Vladimir trascinava tutti con l’esempio e si donava senza risparmio, incurante del rischio. Accorreva ad ogni richiesta, anche nel buio della notte, rischiando di precipitare a capofitto ¬– come gli accadde una volta – nella fossa dove si raccoglievano gli escrementi dei malati.
E un giorno, perché si potesse effettuare un trapianto sul volto ustionato di un infelice, non esitò ad offrire la propria pelle, convinto che «chi si spoglia per gli altri si riveste di Cristo».
Al termine della guerra, il Re fece assegnare alle suore l’unica “medaglia al valore militare” di tutta la campagna bellica, consegnandola nelle mani del principe Vladimir Ghika. Intanto il fratello Demetrio aveva ottenuto la nomina di ambasciatore al Quirinale e Vladimir ne approfittò per tornare a Roma. Vi restò durante la prima guerra mondiale, curando i legami tra la sua Patria e il Vaticano e continuando ad assistere malati e poveri nei diversi ospedali della città. Poi seguì nuovamente il fratello, nominato ministro della Legazione di Romania in Francia.
Parigi era allora tutto un fiorire di intelligenza cattolica e di fervore cristiano, tra filosofi, letterati e artisti: il messaggio di Teresa di Lisieux si imponeva con tutto il suo fascino; erano da poco scomparsi Charles Péguy e Charles de Foucauld; si faceva sentire l’influsso determinante di Léon Bloy; si affermava il genio di Paul Claudel, di Jacques e Raissa Maritain, di Emmanuel Mounier, di François Mauriac, di Francis Jammes, di Louis Massignon, di Maurice Blondel…
Tra di essi Ghika si sentiva pienamente a suo agio e si immerse con gioia in quella «amicizia cristiana» che coinvolgeva mente, cuore ed esperienza.
Intanto gli era morta la mamma e Vladimir riprese a domandarsi se la sua vocazione non fosse ancora quella del sacerdozio, a cui aveva dovuto un tempo rinunciare.
A deciderlo fu il giudizio di un anima buona che gli offrì un criterio che trovò piena corrispondenza nel suo cuore: «La celebrazione di una sola S. Messa è più efficace di tutte le altre opere che si possano compiere per il bene della Chiesa e dell’umanità».
Fu ordinato sacerdote nel 1923, a cinquant’anni d’età, attorniato dai rappresentanti delle famiglie regnanti d’Europa. E il Papa gli concesse l’appartenenza sia al rito latino che a quello orientale, oltre ad ogni più ampia facoltà e privilegio per poter esercitare il ministero in ogni parte del mondo e a vantaggio delle più diverse categorie di fedeli.
Come Vladimir intendesse il suo apostolato lo diceva a chiare lettere l’immagine scelta per ricordare la sacra ordinazione: raffigurava S. Giosafat, martire e apostolo dell’unità tra la Chiesa d’Oriente e d’Occidente, e sul retro c’era una preghiera che impetrava da Dio tale dono di unità. C’era anche una preghiera per la conversione della Russia, da poco caduta nelle mani dei senza-Dio.
Vladimir apparteneva, dunque, al clero di Parigi, ma gli era affidata la cappellania della “chiesa diocesana degli stranieri”. Divenne così il punto di riferimento di tutti gli emigrati.
Rivestito di una cappa scura, col volto illuminato da una lunga capigliatura bianca e da una lunga candida barba, con la sua fisionomia dolce e fine, dallo sguardo penetrante, sembrava – così dicevano i suoi amici – “un santo da vetrata, un’icona vivente”.
Impressionava l’estrema concentrazione con cui celebrava la santa Messa, tanto che H. Ghéon applicava anche a lui ciò che aveva già scritto a proposito di S. Giovanni Maria Vianney: «Di un buon prete si dice che celebra bene la sua Messa; di un prete fervente si dice che vive la sua Messa; il Santo Curato d’Ars “moriva” la sua Messa….». Così l’abbé Ghika sembrava rivivere, nella Messa, tutta la sofferenza di Cristo in Croce.
Anche il suo confessionale era assiepato, quasi sempre da persone tormentate, tra cui non mancavano rifugiati russi, anarchici, ebrei, gente dedita allo spiritismo, spretati, invertiti, indemoniati. E le conversioni erano frequenti, perché Vladimir aveva una straordinaria capacità di introspezione e di commossa partecipazione ai drammi intimi dei suoi interlocutori.
Il fondamento della sua azione pastorale era un convincimento incrollabile della «realtà di Dio». Non sopportava che si parlasse di Dio come di un ideale o che si discutesse dell’«ideale cristiano», o che si insistesse sulla necessità d’avere «un ideale» nella vita.
Diceva che i discorsi attorno all’ideale erano quasi sempre un modo di sfuggire alla «realtà di Dio».
«La questione più importante – insegnava – è mettere la realtà di Dio al suo vero posto di realtà: bisogna riconoscere incessantemente la realtà di Dio; trovare e segnare il posto della realtà di Dio; professare e manifestare la realtà di Dio in tutte le cose; soprattutto là dove è più evidente…».
E insisteva: «Noi restiamo fuori dalla più elementare verità, fuori dall’ordine universale, fuori da ogni possibile progresso, se non guardiamo a Dio come alla realtà più presentemente, più intensamente reale, di quanto siamo reali noi stessi o il mondo intero». Ed applicava questa certezza a tutto.
Diceva che «senza Dio noi non riusciamo mai ad avere una vera intimità col reale». Diceva che «i cuori puri che vedranno Dio sono anche i soli a vedere davvero le cose di questo mondo».
Diceva che «nella scienza l’uomo non fa altro che mendicare dalle cose qualche segreto della loro obbedienza a Dio».
Diceva che bisognava «mettere la propria anima nella piena Realtà di Dio, perché soltanto così si riesce a metterla nella piena e sicura verità delle cose di questo mondo».
Di queste convinzioni Lui viveva, a un punto tale che sembrava affascinato da tutti quei luoghi sacri dove Dio si faceva esplicitamente Presenza.
Anzitutto la Presenza di Dio nell’Eucaristia, davanti alla quale restava immobile come se non riuscisse a staccarsene: «In questo Sacramento, il cuore divino (“un cuore di carne”) batte per l’eternità», diceva.
Poi la Presenza di Dio nei fratelli: «Niente rende Dio così prossimo come il prossimo», era la sua massima preferita.
E infine la Presenza di Dio negli avvenimenti, dato che «portano tutti una traccia del Figlio incarnato di Dio».
«Se tu metti Dio in tutto ciò che fai, lo troverai in tutto ciò che ti accade», spiegava.
E poiché egli viveva esattamente ciò che insegnava, Dio sembrava irraggiare dalla sua stessa persona, al punto da soggiogare dolcemente chi lo avvicinava.
Il fatto era che Vladimir Ghika – con la sua certezza circa la realtà di Dio, fattasi Presenza – si manteneva in uno stato di “preghiera continua”: chi lo avvicinava aveva l’impressione di essere accolto dentro il permanente e amoroso dialogo che Egli intratteneva con la Trinità Santa.
Intanto in Francia, nel cerchio dei «grandi amici» di cui abbiamo parlato, si faceva strada il sogno vissuto da Charles de Foucauld: seguire Cristo senza forme precostituite, rispondendo al bisogno di chiunque si incontri sul proprio cammino.
Nella Chiesa esistevano già tanti Ordini e Istituti religiosi; cominciavano ad affermarsi i primi Istituti Secolari e iniziava, con l’Azione Cattolica, la stagione dell’apostolato dei laici.
Ma Ghika sognava una avventura nuova: radunare attorno a sé dei cristiani che avessero come unica regola la carità e accettassero di vivere amando Dio e il prossimo, in ogni circostanza, senza regole e obiettivi precostituiti, ma «assecondando sempre le preferenze di Dio».
Non soltanto «Dio lo vuole», ma «Dio lo preferisce», doveva essere il motto di queste anime.
«Desiderio di fare sempre quello che Dio preferisce»: questa doveva essere la loro Regola.
L’opera sarebbe stata dedicata a S. Giovanni, l’evangelista della carità. Ci sarebbero stati dei “fratelli” e delle “sorelle” disposti a vivere in comunità e a dedicarsi pienamente all’opera e, attorno ad essi, un gruppo più vasto (“la famiglia di S. Giovanni”) che li avrebbe sostenuti.
Impegnando la sua eredità, Vladimir acquistò ad Auberive – paesino sperduto tra i boschi – una vecchia abbazia cistercense, che risaliva al medioevo, ma che da secoli era stata trasformata in penitenziario, e infine messa in vendita.
Solo a restaurarla c’era da tremare di scoraggiamento. Ma a Vladimir tutto sembrava possibile, anche perché non era molto portato ai programmi ben definiti, né s’intendeva di problemi contabili.
Vi si installò con un piccolo gruppo di discepole, quando l’edificio era ancora privo di luce elettrica e di riscaldamento e di ogni altro benché minimo comfort.
Sistemarono in qualche maniera alcuni locali per la comunità, poi una piccola ospiteria dove cominciarono ad accogliere ospiti di passaggio.
Pian piano vi si ammassarono rifugiati d’ogni specie: dagli emigrati, ai pellegrini, agli emarginati, ai girovaghi.
«Sono degli sradicati. Bisogna amarli, comprenderli, salvarli…», insisteva Vladimir che vedeva in essi l’esemplificazione di quella “teologia del bisogno” che aveva messo a fondamento della sua impresa.
Ma offriva anche spazio per le vacanze a una colonia di fanciulle povere, e esigeva che fossero accolte con la stessa tenera sollecitudine.
Con i diseredati, arrivarono anche dei collaboratori e perfino dei giovani che chiedevano d’essere preparati al sacerdozio.
Ma l’insieme si faceva sempre più eterogeneo e ingovernabile, e non mancarono episodi spiacevoli.
D’altra parte Vladimir assecondava, anche in se stesso, esigenze interiori difficilmente conciliabili.
Da un lato manteneva rapporti d’amicizia e di lavoro con l’ambiente intellettuale cattolico; collaborava col Centro di Studi Religiosi da poco fondato a Parigi; coltivava progetti ecumenici; era membro del comitato organizzatore dei Congressi Eucaristici Internazionali.
Dall’altro lato, spendeva le sue energie per la fondazione e la guida della comunità che aveva fondato ad Auberive.
Ma da un altro ancora, lui personalmente aveva scelto di proiettarsi in avanti, andando a vivere tra i diseredati della periferia di Parigi, «là dove l’assenza di Dio era più sensibile».
Secondo il suo progetto, la “Comunità di S. Giovanni” avrebbe dovuto col tempo aprirsi missionariamente in tutte le direzioni. Ed ecco che lui, proprio come fondatore, aveva deciso di precederla. Aveva perciò ottenuto una baracca a Villejuif, un quartiere periferico dove si ammassavano stracciaioli e barboni, ed era andato a vivere tra di essi, contento solo di potervi celebrare la S. Messa e adorare l’Eucaristia, alla maniera di Charles de Foucauld nel deserto.
All’inizio lo rifiutarono e gli rubarono anche quel poco che aveva. Poi lo presero a sassate. Poi vennero i bambini ad accompagnarlo ogni giorno a prendere acqua alla fontana, aggrappati solennemente alla sua ampia cappa nera. Lo chiamavano “babbo Natale”, a causa dei suoi lunghi capelli bianchi e della barba fluente, e si fermavano volentieri a giocare nella baracca, mentre egli celebrava Messa.
A loro Vladimir spiegava la liturgia del giorno, raccontava la storia di Gesù, e con loro discuteva dell’esistenza di Dio. Diceva che i bambini sono perfettamente in grado di capire la teologia tomista.
Col tempo si attirò la simpatia di tutti, perfino di un comunista anarchico, feroce anticlericale, tubercolotico, che abitava nella baracca vicina alla sua. Entrò, con una scusa, nel povero tugurio, si lasciò riversare addosso una marea d’insulti, opponendo soltanto una silenziosa, dolce serenità. Poi gli posò affettuosamente una mano sulla spalla.
– Non mi tocchi, gridò l’uomo arretrando. Se qualcuno ci vedesse, potrebbe pensare che siamo amici!
– Ma noi siamo più di questo, rispose Vladimir. Siamo fratelli!
E divennero fraternamente amici, al punto che il poveretto morirà rappacificato con Dio e con gli uomini.
L’esperienza si concluse nel 1930, quando i disagi (il freddo soprattutto e la mancanza di cibo) fecero ammalare l’abbé Ghika. L’Arcivescovo ne approfittò per inviare un’équipe di giovani preti a sostituirlo. Trovarono un ambiente già così ben dissodato che Villejuif divenne in fretta la migliore parrocchia delle periferie.
Si concluse, invece, con un apparente fallimento l’esperienza di Auberive.
La regola di seguire sempre “ciò che Dio preferisce” è affascinante, ed è anche efficace, quando davvero Dio è messo da tutti al primo posto, ma si presta a troppe ambiguità, quando persone immature scambiano facilmente le proprie preferenze con quelle di Dio.
Di questo Vladimir non aveva tenuto conto. Pian piano i collaboratori assecondarono progetti divergenti e si dispersero. Alcuni tuttavia diverranno, in seguito, delle personalità ecclesiali significative e manterranno l’impronta spirituale ricevuta ad Auberive.
Per il fondatore fu una prova molto dura, una vera notte dello spirito che lo angosciava: si sentiva abbandonato e dubitava d’esser lui stesso venuto meno alla sua missione.
Poi capì che anche quel fallimento rientrava nelle “preferenze di Dio” e si abbandonò ad ogni richiesta apostolica e missionaria che gli veniva fatta.
Partecipa, così, ai Congressi Eucaristici di Sidney, Cartagine, Dublino, Buenos Aires, Manila, Budapest, e i soli viaggi per mare durano mesi.
Accorre in Romania, a Bruxelles, a Varsavia, o a Copenhagen, quando gli dicono che qualcuno ha bisogno di lui, aggiungendo, se è il caso, una nuova tappa ai viaggi già programmati, come se si tratti di girare l’angolo.
Incontra, in tal modo, noti personaggi del tempo in crisi di fede e celebri artisti e letterati in crisi morale.
Non è raro che dalla sua bocca, dopo poche battute, escano consigli che l’interlocutore non si attende affatto, come: «Fatevi battezzare!», oppure: «Confessatevi!».
Sa essere misericordioso, ma anche deciso.
Ad H. Bergson – il filosofo ebreo che ha scelto d’essere cristiano solo nel cuore –, dopo un lungo incontro, dice con estrema chiarezza: «Non si può pretendere d’avere il “battesimo di desiderio”, se non si ha anche, in maniera effettiva, il “desiderio del battesimo”».
Intanto Ghika sembra essere diventato “il confessore delle strade”: se è necessario, egli ascolta le confessioni in stazione o al bar o in metrò o in un negozio o in un teatro o in una sala da concerti, oppure in treno o in battello dove prende sempre l’ultima classe.
Spesso il suo cammino è disseminato di incontri fortuiti, durante i quali accadono colloqui decisivi che si tramutano in miracolose conversioni e in durature amicizie.
Scrivendo la prefazione a un libretto di pensieri spirituali, composti da Vladimir, J. Maritain ne traccia questo affettuoso e umoristico profilo: «Disponibile a tutti i richiami che l’invitano al servizio delle anime, Monsignor Ghika è sempre in viaggio: la mattina è in Congo, a mezzogiorno è a Buenos Aires, per il tè delle cinque è a Tokio. Ma che dico? Eccolo a Calcutta, poi a Melbourne. Ma col cuore è sempre a Parigi. Questa stupefacente disponibilità è la mobile facciata d’una bontà che non ha confini».
Perfino il Papa – che gli aveva inflitto la dignità ecclesiastica di “protonotario” – chiedeva a volte a qualche conoscente comune: «In quale parte del mondo si trova per ora il vostro grande vagabondo apostolico?»
Celebre restò il viaggio in Giappone, dove Ghika aveva amici illustri, ma dove si recò solo per accompagnare un gruppo di monache carmelitane scalze che andavano a fondare un monastero. Per loro egli aveva ottenuto, da un capitano amico, un posto gratuito sulla nave.
A Tokio va a trovare l’amico ammiraglio Yamamoto, un eroe di guerra divenuto cattolico, che gli procura un’udienza con l’imperatore.
Per l’occasione Vladimir ha imparato a dire in giapponese: «Che Dio ti benedica!». Gli spiegano che è assolutamente impossibile benedire il Mikado, perché il Mikado è Dio. Allora Vladimir si fa modificare la frase così: «Che Dio onnipotente ti benedica!».
L’imperatore si intrattiene a lungo con Ghika in francese e gli confida d’avere una grande pena nel cuore.
– «Ditemela, risponde Vladimir, e io vi darò la benedizione di Dio».
La pena del Mikado è di non avere un figlio maschio.
– «Imperatore, io vi darò la benedizione di Dio e Dio vi darà un figlio».
Così dicendo, i due si alzano in piedi e l’imperatore china il capo. Ghika pronuncia la benedizione in lingua giapponese, mentre i dignitari presenti si precipitano su di lui esterrefatti per impedirglielo, fermati solo da un gesto deciso del loro dio in terra.
L’anno dopo l’imperatore ebbe un figlio.
Il viaggio in Giappone diede a Vladimir l’opportunità di visitare un lebbrosario e di cominciare a immaginare la fondazione di un’opera simile nella sua Romania, dove molti lebbrosi versavano in condizioni di estremo degrado e di abbandono.
Pensò che non ci sarebbe stata al mondo cosa più bella che «veder fiorire, su dei corpi decomposti, delle anime di santi», e cominciò subito a prendere i contatti per una fondazione, che voleva realizzare personalmente impegnandovi gli ultimi anni di vita.
Si trovava, dunque, in patria, quando lo scoppio della seconda guerra mondiale mise fine ad ogni progetto riguardante il lebbrosario.
Intanto però la Romania veniva invasa da un fiume di profughi polacchi che fuggivano dalla loro patria soffocata nella terribile morsa, stretta da nazisti e sovietici.
E Ghika applicò ancora la sua “teologia del bisogno” restando a prendersi cura di quella massa di nuovi diseredati.
Riallacciò i legami con l’ambulatorio di un tempo, che intanto era divenuto un grande ospedale, e si mise a servire rifugiati, detenuti politici, prigionieri di guerra…
Offriva il suo ministero sacerdotale nelle chiese greco-cattoliche, dedicandosi indefessamente a tessere una rete di amicizia e di dialogo con gli ortodossi.
Accoglieva e guidava spiritualmente schiere di studenti, ma lavorava anche alla composizione di quella “storia della Romania”, che aveva cominciato a Roma negli anni giovanili. Collaborava anche con l’Istituto Francese di Bucarest.
Intanto la Romania si alleava con la Germania nazista e al governo c’era chi ne assorbiva il veleno razzista, partecipando allo sterminio degli ebrei e degli zingari.
Ghika lavorava soprattutto a preservare i giovani da quel veleno, insegnando loro a schierarsi contro ogni tirannia ed ogni crudeltà. E non temeva di affermare che l’orgoglioso spiegamento di forze dei nazisti non era altro che debolezza, di cui non era difficile prevedere il crollo.
Nel 1944 Bucarest viene bombardata dagli anglo-americani. Si contano circa 12.000 vittime; Vladimir resta in città per soccorrere i feriti.
Inizia quindi l’invasione russa e il fronte di guerra si inverte. Al termine del secondo conflitto mondiale, la Romania è sotto il tallone delle truppe sovietiche di occupazione
Anna Pauker – un’ebrea rumena emigrata in Russia e rientrata in patria con l’armata rossa che diventa Segretaria Generale del Partito Comunista nel 1945, Ministro degli Esteri nel 1947 e Vice-Primo Ministro nel 1949 – progetta e realizza una spietata russificazione del Paese.
Nel 1947 il re Michele è costretto ad abdicare e viene proclamata la Repubblica Popolare Rumena e la dittatura del proletariato, sul modello della costituzione sovietica
La Pauker sosteneva, intanto, che «la cosa migliore sarebbe stata annientare tutta la popolazione adulta rumena; purtroppo un certo numero doveva essere mantenuto in vita per fornire il lavoro necessario per nutrire e far crescere i bambini; ma bisognava terrorizzare questi adulti in modo che non osassero mai immischiarsi nell’educazione comunista dei fanciulli».
La moneta corrente fu, dunque, soppressa senza nessun cambio. Poi fu confiscata la proprietà privata e tutti, ricchi o poveri, restarono privi di ogni fonte di sostentamento che non fosse il salario passato di volta in volta dallo Stato agli operai o ai suoi dipendenti.
Per molti, soprattutto anziani o comunque sprovvisti di lavoro, ciò equivaleva a una condanna a morire di fame.
Anche i principi Ghika perdettero ogni proprietà e Vladimir, ormai vecchio e malato, si rifugiò nell’ambulatorio delle suore vincenziane.
Nel 1948 Stalin decretò la soppressione della Chiesa greco-cattolica e la sua forzata annessione a quella ortodossa, che del resto venne asservita brutalmente allo Stato.
Tutti e sei i vescovi greco-cattolici furono imprigionati: cinque morirono in carcere, uno solo sopravvisse a 22 anni di prigione. La stessa sorte ebbero circa seicento preti.
I cattolici-latini vennero privati di ogni diritto e quattro diocesi su sei vennero soppresse. Il clero venne decimato.
Le carceri si riempirono di centinaia di migliaia di rumeni (circa 1 milione e mezzo su 18 milioni di abitanti), molti dei quali colpevoli solo d’essere credenti. I campi di concentramento, che erano stati inaugurati dai nazisti anche in Romania, furono riattivati dai comunisti.
I processi erano il trionfo dell’arbitrio, condotti sulla falsariga di quello subito dal vicario della Diocesi di Cluj al quale i giudici dissero: «Non c’è nessuna prova contro di te, ma se sei in prigione è perché sei colpevole, colpevole d’essere stato arrestato».
Nelle carceri comuniste rumene furono esperimentate “scientificamente” nuove e inaudite tecniche di lavaggio del cervello e di controllo mentale.
Centinaia di giovani, soprattutto seminaristi furono sistematicamente tormentati nel corpo e nello spirito – ricorrendo a parodie liturgiche oscene e sataniche – fino ad ottenere dei perfetti automi che poi applicavano le stesse tecniche su altri giovani, in una sorta di infernale catena di disumanizzazione.
Durante il recente Sinodo dei Vescovi sull’Eucaristia (2005), Mons. Lucian Mureşan, Presidente della Conferenza Episcopale Romena, ha ricordato testualmente: «Nel famoso periodo della "rieducazione" e del "lavaggio del cervello" nelle carceri della Romania, per compromettere i sacerdoti, per ridicolizzare l'Eucaristia e per distruggere la dignità umana, i persecutori cercarono di costringerli a celebrare con degli escrementi, ma non sono riusciti a togliere loro la fede».
Già nel 1949 L’Osservatore Romano denunciava: «In nessun’altra pagina della storia si può leggere una cronaca simile di violenza morale e di persecuzione, ma anche di una Via Crucis di libertà, di personalità e di dignità».
Incredibilmente, infatti, in quelle prigioni fioriva la santità. Alcune testimonianze che ci sono giunte dicono: «Non siamo mai stati così felici; non abbiamo mai sentito così intimamente la presenza di Dio, e non abbiamo mai pregato con tanto impegno e con tanta fiducia come nelle baracche della prigione».
Mons. Vladimir Ghika venne arrestato il 18 novembre 1952, mentre si recava al capezzale di un moribondo. Lo gettarono in una segreta del carcere militare, assieme a un’altra ventina di sospetti, sacerdoti e laici. Gli strapparono la veste da prete, e lo tennero per quasi un anno, al freddo, con i soli indumenti intimi, sottoposto a una ottantina d’interrogatori notturni, picchiato fino a fargli perdere la vista e l’udito, torturato con la corrente elettrica, allo scopo di fargli confessare d’essere una spia del Vaticano o di farlo almeno rinunciare all’unione con Roma.
Quando rifiutava di firmare i verbali contraffatti, minacciavano di impiccarlo nudo in un viale di Bucarest. Ma non si piegava. Né ammetteva che un qualunque avvocato d’ufficio pretendesse parlare al suo posto. Gli altri prigionieri trovavano la forza di difendere la propria dignità, guardando quel vecchio prete fragile, eppure indomabile, che teneva testa ai giudici.
Dopo un anno, venne finalmente condannato a tre anni di reclusione e gettato nella fortezza di Jilava, in cui le prigioni scendevano fino a otto metri sottoterra e le mura grondavano acqua.
Si ritrovò, così, in una cella di cinque metri per sei dove erano già ammassati 44 prigionieri. In breve Vladimir diventò “il nonno dolce e buono”, al quale tutti si rivolgevano per averne conforto.
Li ascoltava, li confessava, li aiutava a pregare; recitava il rosario con chi glielo chiedeva, con altri faceva la Via Crucis; distribuiva tra i più deboli metà del suo scarsissimo cibo e consolava i più disperati.
La domenica improvvisava per loro una liturgia della Parola e un po’ di catechesi.
L’aria era irrespirabile, la promiscuità insopportabile, ma per Ghika quella situazione realizzava lo scenario della “prossimità suprema”: era la “liturgia del bisogno” diventata carne, evidenza struggente, santità quotidiana.
Poté così applicare, letteralmente, ciò che aveva annotato nei suoi “pensieri”, commentando l’episodio dei discepoli di Emmaus: «Quando il giorno muore, i discepoli di Gesù possono essere riconosciuti solo dal modo in cui – come il loro Maestro – sanno “spezzare il pane”, sacrificando per i fratelli il pane vivo dei propri corpi».
Ed egli lo spezzava anche consumando per loro la sua flebile voce.
Nelle lunghe, freddissime ore serali, tutti pendevano dalle sue labbra e non si stancavano mai di chiedergli qualche storia che illuminasse e riscaldasse le tenebre di quel terribile carcere.
Vladimir conosceva di persona la storia gloriosa degli antichi principati rumeni; aveva frequentato le famiglie regnanti di quasi tutti i paesi del mondo; aveva conosciuto quattro papi ed era vissuto in Vaticano e nella Città Santa; aveva viaggiato in tutti i continenti; aveva frequentato i salotti degli intellettuali e gli ateliers dei più celebri artisti.
I detenuti lo attorniavano come bambini impazienti: «Monsignore, per favore, un’altra storia!» e Vladimir parlava a lungo, raccontando, descrivendo, dipingendo al vivo scenari e personaggi, inframmezzando la sua narrazione con riflessioni sulla sofferenza, sulla santità, sul prossimo, su Dio.
Ed ecco che le mura della prigione sembravano scomparire e i prigionieri ricominciavano a credere nella vita, nella storia, nella bellezza del mondo, nella Provvidenza Divina che penetrava anche tra quelle pareti maleodoranti.
«Per lui – raccontò un testimone – i muri della prigione non esistevano. Era libero, perché faceva la volontà di Dio».
Così, riscaldato solo dalla carità di quel vecchio prete, passò il terribile inverno tra il 1953 e il 1954.
Quando tornò la primavera, Ghika era ormai agli estremi.
Trasportato nell’infermeria del carcere – dove lo abbandonarono seminudo – vi morì in totale solitudine il 16 maggio 1954.
Aveva detto profeticamente: «La nostra morte dev’essere l’atto supremo della nostra vita: ma può accadere che Dio sia il solo a conoscerlo».
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Vladimir Ghika, pregate per noi.


*San Vukasin di Klepci - Martire (Chiese Orientali) (16 maggio)
San Vukašin di Klepci nacque nel villaggio di Klepci, in Erzegovina, a cavallo tra il XIX ed il XX secolo.
All'inizio della seconda guerra mondiale, il fascisti croato Ustašas, lo fece arrestare e trasportare con altri serbi della regione nel famigerato campo di concentramento di Jasenovac.
Dopo giorni di orribili torture, fu condotto dinnanzi ad un soldato Ustascia incaricato della sua esecuzione, ma questi gli offrì ripetutamente un'ancora di salvezza qualora fosse stato disposto a gridare a gran voce: “Viva Ante Pavelic!”, leader dei nazionalisti croati.
Al suo costante rifiuto gli furono amputate prima le orecchie, poi il naso, la lingua e la faccia infine sfregiata.
Ancora Vukasin rimaneva fermamente sulla sua posizione e fu quindi barbaramente assassinato.
Il Santo Sinodo dei vescovi della Chiesa Ortodossa Serba nel 1998 ha inserito il suo nome nella lista dei Santi serbo-ortodossi quale martire.
La sua festa è celebrata al 16 maggio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Vukasin di Klepci, pregate per noi.

 
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