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Santi del 17 Agosto

Il mio Santo > I Santi di Agosto

*Beato Alberto da Chiatina - Sacerdote (17 agosto)

+ 1202
Etimologia:
Alberto = di illustre nobiltà, dal tedesco
Martirologio Romano: A Colle di Val d’Elsa vicino a Siena, Beato Alberto, sacerdote, che offrì al popolo un insigne esempio di virtù.
L’arciprete della pieve di Colle nacque a Chiatina nel 1135, uno dei tanti castelli medievali che sorgeva nelle Crete Senesi, nella giurisdizione ecclesiastica del Vescovado d’Arezzo; oggi al suo posto sorge una villa padronale e rientra nel territorio dell’Abbazia di Monteoliveto Maggiore.
Ignoti rimangono i nomi dei genitori che, secondo le agiografie, appartenevano alla piccola nobiltà del luogo.
Fin da subito, Alberto mostrò un’indole buona ed un certo ingegno tanto che i genitori pensarono bene indirizzarlo non alle imprese cavalleresche proprie del suo tempo e del suo rango, ma agli studi ed al ministero sacerdotale, che più gli si confacevano.
Durante gli anni di studio, egli si rese conto che l’istruzione intellettuale disunita dalla pratica della virtù non lo avrebbe condotto a nulla di buono e così iniziò a trascorrere molte ore, anche di notte, nella meditazione e nella preghiera.
All’età di ventotto anni, venne ordinato sacerdote e gli fu affidata la pieve di S. Maria in Pava, poco lontana da Chiatina.
Qui, la sollecitudine nell’adempiere al ministero sacerdotale procurò ad Alberto l’affetto e la venerazione di tutto il suo popolo, ma anche la manifesta ostilità del signorotto locale, cosicché, trovandosi ostacolato e vedendo che la propria fermezza diveniva anche pericolosa ai suoi popolani, rinunciò alla pieve e si trasferì in Siena, dove, per la fama di santità che lo aveva preceduto, gli fu affidata la chiesa di S. Andrea dentro le mura urbane (1175).
A due anni di distanza, nel 1177, il Papa Alessandro III, senese, che probabilmente aveva posto lo sguardo su Alberto, lo nominò arciprete della pieve ad Elsa, posta lungo la Via Francigena, appena fuori dal borgo di Gracciano.
Si trattava di una nomina importante: l’Arcipretura era, infatti, da tempo immemorabile nullius Dioecesis, ovvero, pur rientrando formalmente nel territorio diocesano di Volterra, dipendeva direttamente dal Sommo Pontefice.
Eletto dai chierici del capitolo con l’approvazione della Santa Sede e senza l’intervento del vescovo di Volterra, l’arciprete giurava fedeltà soltanto alla Chiesa Romana ed, entro i ristretti confini della Plebania, esercitava una giurisdizione quasi vescovile: aveva l’autorità di consacrare chiese e cappelle, di spedire bolle per le parrocchie, promulgare editti e fulminare scomuniche, di far lettere dimissorie per tutti gli ordini sacri e dispense per gli impedimenti matrimoniali, nonché di usare il pastorale nelle celebrazioni delle Messe e dei vespri solenni.
Il suo infaticabile apostolato a Gracciano non poté durare che soli quattro o cinque anni, dopo i quali, Alberto si coprì di piaghe e rimase infermo fino alla morte: tra la pelle e le ossa era pieno di
putredine maleodorante, che usciva in gran quantità, particolarmente d’estate; gli rimase libera solamente la testa, sicché continuò ad esercitare il ministero sacerdotale dal proprio letto.
Non si udì mai un lamento, anzi egli affermava che questo supplizio era dovuto ai suoi peccati. Per questi fatti, sin dalle più antiche agiografie, viene chiamato “il Santo Giobbe della Toscana”.
La fama di quel lungo ed eroico martirio, tanto serenamente sofferto, si diffuse anche oltre la Toscana, tanto che alcuni cardinali della Curia Romana, vescovi, abati ed altri illustri personaggi si fermavano a Colle, sia per ammirare la celebrata virtù dell’arciprete sia per chiedere l’intercessione della sua preghiera.
Intanto, gli anni trascorrevano senza che la malattia accennasse a scomparire.
Nel 1185, avendo raggiunta l’età di cinquanta anni, S. Alberto presentò al Papa una supplica per essere esonerato dalla dignità arcipretale e sostituito nella cura delle anime.
Dopo un primo rifiuto, la supplica fu accolta, sembra nel 1191. Due successori lo videro ancora sofferente.
In quegli stessi anni, teatro di guerre tra opposte fazioni politiche ed opposte città, Gracciano era fatto oggetto di ripetuti attacchi da parte delle milizie senesi.
Con il probabile intento di riparare in luogo più sicuro, l’arciprete Alberto spostò la sede plebana da Elsa alla chiesa del SS. Salvatore, posta nel castello di Colle e futura cattedrale.
Contemporaneamente gran parte della popolazione abbandonò l’antichissimo insediamento e seguì l’arciprete per unirsi alla popolazione colà residente ed organizzarsi in libero Comune (1195). Gracciano, invece, nella prima metà del Duecento venne raso al suolo dai senesi, i quali rispettarono unicamente la chiesa.
Si può, pertanto, osservare che l’unione del popolo nel nascente Comune di Colle di Val d’Elsa ha coinciso con la lungimirante azione del santo arciprete Alberto e non sorprende che, per molti secoli dopo la sua morte, il Comune riconoscente gli tributasse onori e festeggiamenti solennissimi.
Liberato del peso e della responsabilità dell’arcipretura, negli undici anni che seguirono all’accettazione delle dimissioni, il Santo volle dedicare tutto il suo tempo all’orazione, alla meditazione ed all’offerta delle proprie sofferenze.
La pietà di Sant' Alberto si esprimeva, in un modo tutto particolare, nei confronti della preziosa reliquia del San Chiodo, che si reputava indegno di toccare se non attraverso un paio di guanti, i quali si conservano ancora intatti.
Nell’iconografia, infatti, egli è rappresentato o nell’atto di venerare il San Chiodo o con la stampella, segno questa del suo lento e doloroso martirio.
Dopo venticinque anni di sofferenze continue, all’età di sessantasette anni, Sant' Alberto da Chiatina morì: era il 17 agosto 1202.
Subito i presenti furono testimoni di un singolare miracolo: il corpo del Santo, fino ad allora ricoperto di piaghe maleodoranti, apparve agli occhi di tutti integro e sano in ogni sua parte.
Episodi miracolosi o almeno singolari si verificarono anche presso il suo catafalco funebre.
Portato il corpo venerando nella pieve del SS. Salvatore ed esposto alla pietà dei fedeli, la chiesa divenne meta di folle devote che si susseguirono a lungo, chiedendo l’intercessione del Servo di Dio e cercando di tagliuzzarne le vesti sacre. Numerosissime furono le grazie, tra le quali si leggono nelle antiche storie le seguenti:
“Una fanciulla detta Buonasera, e con essa lei un altro Atratto furono portati al suo Feretro, et ambedue, hebber quanto desiderarono. Matteo da Sovicille stato 14 anni sordo, udì come prima. Un studente da S. Cerbonio ricuperò un de’Lati, che havea perduto. Lucia, stata otto anni ossessa dal Demonio, fu la prima, non già l’ultima ad esser liberata. Un putto di Riccardino da Colle gravemente infermo, portato alla sua Sepoltura, fuggì da Quello l’Infermità, e la Morte. Gibaldo da Silano, fù consolato havendo menato al Sepolcro del Santo un figlio, et una sua figlia, i quali stracciavano, e rompevano quanto potevano haver nelle mani. Tre Prigioni di Massa con altri furono liberi, portando al Deposito del Santo, i lacci, e le catene.
Belcolore, hebbe grazia ancor lei adoprar’non che distender la Mano, Attratta. Un Giovanetto da Travale scherzando con un Coltello in mano, se lo ficcò in uno degli Occhi: la povera Madre lo raccomandò al Santo, e doppo essersi riposato alquanto, si levò di letto, come se mai havesse havuto male alcuno. E Gisia Fanciullina di tre anni di Berlinghieri da Elci scherzando con sue pari, cadde in un Pozzo senza sponde, di altezza di 60 braccia: quando la desideravano, per darle Sepoltura, la cavarono viva, e per più stupore, i suoi panni non erano punto bagnati. A questo vi fu presente L’Arciprete con tutto il Clero per vedere sì gran maraviglia”.
Finalmente fu possibile dare sepoltura a quelle spoglie venerate nella chiesa, sulla quale, più tardi, fu eretta la cattedrale. La testa, invece, fin da subito venne conservata in un reliquiario. Nel 1618 il corpo, del quale si era persa l’esatta ubicazione, venne ritrovato inserito dentro l’altare della vecchia cappella del S. Chiodo, sotto la pietra della mensa. Il 1° luglio 1620 la reliquia del San Chiodo, quelle di S. Alberto e tutte le altre furono trasportate con solenne funzione nella nuova cattedrale e poste in adatti tabernacoli entro la cappella che appunto dal San Chiodo ebbe nome.
In seguito le reliquie di S. Alberto, forse a causa dei nuovi lavori che furono fatti, vennero trasportate nella Sacrestia Capitolare, finché nel 1890 fu eretta la cappella di Sant' Alberto in quella già sotto il titolo di San Gregorio Magno (n. X), dove, entro un’urna, riposa il corpo del santo arciprete, che con cura e secondo le leggi canoniche è stato ricomposto e vestito degli abiti sacerdotali, propri della sua dignità ecclesiastica. Oltre che un Santo della Chiesa, Alberto da Chiatina è stato anche un personaggio di fondamentale importanza nella nascita della comunità colligiana e meritatamente, ad oltre sette secoli di distanza, lo ricordiamo quale nostro protettore.
(Fonte: La Cattedrale di Colle di Val d'Elsa", Colle, 2001, Pro Loco)
Giaculatoria - Beato Alberto da Chiatina, pregate per noi.

*Sant'Anastasio di Terni - Vescovo (17 agosto)

Etimologia: Anastasio = risorto, dal greco
Emblema: Bastone pastorale
Ignoto fino al sec. IX, le notizie esistenti, purtroppo viziate da un certo spirito campanilistico, sono del sec. XV, a cui risale la più antica copia del testo che ci riferisce l'invenzione e traslazione del suo corpo, avvenuta, pare, al tempo del re Lotario (840).
Una notte il Santo sarebbe apparso ad un contadino di Castro San Geminiano ordinandogli di recarsi a Terni nella chiesa della Vergine e di ricercare il suo corpo sepolto a sinistra dell'ingresso.
Il contadino dapprima trascurò l'ordine ricevuto, ma poiché il Santo continuava nel suo comando si arrese; purtroppo le sue ricerche rimasero infruttuose.
Poco dopo però, dovendosi seppellire un defunto nella stessa chiesa, si trovò occasionalmente il sepolcro di Anastasio Apertolo apparve il corpo rivestito di abiti pontificali preziosi.
L'accaduto fu riferito al vescovo di Spoleto, che accorso sul posto e convinto dai miracoli operati dal Santo, gli fece erigere un altare.
Se la predetta relazione merita fede almeno per la sostanza del fatto, bisogna ammettere che Anastasio sia vissuto molto tempo prima dell'invenzione del suo corpo, se a Terni se ne era perduta ogni memoria.
Il suo nome fu inserito nel Martirologio Romano nel 1518 e la commemorazione fissata al 1 7 agosto.
(Autore: Agostino Amore – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Anastasio di Terni, pregate per noi.

*Beato Bartolomeo Laurel - Francescano, Martire  (17 agosto)
Messico, XVI sec. - Nagasaki, Giappone, 17 agosto 1619
Nativo del Messico, aveva vestito l'abito religioso e professato la regola di San Francesco come fratello laico.
Divenne poi il compagno indivisibile del Beato Francesco di S. Maria, dei Minori, col quale passò, nel 1609, a Manila nelle isole Filippine e quindi, nel 1622, in Giappone, lavorando come medico e adoperandosi nel disporre i fedeli a ricevere i sacramenti e i pagani a venir alla fede e dando continui esempi di umiltà, di mortificazione, di modestia e di zelo.
Insieme col p. Francesco di S. Maria e cinque altri compagni, fu arso vivo in Nagasaki il 17 agosto 1627. Fu beatificato il 6 luglio 1867.
(Autore: Ferdinand Baumann – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Bartolomeo Laurel, pregate per noi.

*Santa Beatrice de Silva Meneses - Fondatrice  (17 agosto)
Campo Mayor, Portogallo, ca. 1424 - Toledo, Spagna, 16 agosto 1491
Beatrice de Silva Meneses, santa portoghese, è nata a Ceuta (Nord Africa) nel 1424 in una famiglia nobile.
Sorella del Beato Amedeo de Silva, Beatrice era imparentata con la famiglia reale portoghese.
La sua bellezza e la sua virtù, attira i nobili castigliani; ciò suscita la gelosia della regina Isabella che la rinchiude per tre giorni in una cassapanca, mettendola a rischio di perdere la vita.
Liberata, fa voto di castità e parte a Toledo.
Si racconta che ad accompagnarla nel viaggio sono le apparizioni di San Francesco d'Assisi e di Sant'Antonio di Padova; arrivata a Toledo entra nel convento cistercense di San Domenico, dove vive per circa trent'anni.
Grazie all'appoggio di Isabella la Cattolica, futura regina di Spagna, che dona a Beatrice il palazzo di Galiana in Toledo, con l'annessa chiesa di Santa Fè, la religiosa fonda l'ordine dell'Immacolata Concezione.
Muore a Toledo il 1° settembre 1490. È proclamata Santa nel 1976 da Paolo VI. (Avvenire)
Emblema: Pastorale, giglio, stella sulla fronte,
Martirologio Romano: A Toledo nella Castiglia in Spagna, Santa Beatrice da Silva Meneses, vergine, che fu dapprima nobildonna della corte regia al seguito della regina Isabella; successivamente, desiderosa di una vita di maggior perfezione, si ritirò per molti anni tra le monache dell’Ordine di San Domenico, fondando infine un nuovo Ordine che intitolò alla Concezione della Beata Maria Vergine.
É una Santa del Portogallo, vissuta in quel periodo di grande movimento politico, storico, culturale e religioso che precedette e fu contemporaneo dell’impresa di Cristoforo Colombo e della scoperta dell’America, avvenuta nel 1492.
Beatrice nacque a Campo Mayor nel 1424 in una famiglia nobile, sorella del Beato Amedeo de Silva e imparentata con la famiglia reale portoghese.
Accompagnò l’Infante Isabella del Portogallo come dama di onore, quando questa nel 1447 sposò Giovanni II di Castiglia; la sua bellezza e la sua virtù, attirò i nobili castigliani, che si contesero la sua amicizia e il suo amore;
ciò suscitò la gelosia della regina Isabella che la maltrattò, fino a chiuderla per tre giorni in una cassapanca, mettendola a rischio di perdere la vita.
Una volta liberata, fece voto di castità e di nascosto, partì diretta a Toledo; la tradizione dice che l’accompagnarono nel viaggio le apparizioni di San Francesco d’Assisi e di Sant’ Antonio di Padova; giunta a Toledo entrò nel monastero domenicano di San Domenico "El Real", dove visse per circa 30 anni.
Ma in lei già da tempo vi era il desiderio di fondare un nuovo Ordine religioso in onore dell’Immacolata Concezione, per questo scopo ottenne l’appoggio di Isabella la Cattolica (1451-1504), figlia di Giovanni II e dal 1474 regina di Castiglia e poi regina di Spagna nel 1479, dopo l’unione dei due regni di Castiglia e d’Aragona; la regina le donò il suo palazzo di Galiana in Toledo, con l’annessa chiesa di Santa Fè.
Beatrice nel 1484 si trasferì nella nuova residenza con dodici compagne, dando così inizio ad una nuova Famiglia monastica, l'Ordine della Immacolata Concezione, la cui Regola venne scritta da lei stessa.
L'Ordine fu approvato da Papa Innocenzo VIII il 30 aprile 1489.
Dopo aver ricevuto l’abito ed emesso i voti religiosi, morì a Toledo il 1° settembre 1490, alla vigilia della professione religiosa del primo gruppo del nuovo Ordine; precursore del culto e della teologia del dogma dell’Immacolata Concezione, che sarà proclamato circa 400 anni dopo da Pio IX.
Il suo culto instauratosi spontaneamente nel mondo francescano e iberico, fu confermato con il titolo di Beata il 28 luglio 1926; Papa Paolo VI l’ha canonizzata il 3 ottobre 1976.
Proclamandola Santa nel 1976, Paolo VI ricordava ancora: «Nessuna parola di questa Santa è pervenuta a noi nelle sue sillabe testuali, nessuna eco della sua voce»; ma la sua opera è viva nella «nuova e tuttora fiorentissima famiglia religiosa da lei fondata».
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Beatrice de Silva Meneses, pregate per noi.

*San Carlomanno - Monaco (17 agosto)

707 – 17 agosto 754
Era il figlio maggiore del Maestro di palazzo di Neustria ed Austrasia, Carlo Martello, e di Rotrude
de Tréves (695-724).
Nel 741, alla morte del padre ereditò l'Austrasia, la Svevia e la Turingia, che governò come maggiordomo (maestro di palazzo), senza assumere il titolo di re.
Fu costantemente in lotta contro il ducato d'Aquitania, gli Alemanni, i Bavari ed i Sassoni, che riuscì sempre a sconfiggere.
Fu promotore, sotto l'influsso di San Bonifacio, che era sotto la sua protezione, tra il 742 ed il 744 di una politica di moralizzazione dei costumi dei chierici e di rispetto per i beni della Chiesa e delle sedi vescovili da parte dei laici.
Dopo tante battaglie, nel 747, rinunciò al potere e si fece religioso; si incontrò con Papa Zaccaria, affinché sollecitasse il suo passaggio allo stato clericale e si ritirò nell'abbazia di Montecassino, lasciando in mano al fratello Pipino il Breve, tutti i suoi titoli ed i suoi possedimenti.
Nel 751 cercò di intervenire, per impedire l'incoronazione del fratello a re dei Franchi, ma il Papa riuscì a fermarlo in Provenza e gli impose di rientrare immediatamente a Montecassino.
Nel 753, fu inviato in Francia per una missione di pace ma morì a Vienne, nel 754. Fu tumulato nell'abbazia di Montecassino.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Carlomanno Monaco, pregate per noi.

*Santa Chiara di Montefalco (17 agosto)
Montefalco, Perugia, 1268 - Montefalco, 17 agosto 1308
Nacque a Montefalco (PG) intorno all’anno 1268 e lì trascorse tutta al sua vita.
A sei anni entrò nell’eremo in cui viveva sua sorella Giovanna e dove nel 1291, dopo la morte di questa, Chiara venne eletta superiora, ufficio che conservò fino alla morte.
Nella sua vita si comportò sempre in modo esemplare. Raccomandava vivamente alle consorelle spirito di sacrificio e impegno personale nella realizzazione di una solida vita spirituale.
Godette di scienza infusa e difese vivamente la fede.
Si distinse per l’amore alla passione di Cristo, ed ebbe molto a cuore la devozione alla Croce. Negli ultimi anni affermava insistentemente di avere impressa nel suo cuore la Croce del Signore e, dopo la sua morte, le consorelle volendo provare il senso delle sue parole, avendole estratto il cuore, vi trovarono impressi i segni della Passione.
Il suo corpo riposa nella chiesa delle monache agostiniane di Montefalco.
Etimologia: Chiara = trasparente, illustre, dal latino
Martirologio Romano: A Montefalco in Umbria, Santa Chiara della Croce, vergine dell’Ordine degli Eremiti di Sant’Agostino, che resse il monastero di Santa Croce e fu ardente di amore per la passione di Cristo.
Seconda figlia di Damiano e di Giacoma, Chiara nacque a Montefalco, in provincia di Perugia, nel 1268. Presa d'amor divino, fin dall'età di quattro anni mostrò una così forte inclinazione all'esercizio della preghiera da trascorrere intere ore immersa nell'orazione, ritirata nei luoghi più riposti della casa paterna.
Sin da allora ella ebbe anche una profonda devozione per la Passione di Nostro Signore e la sola vista di un Crocifisso era per lei come un monito di continua mortificazione, a cui si abbandonava volentieri infliggendo al corpo innocente le più dure macerazioni con dolorosi cilizi, tanto che sembrava quasi incredibile che una bimba di sei anni potesse avere non già il pensiero, ma la forza di sopportarne il tormento.
Consacratasi interamente a Dio, Chiara volle seguire l'esempio della sorella Giovanna, chiedendo di entrare nel locale reclusorio, dove fu accolta nel 1275.
La santità della piccola e le elette virtù di Giovanna fecero accorrere nel reclusorio di Montefalco sempre nuove aspiranti, per cui ben presto si dovette intraprendere la costruzione di uno più grande, che, cominciata nel 1282, si protrasse per otto anni tra opposizioni, contrasti e difficoltà di varia natura.
A causa delle ristrettezze finanziarie, per qualche tempo durante i lavori Chiara fu incaricata anche di andare alla questua. Nel 1290, allorché il nuovo reclusorio fu terminato, si pensò che sarebbe stato più opportuno fosse eretto in monastero, affinché la comunità potesse entrare a far parte di qualche religione approvata.
Giovanna ne interessò il vescovo Gerardo Artesino, che, con decreto del 10 giugno 1290, riconobbe la nuova famiglia religiosa, dando ad essa la regola di Sant'Agostino e autorizzando in pari tempo l'accettazione di novizie.
Il novello monastero fu chiamato "della Croce", su proposta della stessa Giovanna, che ne venne subito eletta badessa.
Alla morte della sorella (22 novembre 1291), C. fu chiamata immediatamente a succederle nella carica, contro la sua volontà e nonostante la giovane età.
Durante il suo governo, che esercitò sempre con illuminata fermezza, seppe tenere sempre vivo nella
comunità, con la parola e con l'esempio, un gran desiderio di perfezione.
Ebbe da Dio singolari grazie mistiche, come visioni ed estasi, e doni soprannaturali che profuse dentro e fuori il monastero, venendo, inoltre, favorita dal Signore col dono della scienza infusa, per cui poté offrire dotte soluzioni alle più ardue questioni propostele da teologi, filosofi e letterati.
Alla sua pronta azione, si deve poi la scoperta e l'eliminazione, tra la fine del 1306 e gli inizi del 1307, di una setta eretica chiamata dello "Spirito di libertà", che andava diffondendo per tutta l'Umbria errori quietistici.
Tanta era la fama di sé e delle sue virtù suscitata in vita da C. che subito dopo la morte, avvenuta nel suo monastero della Croce in Montefalco il 17 agosto 1308, fu venerata come Santa.
Una tradizione leggendaria, fondata su una accesa pietà e su una ingenua nozione dell'anatomia, riferisce che nel cuore di Chiara, di eccezionali dimensioni, si credette di scorgere i simboli della Passione: il Crocifisso, il flagello, la colonna, la corona di spine, i tre chiodi e la lancia, la canna con la spugna.
Inoltre nella cistifellea della santa si sarebbero riconosciuti tre globi di uguali dimensioni, peso e colore, disposti in forma di triangolo, come un simbolo della Ss.ma Trinità.
Erano trascorsi solo dieci mesi dalla morte di Chiara, quando il vescovo di Spoleto, Pietro Paolo Trinci, ordinò il 18 giugno 1309 di iniziare il processo informativo sulla sua vita e sulle virtù; poiché, però, avvenivano sempre nuovi miracoli e aumentava la devozione per la pia suora di Montefalco, molti fecero viva istanza presso la S. Sede per la canonizzazione di Chiara; procuratore della causa fu Berengario di S. Africano, che a tal fine si recò nel 1316 ad Avignone da Giovanni XXII, il quale deputò il cardinale Napoleone Orsini, legato a Perugia, a informarsi e riferire.
Il nuovo processo, cominciato il 6 settembre 1318 e dal quale sarebbe dipesa certamente la canonizzazione di Chiara, per cause del tutto esterne non poté tuttavia aver seguito.
Fu solo nel 1624 che Urbano VIII concesse, dapprima all'Ordine (14 agosto), poi alla diocesi di Spoleto (28 settembre, di recitare l'Ufficio e la Messa con preghiera propria in onore di Chiara, il cui nome Clemente X fece inserire, il 19 aprile 1673, nel Martirologio Romano.
Nel 1736, Clemente XII ordinò la ripresa della causa e l'anno seguente la S. Congregazione dei Riti approvò il culto ab immemorabili; nel 1738, fu istruito il nuovo processo apostolico sulle virtù e i miracoli, ratificato dalla Santa Congregazione dei Riti il 17 settembre 1743.
In tal modo si poteva procedere all'approvazione delle virtù eroiche, che si ebbe, tuttavia, solo un secolo più tardi, dopo un ulteriore processo apostolico, incominciato il 22 ottobre 1850, conclusosi il 21 novembre 1851 e approvato dalla S. Congregazione dei Riti il 25 settembre 1852; solo 1'8 dicembre 1881, però, la Beata Chiara da Montefalco fu solennemente canonizzata da Leone XIII.
Il 17 agosto si commemora la Santa, mentre il 30 ottobre si celebra la festa "Impressio Crucifixi in corde S. Clarae".
(Autore: Nicolo' Del Re – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Chiara di Montefalco, pregate per noi.

*San Donato (Donatello) da Ripacandida (17 agosto)

Ripacandida, Potenza, 1179 - S.Onofrio, Salerno, 17 agosto 1198
Nato a Ripacandida (Pz) nel 1179, ammesso al noviziato a Montevergine nel 1194.
Muore nel monastero Benedettino di Sant' Onofrio (SA) il 17 agosto 1198.Ripacandida lo ricorda il 17 agosto col nome di San Donatello per distinguerlo da San Donato Vescovo e Martire di Arezzo.
Etimologia: Donato = dato in dono, dal latino
Nasce da gente umile e di semplici e purissimi costumi, salda e profonda la fede. All'età di 14 anni lasciò Ripacandida per ritirarsi nel chiostro Verginiano (Montevergine). Ma la sua ammissione fu rimandata al compimento del quindicesimo anno d'età.
Il giovinetto ritornò nel tempo stabilito e fu adibito a lavori materiali come la custodia degli animali e alla guardia delle vigne e dei campi.
Ben presto rifulse per le virtù e, le genti che avevano la
fortuna di trovarsi nelle vicinanze, sentivano e percepivano che un'anima elettissima si aggirava sulla terra. Nel fiore della giovinezza, a 19 anni, San Donatello morì. Era il 1198.
I concittadini, desiderosi di recuperare le spoglie, partirono da Ripacandida e ottennero quanto desideravano nel 1202.
Il corteo partì dal monastero di Massadiruta, ma attraversando Auletta (Sa), si dovette fermare alle suppliche della popolazione devota e dovette lasciare, tali furono i segni manifesti del Santo, il suo braccio destro. Tale reliquia è conservata tuttora nella Chiesa parrocchiale di Auletta.
In data 25 febbraio 1758 la Santa Congregazione dei Riti ne confermava il culto prestato ab immemorabili, con Ufficio proprio, per quel che si riferiva all'orazione e alle lezioni del II Notturno, per Auletta esteso poi a Ripacandida, Melfi e Rapolla. É festeggiato in dette località e a Montevergine il 17 agosto.
La più antica raffigurazione iconografica l'abbiamo in una campanella del 1501, che si conservava nel monastero di S. Onofrio. In essa il Santo è rappresentato avente nella sinistra un giglio, nella destra il breviario, ai piedi una volpe.
La rappresentazione più bella del Santo è data da una piccola oleografia su rame del sec. XVIII, che si conserva nell'abbazia di Montevergine.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Donato da Ripacandida, pregate per noi.

*Sant'Elia il Giovane (di Enna) Monaco (17 agosto)  
Enna, 829 ca. – Tessalonica (Grecia), 17 agosto 904
Etimologia:
Elia = il mio Signore è Jahvè, dall'ebraico
Martirologio Romano: A Salonicco in Macedonia, nell’odierna Grecia, transito di sant’Elia il Giovane, monaco secondo l’insegnamento dei Padri orientali, che, dopo aver molto patito per la fede da parte dei Saraceni, condusse con grande forza d’animo in Calabria e in Sicilia una severa vita di austerità e di preghiera.
La sua ‘Vita’ fu scritta subito dopo la sua morte, da un anonimo monaco greco e quindi sufficientemente attendibile. Elia nacque ad Enna verso l’829 con il nome di Giovanni, che cambiò quando divenne monaco; fu un asceta siculo-greco dalla vita avventurosa, improntata dalle rigidità proprie del monachesimo italo-greco del Medioevo bizantino.
La sua fu una vita itinerante, intessuta di avventure, viaggi a piedi, fondazioni di monasteri, miracoli operati; fu costretto ad abbandonare la sua città Enna (l’antica Henna), assediata dai Saraceni e da loro conquistata nell’859; cadde comunque nelle loro mani e fu venduto schiavo in Africa.
Liberato in seguito, si mise a predicare il Vangelo a rischio della propria vita; costretto a fuggire, si rifugiò in Palestina, dove ricevette l’abito monastico dal patriarca di Gerusalemme.
Trascorse tre anni in un monastero del Sinai da dove passò ad Alessandria, poi in Persia, ad Antiochia ed infine in Africa.
Dopo la caduta in mano degli arabi di Siracusa (878), Elia che era ritornato in Sicilia, si recò a Palermo per rivedere la vecchia madre; da lì passò a Taormina dove si associò il monaco Daniele, il quale diventò compagno delle sue peregrinazioni, emulandolo nelle sue virtù.
Attraversato lo Stretto si recò in Calabria dove verso l’880 fondò il monastero di Saline vicino Reggio Calabria, che poi prese il suo nome. Minacciato dalle incursioni saracene fu costretto ad allontanarsene prima a Patrasso in Grecia e poi a S. Cristina nell’Aspromonte.
L’infaticabile monaco andò anche pellegrino a Roma e al suo ritorno, fondò il monastero di Aulinas (900-901) sul monte che prese il suo nome presso Palmi; la fama della sua meravigliosa attività, predicazione e dei numerosi miracoli, giunse anche in Oriente, per cui l’imperatore Leone VI il Filosofo (866-911) lo invitò a Costantinopoli.
Ancora una volta, l’ormai anziano Elia si mise in viaggio, ma non riuscì a giungere a destinazione; arrivato a Tessalonica, l’antica Salonicco, nella Macedonia, si ammalò e qui morì il 17 agosto del 904.
Il suo corpo fu trasportato dal fedele monaco Daniele ad Aulinas presso Palmi e secondo il suo desiderio, tumulato nella chiesa del monastero, che come già detto prese il suo nome, al quale due secoli dopo si aggiunse quello di San Filerete, altro monaco siculo-greco.
Ebbe culto pubblico, fino alla fine del secolo XVIII, cioè finché restò l’edificio del monastero, poi abbattuto; una sua reliquia si venera a Galatro (Reggio Calabria) dove pure esisteva un monastero greco a lui intitolato.
Il suo nome resta legato al Monte S. Elia, oggi meta turistica molto frequentata e sul quale sorge un oratorio in suo onore.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Elia il Giovane, pregate per noi.

*Beato Enrico Canadell Quintana - Sacerdote scolopio, Martire (17 agosto)

Schede dei Gruppi a cui appartiene:

"Beati Martiri Spagnoli Scolopi" - Senza data (Celebrazioni singole)
"Martiri della Guerra di Spagna" - Senza Data (Celebrazioni singole)

Olot, Spagna, 29 giugno 1890 - Castellfollit, Spagna, 17 agosto 1936
Enrico Canadell Quintana nacque il 29 giugno 1890 ad Olot, diocesi e provincia di Gerona, da Franziskus Canadell y Presta e Margherita Quintana.
Venne battezzato il giorno seguente.
Il 22 ottobre 1905 iniziò il noviziato ed il 18 agosto 1907 fece i voti semplici. Dopo il periodo di formazione e la professione dei voti solenn il 29 giugno 1912, venne ordinato sacerdote il 20 settembre 1913.
Insegnava poi nelle Scuole Pie di Mataró, Balaguer e Barcellona. Il 30 agosto 1936 venne messo nel carcere di Scatellón ed il 17 agosto fucilato nei pressi di Castelfullit. Il 24 aprile 1939 i resti mortali
di p. Enrico vennero riconosciuti.
Martirologio Romano: Presso la cittadina di Castelfullit de la Roca vicino a Gerona in Spagna, Beato Enrico Canadell, sacerdote dell’Ordine dei Chierici regolari delle Scuole Pie e martire, ucciso in odio alla Chiesa.
Beato Enrique [Enrico] Canadell Quintana, Scolopio, nato a Olot (Gerona, Spagna) il 29 giugno 1890, morto a Castellfollit (Barcelona, Spagna) il 17 agosto 1936. Martire.
Figlio di Francisco Canadell Presta e di Margarita Quintana.
Compì gli studi elementari e medi nel collegio di Olot.
Vestì l'abito religioso [noviziato] a Moyà, a nord di Barcellona, il 22 ottobre 1905. Sempre a Moyà, la prima istituzione degli Scolopi in Spagna, fece la Prima Professione il 18 agosto 1907.
Continuò gli studi religiosi a Irache (Navarra) e Tarrasa (Catalogna).
In questa località fece la professione solenne il 29 giugno 1912.
Fu ordinato sacerdote a Lérida (Catalogna)il 20 dicembre 1913.
Insegnò presso le Scuole Pie a Mataró ed a Balaguer; fu vicerettore a Barcelona.
Ucciso dagli anarco-comunisti il 17 agosto 1936, i suoi resti furono identificati il 24 aprile 1939.
Le sua spoglie si trovanno nella chiesa di San Esteban (Santo Stefano) a Olot.
Beatificato da Giovanni Paolo II il 1° settembre 1995.
(Autore: Enrico Filaferro - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Enrico Canadell Quintana, pregate per noi.

*Sant'Eusebio - 31° Papa (17 agosto)
m. 309
(Papa dal 18/04/309 al 17/08/309)
Greco. Dovette occuparsi del problema dei cosiddetti "lapsi", come erano chiamati coloro che avevano abiurato la fede cristiana durante le persecuzioni.
Martirologio Romano: In Sicilia, anniversario della morte di Sant’Eusebio, Papa, che, valoroso testimone di Cristo, fu deportato dall’imperatore Massenzio in quest’isola, da dove esule dalla patria terrena, meritò di raggiungere quella celeste; il suo corpo fu traslato a Roma e deposto nel cimitero di Callisto. Greco, Papa dal 18 aprile al 17 agosto del 309 o 310, morto in Sicilia fu riportato a Roma e sepolto nel Cimitero di Callisto in un cubicolo vicino a quello di Papa Caio.
Dall’inizio del XVII secolo sue reliquie insigni si vogliono in San Lorenzo in Panisperna ed in Spagna.
Il suo breve pontificato è raccontato dal carme di lode fatto da Papa San Damaso I: Damaso Vescovo Fece – Eraclio non volle che i Lapsi facessero penitenza dei loro peccati.
Eusebio insegnò ai miseri a piangere le loro colpe. Si dividono in parte i fedeli col crescere della passione. Ribellioni, uccisioni, guerre, discordia, liti.
D’improvviso sono tutti e due espulsi dal ferocissimo tiranno (Massenzio, sebbene il Papa serbasse interi i vincoli della pace.  Lieto soffrì l’esilio per giudizio del Signore, e sui lidi di Sicilia lasciò il mondo e la vita. “Ad Eusebio Vescovo e Martire”.
É così riportato dal Martirologio Romano alla data 17 agosto: A Roma Sant’Eusebio Papa.

(Autore: Giovanni Sicari - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Eusebio, pregate per noi.

*Beato Florencio Lòpez Egea - Sacerdote e Martire (17 agosto)  

Scheda del Gruppo a cui appartiene:
"Beati 115 Martiri spagnoli di Almería" Beatificati nel 2017
"Santi, Beati e Servi di Dio Martiri nella Guerra di Spagna" Vittime della persecuzione religiosa - Senza Data (Celebrazioni singole)

Tahal, Spagna, 27 agosto 1883 – Turre, Spagna, 17 agosto 1936
Florencio López Egea nacque a Tahal, in provincia e diocesi di Almería, il 27 agosto 1883.
Fu ordinato sacerdote nel dicembre 1907. Era parroco della parrocchia di Turre quando morì in odio alla fede cattolica il 17 agosto 1936, nella stessa località.
Inserito in un gruppo di 115 martiri della diocesi di Almeria, è stato beatificato ad Aguadulce, presso Almería, il 25 marzo 2017.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Beato Florencio Lòpez Egea, pregate per noi.

*San Gerone - Martire (17 agosto)  
Martirologio Romano: In Frisia, nel territorio dell’odierna Olanda, san Gerone, sacerdote e martire, che si tramanda sia stato ucciso da alcuni pagani normanni.
San Gerone è un sacerdote che fu martirizzato da alcuni pagani normanni.
Sulla sua memoria di tramanda che San Gerone, originario dalle isole britanniche, fu missionario in Frisia, un territorio dell’odierna Olanda.
Durante le sue predicazioni, sembra sia stato decapitato nell’anno 856, dopo un’incursione dei Normanni.
Il suo corpo  che era conservato a Egmond, solo nel 1892 fu restituito alla parrocchia a lui intitolata in Noordwijk.
Durante il periodo della riforma la sua testa andò perduta.
Nel martirologio romano la sua festa è stata fissata nel giorno 17 agosto.

(Autore: Mauro Bonato - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - San Gerone, pregate per noi.

*Santi Giacomo Kyuhei Gorobioye Tomonaga e Michele Kurobioye - Martiri (17 agosto)
Scheda del gruppo a cui appartengono:
“Santi Lorenzo Ruiz di Manila e 15 compagni”
Martirologio Romano:
A Nagasaki in Giappone, Santi martiri Giacomo Kyuhei Gorobioye Tomonaga, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, e Michele Kurobioye, condannati a morte per Cristo sotto il comandante supremo Tokugawa Yemitsu.
I Santi Domenico Ibàňez, Giacomo Kyushei Tomonaga, Domenicani, Lorenzo Ruiz, laico, e 14 compagni formano un gruppo di martiri in Giappone del 1633-1637 a Nagasaki dopo quello dei 205 martiri di Omura-Nagasaki del 1617-1632, beatificati da Pio IX nel 1867.
Il gruppo dei beatificati da Papa Giovanni Paolo II, il 18 febbraio 1981 a Manila, è composto di 13 Domenicani e di 3 laici. Ma per comprendere meglio la situazione della Chiesa in Giappone a quel tempo dobbiamo rintracciare alcuni aspetti storici.
Nella storia ecclesiastica del Giappone si distinguono tre date importanti: 1549, 1600 e 1640. Nel 1549, San Francesco Saverio arrivò in Giappone; nel 1600, lo Shogun (capo militare) Tokugawa Yeyasu inaugurò la dinastia legata al suo nome; nel 1640, il Giappone chiuse le sue porte al mondo occidentale, isolandosi per due secoli.
Dal 1549 al 1614, in un clima relativamente favorevole, San Francesco Saverio, al quale subentrarono i suoi confratelli Gesuiti e più tardi Francescani, Domenicani e Agostiniani, costruì una comunità cristiana fiorente. Nel 1600, in Giappone erano già più di 300.000 cristiani, tra i quali diversi membri delle classi influenti. A differenza delle Filippine, però, il cristianesimo giapponese nella prima metà del secolo XVII, sparì quasi completamente, sommerso da una violenta persecuzione.
Questa coincise con gli anni più gloriosi dello shogunado, un regime frutto di vari fattori di ordine religioso, politico e sociale.
Da tempi immemorabili la religione originaria del Giappone era lo Shintoismo, basato sul culto degli spiriti legati alle forze della natura e sul concetto dell'imperatore come discendente dalla Dea solare Amaterasu, come simbolo visibile e permanente.
Quando nel secolo VI entrarono dalla Cina il Buddismo ed il Confucianesimo, mettendo profonde radici, lo Shintoismo e il prestigio dell'imperatore decaddero in modo considerevole. Il risultato di questo declino fu il feudalismo, mentre all'imperatore rimaneva solo un ruolo di carattere morale e religioso.
Il potere effettivo passò ad un dittatore della classe guerriera, chiamato Shogun che, a sua volta, vide la sua autorità diluirsi tra diversi signori feudali chiamati daimyò, padroni assoluti dei loro vasti territori. Al loro servizio stavano i samurai e, al livello sociale inferiore, i poveri, privi di diritti umani: contadini, artigiani, commercianti ed operai.
I daimyò si dedicarono spesso alla guerra tra di loro.
Tale situazione ebbe curiosamente dei vantaggi per l'evangelizzazione all'arrivo di San Francesco Saverio e degli altri missionari. Espulsi da un feudo, i cristiani potevano fuggire in un'altro. Nell'ultimo quarto del secolo XVI due Shogun aprirono la strada per un movimento di unificazione, Oda Nobunga (1568–1582), nemico dei buddisti e simpatizzante per il cristianesimo, e poi Toyotomi Hideyoshi (1582–1598).
In modo quasi inspiegabile quest'ultimo divenne persecutore del cristianesimo e ordinò l'esecuzione dei 26 Protomartiri di Nagasaki (S. Paolo Miki e compagni). Alla morte dello Shogun Hideyoshi, il cristianesimo pote respirare di nuovo tra speranze e timori.
La vittoria di Sekigahara, nel 1600, diede il potere e lo shogunado a Toku¬gawa Yeyasu (1600–1616), al quale successero il figlio Hidetada (1616–1622) e il nipote Yemitsu (1622–1651), e poi una lunga
serie di discendenti fino al 1868. Yeyasu conseguì l'unificazione nazionale e diede al paese una solida struttura legale ed amministrativa. Il Giappone iniziava ad essere governato da un'autorità centrale senza eliminare la relativa autonomia feudale dei daimyò.
La politica dei Tokugawa mostrò per questo sempre una certa diffidenza riguardo alla lealtà dei daimyò, sottomessi ma mai del tutto domati. Tale sospetto aumentava con la presenza di commercianti spagnoli e di religiosi cattolici, accusati dagli olandesi di essere la punta avanzata della conquista e dell'insurrezione. Cosa in realtà mai avvenuta.
Nel 1614 Yeyasu, giudicando la fede di tutti i suoi sudditi sulla base del buddismo e attorniandosi poi di ministri gelosamente confuciani, emise l'editto di persecuzione generale. Hidetada e Yemitsu intensificavano l'avversione al cristianesimo, come dimostra la cruenta persecuzione, in particolare nei riguardi dei martiri della presente Canonizzazione, la prima, insieme al primo Santo delle Filippine, Lorenzo Ruiz.
Prima di presentare le biografie di questi martiri immolati nel periodo 1633–1637, dobbiamo rispondere alla questione del ritardo nella beatificazione. La risposta è semplice. Le inchieste processuali tenute nel giro immediato dei fatti con due processi ordinari a Manila e a Macao (1636–1637) sul martirio di nove sacerdoti domenicani andarono smarrite 30 anni dopo e furono ritrovate solo all'inizio del secolo XX in copia autentica negli archivi domenicani di Manila.
Arricchiti con ampia documentazione di tutto il gruppo, resero possibile la ripresa della causa, preparando nel 1977–978 la «Posizione» storica sul martirio, che venne pubblicata nel 1979 e posta alla base degli esami storico-teologici della Congregazione dei Santi tra i1 30 ottobre 1979 ed il 1° luglio 1980.
Giacomo Kyushei Gorobioye Tomonaga di Santa Maria, Sacerdote Domenicano
Il Santo Giacomo Kyushei nacque di famiglia nobile cristiana nel 1582 in Giappone. Studiò dai Gesuiti e diventò catechista. Nel 1614 partì dal Giappone e andò nelle Filippine, dove divenne terziario francescano. Successivamente fu ammesso all'Ordine Domenicano e ordinato sacerdote nel 1626. Fu mandato a Formosa, dove lavorò per 3 anni, e ritornò a Manila nel 1630.
Due anni dopo, nel 1632, partì di nuovo per il Giappone insieme con 10 altri missionari. Appena arrivati a Satzuma (Kyushu), furono denunciati alle autorità, ma riuscirono a scappare ed a iniziare il loro ministero tra i perseguitati.
Giacomo fu arrestato di nuovo nel luglio 1633 per la confessione del suo catechista Michele Kurobioye. Il 15 agosto fu sottoposto alle torture della forca e fossa e morì dopo due giorni di agonia. Il suo corpo fu bruciato e le ceneri disperse nel mare. La motivazione della condanna a morte asseriva «per essere religioso e aver propagato la fede evangelica».
Micheke Kurobioye, Laico Giapponese
Il Santo Michele Kurobioye era giapponese e lavorò per alcuni mesi come catechista con P. Giacomo. Verso la fine di giugno 1633 fu imprigionato e torturato per rivelare il nascondiglio dello stesso Padre.
Lo rivelò, ma subito se ne pentì e andò al martirio insieme con lui, sopportando le torture della forca e fossa il 15 agosto 1633 e morendo dopo due giorni.
Il 18 febbraio 1981, Papa Giovanni Paolo II ha beatificato i martiri a Manila e, il 18 ottobre 1987, li ha canonizzati.
(Autore: Andreas Resch – Fonte: I Santi di Johann Paolo II. 1982- 2004)
Giaculatoria - Ss.Giacomo Kyuhei Gorobioye Tomonaga e Michele Kurobioye, pregate per noi.

*Santa Giovanna della Croce (Jeanne Delanoue) - Fondatrice (17 agosto)

Saumur, Francia, 18 giugno 1666 - Saumur, Francia, 17 agosto 1736
Nacque a Saumur, sulle rive della Loira, in Francia, il 18 giugno 1666. I suoi genitori gestivano un modesto negozio di merceria, nei pressi del santuario di Notre-Dame-des-Ardilliers.
Perse il padre all'età di soli sei anni e fu in grado di aiutare la mamma nel lavoro per poter mantenere l'intera famiglia. Morta anche la madre, un pellegrino al santuario invitò Jeanne a consacrarsi ai poveri.
Lei prese a visitare coloro che vivevano nelle stalle scavate nella collina, portando loro nutrimento e vestiti, lavando i loro abiti e se necessario donandogli i suoi e cominciò anche ad accoglierli in casa propria.
Poi arrivarono alcune giovani per aiutarla. Così nel 1704 nacque la congregazione di Sant'Anna della Provvidenza. E nel 1715 sorse a Saumur una casa per poveri.
Alla sua morte, il 17 agosto 1736, la fondatrice lasciò una dozzina di comunità, ospizi ed anche piccole scuole.
A Saumur risuonò l'annuncio: «La sainte est morte», cioè «La santa è morta». È santa dal 1982. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Saumur presso Angers in Francia, santa Giovanna Delanoue, vergine, che, saldamente fiduciosa nell’aiuto della divina Provvidenza, dapprima accolse in casa sua orfane, anziane, malate e prostitute e poi fondò con alcune compagne l’Istituto delle Suore di Sant’Anna della Provvidenza.
Jeanne Delanou nacque a Saumur, sulle rive della Loira, il 18 giugno 1666, ultima di dodici figli. I suoi genitori gestivano un modesto negozio di merceria, nei pressi del santuario di Notre-Dame-des-Ardilliers. Perse il padre all'età di soli sei anni e, malgrado la sua giovane età, fu in grado di aiutare la mamma nel lavoro per poter mantenere l'intera famiglia. Le sue qualità erano notevoli: abile, attiva, infaticabile, al punto di tenere aperto il magazzino anche la domenica e nei giorni festivi.
Ci si sarebbe dunque potuti aspettare che il suo sogno non fosse che ampliare e rendere più prosperoso il suo giro di affari. Ma ecco che, all'età di ventisette anni, nei giorni di Pentecoste ricevette un inaspettato invito, da parte della vecchia e fedele pellegrina Francesca Souchet del suddetto santuario, a consacrarsi ai poveri, così numerosi.
Jeanne manterrà una mistica familiarità con la Vergine Maria, sull'esempio dell'allora giovane San Luigi Grignion de Montfort che non poteva che incoraggiarla su questa via.
Saumur, suo paese natale, fin dal XVII secolo fu segnato da grandi difficoltà materiali e sociali, ancor più gravi per le donne, cattivi raccolti, inverni rigidi.
Lei che era conosciuta come una commerciante prudente ed interessata, divenne improvvisamente “molto prodiga in carità”, quando lo Spirito Santo, spegnendo “il fuoco della sua avarizia”, le fece comprendere che la sua fede ardente richiedeva anche “il fuoco della carità”.
Nonostante fossero accresciute le sue responsabilità lavorative per la morte della madre, Jeanne iniziò dunque ad occuparsi un po' dei poveri, in risposta a questo appello che sentiva venire da Dio. Prese a visitare coloro che vivevano come animali nelle stalle scavate nella collina, portando loro nutrimento e vestiti, lavando i loro abiti e se necessario donandogli i suoi, preoccupandosi di riscaldare questi precari rifugi.
Distribuiva con larghezza ai passanti, ma cominciò anche ad accoglierli in casa propria: nel 1700 un bambino fu accolto nella sua casa, seguito poi da malati, anziani ed indigenti. Attrezzò poi successivamente tre case che le furono prestate e le chiamò “Provvidenza”, per ricevervi bambini orfani, giovani ragazze abbandonate a se stesse, donne in miseria, vecchi, indigenti di ogni sorta, colpiti dalla fame e dal freddo.
Non volle fare distinzione tra i poveri meritevoli e non: li soccorse tutti, ma volle anche insegnare un lavoro ai bambini e alle ragazze.
Ma Jeanne Delanoue visse anche in prima persona l'esperienza delle umiliazioni dei poveri, andando alcune volte persino a mendicare, mangiando spesso peggio di loro, senza contare i suoi continui digiuni, le sue brevi e scomode notti. Prestava dunque loro attenzione quotidianamente, più che ai suoi clienti, sino ad arrivare a far ciò a tempo pieno. I poveri iniziarono ad accorrere da lei, senza aspettare che si verificasse il contrario.
Nel 1704, alcune giovani ragazze si resero disponibili ad aiutare Jeanne, nonché a vestire l'abito religioso se ciò fosse stato loro richiesto. Nacque così inaspettatamente la Congregazione di Sant'Anna della Provvidenza, le cui Costituzioni furono approvate nel 1709.
Volle allora che anche le sue Sorelle condividessero la stessa casa dei poveri, mangiassero come loro, come loro fossero trattate in caso di malattia, e vestite di un umile abito grigio. Quanto ai suoi poveri, li seppe sempre circondare di tenerezza, talvolta procurando loro pranzi di festa, esigette che le sue Sorelle li
salutassero con rispetto, servendoli prima di esse.
I borghesi del suo paese e perfino i sacerdoti criticarono le sue austerità “eccessive” e le sue carità “disordinate”. Ma niente riuscì a fermarla, nemmeno il crollo della prima abitazione di accoglienza: “Voglio vivere e morire con i miei cari fratelli: i Poveri”.
La tenacia di Jeanne Delanoue e la sua grande dedizione portarono alla fondazione del primo ospizio di Saumur nel 1715.
La sua carità debordò assai velocemente fuori dai confini della città e della diocesi. Jeanne giunse infatti già a contare ben quaranta ausiliarie, tutte ai suoi ordini, decise a seguire il suo esempio di abnegazione,di preghiera e di mortificazione.
Alla sua morte, il 17 agosto 1736, la fondatrice lasciò una dozzina di comunità, ospizi ed anche piccole scuole. A Saumur risuonò l'annuncio: “La Sainte est morte”, cioè “La Santa è morta”.
Tutti avevano potuto ammirare il suo zelo, la sua azione nelle numerose visite ricevute o fatte, ma solo gli intimi conobbero la sua mortificazione e la sua vita di preghiera e di unione a Dio, unica vera fonte di provenienza della carità.
Le Suore di Jeanne Delanoue, come sono chiamate semplicemente oggi, contato circa 400 religiose in Francia, in Madagascar ed a Sumatra.
Dichiarata “venerabile” il 7 giugno 1929, fu poi beatificata il 5 novembre 1947 dal pontefice Pio XII ed infine canonizzata il 31 ottobre 1982 da papa Giovanni Paolo II, che affermò in tale occasione: “Celebriamo oggi ciò che lo Spirito di Dio ha realizzato in Margherita Bourgeoys e in Giovanna Delanoue, vissute circa tre secoli fa. Già il mio predecessore Pio XII le aveva dichiarate “Beate” in base alla eroicità delle loro virtù.
Iscrivendole oggi nel numero dei “Santi”, con la certezza e l'autorità che caratterizzano il rito della canonizzazione, noi le proponiamo come esempio non più soltanto alle loro diocesi di Troyes, di Angers, alla città di Saumur o alle due Congregazioni da esse fondate, ma all'insieme della Chiesa, invitando tutti i cristiani ad onorarle come Sante e a ricorrere alla loro intercessione”.
Ed ancora: “Infine, mentre proclamiamo la santità di Giovanna Delanoue, è importante cercare di comprendere il segreto spirituale della sua devozione senza pari.
Non sembra che il suo temperamento la spingesse verso i poveri per sentimentalismo o per pietà. Ma, lo Spirito Santo le fa vedere Cristo in questi poveri, Cristo Bambino nei loro bambini - aveva verso di lui una devozione particolare -, Cristo Amico dei poveri, Cristo stesso umiliato e crocifisso. E con Cristo, voleva mostrare ai poveri la tenerezza del Padre.
A questo Dio ella ricorreva con audacia di bambino, attendendosi tutto da lui, dalla sua Provvidenza, nome che designerà le sue case e la sua fondazione all'origine: la Congregazione di Sant'Anna della Provvidenza. La sua costante devozione a Maria era inseparabile dalla santa Trinità. Il mistero eucaristico era anche al centro della sua vita.
Tutto questo era molto lontano dal giansenismo imperante. Il suo attaccamento alla Chiesa le impediva di incamminarsi su strade nuove senza consultare i suoi confessori e il Vescovo della diocesi. Ma sarebbe qui insufficiente parlare di una sana teologia, di una ricca spiritualità, ereditata dal meglio della Scuola francese.
Giovanna Delanoue molto in fretta ha imparato non solamente l'eroicità delle virtù evangeliche, quelle del Discorso della montagna, ma anche una profonda contemplazione delle persone divine, con segni mistici della più alta unione con Dio, per la via unitiva, bruciante d'amore per Gesù suo Sposo. È proprio lì che prendono la loro ispirazione e il compimento la follia della sua carità, l'audacia delle sue iniziative”.
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Giovanna della Croce, pregate per noi.

*Beata Leopoldina Naudet - Vergine e Fondatrice (17 agosto)
Firenze, 31 maggio 1773 - Verona, 17 agosto 1834

Leopoldina Naudet, nata a Firenze il 31 maggio 1773 da padre francese e madre tedesca, fu educanda in due monasteri, prima in Italia poi in Francia, insieme alla sorella Luisa. Le due tornarono a Firenze nel 1789 e seguirono la tradizione familiare, entrando al servizio del granduca Leopoldo I come istitutrici dei suoi figli.
Mantennero l’incarico anche quand’egli, alla morte del fratello Giuseppe II,
divenne imperatore e si trasferì a Vienna con tutto il suo seguito. Leopoldina, nella capitale asburgica, maturò la sua vocazione religiosa, per realizzare la quale percorse un lungo cammino, culminato con l’arrivo a Verona insieme alle sue compagne e l’inserimento nell’opera caritativa di santa Maddalena di Canossa.
Il 9 novembre 1816 il gruppo poté avere una propria casa: sorgeva così l’Istituto delle Sorelle della Sacra Famiglia. Madre Leopoldina morì il 17 agosto 1834, dopo che la congregazione era stata approvata dal governo austriaco e dalla Santa Sede. La sua beatificazione è stata fissata a sabato 29 aprile 2017 nella basilica di sant’Anastasia a Verona. I suoi resti mortali sono venerati dal 1958 nella cappella della Casa madre delle Sorelle della Sacra Famiglia a Verona. La sua memoria liturgica, per le Sorelle della Sacra Famiglia e la diocesi di Verona, è stata stabilita al 17 agosto, giorno della sua nascita al Cielo.
Infanzia e prima educazione
Leopoldina nacque a Firenze il 31 maggio 1773 da Joseph Naudet, francese, e Susanna d’Arnth, tedesca; entrambi erano al servizio del granduca Leopoldo I d’Asburgo-Lorena, che fu suo padrino di Battesimo. A tre anni rimase orfana della madre.
Nel 1778, a cinque anni, venne messa nel monastero delle Oblate agostiniane, dette di san Giuseppe, presso la chiesa di san Frediano in Castello (Firenze), insieme alla sorella Luisa, con cui convisse a lungo, restandole sempre molto legata. Leopoldina si distinse per il suo comportamento e per il suo spirito di preghiera, tanto che ricevette la Cresima e la Prima Comunione prima del tempo; rispettivamente, nel 1781 e il 28 marzo 1782.
Con la sorella a Soissons
Nel 1783, le due sorelle, per interessamento del granduca, furono accompagnate dal padre in Francia, per proseguire gli studi e completare la loro educazione presso il collegio-chiostro delle Dame di Nostra Signora di Soissons, città d’origine della loro famiglia.
Leopoldina progredì notevolmente dal punto di vista culturale, padroneggiando meglio le lingue (francese, tedesco e italiano), visitando insieme al padre chiese e musei di Parigi e leggendo molti libri. Anche la sua maturità spirituale avanzava: si recava spesso a pregare nella chiesa del monastero e, aiutata da una delle suore, imparò a irrobustire il suo carattere molto sensibile.
Istitutrice dei figli del granduca
Ormai sedicenne, nel 1789 Leopoldina ritornò con la sorella a Firenze, dove due anni prima era morto anche il padre. Le due vennero invitate alla corte di Leopoldo I a Palazzo Pitti: ebbero il compito di "cameriste", cioè istitutrici dei figli del granduca. Quando questi divenne imperatore d’Austria nel 1790, succedendo al fratello Giuseppe II, lo seguirono a Vienna, continuando nella nuova reggia il loro compito.
Qui Leopoldina entrò in contatto con un gesuita, padre Nikolaus von Diessbach, che divenne il suo direttore spirituale. Il sacerdote aveva anche fondato l’Amicizia Cristiana, un gruppo selezionato e segreto composto da laici ed ecclesiastici, dedito alla diffusione della stampa cattolica. Pur vivendo nella reggia più sfarzosa d’Europa, Leopoldina non si lasciò attrarre dalla vita mondana che si conduceva lì.
Insieme all’arciduchessa Maria Anna
Nel 1792 morì l’imperatore Leopoldo e le sorelle passarono al servizio diretto della figlia, l’arciduchessa Maria Anna d’Asburgo-Lorena, sorella del nuovo imperatore Francesco II. Donna molto religiosa e desiderosa di consacrarsi a Dio, nelle sorelle Naudet trovò due confidenti che condividevano il suo stesso ideale.
Quando lei fu nominata superiora delle Canonichesse di San Giorgio di Praga, un gruppo di nobildonne intente alla vita monastica e alle opere di carità, la seguirono nella residenza di Praga in Cecoslovacchia.
L’ambiente raccolto creato dall’arciduchessa favorì ancor di più in Leopoldina il suo desiderio di vita religiosa, mentre divideva il suo tempo tra la preghiera e la risposta a quanti avessero bisogno di aiuto.
Le Dilette di Gesù
Dissuasa dal suo padre spirituale ad entrare fra le Trappiste, nel 1799 incontrò padre Niccolò Paccanari, che dopo la dissoluzione della Compagnia di Gesù aveva cercato di far rivivere lo spirito di sant’Ignazio di Loyola tramite i Padri della Fede. Il sacerdote aveva ipotizzato anche un istituto femminile, le Dilette di Gesù, con finalità educative.
Le tre donne videro un segno della Provvidenza in quell’incontro: il 31 maggio 1799, nella cappella riservata all’arciduchessa nell’abbazia dei Benedettini di Praga, pronunciarono i voti religiosi, impegnandosi a vivere «alla maggior gloria di Dio e al vantaggio de' prossimi». Leopoldina venne nominata superiora.
Un lungo pellegrinaggio in Italia
Nel 1800, con l’intento di ottenere l'approvazione del nuovo istituto, rientrate a Vienna, iniziarono un lungo viaggio verso Roma. A Padova incontrarono papa Pio VII, che le incoraggiò a continuare l’opera.
Il cammino proseguì finché, finalmente arrivate a Roma nel febbraio 1801, le Dilette di Gesù si costituirono in comunità vera e propria. In seguito sorsero altre case in Inghilterra e in Francia, mediante l’apostolato dei Padri della Fede.
Dal 1804, a seguito di pesanti accuse circolanti sul conto di Paccanari, i Padri della Fede e le Dilette d’Oltralpe intrapresero un percorso autonomo; queste ultime diedero avvio alla Società del Sacro Cuore sotto la guida di Maddalena Sofia Barat (canonizzata nel 1925), già superiora delle Dilette francesi dal 1802.
Compagna di santa Maddalena di Canossa
Nel 1805 Leopoldina lasciò Roma insieme alle consorelle per recarsi prima a Padova e poi a Verona, su consiglio di monsignor Luigi Pacifico Pacetti, predicatore apostolico e amico di Pio VII. Egli era direttore spirituale della marchesa Maddalena di Canossa (canonizzata nel 1988), impegnata a fondare un istituto caritativo-assistenziale, dedito anche all’insegnamento delle classi più povere: era il primo nucleo delle Figlie della Carità.
Leopoldina offrì la disponibilità di collaborare con il suo gruppo all’iniziativa della marchesa e l’8 maggio 1808 la seguì nel monastero soppresso dei Santi Giuseppe e Fidenzio, nel quartiere di San Zeno. Maddalena ebbe una tale stima di lei da nominare la superiora delle Dilette a superiora unica anche delle sue discepole.
L’aiuto di San Gaspare Bertoni
La fisionomia spirituale di Leopoldina era però molto diversa: si sentiva più orientata a una vita claustrale e, nel servizio apostolico, progettava di dedicarsi anche alle ragazze delle classi elevate. La sua esperienza al servizio dell’imperatore, infatti, l’aveva persuasa della necessità di partire proprio dai ceti più abbienti, dove le donne rischiavano di lasciarsi prendere da una vita frivola che, alla lunga, allontanava dai più poveri e produceva un senso di noia.
La comunità canossiana, le cui componenti non erano ancora suore, aveva come confessore don Gaspare Bertoni, in seguito fondatore della Congregazione delle Sacre Stimmate di Nostro Signore Gesù Cristo (canonizzato nel 1989). Leopoldina, guidata dai suoi consigli, crebbe nello spirito del più puro abbandono in Dio e studiò le Regole di altre congregazioni religiose, per delinearne una tutta sua.
Nascita delle Sorelle della Sacra Famiglia
Nel 1816, insieme alle compagne, Leopoldina lasciò la Canossa, che continuò ad avere una grande stima di lei. Il 9 novembre dello stesso anno si sistemarono nell’ex convento di Santa Teresa a Verona, detto popolarmente "delle Terese": fu quello l’inizio dell’Istituto delle Sorelle della Sacra Famiglia.
Il nome era dovuto a un’intuizione che Leopoldina aveva avuto cinque anni prima, mentre pregava. Così la descrisse nelle sue note intime: «Nell’orazione ebbi il pensiero di mettere l’Istituto sotto la protezione della Sacra Famiglia, e di prendere nelle cose da fissare per questo l’imitazione di Gesù Cristo, tanto nella sua vita nascosta, che nella pubblica».
Le Sorelle dovevano essere votate alla stretta clausura e, allo stesso tempo, aperte all’apostolato educativo. Per questo motivo, Leopoldina aprì un educandato per le ragazze nobili provenienti da tutto il regno Lombardo-Veneto, non solo da Verona. Accanto a quella struttura, inaugurò delle scuole esterne, completamente gratuite, per le bambine e le giovani non altrettanto ricche. In più, volle che le loro case religiose fossero aperte all’accoglienza per organizzare incontri formativi ed esercizi spirituali, insieme a un oratorio per le giovanissime.
L’approvazione dell’Istituto e la morte
L’approvazione governativa, necessaria per le leggi dell’epoca, arrivò nel 1833: il riconoscimento fu tale da sollevare scalpore per l’eccezionale ed imprevista ampiezza con cui era formulato. Il 20 dicembre dello stesso anno, papa Gregorio XVI decretava anche l’approvazione pontificia.
Madre Leopoldina esclamò, mentre stringeva tra le mani la lettera col decreto ed alzava gli occhi al cielo: «Basta così. Iddio più nulla vuole da me. Ora posso dire: "Nunc dimittis..."». Non molto tempo dopo si ammalò, con forti febbri. Sembrò riprendersi, ma ebbe una ricaduta: morì quindi il 17 agosto 1834.
Il cammino successivo
Le Sorelle della Sacra Famiglia proseguirono la sua opera, nonostante le vicende politiche che
condussero all’Unità d’Italia e le leggi di soppressione degli ordini e degli istituti religiosi. Mantennero la vita claustrale finché, nel 1904, furono obbligate a lavorare per sostentarsi. In compenso, poterono aprire altre case fuori Verona.
L’8 settembre 1948 giunse l’approvazione delle Congregazioni rinnovate, nelle quali era rimasta preservata l’ispirazione originaria, ma erano mutate le forme di vita: le Sorelle divennero di vita attiva. Nello stesso anno, i resti di madre Leopoldina vennero traslati nella cappella di quella che era intanto diventata la Casa madre, in via Fontane di Sopra 2.
Attualmente le figlie spirituali di madre Leopoldina continuano a dedicarsi alla formazione e all’educazione dell’infanzia e della gioventù, oltre che alle attività più mirate alla famiglia e al servizio della comunità parrocchiale. Hanno case non solo in Italia, ma anche in Brasile, nelle Filippine e in Mozambico.
La causa di beatificazione
La causa di beatificazione della Fondatrice, anche per le vicende descritte sopra, venne avviata nella Curia di Verona solo nella seconda metà del ‘900. L’8 giugno 1971 si aprì il processo informativo, concluso il 24 aprile 1973 e convalidato il 7 gennaio 1994.
La "Positio super virtutibus", consegnata nel 2006, fu esaminata il 5 novembre dello stesso anno dai consultori storici: per la nuova normativa in materia di cause dei santi, aveva assunto la qualifica di "causa storica".
In seguito alla valutazione positiva da parte dei consultori teologi, il 23 giugno 2006, e a quella dei cardinali e vescovi della Congregazione delle Cause dei Santi, papa Benedetto XVI ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui madre Leopoldina Naudet veniva dichiarata Venerabile: era il 6 giugno 2007.
Il miracolo e la beatificazione
Come miracolo per ottenere la beatificazione di madre Leopoldina è stato considerato il caso, avvenuto negli anni ’70 del secolo scorso, di Andrea Zemin, di Creazzo (Vicenza), colpito a sette mesi da meningite purulenta e guarito improvvisamente. L’inchiesta diocesana su quest’asserito miracolo è stata convalidata il 12 maggio 2006.
La Commissione medica della Congregazione delle Cause dei Santi, il 23 luglio 2016, si è pronunciata definitivamente sulla inspiegabilità scientifica del fatto. I Consultori teologi e i cardinali e vescovi membri della Congregazione, invece, hanno attestato il nesso tra la guarigione e l’intercessione di madre Leopoldina. Infine, il 21 dicembre 2016, Papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto che confermava la guarigione come rapida, duratura e ottenuta mediante le preghiere rivolte alla fondatrice delle Sorelle della Sacra Famiglia
Il rito della beatificazione di madre Leopoldina è stato fissato a sabato 29 aprile 2017, alle 16, nella basilica di Sant’Anastasia a Verona. A presiederlo è il cardinal Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, come delegato del Santo Padre.
La sua memoria liturgica, per le Sorelle della Sacra Famiglia e la diocesi di Verona, è stata stabilita al 17 agosto, giorno della sua nascita al Cielo.
(Autore: Antonio Borrelli ed Emilia Flocchini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Beata Leopoldina Naudet, pregate per noi.

*San Mamante di Cesarea di Cappadocia (17 agosto)  
m. 275 c.
Martirologio Romano:
A Cesarea in Cappadocia, nell’odierna Turchia, San Mamas, martire, che, umilissimo pastore, visse solitario tra le selve dei monti in massima frugalità e subì il martirio sotto l’imperatore Aureliano per aver professato la sua fede in Cristo.
Con questo nome vi sono due Santi, ambedue martiri, uno maschile e una femminile, la donna è martire in Persia, mentre l’uomo è il nostro martire Mama di Cesarea di Cappadocia.
Egli è uno dei santi più popolari dell’Oriente bizantino e lo studio della sua vita interessa la storia, il folklore, la storia dell’arte, l’archeologia, la patristica.
Le fonti che ne raccontano la vita sono tante, ma le più antiche ed attendibili sono due omelie, redatte da San Basilio Magno e da San Gregorio Nazianzeno intorno al 303, purtroppo pur essendo ricche di elogi per il martire, sono avare di particolari cronologici.
Mama di famiglia modesta e povera, faceva il pastore di pecore e con questo umile mestiere concluse la sua vita con il martirio, le due omelie non dicono altro, ne su lui, ne sui genitori, età, epoca, genere del martirio.
Poi i due vescovi si dilungano sulla popolarità del culto di Mama a Cesarea, dove subì il martirio e nei dintorni; culto alimentato dai numerosi miracoli operati dal martire taumaturgo, con addirittura risurrezioni di fanciulli defunti, al punto che è considerato ‘padre della città’.
Nelle successive recensioni agiografiche, il racconto della ‘Vita’ si fa più ampio e denso di particolari fantastici, che si aggiungono man mano, nelle varie scritture che si susseguono. Ne prendiamo la più antica, del secolo IV, scritta dopo le due omelie sopra citate; si tratta della ‘passio’ a forma di enciclica, dei vescovi Eutrepio, Cratone e Perigene.
Al tempo dell’imperatore Aureliano (270-275), Mama ragazzo di 12 anni venne affidato alla custodia del vescovo di Cesarea di Cappadocia, Taumasio; in quel tempo l'imperatore aveva scatenato una persecuzione contro i cristiani, per cui invia il conte Claudio con 400 soldati, per catturarli insieme al vescovo.
Però là giunto, il conte e 200 soldati si convertono al Cristianesimo, allora l’imperatore impegnato in guerra contro la Persia, sospende la persecuzione. In seguito il vescovo Taumasio muore ed i pagani si rivoltano, bruciano la chiesa e fanno strage di cristiani, risparmiando Mama, visto la giovane età.
Questo invece si mette a predicare contro l’idolatria pubblicamente, finché una voce che sente solo lui, gli ordina di lasciare la città e di portarsi sui monti, nel folto della foresta, per predicare il Vangelo alle bestie che là vivono; la stessa voce gli indica dove trovare un codice del Vangelo, che era sotterrato fra i ruderi di una chiesetta incendiata; una volta trovatolo se lo porta sul monte, dove vive in una grotta.
Trascorre il giorno in solitudine, cibandosi di quello che trova e bevendo il latte che munge agli animali, anche feroci, che insieme agli uccelli e altre specie, si radunano il pomeriggio intorno a lui per ascoltare la lettura del Vangelo.
Erano trascorsi cinque anni, quando l’imperatore Aureliano mandò un altro preside di nome Alessandro, feroce nemico dei cristiani, per riprendere la persecuzione sospesa. Questi saputo di Mama e del prodigio delle bestie che l’ascoltavano, attribuendo il fatto a magia, manda un manipolo di soldati ad arrestarlo.
Questi soldati, vengono accolti con cortesia da Mama, rifocillati col formaggio da lui prodotto e
arrivata l’ora consueta, assistono alla venuta di una moltitudine di animali grandi e piccoli, innocui e feroci, che si radunano intorno al giovane.
Spaventati, specie per la presenza dei leoni, chiamano Mama in aiuto, il quale li calma e rassicura, parlando loro dell’unico Dio creatore e di Gesù suo figlio, artefice anche di quel prodigio e li invita alla conversione per non essere al di sotto delle bestie, che ascoltavano la lettura del Vangelo.
I soldati i cui nomi sono Abdan, Dan, Niceforo, Milezio, Romano, Didimo, Secondino e Prisco, si convertono e chiedono il battesimo; allora Mama scende con loro dal monte per accompagnarli dal preside, lungo la strada incontrano il prete Cratone che li battezza; giunti ad Alessandria per fare un’apologia del cristianesimo, vengono imprigionati.
Mama nel frattempo viene sottoposto a svariate torture, tutte con pericolo di vita, da cui esce incolume e dopo che insieme ai soldati convertiti supera il supplizio delle belve, vengono infine tutti decapitati (275).
Dopo un po’ di tempo, morì Aureliano e la persecuzione cessò, quindi i cristiani elevarono, una basilica, sul luogo del supplizio del grande martire.
Primo centro del culto di Mama, fu Cesarea di Cappadocia, oggi Kayseri in Turchia, dove sulla tomba del martire era sorto un santuario meta di ininterrotti pellegrinaggi, che giungevano attirati dalla fama taumaturgica del santo.
Altre chiese e monasteri gli vennero dedicati nei secoli successivi, in tutto l’Oriente cristiano, a partire da Costantinopoli. In seguito alla traslazione di reliquie, il culto si estese a Cipro, Grecia e in Occidente, dove il centro del culto fu ed è la cattedrale di Langres in Francia.
È venerato in Toscana e Veneto; in Occidente fu eletto a patrono delle nutrici a causa del suo nome e perché nutrito del latte delle bestie ammansite; in Oriente è soprattutto invocato come protettore del bestiame.
Il suo nome compare in decine di Martirologi, Calendari, Sinassari, orientali ed occidentali in tanti giorni diversi, il ‘Martirologio Romano’ prendendolo dallo ‘Geronimiano’ lo pone al 17 agosto, giorno che a Langres viene celebrato solennemente.
Pochi Santi dell’antichità hanno avuto un culto così vasto; come pure Mama è diventato soggetto di tante opere d’arte che lo raffigurano, specie durante il prodigio della lettura evangelica agli animali e durante il suo martirio; a volte mentre è legato ad una colonna e un carnefice lo trafigge al ventre con un tridente.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Mamante, pregate per noi.

*Beata Maria Elisabetta Turgeon - Religiosa (17 agosto)
Beaumont, Canada, 7 febbraio 1840 - Rimouski, Canada, 17 agosto 1881

Il cardinale Angelo Amato, a nome di Papa Francesco, ha presieduto il 26 aprile 2015 la beatificazione di Maria Elisabetta Turgeon, religiosa canadese vissuta nel XIX secolo. Da lei la Chiesa riceve in eredità la fede di chi sa confidare nel Signore anche quando il corpo è debole. La consacrata nella sua breve vita, morì infatti a 41 anni, riuscì a fondare la Congregazione delle Suore di Notre Dame del Santo Rosario.
Una realtà i cui frutti oggi sono estesi negli Stati Uniti e nel Centro America. In particolare Maria
Elisabetta rivolgeva la sua attenzione ai bambini poveri delle campagna di Saint-Germain di Rimouski non lontana da quella di Québec.
Nonostante le sofferenze sopportate a causa della fragile salute, la sua era una presenza di letizia e gioia che accompagnavano un carattere coraggioso e deciso.
La religiosa aveva una fiducia incrollabile nel Signore e in particolare nella Divina Misericordia.
Una volta affermò che “con la protezione di Gesù Cristo, le ragnatele sono più forti delle muraglie, ma senza la sua protezione le più forti muraglie sono fragili come ragnatele”.
A Rimouski, in Canada, il cardinale Angelo Amato, a nome del Papa, il 26 prile 2015 ha presieduto la Cerimonia di Beatificazione di Maria Elisabetta Turgeon, religiosa canadese vissuta nella seconda metà del XIX secolo, Fondatrice della Congregazione delle Suore di Notre Dame del Santo Rosario.
Se ti affidi totalmente al Signore, anche con una salute cagionevole potrai compiere grandi opere. E' il messaggio forte che ci consegna la vita e l'azione apostolica di suor Marie-Élisabeth Turgeon, la nuova Beata canadese che nella sua breve vita - morì a 41 anni - riuscì a fondare la Congregazione delle Suore di Notre Dame del Santo Rosario. Una realtà che - un secolo e mezzo dopo l'istituzione - è florida e diffusa oggi in Canada, Stati Uniti, e Centro America.
Al servizio dei bambini poveri
La sua spiritualità era in particolare rivolta all'educazione dei bambini poveri delle campagne della diocesi di Saint-Germain di Rimouski non lontana da quella di Québec. Sempre serena, nonostante le molte sofferenze sopportate a causa della sua fragile salute, suor Marie-Elisabeth era una donna coraggiosa che non si perdeva d'animo dinnanzi alle non poche difficoltà incontrate nel portare avanti le sue "scuole di campagna", un'innovazione che sarà incoraggiata dal vescovo locale del tempo, mons. Langevin.
La religiosa aveva una fiducia incrollabile nel Signore e in particolare nella Divina Misericordia. Una volta affermò che "con la protezione di Gesù Cristo, le ragnatele sono più forti delle muraglie, ma senza la sua protezione le più forti muraglie sono fragili come ragnatele". Sul carisma e la testimonianza della neo Beata, la riflessione del cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi:
"Si santificò proprio con la carità verso il prossimo bisognoso di istruzione e di formazione cristiana. Sono quattro gli aspetti più rilevanti della santità di Madre Élisabeth: ricerca e accettazione della volontà di Dio; missione concentrata sull'istruzione e sull'educazione cristiana dei piccoli; vita di fede, speranza e carità; unione con Dio nella preghiera".
Preghiera e carità per fare la volontà di Dio
La carità fu dunque il segno distintivo della vita e della missione educativa di Madre Marie-Élisabeth assieme alla preghiera. Di fronte alle avversità, era solita affermare che "tutto concorre al bene di coloro che cercano la volontà di Dio". E aggiungeva che "il riposo viene dopo il lavoro, la vittoria dopo la battaglia e la gioia dopo la sofferenza".
Poco prima di morire, alle sorelle che le stavano vicino, lasciò questo messaggio spirituale: "Mie sorelle, vi incoraggio particolarmente a vivere la comunione, la carità fraterna, giacché quando si è uniti in una comunità, quando la pace regna tra i suoi membri, si vive il cielo già sulla terra".

(Autore: Alessandro Gisotti - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Maria Elisabetta Turgeon, pregate per noi.

*San Mirone di Cizico - Sacerdote e Martire (17 agosto)  
m. Cizico, 250
San Mirone, presbitero e martire, che secondo la leggenda fu decapitato dopo molti tormenti a Cizico nell’Ellesponto, sotto il governatore Antipatro e regnante l’imperatore Decio.
Martirologio Romano:
A Cizico in Ellesponto, nell’odierna Turchia, San Mirone, sacerdote e martire, che, come si tramanda, fu decapitato dopo molti supplizi sotto l’imperatore Decio e il governatore Antipatro.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - San Mirone di Cizico, pregate per noi.

*Beato Natale Ilario Le Conte - Martire (17 agosto)  
Martirologio Romano: Nel braccio di mare antistante Rochefort in Francia, Beato Natale Ilario Le Conte, martire, che, chierico della cattedrale di Bourges preposto all’ufficio di musico, gettato in una galera durante la persecuzione in odio alla religione, morì per Cristo consunto da malattia.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Natale Ilario Le Conte, pregate per noi.

*San Nicola (Nicolò) Politi - Eremita in Sicilia (17 agosto)  

1117 - 1167
Nacque nella città d'Adernò (oggi Adrano - Catania) nel 1117 nel nobile casato dei Politi. Venne presto considerato un santo: col segno della croce scacciava i lupi che assalivano gli ovili, sanava le pecore, intercedeva per la guarigione dei malati. Nel giorno delle nozze, imposte dai genitori, fuggì iniziando a solo 17 anni la vita eremitica. Fino a quando divenne monaco laico presso il Monastero basiliano del Rogato, dove visse per il resto della vita.
Ogni sabato, percorrendo un impervio sentiero, si recava dalla grotta dove dimorava al monastero per confessarsi e ricevere l'Eucaristia.
Il 12 agosto del 1167 Nicolò rientrò alla grotta esausto. Poco dopo un angelo gli rivelò che la sua anima sarebbe salita in Cielo due giorni dopo la festa dell'Assunta. Martedì 15 Agosto si recò al monastero per confessarsi e ricevere per l'ultima volta l'Eucaristia. Salutò tutti i monaci, affidandosi alle loro preghiere. All'alba del 17 Agosto 1167 Nicolò, dopo una notte in preghiera, con la croce fra le braccia, fu accolto dal Signore. (Avvenire)
Martirologio Romano: Ad Arcaria vicino a Milazzo in Sicilia, san Nicola Politi, eremita, che praticò un vita di estrema austerità in una grotta.
Nicolò nasce nella città d'Adernò (oggi Adrano - Catania -) nel 1117 nel nobile casato dei Politi. I genitori già avanti in età, dopo molte preghiere ed opere di carità, ottennero dal Signore questo unico figlio.
Già alla nascita dei segni straordinari sono testimoni della volontà di Dio; infatti, l'acqua con la quale venne lavato, appena nato, versata in terra, fece zampillare una tiepida sorgente. Iniziò ad astenersi dal latte materno il mercoledì, il venerdì ed il sabato, ma ciò nonostante crebbe in salute e nella grazia di Dio.
Crebbe nell'affetto dei genitori, fu istruito alla dottrina cristiana, imparò a leggere e scrivere (in quegli anni in Adernò vi erano i Normanni e la cultura cristiana più diffusa era quella basiliana).
Nicolò crebbe in grazia di Dio e si avvicinò sempre più alla contemplazione dei misteri della passione di Cristo ed alla preghiera costante della Vergine Maria fino a consacrare la sua vita al Signore.
Ancora ragazzino con la sua fede permise la conversione di molti, e tale era la sua fiducia in Gesù che col segno della croce scacciava i lupi che assalivano gli ovili, sanava le pecore, non ultimo intercedeva per la guarigione dai malati.
Iniziò la sua penitenza, con preghiere e mortificazioni, finché nel giorno delle nozze, imposte dai genitori, un Angelo del Signore lo esortò a seguirlo. Egli subito obbedì fuggendo dalla casa paterna.
Così a 17 anni iniziò la sua vita eremitica, fortificando il suo spirito in una grotta alle falde dell'Etna sita ad alcuni chilometri da Adernò, armato della fede in Cristo e di un bastone crociato rendendosi docile all'Eterno Amore.
La sua famiglia non si diede pace e lo cercò a lungo, talché un giorno, dopo tre anni dalla sua fuga, furono prossimi alla grotta dove dimorava. In tale circostanza un Angelo avvisò Nicolò consigliandolo di recarsi presso il monte Calanna in terra d'Alcara, con la promessa che quel luogo sarebbe stato la sua finale dimora.
Nicolò s'incamminò, con la scorta miracolosa di un'aquila, e giunto in un bosco, prossimo ai monti Nebrodi,il Demonio in veste di ricco mercante lo tentò. Satana lo lusingò, promettendogli ricchezza e piaceri terreni. Nicolò meditando le piaghe di Gesù innalzò la croce e nel nome di Cristo Signore pregò d'essere liberato da quella tentazione e subito il Tentatore svanì.
Lungo il cammino sostò presso l'abbazia basiliana sita a Maniace dove incontrò un giovane monaco Lorenzo da Frazzanò. Questi comprese la volontà del Cielo e con affetto fraterno indirizzò Nicola presso il Monastero di Santa Maria Del Rogato.
Il Santo eremita proseguì il viaggio giungendo in territorio d'Alcara Li Fusi (Messina). Ormai stremato ottenne da Dio di far sgorgare una sorgente percotendo una roccia col suo bastone crociato, e quel luogo è ancor oggi detto Acqua Santa.Inerpicandosi lungo il monte Calanna vide
l'aquila posarsi su una roccia. In quel luogo il trovò una spelonca: la sua nuova ed ultima abitazione. L'aquila s'allontanò e poco dopo ritornò portando con se mezzo pane fresco e fragrante che depose all'ingresso della grotta.
Come indicatogli da Lorenzo, Nicola si recò presso il Monastero basiliano del Rogato. Qui trovò la guida spirituale e divenne monaco laico accettando il piccolo abito e la regola basiliana. In questo monastero per il resto della vita, ogni sabato,percorrendo un impervio tragitto si recò per confessarsi e ricevere l'Eucaristia.
Nel 1162 Nicola, trovandosi presso il Rogato, scorge l'amico Lorenzo: l'incontro tra i due Santi amici commosse molto i monaci del monastero. I due amici trascorsero insieme quella santa giornata presso l'eremo del Calanna; Lorenzo rabbrividì vedendo l'orribile condizione in cui Nicola aveva vissuto tutti quegli anni e si stupì (nonostante anch'egli manifestasse segni straordinari e miracolosi di santità) di come l'amico avesse fatto a sopravvivere così a lungo in quelle condizioni. Pregarono e lodarono l'opera mirabile di Dio, cenarono con erbe, radici e col pane (stavolta intero) portato dall'aquila; infine, Lorenzo confidò all'amico (avendo avuta una rivelazione dal Cielo) che il 30 Dicembre di quell'anno egli sarebbe morto.
Al mattino del dì seguente si scambiarono l'abbraccio dell'addio, Lorenzo benedì Nicola e gli promise ancora un segno di saluto su questa terra. Nicolò non comprese subito, ma il 30 dicembre, domenica, allorché alla sera la sua grotta fu inondata di luce soave e da un profumo di rose, capì che in quel momento l'Anima di Lorenzo saliva al Cielo e gli mandava l'ultimo saluto.
Sabato 12 agosto 1167 Nicolò, si recò come di solito al Rogato e poi rientrò alla sua grotta affaticato, esausto. Sentiva il suo spirito sempre pronto e disposto a soffrire, ma il corpo era infermo, si reggeva a stento. Pregò il Signore di liberarlo dai lacci che lo legavano alla vita terrena e di accoglierlo in Cielo. Poco dopo una voce angelica gli rivelo che 2 giorni dopo la festa dell'Assunzione di Maria la sua anima sarebbe salita in Cielo.
Nicola ebbe il cuore colmo di gioia e ,ringraziato il Signore, si preparò all'ora sospirata della liberazione da questo mondo.
Martedì 15 Agosto si recò al Rogato per l'ultima confessione e ricevere per l'ultima volta l'Ostia santa, si congedò da tutti i monaci raccomandandosi alle loro preghiere.
Il 16 agosto, vigilia del grande giorno, ricevette l'ultima visita della fedele aquila che, dopo aver deposto il consueto pane miracoloso, si librò in alto e prima di scomparire in lontananza compì sulla grotta vari giri per dare l'ultimo saluto. Nicolò si commosse per quel gesto e ringraziò e benedì quella creatura di Dio.
Per 50 anni fu come fiaccola ardente assiduo nella preghiera costante, nella penitenza e nei cilizi, mantenendosi candido come giglio e puro come acqua cristallina.
All'alba del 17 Agosto 1167 Nicolò, che vegliò tutta la notte in preghiera, era nella grotta, inginocchiato, con la rustica croce fra le braccia e il libro delle orazioni aperto sulle mani. Levò lo sguardo al cielo col cuore rivolto a Dio in uno slancio supremo di adorazione, di offerta, di amore.
In tale atteggiamento, all'apparir del sole, avvenne il sereno transito: l'Anima dolcissima di Nicolò si dislacciò dal gracile corpo e volò alle sfere celesti.
(Autore: Gaetano Sorge - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Nicola Politi, pregate per noi.

*Beato Ugo di Tennenbach - Cistercense (17 agosto)  

1190 - 20 agosto 1270
Nel Menologio cistercense è ricordato al 17 agosto il beato Hugo (Ugo) monaco cistercense tedesco. Egli nacque nel 1190 e durante la sua giovinezza dimostrò un carattere instabile.
Intraprese la strada del sacerdozio, ma mentre ancora era suddiacono, la sua vocazione venne meno e quindi si lasciò andare verso i piaceri del mondo.
Ma la sua strada era tracciata, cadde gravemente ammalato e pentito della sua scelta, fece di tutto per farsi perdonare, ritirandosi in una stalla per imitare l’umiltà di Cristo.
Poi sentì il bisogno di farsi religioso e bussò alla porta dell’abbazia cistercense di Tennenbach vicino Friburgo, nella diocesi di Costanza, dove ritornò alla vita religiosa e intemerata di prima, pur lottando contro grandi tentazioni.
Ebbe in sogno il conforto di un suo fratello defunto, anch’egli monaco e prete nella stessa abbazia e si decise a pronunciare i voti.
La sua fu una vita travagliata da molteplici tentazioni, che contrastò con veglie, digiuni e discipline per 40 anni e sebbene molto malato, non volle mai mangiare carne e bere vino.
Fu ordinato sacerdote e celebrava ogni giorno la S. Messa con grande devozione, ebbe incarichi di responsabilità, che espletò con sacrificio al servizio dei fratelli e durante la notte per un certo tempo, era dedito alla contemplazione.
Il 20 agosto 1270, festa di San Bernardo, celebrò la Messa con maggiore lentezza e fervore del solito, i frati intuirono che la fine era vicina e così dopo aver assistito alle celebrazioni liturgiche della festa del santo fondatore, verso sera chiese l’estrema unzione e raccomandandosi alla SS. Trinità, morì ad 80 anni.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Ugo di Tennenbach, pregate per noi.

*Altri Santi del giorno (17 agosto)

*San Giacinto - Religioso
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.

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