Santi del 17 Novembre - Istituto Aveta

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Santi del 17 Novembre

Il mio Santo > I Santi di Novembre

*Santi Acisclo e Vittoria - Martiri di Cordova (17 novembre)

† Cordova (Spagna), 304 ca.
Etimologia: Vittoria = vincitrice, dal latino
Martirologio Romano: A Córdova nell’Andalusia in Spagna, Sant’Acisclo, martire.
Attualmente Acisclo e Vittoria sono i principali Santi patroni di Cordova e vengono invocati specialmente contro le tempeste, la loro celebrazione, secondo la liturgia mozarabica e il "Martirologio Romano" è il 17 novembre.
Durante il secolo VIII fu messa in circolazione una fantasiosa ‘Passio’, nella quale accanto ad Acisclo martire fu posta Vittoria, considerata come sua sorella.
Secondo questa ‘Passio’ i due cristiani Acisclo e Vittoria, furono imprigionati verso il 304 da Dione, prefetto della Betica in Spagna (attuale Andalusia), durante la persecuzione di Diocleziano (243-313).
Subirono il martirio per decapitazione nell’anfiteatro di Cordova; poi i loro corpi furono sepolti fuori della città dalla nobile matrona Minciana; in seguito sul sepolcro fu eretta una basilica.
Le notizie della "passio" furono poi riprese da altri autorevoli opere agiografiche, come il Martirologio Lionese (806 ca.), il Calendario di Cordova del 961 e l’antifonario di Leòn del 1066.
Inoltre i due santi vengono menzionati da altri scrittori storici del Medioevo; Sant’ Isidoro di Siviglia (570-636) vescovo e Dottore della Chiesa, nomina il solo Sant’ Acisclo raccontando nella sua “Historia Gothorum”, che Agila re dei Visigoti, avendo profanato il sepolcro del martire durante l’assedio di Cordova, fu per punizione gravemente sconfitto; mentre Sant'Eulogio di Cordova, martire nell’859, ricorda nel suo “Memoriale sanctorum” sia Acisclo che Vittoria e la basilica eretta in loro onore.
I due santi martiri, ebbero una diffusa venerazione durante la dominazione visigota e nel primo secolo della dominazione araba.
Nel secolo XIII presso la basilica a loro dedicata, fu fondato un monastero cistercense, in seguito passato nel 1300, ai Domenicani.
Le reliquie di Sant’Acisclo vennero divise al tempo di Carlo Magno e una parte arrivò a Tolosa, mentre un’altra cospicua parte era venerata nel monastero benedettino di San Salvador in Breda nella diocesi di Gerona.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

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*Santi Alfio e Zaccheo – Martiri (17 novembre)

Martirologio Romano: A Cesarea in Palestina, Santi Alfeo e Zaccheo, martiri, che, nel primo anno della persecuzione dell’imperatore Diocleziano, per avere confessato con fermezza l’esistenza di un solo Dio e la regalità di Cristo Gesù, dopo molti supplizi subirono la condanna a morte.
Nominati da Eusebio tra i pochi che a Cesarea di Palestina resistettero alla persecuzione di Diocleziano nel 303.
Tale persecuzione mirava a fare apostatare i cristiani mettendo nelle loro mani l'incenso da offrire agli dèi.
Alfio e Zaccheo patirono la frusta, le unghie di ferro, le catene, furono interrogati diverse volte e durante una notte e un giorno ebbero i piedi nei ceppi fino al quarto buco.
Dopo avere confessato un solo Dio e un solo Cristo Re, Gesù, furono decapitati il 17 novembre, data della loro festa.
(Autore: Alfonso Raes – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

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*Sant’Aniano di Perigueux - Vescovo (17 novembre)
IV sec.

Sant’Aniano è il secondo vescovo di Périgueux, l’antica diocesi attestata fin dal IV secolo, oggi suffraganea dell’arcidiocesi di Bordeaux.
Nella cronotassi dei vescovi, è al secondo posto dopo San Frontone e prima di Paterno, il vescovo di cui si attesta la sua sicura esistenza per la sua deposizione di Sant’ Ilario perché sospetto di arianesimo. In qualche testo dopo Aniano e prima di Paterno è stato inserito Cronopio I.
Il vescovo Aniano, come i successivi Cronopio e Sabaudo, sono menzionato in una delle diverse biografie di san Frontone che ci sono pervenute.
Poiché Cronopio e Sabaudo sono storicamente documentati, il Duchesne ritiene che anche Aniano possa essere esistito, anche se non abbiamo alcun documento a testimoniarlo.
Visse probabilmente nella prima metà del IV secolo.
Ma su di lui non sappiamo nulla.
Le reliquie di Sant’Aniano che sono conservate nella basilica di San Frontone, non sono considerate autentiche.
La sua festa si celebra il 17 novembre.

(Autore: Mauro Bonato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Sant’Aniano d’Orleans – Vescovo (17 novembre)
† Orléans, Francia, 453

Etimologia: Aniano = primogenito, dall’antico celtico
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: A Orléans nella Gallia lugdunense, ora in Francia, sant’Aniano, vescovo, che, confidando in Dio solo, il cui aiuto spesso ottenne con le preghiere e le lacrime, liberò la sua città assediata dagli Unni.
Si tramandano ben due vite in lingua latina di Sant’Aniano, vescovo d’Orléans, ma entrambe sono purtroppo tarde ed inattendibili. Pare comunque che Aniano fosse originario di Vienne e di nobile estrazione. Visse per un certo periodo come eremita, sino a quando non decise di
trasferirsi ad Orléans, attratto dalla fama di santità del vescovo di tale città, Evurzio, che poi lo ordinò sacerdote.
Questi però, sentendo avvicinarsi la fine dalla sua vita, decise di lasciare la sua sede episcopale e convocare un’apposita assemblea per l’elezione del suo successore. La scelta cadde proprio su Aniano, ma onde assicurarsi che non si fossero verificati errori, l’elezione fu confermata per "sortes biblicae", pratica usata tra il IV ed il IX secolo, consistente nell’eleggere i vescovi o prendere altre decisioni mediante la lettura casuale di passi biblici o brani letterari.
Al momento dell’insediamento in cattedrale, secondo i costumi del tempo il novello vescovo invocò un’amnistia per tutti i detenuti: il direttore delle prigioni rifiutò fermamente, ma in seguito ad uno sventato pericolo di morte, interpretò ciò come un segnale divino di invito a soddisfare la richiesta di Aniano.
Nel 451, Orléans fu minacciata dagli unni, capeggiati da Attila. Come molti altri vescovi contemporanei trovatisi in simili circostanze, Aniano fu l’unico a prendere l’iniziativa di organizzare la difesa ed incoraggiare il popolo.
Si appellò allora immediatamente al generalo romano Flavio Ezio perché venisse in loro soccorso, ma tardando tale aiuto, gli unni occuparono la città.
Mentre erano poi già intenti a ritirarsi con il bottino ed i prigionieri, si trovarono però di fronte le milizie di Ezio, che infine sconfissero vittoriosamente i barbari nela battaglia che ebbe luogo sulle pianure di Catalauniam, nei pressi di Durocatalaunum, l’odierna Chalons-sur-Marne.
San Gregorio di Tours, nel descrivere abbastanza dettagliatamente la liberazione di Orléans, ne attribuì il meritò all’intercessione presso Dio delle preghiere e lacrime di Aniano.
Il Santo vescovo morì tuttavia due anni dopo, nel 453, in età ormai avanzata
. Le sue reliquie sono ancora oggi oggetto di venerazione nella chiesa di Orléans a lui dedicata.

(Autore: Fabio Arduino Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Beato Antonio Torino - Martire Mercedario (17 novembre)
Missionario in Argentina, il Beato Antonio Torino, instancabilmente si prodigò per far conoscere a quei popoli la parola di Cristo e portarli, alla fede cattolica.
Preso poi dagli indigeni venne appeso ad un albero e tagliato a pezzi accolse con gloria la corona del martirio a lode del Signore e aggiunse così un altro martire all'Ordine Mercedario.
L'Ordine lo festeggia il 17 novembre.

(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Sant'Elisabetta d'Ungheria – Religiosa (17 novembre)

Presburgo, Bratislava, 1207 - Marburgo, Germania, 17 novembre 1231
Figlia di Andrea, re d'Ungheria e di Gertrude, nobildonna di Merano, ebbe una vita breve.
Nata nel 1207, fu promessa in moglie a Ludovico figlio ed erede del sovrano di Turingia.
Sposa a quattordici anni, madre a quindici, restò vedova a 20.
Il marito, Ludovico IV morì ad Otranto in attesa di imbarcarsi con Federico II per la crociata in Terra Santa.
Elisabetta aveva tre figli.
Dopo il primogenito Ermanno vennero al mondo due bambine: Sofia e Gertrude, quest'ultima data alla luce già orfana di padre.
Alla morte del marito, Elisabetta si ritirò a Eisenach, poi nel castello di Pottenstein per scegliere infine come dimora una modesta casa di Marburgo dove fece edificare a proprie spese un ospedale, riducendosi in povertà.
Iscrittasi al terz'ordine francescano, offrì tutta se stessa agli ultimi, visitando gli ammalati due volte al giorno, facendosi mendicante e attribuendosi sempre le mansioni più umili.
La sua scelta di povertà scatenò la rabbia dei cognati che arrivarono a privarla dei figli.
Morì a Marburgo, in Germania il 17 novembre 1231. È stata canonizzata da Papa Gregorio IX nel 1235. (Avvenire)
Patronato: Infermieri, Società caritatevoli, Fornai, Ordine Francescano Secolare
Etimologia: Elisabetta = Dio è il mio giuramento, dall'ebraico
Emblema: Cesto di pane
Martirologio Romano: Memoria di Santa Elisabetta di Ungheria, che, ancora fanciulla, fu data in sposa a Ludovico, conte di Turingia, al quale diede tre figli; rimasta vedova, dopo aver sostenuto con fortezza d’animo gravi tribolazioni, dedita già da tempo alla meditazione delle realtà celesti, si ritirò a Marburg in Germania in un ospedale da lei fondato, abbracciando la povertà e adoperandosi nella cura degli infermi e dei poveri fino all’ultimo respiro esalato all’età di venticinque anni.
A quattro anni di età è già fidanzata.
Suo padre, il re Andrea II d’Ungheria e la regina Gertrude sua madre l’hanno promessa in sposa a Ludovico, figlio ed erede del sovrano di Turingia (all’epoca, questa regione tedesca è una
signoria indipendente, il cui sovrano ha il titolo di Landgraf, langravio).
E subito viene condotta nel regno del futuro marito, per vivere e crescere lì, tra la città di Marburgo e Wartburg il castello presso Eisenach.
Nel 1217 muore il langravio di Turingia, Ermanno I.
Muore scomunicato per i contrasti politici con l’arcivescovo di Magonza, che è anche signore laico, principe dell’Impero.
Gli succede il figlio Ludovico, che nel 1221 sposa solennemente la quattordicenne Elisabetta.
Ora i sovrani sono loro due. Lei viene chiamata “Elisabetta di Turingia”.
Nel 1222 nasce il loro primo figlio, Ermanno.
Seguono due bambine: nel 1224 Sofia e nel 1227 Gertrude. Ma quest’ultima viene al mondo già orfana di padre.
Ludovico di Turingia si è adoperato per organizzare la sesta crociata in Terrasanta , perché Papa Onorio III gli ha promesso di liberarlo dalle intromissioni dell’arcivescovo di Magonza. Parte al comando dell’imperatore Federico II.
Ma non vedrà la Palestina: lo uccide un male contagioso a Otranto.
Vedova a vent’anni con tre figli, Elisabetta riceve indietro la dote, e c’è chi fa progetti per lei: può risposarsi, a quella età , oppure entrare in un monastero come altre regine, per viverci da regina, o anche da penitente in preghiera , a scelta.
Questo le suggerisce il confessore.
Ma lei dà retta a voci francescane che si fanno sentire in Turingia , per dire da che parte si può trovare la “perfetta letizia”.
E per i poveri offre il denaro della sua dote (si costruirà un ospedale).
Ma soprattutto ai poveri offre l’intera sua vita.
Questo per lei è realizzarsi: facendosi come loro. Visita gli ammalati due volte al giorno, e poi raccoglie aiuti facendosi mendicante.
E tutto questo rimanendo nella sua condizione di vedova, di laica.
Dopo la sua morte, il confessore rivelerà che, ancora vivente il marito, lei si dedicava ai malati, anche a quelli ripugnanti.

Nutrì alcuni, ad altri procurò un letto, altri portò sulle proprie spalle, prodigandosi sempre, senza mettersi tuttavia in contrasto con suo marito“.
Collocava la sua dedizione in una cornice di normalità, che includeva anche piccoli gesti “esteriori”, ispirati non a semplice benevolenza, ma a rispetto vero per gli “inferiori”: come il farsi dare del tu dalle donne di servizio.
Ed era poi attenta a non eccedere con le penitenze personali, che potessero indebolirla e renderla meno pronta all’aiuto.
Vive da povera e da povera si ammala, rinunciando pure al ritorno in Ungheria, come vorrebbero i suoi genitori, re e regina.
Muore in Marburgo a 24 anni, subito “gridata santa” da molte voci, che inducono Papa Gregorio IX a ordinare l’inchiesta sui prodigi che le si attribuiscono.
Un lavoro reso difficile da complicazioni anche tragiche: muore assassinato il confessore di lei; l’arcivescovo di Magonza cerca di sabotare le indagini.
Ma Roma le fa riprendere.
E si arriva alla canonizzazione nel 1235 sempre a opera di Papa Gregorio. I suoi resti, trafugati da Marburgo durante i conflitti al tempo della Riforma protestante, sono ora custoditi in parte a Vienna. É compatrona dell’Ordine Francescano secolare assieme a S. Ludovico.
(Autore: Domenico Agasso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

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*Sant'Eugenio di Firenze – Diacono (17 novembre)
Etimologia: Eugenio = ben nato, di nobile stirpe, dal greco
Tanto nella Vita di San Zenobio, vescovo di Firenze al principio del sec. V, che in quella di Eugenio, quest'ultimo è presentato come diacono dello stesso San Zenobio, mentre San Crescenzio è presentato come suo suddiacono.
Più tardi anche Eugenio entrò nell'elenco dei vescovi fiorentini. Ma si tratta di documenti tardivi, compilati non prima del sec. XI, non degni di fede.
Secondo la leggenda, Eugenio, di origine fiorentina, fu educato da Sant’Ambrogio, il quale lo ordinò diacono.
Quando il Santo Dottore si recò a Firenze, lo condusse con sé, affidandolo poi a San Zenobio. Dopo aver operato alcuni miracoli, sarebbe morto assistito da Ambrogio, da Zenobio e da Crescenzio.
La festa ricorre il 17 novembre.
É rappresentato con la dalmatica di diacono, alla stessa stregua di Santo Stefano. Giovanni dal Ponte (sec. XV) lo dipinse insieme con San Benedetto, in un trittico della chiesa di Rosano (Pontassieve).
(Autore: Filippo Caraffa – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Eugenio di Firenze, pregate per noi.


*San Florin – Sacerdote (17 novembre)

Bassa Engadina (Svizzera), VII secolo

Leggendario sacerdote svizzero, parroco di Remus, vissuto nel VII secolo. Secondo la leggenda, Florin nacque nella curtis di Valfur a Matsch nell'alta val Venosta; era un servitore dei poveri, per i quali trasformava l’acqua in vino. Fu eremita e predicatore a Ramosch.
Il suo culto iniziò presto: già nel 720, Sant’Otmar di San Gallo amministrava a Coira un santuario dedicato a san Florin.
Nel 930 è menzionata per la prima volta la chiesa di San Florin a Ramosch, dove officiava il sacerdote Hartpert, che poco tempo dopo divenne vescovo di Coira.
Hartpert diede al culto di Florin nuovo slancio. L’XI secolo fu il periodo aureo dei pellegrinaggi a Ramosch. La prima versione scritta della Vita di Florin, redatta nel XII secolo, rappresenta malgrado lo stile agiografico un’utile fonte di informazioni storiche.
Patronato: Matsch, Remus (odierna Ramosch), Diocesi di Coire, Bassa Engadina (Svizzera)
Emblema: v
Martirologio Romano: A Ramosch in Rezia, nel territorio dell’odierna Svizzera, san Florino, sacerdote, che attese con fedeltà alla cura parrocchiale.
Nella sua lettera apostolica "Tertio millennio adveniente", il papa Giovanni Paolo II ha ricordato l’importanza che i santi occupano nella vita della Chiesa ed a sostenuto che occorra che si faccia il possibile perché anche nelle Chiese locali non vada perduto il loro ricordo. Accogliendo questo invito lo studioso Gian Fraco Schubiger ha raccolto tutta la documentazione possibile riguardante la santità elvetica di questi duemila anni di cristianesimi.
Dunque proprio tra i Santi vissuti nel territorio dell’attuale Svizzera si colloca questo personaggio un po’ offuscato dalle leggende, San Florin.
Il suo nome è tutt’oggi molto diffuso tra la popolazione della Romania, anche se non si può assolutamente constatare una correlazione tra tale fenomeno ed il culto del Santo. Più precisamente l’esistenza terrena di Florin è collocabile nella Bassa Engadina, una vallata delle
Alpi Retiche ricca di foreste e di pascoli, situata nel cantone dei Grigioni.
Le "vitae" di San Florin non possiedono purtroppo alcun fondamento storico; sono piuttosto delle leggende edificanti e talvolta divertenti. Florin sarebbe stato figlio di un padre britannico e di una madre ebrea convertita al cristianesimo, che il padre avrebbe conosciuto a Roma durante un pellegrinaggio. La coppia si sarebbe stabilita a Matsch, nel Vintschgau in Bassa Engadina, dove Florin sarebbe nato.
Alessandro, curato di Remus (odierna Ramosch), sarebbe stato incaricato dai genitori dell’educazione di Florin, che, ordinato prete, divenne più avanti il successore del suo maestro come parroco di Remus. L’esercizio del suo ministero lasciò in eredità il ricordo di una vita impregnata di santità.
Alla sua morte gli abitanti di Matsch, suo paese natale, avrebbero voluto impadronirsi delle sue spoglie, ma quelli di Remus sventarono il loro piano deponendo il corpo di Florin in una semplicissima bara di legno in una fossa del cimitero del paese.
Al di sotto di essa fu collocata un'altra cassa riccamente ornata, contenente semplicemente una bella casula, l’abito proprio del presbitero nella celebrazione dell’Eucaristia. I fedeli di Remus gioirono nel vedere quelli di Matsch partire con la bara vuota ed edificarono allora in ringraziamento una chiesa in onore del loro Santo. Nell’VIII secolo Otmar supplì il parroco di Remus, la cui chiesa parrocchiale era proprio dedicata a San Florin. Con ciò si chiudono le notizie che si hanno su di lui.
Florin, festeggiato il 17 novembre, è patrono secondario della Diocesi di Coire e specialmente della Bassa Engadina. Nel tesoro della cattedrale di Coire si conserva uno splendido busto-reliquiario gotico di San Florin.

(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Florin, pregate per noi.


*San Giordano (Giacinto) Ansalone - Sacerdote Domenicano, Martire (17 novembre)
Scheda del gruppo a cui appartiene: "Santi Lorenzo Ruiz di Manila e 15 compagni"
Santo Stefano Quisquina (Agrigento), 1 novembre 1598 - Nagasaki (Giappone), 17 novembre 1634
Nel 1625, raggiunta a piedi Siviglia, partì per le missioni. Dopo una sosta di circa un anno in Messico, attraverso il Pacifico, nell’estate del 1626, raggiunse le Isole Filippine.
Spese dapprima due anni tra i Filippini, a Cagayan, nel nord dell’isola di Luzon, poi visse per quattro anni tra i Cinesi d’una colonia del sobborgo di Binondo, a Manila, nella Parrocchia e all’Ospedale San Gabriele, costruito per loro.
Studiò a fondo la lingua, la mentalità e i costumi de Cinesi, dimostrandosi vero antesignano d’inculturazione e precorritore del dialogo con i non credenti.
A tale scopo scrisse anche un’opera, irrimediabilmente perduta, in cui raccoglieva le principali credenze religiose e idee filosofiche dei cinesi, discutendole con i dati della fede e della dottrina cattolica, per un confronto chiarificatore.
Nel 1632, mentre infuriava la persecuzione, si recò in Giappone, travestito da mercante, per recare aiuto e conforto: per un anno fu Vicario Provinciale di questa missione. Gravemente ammalato nell’isola di Kyushu, “impetrò dalla Vergine Maria di essere guarito fino a quando non lo avessero ucciso per Cristo”. Incarcerato il 4 agosto 1634, fu sottoposto a inaudite torture.
Etimologia: Giordano = dal nome del fiume della Palestina
Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Nagasaki in Giappone, Santi Giordano (Giacinto) Ansalone e Tommaso Hioji Rokuzayemon Nishi, sacerdoti dell’Ordine dei Predicatori e martiri: il primo si adoperò a fondo per il Vangelo dapprima nelle isole Filippine e poi in Giappone, l’altro fu operoso propagatore della fede nell’isola di Taiwan e, negli ultimi anni, nella regione di Nagasaki nella sua patria. Entrambi morirono per ordine del comandante supremo Tokugawa Yemitsu dopo esser stati sottoposti per sette giorni con animo invitto a crudeli supplizi sulla forca e in una fossa.
Per lui non si potrà sicuramente dire che il martirio fu un “incidente di percorso”, perché davvero fu pensato, voluto, quasi cercato, in un’ottica di donazione totale e di piena configurazione a Gesù, che proprio sulla croce aveva dimostrato la grandezza e la totalità del suo amore per gli uomini.
Il bambino, nato il 1° novembre 1598 a Santo Stefano Quisquina (Agrigento), viene chiamato Giacinto: un nome che tiene solo fino ai 17 anni, all’entrata nel convento domenicano di Agrigento, quando lo muta in quello di Fra Giordano.
Inizia gli studi a Palermo e poi li prosegue in Spagna, a Salamanca, sempre però con il chiodo fisso di andare missionario in Giappone. Ordinato sacerdote a Trujillo, raggiunge a piedi Siviglia e di qui raggiunge il Messico: ha 27 anni, un ardore che sprizza da tutti i pori e coraggio da vendere.
La sosta messicana dura un anno o poco più e di qui raggiunge le Isole Filippine. Per due anni si spende per i filippini di Cagayan, poi si dedica all’apostolato tra i cinesi, in una loro colonia alle porte di Manila, prendendosi soprattutto cura dei malati, ma anche impegnando pazientemente molto del suo tempo nello studio e nell’approfondimento della loro cultura, tanto che della lingua, dei costumi e della mentalità cinese diventa un profondo conoscitore, in un tempo in cui il
dialogo con i non credenti è ancora di là da venire e di inculturazione non si parla sicuramente tanto.
Fra Giordano non si ferma qui: in una monumentale opera, di cui purtroppo a noi è giunta solo notizia, passa al vaglio della dottrina cattolica le credenze religiose e filosofiche dei cinesi, nella speranza di poter aprire con loro un sereno confronto, premessa per una futura evangelizzazione.
Intelligente, intraprendente, aperto, soprattutto innamorato di Cristo, Fra Giordano, pur sentendosi permanentemente in missione, non perde di vista il Giappone, il suo primo amore, nel quale spera in ogni caso di andare un giorno a predicare.
É nota la sua ostinazione e la sua fermezza, ben riassunte nella sua lapidaria frase “Jordanus non est retrorsum” perché, spiega con riferimento al fatto biblico, il fiume Giordano “potè tornare indietro, io, Giordano, no, non torno indietro”. Per la serie “chi la dura la vince” riesce a mettere piede in Giappone nel 1632, ma travestito da mercante, perché la persecuzione contro i cristiani (iniziata, a dire il vero, prima ancora che lui nascesse) negli ultimi 16 anni si è estesa a macchia d’olio, sta sconvolgendo le comunità e sta facendo molti martiri.
Suo primo compito è dunque rincuorare, incoraggiare, sostenere i perseguitati. É pienamente cosciente dei rischi cui va incontro e il martirio per lui non è solo un’eventualità. Che comunque non lo sfugga lo dimostra il fatto che, ammalatosi un giorno gravemente, chiede ed ottiene la guarigione per intercessione della Madonna, per non morire nel proprio letto ma poter offrire a Cristo e ai giapponesi la testimonianza del sangue.
Lo arrestano dopo due anni, il 4 agosto 1634: sotto le torture e davanti ai giudici non ha paura di confessare di essere venuto in terra giapponese a diffondere l’amore di Cristo, un amore che si è spinto fino alla croce.
A Nagasaki lo sospendono ad una forca a testa in giù e seminterrato in una fossa, dove agonizza per sette giorni, fino alla morte che arriva il 17 novembre.
Padre Giordano Ansalone nel 1981 è stato proclamato beato a Manila da Giovanni Paolo II°, lo stesso papa che lo ha canonizzato sei anni dopo a Roma.
(Autore: Gianpiero Pettiti – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Nel 1625 un domenicano nato in Sicilia s’imbarca in Spagna per il Messico, che all’epoca è colonia spagnola. Lavora per qualche tempo nella capitale e poi riparte attraverso il Pacifico: quattro mesi di navigazione ed eccolo nelle Filippine, anch’esse dominio di Spagna.
Questo sembra l’approdo per fra Giordano Ansalone, di origine agrigentina (al battesimo è stato chiamato Giacinto), studente presso i domenicani locali, poi accolto nell’Ordine col nome di fra Giordano e infine ordinato sacerdote in Spagna.
Il suo campo di lavoro nelle Filippine è dapprima il Nord dell’isola di Luzon. Più tardi ritorna a Manila per l’assistenza religiosa agli immigrati cinesi, e questo contatto è decisivo: sta con loro, insegna e impara, studia lingue, costumi e culti orientali, sicché poi diventa maestro dei missionari destinati alla Cina.
Ma il traguardo suo si chiama Giappone. Qui il cristianesimo, portato da san Francesco Saverio nel 1549, nel 1600 aveva quasi un milione di seguaci. Ma per essi è cominciata la Via Crucis. Sul Paese regna di nome l’imperatore, ma di fatto comanda lo shogun.
Questo titolo indicò dapprima un incarico temporaneo (tipo l’antico dictator romano) ed è poi diventato ereditario nella potente famiglia Tokugawa. Il primo shogun della casata, Ieyasu (1546-1616), favorisce dapprima gli scambi con l’Occidente e non combatte i cristiani.
Ma gravi incidenti provocati da stranieri lo spingono verso la politica del sakoku, lo Stato chiuso agli occidentali (tranne gli olandesi, però controllatissimi), e verso la lotta attiva al cristianesimo, visto come dottrina nemica.
Già nel 1597 erano stati crocifissi a Nagasaki 26 tra missionari e neofiti. Ma dal 1616 la persecuzione diventa generale, continuando anche sotto i due successori di Ieyasu, Hidetada e Iemitsu: cacciata dei missionari, uccisione di quelli rimasti e anche di cristiani giapponesi; oltre 200 morti fino al 1632 e comunità cristiana sconvolta.
A questo punto fra Giordano decide: "Vado in Giappone". Sa ciò che lo aspetta. E vuole lucidamente farsi imitatore di Cristo, fino a dare la vita sul suo esempio.
Arriva a Nagasaki travestito da mercante, con altri tre sacerdoti. Riprende l’evangelizzazione clandestina nei villaggi, dà coraggio ai cristiani, vive nei nascondigli protetto da loro. Ma nell’agosto 1634 viene catturato insieme al domenicano fra Tommaso Nishi. Prima della condanna a morte ci sono mesi di torture per loro e per Marina di Omura, una terziaria domenicana giapponese che li ha ospitati.
Altri missionari e fedeli vengono intanto uccisi, e per loro la fine viene in novembre. Marina è messa a morte l’11, fra Giordano e fra Tommaso il 17. Tutti e tre verranno canonizzati a Roma nel 1987 da Giovanni Paolo II, insieme ad altri 13 testimoni della fede, occidentali e giapponesi, uccisi nel 1633, nel 1634 e nel 1637.
(Autore: Domenico Agasso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - San Giordano Ansalone, pregate per noi.


*San Gregorio di Tours – Vescovo (17 novembre)

Clermont-Ferrand (Francia), ca. 538 - Tours, 17 novembre 594

Etimologia: Gregorio = colui che risveglia, dal greco
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: A Tours in Neustria sempre in Francia, San Gregorio, vescovo, che succedette in questa sede a sant’Eufronio e compose una storia dei Franchi con stile chiaro e semplice.
Giorgio Fiorentino, che prese il nome di Gregorio in occasione della sua consacrazione episcopale, in memoria di un bisavolo che fu vescovo di Langres, nacque nell'Alvernia, a Clermont, il 30 novembre 538. L'anno della sua nascita ci è noto da qualche punto di riferimento contenuto nei suoi scritti.
Tuttavia gli storici di Gregorio hanno interpretato diversamente questi dati cronologici; la maggioranza si accorda però sulla data del 538 e sembra che questa interpretazione sia definitiva.
Gregorio apparteneva a una delle più illustri famiglie della nobiltà gallo-romana; essa contava un martire, cinque vescovi poi onorati come santi, dei senatori. Suo padre, di salute cagionevole, morì giovane senza avere mai occupato cariche pubbliche, lasciando alla vedova Armentaria la cura di allevare i loro tre figli, Giorgio, Pietro, che diverrà diacono e morrà assassinato da un invidioso, e una figlia di cui si ignora il nome, che sposerà un certo Giustino.
Dopo la morte del marito, Armentaria lasciò Clermont e venne a stabilirsi nel regno di Borgogna presso Cavaillon, dove aveva una proprietà.
Il piccolo Gregorio aveva allora otto anni; uno dei suoi zii, il futuro vescovo di Lione, San Nicezio, si incaricò della sua educazione.
Un altro zio, San Gallo, aveva fondato a Clermont, sua città episcopale, una scuola diretta da Avito, anche lui futuro vescovo. Gregorio frequentò questa scuola e prese un gusto vivissimo agli studi e l'amore per i libri: infatti, divenuto vescovo, cercò di procurarsi una biblioteca ben fornita.
Lesse molto, soprattutto libri storici; infatti, delle citazioni o reminiscenze che si trovano fra le sue opere è possibile affermare che lesse la Cronaca di Eusebio, tradotta da San Girolamo, e la sua Storia Ecclesiastica, tradotta da Rufino, le Ricognizioni di Clemente, il libro degli Uomini illustri di San Girolamo, passiones di martiri e Vitue di Santi, specialmente i libri di Sulpizio Severo su San Martino.e lesse anche Sidonio Apollinare.
Dell'opera di Virgilio studiò a memoria lunghi frammenti tanto che soleva citare spesso l'Eneide. Lesse anche Sallustio e forse Aulo Gellio e Plinio, ma non conosceva Cicerone che attraverso San Girolamo.
Fu soprattutto attirato dagli scritti sacri, specialmente dalla Bibbia come informa lui stesso. Le citazioni che fa della Sacra Scrittura nei suoi scritti provano che doveva averla letta nelle versioni popolari di quelle "antiche Bibbie latine fatte per il popolo da gente del popolo, di cui il testo del Pentateuco di Lione ci dà un'idea molto esatta e il cui latino, pieno di barbarismi e di
scorrettezze di ogni genere, non era adatto ad inculcare il rispetto della grammatica, né a rendere il suo orecchio piú delicato".
Gregorio Iesse ed usò alcuni apocrifi del Nuovo Testamento e una collezione di estratti apocrifi degli Atti degli Apostoli. Conobbe anche, ma non molto, s. Girolamo, Cassiano, Sedulio, Lattanzio, Marziano Capella, s. Ilario di Poitiers, il Liber pontificalis.
I Padri della Chiesa non occuparono alcun posto nelle sue citazioni, ma non si può concludere che non li avesse letti.
All'età di venticinque anni, Gregorio fu ordinato diacono della Chiesa dell'Alvernia; poco tempo dopo, cadde gravemente malato, ma fece un pellegrinaggio alla tomba di San Martino, dove ottenne la guarigione. Poi rimase qualche tempo a Tours presso il vescovo Eufronio, suo cugino. Soggiornò in seguito in Borgogna poi a Lione, dove assolse le funzioni di diacono presso suo zio Nicezio.
Durante la sua permanenza a Reims nel 578 ebbe notizia della morte di suo cugino vescovo di Tours e della propria elezione a succedergli, fatta diciotto giorni dopo la morte del predecessore. Ricevette la consacrazione episcopale a Reims dalle mani del vescovo Egidio indi raggiunse la sua città residenziale.
Fra i vescovi di Tours solo cinque non erano della sua famiglia, non c'è da stupirsi quindi che sia succeduto a suo cugino, inoltre egli aveva nella Chiesa franca, fama di sapiente e di sant'uomo.
Tours si trovava, dopo la divisione del 567, nel regno di Sigeberto regno in verità composto di territori distaccati, aventi per capitali Reims e Tours. Quando Gregorio accedette all'episcopato, la Chiesa gallo-romana era in un periodo di adattamento ad una situazione nuova. La Gallia stava perdendo; il suo aspetto romano ed entrava nel periodo barbarico.
Politicamente il paese riunificato da Clotario I, era stato diviso dopo la sua morte, nel dicembre 561, fra i suoi quattro figli, Cariberto, Gontranno, Sigeberto e Chilperico. Cariberto fu re dell'Ovest, da Amiens fino ai Pirenei con Parigi per capitale (Tours era in questa parte); Gontranno ebbe Orléans, il Berry, le vallate della Saona e del Rodano; Sigeberto ebbe, con Reims, i paesi dell'Est sul bacino della Mosa, del Reno e, al di là di questo fiume, il dominio su diverse tribú germaniche fino all'Elba, ebbe inoltre, l'Alvernia e una parte della Provenza. Chilperico ebbe la parte piú piccola verso Nord con capitale Soissons.
Ma essendo Cariberto morto nel 567, i suoi tre fratelli se ne divisero il territorio in maniera bizzarra. Chilperico, che aveva sposato una schiava affrancata, Fredegonda di triste memoria, ottenne il Nord e il Mezzogiorno, piú Rouen e il suo territorio, Evreux, Le Mans, Angers e la Bretagna, Bordeaux, Limoges, Cahors, il Béarn e Bigorre. Sigeberto ricevette Tours, Poitiers e qualche altro dominio al Sud della Garonna. Gontranno ottenne Nantes, Saintes, Angouleme, Périgueux e Agen. La città di Parigi restò indivisa fra i tre fratelli.
Data l'instabilità provocata da queste frequenti divisioni di territori, la guerra civile era una minaccia costante e spesso una triste realtà. Per giunta i costumi rudi dell'epoca facevano sí che, anche senza guerre e razzie, gli assassini, gli assedi alle città fossero frequenti.
La Chiesa soffriva nel suo clero, nel suo patrimonio e specialmente nei suoi edifici spesso rovinati o bruciati.
La città di Tours aveva allora una grande importanza, la sua posizione geografica, la sua ricchezza la rendevano invidiabile.
Essa era inoltre un centro spirituale della Gallia: il vescovo di Tours, infatti, successore di San Martino e custode del suo sepolcro, era uno dei grandi personaggi della Chiesa franca.

(Autore: Jacques Lahache – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Gregorio Taumaturgo – Vescovo (17 novembre)

Sec. III - m. 270

Etimologia: Gregorio = colui che risveglia, dal greco
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: A Neocesarea nel Ponto, nell’odierna Turchia, San Gregorio, vescovo, che, abbracciata fin dall’adolescenza la fede cristiana, fu grande cultore delle scienze sia umane sia divine; ordinato vescovo si mostrò insigne per dottrina, virtù e zelo apostolico e per i numerosi miracoli da lui operati ricevette il nome di Taumaturgo.
San Gregorio, soprannominato Taumaturgo, nacque al principio del secolo III in Neocesarea del Ponto. I suoi genitori, illustri per nobiltà e ricchezze, ma idolatri, lo allevarono, assieme al fratello Atenodoro, nelle pagane superstizioni.
Ma la Provvidenza Divina che aveva prestabilito di farne due grandi luminari della Chiesa, dispose che ancora fanciulli trovassero la verità e la vera religione.
Dotato di grande penetrativa e di una sete inestinguibile di sapere, Gregorio fu messo a frequentare la scuola di filosofia del celebre Origene.
Alla luce di quelle lezioni tanto eloquenti, la sua mente logica fu rischiarata e ben presto volle essere battezzato. Approfonditosi in modo particolare nello studio della Sacra Scrittura, deliberò di consacrarsi interamente al divino servizio e di rinunziare a ogni vantaggio terreno.
Infatti, mentre era ancora a Cesarea, la morte gli rapì i genitori, ed egli trovandosi padrone di molte ricchezze, ne fece parte alle vedove e agli orfani e si ritirò in una solitudine.
La penitenza, la preghiera e la studio della Sacra Bibbia furono i suoi grandi mezzi per salire alla contemplazione e alla perfezione. Non potè tuttavia rimanere ignoto, poichè la fama dei suoi consigli e delle sue virtù giunse agli orecchi del santo vescovo Fotino, che per speciale rivelazione dello Spirito Santo, lo volle far risplendere sul candelabro della Chiesa, creandolo vescovo di Neocesarea.
Invano tentò ripetutamente di sottrarsi al grave peso; ma conosciuta essere quella la volontà di Dio, dopo una conveniente preparazione, fece l’ingresso nella sua popolatissima città, che non contava però più di 17 cristiani.
Nondimeno la sua fama di uomo straordinario aveva incoscientemente preparato quel popolo idolatra al culto del vero Dio; e da parte sua il Santo non risparmiò sforzi, preghiere e specialmente miracoli per affrettarne la conversione.
Ne riportiamo qualcuno. Si trattava di costruire il primo tempio cristiano; ma il fiume da un lato e la montagna dall’altro rendevano angusto il luogo. Il Santo comanda al monte di scostarsi, e il monte docilmente si sposta quanto è necessario.
Il popolo si lagnava che una palude, già causa di discordie tra fratelli, rendeva insalubre il clima. Gregorio con il segno di croce la fa divenire fertile campagna.
In una piena, il torrente di Casalmacco ruppe gli argini e minacciava l’abitato: vi accorre il Santo, pianta in terra il suo bastone, le acque si ritirano nel loro alveo e il bastone diviene robustissima pianta.
I tanti prodigi del taumaturgo vescovo non valsero a salvarlo dalla persecuzione di Decio, nè dall’esilio. Di là vigilava e pregava per la perseveranza del suo gregge nella fede.
Conosciuta poi, per divina rivelazione, l’ora della sua morte, comandò di fare diligente ricerca di quanti pagani rimanessero ancora nella sua diocesi, e saputo ch’erano 17 esclamò: "Deo gratias, alla mia venuta trovai appunto 17 cristiani!".
Dopo 25 anni di episcopato chiuse placidamente gli occhi nel Signore. Era l’anno 270.

(Autore: Antonio Galuzzi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Sant'Ilda – Badessa (17 novembre)

Sec. VII

Martirologio Romano: A Whitby nella Northumbria in Inghilterra, santa Ilda, badessa, che accolta la fede e i sacramenti di Cristo, posta alla guida del monastero, si adoperò per il rinnovamento della disciplina monastica maschile e femminile, per la difesa della pace e dello spirito di carità e per la promozione del lavoro e della lettura della Sacra Scrittura, al punto che si riteneva avesse compiuto in terra opere celesti.
La madre, una Principessa inglese, sognò di avere sotto il vestito un brillante purissimo e bellissimo, che tratto fuori illuminava tutta la isola con il suo splendore. Pensò naturalmente alla nascita di un maschio, il quale avrebbe rinnovato la gloria del Re Edwin, e fu delusa quando invece venne alla luce una bambina.
Vagheggiò allora per lei uno splendido sposalizio con un Principe, che l'avrebbe fatta brillare su qualche trono inglese, com'ella, la madre, aveva brillato al fianco di Ererico, Re di Nurthumbria.
Il Vescovo Paolino, compagno di Sant'Agostino di Canterbury, e uno dei primi Vescovi
nell'Inghilterra del VII secolo, battezzò la bambina, nell'età della ragione, con il nome di Ilda. E fu proprio la bianca veste battesimale che dette alla Principessa il primo ammanto di luce.
Deludendo ogni aspettativa e disprezzando ogni onore, Ilda abbandonò la casa principesca per mettersi al servizio di Dio.
Lasciò il paese dove era conosciuta, per recarsi nelle regioni orientali dell'isola, celandosi agli occhi del mondo e rimanendo solo sotto lo sguardo del Padre celeste.
Allora si vide quanto fosse stato profeticamente vero il sogno di sua madre. Più Ilda fuggiva il mondo, più il mondo la seguiva; più si celava, più si rivelava la luce spirituale che da lei irradiava con abbagliante splendore.
A trentatré anni, Ilda attirava attorno a sé giovani desiderose di vita contemplativa. Dov'ella passava, sorgevano monasteri in ogni contea dell'Inghilterra.
Per altri trentatré anni Ilda ricamò per la sua patria questa mistica veste, con una delicatezza e insieme con una fermezza che fecero stupire anche gli uomini più quadrati. A lei, donna, si rivolgevano infatti per consiglio i potenti dell'isola; a lei, monaca, ricorrevano prelati e religiosi.
Per trent'anni, Ilda fu così la guida spirituale dell'Inghilterra cristiana. La prima cosa che raccomandava era la giustizia.
Il primo dovere, il primo debito dell'uomo, per questa donna piena di illuminata saggezza, era la giustizia, che non si stancava mai di consigliare. Conseguenza della giustizia era la pace, e fiore della raggiunta pace nella giustizia era la pietà. Come si vede, la dottrina e la condotta di Ilda non aveva nulla di sentimentale.
Ella partiva dalla solida piattaforma delle virtù cardinali, giustizia, fortezza, prudenza e temperanza, per salire alle virtù teologali, fede, speranza e carità. Partiva dalla vita pratica per giungere a quella contemplativa.
Molti dei suoi seguaci, cioè di coloro che si posero sotto la sua guida spirituale, divennero Vescovi, e furono ottimi pastori, appunto perché solidamente formati da quella donna che univa a una infiammata carità una profonda saggezza.
Santa Ilda fu così la grande maestra di spirito dell'Inghilterra; il diamante che illuminò tutta l'isola. Gli ultimi anni della sua vita, nel celebre monastero di Whitby, furono tormentati da una febbre continua, che la consumava senza spengerla. Sembrava che il calore della sua anima struggesse a poco a poco il corpo, sprigionando sempre nuova e inesauribile luce. A quella luce, come un faro levato su tutta l'isola, guardavano Vescovi e Sovrani, monaci ed eremiti, donne e fanciulli, per indirizzare la loro navigazione verso il sicuro porto delle anime.

(Fonte: Archivio Parrocchiale)
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*Beato Josafat Kocylovskyj - Vescovo e Martire (17 novembre)
Scheda del Gruppo cui appartiene: Beati 25 Martiri Greco-Cattolici Ucraini
Senza Data (Celebrazioni singole)

Pakosivka (Polonia), 3 marzo 1876 - Capaivca, Kiev, 17 novembre 1947
Emblema:
Bastone pastorale, Palma
Martirologio Romano: Nella città di Capaivca nel territorio di Kiev in Ucraina, Beato Giosafat Kocylovskyj, vescovo di Przemysl e martire, che, durante l’oppressione della patria sotto un regime ateo, rese la sua anima a Dio da fedele discepolo di Cristo.
Il Beato Josafat nacque il 3 marzo 1876 nel villaggio di Pakosivka (Polonia), compì gli studi teologici a Roma e il 9 ottobre 1907 venne ordinato sacerdote.
Divenne Vice-rettore e professore di teologia presso il seminario di Stanislaviv, attualmente Ivano-Frankivsk.
Il 2 ottobre 1911 entrò nell’Ordine Basiliano dove emise i voti monastici prendendo il nome di Josafat; il 23 settembre 1917 fu ordinato vescovo dell’Eparchia di Peremysl.
A settembre 1945 fu arrestato per la prima volta dalle autorità comuniste polacche, ma poi scarcerato nel 1946.
L’11 febbraio 1946 fu ordinata la deportazione degli ucraini residenti in Polonia, Josafat Kocylovskyj fu arrestato una seconda volta e deportato nel carcere di Kiev in Ucraina, dove si ammalò gravemente di polmonite.
In seguito venne trasferito al lager di Capaivca (regione di Kiev), dove subì continue pressioni per indurlo a passare alla Chiesa russo-ortodossa; morì nello stesso lager a causa di emorragia cerebrale all’età di 71 anni, il 17 novembre 1947.
E’ stato beatificato insieme ad altri 24 martiri ucraini, vittime della persecuzione comunista avvenuta dal 1935 al 1973, da Papa Giovanni Paolo II, il 27 giugno 2001 a Leopoli (Lviv) durante il suo pellegrinaggio apostolico in Ucraina.

(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Juan Del Castillo - Martire Gesuita (17 novembre)
Martirologio Romano: Ad Asunción in Paraguay, san Giovanni del Castillo, sacerdote della Compagnia di Gesù e martire, che in una delle reducciones, fondata in quello stesso anno da san Rocco González e affidata alle sue cure, fu sottoposto a crudeli supplizi per ordine di uno stregone e morì lapidato per Cristo.
È uno dei tre gesuiti martiri della regione del Rio de La Plata, beatificati da papa Pio XI il 28 gennaio 1934 e canonizzati da Papa Giovanni Paolo II ad Asunción in Paraguay, il 16 maggio 1988; essi sono Rocco Gonzalez de Santa Cruz, Juan del Castillo e Alonso Rodriguez.
Juan del Castillo era un nobile spagnolo nato a Belmonte (Cuenca) il 14 novembre 1596, entrò fra i gesuiti a Madrid il 22 marzo 1614; due anni dopo ebbe l’occasione di dedicarsi alla conversione degli Indios nelle celebri ‘riduzioni’ del Paraguay e dell’Uruguay.
Le "riduzioni" erano villaggi indigeni nei quali i gesuiti riunivano gli Indios che vivevano sparsi, per insegnare loro a lavorare stabilmente, convertendoli al cristianesimo e avviandoli alla vita civile, il termine ‘riduzione’ provenne dal programma di ‘ridurre’ gli Indios a vita stabile e ordinata.
Juan del Castillo partì il 2 novembre 1616 e sbarcò a Buenos Aires, proseguendo gli studi di filosofia e teologia a Cordova (Argentina) compiendoli nel 1625, l’anno successivo era già
notevolmente impegnato nella ‘riduzione’ di San Nicolò di Piratinù.
Il 15 agosto 1628 il padre Rocco Gonzalez, acconsentendo alla richiesta di 400 Indi del Yjuì, fondò per loro la ‘riduzione’ dell’Assunzione, chiamando il padre Juan del Castillo a dirigerla.
Lavorò per un certo tempo raccogliendo buoni frutti in conversioni ed organizzazione sociale, nonostante la ferocia degli indigeni. Gli stregoni erano particolarmente ostili ai missionari e alle ‘riduzioni’ e fu uno di loro Nezù, che entrato nel villaggio organizzato per goderne i benefici, tenne però un atteggiamento di polemica contro i missionari, conservando le sue concubine e covando l’intento di annientarli e ricondurre gli indios alla fede degli avi.
Sobillato da un indio apostata di un’altra "riduzione", Nezù ordinò nel novembre 1628 di uccidere i religiosi e bruciare le chiese.
Prime vittime furono i padri gesuiti Rocco Gonzalez e Alonso Rodriguez, uno paraguayano e l’altro spagnolo, che furono uccisi il 15 novembre; il padre Juan del Castillo, ignaro della sorte dei confratelli impegnati in altre ‘riduzioni’, stava recitando il breviario, quando fu circondato da un gruppo di Indios che con un tranello lo trascinarono attraverso i boschi, finché lo uccisero a colpi di scure e bruciandolo.
Il martire poté solo dire: "Sia per amor di Dio!" mentre veniva ucciso, era il 17 novembre 1628.
La vicenda del martirio dei gesuiti e l’esperienza delle loro ‘riduzioni’, sono state mirabilmente rappresentate nel celebre film "Mission".

(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Lazzaro - Monaco a Costantinopoli (17 novembre)

Etimologia: Lazzaro = Dio è il mio soccorso, dall'ebraico
Martirologio Romano: A Costantinopoli, san Lazzaro, monaco, che, nato in Armenia, fu insigne pittore di sacre icone; essendosi rifiutato di distruggere le sue opere, per ordine dell’imperatore iconoclasta Teofilo fu sottoposto ad atroci torture e, ricomposta poi la controversia sul retto culto delle immagini, fu mandato a Roma dall’imperatore Michele III per consolidare la concordia e l’unità di tutta la Chiesa.
La sua Vita ci è nota soprattutto grazie ad un continuatore del cronista Teofane riportato da Cedreno; questo testo è servito per la notizia dei sinassari bizantini.
Nato in Armenia verso la fine del sec. VIII, Lazzaro giunse ancor giovane a Costantinopoli ove si fece monaco. Apprese la pittura e divenne abilissimo in tale arte; ma la sua fama fu causa della persecuzione che ben presto lo raggiunse.
L'imperatore Teofilo (829-843) pubblicò, poco dopo il suo avvento al trono, un editto in cui si comminava la pena di morte a quei pittori che avessero rifiutato di distruggere i quadri di Santi.
Lazzaro fu citato innanzi all'imperatore che invano cercò di convincerlo a sottomettersi al decreto. Gettato in una cloaca, dove fu sul punto di morire asfissiato, Lazzaro riprese le forze e ritornò a dipingere le icone; allora Teofilo ordinò di applicargli sulla palma delle mani delle sbarre di ferro arroventato che arsero la carne fino all'osso.
L'imperatrice Teodora riuscì a farlo uscire dalla prigione, lo fece curare e lo mandò nel monastero di San Giovanni Battista del Phoberon sulla costa asiatica del Bosforo.
In riconoscenza, Lazzaro dipinse un quadro del santo Precursore che divenne strumento di miracoli e dopo la morte di Teofilo, dipinse anche la grande immagine del Cristo che si trovava sopra la porta della Calcide al palazzo imperiale.
Dopo di che egli si dedicò interamente ai suoi doveri religiosi e ricevette gli Ordini. L'imperatrice Teodora gli raccomandò l'anima del suo defunto marito pregandolo di perdonarlo, ma Lazzaro avrebbe risposto che non era più tempo di piegare la giustizia divina.
Nell'856 l'imperatore Michele III mandò Lazzaro a Roma per portare doni al papa Benedetto III, eletto di recente, così egli ebbe occasione di intrattenersi con il pontefice sui mezzi per ristabilire la pace nella Chiesa.
Si pretende che Lazzaro sia stato inviato una seconda volta a Roma e che sia morto a metà del viaggio (verso l'867), ma il fatto non sembra provato. Secondo i sinassari fu sepolto nel monastero di Evandro (Galata). Nellà Chiesa bizantina e nel Martirologio Romano la sua festa è celebrata al 17 novembre.

(Autore: Raymond Janin – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Lazzaro, pregate per noi.


*Beato Leone Saisho Shichiemon Atsutomo - Laico giapponese, Martire (17 novembre)
Scheda del Gruppo cui appartiene: Beati Martiri Giapponesi Beatificati nel 1867-1989-2008 - Senza data (Celebrazioni singole)
Jonai, Giappone, ca. 1569 – Sendai, Giappone, 17 novembre 1608
Laico della diocesi giapponese di Funai e membro della Confraternita del Rosario, Leone Saisho Shichiemon subì il martirio nella sua patria nel contesto di feroci ondate persecutorie contro i cristiani.
In seguito ad un rapido processo iniziato con il Nulla Osta della Santa Sede concesso in data 2 settembre 1994, è stato riconosciuto il suo martirio il 1° luglio 2007 ed è stato beatificato il 24
novembre 2008, sotto il pontificato di Papa Benedetto XVI, unitamente ad altri 187 martiri giapponesi.
Leone Saisho Shichiemon Atsutomo, samurai di alto rango, ricevette il battesimo il 22 luglio 1608, per le mani del futuro martire padre Jacinto Orfanell, Domenicano, beatificato nel 1988. Da allora s’impegnò in un cammino di preghiera e di perfezione, aderendo alla Confraternita del Santissimo Rosario.
Obbligato ripetutamente a bestemmiare dal suo daimyo (signore feudale, cui i samurai erano sottoposti), Leone resistette con fortezza e animo calmo, ma venne condannato a morte.
Partì per il luogo del martirio dopo aver consegnato le proprie armi, vestito con l’abito da cerimonia. Poco dopo, si inginocchiò su di una stuoia di paglia di fronte ad una piccola immagine della Deposizione di Gesù, che poi si mise sul petto, mentre con la mano destra sgranava il rosario.
Venne decapitato il 17 novembre 1608, tre mesi e mezzo dopo aver ricevuto il Battesimo. Il suo martirio avvenne nello stesso luogo da lui richiesto, vale a dire ad un crocevia, per indicare la Croce di Cristo.
Il vescovo monsignor Luis Cerqueira, in una lettera datata 5 marzo 1609 a papa Paolo V, riferì che Leone "era disposto a morire piuttosto che smettere di essere cristiano" e che la sua morte, vissuta "con tale sicurezza e gioia… era una cosa mai vista in quel regno".
In seguito ad un rapido processo, iniziato con il Nulla Osta concesso dalla Santa Sede in data 2 settembre 1994, è stato riconosciuto il suo martirio il 1° luglio 2007 ed è stato beatificato il 24 novembre 2008, sotto il pontificato di Papa Benedetto XVI, insieme ad altri 187 martiri giapponesi.
(Autore: Emilia Flocchini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Leone Saisho Shichiemon, pregate per noi.


*Beato Lupo Sebastiano Hunot – Martire (17 novembre)
Martirologio Romano: Nel braccio di mare antistante Rochefort in Francia, Beato Lupo Sebastiano Hunot, sacerdote di Sens e martire, che, gettato in quanto sacerdote in una sordida galera all’ancora nel mare durante la rivoluzione francese, patì tutte le durezze della prigionia e, divorato infine dalla febbre, portò a termine il suo martirio.

(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Lupo Sebastiano Hunot, pregate per noi.


*San Namazio di Vienne – Vescovo (17 novembre)

Martirologio Romano: A Vienne in Burgundia, ora in Francia, San Namazio, vescovo, che gestì con rettitudine gli impegni civili e, al contempo, resse e onorò la sede episcopale.
Ventiduesimo vescovo di Vienne, Namazio fu il successore di Esichio II che ancora nel 549 reggeva la sede.
Secondo il suo epitaffio in trentatré esametri tramandatoci da un ms del IX secolo, e il Libro episcopale dell'arcivescovo Leodegario (1060), Namazio nacque dopo il consolato di Simmaco, e cioè nel 486 e morì a settantatré anni, quindi nel 559-560; era di nobile stirpe ed aveva occupato onorevolmente importanti cariche civili portando il titolo di patrizio.
Dopo essersi consacrato al servizio dell'eterno re, aveva esercitato virtuosamente il magistero della parola e di tutte le opere di misericordia. Da un altro epitaffio, dovuto a Venanzio Fortunato, si sa anche che Eufrasia, sposa di Namazio, morì a settantatré anni, quindi nel 559-560, gli sopravvisse, tutta dedita alla pietà e alla carità.
Il Libro episcopale stabilisce l'anniversario di morì a settantatré anni, quindi nel 559-560 al 17 novembre e aggiunge che il suo corpo fu sepolto a sinistra dell'altare degli Apostoli e che più tardi venne trasferito dietro l'altare della basilica di Santa Maria.
Assente negli antichi martirologi, la memoria di morì a settantatré anni, quindi nel 559-560 compare nei calendari del XV secolo. Il suo culto fu confermato da Pio X il primo dicembre 1903.
(Autore: Bernard de Vregille - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - San Namazio di Vienne, pregate per noi.


*Beato Pietro Nolasco – Mercedario (17 novembre)
† 17 novembre 1606

Chiamato il Trentino, il Beato Pietro Nolasco era originario, come si può intuire dal nome, della città di Trento.
Spinto da forte fede verso Cristo, in età molto giovane, lasciò l'Italia per visitare la Terra Santa e passare poi ai grandi santuari spagnoli di Compostella, Saragozza ed arrivare infine a Tarragona.
Qui ospite dei padri mercedari nel convento di Sant'Antonio Abate, chiese di poter entrare nell'Ordine come frate laico.
Condusse una vita di rigida purezza nella preghiera e contemplazione e con il dono della profezia si elevò al più alto grado di santità.
All'età di 33 anni per una malattia mortale, in quello stesso convento di Tarragona, spirò dolcemente nel bacio del Signore il 17 novembre 1606 ed il suo trapasso fu onorato da numerosi miracoli.
L'Ordine lo festeggia il 17 novembre.

(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Pietro Nolasco, pregate per noi.


*Beata Salomea da Cracovia - Regina d’Ungheria, Badessa (17 novembre)
Cracovia, Polonia, 1211 circa – Sandomierz, Polonia, 17 novembre 1268

Ancor giovinetta, Salomea fu data in sposa a Colomanno, figlio di Andrea II, e divenne poi così regina d’Ungheria. I due sposi vissero in illibata castità.
Alla morte del marito, Salomea volle indossare l’abito francescano fra le Clarisse di Cracovia. Nel monastero, del quale divenne anche badessa, diede eccellenti esempi di umiltà e di obbedienza. Papa Clemente X nel 1672 ne confermò il culto quale Beata.
Martirologio Romano: Presso Cracovia in Polonia, Beata Saloméa, che, regina di Halicz, dopo la morte del marito, il re Colomanno, professò la regola delle Clarisse e svolse santamente l’ufficio di badessa nel monastero da lei fondato.
Salomea nacque verso il 1211 da Leszek il Buono, principe di Cracovia. É purtroppo assai difficile datare i primi eventi della sua vita, in quanto le fonti sul suo conto differiscono assai considerevolmente.
Pare comunque certo che all’età di soli tre anni venne affidata al vescovo di Cracovia, il Beato Vincenzo Kadlubek, affinché la conducesse alla corte del sovrano ungherese Andrea II. Leszek aveva infatti organizzato il matrimonio tra Salomea e Kálmán (nome solitamente italianizzato come Colomanno), figlio di Andrea, che a quel tempo aveva solamente sei anni.
I matrimoni concordati di questo genere non erano insoliti a quel tempo e la ragazza spesso sin da piccola viveva a corte del futuro suocero.
I due bambini furono incoronati e "governarono" Halicz per circa tre anni, finché la città non fu occupata da un principe della Rutenia, Mstislav, che li imprigionò. Durante la prigionia, Salomea,
che aveva circa nove anni, pronunciò con il suo fidanzato un voto congiunto di castità.
Quando gli ungheresi riconquistarono Halicz i due furono liberati ed infine fu celebrato solennemente il matrimonio.
Pare che dopo la cerimonia Salomea abbia iniziato a condurre una vita ascetica, divenendo terziaria francescana ed impegnandosi affinché la corte diventasse un modello di vita cristiana.
Kálmán governò la Dalmazia e la Slovenia sino alla sua morte, avvenuta nel 1241 combattendo contro i Tartari.
Per circa un anno la vedova rimase a corte intenta a compiere opere buone, ma nel 1242 preferì far ritorno in patria.
Divenne così generosa benefattrice dei frati minori e, con il sostegno del fratello Boleslao, intraprese nel 1245 la fondazione di un nuovo convento di Clarisse Povere presso Sandomierz.
Salomea indossò poi ella stessa l’abito francescano e divenne anche badessa del monastero. Nella vita comune con le consorelle diede eccellenti esempi di umiltà e di obbedienza.
Morì il 17 novembre 1268 e le sue spoglie mortali furono poi traslate nella chiesa francescana di Cracovia.
Papa Clemente X nel 1672 ne approvò il culto quale Beata ed il Martirologium Romanum la commemora ancora oggi nell’anniversario della nascita al cielo.

(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Beato Sisto Locatelli - Francescano (17 novembre)

Rivarolo Mantovano, Mantova, 1463 - Mantova, 17 novembre 1533
Sisto Locatelli nacque a Rivarolo Mantovano nel 1463. Preso l’abito francescano tra i Minori Osservanti, fondò il convento di Isola della Scala e riaprì quello di San Martino dall’Argine. Istituì inoltre alcuni Monti di Pietà: a Rivarolo Mantovano, a Cividale del Friuli e a Camposanpiero.
Predicò nel Triveneto, nelle Marche e in Calabria, fu studioso del dogma della Immacolata Concezione.
Come fece il Beato Bernardino da Feltre, il 25 marzo 1512, fondando il Monte di Rivarolo, durante
un quaresimale insistette sull'immoralità dell'usura che riduceva in miseria parte della popolazione.
Venne redatto uno statuto che fu presentato ad un notaio.
Il capitale necessario venne raccolto grazie alla beneficenza degli abitanti del luogo e ai capitali di due opere pie preesistenti: il Consorzio e la confraternita del SS. Sacramento.
Il Monte di pietà di Rivarolo aveva una sezione "frumentaria".
Fra Sisto morì a Mantova il 17 novembre 1533 nel convento di San Francesco di cui era guardiano.  
Sebbene il suo culto non sia stato confermato ufficialmente, la sua città natale lo elesse "patrono", dedicandogli in parrocchia un quadro di Marc’Antonio Ghislina che lo rappresenta mentre offre alla Vergine il borgo di Rivarolo.

(Autore: Daniele Bolognini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Sisto Locatelli, pregate per noi.


*San Tommaso Hioji Kokuzayemon Nishi - Sacerdote Domenicano, Martire (17 novembre)
Scheda del gruppo a cui appartiene:

“Santi Lorenzo Ruiz di Manila e 15 compagni”

Martirologio Romano:
A Nagasaki in Giappone, Santi Giordano (Giacinto) Ansalone e Tommaso Hioji Rokuzayemon Nishi, sacerdoti dell’Ordine dei Predicatori e martiri: il primo si adoperò a fondo per il Vangelo dapprima nelle isole Filippine e poi in Giappone, l’altro fu operoso propagatore della fede nell’isola di Taiwan e, negli ultimi anni, nella regione di Nagasaki nella sua patria.
Entrambi morirono per ordine del comandante supremo Tokugawa Yemitsu dopo esser stati sottoposti per sette giorni con animo invitto a crudeli supplizi sulla forca e in una fossa.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Tommaso Hioji Kokuzayemon Nishi, pregate per noi.


*Sant'Ugo di Lincoln - Monaco e Vescovo (17 novembre)
1140 - 1200

Nacque ad Avalon vicino Grenoble in Borgogna, verso il 1140, rimasto orfano entrò in una casa degli Agostiniani dove fu professo. A 25 anni entrò come monaco nella vicina Grande Chartreuse e verso il 1175 ne divenne procuratore. Ebbe così l'opportunità di conoscere personalmente Pietro di Tarantasia, futuro Papa Innocenzo V e il cavaliere di Maurienne, che lo fece conoscere al re Enrico II d'Inghilterra.
Quando nel 1178 re Enrico, in riparazione della morte di San Tommaso di Canterbury, eresse vari monasteri e riedificandone altri, tra i quali la Certosa di Witham, della quale Ugo venne inviato a prenderne il controllo nel 1179.
Nel 1186 divenne vescovo della diocesi di Lincoln, un vasto territorio che si estendeva dall'Humber fino al Tamigi. Nel 1200, su richiesta di re Giovanni, Ugo sottoscrisse il trattato di Le Goulet e mentre soggiornava in Francia, visitò per l'ultima volta la Grande Chartreuse, Cluny e Citeaux. Durante il suo rientro a Londra, si ammalò gravemente e morì nella sua casa di Londra la sera del 16 novembre 1200. (Avvenire)
Emblema: Bastone pastorale, cigno bianco
Martirologio Romano: A Lincoln in Inghilterra, Sant’Ugo, vescovo, che, dopo essere stato monaco certosino, fu eletto vescovo di questa sede e si adoperò egregiamente sia in difesa della libertà della Chiesa sia per liberare gli Ebrei dalle mani dei nemici.
Dei 23 Santi e Beati con questo nome vi sono alcuni che sono vere stelle lucenti di santità, come Sant’Ugo di Grenoble e Sant’Ugo di Cluny. Nell’elenco troviamo anche due santi Ugo (Hugh) di Lincoln, il primo è un fanciullo, l’altro è il celebre vescovo di cui parliamo.
Francese d’origine, nacque ad Avalon vicino Grenoble in Borgogna, verso il 1140, rimasto orfano entrò in una casa degli Agostiniani dove fu professo. A 25 anni ormai già diacono, entrò come monaco nella vicina Grande Chartreuse e verso il 1175 ne divenne procuratore, con l’incarico dell’accoglienza degli ospiti e del controllo dei fratelli conversi.
Ebbe così l’opportunità di conoscere personalmente Pietro di Tarantasia, futuro papa Innocenzo V e il cavaliere di Maurienne, che lo fece conoscere al re Enrico II d'Inghilterra.
E quando nel 1178 re Enrico, in riparazione della morte di San Tommaso di Canterbury, volle erigere vari monasteri e riedificandone altri, tra i quali la Certosa di Witham, chiamò dalla Grande Chartreuse vari monaci; ma la fondazione, per tanti aspetti negativi, sembrò fallire, allora venne inviato Ugo a prenderne il controllo nel 1179.
La comunità della Certosa riprese vigore, gli edifici furono ultimati e la reputazione di santità si sparse in tutta l’Inghilterra del Sud.
Nel 1186 il re Enrico II volle Ugo come vescovo della grande diocesi di Lincoln, che si estendeva dall’Humber fino al Tamigi, il quale accettò solo per ubbidienza al suo priore di Chartreuse.
La sua opera come vescovo fu immensa, efficiente e coraggioso; ricostruì la cattedrale danneggiata dal terremoto, scelse canonici di valore a cui affidò gran parte del lavoro presso il popolo, disperso nel vasto territorio; riorganizzò le scuole di Lincoln, le quali in quell’epoca furono al secondo posto in Europa dopo quelle di Parigi.
Tenne sinodi, visite pastorali, viaggiò instancabilmente per amministrare i sacramenti ai tanti fedeli. Come giudice, carica che gli competeva, era famoso per la sua giustizia incorrotta; tre papi lo nominarono arbitro della Santa Sede in diversi casi dell’epoca, che vedevano anche vescovi inglesi in contesa fra loro.
Soccorse continuamente i lebbrosi, i bambini, gli oppressi, in particolare gli ebrei, per i quali rischiò anche la vita. Un mese all’anno si ritirava nel suo monastero di Witham e con grande sua felicità, viveva la normale vita di certosino, lavando anche i piatti, suo passatempo preferito; mantenne per tutta la vita la giurisdizione della certosa per decreto del Capitolo Generale.
Pur essendo diventato amico personale di tre re inglesi e di uno scozzese, era intransigente nel difendere la libertà della Chiesa contro il potere secolare. Nonostante alcune scomuniche a diversi ufficiali reali, Enrico II lo inviò come ambasciatore in Francia nel 1188 per concludere un trattato di pace.
Nel 1200, su richiesta di re Giovanni, Ugo sottoscrisse il trattato di Le Goulet e mentre soggiornava in Francia, visitò per l’ultima volta la Grande Chartreuse, Cluny e Citeaux.
Durante il suo rientro a Londra, si ammalò gravemente di dissenteria e cecità, morì nella sua casa di Londra la sera del 16 novembre 1200.
Il funerale fu di una solennità eccezionale nella città di Lincoln, i re di Scozia e d’Inghilterra vollero l’onore di portare la sua bara. Subito dopo la sua morte, gli fu tributato un grande culto e nel 1220 fu canonizzato, primo santo certosino ad essere formalmente dichiarato tale, onore però sollecitato dalla diocesi di Lincoln.
Il 6 ottobre 1280 il suo corpo fu traslato nel nuovo e bellissimo "coro degli Angeli" nella cattedrale di Lincoln. Ma nel 1887 la tomba in cui si credeva vi fosse il suo corpo fu trovata vuota, ad eccezione di alcune vesti episcopali.
Ugo di Lincoln, classificato "il più bel carattere sacerdotale conosciuto nella storia", fu oggetto di raffigurazioni artistiche per tutti i secoli che hanno seguito la sua morte, in chiese, cattedrali, come pure in tutte le Certose d’Europa.
La sua celebrazione liturgica fin dal Medioevo è al 17 novembre.

(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Ugo di Lincoln, pregate per noi.


*Sant'Ugo di Novara di Sicilia – Abate (17 novembre)
Martirologio Romano: A Novara di Sicilia, Sant’Ugo, Abate, che, mandato da San Bernardo di Chiaravalle, diede inizio in questa terra e in Calabria all’Ordine Cistercense.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Altri Santi del giorno (17 novembre)
*
Santa Vittoria - Martire

*San

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