Santi del 18 Dicembre - Istituto Aveta

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Santi del 18 Dicembre

Il mio Santo > I Santi di Dicembre

*Beati 6 Redentori – Mercedari (18 dicembre)  

Mercedari redentori i Beati: Giacomo de Lara, Ludovico Gascò, Bernardo de Pratis, Pietro da Barcellona, Pietro de Quesada e Guglielmo de Quadres, sotto il generalato di San Pietro de Amer liberarono molti schiavi.
Rianimarono di fede i prigionieri con le loro virtù e meriti lasciando molti allievi nella santità.
Con la pace nel cuore, ognuno nel proprio convento, morirono e raggiunsero per sempre la patria eterna.
L’Ordine li festeggia il 18 dicembre.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Flamiano (Flannano) di Killaloe - Vescovo (18 dicembre)
Martirologio Romano:

A Killaloe in Irlanda, San Flannano, Vescovo.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Flavito - Eremita (18 dicembre)

Italia VI sec. – Marcilly-le-Hayer (Francia), 18 dicembre 618?
Venerato a Marcilly-Le-Hayer e a Villemaur-sur-Vanne.
In francese è conosciuto come San Flavy ed è venerato particolarmente a Marcilly-le-Hayer.
È ricordato tramite una leggenda riportata da un manoscritto del IX secolo e il suo culto è abbastanza diffuso.
La leggenda racconta che Flavito, vissuto nella seconda parte del VI secolo e l’inizio del VII, fu
fatto prigioniero in Italia e poi venduto a Troyes per trenta monete d’argento ad un certo Montanio, che lo impiegò nel suo fondo di “Marcelliacum” (Marcilly-le-Hayer) situato a circa 20 km a sud di Nogent-sur-Seine.
Si sa che  fu insidiato dalla moglie del padrone, respingendo la sua passione sopportò le calunnie, non volle sposarsi e fece prosperare gli affari di Montanio.
Svincolato dalla schiavitù, ricevé la tonsura ecclesiastica e poi fu ordinato prete; costruì un oratorio nella zona, dove condusse vita da eremita; morì il 18 dicembre di un anno imprecisato.
Due avvenimenti che lo riguardano sono datati: lo ordinò sacerdote San Lupo vescovo di Sens (m. verso il 623) e avrebbe resuscitato il figlio di re Clotario II (584-629), quindi San Flavito potrebbe essere morto intorno al 618; Marcilly-le-Hayer ha il centro del suo culto, vi si trovano due fontane del santo, di cui una la “fontaine d’Abondance” sarebbe sgorgata per un suo miracolo.
Nei dintorni vi sono due villaggi, uno Saint-Flavy porta il suo nome, l’altro Villamaur-sur-Vanne aveva una abbazia benedettina a lui dedicata e le sue reliquie sono qui venerate.
É ricordato il 18 dicembre sin dall’XI secolo.  
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

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*San Graziano (Gaziano) di Tours - Vescovo (18 dicembre)

Etimologia: Graziano = riconoscente, caro, dal latino
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: A Tours nella Gallia lugdunense, ora in Francia, San Gaziano, primo vescovo, che si dice sia stato trasferito da Roma a questa città e sia stato sepolto nel cimitero cristiano del luogo.
Gaziano (lat. Catianus, Gatianus, Gratianus; fr. Cassien, Gatien, Gratien), Santo.
Gregorio di Tours (m. 594), nell'Historia Francorum, racconta che nell'anno 250 furono inviati
da Roma sette  vescovi per evangelizzare la Gallia. Fra questi sette missionari figura Turonicis Catianus episcopas.
D'altra parte, nel capitolo De Turonicis episcopis con cui termina l'Historia, Gregorio dà il catalogo cronologico dei vescovi di Tours: in testa figura Gaziano con un episcopato di cinquant'anni, dopo il quale la sede sarebbe rimasta vacante trentasette anni.
Il successore di Gaziano sarebbe stato Litorius che governò la diocesi per trentatre anni; e il terzo vescovo fu San Martino, l'ordinazione del quale si colloca nel 371 o 372.
Che cosa si può ritenere di tutto ciò? Gregorio ha raccolto dalla tradizione orale i nomi dei sette vescovi ivi compreso quello di Gaziano così come la data del loro invio in Gallia. Se si può ritenere il nome di Gaziano, la precisione cronologica è assai più dubbia.
La durata dei due primi episcopati e quella della vacanza sono state evidentemente calcolate per accordare la data della missione e quella dell'ordinazione di San Martino.
É assai probabile che Gregorio abbia anticipato indebitamente le origini della Chiesa di Tours.
Gaziano dovrebbe porsi alla fine del sec. III o all'inizio del IV. In compenso i dettagli dati dallo stesso Gregorio sulla sepoltura di Gaziano: "in ipsius vici cimiterio, qui erat christianorum" ha tutte le apparenze di essere esatto.
Vi era dunque un cimitero nel suburbio di Tours. La cattedrale di Tours, primitivamente consacrata a San Maurizio, è attualmente dedicata a San Gaziano; ecco perchè è chiamata comunemente dal popolo La Gatianne.
La festa di San Gaziano è fissata al 18 dicembre.
(Autore: Henri Platelle - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

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*San Malachia - Profeta (18 dicembre)
Sofa, Palestina, ca. 519 al 425 a.C.

Il libro del profeta Malachia chiude, nell'Antico Testamento, la serie dei profeti minori.
Emblematico il fatto che gli ultimi versetti parlino di un messaggero del Signore inviato per ristabilire il giusto rapporto tra Dio e il suo popolo.
Una profezia messianica che nasce nel cuore della storia di Israele ma non si limita al contesto in cui ha avuto origine.
Malachia opera alcuni decenni dopo la ricostruzione del tempio, che era avvenuta attorno al 520 a.C., dopo il ritorno dall'esilio.
In questo periodo avevano già profetato e spinto a guardare avanti i profeti Aggeo e Zaccaria.
Ma la ricostituzione del rito templare spesso appare svuotato della sua vera anima: la celebrazione dell'amore di Dio che opera nella storia.
La voce di Malachia si leva per denunciare disinteresse ed esteriorità, lontananza dal Signore e ingiustizia.
La soluzione prospettata dal santo profeta è quella di una preparazione all'incontro con il Signore.
Un messaggio che risuona particolarmente adatto in questo periodo di Avvento. (Avvenire)
Martirologio Romano: Commemorazione di Aan Malachia, profeta, che, dopo il ritorno da Babilonia preannunciò il grande giorno del Signore e la sua venuta nel tempio e che sempre e dovunque si deve offrire al suo nome una oblazione pura.
San Malachia è l’ultimo dei profeti minori della Bibbia, che gli ebrei chiamano per questo “Sigillo dei profeti”.
Poco o nulla si sa della sua vita, era della tribù di Zabulon e nacque a Sofa; visse certamente dopo l’esilio babilonese (538 a.C.), durante la dominazione persiana, tuttavia non si può determinare con certezza se le sue profezie siano anteriori, contemporanee o posteriori al
ritorno di Esdra in Palestina (sommo sacerdote ebreo, codificatore del giudaismo, V-IV secolo a.C.).
Giacché nei libri dell’Antico Testamento di Esdra e di Neemia non si parla di Malachia, si potrebbe dedurre che egli sia vissuto dopo di loro, variando le ipotesi dal 519 al 425 a.C.
Il libro di Malachia tratta dei problemi morali relativi alla comunità ebraica, reduce dalla prigionia babilonese e a cui rimprovera le lamentele contro la Provvidenza di Dio, stimolandola a pentirsi.
Egli mette in evidenza “l’elezione” d’Israele, che non è solo un privilegio onorifico di Dio, ma comporta degli obblighi, come ogni dono divino; rimprovera i sacerdoti che trascurano e offendono la dignità di Iahweh e del culto a Lui dovuto.
Nella requisitoria contro il malcostume egli è intransigente e condanna i matrimon i misti, difende la indissolubilità del matrimonio; il libro termina con una visione escatologica (cioè quello che seguirà alla vita terrena e alla fine del mondo), annunciante la venuta del messaggero di Dio, che farà una cernita dei buoni nel suo popolo; in questa profezia si può prefigurare la venuta di Giovanni Battista.
I Padri sono concordi nel vedere in Malachia il preannunzio profetico del sacrificio della Messa, con Gerusalemme che perde il titolo di “luogo dove bisogna adorare”, e Gesù che istituisce il rito eucaristico per tutta l’umanità.
Nel libro di Malachia, è notevolmente diffuso il senso dell’immutabile giustizia di Dio e dell’universalità della vera religione.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Malachia, pregate per noi.


*Santi Namfamone e Compagni - Martiri in Africa (18 dicembre)

Martirologio Romano: Nell’Africa settentrionale, commemorazione dei Santi martiri Namfamone, Míggine, Sanámis e Lucítas, che, secondo la testimonianza del pagano Massimo di Madaura in una lettera a Sant’Agostino, godevano di grande venerazione presso il popolo cristiano.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Beata Nemesia (Giulia) Valle (18 dicembre)
Aosta, 26 giugno 1847 - Borgaro Torinese, 18 dicembre 1916

Giulia (1847-1916), in gioventù entrò nella Congregazione delle Suore della Carità di S. Giovanna Antida Thouret. Trascorse molti anni a Tortona come insegnante e superiora dell'Istituto S. Vincenzo. Fu molto amata e stimata dalle sue consorelle, dalle alunne e dalle loro famiglie.
Fu, poi, maestra delle novizie a Borgaro Torinese. Nella sua Congregazione era considerata una "regola vivente", praticata nell'umiltà, nel sacrificio e nella fedeltà. Le sue virtù sono state dichiarate eroiche nel 2002.
Martirologio Romano: A Borgaro vicino a Torino, Beata Nemesia (Giulia) Valle, vergine dell’Istituto delle Suore della Carità, che, insigne nel formare i giovani e guidarli all’amore del Vangelo, percorse sempre la via dei precetti del Signore nella carità verso il prossimo.
Giulia Valle nacque ad Aosta il 26 giugno 1847, donando tanta felicità ad una coppia giovane e benestante che aveva già perso prematuramente i due figli precedenti; seguì la nascita di Vincenzo. Purtroppo gli anni sereni furono pochi, la mamma morì giovanissima, Giulia aveva solo quattro anni. Il padre era spesso via per affari, ospiti della casa un po’ austera del nonno paterno, i due fratelli percepirono tutta la tristezza di essere orfani.
Si trasferirono, in seguito, presso i parenti materni, dove, in un'atmosfera più tranquilla, ricevettero in casa una buona istruzione. Giulia aveva un carattere forte, simile alle montagne che circondano la sua città, e sentimenti puri, come l'aria che si respira tra quei monti. Arrivò ad un certo punto la decisione di iscriverla ad un collegio, venne scelto uno lontano da casa, a Besançon, gestito dalle Suore della Carità di S. Giovanna Antida. Più di tutto le pesò il distacco dal fratello, verso cui provava l'affetto di una madre.
In collegio trovò serenità e accoglienza; i quattro anni lì trascorsi segneranno il suo futuro. Dopo una vacanza premio a Bordeaux e Parigi tornò in famiglia. Il padre, trasferitosi nel frattempo a Pont St. Martin, aveva una nuova moglie: per i due fratelli si rivelò una matrigna. Se Giulia era più remissiva, Vincenzo non riusciva proprio a sopportarla: a 16 anni lasciò la casa. In un lungo abbraccio le promise che avrebbe scritto, per motivi sconosciuti Giulia non avrà mai più sue notizie. Questo dolore l'accompagnerà per tutta la vita. Molti anni dopo, quando ormai anziana per abitudine non amava parlare della sua adolescenza, gli unici sospiri che manifestava erano per lui.
Giulia aveva 18 anni e partito il fratello, solo una cosa nessuno poteva toglierle: la fede. Strinse un forte legame con la piccola comunità di suore presente nel paese; erano della stessa congregazione di Besançon.
Un giorno, com'era naturale, arrivò una buona proposta di matrimonio. Il padre glielo comunicò con un certo orgoglio, ma Giulia, risoluta, trovò il coraggio di manifestare la volontà di diventare suora della carità. Era una decisione meditata a fondo. Il padre non nascose il disappunto, ma nemmeno la ostacolò. L'8 settembre 1866 sarà lui che la condurrà in carrozza a Vercelli dove, nel monastero di S. Margherita, c’era il noviziato. Era un nuovo distacco, definitivo, per una vita nuova.
Incontrò le difficoltà di tutte le novizie: doveva assimilare le regole dell'istituto e dimenticare le comodità del passato. Un giorno, mentre era intenta con altre compagne a riordinare una stanza, dalla strada sentì una musica che tante volte aveva ballato. Abbracciato un cuscino, improvvisò una danza nell'allegria generale. Non tardò ad arrivare la punizione che lei accettò serenamente. Cresceva intanto la sua spiritualità, secondo il carisma della fondatrice "Dio solo", ripeteva "veramente in Dio solo dobbiamo mettere tutta la nostra felicità". Il modello a cui guardava era la Madonna. Perfezionò la sua formazione, alternando lo studio ai lavori di cucina, per lei inusuali.
Il 29 settembre 1867 indossò l'abito, divenendo suor Nemesia. Due mesi dopo, conseguito il diploma di maestra, fu destinata all'Istituto S. Vincenzo di Tortona che comprendeva un collegio, una scuola e un orfanotrofio. Vi resterà 35 anni.
Le fu affidata una prima elementare. All'inizio sembrò soccombere di fronte all'esuberanza delle bambine, ma la bontà e l'umiltà, che sempre premiano, ebbero la meglio. Diceva: "Sii paziente, sii umile: ci guadagnerai sempre!". Purtroppo, com'era all'epoca consuetudine, vi era un trattamento differente tra le orfanelle e le educande, Suor Nemesia fece il possibile per eliminarlo almeno nell'insegnamento. Cercò di trasmettere l’amore per la bellezza del creato attraverso lo studio e l'osservazione dell'arte e della natura. Un'alunna, dopo tanti anni, dirà: "ci conosceva ad una ad una, sapeva capirci". Il 15 ottobre 1873 fece la professione.
Oltre ai voti di povertà, castità, obbedienza, c'era quello peculiare della congregazione: assistere materialmente e spiritualmente i poveri.
Lo realizzò appieno per il resto della vita. Dopo qualche anno si dedicò esclusivamente all'insegnamento del francese, ma era la sua bontà ad affascinare tutti, dentro e fuori la Casa. Bontà non significò debolezza, quando era necessario rimproverava, anche severamente.

Nel 1886, alla morte della superiora di cui era il braccio destro, era naturale che fosse lei la designata alla successione.
Provò uno smarrimento iniziale, per la consapevolezza dell'alta responsabilità e per il fatto che non avrebbe avuto più tanto tempo da dedicare alle sue ragazze. Poi comprese che come superiora sarebbe stata più libera nelle opere di carità, soprattutto fuori dall'istituto. "Al mattino prestissimo scivolava, non notata, fra le vie più nascoste a portare essa stessa, con il dono materiale, il conforto della sua bontà ai poveri più poveri e dimenticati".
Gli impegni erano tanti, doveva anche far quadrare i conti sempre in rosso, ma se qualcuno chiedeva di parlarle ascoltava attentamente, come se non avesse nessun altro pensiero. Non mancarono gli attriti con le consorelle, ma la sua calma era disarmante. Sferruzzava continuamente, anche quando parlava con persone importanti, provvedendo così alla biancheria delle orfanelle, dei seminaristi per cui aveva una speciale predilezione e anche dei soldati del vicino distretto militare.
Le generazioni si susseguivano: tutti volevano mantenere i rapporti con suor Nemesia, andavano anche per presentare un fidanzato o far conoscere un bimbo appena nato. Lei, che non aveva conosciuto il calore materno, ebbe sempre un'attenzione particolare per le orfanelle, cercava di aiutarle anche quando lasciavano l'istituto.
I soldi non bastavano mai, ma nonostante ciò aiutava le missioni. Il direttore spirituale dell'istituto, don Giuseppe Carbone, fattosi cappuccino, partì per l'Eritrea. Lei lo sostenne e con tante iniziative raccolse denaro per aiutarlo. Nacque così il primo circolo missionario della città. Incoraggiò pure un altro direttore dell'istituto, Don Daffra, quando fu eletto vescovo di Ventimiglia. Gli preparò, con l'amore di una mamma, gli abiti pontificali.
"Oh, il cuore di Suor Nemesia!" esclamavano tutti. Aiutò come poté il giovane S. Luigi Orione e ospitò più volte la B. Teresa Grillo Michel. Restò sempre umile, "Lodata da tanti ammiratori delle sue Opere, sapeva con una parolina, con uno scherzo piacevole, declinare le lodi e riversarle dolcemente sugli interlocutori".
Nel 1901, per ristabilirsi da una malattia, la beata Nemesia soggiornò per qualche tempo nei pressi dei Santuari di Crea e di Varallo. Il 10 maggio 1903, dopo 35 anni trascorsi a Tortona, arrivò l'ordine che nessuno si aspettava: partire per un nuovo incarico. Una nuova comunità nasceva vicino a Torino per accogliere le tante vocazioni di quegli anni: occorreva una maestra delle novizie straordinaria. Non riuscì a guardare negli occhi coloro ai quali doveva dare l’addio, partì alle 4 del mattino salutando con una lettera. " Vi assicuro che, col pensiero vi seguirò in cappella, in classe, in giardino…vi ho mandato il mio bacio e l'abbraccio materno”. Il vuoto che lasciava era enorme.
Soggiornò una notte a Torino dove le avevano preparato una stanza con i dovuti onori, lei non si fece riconoscere e dormì sistemata alla meglio.
A Borgaro Torinese, nel Castello dei Birago, ancora da adattare, nasceva una nuova provincia religiosa. Il suo compito di maestra delle novizie era tra i più delicati, vi mise tutto l'impegno possibile. Lavorava al loro fianco per dare il buon esempio, anche se ormai avanti negli anni non era un problema per lei inginocchiarsi pubblicamente davanti alla superiora. In tredici anni formò circa 500 novizie, con la corrispondenza le seguì anche negli incarichi successivi.
Tra i suoi scritti leggiamo: "Se la notte, il deserto e il silenzio sono sordi, Colui che ti ha creato
ti ascolterà sempre" "Stammi allegra, santamente allegra! Canta, canta sempre! Non inquietarti: attendi al presente!".
Grande devota dell'Eucaristia, un giorno, per il suo onomastico, chiese in regalo l'esposizione del Santissimo per tutta la giornata. Amava spesso ritirarsi in solaio per pregare da sola.
Il 10 dicembre 1916, mentre imperversava la Seconda Guerra Mondiale, si ammalò di polmonite. Nella malattia, che durò pochi giorni, rispettò l'ordine del silenzio datole dalla superiora per risparmiare le forze. Si spense alle 21,10 del 18 dicembre. Nella stanza si diffuse un profumo soave di rose e viole, il Signore ricompensava così colei che per tutta la vita l'aveva amato nel servizio del prossimo. Tante volte aveva ripetuto: "L'amore che si dona è l'unica cosa che rimane”.
Beatificata da Giovanni Paolo II il 25 aprile 2004, le sue spoglie mortali sono venerate nella chiesa dell'Istituto di Borgaro Torinese.
Preghiera composta dalla B. Nemesia:
"O Vergine tutta pura, Madre del Santo Amore che devi all'umiltà tutta la tua grandezza, io non trovo più giusto titolo per supplicarti di aiutarmi a vincere la mia superbia.
O Beatissima Madre non chiedo altro che uno dei tuoi sguardi: guardami e poi, se poi ti accontenterai di vedermi così povera … allora anch'io mi accontenterò di rimanere tale". Informazioni: Suore della Carità - Borgaro Torinese Tel. 011 4701005
(Autore: Daniele Bolognini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Nemesia Valle, pregate per noi.


*Santi Paolo Nguyen Van My, Pietro Truong Van Duong e Pietro Vu Van Truart (18 dicembre)
Martirologio Romano: Sul colle Gò-Voi nel Tonchino, ora Viet Nam, Santi Paolo Nguyễn Vǎn Mỹ, Pietro Trưỏng Vǎn Đường e Pietro Vũ Vǎn Truật, martiri, che, catechisti, saldi nella fede, morirono strangolati sotto l’imperatore Minh Mạng.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Paolo Nguyen Van My, Pietro Truong Van Duong e Pietro Vu Van Truat, pregate per noi.


*San Quinto, Simplicio e Compagni - Martiri (18 dicembre)
Etimologia: Quinto = il quinto figlio nato, dal latino
Emblema: Palma
Si tratta di un gruppo di 36 martiri che il “Martirologio Geronimiano!” elenca al 18 dicembre, classificandoli genericamente “in Africa”.
Oltre i nomi non vi sono indicazioni sufficienti a capire se sono morti tutti insieme, in un determinato luogo, e se sono tutti africani.

Il solo Quinto può identificarsi con il martire citato nella Lettera 71 di San Cipriano, ucciso sotto Decio o Valeriano (251 o 253 ca.).
In definitiva si può trattare di un gruppo di martiri di diverse epoche e di diverse regioni, accomunati nella celebrazione nello stesso giorno.
I loro nomi sono: Quinto, Simplicio, Pompinio, Paolo, Aritife, Cresto, Degno, Datulo, Feliciano, Mosé, Rogaziano, Martirio, Orato, Evasio, Vittoria, Privato, Tinno, Salvatore, Sito, Teturo, Vittorico, Celiano, Settimino, Rustico, Bassa, Lucania, Onorato, Saturnino, Ceciliana, Namfamone, Felice, Vincenzo, Aresto, Museo, Siddino, Adiutore.
È da ammirare il fatto che in tanta bufera persecutoria dei primi secoli del cristianesimo, si siano potuti raccogliere e tramandare almeno i nomi di questi sconosciuti cristiani, martirizzati in odio alla nuova religione.
Il nome Quinto deriva dal latino ‘Quintus’ e significa “quinto nato”; potrebbe però anche significare “nato nel quinto mese” che per gli antichi romani era il mese di luglio, giacché l’anno iniziava con marzo.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Quinto, Simplicio e Compagni, pregate per noi.


*San Wunibald di Heidenheim (Vunibaldo) - Abate (18 dicembre)
Wessex (Gran Bretagna), 701 - Heidenheim (Germania), 18 dicembre 761

Vunibaldo nacque nel 701 nel Wessex (Inghilterra) da una famiglia importante per la Chiesa: il fratello fu il grande vescovo di Eichstätt (Baviera) Villibaldo, lo zio Bonifacio, l'evangelizzatore della Germania, e la sorella Valburga, figura carismatica del ramo femminile del monastero di Heidenheim, fondato da Vunibaldo nella diocesi retta dal fratello. Fu importante centro culturale e missionario.
Pellegrino a Roma e in Terra Santa, al ritorno entrò con Villibaldo tra i benedettini di Montecassino. Nel 738 fu chiamato dallo zio in Germania e mandato ad evangelizzare Turingia e Baviera. Morì nel 761. E quando il fratello ne fece esumare le spoglie, nel 777, esse erano intatte. Protegge sposi e minatori. (Avvenire)
Patronato: Sposi, Minatori
Martirologio Romano: Nel monastero di Hildesheim nella Baviera, in Germania, San Vinebaldo, abate, che, di origine inglese, insieme al fratello San Villibaldo seguì San Bonifacio e lo aiutò nell’opera di evangelizzazione delle popolazioni germaniche.
San Wunibald chiamato anche Wynnebald, nacque nel 701 nel Wessex, in Gran Bretagna, da genitori anglosassoni, il padre secondo tardive tradizioni, era un re di nome Riccardo e la madre si chiamava Wunna.
Divenuto giovane, nell’estate del 721 insieme al padre ed al fratello Willibald, intraprese un pellegrinaggio a Roma, una vera impresa per quell’epoca, ma il padre arrivato a Lucca, morì durante il viaggio.
Wunibald per motivi di studio, rimase a Roma in un monastero fino al 739, mentre il fratello Willibald proseguiva nel 723 fino alla Terra Santa, meta finale di molti pellegrinaggi medioevali.
Nel 729-30 Wunibald ritornò brevemente in Gran Bretagna e qui convinse ai suoi ideali ascetici,
un altro fratello, di cui non si sa il nome e insieme ripartirono per Roma. Nel 738 nella città pontificia incontrò s. Bonifacio Winfrid (680-755) suo parente, il grande monaco anglosassone, evangelizzatore della Germania; Wunibald attratto dall’ideale missionario di s. Bonifacio, lasciò la vita contemplativa del monastero romano e nel 739 giunse come missionario in Turingia, regione della Germania, qui fu consacrato sacerdote dallo stesso Bonifacio, il quale gli affidò la cura di sette chiese, stabilendo la sede a Sülzenbrücken a sud di Erfurt.
Qui ritrovò anche suo fratello Willibald il quale fu consacrato nel 742, vescovo di Eichstätt, da San Bonifacio, che era diventato arcivescovo di Magonza. Chiamato dal duca Odilone, Wunibald nel 744 si recò in Baviera per diffondere il suo apostolato missionario, nella regione presso il fiume Vils nel Pfalz Superiore.
Dopo tre anni di intenso lavoro, nel 747 ritornò da Bonifacio, arcivescovo di Magonza, ma la sua permanenza in questa città non fu lunga, egli contrariamente al fratello, era sempre attratto dalla vita monastica e dalla solitudine e così d’accordo con il fratello vescovo, acquistò in una zona isolata presso Eichstätt, un terreno e insieme ad alcuni compagni, nel 752 ne iniziò la coltivazione e nello stesso tempo cominciò ad erigere il monastero di Heidenheim.
Una volta completato il convento, ne divenne il primo abate, dedicandosi alle missioni ed al ripristino della fede cristiana nella popolazione, nel frattempo ricaduta nel paganesimo; fu ammirato ma anche odiato per il suo zelo e la sua austerità.
Gli ultimi anni della sua vita furono provati da grave malattia, nonostante ciò egli fece ancora un faticoso viaggio a Würzburg, per incontrare il vescovo locale e poi al monastero di Fulda, dove era la tomba di San Bonifacio, morto nel 755; questi viaggi avevano lo scopo di mantenere in vita e sostenere il suo monastero.
Desiderava finire la sua vita a Montecassino, dove era già atteso, presso la tomba del patriarca San Benedetto, alla cui Regola aveva affidato il suo monastero, ma il fratello vescovo Willibald lo distolse a causa dell’impedimento delle sue gravi infermità. Wunibald morì pertanto a Heidenheim, il 18 dicembre 761, assistito dal fratello e lì sepolto.
La sorella San Valburga, monaca a Wimborne era stata trasferita ad Heidenheim come badessa delle monache, chiamata dal fratello Willibald, in questo cosiddetto doppio monastero, il cui ramo maschile era diretto da Wunibald, alla morte di questi, divenne badessa generale del doppio monastero; nel 776 Willibald fece costruire una chiesa più grande e un anno dopo fece trasferire solennemente il corpo del fratello abate, nella nuova cripta, confermand o in tal modo il culto che era iniziato subito dopo la morte.
La maggior parte delle sue reliquie risultano disperse dal tempo della Riforma Protestante (XVI sec.), alcune sono sparse in varie città della Germania. La città di Eichstätt annovera tra i suoi Santi patroni, almeno dal 1075, i tre fratelli Willibald, Wunibald e Valburga; durante i secoli vi sono state varie cerimonie e traslazioni che hanno visto le reliquie dei tre fratelli, insieme esposte alla venerazione dei fedeli.
San Wunibald ha un culto molto diffuso in Germania ed è patrono di tante località, che non è possibile qui elencare; è stato anche soggetto molto rappresentato nell’arte; innumerevoli sono i bassorilievi, busti, pitture, reliquiari, sigilli, incisioni, statue che lo raffigurano, raramente da solo, è sempre in abiti da monaco, a volte con il pastorale di abate o con il libro della Regola e dal 1500 anche con una cazzuola in mano, simbolo della costruzione del monastero.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Wunibald di Heidenheim, pregate per noi.


*Altri Santi del giorno (18 dicembre)

*San
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.

 
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