Santi del 18 Giugno - Istituto Aveta

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Santi del 18 Giugno

Il mio Santo > I Santi di Giugno

*Sant'Alena da Forest - Vergine e Martire (18 giugno)

Dielbeek (Bruxelles) 620 ca. – Forest (Belgio), 17 giugno 640
Nata nel VII secolo in Belgio da pagani.
Battezzata di nascosto fu scoperta mentre si recava all'Eucaristia e uccisa nel 640.
Emblema: Palma
É una santa giovane martire del Belgio, nel tempo dell’evangelizzazione del Paese; la sua ‘Vita’ fu
compilata da u anonimo alla fine del secolo XII e risente delle caratteristiche delle narrazioni fantasiose agiografiche, che tanto furono usate da autori, che non avevano notizie certe dei Santi di cui narravano.
Alena (Elena) nacque da genitori pagani a Dielbeek presso Bruxelles e si sarebbe fatta battezzare di nascosto della famiglia nella chiesa di Forest.
Il fatto scatenò le ire del padre, che sembra fosse un re del paese, il quale ordinò ai suoi soldati di prenderla quando tornava dalla chiesa e di portarla dinanzi a lui.
Sembra che nella fase della cattura e del trascinarla con forza, uno dei soldati le spezzò un braccio ed Alena in seguito a questa traumatica ferita, morì il 17 giugno 640.
Venne sepolta nella stessa Forest, nel punto dove nel 1105 sorse un monastero di monache benedettine.
Il suo corpo fu esumato nel 1193 dall’abate di Afflighem, Godescalco e poi nel 1582 fu chiuso in una teca d’argento e sistemato in un nuovo altare costruito nel coro delle monache.
La festa celebrativa di Sant'Alena da Forest è al 18 giugno, oppure di solito la domenica che precede il 24 giugno.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Sant'Amando di Bordeaux - Vescovo (18 giugno)
sec. V

Martirologio Romano: A Bordeaux in Aquitania, in Francia, Sant’Amando, vescovo, che istruì nella dottrina della verità e battezzò San Paolino da Nola, che spesso lo lodò.
Nato nella seconda metà del sec. IV, fu educato dal vescovo san Delfino, cui sarebbe succeduto nel 404.
Il suo fervore apostolico si manifestò contro i pagani e gli influssi priscillianisti di origine peninsulare; secondo Venanzio Fortunato e Gregorio di Tours, egli in quest'opera avrebbe avuto l'appoggio di san Severino (fr. Seurin), tanto che ritenne giusto cedergli le proprie funzioni, che però riprese dopo la morte di lui.
Durante il suo sacerdozio Amando preparò al battesimo san Paolino di Nola, al quale restò unito da grande affetto, come testimoniano alcune lettere.
Fu pure in corrispondenza con San Gerolamo.
Morì verso il 432 e fu sepolto nella chiesa di San Severino. La sua festa si celebra il 18 giugno.
(Autore: Charles Lefebvre – Fonte: Enciclopedia dei Santi)

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*San Calogero - Eremita in Sicilia (18 giugno)

Calcedonia (Tracia), 466 ca. – Monte Cronios (Sciacca), 561 ca.
Le notizie sulla sua vita sono così confuse tanto che si è pensato che potessero riferirsi a più santi con lo stesso nome.
Con il nome Calogero che etimologicamente significa " bel vecchio " venivano infatti designate quelle persone che vivevano da eremiti.
E Calogero è venerato in Sicilia presso Sciacca, nel monastero di Fregalà presso Messina, e in altre città.
L'unica cosa sicura su di lui è l'esistenza in Sicilia di un santo eremita, con poteri taumaturgici.
A Fragalà è stata scoperta alla testimonianza più antica legata al suo culto, alcune odi scritte nel IX secolo da un monaco di nome Sergio, da cui risulterebbe che Calogero proveniva da Cartagine e morì nei pressi di Lilibeo. le lezioni dell'Uffizio, stampate nel 1610, lo dicono invece proveniente da Costantinopoli ed eremita sul monte Gemmariano.
Etimologia: Calogero = di bella vecchiaia, dal greco
Martirologio Romano: Sul monte Gemmariaro presso Sciacca in Sicilia occidentale, San Calogero, eremita.
Il termine Calogero, di origine greca, significa “bel vecchio”; nell’ideale greco della bellezza, ciò che è bello, è anche giusto e buono, basti pensare che nel Vangelo di Giovanni, l’originale greco definisce Gesù il “bel pastore”, che poi è stato tradotto in il “buon Pastore”.
L’uso di questo termine venne applicato in Oriente e nel Sud Italia ai monaci eremiti, che vennero chiamati così "calogeri", pertanto alcuni studiosi pensano che il nome del santo eremita Calogero non fosse questo, ma bensì l’appellativo con cui veniva riconosciuto; altri studiosi comunque sono convinti che fosse proprio il suo nome.
Secondo la tradizione, giacché mancano documentazioni certe, Calogero nacque verso il 466 a Calcedonia sul Bosforo, una cittadina dell’antica Tracia, che nel 46 d.C. divenne provincia romana e che poi seguì le sorti dell’impero bizantino; fin da bambino digiunava, pregava e studiava la Sacra Scrittura e secondo gli ‘Atti’ presi dall’antico Breviario siculo-gallicano, in uso in Sicilia dal IX secolo fino al XVI, egli giunse a Roma in pellegrinaggio, ricevendo dal papa Felice III (483-492), il permesso di vivere in solitudine in un luogo imprecisato.
Qui egli ebbe una visione angelica o un’ispirazione celeste, che gli indicava di evangelizzare la Sicilia; tornato dal papa ottenne l’autorizzazione di recarsi nell’isola, con i compagni Filippo, Onofrio e Archileone, per liberare quel popolo dai demoni e dall’adorazione degli dei pagani.
Mentre Filippo si recò ad Agira e Onofrio e Archileone si diressero a Paternò, Calogero si fermò durante il viaggio a Lipari, nelle Isole Eolie, dove su invito degli abitanti si trattenne per qualche anno, predicando il Vangelo ed insegnando loro come ricevere i benefici per i loro malanni, utilizzando le acque termali e stufe vaporose; ancora oggi un’importante sorgente termale porta il suo nome, come pure le grotte dai vapori benefici.
Durante la sua permanenza nell’isola di Lipari, ebbe anche la visione della morte del re Teodorico († 526) che negli ultimi anni aveva preso a perseguitare quei latini che riteneva un pericolo per il suo
regno, fra i quali furono vittime il filosofo Boezio (480-524) suo consigliere, il patrizio romano capo del Senato, Simmaco († 524) e il papa Giovanni I († 526).
Ciò è riportato nei ‘Dialoghi’ del papa s. Gregorio I Magno, la visione si era avverata nell’esatto giorno ed ora della morte del re, e Calogero vide la sua anima scaraventata nel cratere del vicino Vulcano.
In seguito ad altra visione, Calogero lasciò Lipari per sbarcare in Sicilia a Syac (Sciacca), chiamata dai romani ‘Thermae’ per i bagni termali, presso i quali sorgeva; convertì gli abitanti e poi decise di cacciare per sempre “le potenze infernali” che regnavano sul vicino monte Kronios, consacrato al dio greco Kronos, che per i romani era il dio Saturno.
Sul monte Giummariaro, altro nome derivante dagli arabi che lo chiamarono monte “delle Giummare”, dalle palme nane che crescevano sui suoi fianchi e che poi prese il nome di Monte San Calogero, come oggi è conosciuto insieme al nome Cronio, il santo eremita prese ad abitare in grotte e spelonche e intimò ai demoni di lasciare quei luoghi.
Gli ‘Atti’ dicono che il monte sussultò fra il fragore di urla e poi tutto si quietò in una pace di paradiso; Calogero si sistemò in una grotta adiacente a quelle vaporose, che come a Lipari, anche qui esistono abbondanti.
In detta grotta vi è murata sulla roccia, l’immagine in maiolica di San Calogero, posta sopra un rustico altare, che si dice costruito da lui stesso; l’immagine è del 1545 e rappresenta l’eremita con la barba che tiene nella mano destra un libro e un ramo-bastone, ai suoi piedi vi è un fedele inginocchiato e una cerbiatta accasciata e ferita da una freccia.
L’immagine si rifà ad un episodio degli ultimi suoi giorni, essendo ormai ultranovantenne, egli non riusciva più a cibarsi, per cui Dio gli mandò una cerva, che con il suo delicato latte lo alimentava; un giorno un cacciatore di nome Siero, scorgendo l’animale, prese l’arco e trafisse con una freccia la cerva, la quale riuscì a trascinarsi all’interno della grotta di Calogero, morendo fra le sue braccia.
Il cacciatore pentito e piangente, riconobbe nel vegliardo colui che l’aveva battezzato anni prima, chiese perdono e Calogero lo portò nella vicina grotta vaporosa, dandogli istruzioni per le proprietà curative di quel vapore e delle acque che sgorgavano da quel monte. Il cacciatore Siero, divenuto suo discepolo, salì spesso sul monte a visitarlo, ma 40 giorni dopo l’uccisione della cerva, trovò il vecchio eremita morto, ancora in ginocchio davanti all’altare; secondo la tradizione era morto nella grotta fra il 17 e il 18 giugno 561 ed era vissuto in quel luogo per 35 anni.
Diffusasi la notizia accorsero gli abitanti delle cittadine vicine, che lo seppellirono nella grotta stessa, poi trasferito in altra caverna di cui si è persa la memoria lungo i secoli.
Nel IX secolo un monaco che si firmava Sergio Cronista, cioè abitante del monte Cronios o Kronios, compose in lingua greca alcuni inni in suo onore, in cui veniva citato che s. Calogero non era approdato a Sciacca come si riteneva, ma a Lilybeo, l’odierna Marsala, senza indicare dove fosse morto, ma sollecitando a visitare e onorare la grotta in cui il santo era vissuto, scacciando i demoni e operando tante guarigioni di ammalati.
Uno studioso contemporaneo Francesco Terrizzi, sostiene che s. Calogero, perduti i compagni martirizzati dai Vandali, si recò dapprima a Palermo passando poi per Salemi, Termini Imerese, Fragalà, Lipari, Lentini, Agrigento, Naro e infine Sciacca; si spiegherebbe così le tante tradizioni e le diverse grotte abitate e attribuite ad un unico e medesimo Santo.
C’è da aggiungere che le reliquie del santo, secondo un’altra tradizione, erano state successivamente trasferite in un monastero a tre km dalla grotta, nel 1490 furono traslate a Fragalà (Messina) dal monaco basiliano Urbano da Naso e poi nell’800 a Frazzanò (Messina), nella chiesa parrocchiale; qualche sua reliquia è custodita anche nel santuario di San Calogero, sorto vicino alla sua grotta sull’omonimo monte di Sciacca nel XVII secolo e che è meta di pellegrinaggi.
Ad ogni modo San Calogero è veneratissimo in tutta la Sicilia e in tutte le città sopra citate è onorato con suggestive processioni e celebrazioni, tipiche della religiosità intensa dei siciliani, quasi tutte si svolgono nel giorno della sua festa il 18 giugno.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Santi Ciriaco e Paola - Martiri (18 giugno)

sec. IV
Lapidati in Africa, durante la persecuzione dell'imperatore Diocleziano. Patroni di Malaga in Spagna.
Martirologio Romano: In Africa, Santi Ciriaco e Paola, martiri.
I dati forniti dai martirologi e dai calendari sui santi Ciriaco (lat. Cyriacus, Quiriacus) e Paola non sono affatto concordanti e danno origine a vari problemi.
Il Martirologio Geronimiano tra il 16 e il 21 giugno presenta, ripetutamente e sotto indici topografici diversi, il nome di Ciriaco, solo o unito al nome di Paolo ed anche di Paola :16 giugno: «In Africa Ciriaci»; 17 giugno: «Romae Cyriaci»; 18 giugno «In Thomi(s) Pauli Cyriaci»; 20 giugno: «In Thomis civitate Pauli Cyriaci Paulae»; 21 giugno: «In Affrica... Cyriaci». Usuardo, invece, che nel suo soggiorno in Spagna nell'858 aveva potuto raccogliere varie notizie per il suo Martirologio, al 18 giugno riporta il seguente elogio: «In Hispaniis, civitate Malaca, sanctorum martyrum Siriaci et Paulae virginis, qui post multa tormenta sibi allata, lapidibus obruti, inter saxa animas coelo reddiderunt».
Nel 961, il vescovo Recemondo compose il calendario conosciuto come Calendario di Cordova, e al 18 giugno ricordò «festum Quiriaci et Paule interfectorum in civitate Cartagena et festum utriusque in montanis sancti Pauli in Vifi Cordube». I calendari mozarabici del sec. X, non specificando il luogo del martirio, riportano allo stesso giorno la memoria «Sanctorum Siriace et Paule». Alcuni scrivani credettero che Ciriaco fosse una donna e scrissero infatti Siriace e, anzi, alcuni di essi «Sanctarum Syriace et Paule».
Il Martirologio Romano segue l'elogio di Usuardo. Un leggendario manoscritto del sec. X dell'abbazia castigliana di San Pedro de Cardeña, conservato attualmente al British Museum, contiene la Passio sanctorum Siriace et Paule, que passi sunt in civitate Tremeta sub Anolino proconsule die XIII Kalendas iulias.
Vi si dice che durante l'impero di Diocleziano e Massimiano i proconsoli di tutte le province
ricevettero l'ordine di perseguitare i cristiani. Il proconsole Anolino fece conseguentemente radunare a Cartagine i cristiani della sua giurisdizione territoriale.
Nella loro città, chiamata civitas Urcitana (forse l'antica Urusi o Urci, sede episcopale, e l'attuale Sougda non lontana da Furni e da Zama, nell'Africa Proconsolare), un certo Silvano arrestò Ciriaco e sua sorella Paola, vergine non ancora diciottenne. Condotti al tribunale di Anolino, essi subirono un lungo interrogatorio e dopo essere stati flagellati furono imprigionati. Interrogati nuovamente e torturati, furono condannati a morte. Prima dell'esecuzione Anolino li fece condurre per i vari municipi della regione. Un araldo li precedeva annunziando gli stessi supplizi per quanti non si fossero sottomessi ai decreti imperiali.
Giunti a Tremeta (forse Themetra, città africana attestata da un'iscrizione, ma che non è stato ancora possibile localizzare, Ciriaco e Paola dopo una notte trascorsa in prigione furono lapidati.
La passio termina col racconto del vano tentativo, fatto dal predetto Silvano, di bruciare i corpi dei Santi, per poi farne gettare le ceneri in mare. Una prima volta furono i ministri, incaricati di gettarli sul rogo, che bruciarono in vece loro, una seconda volta intervenne un improvviso uragano a spegnere le fiamme.
In territorio africano non è rimasta traccia di un culto reso ai due santi. Si presenta con una certa attendibilità l'ipotesi che vede in un'iscrizione scoperta a Pavillier in Tunisia («Reliquiarum beati martiris Quiriaci») un ricordo in terra africana del nostro Santo.
Dall'insieme di questi indizi si può legittimamente concludere che i santi Ciriaco e Paola appartengono non all'agiografia spagnola, ma a quella africana. Forse il loro culto e il racconto del loro martirio fu portato in Spagna da monaci che vi si rifugiarono per sfuggire alle persecuzioni.
I nomi di Ciriaco e Paola s'aggiungono così a quelli di altri Santi africani che, per il propagarsi del loro culto nella penisola iberica, furono considerati poi santi locali. Si prestavano ad appoggiare tale supposizione i nomi stessi delle città di Carthago e della civitas Urcitana, scambiati per quelli di Cartagena e di Urci, cittadina tra Cartagena e Malaga.
Usuardo nel suo elogio, ripreso poi dal Martirologio Romano, dipende da un racconto simile a quello della passio citata. Si noti tuttavia che Usuardo, imitato ancora dai redattori del Martirologio Romano, ricorda al 20 giugno Paolo e Ciriaco, martiri di Tomi nel Ponto, non accorgendosi che si tratta degli stessi personaggi ricordati al 18 giugno nei breviari di numerose diocesi della Spagna. Ciriaco e Paola sono patroni della città di Malaga, dove la loro festa è celebrata con grande solennità.
(Autore: Gian Michele Fusconi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Santa Elisabetta di Schonau - Religiosa (18 giugno)

Bonn, Germania, 1129 – Schonau, Germania, 18 giugno 1164
Martirologio Romano:
A Schönau nella Renania in Germania, Santa Elisabetta, vergine, insigne nell’osservanza della vita monastica.
Di nobile famiglia, com'è stato ultimamente dimostrato, Elisabetta nacque con ogni probabilità a Bonn, in Renania, nel 1129. Poteva avere dodici anni quando i genitori, di cui si conosce soltanto il nome del padre, Hartwig, l'affidarono per l'educazione alle monache della doppia abbazia benedettina di Schònau sul Reno, nei pressi di Sankt Goarshausen, dove ella prese poi il velo e fece la professione religiosa nel 1147.
Dieci anni più tardi venne eletta magistra, ossia superiora delle monache che non avevano badessa poiché dipendenti dall'abate, che era allora Egberto, fratello della stessa Elisabetta, il quale esercitò sempre grande influenza su di lei e ne fu anche consigliere spirituale e suo primo biografo.
Tra i suoi parenti più immediati, dei quali rimane il ricordo, si hanno un altro fratello, di nome Ruggero, premostratense, che fu prevosto a Pòhlde (Sassonia), ed il nipote Simone, che divenne a sua volta abate di Schònau.
Reduce da una grave malattia nel 1152, Elisabetta cominciò ad avere visioni ed estasi, durante le quali si trovava a parlare con Nostro Signore, con la Madonna e con i santi del giorno, estasi che duravano talvolta parecchie settimane e che a mano a mano debilitarono talmente il suo fisico, cagionevole peraltro sin dall'infanzia, da condurla, appena trentacinquenne, alla tomba nella stessa Schonau il 18 giugno 1164 e non 1165, come trovasi anche indicato.
Fatta segno di particolare venerazione già da viva ed ancor più dopo la morte, soltanto nel 1584, al
tempo di Gregorio XIII, il nome di Elisabetta di Schonau venne iscritto nel Martirologio Romano sotto la data del 18 giug.: « Schonaugiae, in Germania, sanctae Elisabeth virginis, ob monasticae vitae observantiam Celebris » (Comm. Martyr. Rom., p. 244, n. 8); nel 1854, poi, il suo ufficio liturgico fu inserito nel proprium della diocesi di Limburgo (Assia), che celebra tuttora la festa della santa nel giorno suindicato. Delle reliquie della santa, profanate dagli Svedesi nel 1632, si potè salvare soltanto la testa, che è venerata attualmente nella chiesa parrocchiale di Schonau.
Indottavi dal fratello Egberto (m. 1184), Elisabetta mise in scritto, a mano a mano che si manifestavano, tutte le sue visioni, per cui si ebbero i tre Libri visionum, che godettero di larga diffusione durante il Medioevo, come dimostra il gran numero di mss. ancor oggi esistenti; il Liber viarum Dei, compilato ad imitazione della Scivias di s. Ildegarda ed incentrato quasi interamente sulla necessità della penitenza e di una riforma morale della Chiesa; le Visiones de resurrectione beatae Mariae Virginis, sull'Assunzione di Maria S. ma, ossia sulla traslazione gloriosa della Madre di Dio in corpo ed anima dalla terra al cielo; il Liber revelationum de sacro exercitu virginum Coloniensium, compiuto nell'anno corrente tra l'ott. del 1156 e l'ott. del 1157, in cui tratta in termini assolutamente fantastici di Sant' Orsola e delle sue undicimila vergini martiri, e che doveva contribuire notevolmente allo sviluppo ed alla divulgazione della leggenda fiorita intorno alla santa patrona di Colonia.
Nei vari scritti di Elisabetta di Schonau, non sempre dotati di sani criteri teologici e politici, si sente assai chiaramente l'influsso, talvolta poco felice, del fratello e superiore Egberto, il quale contribuì inoltre grandemente alla redazione stessa delle opere suddette, e non solo sotto l'aspetto letterario per compensare le deficienze stilistiche della sorella, ma influenzandone anche in varie occasioni lo stesso suo pensiero, come si avverte, per esempio, nella questione dello scisma provocato dall'imperatore Federico Barbarossa (del cui partito Egberto era buon aderente) con l'elezione nel 1159 dell'antipapa Vittore IV (V) in opposizione al legittimo pontefice Alessandro III. Attraverso un'attenta lettura delle opere è possibile distinguere, infatti, sia pure con una certa approssimazione, quanto spetta ad Egberto da quanto appartiene, invece, realmente alla sua veggente sorella.
Di lei restano, altresì, ventitré lettere, molto varie di contenuto, dirette a vescovi, abati, monache (tra quest'ultime figura anche Sant'Ildegarda), che vanno dal 1154 all'anno della sua morte, in cui spesso l'estatica monaca di Schonau si lascia andare ad un linguaggio alquanto duro, specie per stigmatizzare i vizi dell'epoca, un linguaggio in vero contrasto con la semplicità del suo animo infantile, mostrandosi tuttavia sempre meno originale della sua grande amica Sant' Ildegarda di Bingen, la « profetessa di Germania », l'altra celebre mistica benedettina tedesca, rimasta anch'essa famosa per le visioni.
(Autore: Niccolò Del Re - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Sant'Equizio - Diacono (18 giugno)

San Palerio, vescovo di Telese ed Equizio, diacono
I due Santi sono legati alla questione dell’origine della diocesi di Telese e dei suoi primi vescovi.
L’unica certezza è una lapide che attesta la rivelazione divina della presenza dei Santi corpi e
della loro sepoltura in luogo consono in San Martino V.C., consacrato dal vescovo Guglielmo di Avellino nel 1167.
La Chiesa di S. Palerio, diruta, per varie avvenimenti, divenne cava di materiale edile; in questa occasione vennero riscoperte le sante reliquie e la lapide suddetta (anno 1712).
Dopo analisi dei resti, avvenuta a Benevento, il Card. Orsini (poi Benedetto XIII) fece trasportare le sante reliquia a San Martino V.C. e deporre sotto l’altare maggiore della Chiesa di San Giovanni Battista (5 marzo 1713).
Questo avvenimento riporta in luce la devozione verso i sue Santi, le cui sante reliquie sono venerate nella Chiesa Metropolitana di Benevento e nella Cattedrale di Telese.
La memoria liturgica concessa dalla Sacra Congregazione dei Riti nel 1795 per la diocesi di Benevento e Telese-Cerreto dispone: San Palerio - 16 giugno - Sant'Equizio - 18 giugno.
(Autore: Don Marco Grenci – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Sant'Erasmo - Anacoreta e Confessore (18 giugno)

Etimologia: Erasmo = amabile, piacevole, simpatico, dal greco
Di un suo culto nella Chiesa greca ci sono garanti i Sinassari della famiglia M-Mc (sec. XIV), i quali ne celebrano la memoria al 18 giugno.
I consueti trimetri giambici che precedono l'elogio precisano che questo Santo ritenne sempre cose desiderabili la morte.
Si tratta, come si vede, di un dato purtroppo assai generico che non permette di acquistare alcun altro elemento cronologico e topografico su Sant'Erasmo: potremmo tutt'al più arguirne che questo Santo fu un asceta, forse un monaco, e che veniva considerato come un confessore.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)

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*Beato Gonsalvo di Silos (18 giugno)

Il Beato Gonsalvo di Silos è stato un monaco dell’abbazia benedettina di Santo Domingo di Silos, nell’arcidiocesi di Burgos in Spagna.
Il monastero risalente all'epoca visigota e venne scomparve durante l'occupazione musulmana. Nel X secolo tornò a risorgere la comunità monastica raggiungendo una fervente attività, nel periodo in cui il conte Fernando o Fernão Gonzales governava in Castiglia (930-970).
Del Beato Gonsalvo non sappiamo nulla; alcuni storiografi lo indicano come discepolo di San Domenico.
Il culto per il Beato Gonsalvo è attestata in una iscrizione, che si trovava nel suo sepolcro, rinvenuta quando le sue ossa furono traslate, nel lontano 1578, nella chiesa dell’abbazia.
La sua festa, menzionata nel Santoral Español, ricorre il giorno 18 giugno.

(Autore: Mauro Bonato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Gregorio Giovanni Barbarigo - Vescovo (18 giugno)

Venezia, 16 settembre 1625 - Padova, 18 giugno 1697
Gregorio Barbarigo nel 1556 viene incaricato da Alessandro VII di coordinare i soccorsi agli appestati dell'Urbe.
Il Papa ha grande fiducia in questo 31enne sacerdote veneziano, conosciuto anni prima in Germania.
Nel 1567 lo nomina vescovo di Bergamo, poi lo crea cardinale.
Gregorio agisce secondo lo stile del suo modello: Carlo Borromeo. Passa poi a Padova dove dà grande slancio al seminario, puntando molto sul sapere teologico, biblico, ma anche delle lingue orientali.
Si fa anche riformatore dei costumi del clero.
«Mangia con la servitù e non lascia mai d'insegnare la dottrina cristiana, di fare missioni e assistenza a' moribondi», narra un testimone. Muore nel 1697.
Beato dal 1761 verrà proclamato santo da Giovanni XXIII nel 1960. (Avvenire)
Etimologia: Gregorio = colui che risveglia, dal greco
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: A Padova, San Gregorio Barbarigo, vescovo, che istituì il seminario per i chierici, insegnò il catechismo ai fanciulli nel loro dialetto, celebrò un sinodo, tenne colloqui con il suo clero e aprì molte scuole, dimostrandosi generoso con tutti, severo con se stesso.
Nel maggio 1656 scoppia a Roma la peste bubbonica, che dura fino all’agosto 1657, facendo migliaia di vittime.
Il Papa Alessandro VII (Fabio Chigi), che era a Castelgandolfo, torna subito nell’Urbe e si fa vedere in giro anche a piedi, per incoraggiare i romani.
A dirigere i soccorsi in Trastevere, epicentro del contagio, sceglie il prete trentunenne Gregorio Barbarigo, di famiglia veneziana. E sa quello che fa.
Era nunzio papale a Münster (Germania) nel decennio precedente, per la pace dopo la Guerra dei Trent’anni; e lì ha conosciuto il giovane Barbarigo, allora segretario dell’ambasciatore di
Venezia. Lo ha poi consigliato negli studi, fino al sacerdozio. Infine, eletto Papa nel 1655, lo ha chiamato a Roma. Se ne fida come di sé stesso, e perciò lo manda tra gli appestati di Trastevere.
Lui obbedisce, senza però nascondere la paura. Ne scrive anche a suo padre. Ma quando vede come vive e muore quella gente, sa farsi capo, guida, fratello; è prete, infermiere, seppellitore, è il padre dei trasteverini.
Il Papa nel 1657 lo nomina vescovo di Bergamo e nel 1658 cardinale. In diocesi prende a modello Carlo Borromeo, con un appassionato accento personale nell’istruzione religiosa.
Nominato vescovo di Padova (1664), nella città del grande Ateneo dà slancio al grande Seminario: stimola la formazione teologica e biblica e la vuole arricchita di sapere classico, di scienza e di familiarità con le lingue; dà ai chierici una ricchissima biblioteca e crea una tipografia anche con caratteri greci e orientali, gettando ponti culturali tra Europa e Asia.
Al tempo stesso, dice un testimone, "mangia con la servitù e non lascia mai d’insegnare la dottrina cristiana, di fare missioni e assistenza a’ moribondi".
Sui costumi del clero, poi, davvero non scherza. Incaricato da Papa Innocenzo XI di ispezionare un convento romano chiacchierato, dev’essere andato giù deciso, perché fulmineo "un timore salutare" coglie tutti i frati dell’Urbe (Pastor).
Due volte è sul punto di diventare Papa, e dice sempre di no. Per lui, vivere è Padova, è lo studio, è la carità.
É suonare la campana del catechismo ai bambini, preparando banchi e sedie da sé, per la gioia di educarli personalmente alla fede; come un tempo accudiva con le sue mani gli appestati di Trastevere.
Gregorio viene beatificato da Clemente XIII nel 1761.
Poi tutto si ferma per 150 anni.
Nel 1911 giungono a Pio X appelli per la sua canonizzazione, e uno di essi ha tra i firmatari anche il “prof. sac. Angelo Roncalli” di Bergamo.
Il quale ancora non sa che deve passare un altro mezzo secolo ancora.
E che infine sarà lui, col nome di Giovanni XXIII, a proclamare santo Gregorio, il 26 maggio 1960, in San Giovanni in Laterano, con un lieve, elegante accenno alla lunga attesa: "Noi amiamo felicitarci devotamente con lui scorgendolo elevato dalla Santa Chiesa al posto suo".  
(Autore: Domenico Agasso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Sant'Ilia il Giusto Ciavciavadze - Martire (Chiese Orientali) (18 giugno)
1837 - 1907
Poeta e scrittore, pubblicista e pensatore georgiano, Ilia fu detto il «re non coronato della Georgia».
Venne assassinato dai terroristi socialdemocratici.
Era nato nel villaggio di Qvareli (Georgia orientale, provincia di Kacheti) nella famiglia di un principe decaduto; ancora in tenera età perdette i genitori e venne accolto nella famiglia della zia patema, Macrina, dalla quale fu allevato e ricevette la prima formazione.
Successivamente, Ilia studiò al ginnasio per i nobili di Tbilisi e, nel 1861, concluse il corso di laurea presso la facoltà giuridica dell'Università di San Pietroburgo.
Nelle sue prime opere poetiche, Ilia esprime la protesta contro l'ingiustizia sociale, che nell'impero russo si concretizzava nell'istituto della servitù della gleba tra i contadini.
A poco a poco la penna del giovane poeta e scrittore si volse a educare la coscienza nazionale dei georgiani.
Infatti, fin dai primi anni di studio a San Pietroburgo, si avvertiva in I. l'ispirazione derivante dalle idee del Risorgimento italiano. Dopo il ritorno in Georgia, Ilia si dedicò a svolgere un'intensa attività in svariati campi della vita
sociale.
Fondò diversi giornali e riviste in lingua georgiana.
I suoi articoli attaccavano i numerosi tentativi di falsificare il passato storico della Georgia da parte dell'ideologia ufficiale del governo zarista.
Nessun aspetto della situazione politica e spirituale di allora sfuggì alla sua attenzione.
Numerosi sono i racconti, i poemi, le poesie di Ilia, e tale produzione costituisce uno dei più notevoli fenomeni della letteratura georgiana dell'Ottocento.
Oltre a svolgere un'intensa attività di scrittore, Ilia non mancò di servire il suo popolo, entrando nelle strutture ufficiali della società.
Fu giudice, funzionario per compiti speciali, presidente dell'Associazione della pubblica istruzione dei georgiani, organizzatore di istituti e scuole femminili, presidente della Banca georgiana.
Nel 1906 Ilia fu eletto al Parlamento russo (la cosiddetta Gosudarstvennaja Duma).
In tale occasione, egli fece questa dichiarazione: «Se io entro nel consiglio statale per esprimere gli interessi dei nobili, ciò è pura apparenza formale e giuridica.
Nel consiglio io sarò il rappresentante e il difensore degli interessi di tutta la Georgia e di tutti i georgiani».
Ilia è giustamente considerato un innovatore e, anzi, il creatore della moderna lingua letteraria georgiana.
Il suo contributo in questo campo è paragonabile a quello di Alessandro Manzoni per la letteratura italiana.
Una profonda religiosità pervade tutte le opere di Ilia scrittore.
Il suo concetto di poesia è chiaramente profetico: il poeta, secondo lui, è un inviato divino che dev'essere allevato dal popolo.
Il vertice della sua opera poetica è il poema L'eremita, in cui sono trattate questioni ascetiche e spirituali, ed è sviluppato il concetto della preghiera attiva.
L'incontro fra l'eremita e il mondo, nel poema finisce tragicamente, il monaco solitario cade in demenza.
Tuttavia, l'atmosfera spirituale dell'opera, intrisa di devozione, non consente di pensare a una semplice storia di tentazione e di umano fallimento. Lo sforzo dell'autore risiede altrove: egli tenta di rinnovare il concetto esistente riguardo alla via della salvezza.
La strettezza della via evangelica, secondo l'autore, deve essere concepita nel senso della sua difficoltà oggettiva e come misura dell'ardore spirituale che essa esige dall'uomo, e non nel senso di certi comportamenti apparsi nel lungo itinerario delle ricerche umane; indagini che, con il passare del tempo, a poco a poco perdono la loro forza di suggestione.
La morte violenta di Ilia, ucciso dai socialdemocratici nel 1907, dimostrò ancora una volta al popolo georgiano la grandezza di questo suo figlio.
Ilia è stato canonizzato dalla Chiesa ortodossa georgiana nel 1987. Il giorno di commemorazione è quello della sua morte: il 18 giugno.
(Autore: Enrico Gabidzashvili – Fonte: Bibliotheca Sanctorum Orientalium)
Giaculatoria - Sant'Ilia il Giusto Ciavciavadze, pregate per noi.


*San Leonzio di Tripoli - Martire (18 giugno)

Il legionario San Leonzio, sottoposto in carcere ad atroci supplizi, portò infine a compimento il suo martirio presso Tripoli in Fenicia.
La tradizione lo vuole ucciso insieme ad altri due compagni, non citati però dal nuovo Martyrologium Romanum.
Martirologio Romano: A Tripoli in Fenicia, ora in Libano, San Leonzio soldato, che, sottoposto in carcere ad atroci torture, ottenne la corona dei martiri.
Santi Leonzio di Tripoli, Publio, Ipazio (Ipato) e Teodulo, martiri.
La notorietà di questi santi poggia su fattori diversi: i monumenti di culto per Leonzio, la testimonianza letteraria per gli altri; di sicura autorità i primi, di dubbio valore la seconda.
Leonzio di Tripoli è il più celebre martire della Fenicia, uno dei più famosi della Siria e di tutto l'Oriente. Al suo Martyrion accorrevano le folle attirate dai miracoli che vi avvenivano (su antichi testi con racconto di miracoli, cf. Anal. Boll., XV [1896], p. 90; LV [1937], p. 382; testo copto: LXXXII [1964], pp. 336-39), e tra i pellegrini troviamo anche nomi illustri, come quello di s. Melania la giovane nel 417 (BHG, II, p. 109, n. 1241, Vita della santa; il cap. 52 è in Anal. Boll., XXII [1903], pp. 35-36), di s. Pietro Ibero, morto nel 484 (BHO, p. 209, n. 955; Vita del santo, ed. in R. Raabe, Petrus der lberer, Lipsia 1895, pp. 103-104), del « Pellegrino » di Piacenza, tra il 560 ed il 570 (P. Geyer, Itinera Hierosolymitana, Vienna 1898, p. 159).
Fu in questa basilica che ricevette il Battesimo, nel 488, Severo d'Antiochia (G. Bardy, in DThC, XIV, col. 1989, con indicazione di fonti), il quale, divenuto in seguito patriarca, dimostrò la sua devozione al santo taumaturgo di Tripoli recitando due omelie a lui dedicate, nel 513 e nel 514, e componendo un inno: il tutto ancora inedito.
Testimonianze posteriori ci informano che il santuario di Tripoli era situato presso il porto, nel suburbio di Kritiria, e che era stato costruito da un Mare o Mauro. Altri santuari dedicati a Leonzio troviamo anche altrove.
Nel sobborgo di Dafne, ad Antiochia, nel 507 i cristiani occuparono e saccheggiarono la sinagoga e la sostituirono con una chiesa a lui dedicata (Malalas, Chronogr., XVI, ed. Dindorf, p. 396): sembra che di questo santuario antiocheno sia stata trovata traccia in un pavimento musivo scoperto recentemente (cf. Anal. Boll., LXXIII [1955], p. 237); in esso, comunque, assai probabilmente Severo recitò le sue omelie su Leonzio.
Per Costantinopoli i sinassari ci informano che la festa di Leonzio al 18 giug. veniva celebrata in due località: nel quartiere del Camaridio e nella chiesa di S. Leonzio posta presso la Porta della Fonte.
A Gerusalemme di una chiesa di S. Leonzio, situata nella valle di Giosafat, parlano due documenti del sec. IX, e di una memoria del santo celebrata il 14 nov. nell'Aphthonio, presso il Getsemani, testimoniano il Calendario Palestino-georgiano del Sinaiticus 34 (Garitte, pp. 104, 384) ed un palinsesto georgiano pubblicato nel 1927 a Tiflis (cf. Anal. Boll., XLVI [1928], p. 385).
Singolarmente numerose ed importanti le testimonianze di culto a Leonzio in Arabia, tanto nella Traconitide (dove a Sour un architrave datato al 563 porta un'invocazione al santo: cf. Anal. Boll., LXVII [1949], p. 104) quanto nello Hauran (dove una chiesa di S. Leonzio a Doroa è del 565, ed una seconda dei SS. Sergio, Bacco e Leonzio, a Bostra, è del 512-513: cf. ibid., pp. 104, 106. Per altre iscrizioni su lampade o altri oggetti con invocazioni al santo cf. ibid., LIX [1941], p. 307; LXX [1952], p. 444; LXXVI [1958], p. 236 [su una pittura a Meskla, nell'isola di Creta]; cf. ibid. anche XL [1922], p. 40 sul culto di Leonzio in Egitto).
I calendari bizantini ed orientali celebrano Leonzio al 18 giug. (Synax. Constantinop., coll. 755-56); così pure il Sinassario italo-greco del sec. XIII (Anal. Boll., XXI [1902], p. 25); il Martirologio di Rabbàn Slìbà (ibid., XXVII [1908], p. 182); il Calendario Palestino-georgiano (Garitte, pp. 73, 254-55); il Calendario Greco-slavico (Martinov, cit. in bibl., pp. 154-55), e altri testi.
Teodoreto di Ciro (m. 458) non esita a qualificare la festa di San Leonzio tra quelle più solenni del calendario cristiano, una di quelle che sostituiscono vittoriosamente le antiche feste pagane (Graecarum affectionum curatio, VIII, 69, in PG, LXXXIII, col. 1033). Ne tace però il Geronimiano, salvo che non vi alluda in oscure note del 19 marzo, del 22 nov. e del 24 dicembre (Comm. Martyr. Hieron., pp. 153, 614, 664). Per altri calendari e menei cf. il prologo dell'Henskens negli Acta SS.
Per le testimonianze letterarie, più antica ed autorevole è quella del citato Severo di Antiochia. «Quel Santo - cosi egli dice - non fu trascinato a viva forza davanti al tribunale del giudice, ma vi andò da sé, come di propria volontà. Infatti quando vide condotto a morte il martire Publio che abitava appunto nelle sue vicinanze, gli si fece vicino, l'accompagnò, gli parlò senza timore alcuno non preoccupandosi che di udire il di lui insegnamento, e cosi poco dopo compì il suo certame insieme con lui» (F. Nau, in Anal. Boll., XIX [1900], pp. 11-12). Tutto questo Severo dice d'averlo appreso (nel 488) da un vecchio che era sempre vissuto a Tripoli: il che significa che quella tradizione vi si tramandava già dal principio del sec. V, ai tempi di Melania la giovane.
Questa prima tradizione è poi sviluppata ed arricchita di particolari e di precisazioni da una seconda, che chiameremo orientale, perché rappresentata da una passio siriaca (BHO, p. 126, n. 563) e da una georgiana (ed. nel 1946 dal Kekelidze, Monumenta, II, pp. 62-63). Leonzio è un soldato greco dell'epoca di Diocleziano che presta servizio a Tripoli.
Qui è convertito dal monaco Publio, dona ai poveri il suo stipendio militare, dimostra il suo disprezzo per il paganesimo sputando sugli idoli. I sacerdoti denunziano lui e Publio al tribuno
Filocrinio e, mentre Leonzio viene semplicemente redarguito, Publio è flagellato ed esiliato ad Emesa, in Siria Apamene.
Ma non si rassegna a restare in quella terra di pagani e ritorna al suo monastero; Leonzio, avendo appreso che il suo maestro è ritornato a Tripoli, va a trovarlo e si intrattiene con lui. Di nuovo i sacerdoti pagani li denunziano al giudice Firmiliano: Publio, flagellato e torturato, muore per via mentre è inviato al governatore di Tiro, Eumene, e poco dopo Leonzio, seviziato e bastonato, muore il 18 giug. nella zona detta Kritiria, presso il porto di Tripoli. Una Giovanna lo seppellisce nel suo giardino, ed il marito di lei, Mare o Mauro, che si trovava allora in carcere a Roma, vede in sogno il martire che gli preannunzia la liberazione: per cui, tornato a Tripoli, cura in seguito l'erezione del Martyrion.
Il Nau ritiene questa passio una traduzione di un testo greco (oggi scomparso), sostanzialmente autentico (anche se alquanto approssimativo nell'indicare la data della morte, che sarebbe avvenuta sotto gli imperatori Diocleziano, Massimino e Licinio, i quali in realtà non regnarono insieme): per nostro conto siamo più propensi a considerarla una semplice composizione letteraria di scarso valore, all'infuori che per il particolare del nome del costruttore della basilica; composizione letteraria nata probabilmente in ambiente monastico.
Severo, infatti, nell'omelia citata, ci dice che numerosi studenti di diritto a Beyruth, e lui stesso, dopo aver pregato Leonzio si sentirono attratti dal santo a farsi monaci; difatti vicino al santuario di Tripoli vi era un grande monastero (cf. Nau, op. cit., p. 11).
È comunque a questa tradizione che si riallaccia l'elogio del Calendario Palestino-georgiano al 18 giugno «Leonzio martire e Publio monaco e martire» (Garitte, p. 73).
Del tutto diversa è una terza tradizione, quella dei testi greci (BHG, II, pp. 55-56, nn. 986-987d, cui bisognerà aggiungere che i testi 986 e 987d sono ora pubblicati in And. Boll, LXXXII [1964], pp. 322-39, e che del n. 986 esiste anche un compendio nel cod. Vat. 821, del sec. XI), ed alla quale si rifanno i sinassari. Secondo questa tradizione, che non sembra anteriore al sec. IX, ricca degli elementi romanzeschi e fantasiosi propri della letteratura agiografica di quest'età (lunghi interrogatori, miracoli ed apparizioni di angeli a iosa, atrocità di tormenti, ecc.), l'epoca del martirio di Leonzio è quella di Vespasiano, ed i suoi soci sono tutti soldati.
Per quanto riguarda Ipazio (o Ipato, secondo i sinassari) e Teodulo, gli elementi romanzeschi sono tanti e tali che qualche studioso, giudicando la tradizione greca in sé e per sé, giunse ad esporre dubbi sull'esistenza stessa di L. (F. Gorres, in Zeitschrift fur wissenschaftliche Theologie, XXI [1878], p. 529): eccone comunque il sunto. Anche qui Leonzio è un soldato greco di stanza a Tripoli: cristiano fervente cerca con ogni mezzo di convertire i pagani.
Il senatore Adriano incarica il tribuno Ipazio di arrestarlo, ma costui è assalito da una febbre violenta. Una voce celeste lo ammonisce che guarirà solo se invocherà il Dio di Leonzio, il che infatti avviene. Egli allora racconta ai suoi soldati il fatto, ed uno di questi, Teodulo, ne resta colpito. Cosi entrambi si convertono e sono miracolosamente battezzati in una nube di pioggia apparsa alle preghiere di Leonzio.
Sono tutti arrestati: Ipazio e Teodulo vengono processati sommariamente e decapitati, per Leonzio invece si moltiplicano interrogatori, tormenti e prigionia (durante la quale lo conforta un angelo), sino a che viene condannato ad essere percosso a morte.
Notiamo che di questa tradizione greca la redazione della BHG, n. 986 si autodefinisce opera dello stesso carceriere di Leonzio, un certo Ciro, mentre la redazione n. 986a termina con lo stesso racconto di Giovanna e di Mare, il che ci assicura che questo Leonzio è lo stesso di cui tratta la tradizione orientale; la redazione n. 987a si conclude con una preghiera per l'imperatore: e questo ci fa sospettare (insieme col particolare dei tre soldati) che il racconto sia stato composto per un ambiente militare, o per dare altri protettori soldati all'esercito bizantino. Ma di dove siano venuti fuori i nomi dei due soci, non è possibile precisare con certezza.
Infine di una terza metamorfosi di Leonzio, per cui da greco sarebbe divenuto arabo, e precisamente quel s. Leonzio l'Arabo di cui parlano fonti egiziane e copte, hanno sospettato il Crum ed il Peeters (cf. Anal. Boll., XXIX [1910], p. 159; LVII [19391, p. 104): ed in verità i monumenti arabi di culto che abbiamo segnalato, potrebbero confermare l'ipotesi. Ma di questo v. alla voce Leonzio l'Arabo nel gruppo Teodoro l'Orientale, Leonzio l'Arabo e Panegyris il persiano (BHO, p. 257. n. 1174).
(Autore: Giovanni Lucchesi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Leonzio di Tripoli, pregate per noi.


*Santi Marco e Marcelliano - Martiri di Roma (18 giugno)
† 304 circa

Martirologio Romano: A Roma nel cimitero di Balbina sulla via Ardeatina, santi Marco e Marcelliano, martiri durante la persecuzione dell’imperatore Diocleziano, resi fratelli dal medesimo martirio.
Il Martirologio Geronimiano li commemora il 18 giugno come sepolti nel cimitero di Balbina sulla via Ardeatina. L’indicazione cronologica è confermata dal Sacramentario Gelasiano del secolo
VIII, dal Gregoriano e dai martirologi storici fino al Romano (il Sinassario Costantinopolitano, invece, li ricorda insieme con altri martiri il 18 dicembre), mentre l’indicazione topografica, sebbene accettata anche dall'Indice dei cimiteri (secolo VI circa), non è sicura.
Infatti gli Itinerari del secolo VII riferiscono che i loro sepolcri erano venerati sotto l’altare di una chiesa che sorgeva accanto a quella in cui era sepolto il papa Damaso e alquanto distante da quella in cui giaceva il papa Marco.
Ora, dal Liber Pontificalis sappiamo che la basilica del Papa Marco stava proprio nel cimitero di Balbina, e per conseguenza quella di Damaso insieme con quella dei nostri martiri doveva trovami in un altro nucleo cimiteriale.
È dunque esatta l’opinione del De Rossi, il quale riteneva che l’indicazione in Balbina del Geronimiano e dell’Indice sia errata e perciò proponeva di cambiare le note di quest’ultima fonte collocando la basilica del Papa Marco nel cimitero di Balbina e quella dei nostri santi nel cimitero di Basileo, peraltro sconosciuto e fino ad oggi non identificato.
Notizie sicure sui due martiri non esistono; nella leggendaria passio Sebastiani si narra che erano fratelli, figli di un certo Tranquillino.
Arrestati dal prefetto Cromazio, furono affidati al primigenio Nicostrato con una dilazione di trenta giorni, perché riflettessero sulla loro sorte.
Preghiere di parenti e amici però non valsero a farli recedere dal loro proposito, anche perché erano confortati dalle parole di san Sebastiano.
Durante l'attesa del martirio furono ordinati diaconi dal papa Gaio e con lui servivano i cristiani ed operavano miracoli.
Traditi da un certo Torquato, il preside Fabiano li sottopose a crudeli torture e infine li fece trafiggere con lance.
I loro corpi furono sepolti "in via Appia, miliario secundo ab Urbe, in loco qui vocatur ad arenas, quia cryptae arenarum illic erant".
Sulla sorte delle loro reliquie si hanno notizie discordanti: secondo una tradizione sarebbero state portate nella basilica dei Santi Cosma e Damiano a Roma, secondo un'altra sarebbero state trasferite nella chiesa di San Medardo a Soissons.

(Autore: Agostino Amore – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Marco e Marcelliano, pregate per noi.


*Santa Marina - Marino Monaca (18 giugno)
La vita di Santa Marina (quella del 18 giugno) ha alcune caratteristiche non riscontrabili con altri Santi.
Per prima cosa la narrazione e la ricerca si confonde in alcuni tratti con ben tre omonime: Santa Marina d’Antiochia martire (20 luglio), Santa Marina di Orense (18 luglio) e la Beata Marina di Spoleto che si festeggia lo stesso giorno 18 giugno.
Per secondo aspetto, lo studio di Santa Marina ha appassionato in ogni tempo gli agiografi, cosicché si è creata una massa di documenti – recensioni di ben dieci lingue orientali ed occidentali, convergenti e divergenti nel racconto e nella ricerca storica che fra l’altro ne asserisce l’esistenza.
I vari Stati in cui si diffuse il culto presero a localizzare la vita della santa nel proprio territorio per cui abbiamo che la sua origine è stata in Egitto, Tracia, Bitinia, Sicilia e Libano. Sembra che il Libano sia la versione più accreditata, e che sia avvenuta nel corso del V secolo.
Per quanto riguarda il racconto della vita, esso ha delle attinenze con alcune Sante che si sono trovate più o meno, nella stessa situazione, Apollinaria, Atanasia, Anastasia, Eufrosina, Eugenia, Teodora.
Si potrebbe quasi ricavare un film o un’opera teatrale dalla storia di Santa Marina.
Amava a tal punto il padre che quando questi rimasto vedovo, volle ritirarsi in convento, pur di non lasciarlo, si vestì da uomo e cambiò il nome in Marino, giustificò i suoi tratti femminili,
facendosi passare per un eunuco.
Dopo la morte del padre lei continuò nella finzione e condusse vita monastica regolare.
Un giorno accompagnò un gruppo di monaci in un luogo lontano e quindi dovettero trascorrere la notte in una locanda, ma il caso volle che la figlia del locandiere si lasciasse sedurre da un soldato, proprio quella notte e accortasi d’essere rimasta incinta incolpasse proprio lui Marino (Marina) del fatto.
Il locandiere protestò presso l’egumeno del convento: Marina non cercò di discolparsi, fu cacciata dal monastero e dopo la nascita, le fu affidato il bambino che riuscì ad allevare con mezzi di fortuna.
Rimase comunque sempre nei dintorni del convento piangendo e pentendosi di una colpa non sua.
L’egumeno colpito da tanto pentimento dopo tre anni l’ammise di nuovo nel convento, dove ella fu, come per il passato, esempio di osservanza monastica.
Poco tempo dopo Marina – Marino morì e al momento di vestirlo con i panni funebri, i monaci stupefatti si accorsero del suo reale sesso e compresero così di quale diffamazione fosse stata vittima e come lei l’avesse accettata con la più grande rassegnazione.
Le varie chiese orientali la commemorano in vari e diversi giorni dei loro calendari; il Martirologio Romano la pone al 18 giugno ed è in questa data che a Parigi da secoli si venera Santa Marina - Marino.
L’origine del nome viene dal latino Marinus “uomo del mare” ma è anche vero che l’origine può essere Marius (Mario). Molto diffuso in Italia e Francia, un diminutivo di Marina molto usato è Marinella.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Marina, pregate per noi.


*Beata Marina di Spoleto - Agostiniana (18 giugno)
Etimologia: Marina = donna del mare, dal latino
Nata a Spoleto, poco prima della metà del sec. XIII, Vallarina Petruccini entrò giovanissima nel
monastero delle Canonichesse Regolari di Sant’Agostino detto di Santa Maria della Stella con il nome di Marina; qui rimase per qualche anno, ma il suo desiderio era quello di darsi ad una vita ancora più rigida e nel 1265 fondò il monastero di San Matteo, sempre sotto la regola agostiniana.
Condusse una vita tutta dedita alla preghiera e alla penitenza, mirabile esempio per tutta la Comunità.
Morì il 18 giugno di un anno intorno al 1300; il suo corpo rimase incorrotto e le ricognizioni e traslazioni avvennero nel 1471, 1548 e nel 1639, non ebbe tuttavia un culto ufficiale.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Marina di Spoleto, pregate per noi.


*Beata Osanna Andreasi da Mantova - Vergine, Domenicana (18 giugno)  
Mantova, 17 gennaio 1449 - 18 giugno 1505
Nacque a Mantova il 17 gennaio 1449 dai nobili Nicola Andreasi e Agnese Gonzaga. Desiderando fin dalla prima giovinezza di appartenere all'Ordine della Penitenza di San Domenico, rifiutò le nozze e vestì a quindici anni l'abito di terziaria domenicana, serbandolo fino alla morte, avvenuta in Mantova il 18 giugno 1505.
Fu chiamata spesso a compiti di suprema responsabilità, come la reggenza del ducato di Mantova, in assenza di Francesco II Gonzaga, della cui gratitudine seppe egregiamente servirsi per una continua opera di assistenza verso i poveri e i bisognosi della città o verso i familiari del medesimo Francesco, come Elisabetta, sposa del duca d'Urbino, che confortò nel durissimo esilio.
Dalla storia della sua vita, tramandata dal domenicano Francesco Silvestri da Ferrara e dal benedettino Girolamo da Mantova, entrambi suoi contemporanei, appare come l'Andreasi componesse mirabilmente l'apparente dissidio fra vita contemplativa e vita attiva, travaglio di quelle grandi anime che l'interiore vocazione spingerebbe alla solitudine e la pietà per il dolore umano trattiene invece nel mondo. L'Andreasi assolse dunque i doveri che il suo rango non le risparmiava e il suo spirito si assumeva con fervore apostolico, confortata dai doni soprannaturali di cui Iddio si compiacque di ricolmarla: lo sposalizio mistico, l'incoronazione di spine, le stimmate, visibili, però, come semplice turgore e non accompagnate da lacerazione di tessuti, infine la trafittura del cuore che divenne il suo emblema iconografico.
Il corpo della beata è custodito e venerato nel Duomo di Mantova; il culto ne fu permesso da Leone X e Innocenzo XII, nel 1694, e la festa collocata nel giorno anniversario della morte, il 18 giugno.
Emblema: Cuore trafitto
Martirologio Romano: A Mantova, beata Osanna Andreasi, vergine, che, vestito l’abito delle Suore della Penitenza di San Domenico, unì con mirabile sapienza la contemplazione delle cose divine con le occupazioni terrene e la cura delle buone opere.
Questa donna carismatica che in seguito si fece terziaria domenicana nacque nel 1449 a Mantova dai nobili Nicola Andreasi e Agnese Gonzaga. Nella sua biografia, redatta dal suo primo biografo, il suo contemporaneo, il domenicano Francesco Silvestri da Ferrara, viene descritta come mistica della passione di Cristo, “che in mezzo alle innumerevoli preoccupazioni di un’amministrazione domestica tanto efficiente quanto intelligente, visse una vita devota ed illuminata, che era completamente dedicata alla penitenza, all’estasi e alle sofferenze della stigmatizzazione. Caratteristico fu l’elevato grado del sua spiritualità, tanto che all’età di 18 anni fu sposata in modo mistico con Gesù Cristo raggiungendo in tal modo, ancora così giovane; i gradini più alti dell’unione mistica divina”.
Osanna sul suo corpo portò i dolorosi segni della passione di Cristo: l’incoronazione di spine, lo sposalizio mistico e le stimmate. Non appena Osanna raggiunse l’età dell’uso della ragione, ricevette in maniera sovrannaturale, istruzioni per la sua vita legata a Dio: Quando aveva 5-6 anni, la sua famiglia trascorse l’estate in campagna.
Un giorno, quando la piccola Osanna si trovò da sola sulla riva del fiume Adige, le apparve un angelo e la istruì sull’amore divino e le disse: “ Guarda come ogni creatura esclama con tutto l’animo: amate Dio, abitanti della terra, perché Egli ha creato tutte le cose solo per conquistare il vostro amore!”.
Il grande pensatore cattolico brasiliano Plinio Correa de Oliveira così commenta questo episodio
della vita della beata: “ La bambina sta ammirando il fiume quando un angelo le appare. Un angelo magnifico, che le parla dell’amore di Dio e di come tutto il creato canti e proclami la sua gloria. L’essenziale di questo messaggio è che dio ha creato tutte le cose per essere amato attraverso di esse. Perché un angelo appare a questa bambina? E come fa l’angelo ad aprire l’animo di una bambina alla contemplazione di Dio nella creazione?
La bambina era probabilmente già predisposta dalla sua natura a considerare con meraviglia il panorama davanti ai suoi occhi. E’ comune tra i bambini che conservano la loro innocenza originaria porsi in una posizione di ammirazione di fronte alle bellezze della natura.
Ma qui appare un angelo, e diventa la cosa più bella che la bambina abbia mai visto. Lo percepiamo dal racconto steso dal suo confessore e biografo, cui doveva averlo raccontato molte volte. Quindi l’angelo, muovendosi in una sorta di crescendo di bellezza, la innalza da questa terra e le mostra la gerarchia celeste, cioè la gerarchia angelica in Paradiso dove i troni rimasti vuoti degli angeli caduti sono gradualmente occupati da uomini e da donne sante.
Così a Osanna è mostrata la più bella eaaltà che ci sia, l’insieme del regno celeste. Dopo averle mostrato tutta questa bellezza, l’angelo le dice di osservare come tutte le cose create da Dio sono di per sé buone e meritevoli di essere amate. E viene alla conclusione naturale: ama le creature e ama il loro creatore, in modo da diventare santa e andare in cielo a occupare il posto preparato per te. Così Dio, tramite il suo angelo, invita una bambinetta a comprendere lo splendore della creazione e la magnificenza del Creatore, qualche cosa che va molto al di là della capacità di percezione dei sensi naturali.
Dio la invita a innalzarsi sopra i limiti umani e a concentrare la sua anima sulle realtà spirituali che sono impercettibili ai nostri sensi, ma sono più reali della realtà materiale. Le mostra anche un angelo, e la gerarchia angelica formata da esseri puramente spirituali.”Poco dopo le apparve nello stesso posto anche Gesù Cristo, con una corona di spine sulla testa e una pesante croce sulle spalle, e disse a Osanna: ”Cara bambina, io sono il figlio della vergine Maria e il tuo creatore. Ho sempre amato i bambini perché il loro cuore è ancora puro. Accetto volentieri vergini come le mie spose e proteggo la loro verginità.”
Questa apparizione, fu un invito a Osanna, a seguire il suo divino sposo nel suo cammino delle sofferenze. Lei seguì l’invito, si consacrò a Cristo, rinunciò al matrimonio con un giovane nobile e iniziò, all’età di 15 anni, la vita di una terziaria domenicana rivestendone lo specifico abito.
Immersa in una vita di molte penitenze e preghiere,  si impegnò sempre per salvaguardare la salute dell’anima dei suoi prossimi; svolse incarichi responsabili anche in ambito politico, come ad esempio la reggenza del principato di Mantova durante l’assenza del principe Francesco II  Gonzaga, la cui gratitudine per tutti i suoi aiuti utilizzò a sua volta per il bene dei poveri e afflitti della città di Mantova. Seppe stare a proprio agio sia tra i nobili che tra la povera gente. Fu di grande conforto alla moglie del duca d’urbino, vittima della durissima sorte che le toccò, l’esilio.
Osanna, a cui non solo furono conferite le stigmate ma che godette anche di innumerevoli estasi e visioni, disse una volta al suo secondo biografo, il successivo generale d’ordine dei monaci olivetani, P. Girolamo da Mantova: “Quale consolazione e quale gioia versa Dio nell’anima, quando Lui l’avvicina a sé, per unirsi a lei. In quei momenti tutte le forze del corpo sono debilitate ed inerti, mentre l’anima scende a magnifiche vedute di visioni, mai viste da occhio umano, e mai udite da orecchio umano.
Nella dolcezza di quest’unione, l’anima non viene distratta né da destra né da sinistra, gioisce esclusivamente della visione e dell’ eterna maestà divina. Poi il corpo non sente più niente, perché tutte le sue forze vengono legate e quasi risucchiate dalla forza superiore dell’anima. Quale mente potrebbe comprendere, quale lingua descrivere ciò che vede l’anima nell’immagine di una infinita luce della divina maestà!” . Si racconta che, a decine, i pellegrini si recavano a farle visita. E lei benché fisicamente provata non si tirerà mai indietro.
La trafittura del cuore (che dopo la morte la rappresenterà nelle iconografie), segnò il massimo segno di santità in vita.
La grande mistica Osanna di Mantova morì il 18 giugno 1505 all’età di 56 anni. Al suo letto di morte furono presenti l’intera corte di Mantova, il principe con sua moglie, il cardinale di Gonzaga e suo fratello. Il suo corpo, tuttora incorrotto, riposa nel duomo di Mantova. leone prima, ed Innocenzo XII nel 1694, ne approvarono il culto.
Autore: Don Marcello Stanzione
La Beata Osanna Andreasi (1449-1505) nasce nel magnifico palazzo di una nobilissima famiglia italiana (la mamma è una Gonzaga). All’età di cinque anni, mentre cammina sulle rive del Po, sente distintamente una voce chiara e ferma che le dice: “La vita e la morte consistono nell’amare Dio”. La bambina entra in estasi e si sente portare fino in Cielo da uno splendido angelo. Questi le mostra la gerarchia celeste e le dice: “Per entrare in Cielo è necessario amare molto Dio. Guarda come tutte le cose create cantano la Sua gloria e la proclamano agli uomini”.
Da questa esperienza nasce un grande desiderio di studiare teologia. Il padre vi si oppone, come a cosa non adatta a una bambina. Ma Osanna prega. Come risposta alle sue preghiere Nostra Signora in persona comincia ad apparirle e a impartirle lezioni. Così Osanna impara il latino ed acquista una grande conoscenza della Sacra Scrittura. Cita a memoria anche i commenti dei Padri della Chiesa.
Alla fine il padre si convince. Le permette di dedicare la vita alla teologia, di non sposarsi e di vestire a quindici anni l’abito di terziaria domenicana. Ma Osanna esercita anche responsabilità politiche, fra cui la reggenza temporanea del Ducato di Mantova. Muore nel 1505 e il suo corpo, tuttora incorrotto, riposa nel Duomo di Mantova.
Vorrei meditare sul fatto meraviglioso – riferito dal suo confessore e biografo – che le accade quando ha cinque anni. Sappiamo che lo studio della teologia – e della filosofia, che necessariamente lo accompagna – è cosa molto profonda e richiede una vigorosa applicazione della ragione. Sono studi normalmente adatti a persone mature: più la persona è matura, più è adatto questo tipo di studi.
Questa è la regola: la vita della Beata Osanna è l’eccezione.
Vediamo una bambinetta di cinque anni che cammina sulla riva di un fiume particolarmente bello, il Po. Io stesso ho avuto la possibilità di godere della bellezza del Po in un viaggio da Milano a Venezia. La bambina sta ammirando il fiume quando un angelo le appare. Un angelo magnifico, che le parla dell’amore per Dio e di come tutto il creato canti e proclami la Sua gloria. L’essenziale di questo messaggio è che Dio ha creato tutte le cose per essere amato attraverso di esse.
Perché un angelo appare a questa bambina? E come fa l’angelo ad aprire l’animo di una bambina alla contemplazione di Dio nella creazione? La bambina era probabilmente già predisposta dalla sua natura a considerare con meraviglia il panorama davanti ai suoi occhi. È comune tra i bambini che conservano la loro innocenza originaria porsi in una posizione di ammirazione di fronte alle bellezze della natura. Ma qui appare un angelo, e diventa la cosa più bella che la bambina abbia mai visto. Lo percepiamo dal racconto steso dal suo confessore e biografo, cui doveva averlo raccontato molte volte.
Quindi l’angelo, muovendosi in una sorta di crescendo di bellezza, la innalza da questa Terra e le mostra la gerarchia celeste, cioè la gerarchia angelica in Paradiso dove i troni rimasti vuoti degli angeli decaduti sono gradualmente occupati da uomini e donne sante. Così a Osanna è mostrata la più bella realtà che ci sia, l’insieme del Regno Celeste. Dopo averle mostrato tutta questa bellezza, l’angelo le dice di osservare come tutte le cose create da Dio sono di per sé buone e meritevoli di essere amate. E viene alla conclusione naturale: ama le creature e ama il loro Creatore, in modo da diventare santa e andare in Cielo a occupare il posto preparato per te.
Così Dio, tramite il suo angelo, invita una bambinetta a comprendere lo splendore della creazione e la magnificenza del Creatore, qualche cosa che va molto al di là della capacità di percezione dei sensi naturali.
Dio la invita a innalzarsi sopra i limiti umani e a concentrare la sua anima sulle realtà spirituali che sono impercettibili ai nostri sensi, ma sono più reali della realtà materiale. Le mostra anche un angelo, e la gerarchia angelica formata da esseri puramente spirituali. Al vertice della gerarchia c’è Nostra Signora e, al di sopra di lei, il Re dei Re, Nostro Signore Gesù Cristo.
Con questo straordinario invito Dio sta formando una persona la cui intera vita sarà destinata alla riflessione. Mentre l’angelo mostra a Osanna tutte queste cose, le sta implicitamente dicendo di fare uno sforzo d’intelligenza per conoscere Dio. Qui l’angelo le indica, già a cinque anni, la strada attraverso cui è destinata a santificarsi: se queste cose sono così belle, come dev’essere più bello Dio. Vai e comincia a meditare su queste cose.
Possiamo immaginare la scena. Il Po scende tranquillo e maestoso. Osanna è ben vestita nello stile comune alla famiglie nobili del tempo: non “da bambina” come usa oggi, ma come una donna in miniatura, con una lunga gonna, una cintura, i capelli ben pettinati, forse decorati con un fiore. Sta camminando su una sponda tenuta con cura, così che può ammirare sia il fiume sia i fiori e le piante sulla riva. A questo punto vede l’angelo.
Ma le persone intorno a lei non vedono nulla. Si accorgono che il volto della bambina è diventato splendente, e che è caduta in ginocchio a pregare. Gli astanti possono sentire la sua vocina infantile e rendersi conto che sta parlando con qualcuno. Che cosa è successo? Sono ammirati dalla sua grazia spirituale e concludono che sta ricevendo una rivelazione. Probabilmente capiscono che Dio è all’opera e si rallegrano delle sue meraviglie: anche perché subito dopo la bambina comincia a ragionare come un’adulta matura e ben formata. Osanna dunque riceve grandi consolazioni.
Ma subito dopo comincia a combattere con il mondo. Il padre le rifiuta il permesso di studiare teologia. Da un punto di vista naturale possiamo capire il padre. Pensa che la richiesta sia strana: a quel tempo è molto poco usuale per una donna studiare teologia, tanto più per una bambina. E il padre pensa piuttosto per lei a un buon matrimonio.
Tutto comprensibile, umanamente parlando. Ma questi ragionamenti devono essere messi da parte quando il volere di Dio si manifesta chiaramente. Il padre, secondo il biografo, crede che la figlia abbia sperimentato un miracolo: quindi dice di no a Dio, anche se qualche anno dopo cambia idea.
Ma Dio ha le sue vie. È la Madonna ad apparire a Osanna per insegnarle la teologia e darle tutte le lezioni di cui a bisogno. È una storia piena di grazia. Nostra Signora le dà una solida conoscenza della Sacra Scrittura. Possiamo immaginare che a mano a mano che Osanna cresce e diventa una giovane donna, Nostra Signora le appaia di tanto in tanto per spiegarle questo o quel punto di teologia che ha bisogno di capire perché si realizzi il piano di Dio su di lei. Da adulta Osanna diventerà un’esperta esegeta delle Scritture. Vediamo la vittoria della Divina Provvidenza.
Non sarebbe magnifico se all’ingresso di una delle università cattoliche si ponesse una bella statua della Beata Osanna da Mantova seduta mentre prende appunti con la Madonna che le fa da insegnante? Vi prego di non considerare questi commenti sulla Beata Osanna come una meditazione completa sulla sua vita, ma piuttosto come un invito a conoscerla meglio. Se lo accoglierete, i miei commenti avranno raggiunto il loro scopo.
(Autore: Plinio Corrêa de Oliveira - Fonte: Enciclopedia dei Santi)  
Giaculatoria - Beata Osanna Andreasi da Mantova, pregate per noi.


*Beato Pietro Sanchez - Mercedario (18 giugno)

+ Valenza, Spagna, 1503
Il mercedario Beato Pietro Sanchez, fu inviato ad Algeri in Africa dove predicando il vangelo di Cristo liberò 50 prigionieri da una dura schiavitù.
Con una vita piena di opere, morì nella pace del Signore a Valenza (Spagna) nell’anno 1503.
L’Ordine lo festeggia il 18 giugno.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Pietro Sanchez, pregate per noi.


*San Simplicio e Familiari - Eremiti (18 giugno)
Etimologia: Simplicio = ingenuo, dal latino
Secondo una ‘Vita’ leggendaria composta nel IX secolo, Simplicio, Felicio suo fratello e Potentino suo padre, erano originari dell’Aquitania.
Partiti per un pellegrinaggio ai Luoghi Santi, che allora era veramente un impresa che necessitava di una grande fede, al ritorno si diressero a Treviri dal vescovo Massimino, anch’egli originario della Gallia romana che li mandò nella località di Karden (sulla Mosella), dove era stato eremita il prete San Castore e lì vissero in preghiera e solitudine fino alla loro morte.
Altro non si sa, le loro reliquie prima del 930 furono trasferite a Steifeld (nella Eifel) dove San Potentino fu scelto come patrono, questa traslazione delle reliquie era ricordata il 3 giugno.
Il 12 agosto 1908, Papa San Pio X confermava il culto ‘ab immemorabili’ della diocesi di Colonia dei Santi Potentino, Felicio e Simplicio padre e figli, pellegrini ed eremiti, stabilendo la data di celebrazione al 18 giugno. (Archivio Storico Vaticano, n. 4519).
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Simplicio e Familiari, pregate per noi.

*Altri Santi del giorno (18 Giugno)
*xxx
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi


 
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