Santi del 18 Settembre - Istituto Aveta

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Santi del 18 Settembre

Il mio Santo > I Santi di Settembre

*Beati Ambrogio Maria da Torrente (Salvatore Chulia Ferrandis) e 4 Compagni - Martiri (18 settembre)
Schede dei gruppi a cui appartengono:
“Beati Martiri Spagnoli Terziari Cappuccini dell'Addolorata“
“Beati 233 Martiri Spagnoli di Valencia"
Beatificati nel 2001“
“Martiri della Guerra di Spagna“

Torrente, Valencia, 16 aprile 1866 – 18 settembre 1936

Martirologio Romano:
A Montserrat nella stessa regione in Spagna, Beati martiri Ambrogio (Salvatore) Chuliá Ferrandis e Valentino (Vincenzo) Jaunzarás Gómez, sacerdoti, e Francesco (Giusto) Lerma Martínez, Riccardo (Giuseppe) López Mora e Modesto (Vincenzo) Gay Zarzo, religiosi del Terz’Ordine di San Francesco degli Incappucciati della Beata Vergine
Addolorata, che sempre nella medesima persecuzione ricevettero la corona del martirio per la testimonianza data a Cristo.
Compì gli studi ecclesiastici nel Seminario Conciliare di Valencia ma, ricevuto il diaconato, entrò nella congregazione dei “terziari cappuccini”.
Il 14 aprile del 1892, venne ordinato sacerdote e il 5 luglio del 1898 si consacrò perpetuamente al Signore mediante la professione religiosa.

Sequestrato nella sua casa paterna, il 21 agosto del 1936 venne condotto nella prigione “La Torre”, del suo paese natale.
Lì, il padre Ambrogio ed altri nove terziari cappuccini, in pratica, condussero una vita di comunità.
Dalla strada li si sentiva cantare i dolori della Vergine e le Piaghe del Padre San Francesco.
All’alba del 18 settembre del 1936, con altri sette sacerdoti e religiosi, venne giustiziato nel distretto “La Mantellina”, detto anche “Puchà d’Alt”.
É stato beatificato da Papa Giovanni Paolo II, domenica 11 Marzo 2001.
(Fonte:
http://digilander.iol.it/cappuccinivarazze/)

Giaculatoria - Beati Ambrogio Maria da Torrente e 4 Compagni, pregate per noi.  


*Sant'Arianna (Ariadne) di Primnesso - Martire (18 settembre)
Etimologia: Arianna = decantata, la molto Santa, dal greco
Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Primnesso in Frigia, sempre in Turchia, Santa Arianna, martire.
Molte le discussioni fatte dai critici su questa martire della Frigia. Esistono infatti alcuni Atti leggendari composti di varie parti collazionate da un poco abile redattore tra il V e il VI sec. Secondo alcuni critici, Ariadne è da identificare con una Maria martire menzionata nel Martirologio Romano al 1° novembre e di cui si possiedono atti latini, la passio S. Mariae ancillae.
Questa identificazione sembra suffragata da un passo del Sinassario del Sirmond.
Secondo altri, la passio di Arianna e quella di Maria non sono che pie invenzioni, scritte a edificazione dei cristiani dopo il periodo delle persecuzioni.
Infine, c'è chi propende ad ammettere l'esistenza storica di Arianna, negando però ogni valore agli Atti, ritenuti anacronistici e irreali. Tuttavia Franchi de' Cavalieri ha mostrato l'attendibilità di questo documento che, salvo alcuni passi, ha un indubbio sapore di autenticità, come si può vedere confrontandolo con monumenti letterari del II-III sec. Sembra quindi che il redattore si sia servito di fonti contemporanee ad Arianna, interpolandole nell'opera a passi di epoca chiaramente più tarda.
Franchi de' Cavalieri, esaminando la narrazione del martirio di Ariadne, scoperta nel 1899 da Giovanni Mercati nel cod. Vaticano greco 1853, la divise in cinque parti, due sicuramente autentiche, e le altre dubbie. Riassumendo criticamente la leggenda, appaiono questi fatti: Adriano e Antonino promulgarono un editto di persecuzione contro i cristiani, in cui si contemplava la pena di morte per chi rifiutava i cibi immolati agli dei, e si promettevano ai delatori i beni confiscati ai cristiani, e in più 400 denari.
Parte di questo editto è senz'altro falsa, perché un esame filologico conduce molti dei termini adoperati fuori dell'ambito degli Antonini ed è del resto noto che né Adriano, né Antonino emanarono editti contro i cristiani. Tuttavia la menzione di una taglia di 400 denari riporta a un'epoca anteriore alla crisi monetaria del sec. III: l'editto, quindi, certamente fu pubblicato, non dall'imperatore, ma probabilmente da un magistrato locale.
Arianna era una giovane schiava di Tertullo, decurione di Primnesso nella Frigia Salutare, che essendosi rifiutata di rompere il digiuno nel giorno del compleanno del figlio di Tertullo, fu
scoperta cristiana e, dopo essere stata flagellata, rinchiusa nella prigione domestica per un mese, al termine del quale Tertullo venne denunciato da spie al preside Gordio, con l'accusa di nascondere una cristiana. Tertullo, condotto in giudizio, fu abilmente difeso da Nicagora ed uscì assolto dal processo, sostenendo che Arianna faceva parte della dote della moglie e che egli nulla sapeva della sua fede. Segue quindi l'interrogatorio di Arianna, che, proclamandosi cristiana di famiglia cristiana, rifiutò di sacrificare agli dei.
Condannata alla tortura sul cavalletto, fu salvata da un intervento del popolo impietosito dalla sua giovinezza, intervento che per la sua illegalità suscitò le ire di Gordio, costretto tuttavia a concedere ad Arianna una dilazione di tre giorni perché potesse recedere dai suoi propositi e sacrificare, salvandosi la vita.
Queste due parti, la difesa di Tertullo e l'interrogatorio di Arianna, sono senz'altro autentiche, per la loro straordinaria vivezza e precisione e per il ricordo di un procedimento (il processo coram populo) anteriore alle persecuzioni di Diocleziano. Allo scadere dei tre giorni, Arianna fuggì verso una zona montagnosa, ma, vedendosi inseguita, elevò a Dio la preghiera di essere accolta nella roccia, e Dio l'esaudì.
Gordio diede allora ordine al capo dei custodi del tempio di aprire il masso e trarne fuori Arianna per mostrare al popolo la potenza degli dei. Ma un temporale, in cui comparvero due angeli, disperse la folla impaurita. Così termina la leggenda di Arianna.
Quest'ultima parte è la più sospetta: infatti non si vede come Arianna abbia potuto ottenere la corona di martire, senza aver subìto il martirio.
Si può quindi concludere che l'autore si sia fatto influenzare da altre leggende, come quelle di Santa Tecla e di Santa Barbara (che d'altra parte riecheggiano la storia di Dafne): ma queste Sante hanno a buon diritto titolo di martiri, ché tentavano di sfuggire a chi minacciava la loro verginità, mentre Arianna, stando al testo, non corse mai questo pericolo. Per quel che riguarda la commemorazione di Arianna, il Martirologio Romano la celebra il 17 settembre, mentre il Sinassario Costantinopolitano il 18 settembre e il 27 (assieme a Santa Ripsimia).
(Autore: Gian Domenico Gordini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Beato Carlos Erana Guruceta - Marianista, Martire Spagnolo (18 settembre)
Guipùzcoa, 2 novembre 1884 - Alarcòs, 18 settembre 1936
Emblema: Palma
Martirologio Romano: Presso Ciudad Real in Spagna, Beato Carlo Eraña Guruceta, religioso della Società di Maria e martire, che, in epoca di angherie contro i sacerdoti e i religiosi, fu arrestato dai miliziani e fucilato senza processo.
Nato il 2 novembre 1884 a Aozaraza-Arechavaleta (Guipùzcoa), terzogenito di sei figli di una famiglia di contadini-pastori fittavoli, profondamente religiosi e animati da sincera carità cristiana, Carlos trascorse una fanciullezza serena, tutta dedita agli svaghi infantili, allo studio, ai piccoli lavori nei campi e al servizio dell'altare.
Seguendo l'esempio di alcuni suoi compagni che lo avevano preceduto in tale scelta, Carlos
manifestò il desiderio di entrare nel postulato che i Marianisti avevano da poco aperto a Escoriaza, dopo aver acquistato e adattando a tale uso un vecchio edificio balneare dismesso.
Entratovi con la chiara intenzione di abbracciare la vita religiosa, si fece subito apprezzare dai suoi educatori per la serenità, la bontà d'animo, il buon senso, il carattere forte, una spiccata tendenza alla riflessione, la trasparenza nei rapporti e la sincera pietà che lo distinguevano.
All'età di 18 anni entrò al noviziato di Vitoria, dove iniziò un cammino di vita interiore che continuerà a percorrere con costante coerenza per tutta la durata della sua esistenza.
Con la professione dei primi voti, il 9 settembre 1903, entrando a far parte a tutti gli effetti di una congregazione posta interamente sotto gli auspici di Maria, si consacrava anima e corpo a Lei. Durante il periodo dello studentato si preparò con puntigliosa serietà al conseguimento del titolo di maestro presso l'Istituto Magistrale di Vitoria, che gli avrebbe consentito di dedicarsi ufficialmente all'insegnamento elementare.
Come religioso, fratel Carlos tenne fede all'ideale che si era proposto fin dal noviziato, e che sinteticamente ribadì nella lettera in cui chiedeva di essere ammesso alla professione dei voti perpetui: “Voglio che il servizio di Dio e di Maria, sua santissima Madre, costituisca l'unico scopo della mia vita. E i mezzi più idonei per realizzare ciò mi sembra di trovarli nella Società di Maria”.
Come educatore, seppe guadagnarsi la stima e l'affetto degli alunni e delle loro famiglie. Un superiore poteva infatti scrivere in un suo rapporto:“E' indubbiamente il religioso della provincia che meglio comprende la piccola anima del bambino delle elementari e il più indicato a dirigere questo tipo di scuola”.
E un suo ex alunno ha potuto rendergli la seguente testimonianza: “Noi lo amavamo e lo stimavamo molto... La sua pietà era molto profonda. In collegio rese obbligatoria la recita del rosario il sabato e considerava come trasgressione l'assenza alla messa domenicale.
Egli stesso presiedeva il rosario con molta calma... Non ci diede mai il cattivo esempio... Si distingueva per la carità con cui trattava insegnanti e alunni... Era solito visitare le famiglie degli alunni e dei poveri”.
Quando nel luglio del 1936 scoppiò la guerra civile, che avrebbe determinato un inasprimento della persecuzione religiosa, fratel Carlos si trovava al suo posto di lavoro, a Madrid, come direttore delle elementari del collegio del Pilar.
Il 24 luglio i miliziani ‘rossi’ requisirono il collegio e la comunità fu costretta a disperdersi. Fratel Carlos fu arrestato due volte e quindi liberato. Sentendosi braccato a Madrid, decise di recarsi a
Ciudad Real, capitale della celebre regione della Mancia, con la speranza di trovarvi protezione da parte di ex alunni della Scuola Popular, che aveva diretto per undici anni e dove si conservava ancora vivo il ricordo di lui.
Dopo un viaggio movimentato, che stava per costargli la vita, arrivò a Ciudad Real il 29 luglio, ma vi trovò i due collegi dei Marianisti requisiti e le comunità disperse, mentre in città vigeva un clima di vera e propria rappresaglia nei confronti di sacerdoti e religiosi. Visse così un lungo mese di prova, conservando inalterata una grande serenità interiore. “Sarà quello che Dio vorrà - era solito dire - .
Del resto, che cosa possono farmi ancora? Ammazzarmi!”.
Il 6 settembre dello stesso anno fu arrestato dai miliziani e internato nella "casa del popolo" in condizione di isolamento. Pur consapevole del mortale pericolo che incombeva su di lui, trascorse dodici giorni tranquillo e completamente abbandonato alla volontà di Dio.
Il giorno prima di morire manifestò il desiderio di potersi confessare da un sacerdote, ma non poté essere esaudito.
Nella notte del 18 settembre venne prelevato dal carcere con altri compagni di sventura e fucilato nei pressi di Alarcòs, a pochi chilometri dalla città. Il suo corpo, con quello di tutti gli altri, fu gettato in una fossa comune. É stato beatificato dal Papa Giovanni Paolo II° la domenica 1 ottobre del 1995 e la sua memoria liturgica è stata fissata al 18 settembre, data del suo martirio.
(Da Osservatore Romano, 1.10.1995, pag. 10).
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Carlos Erana Guruceta, pregate per noi.  


*Santi Costanzo e Compagni - Martiri (18 settembre)
m. Villar San Costanzo, Cuneo, fine III secolo
San Costanzo è ritenuto uno dei soldati della Legione Tebea scampati all’eccidio di Agauno (odierna Saint-Maurice in Svizzera).
Raggiunse la Val Maira e dopo aver dato sepoltura ad alcuni suoi compagni di martirio fu anch’egli ucciso in odio alla fede cristiana presso Villar San Costanzo ed ivi è venerato nel Santuario di San Costanzo al Monte.
Con San Chiaffredo è venerato come patrono della diocesi di Saluzzo.
Patronato: Diocesi di Saluzzo
Emblema: Palma, Spada, Stendardo, Croce Maurizian
In data odierna il calendario liturgico della diocesi di Saluzzo (Cn) riporta la memoria dei “Santi
Costanzo e Compagni martiri”, che tale Chiesa locale venera come patroni secondari.
Per meglio comprendere l'origine del culto di questi intrepidi testimoni della fede cristiana, occorre però ripercorrere brevemente la vicenda della celebre Legione Tebea, alla quale la pietà popolare ha leggendariamente arruolato i santi oggi in questione.
Al 22 settembre il nuovo Martyrologium Romanum cita così questo glorioso esercito: “A Saint-Maurice-en-Valais in Svizzera, ricordo dei Santi martiri Maurizio, Essuperio, Candido, soldati, che, come narra Sant'Eucherio di Lione, con i loro compagni della Legione Tebana e il veterano Vittore, nobilitarono la storia della Chiesa con la loro gloriosa passione, venendo uccisi per Cristo sotto l'imperatore Massimiano”.
Seppur sinteticamente, sono così ben riassunte le poche certezze che danno un fondamento storico al vasto culto sviluppatosi in tutta Europa ed in particolare sulle Alpi.
Secondo cronache redatte in un tempo successivo furono solo due i soldati che riuscirono a scampare al sanguinoso eccidio, ma presto iniziarono a fiorire leggende su altri soldati che trovarono rifugio in svariate località, intraprendendo una capillare opera di evangelizzazione e subendo poi anch'essi il martirio.
Se ne contano all'incirca 400, di cui quasi una sessantina solo in Piemonte, tra i quali i Santi oggi in questione, agganciati all'ormai proliferante ed avvincente Legione dalla fantasia di alcuni agiografi che nulla conoscevano di certo relativamente a questi antichi martiri.
San Costanzo raggiunse la Val Maira, oggi in provincia di Cuneo, con alcuni suoi compagni tra i quali Costantino, Dalmazzo, Desiderio, Isidoro, Magno, Olimpio, Ponzio, Teodoro e Vittore.
Dedicatisi alla diffusione del Vangelo tra le popolazioni locali, iniziò una persecuzione nei loro confronti, o meglio in odio alla fede cristiana, a cui in un primo tempo sopravvisse solamente
Costanzo, che dovette dunque dare sepoltura ai suoi amici.ù
Alla seconda parte della sua avventura nella “Granda” è legata una curiosa tradizione di carattere prettamente geologico.
Dal capoluogo del comune di Villar San Costanzo con una breve passeggiata si raggiunge sulla destra la costa Pragamonti ove spiccano svariate colonne sormontate da un grosso masso di pietra, da sempre popolarmente denominate “Ciciu”, cioè pupazzi.
Queste formazioni rocciose, assai simili ai “Camini delle fate” della Cappadocia e a “Les demoiselles coiffées” della Durance (Francia), sono state originate dall'erosione attuata dall'acqua sul terreno argilloso: tali colonne sono infatti composte da friabile terra argillosa mista a granuli di quarzo e lamelle di mica con profondi solchi verticali, mentre massi di gneiss compatto di colore grigio scuro fungono da cappeli.
L'antica leggenda locale racconta invece che un centinaio di legionari romani presero ad inseguire San Costanzo per arrestarlo, ma giunti sino a tale luogo egli maledì i loro cuori di pietra e li pietrificò trasformandoli in ciciu.
Qualcuno riuscì poi comunque purtroppo a raggiungerlo ed a decapitarlo.
Proprio sul luogo del martirio, fra faggi e castagni sulle pendici del monte San Bernardo, sorge ancora oggi il maestoso complesso architettonico del santuario detto di San Costanzo al Monte.
Della costruzione primitiva, probabilmente risalente ai tempi dei longobardi, non restano tracce, escludendo alcune sculture databili intorno all'VIII secolo.
L'attuale edificio risale a diverse epoche successive.
L'erezione della prima chiesa in pietra, posta a levante e della sottostante cripta, avvenne attorno al 1190.
Successivamente si pensò di aggiungere un'ulteriore costruzione, nonché l'attuale facciata barocca, a completamento dell'edificio primitivo.
Nella chiesa parrocchiale sottostante, già chiesa abbaziale benedettina dei Santi Vittore e
Costanzo, Sono custoditi alcuni reperti della sua tomba, in particolare un marmo con segni vermigli e consunto dal contatto con le mani dei fedeli.
Ogni anno giunge a Villar un gran numero di devoti in occasione della festa, forse attratti anche dalla processione con i cavalieri in costume, dai caratteristici ciciu e da altre coreografiche manifestazioni.
La popolarità di cui giunse a godere questo santuario fece di San Costanzo uno dei più venerati martiri tebei, nonostante la totale assenza di certezze circa la reale identità del personaggio.
La diocesi di Saluzzo lo ha eletto quale patrono insieme con l'altro celebre soldato tebeo San Chiaffredo. Le statue dei due martiri svettano infatti ai lati dell'altar maggiore della cattedrale cittadina.
Il presupposto che San Costanzo abbia militato nella Legione Tebea gli ha simbolicamente conferito la nazionalità egiziana, fattore che ha contribuito alla diffusione del suo culto anche presso la Chiesa Copta, che venera dunque tanto San Maurizio quanto tutti quei suoi leggendari compagni il cui ricordo è tramandato in un qualche piccolo santuario d'Europa.
L'iconografia relativa a San Costanzo è solita presentarlo con tutti gli attributi tipici dei soldati tebei: la palma del martirio, la spada, lo stendardo con croce rossa in campo bianco e la Croce Mauriziana, cioè trilobata, sul petto.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Costanzo e Compagni, pregate per noi.


*Beato Davide (Daudi) Okelo - Catechista Martire Ugandese (18 settembre)
m. 18-20 ottobre 1918
Insieme all'evangelista Luca, di cui oggi si celebra la festa liturgica, la Chiesa ricorda oggi anche due catechisti proclamati Beati da Giovanni Paolo II nel 2002: si tratta dei martiri ugandesi Davide Okelo e Gildo Irwa, figure molto significative in questo ottobre missionario.
Erano poco più che ragazzini quando nel 1917 si presentarono al comboniamo padre Cesare Gambaretto offrendosi come volontari catechisti per la missione di Paimol, rimasta sguarnita dopo l'uccisione del fratello di Davide, Antonio.
Battezzati e cresimati da pochi mesi, avevano appena diciotto (Davide) e quattordici anni (Gildo).
Alle resistenze del missionario, titubante perché conosceva bene il pericolo cui andavano incontro, il più piccolo rispose: «Padre, non temere. Gesù e Maria sono con noi».
A Paimol si diedero subito da fare. Di Gildo si racconta che coinvolgesse i ragazzi anche con piccoli giochi. Furono uccisi il 18 ottobre 1918 da due guerrieri locali. Avrebbero risparmiato loro la vita se avessero abbandonato il villaggio.
Ma per loro era troppo importante annunciare quel Gesù appena incontrato. (Avvenire)
Martirologio Romano: Nel villaggio di Paimol presso la missione di Kalongi in Uganda, Beati Davide Okelo e Gildo Irwa, catechisti e martiri, che, trafitti con la lancia dai pagani del luogo per essersi adoperati spontaneamente nell’opera di evangelizzazione del popolo, manifestarono con il loro intrepido martirio la potenza di Cristo.
Beati Davide Okelo e Gildo Irwa, i martiri di Paimol
"Siete disposti ad andare a Paimol? Sapete bene che la gente di quel paese è tanto cattiva e tu Gildo sei tanto piccolo!". "Davide però è grande - rispose - e noi staremo insieme". "Ma se vi ammazzeranno?". "Andremo in paradiso! C'è già Antonio - soggiunge Davide - io non temo la morte. Gesù non è morto per noi?".
"Io ero commosso - testimonia P. Cesare Gambaretto, il missionario comboniano del distretto di Kitgum, nel Nord Uganda - quasi presentivo qualcosa, ma mi scosse Gildo". "Padre, non temere. Gesù e Maria sono con noi!".
Inizia così il cammino di fede che porterà al martirio Davide Okelo e Gildo Irwa, due giovani neo-cristiani. Era la festa di Ognissanti - I° novembre 1917 - a Kitgum - in territorio Acholi nel nord Uganda.
Davide Okelo e Gildo Irwa sono due catechisti molto giovani, da poco convertiti al cristianesimo, battezzati il 6 giugno 1916 e cresimati il 15 ottobre dello stesso anno. Sono legati da una profonda amicizia e dall'entusiasmo giovanile di una comune missione, quella di insegnare la religione cristiana ai loro connazionali. Antonio, catechista di Paimol, è morto e Davide, suo fratello, chiede al P. Gambaretto se ha uno da mandare al suo posto. "Non ho nessuno', è la risposta. Il giorno dopo Davide si presenta con Gildo e gli dice "Padre, se vuoi, andiamo noi due a Paimol". P. Cesare resta sorpreso, espone loro le difficoltà reali di Paimol e cerca di dissuaderli. Poi, come per guadagnare tempo, dice:"Venite domani. Vedremo". I due si presentano il giorno seguente con le loro stuoie e coperte, pronti a partire.
Era risaputo che la regione attorno a Paimol era in subbuglio. La Gran Bretagna usava le maniere forti per imporre il suo Protettorato e obbligava gli uomini a turni di lavoro forzato, provocando forti reazioni tra la gente.
I Missionari Comboniani, arrivati nel 1915 nella zona Acholi di Kitgum nel Nord Uganda, erano impegnati nel lavoro di evangelizzazione, coadiuvati da alcuni catechisti nella prima istruzione cristiana dei catecumeni nelle zone non ancora raggiunte dal missionario. C'erano molte difficoltà, alcune create dalla prima guerra mondiale, altre dalla peste, dal vaiolo e dalla carestia. Per i responsabili della religione tradizionale (i cosiddetti stregoni), l'arrivo della nuova religione era la causa di tutte le disgrazie.
Sorsero movimenti anticristiani e anticoloniali, promossi dagli stregoni e appoggiati da gruppi di rivoltosi locali (Adui) e da musulmani (Abas) che vedevano minacciati i loro commerci di avorio e di schiavi. Le lotte tribali intestine e le azioni di guerriglia contrastavano fortemente sia l'avanzata
dello straniero dominatore che l'attività missionaria, e promuovevano il rigetto di tutto ciò che era "nuovo" rispetto agli usi e tradizioni del paese. La rivolta politica fu soffocata dalle autorità britanniche nel 1919.
Ma nel frattempo Davide e Gildo erano stati uccisi il fine settimana tra il 18-20 ottobre 1918, martiri della fede in Cristo.
A Paimol Davide e Gildo condividevano la stessa capanna. Testi oculari riferiscono:"Facevano solo il loro dovere di insegnare il catechismo"."Io pure - afferma un altro testimone - andai da loro per essere istruit o nel catechismo. Si comportavano bene e tutta la gente voleva loro bene". Un catechista che insegnava in un villaggio vicino a Paimol ha lasciato una bella testimonianza del loro servizio. "Non c'era alcuna cosa; cattiva nel loro lavoro. I ragazzi andavano volentieri da loro. E tutta la gente del villaggio, senza eccezione, li amava per il bene che facevano, poiché essi inse-~ gnavano ai ragazzi e procuravano che fossero puliti. Le mamme erano assai contente dei catechisti che) aiutavano i loro ragazzi e anche i papà erano contenti. Erano totalmente dediti all'adempimento del loro dovere, finché non li uccisero senza che avesser commesso alcunché di male. Morirono nell'adempimento esatto del loro insegnamento".
Furono trafitti con le lance da Okidi e Opio, due Adu (rivoltosi che avevano preso le armi contro i cap imposti dalle autorità coloniali). Prima di ucciderli cercarono di convincere Davide e Gildo a lasciare i paese e I'insegnamento del catechismo e tornarsene a loro villaggi. Avrebbero avuto salva la vita. Rifiutarono. A Gildo fu fatto cenno di fuggire. Ma egli rispose: "Abbiamo lavorato nella stessa opera se è necessario morire, bisogna morire insieme". Quando furono portati fuori del villaggio per esser trucidati, Davide piangeva. Fu rassicurato dal piccol Gildo "Perché piangi. Muori senza motivo; non ha fatto male a nessuno". Era poco prima dell'alba del fine settimana 18-20 ottobre 1918. Davide Okelo aveva 16-18 anni e Gildo Irw 12-14 anni.
Alcuni missionari considerarono da subito la morte dei due giovani non solo come conseguenza dell'odio verso lo straniero, ma soprattutto del rigetto della nuova religione. Anche la gente di Paimol espresse la stessa convinzione e venerazione per i suoi martiri. Le testimonianze raccolte tra i cattolici, i protestanti e i pagani di Paimol, tra i quali c'era anche uno degli uccisori, parlano chiaramente di martirio. Parlano di due giovanissimi catechisti africani che si offronospontaneamente al servizio dell'evangelizzazione e sacrificano volontariamente la vita piuttosto che rinnegare la fede e fuggire davanti ai loro uccisori.
Il 23 aprile 2002 il Papa ha dato il suo assenso a questa visione della storia di Davide e Gildo, li ha riconosciuti martiri e li ha proposti alla venerazione dei fedeli.
La beatificazione è avvenuta in Piazza S. Pietro il 20 ottobre 2002, Giornata Missionaria Mondiale.
Il ruolo del Catechista oggi
La storia dell'avvento e della crescita del cristianesimo in Uganda si imbatte da subito nella figura del catechista, la persona che ha avuto il ruolo più importante nella diffusione della parola di Dio nei villaggi e nelle comunità cristiane. In effetti i catechisti hanno rappresentato, e tuttora rappresentano, il più stretto legame tra i sacerdoti e le piccole comunità, perché essi vivono tutto il tempo con la gente e altrettanto bene conoscono i luoghi dove abitano.
Anche oggi continuano ad essere indispensabili nella crescita e nel sostegno delle parrocchie e delle cappelle. Infatti garantiscono il contatto immediato con la gente del posto e l'organizzazione del lavoro pastorale nelle loro comunità. Senza di loro, i sacerdoti troverebbero veramente arduo poter condurre avanti il lavoro pastorale nelle loro parrocchie. I catechisti quindi, tanto sono vitali per la comunità cristiana, quanto sono i riconosciuti leaders del loro popolo: insomma punto di riferimento in ogni tempo ed evenienza.
Si capisce allora che in questa parte del paese, concretamente nell'Arcidiocesi di Gulu, tra il 1986 e il 2002, almeno 66 abbiano perso la vita nell'esercizio del loro ministero. La drammaticità dei numeri non scoraggia però lo sforzo intrapreso per la loro formazione. Al momento, 630 di loro sono attivamente presenti sul campo.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Davide Okelo, pregate per noi.


*San Domenico Trach – Martire Domenicano (18 settembre)
Schede dei gruppi a cui appartiene:

“Santi Andrea Dung Lac e Pietro Truong Van Thi”
“Santi Martiri Vietnamiti (Andrea Dung Lac e 116 compagni”)
1792 - 1840
Catturato durante la persecuzione religiosa in Vietnam, ottenne, in carcere, la conversione di San Tommaso Toán, che aveva apostatato in un momento di debolezza.
Superando minacce e torture, si rifiutò di calpestare la croce e fu decapitato.
Emblema: Palma
Martirologio Romano: Nella città di Nam Dinh nel Tonchino, ora Viet Nam, San Domenico Trach, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori e martire, che preferì morire piuttosto che recare oltraggio alla croce e subì il martirio della decapitazione sotto l’imperatore Minh Mang.
Nato nel Tonchino meridionale, entrò nell'Ordine domenicano nel 1825, e una volta ordinato sacerdote, oltre alla missione si dedicò alla formazione spirituale dei futuri sacerdoti.
Scoppiata la persecuzione anticristiana, continuò instancabile il suo apostolato.
Nell'aprile del 1840 fu catturato: il governatore lo istigò ripetutamente ad apostatare calpestando la croce, ma il frate domenicano respinse sempre la proposta sacrilega con eroica fermezza, finché venne condannato a morte.
(Fonte: Convento San Domenico, Bologna)
Giaculatoria - San Domenico Trach, pregate per noi.


*Beato Elia da Mantova (18 settembre)
m. Mantova, 1488
Appartenente al Terz'Ordine Francescano, fu eminente per spirito di preghiera e per carità verso il prossimo, che esercitò servendo gli ammalati dell'Ospedale Grande di Mantova.
Morto in questa città nel 1488, ebbe sepoltura nella chiesa di San Leonardo e sulla tomba fu eseguito col carbone il suo ritratto al naturale, che oggi non esiste più.
Elia operò miracoli in vita e dopo morte: di alcuni di essi esiste un Memoriale nell'archivio parrocchiale della sopraddetta chiesa (Due catastri ed un repertorio antichissimi, parte III, f. 87).
Il Martirologio Francescano lo commemora col titolo di Beato al 18 settembre; tale titolo gli viene attribuito in vari documenti mantovani.
(Autore: Rodolfo Toso d'Arenzano – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Elia da Mantova, pregate per noi.


*Sant'Eumenio di Gortina - Vescovo (18 settembre)
Martirologio Romano: A Górtina nell’isola di Creta, Sant’Eumenio, vescovo.
Fu vescovo di Górtina, l’antica metropoli di Creta. Pur non esistendone una Vita, sono abbondanti le testimonianze di un culto a lui tributato dalla Chiesa greca.
Nella Bibliographie des Acolouthies grecques di L. Petit, abbiamo un’acoluthia (e cioè press’a poco un Ordo per l’ufficiatura liturgica) al 25 agosto, dedicata in comune a quattro vescovi di Creta, e tra essi vi è anche Eumenio, ed ancora un’altra acoluthia al 18 settembre per Eumenio in particolare. Al 18 settembre, poi, celebrano la memoria di Eumenio sinassari e monologhi bizantini e da questi la nota è passata al Martirologio Romano, sempre al 18 settembre.
Inoltre, le medesime fonti (che, naturalmente, andranno prese per quel che valgono) ci danno molte notizie sulla vita del santo.
Eumenio si era dato ad una vita di perfezione fin da giovane, praticando specialmente la umiltà, la penitenza e la carità verso il prossimo, per le quali non solo distribuì le sue vistose ricchezze ai poveri, ma anche si guardò sempre dal muovere o ascoltare critiche sull’altrui operato.
Eletto vescovo di Gortina, vi operò un santo apostolato e numerosi prodigi, per cui tutte le fonti insistono nel chiamarlo Eumenio «il Taumaturgo», mentre alcune di esse si soffermano nel raccontare un miracolo, purtroppo assai comune nell’agiografia medievale, quello cioè dell’uccisione del solito spaventoso dragone.
Alcune di dette fonti, poi, raccontano anche che egli si recò a Roma, dove pure operò miracoli e fu
a tutti «fiaccola luminosa di dottrina», e che di lì si recò in Tebaide, dove morì in età assai avanzata un 18 settembre. Gli abitanti del luogo, tuttavia, restituirono il suo corpo all'isola di Creta, dove venne sepolto in località chiamata Rado (nel luogo stesso in cui si trovava la tomba di San Cirillo, così precisa la nota) e anche ivi «da allora fino ad oggi» continuarono i prodigi dovuti alla sua intercessione.
È difficile precisare l'età in cui visse il nostro santo: certamente egli fu anteriore a San Cirillo, il quale venne martirizzato dai Saraceni nell’824 e col quale finì la giurisdizione metropolitica di Gortina, essendo stata questa città completamente distrutta dagli Arabi.
La notizia del suo viaggio a Roma potrebbe poi portarci a prima del 752, ad un'epoca, cioè, in cui l'isola di Creta, facendo parte dell'Illyricum, dipendeva ancora dalla giurisdizione romana (fu nel 752 circa che l'imperatore Costantino V compì l'annessione di Creta al patriarcato di Costantinopoli): d’altra parte, un accenno che si ha su una sua predicazione sulla dottrina delle due volontà e delle due operazioni in Cristo sembra portarlo in un’epoca posteriore al monotelismo.
Ma, come si è detto, tutti questi dati offertici dai sinassari hanno un valore assai mediocre: l'unico elemento sicuro che ce lo fa riguardare come un Santo è la venerazione alla sua memoria dimostrataci dal culto al suo sepolcro e dalla celebrazione del 18 settembre.
(Autore: Giovanni Lucchesi - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Sant'Eustorgio I di Milano - Vescovo (18 settembre)
Eustorgio fu il nono vescovo di Milano. Una leggenda lo presenta come un greco mandato lì dall’imperatore come governatore.
Alla morte di Protasio fu eletto vescovo, una vicenda che ricorda quella di Ambrogio. Recatosi a Costantinopoli, al ritorno avrebbe eretto la chiesa che porta il suo nome, presso il luogo della primitiva comunità cristiana in zona porta Ticinese. In essa collocò l’arca con le reliquie dei Magi, poi finite a Colonia.
Morì intorno al 355 e fu sepolto in Sant’Eustorgio. Fa parte di quel gruppo di quattro vescovi (con Dionigi, Ambrogio e Simpliciano) proposti subito al culto pubblico. (Avvenire)
Etimologia: Eustorgio = bene amato, dal greco
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: A Milano, Sant’Eustorgio, vescovo, di cui Sant’Atanasio loda la professione della vera fede contro l’eresia ariana.
É il nono vescovo di Milano. Atanasio nella Ep. encyclica ad episcopos Aegypti et Lybiae e Ambrogio nel Sermo contra Auxentium de basilicis tradendis ricordano Eustorgio di Milano come uno dei più fermi e illustri avversari dell'eresia ariana.
Non è certo, invece, se i due concili di Milano che videro la condanna del vescovo di Sirmio, Fotino, fautore dell'eresia ariana, siano stati tenuti durante l'episcopato di Eustorgio o invece durante quello del suo antecessore Protasio. Probabilmente si deve a Eustorgio l'inizio dei lavori di costruzione della nuova grande cattedrale di Milano, a cinque navate, con una superficie di 2000 mq. ricordata da Sant'Ambrogio come basilica nova, o anche basilica maiorintramurana, sita nell'attuale piazza del duomo ed inaugurata, sembra, da Sant'Ambrogio stesso.
Una leggenda di molto posteriore (pare del sec. XI) presenta Eustorgio come un greco mandato a Milano dall'imperatore in qualità di governatore (rendendolo in tal modo simile a Sant'Ambrogio).
Alla morte di Protasio, con unanime consenso, fu eletto dai milanesi vescovo della città. Recatosi a Costantinopoli insieme coi maggiorenti della città per avere il consenso dell'imperatore alla nomina episcopale, non solo lo ebbe, ma ottenne anche l'esenzione dai tributi per i milanesi e una grandiosa arca marmorea con i corpi dei Magi.
Ritornato a Milano, Eustorgio avrebbe eretto la basilica che da 1ui prese il nome, presso il luogo del fonte battesimale della primitiva comunità cristiana (zona di Porta Ticinese), collocandovi l'arca con le reliquie dei Magi (reliquie che furono traslate a Colonia da Rinaldo, arcivescovo di quella città e cancelliere dell'impero, dopo la distruzione di Milano nel 1162 per opera di Federico I Barbarossa).
Eustorgio morì un 18 settembre poco prima dell'anno 355 e fu sepolto nella basilica a lui dedicata. Gli vengono attribuiti diciassette anni di episcopato, ma a torto, perché al concilio di Sardica (343-44) partecipò il suo antecessore Protasio, mentre nel 355 già veniva deposto il suo successore, Dionigi.
Eustorgio appartiene al gruppo dei quattro vescovi milanesi (Eustorgio, Dionigi, Ambrogio, Simpliciano) subito venerati di culto pubblico; infatti la !oro Messa secondo il rito ambrosiano, a giudizio di A. Paredi e C. Marcora, risale al sec. V. La sua festa liturgica ricorre il 18 settembre. Un documento del sec. XIV, il Liber notitiae sanctorum Mediolani, elenca cinque chiese nel territorio della diocesi dedicate a questo Santo vescovo e ne trasferisce la festa al 19 settembre.
(Autore: Antonio Rimoldi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Beati Ferdinando Garcia Sendra e Giuseppe Garcia Mas - Sacerdoti e Martiri (18 settembre)
Schede dei gruppi a cui appartengono:
“Beati 233 Martiri Spagnoli di Valencia”
Beatificati nel 2001

“Martiri della Guerra di Spagna”

Martirologio Romano:

Vicino alla città di Gandía nel territorio di Valencia sempre in Spagna, Beati
Ferdinando García Sendra e Giuseppe García Mas, sacerdoti e martiri, che durante la stessa persecuzione confermarono con il loro sangue la fedeltà a Dio.
(Fonte:
Enciclopedia dei Santi)

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*San Ferreolo di Limoges - Vescovo (18 settembre)

Martirologio Romano: A Limoges in Aquitania, sempre in Francia, san Ferréolo, vescovo, che liberò dall’incombente pericolo Marco, referendario del re Chidelberto, che il popolo di questa città voleva uccidere.
Gregorio di Tours, suo contemporaneo e collega molto vicino, riferisce che Ferreolo esercitò un'azione pacificatrice in un tumulto scoppiato a Limoges il 1° marzo 579 e che fece ricostruire, in modo impeccabile, la basilica di San Martino martire a Brive-la-Gaillarde (dipartimento della Gorrèze) completamente distrutta da un incendio (584). Ferreolo assisté, inoltre, nel 583, al concilio di Macon.
La Vita di Sant'Aredio di Limoges (m. 591), re¬datta in epoca posteriore, racconta che Ferreolo ricorreva a lui in ogni sua malattia riportandone la salute, e che egli presiede alle esequie del santo abate, che furono contrassegnate da fatti miracolosi.
Dopo la morte fu venerato come santo. La sua festa cade il 18 settembre.
(Autore: Paul Viard - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

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*San Ferreolo di Vienne - Vescovo (18 settembre)

Nel 473 San Mamerto, vescovo di Vienne, costruì, al riparo dalle inondazioni del Rodano, una nuova chiesa e vi fece trasferire le reliquie dei martiri conservate fino ad allora nella vecchia basilica di San Ferreolo, troppo minacciata dal fiume.
San Gregorio di Tours ha riportato i particolari di questa traslazione. Si scoprirono 3 tombe e fra esse quella di Ferreolo riconoscibile perché il Santo aveva presso di sé la testa del suo compagno San Giuliano di Brioude.
Si accreditò così la versione secondo cui Ferreolo, tribuno militare di guarnigione a Vienne, sarebbe stato perseguitato, flagellato e decapitato dal governatore Crispino sotto l’imperatore Decio.
Precedentemente egli avrebbe facilitato la fuga del compagno Giuliano verso l’Alvernia.
Ripreso, costui sarebbe stato decapitato sul posto e la sua testa portata a Vienne per essere presentata a Ferreolo; si spiegherebbe così la presenza della testa nella tomba del martire.
Martirologio Romano: Nel territorio di Vienne, in Francia, san Ferréolo, martire, che, come si narra, durante la persecuzione si rifiutò, pur essendo tribuno, di arrestare i cristiani e, fatto prigioniero per questo motivo per ordine del governatore, fu crudelmente flagellato e gettato in carcere; riuscito a fuggire, fu nuovamente catturato dagli inseguitori e ricevette con la decapitazione la palma del martirio.
Nel 473 San Mamerto, vescovo di Vienne, costruì, al riparo dalle inondazioni del Rodano, una nuova chiesa e vi fece trasferire le reliquie dei martiri conservate fino ad allora nella vecchia basilica di San Ferreolo, troppo minacciata dal fiume.
Gregorio di Tours ha riportato i particolari di questa traslazione. Si scopersero tre tombe e fra esse quella di Ferreolo riconoscibile perché il santo aveva presso di sé la testa del suo compagno, San Giuliano di Brioude.
Si accreditò così la versione secondo cui Ferreolo, tribuno militare di guarnigione a Vienne, sarebbe stato perseguitato, flagellato e decapitato, sotto l'imperatore Decio, dal governatore Crispino. Precedentemente egli avrebbe facilitato la fuga del suo compagno Giuliano verso l'Alvernia. Ripreso, costui sarebbe stato decapitato sul posto e la sua testa portata a Vienne per essere presentata a Ferreolo; si spiegherebbe così la presenza della testa nella tomba del martire.
Ma queste passiones non godono alcun credito e il Delehaye non ha esitato a classificarle nel genere del romanzo storico.
Verso il 725 la basilica edificata da San Mamerto fu danneggiata dai Saraceni e le reliquie trasportate in un'altra chiesa, anch'essa in seguito scomparsa, di cui, peraltro si ritrovò la cripta nel 1859.
(Autore: Gerard Mathon - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

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*Santa Gemma - Vergine Irlandese (18 settembre)

Santa Gemma è una vergine irlandese della quale non sappiamo nulla.
Non ci è dato di conoscere alcun dato biografico e nemmeno il secolo in cui visse.
Di lei è rimasto solo il nome scritto nei Martirologi di Tallagh e di Gorman.
Al nome di Santa Gemma era rimasta la designazione topografica di Riacc Innse, un’invenzione questa di M. Kelly, primo editore del martirologio di Tallaght, uno dei cataloghi sui Santi irlandesi.
(Autore: Mauro Bonato - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

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*San Gildo (Jildo) Irwa - Catechista, Martire Ugandese (18 settembre)

m. 18-20 ottobre 1918
La Chiesa ricorda oggi due catechisti proclamati beati da Giovanni Paolo II nel 2002: si tratta dei martiri ugandesi Davide Okelo e Gildo Irwa, figure molto significative in questo ottobre missionario. Erano poco più che ragazzini quando nel 1917 si presentarono al comboniamo padre Cesare Gambaretto offrendosi come volontari catechisti per la missione di Paimol, rimasta sguarnita dopo l'uccisione del fratello di Davide, Antonio.
Battezzati e cresimati da pochi mesi, avevano appena diciotto (Davide) e quattordici anni (Gildo). Alle resistenze del missionario, titubante perché conosceva bene il pericolo cui andavano incontro, il più piccolo rispose: «Padre, non temere. Gesù e Maria sono con noi».
A Paimol si diedero subito da fare. Di Gildo si racconta che coinvolgesse i ragazzi anche con piccoli giochi. Furono uccisi il 18 ottobre 1918 da due guerrieri locali. Avrebbero risparmiato loro la vita se avessero abbandonato il villaggio. Ma per loro era troppo importante annunciare quel Gesù appena incontrato. (Avvenire)
Martirologio Romano: Nel villaggio di Paimol presso la missione di Kalongi in Uganda, Beati Davide Okelo e Gildo Irwa, catechisti e martiri, che, trafitti con la lancia dai pagani del luogo per essersi adoperati spontaneamente nell’opera di evangelizzazione del popolo, manifestarono con il loro intrepido martirio la potenza di Cristo.
Beati Daudi Okelo e Jildo Irwa
Non avevano neanche 18 anni, per la precisione 16 anni Daudi Okelo e 13 anni circa Jildo Irwa, i due giovanissimi catechisti ugandesi, che il papa Giovanni Paolo II ha beatificato il 20 ottobre in piazza San Pietro.
Significativamente il loro stendardo che li raffigurava, scendeva dalla loggia centrale della basilica al centro della sfilata di stendardi di altri sei nuovi beati; sono i primi catechisti africani saliti agli onori degli altari.
I missionari comboniani fondati in Italia dal beato Daniele Comboni, tentarono più volte dal 1878 al 1915 di giungere nella Regione del Nord Uganda, ben tre spedizioni fallirono, finché nel 1915 i primi missionari giunsero prima a Gulu e poi a Kitgum dove stabilirono delle missioni e a quella di Kitgum appartenevano i villaggi natali di Daudi Okelo e Jildo Irwa e soprattutto il luogo del loro martirio, il villaggetto di Mutu.
Essi appartengono al popolo Acholi, l’etnia più numerosa e geograficamente più consistente del Nord Uganda; l’ambiente, il luogo e il tempo in cui nacquero e vissero i due giovani, era quello tradizionale dell’Africa degli inizi del secolo, con le sue strutture immemorabili, che dovevano fare i conti con una presenza straniera inglese sempre più incombente, con i protestanti e per ultimi, i missionari cattolici.
Daudi nacque nel 1902 ca. nel villaggio di Ogom-Payra da genitori pagani, fu tra i primi a contattare i missionari e venne battezzato il 6 giugno 1916, il missionario padre Gambaretto lo descrive come un giovane serio e timido, sul quale influì positivamente il fratellastro Antonio, cristiano esemplare.
Jildo Irwa invece era più giovane, nato non oltre il 1906 a Labongo Bar-Kitoba, fu battezzato e cresimato nel 1916 insieme a Daudi, di lui diceva il padre, che preferiva passare i suoi giorni alla missione con i Padri e ritornava talora a visitare i suoi ad aiutarli nel lavoro dei campi. Padre Gambaretto lo ricorda come un ragazzo gioviale, gentile e dotato di bella intelligenza.
I missionari tendevano ad istruire catechisti del luogo, per una più efficace propagazione della dottrina cristiana; Daudi aveva in famiglia già il fratellastro Antonio che era catechista a Paimol; non si sa bene il perché ma Antonio morì, forse ucciso, e Daudi andò a Paimol a raccogliere le poche
cose personali rimaste, verso la fine del 1916 inizi del 1917, proponendo poi ai padri di sostituirlo.
Un anno dopo fu scelto Jildo per affiancare Daudi che era rimasto solo a fare il catechista a Paimol; i genitori e gli stessi missionari però erano incerti di mandarlo, così piccolo (12 anni) in un posto distante 80 km, in situazioni sociali difficilissime per la presenza di rivoltosi locali ed elementi musulmani (Abas) procacciatori di oro bianco (avorio) e oro nero (schiavi).
I due giovanetti insistirono per restare insieme e rispondendo che se li avessero ammazzati sarebbero andati in paradiso, già c’era andato anche Antonio. La loro situazione nel villaggio di Mutu dove erano stati destinati, per un anno andò bene, operavano discretamente, visitando i fedeli, insegnando con semplicità il catechismo e lavorando nei campi per sostenersi, tra la stima e il benvolere di tutti.
Ai primi del 1918 la situazione cambiò, per lotte che si instaurarono fra il capo del villaggio accusato di nascondere armi dagli inglesi, ma poi liberato perché innocente e il capo che nel frattempo era stato imposto; lo scontro fu alimentato da mercanti musulmani e rivoltosi locali e trasformato abilmente dagli stregoni in scontro antireligioso.
Il capo catechista Bonifacio arrivato a Paimol si rese conto che la situazione stava precipitando, costatando un astio contro la nuova religione, mai prima di allora avvertito; quindi suggerì ai due giovani catechisti di fuggire, cosa che fece anche lui; sarà un testimone d’eccezione del loro martirio.
I giovani furono sollecitati a tornare al loro villaggio, ma Daudi rispose che loro stavano là per insegnare al popolo la religione, compito che avrebbe svolto con chiunque fosse stato a capo del villaggio, erano stati collocati lì dal Signore e solo Lui poteva rimuoverli; così Daudi fu ucciso, allora Jildo disse “ se avete ucciso lui, perché lasciate stare me? Anche io sono insegnante di religione” allora fu preso e ucciso anche lui.
Dopo la loro uccisione avvenuta fra il 18 e il 20 ottobre 1918, si scatenò una reazione violenta contro chiunque fosse cristiano o portasse segni religiosi; l’odio alla fede che era stato abilmente nascosto, poteva ora manifestarsi senza freni.
Successivamente negli anni la Comunità cattolica locale ugandese ritrovò la sua fede, stringendosi attorno alle figure dei due martiri, perché di martiri si tratta, essi pur essendo giovani da così poco tempo convertiti e destinati ad una vita cariche di promesse per il futuro, affrontarono le ore che precedettero la loro morte con fortissima determinazione e con una fedeltà veramente stupefacente.
Essi vanno ad aggiungersi a quella schiera di santi e beati, che stanno onorando l’Africa cattolica in tutti i campi, compreso il martirio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - San Gildo Irwa, pregate per noi.


*Beato Giuseppe (Jozef) Kut - Sacerdote e Martire (18 settembre)
Scheda del gruppo a cui appartiene:
“Beati 108 Martiri Polacchi”
Slawin, Polonia, 21 gennaio 1905 – Dachau, Germania, 18 settembre 1942
Jozef Kut, sacerdote dell’arcidiocesi di Poznan, cadde vittima dei nazisti nel celebre campo di concentramento tedesco di Dachau.
Papa Giovanni Paolo II il 13 giugno 1999 lo elevò agli onori degli altari con ben altre 107 vittime della medesima persecuzione.
Martirologio Romano: Nel campo di prigionia di Dachau vicino a Monaco di Baviera in Germania, Beato Giuseppe Kut, sacerdote e martire, che, di nazionalità polacca, durante la guerra, condannato per la sua fede al carcere duro e sottoposto a crudeli tormenti, migrò al Signore.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Giuseppe da Copertino - Sacerdote (18 settembre)

Copertino (Lecce), 17 giugno 1603 – Osimo (Ancona), 18 settembre 1663
Giuseppe Maria Desa nacque il 17 giugno 1603 a Copertino (Lecce) in una stalla del paese. Il padre fabbricava carri. Rifiutato da alcuni Ordini per «la sua poca letteratura» (aveva dovuto abbandonare la scuola per povertà e malattia), venne accettato dai Cappuccini e dimesso per «inettitudine» dopo un anno. Accolto come Terziario e inserviente nel conventino della Grotella, riuscì ad essere ordinato sacerdote.
Aveva manifestazioni mistiche che continuarono per tutta la vita e che, unite alle preghiere e alla penitenza, diffusero la sua fama di santità. Giuseppe levitava da terra per le continue estasi. Così, per decisione del Sant'Uffizio venne trasferito di convento in convento fino a quello di San Francesco in Osimo.
Giuseppe da Copertino ebbe il dono della scienza infusa, per cui gli chiedevano pareri perfino i teologi e seppe accettare la sofferenza con estrema semplicità. Morì il 18 settembre 1663 a 60 anni; fu beatificato il 24 febbraio 1753 da papa Benedetto XIV e proclamato santo il 16 luglio 1767 da papa Clemente XIII. (Avvenire)
Patronato: Aviatori, Passeggeri di aerei, Astronauti
Etimologia: Giuseppe = aggiunto (in famiglia), dall'ebraico
Martirologio Romano: A Osimo nelle Marche, san Giuseppe da Copertino, sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori Conventuali, che, nonostante le difficoltà affrontate durante la sua vita, rifulse per povertà, umiltà e carità verso i bisognosi di Dio.
Come il francescano spagnolo s. Salvatore da Horta (1520-1567) che creava molti problemi ai suoi confratelli per i continui prodigi che operava, così anche s. Giuseppe da Copertino, li creava con il suo levitare da terra e per le continue estasi.
Giuseppe Maria Desa, figlio di Felice Desa e di Franceschina, nacque il 17 giugno 1603 a Copertino (Lecce) in una stalla del paese.
Il padre, maestro nella fabbricazione dei carri, era persona di fiducia dei signori locali, che a Copertino possedevano un castello; aveva sposato Franceschina di famiglia benestante, industriosa e pia, che aveva portato una discreta dote in ducati; insomma le condizioni economiche erano soddisfacenti.
Poi il padre Felice, per fare un favore ad un amico, fece da garante per un affare di mille ducati; a seguito del fallimento dell’amico, Felice fu denunziato e perse la causa, dovette vendere la casa e perse il lavoro, finendo in miseria con tutta la famiglia.
Proprio quando stava per nascere il sesto figlio Giuseppe, andarono ad abitare in una stalla dove vide la luce il nascituro.
Dopo poco tempo il padre morì per il dispiacere e la vedova rimase sola con i sei figli senza l’aiuto di nessuno; d’altronde la miseria era grande in tutto il Salentino, i poveri contadini erano gravati dei più assurdi balzelli come per esempio, cinque grana per ogni albero, a causa dell’ombra che faceva sulla terra.
La povera vedova e i figli, vissero anni durissimi, Giuseppe Desa, incapace d’imparare il mestiere del carpentiere o dello scarparo, faceva il garzone in un negozio, dove si trovava meglio che a casa, anzi specifichiamo nella piccola stalla adattata ad abitazione umana.
In paese lo chiamavano “Boccaperta” per la sua abituale distrazione; in aggiunta, il creditore del padre ottenne dal Supremo Tribunale di Napoli, che Giuseppe unico figlio maschio di Felice e
Franceschina, una volta raggiunta la maggiore età, fosse obbligato a lavorare senza paga, fino a saldare il debito del defunto genitore.
In pratica gli si prospettava una vita senza speranza, da considerare una vera e propria schiavitù; l’unico modo per sfuggire a questa desolante prospettiva era farsi sacerdote o frate.
Sacerdote non era possibile, in quanto Giuseppe non sapeva niente di lettere e istruzione, forse frate andava bene, perché occorrevano braccia per lavorare e su questo non c’era difetto.
La scuola che aveva cominciato a frequentare, la dovette lasciare quasi subito, a causa di un’ulcera cancrenosa che lo tormentò per cinque anni e di cui guarì grazie ad un eremita di passaggio che la massaggiò con dell’olio.
A quasi 17 anni, lasciò la madre e bussò alla porta dei Frati Francescani Conventuali, convento detto della ‘Grottella’ a due passi da Copertino, dove un suo zio era stato padre Guardiano, ma dopo un periodo di prova fu mandato via, per la sua poca letteratura, per semplicità ed ignoranza”.
Passò allora dai Francescani Riformati, ma anche questi dopo un po’ lo rifiutarono, si diresse allora dai Cappuccini di Martina Franca, era il 15 agosto 1620, allora erano esigenti in fatto di cultura, vi restò otto mesi, ma per la sua inettitudine procurava continui disastri, aggravati da improvvise estasi durante le quali lasciava cadere piatti e scodelle, i cui cocci venivano attaccati alle sue vesti in segno di penitenza.
Nel marzo 1621 fu rimandato a casa, sostenendo che non era adatto alla vita spirituale né ai lavori manuali. Aveva una incapacità naturale e una preoccupazione soprannaturale, ma mentre la prima era evidente, la seconda sfuggiva a tutti.
Uscito dal convento rivestito con pochi stracci, perché aveva perso una parte del suo abito da laico, fu scambiato per un poco di buono, assalito dai cani di una vicina stalla e quasi bastonato dai pastori; fu respinto dallo zio paterno e persino la madre lo maltrattò, rimproverandogli di essersi fatto cacciare dal convento e che per lui non c’era posto.
Grazie all’interessamento dello zio materno, Giovanni Donato Caputo, riuscì dopo molte insistenze a farsi accettare di nuovo dai Conventuali della ‘Grottella’, esponendo il suo caso per sfuggire alla condanna del Tribunale; i frati presero a cuore la situazione e lo ammisero nella comunità, prima come oblato, poi come terziario e finalmente come fratello laico, aveva 22 anni e si era nel 1625.
Addetto ai lavori pesanti e alla cura della mula del convento, Giuseppe ben presto espresse il desiderio di diventare sacerdote, sapeva appena leggere e scrivere, ma intraprese gli studi con volontà e difficoltà; quando dovette superare l’esame per il diaconato davanti al vescovo, accadde che a Giuseppe, il quale non era mai riuscito a spiegare il Vangelo dell’anno liturgico tranne un brano, il vescovo aprendo a caso il libro domandò il commento delle frase: “Benedetto il grembo che ti ha portato”, era proprio l’unico brano che egli era riuscito a spiegare.
Quando trascorsi i tre anni di preparazione al sacerdozio, bisognava superare l’ultimo e più difficile esame, i postulanti conoscevano il programma alla perfezione, tranne Giuseppe; il vescovo ascoltò i primi che risposero brillantemente all’interrogazione e convinto che anche gli altri fossero altrettanto preparati, li ammise tutti in massa, era il 4 marzo 1628.
Per la seconda volta fra Giuseppe, superò l’ostacolo degli esami in modo stupefacente e fu ordinato sacerdote per volere di Dio.
Si definiva fratel Asino, per la sua mancanza di diplomazia nel trattare gli altri uomini, per la sua incapacità di svolgere un ragionamento coerente, per il non sapere maneggiare gli oggetti, ciò
nonostante nel corso della sua vita ebbe tanti incontri con persone di elevata cultura, con le quali parlava e rispondeva con una teologia semplice ed efficace.
Un professore dell’Università francescana di S. Bonaventura di Roma, disse: “L’ho sentito parlare così profondamente dei misteri di teologia, che non lo potrebbero fare i migliori teologi del mondo”.
Ad un grande teologo francescano che chiedeva come conciliare gli studi con la semplicità del francescanesimo, rispose: “Quando ti metti a studiare o a scrivere ripeti: Signor, tu lo Spirito sei / et io la tromba. / Ma senza il fiato tuo / nulla rimbomba”.
Possedeva il dono della scienza infusa, nonostante che si definisse “il frate più ignorante dell’Ordine Francescano”; amava i poveri, alzava la voce contro gli abusi dei potenti, ai compiti propri del sacerdote, univa i lavori manuali, aiutava il cuoco, faceva le pulizie del convento, coltivava l’orto e usciva umilmente per la questua.
Amabile, sapeva essere sapiente nel dare consigli ed era molto ricercato dentro e fuori del suo Ordine. Dopo due anni di terribile aridità spirituale, che per tutti i mistici è la prova più difficile a superare, a frate Giuseppe si accentuarono i fenomeni delle estasi con levitazioni; dava improvvisamente un grido e si elevava da terra quando si pronunciavano i nomi di Gesù o di Maria, nel contemplare un quadro della Madonna, mentre pregava davanti al Tabernacolo; una volta volando andò a posarsi in ginocchio in cima ad un olivo, rimanendovi per una mezz’ora finché durò l’estasi.
In effetti volava nell’aria come un uccello, fenomeni che ancora oggi gli studiosi cercano di capire se erano di natura parapsicologica o mistica; il fatto storico è che questi fenomeni sono avvenuti e in presenza di tanta gente stupefatta, che San Giuseppe da Copertino non era un ciarlatano né un mago, ma semplicemente un uomo di Dio, il quale opera prodigi e si rivela ai più umili e semplici.
Comunque frate Giuseppe costituì un problema per i suoi Superiori, che lo mandarono in vari conventi dell’Italia Centrale, per distogliere da lui l’attenzione del popolo, che sempre più numeroso accorreva a vedere il santo francescano.
Di lui si interessò l’Inquisizione di Napoli, che lo convocò per capire di che si trattasse e nel monastero napoletano di San Gregorio Armeno, davanti ai giudici, Giuseppe ebbe un’estasi; la
Congregazione romana del Santo Uffizio alla presenza del papa Urbano VIII, lo assolse dall’accusa di abuso della credulità popolare e lo confinò in un luogo isolato, lontano da Copertino e sotto sorveglianza del tribunale.
Fu sballottolato da un convento all’altro, a Roma, Assisi, Pietrarubbia, Fossombrone e infine ad Osimo (Ancona).
Aveva familiarità con gli animali, con cui conversava e come si era identificato in fratel Asino, così identificava gli altri uomini nelle sembianze dell’animale che meglio simboleggiava le sue caratteristiche di vita.
Nel 1656 Papa Alessandro VII mise fine al suo peregrinare da un convento all’altro, destinandolo ad Osimo dove rimase per sette anni fino alla morte, continuando ad avere estasi, a sollevarsi da terra e ad operare prodigi miracolosi.
Morì il 18 settembre 1663 a 60 anni; fu beatificato il 24 febbraio 1753 da Papa Benedetto XIV e proclamato Santo il 16 luglio 1767 da papa Clemente XIII.
Riposa nella chiesa a lui dedicata ad Osimo; festa liturgica il 18 settembre.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - San Giuseppe da Copertino, pregate per noi.


*San Giusto - Venerato a Fricamps (18 settembre)
VIII sec. (?)

San Giusto si ritiene, anche se non abbiamo prove certe, fosse una abate del monastero di Corbie, in Piccardia, vissuto nell’Ottavo secolo.
L’abbazia di Corbie  fondata tra gli anni 659-661 da Batilde, vedova del re Clodoveo II e da Clotario III, fu dedicata a San Pietro apostolo.
Sin dall’VIII secolo, nell’abbazia venne praticata l'arte della miniatura e i manoscritti usciti dallo scriptorium dell'abbazia in quel periodo sono tra gli esempi più caratteristici della miniatura merovingia, per la decorazione composta da iniziali zoomorfiche dai vivaci colori.
Le reliquie di San Giusto sono conservate in una cassa dorata presso la chiesa abbaziale di Corbie.
In precedenza, dopo la Rivoluzione francese, le ossa di San Giusto, erano state cedute alla parrocchiale di Fricamps, un piccolo paese di un centinaio di abitanti del dipartimento della Somme nella regione della Piccardia.
Di lui non sappiamo praticamente nulla. Negli annali agiografici della diocesi d’Amiens, dell’abate J. Corblet, del 1874,  si dice che San Giusto è festeggiato il giorno 18 settembre.
(Autore: Mauro Bonato - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

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*Sant'Irene - Martire (18 settembre)

Sofia e Irene, Sante, Martiri.
I Sinassari bizantini e i Menei commemorano al 17 o 18 settembre le due sante donne Sofia e Irene senza alcuna precisazione su di esse, sull'epoca e il luogo in cui vissero.
Essendo la loro memoria direttamente collegata alla precedente, che commemora i "martiri" Eraclide e Mirone vescovi di Tamasos di Cipro, si può legittimamente concludere che, nello spirito dei sinassaristi, Dofia e Irene erano considerate anch'esse come martiri. Cosa, peraltro, che risulta dall'annuncio e dal distico con cui le annunciano i Menei.
Nel distico, poi, si fa allusione alla loro decapitazione.

In Occidente, C. Baronio fu il primo ad introdurre il culto di Sofia e Irene con la qualifica di martiri, nel Martirologio Romanoi, al 18 settembre.
I Bollandisti, nel commento al Martirologio Romano, fanno notare che a Costantinopoli, nella chiesa di Santa Sofia, era annessa, come una delle dipendenze, la chiesa di Sant'Irene.
Non è inutile sottolineare anche che, sempre al 17 settembre, nei Sinassari bizantini sono commemorate Santa Sofia e le sue figlie, Fede, Speranza e Carità.
(Autore: Joseph-Marie Sauget - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Sant'Irene, pregate per noi.


*Beato Manuel Alcayde Pérez - Sacerdote e Martire (18 settembre)

Scheda del Gruppo cui appartiene:
"Santi, Beati e Servi di Dio Martiri nella Guerra di Spagna" Vittime della persecuzione religiosa
Senza Data (Celebrazioni singole)
† Almeria, Spagna, 1936-1939
115 tra sacerdoti, sia diocesani sia religiosi, e laici, sono stati uccisi in odio alla fede durante la guerra civile spagnola, più precisamente tra il 1936 e il 1938, nella diocesi di Almería. A capo del gruppo è stato posto José Álvarez-Benavides y de la Torre, sacerdote, Decano del capitolo della cattedrale di Almería, dotato di vasta cultura ed esperto di storia locale.
Il suo martirio si è consumato il 13 settembre 1936 a Tahal, insieme a quello di altri dieci sacerdoti. La causa diocesana, inizialmente di 93 nomi, è stata aperta l’11 aprile 1995 e conclusa il 21 maggio 1998; è stata poi allargata a un’altra ventina di candidati, la cui inchiesta diocesana è durata dal 26 febbraio al 9 aprile 1999.
La firma di papa Francesco al decreto sul martirio, avvenuta il 14 giugno 2016, ha aperto la via alla loro beatificazione, celebrata ad Almería il 25 marzo 2017

Le prime fasi della causa
La diocesi spagnola di Almería, dopo la beatificazione, nel 1993, del gruppo capeggiato dal suo vescovo, Diego Ventaja Milán, martirizzato insieme al vescovo di Cadice, Manuel Medina Olmos e a 7 Fratelli delle Scuole Cristiane, procedette ad avviare una nuova causa di potenziali martiri vissuti all’epoca della persecuzione antireligiosa in Spagna, che toccò il suo apice nella guerra civile durata dal 1936 al 1939.
Si trattava di uomini e donne nativi della diocesi di Almería o risiedenti nei suoi attuali confini durante quel periodo storico. Per quelli che sono morti nei territori delle diocesi di Cuenca e Saragozza, è stato ottenuto il trasferimento dai competenti Tribunali ecclesiastici.
La fase diocesana iniziò l’11 aprile 1995, martedì della Settimana Santa, e si concluse il 21 maggio 1998. La Congregazione delle Cause dei Santi aveva concesso il nulla osta per l’avvio l’8 luglio 1993.
Da 93 a 115 nomi
Tuttavia, nel corso delle sessioni del processo e durante il lavoro della Commissione storica diocesana costituita per indagare sui fatti dei presunti martirii, è emersa l’opportunità di includere ai 93 Servi di Dio della lista iniziale un’altra ventina di candidati, la cui morte sembrava avere gli elementi per essere avvenuta in odio alla fede: in tutto, quindi, la lista contava 115 nomi.
Dopo che fu interpellata la Congregazione delle Cause dei Santi, i nuovi potenziali martiri furono aggiunti alla lista e venne rilasciato un secondo nulla osta il 17 novembre 1998. Una volta conclusa l’inchiesta diocesana per questi altri Servi di Dio, celebrata dal 26 febbraio al 9 aprile 1999, la Congregazione dichiarò la convalida del processo.
Ciò nonostante, venne ordinato un supplemento d’inchiesta, mirato a ottenere un apparato testimoniale sufficientemente fondato. Il Tribunale diocesano compì questo lavoro integrativo dal 15 luglio al 26 agosto 1999. I due volumi della “Positio super martyrio” furono quindi depositati nel 2003.
Il riconoscimento del martirio e la beatificazione
L’esame della “Positio” passò ai consultori teologi, che, il 28 maggio 2013, si pronunciarono favorevolmente circa il martirio dei Servi di Dio. Infine, il 14 giugno 2016, ricevendo in udienza il cardinal Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto sul martirio.
La beatificazione dei 115 martiri di Almería è stata celebrata il 25 marzo 2017 presso il Palazzo delle Esposizioni e dei Congressi di Aguadulce (Almería). A presiederla, come inviato del Santo Padre, il cardinal Amato.
L’elenco dei Beati
La causa dei Beati martiri di Almería, quindi, risulta composta da 115 nomi ed è capeggiata da don José Álvarez–Benavides de la Torre, Decano della Cattedrale di Almería.
La maggior parte sono sacerdoti: 92 diocesani, compreso uno di nazionalità argentina; un frate minore; due della Fraternità degli Operai Diocesani. Dal lato dei laici, 18 sono uomini, tra giovani e padri di famiglia, mentre le donne sono due (una è la seconda Beata di etnia gitana, dopo Ceferino Jiménez Malla).
L’elenco che segue è ordinato in base alle date di morte dei singoli Beati e comprende anche i legami di parentela tra alcuni di loro. Quando possibile, verrà inserito il numero della scheda relativa al singolo personaggio.
Vicente Montserrat Millán, sacerdote della diocesi di Almería
† 1° agosto 1936 a Saragozza
Francisco Manzano Cruz, sacerdote della diocesi di Granada
José Peris Ramos, sacerdote della diocesi di Granada
† 2 agosto 1936 a Granada
Luis Quintas Durán, giovane laico della diocesi di Almería (fratello di José Quintas Durán)
† 4 agosto 1936 ad Almería
Enrique María Gómez Jiménez, sacerdote della diocesi di Almería
† 12 agosto 1936 a Cuenca
Luis Belda Soriano de Montoya, padre di famiglia della diocesi di Almería
Juan José Vivas-Pérez Bustos, padre di famiglia della diocesi di Almería
† 15 agosto 1936 ad Almería
Florencio López Egea, sacerdote della diocesi di Almería
† 17 agosto 1936 a Turre
Gregorio Martos Muñoz, sacerdote della diocesi di Granada
† 19 agosto 1936 ad Almería
Manuel López Álvarez, sacerdote della diocesi di Granada
† 20 agosto 1936 a Berja
Enrique Rodríguez Tortosa, laico della diocesi di Almería
José Tapia Díaz, giovane laico della diocesi di Almería
† 20 agosto 1936 a Terque
Juan Soler García, sacerdote della diocesi di Almería
† 23 agosto 1936 a Chirivel
Luis Almécija Lázaro, sacerdote della diocesi di Granada
† 24 agosto 1936 a Ráglos
Juan Segura Rubira, sacerdote della diocesi di Almería
† 26 agosto 1936 a Cuenca
Juan Sánchez Molina, sacerdote della diocesi di Almería
† 27 agosto 1936 ad Almería
Francisco Romero Ortega, sacerdote della diocesi di Almería (fratello di don José Romero Ortega)
José Romero Ortega, sacerdote della diocesi di Almería (fratello di don Francisco Romero Ortega)
† 28 agosto 1936 a Huércal
José Almunia López-Teruel, sacerdote della diocesi di Almería (fratello di don Alfredo Almunia López-Teruel)
† 29 agosto 1936 a Rioja
José Gomez De Haro, sacerdote della diocesi di Almería
José Flores Beltrán, sacerdote della diocesi di Almería
† 30 agosto 1936 ad Antas
Ángel Alonso Escribano, sacerdote degli Operai Diocesani del Sacro Cuore di Gesù
Juan Manuel Felices Pardo, sacerdote della diocesi di Almería
Antonio García Padilla, sacerdote della diocesi di Almería
Juan Garrido Requena, sacerdote della diocesi di Cadice
Nicolás González Ferrer, sacerdote della diocesi di Almería
Aurelio Leyva Garzón, sacerdote della diocesi di Cadice
Santiago Mesa Leyva, sacerdote della diocesi di Cadice
Mariano Morate Domínguez, sacerdote della diocesi di Almería
Torcuato Pérez López, sacerdote della diocesi di Cadice
Francisco Rodríguez Carmona, sacerdote della diocesi di Almería
† 30 agosto 1936 a Enix (Almería)
Pedro Antonio Almécija Morales, sacerdote della diocesi di Almería
† 30 agosto 1936 a Tabernas
Antonio Torres García, sacerdote della diocesi di Cadice
† 31 agosto 1936 a Serón
Segundo Arce Manjón, sacerdote della diocesi di Granada
Joaquín Berruezo Prieto, sacerdote della diocesi di Almería
Domingo Campoy Calvano, sacerdote della diocesi di Almería
Lisardo Carretero Fuentes, sacerdote della diocesi di Granada
Carmelo Coronel Jiménez, sacerdote della diocesi di Almería
José Gómez Matarín, sacerdote della diocesi di Granada
Francisco De Haro Martínez, sacerdote della diocesi di Almería
José Lara Garzón, sacerdote della diocesi di Granada
Enrique López Ruiz, sacerdote della diocesi di Granada
Pedro Martín Abad, sacerdote della diocesi di Almería
José María Martínez Vizcaíno, sacerdote della diocesi di Almería
Gregorio Morales Membrives, sacerdote della diocesi di Almería
Miguel Morano Sáez, sacerdote della diocesi di Almería
Ángel Noguera Gallegos, sacerdote della diocesi di Granada
Francisco Roda Rodríguez, sacerdote della diocesi di Almería
Eduardo Romero Cortés, sacerdote della diocesi di Granada
Agustín Sabater Paulo, sacerdote degli Operai Diocesani del Sacro Cuore di Gesù
† 31 agosto 1936 a Tabernas

Juan José Egea Rodríguez, sacerdote della diocesi di Almería
Andrés Iniesta Egea, sacerdote della diocesi di Almería
Antonio Lorca Muñoz, sacerdote della diocesi di Almería
Pedro Meca Moreno, sacerdote della diocesi di Almería
Agustín Navarro Iniesta, sacerdote della diocesi di Almería
† 1° settembre 1936 a Tabernas
Martín Salinas Cañizares, sacerdote della diocesi di Almería
† 3 settembre 1936 a Tabernas
Facundo Fernández Rodríguez, sacerdote della diocesi di Granada
Juan Moreno Juárez, sacerdote della diocesi di Granada
José Muñoz Quero, sacerdote della diocesi di Granada
† 4 settembre 1936 a Berja
José Castaño Galera, sacerdote della diocesi di Almería
† 8 settembre 1936 a Bédar
Fernando González Ros, sacerdote della diocesi di Almería
† 10 settembre 1936 a Lubrín
Francisco Rodríguez Martínez, sacerdote della diocesi di Almería
† 13 settembre 1936 a Vera
José Álvarez–Benavides de la Torre, sacerdote della diocesi di Almería
Emilio Antequera Lupiáñez, sacerdote della diocesi di Almería
Ramiro Argüelles Hevia, sacerdote della diocesi di Almería
José Cano García, sacerdote della diocesi di Almería
Juan Capel Segura, sacerdote della diocesi di Almería
José Román García González, sacerdote della diocesi di Almería
Joaquín Gisbert Aguilera, sacerdote della diocesi di Cadice
Juan Ibáñez Martínez, sacerdote della diocesi di Almería
Luis Eduardo López Gascón, sacerdote della diocesi di Granada
Manuel Martínez Jiménez, laico della diocesi di Almería
Pio Navarro Moreno, sacerdote della diocesi di Almería
† 13 settembre 1936 a Tahal
Antonio Sierra Leyva, sacerdote della diocesi di Granada
† 15 settembre 1936 ad Alicún
Antonio Martínez García, sacerdote della diocesi di Almería
† 16 settembre 1936 a Viator
Melitón Martínez Gomez, sacerdote della diocesi di Cadice
Manuel Alcayde Pérez, sacerdote della diocesi di Cadice
† 18 settembre 1936 a Nacimiento
Andrés Molina Muñoz, sacerdote della diocesi di Granada
† 19 settembre 1936 a Terque
Juan Antonio López Pérez, sacerdote della diocesi di Almería
† 20 settembre 1936 ad Albox
Juan García Cervantes, sacerdote della diocesi di Almería
Diego Morata Cano, sacerdote della diocesi di Almería
† 22 settembre 1936 ad Almería
Jaime Calatrava Romero, giovane padre di famiglia della diocesi di Almería (figlio di Rafaél Calatrava Ros)
Rafael Calatrava Ros, padre di famiglia della diocesi di Almería (padre di Jaime Calatrava Romero)
Andrés Casinello Barroeta, padre di famiglia della diocesi di Almería
Ginés Céspedes Gerez, sacerdote della diocesi di Almería
Adolfo Martínez Sáez, padre di famiglia della diocesi di Almería
† 26 settembre 1936 a Tahal
Antonio Martínez López, sacerdote della diocesi di Almería
† 29 settembre 1936 a Serón
Antonio Fuentes Ballesteros, sacerdote della diocesi di Almería (fratello di don José Fuentes Ballesteros)
José Fuentes Ballesteros, sacerdote della diocesi di Almería (fratello di don Antonio Fuentes Ballesteros)
† 2 ottobre 1936 a Los Gallardos
Manuel Lucas Ibañez, sacerdote della diocesi di Granada
† 3 ottobre 1936 a Berja
José Ruiz Berruezo, sacerdote della diocesi di Almería
† 4 ottobre 1936 a Garrucha
José María Ruano López, sacerdote della diocesi di Almería
† 8 ottobre 1936 a Rioja
Bartolomé Caparrós García, sacerdote della diocesi di Almería
† 12 ottobre 1936 ad Almería
Herminio Motos Torrecillas, sacerdote della diocesi di Almería
† 13 ottobre 1936 a María
Alfredo Almunia López-Teruel, sacerdote della diocesi di Almería (fratello di don José Almunia López-Teruel)
† 18 ottobre 1936 ad Antas
Manuel Navarro Martínez, sacerdote della diocesi di Almería
Andrés Navarro Sierra, sacerdote della diocesi di Almería
Eduardo Valverde Rodríguez, sacerdote della diocesi di Almería
† 23 ottobre 1936 ad Almería
Juan Ortega Uribe, sacerdote della diocesi di Almería
† 13 novembre 1936 ad Almería
Aquilino Rivera Tamargo, sacerdote della diocesi di Cadice
† 22 novembre 1936 ad Almería
Antonio García Fernández, sacerdote della diocesi di Almería
Rafael Román Donaire, sacerdote della diocesi di Almería
† 8 dicembre 1936 ad Almería
Gabriel Olivares Roda, sacerdote dei Frati Minori
† 20 dicembre 1936 a Viator
Carmen Godoy Calvache de Coromina, vedova della diocesi di Granada
† 1° gennaio 1937 ad Adra
Pascuál Roda Díaz, laico della diocesi di Almería
† 10 gennaio 1937 a Viator
Francisco Martínez Garrido, sacerdote della diocesi di Toledo
† 14 gennaio 1938 a Vélez-Rubio
Rafael García Torres, laico della diocesi di Almería
† 20 maggio 1938 a Turón
Tomás Valera González, laico della diocesi di Almería
José Pérez Fernández, giovane laico della diocesi di Almería
† 20 maggio 1938 a Turón
Francisco Salinas Sánchez, giovane laico della diocesi di Almería, postulante dei Frati Minori
José Quintas Durán, giovane laico della diocesi di Almería (fratello di Luis Quintas Durán)
† 22 maggio 1938 a Turón
Juan Moya Collado, giovane laico della diocesi di Almería
† 31 maggio 1938 a Turón
Luciano Verdejo Acuña, padre di famiglia della diocesi di Almería
† 9 giugno 1938 a Turón
Mateo López y López, sacerdote della diocesi di Almería
† 2 novembre 1938 a Vera
96425 - Emilia Fernández Rodríguez de Cortés, giovane madre di famiglia
† 25 gennaio 1939 ad Almería
(Autore: Emilia Flocchini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Manuel Pérez, pregate per noi.


*Beato Melitòn Martìnez Gòmez - Sacerdote e Martire (18 settembre)

Schede dei Gruppi a cui appartiene:
"Beati 115 Martiri spagnoli di Almería" Beatificati nel 2017
"Santi, Beati e Servi di Dio" Martiri nella Guerra di Spagna - Vittime della persecuzione religiosa - Senza Data (Celebrazioni singole)

Jérez del Marquesado, Spagna, 10 marzo 1878 – Nacimiento, Spagna, 18 settembre 1936
Melitón Martínez Gómez nacque a Jérez del Marquesado, in provincia di Granada e diocesi di Cadice, il 10 marzo 1878.

Il 1° giugno 1901 fu ordinato sacerdote.
Era parroco di Fiñana quando morì in odio alla fede cattolica il 18 settembre 1936, presso la Cuesta de la Reina a Nacimiento, in provincia di Almería. Era insieme al suo coadiutore, don Manuel Alcayde Pérez, che chiese di di essere ucciso prima per non assistere alla sua morte.
Inseriti entrambi in un gruppo di 115 martiri della diocesi di Almeria, sono stati beatificati ad Aguadulce, presso Almería, il 25 marzo 2017.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Beato Melitòn Martìnez Gòmez, pregate per noi.


*Sant'Oceano - Martire (18 settembre)

Martirologio Romano: A Nicomedia in Bitinia, nell’odierna Turchia, Sant’Oceano, Martire.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Sant'Oceano, pregate per noi.


*Santa Riccarda - Imperatrice (18 settembre)
Etimologia: Riccarda = potente e ricca, dal provenzale
Martirologio Romano: Ad Andlau in Alsazia, nel territorio dell’odierna Francia, santa Riccarda, che, regina, rinunciando al regno di questo mondo, servì Dio nel monastero da lei stessa fondato.
Figlia del conte di Alsazia, sposò verso l’862 Carlo il Grosso, figlio di Lodovico il Germanico; da principessa divenne grande benefattrice di vari monasteri in Germania, Svizzera e Italia e verso l’880 fondò nelle sue proprietà l’abbazia di Andlau nel Basso Reno.
Nell’881 si recò, insieme al marito a Roma dal Papa Giovanni VIII per ricevere la corona imperiale e per porre la nuova abbazia sotto la protezione pontificia.
Il nuovo imperatore del Sacro Romano Impero prese il nome di Carlo III il Grosso, succedendo a suo padre e a due fratelli e si trovò a governare un territorio quasi uguale a quello di Carlo Magno, purtroppo non con le stesse capacità di governo; non riuscì ad arginare efficacemente le incursioni dei Normanni e venne combattuto dai feudatari, pertanto nella Dieta di Tribur dell’887 fu deposto, trasferitosi in Svevia a Neidingen sul Danubio, vi morì dopo pochi mesi.
L’imperatrice Riccarda già angosciata per la disgrazia e la morte del marito, fu accusata in
giustamente di adulterio con un cancelliere–vescovo, le false accuse si dimostrarono subito infondate, ma Riccarda amareggiata decise di ritirarsi nel monastero di Andlau da lei fondato e retto dalla badessa Rotruda sua nipote.
Visse i suoi ultimi anni in preghiera e opere pie e morì il 18 settembre dell’894 circa.
Secondo una leggenda per dimostrare la sua innocenza avrebbe superata l’ordalia del fuoco per cui viene invocata come protettrice contro il fuoco.
Il suo corpo fu sepolto nella stessa abbazia, fino al 1049 quando il Papa Leone IX lo fece trasferire nella chiesa abbaziale da lui stesso consacrata.
Nel 1350 le fu eretto un monumento sepolcrale che è ancora oggi meta di pellegrinaggi.
Il nome Riccarda / Riccardo, deriva dal provenzale Richart, tratto a sua volta dal tedesco ‘rikja’ (signore) e ‘hart’ (forte).
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Riccarda, pregate per noi.


*Beato Salvatore Fernandez Perez - Sacerdote Salesiano, Martire (18 settembre)
Schede dei gruppi a cui appartiene:
“Beati Martiri Spagnoli Salesiani di Madrid e Siviglia”
“Beati 498 Martiri Spagnoli” Beatificati nel 2007
“Martiri della Guerra di Spagna”

San Pedro de Creciente, Spagna, 29 luglio 1870 - Madrid, Spagna, 18 settembre 1936
Salvador Fernandez Perez nacque a San Pedro de Creciente (Pontevedra) il 29 luglio 1870 e fu battezzato lo stesso giorno.
Fece la professione religiosa a Sarrià-Barcellona l'8 dicembre 1891 e ricevette l'ordinazione sacerdotale il 19 settembre 1896.
Di carattere gioviale, entusiasta, servizievole, esercitò il sacro ministero con zelo e spirito di sacrificio.
Allo scoppio della rivoluzione nel luglio del 1936 venne maltrattato e detenuto a Madrid. Rimesso in libertà, cercò un rifugio.
Il 18 settembre venne riconosciuto come sacerdote, detenuto e fucilato.
Beatificato il 28 ottobre 2007.
(Fonte: www.sdb.org)
Giaculatoria - Beato Salvatore Fernandez Perez, pregate per noi.


*San Sinerio (Senario) d'Avranches - Vescovo (18 settembre)

Martirologio Romano: Ad Avranches sulla costa della Bretagna, in Francia, San Senario, vescovo.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - San Sinerio d'Avranches, pregate per noi.


*Santa Sofia - Martire (18 settembre)

Sofia e Irene, sante, martiri.
I Sinassari bizantini e i Menei commemorano al 17 o 18 settembre le due Sante donne Sofia e Irene senza alcuna precisazione su di esse, sull'epoca e il luogo in cui vissero.
Essendo la loro memoria direttamente collegata alla precedente, che commemora i "martiri" Eraclide e Mirone vescovi di Tamasos di Cipro, si può legittimamente concludere che, nello spirito dei sinassaristi, Sofia e Irene erano considerate anch'esse come martiri.
Cosa, peraltro, che risulta dall'annuncio e dal distico con cui le annunciano i Menei.
Nel distico, poi, si fa allusione alla loro decapitazione.
In Occidente, C. Baronio fu il primo ad introdurre il culto di Sofia e Irene con la qualifica di martiri, nel Martirologio Romano, al 18 settembre.
I Bollandisti, nel commento al Martirologio Romano, fanno notare che a Costantinopoli, nella chiesa di Santa Sofia, era annessa, come una delle dipendenze, la chiesa di Sant'Irene.
Non è inutile sottolineare anche che, sempre al 17 settembre, nei Sinassari bizantini sono commemorate Santa Sofia e le sue figlie, Fede, Speranza e Carità.
(Autore: Joseph-Marie Sauget - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Santa Sofia, pregate per noi.


*Beato Steano Pina - Mercedario (18 settembre)

† 18 settembre 1317
Uomo di grandissima santità, il mercedario Beato Stefano Pina, faceva parte del convento di Santa Maria in Arguines (Spagna).
Nel tempo in cui imperversava la peste egli si mise al servizio di tutti quei poveri colpiti dalla mortale malattia e con grande carità li soccorreva fisicamente e spiritualmente.
Contagiato lui stesso e ritiratosi nel suo convento, il 18 settembre 1317 nell'ora della morte fu onorato dall'apparizione di San Raffaele Arcangelo in abiti mercedari, che lo consolò e gli amministrò il viatico.
L'Ordine lo commemora il 18 settembre.

Giaculatoria - Beato Steano Pina, pregate per noi.


*Altri Santi del giorno (18 settembre)
*
San
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.


 
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