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Santi del 19 Dicembre

Il mio Santo > I Santi di Dicembre

*Sant'Abaco e Santi Mario, Marta e Audifacio - Martiri a Roma (19 gennaio)

Persia ? - Roma inizi IV sec.
La tradizione vuole che siano stati due coniugi andati a Roma con i loro due figli per venerare le reliquie dei martiri. Giunti in città si narra che aiutarono il prete Giovanni a seppellire 267 martiri nella Via Salaria. Scoperti, furono condotti in tribunale e decapitati.
Emblema: Palma
Martirologio Romano: Sulla via Cornelia a tredici miglia da Roma nel cimitero ad Nymphas, Santi Mario, Marta, Audíface e Abaco, martiri.
Santi Mario e Marta, sposi, Abaco e Audifacio, figli Secondo una leggendaria "passio" del VI secolo, i quattro martiri componenti della stessa famiglia, persiani di origine, lasciarono la loro patria, per recarsi a Roma a venerare le reliquie dei martiri, come facevano in quei tempi molti cristiani.
Alcuni antichi "Martirologi" collocano questa venuta a Roma e le successive fasi, negli anni 268-270, al tempo del regno di Claudio II, quando notoriamente si sa che non vi furono persecuzioni contro i cristiani; la recente edizione del ‘Martyrologium Romanum’ indica l’inizio del secolo IV come data del
loro martirio, da queste date possiamo desumere, che la famiglia persiana cristiana, sia stata ospite o stabilizzata a Roma, per un certo numero di anni; del resto il secolo III fu un periodo di grande espansione del cristianesimo e di tolleranza nei loro confronti, almeno fino alla vecchiaia di Diocleziano, quando nel 293, spinto dal console Galerio, emanò tre editti di persecuzione.
A Roma essi si associarono al prete Giovanni, nel dare una degna sepoltura a 260 martiri sulla Via Salaria, evidentemente vittime della suddetta persecuzione di Diocleziano, che giacevano decapitati e senza sepoltura, in aperta campagna.
Purtroppo questa pietosa opera non poteva passare inosservata, dato anche il gran numero di corpi, per cui Mario ed i suoi familiari furono scoperti, arrestati e condotti in tribunale.
Prima il prefetto Flaviano e poi il governatore Marciano, seguendo le norme degli editti imperiali li interrogarono, invitandoli a sacrificare agli dei; avendo essi rifiutato, furono condannati alla decapitazione, per i tre uomini, il martirio avvenne lungo la Via Cornelia, mentre per Marta avvenne presso uno stagno poco distante, ‘in Nimpha’.
I loro corpi raccolti dalla pia matrona romana Felicita, furono sepolti in un suo possedimento agricolo chiamato ‘Buxus’, oggi Boccea, sulla stessa Via Cornelia.
Fin qui il racconto della ‘passio’ del VI secolo, poi successivi studi danno diverse formulazioni alla vicenda, ritenendo leggendaria l’origine persiana e il fatto di essere di un’unica famiglia (volendo tenere conto che nelle ‘passio’ leggendarie dei primi secoli, c’era la tendenza a trasformare gruppi di martiri abitanti magari nella stessa località, come appartenenti ad un nucleo familiare).
Secondo questi studiosi è probabile che il gruppo, siano dei cristiani non legati da vincoli familiari, abitanti a Lorium, in una villa imperiale distante dodici miglia da Roma. Sul luogo del martirio, nella tenuta di Boccea, sorse poi una chiesa, di cui sono ancora visibili i ruderi e che durante tutto il Medioevo fu meta di pellegrinaggi.
Per quanto riguarda le loro reliquie, esse ebbero vicende molto complicate, alcune furono traslate a Roma nelle chiese di Sant' Adriano e di Santa Prassede, e parte di esse nell’828, furono inviate ad Eginardo, il biografo di Carlo Magno, che le donò, come era uso allora, al monastero di Seligenstadt.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Abaco, pregate per noi.


*Beata Adelaide di Susa - Marchesa (19 dicembre)
Susa (Torino), 1015 ca. – Canischio (Torino), 19 dicembre 1091
Etimologia:
Adelaide = dal nobile aspetto, dall'antico tedesco

È denominata in parecchie cronache benedettine, come “Beata Adelaide”, ma il suo culto non è stato mai riconosciuto.
Nel grande intrecciarsi delle vicende della Storia, che coinvolge i popoli e i singoli governanti, spesso l’aspetto politico, dinastico, bellico, prende il sopravvento nel ricordo storico, lasciando
nell’ombra l’aspetto umano, religioso, morale, caritatevole, del signore dell’epoca.
È il caso soprattutto di tante sante figure di nobili castellane del Medioevo, che operarono più o meno apertamente, nell’aiutare i bisognosi del luogo, nel fondare monasteri e chiese, nell’addolcire l’attività di governo dei consorti, quasi sempre in guerra in quell’epoca difficile e oscura.
Molte di queste castellane, diventate vedove, si dedicavano a vita ritirata presso qualche monastero, da loro fondato in precedenza; diventando spesso badesse di una comunità religiosa, che comprendeva a volte anche qualche loro figlia.
Detto questo, si può comprendere come la figura storica della marchesa di Susa, Adelaide, abbia in parte oscurato i meriti indiscussi della donna, sposa, vedova, madre, che visse ed operò alla luce delle virtù cristiane; tale da essere denominata “Beata Adelaide” e per l’appoggio dato alla Chiesa: “figlia di S. Pietro”.
Figlia primogenita ed erede del conte Olderico Manfredi II, Marchese di Susa e Conte di Torino e di Berta Obertagna dei Marchesi d’Este, Adelaide nacque nel castello di Susa tra il 1010 e il 1016.
La madre morì in giovane età, dopo aver dato alla luce quattro figli, Adelaide, Immilla, Berta ed un figlio morto giovanissimo nel 1034
Il marchese suo padre, rimasto vedovo, divise fra le tre figlie rimaste i suoi possedimenti, dei quali la maggior parte (tutte le terre tra Ivrea e Ventimiglia), andò alla figlia primogenita Adelaide; ma la potenza del marchese di Susa e conte di Torino, era prevalentemente di tipo militare, non trasmettibile ad una donna sola, per cui alla morte del padre, la giovane marchesa, qualificata in molti testi anche come principessa, a soli sedici anni nel 1035, andò in sposa ad Ermanno III duca di Svevia.
Ma fu un matrimonio di breve durata, perché il duca Ermanno nel luglio 1038 morì di peste, senza aver avuto un figlio; Adelaide che aveva 22 anni, allora si risposò con Arrigo I (Enrico I) marchese del Monferrato, ma nel 1044 rimase di nuovo vedova.
Per evidenti ragioni di Stato fu necessario ricorrere ad un terzo matrimonio e la giovane vedova sposò nel 1045 Oddone I (1020 ca. - 19/2/1059), conte di Savoia, Aosta, Moriana, secondogenito del capostipite sabaudo Umberto I Biancamano.
Nei 14 anni di matrimonio, nacquero cinque figli; Pietro I († 1078), Amedeo II († 1080), Berta († 1087), Adelaide († 1079), Oddone († 1102) futuro vescovo di Asti; in effetti ben quattro di essi premorirono alla madre, rimasta di nuovo vedova nel 1059.
Degna nipote di Arduino d’Ivrea, suo bisnonno, che nel 976 cacciò i saraceni dalla Valle di Susa, aveva trascorso gran parte dell’adolescenza fra le armi, vedendo da vicino guerre e stragi, indossando lei pure armi e corazza.
Pur essendo una bella persona anche nel volto, considerava la bellezza e la ricchezza come cose passeggere, valutando invece le virtù come gloria duratura.
Dotata di forte temperamento, non indugiava se necessario, a castigare la corruzione in grossi
personaggi della regione, compreso anche dei vescovi, nel contempo premiava magnanimamente le nobili imprese e le attività caritatevoli.
Accoglieva alla sua corte trovatori e menestrelli, ma voleva che i loro canti fossero improntati ad incitare sempre alle virtù, alla religione, alla pietà.
Fondò nei suoi possedimenti molte chiese e monasteri, diventati poi centri di divulgazione del patrimonio di studi e di storia; fece restaurare la chiesa di S. Lorenzo ad Oulx (Torino), che come molte altre era stata distrutta daisaraceni.
La sua protezione ai tanti monasteri fondati in Piemonte, Valle d’Aosta e Savoia, fu tale che San Pier Damiani († 1072), vescovo e Dottore della Chiesa, suo contemporaneo, poté dire: “Sotto la protezione di Adelaide, vivono i monaci come pulcini sotto le ali della chioccia”.
Fu amata dagli italiani del tempo, che generalmente la chiamavano “la marchesa delle Alpi Cozie”; fu stimata dai suoi sudditi e temuta dai suoi avversari; nei lunghi anni di vedovanza, seppe tenere il potere con notevole abilità e saggezza, tanto che il già citato s. Pier Damiani le scrisse: “Tu, senza l’aiuto di un re, sostieni il peso del regno, e a te ricorrono quelli che alle loro decisioni desiderano aggiungere il peso di una sentenza legale. Dio onnipotente benedica te ed i tuoi figlioli d’indole regia”.
Purtroppo dai suoi figli che amava tanto, giunsero per lei i dolori più forti, perché li vide morire ancora giovani, tranne l’ultimo, il vescovo Oddone.
Inoltre la figlia Berta (1051-1087) fu protagonista suo malgrado, di uno sconvolgimento politico che investì l’impero di Germania e il Papato.
Il marito Enrico IV (1050-1106), imperatore del S.R.I., re di Germania, re d’Italia e duca di Franconia, che lei aveva sposato quindicenne il 13 luglio 1066; ben presto per il suo carattere vizioso e tiranno, prese ad osteggiare la casta giovinetta, mettendo in atto, scontrosità, raggiri e agguati per screditarla e così potersene liberare.
Si scatenò un’ostilità che portò la povera Berta a rinchiudersi nell’abbazia di Lorscheim, in attesa degli eventi; Enrico IV convocò un Concilio a Magonza per discutere la sua richiesta di divorzio, nonostante il parere contrario della madre, l’imperatrice Agnese, anch’essa ritirata in un convento.
Il Papa inviò come suo delegato il cardinale vescovo di Ostia San Pier Damiani, il quale nella discussione che ne seguì, argomentò brillantemente a favore della giovane Berta, convincendo tutti i convenuti.
La reazione di Enrico IV fu grande, e non temendo l’avversione dei sudditi continuò nei suoi propositi e alla fine incappò anche nella scomunica di Papa San Gregorio VII (Ildebrando di Soana, † 1085).
Berta pur avendo tanto subito dallo scellerato sposo, si dimostrò di grande animo, spronandolo con l’aiuto della sua famiglia in Piemonte, a chiedere il perdono del Papa.
Adelaide, per intercessione della figlia, acconsentì ad accompagnare l’ingrato genero dal Papa, che era ospite della contessa Matilde nel suo castello di Canossa (Reggio Emilia) accompagnati anche dal figlio Amedeo II.
L’umiliato imperatore, dovette a quest’energica donna, molto più che alla stessa contessa Matilde, se il Papa Gregorio VII, concesse patti e condizioni dure ma fattibili, togliendogli la scomunica, che aveva comportato la disubbidienza dei sudditi; comunque l’umiliazione fu grande, tanto da passare alla storia, perché Enrico IV fu lasciato per tre giorni fuori dal castello di Canossa, nel pieno inverno del 1077 prima di essere ricevuto dal Papa.
Tralasciamo qui il prosieguo delle vicende di Berta ed Enrico che tornarono in Germania e ritorniamo ad Adelaide, che in questa vicenda dolorosa della diletta figlia, seppe obbedire ed onorare il Pontefice e non s’inimicò l’imperatore, districandosi tra le due distinte autorità, l’una spirituale e l’altra temporale, allora in lotta aperta per le investiture ecclesiastiche. In seguito Adelaide si trovò a fare da mediatrice pure in una contesa fra i suoi due generi, lo stesso Enrico IV e Rodolfo duca di Svevia, marito dell'altra figlia Adelaide.
Negli ultimi anni della sua vita, quantunque assai vecchia, conservò sempre lucida la mente; lasciata ogni cura di governo al nipote Umberto II, si ritirò forse prima a Valperga da dove qualche volta si portava a piedi scalzi al piccolo monastero di Colberg, distante due miglia, per
onorarvi la Madre di Dio, là venerata; il suddetto monastero prese poi il nome di Belmonte.
Sulla fine della marchesa Adelaide di Susa, vi sono contrastanti ipotesi di vari studiosi; quella più attendibile è che dopo Valperga, ella si spostò in un piccolo villaggio, Canischio (TO), forse per sfuggire alla peste e qui morì e fu sepolta nella chiesa di San Pietro il 19 dicembre 1091, aveva 76 anni circa, una bella età per quell’epoca.
La testimonianza di uno studioso, dice che nel 1775, gli fu mostrato nella chiesa parrocchiale di Canischio, il suo “meschinissimo sepolcro” in uno stato d’abbandono, che rifletteva lo stato di vita modesta dei suoi ultimi anni.
La suddetta chiesa è stata nel tempo distrutta e del suo sepolcro non esiste più traccia. Un’altra ipotesi degli storici è che i suoi resti mortali, furono trasportati da Canischio nella cattedrale di San Giovanni Battista di Torino, ma anche qui non esistono tracce.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Adelaide di Susa, pregate per noi.


*Sant'Anastasio I - 39° Papa (19 dicembre)
m. 19 dicembre 401
(Papa dal 27/11/399 al 19/12/401)

Il «Liber Pontificalis» lo dice romano di origine. Edificò a Roma la basilica Crescenziana,
individuata, oggi, in San Sisto Vecchio. Combatté con energia il donatismo nelle provincie
settentrionali dell'Africa, ratificando le decisioni del Concilio di Toledo del 400.
Questo Pontefice è conosciuto specialmente per la controversia origenista. Nel 399 gli amici di San Gerolamo si adoperarono per ottenere da lui una formale condanna dell'origenismo. Sollecitato anche da lettere e da ambasciatori di Teofilo, vescovo di Alessandria, per la partecipazione dell'Occidente a questa lotta, condannò le proposizioni presentategli. Fu in ottimi rapporti con Paolino, poi vescovo di Nola. Della copiosa corrispondenza, che Anastasio dal Laterano indirizzò a personalità di vari paesi, sono rimaste poche lettere. Dopo un pontificato breve (399-401) e molto attivo, Anastasio morì il 19 dicembre 401. (Avvenire)
Etimologia: Anastasio = risorto, dal greco
Martirologio Romano: A Roma nel cimitero di Ponziano sulla via Portuense, deposizione di Sant’Anastasio I, Papa, uomo ricco di povertà e di apostolica sollecitudine, che si oppose fermamente alle dottrine ereticali.
Il Liber Pontificalis lo dice romano di origine; suo padre si chiamava Massimo. Edificò in Roma la basilica Crescenziana, ricordata anche nel sinodo del 499 e individuata, oggi, in San Sisto Vecchio.

Combatté con energia il donatismo nelle provincie settentrionali dell'Africa: ratificò le decisioni del Concilio di Toledo del 400, nel quale alcuni vescovi galiziani che avevano sconfessato Priscilliano, furono conservati nel loro ufficio, purché la reintegrazione fosse stata approvata da Anastasio. Il Liber Pontificalis ci informa come egli scoprisse a Roma un certo numero di manichei.
Viveva in lui lo spirito dei difensori della Chiesa contro l'arianesimo; i diritti del patriarcato occidentale nell'Illirico trovarono in lui un coraggioso difensore.
Anastasio è conosciuto specialmente per la controversia origenista e per la severità dimostrata verso Rufino.
Nel 399 gli amici di San Gerolamo si adoperarono per ottenere da lui una formale condanna dell'origenismo.
Sollecitato anche da lettere e da ambasciatori di Teofilo, vescovo di Alessandria, per la partecipazione dell'Occidente a questa lotta, condannò le «proposizioni blasfematorie presentategli».
Rufino, profondamente irritato da questa campagna, gli fece presentare una sua Apologia, «per cancellare ogni traccia di sospetto e per rimettere al papa la dichiarazione di fede».
Questa Apologia non produsse, però, su Anastasio alcun effetto ed egli evitò di dirimere la questione delle vere intenzioni di Rufino come traduttore del Periarchon.
Sull'origenismo scrisse parecchie lettere, di cui una indirizzata a Venerio di Milano.
Fu in ottimi rapporti con San Paolino, poi vescovo di Nola, anzi si credette obbligato a riparare i dispiaceri recatigli dal suo predecessore.
Dopo avere, infatti, scritto ai vescovi della Campania, facendo loro i suoi elogi, lo invitò direttamente a Roma per prender parte alla festa anniversaria della sua consacrazione, festa cui i papi solevano invitare solamente i vescovi.
L'eccezione costituiva per Paolino un favore specialissimo e anche una riparazione. Quantunque
egli non potesse in questa occasione andarvi, il Papa accettò la sua lettera di scusa .
Della copiosa corrispondenza, che Anastasio dal Laterano indirizzò a personalità di vari paesi, sono rimaste poche lettere.
Dopo un pontificato breve (399-401 ) e molto attivo, Anastasio morì il 19 dicembre 401, come ha dimostrato il Duchesne nel suo commento al Liber Pontif icalis.
Fu sepolto sulla Via Portuense in un monumento sepolcrale posto fra le basiliche di S. Candida e dei SS. Abdon e Sennen.
San Gerolamo, che aveva avuto parole di alto elogio per Anastasio, giunse a scrivere che se egli morì così presto, fu per un riguardo della Provvidenza, la quale non volle che un simile vescovo fosse testimone della caduta di Roma (avvenuta nel 410 per opera di Alarico).
Tale elogio è entrato nel Martirologio Romano.
Il culto reso al pontefice e ai suoi predecessori, ad eccezione di Zosimo, fiorì in breve tempo: il suo nome figura già nel Martirologio Geronimiano datato alla metà del sec. V.
La sua festa ricorre il 27 aprile, giorno errato tratto dal Liber Pontificalis, che qui richiede una revisione.
(Autore: Filippo Caraffa - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Anastasio I, pregate per noi.


*San Berardo di Teramo - Vescovo (19 dicembre)

m. 1123
Patronato: Teramo
Etimologia: Berardo = forte come l'orso, dal tedesco
Emblema: Bastone pastorale
Berardo nacque verso la metà del secolo XI nel castello di Pagliara, presso Castelli, dalla nobile famiglia omonima. I Pagliara avevano il titolo di conti, ereditato, forse, dai più antichi conti dei Marsi, e dominavano nella Valle Siciliana o Siliciana, che abbracciava un vasto territorio sotto il Gran Sasso.
Non conosciamo il nome del padre e della madre di Berardo. mentre molto si parla di un suo fratello, Rinaldo, e di una sua sorella, Colomba, che ha tuttora in Abruzzo titolo e culto di
Santa.
Presso il castello di Pagliara esisteva il monastero benedettino di San Salvatore: di qui la vocazione benedettina di Berardo Da Montecassino, dove aveva iniziato la vita monastica ed era divenuto sacerdote, Berardo, desideroso di maggiore raccoglimento, si ritirò nel celebre monastero di San Giovanni in Venere, in Abruzzo, del quale era stato abate un Odorisio, suo parente, elevato poi agli onori della porpora da Alessandro II.
Alla fine del 1115, morto Uberto, vescovo di Teramo, Berardo fu eletto a succedergli. Fece il suo ingresso nella chiesa cattedrale di Santa Maria Maggiore e si rivelò padre, pastore, riformatore zelante, oltre che principe feudale giusto e prudente.
Il Cartulario della Chiesa Teramana, ritrovato da Giovanni Muzi, riporta una sua donazione al capitolo della chiesa di Santa Maria al Mare (L'attuale chiesa dell'Annunziata) a Giulianova.
Dopo aver adempiuto al suo ufficio con singolare semplicità di animo, pietà e carità di pastore, Berardo morì l'anno 1123, settimo del suo episcopato, il 19 dicembre la Chiesa aprutina ne celebra tuttora la festività in questo giorno tra il fervore sempre vivo dei teramani. Si conservano ancora, in due artistici reliquiari, il capo del santo e un suo braccio, con i quali il vescovo, sulla scalea della cattedrale, benedice il popolo dopo il solenne pontificale della festa.
(Autore: Vincenzo Gilla Gremigni – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Berardo di Teramo, pregate per noi.


*Beato Berengario de Banares - Mercedario (19 dicembre)

XIII secolo
Ricevuto l'abito Mercedario come cavaliere laico, dalle mani di San Pietro Nolasco, il Beato Berengario de Banares, fu inviato nel 1240 in compagnia di San Serapio, in redenzione ad Algeri in Africa.
Dopo aver liberato 87 schiavi Berengario fece ritorno a Barcellona in Spagna mentre il compagno rimase in ostaggio per alcuni prigionieri, quando apprese poi del martirio di San Serapio rimase molto toccato.
Terminò i suoi giorni ritirato nel convento di Sant'Antonio Abate in Tarragona dove spirò santamente accompagnato da innumerevoli miracoli.
L'Ordine lo festeggia il 19 dicembre.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Berengario de Banares pregate per noi.


*Santi Dario, Zosimo, Paolo e Secondo di Nicea (19 dicembre)

Dario, Zosimo, Paolo e Secondo sono commemorati nel Martirologio Romano il 19 dicembre.
Questi nomi provengono dal Geronimiano, dove, però, come notano i Bollandisti nel Commento 'non parum complicati sunt', e dove al posto di Dario si legge Daria, nome della martire venerata a Roma il 25 ottobre insieme con lo sposo Crisanto.
Gli altri tre sono del tutto ignoti. Talvolta il martirio di Paolo o Paolillo e di Secondo è collocato a Nicomedia.
(Autore: Pietro Bertocchi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Dario, Zosimo, Paolo e Secondo di Nicea, pregate per noi.


*Santa Fausta - Martire a Roma (19 dicembre)

Etimologia: Fausta = propizia, favorevole, dal latino
Emblema: Palma
La più antica notizia su di lei è contenuta nella passio di Sant’Anastasia.
Nel IV cap. la Santa, scrivendo a Crisogono, dà alcuni particolari sulla sua famiglia.
Riferisce di essere nata da padre pagano e da Fausta, donna molto pia che la educò fin dall'infanzia ai precetti evangelici.
Dato però che il testo della narrazione non presenta alcuna validità storica, si ritiene che questo nome non sia altro che un'invenzione dell'anonimo biografo.
D'altra parte nessun martirologio antico, né medievale, fa menzione di una Fausta madre di Sant’Anastasia.
Fu il Baronio che estrasse dalla citata passio il nome e lo inserì nel Martirologio Romano al 19 dicembre con l'arbitraria qualifica di martire.
(Autore: Gian Domenico Gordini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Fausta, pregate per noi.


*Santi Francesco Saverio Hà Trong Mau e Compagni - Martiri (19 dicembre)

Martirologio Romano: In località Bắc-Ninh nel Tonchino, ora Viet Nam, Santi martiri Francesco Saverio Hà Trọng Mậu, Domenico Bùi Văn Úy, catechisti, Tommaso Nguyễn Văn Đệ, Sarto, e Agostino Nguyễn Văn Mới e Stefano Nguyễn Văn Vinh, contadini, dei quali l’uno neofita e l’altro ancora catecumeno: per essersi rifiutati di recare oltraggio alla croce, patirono tutti carcere e supplizi e furono, infine, strangolati per ordine dell’imperatore Minh Mạng.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Francesco Saverio Hà Trong Mau e Compagni, pregate per noi.


*San Gregenzio d Tafar - Vescovo (19 dicembre)
La sua vita è difficile da ricostruire sulla fede dei testi che pretendono di raccontarla. Agapios Landos e Doukakis lo fanno nascere a Milano, mentre la Vita pubblicata da A. Vasiliev dice che nacque a Bliarès «sulla frontiera degli Avari», e l'editore pensa che si tratti di Lipljan, anticamente Ulpiana nella Mesia.

Questa identificazione sembra più probabile di quella di Milano. Ecco il riassunto dell'attività del santo.
Sotto l'imperatore Giustino, Elesbaan, re di Etiopia, chiese al patriarca di Alessandria un arcivescovo per succedere a quello che era morto e Proterio inviò Gregenzio Dopo aver operato in Etiopia, questi passò nell'Arabia Felice presso gli Imiariti (gli Omenti dei Bizantini) e vi converti numerosi giudei, ma fu combattuto da alcuni di loro. Ebbe controversie col celebre rabbino Herban e mori nel paese.
Questa esposizione dei fatti rivela delle lacune: per essere inviato da Alessandria, bisognava che Gregenzio si fosse fissato prima in Egitto, cosa che non dicono i testi. Non mancano, inoltre, gli anacronismi: poiché la missione ebbe luogo sotto Giustino (518 o 519), il patriarca di Alessandria non poteva essere Proterio, morto nel 457.
È probabile, infine, che la missione nell'Arabia Felice si svolgesse solo al tempo di Giustiniano, nell'epoca in cui gli Etiopi erano padroni del paese. Quanto alle «Leggi degli Omeriti» e al «Dialogo con il rabbino Herban», pure attribuito a Green , si tratta di centoni di brani presi da altri racconti. La Chiesa bizantina ha iscritto Gregenzio nel suo Sinassario al 19 dicembre.
(Autore: Raymond Janin – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Gregenzio d Tafar, pregate per noi.


*San Gregorio di Auxerre – Vescovo (19 dicembre)

Martirologio Romano: A Auxerre nella Gallia lugdunense, ora in Francia, San Gregorio, vescovo.

San Gregorio è il dodicesimo vescovo di Auxerre. Nella cronotassi dei vescovi è stato inserito dopo San Teodosio e prima di Sant’Optato.
Se San Teodosio viene menzionato al primo concilio di Orléans nel 511 e Sant’Optato ebbe un episcopato brevissimo intorno al 530, entro quelle date figura anche il governo pastorale di San Gregorio.
Egli compare anche nel primo catalogo dei vescovi compilato nell’anno 875, dai canonici Rainogala e Agaldo, ritenuto abbastanza veritiero dagli storici successivi, anche se erano state sollevate delle perplessità sulla cronologia precedente il VII secolo.
Nel testo antico “Gesta episcopurum Autissiodorensium” viene riportato che  governò la diocesi di Auxerre per dodici anni e mezzo e morì all’età di ottantaquattro anni.
Si tramanda che morì un 19 dicembre di un anno imprecisato e fu sepolto nella cripta di San Germano. Il suo epitaffio di sette righe, dipinto nel XII secolo in un pilastro della cripta, attualmente è quasi completamente cancellato.
Nel 1635 il vescovo Domenico Séguier ha riesumato e riconosciuto i suoi resti.
Il martirologio romano cita la sua festa il 19 dicembre.

(Autore: Mauro Bonato - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Gregorio di Auxerre, pregate per noi.


*Beato Guglielmo di Fenoglio - Laico certosino (19 dicembre)

1065 - 1120
Nato nel 1065 a Garresio-Borgoratto, diocesi di Mondovì, il beato Guglielmo di Fenoglio, dopo un periodo di romitaggio a Torre-Mondovì, si trasferì a Casotto - sempre in zona - dove dei solitari vivevano secondo lo stile di San Bruno, fondatore dei Certosini.
Fu così tra i primi religiosi della Certosa di Casotto.
Vi morì da fratello laico (è patrono dei conversi certosini), intorno al 1120. La tomba fu da subito meta di pellegrini. Pio IX confermò il culto nel 1860.
Tra le circa 100 raffigurazioni note del Beato (solo nella Certosa di Pavia ce ne sono 22) una fa riferimento al leggendario «miracolo della mula».
Guglielmo vi è ritratto con una zampa dell'animale in mano. Con essa si sarebbe difeso da alcuni malintenzionati per poi riattaccarla al corpo dell'equino. (Avvenire)
Emblema: Zampa di mula
Martirologio Romano: Nella Certosa di Casotto in Piemonte, Beato Guglielmo da Fenoglio, religioso, che aveva condotto in precedenza vita eremitica.
Il Beato Guglielmo Fenoglio, nato a Garessio (in provincia di Cuneo) nel 1065, è morto, con ogni probabilità nel 1120, nella Certosa di Valcasotto.
É perlomeno sorprendente che un semplice converso (cioè “fratello laico) abbia goduto di così tanta fama non solo nel monregalese ma addirittura in mezza Europa (tra l’altro è patrono dei
conversi certosini) e sia stato così frequentemente raffigurato in pitture e sculture (almeno cento raffigurazioni, alla faccia, magari, di altri Santi molto più “famosi”, ma dall’iconografia scarsa se non inesistente).
E questo non lo si può spiegare soltanto con la fama, che si era acquistato, di “Santo dai miracoli burleschi” (stacca e riattacca la zampa ad una mula, dorme per cent’anni, patteggia con il diavolo per la costruzione di un ponte): Guglielmo è una personalità molto forte, che quasi magneticamente sa attrarre le folle grazie alla sua testimonianza di vita, alla sua disarmante semplicità ed all’ondata di eventi prodigiosi che si verificano anche dopo la sua morte.
Quando, a 20 anni, fa il suo ingresso nella Certosa di Casotto ha già fatto un intenso cammino di perfezione e di profonda unione con Dio.
Qui gli chiedono di provvedere ai viveri per il monastero, ed gli se ne va questuando per le cascine e i paesi della zona, spingendosi anche fino a Mondovì e Albenga.
É il bersaglio preferito dei briganti che una volta infestavano le strade e che più di una volta gli portano via tutto quanto è riuscito ad ottenere in elemosina. Guglielmo va in crisi e si lamenta con il Priore, che tra il serio ed il faceto lo invita a difendersi “anche con la zampa della mula”.
L’umile certosino, che dell’obbedienza ha fatto lo scopo della sua vita, alla prima occasione di assalto dei briganti “per obbedienza” afferra una zampa della mula, la stacca e la impugna come originale clava contro gli assalitori, che se la danno a gambe terrorizzati da quel gesto. Guglielmo rimette la zampa al suo posto e torna alla Certosa, ma nella fretta la riattacca a rovescio, così che la malcapitata mula zoppica in modo vistoso.
Se ne accorge il Priore, e per accertare quanto di prodigioso effettivamente ci sia su quanto in giro si dice sul conto di Guglielmo, lo rimprovera per la sbadataggine e gli ordina di mettere la zampa come si conviene; cosa che Guglielmo fa con tutta naturalezza, staccando e nuovamente riattaccando, questa volta dal verso giusto, la zampa e scusandosi per il suo errore.
Il tutto, naturalmente, senza che l’animale perda sangue o ragli dal dolore, come accertano il Priore e numerosi testimoni. Di questo fatto si è impadronita l’agiografia del Beato, che sempre lo rappresenta nell’atto di impugnare la fatidica zampa, tanto che nella Certosa di Pavia è
scherzosamente chiamato “il santo del prosciutto”.
Quando Guglielmo muore, attorno alla sua tomba si verificano prodigi, la gente accorre, il monastero è in subbuglio.
Perché l’accorrere dei pellegrini non disturbi troppo la vita della Certosa (anche se fa piovere offerte, come attesta una donazione ex voto del 1224) spostano spesso il suo corpo, conservatosi prodigiosamente incorrotto per tre secoli, che però regolarmente ritorna nella sua posizione originaria.
In piena era napoleonica, per paura di profanazioni, lo nascondono in qualche muro della Certosa, ma così bene che non sono più riusciti a trovarlo.
Pio XI, il 29 marzo 1860, approva il culto di Guglielmo, ufficializzando con il titolo di Beato quella venerazione che da sempre la gente ha avuto verso di lui.
Viene festeggiato il 19 dicembre.
(Autore: Gianpiero Pettiti – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Guglielmo di Fenoglio, pregate per noi.


*Beate Maria Eva della Provvidenza Noiszewska e Maria Marta di Gesù Wolowska - Martiri (19 dicembre)
Scheda del Gruppo a cui appartengono:
“Beati 108 Martiri Polacchi” Senza data (Celebrazioni singole)
+ Góra Pietralewicka, Polonia, 19 dicembre 1942
Le Beate Maria della Provvidenza (al secolo Ewa Noiszewska), nata a Osaniszki in Lituania l’11 giugno 1885, e Maria Marta di Gesù (al secolo Casimira Wolowska), nata a Lublin in Polonia il 30 novembre 1879, religiose professe della Congregazione delle Suore dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria, condivisero il martirio in odio alla fede cristiana presso Góra Pietralewicka il 19 dicembre 1942.

Furono beatificate da Giovanni Paolo II a Varsavia (Polonia) il 13 giugno 1999 con altri 106 martiri polacchi.
Martirologio Romano: Nella cittadina di Slonim in Polonia, Beate Maria Eva della Provvidenza Noiszewska e Maria Marta di Gesù Wolowsk, vergini della Congregazione delle Suore dell’Immacolata Concezione e martiri, che, durante l’occupazione della Polonia in guerra, furono fucilate per la loro fede.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beate Maria Eva della Provvidenza Noiszewska e Maria Marta di Gesù Wolowska, pregate per noi.


*Beato Renato Dubroux - Sacerdote e Martire (19 dicembre)
Scheda del Gruppo cui appartiene:
"Beati Martiri del Laos" - 16 dicembre (celebrazione di gruppo)

Haroué, Francia, 28 novembre 1914 - Palay, Laos, 19 dicembre 1959
Padre Renè Dubroux entrò nell’Istituto delle Missioni Estere di Parigi dopo aver trascorso quattro anni come sacerdote della diocesi di Saint-Dié e aver servito come infermiere militare nella seconda guerra mondiale. Destinato alla missione di Thakhek, nel Laos, poi in un’altra stazione missionaria presso Pakse, s’impegnò per migliorare le condizioni di vita degli abitanti e per educarli alla fede.
La sera del 19 dicembre 1959 venne abbattuto a colpi di pallottole dai militanti comunisti che si stavano espandendo nel Paese, tradito da uno dei suoi più fedeli collaboratori. Inserito nel gruppo di quindici martiri capeggiato dal sacerdote laotiano Joseph Thao Tiên, è stato beatificato l’11 dicembre 2016 a Vientiane, nel Laos.
René Dubroux nacque il 28 novembre 1914 a Haroué, nella diocesi di Nancy in Francia. L’8 gennaio 1939 venne ordinato sacerdote per la diocesi di Saint-Dié e nominato vicario della parrocchia di San Pietro Fourier a Chantraine. Nel 1940, durante l’attacco dei tedeschi, fece da infermiere militare al fronte, mettendosi in luce per il suo coraggio.
Il 30 ottobre 1943 fu ammesso nella Società delle Missioni Estere di Parigi e fu presto destinato alla missione di Thakhek, nel Laos. Non poté tuttavia raggiungerla prima di due anni, in qualità di cappellano militare nell’allora Indocina.
Nella stazione missionaria di Namdek, dal 1948 in poi, sviluppò la vita cristiana dei suoi fedeli tramite le sue istruzioni catechistiche e amministrando i sacramenti dell’Eucaristia e della Confessione. Sul piano materiale, invece, fece il possibile per migliorare la loro sorte, ad esempio incoraggiandoli a sfruttare le risorse della foresta, come il legname.
Nel 1957 venne incaricato del distretto di Nonghkene, vicino Pakse; un luogo pericoloso, a diretto contatto con la nascente guerriglia comunista.
Di lì a poco subì parecchie minacce: i ribelli volevano dimostrare che lui era un ostacolo alla loro volontà di liberare il Paese. Due anni dopo, nonostante ciò, i missionari ricevettero l’ordine dalla Santa Sede di restare al proprio posto, a meno che non fossero anziani o malati.
Nella tarda serata del 19 dicembre 1959, padre Dubroux si trovava a conversare con i suoi catechisti nella sacrestia della piccola cappella di Palay, che fungeva anche da alloggio per lui. Tradito da uno di essi, subì gli spari dei guerriglieri e fu ferito a morte.
Dato che il suo ricordo è rimasto molto vivo tra i suoi parrocchiani, è stato inserito in un elenco di quindici tra sacerdoti, diocesani e missionari, e laici, uccisi tra Laos e Vietnam negli anni 1954-1970 e capeggiati dal sacerdote laotiano Joseph Thao Tiên.
La fase diocesana del loro processo di beatificazione, ottenuto il nulla osta dalla Santa Sede il 18 gennaio 2008, si è svolta a Nantes (di cui era originario il suo confratello padre Jean-Baptiste Malo) dal 10 giugno 2008 al 27 febbraio 2010, supportata da una commissione storica.
A partire dalla fase romana, ovvero dal 13 ottobre 2012, la Congregazione delle Cause dei Santi ha concesso che la loro “Positio super martyrio”, consegnata nel 2014, venisse coordinata, poi studiata, congiuntamente a quella di padre Mario Borzaga, degli Oblati Missionari di Maria Immacolata, e del catechista Paul Thoj Xyooj (la cui fase diocesana si era svolta a Trento).
Il 27 novembre 2014 la riunione dei consultori teologi si è quindi pronunciata favorevolmente circa il martirio di tutti e diciassette.
Questo parere positivo è stato confermato il 2 giugno 2015 dal congresso dei cardinali e vescovi della Congregazione delle Cause dei Santi, ma solo per Joseph Thao Tiên e i suoi quattordici compagni: padre Borzaga e il catechista, infatti, avevano già ottenuto la promulgazione del decreto sul martirio il 5 maggio 2015. Esattamente un mese dopo, il 5 giugno, papa Francesco autorizzava anche quello per gli altri quindici.
La beatificazione congiunta dei diciassette martiri, dopo accaniti dibattiti, è stata infine fissata a domenica 11 dicembre 2016 a Vientiane, nel Laos. A presiederla, come inviato del Santo Padre, il cardinal Orlando Quevedo, arcivescovo di Cotabato nelle Filippine e Missionario Oblato di Maria Immacolata.
(Autore: Emilia Flocchini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Renato Dubroux, pregate per noi.


*Beati 6 Padri Mercedari (19 dicembre)

I Beati Mercedari: Pietro di Benevento, Giovanni de Verdera, Bartolomeo di Podio, Guglielmo de Prunera, Pietro de Gualba e Guglielmo de Gallinaris, si distinsero per la santità della vita.
Insigni per l’osservanza della regola monastica, per la preghiera continua e la pratica di ogni virtù si affrettarono ad andare verso il paradiso e godere le delizie eterne.
L’Ordine li festeggia il 19 dicembre.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beati 6 Padri Mercedari, pregate per noi.


*Beato Urbano V - 196° Papa (19 dicembre)

Linguadoca, 1310 - 19 dicembre 1370
(Papa dal 06/11/1362 al 19/12/1370)
Di famiglia nobile, divenuto benedettino fu insegnante, poi nominato Vescovo ed Avignone eletto Papa.
Due furono i suoi obiettivi primari: riunire la Chiesa greca a quella latina e riportare la sede apostolica a Roma, cosa che fece con un’azione di forza.
Purtroppo in seguito fu costretto per disordini negli stati pontifici, a ritornare ad Avignone.
Etimologia: Urbano = abitatore della città, garbato dal latino
Martirologio Romano: Ad Avignone nella Provenza in Francia, Beato Urbano V, Papa, che, dopo essere stato monaco, fu elevato alla cattedra di Pietro e si adoperò per riportare quanto prima la Sede Apostolica a Roma e ristabilire l’unità nella Chiesa.
Guglielmo de Grimoard è uno studiosissimo nobile francese, monaco benedettino, abate, nunzio apostolico a Napoli, eletto Papa il 28 settembre 1362 con il nome di Urbano V, ad Avignone, che è sede dei pontefici dal 1308.
Uomo di penitenza, obbediente alla regola monastica fino alla morte, decide di ritornare a Roma dopo che nei territori pontifici la legalità è stata ristabilita
da uno spagnolo energico e avveduto: Egidio d’Albornoz, Cardinale e uomo d’armi: l’unico che fronteggia bene l’aggressività spregiudicata del milanese Bernabò Visconti contro i domini papali.
Il ritorno non piace alla gente di Curia. I cardinali francesi minacciano di abbandonare Papa Urbano, ma lui resiste. Così, il 16 ottobre 1367, rieccolo a Roma.
Viene però il tempo della sfortuna, aiutata pure da certe sue ingenuità. Muore il preziosissimo Albornoz; ma lui lo aveva già destituito, su istigazione del Visconti. Progetta una crociata che non si farà mai.
E tenta invano di ripulire la “cloaca”, cioè di spazzare via avidità e corruzione dalla Curia romana. Ma non basta l’esempio della sua vita austerissima. E restano inapplicate le sue bolle moralizzatrici.
Addirittura c’è chi lo critica, come già ad Avignone, per il denaro che destina a scuole e studenti poveri: ne aiuta troppi! E lui risponde meravigliosamente: "Anche se alcuni di questi giovani faranno poi un mestiere manuale, sarà sempre utile per loro avere studiato": e Urbano, almeno qui, è avanti di qualche secolo.
Così, si trova solo nella sua fedeltà. È solo, anche, nel rifiutare l’uso della forza contro nuove sommosse.
Ed eccolo perciò ritornare ad Avignone: malgrado le esortazioni di Francesco Petrarca e le
funeste profezie di una futura santa, Brigida di Svezia: "Se il Papa lascia Roma, non vivrà a lungo". Ma non è il coraggio che manca a Urbano.
Minacce e “profezie” non l’hanno mai piegato. Ai primi di ottobre del 1370 rientra ad Avignone; e meno di tre mesi dopo è morto.
Vestito del suo saio monastico, viene deposto nella cattedrale di Avignone, da dove è traslato più tardi nel monastero marsigliese di S. Vittore, che l’ha avuto per abate.
Dice di lui il poeta Francesco Petrarca: "La colpa dell’abbandono di Roma non fu sua, ma degli autori di una fuga così vergognosa".
Nel 1870, Pio IX lo onora come Beato.
(Autore: Domenico Agasso - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Urbano V, pregate per noi.


*Altri Santi del giorno (19 dicembre)

*San
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.

 
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