Santi del 19 Maggio - Istituto Aveta

Vai ai contenuti

Menu principale:

Santi del 19 Maggio

Il mio Santo > I Santi di Maggio

*Sant'Adolfo di Cambrai - Vescovo (19 maggio)

m. 728
Martirologio Romano:
Ad Arras nel territorio della Neustria, in Francia, Sant’Adolfo, vescovo insieme di Arras e di Cambrai.
Figlio del martire Ragnulfo, entrò nel monastero di Saint-Vaast della città natale, di cui fu anche abate dal 710 al 717.
In quest'anno, dopo la morte del vescovo Unoldo, dal clero e dal popolo e col consenso del re Chilperico, fu acclamato vescovo di Cambrai.
Adolfo morì nel 728 e fu sepolto nella chiesa di San Pietro di Arras. Presso il suo sepolcro avvennero molti miracoli, e il vescovo Engranno (957-60), uditane la relazione dal custode, decise di dichiararlo santo con il rito della «elevazione», come allora si usava.
Da allora il nome di Adolfo fu inserito in molti martirologi e si diffuse rapidamente il suo culto.
Nel 1030 il corpo di Adolfo fu trasferito nella cattedrale di Cambrai e posto accanto a quello di altri santi vescovi della città.
Secondo gli antichi martirologi il suo dies natalis sarebbe il 19 maggio, ma egli è festeggiato anche il 31 agosto, anniversario forse della traslazione o della «elevazione».
(Autore: Alfonso M. Zimmermann - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Adolfo di Cambrai, pregate per noi.


*Beato Agostino Novello (19 maggio)

Tarano (Rieti), 1240 circa - 19 maggio 1309
Dopo aver studiato diritto fece parte della corte del re Manfredi di Sicilia.
Entrò nell’Ordine agostiniano come fratello laico, occultando la sua cultura e la sua posizione sociale.
Condotto presso la Curia dell’Ordine dal Beato Clemente da Osimo, divenne sacerdote, Penitenziere pontificio e nel 1298 fu eletto Priore Generale.
Nel 1300 si ritirò presso l’eremo di San Leonardo al Lago presso Lecceto (SI).
Si distinse per l’umiltà e per l’amore alla contemplazione nel silenzio della vita comunitaria.
Martirologio Romano: A Siena, Beato Agostino, detto Novello, sacerdote dell’Ordine degli Eremiti di Sant’Agostino, cultore della vera umiltà e amante dell’osservanza della disciplina monastica. 
Il Beato Agostino nacque verso il 1240. Incerta la città di nascita. Detto comunemente "da Tarano" (prov. di Rieti) o Terranova (Rieti) è stato rivendicato dalla Sicilia con località diverse:
Termini Imerese (PA), Trapani, Taormina (ME) o la stessa Palermo.
Dopo aver studiato diritto all'Università di Bologna, lavorò nella cancelleria del regno di Sicilia, alla corte di Manfredi.
Morto il re nella battaglia di Benevento (1266), e lui stesso ferito e malato, decise di cambiare vita.
Lasciata la Sicilia, si recò nel romitorio di Rosia, nei pressi di Siena, professando come semplice fratello laico col nome di Agostino.
Si racconta che in occasione di una sua difesa dei diritti del convento venne scoperta la sua vera identità.
Quando l’allora Generale dell’Ordine agostiniano Clemente da Osimo conobbe il suo talento e le sue virtù, lo trasferì a Roma, dove Agostino, detto “Agostino Novello”, ricevette il sacerdozio. Poco dopo fu nominato da Nicolò IV Penitenziere Apostolico e suo confessore, funzioni che svolse per quasi 10 anni, anche sotto i pontificati di Celestino V e Bonifacio VIII.
Nello stesso periodo collaborò alla stesura delle Costituzioni ratisbonensi del 1290.
I Capitolari riuniti a Milano nel 1298 per la celebrazione dei Comizi generali, in sua assenza e senza nemmeno conoscere il suo parere, lo elessero Superiore maggiore dell'Ordine e Bonifacio VIII lo confermò "senza alcun esame”.
Accettò con umiltà l’incarico, sebbene ridotto a due anni, in quanto convocò in anticipo il Capitolo in cui rinunziò al generalato.
Gli elettori non riuscirono a fargli cambiare idea. Governò con giustizia e grande umanità, promulgando utili disposizioni.
Il più prestigioso legislatore dell'Ordine, nel periodo della sua formazione, trascorse gli ultimi anni di vita nell'eremo di San Leonardo al Lago, presso Lecceto (Siena), “riposando all’ombra della divina contemplazione”; tutto dedito alla preghiera e alle opere di carità.
Morì nel 1309.
Il suo corpo fu traslato nella chiesa di Sant'Agostino di Siena, dove il beato venne rappresentato con un angelo dietro il capo - “l'angelo sussurrante” diventerà una costante iconografica -, simbolo della divina ispirazione.
Recentemente il suo corpo è stato trasferito a Termini Imerese in Sicilia.
Nel 1759 Clemente XIII ne approvò il culto proclamandolo beato. L’Ordine agostiniano ne celebra la memoria il 19 maggio unitamente a quella del Beato Clemente da Osimo.
(Autore: P. Bruno Silvestrini O.S.A. - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Agostino Novello, pregate per noi.


*Santi Calogero e Partenio - Martiri (19 maggio)

La Depositio Martyrum ricorda, al 19 maggio e con la data consolare del 304, Calogero e Partenio come sepolti nel cimitero di Callisto. Secondo l’itinerario De locis, i due martiri erano posti in sepolcri singoli nella regione detta “di Eusebio” che può essere datata, con una certa sicurezza, al tempo di papa Marcellino (296 – 304).
Di Calogero e Partenio non si sa nulla di preciso: infatti, sono leggendari la passio attuale e il latercolo del Martirologio Geronimiano, che dipende senza dubbio da una passio perduta. Secondo il Geronimiano, infatti, i due erano eunuchi e appartenevano alla famiglia dell’imperatore Decio; secondo la passio attuale, invece, Calogero e Partenio, fratelli e di origine armena, erano eunuchi di un certo Emiliano che, morendo, affidò loro la figlia Anatolia Callista. Con tutta probabilità, l’origine orientale e lo stato sociale dei due santi furono suggeriti dai loro nomi, che fanno pensare a nomi di schiavi o di liberti.
Arrestati durante la persecuzione di Decio, Calogero e Partenio furono consegnati a Libanio, prefetto della città, che li fece morire tra aspri tormenti nel 250.
Questa data è in aperto contrasto con quella indicata nella Depositio Martyrum e, ad accrescere la confusione, si aggiunge la commemorazione dei due martiri fatta dal Geronimiano all’11 febbraio, giorno apparentemente confermato da un graffito scoperto nel cimitero di Callisto. Per conciliare le due indicazioni cronologiche, il De Rossi, che teneva in gran conto la passio, avanzò l’ipotesi che il martirio fosse realmente avvenuto nel 250 e che nel 304 si sia avuta solo una traslazione. All’accettazione di questa ipotesi, già inficiata a priori dallo scarso valore storico della passio, si oppongono serie difficoltà.
Infatti, la regione nella quale erano i sepolcri dei martiri appartiene certamente all’inizio del sec. IV e, inoltre, una traslazione del 304, mentre era in pieno svolgimento la persecuzione di Diocleziano, oltre che impossibile e inutile, sarebbe stata anche estremamente pericolosa, dal momento che i cimiteri erano sorvegliati dalla polizia. Infine, la natura della Depositio Martyrum e il tempo in cui essa fu redatta (336) propendono a fare accettare come più probabile il 304 come data del martirio di Calogero e Partenio.
Resta, però, difficile spiegare la commemorazione dell’11 febbraio , attestata dal Geronimiano e dal graffito, poiché la passio attuale, quella perduta e la Depositio Martyrum riportano chiaramente al 19 maggio il dies natalis dei due martiri.
Si potrebbe avanzare l’ipotesi che l’autore del graffito abbia voluto ricordare non il dies natalis di Calogero e Partenio, ma solo il giorno della sua visita la cimitero di Callisto: quella data, notata poi dai pellegrini, fu ritenuta quella del dies natalis e come tale entrò nei codd. del Geronimiano.
Si potrebbe anche pensare che la commemorazione dell’11 febbraio ricordi il giorno in cui i corpi dei martiri furono trasportati in una basilica romana.
(Autore: Agostino Amore - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Calogero e Partenio, pregate per noi.


*San Celestino V - Pietro di Morrone - Eremita e 188° Papa (19 maggio)

Isernia, 1215 - Rovva di Fumone (Frosinone), 19 maggio 1296
(Papa dal 29/08/1294 al 13/12/1294)
Pietro da Morrone, Sacerdote, condusse vita eremitica. Diede vita all’Ordine dei “Fratelli dello Spirito Santo” (denominati poi “Celestini “), approvato da Urbano IV, e fondò vari eremi.
Eletto Papa quasi ottantenne, dopo due anni di conclave, prese il nome di Celestino V e, uomo santo e pio, si trovò di fronte ad interessi politici ed economici e a ingerenze anche di Carlo d’Angiò.
Accortosi delle manovre legate alla sua persona, rinunziò alla carica, morendo poco dopo in isolamento coatto nel castello di Fumone.
Giudicato severamente da Dante come “ colui che per viltade fece il gran rifiuto “, oggi si parla di lui come di un uomo di straordinaria fede e forza d’animo, esempio eroico di umiltà e di buon senso.
Patronato: Isernia
Etimologia: Celestino = venuto dal cielo, dal latino
Martirologio Romano: A Fumone vicino ad Alatri nel Lazio, anniversario della morte di San Pietro Celestino, che, dopo aver praticato vita eremitica in Abruzzo, celebre per fama di santità e di miracoli, ottuagenario fu eletto Romano Pontefice, assumendo il nome di Celestino V, ma nello stesso anno abdicò dal suo incarico preferendo ritirarsi in solitudine.
È meglio smettere di compatirlo come un caro sempliciotto, vittima di cose “più grandi di lui”. Piuttosto, quelle “cose” che lo circondano – re, cardinali, intrighi – sono piccole e scadenti di fronte a questo Pietro d’Angelerio, molisano, papa per pochi mesi. Nato da campagnoli con molti
figli, ha poi studiato dai Benedettini di Faifoli (oggi in provincia di Campobasso, all'epoca in diocesi di Benevento) e più tardi va a Roma, dove riceve il sacerdozio nel 1239, con l’autorizzazione alla vita eremitica, che intraprende sul Monte Morrone, dominante la conca di Sulmona.
Ma tra quei dirupi la sua fama chiama altri solitari, che lui organizza in comunità come “Eremiti di San Damiano” (detti poi “Celestini” e durati fino al 1807).
Nel 1273, poi, va al Concilio di Lione: e lì, trattando personalmente con papa Gregorio X, ottiene l’approvazione per la sua comunità.
Sa spiegarsi e convincere, a tutti i livelli.
Morto nell’aprile 1292 papa Nicolò IV, i superstiti 12 cardinali riuniti a Perugia litigano due anni senza accordarsi per la successione, finché ricevono una lettera di durissimi rimproveri, con l’invito a dare subito alla Chiesa un capo degno.
La lettera è di Pietro da Morrone, e allora i cardinali fanno Papa lui, eletto il 5 luglio 1294 col nome di Celestino V.
Ma dietro l’iniziativa della lettera c’è un tipo di dubbia spiritualità: Carlo II d’Angiò, re di Napoli, che conta su un Papa accomodante per togliere la Sicilia agli Aragonesi.
Infatti, eccolo gestire Celestino V a modo suo: il settantanovenne Pontefice accetta d’essere incoronato all’Aquila (territorio di Carlo II), di nominare 12 cardinali in gran parte francesi, e di risiedere a Napoli invece che a Roma.
Prelati vecchi e nuovi continuano a far politica come prima; alcuni Celestini esagerano con le pretese, coprendosi con l’autorità papale...
Ma questo “semplice”, vacillante per l’età, capisce presto. Si scopre impotente, ingannato, usato.
Riflette, interroga, si interroga...
E decide, respingendo suppliche e intimazioni: il 13 dicembre ecco la rinuncia al pontificato, ecco Celestino che torna Pietro, ecco il vecchio saio al posto del gran manto.
E finisce per ora tutto un giro di inganni e ipocrisie laiche ed ecclesiastiche, con questo “gran rifiuto” che Dante attribuirà a “viltade” (se è poi vero che il verso famoso si riferisse a lui).
Ma per il protestante Gregorovius "in quel momento egli apparve in tutta la sua vera grandezza".
Vorrebbe tornare al suo eremo, come gli ha promesso il successore Bonifacio VIII.
Ma costui sporca il proprio nome facendo di lui un prigioniero in varie reclusioni, fino all’ultima di Fumone, presso Anagni, dove morirà.
Rapidamente, come per un bisogno di riparazione, la Chiesa proclamerà santo Papa Celestino già nel 1313. E il suo corpo, dopo vari trasferimenti, avrà riposo definitivo nella chiesa di Santa Maria di Collemaggio, all’Aquila, dov’era stato incoronato.
(Autore: Domenico Agasso - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Celestino V, pregate per noi.


*San Crispino (Pietro Fioretti) da Viterbo - Religioso Cappuccino (19 maggio)
Viterbo, 13 novembre 1668 - Roma, 19 maggio 1750
Fratello laico cappuccino noto per le sue estasi contemplative e il suo amore per la natura.
É stato il primo Santo canonizzato a Roma da Papa Giovanni Paolo II, il 20 giugno 1982.
Festa il 19 maggio.
Martirologio Romano: A Roma, San Crispino da Viterbo, religioso dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, che, mentre viaggiava tra i villaggi montani per mendicare l’elemosina, insegnava ai contadini i rudimenti della fede.
Crispino nacque a Viterbo, nella contrada detta del Bottarone, il 13 novembre 1668; fu battezzato il 15 dello stesso mese nella chiesa di S. Giovanni Battista con il nome di Pietro.
Il padre Ubaldo Fioretti era un artigiano e aveva sposato Marzia (la mamma) già vedova e con una figlia.
Pietro rimane orfano di padre in ancor età, e la mamma vedova per la seconda volta si sposa con il fratello di Ubaldo Francesco, un calzolaio a lui molto affezionato e che al nipotino fece frequentare le scuole dei gesuiti e che quindi accolse come apprendista nella sua bottega di calzolaio.
Pietro indossò l'abito cappuccino nel convento della Palanzana di Viterbo il 22 luglio 1693, festa di S. Maria Maddalena, assumendo il nome Crispino da Viterbo, dopo l'anno di noviziato, il 22 luglio 1694, fu trasferito a Tolfa, dove rimase tre anni, per qualche mese rimase a Roma e fino al 1703 dimorò ad Albano, da qui fu trasferito a Monterotondo dove rimase per oltre sei anni, fino 1709; da quest'anno e per quaranta anni rimase ad Orvieto, dove fu ortolano fino al gennaio de1 1710, e poi questuante.
Fra Crispino era veramente esigente con i religiosi, ma non era pessimista nei confronti dell'Ordine Cappuccino: reputava una grande grazia poter in esso servire Dio.
Incontrando un fanciullo orvietano, Girolamo, figlio di Maddalena Rosati, gli prediceva che sarebbe stato cappuccino, cantarellandogli: "Senza pane e senza vino, fraticello di fra Crispino".
Il ragazzo si fece frate col nome di Giacinto da Orvieto e mori ancor chierico a Palestrina, appena ventunenne, nel 1749.
Vi sono poi degli aforismi adatti all'indole di fra Crispino. Con essi egli scherza allegramente su fatti e situazioni spesso penosi, con un inesauribile senso di humour: Il droghiere orvietano Francesco Barbareschi, tormentato dalla podagra, era da fra Crispino invitato lepidamente "a prender l'asta d'Achille, cioè la vanga, e faticare nella villa Crispigniana, chiamando così il suo orticello, ove seminava l'insalata e piantava gli erbaggi per i benefattori".
Bruciante come una frustata in faccia, la risposta data ad un altro che gli chiedeva di esser guarito dallo stesso male: "Il vostro male è più di chiragra che di podagra, perché... non pagate chi deve avere: li vostri operai e servitori piangono...".
Alla principessa Barberini, che voleva veder guarito subito il figlio Carlo rispose: "Eh, non ti basta che guarisca nell'Anno Santo? ... Eh, che vuoi pigliare il Signore per la barba? Bisogna ricevere da Dio le grazie quando lui le vuol fare".
A Cosimo Puerini, dispiacente di dare in elemosina una fiasca di vino buono, Crispino dice: "Eh, che vuoi fare il sacrificio di Caino?".
Dopo che un cappuccino era scampato per miracolo alla morte nel tentativo di attraversare un fiume in piena, fra Crispino cantarellò: "Torbida si vede, torbida si lassa; son un gran matto, se si passa".
A fra Crispino capitava spesso di dover parlare di se agli altri, per aiutarli a farsi sul suo conto un'idea più rispondente alla realtà. Diceva spesso: "Sono peggiore dei merangoli, da' quali pure se ne ricava un poco di sugo, ma da me cosa vogliono ricavare?". Per sottrarsi a lodi ed ammirazione, fra Crispino ricorreva spesso ad immagini e similitudini.
A chi gli diceva di non rovinare la minestra con l'assenzio rispondeva: "Ogni amaro tenetelo caro", oppure "Questo assenzio se non è secondo il gusto, è secondo lo spirito".
A chi lo commiserava vedendolo camminare sotto la pioggia, diceva: "Amico, io cammino tra una goccia e l'altra", oppure tirava in ballo la sua "sibilla " che gli teneva "l'ombrella sopra il capo" o gli portava le pesanti bisacce.
Essendo andato a visitare il cardinale Filippo Antonio Gualtieri, questi gli chiese perché mai, per l'occasione, non avesse indossato un abito e un mantello un poco migliori.
E Crispino rispose, allargando il mantello, che questo riluceva da tutte le parti, volendo significare che era logoro e sbucato. A chi si esaltava per i suoi miracoli, diceva: "Eh via, di che vi meravigliate? Non è già cosa nuova che Dio faccia miracoli"; "E non sai, amico, che san Francesco li sa fare i miracoli?". A Montefiascone, al popolo che gli tagliuzzava il mantello per farne reliquie, gridava: "Ma che fate, o povera gente! Quanto sarebbe meglio che tagliaste la coda ad un cane! Che siete matti? Tanto fracasso per un asino che passa! Andate in chiesa a pregare Iddio!". L'umile bestia da soma tornava spesso nei discorsi di fra Crispino.
Un giorno disse al p. Giovanni Antonio: "Padre guardiano, fra Crispino è un asino, ma la capezza che lo guida sta nelle vostre mani; però, quando volete che vada o si fermi, tirategli o allentategli la capezza". Quando si faceva aiutare a porsi sulle spalle le bisacce, tutto allegro e gioviale egli diceva: "Carica l'asino e va alla fiera"; e a chi gli chiedeva perché mai non si coprisse il capo contro la pioggia o il sole, rispondeva: "Non sai che l'asino non porta il cappello? E che io sono l'asino dei cappuccini?". Ma alcune volte soggiungeva con serietà: "Sai perché non porto la testa coperta? Perché rifletto che sempre sto alla presenza di Dio".
Il peregrinare di fra Crispino per le campagne orvietane durò quasi quarant'anni, con due brevi interruzioni che lo portarono per alcuni mesi a Bassano e per altri a Roma.
Lasciò definitivamente Orvieto il 13 maggio 17, diretto verso l'infermeria di Roma dove morì il 19 maggio 1750.  Fra Crispino fu beatificato il 7 settembre 1806 da Papa Pio VII, canonizzato il 20 giugno 1982 da Papa Giovanni Paolo II (è stato il primo santo canonizzato da questo Papa).
(Autore: Carmelo Randello – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Crispino da Viterbo, pregate per noi.


*San Dunstano - Monaco e Vescovo (19 maggio)

Baltonsborough, Somerset, 910 c. - 19 maggio 988
Nasce a Baltonsborough, nella contea di Somerset, intorno al 910.
Ancora fanciullo è affidato all'abbazia di Glastonbury, tenuta da sacerdoti secolari.
Nel 925 suo zio Atelmo, arcivescovo di Canterbury, lo introduce nella corte di Atelstano.
Ne viene cacciato dieci anni dopo per le accuse di consanguinei invidiosi. Spinto da uno zio, Sant'Elfego, vescovo di Winchester, Dunstano decide di farsi monaco durante una grave malattia.
Emessi i voti monastici a titolo puramente personale, perché il monachismo è pressocché scomparso dall'isola, e ordinato poco dopo sacerdote assieme all'amico Sant'Etelvoldo, va già progettando la restaurazione della vita monastica, quando nel 943 il nuovo re Edmondo lo nomina abate di Glastonbury.
In 15 anni, Dunstano fa di questa abbazia il centro del nuovo monachismo benedettino in Inghilterra.
Degli oppositori, però, inducono il nuovo re, Edwig, sedicenne, ad espellerlo dall'isola.
Due anni dopo, nel 958, il nuovo re Edgaro il Pacifico lo richiama in patria e gli affida la sede di Worcester (958), poi quella di Londra (959) e finalmente la sede primaziale di Canterbury (960).
Dopo aver fatto fiorire la riforma del monachesimo inglese, muore il 19 maggio 988. (Avvenire)
Patronato: Ciechi, Fabbri
Emblema: Bastone pastorale, Pinze
Martirologio Romano: A Canterbury in Inghilterra, San Dunstano, vescovo, che, dapprima abate di Glastonbury, rinnovò e propagò la vita monastica e nella sede episcopale di Worcester, poi di Londra e, infine, di Canterbury si adoperò per promuovere la concordia dei monaci e delle monache prescritta dalla regola.  
Nacque a Baltonsborough, nella contea di Somerset, intorno al 910, da nobile famiglia, imparentata con quella reale e che aveva già dato tre vescovi.
Ancora fanciullo fu affidato all'abbazia di Glastonbury, tenuta da sacerdoti secolari. Vi ricevette una buona formazione non solo nelle lettere, ma anche nelle arti della pittura, miniatura, oreficeria e nel suono dell'arpa.
La tradizione gli attribuisce il Kirie, Rex splendens, il VII dell'ed. Vaticana.
Nel 925 suo zio Atelmo, arcivescovo di Canterbury, lo introdusse nella corte di Atelstano (92439).
Ne fu cacciato dieci anni dopo per le accuse di consanguinei invidiosi; pensava di sposarsi, ma un altro zio, sant' Elfego, vescovo di Winchester, insisteva perché si facesse monaco. Dunstano prese questa decisione durante una grave malattia che lo portò sull'orlo della tomba.
Emessi i voti monastici a titolo puramente personale, perché il monachismo era pressocché scomparso dall'isola, e ordinato poco dopo sacerdote assieme all'amico Sant' Etelvoldo, andava già progettando la restaurazione della vita monastica, quando nel 94345 il nuovo re Edmondo (939-46) lo nominò abate di Glastonbury.
In quindici anni, Dunstano fece di questa abbazia il focolare del nuovo monachismo benedettino in Inghilterra, una fucina di abati e di vescovi.
Di là egli influiva anche sulla politica religiosa di Edmondo e del suo successore Edred (946-55).
Non mancavano però degli oppositori, i quali indussero il nuovo re, lo scostumato Edwig (955-58), sedicenne, ad espellerlo dall'isola.
Allora Dunstano fu ospite del monastero di San Pietro a Gand, di recente riformato da Cluny, sicché poté arricchirsi anche di quest'altra esperienza monastica. Due anni dopo, nel 958, il nuovo re Edgaro il Pacifico (957-75) lo richiamò in patria e gli diede la sede di Worcester (958), poi quella di Londra (959) e finalmente la sede primaziale di Canterbury (960).
In qualità di primate Dunstano, nel 961, consacrò vescovo di Worcester Sant’ Osvaldo, già monaco di Fleury, e nel 963 vescovo di Winchester Sant’ Etelvoldo. E così tre grandi vescovi provenienti dal monachismo erano alla testa della riforma monastica dell'isola, che in questo tempo toccò il suo apogeo con una trentina di monasteri maschili e sei femminili.
Per impedire che la diversità delle consuetudini e l'ingerenza dei laici provocassero divisioni e contrasti, il concilio di Winchester del 975 ca. promulgò la Regularis concordia Anglicae nationis monachoram sanctimonialiumque, opera di Sant' Etelvoldo, ma composta sotto l'influsso dell'esperienza monastica di Dunstano il quale continuava anche ad influenzare la politica religiosa del re Edgaro e poi quella del successore Sant’ Edoardo il Martire.
Dopo l'assassinio di questi, Dunstano, vecchio ormai, si limitò alla cura della diocesi.
I biografi ce lo mostrano occupato nell'istruzione religiosa del suo popolo, nell'esercizio della giustizia ecclesiastica e nelle opere di misericordia, ma soprattutto nella preghiera liturgica e privata; unico svago la correzione di qualche manoscritto.
Morì il 19 maggio 988 e fu sepolto nella cattedrale di Canterbury.
Numerosi miracoli gli furono attribuiti in vita e ancor più dopo la morte, sicché il culto verso di lui si diffuse rapidamente.
"Ci volle la gloria di San Tommaso Becket, l'arcivescovo martire, per eclissare quella del grande riformatore del sec. X" (Vies des Saints, V, p. 370).
(Autore: Ireneo Daniele – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Dunstano, pregate per noi.


*Sant'Evonio (19 maggio)
Evonio (Enonio, Igonio, Ivonio), venerato in Alverni, Santo.
La sola traccia di un culto ad Evonio (Ivo?) appare a Issoire in Alvernia e si fonda su un documento del 950: è il titolare di una parrocchia e se ne fa menzione localmente il 19 maggio.
Non è possibile identificare questo Santo: si è voluto vedere in lui un vescovo di Arles o un compagno di San Preietto di Clerinont.
La prima ipotesi è formalmente smentita dalla lista critica del Duchesne, la seconda rimane incontrollabile: essa permetterebbe solamente di collocare la sua esistenza nel sec. VII.
(Autore: René Wasselynck – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Evonio, pregate per noi.


*Beato Giovanni Battista Saverio Loir (Gianluigi da Besançon) - Sacerdote e Martire (19 maggio)
Scheda del Gruppo a cui appartiene:
“Beati Martiri dei Pontoni di Rochefort” 64 martiri della Rivoluzione Francese 1720 - 1794

Martirologio Romano: Nel braccio di mare antistante Rochefort in Francia, Beato Giovanni Battista Saverio (Giovanni Ludovico) Loir, sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini e martire, che, durante la rivoluzione francese, imprigionato quasi ottuagenario in una galera per il suo sacerdozio, fu trovato morto inginocchiato.
Tra gli oltre 800 preti e religiosi ammassati sui famigerati "pontons de Rochefort" ormeggiati presso l'isola d'Aix nel 1794 c'erano anche diversi frati cappuccini. Avrebbero dovuto essere deportati alla Guyane, ma i velieri inglesi che incrociavano le coste francesi impedirono questo viaggio. Così su questi prototipi "campi di morte" galleggianti molti lasciarono miseramente la vita per amore della fede.
Questo sacrificio è stato riconosciuto come grazia di martirio il primo ottobre 1995 da Giovanni Paolo II per Giambattista Souzy, vicario generale de La Rochelle e i suoi 64 compagni, tra i quali i cappuccini Gianluigi di Besançon, Protasio di Sées e Sebastiano di Nancy, dei quali ora vogliamo brevemente narrare la storia.
Giambattista (era questo il suo nome di battesimo) era nato l'11 marzo 1720 a Besançon (Doubs) da Gianluigi Loir ed Elisabetta Juliot, sesto di una nidiata di otto figli e venne battezzato nello stesso giorno. Il padre, parigino, era direttore e tesoriere della Zecca di Borgogna a Besançon e nel 1730 fu eletto direttore della stessa a Lione, dove venne ad abitare con tutta la famiglia e dove il figlio Giambattista fece i suoi studi, anche se non si conosce quasi nulla della sua fanciullezza.
Si sa però che a vent'anni, nel mese di maggio 1740, si fece cappuccino nel grande convento della città e prese con l'abito il nome di fra Gianluigi. Professò il 9 maggio 1741. A Lione i cappuccini abitavano in due conventi, uno intitolato a San Francesco e detto "grand couvent", fondato nel 1575, nel quartiere Saint-Paul, l'altro costruito nel 1622, dedicato a S. Andrea e detto del "Petit Forez".
In queste due case il futuro martire trascorse la maggior parte della sua vita religiosa. Almeno due volte esercitò l'ufficio di superiore, una volta nel convento di S. Andrea dal 1761 al 1764, e
una seconda volta nel grande convento di S. Francesco fino al 1767. Oltre questa notizia, gli archivi tacciono.
Un abate che allora lo conobbe rilasciò questa significativa testimonianza: "Dotato di tutte quelle virtù che lo potevano rendere raccomandabile, egli non volle mai accettare nessuna carica, dicendo di essere entrato nell'Ordine non per comandare, ma per obbedire, non per dominare, ma per essere sottomesso. Dedicandosi con umiltà alla salvezza delle anime, esercitò il ministero della confessione con frutto e sembrava in questo infaticabile. Non c'era missione organizzata dai suoi frati, nella quale egli non prestasse il suo zelo.
Il popolo semplice e i poveri erano i suoi prediletti; ma anche le persone di riguardo e importanti che si davano alla pietà si sentivano attratte dalla nobile urbanità e affabilità della sua figura maestosa e aggraziata. Sarebbe difficile numerare le conversioni da lui operate e le anime riportate a Dio in tutte le classi sociali".
Aveva 74 anni quando i rivoluzionari francesi obbligarono i preti e i religiosi, nel 1791, a prestare giuramento scismatico della costituzione civile del clero. Padre Jean-Louis si trovava nel convento di S. Francesco quando l'Assemblea Costituente aveva ordinato l'inventario delle persone e dei beni di ogni casa religiosa.
Egli aveva dichiarato di voler restare nell'Ordine. Ma verso ottobre lasciò Lione e si ritirò nel Bourbonnais a Précord, nel castello dove abitava la sua sorella Nicole-Elisabeth col figlio Gilbert de Grassin e dove anche due nipoti suore domenicane avevano trovato rifugio. Una soffiata di qualche malevolo e sospettose dicerie causarono una perquisizione ordinata dal Direttorio il 3 febbraio 1793, e anche se il risultato fu nullo, il 30 maggio tutti gli abitanti del castello vennero trasportati a Moulins, dove 66 preti "insermentés", refrattari, erano stati reclusi parte nelle prigioni e parte nell'antico monastero Sainte-Claire.
Nell'elenco degli ecclesiastici che non avevano prestato giuramento figurava anche padre Loir, classificato "ci-devant capucin".
La sua età l'avrebbe risparmiato da ulteriori sofferenze se non fosse stato per il terribile accordo ateistico della fine del 1793, che permetteva tacitamente l'eliminazione di questi anziani ecclesiastici, che, infatti, furono trasportati, molti di loro ammalati, in tre spedizioni diverse, fino a Rochefort P. Jean-Louis lasciò Moulins il 2 aprile 1794, nella terza spedizione, con 26 deportati, canonici, curati, trappisti, cappuccini, altri francescani e fratelli delle Scuole Cristiane. Lungo il tragitto, su carri scortati da gendarmi e da guardie nazionali, vennero compatiti e aiutati dalla gente. Giunsero a Rochefort verso la fine di aprile. Perquisiti di ogni cosa, vennero ammassati su due vascelli ormeggiati in quella costa di mare.
Il vascello sul quale p. Jean-Louis venne trasferito si chiamava "Deuz-Associés". Il capitano e la sua ciurma erano gente da galera. Sul naviglio erano letteralmente ammucchiati più di 400 deportati in stato pietoso, vita di lager ante litteram. Una gavetta lurida serviva per il pasto di dieci persone che dovevano accontentarsi di carne avariata, di merluzzo, di fave grosse, attingendo il cibo in piedi, senza piatti né bicchieri né forchette, stretti stretti fra loro, servendosi di un cucchiaio di bosso.
Era il supplizio della fame, al quale si aggiungevano altri terribili tormenti di carattere igienico-sanitario, senza rimedi, e gli insulti di quei marinai aguzzini. Ma il tormento più tremendo erano le ore notturne. Un fischietto annunciava l'ora del riposo.
Quella massa umana, con molti vegliardi e ammalati, veniva costretta ad ammucchiarsi sotto coperta, nella stiva, come acciughe in un barile, e la notte era un inferno, con un'ultima raffinata crudeltà, anticipatrice delle camere a gas: quei galeotti spandevano acri vapori facendo scoppiare con palle infocate un barilotto di catrame: un metodo usato per purificare l'aria, ma che provocava nei prigionieri un tremendo sudore e tosse fino alla morte per soffocamento per i più deboli. E in quello stato venivano bruscamente mandati all'aria aperta sul ponte del vascello e tutti dovevano strisciare come vermi e il tremendo contrasto faceva loro stridere i denti per i brividi di freddo.
Tuttavia la pena più grande era di non poter tenere né breviario né altri libri di pietà e neppure di poter pregare insieme. Ciò nonostante c'era chi aveva potuto nascondere un breviario, o un vangelo o gli oli santi e qualcuno anche le ostie consacrate. E in quella cloaca infetta quei martiri si scambiavano i sacramenti che li fortificavano ad affrontare la morte con gioia.
Queste erano le sofferenze di p. Jean-Louis. Ma il suo carattere vivace e allegro infondeva coraggio ai compagni di sventura. Uno dei sopravvissuti testimoniò che il cappuccino, "pur essendo un venerabile vegliardo, era diventato la gioia di tutti. Egli infatti cantava ancora come un giovane di trent'anni cercando così di alleviare le nostre sofferenze, nascondendo le sue che lo stavano terribilmente consumando. Egli morì serenamente come aveva sempre vissuto.
Infatti il mattino del 19 maggio 1794, i deportati, al risveglio sotto coperta, trovarono questo eccellente religioso morto in ginocchio al suo posto, e nessuno avrebbe pensato che soffrisse qualche malattia. Dopo essersi levato, si era inginocchiato a pregare e così era spirato.
Vedendolo in questa umile posizione, accanto al palo della sua amaca, sembrava davvero che pregasse, ed era morto nell'atteggiamento di supplica come la S. Scrittura ci rappresenta i patriarchi dell'Antica Legge nell'atto di spirare".
Egli fu il primo dei 22 cappuccini che morirono a Rochefort.
(Fonte: Santa Sede)
Giaculatoria - Beato Giovanni Battista Saverio Loir, pregate per noi.


*Beati Giovanni da Cetina e Pietro da Duenas - Martiri (19 maggio)
m. 1397
Martirologio Romano:
A Granada in Spagna, Beati martiri Giovanni da Cetína, sacerdote, e Pietro da Dueñas, religioso, dell’Ordine dei Minori Conventuali, uccisi per mano dello stesso re dei Mori per aver confessato la fede in Cristo.  
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria. - Beati Giovanni da Cetina e Pietro da Duenas, pregate per noi.


*Beato Giovanni di San Domenico Martinez - Domenicano, Martire (19 maggio)
m. 1619
Martirologio Romano:
A Suzúta in Giappone, Beato Giovanni di San Domenico Martínez, sacerdote dell’ Ordine dei Predicatori e Martire, che morì in carcere per Cristo.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giovanni di San Domenico Martinez, pregate per noi.


*Beato Giuseppe (Jozef) Czempiel - Sacerdote e Martire (19 maggio)
Scheda del Gruppo a cui appartiene:
“Beati 108 Martiri Polacchi”
Jozefka, Polonia, 21 settembre 1883 – Dachau, Germania, 19 maggio 1942
Jozef Czempiel, sacerdote dell’arcidiocesi di Katowice, cadde vittima dei nazisti nel celebre campo di concentramento tedesco di Dachau.
Papa Giovanni Paolo II il 13 giugno 1999 lo elevò agli onori degli altari con ben altre 107 vittime della medesima persecuzione.
Martirologio Romano: Vicino a Monaco di Baviera in Germania nel campo di prigionia di Dachau, Beato Giuseppe Czempiel, sacerdote e martire, che, di origine polacca, durante la guerra si unì al sacrificio di Cristo morendo in una camera a gas.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giuseppe Czempiel, pregate per noi.


*Beato Hans (Giovanni) Wagner - Eremita (19 maggio)

Non si conosce con certezza l’anno della sua nascita (1456?), avvenuta a Riedlinger sul Danubio, nei dintorni di Ülm in Germania. Entrò da giovane fra i Certosini del convento di Ittingen vicino Frauenfeld in Svizzera, nel Cantone di Turgovia, dove fu accettato come fratello laico nel 1475, emettendo i voti nel 1476.
Questo convento una volta ‘parrocchia’ degli Agostiniani era passato ai certosini nel 1461, però in condizioni rovinose e comunque con la necessità di essere trasformato in certosa, questi lavori furono affidati ai fratelli laici, sottraendo purtroppo molto tempo alla vita contemplativa degli stessi.
La cosa non fu gradita ad Hans Wagner il quale si rivolse al papa Innocenzo VIII per ottenere il permesso, concesso il 16 maggio 1489, di fare vita eremitica pur seguendo però le dure regole
dei certosini.
Quindi lasciò la certosa vestito dal ruvido sacco grigio e con un cingolo di penitenza ai fianchi e andò pellegrinando nella Svizzera interna finché trovò un luogo solitario dove già si erano fermati numerosi eremiti, posto sul fianco Nord del Monte Pilato non lontano da Lucerna.
Hans scelse una grotta per eremitaggio, vicino all’attuale chiesa di Hergiswald dove visse per più di 20 anni in preghiera e penitenza. La sua austera vita gli procurò l’ammirazione delle più importanti famiglie di Lucerna, le quali costruirono per lui una capanna e una cappella che venne consacrata nel 1504 dal vescovo ausiliare di Costanza; a seguito del grande afflusso di pellegrini e sacerdoti diretti ad Hergiswald, furono costruiti altri due altari nella cappella per la celebrazione delle Messe.
Anche il Papa Giulio II (Giuliano Della Rovere, 1443-1513) concesse nel 1512 speciali indulgenze ai pellegrini; il Santo eremita morì il 19 maggio 1516 e il suo corpo, consunto dalle penitenze e privazioni, fu deposto in un sepolcro al lato destro della cappella, come attestano antichi documenti.
La cappella fu ricostruita nel 1621 e i suoi resti tolti dal semidistrutto sepolcro, furono sistemati in uno più prezioso coperto da una grande lapide, su cui è scolpita a grandezza naturale la sua immagine con l’abito certosino.
La scritta lo chiama ‘Beato’ come era consuetudine considerare gli eremiti e così venivano poi venerati dai fedeli. Nel 1651 a Hergiswald venne costruita l’attuale imponente chiesa barocca nel cui lato destro vi è il sepolcro del beato eremita Hans Wagner; la chiesa è ancora oggi meta di pellegrinaggi iniziati già nel 1504 dall’eremita certosino. Il suo esempio eremitico ha avuto un seguito di seguaci, detti “frati-del-bosco”, terminato poi nel sec. XIX.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Hans Wagner, pregate per noi.


*Beato Lupo da Sagra - Mercedario (19 maggio)
XV secolo
Mercedario redentore, il Beato Lupo da Sagra, fu inviato a Granada (Spagna) per redimere, nell’anno 1428 liberò più di 300 schiavi e predicò la fede ai mori.
Nella sua vita venne favorito da visioni e rivelazioni celesti finché con una santa morte raggiunse il regno del Signore.
L’Ordine lo festeggia il 19 maggio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Lupo da Sagra, pregate per noi.


*Santa Maria Bernarda (Verena Butler) - Fondatrice (19 maggio)
Auw, Svizzera, 28 maggio 1848 – Cartagena, Colombia, 19 maggio 1924
Fondatrice delle Francescane Missionarie di Maria Ausiliatrice. È stata beatificata da Giovanni Paolo II il 29 ottobre 1995 ed infine canonizzata da Benedetto XVI il 12 ottobre 2008.
Martirologio Romano: A Cartagena in Colombia, Beata Maria Bernarda (Verena) Bütler, vergine, che, di origine svizzera, fondò la Congregazione delle Suore Missionarie Francescane di Maria Ausiliatrice.
Nella natia Svizzera scelse la vita consacrata, per poi sbarcare in America Latina a portare i tesori spirituali del suo cuore e lì diventare fondatrice di una Congregazione religiosa, diffusasi in due Continenti.
Verena Bütler, questo il suo nome da laica, nacque il 28 maggio 1848 ad Auw, nel Cantone di Argovia in Svizzera, quarta degli otto figli di Enrico e Caterina Bütler, modesti e religiosi contadini.
Educata all’amore di Dio, Verena trascorse la sua infanzia e adolescenza nella tranquillità della sua famiglia, ricevé la Cresima nel 1856 e la Prima Comunione il 16 aprile 1860.
A 14 anni, terminati gli studi elementari, si dedicò ai lavori agricoli; dopo un passeggero innamoramento per un giovane, avvertì la chiamata di Dio alla vita consacrata e seppe così liberarsi dei sentimenti del primo amore.
Fece alcuni tentativi di essere ammessa prima fra le Suore Insegnanti, poi dalle Francescane di Chan e dalle Suore della Presentazione di Zug, ma inutilmente; infine a 17 anni entrò nella Congregazione della Santa Croce di Menzingen, ma non portò a termine il postulantato perché non si sentiva appagata.
A 19 anni, arrivò il suggerimento giusto di padre Sebastiano Villiger, il quale la indirizzò dalle Cappuccine del monastero di Maria Ausiliatrice di Altstätten nel Cantone di San Gallo, dove entrò il 12 novembre 1867.
Iniziando il noviziato il 4 maggio 1868, Verena Bütler prese il nome di Suor Maria Bernarda del Sacro Cuore di Maria; fece la prima professione il 4 ottobre 1869.
Prima di legarsi con i voti solenni a quel monastero dalla disciplina alquanto rilassata, ne sollecitò la riforma al vescovo insieme ad altre giovani compagne.
Nel 1874 fu nominata economa e procuratrice; suor Maria Bernarda si dedicò con zelo ai compiti specifici di curare l’orto e il magazzino, ma restò sempre in profondo raccoglimento ed unione con Dio.
S’impegnò a fondo per far ristabilire la disciplina regolare nel monastero di Maria Ausiliatrice, che conobbe ben presto una grande rifioritura, tanto che nel 1879 fu eletta Maestra delle Novizie, e dal 1880 al 1886 Superiora della Comunità.
Le vocazioni affluirono copiose, cosicché la Madre Superiora poté realizzare la spinta missionaria che l’animava; l’occasione maturò con la richiesta di mons. Pietro Schumacher, vescovo tedesco di Portoviejo in Ecuador, di aprire una missione delle suore nella sua diocesi.
Dopo aver ottenuto i necessari permessi in Svizzera e dalla Santa Sede, il 19 giugno 1888 suor Maria Bernarda, a capo di un gruppo di altre sei compagne (in tutto cinque svizzere e due austriache) si imbarcò per l’Ecuador, giungendovi il 29 luglio successivo, con il desiderio di fondare nuove Case ed Opere della Congregazione.
Carica di entusiasmo e fedele al binomio ‘clausura e povertà’, fondò un monastero a Chone con annessa un’infermeria e una scuola per bambine; superando grandi difficoltà come le opposizioni,
le guerre, le malattie, raggiunse con le sue suore i posti più lontani alla ricerca delle persone più povere e miserevoli, per le quali divenne una madre provvidenziale.
Dopo un certo tempo subentrò una serie d’incomprensioni col monastero di origine di Altstätten, per cui alla fine si trovò separata dalla Congregazione delle Cappuccine.
A seguito di ciò, fondò una nuova Famiglia religiosa le “Suore Francescane Missionarie di Maria Ausiliatrice”; la presenza delle suore suscitò un fervore cristiano lodevole e ben presto il loro numero aumentò e furono aperte altre due Case a Santana e a Canon Ben.
Le prime esperienze di vita comunitaria furono difficili, una buona dose di sofferenza le accompagnò nel loro cammino; povertà assoluta, clima torrido, rischi per la salute e per la vita stessa, incomprensioni con le autorità religiose e civili, inoltre la separazione di alcune sorelle che costituirono una Comunità autonoma.
A seguito della persecuzione antireligiosa, messa in atto dal Governo dell’Ecuador, nel 1895 Maria Bernarda con le sue suore dovette lasciare lo Stato senza una meta precisa; insieme a 15 consorelle si diresse a Bahia in Brasile, per poi proseguire per la Colombia, accettando l’invito del vescovo di Cartagena, mons. Eugenio Biffi, a lavorare nella propria diocesi.
Arrivarono nella città sede del grande porto caraibico il 2 agosto 1895, trovando ospitalità in un’ala dell’ospedale femminile “Obra Pia”, dove madre Maria Bernarda fissò la Casa Madre della Congregazione e dove visse fino alla morte; il Noviziato invece venne istituito a Gaissau (Vorarbelg, Austria).
Le Francescane Missionarie di Maria Ausiliatrice, si diffusero sotto la sua illuminata guida, oltre che in Colombia anche in Brasile, aprendo scuole, collegi, asili, ospedali, ospizi.
Madre Maria Bernarda Bütler, fu eletta e confermata Superiora Generale per nove volte consecutive, finché nel settembre 1920 nel Capitolo convocato da lei stessa, fu eletta a succedergli suor Maria Francisca Hallenstein, mentre lei rimase l’anima della Congregazione, alle cui suore continuò a trasmettere il suo carisma.
A 76 anni, il 19 maggio 1924 madre Maria Bernarda morì santamente, presso l’”Obra Pia” di Cartagena; i suoi funerali si svolsero fra la commozione dell’intera città, presieduti dall’arcivescovo, che pubblicò anche una lettera pastorale, presentando la defunta Madre come modello di virtù cristiane.
Nel 1956, i suoi resti mortali furono traslati nella Cappella della Pietà del Collegio Biffi a Cartagena in Colombia.
Negli anni 1976 - 77 si svolsero i processi apostolici per la sua beatificazione; il 21 dicembre 1991 è stata dichiarata "venerabile" e a seguito dell’approvazione di un miracolo attribuito alla sua intercessione, è stata beatificata il 29 ottobre 1995 da Papa Giovanni Paolo II ed infine canonizzata da Benedetto XVI il 12 ottobre 2008; la sua festa liturgica è il 19 maggio.  
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Maria Bernarda, pregate per noi.


*Santi Partenio e Calogero - Martiri (19 maggio)

m. 304
Martirologio Romano:
Sempre a Roma, Santi Partenio e Calogero, Martiri, che, sotto l’imperatore Diocleziano, resero insigne testimonianza a Cristo.  
La Depositio Martyrum ricorda, al 19 maggio e con la data consolare del 304, Calogero e Partenio come sepolti nel cimitero di Callisto. Secondo l’itinerario De locis, i due martiri erano posti in sepolcri singoli nella regione detta “di Eusebio” che può essere datata, con una certa sicurezza, al tempo di Papa Marcellino (296 – 304).
Di Calogero e Partenio non si sa nulla di preciso: infatti, sono leggendari la passio attuale e il latercolo del Martirologio Geronimiano, che dipende senza dubbio da una passio perduta.
Secondo il Geronimiano, infatti, i due erano eunuchi e appartenevano alla famiglia dell’imperatore Decio; secondo la passio attuale, invece, Calogero e Partenio, fratelli e di origine armena, erano eunuchi di un certo Emiliano che, morendo, affidò loro la figlia Anatolia Callista. Con tutta probabilità, l’origine orientale e lo stato sociale dei due santi furono suggeriti dai loro nomi, che fanno pensare a nomi di schiavi o di liberti.
Arrestati durante la persecuzione di Decio, Calogero e Partenio furono consegnati a Libanio, prefetto della città, che li fece morire tra aspri tormenti nel 250.
Questa data è in aperto contrasto con quella indicata nella Depositio Martyrum e, ad accrescere la confusione, si aggiunge la commemorazione dei due martiri fatta dal Geronimiano all’11 febbraio, giorno apparentemente confermato da un graffito scoperto nel cimitero di Callisto.
Per conciliare le due indicazioni cronologiche, il De Rossi, che teneva in gran conto la passio, avanzò l’ipotesi che il martirio fosse realmente avvenuto nel 250 e che nel 304 si sia avuta solo una traslazione.
All’accettazione di questa ipotesi, già inficiata a priori dallo scarso valore storico della passio, si oppongono serie difficoltà. Infatti, la regione nella quale erano i sepolcri dei martiri appartiene certamente all’inizio del sec. IV e, inoltre, una traslazione del 304, mentre era in pieno svolgimento la persecuzione di Diocleziano, oltre che impossibile e inutile, sarebbe stata anche estremamente pericolosa, dal momento che i cimiteri erano sorvegliati dalla polizia.
Infine, la natura della Depositio Martyrum e il tempo in cui essa fu redatta (336) propendono a fare accettare come più probabile il 304 come data del martirio di Calogero e Partenio. Resta, però, difficile spiegare la commemorazione dell’11 febbraio , attestata dal Geronimiano e dal graffito, poiché la passio attuale, quella perduta e la Depositio Martyrum riportano chiaramente al 19 maggio il dies natalis dei due martiri.
Si potrebbe avanzare l’ipotesi che l’autore del graffito abbia voluto ricordare non il dies natalis di Calogero e Partenio, ma solo il giorno della sua visita la cimitero di Callisto: quella data, notata poi dai pellegrini, fu ritenuta quella del dies natalis e come tale entrò nei codici del Geronimiano.
Si potrebbe anche pensare che la commemorazione dell’11 febbraio ricordi il giorno in cui i corpi dei martiri furono trasportati in una basilica romana.
(Autore: Agostino Amore – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Partenio e Calogero, pregate per noi.


*Beato Pietro Wright - Martire (19 maggio)
m. 1651
Martirologio Romano:
A Londra in Inghilterra, Beato Pietro Wright, sacerdote e martire, che aveva fatto professione di fede nella Chiesa cattolica; ammesso nella Compagnia di Gesù e promosso agli ordini sacri, per il suo sacerdozio fu condotto, al tempo della Repubblica, sul patibolo di Tyburn.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Pietro Wright, pregate per noi.


*Beata Pina Suriano (19 maggio)
Partinico (Palermo), 18 febbraio 1915 - 19 maggio 1950
Nasce a Partinico, centro agricolo della provincia di Palermo il 18 febbraio 1915. Nel 1922 fa il suo ingresso nelle file dell'Azione Cattolica Femminile come beniamina, poi aspirante e quindi giovane.
Nel 1938 viene nominata delegata delle sezioni minori femminili e per nove anni, dal 1939 al 1948 è segretaria della Sezione di Azione Cattolica, nel contempo dal 1945 al 1948 è presidente delle Giovani.
Istituisce in parrocchia l'associazione delle «Figlie di Maria», diventandone la presidente dal 1948.
Il 29 aprile 1932 nella chiesetta delle «Figlie della Misericordia e della Croce», che era la sede sociale della Gioventù Femminile di Ac di Partinico, emette il voto di castità.
Seguendo il desiderio, mai realizzato, di vivere da religiosa, il 30 marzo 1948, insieme ad altre tre compagne, si offre come vittima per la santificazione dei sacerdoti.
In quello stesso anno si presentano i disturbi di una violenta forma di artrite reumatica, che le portò come conseguenza un difetto cardiaco. Muore improvvisamente per un infarto il 19 maggio 1950. È Beata dal 2004. (Avvenire)  
Durante la grande adunata dell’Azione Cattolica Italiana, che si è tenuta il 5 settembre 2004 a Loreto, papa Giovanni Paolo II ha beatificato due giovani italiani, ferventi associati all’Azione Cattolica del loro tempo, Alberto Marvelli di Rimini e Pina Suriano di Partinico, inoltre il sacerdote spagnolo, medico, assistente diocesano dell’A.C. padre Pere Tarrés i Claret.
Nel tripudio della grande festa, che ha visto la partecipazione di centinaia di migliaia di giovani, è stata portata alla conoscenza di tutti, l’esemplare vita e virtù di questi tre campioni della fede cattolica e della centenaria organizzazione del laicato impegnato, l’Azione Cattolica.
Pina Suriano nacque a Partinico, centro agricolo della provincia di Palermo il 18 febbraio 1915, il suo nome era Giuseppina, ma sarà sempre conosciuta con il diminutivo di Pina.
I suoi giovani genitori Giuseppe e Graziella Costantino, vivevano del modesto guadagno proveniente dal lavoro dei campi; in famiglia aleggiava uno spirito profondamente religioso, che si rifletteva nell’animo sereno di Pina.
Circondata dall’affetto dei suoi parenti, allora vivevano tutti in casa dei nonni, ed essendo la prima nipote veniva colmata d’attenzioni e in famiglia ricevette la prima educazione morale e religiosa; a quattro anni fu messa all’asilo delle Suore Collegine di S. Antonio.
A sei anni nel 1921 prese a frequentare la scuola elementare di Partinico, a sette anni ricevé i Sacramenti della Penitenza, della Prima Comunione e Cresima.
Proprio nel 1922 fece il suo ingresso nelle file dell’Azione Cattolica Femminile come beniamina, poi aspirante e quindi giovane. Dai dodici anni frequentò attivamente tutte le iniziative di A. C. e la vita parrocchiale e diocesana, ebbe come direttore spirituale e confessore il parroco don Antonio Cataldo.
Dopo l’istituzione nel 1937 della nuova parrocchia di Maria SS. del Rosario, Pina si trasferì nella nuova istituzione cui apparteneva come residenza, qui ebbe come confessore e direttore spirituale don Andrea Soresi, che fu poi suo biografo; nel 1938 fu nominata delegata delle sezioni minori femminili e per nove anni, dal 1939 al 1948 fu segretaria della Sezione di Azione Cattolica, nel contempo dal 1945 al 1948 fu Presidente delle Giovani.
Istituì in parrocchia l’associazione delle ‘Figlie di Maria’, diventandone la Presidente dal 1948 fino alla sua morte; le ‘Figlie di Maria’ sorsero per desiderio della Madonna espresso a s. Caterina Labouré (1806-1876), religiosa delle Piccole Suore della Carità, il 19 luglio 1830 a Parigi.
Pina Suriano fece proprio il motto dell’Azione Cattolica su cui si basa tutto il suo apostolato e spiritualità: “Preghiera, Azione, Sacrificio”, a ciò aggiunse la partecipazione alla S. Messa, la comunione e meditazione quotidiana, lo studiare la parola di Dio e l’ubbidienza al magistero ecclesiastico.
Purtroppo, nell’età della giovinezza, pur essendo una figlia perfetta e servizievole in famiglia, subì l’avversione totale della madre riguardo le sue pratiche religiose, perché essa desiderava per la figlia una sistemazione matrimoniale, che così finiva per svanire.
Ma l’impegno religioso di Pina scaturiva da una convintissima e precisa scelta di vita e in tale contesto si pone il voto di castità che fece il 29 aprile 1932 nella chiesetta delle “Figlie della Misericordia e della Croce”, che era la sede sociale della Gioventù Femminile di A. C. di Partinico.
Rinnovò mensilmente il voto di castità e con il permesso del direttore spirituale, con garbo e fermezza respinse le diverse proposte di matrimonio che riceveva da giovani attratti dalla sua gentilezza ed avvenenza.
Desiderò sempre di farsi suora, ma si trovò dinanzi ad insormontabili difficoltà; nell’attesa che si realizzasse il suo desiderio, continuò a lavorare nella pastorale parrocchiale nei due rami in cui era impegnata, l’Azione Cattolica e le ‘Figlie di Maria’.
Vista la preclusione alla vita religiosa, Pina volle offrire a Gesù l’ultima prova del suo immenso amore e il 30 marzo 1948, insieme ad altre tre compagne, si offrì come vittima per la santificazione dei sacerdoti.
Prima che il dolore così desiderato con la sua offerta, si affacciasse nella sua giovane vita, le riuscì nel settembre 1948 di recarsi in pellegrinaggio a Roma in occasione del XXX della Gioventù Femminile, con sua grandissima soddisfazione.
Proprio in quel 1948 si presentarono i disturbi di una violenta forma di artrite reumatica, che le portò come conseguenza un difetto cardiaco. Nei mesi successivi, soffrì molto, ma contenta perché convinta che la sua offerta di vittima fosse stata accettata; desiderava ritornare a Roma per la canonizzazione di Maria Goretti, avvenuta il 24 giugno 1950, ma morì improvvisamente per un infarto il 19 maggio 1950 a soli 35 anni.
I funerali furono solenni con la partecipazione di tanta gente, convinta che fosse morta una santa, la salma fu sepolta nella tomba di famiglia nel cimitero di Partinico.
Il 18 maggio 1969 avvenne la definitiva traslazione dei resti mortali dal cimitero alla Chiesa parrocchiale del Sacro Cuore di Partinico.
Determinante per la sua proclamazione a Beata, è stato il miracolo ottenuto per la sua intercessione dalla diciottenne Isabella Mannone di Mazara del Vallo, la quale immersa nella vasca da bagno, riuscì miracolosamente a salvarsi dalla scossa della corrente elettrica, provocata dalla caduta nell’acqua della vasca di un asciugacapelli attaccato alla presa.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Pina Suriano, pregate per noi.


*Santa Pudenziana di Roma - Vergine e Martire (19 maggio)

Emblema: Palma
Il suo nome abbinato a quello di Santa Prassede martire romana sua sorella, figura negli itinerari del sec. VII dai quali risulta che esse erano venerate dai pellegrini nel cimitero di Priscilla sulla via Salaria.
Inoltre sono menzionate nel ‘Kalendarium Vaticanum’ della basilica di San Pietro del XII secolo, Pudenziana al 19 maggio e Prassede sua sorella il 21 luglio.
La loro vita è raccontata nei ‘Leggendari’ o ‘Passionari’ romani, essi furono composti intorno al V-VI sec. ad uso dei chierici e dei monaci per fornire loro le preghiere per gli Uffici religiosi, sia per edificanti e pie letture; i ‘Passionari’ racconti delle vite e delle sofferenze dei santi martiri, si diffusero largamente negli ambienti religiosi dell’Alto e Basso Medioevo.
Le ‘Gesta’ delle due sante martiri, raccontano, che Pastore, prete di Roma, scrive a Timoteo discepolo di s. Paolo, che Pudente ‘amico degli Apostoli’, dopo la morte dei suoi genitori e della moglie Savinella, aveva trasformato la sua casa in una chiesa con l’aiuto dello stesso Pastore.
Poi Pudente muore lasciando quattro figli, due maschi Timoteo e Novato e due femmine Pudenziana e Prassede. Le due donne con l’accordo del prete Pastore e del papa Pio I (140-155), costruiscono un battistero nella chiesa fondata dal padre, convertendo e amministrando il battesimo ai numerosi domestici e a molti pagani, il papa visita spesso la chiesa (titulus) e i fedeli, celebrando la Messa per le loro intenzioni.
Pudenziana (Potentiana) muore all’età di sedici anni, forse martire e viene sepolta presso il padre Pudente, nel cimitero di Priscilla, sulla via Salaria. Dopo un certo tempo, anche il fratello Novato si ammala e prima di morire dona i suoi beni a Prassede, a Pastore e al Papa Pio I.
Il racconto prosegue con una lettera inviata dai tre suddetti all’altro fratello Timoteo, per chiedergli di approvare la donazione ricevuta. Timoteo, che evidentemente era lontano, risponde affermativamente, lasciandoli liberi di usare i beni di famiglia.
Allora Prassede chiede al papa Pio I, di edificare una chiesa nelle terme di Novato (evidentemente di sua proprietà) ‘in vico Patricius’, il papa acconsente intitolandola alla beata vergine Pudenziana (Potentiana), inoltre erige un’altra chiesa ‘in vico Lateranus’ intitolandola alla beata vergine Prassede, probabilmente una santa omonima.
Due anni dopo scoppia un’altra persecuzione e Prassede nasconde nella sua chiesa (titulus) molti cristiani; l’imperatore Antonino Pio (138-161) informato, ne arresta e condanna a morte molti di loro, compreso il prete Semetrius; Prassede durante la notte provvede alla loro sepoltura nel cimitero di Priscilla, ma molto addolorata per questi eventi, ottiene di morire martire anche lei qualche giorno dopo.
Il prete Pastore seppellisce anche lei vicino al padre Pudente e alla sorella Pudenziana. Il racconto delle ‘Gesta’ delle due Sante è fantasioso, opera senz’altro di un monaco o pio chierico del V-VI secolo. La loro esistenza comunque è certa, perché esse sono menzionate in molti antichi codici.
Il 20 gennaio 817 il papa Pasquale I fece trasferire i corpi di 2300 martiri dalle catacombe o cimiteri, all’interno della città, per preservarli dalle devastazioni e sacrilegi già verificatesi durante le invasioni dei Longobardi; le reliquie furono distribuite nelle varie chiese di Roma.
Quelle di Santa Pudenziana nella chiesa di San Pudente suo padre e quelle di Prassede nella chiesa di Santa Prassede che secondo alcuni studiosi non erano la stessa persona.
Il corpo di Santa Pudenziana (Potentiana) venne traslato sia nel 1586, che nel 1710, quando fu restaurata la chiesa poi a lei intitolata, sotto l’altare maggiore; dal IV secolo fino a tutto il VI secolo la chiesa portava il nome del fondatore Pudente (Ecclesiae Pudentiana); dal VII secolo la chiesa cambiò prima il nome in “Ecclesiae S. Potentianae” e poi dal 1600 ad oggi esclusivamente in chiesa di S. Pudenziana, trasferendo così l’intitolazione dal nome del padre a quella della figlia.
Per quanto riguarda le reliquie di Santa Prassede, anch’esse riposano nella chiesa che porta il suo nome, insieme ad alcune della sorella e di altri martiri, raccolte in quattro antichi sarcofagi nella cripta. La celebrazione liturgica è rimasta divisa: Santa Prassede al 21 luglio e Santa Pudenziana il 19 maggio.
Una delle più antiche rappresentazioni delle due Sante sorelle è un affresco del IX secolo ritrovato nel 1891 nella chiesa Pudenziana, che le raffigura insieme a San Pietro, inoltre le si vede insieme alla Madonna in una pittura murale in fondo alla cripta della chiesa di santa Prassede, come pure nel grandioso mosaico della conca absidale della stessa chiesa, donato da Papa Pasquale I. Ad ogni modo le due chiese sono un concentrato di opere d’arte a cui si sono dedicati artisti di ogni tempo, per rendere omaggio alle due sante sorelle romane, testimoni dell’eroicità dei cristiani dei primi secoli.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Pudenziana di Roma, pregate per noi.


*Beato Raffaele Luigi Rafiringa - Lasalliano (19 maggio)
Mahamasina, Madagascar, 3 November 1856 - Fianarantsoa, Madagascar, 19 maggio 1919

Da pagano a leader cattolico: un laico consacrato convertito capace di tenere in piedi la Chiesa in Madagascar quando, a fine ottocento, tutti i preti vennero espulsi. È il ritratto del lasalliano fratel Raffaele Luigi Rafiringa, proclamato beato domenica 7 giugno 2009 ad Antananarivo, capitale malgascia e città dove nacque nel 1856. Considerato un interprete significativo dell'evoluzione del suo Paese, è stato educatore, catechista, mediatore di pace ma anche poeta e letterato di spessore tanto da essere annoverato nell'accademia nazionale.
L'importanza della beatificazione di Rafiringa, una delle figure oggi più conosciute in Madagascar proprio per la sua "eccezionale modernità", è stata riaffermata dall'arcivescovo di Antananarivo, monsignor Odon Marie Arsène Razanakolona, che nell'omelia della celebrazione eucaristica da lui presieduta ha parlato di un'occasione di speranza e di crescita per tutto il Paese. Il rito della beatificazione è stato presieduto dall'arcivescovo Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. Presente, tra gli altri, il superiore generale dei fratelli delle scuole cristiane.
Nel giorno della festa della Trinità, ecco dunque un religioso lasalliano come terzo beato per il Madagascar, dopo la laica Vittoria Rasoamanarivo e il sacerdote gesuita Jacques Berthieu. Innanzitutto "Rafiringa è un modello sempre valido di riferimento, un esempio da seguire - ha detto l'arcivescovo malgascio -. La sua testimonianza di fede resta un richiamo per tutti i battezzati. Basti pensare che la sua infanzia è stata plasmata dall'influenza del paganesimo oppressivo del suo clan". Suo padre era infatti un importante funzionario della regina e lo stesso nuovo beato aveva avuto gli stregoni come primi maestri.
La svolta avvenne nel 1866 grazie all'incontro con tre missionari dell'Istituto dei fratelli delle scuole cristiane fondato da san Giovanni Battista de La Salle.
Una testimonianza che lo porta a farsi primo religioso lasalliano in Madagascar. "A tredici anni si fa battezzare - ha spiegato l'arcivescovo -. Raffaele, amante della libertà, si è lasciato guidare dallo Spirito di Dio e la grazia del battesimo trasformerà completamente la sua vita, la sua percezione del mondo, il suo modo di pensare e agire.
La fede riempie la sua vita quotidiana, influenzandone le scelte e spingendolo all'azione nonostante non poche e dure prove: l'incomprensione della sua stessa famiglia rimasta pagana, le critiche infondate dei suoi avversari, le calunnie, le minacce contro la sua vita, la detenzione, il peso di responsabilità enormi. Ma lui è rimasto fermo, tenace, grazie alla sua fede incrollabile".
L'arcivescovo ha rilevato come la grande popolarità di Rafiringa sia dovuta alla capacità di rappresentare le speranze del popolo, ai suoi talenti di educatore e di uomo di cultura. "Nonostante la sua ricca personalità ha saputo dare ai suoi impegni l'unità e la coerenza che la
vita religiosa esigeva - ha affermato -. Non sarebbe stato un poeta se la sua prima musa non fosse stata la fede. Non si sarebbe distinto nella padronanza delle lingue malgascia e francese se non per diffondere la parola di Dio".
"Eroico" lo ha definito l'arcivescovo "nella sua fedeltà alla professione religiosa e alla sua missione. È stato un cittadino e un cristiano responsabile. È dunque questa fede consapevole, vissuta quotidianamente, che ci viene data come esempio. Una fede che ha trasformato un uomo e il suo ambiente". È soprattutto per i giovani che oggi Rafiringa ha un messaggio particolare. "Levate lo sguardo e contemplate questo nuovo beato - ha detto monsignor Razanakolona rivolgendosi direttamente alle nuove generazioni -. Meditate sulla sua vita e lasciatevi guidare dal suo insegnamento, dal suo esempio. Seguire i suoi passi vi condurrà sulla strada giusta. Nonostante che tutto fosse contrario, il giovane Raffaele ha scelto di dire liberamente sì alla chiamata di Cristo. E resterà fedele a questo sì fino alla sua morte, a ogni prezzo, ripetendolo di continuo".
Anche a educatori e genitori, come pure ai responsabili dei movimenti giovanili, l'arcivescovo ha lanciato "un appello pressante:  fate vostra la vita di questo educatore eccezionale, giunto alla santità anche grazie ai suoi educatori, cristiani convinti che testimoniavano ciò che insegnavano. Il segreto sta nel conservare la coerenza fra dire e agire, fra credo e vita".
Il punto più alto il nuovo beato l'ha raggiunto tra 1883 e il 1886 quando la situazione politica portò alla cacciata dei missionari dall'isola:  venne proclamato dai cattolici stessi come loro guida e per tre anni tenne accesa la luce della fede. Quello che poteva essere un colpo mortale per la nascente Chiesa del Madagascar si rivelò invece un insperato successo. Con coraggio e creatività Rafiringa non si tirò indietro davanti alle responsabilità.
A sostenerlo Vittoria Rasoamanarivo, beatificata nel 1989, figlia del primo ministro e anch'essa cristiana nonostante la sua famiglia. Così i missionari al loro rientro trovarono una comunità non solo viva ma anche più numerosa. Più tardi il vescovo lo avrebbe definito suo "supplente negli anni dell'esilio". Per la sua attività letteraria Rafiringa conobbe anche il carcere e il processo: ma l'accusa di complotto contro lo stato si rivelò presto inconsistente e venne liberato. Morì nel 1919.
Una particolare parola di gratitudine il celebrante l'ha rivolta all'Istituto dei fratelli delle scuole cristiane. "Seguendo i passi del vostro santo fondatore - ha detto - Rafiringa si è sforzato di imitare Cristo, osservando scrupolosamente la regola della vostra congregazione, fin nei minimi dettagli". Per questo ha resistito alle pressioni. "Rimasto solo dopo l'espulsione dei missionari Rafiringa ha continuato a vivere come se esistesse ancora la comunità, "suonando la campana tutti i giorni, all'alba e per i tempi degli esercizi di preghiera"" ha concluso l'arcivescovo, indicando ai religiosi e alle religiose malgasci pure per la sua azione lineare di radicamento del Vangelo nella cultura del Madagascar. Come è stato sottolineato per la beatificazione, Rafiringa è stato elevato agli onori degli altare non solo "per quello che ha fatto, ma per come l'ha fatto".

(Fonte: Santa Sede)
Giaculatoria - Beato Raffaele Luigi Rafiringa, pregate per noi.


*San Teofilo da Corte - Frate Minore Francescano (19 maggio)
Corte (Corsica), 30 ottobre 1676 – Fucecchio (Firenze), 19 maggio 1740
Nato a Corte, in Corsica, nel 1676 Biagio de Signori entrò a 17 anni tra i Cappuccini, poi passò ai Frati Minori Osservanti tra i quali rimase prendendo il nome di Teofilo.
Fu a Roma e a Napoli, dove venne ordinato prete nel convento di Santa Maria la Nova nel 1700. Destinato all'insegnamento, vi rinunciò per vivere dodici anni con san Tommaso di Cori - dal quale fu molto influenzato - nel convento laziale di Civitella San Sisto (oggi Bellegra) sui Monti Prenestini.
Ne era il padre guardiano. Percorse, predicando, tutta la Sabina e la zona di Subiaco. Poi, per ristabilire la presenza francescana in Corsica, l'ordine pensò a lui.
Quindi tornò sull'isola natìa e divenne padre guardiano della nuova fondazione di Zúani. Ma non finì qui. Fu richiamato a Roma e poi di nuovo a Civitella San Sisto, stavolta come superiore. Infine a Fucecchio, in Toscana, dove morì, nel convento da lui fondato, nel 1740. È stato proclamato santo nel 1930. (Avvenire)
Etimologia: Teofilo = amico di Dio, dal greco
Martirologio Romano: A Fucecchio in Toscana, San Teofilo da Corte, sacerdote dell’Ordine dei Frati Minori, che molto promosse l’organizzazione di ritiri per i Frati e mostrò grande devozione alla passione di Gesù e alla Vergine Maria.
Biagio de Signori nacque a Corte in Corsica il 30 ottobre 1676, figlio di Giovanni Antonio e di Maddalena Arrighi. Fino ai 17 anni visse tra casa, scuola e chiesa, finché attratto dall’ideale francescano, abbandonò la casa paterna e andò nel convento non lontano dei Cappuccini.
Dopo un certo periodo passò fra i Frati Minori Osservanti del vicino convento di San Francesco (oggi non più esistente); il 21 settembre 1693 vestì l’abito francescano prendendo il nome di Teofilo; emise la sua professione religiosa un anno dopo nel 1694.
Due anni dopo andò a Roma per completare gli studi filosofici e a Napoli per studiare teologia nel convento, oggi monumentale, di S. Maria la Nova, dove venne ordinato sacerdote il 30 novembre 1700.
Destinato all’insegnamento, nella prima metà del 1702, per prepararsi al concorso volle ritirarsi nel solitario cenobio di S. Francesco presso Civitella San Sisto (attuale Bellegra) sui Monti Prenestini, qui avvenne l’incontro con il beato Tommaso da Cori, che cambiò l’indirizzo della sua vita.
Rinunziò all’insegnamento e con il permesso dei superiori rimase nel convento di Bellegra, sotto la guida del beato Tommaso; rimase lì fino al 1709, poi venne trasferito per sei anni al convento di Palombra, dove fu anche Guardiano dal 1713 al 1715, anno in cui ritornò a Bellegra.
Rimase in questo cenobio 12 anni, ricoprendo per due volte la carica di Guardiano nel 1715 e nel 1724, si alternò ancora una volta con il convento di Palombra per riportarvi l’osservanza della disciplina alquanto rilassata e nel 1729 era di nuovo a Bellegra, nei due posti portò sempre il suo elevato spirito serafico, un fervido zelo apostolico ed efficaci virtù di governo.
Predicatore eccellente, molto ascoltato e persuasivo nel suo dire, Teofilo da Corte percorse senza sosta quasi tutti i paesi della Sabina e della zona di Subiaco, per portare la parola di Dio. Nel 1730 l’Ordine Francescano dispose di stabilire un ritiro in Corsica e Teofilo fu incaricato dell’opera, dopo 34 anni rientrò in patria, divenendo il Guardiano del nuovo ritiro di Zúani, il 20 dicembre 1732.
Ma la sua attività itinerante non era ancora conclusa, fu richiamato a Roma nel 1734 e nel 1735 tornò come superiore a Bellegra; ma dopo un poco riprese il cammino per andare a fondare una nuova casa francescana in Toscana; fu scelto il convento della Vergine di Fucecchio vicino Firenze, sulla riva destra dell’Arno; dove superate tutte le difficoltà, sotto la sua esperta guida, il convento si affermò diventando un centro di vera attrazione spirituale.
Ed a Fucecchio trascorse gli ultimi anni della sua intensa, laboriosa vita; la morte sopraggiunse dopo una brevissima malattia il 19 maggio 1740.
La fama della sua santità e i numerosi pellegrinaggi alla sua tomba, spinsero al punto che il primo dei processi canonici per la sua beatificazione, si ebbe già nel 1750. Venne dichiarato venerabile da Papa Benedetto XIV il 21 novembre 1755; beatificato da Papa Leone XIII il 19 gennaio 1896 e il 29 giugno 1930, l’apostolo di Fucecchio e di tutta la diocesi di San Miniato, venne canonizzato da papa Pio XI. Di lui restano vari scritti pubblicati in italiano e latino e un gran numero di lettere epistolari dirette tutte al padre Scalabrini, allora Provinciale della Toscana, che descrivono le difficoltà e le vicende del nuovo convento di Fucecchio; altri scritti di carattere formativo e spirituale, sono andati perduti.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Teofilo da Corte, pregate per noi.


*Beata Umiliana de’ Cerchi (19 maggio)

1219 – 19 maggio 1246
Martirologio Romano:
A Firenze, Beata Umiliana, del Terz’Ordine di San Francesco, che sopportò lodevolmente i maltrattamenti del coniuge con pazienza e mansuetudine e, rimasta vedova, si dedicò con tutta se stessa alla preghiera e alle opere di carità.
“In pace, sobria e pudica”, le parole di Cacciaguida nel XV canto del Paradiso Dantesco delineano l'ideale di donna nella Firenze del XIII secolo, dove, sul finire del 1219, nacque Umiliana de' Cerchi.
Il padre Ulivieri (Vieri), originario di Acone in Val di Sieve, era molto ricco. Non abbiamo notizie sulla madre, probabilmente morì giovane e Vieri passò a seconde nozze: in tutto ebbe diciassette figli.
I Cerchi, guelfi di parte bianca, erano una famiglia in vista: un fratello di Umiliana ricoprì importanti cariche pubbliche. Erano tempi di lotte infinite, anche all'interno delle mura cittadine.
Il vicino di casa poteva essere un nemico e dunque ogni abitazione benestante aveva la sua torre.
I guelfi erano fedeli al Papa mentre i ghibellini patteggiavano per l'imperatore tedesco. In realtà più che per la politica si lottava per motivi economici: ricchi mercanti e nobili si contendevano il potere.
A Firenze le lotte iniziarono con l'uccisione di Buondelmonte, il giorno di Pasqua del 1215. Proprio in quel periodo turbolento lo spirito evangelico fece nascere nuove piante all'interno della Chiesa, si pensi ai Francescani e ai Domenicani. San Francesco morì quando Umiliana aveva sette anni. La notizia suscitò scalpore anche a Firenze, che molte volte aveva visitato, e certamente arrivò agli orecchi di Umiliana.
Poco conosciamo della sua fanciullezza ma possiamo immaginarla del tutto normale. Le donne erano soggette a moltissimi limiti, sottomesse al padre o al consorte, dovevano rispettare regole sociali anche nel vestiario.
Quindicenne, per obbedienza al padre, andò in sposa a Bonaguisi, un tessitore tanto ricco quanto avido e rozzo nei costumi, probabilmente anche usuraio. Vieri sistemò bene anche le altre figlie, basti citare le unioni con gli Adimari e i Donati.
Il matrimonio di Umiliana fu dunque un accordo economico tra due ricche famiglie (la dote sponsale era un vero e proprio contratto), del tutto insignificanti le sue aspirazioni. La giovane sposa soffrì più di tutto per le iniquità e la cattiva condotta di vita del consorte e cercò di compensare ciò con molte opere di carità.
La Provvidenza viene sempre in aiuto ai giusti. Umiliana trovò nella sua nuova dimora una collaboratrice eccezionale: la cognata Ravenna. Fu un sostegno importante anche perché, essendo maggiore d'età, aveva il controllo della casa e insieme davano meno nell'occhio.
L'unione fu perfetta. Si alzavano di buon ora e, frequentata la Santa Messa (solitamente nella vicina S. Martino), attendevano ai lavori di casa, coordinando la servitù. Si dedicavano poi alle opere di misericordia. Umiliana solitamente si alzava prima dello stabilito e, quando il silenzio avvolgeva la casa, pregava intensamente il suo Gesù. Ravenna testimoniò che Umiliana sottraeva dalla mensa tutto il cibo che poteva per distribuirlo ai poveri insieme a panni e vestiti. Per gli infermi una volta vuotò metà del proprio materasso. Insieme visitavano il Monastero domenicano di Ripoli e l'ospedale di S. Gallo. Umiliana confezionava anche i paramenti sacri per le chiese che visitava, utilizzando di nascosto le stoffe preziose che il marito le donava: somma venerazione portava per il culto divino. Per i poveri si fece anche questuante tra le ricche conoscenti e sovente lavorava di notte, lontana dagli occhi della gente. Nella carità l'unica regola è quella di Cristo, quindi non ha misura.
Quando venne scoperta arrivarono ingiurie e percosse, oltre che dal marito anche dai parenti.
Umiliana però conosceva bene il passo del Vangelo che chiama beati i perseguitati per causa del Signore. Incarnando perfettamente l'ideale francescano, vestì l'abito del Terz'Ordine nella Chiesa di S. Croce dalle mani di fra' Michele degli Alberti, il suo confessore.
Il matrimonio (durante il quale erano nate due figlie, una di nome Regale) durò cinque anni, fino alla morte improvvisa del marito che spirò, grazie a lei, munito dei conforti religiosi.
I parenti dovevano mantenere per un anno la vedova che poi tornava nella propria famiglia. Durante quest'anno invitò alla sua mensa molti poveri. La consuetudine crudele di quei tempi prevedeva che dovessero essere lasciati anche i figli (nel caso di Umiliana fortunatamente saranno allevati da Ravenna).
Vedova a poco più di venti anni, Messer Vieri cercò di convincerla a contrarre un nuovo matrimonio. Questa volta il diniego fu risoluto: voleva entrare nel Monastero di Monticelli (fondato da S. Agnese, sorella di S. Chiara).
I piani del Signore però erano differenti. La dote che le era stata restituita fu incamerata dal padre (con atto ufficiale!) e non potendo diventare monaca si rinchiuse nella stanza più alta del palazzo (all'angolo tra le attuali Via della Condotta e Via de' Cerchi) che lasciava solo per recarsi alle funzioni religiose. La fedele Gisla le fu più compagna che cameriera. Nella clausura della sua camera, con lo stretto necessario, predispose un altare per la Madonna. Trascorreva le giornate pregando e facendo penitenze, anche con cilici. Digiunava nei giorni di festa e alle vigilie, durante la Quaresima e l'Avvento (anticipandola da San Martino).
In alcuni periodi rispettava anche il grande silenzio. Soffrì molto per l'impossibilità a proseguire l'attività caritatevole, anche se con i poveri mezzi che aveva continuò ad aiutare le giovani vedove in difficoltà. Donò a Dio tutta se stessa, nella castità vedovile.
Viveva come una reclusa nel cuore di Firenze, in mezzo alla gente che spesso andava a visitarla (comprese le figlie). La sua stanza divenne una sorta di centro spirituale; tra l'altro ogni Giovedì Santo faceva la lavanda dei piedi alle consorelle terziarie. La fede, la sua più importante ricchezza, l'aveva sempre sostenuta nelle difficoltà e Cristo la ricompensò confortandola ogni giorno. Non mancarono le vessazioni diaboliche e le prove spirituali, ma anche le visioni mistiche.
Si ammalò, ma tacque per non arrecare disturbo: unì le sofferenze a quelle di Cristo in Croce. Il giorno della sua ultima Pasqua terrena, al suono delle campane, andò in estasi. Spirò, assistita solo dalla serva fedele, all'alba del 19 maggio 1246. Era di sabato, giorno dedicato a Maria e aveva ventisette anni.
I funerali furono un trionfo vista la fama di santità che già la circondava. Le furono fasciati i piedi per evitare gli eccessi del popolo. Aveva espresso questo desiderio per quel senso di pudore che le era stato sempre caro. Il popolo l'acclamò Santa e spontaneamente si recava davanti alla tomba per pregare. Fu sepolta nella prediletta chiesa di S. Croce. Dapprima fu inumata in terra, poi dietro una parete sotto la scala del pulpito, fino a quando il fratello Arrigo (che dietro suo esempio si fece francescano) predispose una cappella nel chiostro.
Oggi le sue reliquie sono venerate in una cappella del transetto, in una artistica urna. L'umile beata riposa nella basilica che il mondo intero conosce per le sue opere d'arte e perché vi sono sepolti alcuni grandi d'Italia.
La sua vita fu scritta in latino da fra Vito da Cortona (del convento delle Celle) e dal confessore fra' Michele, che entrambi l'avevano conosciuta. Ci fu una inconsueta attenzione nel raccogliere notizie: scrupolosamente sono citati trentaquattro testimoni tra cui tre cognate, una nonna e tre domestiche. Anche i miracoli (ben quarantasette), che si verificarono nei tre anni successivi alla morte, furono registrati da Fra' Ippolito, dello stesso convento. Il suo modello era da contrapporre al diffondersi dei movimenti eretici.  
La biografia fu compendiata trecento anni dopo da Raffaello Volterrano e dai Bollandisti. Esempio di umile e grande donna, di figlia, di moglie e di madre, in lei risplendono le virtù dell'umiltà, della carità e dell'obbedienza. Le sue maggiori devote furono le donne in difficoltà. Il culto fu approvato da Papa Innocenzo XII il 24 luglio 1694. In Acone oggi una villa occupa il sito dell'antico castello dei Cerchi, visitato dalla Beata. In una cappella è collocata una tela che raffigura la Madonna e Gesù Bambino che appaiono ad Umiliana. Questa tela è attribuita al Guercino; Umiliana è stata ritratta anche da Giotto.
(Autore: Daniele Bolognini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Umiliana de’ Cerchi, pregate per noi.


*Sant'Urbano I - 17° Papa (19 maggio)

m. 230
(Papa dal 222 al 230)
Romano. Di lui si hanno poche notizie certe e documentate.
Una fonte riferisce che Papa Urbano I convertì e battezzò, tra gli altri, il nobile Valeriano, della famiglia dei Valerii, sposo di Santa Cecilia.
Martirologio Romano: A Roma nel cimitero di Callisto sulla via Appia, Sant’Urbano I,  Papa, che, dopo il martirio di San Callisto, resse per otto anni fedelmente la Chiesa di Roma.
Romano, Papa dal 222 al 230, fu seppellito o nel Cimitero di Callisto o in quello di Pretestato. Secondo il Liber Pontificalis, sarebbe nato a Roma durante l'impero di Diocleziano, mentre la
sua elezione sarebbe avvenuta sotto l'impero di Alessandro Severo. Dopo i tumulti anticristiani ai quali non sopravvisse il suo predecessore, il suo pontificato fu relativamente tranquillo.
La famiglia imperiale stessa, attraverso la volontà di Giulia Mamea, madre dell'imperatore, accolse assieme ai riti pagani anche quelli cristiani.
Urbano venne particolarmente ricordato per la sua tenacia nel rivendicare le proprietà appartenenti alla chiesa, in particolar modo una causa civile contro un'associazione di ostie quindi il "dio Bacco" a proposito della proprietà di un edificio adibito al culto cristiano.
Revocò il decreto di Papa Zeferino, che stabiliva l’uso di vasi vitrei nei sacrifizi, prescrivendo che da tutti e dovunque si usassero calici d’argento.
Una tarda “Passio” lo vuole martire e legato alla storia di Santa Cecilia.
È ricordato nel Martirologio Romano il 25 maggio: A Roma, sulla via Nomentana, il natale del Beato Urbano primo, Papa e Martire, per la cui esortazione e dottrina molti (fra i quali Tiburzio e Valeriano) abbracciarono la fede di Cristo, e per essa subirono il martirio.  
Egli pure, nella persecuzione di Alessandro Severo, dopo aver molto sofferto per la Chiesa di Dio, da ultimo con la decapitazione ottenne la corona del martirio.
Nell’arte è raffigurato come un pontefice canuto con ampia tonsura e breve barba.
(Autore: Giovanni Sicari - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Urbano I, pregate per noi.


*Sant'Yves (Ivo) Hélory de Kermartin - Sacerdote in Bretagna (19 maggio)
Etimologia: Ivo = forse variante di Giovanni
Martirologio Romano: In un castello vicino a Tréguier nella Bretagna in Francia, Sant’Ivo, sacerdote, che osservò la giustizia senza distinzione di persone, favorì la concordia, difese le cause degli orfani, delle vedove e dei poveri per amore di Cristo e accolse in casa sua i bisognosi.
Dalla sua morte, avvenuta il 19 maggio 1303, non vi fu in Bretagna un Santo più popolare di lui, ebbe sin da allora un culto straordinario, diffuso specialmente dai marinai brettoni, in tutti i luoghi ove sbarcavano, perfino in Canada; San Yves dei brettoni era il loro santo nazionale.
Nacque nel castello di Le Minihy presso Tréguier il 17 ottobre 1235; Yves Hélory de Kermartin era figlio di un modesto gentiluomo, fu allevato piamente da sua madre, fino ai 14 anni, quando partì per Parigi insieme al suo precettore Giovanni di Kerhoz, che in seguito diverrà suo discepolo.
Studiò teologia ed altro per dieci anni alla scuola di San Bonaventura, poi si spostò ad Orleans per studiare diritto, si affermò nelle due città come studente serio, dolce, caritatevole, incline alla pietà e alla purezza.
A 27 anni passò al servizio dell’arcidiacono di Rennes, come ufficiale di giustizia ecclesiastica, ma dopo un po’ il suo vescovo lo chiamò presso di sé per la stessa carica, consacrandolo sacerdote malgrado Yves si sentisse indegno.
Nel tribunale divenne il rifugio, l’avvocato di tutte le cause dei poveri ed infelici, istituendo per primo il patrocinio gratuito; il suo castello divenne un ospizio per i mendicanti ed i poveri della regione.
Il grande fervore di santità che lo animava, lo spinse a predicare sempre più spesso (si racconta che un venerdì Santo predicò esaurito, fino a sette volte); lasciò la sua bella veste di ufficiale giudiziario e indossò il camice di stoppa e la tunica dei contadini, diede ai poveri la sua unica sottana, dormì sulla paglia e sulla nuda terra.
Ebbe anche l’incarico dal suo vescovo di curare la parrocchia di Tredez e nel 1292 quella di Louannec, che sollevò dalle misere condizioni spirituali in cui si trovavano; non tralasciò la predicazione nelle altre parrocchie, dove si recava a piedi portando con sé solo la Bibbia e il Breviario.
Nel 1298 si ritirò nel suo castello di Kermartin, dove nel più grande squallore, morì il 19 maggio 1303.
La sua fama di santità era così grande, che la folla si spartì i pezzi delle sue misere vesti, per farne delle reliquie e già da quel giorno il popolo, il clero, le autorità, i duchi Giovanni III e Carlo
di Montfort, il re di Francia Filippo di Valois, reclamavano la sua canonizzazione.
La procedura fu rapida a testimonianza dell’ammirazione di tutti per la sua vita e venne dichiarato Santo il 19 maggio 1347 da Papa Clemente VI.
É patrono degli avvocati, dei notai e dei giudici; della città e dell’antica diocesi di Tréguier oggi di Saint-Brieuc e della Bretagna; il 19 maggio giorno della sua festa, si svolge la lunga processione del “grande perdono di Sant’ Yves (Ivo)” che accompagna la reliquia del ‘capo’ del Santo dalla cattedrale di Tréguier a Le Minihy, con la partecipazione di cardinali, vescovi, magistrati e avvocati e con una gran folla di fedeli che canta inni in brettone, al loro Santo patrono.
Il Santo è raffigurato in molte opere d’arte, ma più che vestito da prete, lo è con la toga di avvocato in atteggiamento di difesa di poveri e vedove imploranti, contro ricchi padroni. Il nome Yves è di origine celtica e significa ’legno di tasso’, albero sacro dei celti, il nome ebbe uno sviluppo particolare in Francia, estendendosi anche in Italia nella versione Ivo, Ivone, Ivonne.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Yves Hélory de Kermartin, pregate per noi.


*Altri Santi del giorno (19 Maggio)
*Sant'Ivo Hélory - Sacerdote
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi


 
Torna ai contenuti | Torna al menu