Santi del 2 Luglio - Istituto Aveta

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Santi del 2 Luglio

Il mio Santo > I Santi di Luglio

*Beata Agata Han Sin-ae - Martire (2 luglio)  

Scheda del Gruppo cui appartiene:
"Beati Martiri Coreani" (Paolo Yun Ji-chung e 123 compagni)

† Seul, Corea del Sud, 2 luglio 1801
Agata Han Sin-ae venne introdotta al cattolicesimo dagli insegnamenti della catechista Colomba Kang Wan-suk. Insieme a lei, formò una comunità femminile e si diede a sua volta a diffondere il Vangelo tra le famiglie che conosceva e tra i suoi servi, incontrando non poche resistenze. Arrestata nel corso della persecuzione Shinyu del 1801, venne decapitata il 2 luglio 1801, insieme ad altri sette fratelli nella fede, comprese le sue compagne della comunità.
Inserita con loro nel gruppo di martiri capeggiato da Paolo Yun Ji-chung, è stata beatificata da papa Francesco il 16 agosto 2014, nel corso del viaggio apostolico in Corea del Sud.
Agata Han Sin-ae nacque da un’unione illegittima, in una famiglia nobile di Boryeong, nella regione di Chungcheong (attuale Corea del Sud).
Una volta cresciuta, divenne la seconda moglie di Jo Rye-san a Seul. In seguito, tra il 1795 e il 1796, conobbe gli insegnamenti del cattolicesimo tramite la catechista Colomba Kang Wan-suk.
Insieme alla sua figliastra, Agata imparò il catechismo. Frequentava la casa di Colomba, alla quale
inviò anche la sua serva, So-myeong, a imparare il catechismo; inoltre, aiutava la vedova Candida Jeong Bok-hye nelle sue attività ecclesiali.
Nell’estate del 1800 ricevette il Battesimo dal primo sacerdote missionario in Corea, il cinese padre Giacomo Zhou Wen-mo.
Si dedicò a diffondere il Vangelo tra le altre famiglie e i servi, ma non fu facile. Allora invitò due catechisti uomini e chiese loro di introdurre nella Chiesa i suoi servitori, ma non ci riuscì a causa di suo figlio. Invece, insieme ad altre donne, inclusa Giuliana Kim Yeon-I a cui aveva insegnato il catechismo, formò una comunità femminile, della quale fece parte anche Colomba Kang, e ne fu la direttrice.
Allo scoppio della persecuzione Shinyu nel 1801, Candida Jeong radunò tutti i libri e gli articoli religiosi e li portò da Agata, che li nascose nel suo magazzino. Tuttavia, il suo nome venne ben presto riferito ai persecutori e venne arrestata insieme ad altri fedeli.
Condotta presso il Ministero della Giustizia a Seul, venne interrogata, ma non rivelò i nomi degli altri credenti. Venne quindi condannata a morte con sette di loro, tra i quali c’erano Colomba Kang e Giuliana Kim, con questa sentenza: «Han Sin-ae era profondamente pervasa dalla religione cattolica e l’ha praticata per molti anni.
Era associata a Kang Wan-suk, visitò Zhou Wen-mo e venne battezzata da lui, ricevendo un nome cristiano. Tuttavia, non si vergognò mai di tale condotta offensiva. Inoltre, ella invitò perfino gruppi di uomini e donne a casa sua, e nascose libri e articoli religiosi nel suo magazzino. Quando venne arrestata disse: “Non rimpiangerò mai ciò che ho fatto, anche se dovessi morire diecimila volte”».
Agata e le sue compagne, insieme a Matteo Kim Hyeon-u Kang, Ignazio Choe In-cheol e Antonio Yi Hyeon, venne condotta presso la Piccola Porta Occidentale di Seul e decapitata il 2 luglio 1801 (22 maggio del calendario lunare).
Tutti e otto, inseriti nel gruppo di martiri capeggiato da Paolo Yun Ji-chung (del quale fanno parte anche i già menzionati padre Giacomo Zhou Wen-mo e Candida Jeong Bok-hye), sono stati beatificati da Papa Francesco il 16 agosto 2014, nel corso del viaggio apostolico in Corea del Sud.
(Autore: Emilia Flocchini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Agata Han Sin-ae, pregate per noi.    


*Beato Antonio Yi Hyeon -  Martire (2 luglio)  

Scheda del Gruppo cui appartiene:
"Beati Martiri Coreani" (Paolo Yun Ji-chung e 123 compagni)

† Seul, Corea del Sud, 2 luglio 1801
Antonio Yi Hyeon apprese i primi rudimenti del cattolicesimo tramite la lettura di alcuni libri e li approfondì tramite la frequentazioni di altri fedeli coreani. Fatto prigioniero durante la persecuzione Shinyu, subì numerose pressioni fisiche e psicologiche, alle quali cedette brevemente, ma poi si preparò a patire il martirio per decapitazione, avvenuto il 2 luglio 1801 insieme ad altri sette fratelli nella fede. Inserito con loro nel gruppo di martiri capeggiato da Paolo Yun Ji-chung, è stato beatificato da papa Francesco il 16 agosto 2014, nel corso del viaggio apostolico in Corea del Sud.
Antonio Yi Hyeon nacque a Yeoju, nella provincia del Gyeonggi (attuale Corea del Sud). Poco dopo l’introduzione del cattolicesimo in Corea, ottenne dei libri religiosi e li studiò diligentemente. In un
secondo tempo, frequentò la casa di Giosafat Kim Geon-sun, dove viveva suo zio Luca Yi Hui-yeong: lì iniziò lo studio del catechismo nell’autunno 1797.
Successivamente, si trasferì a Seul, dove incontrò Filippo Hong Pil-ju, approfondì la dottrina cristiana e venne battezzato dal primo sacerdote missionario in Corea, il cinese padre Giacomo Zhou Wen-mo. Fece anche la conoscenza di Barnaba Jeong Gwang-su, Pietro Choe Pil-je e Francesco Kim Jong-gyo, insieme ai quali partecipava agli incontri di preghiera.
Tempo dopo, Antonio sposò la figlia di Antonio Hong Ik-man, diventando cognato di Filippo Hong Pil-ju. Nell’inverno 1800 morirono i suoi genitori e, poco dopo, esplose la persecuzione Shinyu.
Antonio e i suoi amici vennero arrestati e condotti al quartier generale della Polizia a Seul per essere interrogati. Erano stati preceduti dallo zio Luca, il quale era stato giustiziato dopo gli interrogatori e le torture. Antonio non disse nulla di dannoso per la Chiesa; tuttavia, mentre le percosse e le domande si facevano sempre più pressanti, cedette per un breve momento, pur non rivelando dove si trovassero gli altri fedeli.
In seguito, venne trasferito al Ministero della Giustizia, dove si pentì dell’apostasia precedente. Consapevole che avrebbe subito ulteriori pressioni, fu ancora più determinato a professare la fede e a dare la vita per Dio.
I suoi persecutori, visto che non riuscivano a smuoverlo, lo condannarono a morte. Prima di ricevere la condanna, Antonio dichiarò quanto segue: «Mi sono profondamente commosso mentre leggevo e studiavo i libri religiosi con i miei compagni della Chiesa per quattro anni. […] Ho creduto alla religione cattolica per molti anni e la amo. Pertanto non rinuncerò alla mia fede in Dio, non importa quale punizione mi verrà data».
Così Antonio, insieme a Matteo Kim Hyeon-u, Colomba Kang Wan-suk, Ignazio Choe In-cheol, Susanna Kang Gyeong-bok, Giuliana Kim Yeon-i, Viviana Mun Yeong-in e Agata Han Sin-ae, venne condotto presso la Piccola Porta Occidentale di Seul e decapitato il 2 luglio 1801 (22 maggio del calendario lunare).
Antonio Yi Hyeon e i suoi compagni, inseriti nel gruppo di martiri capeggiato da Paolo Yun Ji-chung (del quale fanno parte anche i già menzionati padre Giacomo Zhou Wen-mo, Barnaba Jeong Gwang-su, Pietro Choe Pil-je, Francesco Kim Jong-gyo, Antonio Hong Ik-man e Filippo Hong Pil-ju), sono stati beatificati da papa Francesco il 16 agosto 2014, nel corso del viaggio apostolico in Corea del Sud.
(Autore: Emilia Flocchini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Antonio Yi Hyeon, pregate per noi.


*San Bernardino Realino - Sacerdote (2 luglio)

Carpi, Modena, 1 dicembre1530 - Lecce, 2 luglio 1616
Diventa patrono di una città mentre era ancora in vita. Lecce, estate del 1616: il padre gesuita Bernardino Realino sta morendo, 42 anni dopo esservi arrivato. I reggitori del Municipio lo vanno allora a visitare in forma ufficiale. E gli fanno richiesta di voler essere il protettore della città. Lui, che tanto aveva fatto del bene a Lecce, acconsente.
Nato in una famiglia illustre di Carpi, che per i suoi primi studi gli faceva venire i maestri a casa, fu poi mandato all'Accademia modenese.
A 26 anni, si laurea in diritto civile e canonico.
Sotto la protezione di Cristoforo Madruzzo, Bernardino si avvia sulla strada dei «pubblici uffici». A un certo punto, però, la sua carriera s'interrompe. Bernardino Realino frequenta i Gesuiti ed entra nella Compagnia.
Nel 1567 è ordinato sacerdote e diventa il maestro dei novizi gesuiti. Sette anni dopo, a Lecce, crea un collegio al quale si dedicherà fino alla morte. Papa Pio XII lo proclamerà santo nel 1947. (Avvenire)
Patronato: Lecce
Etimologia: Bernardino = ardito come orso, dal tedesco
Martirologio Romano: A Lecce, San Bernardino Realino, sacerdote della Compagnia di Gesù, che rifulse per carità e bontà e, rigettati gli onori mondani, si dedicò alla cura pastorale dei prigionieri e degli infermi e al ministero della parola e della penitenza.
Diventa patrono di una città addirittura da vivo. Mai vista una cosa simile e con tanta solennità. Siamo a Lecce, nell’estate del 1616: il padre gesuita Bernardino Realino sta morendo, 42 anni dopo esservi arrivato. I reggitori del Municipio lo vanno allora a visitare “in corpo”, ossia tutti insieme, in forma ufficiale.
E gli fanno la sbalorditiva richiesta di voler essere il protettore della città di generazione in generazione, per sempre. Il moribondo acconsente, tranquillo e lieto. D’altra parte è già amico, consigliere, soccorritore dei cittadini – è già loro “patrono” – da più di quattro decenni. Anche se non è leccese, e nemmeno pugliese.
É emiliano, nato in una famiglia illustre di Carpi, che per i suoi primi studi gli faceva venire i maestri in casa, e poi l’ha mandato all’Accademia modenese, all’epoca uno dei più illustri centri culturali d’Italia. Negli studi lo attira tutto: la letteratura classica (ci è giunto un suo commento in latino a Catullo) e successivamente a Bologna la filosofia, poi ancora la medicina. Infine, all’età di 26 anni, si laurea in diritto civile e canonico.
Suo padre è un collaboratore del cardinale Cristoforo Madruzzo, che come vescovo di Trento è
stato il “padrone di casa” del Concilio famoso, e uno dei protagonisti; e che dal 1556 è governatore di Milano per conto del re Filippo II di Spagna.
Sotto la sua protezione, il dotto Bernardino si avvia per la strada dei “pubblici uffici”. Comincia facendo il podestà a Felizzano Monferrato, poi va ad Alessandria come “avvocato fiscale” (una sorta di procuratore della Repubblica). Dopo altri incarichi in Piemonte, passa al servizio del governo vicereale in Napoli, anch’essa città soggetta alla Spagna col suo regno.
Qui però la sua carriera s’interrompe. Bernardino Realino frequenta i Gesuiti da poco giunti in città e poi decide di essere uno di loro, abbandonando codici e carriera. Lo accoglie nel 1564 Alonso Salmeron, uno degli iniziatori della Compagnia di Gesù con Ignazio di Loyola.
Nel 1567 Bernardino è ordinato sacerdote e diventa il maestro dei novizi gesuiti.
Sette anni dopo, a Lecce, crea un collegio al quale si dedicherà fino alla morte. Ma insieme si dedica alla gente di Lecce, ricchi e poveri, istruiti e ignoranti, tutti sbalorditi per la sua irriducibile pazienza nell’occuparsi di situazioni, necessità, miserie, a cui s’ingegna di provvedere con un dinamismo che ha del prodigioso: tant’è che gli si attribuiscono vari miracoli già da vivo.
Quando poi il male lo colpisce, è naturale per la municipalità fare quel passo inaudito e bellissimo, chiedendo a un morente aiuto e protezione anche oltre questa vita.
E per Bernardino è naturalissimo rispondere di sì, con le estreme forze. Fatta questa promessa, si spegne a 86 anni.
Papa Pio XII lo proclamerà santo nel 1947.
(Autore: Domenico Agasso - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Bernardino Realino, pregate per noi.

 

*Beata Colomba Kang Wan-suk -  Catechista e Martire (2 luglio)  

Scheda del Gruppo cui appartiene:

"Beati Martiri Coreani" (Paolo Yun Ji-chung e 123 compagni)

Naepo, Corea del Sud, 1761 – Seul, Corea del Sud, 2 luglio 1801
Fra i fedeli martirizzati nel XIX secolo in Corea spicca la figura di una donna, Colomba Kang Wan-suk, che ha affrontato i rischi della persecuzione pur di aiutare la diffusione del Vangelo. Inserita nel gruppo di martiri capeggiato da Paolo Yun Ji-chung, è stata beatificata da papa Francesco il 16 agosto 2014, nel corso del viaggio apostolico in Corea del Sud.
Colomba Kang Wan-suk nasce, da un’unione illegittima, nel 1761. Fa parte di una delle famiglie nobili di Naepo, nell’antico distretto di Chungcheong-do.
Sin dall’infanzia viene notata per la sua saggezza e onestà: evita di compiere azioni malvagie o di dire bugie. Filippo Hong Pil-ju, che verrà martirizzato per la fede nel 1801, è uno dei suoi figliastri.
A causa delle sue origini “non ufficiali”, viene data come seconda moglie a Hong Ji-yeong, un nobile della regione Deoksan. Subito dopo il matrimonio, conosce la religione cattolica e inizia a interessarsene. Ottiene alcuni libri cattolici, li medita e arriva a realizzare la grandezza del messaggio cristiano. Ancora prima di cominciare il catecumenato, inizia a credere in “Dio, padrone
del cielo e della terra, e nella sua religione. Questa dà messaggi giusti, quindi anche la sua dottrina deve essere corretta”.
Nel corso della sua conversione, crede con passione e pratica l’astinenza. Il suo stile di vita le fa ottenere il rispetto e l’ammirazione di molte persone. A suo grave rischio, si prende cura dei cattolici che sono stati imprigionati durante la persecuzione Sinhae del 1791. E proprio a causa di questa opera viene arrestata a sua volta.
Dopo la liberazione insegna il catechismo a sua suocera e al suo figliastro, Filippo Hong, e li fa avvicinare alla Chiesa. Nonostante diversi sforzi, non riesce a convertire il marito che anzi la maltratta proprio a causa della sua fede.
Dopo un breve periodo viene abbandonata, e il marito inizia a vivere con una concubina.
Un giorno Colomba Kang scopre che i cattolici di Seoul hanno una migliore preparazione. Dopo essersi consultata con la suocera e il figliastro, decide di trasferirsi nella capitale: qui entra in contatto con i fedeli locali e si unisce a loro. Quando questi iniziano a invitare sacerdoti stranieri - a causa della persecuzione i cattolici non hanno libero accesso al Paese - è lei a fornire il sostegno finanziario per pagare le spese.
Quando in Corea riesce ad arrivare dalla Cina p. Giacomo Zhou Wen-mo, Colomba viene battezzata: siamo nel 1794, e la donna decide di dedicare la propria vita ad aiutare il sacerdote nel suo apostolato. Dopo aver capito la sincerità e il vero impegno di Colomba Kang, p. Zhou la nomina catechista e le dà il compito di prendersi cura dei fedeli.
L’anno successivo scoppia la persecuzione Eulmyo, e la nuova catechista offre la propria casa al sacerdote cinese per potersi rifugiare.
La scelta è intelligente e abbastanza sicura, dato che secondo i canoni della società coreana del tempo è proibito indagare nelle abitazioni di donne nobili. Grazie a questo, la casa di Colomba diventa un porto sicuro sia per p. Zhou che per le comunità cattoliche del luogo: è qui che Agata Yun Jeom-hye inaugura la sua comunità di vergini dedite alla Chiesa.
Nel suo operato, Colomba Kang riesce a contattare molte persone e a far conoscere loro la Chiesa. Oltre alla sua fede è saggia e pragmatica: fra i suoi convertiti vi sono nobili, vedove, servi e cameriere.
È grazie a lei che Maria Song e sua nuora Maria Sin - parenti della famiglia reale - divengono cattoliche e ricevono il battesimo da p. Zhou. L’ammirazione della comunità nei suoi confronti è enorme, tanto che si arriva a dire che “si muove come un gong. Quando viene colpito, fa risuonare tutto”.
Nel 1801 in Corea si scatena la persecuzione Shinyu, e Colomba Kang viene denunciata alle autorità governative per le sue attività religiose. Il 6 aprile viene arrestata mentre è in casa con altri fedeli: vengono portati tutti al Quartier generale della polizia di Seoul. Ma anche in questa situazione, il primo pensiero della catechista è rivolto alla sicurezza del sacerdote cinese.
Per trovarlo, gli agenti la torturano sei volte ma senza successo. La sua fede è talmente ferma che persino i suoi aguzzini ne vengono colpiti.
Uno di loro esclama: “Questa donna non è umana, è una dea!”. Nei tre mesi che passano fra l’arresto e il martirio, Colomba Kang continua nella sua opera religiosa: si prepara al martirio e incoraggia i suoi compagni di cella a essere fedeli e credere in Dio. Viene condannata a morte il 2 luglio del 1801, e la sentenza - per decapitazione - viene eseguita il giorno stesso fuori dalla Porta occidentale di Seoul. Ha compiuto da poco 40 anni.
(Autore: Joseph Yun Li-sun - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Colomba Kang Wan-suk, pregate per noi.


*Beata Eugenia Joubert - Suora Francese (2 luglio)

Yssingeaux (Le Puy), 11 febbraio 1876 - Liegi, 2 luglio 1904
Figlia dei viticoltori Pietro Joubert e Antonia Celle, nacque l'11 febbraio 1876 a Yssingeaux (Le Puy) in Francia, quarta di otto figli. A 19 anni nel 1895 volle farsi suora tra le religiose della Santa Famiglia del Sacro Cuore, a Le Darne. Fece il noviziato a St-Denis (1896), e la professione religiosa nel 1897, dedicandosi completamente all'apostolato ed all'insegnamento del catechismo ai ragazzi e fanciulle.
A 26 anni, nel 1902 si ammalò gravemente, nonostante ciò, stette per un anno a Roma dall'aprile del 1903 al maggio del 1904. Al suo ritorno a Liegi fu costretta a letto e dopo circa un mese di malattia, si spense a Liegi, il 2 luglio 1904 a 28 anni, ripetendo tre volte il nome di Gesù.
Il suo corpo riposa nella cappella delle suore della Santa Famiglia del Sacro Cuore a Dinant. Giovanni Paolo II l'ha beatificata il 20 novembre 1994. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Liegi in Belgio, Beata Eugenia Joubert, vergine della Congregazione della Sacra Famiglia del Cuore di Gesù, che si adoperò per trasmettere ai bambini la dottrina cristiana e, ammalatasi di tisi, seguì con amore Cristo sofferente.
Figlia degli agiati viticoltori Pietro Joubert e Antonia Celle, nacque l’11 febbraio 1876 a Yssingeaux (Le Puy) in Francia, quarta di otto figli.
Fino ai 16 anni seguì tutto un corso di studio ed educazione civile e religiosa; fino al 1887 dalle Orsoline di Monistral, dove ricevette anche la Prima Comunione; nel 1888 presso le suore di S. Giuseppe nella sua città Yssingeaux e poi dal 1889 al 1892 nel Collegio di S. Maria a Le Puy, condotto dalle suore di Notre Dame.
A 19 anni nel 1895, consigliata dal suo direttore spirituale Rubussier, volle farsi suora tra le religiose della S. Famiglia del Sacro Cuore, a Le Darne; fece il noviziato a St-Denis (1896); e la professione religiosa nel 1897, dedicandosi completamente all’apostolato ed all’insegnamento del catechismo ai ragazzi e fanciulle. Fu in varie case del suo Istituto, in Francia e Belgio: Aubervilliers, Le Puy, St-Denis, Roma, Liegi.
A 26 anni, nel 1902 si ammalò gravemente, nonostante ciò, stette per un anno a Roma dall’aprile del 1903 al maggio del 1904; al suo ritorno a Liegi fu costretta a letto e dopo circa un mese di malattia, si spense a Liegi, il 2 luglio 1904 a 28 anni, ripetendo tre volte il nome di Gesù.
Il suo corpo riposa nella cappella delle suore della S. Famiglia del Sacro Cuore a Dinant. Nella prefazione di una sua biografia: “Un’epopea di fortezza”, il cardinale francese Lépicier ha scritto: “Nella sua corta carriera di religiosa, suor Eugenia ha messo meravigliosamente in pratica l’alleanza di una vita interiore perfetta e di un apostolato attivissimo tra i piccoli. Prevenuta fin dall’infanzia dalle grazie più elette, ella entra nella vita di perfezione come un gigante”.
Papa Giovanni Paolo II l’ha beatificata il 20 novembre 1994, sancendo così ufficialmente la santità della sua giovane vita, spesa totalmente al servizio di Dio e aderendo in pieno alla Sua volontà.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Eugenia Joubert, pregate per noi.


*Beato Giovanni Becchetti da Fabriano - Sacerdote Agostiniano (2 luglio)

Fabriano, sec. XIV
Giovanni Becchetti, religioso dell’Ordine di Sant’Agostino, nasce a Fabriano nel sec. XIV. Fu professore di grande cultura e di profonda spiritualità. Dai superiori del suo Ordine viene indicato per la fama di “scienza e di vita”. Muore a Fabriano e le sue spoglie mortali sono esposte alla pubblica venerazione nella chiesa di Sant’Agostino.
L’Ordine agostiniano celebra la sua festa liturgica, unitamente a quella del cugino beato Pietro Becchetti, anch’egli religioso agostiniano.
Martirologio Romano: A Fabriano nelle Marche, commemorazione dei Beati Giovanni e Pietro Becchetti, sacerdoti dell’Ordine degli Eremiti di Sant’Agostino, uniti dalla stessa condotta di vita più ancora che dai vincoli del sangue.
Giovanni Becchetti si consacra al Signore nel convento di Sant'Agostino a Fabriano (Ancona) nel secolo XIV.
La sua vita di preghiera, di studio della Sacra Scrittura e della Teologia e di predicazione diviene per l’Ordine, organizzato da pochi anni (1226) come Ordine mendicante, esempio e stile di vita.
Giovanni, con il titolo di Baccelliere, insegna nel 1385 nello Studio Generale di Rimini. Di lui il Padre Generale Bartolomeo da Venezia scrive che viene “raccomandato per la fama di scienza e di vita”.
In quello stesso anno venne destinato allo studio di Oxford dove ottenne il grado di Maestro in Teologia.
Nel 1391 si trovava in Italia e l'anno seguente è Reggente dello Studio agostiniano di Perugia. Il Padre Generale scriveva a lui una lettera il 7 maggio 1420.
Morì a Fabriano e le sue spoglie, insieme al quelle del cugino Beato Pietro Becchetti, sono esposte alla pubblica venerazione dei fedeli nella chiesa di Sant’Agostino.
Papa Gregorio XVI confermò il culto dei cugini Beati Giovanni e Pietro Becchetti nel 1835 e l’Ordine agostiniano ne celebra la memoria il 2 giugno.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giovanni Becchetti da Fabriano, pregate per noi.  


*Beata Giuliana Kim Yeon-i - Martire (2 luglio)  

Scheda del Gruppo cui appartiene:
"Beati Martiri Coreani" (Paolo Yun Ji-chung e 123 compagni)

† Seul, Corea del Sud, 2 luglio 1801
Giuliana Kim Yeon-i, entrata in contatto col cattolicesimo, lo visse studiando il catechismo, accostandosi alla Messa e frequentando gli altri fedeli della nascente Chiesa coreana. Arrestata nel corso della persecuzione Shinyu del 1801, rimase salda nei suoi principi fino alla morte per decapitazione, avvenuta il 2 luglio 1801 insieme ad altri sette fratelli nella fede.
Inserita con loro nel gruppo di martiri capeggiato da Paolo Yun Ji-chung, è stata beatificata da papa Francesco il 16 agosto 2014, nel corso del viaggio apostolico in Corea del Sud.
Giuliana Kim Yeon-i era originaria di una famiglia di ceto umile. Mentre viveva a Seul, apprese la dottrina cattolica da Agata Han sin-ae e ricevette il Battesimo dal primo sacerdote missionario in
Corea, il cinese padre Giacomo Zhou Wen-mo, presso la casa della catechista Colomba Kang Wan-suk.
Successivamente, approfondì la sua fede tramite lo studio del catechismo e la partecipazione alla Messa e divenne presto famosa tra gli altri fedeli. I suoi tentativi di evangelizzazione si spinsero fino allo Yangjegung o Pyegung, il luogo dove si stabilivano i membri della famiglia reale e le dame di corte una volta lasciato il proprio compito a palazzo.
Fece amicizia con le proprietarie dello Yangjegung, Maria Song (imparentata coi reali), sua nuora Maria Sin e con la dama Susanna Kang Gyeong-bok e spesso le invitava alla Messa celebrata da padre Giacomo. Mediante questa relazione, poté fare in modo che sua figlia diventasse a sua volta una dama di corte.
Con l’esplosione di una nuova persecuzione, nel dicembre 1800, Giuliana nascose in casa sua, dietro richiesta di Colomba, Simone Kim Gye-wan, che serviva Messa a padre Giacomo. L’anno successivo, alla promulgazione dell’editto persecutorio da parte della corte, anche Alessio Hwang Sa-yeong fuggì a casa sua: ormai anche lei era in pericolo.
Arrestata e condotta prima al quartier generale della polizia a Seul, poi al Ministero della Giustizia, venne ripetutamente torturata, ma non riferì nulla sui suoi fratelli nella fede. Anche se il suo corpo s’indeboliva sempre più, la sua fede si rafforzava, tanto da condurla a dichiarare: «Non rimpiango di aver creduto al Cattolicesimo anche se dovessi morire diecimila volte».
Così, condannata a morte insieme alla già citata Colomba Kang e a Ignazio Choe In-cheol, Matteo Kim Hyeon-u, Susanna Kang Gyeong-bok, Viviana Mun Yeong-in, Antonio Yi Hyeon e Agata Han Sin-ae, venne condotta presso la Piccola Porta Occidentale di Seul e decapitata il 2 luglio 1801 (22 maggio del calendario lunare). Aveva trentanove anni.
Un brano della sua sentenza di condanna recita così: «Kim Yeon-i è una vecchia sensale del Cattolicesimo. Ha tentato la brava gente qua e là e li ha condotti sulla via sbagliata. Il loro numero è sconosciuto.
Con l’aiuto di Kang Wan-suk, venne battezzata da Zhou Wen-mo. Predicava la dottrina cattolica mentre andava e veniva dallo Yangjeyung. Nascondendo i rifugiati in casa sua, aiutò Hwang Sa-yeong, il capo della religione cattolica, a fuggire. Il suo crimine merita la morte diecimila volte».
Giuliana Kim Yeon-i e i suoi compagni, inseriti nel gruppo di martiri capeggiato da Paolo Yun Ji-chung (del quale fanno parte anche padre Giacomo Zhou Wen-mo e Simone Kim Gye-wan), sono stati beatificati da papa Francesco il 16 agosto 2014, nel corso del viaggio apostolico in Corea del Sud.
(Autore: Emilia Flocchini - Fonte: Eciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Giuliana Kim Yeon-i, pregate per noi.


*Beato Ignazio Choe In-cheol - Martire (2 luglio)

Scheda del Gruppo cui appartiene:
"Beati Martiri Coreani" (Paolo Yun Ji-chung e 123 compagni)

† Seul, Corea del Sud, 2 luglio 1801
Ignazio Choe In-cheol collaborò attivamente col fratello Mattia Choe In-gil alla diffusione del cattolicesimo in Corea. Alla cattura e conseguente martirio del fratello, s’impegnò ancora più intensamente a evangelizzare il suo popolo, anche per riparare a un precedente atto di apostasia, compiuto per salvarsi la vita.
La sua condanna a morte venne eseguita per decapitazione il 2 luglio 1801, insieme ad altri sette compagni di fede. Inserito con loro nel gruppo di martiri capeggiato da Paolo Yun Ji-chung, è stato beatificato da papa Francesco il 16 agosto 2014, nel corso del viaggio apostolico in Corea del Sud.
Ignazio Choe In-cheol nacque a Seul, in data ignota, nella famiglia di un interprete. Apprese il catechismo da Mattia Choe In-gil, suo fratello maggiore, uno dei primi evangelizzatori della Corea. Insieme a lui venne arrestato per la prima volta durante la persecuzione Sinhae del 1791, ma gli venne concesso di tornare a casa per tre giorni, allo scopo di farlo apostatare.
Quando Ignazio tornò, venne convinto dall’anziana madre e dai fratelli, che lo supplicavano in lacrime, a salvarsi la vita.
Pertanto, si ripresentò al Ministero della Giustizia e dichiarò: «Non crederò alla religione cattolica», ma si affrettò ad aggiungere: «Anche se venissi picchiato a morte, non posso dire che la religione cattolica sia una religione malvagia».
Rimandato di nuovo a casa, comprese il suo errore e si diede a un’ancora più intensa vita di fede,
affiancando il fratello nell’assistenza ai compagni di fede. In particolare, Mattia si occupò di trovare rifugio al primo sacerdote che riuscì a mettere piede nel Paese, il cinese padre Giacomo Zhou Wen-mo.
Tuttavia, dopo aver tentato d’ingannare la polizia venuta ad arrestare il sacerdote facendosi passare per lui, venne arrestato e patì il martirio, insieme agli accompagnatori di padre Giacomo, il 28 giugno 1795.
Raccogliendo, in un certo senso, l’eredità del fratello martire, Ignazio divenne uno dei responsabili della Chiesa e partecipò ancora più attivamente alla sua espansione. Bruciò la tavoletta per i riti ancestrali, lo stesso gesto che costò la vita a Paolo Yun Ji-chung. Ogni volta che il sacerdote era a rischio della vita, s’impegnava a farlo fuggire.
Allo scoppio della persecuzione Shinyu, Ignazio si rifugiò in casa di una zia, dove fu arrestato. Subì numerosi interrogatori e svariate torture presso il quartier generale della polizia a Seul e presso il Ministero della Giustizia, ma rimase saldo: «Anche se venissi ucciso, non abbandonerò la mia religione cattolica». Piuttosto che ritrattare, spiegò come negli insegnamenti della sua fede risiedesse la salvezza eterna.
Infine, il Ministero lo condannò a morte sulla base di cinque accuse: aver infranto la promessa di non credere al cattolicesimo; aver creduto al cattolicesimo quando suo fratello morì; aver dedicato la sua vita a diffondere gli insegnamenti cattolici insieme ai suoi compagni; aver dichiarato che la dottrina cattolica è grandiosa perfino al quartier generale della polizia; aver invitato in Corea padre Giacomo Zhou e averlo servito.
Così, insieme a Colomba Kang Wan-suk, Susanna Kang Gyeong-bok, Matteo Kim Hyeon-u, Viviana Mun Yeong-in, Giuliana Kim Yeon-i, Antonio Yi Hyeon e Agata Han Sin-ae, venne condotto presso la Piccola Porta Occidentale di Seul e decapitato il 2 luglio 1801 (22 maggio del calendario lunare).
Ignazio Choe In-cheol e i suoi compagni, inseriti nel gruppo di martiri capeggiato da Paolo Yun Ji-chung (del quale fanno parte anche Mattia Choe In-gil e compagni e padre Giacomo Zhou Wen-mo), sono stati beatificati da papa Francesco il 16 agosto 2014, nel corso del viaggio apostolico in Corea del Sud.
(Autore: Emilia Flocchini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Ignazio Choe In-cheol, pregate per noi.


*Santi Liberato, Bonifacio, Servio, Rustico, Rogato, Settimo e Massimo - Martiri (2 luglio)
sec. IV
Fra i monasteri africani che l'Ordine considera di ispirazione fondamentalmente agostiniana, riveste una importanza particolare quello di Gafsa in Tunisia per il martirio dei suoi religiosi.
In seguito all'editto emanato nel 484 dal re Unnerico che ordinava la consegna ai mori dei monasteri con i loro abitanti, i sette religiosi di quel monastero furono incarcerati e, dopo aver sopportato acerbe prove, vennero martirizzati a Cartagine, offrendo un grande esempio di fede e di unione fraterna.
La loro celebrazione liturgica fu concessa all'Ordine il 6 giugno 1671
Patronato: S. Liberato di Cantalice (RI)
Emblema: Palma
Martirologio Romano: Commemorazione dei Santi martiri Liberato, abate, Bonifacio, diacono, Servio e Rustico, suddiaconi, Rogato e Settimo, monaci, e il fanciullo Massimo: a Cartagine, nell’odierna Tunisia, durante la persecuzione dei Vandali, sotto il re ariano Unnerico, furono sottoposti a crudeli torture per aver confessato la fede cattolica e difeso l’unicità del battesimo; uccisi a colpi di remi sul capo mentre erano inchiodati a legni su cui si era tentato di bruciarli, conclusero il corso del loro ammirevole combattimento, ricevendo dal Signore la corona del martirio.
Santi Liberato, Bonifacio e Compagni, martiri.
Ricevuto il battesimo da Sant’ Ambrogio, a Milano, nel 387  e Sant’ Agostino  ritorna in Africa per mettere in atto il suo proposito di vita monastica. “Ricevuta la grazia battesimale - è il suo biografo San Possidio che racconta - decise di tornare con altri concittadini e amici suoi, postisi come lui al
servizio di Dio, in Africa, alla propria casa e ai propri campi. Là giunto, dopo essersi liberato dei suoi beni, vi dimorò circa tre anni, e viveva per Dio insieme a chi si era unito a lui, nel digiuno, nella preghiera, nelle opere buone, nelle meditazioni, di notte e di giorno, della legge del Signore. Anche quando divenne vescovo, nel 395, e poi per tutta la vita, visse da monaco, pur assillato dalle tante occupazioni pastorali e propagò con ogni mezzo la vita religiosa in tutta l'Africa cristiana.
Alla sua morte, avvenuta nel 430, continua il biografo, “Agostino lasciò alla Chiesa monasteri maschili e femminili, pieni di servi e serve di Dio, con i loro superiori, insieme a biblioteche ben fornite di libri”.
Le invasioni dell'Africa romana prima da parte dei Vandali poi degli Arabi distrussero le fondazioni monastiche agostiniane.
Fra i monasteri africani che l'Ordine considera di ispirazione fondamentalmente agostiniana, riveste una importanza particolare quello di Gafsa in Tunisia per il martirio dei suoi religiosi: Bonifacio diacono, Liberato abate, Severo, Rustico, Rogato, Settimio e Massimo monaci.
In seguito all'editto emanato nel 484 dal re Unnerico che ordinava la consegna ai mori dei monasteri con i loro abitanti, i sette religiosi di quel monastero furono incarcerati e, dopo aver sopportato acerbe prove, vennero martirizzati a Cartagine, offrendo un grande esempio di fede e di unione fraterna.
La loro celebrazione fu concessa all'Ordine il 6 giugno 1671 e la memoria liturgica ricorre il 26 agosto.
(Autore: P. Bruno Silvestrini O.S.A. - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Liberato, Bonifacio, Servio, Rustico, Rogato, Settimo e Massimo, pregate per noi.  


*San Lidano da Sezze - Abate (2 luglio)
Civita d’Antino (AQ), 1034 ca.– Sezze (LT), 1118
É con San Carlo da Sezze il patrono della cittadina laziale in provincia di Latina.
Nato ad Antena, oggi Civita d’Antino (L’Aquila) intorno al 1026, giunse a Sezze nel 1046 e vi edificò il monastero benedettino di Santa Cecilia, di cui divenne abate.
Con i suoi monaci si dedicò alla bonifica del territorio paludoso del comprensorio monastico, che si estendeva tra la città e i territori del ducato di Sermoneta.
San Lidano morì nel 1118.
La sua opera fu distrutta da Federico II. In seguito Gregorio IX nel 1232 trasferì i restanti beni del monastero al convento Florense di Anagni. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Sezze nel Lazio, San Lidano, abate e fondatore del monastero del luogo, che cercò di bonificare il terreno dei monaci dalla malsana palude circostante.
Il Santo abate nacque nel terzo decennio dell’XI secolo a ‘Civitas Antena’, attuale Civita d’Antino, provincia de L’Aquila; a nove anni entrò a far parte del monastero di Montecassino.
Giunto nella maggiore età, una parte del suo patrimonio ereditato dalla famiglia, venne destinato, con il consenso dell’abate Richerio I (1038-1055) di Montecassino, alla costruzione di un monastero con annessa chiesa, alle falde del monte Antoniano, nel cuore delle paludi Pontine, diocesi di Sezze.
La zona conserva ancora il nome di Quarto S. Lidano, infatti egli visse per settantadue anni in questo monastero, di cui era divenuto abate.
Lidano morì nel 1118 e venne sepolto nella chiesa del suo cenobio, restò lì fino alla distruzione della chiesa, avvenuta durante la lotta tra l’imperatore Federico II (1194-1250) e il papato; le reliquie furono traslate nella cattedrale di Sezze, per volontà del vescovo Drusino.
Altri Atti ufficiali ci ricordano il culto tributatogli nella zona pontina; nel 1312 la più grande delle campane della cattedrale, tuttora esistente, venne dedicata a San Lidano e nel 1473, il magistrato della città, s’impegnò con atto notarile ad offrire in onore del santo, un calice d’argento ogni due anni.
Papa Leone X (1475-1521) ne confermò il culto e disciplinò la festa stabilita dagli Statuti della città setina (Sezze); nel 1606 ci fu la ricognizione delle reliquie, con la costruzione di un nuovo altare, completato nel 1672, con una tribuna in legno dorato.
San Carlo da Sezze francescano del 1670, portava sempre con sé una reliquia del santo e con essa benedisse, l’ammalato papa Clemente IX.
Pio VI il 9 aprile 1791, concesse l’ufficio proprio e la solenne festività del 2 luglio.
Un codice del secolo XIV, conservato nell’Archivio capitolare di Sezze, contiene la più antica immagine di Lidano con la narrazione della sua vita, egli è raffigurato con abiti monacali benedettini, con nelle mani il libro della Regola ed il pastorale di abate.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Lidano da Sezze, pregate per noi.


*Beato Matteo Kim Hyeon-u - Martire (2 luglio)

Scheda del Gruppo cui appartiene:
"Beati Martiri Coreani" (Paolo Yun Ji-chung e 123 compagni)
Myeongraebang, Seul, 1775 – Seul, Corea del Sud, 2 luglio 1801
Matteo Kim Hyeon-u, insieme al suo fratello di sangue Barnaba Kim I-u, aderì al cattolicesimo e sostenne la missione in Corea di padre Giacomo Zhou Wen-mo, il primo sacerdote missionario in quel Paese. Entrambi vennero arrestati durante la persecuzione Shinyu del 1801: Barnaba morì a causa delle torture, mentre Matteo venne decapitato alcuni mesi dopo, insieme ad altri sette compagni.
Barnaba e Matteo, inseriti con loro nel gruppo di martiri capeggiato da Paolo Yun Ji-chung, sono stati beatificati da Papa Francesco il 16 agosto 2014, nel corso del viaggio apostolico in Corea del Sud.
Matteo Kim Hyeon-u era figlio di una concubina e di un famoso interprete di Myeongryebang, presso Seul, nell’attuale Corea del Sud.
Poco dopo l’introduzione della Chiesa cattolica in Corea, imparò il catechismo da Tommaso Kim Beom-u, suo fratellastro maggiore. Lui e un altro fratello, stavolta di sangue, Barnaba Kim I-u,
divennero cattolici e vennero battezzati da Pietro Yi Seung-hun. I due fratelli incontrarono presto una situazione difficile: nel 1785, Tommaso venne condannato all’esilio durante l’“incidente di Myeongryebang”. Ciò nonostante, continuarono a praticare la religione in segreto.
Quando, sul finire del 1794, arrivò clandestinamente in Corea padre Giacomo Zhou Wen-mo, missionario cinese, Matteo e Barnaba s’impegnarono attivamente nelle attività della Chiesa. Per la precisione, incontrarono padre Giacomo a casa di Filippo Hong Pil-ju e formarono una piccola comunità: con altri fedeli, compresi Taddeo Jeong In-hyeok e Pietro Choe Pil-je, si trovavano spesso a studiare gli insegnamenti della fede e a pregare.
Quando padre Giacomo, braccato dai suoi persecutori, trovò rifugio in casa di Barnaba, Matteo Kim partecipava alla Messa. Col fratello, si unì al Myeongdohoe, una comunità di credenti fondata dal missionario cinese. Quando lui tornò a casa di suo fratello, nel 1800, Matteo partecipò all’Eucaristia insieme ad altri fedeli, mentre Barnaba si occupò di tutti i preparativi necessari per la celebrazione.
All’esplodere della persecuzione Shinyu nel 1801, i due fratelli vennero arrestati e condotti al quartier generale della polizia, a Seul. Si racconta che, al momento della cattura, un’enorme croce splendente apparve di fronte a Matteo e indicava la strada per la prigione.
Presso il quartier generale, il giudice interrogò e torturò entrambi, ma non udì altro che non fosse già noto e, soprattutto, non gli furono rivelati i nomi di altri cattolici.
Barnaba venne interpellato in maniera particolare, perché il governo sapeva che casa sua era un luogo dove i cattolici si radunavano e dove si era nascosto padre Giacomo. Tuttavia, il maggiore dei due non resistette alle feroci percosse e morì verso il mese di maggio del 1801.
Invece Matteo, insieme a Colomba Kang, Ignazio Choe In-cheol, Susanna Kang Gyeong-bok, Viviana Mun Yeong-in, Giuliana Kim Yeon-i, Antonio Yi Hyeon e Agata Han Sin-ae, venne condotto presso la Piccola Porta Occidentale di Seul e decapitato il 2 luglio 1801 (22 maggio del calendario lunare). Aveva ventisei anni.
Matteo Kim Hyeon-u e i suoi compagni, inseriti nel gruppo di martiri capeggiato da Paolo Yun Ji-chung (del quale fanno parte anche Barnaba Kim I-u e padre Giacomo Zhou Wen-mo), sono stati beatificati da papa Francesco il 16 agosto 2014, nel corso del viaggio apostolico in Corea del Sud.
(Autore: Emilia Flocchini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Matteo Kim Hyeon-u, pregate per noi.


*Santa Monegonda - Venerata a Tours (2 luglio)

Monegonda, Santa di Tours del VI secolo, è conosciuta solo per una Vita molto concisa che costituisce il capitolo XIX della Vita dei Padri di Gregorio di Tours e un riassunto, molto suggestivo, che costituisce il capitolo 24 di In gloria dei Confessori. Ella fa parte di quel gruppo di personaggi che Gregorio dovette conoscere da vicino e dei quali egli narra la vita esemplare con scopi di edificazione nonché storici.
Monegonda a Chartres
Monegonda è originaria di Chartres. È sposata e madre di due figli che muoiono prematuramente. Inconsolabile nella società, ma timorosa che il suo dolore inconsolabile sia un’offesa a Dio, rifiuta i suoi abiti di lutto e si fa costruire una celletta nella quale si ritira in preghiera e digiuno. Il suo solo nutrimento è costituito da un pane d’orzo e da una miscela di ceneri che essa stessa brucia.
Un miracolo certifica rapidamente questo cambiamento. La serva (presso Gregorio di Tours tutti i santi di buon lignaggio, anche se rinunciano a tutto, conservano almeno uno schiavo o un servitore) la abbandona, stanca delle sue privazioni. Sprovvista d’acqua per impastare il suo pane, Monegonda si affida a Dio e, a seguito delle sue preghiere, si mette a nevicare ed ella può raccogliere la neve sul davanzale.
Ma è un altro miracolo che deciderà del suo destino. Mentre passeggia nel giardino che si trova accanto alla celletta, una vicina, che mentre metteva del frumento ad essiccare sul tetto della casa la guardava con curiosità indiscreta, divenne improvvisamente cieca. Monegonda è disperata: “Povera me, se per una piccola offesa fatta alla mia nullità, le persone vengono accecate!” Si mette a pregare e poi, toccando la donna e facendo il segno della croce, le rende la vista.
L’evento fa scalpore. Ella si chiude nella sua abitazione rifiutandosi di intercedere per un sordo che le hanno portato e che viene comunque guarito. Osannata dai suoi vicini, timorosa di soccombere alla vanità, abbandona casa, marito e famiglia e si porta a Tours, presso la tomba di San Martino.
Il miracolo di Avoine
Lungo la via si ferma ad Avoine (lat. Evena), dove è in corso la celebrazione della vigilia di San Medardo, del quale la chiesa possiede reliquie. Dopo una notte di preghiere, l’indomani nel corso della messa, vede avvicinarsi una ragazza, “gonfia a causa del veleno emesso da una pustola maligna” che si butta ai suoi piedi dicendole “Aiutami, perché una morte crudele cerca di strapparmi dalla vita”. Come sua abitudine, Monegonda si prosterna, supplica Dio, poi, alzandosi, fa un segno di croce. “Di seguito il tumore si apre in quattro, il pus cola fuori e la morte abbandona quella ragazza.”
Giova qui rimarcare la precisione quasi chirurgica con la quale Gregorio ci narra la guarigione.
Monegonda a Tours
Arrivata a Tours, rende grazie a Dio per aver potuto contemplare coi suoi occhi il sepolcro di San Martino, poi si installa lì vicino “in una celletta” per digiunare e pregare. Le guarigioni riprendono: la
figlia di “una certa vedova” (sicuramente una persona famosa) è guarita dalla contrattura delle mani (un male molto citato nella letteratura agiografica dell’alto Medioevo).
Qui si verifica un fatto: il marito, avendo sentito parlare della reputazione della sua sposa, raduna amici e vicini per riportarla di forza a Chartres. Ella ritrova quindi la sua prima cella, e moltiplica digiuni e preghiere (sue armi preferite), poi, sentendosi pronta e implorato il soccorso di san Martino, riprende la strada di Tours.
Il marito non insisterà più (evidentemente un miracolo da accreditare a San Martino). Si ha soprattutto l’impressione che Gregorio tenda a giustificare Monegonda, facendo appello al più incontestabile dei santi, del fatto che ella abbia completamente abbandonato marito e famiglia.
Monegonda si va circondando di un piccolo gruppo di donne che conduce, all’ombra della tomba di san Martino, un genere di vita monacale del quale Gregorio ci descrive qualche tratto: preghiera e accoglienza dei malati, nutrimento limitato al pane d’orzo, del vino misto all’acqua nei giorni di festa, stuoie di canne per letto…
I miracoli si susseguono: una ragazza coperta di piaghe che erano state “prodotte, come si dice talvolta, per fare [spurgare] il pus” guarisce quando Monegonda spalma le sue piaghe con la saliva; un giovane uomo, che soffre dei morsi di serpenti velenosi generatisi nel suo corpo dopo aver ingerito una bevanda “malefica”, può esserne liberato dopo che Monegonda gli avrà tastato lo stomaco per localizzare i rettili, posto una foglia di vite spalmata di saliva sul posto giusto e fatto il segno della croce; una cieca è guarita dalla cataratta mediante l’imposizione delle mani…
Quando Monegonda è sul punto di morire, le sue compagne la supplicano di benedire dell’olio e del sale che esse potranno dare ai malati che verranno a chiedere soccorso. Viene sepolta nella sua stessa celletta. Gregorio riporta tutta una serie di guarigioni ottenute sulla sua tomba con l’aiuto dell’olio e del sale miracolosi.
Monegonda e l’agiografia
Dal punto di vista della tipologia merovingia dei santi, Monegonda si inquadra (al femminile) nel modello dei santi intercessori. Tutti i suoi miracoli prevedono che prima di tutto ella preghi e implori Dio per colui che vuole beneficiare. Ed è questa vita esemplare, totalmente centrata sulla preghiera e l’astinenza, che dà efficacia alla sua intercessione. Dio e san Martino (non scordiamo che siamo a Tours), in considerazione dei suoi meriti, esaudiscono la preghiera che ella fa loro a vantaggio di terzi.
Senza appartenere all’aristocrazia, fatto che Gregorio non ha mancato di sottolineare, Monegonda viene da una famiglia agiata. “Chiamata” alla santità dopo un dramma personale, ella risponde con una vera conversione (sottolineata nel testo da tutta una serie di riferimenti scritturali la cui successione ha valore di analisi psicologica e un miracolo che ne costituisce, per così dire, il sigillo teologico). La conversione implica idealmente da una parte la rinuncia agli agi della vita mondana, dall’altra la rottura con la sua famiglia “naturale” a vantaggio di quella famiglia spirituale che è la Chiesa. Monegonda adempie alla prima condizione imponendosi l’austerità e l’umiltà (si abbassa perfino a lavorare con le sue mani almeno per impastare il pane), ma senza mai raggiungere gli eccessi della mortificazione. La seconda si rivela più problematica poiché, in un mondo dove, a meno di appartenere agli strati più alti dell’aristocrazia, la donna non gode che di una libertà limitata, ella necessita del sostegno speciale di san Martino per conseguire i suoi fini.
I miracoli di Monegonda, senza essere granché originali, si inscrivono in un sistema taumaturgico assai caratteristico del “pellegrinaggio di Tours”. Si possono comparare, ad esempio, con quelli compiuti dal taifalo [popolo simile ai tartari] Senoch, dalla personalità tuttavia assai diversa. Essi si produssero dopo la sua morte. Nell’agiografia merovingia, più che in ogni altra epoca, sono i miracoli post mortem che autenticano la santità del defunto. Ma a tours essi partecipano anche all’attività del pellegrinaggio martiniano, dove ogni santa tomba diventa una specie di collegamento della tomba centrale di san Martino.
Un miracolo curioso illustra questa complementarietà dei santi. Un cieco, pregando sulla tomba della santa, si addormenta. Ella gli appare in sogno e gli dice: “Mi reputo indegna di essere paragonata ai santi; tuttavia recupererai qui la vista da un occhio; corri poi ai piedi del beato Martino e prosternati davanti a lui con l’anima compunta. Egli ti renderà l’uso dell’altro occhio”. Le cose evidentemente funzionavano così. Monegonda testimonia nello stesso tempo della sua santità personale (anche se per umiltà si defila) e della sua posizione, tutto considerato subordinata, nella familia martiniana.
Monegonda nella storia
Monegonda dev’essere arrivata a Tours poco dopo il 561 (la presenza delle reliquie di San Medardo ad Avoine ci danno un termine post quem) in un’epoca in cui il vescovo Eufronio pareva aver vigorosamente rilanciato il pellegrinaggio martiniano e attirato nella sua città un buon numero di vocazioni religiose.
È a Luce Pietri, nella sua tesi su Tours, che va il merito di aver saputo precisare la figura storica della santa.
L’accoglienza dei malati e di ogni sorta di diseredati attirati dal più importante dei santuari taumaturgici della Gallia, ha certamente posto numerosi problemi alla chiesa di Tours. Si sa che Eufronio, e dopo di lui Gregorio, si sono attivamente preoccupati della registrazione dei poveri.
Che ne era dei malati e degli infermi? Luce Piatri non ha potuto trovare tracce esplicite a Tours di un edificio destinato ad accoglierli, uno xenodochio come ne esistevano in altre città. Questo ruolo sembra essere stato lì assicurato dai monasteri che, come quello istituito da Monegonda, quello più antico di san Venanzio, o quello quasi contemporaneo di san Senoch un po’ distante dalla città, sorgevano attorno alla basilica di san Martino.
Nell’opinione di Gregorio, ogni guarigione - ritorno all’ordine perturbato dal male o dal peccato - è più o meno un miracolo. La stilizzazione agiografica è dunque per natura ingannevole, poiché mette in vista il miracolo “istantaneo” e spettacolare a detrimento delle cure ripetute che avrebbero tuttavia dovuto essere la regola in queste istituzioni.
L’atmosfera satura della virtus martiniana, la messa in scena dell’intercessione, la preghiera e la gestualità che l’accompagna, hanno di certo dovuto avere la loro efficacia psicosomatica. Ma c’è anche in questi monasteri una reale tecnicità.
Quando Monegonda pratica la palpazione, quando usa compresse di saliva o di olio benedetto, massaggia le mani contratte, si tratta certamente di una attività medicale. Fra i miracoli post mortem che narra Gregorio, quello del cieco guarito a metà sopra citato lascia pensare che altre tecniche, ereditate dall’antichità, come l’incubatio nel santuario, avessero luogo nel ambito [delle chiese] di Tours.
Bisogna dunque vedere Monegonda come una donna pia che, in risposta all’appello del vescovo Eufronio, viene a Tours per fondare e dirigere in maniera esemplare uno di questi monasteri / ospedali indispensabili al buon funzionamento del pellegrinaggio. Tale funzione caritativa la integra nel dispositivo ecclesiastico e ne fa, in morte più ancora che in vita, un membro eminente della famiglia martiniana.
È interessante notare anche - fatto utile per una sociologia della santità - che, secondo Gregorio, la famiglia si glorifica dei miracoli di Monegonda ed è questa reputazione crescente che spinge suo marito a volerla recuperare. Pensava forse la famiglia di approfittare essa stesse del suo dono di guarigione? Un’altra domanda sorge appresso. Ha appreso Monegonda nella stessa Tours l’insieme delle sue tecniche di guarigione o ha portato ella alla chiesa di Eufronio un sapere acquisito nella vita laica? Il miracolo molto “professionale” della chiesa di Avoine ci obbliga a porre la domanda. Purtroppo non abbiamo modo di rispondere.
Il culto di Monegonda
Si concorda in genere che Monegonda sia morta prima del 573, poiché nulla indica nel testo che Gregorio l’abbia conosciuta personalmente, almeno non nelle sue funzioni episcopali; ma l’argomento non è necessariamente decisivo.
Comunque sia, oscuramente e senza dubbio modestamente, la sua fondazione è sopravvissuta ben a lungo dopo la fine del suo olio benedetto: appare citata per l’ultima volta nel 1031 in un diploma di Roberto il Pio. In data sconosciuta il suo corpo è stato trasferito al monastero di Saint-Pierre-le-Puellier ove è rimasto sino alla profanazione della tomba fatta dai protestanti nel 1562.
(NOTA: secondo J. Vieillard-Troiekouroff, passim, che si basa su una nota di dom Ruinart nella sua edizione di Gregorio di Tours (1699), le reliquie di Monegonda che le religiose avevano avuto tempo di nascondere, erano nuovamente venerate nel monastero nel 1657).
Immediatamente dopo la morte, la sua tomba, divenuta martyrium, è ricoperta da una palla, alla quale Gregorio fa allusione, probabilmente circondata da un cancello, e naturalmente accessibile ai fedeli. È probabile che Gregorio stesso abbia istituito delle veglie in suo onore. In ogni caso, il suo nome appare alla data del 2 luglio nelle aggiunte gallicane al martirologio gerolamino e questa data non può essere che di origine tourense.
Va notato che il martirologio romano le accorda (per merito certamente di Gregorio) l’attributo di confessore, molto raro per una donna. Nella sua diocesi d’origine, è menzionata, e niente di più, nella liturgia di Chartres, ma la chiesa parrocchiale di Orphin, ora nel dipartimento degli Yvelines, le è dedicata.
(Autore: Traduzione a cura di Enrico Filaferro – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Monegonda, pregate per noi.


*Beato Pietro Becchetti da Fabriano - Sacerdote agostiniano (2 luglio)  

Fabriano, sec. XIV
Pietro Becchetti, religioso dell’Ordine di Sant’Agostino, nasce a Fabriano nel sec. XIV. È uomo di grande cultura e di profonda spiritualità. Dai superiori del suo Ordine viene indicato per la fama di “scienza e di vita”. Fu pellegrino a Gerusalemme.
Muore a Fabriano e le loro spoglie mortali sono esposte alla pubblica venerazione nella chiesa di Sant’Agostino.
L’Ordine agostiniano celebra la sua festa liturgica, unitamente a quella del cugino Beato Giovanni Becchetti, anch’egli religioso agostiniano.
Martirologio Romano: A Fabriano nelle Marche, commemorazione dei Beati Giovanni e Pietro Becchetti, sacerdoti dell’Ordine degli Eremiti di Sant’Agostino, uniti dalla stessa condotta di vita più ancora che dai vincoli del sangue.
Pietro Becchetti si consacra al Signore nel convento di sant'Agostino a Fabriano (Ancona) nel sec.
XIV. La sua vita di preghiera, di studio della Sacra Scrittura e della Teologia e di predicazione diviene per l’Ordine, organizzato da pochi anni (1226) come Ordine mendicante, esempio e stile di vita.
Nel 1385 studia a Padova per ottenere il grado di Lettore e nel 1388 insegna nello Studio agostiniano di Rimini: Maestro in Sacra Teologia viene nominato professore a Venezia.
Da questa città intraprende il pellegrinaggio a Gerusalemme per la sua singolare devozione alla passione del Signore. Ritornato a Fabriano costruire presso la chiesa degli Agostiniani una cappella simile al Santo Sepolcro di Gerusalemme.
Il 20 febbraio 1421 il Padre Generale Bartolomeo da Venezia gli scrive una lettera.
Muore a Fabriano e le sue spoglie mortali, insieme a quelle del cugino b. Giovanni, sono esposte alla pubblica venerazione dei fedeli nella chiesa di Sant’Agostino.
Papa Gregorio XVI confermò il culto dei cugini Bb. Pietro e Giovanni Becchetti nel 1835 e l’Ordine agostiniano ne celebra la memoria il 2 giugno.
Il Martyrologium Romanum ne dispone il culto al 2 luglio.
(Autore: P. Bruno Silvestrini O.S.A. - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Beato Pietro Becchetti da Fabriano, pregate per noi.


*Beato Pietro di Lussemburgo - Vescovo

Beato Pietro di Lussemburgo - Vescovo di Metz (2 luglio)
Ligny-en-Barrois (Nancy) Francia, 20 luglio 1369 - Villeneuve-les-Avignon, 2 luglio 1387
Martirologio Romano: A Villeneuve presso Avignone in Francia, transito del Beato Pietro di Lussemburgo, vescovo di Metz, sempre dedito alle penitenze e alla preghiera.  
La vicenda terrena del giovane Pietro (visse solo 18 anni), s’inserisce nel contesto religioso, politico, morale, che distinse il potere pontificio nella fine del XIV secolo.
Era il sesto figlio di Guido di Lussemburgo, conte di Ligny e di Mahaut di Châtillon e nacque il 20 luglio 1359 a Ligny-en-Barrois vicino Nancy in Francia. A due anni divenne orfano del padre ed a quattro anni della madre, per cui venne educato dalla zia Giovanna di Châtillon, a Saint-Pol.
Nel 1377 a soli otto anni si trasferì a Parigi, dove divenne allievo ed amico del famoso Pietro d’Ailly, suo insegnante al Collegio di Navarra.
A questo punto tocchiamo l’argomento, che la nostra mentalità moderna non può comprendere, ma che a quell’epoca era cosa abbastanza usuale; Pietro di Lussemburgo a soli nove anni nel 1378, venne nominato canonico di Parigi dall’antipapa Clemente VII (cardinale Roberto di
Ginevra, che fu eletto papa dal 1378 al 1394, dai cardinali francesi riuniti a Fondi) e che iniziò lo Scisma d’Occidente, contrapponendosi al Papa Urbano VI (1378-1389), che aveva definitivamente spostato la sede pontificia da Avignone a Roma.
Lo stesso Clemente VII lo nominò nel 1382 canonico di Cambrai e arcidiacono di Dreux e di Bruxelles e appena quattordicenne lo nominò vescovo di Metz il 10 febbraio 1384, e il successivo 15 aprile lo promosse cardinale.
Ma nella lotta fra il Papa Urbano VI e l’antipapa Clemente VII, la città di Metz era una sede ambita da ambo le parti, per cui il re Venceslao IV di Boemia (1361-1419) che appoggiava il papa, aveva nominato vescovo Thilmann Vuss.
Pietro aiutato dall’intervento dei soldati del proprio fratello Valeran, prese possesso della sede episcopale, ma nel settembre del 1384, si dovette allontanare per andare a Ligny, ad assistere il fratello Roberto morente, e il nemico ne approfittò avanzando fino a Metz; di nuovo fu necessario l’intervento del fratello Valerian; ma costui pur non volendo, produsse devastazioni nel territorio attorno a Metz, così Pietro non ritenne più opportuno rimanere come vescovo, rinunciando alla carica nel 1385 e si ritirò a Ligny e poi a Parigi.
Ma l’antipapa Clemente VII, il 23 settembre 1386 lo chiamò alla sua corte di Avignone; qui il giovane nobile
non poté sottrarsi alle responsabilità politiche, che l’appartenenza alla sua aristocratica famiglia comportava, nonostante la giovane età.
Pietro, più che nei suoi scritti ascetici, si dimostrò austero nel proprio modo di vivere, anche alla corte papale. In questo periodo avignonese, si adoperò con successo per la divulgazione in tutto il mondo, della festa della Presentazione di Maria Vergine; essendosi ammalato fu impedito nel realizzare il suo progetto di recarsi dai re d’Inghilterra e di Francia, per indurli a stendere un trattato di pace.
A causa della grave malattia che lo colpì, nel marzo del 1387 si trasferì a Villeneuve-les-Avignon, dove morì il 2 luglio 1387 a diciotto anni e secondo il suo desiderio fu sepolto nel cimitero dei poveri di S. Michele di Avignone.
Subito dopo la sua prematura morte, il popolo lo venerò come Santo e taumaturgo, moltiplicando le sue raffigurazioni in miniature, dipinti, affreschi; con i segni che lo distinsero: tratti di adolescente, abito vescovile a volte cardinalizio, in atteggiamento di profonda preghiera.
Avignone nel 1432, lo dichiarò suo patrono, nonostante che il processo di beatificazione fosse interrotto per quattro volte (1389, 1390, 1433, 1435) e concluso solo nel 1527. Le diocesi di Avignone, Metz, Parigi, Verdun e Lussemburgo lo celebrano il 2 luglio.
L’antipapa Clemente VII, che tanto l’aveva apprezzato e protetto in vita, nel 1395 fondò sulla sua tomba un convento per i Celestini. Quasi tutte le sue reliquie furono disperse durante la Rivoluzione Francese (1792), i resti si venerano a St-Didier in Avignone.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Pietro di Lussemburgo, pregate per noi.  


*Santi Processo e Martiniano - Martiri (2 luglio)

Martirologio Romano: A Roma nel cimitero di Damaso al secondo miglio della via Aurelia, Santi Processo e Martiniano, martiri.
Il Martirologio Geronimiano li commemora tre volte: al 31 magg., al 1° e al 2 luglio indicando il loro sepolcro al II miglio della via Aurelia.
L'ultima data è il vero dies natalis, che è anche attestato dai Sacramentari Gregoriano e Gelasiano di S. Gallo e dal Calendario marmoreo di Napoli.
In loro onore fu edificata una chiesa, non lungi dall'attuale basilica di S. Pancrazio, efficiente e visitata dai pellegrini nel sec. VII come attestano gli Itinerari.
Questa chiesa, secondo una notizia del Praedestinatus (PL, LIII, col. 616), alla fine del sec. IV fu occupata da un prete montanista con lo specioso pretesto che i due santi sarebbero stati di origine
frigia e quindi appartenenti a quella setta; l'intruso però fu cacciato da un decreto imperiale e la chiesa ritornò ai cattolici, ed in essa il Papa Gregorio Magno recitò un'omelia nell'anniversario della festa dei martiri (PL, LXXVI, coll. 1232-38).
Il discorso del pontefice non dà notizie sui due santi, ma, dopo aver accennato che presso i loro sepolcri accorrevano molti malati, riferisce un episodio accaduto al tempo dei Goti e secondo il quale una donna avrebbe visto i due santi apparirle sub peregrino habitu, vestiti come monaci.
Questo particolare è in forte contrasto con le fonti letterarie, che presentano i martiri come militari e custodi degli apostoli Pietro e Paolo nel carcere Mamertino e da loro convertiti.
Naturalmente neanche le fonti letterarie sono di ineccepibile valore storico, ma le accennate divergenze suscitano dei problemi sulla consistenza della tradizione romana a proposito della esistenza e della cronologia dei martiri, come sulla mutua dipendenza delle stesse fonti letterarie.
Questi problemi sono stati studiati da Pio Franchi de' Cavalieri, ma tutte le sue conclusioni non sembrano inoppugnabili.
Secondo il dotto agiografo, già nel sec. V fu composta una passio molto generica senza precise notizie cronologiche (più o meno simile al cap. II dell'attuale redazione) in cui si narrava il loro martirio e la loro sepoltura sulla via Aurelia; poco dopo, all'inizio del sec. VI, fu composta una nuova passio (BHL, II, p. 1011, n. 6947) nella quale i due Santi erano presentati come carcerieri degli apostoli e da loro convertiti e battezzati (attuale cap. I).
Queste notizie deriverebbero dalla falsa interpretazione delle scene scolpite sul sarcofago che custodiva le spoglie dei martiri, o di un altro lì vicino, nelle quali erano rappresentati episodi del ciclo di s. Pietro e precisamente:
1) Mosè-Pietro che fa scaturire le acque dalla rupe da cui bevono due soldati ebrei;
2) Pietro col bastone tra due guardie;
3) Pietro in colloquio con Gesù Cristo.
Infine l'episodio dei due carcerieri fu preso e divulgato anche dall'apocrifo Martirio di Pietro dello pseudo-Lino.
La genesi della leggenda, delineata da Franchi de' Cavalieri, ha molte probabilità di verosimi­glianza almeno in linea di massima; invece è da rivedere, forse, la questione dell'interdipendenza tra la Passio e il Martirio, dal momento che quest'ultimo è attribuito al sec. IV.
Comunque, quale che sia il giusto giudizio sulla dipendenza delle fonti, si può con certezza affermare che dei Santi P. e M. niente si conosce di sicuro, né sulla loro identità, né sul tempo del loro martirio; ma ciò non pregiudica affatto la loro esistenza storica e il culto loro tributato fin dall'antichità e attestato da documenti degni di fede.
(Autore: Agostino Amore – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Processo e Martiniano, pregate per noi.


*Beata Susanna Kang Gyeong-bok - Vergine e Martire (2 luglio)  

Scheda del Gruppo cui appartiene:
"Beati Martiri Coreani" (Paolo Yun Ji-chung e 123 compagni)

1762 – Seul, Corea del Sud, 2 luglio 1801
Susanna Kang Gyeong-bok, dama di compagnia presso la corte coreana, venne a contatto col cattolicesimo insieme ad altre donne del suo stato. Dopo aver favorito la fuga del missionario padre Giacomo Zhou Wen-mo, venne catturata dalla polizia.
Inizialmente ritrattò le proprie posizioni, ma, una volta pentita, si preparò ad affrontare il martirio insieme ad altri sette fratelli nella fede. Inserita con loro nel gruppo di martiri capeggiato da Paolo Yun Ji-chung, è stata beatificata da papa Francesco il 16 agosto 2014, nel corso del viaggio apostolico in Corea del Sud.
Kang Gyeong-bok nacque nel 1762 in una famiglia di ceto umile. Divenne una dama di corte e, al termine del suo servizio, andò a vivere allo Yangjegung o Pyegung, il luogo dove si stabilivano i membri della famiglia reale una volta lasciato il palazzo. Le proprietarie dello Yangjegung, Maria Song (imparentata coi reali) e sua nuora Maria Sin, erano cattoliche e furono a lungo in contatto con il primo sacerdote missionario in Corea, il cinese padre Giacomo Zhou Wen-mo, e con la sua collaboratrice, Colomba Kang Wan-suk, catechista.
Verso il 1798, Maria Song invitò a casa propria Susanna: le spiegò i principi della dottrina cattolica e l’invitò a credere in Dio. Da quel momento in poi si diede allo studio e alla pratica religiosa. Spesso, insieme ad altre dame di corte, andava alla Messa celebrata a casa della catechista Colomba da padre Giacomo. Ricevette il Battesimo e, da allora, il suo nome fu Susanna.
Dopo aver appreso della persecuzione Shinyu nel 1801, padre Giacomo fuggì allo Yangjegung con l’aiuto del servo Nam Gu-wol. Susanna, che era andata a trovare sua madre, udì che la polizia
stava ricercando i cattolici: di corsa si diresse allo Yangjegung e riferì la notizia, in modo tale da far scappare padre Giacomo in un altro luogo. Dopo che lui riuscì ad andarsene senza problemi, anche Susanna lasciò la casa, ma venne presto catturata dalla polizia e condotta al quartier generale a Seul.
Subito sottoposta a un interrogatorio e a torture, non si piegò e affermò: «Sono profondamente pervasa dal cattolicesimo, perciò non posso cambiare idea nemmeno se dovessi morire». Trasferita alla Corte Suprema, venne nuovamente interrogata e picchiata, tanto che arrivò a ritrattare: «Non crederò di nuovo alla religione cattolica».
A causa di quella dichiarazione, la Corte Suprema la mandò al Ministero della Giustizia. In quel luogo, Susanna si pentì e fu nuovamente disposta a professare la fede.
I suoi persecutori vollero obbligarla a rivelare dove si trovasse padre Giacomo Zhou, ma invano. Pronta ormai a morire per Dio, ribadì: «Sono stata profondamente pervasa dalla religione cattolica e penso che la sua dottrina sia autentica. Mentre vivevo allo Yangjeung, ho visitato padre Giacomo Zhou e ho ricevuto il Sacramento del Battesimo. Da allora, la mia fede nell’insegnamento cattolico è diventata più forte. Pertanto, non ho la minima intenzione di rinunciare alla mia fede nemmeno se dovessi morire per essa».
Così, insieme alla già citata Colomba Kang e a Ignazio Choe In-cheol, Matteo Kim Hyeon-u, Viviana Mun Yeong-in, Giuliana Kim Yeon-i, Antonio Yi Hyeon e Agata Han Sin-ae, venne condotta presso la Piccola Porta Occidentale di Seul e decapitata il 2 luglio 1801 (22 maggio del calendario lunare). Aveva trentanove anni.
Susanna Kang Gyeong-bok e i suoi compagni, inseriti nel gruppo di martiri capeggiato da Paolo Yun Ji-chung (del quale fa parte anche padre Giacomo Zhou Wen-mo), sono stati beatificati da papa Francesco il 16 agosto 2014, nel corso del viaggio apostolico in Corea del Sud.
(Autore: Emilia Flocchini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Susanna Kang Gyeong-bok, pregate per noi.


*San Swithun di Winchester - Vescovo (2 luglio)

Wessex, Inghilterra, 800 c. - 2 luglio 862
Emblema:
Bastone pastorale
Martirologio Romano: A Winchester in Inghilterra, San Swithun, vescovo, che fu insigne per l’austerità e l’amore per i poveri e fondò numerose chiese, che visitava andando sempre a piedi.  
A causa della trascuratezza dei suoi contemporanei, non si hanno notizie di un certo rilievo sulla sua
vita, né delle sue parole, né delle sue conversazioni, che fossero state riportate per le future generazioni. Swithun visse nel IX secolo, fu cappellano reale del re Egberto di Wessex e tutore del figlio del re, principe Ethelwulf, che governò poi dall’839 all’858.
E su richiesta del re Ethelwulf, divenne vescovo di Winchester, allora capitale dell’Inghilterra; fu consacrato da Ceolnoth arcivescovo di Canterbury il 30 ottobre 852.
Governò la diocesi dieci anni, perché morì il 2 luglio 862; il re Ethelwold, il 15 luglio 971, fece trasferire le reliquie nella cattedrale, coincise con questo avvenimento la caduta di un’abbondantissima pioggia, tale che fu ritenuta segno della potenza del santo vescovo, evidentemente si era in periodo di prolungata siccità.
Da quel giorno si dice che se piove nel giorno di San Swithun (15 luglio) pioverà anche per i seguenti 40 giorni. Da noi si dice la stessa cosa per Santa Barbara e per Santa Caterina d’Alessandria.
Era invocato per ottenere la pioggia, il suo culto che prese sviluppo dal secolo X, si estese per la fama di essere un santo guaritore, sia nell’isola di Wight, sia in Francia.
Nel 1093 il suo corpo fu di nuovo trasferito dalla vecchia alla nuova cattedrale di Winchester; la sua festa celebrata il 2 luglio per tutto il Medioevo, fu poi man mano sostituita al 15 luglio, giorno della prima traslazione.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Swithun di Winchester, pregate per noi.


*Beata Viviana Mun Yeong-in - Vergine e Martire (2 luglio)  
Scheda del Gruppo cui appartiene:
"Beati Martiri Coreani" (Paolo Yun Ji-chung e 123 compagni)

Seul, Corea del Sud, 1776 – 2 luglio 1801
Viviana Mun Yeong-in, scelta in tenera età come dama della corte coreana, si avvicinò al cattolicesimo e coltivò la sua fede tramite alcuni dei primi credenti del suo Paese. Arrestata durante la persecuzione del 1801, dopo aver inizialmente vacillato professò con coraggio ciò in cui credeva, fino alla morte per decapitazione, avvenuta il 2 luglio 1801 a venticinque anni, insieme ad altri sette fratelli nella fede.
Inserita con loro nel gruppo di martiri capeggiato da Paolo Yun Ji-chung, è stata beatificata da papa Francesco il 16 agosto 2014, nel corso del viaggio apostolico in Corea del Sud.
Viviana Mun Yeong-in era la terzogenita di una famiglia di ceto medio di Seul. Suo padre, ufficiale governativo di fascia bassa, viveva con Viviana e le sue sorelle minori, tenendo nascoste le figlie maggiori in un altro luogo, per timore che gli venissero portate via per farle diventare dame di corte. Tuttavia, nel 1783, gli ufficiali della corte si resero conto dell’intelligenza e della bellezza di Viviana e la scelsero: aveva appena sette anni.
Dopo che ebbe imparato a scrivere, venne incaricata della stesura dei rapporti. Nel 1797, a ventun anni, dovette temporaneamente lasciare la corte perché era gravemente ammalata.
A quell’epoca sentì parlare dalla religione cattolica da un’anziana donna e apprese il catechismo da lei.
L’anno dopo si recò presso la casa della catechista Colomba Kang Wan-suk: ricevette il Battesimo dal primo sacerdote missionario in Corea, il cinese padre Giacomo Zhou Wen-mo. Continuò a far visita a Colomba per studiare i testi cattolici insieme ad altri fedeli e per partecipare alla Messa.
Nel frattempo, riavutasi in salute, Viviana tornò a corte. Non poteva compiere pienamente tutti i suoi doveri religiosi, ma fece del suo meglio per rimanere fedele alla vita di preghiera. Quando venne scoperta la sua appartenenza al cattolicesimo, venne licenziata dalla corte.
Libera dai suoi impegni, poté dedicarsi pienamente alla religione. Leggeva le vite dei santi e s’impegnava a vivere come loro. Ogni tanto, inoltre, manifestava il desiderio di morire martire. Ma anche la sua famiglia la ripudiò a causa della fede: a quel punto, Viviana prese una casa in affitto a Cheongseok-dong presso Seul, dove ospitò il catechista Agostino Jeong Yak-jong.
Dopo l’inizio della persecuzione Shinyu nel 1801, Viviana tornò a casa, in attesa del giorno in cui sarebbe morta da martire.
Quella prospettiva si realizzò quando venne arrestata, condotta al quartier generale della polizia a Seul e torturata severamente. Nel mezzo della sua sofferenza, dichiarò che avrebbe apostatato, ma si rese subito conto di quanto aveva detto e affermò: «Anche se dovessi morire, non posso cambiare idea circa la mia fede in Dio».
A quel punto, Viviana venne trasferita al Ministero della Giustizia, dove subì ulteriori percosse, in quel caso senza cedere. Provò a esporre la dottrina cattolica e dichiarò quanto segue: «Nella mia prima dichiarazione al quartier generale della polizia ho detto che avrei tradito la religione cattolica, ma erano solo parole. In cuor mio, non ho mai inteso rinunciare alla mia fede.
Ecco perché ho capovolto la mia dichiarazione. Ho creduto in Dio con cuore sincero per molti anni. Perciò non posso cambiare idea in un giorno».
I funzionari del Ministero, una volta compreso che non potevano farla recedere dalle sue idee, pronunciarono la sentenza di morte: «È talmente pervasa dalla religione cattolica che non rinuncerebbe mai ad essa. Perciò merita di morire diecimila volte».
Viviana, insieme a Matteo Kim Hyeon-u, la già menzionata Colomba Kang, Ignazio Choe In-cheol, Susanna Kang Gyeong-bok, Giuliana Kim Yeon-i, Antonio Yi Hyeon e Agata Han Sin-ae, venne condotta presso la Piccola Porta Occidentale di Seul e decapitata il 2 luglio 1801 (22 maggio del calendario lunare). Aveva venticinque anni.
Il suo cruento martirio venne ingentilito da alcuni racconti: ad esempio, si disse che il sangue che le usciva durante le torture si trasformava in fiori che volavano via col vento, mentre quello zampillato dal suo collo al momento della decapitazione era bianco come il latte.
Viviana Mun Yeong-in e i suoi compagni, inseriti nel gruppo di martiri capeggiato da Paolo Yun Ji-chung (del quale fanno parte anche padre Giacomo Zhou Wen-mo e Agostino Jeong Yak-jong), sono stati beatificati da papa Francesco il 16 agosto 2014, nel corso del viaggio apostolico in Corea del Sud.
(Autore: Emilia Flocchini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Beata Viviana Mun Yeong-in, pregate per noi.


*Altri Santi del giorno (2 luglio)

*Sant'Urbano - Papa
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.

 
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