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Santi del 20 Agosto

Il mio Santo > I Santi di Agosto

*Sant'Amatore di Lucca (20 agosto)

Venerato con grande solennità il 20 agosto nel monastero delle suore del Terz'ordine di San Francesco, detto di San Michelotto, che possedeva alcune sue reliquie.
Il culto trasse origine da una leggenda divulgata nel sec. XV, la quale riecheggia nelle linee essenziali quella di Amadoro di Rocamadour, per cui è legittimo sospettare che si tratti dello stesso Santo.
(Autore: Agostino Amore – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Amatore di Lucca, pregate per noi.

*Beata Angelina da Spoleto - Clarissa (20 agosto)
† 1490

La Beata Angelina da Spoleto è una clarissa che visse nel tredicesimo secolo.
Nata da Antonio, un nobile di Spoleto, si fece religiosa intorno al 1440. Entrò nel monastero delle
clarisse di Santa Lucia a Spoleto.
La beata Angelina, fu una monaca amante del silenzio e dell’umiltà. Si tramanda che dormiva solo tre o quattro ore e trascorreva la maggior parte delle sue giornate a pregare, specialmente per le anime del purgatorio.
Ammalatasi gravemente, e costretta a letto per una grave infermità, fu miracolata da Santa Chiara che le apparve con altre sante e fu guarita completamente.
Émorta a Foligno nel 1490.
E proprio con la fine dei suoi giorni venne ricordata nel Martirologio francescano: "Angelicis moribus exornata et Sanctorum apparitionibus recreata ad caelestem sponsum migravit".
Nello stesso testo si ricorda che la sua festa ricorreva al 20 agosto.

(Autore: Mauro Bonato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Angelina da Spoleto, pregate per noi.

*Beato Benedetto Zafont - Mercedario (20 agosto)
+ Barcellona, Spagna, 20 agosto 1535
Nativo di Elche (Alicante) in Spagna, il Beato Benedetto Zafont, fu filosofo e teologo degno di nota.
La sua elezione a Maestro Generale dell'Ordine Mercedario ebbe luogo a Barcellona il 20 agosto 1522 e fu confermata da Papa Adriano Vl°, il 24 ottobre dello stesso anno.
Nell'anno seguente celebrò il suo primo capitolo in Barcellona.
Stimolò il movimento culturale dell'Ordine, ampliando i privilegi dei maestri in teologia, equiparandoli ai dottori in diritto canonico.
Elesse vicari generali per l'Italia tra i religiosi di maggiore autorità e prestigio.
Dopo 13 anni di generalato, amministratolo in maniera esemplare ed eccellente, colmo di doni celesti e santi meriti morì a Barcellona il 20 agosto 1535, il suo corpo giace sepolto sotto l'altare maggiore della chiesa del suo convento, in un sepolcro particolare.
L'Ordine lo festeggia il 20 agosto.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Benedetto Zafont, pregate per noi.

*San Bernardo di Chiaravalle - Abate e Dottore della Chiesa (20 agosto)
Digione, Francia, 1090 - Chiaravalle-Clairvaux, 20 agosto 1153
Bernardo, dopo Roberto, Alberico e Stefano, fu padre dell'Ordine Cistercense. L'obbedienza e il bene della Chiesa lo spinsero spesso a lasciare la quiete monastica per dedicarsi alle più gravi questioni politico-religiose del suo tempo. Maestro di guida spirituale ed educatore di generazioni dei santi, lascia nei suoi sermoni di commento alla Bibbia e alla liturgia un eccezionale documento di teologia monastica tendente, più che alla scienza, all'esperienza del mistero. Ispirò un devoto affetto all'umanità di Cristo e alla Vergine Madre. (Mess. Rom.)
Patronato: Apicoltori
Etimologia: Bernardo = ardito come orso, dal tedesco
Emblema: Bastone pastorale, Libro
Martirologio Romano: Memoria di san Bernardo, abate e dottore della Chiesa, che entrato insieme a trenta compagni nel nuovo monastero di Cîteaux e divenuto poi fondatore e primo abate del monastero di Chiaravalle, diresse sapientemente con la vita, la dottrina e l’esempio i monaci sulla via dei precetti di Dio; percorse l’Europa per ristabilirvi la pace e l’unità e illuminò tutta la Chiesa con i suoi scritti e le sue ardenti esortazioni, finché nel territorio di Langres in Francia riposò nel Signore.
A ventidue anni si fa monaco, tirando con sé una trentina di parenti.
Il monastero è quello fondato da Roberto di Molesmes a Cîteaux (Cistercium in latino, da cui cistercensi).
A 25 anni lo mandano a fondarne un altro a Clairvaux, campagna disabitata, che diventa la Clara Vallis sua e dei monaci. È riservato, quasi timido. Ma c’è il carattere.
Papa e Chiesa sono le sue stelle fisse, ma tanti ecclesiastici gli vanno di traverso. È severo anche coi monaci di Cluny, secondo lui troppo levigati, con chiese troppo adorne, "mentre il povero ha fame".
Ai suoi cistercensi chiede meno funzioni, meno letture e tanto lavoro. Scaglia sull’Europa incolta i suoi miti dissodatori, apostoli con la zappa, che mettono all’ordine la terra e l’acqua, e con esse gli animali,
cambiando con fatica e preghiera la storia europea.
E lui, il capo, è chiamato spesso a missioni di vertice, come quando percorre tutta l’Europa per farvi riconoscere il papa Innocenzo II (Gregorio Papareschi) insidiato dall’antipapa Pietro de’ Pierleoni (Anacleto II). E lo scisma finisce, con l’aiuto del suo prestigio, del suo vigore persuasivo, ma soprattutto della sua umiltà.
Questo asceta, però, non sempre riesce ad apprezzare chi esplora altri percorsi di fede. Bernardo attacca duramente la dottrina trinitaria di Gilberto Porretano, vescovo di Poitiers. E fa condannare l’insegnamento di Pietro Abelardo (docente di teologia e logica a Parigi) che preannuncia Tommaso d’Aquino e Bonaventura.
Nel 1145 sale al pontificato il suo discepolo Bernardo dei Paganelli (Eugenio III), e lui gli manda un trattato buono per ogni papa, ma adattato per lui, con l’invito a non illudersi su chi ha intorno: "Puoi mostrarmene uno che abbia salutato la tua elezione senza aver ricevuto denaro o senza la speranza di riceverne? E quanto più si sono professati tuoi servitori, tanto più vogliono spadroneggiare".
Eugenio III lo chiama poi a predicare la crociata (la seconda) in difesa del regno cristiano di Gerusalemme. Ma l’impresa fallirà davanti a Damasco.
Bernardo arriva in una città e le strade si riempiono di gente. Ma, tornato in monastero, rieccolo obbediente alla regola come tutti: preghiera, digiuno, e tanto lavoro.
Abbiamo di lui 331 sermoni, più 534 lettere, più i trattati famosi: su grazia e libero arbitrio, sul battesimo, sui doveri dei vescovi... E gli scritti, affettuosi su Maria madre di Gesù, che egli chiama mediatrice di grazie (ma non riconosce la dottrina dell’Immacolata Concezione).
Momenti amari negli ultimi anni: difficoltà nell’Ordine, la diffusione di eresie e la sofferenza fisica. Muore per tumore allo stomaco.
È seppellito nella chiesa del monastero, ma con la Rivoluzione francese i resti andranno dispersi; tranne la testa, ora nella cattedrale di Troyes.
Alessandro III lo proclama santo nel 1174. Pio VIII, nel 1830, gli dà il titolo di Dottore della Chiesa.
(Autore: Domenico Agasso - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Bernardo di Chiaravalle, pregate per noi.

*San Bernardo Tolomei - Fondatore degli Olivetani (20 agosto)  
Siena, 1272 - 20 agosto 1348
Giovanni (questo il nome di battesimo) si unisce ai Disciplinanti di Santa Maria, sodalizio di laici dediti alla preghiera e alla carità. Sui 40 anni la svolta: lascia tutto e si ritira fuori città, ad Accona, campagna deserta e incolta tra collinette di creta. Qui lui e alcuni amici si scavano grotte per vivere da eremiti.
Dopo qualche anno, gli eremiti decidono di unirsi, vivendo in comunità sull’altura di Monte Oliveto, presso Buonconvento, a sudest di Siena.
Qui nasce nel 1319 il monastero di Santa Maria, con la Regola benedettina. Bernardo fa eleggere come primo abate il suo amico Patrizio Patrizi, ma poi dovrà obbedire ai monaci, che vogliono lui per capo fino alla morte.
Intanto è chiamato a fondare una decina di altri monasteri. E così si ritrova inaspettatamente fondatore e capo di un Ordine religioso, coi suoi “monaci bianchi”, presenti sempre a Monte Oliveto anche all’inizio del Terzo Millennio, fedeli alla Regola benedettina del pregare e lavorare, coltivando una spiritualità mariana che orienterà anche altre famiglie religiose, e impegnati in un’attività culturale di vasta influenza in Italia e in Europa.
Martirologio Romano: A Siena, transito del beato Bernardo Tolomei, abate, che, fondatore della Congregazione Olivetana sotto la regola di san Benedetto, si applicò con premura all’osservanza della disciplina monastica e, durante una epidemia di peste diffusasi in tutta l’Italia, morì presso i monaci di Siena che ne erano stati colpiti.
Ha aspettato 661 anni per vedersi proclamare santo: vicende storiche e l’incessante scorrere dei secoli hanno pesato sulla sua causa di canonizzazione, al punto che solo domenica 26 aprile il Papa ha potuto dichiarare santo Giovanni Bernardo Tolomei, il fondatore degli Olivetani.
Nasce il 10 maggio 1272 a Siena e viene battezzato con il nome di Giovanni; la sua è una delle famiglie più nobili e potenti della città, e questo potrebbe fare la differenza tra noi e lui; ma la crisi politica, economica e morale che caratterizza il periodo in cui vive lo rende straordinariamente nostro contemporaneo, a dimostrazione che nulla di nuovo avviene sotto il sole e, soprattutto, che in qualsiasi momento si può fare della nostra vita un capolavoro d’amore.
Un brillante percorso scolastico e una memoria prodigiosa fanno di lui, ancora giovanissimo, uno dei docenti di Giurisprudenza nella prestigiosa università senese.
Sono stati invece i domenicani della città a trasfondergli una fede autentica, una carità operosa e un grande amore per la preghiera: virtù che non lo abbandonano, anche quando si lascia avvolgere dai fasti di una vita spensierata e gaudente. In età matura attraversa una crisi religiosa, dalla quale emerge con fatica. Tutto inizia con una misteriosa malattia agli occhi, che peggiora al punto da portarlo alla completa cecità; unico barlume di speranza, in questo periodo buio dentro e fuori di lui, resta quello che ha imparato dai Domenicani e che lo porta a promettere di donarsi interamente a Dio se solo potrà recuperare la vista.
Che prodigiosamente ritorna, almeno in quantità tale da permettergli una vita autonoma e da consentirgli, alla soglia dei 40 anni, di adempiere il suo voto.
Ma non dai Domenicani (ai quali pure deve tanta riconoscenza) e neppure in una delle congregazioni già esistenti: le tante crisi che agitano il Trecento e forse anche il ricordo dei suoi recenti anni troppo gaudenti, gli impongono di cercare Dio nella solitudine, nella preghiera e nella contemplazione.
È così che, insieme ad un paio di amici, nobili e ricchi come lui, e come lui desiderosi di incontrare Dio, si rifugia in una proprietà della sua famiglia, ricca di rovi e di vecchi ulivi, da dissodare e disboscare. Quei giovanotti, con le mani ben curate e senza calli, faticano ad adattarsi a quei lavori manuali, ma compiono progressi straordinari sulla strada che porta a Dio.
E sono contagiosi, perché attirano, con il loro esempio e con la loro vita austera, tanti altri. La comunità cresce, arricchita da “nobili e ignobili”, come dicono le cronache del tempo: cioè dai figli delle famiglie nobili come da quelli delle famiglie proletarie: vivono in fraternità, secondo lo spirito delle prime comunità cristiane, mettendo tutto in comune e lavorando per vivere; come cella non hanno altro che le grotte di cui la zona è ricca.
La gelosia finisce anche per lambire questa straordinaria comunità penitente e orante, facendo circolare voci malevoli.
Arrivano i legati di papa Giovanni XXII, mandati a controllare cosa ci sia di vero, e devono ammettere che tutto funziona; solo si raccomandano che la nuova comunità, viste le proporzioni che sta assumendo, si dia una regola, scegliendola tra quelle esistenti e già approvate dalla Chiesa.
Nasce così la congregazione e il monastero di Santa Maria del Monte Oliveto: la Regola cui si rifanno è quella di San Benedetto, il loro abito è di colore bianco in onore della Madonna e Giovanni Tolomei sceglie il nome di Bernardo, in onore dell’abate di Chiaravalle, anch’ egli innamorato di Maria. Non accetterà mai di essere ordinato prete giudicandosene indegno e accontentandosi di essere semplice diacono; come non accetterà per lungo tempo di essere abate del monastero che ha fondato: ufficialmente, dice, per i suoi problemi di vista e per le sue incapacità; in realtà, per l’umiltà che gli impone di essere l’ultimo di tutti e al servizio di tutti.
Quando capisce che l’essere abate è il modo vero per mettersi a completo servizio dei confratelli, accetta anche questa nomina, diventando il modello dei monaci.
Che crescono di numero, come i monasteri che bisogna aprire ovunque, e che in quella carica lo riconfermano, ogni anno, per 26 anni, praticamente fino alla morte. La peste nera del 1348 mette alla prova la coerenza e la carità di Fra Bernardo e dei suoi monaci: non solo li manda a curare gli appestati, ma lui stesso scende a Siena per incoraggiarli e sostenerli. Muoiono a decine (almeno 80) e anche Fra Bernardo ne è contagiato.
Muore di peste il 20 agosto, vittima dell’amore che non solo ha insegnato, ma concretamente esercitato. Fino al dono completo di sé.
(Autore: Gianpiero Pettiti - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Figlio di Mino della nobile famiglia dei Tolomei, Giovanni che in seguito cambierà il nome in Bernardo, nacque a Siena nel 1272; la sua biografia è tratta dalla ricerca del domenicano Gregorio Lombardelli
(†1613) anche se non tutta documentata.
La madre Fulvia Tancredi ebbe una visione prima della nascita; da giovane avrebbe studiato nel convento domenicano di s. Domenico in Siena, proseguendo gli studi fino a diventare maestro di diritto nell’Università della città e cavaliere dell’Impero.
In preda a crisi religiosa, ottenne, per intercessione della Madonna, la guarigione da una malattia agli occhi, questo lo portò ad abbandonare la città e la sua vita mondana; seguendo l’ispirazione nel 1313, anno di nuove cruente lotte fra le fazioni cittadine, Bernardo Tolomei con due concittadini i nobili Patrizio Patrizi e Ambrogio Piccolomini, lasciarono Siena ritirandosi ad Accona una proprietà dei Tolomei a 15 km dalla città.
Deposti gli abiti signorili, li sostituirono con più modesti, cambiati i nomi, si dedicarono ad una vita di preghiera, di penitenza e solitudine eremitica; sono ancora conservate le grotte di questo periodo, compresa una piccola cappella che il Tolomei si era fatto costruire.
Ma la loro vita ascetica, richiamò presso di loro molti uomini, nobili e plebei, desiderosi di associarsi alla loro vita. Bernardo che si riteneva responsabile di tutti, si rivolse al vescovo di Arezzo nella cui giurisdizione era il luogo prescelto, per avere l’autorizzazione canonica alla sua posizione e a quella di tutti gli altri.
Il 26 marzo 1319, il vescovo d’Arezzo Guido Tarlati, rilasciò a Bernardo Tolomei e Patrizio Patrizi, convenuti nell’episcopio, la ‘Charta fundations’ del nascente monastero di S. Maria di Monte Oliveto, sotto la Regola di s. Benedetto. Fu scelto un abito bianco con l’intento di onorare la Vergine Maria a cui era devotissimo Bernardo e la cui devozione mariana rimarrà in eredità alla spiritualità della Congregazione.
Nello stesso 1319 il monastero di Accona diventò di Monte Oliveto con in seguito l’aggiunta di Maggiore, per distinguerlo dagli altri che verranno, Bernardo e i suoi compagni, fanno nello stesso anno la professione religiosa, ricevendo l’abito monastico dalle mani del delegato del vescovo.
Lasciato lo stile di vita eremitica, presero a professare la Regola Benedettina arricchita dalla precedente esperienza ascetica, però stabilirono che l’abate fosse eletto per un solo anno.
I monaci lo elessero come primo abate, ma Bernardo adducendo il fatto delle difficoltà visive, non accettò e così fu eletto Patrizio Patrizi; ma nel 1321 non poté più rifiutarsi e divenne abate del suo monastero; la prova della sua eccezionale personalità, la si ebbe quando i monaci, anno dopo anno, lo elessero per 27 volte abate, praticamente fino alla morte, dandogli ogni facoltà di decisione senza rendere conto a loro.
Cercò per almeno due volte di lasciare l’incarico, nel 1326 e 1342, facendo presente le sue difficoltà di vista e il fatto che non era sacerdote, avendo ricevuto soltanto gli ordini minori, ma i giuristi ed i legati pontifici, ribadirono la sua legittimità canonica. Ancora in vita Bernardo, si aggiunsero alla prima abbazia perlomeno altri undici monasteri, l’abate ottenne anche dal papa Clemente VI, residente ad Avignone, il 21 gennaio 1344, l’approvazione pontificia.
Il misticismo di Bernardo ci è raccontato dalla tradizione dei suoi colloqui con il Crocifisso e altre apparizioni di santi. Nel 1348 imperversò la grande peste e l’abate scese da Monte Oliveto per recarsi nel monastero di S. Benedetto colpito dal morbo, come tutta Siena; numerose furono le vittime anche fra i monaci; dopo aver aiutato e confortato i propri figli e fratelli nella fede, proprio nel 1348 Bernardo morì colpito anche lui dalla peste, secondo la tradizione il 20 agosto e sepolto nel monastero cittadino.
Purtroppo delle sue reliquie si sono perse le tracce, dopo la distruzione del monastero di Siena nel 1554, durante la guerra fra Carlo V e la Repubblica Senese.
La Congregazione Olivetana ha sempre portata avanti la causa di beatificazione del suo fondatore, considerandolo beato sin dal secolo XV, se ne ha la prova nel ‘diario’ di papa Pio II (Piccolomini), che visitò il monastero di Monte Oliveto nel 1462.
Il suo culto comunque fu confermato come Beato con decreto della Congregazione dei Riti del 24 novembre 1644. Nel 1680 la festa religiosa del 20 agosto fu spostata al 21 agosto a causa della concomitanza della festa del grande San Bernardo di Chiaravalle.
Per lo scompiglio portato dalle persecuzioni contro gli Ordini religiosi, specie nel Regno di Napoli e in Toscana, la causa è stata interrotta e solo nell’ottobre 1968 è stata ripresa in esame dalla Congregazione dei Riti. E’ esistente un’enorme mole di biografie che lo riguardano, in contrasto con l’assenza di suoi scritti.
Cicli di affreschi pittorici che lo raffigurano sono un po’ in tutti i monasteri e chiese olivetane e nei palazzi delle Istituzioni di Siena.
Papa Benedetto XVI lo ha canonizzato il 26 aprile 2009.
Oggi il suo culto è stato fissato dal Martyrologium Romanum al 20 agosto, mentre la Congregazione Benedettina Olivetana di Monte Oliveto Maggiore festeggia il Santo il 19 agosto.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Bernardo Tolomei, pregate per noi.

*Santi Cristoforo e Leovigildo - Monaci (20 agosto)  

Martirologio Romano: A Córdova nell’Andalusia in Spagna, santi martiri Leovigildo e Cristoforo, monaci, che, durante la persecuzione dei Mori, professarono spontaneamente la fede in Cristo davanti al giudice e furono per questo decapitati, ottenendo la palma del martirio.
Santi Cristoforo e Leovigildo, martiri
Le notizie sulla loro vita e sul loro martirio sono tramandate dal contemporaneo Eulogio di Cordova, che dedica loro il capo XI del libro II della sua opera Memoriale Sanctorum (in PL, CXV, coll. 793-94; cf. anche A. Morales, Scholia in Memoriale Sanctorum, ibid., coll. 892 sgg.).
Cristoforo e Leovigildo furono monaci in due monasteri nelle vicinanze di Cordova: si è creduto da alcuni che si trattasse di monasteri benedettini, ma la cosa sembra poco verisimile e bisogna dire piuttosto che in essi erano seguite le regole di san Fruttuoso.
Cristoforo, nativo di Cordova, forse parente (contribulis noster) e discepolo dello stesso Eulogio, entrò in giovane età nel monastero di San Martino a Rojana, località non identificata della Sierra de Cordoba, dove visse santamente lunghi anni.
Nell'852, sotto il califfato di Maometto I, riprese la persecuzione, provocata anche dallo zelo intempestivo di alcuni cristiani. Nello stesso anno, si tenne perciò, a Cordova, un concilio, in cui si proibì di presentarsi spontaneamente ai persecutori.
Forse prima dello stesso concilio, alla notizia della morte gloriosa dei primi martiri, Cristoforo scese a Cordova e, presentatosi al giudice, professò solennemente la propria fede, preannunziando l'inferno per chi avesse persistito negli errori diffusi dal falso profeta Maometto. Fu immediatamente incarcerato. Allora, anche il giovane monaco Leovigildo che, originario di Elvira, viveva nel monastero dei SS. Giusto e Pastore a Fraga, località non identificata nella Sierra de Cordoba, scese in città, dove incontrò Eulogio, e si presentò ai giudici professando la fede cristiana. Schiaffeggiato e insultato, fu quindi incarcerato insieme con Cristoforo.
Eulogio nota che nel giorno dell'esecuzione, giunti al luogo del supplizio, Leovigildo, reverentia aetatis, lasciò la precedenza a Cristoforo; furono ambedue decapitati il 20 agosto 852 e i loro corpi furono bruciati. I cristiani di Cordova, tuttavia, riuscirono ad impedire che le sacre spoglie fossero completamente preda delle fiamme e le seppellirono nella basilica di San Zoillo.
Usuardo, che nell'858 si recò in Spagna e incontrò Eulogio, menzionò i due martiri al 20 agosto (cf. PL, CXXIV, col. 379); anche il Martirologio Romano celebra la loro memoria lo stesso giorno. La festa dei due martiri è celebrata nella diocesi di Cordova il 23 agosto, in quella di Granata, invece, il 26 dello stesso mese.
(Autore: Gian Michele Fusconi - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Cristoforo e Leovigildo, pregate per noi.

*San Donorzio di Murthlac - Vescovo (20 agosto)  
† 1098 (?)

San Donorzio (o Donort o Donercius), secondo il "Registrum episcopatus Aberdonensis: ecclesie Cathedralis Aberdonensis regesta que extant in unum collecta". É il secondo vescovo di Murthlac
Di questo vescovo santo conosciamo solo il nome, non avendo alcuna prova circa la sua esistenza.
Si presume visse intorno al mille e si pensa sia deceduto nel 1098.
Secondo la tradizione, la diocesi di Murthlac nel Banffshire. Sarebbe stata istituita dopo la vittoria sui danesi del re scozzese Malcolm III.
É stato lo stesso re ad erigere la diocesi.
Della diocesi di Murthalac cui conosciamo solo i nomi dei tre primi vescovi, San Beano, San Donorzio e Cormac. Tutti i tre prelati sono vissuti intorno all’XI secolo.
San Donorzio succede a san Beano (Beóán), primo vescovo di Murthlac in Scozia. Gli storici sono dubbiosi circa la sua esistenza, anche se sono state rivenute le sue reliquie, che tutt’oggi sono conservate a Tamlachta Umail presso Loch Bricrenn.
La sede episcopale, fondata presumibilmente intorno al 1065, nell’aprile del 1132 fu trasferita dal vescovo Nechtan a Aberdeen.
L’erezione di questa diocesi, secondo alcuni studiosi, farebbe parte di quella trasformazioni della Chiesa scozzese, da Chiesa a carattere celtico monastico a Chiesa romana.
La festa di San Donorzio ricorre il 20 agosto.

(Autore: Mauro Bonato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Donorzio di Murthlac, pregate per noi.

*Beato Enrique Rodriguez Tortosa - Laico e Martire (20 agosto)  

Schede dei Gruppi a cui appartiene:
"Beati 115 Martiri spagnoli di Almería" Beatificati nel 2017
"Santi, Beati e Servi di Dio Martiri nella Guerra di Spagna" Vittime della persecuzione religiosa - Senza Data (Celebrazioni singole)

Terque, Spagna, 30 aprile 1908 – 20 agosto 1936

Enrique Rodríguez Tortosa nacque a Terque, in provincia e diocesi di Almería, il 30 aprile 1908. Di professione operaio, era membro di Azione Cattolica.
Mentre si trovava sulla piazza del suo paese insieme allo scrivano José Tapia Diaz de Villachica, anche lui socio di Azione Cattolica, fu fermato da alcuni miliziani, che volevano obbligare entrambi a bestemmiare.
Si rifiutarono: vennero quindi fatti salire su una camionetta e uccisi in odio alla fede cattolica il 20 agosto 1936. Inseriti in un gruppo di 115 martiri della diocesi di Almeria, sono stati beatificati ad Aguadulce, presso Almería, il 25 marzo 2017.

(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Enrique Rodriguez Tortosa, pregate per noi.

*Sant'Erberto - Arcivescovo di Conza (20 agosto)  
Conza, sec. XII – † Conza, 1181 ca.
Nato nel XII secolo, fu arcivescovo della diocesi di Conza (Avellino). Sant'Erberto è tuttora venerato patrono della città e della diocesi, l'antica Compsa degli irpini, potente contea longobarda. Fu presente al III Concilio lateranense del 1179. Considerato un pastore illustre per santità e per dottrina, morì intorno al 1181. Nel 1758 in onore del patrono fu eretta una preziosa statua d'argento, alla fine del XIX secolo gli fu intitolata anche una Cassa rurale.  (Avvenire)
Patronato: Conza (AV)
Etimologia: Erberto = guerriero illustre, dal tedesco
S. Erberto è tuttora veneratissimo patrono della città e diocesi di Conza (AV), l’antica ‘Compsa’ degli Irpini, vasta e potente contea longobarda; visse nella seconda metà del secolo XII, come attestato da una pergamena del 1169 conservata nell’archivio arcivescovile di Conza, sulla quale è scritto, che concedeva a Roberto, vescovo di Muro Lucano, la facoltà di consacrare una chiesa in onore di s. Martino.
Fu presente nel 1179, al III Concilio Lateranense; fu considerato un pastore illustre per santità e per dottrina e morì verso il 1181.
Il 23 marzo 1684 l’arcivescovo teatino Gaetano Caracciolo, compì una ricognizione delle reliquie deposte in un altare laterale, trasferendole in un’urna sotto l’altare maggiore della cattedrale di Conza, ove sono tuttora; in questa occasione l’arcivescovo prelevò l’anello episcopale, che ogni anno, nella vigilia della festa del 20 agosto, viene immerso nell’acqua, poi distribuita ai fedeli per devozione, al canto dell’inno dei Santi confessori.
I venerati pastori di questa diocesi e città, tanto colpita e risorta nei secoli dai ricorrenti terremoti, l’ultimo dei quali nel 1980, favorirono sempre con entusiasmo il culto del santo; per volontà dell’arcivescovo Giuseppe Nicolai († 1758), fu eretta in onore del patrono, una preziosa statua di argento e l’arcivescovo Antonio Buglione alla fine del secolo XIX, gli intitolò una Cassa Rurale.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Erberto, pregate per noi.

*San Filiberto di Jumieges - Abate (20 agosto)  
Filiberto, abate di Jumièges e di Noirmoutier, nacque in Guascogna verso il 616. Nel 636 entrò nel monastero di Rebais, presso Coulommiers (Seine-et-Marne), che il suo amico Audoeno aveva appena fondato. Verso il 650 Filiberto eletto abate. Da qui intraprese la visita ai principali monasteri dell'Ile-de-France, di Borgogna e d'Italia, in particolare a Luxeuil e Bobbio.
Al termine di questo viaggio si diresse verso Rouen, di cui il suo amico Audoeno era arcivescovo dal 641, e fondò sulla riva della Senna il monastero di Jumièges.
Nel 676 entrò in conflitto con il maestro di palazzo, Ebroino, e dopo un periodo di residenza sorvegliata andò a Poitiers, presso il vescovo Ansoaldo, che gli concesse un isola sulle coste della Vandea, dove fondò il monastero di Noirmoutier. Dopo la morte di Ebroino (683) e forse anche quella di Audoeno (684), Filiberto poté ritornare a Jumièges. Rientrato a Noirmoutier, vi morì forse nel 685 o più probabilmente in uno degli anni seguenti.  (Avvenire)
Etimologia: Filiberto = molto illustre, dal tedesco
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: Nell’isola di Noirmoutier sempre in Aquitania, san Filiberto, abate, che, educato alla corte del re Dagoberto e divenuto monaco quando era ancora adolescente, fondò e resse dapprima il cenobio di Jumièges e poi quello di Noirmoutier.
Filiberto (fr. Philibert), abate di Jumièges e di Noirmoutier, nacque in Guascogna verso il 616. Suo padre, il conte Filibaldo, divenuto, in seguito, vescovo di Aire, lo inviò alla corte del re Dagoberto, dove ebbe per condiscepoli Vandregisilo, il futuro abate di Fontenelle, e Audoeno, futuro arcivescovo di Rouen. Sembra fosse dotato di un carattere assai risoluto, che fu sovente per lui fonte di urti e di difficoltà.
Nel 636 entrò nel monastero di Rebais, presso Coulommiers (Seine-et-Marne), che il suo amico Audoeno aveva appena fondato e affidato a monaci originari di Luxeuil. Verso il 650, alla morte dell'abate Agilo, Filiberto fu designato a succedergli. Governò il suo
monastero con rigore e lasciando così poca libertà ai monaci che alcuni gli si ribellarono e tentarono di espellerlo; ma i due sobillatori morirono in condizioni tragiche e gli altri non poterono far altro che sottomettersi.
Sentendo, come riferisce il suo biografo, la necessità di meglio conoscere la tradizione monastica, ma forse anche perché la sua posizione stava diventando insostenibile a Rebais, intraprese la visita ai principali monasteri dell'Ile-de-France, di Borgogna e d'Italia, in particolare a Luxeuil e Bobbio. Nello stesso tempo studiò le regole di San Basilio, San Macario, San Benedetto e San Colombano. Al termine di questo viaggio, non rientrò a Rebais, ma si diresse verso Rouen, di cui il suo amico Audoeno era arcivescovo dal 641, e fondò sulla riva della Senna, in una proprietà offertagli dal re Clodoveo II e dalla regina Batilde, il monastero di Jumièges, dedicato a San Pietro (654). L'abbazia si sviluppò rapidamente irradiando su tutta la contrada il suo fervore spirituale e missionario; va posta in questo periodo la fondazione, fatta da Filiberto verso l'anno 662, d'un monastero femminile a Pavilly, su un terreno dato dal signore Amalberto.
Nel 676, Filiberto entrò in conflitto con il maestro di palazzo, Ebroino che, dopo un esilio a Luxeuil, era ricomparso sulla scena politica ed aveva fatto accecare il vescovo di Autun, s. Leodegario. Filiberto rimproverò al tiranno quella che chiamava la sua apostasia e si dichiarò pronto a subire il martirio.
Ebroino preferì non affrontare direttamente Filiberto e intervenne presso Sant' Audoeno che acconsentì a mettere l'abate di Jumièges in residenza sorvegliata.
Ben presto liberato, Filiberto non poté tuttavia rientrare a Jumièges ed andò a Poitiers, presso il vescovo Ansoaldo, che incoraggiò il suo apostolato. Cominciò col restaurare il monastero di Quincay a nove km. da Poitiers; poi Ansoaldo, che forse non desiderava vederlo troppo vicino alla sua città episcopale, gli concesse l'isola di Her o Herio, sulle coste della Vandea, per stabilirvi un monastero di cui il nome primitivo di Hermoutier (Herimonasterium) fu trasformato più tardi in Noirmoutier. Alcuni monaci di Jumièges vennero a popolare questa novella badia che a sua volta divenne un focolare apostolico oltre che un centro economico, poiché Filiberto insegnò agli abitanti della costa a preparare le saline.
Dopo la morte di Ebroino (683) e forse anche quella di s. Audoeno (684), Filiberto poté ritornare a Jùmièges. I monaci, la maggior parte dei quali gli era rimasta fedele, lo accolsero trionfalmente; il nuovo maestro di palazzo, Varatone, gli offrì una proprietà a Montivilliers, presso Le Havre, per farvi stabilire delle monache. Filiberto non passò, quindi, che qualche mese a Jumièges: aveva fretta di rivedere la sua giovane abbazia di Noirmoutier; passando per Quincay, nominò Acardo, superiore del monastero, abate di Jumièges. Rientrato finalmente a Noirmoutier, vi morì in pace un 20 agosto, forse nel 685 o più probabilmente in uno degli anni seguenti, lasciando il ricordo di una figura di abate energico e intraprendente, che esigeva da se stesso, ma anche dagli altri e la cui personalità possente si era rivelata talvolta molto ingombrante.
I suoi resti furono inumati a Noirmoutier. Nell'836 i monaci, temendo le incursioni dei Normanni, trasportarono il suo corpo nella loro proprietà di Déas, oggi Saint-Philibert-de-Grand-Lieu, a venticinque km. a sud-ovest di Nantes, dove costruirono, per metterlo al riparo, una chiesa che esiste tuttora. Ma i Normanni sbarcarono dopo breve tempo sul continente e i monaci, per proteggere ancora il corpo del loro fondatore da ogni profanazione, lo trasportarono prima nel monastero di Cunault nell'Anjou (858), poi a Messay nel Poitou (862), a Saint-Pourcain-sur-Sioule nell'Allier (872), infine a Tournus (Saone-et-Loire), dove giunsero il 14 maggio 875.
Queste peregrinazioni, accompagnate da miracoli, contribuirono a diffondere il nome e il culto di Filiberto dalla Normandia e dal Poitou fino alla Borgogna, dove le chiese di Tournus e di Charlieu, e una chiesa di Digione, sono a lui intitolate. Tredici comuni di Francia portano il suo nome sotto la forma di Philbert o Philibert.
La sua festa è celebrata il 20 agosto.
La Vita di s. Filiberto fu composta alla metà del sec. VIII da un monaco anonimo di Jumièges e, quantunque essa abbondi in prodigi, sembra abbastanza esatta nei dati storici. Nella metà del sec. IX un altro monaco di Jumièges, Ermentario, redasse un racconto delle Translationes et miracula.
(Autore: Philippe Rouillard - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Filiberto di Jumieges, pregate per noi.

*Beato Francesco Matienzo - Mercedario (20 agosto)

XIV secolo
Mercedario di famosa santità e cultura, il Beato Francesco Matienzo, passando in redenzione nelle città spagnole occupate dai saraceni, liberò 185 schiavi nell'anno 1371. Pieno di meriti morì vecchio venerando gloria dell'Ordine stesso e della Chiesa.
L'Ordine lo festeggia il 20 agosto.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Francesco Matienzo, pregate per noi.

*Beato Gervasio Brunel - Sacerdote e Martire (20 agosto)
Scheda del gruppo a cui appartiene:
"Beati Martiri dei Pontoni di Rochefort" - 64 Martiri della Rivoluzione Francese + 20 agosto 1794
Martirologio Romano:
In una galera ancorata al largo di Rochefort sulla costa francese, Beati Ludovico Francesco Le Brun e Gervasio Brunel, sacerdoti e martiri, dei quali il primo era monaco della Congregazione Benedettina di San Mauro e il secondo priore dell’abbazia cistercense dei Trappisti: consegnati entrambi a una disumana prigionia durante la rivoluzione francese, consumarono il loro martirio consunti da malattia.
Nelle ore più oscure della rivoluzione francese sacerdoti e religiosi, ormai considerati nemici del popolo, sono inseguiti, arrestati e ammassati nelle carceri dei diversi dipartimenti, prima di essere condotti - spesso con marce forzate - verso la costa, per essere deportati. Questa deportazione nella Guyana per molti di loro non avverrà mai.
Nella primavera del 1794 soggiorneranno nelle fortezze della Gironda o su delle navi negriere, soprattutto la "Deux Associés" e la "Washington", ancorate nella rada dell'isola di Aix, vicino a Rochefort.
Su queste navi, "i pontoni", le condizioni di vita sono tali che, in qualche mese, due terzi dei deportati trovarono la morte: 547 morti su 829.
L'affollamento eccessivo, le fumigazioni mattutine che impestavano le stive invece di purificarle, il nutrimento malsano e insufficiente e, ben presto, il tormento dei pidocchi fecero dei pontoni un vero inferno.
Il colpo di stato del 9 Termidoro addolcirà un poco quella che sarà chiamata "la ghigliottina secca". Sull'isola Madame verrà rizzato un ospedale di tende, dove moriranno ancora numerosi prigionieri.
Il 1° ottobre 1995 il Papa Giovanni Paolo II beatificò 64 di questi martiri, fra cui due monaci di Sept-Fons e uno della Trappa, della cui pietà, carità e spirito d'abbandono sono rimaste le testimonianze in diverse relazioni.
Don Gervasio Brunel, morto a cinquant' anni nell'ospedale di tende allestito nell'isola Madame. Colpito da tifo e ridotto agli estremi, morì il giorno stesso dello sbarco, il 20 agosto 1794.
Il suo calvario fu simile a quello di Don Paul di Sept-Fons: superiore della Trappa dal 1790, si oppose al progetto di Don Agostino di Lestrange, maestro dei novizi, di cercare un rifugio all'estero per condurvi in pace la vita monastica.
Col precipitare però degli eventi, Don Agostino fu lasciato libero e la comunità si disperse progressivamente.
Espulso con gli ultimi 28 monaci il 3 giugno 1792, Don Gervasio tentò di raggiungere la Svizzera, ma fu arrestato.
Condannato alla deportazione, fu imbarcato sulla "Bonhomme Richard" e poi trasferito sulla "Deux Associés".
In una relazione si fa menzione di lui come di un condannato fra i più conosciuti, religioso fervente, uomo di pietà e di grande virtù.
(Autore: Santa Sede – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Gervasio Brunel, pregate per noi.

*Beato Giorgio Hafner - Sacerdote e Martire (20 agosto)
Würzburg, Germania, 19 ottobre 1900 - Dachau, Germania, 20 agosto 1942
Beatificato il 15 maggio 2011.
“Non vogliamo né condannare un essere umano, né serbare del rancore nei confronti di chiunque esso sia, ma vogliamo essere buoni verso tutti”, disse il sacerdote prima di essere ucciso.
Georg Häfner nacque a Würzburg nel 1900.
Alla fine della Prima Guerra Mondiale, dopo aver prestato il servizio militare come aiutante per un anno, iniziò a studiare Teologia e a far parte dell'associazione cattolica studentesca “Unitas”.
Aderì poi al terz'ordine del monte Carmelo, come risposta alla vocazione che aveva coltivato sin da bambino, essendo cresciuto nell'ambiente delle Carmelitane del monastero di Himmelspforten, dove era stato chierichetto.
Venne ordinato sacerdote il 13 aprile 1924. “Le sue attività pastorali coincisero proprio con il periodo della dittatura nazionalsocialista”, ha affermato in un comunicato il postulatore della sua causa, l'avvocato Andrea Ambrosi.
“Da ecclesiastico serio e convinto, egli si dedicò molto seriamente ai suoi obblighi e adempimenti”, indica la nota. “Ma fu inevitabile che il suo zelo pastorale lo facesse entrare in conflitto con i nazionalsocialisti, al punto che lui, sacerdote tanto buono e veramente disponibile verso tutti, diventa un 'nemico' politico, un perseguitato”.
Nel 1938 ricevette una visita del Vescovo della sua Diocesi che restò molto soddisfatto della catechesi che svolgeva e segnalò in un rapporto, tra gli altri aspetti, la buona formazione religiosa
che avevano i bambini di quel luogo.
“Sono circa 700 i fedeli che ricevono la santa Comunione, e questo è un motivo di gioia”, diceva il rapporto.
Erano sicuramente iniziative che davano fastidio al regime nazista.
Il 3 ottobre 1941 padre Häfner venne fermato per precauzione. Il 31 dello stesso mese venne arrestato e poi portato nel campo di concentramento di Dachau, dove venne marchiato con il numero 28 876.
“Da tutto il suo atteggiamento emerge che Georg Häfner non aveva l'intenzione di combattere frontalmente il regime nazionalsocialista”, dice il comunicato, “ma il fatto è che l’osservanza completa e perfetta del suo ministero sacerdotale lo portò ineluttabilmente a divenire vittima delle proprie convinzioni di coscienza, cioè del suo obbligo pastorale”.
Non accusò i suoi aguzzini, anche in circostanze di estremo dolore.
Diceva che nella vita non potevano esistere i nemici. L'unica cosa che aveva senso nell'esistenza era per lui “essere amore, rivelare amore, donare amore”, ha dichiarato l'avvocato Ambrosi.
In quelle circostanze mostrò anche il proprio abbandono totale a Dio: “Possiamo dire ad alta voce che veramente ci troviamo davanti ad un martire della riconciliazione, ad un sacerdote imbevuto di un profondo amore per la croce, ad un credibilissimo testimone della fede”.
“È in queste parole il nucleo della splendida testimonianza che il novello beato oggi rende con la sua vita vissuta all’insegna della preghiera espressa da Gesù sulla croce: 'Padre, perdona loro, perché non sanno che cosa fanno (Luca 23,33)'”, ha concluso il postulatore.
(Autore: Carmen Elena Villa – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giorgio Hafner, pregate per noi.

*Beato Josè Tapia Dìaz de Villachica - Giovane laico e Martire (20 agosto)
Schede dei Gruppi a cui appartiene:
"Beati 115 Martiri spagnoli di Almería" Beatificati nel 2017
"Santi, Beati e Servi di Dio Martiri nella Guerra di Spagna" Vittime della persecuzione religiosa - Senza Data (Celebrazioni singole)

Terque, Spagna, 6 gennaio 1913 – Terque, 20 agosto 1936

José Tapia Díaz nacque a Terque, in provincia e diocesi di Almería, il 6 gennaio 1913. Di professione scrivano, era membro di Azione Cattolica.
Mentre si trovava sulla piazza del suo paese insieme all’operaio Enrique Rodríguez Tortosa, anche lui socio di Azione Cattolica, fu fermato da alcuni miliziani, che volevano obbligare entrambi a bestemmiare.
Si rifiutarono: vennero quindi fatti salire su una camionetta e uccisi in odio alla fede cattolica il 20 agosto 1936.
Inseriti in un gruppo di 115 martiri della diocesi di Almeria, sono stati beatificati ad Aguadulce, presso Almería, il 25 marzo 2017.

(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Josè Tapia Dìaz de Villachica, pregate per noi.

*Beato Ladislao (Wladyslaw) Maczkowski - Sacerdote e Martire (20 agosto)

Scheda del gruppo a cui appartiene:
“Beati 108 Martiri Polacchi”  

Ociaz, Polonia, 24 giugno 1911 – Dachau, Germania, 20 agosto 1942

Wladyslaw Maczkowski, sacerdote dell’arcidiocesi di Gniezno, cadde vittima dei nazisti nel celebre campo di concentramento tedesco di Dachau.
Papa Giovanni Paolo II il 13 giugno 1999 lo elevò agli onori degli altari con ben altre 107 vittime della medesima persecuzione.
Martirologio Romano: Nel campo di prigionia di Dachau vicino a Monaco di Baviera in Germania, Beato Ladislao Mączkowski, sacerdote e martire, che, polacco di origine, fu deportato durante la guerra e davanti ai persecutori della dignità umana e del cristianesimo difese tra le torture la sua fede fino alla morte.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Beato Ladislao Maczkowski, pregate per noi.

*Santa Laura - Corpo Santo (20 agosto)
Le reliquie della martire Santa Laura, sono venerate nella chiesa della Madonna della Misericordia (Santa Maria del Trebbio), presso il convento dei Frati Minori di Pollenza (MC), ove giunsero nel 1846 provenienti dalle catacombe romane. E' festeggiata al 20 agosto.
Nella Chiesa della Madonna della Misericordia (S. Maria del Trebbio), presso il convento dei Frati Minori di Pollenza (MC), si venera la Martire Santa Laura.
Costruita negli anni 1580-1587 per dare una degna sistemazione alla Madonna della Misericordia, dipinta sul muro di un tabernacolo eretto in contrada già detta Trivio. La chiesa aveva annesse due case con piccolo spiazzale. P. Domenico Pierucci nel 1877 vi fece costruire una chiesa più ampia, provvista in seguito di coro, sacrestia e due cappelle laterali.
L'attuale torre campanaria risale al 1901. La trasformazione con due navate risale al 1945/1946 a cura di Padre Umberto Ciccioli.
L'Imperatore Diocleziano, per difendere l'unità dell'impero da altri popoli invasori, negli anni 302 e 305 emise il decreto che anche i cristiani offrissero sacrifici all'altare degli dei e per questo fu esiliata in Ancona e là decapitata insieme a tanti altri fedeli di Gesù Cristo.
Il suo corpo fu esumato dal sepolcro il 4 gennaio 1846 e Alessandro de' Conti Benedetti, vescovo di Loreto e Recanati, fatta la ricognizione, la munì di autentici sigilli.
Il 27 maggio 1889 padre Francesco Zamponi, venuto da Loreto a far parte del convento di Pollenza, vi portò la martire S. Laura la quale venne posta in un'urna della collegiata San Biagio e riordinata in forma di fanciulla romana.
Le ossa furono di nuovo catalogate e poste al centro del rivestimento ad opera del valente artista (sacrestano della collegiata) Nazareno Stolavagli nel maggio 1912 con a lato dell'urna l'autentico segno di riconoscimento: un supporto con vasetto di vetro che contiene panno, terra, sangue e il nome S. Laura.
Ora la Santa si trova in una nuova urna, posta nell'altare della cappella del Terzo Ordine Francescano con S. Francesco, San Luigi re di Francia e Santa Elisabetta di Ungheria.
La festa annuale fu iniziata e voluta in forma solenne con triduo dal padre Umberto Ciccioli di Pollenza nel mese di agosto del 1953.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Laura, pregate per noi.

*Beato Manuel Lòpez Alvarez - Sacerdote e Martire (20 agosto)
Schede dei Gruppi a cui appartiene:
"Beati 115 Martiri spagnoli di Almería" Beatificati nel 2017
"Santi, Beati e Servi di Dio Martiri nella Guerra di Spagna Vittime della persecuzione religiosa - Senza Data (Celebrazioni singole)

Mairena, Spagna, 26 aprile 1881 – Berja, Spagna, 20 agosto 1936

Manuel López Álvarez nacque a Mairena, in provincia e diocesi di Granada, il 20 aprile 1881.
Il 16 luglio 1905 fu ordinato sacerdote.
Era parroco della parrocchia di Alcolea quando morì in odio alla fede cattolica il 20 agosto 1936, nel cimitero di Berja.
Inserito in un gruppo di 115 martiri della diocesi di Almeria, è stato beatificato ad Aguadulce, presso Almería, il 25 marzo 2017.

(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Manuel Lòpez Alvares, pregate per noi.

*Beata Maria Climent Mateu - Vergine e Martire (20 agosto)

Schede dei gruppi a cui appartiene:
“Beati 233 Martiri Spagnoli di Valencia” Beatificati nel 2001
“Martiri della Guerra di Spagna”

Maria Climent Mateu, fedele laica, nacque a Játiva (Valencia) il 13 maggio 1887 e fu battezzata il
medesimo giorno nella chiesa parrocchiale di Santa Tecla.
Studiò dalle Suore Domenicane a Valencia. Si dedicò ai lavori domestici, alla musica, al canto e al ricamo.
Fu Segretaria del Sindacato cattolico femminile e aderì alla Confraternita di San Vicenzo de’ Paoli.
Nella persecuzione religiosa non si nascose, anche se era stata previamente minacciata, ma intensificò il suo apostolato.
Il 20 agosto 1936 i miliziani la presero a coltellate martirizzandola si difese e morì gridando: “Viva Cristo Re!”.
La sua beatificazione è stata celebrata da Papa Giovanni Paolo II l’11 marzo 2001.
Martirologio Romano: Nella città di Xátiva nel territorio di Valencia sempre in Spagna, Beata Maria Climent Mateu, vergine e martire, che durante la stessa persecuzione per la sua perseveranza nella fede meritò di conformarsi a Cristo.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Maria Climent Mateu, pregate per noi.

*Santa Maria de Mattias - Fondatrice (20 agosto)

Vallecorsa, Frosinone, 4 febbraio 1805 - Roma, 20 agosto 1866
Maria de Mattias nacque il 4 febbraio 1805 a Vallecorsa, provincia di Frosinone, ultimo paese dello Stato Pontificio. Figlia di una famiglia benestante trascorse fino all'età di 17 anni un'esistenza tranquilla, senza particolari tribolazioni.
Ma nel 1822 all'età di 17 anni attraverso l'incontro con san Gaspare del Bufalo, mentre predicava a Vallecorsa, avvenne la vera conversione di vita di Maria de Mattias.
Il 4 marzo 1834, sotto la guida di un compagno di san Gaspare, il venerabile don Giovanni Merlini, fondò la Congregazione delle Suore Adoratrici del Sangue di Cristo.
Il suo impegno si spese a favore dell'istruzione e delle catechesi dei giovani e delle mamme. Morì in concetto di santità a Roma il 20 agosto 1866.
Martirologio Romano: A Roma, Santa Maria de Mattias, vergine, fondatrice della Congregazione delle Suore dell’Adorazione del Preziosissimo Sangue di Cristo.
É solare, impetuosa, vivacissima. E forse anche un po’ vanitosa, visto che le piace specchiarsi spesso e a lungo. Un giorno, però, a 17 anni, lo specchio non le dà più la gradevole sensazione delle volte precedenti: improvvisamente si sente brutta, non si piace più.
Sente ribollire dentro un sacco di domande cui non sa dare risposta, il suo avvenire continua ad essere una grossa incognita, reclama una maggior libertà che i genitori (siamo a inizio Ottocento) non le vogliono dare.
La tentazione è di scagliare contro quello specchio il primo oggetto pesante a portata di mano, ma all’improvviso la sua attenzione è attirata da un’immagine che lo specchio riflette: il quadro della Madonna, da un sacco di tempo in capo al letto cui lei non ha mai fatto troppa attenzione.
Salta sul letto per osservarlo meglio ed è un “incontro ravvicinato” con la Madonna che le cambia la vita.
Questa ciociara (nata a Vallecorsa, vicino a Frosinone, il 4 febbraio 1805) ha in suo papà un educatore eccezionale, che le insegna a pregare e ad amare la Sacra Scrittura. É lui a farle cogliere, quando è appena adolescente, il significato profondo dell’Agnello pasquale, come simbologia di Gesù che viene condotto alla morte e versa il suo sangue per la salvezza degli uomini. E la ragazzina ci ragiona su, concludendo che anche lei deve spendersi completamente, se necessario anche fino allo spargimento del sangue, per portare Gesù a tutti.
Poi arriva una predica di don Gaspare del Bufalo (il futuro santo e fondatore dei missionari del Preziosissimo Sangue) a farla innamorare perdutamente di Gesù, al punto da trasformarla in predicatrice e missionaria.
Non però in Africa, come aveva sognato da bambina, ma nella sua Ciociaria, in mezzo ai pastori, ai quali insegna a leggere, a scrivere ma soprattutto ad amare Gesù. Ad Acuto, una paesello di montagna non lontano da Roma, incomincia a predicare e catechizzare, in piazza e in chiesa, entusiasmando tutti e preoccupando qualcuno, tanto che il vescovo manda un gesuita in incognito a controllare la situazione, ma questo conclude che quella donna “parla meglio di un prete”. Si sposta a dorso di mulo da un paese all’altro, andando dietro alle richieste e alle necessità dei luoghi.
E dove non può arrivare di persona spedisce lettere (quasi 2000): alla gente semplice, ma anche a preti e vescovi, sindaci e prefetti, per consigliare, educare, proporre e spronare. Con alcune compagne dà inizio alla Congregazione delle Adoratrici del Sangue di Cristo: insieme a lei dovranno
dedicarsi all’evangelizzazione e alla promozione della persona umana attraverso scuole, ritiri spirituali, catechesi, accoglienza dei più poveri. Oggi sono più di 2000, sparse in tutti i continenti e in 26 nazioni.
Muore a Roma, poco più che sessantenne, nel 1866 e nel 1950 Pio XII la dichiara Beata. Nel 2003 Giovanni Paolo II° proclama Santa Maria de Mattias, la suora che voleva spendersi completamente per il “caro prossimo” e che sognava di far conoscere Gesù a tutti, “perché Egli sia da tutti amato”.

Autore: Gianpiero Pettiti - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Nacque in Vallecorsa (FR), il 4 febbraio 1805.
In famiglia, soprattutto da suo padre, imparò non solo a pregare, ma anche ad amare la Sacra Scrittura, ciò che favorì la sua disponibilità all'azione dello Spirito.
La sana teologia, l'esperienza mistica e la sapienza nella vita quotidiana - rispecchiata nelle migliaia di lettere scritte di suo pugno - provano quanto l'umano e il divino si fossero fusi in lei: una donna tutta di Dio e tutta per il “caro prossimo”.  
Ispirata da San Gaspare del Bufalo, Fondatore dei Missionari del Prez.mo Sangue, nel 1834 fondò la Congregazione delle Adoratrici del Sangue di Cristo, in Acuto, piccolo paese di montagna vicino Roma.
Scopo della fondazione era perpetuare l'adorazione a Cristo crocifisso e risorto, e la collaborazione con lui all'opera della salvezza.
Maria rispose alla chiamata di Dio con la radicalità dei santi.
Beate noi - scrisse alle prime discepole - se potremo dare la vita e tutto il nostro sangue per la fede, per salvare anche un'anima sola”.
Scelse come mezzo l'evangelizzazione e la promozione della persona umana, soprattutto dei poveri.
Volle concretizzare il bell'ordine di cose che il gran Figlio di Dio, è venuto a stabilire in terra con il suo sangue”.
Per circa quaranta anni ebbe come guida spirituale il Venerabile Giovanni Merlini, C.PP.S, che la sostenne anche nell'Opera intrapresa, e fu il suo primo biografo. Morì a Roma il 20 agosto 1866.
Il primo ottobre 1950 Pio XII la dichiarò Beata.
É stata canonizzata da Papa Giovanni Paolo II a Roma il 18 maggio 2003.
Le sue spoglie si venerano nella chiesa del Preziosissimo Sangue annessa alla casa generalizia del suo Istituto, in Roma.
Oggi circa 2.000 Adoratrici lavorano in tutti i continenti, in 26 nazioni: Albania, Argentina, Australia, Austria, Belgio, Bolivia, Bosnia, Brasile, Colombia, Corea, Croazia, Filippine, Germania, Guatemala, Guinea Bissau, India, Italia, Liechtenstein, Polonia, Serbia, Siberia, Spagna, Svizzera, Tanzania, Ucraina, USA.
(Autore: Suore Adoratrici del Sangue di Cristo - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Maria de Mattias, pregate per noi.

*San Massimo di Chinon - Abate (20 agosto)

Chinon - Turenna (Francia), V secolo
Le poche notizie conosciute provengono da San Gregorio di Tours che nel suo «De gloria confessorum» dedicò un capitolo a questo discepolo di san Martino di Tours (315-397), il quale per tenere nascosta la sua santità, lasciò la Turenna per andare come monaco all'Ile-Barbe a Lione.
Ma anche qui la sua santità attirava l'attenzione degli abitanti, che non lo lasciavano libero nelle preghiere; quindi ritornò al suo paese.
Attraversando il fiume, naufragò, ma Massimo raggiunse la riva, salvando anche il libro dei Vangeli, il calice e la patena. Rientrato, fondò un monastero a Chinon sulla Vienne, che prese il nome di Saint-Mexme.
Visse nel V secolo e mentre il castello di Chinon era assediato dai nemici Visigoti, il santo ottenne con le sue preghiere, che piovesse aiutando così la popolazione.  (Avvenire)
Etimologia: Massimo = grandissimo, dal latino
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: Presso Chinon nel territorio di Tours nella regione dell’Aquitania in Francia, San Massimo, discepolo di San Martino, che, dapprima monaco sulla Île-Barbe a Lione, fondò poi sul fiume Vienne un monastero, nel quale morì ormai carico di giorni.
Le poche notizie conosciute provengono da San Gregorio di Tours che nel suo “De gloria confessorum” dedicò un capitolo a questo discepolo di San Martino di Tours (315-397), il quale per tenere nascosta la sua santità, lasciò la Turenna, dove era nato e viveva, per andare come semplice monaco nel monastero dell’Ile-Barbe a Lione.
Ma anche qui la santità della sua persona, attirava l’attenzione degli abitanti della zona, che non lo lasciavano libero nelle sue preghiere e vita volutamente nascosta e contemplativa; quindi decise di ritornare al suo paese.
Attraversando il fiume Saône, la sua barca naufragò, ma Massimo poté riguadagnare la sponda senza difficoltà, salvando anche il libro dei Vangeli, il calice e la patena che aveva con sé.
Rientrato nella Turenna Aquitania (regione storica della Francia centrale, in gran parte nel bacino della Loira), fondò un monastero a Chinon sulla Vienne e che prese il nome di Saint-Mexme; in seguito esso fu distrutto dai Normanni e ricostruito nel X secolo.
Massimo visse nel V secolo e San Gregorio di Tours racconta che mentre il castello di Chinon era assediato dai nemici Visigoti, il santo abate ottenne con le sue intense preghiere, che piovesse in modo torrenziale, aiutando così la popolazione di Chinon rimasta senza acqua.
San Massimo è riportato come celebrazione liturgica al 20 agosto nel ‘Martirologio Romano’; a Chinon dove fu abate infaticabile e morì in un anno imprecisato, è conservato un piviale a lui denominato, che reca una iscrizione in caratteri arabi, riportato senza dubbio dalla Terra Santa, durante le Crociate.
Ancora di lui parlano la ‘Vita’ ed i ‘Miracula’ scritti nel IX secolo, ma che comunque non aggiungono niente di storico alle poche notizie di San Gregorio di Tours (538-594).
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Massimo di Chinon, pregate per noi.

*Beato Mattia Cardona Meseguer - Sacerdote Scolopio, Martire (20 agosto)
Schede dei Gruppi a cui appartiene

"Beati Martiri Spagnoli Scolopi" - Senza data (Celebrazioni singole)
"Martiri della Guerra di Spagna" - Senza Data (Celebrazioni singole)

Vallibona, Spagna, 23 dicembre 1902 - Pigró del Coll, Spagna, 20 agosto 1936

Mattia Cardona Meseguer nacque a Vallibona, provincia di Castellón, il 23 dicembre 1902, da Narciso Cardona e Domenica Meseguer e fu battezzato alcuni giorni dopo.
Terminati gli studi elementari e il servizio militare, il 25 giugno 1929 entrò nel noviziato degli Scolopi e il 24 agosto 1930 emise i voti semplici.
Dopo il periodo della formazione e la professione solenne il 15 agosto 1934, venne ordinato sacerdote 1'11 aprile 1935.
Passò poi alla Comunità scolopica di Barcellona da dove fu costretto, dalle circostanze politiche, a trovare rifugio presso la sorella a Vallibona. Lì, il 18 agosto 1936, fu chiuso nel carcere perché religioso ed il 20 agosto 1936 fucilato.
Martirologio Romano: A Vallbona nel territorio di Castellón de la Plana in Spagna, Beato Mattia Cardona, sacerdote dell’Ordine dei Chierici regolari delle Scuole Pie e martire nella persecuzione contro la religione.

(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Mattia Cardona Meseguer, pregate per noi.

*Sant'Oswin - Re di Deira in Northumbria (20 agosto)  

m. Gilling, Yorkshire, Inghilterra, 20 agosto 651
Venerato come martire è festeggiato il 20 agosto.
Quando il padre di 0swin, Osric, re di Deira fu ucciso dal re pagano Cadwalla nel 634, 0swin si rifugiò nel regno di Wessex (nell'Inghilterra meridionale). Dopo la morte in battaglia nel 634 di suo cugino Sant' Osvaldo che aveva riunito le due parti della Northumbria (Bernicia e Deira) in un unico regno, 0swin ritornò nel Nord per essere re di Deira, mentre suo cugino Oswy, che non poteva vivere in pace con lui, divenne re di Bernicia.
La brevità del regno di 0swin e la sua prematura morte furono dovuti al tradimento e alla lotta dinastica: egli fu infatti l'ultimo re di Deira. Tutto ciò che sappiamo di lui ci viene dalla Storia Ecclesiastica di Beda.
Molto amato da tutti, governò la sua provincia con grande successo, ma Oswy, che voleva ottenere il territorio e il potere di Osvaldo, entrò in contesa con 0swin e prese le armi contro di lui. 0swin, invece di scatenare un'altra battaglia che si sarebbe aggiunta alla lunga serie di violenze nella Northumbria del sec. VII, rendendosi conto di essere meno forte, sciolse il suo esercito, sperando di far valere le sue ragioni in futuro, e accompagnato da un solo soldato si rifugiò
nella casa del suo migliore amico Hunwald; questi però lo tradí consegnandolo a Oswy, il quale ordinò che 0swin e il suo soldato fossero messi a morte. Era il 20 agosto 651.
0swin fu devoto amico di s. Aidano, apostolo della Northumbria, che morí soltanto dodici giorni dopo di lui. Beda descrive il re come un uomo di bell'aspetto e di alta statura, piacevole nel conversare e di modi cortesi. Generoso con i potenti e con gli umili, si accattivò ben presto l'affetto di tutti con le sue regali qualità di mente e di corpo, cosí che anche uomini di piú alto lignaggio giungevano da quasi ogni provincia per mettersi al suo servizio.
In espiazione del suo crimine, Oswyn costruí un monastero a Gilling, presso Richmond, dove 0. era stato ucciso. I suoi resti tuttavia furono sepolti a Tynemouth, luogo che peraltro era molto esposto alle invasioni dei Danesi e, come quella di molti altri santi della Northumbria, la sua tomba fu completamente dimenticata durante l'ultimo periodo anglosassone fino alla sua riscoperta nel 1065. Il corpo fu traslato nel 1110 e ancora nel 1340.
La festa della riscoperta si celebra a Durham e St Albans l'11 marzo: Tynemouth era infatti una cella (piccolo monastero) di St Albans. Inutilmente Durham aveva tentato nel XII sec. di entrare in possesso delle reliquie.
Nel ms. 134 del Corpus Christi College di Oxford un omilista, trattando del problema della morte di 0swin, concludeva che egli dovesse essere considerato come martire, poiché sebbene non morí per la fede di Cristo, morì per la giustizia di Cristo, e, citava Sant' Agostino: "Martyrem non facit poena sed causa".
Sono infatti considerati martiri anche altri re anglosassoni, che perirono di morte violenta quali Edoardo, Ethelberto, Kenelm, Elmelredo e Ethelbricht.
(Autore: Hugh Farmer - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Oswin, pregate per noi.

*Beato Pablo Segalá Solé - Sacerdote e Martire (20 agosto)  

Scheda del Gruppo cui appartiene:
"Beati 522 Martiri Spagnoli"
Beatificati nel 2013 - Senza data
(Celebrazioni singole)
"Martiri della Guerra di Spagna"
Senza Data
(Celebrazioni singole)

Montgay, Spagna, 18 ottobre 1903 - Lleida, Spagna, 20 agosto 1936
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Pablo Segalá Solé, pregate per noi.

*San Samuele - Giudice e Profeta d’Israele (20 agosto)
Rama, Palestina, 1070 a.C. - 950 a.C. ca.
Etimologia:
Samuele = il Signore ha ascoltato, dall'ebraico
Martirologio Romano: Commemorazione di San Samuele, profeta, che, chiamato da Dio fin da piccolo e divenuto poi giudice in Israele, unse, per ordine del Signore,
Saul re sul suo popolo; e dopo che Dio ebbe ripudiato costui per la sua infedeltà, diede l’unzione regale anche a Davide, dalla cui stirpe sarebbe nato Cristo.  
Samuele è l’ultimo giudice d’Israele e il primo dei profeti; la sua vita è narrata principalmente nei capitoli 1-15 del I libro di Samuele della Bibbia, gli altri capitoli parlano di Saul primo re, mentre il secondo libro di Samuele, parla del grande re Davide.
La vicenda della sua vita inizia verso il 1070 a.C. e finisce verso il 980 a.C.; come per altre figure della Bibbia, anche la sua nascita è dovuta alle preghiere di una madre pia ma sterile, come Sara moglie di Abramo, la madre di Sansone, ecc.; il figlio viene considerato in questo modo un dono divino, assoluto, frutto della preghiera materna e della grazia divina; Samuele avrà così questo nome che ha il significato di “l’ho domandato al Signore”.
La madre Anna nell’implorare la sua nascita perché sterile, fa voto al Signore di consacrarlo a Lui, secondo le regole del nazireato, che comprendeva fra l’altro la crescita senza il taglio dei capelli e l’astensione dalle bevande alcoliche.
Una volta nato,
Samuele è tenuto in famiglia fino allo svezzamento, che a quell’epoca era prolungato fino al secondo o terzo anno di vita; giunto il momento, con il consenso del marito e padre del bambino Elkana, la madre Anna lo conduce al santuario di Silo, nella Palestina centrale, dove si custodiva l’Arca dell’Alleanza e lo consegna al gran sacerdote Eli, affinché cresca nel tempio, come consacrato a Dio.
Prima di ritornare, Anna eleva a Dio un cantico di lode, in cui si sottolinea la potenza divina, che trasforma la prepotenza dei potenti in un trionfo finale dei più deboli e la sterilità emarginante di una donna, in una fertilità di madre, come nel suo caso.
Il primo libro di Samuele, scritto come il secondo, da un anonimo nel secolo IX a.C., prosegue con la descrizione del santuario di Silo, dove in contrapposizione al giusto sacerdote Eli, vi erano i due figli Ofni e Finees, anch’essi per discendenza sacerdoti del tempio, che però erano ‘perversi’ abusando delle donne addette ad alcuni incarichi e non erano giusti nella ripartizione delle parti degli animali offerti.
Samuele cresce nel tempio e già da piccolo porta la veste sacerdotale, la madre viene a trovarlo ogni anno portandogli in dono un mantello, quasi per assicurarlo della sua presenza e protezione, Anna per maggior gloria di Dio, concepirà altri tre maschi e due figlie.
Il rivelarsi di Dio attraverso la parola dei profeti, in quell’epoca era raro, però Egli si manifesta al fanciullo e per ben tre volte lo chiama di notte, ma Samuele pensa che sia il suo maestro Eli, che dorme in una stanza accanto, quest’ultimo, emblema della vera guida spirituale, senza sostituirsi a lui, lo istruisce a rispondere così: “Parla Signore, perché il tuo servo ti ascolta”.
E alla quarta chiamata, Dio nominandolo suo profeta, gli predice la punizione proprio del suo maestro Eli, per la debolezza dimostrata verso i figli degeneri; al mattino Samuele rivelerà la profezia ad Eli, il quale da quel momento diventerà un suo discepolo e da giusto qual’era, dirà: “Egli è il Signore! Faccia ciò che è bene ai suoi occhi”. Ormai l’investitura di Samuele è ufficiale in tutta Israele, egli come profeta non è un sognatore o un mistico colpito da estasi, ma un personaggio che opera all’interno della storia e le sue profezie non caddero mai a vuoto.
Gli anni passano e all’orizzonte di Israele compaiono le truppe dei Filistei, popolo di origine egeo cretese, dotati di forte tecnologia militare; gli ebrei si scontrano in battaglia, subendo una prima sconfitta ad Afek sulla costa mediterranea e poi una seconda più grave, in cui gli ebrei vengono sconfitti definitivamente, i figli del gran sacerdote uccisi in combattimento e l’Arca dell’Alleanza, che veniva portata nelle battaglie, secondo le usanze ebraiche, viene catturata dai Filistei.
La notizia portata da un messaggero ad Eli, rimasto nel santuario di Silo, fa cadere per il dolore dal seggio il vecchio sacerdote, che si fracassa il cranio e muore; la città di Silo viene poi distrutta, avverandosi del tutto la profezia di Samuele. L’Arca in mano dei Filistei, peregrinò per vario tempo nei loro territori, ma eventi disastrosi per loro, l’accompagnavano, per cui si convinsero a restituirla agli ebrei; ma non essendoci più il santuario, fu tenuta per venti anni in vari posti, fino al tempo del re David, quando sarà collocata definitivamente a Gerusalemme.
Samuele in questo periodo, svolge il suo ministero profetico riportando gli israeliti al culto di Iahweh e a prepararli alla riscossa sui filistei, che di fatto li opprimevano. Li raduna tutti a Masfa di
Beniamino e con preghiere, digiuni, confessioni dei peccati, si parla della guerra contro gli oppressori; gli ebrei eleggono Samuele come giudice (1050-1030).
I filistei insospettiti, decidono di attaccare gli ebrei, Samuele invoca Dio e tuoni e rombi immensi si scatenano nell’aria, per cui i filistei terrorizzati scappano, venendo sconfitti fino a Bet-Kar, e da allora non entrarono più in Israele, almeno fino a quando Samuele fu giudice.
Dopo la distruzione di Silo egli dimorava a Rama, dove era nato e nuova sede dell’Arca e del santuario, ogni anno girava per il territorio d’Israele giudicando nelle vertenze, presiedendo adunanze; il resto della sua vita fino alla vecchiaia è passato sotto silenzio.
Ormai molto anziano, con i propri figli Ioel e Abijiah che non seguivano le orme del padre determinando un malgoverno, la minaccia di nuova invasione filistea, spinsero il popolo a chiedergli di rinunziare alla carica e di nominare un re, che governasse e marciasse alla testa dei soldati, come era uso di quel popolo.
Prima titubante poi convinto da Dio, a cui aveva ricorso con la preghiera, Samuele consacra re Saul, in tre fasi, prima privatamente a Rama, poi con il sorteggio a Masfa e poi a Galgala lo presenta al popolo, ungendolo re. Samuele scrisse il codice (statuto) sul diritto del regno, quindi si dimise da Giudice e si congedò dal popolo con un discorso memorabile, indicando la via per conservare l’amicizia con Dio.
I libri di Samuele continuano con il racconto delle gesta di Saul come sovrano, delle sue vittorie e anche delle sue disubbidienze ai voleri di Dio. Samuele a cui Dio parlava nel sonno, si recò da Saul dopo la grande battaglia contro gli Amaleciti a rimproverargli di non aver adempito allo sterminio totale di quel popolo e dei suoi animali e di aver invece salvata la vita al loro re Agag e di aver preso per bottino tutti gli armenti migliori.
Poi davanti a Saul, Samuele uccide il prigioniero Agag, re di quegli acerrimi nemici d’Israele (ci è difficile capire questi atteggiamenti estremi, ma tutto va inquadrato negli usi, nelle vendette, nelle guerre esasperate di quell’epoca) e nel contempo egli dice a Saul che il Signore lo ha ripudiato come re, per darlo ad un altro più degno.
Pur se dispiaciuto di aver dovuto ripudiare Saul, Samuele, sempre su indicazione di Dio, si reca da Iesse il betlemita; arrivato a Betlemme si fece condurre davanti i sette figli presenti di Iesse, ma nessuno di loro gli veniva indicato da Dio come il futuro re, ma c’era un ottavo figlio, Davide, il più piccolo che pascolava le pecore, allora fattolo venire, Samuele riconobbe in lui il prescelto e con il corno dell’olio, alla presenza dei fratelli, lo consacrò re d’Israele, poi si alzò e ritornò a Rama.
La sua figura ricompare ancora fuggevolmente nelle vicende che riguardano il re David, la persecuzione contro questi di Saul, i circoli dei profeti residenti a Najat, ecc. ma ormai è Davide che irrompe con tutta la sua grandiosità di re nei capitoli successivi del secondo libro di Samuele.
Il profeta morì verso i novanta anni, tra il compianto di tutti gli israeliti e fu seppellito nella sua proprietà di Rama. Dopo morto, Samuele viene evocato da Saul prima della battaglia contro i Filistei e gli predice la sconfitta dell’esercito israeliano e la morte sua e dei suoi figli, sul campo.
La personalità di Samuele è affascinante, egli è prima un prescelto consacrato sin da bambino, poi profeta adolescente, ma accettato dal suo maestro Eli; senza essere un condottiero di eserciti come lo erano i giudici d’Israele, egli assume questa carica per la sua vittoria sui nemici del suo paese, ottenuta però con la preghiera e l’invocazione a Dio e come novello Mosé, le forze della natura lo favoriscono nell’impresa.
Pensa di creare una dinastia, ma i suoi figli degeneri non ne sono degni, allora pur essendogli doloroso mettersi da parte, nomina un re per Israele nella persona di Saul, per il quale mostrava sincero affetto. La delusione della ripudiazione come sovrano, non gli da soddisfazione di rivincita, anzi lo rattrista e intimamente prega per lui, dovette usare le maniere forti con Saul ma temperate da grande condiscendenza ed umanità; non potendo fare più niente per lui, si ritira nel silenzio della sua Rama.
Viene richiamato da Dio per ungere il nuovo re David e forte nella fede in Dio, lo fa sapendo di sfidare l’ira di Saul; sarà il consigliere e profeta cercato dallo stesso David e infine profetizza la fine di Saul anche dopo morto, è stato certamente uno dei più grandi profeti d’Israele.
Le sua reliquie furono scoperte nel 406 d.C. e trasportate a Costantinopoli con una solennità eccezionale, tra due ali di folla continua, dalla Palestina a Calcedonia. Al tempo della IV Crociata, esse furono portate a Venezia dove sono tuttora, venerate nel tempio di San Samuele; a partire dal 730 il suo nome compare in tutti i Martirologi Occidentali al 20 agosto.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Samuele, pregate per noi.

*Beato Teofilo Matulionis - Vescovo e Martire (20 agosto)

Alantos, Lituania, 22 giugno 1873 – Seduva, Lituania, 20 agosto 1962

Teofilius Matulionis, nato in Lituania da una famiglia di contadini, studiò per diventare sacerdote: fu ordinato il 17 marzo 1900. Destinato alla parrocchia del Sacro Cuore del Salvatore a San Pietroburgo, si oppose alla confisca della chiesa parrocchiale che aveva fatto costruire: fu quindi condannato a tre anni di prigione. Ordinato vescovo il 9 febbraio 1929, fu arrestato nuovamente il 24 novembre dello stesso anno: la condanna a dieci anni di lavori forzati fu commutata in carcere, sotto isolamento, nel 1933, ma dopo pochi mesi fu liberato.
Nel 1943 fu nominato vescovo titolare di Kaišiadorys, ma l’anno seguente fu nuovamente arrestato e incarcerato per sette anni; in seguito, fu esiliato a Seduva. Il 9 febbraio 1962 fu nominato dal Papa San Giovanni XXIII arcivescovo "ad personam" (la sua diocesi, quindi, non diventava un’arcidiocesi) per la sua testimonianza di fede.
Morì il 20 agosto 1962, nel corso di un’abituale perquisizione nel suo appartamento. È stato beatificato il 25 giugno 2017, sotto il pontificato di papa Francesco. I suoi resti mortali sono venerati nella cripta della cattedrale della Trasfigurazione a Kaišiadorys.
Primi anni e vocazione
Teofilius (in italiano Teofilo) Matulionis nacque il 22 giugno 1873 ad Alantos, presso Moletai, oggi in Lituania ma all’epoca parte del Regno
di Prussia. Era il secondo dei tre figli di Jurgis Matulionis e Ona Juočeptė, contadini; alla morte di lei, il padre si risposò ed ebbe altri sette figli.
Teofilius studiò ad Antaliept
ė dal 1887 al 1892 e poi a Daugavpils, oggi in Lettonia. Terminati gli studi secondari, iniziò quelli di Teologia a San Pietroburgo, in vista del sacerdozio. Tuttavia, ebbe un periodo di dubbi circa la vocazione: sospese gli studi e per un breve periodo si dedicò all’insegnamento. Alla fine ricominciò a studiare: apprese anche il lettone, il polacco e il russo, per poter avere una miglior relazione con i fedeli. Fu ordinato sacerdote il 17 marzo 1900.
Primo incarico e prima prigionia
Il suo primo incarico pastorale fu a Latgale in Lettonia; da lì, nel 1910, fu destinato alla parrocchia del Sacro Cuore del Salvatore a San Pietroburgo. Il suo grande impegno portò alla costruzione di una nuova chiesa parrocchiale: tuttavia, nel 1923, il governo comunista emanò un decreto che ordinava la confisca di tutte le chiese e che andava controfirmato dai parroci.
Don Teofilius si rifiutò di apporre la sua firma: venne dunque arrestato insieme ad altri religiosi e condannato a tre anni di prigione. Fu scarcerato nel 1925, per intervento dei suoi parrocchiani; divenne quindi parroco del Sacro Cuore.
Vescovo «Per Crucem ad astra»
Il 28 dicembre 1928, con il consenso di papa Pio XI, venne clandestinamente nominato vescovo titolare di Matrega e coadiutore dell’amministratore apostolico di San Pietroburgo, rinominata Leningrado. Fu ordinato vescovo, ancora una volta in maniera clandestina, il 9 febbraio 1929. Come motto episcopale, assunse la frase «Per Crucem ad astra», «attraverso la Croce, verso le stelle».
Seconda prigionia
Pochi mesi dopo, il 24 novembre, monsignor Matulionis fu nuovamente arrestato: l’accusa era di avere contatti con persone dall’estero. Fu condannato a dieci anni di lavori forzati sulle isole Solovki, nel Mar Bianco. Doveva, ad esempio, tirare fuori dei tronchi dall’acqua gelata e trascinarli fino alla sua abitazione. Nel cuore della notte, però, si alzava per celebrare la Messa e, quando poteva, distribuiva l’Eucaristia tra i suoi compagni di prigionia.
Nel maggio 1933, a causa della sua salute che andava peggiorando, la sua condanna fu commutata in isolamento forzato in carcere a San Pietroburgo. Tuttavia, qualche mese più tardi, fu liberato quando il governo lituano firmò un accordo con l’Unione Sovietica per uno scambio di prigionieri.
Vescovo titolare
Dal 1934 al 1936, monsignor Matulionis risiedette negli Stati Uniti d’America e visitò anche Il Cairo e
Gerusalemme. Nel marzo 1934 fu ricevuto in udienza privata da papa Pio XI in Vaticano: «È un onore per la Lituania avere un simile eroe», commentò il Pontefice.
Ritornò quindi in Lituania: fu nominato vescovo ausiliare di Kaunas e cappellano supremo dell’Esercito. Tuttavia, rivestì quell’incarico per poco tempo: nel 1940, infatti, l’esercito sovietico invase il suo Paese. Tre anni dopo, nel 1943, papa Pio XII lo nominò vescovo titolare di Kaišiadorys.
Terza prigionia
Ancora una volta, però, monsignor Matulionis subì l’arresto l’anno seguente, a causa dei contenuti di una sua lettera pastorale. Quando uscì dal carcere, sette anni dopo, aveva ancora più problemi di salute, oltre a quelli causati dall’avanzare dell’età. Nonostante questo, impiegò tutto sé stesso nell’amministrazione della diocesi di Kaišiadorys: esortava di continuo i sacerdoti e i amministratori diocesani a non lasciarsi coinvolgere dal regime.
In esilio
Il 25 dicembre 1957 consacrò un nuovo vescovo, Vincentas Sladkevicius, futuro cardinale. La consacrazione era canonicamente valida, ma non ricevette l’assenso dei comunisti, i quali si prendevano gioco di monsignor Matulionis perché alla solennità dell’atto non corrispondeva un adeguato luogo: la celebrazione, infatti, si era svolta in una piccola cucina.
Il vescovo replicò che loro, invece, avrebbero dovuto sopportare la vergogna di averlo costretto a compiere la consacrazione lì, invece che in una chiesa. Quella risposta gli costò l’esilio a Seduva, dove rimase in isolamento totale per il resto dei suoi giorni.
Arcivescovo, poi la morte
Il 9 febbraio 1962 il Papa san Giovanni XXIII lo nominò, in base alla sua testimonianza di fede, arcivescovo "ad personam", vale a dire che il territorio di Kaišiadorys non diventava, in pari tempo, un’arcidiocesi. Alcuni mesi dopo, però, precisamente il 20 agosto 1962, monsignor Matulionis morì nel corso di un’abituale perquisizione nel suo appartamento.
Il suo corpo fu sepolto nella cattedrale di Kaišiadorys, ma le autorità civili imposero che non si celebrasse nulla in suo onore: «Non si esclude che in futuro il Vaticano lo dichiari "Santo" e in questo caso la sua tomba diventerà un luogo da visitare per i pellegrini», commentò il responsabile del sistema repressivo sovietico. Quando i resti furono riesumati nel 1999, emerse la presenza in essi di tracce di piombo e di altre sostanze, il che fece pensare a un avvelenamento.
La causa di beatificazione
La fama di martirio di monsignor Matulionis, che non era sfuggita nemmeno ad alcuni dei suoi persecutori, portò all’apertura della sua causa di beatificazione. La fase diocesana iniziò nel 1990 nella diocesi di Kaišiadorys, dopo che il 2 aprile dello stesso anno la Santa Sede aveva concesso il nulla osta per l’avvio. La conclusione dell’inchiesta diocesana si ebbe il 1° maggio 2008; gli atti furono convalidati il 18 giugno 2010.
Il 1° dicembre 2016, infine, papa Francesco ha autorizzato la promulgazione del decreto con cui monsignor Teofilius Matulionis veniva dichiarato martire "propter aerumnas carceris", ossia a causa delle sofferenze patite durante la prigionia.
La sua beatificazione, la prima sul territorio lituano e la prima di un martire dello stesso Paese, è stata fissata al 25 giugno 2017, sulla piazza antistante la cattedrale dei Santi Stanislao e Ladislao a Vilnius. A presiedere il rito, come delegato del Santo Padre, è stato il cardinal Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi.
La memoria liturgica del Beato Teofilius Matulionis è stata stabilita, per la sua diocesi, al 14 agosto. I suoi resti mortali sono venerati nella cripta della cattedrale della Trasfigurazione a Kaišiadorys.

(Autore: Emilia Flocchini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Teofilo Matulionis, pregate per noi.

*San Xacatur di Tigranakert - Martire Armeno (20 agosto)
† 20 agosto 1652
Come per la Chiesa Cattolica, anche per le Chiese sorelle Orientali Ortodosse o no, come l’Armena, la Russa, l’Assira, la Copta, l’Etiopica, la Bulgara, la Siriana, la Serba, l’Ucraina, la Bizantina, ecc., hanno avuto i loro martiri per l’affermazione e la difesa del cristianesimo nelle loro terre.
E alla Chiesa Armena appartiene il culto del martire Xacatur, il quale essendo stato martirizzato dopo l’XI secolo, viene elencato tra i neomartiri della Chiesa Armena; Chiesa cristiana autonoma, costituita verso il IV secolo, che adottò la lingua nazionale nella liturgia e che seguì la dottrina teologica del ‘monofisismo’, che negava la natura umana di Cristo, affermandone l’unica natura divina. L’eresia monofisita (V-VI secolo) fu condannata dal Concilio di Calcedonia (451), che determinò il distacco delle Chiese Copta, Armena e ‘Giacobita’ (fondata da Giacomo Baradeo in Siria).
La storia del martirio di Xacatur è narrata dallo storico armeno contemporaneo Arak e poi passata in alcuni ‘Sinassari’ orientali.
Xacatur era un giovane desideroso di seguire l’esempio dei martiri cristiani e un giorno lasciò la bottega da fabbro, dove lavorava come apprendista a Tigranakert, recandosi nella vicina moschea islamica e qui si scontrò con un notabile musulmano che voleva cacciarlo via, offendendolo.
Secondo le leggi islamiche, fu subito condotto davanti al tribunale come denigratore dell’Islam, e quando gli fu offerto di aver salva la vita se abiurava, Xacatur rifiutò, preferendo il martirio in nome di Cristo.
Secondo le selvagge usanze islamiche, venne prima scorticato e poi mutilato di gambe e braccia a colpi di scure; prima di morire riuscì ad avere la Comunione da un sacerdote che aveva nascosto la particola in un pane.
Dopo la sua morte, un’intensa luce illuminò il suo corpo, inducendo il giudice a concedere ai cristiani la sua sepoltura, che fu effettuata con tutti gli onori funebri.
Il martirio sarebbe avvenuto il 20 agosto 1652, quando l’Armenia era contesa fra la Turchia e la Persia; presso la sua tomba si sarebbero avverate numerose guarigioni e altre dall’acqua versata dal vaso di coccio in cui aveva bevuto Xacatur prima di morire.
Il suo patrocinio fu evidente quando il governatore musulmano voleva colpire i pellegrini riuniti sulla sua tomba, una rivolta improvvisa provocò la fuga del governatore nella fortezza della città di Tigranakert per una settimana, salvando così i fedeli.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Xacatur di Tigranakert, pregate per noi.

*San Zaccheo - il Pubblicano (20 agosto)

I secolo
San Zaccheo detto il Pubblicano, figura evangelica, per la verità è ricordato più in Oriente che dai Latini, il 20 agosto e in altre date; la Chiesa Copta il 20 aprile; i Bizantini la 32ª domenica dopo Pentecoste; nel Martirologio di Rabban Sliba è ricordato il 27 agosto come vescovo di Cesarea; non è
menzionato nel Martirologio Romano.
In Francia una tradizione leggendaria, lo fa giungere dalla Palestina a Roc Amadour come sposo della Veronica e venerato sotto il nome di Amadoro il 20 agosto.
Zaccheo era il ricco capo dei pubblicani, cioè dei gabellieri che avevano l’incarico di esattori delle tasse a Gerico e nonostante fosse ebreo, per questa sua attività al servizio dei Romani, era disprezzato dai connazionali.
Quando Gesù passò per Gerico, Zaccheo che era basso di statura, per poterlo vedere salì su un albero di sicomoro.
Il Maestro lo vide, lo invitò a scendere e gli chiese di ospitarlo nella sua casa, nonostante il mormorio di disapprovazione dei presenti.
Da quell’incontro nella casa di Zaccheo il Pubblicano, Gesù ottenne da lui la promessa che avrebbe distribuita la metà dei propri beni ai poveri e se avesse frodato qualcuno, avrebbe restituito il quadruplo di quanto estorto.
Al di fuori di questo racconto evangelico, non si sa altro; tutto il resto è leggenda, come la qualifica di vescovo di Cesarea di Palestina, il suo sbarco in Francia, il matrimonio con la Veronica, l’identificazione con l’eremita Amadoro, ecc.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Zaccheo, pregate per noi.

*Altri Santi del giorno (20 agosto)

*San
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.

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