Santi del 20 Luglio - Istituto Aveta

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Santi del 20 Luglio

Il mio Santo > I Santi di Luglio

*Sant'Andrea Wang Tianqing - Fanciullo cinese, Martire (20 luglio)  

Scheda del Gruppo cui appartiene:
"Santi Martiri Cinesi" (Agostino Zhao Rong e 119 Compagni)

1891 circa – Majiazhuang, Weixian, Cina, 22 luglio 1900
Andrea Wang Tianqing, di nove anni, è uno dei martiri del villaggio cinese di Majiazhuang, nella provincia dello Hebei.
Dopo che sua madre, Lucia Wang Wangzhi, si fu opposta all’affidarlo a uno dei soldati dei Boxer, il che avrebbe comportato una sua educazione da pagano, precedette nel martirio lei e la sua sorella minore, di cinque anni.
È incluso nel gruppo dei 120 martiri cinesi che furono canonizzati a Roma il 1 ottobre 2000.
Martirologio Romano: In località Majiazhuang vicino a Daining nella provincia dello Hebei in Cina, anti martiri Anna Wang, vergine, Lucia Wang Wangzhi e suo figlio Andrea Wang Tianqing, uccisi per il nome di Cristo nella persecuzione dei Boxer.
La storia di Andrea Wang Tianqing (traslitterato anche “Tien-K’Ing”), uno dei più giovani tra i martiri cinesi, ricorda per certi aspetti quella di san Quirico, figlio della martire Santa Giulitta (IV secolo), o quella del piccolo, ancora lattante, che subì il martirio con la madre santa Perpetua (III secolo).
Le poche notizie sul suo conto ci dicono che viveva nel villaggio di Majiazhuang, nella provincia cinese dello Hebei, educato dalla madre, Lucia Wang Wangzhi. Aveva una sorella minore, di cui non ci è giunto il nome.
Quando alcuni membri della rivolta dei Boxer arrivarono a Majiazhuang, anzitutto incendiarono la chiesa del villaggio, decisi ad eliminare il Cristianesimo perché visto come destabilizzante per la società.
Il capo della squadriglia pose gli abitanti del villaggio di fronte all’alternativa fra apostatare o affrontare la morte, poi andò via coi suoi uomini. Lucia e i suoi bambini, quindi, si rifugiarono nella scuola del villaggio, custodita dall’anziano Giuseppe Wang Yumei, e vennero raggiunti da una ragazzina che in quella scuola aveva studiato, Anna Wang.
Il maggior conforto di cui potevano godere i rifugiati era la celebrazione della Messa, all’alba, grazie a un padre missionario.
I roghi appiccati dai Boxer, però, si facevano sempre più vicini. Quando i soldati arrivarono, Giuseppe disse a tutti di rifugiarsi nel sotterraneo della scuola; lui avrebbe cercato di sviare gli aggressori accogliendoli sull’ingresso principale.
Dato che si rifiutava di parlare, il capo ordinò di sparare contro le finestre dell’edificio: il fragore dei vetri spaventò i bambini, che, urlando, fecero scoprire il nascondiglio. Tutti i presenti vennero quindi costretti a salire su di un carro e condotti al villaggio dov’era il quartier generale dei Boxer.
Verso sera, alla luce delle fiaccole, i prigionieri vennero sottoposti ad un interrogatorio. Mentre i bambini, giustamente impauriti, piangevano, Lucia cercò di far valere le proprie ragioni, ma le
sue parole non vennero tenute in considerazione, come pure quelle di Giuseppe, che, anzi, venne colpito alla gola da una lancia e decapitato.
Dato che i prigionieri inorridivano, ma non si smuovevano, i persecutori adottarono un sistema per farli cedere: separarono i figli dalle madri, poi li condussero in una saletta adiacente a due stanze. Una, situata ad ovest, era indicata da un cartello con scritto “Liberazione”, dove i soldati avevano ammassato giocattoli, ventagli e altre mercanzie; se vi fossero entrati, sarebbero stati salvati. L’altra, a est, era contrassegnata dalla scritta “Morte”.
Di fronte alla perplessità dei piccoli, venne deciso di far venire alcune delle donne e di porle di fronte alla medesima scelta.
Lucia e i suoi bambini scelsero di restare fedeli a quanto credevano, così, insieme a quanti non avevano apostatato, subirono una nuova minaccia: tornare alla religione dei padri, o essere sepolte vive insieme ai figli. Venne loro concessa una notte di riflessione, che trascorsero, invece, in preghiera, guidati dalla giovane Anna Wang.
L’indomani, il 22 luglio 1900, donne e bambini vennero condotti in uno spiazzo, dove erano state preparate delle fosse. Prima avevano subito un nuovo interrogatorio a cui non risposero, perché incoraggiate dallo sguardo di Anna.
I soldati dissero loro che, se fossero rimaste ostinate nel loro proposito, sarebbero dovute entrare nelle fosse insieme ai figli. Le donne avanzarono, ma la ragazza suggerì loro, a voce bassa, d’inginocchiarsi rivolte verso la chiesa del villaggio. Il capo, allora, ordinò che tutte venissero colpite con la spada, a cominciare dalle più anziane, e spinte nelle buche.
Venuto il turno di Lucia, il capo dei Boxer cercò di convincerla a rinnegare la fede facendo leva proprio sui suoi figli. Ella ribatté: «Io sono cattolica, e cattolici sono pure questi miei figlioletti. Se voi uccidete me, per la mia fede, sopprimete anche loro».
Dopo queste parole, Andrea scoppiò a piangere e a lamentarsi di aver sete. Un soldato, allora, tagliò a metà un cocomero giallo, così poté almeno rinfrescargli le labbra.
Al vedere quella scena, l’uomo si rivolse al capo per chiedergli di poter tenere lui il bambino. Ma Lucia, al pensiero che, se il figlio avesse avuto salva la vita, avrebbe corso il rischio di essere educato da pagano, si oppose: «Io sono cristiana», ripeté, «e anche mio figlio. Uccideteci entrambi, ma lui per primo e io per ultima!».
Andrea, quindi, gettò via il frutto e si preparò a morire. Con un sorriso, salutò Lucia per l’ultima volta, poi chinò il collo per venire decapitato; immediatamente dopo, fu il turno della mamma e della sorella. Tutti e tre vennero seppelliti nella medesima fossa. Dopo di loro fu il turno di altre madri e figli, il più piccolo dei quali aveva appena dieci mesi.
Il 6 novembre 1901 si procedette alla riesumazione dei cadaveri, per concedere loro una degna sepoltura. Padre Albert Wetterwald, che presiedeva alla cerimonia, scrisse nella sua relazione: «Quando gli incaricati, lavorando con precauzione, tra un silenzio solenne tolsero lo strato di terra che ricopriva i cadaveri; allorché tutti gli sguardi avidi videro apparire confuse, ma intatte le membra e le teste delle vittime, fu un grido solo di ammirazione e di dolore insieme. I pagani gridavano al miracolo.
I cristiani piangevano, ma più di gioia che di tristezza».
La causa di canonizzazione per Andrea Wang Tianqing venne inserita in quella del gruppo capeggiato dal gesuita padre Leone Ignazio Mangin e composto in tutto da cinquantasei martiri. Il riconoscimento del loro martirio venne sancito il 22 febbraio 1955. Il 17 aprile dello stesso anno, domenica “in albis”, si svolse invece la beatificazione. La canonizzazione del gruppo, inserito nel più ampio elenco dei 120 martiri cinesi, avvenne invece il 1 ottobre 2000.
(Autore: Emilia Flocchini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Andrea Wang Tianqing, pregate per noi.


*Sant'Anna Wang - Vergine e Martire (20 luglio)  

Scheda del Gruppo cui appartiene:
"Santi Martiri Cinesi" (Agostino Zhao Rong e 119 Compagni)

Majiazhuang, Weixian, Cina, 1886 circa – 22 luglio 1900
Anna Wang, fanciulla cinese, apparteneva a una povera famiglia di contadini cristiani. Allo scatenarsi della rivolta dei Boxer, venne fatta prigioniera con altre donne e alcuni bambini, che incoraggiò apertamente a restare saldi nella fede. Di fronte all’offerta di un matrimonio vantaggioso se avesse apostatato, dichiarò di essere promessa sposa a Gesù e alla sua Chiesa. Venne decapitata il 22 luglio 1900. È inserita nel gruppo dei 120 martiri cinesi che furono canonizzati a Roma il 1 ottobre 2000.
Emblema: Palma
Martirologio Romano: In località Majiazhuang vicino a Daining nella provincia dello Hebei in Cina, Santi martiri Anna Wang, vergine, Lucia Wang Wangzhi e suo figlio Andrea Wang Tianqing, uccisi per il nome di Cristo nella persecuzione dei Boxer.
Anna Wang nacque nel 1886, nel villaggio di Maijiazhuang (o Machiazhuang), presso Weixian, nel sud della provincia dello Hebei.
I suoi genitori, cristiani, la battezzarono in tenera età, ma, mentre sua madre era estremamente pia, il padre trascurava l’istruzione religiosa e la frequenza ai sacramenti. In ciò era appoggiato dalla sua anziana madre, che vessava la bambina costringendola a lavori durissimi, come andare a raccogliere la legna prima di andare a scuola.
A cinque anni, Anna perse, con la morte della madre, un sostegno nella fede. A scuola, però, ne trovò un altro: suor Lucia Wang, la sua maestra.
Nonostante fosse, come detto, obbligata a lavorare, risultava una delle migliori allieve della classe, non solo nei risultati, ma anche nel profitto. Ad alcune compagne, povere come lei, che l’invitarono a rubare con loro delle spighe mature dai campi, la piccola rispose che nel Padre nostro si prega Dio affinché conceda il pane quotidiano.
Nella comunità cristiana era molto apprezzata, perché sapeva intonare con dolcezza i canti religiosi, in particolare l’Ave Maria, che le era stata insegnata dalla mamma. Anche in base a questo suo contributo, venne presto ammessa alla Prima Comunione.
Tempo dopo, il padre si risposò con una donna battezzata, ma irrispettosa come lui; di conseguenza, Anna non le risultava particolarmente gradita. Lei, però, amava ugualmente i suoi congiunti, arrivando a regalare, soprattutto alla nonna, i piccoli premi che le venivano consegnati a scuola.
Arrivata all’età di undici anni, venne promessa in sposa a un ragazzo che non conosceva. Il suo rifiuto fu deciso: voleva essere come suor Lucia. Interrogata dalla sua allieva su quel dilemma, la religiosa le
suggerì di pregare con fede: se il Signore avesse voluto, sarebbe diventata sua sposa.
Ben altri, però, erano i problemi che Anna dovette affrontare.
Nel 1900, infatti, esplose con violenza la rivolta cinese contro gli occidentali, promossa dalla Società Segreta dei Pugni e dell’Armonia, meglio nota come quella dei “Boxer”. Il Cristianesimo e tutti coloro che vi aderivano, anche nativi cinesi, vennero visti come pericolosi e destabilizzatori dell’armonia nazionale.
Quando i Boxer arrivarono a Majiazhuang, anzitutto incendiarono la chiesa del villaggio. Il capo della squadriglia pose gli abitanti del villaggio di fronte a un’alternativa: apostatare o affrontare la morte. In quel momento, Anna si trovava a scuola, dove udì, insieme a suor Lucia, il proclama del Boxer. Mentre la maestra incoraggiava le bambine ad affidarsi alla Madonna, lei era serena, con la coscienza tranquilla.
Suo padre, invece, pensò bene di metterla in salvo, rifugiandosi con lei in un villaggio vicino, nell’abitazione del suo mancato promesso sposo. Temendo di rimanere compromessa in qualche maniera, la ragazzina tornò a casa sua, per cercare di convincere la matrigna a perseverare nella fede e la nonna a non aver paura di morire. Neanche quell’ambiente, quindi, sembrava ideale per lei. Così, nottetempo, Anna raccolse le sue poche cose e scappò verso la scuola, non prima di essere passata presso la tomba della mamma.
Arrivata in quel luogo che pensava sicuro, non vi trovò suor Lucia, fuggita altrove con le allieve, ma un anziano, Giuseppe Wang Yumei. Era il custode della casa dei missionari e, in quel momento, faceva la guardia alla scuola, per difendere alcune donne che vi si erano rifugiate. Accolta calorosamente perché riconosciuta come la fanciulla che cantava in chiesa, Anna vi trascorse il tempo esortando le presenti e pregando con fervore, soprattutto quando, verso l’alba, arrivava un sacerdote per la celebrazione dell’Eucaristia.
I roghi appiccati dai Boxer, però, si facevano sempre più vicini. Quando i soldati arrivarono, Giuseppe disse alle presenti, tra le quali vi erano alcune madri di famiglia con i loro bambini, di rifugiarsi nel sotterraneo della scuola; lui avrebbe cercato di sviare gli aggressori accogliendoli sull’ingresso principale. Dato che si rifiutava di parlare, il capo ordinò di sparare contro le finestre dell’edificio: il fragore dei vetri spaventò i bambini, che, urlando, fecero scoprire il nascondiglio.
Tutti i presenti vennero quindi costretti a salire su di un carro e condotti al villaggio dov’era ospitato il quartier generale dei Boxer. Anna assistette all’interrogatorio a cui furono sottoposti l’anziano custode e Lucia Wang, madre di Andrea, nove anni, e di una bambina più piccola. Il primo a morire fu Giuseppe Wang, colpito alla gola da una lancia e decapitato.
Dato che i prigionieri inorridivano, ma non si smuovevano, i persecutori adottarono un sistema per farli cedere: separarono i figli dalle madri, poi li condussero in una saletta adiacente a due stanze. Una, situata ad ovest, era indicata da un cartello con scritto “Liberazione”, dove i soldati avevano ammassato giocattoli, ventagli e altre mercanzie; se vi fossero entrati, sarebbero stati salvati. L’altra, a est, era contrassegnata dalla scritta “Morte”.
Di fronte alla perplessità dei piccoli, venne deciso di far venire alcune delle donne e di porle di fronte alla medesima scelta. La matrigna di Anna, che era fra di loro, apostatò e segnalò la presenza della figliastra; i soldati, quindi, le ordinarono di condurla con sé nella stanza ad ovest. La fanciulla inizialmente la seguì, poi, vedendo che le sue parole non sortivano effetto, tornò indietro, mescolandosi alle altre compagne. Così racconta il salesiano don Eugenio Pilla, nella biografia intitolata «Giglio purpureo di Tai-Ning», pubblicata dalle Edizioni Paoline nel 1960.
Altre fonti, invece, affermano che le stanze erano solo due, senza quella in mezzo, e che, quando la matrigna entrò nella stanza della liberazione, improvvisamente si voltò e, tirando Anna per un braccio, volle trascinarla con sé. Lei, aggrappandosi agli stipiti della porta, gridò: «Io credo in Dio. Sono cristiana. Non voglio rinunciare a Dio. Gesù, salvami!». La stessa frase è attestata anche come: «Voglio credere in Dio. Voglio essere cattolica. Non voglio lasciare la Chiesa! Gesù, aiutami!».
Le madri che non avevano apostatato subirono una nuova minaccia: tornare alla religione degli antenati, o essere sepolte vive insieme ai figli; lo stesso valeva per le ragazze. Venne quindi loro concessa una notte di riflessione.
Osservando le candele che illuminavano la stanza dov’era rinchiusa con gli altri, Anna commentò: «Queste candele vengono dalla chiesa. Guardate quanto sono belle queste fiamme! Comunque, la gloria del paradiso è milioni di volte più gloriosa di queste belle fiamme!». Così dicendo, le guidò nella preghiera della sera.
L’indomani, il 22 luglio 1900, donne e bambini vennero condotti in uno spiazzo, dove erano state preparate delle fosse. Prima avevano subito un nuovo interrogatorio a cui non risposero, perché incoraggiate dallo sguardo di Anna. I soldati dissero loro che, se fossero rimaste ostinate nel loro proposito, sarebbero dovute entrare nelle fosse insieme ai figli.
Le donne avanzarono, ma la ragazza suggerì loro, a voce bassa, d’inginocchiarsi rivolte verso la chiesa del villaggio. Il capo, allora, ordinò che tutte venissero colpite con la spada, a cominciare dalle più anziane, e spinte nelle buche. Una delle ultime a cadere fu Lucia Wang, che, dopo aver nuovamente dichiarato di essere cristiana e che lo era anche il figlio Andrea, disse ai suoi carnefici che avrebbero dovuto uccidere prima lui. Così fecero: dapprima decapitarono il bambino, poi sua madre e sua sorella minore.
Venuto il turno delle più giovani, Anna si preparò intensificando la propria preghiera, proprio come quando era nella sua chiesa. Il capo dei Boxer, di nome Song, a quella vista si arrestò, rifletté un momento, poi ordinò alla ragazza di lasciare la sua religione. Immersa nell’orazione, lei non lo sentì neppure. L’uomo, allora, le toccò la fronte e ribadì la sua richiesta. Anna si riscosse, fece un passo indietro e gridò: «Non toccarmi!». Subito dopo, si calmò e disse: «Sono cattolica. Non rinnegherò mai Dio. Preferisco morire».
Il soldato, allora, le propose che, se avesse apostatato, l’avrebbe data in moglie a un uomo molto ricco. La ragazza replicò: «Non lascerò mai la mia religione. Inoltre», disse, indicando il villaggio e la sua chiesa, «sono già stata promessa in sposa», riferendosi sia al Signore, sia alla sua parrocchia, vale a dire alla Chiesa.
Furibondo, Song le tagliò un pezzo di carne dalla spalla sinistra e ribadì la sua richiesta, ma, al ricevere un ulteriore rifiuto, tranciò di netto il braccio sinistro. Anna, rimasta inginocchiata, disse sorridendo: «La porta del paradiso è aperta per tutti». Poi, sussurrando tre volte il nome di Gesù, offrì il collo al carnefice.
Un testimone oculare dichiarò che, dopo la decapitazione, il resto del corpo rimase ritto sulle ginocchia per parecchio tempo e non cadde finché un soldato non gli diede un calcio. Un’altra testimone, una donna anziana che conosceva molto bene la ragazza, affermò di aver visto la sua anima andare in cielo, vestita di un abito di seta azzurro e verde, con una corona di fiori sul capo.
Il 6 novembre 1901 si procedette alla riesumazione dei cadaveri, per concedere loro una degna sepoltura. Padre Albert Wetterwald, che presiedeva alla cerimonia, scrisse nella sua relazione: «Quando gli incaricati, lavorando con precauzione, tra un silenzio solenne tolsero lo strato di terra che ricopriva i cadaveri; allorché tutti gli sguardi avidi videro apparire confuse, ma intatte le membra e le teste delle vittime, fu un grido solo di ammirazione e di dolore insieme. I pagani gridavano al miracolo.
I cristiani piangevano, ma più di gioia che di tristezza».
Dopo i solenni funerali, i compaesani di Anna iniziarono ad invocare la sua intercessione, che fu comprovata da numerose grazie singolari. Sul piano delle guarigioni spirituali, invece, i primi a beneficiarne furono proprio i familiari che tanto aveva amato nonostante tutto: la nonna morì santamente, mentre la matrigna ridiventò cattolica. Il padre, tornato anch’egli alla fede, rimase cieco: pregò la figlia che gli ridonasse la vista, ma non accadde. Accettò, quindi, quella condizione per espiare le sue colpe.
La causa di canonizzazione per Anna Wang venne inserita in quella del gruppo capeggiato dal gesuita padre Leone Ignazio Mangin e composto in tutto da cinquantasei martiri. Il riconoscimento del loro martirio venne sancito il 22 febbraio 1955. Il 17 aprile dello stesso anno, domenica “in albis”, si svolse invece la beatificazione. La canonizzazione del gruppo, inserito nel più ampio elenco dei 120 martiri cinesi, avvenne invece il 1 ottobre 2000.
(Autore: Emilia Flocchini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Anna Wang, pregate per noi.


*Sant'Ansegiso di Fontenelle - Abate (20 luglio)

770 circa – 833
Nacque verso il 770 nel Lionese da famiglia franca di antica nobiltà e nel 788 entrò nel monastero di Fontenelle (S. Vandrille, diocesi di Rouen), dove era abate un suo parente, San Gervoldo, clic in seguito lo presentò a Carlomagno.
Nel Chronicon Fontenellense, da cui traiamo queste notizie, Carlo è chiamato re e non imperatore: l'incontro avvenne, dunque, prima dell'800 e in quell'epoca Ansegiso ricevette da Carlo l'incarico di amministrare il monastero di San Sisto, presso Reims, e quello di San Memmio, a Châlons.
Nell'807 Ansegiso fu eletto abate di S. Germer-de-Fly e nello stesso tempo Eginardo lo nominò exactor operum regalium, cioè direttore delle fabbriche reali e amministratore del fisco, affidandogli numerose missioni diplomatiche.
Nell'817 Ludovico il Pio nominò Ansegiso abate di Luxeuil e nell'823 abate di Fontenelle in sostituzione di Eginardo. Pur accumulando su di sé queste importanti cariche, Ansegiso si adoperò instancabilmente per ottenere il ritorno all'osservanza nei monasteri franchi e soprattutto restaurò moralmente e materialmente Fontenelle, arricchendone la biblioteca e promuovendo l'attività dello scriptorium.
Nel quadro di quest'opera di organizzazione si inserisce la più antica raccolta dei capitolari carolingi, i Libri IV Capitularium, raccolti e pubblicati da Ansegiso a Foutenelle nel gennaio dell'827 e che abbracciano gli anni 787-826.
La collezione comprende quattro libri e i capitolari importanti sono ordinati secondo il contenuto e secondo la data di pubblicazione, mentre quelli imperfetti o ripetuti trovano posto in tre appendici.
L'opera è così divisa: il primo libro comprende i capitolari ecclesiastici di Carlomagno; il secondo quelli di Ludovico il Pio sullo stesso argomento; il terzo quelli di Carlo Magno in materia civile; il quarto quelli di Ludovico il Pio pure in materia civile.
J. Du Tillet nel 1548, a Parigi, pubblicò per la prima volta i libri, ma in edizione incompleta e in seguito l'opera di Ansegiso comparve nei Monumenta Germaniae Historica e nella Patrologia Latina PL.
Ansegiso, colpito da paralisi, morì nell'833 dopo aver nominato suo esecutore testamentario il vescovo di Beauvais, Ildermano.
La sua festa si celebra il 20 luglio.
(Autore: Charles Lefebvre - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Ansegiso di Fontenelle, pregate per noi.


*Sant'Apollinare di Ravenna - Vescovo e Martire (20 e 23 luglio)

Circa II-III secolo
Sant'Apollinare, originario di Antiochia, per primo rivestì la carica episcopale nella città imperiale di Ravenna, forse incaricato dallo stesso apostolo San Pietro, di cui si dice fosse stato discepolo.
Si dedicò all'opera di evangelizzazione dell'Emilia-Romagna, per morire infine martire, come vuole la tradizione.
Le basiliche di Sant'Apollinare in Classe e Sant'Apollinare Nuovo sono luoghi privilegiati nel tramandarne la memoria.
Il suo culto tuttavia si diffuse rapidamente anche oltre i confini cittadini.
I pontefici Simmaco (498-514) ed Onorio I (625-638) ne favorirono la diffusione anche a Roma, mentre il re franco Clodoveo gli dedicò una chiesa presso Digione.
In Germania probabilmente si diffuse ad opera dei monasteri benedettini, camaldolesi e avellani.
Una chiesa era a lui dedicata anche a Bologna nell'area del Palazzo del Podestà, ma siccome fu demolita nel 1250 il cardinale Lambertini gli dedicò un altare nell'attuale Cattedrale cittadina.
Sant'Apollinare è considerato patrono della città di cui per primo fu pastore, nonché dell'intera regione Emilia-Romagna. (Avvenire)
Patronato: Ravenna, Emilia-Romagna
Etimologia: Apollinare = sacro ad Apollo, dal latino
Emblema: Bastone pastorale, Palma, Pallio
Martirologio Romano: Sant’Apollinare, vescovo, che, facendo conoscere tra le genti le insondabili ricchezze di Cristo, precedette come un buon pastore il suo gregge, onorando la Chiesa di Classe presso Ravenna in Romagna con il suo glorioso martirio. Il 23 luglio migrò al banchetto eterno.
(23 luglio: A Classe presso Ravenna in Romagna, commemorazione di sant’Apollinare, vescovo, la cui memoria si celebra il 20 luglio).
Sant’Apollinare, protovescovo di Ravenna e primo evangelizzatore dell’Emilia-Romagna, visse al tempo dell’Impero Bizantino d’Occidente, in periodo collocabile all’incirca tra la fine del II e gli inizi
del III secolo. Secondo la tradizione Apollinare proveniva da Antiochia e sarebbe stato addirittura discepolo dell’apostolo San Pietro.
Questi lo avrebbe destinato a ricoprire per primo la carica episcopale nella città imperiale di Ravenna.
Questa tradizione nacque nel VII secolo e non è documentata storicamente, tanto da contrastare con le probabili datazioni prima esposte.
A quanto pare risalirebbe al tempo dell’arcivescovo Mauro (642-671), che quasi certamente ne fu l’autore, forse per conferire un maggior prestigio alla Chiesa locale di questa città che stata cominciando ad assumere sempre maggiore importanza.
Sin dai primi tempi Apollinare fu sicuramente venerato quale martire, come asserì il vescovo ravennate San Pier Crisologo in un suo sermone, ed il suo culto si diffuse assai, nonostante non si tramandino molti dettagli attendibili sulla sua vita o sulla sua morte.
Menzionato per la prima volta dal Martirologio Gerominiano del V secolo in data 23 luglio quale “confessore” e “sacerdote”, ancora oggi il Martyrologium Romanum lo commemora in tale anniversario, anche se la memoria liturgica è anticipata di tre giorni.
Quando infatti, dopo il Giubileo del 2000, papa Giovanni Paolo II volle ripristinare nel calendario liturgico della Chiesa latina la memoria facoltativa di Sant’Apollinare, dovette optare per la data del 20 luglio onde evitare sovrapposizioni con altre festività obbligatorie.
La splendida basilica di Sant’Apollinare in Classe, presso Ravenna, fu consacrata nel 549: custodiva la tomba del santo ed un prezioso mosaico lo raffigurava nella volta dell’abside.
Nell’VIII secolo l’antica basilica di San Martino in Ciel d’Oro fu restaurata e ridenominata Sant’Apollinare Nuovo al fine di divenire nuovo centro del culto tributato al santo protovescovo.
I pontefici Simmaco (498-514) ed Onorio I (625-638) favorirono la diffusione anche a Roma della venerazione verso Sant’Apollinare, mentre il re franco Clodoveo gli dedicò una chiesa presso Digione.
In Germania probabilmente si diffuse ad opera dei monasteri benedettini, camaldolesi e avellani.
Una chiesa era a lui dedicata anche a Bologna nell’area del Palazzo del Podestà, ma siccome fu demolita nel 1250 il cardinale Lambertini gli dedicò un altare nell’attuale Cattedrale cittadina.
Sant’Apollinare è considerato patrono della città di cui per primo fu pastore, nonché dell’intera regione Emilia-Romagna.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Apollinare di Ravenna, pregate per noi.


*Sant'Aurelio di Cartagine - Vescovo (20 luglio)

Nord Africa, IV secolo - Cartagine (Tunisia), 430
Etimologia: Aurelio = oro e sole - latino e greco; che brilla, splendente - dall'etrusco
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: A Cartagine, nell’odierna Tunisia, Sant’Aurelio, vescovo, che, salda colonna della Chiesa, protesse i suoi fedeli dalle usanze pagane e collocò il seggio episcopale sul luogo in cui prima si trovava la statua della dea del cielo.
Nell’anno 388 è diacono a Cartagine e fa amicizia col futuro Sant’Agostino: è la prima cosa che sappiamo su Aurelio, di cui s’ignorano data e luogo di nascita.
Nel 391 o 392, eccolo vescovo di Cartagine. (Intanto Agostino diventa sacerdote nel 391 e nel 395 vescovo di Ippona, presso l’attuale Annaba, in Algeria). A Cartagine, Aurelio è il numero uno della Chiesa nella “Provincia d’Africa” (la fascia Nord del continente, escluso l’Egitto).
Ma questa è una Chiesa in macerie, da quando l’ha spaccata uno scisma a inizio secolo.
La crisi era esplosa alla fine delle persecuzioni: allora molti cristiani rimasti fedeli negli anni sanguinosi delle persecuzioni, erano propensi a riaccogliere e perdonare chi aveva momentaneamente ceduto per debolezza.
Altri respingevano invece ogni indulgenza, e trovarono un capo energico – il vescovo Donato, della Numidia – che trasformò uno stato d’animo in forza religiosa e anche politica, tesa alla purificazione della Chiesa, separandola dal mondo profano e dall’impero.
La maggioranza dei cristiani accettò (contro la volontà del Papa e dell’imperatore) Donato come vescovo di Cartagine, e la Chiesa si divise: i cattolici da una parte, i “donatisti” dall’altra. Dopo la morte di Donato in deportazione (ca. 355) i suoi si divisero ancora, vescovi contro vescovi, fedeli contro fedeli.
A Cartagine, ora, Aurelio trova i suoi cattolici uniti, sì, ma scadenti nella fede come nelle opere. Si è dimenticata la dottrina, le chiese servono anche per i banchetti, e persino certi monaci rifiutano il lavoro. Questi, il vescovo Aurelio li rimanda presto alla zappa, e Agostino ne spiega loro il perché col trattato De opere monachorum.
Il pensiero del vescovo di Ippona nutre e incoraggia l’attivismo di Aurelio per rivitalizzare la Chiesa e richiamarvi i lontani.
Come Donato, anche lui conosce bene stati d’animo, attese e paure della sua gente. Perciò ai dissidenti Aurelio porge subito una mano amica, innanzitutto con la sua carità (lodata da Agostino nel De civitate Dei) e anche con precisi atti ufficiali. Già al Concilio di Ippona (393) egli offre cordiale accoglienza ai vescovi donatisti desiderosi di ritornare con i loro fedeli all’unità; e ammette al sacerdozio anche chi è stato battezzato da scismatici. Aurelio risolve insomma questa grave crisi disciplinare in Africa, e tra africani.
Nelle cose che invece toccano la fede, sull’esempio di Agostino, egli cerca immediatamente la sintonia con Roma. Aurelio e Agostino muoiono nelle loro sedi episcopali di Cartagine e di Ippona nello stesso anno, il 430. E intanto per la “Provincia d’Africa” incomincia un’altra dura stagione: è in arrivo infatti l’invasione dei Vandali.
(Autore: Domenico Agasso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Aurelio di Cartagine, pregate per noi.

 

*Beato Bernardo di Hildesheim - Vescovo (20 luglio)

Martirologio Romano: A Hildesheim nella Sassonia in Germania, Beato Bernardo, vescovo, che, sebbene cieco, resse in pace per ventitrè anni la sua Chiesa.
Prevosto della Cattedrale di Hildesheim, Bernardo fu eletto vescovo nel 1130. Grande erudito ed amante della pace, fu anche un ottimo vescovo e nel 1131, nel sinodo di Reims, propose la canonizzazione del vescovo Godeardo, suo predecessore, del cui culto si fece promotore costruendo la famosa chiesa di San Godeardo, uno dei gioielli dell'architettura gotico-romanica. Divenuto cieco, Bernardo conservò ugualmente la direzione della sua diocesi fino al 1153, anno in cui si dimise su richiesta del legato pontificio.
Morì poco tempo dopo e fu sepolto nella chiesa di San Godeardo.
Dal sec. XVIII è venerato col titolo di beato, con festa al 20 luglio.
(Autore: Albert D'Haenens - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Bernardo di Hildesheim, pregate per noi.


*San Cassiano - Abate di San Saba (20 luglio)

Nacque a Scitopoli e fu educato da San Saba.
Fu uomo "di retta fede e virtuoso nelle parole come nelle opere" secondo l'elogio che scrisse di lui il suo concittadino Cirillo.
Morì il 20 luglio 547 o 548.
(Fonte: Terra Santa)
Giaculatoria - San Cassiano, pregate per noi.


*Sant'Elia Profeta (20 luglio)

sec. IX a.C.
Elia (il cui nome significa «il mio Dio è Jahvè») nacque verso la fine del X sec. a.C. e visse sotto il regno di Acab, che aveva imposto il culto del dio Baal.
Elia si presentò dinanzi al re Acab ad annunciargli, come castigo, tre anni di siccità.
Abbattutosi il flagello sulla Palestina, ritornò dal re e per dimostrare l'inanità degli idoli lanciò la sfida sul monte Carmelo contro i 400 profeti di Baal.
Quando sul solo altare innalzato da Elia si accese prodigiosamente la fiamma, e l'acqua invocata scese a porre fine alla siccità, il popolo linciò i sacerdoti idolatri.
Ma Elia dovette sottrarsi all'ira della moglie di Acab, Jezabel, seguace del dio Baal.
Sconfortato, pregò Dio di farlo morire.
Ma dopo un angelo, gli apparve Dio ed Elia comprese che il trionfo del bene avviene con pazienza, perché Dio domina il tempo.
Il fiero profeta, che indossava un mantello di pelle sopra un rozzo grembiule stretto ai fianchi, come otto secoli dopo vestì, Giovanni Battista, di cui è la prefigurazione, tornò in mezzo al popolo di Dio, ma non assistette al pieno trionfo di Jahvè.
Morì misteriosamente nell'850 a.C., su un carro di fuoco. (Avvenire)
Etimologia: Elia = il mio Signore è Jahvè, dall'ebraico
Martirologio Romano: Commemorazione di Sant’Elia Tesbita, che fu profeta del Signore nei giorni di Acab e di Acazia, re di Israele, e con tale forza rivendicò i diritti dell’unico Dio contro l’infedeltà del popolo, da prefigurare non solo Giovanni Battista, ma il Cristo stesso; non lasciò profezie scritte, ma la sua memoria viene fedelmente conservata, in particolare sul monte Carmelo.
Elia con Eliseo e Samuele, è uno dei più grandi profeti di ione (distinti dai profeti scrittori, come Isaia, Geremia, Ezechiele e Daniele, che hanno lasciato degli scritti inanone dei Libri
sacri), e la sua missione fu di incitare il popolo alla fedeltà all'unico vero Dio, senza lasciarsi sedurre dall'influsso del culto idolatrico e licenzioso di Canaan.
Elia (il cui nome significa "il mio Dio è Jahvè") nacque verso la fine del X sec. a.C. e svolse gran parte della sua missione sotto il regno del pavido Acab (873-854), docile strumento nelle mani dell'intrigante moglie Jezabel, di origine fenicia, che aveva dapprima favorito e poi imposto il culto del dio Baal.
Quando ormai il monoteismo pareva soffocato e la maggioranza del popolo aveva abbracciato l'idolatria, Elia si presentò dinanzi al re Acab ad annunciargli, come castigo, tre anni di siccità.
Abbattutosi il flagello sulla Palestina, Elia ritornò dal re e per dimostrare la inanità degli idoli lanciò la sfida sul monte Carmelo contro i 400 profeti di Baal.
Quando sul solo altare innalzato da Elia si accese prodigiosamente la fiamma, e l'acqua invocata scese a porre fine alla siccità, il popolo esultante linciò i sacerdoti idolatri.
Elia credette giunto il momento del trionfo di Javhè, e perciò tanto più amara e incomprensibile gli apparve la necessità di sottrarsi con la fuga all'ira della furente Jezabel.
Braccato nel deserto come un animale da preda, l'energico e intransigente profeta sembrò avere un attimo di cedimento allo sconforto.
Il suo lavoro, la sua stessa vita gli apparvero inutili e pregò Dio di recidere il filo che lo teneva ancora legato alla terra.
Ma un angelo lo confortò, porgendogli una focaccia e una brocca d'acqua; poi Dio stesso gli apparve, restituendogli l'indomito coraggio di un tempo.
Elia comprese che Dio non propizia il trionfo del bene con gesti spettacolari, ma agisce con longanime pazienza, poiché egli è l'Eterno e domina il tempo.
Il fiero profeta, che indossava un mantello di pelle sopra un rozzo grembiule stretto ai fianchi, come otto secoli dopo vestì il precursore di Cristo, Giovanni Battista, di cui è la prefigurazione, tornò con rinnovato zelo in mezzo al popolo di Dio, ma non assistette al pieno trionfo di Jahvè.
L'opera di riedificazione spirituale, tanto faticosamente iniziata, venne portata avanti con pieno successo dal suo discepolo Eliseo, al quale comunicò la divina chiamata mentre si trovava nei campi dietro l'aratro, gettandogli sulle spalle il suo mantello.
Eliseo fu anche l'unico testimone della misteriosa fine di Elia, avvenuta verso l' 850 a.C., su un carro di fuoco.
(Autore: Piero Bargellini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Elia Profeta, pregate per noi.


*Sant'Ethelwitha - Regina (20 luglio)

Insieme col marito, re Alfredo, fondò un monastero femminile a Winchester, nel quale, rimasta vedova (901), si ritirò morendovi nel 903.
La sua festa è celebrata il 20 luglio.
(Autore: Edward I. Watkin – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Ethelwitha, pregate per noi.


*Beata Francisca del S.Cuore di Gesù Aldea Araujo - Suora, Martire in Spagna (20 luglio)
Somolinos (Guadalajara) Spagna, 17 dicembre 1881 – Canillejas (Madrid), 20 luglio 1936
Le Beate Rita Dolores Pujalte Sanchez e Francisca del Sagrado Corazon de Jesus Aldea Araujo sono due suore uccise durante la Guerra civile spagnola (1936-1939).
In quel periodo la Chiesa pagò un enorme tributo: furono assassinati, infatti, 7mila tra religiosi, religiose e sacerdoti. Le due appartenevano alle Suore della carità del Sacro Cuore di Gesù, fondate nel 1877 in Spagna dalla venerabile Isabel de Larrañaga.
Dopo di lei, Rita Dolores era stata la seconda superiora della Congregazione.
Quando avvenne il martirio, il 20 luglio del 1936, le due si trovavano nel collegio di Santa Susanna a Madrid.
Rita, ormai 83enne e cieca, veniva assistita da Francesca, infermiera 55enne. Fatta irruzione nell'istituto per ragazze povere, i rivoluzionari finsero, su preghiera delle consorelle, di risparmiarle. In realtà le caricarono su un camion, le portarono a Canillejas, un sobborgo della capitale, e le fucilarono.
Nel 1940 i corpi furono riesumati e trovati incorrotti. Sono state beatificate insieme il 10 maggio del 1998. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Madrid in Spagna, Beate Rita dell’Addolorata del Cuore di Gesù Pujalte y Sánchez e Francesca del Cuore di Gesù Aldea y Araujo, vergini della Congregazione delle Suore della Carità del Sacro Cuore di Gesù e martiri, che, durante la persecuzione scoppiata nel corso della guerra civile, furono arrestate nella chiesa del Collegio dai nemici della Chiesa e poco dopo fucilate in strada.
La Congregazione delle "Suore della Carità del Sacro Cuore di Gesù", fondata nel 1877 in Spagna dalla venerabile Isabel de Larrañaga Ramirez, è stata presente con il tributo di sangue di alcune sue figlie, alla grande carneficina di religiosi e clero cattolici (quasi 7.000), che la Chiesa di Spagna, ha dovuto pagare durante la violenta e sanguinaria Guerra Civile del 1936-39.
A questa Congregazione appartenevano le due suore Rita Dolores Pujalte Sanchez e Francisca del Sagrado Corazón de Jesús Aldea Araujo; la prima Rita Dolores fu l’immediata successore della
Fondatrice alla guida della Congregazione, la seconda Francisca Aldea era infermiera volontaria per assistere l’ammalata superiora, entrambe spose di Cristo, subirono il martirio insieme.
Francisca Aldea nacque il 17 dicembre 1881 a Somolinos (Guadalajara, sin da bambina provò il dolore e le difficoltà della vita, perché a nove anni perdette il padre e due anni dopo la madre.
Ad 11 anni, ancora una bambina, fu accolta come alunna interna nel collegio di Santa Susanna di Madrid, guidato dalle “Hermanas de la Caridad del S.do C. de Jesús”, ‘Suore della Carità del Sacro Cuore di Gesù’.
A 18 anni entrò nel noviziato dell’Istituto, dove era cresciuta, avendo come maestra delle novizie madre Rita Dolores; distintasi come modello di vita religiosa durante il noviziato, fu ammessa ai voti temporali il 20 novembre 1903 e nel 1910 a quelli perpetui, prese il nome di Francisca del S. Cuore di Gesù.
Ottenne il titolo di maestra e le fu affidato l’insegnamento delle ragazze del collegio, compito che tenne fino al 1916 quando fu eletta assistente e poi segretaria generale.
Memore della sua condizione di orfana, ebbe particolare predilezione per le bambine orfane e povere e per le persone ammalate.
Portata all’ammirazione per l’antica sua maestra di noviziato, ex superiora generale, dimorante nel collegio di Madrid e ormai molto anziana e quasi cieca; si offrì volontariamente di assisterla come infermiera e in questo compito fu colta dalla Guerra civile spagnola.
Nel luglio 1936 a Madrid la situazione era precipitata e in città si respirava un clima di paura, di imminente pericolo di persecuzione religiosa.
La Comunità del Collegio di S. Susanna pur cosciente del pericolo, decise di rimanere per continuare ad avere cura delle orfane ricoverate; il 20 luglio i rivoluzionari assalirono il Collegio e abbattendo le porte, entrarono sparando.
Le suore raccolte in preghiera nella cappella, si preparavano al peggio, la superiora pregò gli assalitori di lasciare libere l’anziana ottantatreenne e quasi cieca madre Rita Dolores e suor Francesca anch’essa malata, pur essendo più giovane.
I rivoluzionari fingendo di aiutare le due religiose, le accompagnarono prima in un appartamento vicino; dopo due ore un gruppo di rivoltosi, tornò nell’appartamento prelevandole e trascinandole giù per le scale, le fecero salire su un furgone, conducendole in un sobborgo di Madrid, nel paesino di Canillejas; si avviarono in una strada solitaria, vicino al cimitero del paese, qui giunti le fecero scendere dal furgone e scaricarono su di esse diversi colpi di fucile; erano le 15,30 del 20 luglio 1936.
La loro età e le malattie di cui soffrivano, non furono sufficienti a fermare la furia assassina dei persecutori, nel 1940 i cadaveri furono esumati per portarli al cimitero della Almudena di Madrid e a detta dei testimoni, i corpi conservavano ancora la flessibilità ed il colore di una persona vivente.
A seguito della fama di santità delle due suore, nel 1954 i loro corpi incorrotti, furono traslati a Villaverde vicino Madrid e collocati nella cappella del loro Istituto.
Il processo per la loro beatificazione si aprì nel 1954 e proseguì negli anni, fino al 1997 quando il papa approvò il martirio subito dalle due religiose.
Per Rita Dolores e Francisca Aldea, il martirio fu il premio per la loro vita spesa al servizio degli altri e il soddisfacimento dell’ardente desiderio di versare il loro sangue per Cristo, come avevano espresso più di una volta.
Papa Giovanni Paolo II le ha beatificate insieme il 10 maggio 1998 in Piazza S. Pietro; la loro ricorrenza liturgica è al 20 luglio.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Francisca del S.Cuore di Gesù Aldea Araujo, pregate per noi.


*San Frumenzio - Vescovo in Etiopia (20 luglio)

Ruffino ci racconta che mentre Frumenzio e l'amico Edesio tornavano a Tiro da un viaggio, gli Etiopi uccisero tutti i componenti della loro nave. I due ragazzi furono risparmiati per la loro giovane età e dati come schiavi al re, di cui Frumenzio divenne coppiere.
Alla corte di Axum si convertirono al cristianesimo per merito di mercanti greco-romani. In seguito i giovani ebbero il permesso di tornare in patria. Mentre Edsio si recò a Tiro dove contatti con San Riffino, Frumenzio si incontrò ad Alessandra d'Egitto con il vescovo Atanasio da cui fu consacrato primo vescovo di Axum.
Ritornato ad Axum, sembra che ne abbia convertito il giovane re, come una iscrizione fa supporre.
Il messaggio evangelico da lui portato attecchì talmente in Etiopia da resistere, secoli dopo, anche l'invasione islamica.
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: In Etiopia, San Frumenzio, vescovo, che fu dapprima prigioniero e, ordinato poi vescovo da Sant’Atanasio, propagò il Vangelo in questa regione.
Tra i Santi dei giorno c'è una figura che ricorda un fatto storico di suggestivo interesse nei secoli dei Medioevo, quando i Crociati di ritorno dalla Terrasanta portarono in Europa una mirabolante notizia: a Gerusalemme, avevano incontrato alcuni pellegrini negri, venuti da un lontano paese africano, uomini di ignota civiltà, eppure di chiara fede cristiana.
A quei tempi, l'Africa non apparteneva alla geografia del cristianesimo, da quando le regioni
cristiane della costa mediterranea erano state spazzate via dalla grande invasione degli Arabi musulmani, nel VII secolo. Si comprende perciò la sorpresa nell'apprendere che nei luoghi più selvaggi dell'Africa sconosciuta vivevano uomini nerissimi di pelle e strani d'aspetto, ma che serbavano la fede cristiana al di là del baluardo della dominazione mussulmana.
Si cominciò così a parlare del regno del favoloso prete Gianni, potente Sovrano e sacerdote dei suo popolo. Dove si trovasse questo antico Regno, civile e giusto, in un paese vasto e ricco, nessuno sapeva dirlo con esattezza, ma con insistenza veniva fatto il nome di una regione detta Etiopia.
Non sapremo mai chi fosse il favoloso prete Gianni; sappiamo però, dagli storici dei primi secoli della Chiesa, chi fosse colui che per primo portò il Cristianesimo in Etiopia.
Non era stato un missionario, ma un ragazzo dei IV secolo. Si chiamava Frumenzio, e viaggiava con un altro ragazzo, Edesio, al seguito di un filosofo loro precettore. Tornando dalle Indie, fecero scalo ad Abdulis, sul Mar Rosso, dove gli Etiopi massacrarono l'equipaggio della nave, filosofo compreso.
I due ragazzi, che erano a terra intenti allo studio, vennero catturati vivi e offerti in dono al Re degli Etiopi. Erano ambedue svegli e intelligenti, e piacquero al Sovrano. Frumenzio divenne suo segretario, Edesio coppiere.
Alla morte del Re, furono consiglieri dell'erede minorenne, e Frumenzio ottenne di poter costruire chiese per i mercanti cristiani che passavano dal paese.
Attorno a queste chiese, lentamente e faticosamente, il Cristianesimo si apprese anche agli Etiopi, mentre Edesio e Frumenzio furono lasciati liberi, a malincuore, di ritornare ai loro paesi.
Ad Alessandria, in Egitto, Frumenzio chiese al grande Vescovo Atanasio di inviare sacerdoti e Vescovi nel lontano paese dove egli aveva gettato con successo il primo seme cristiano. Sant'Atanasio lo ascoltò con grande interesse, e non trovò di meglio che consacrar Vescovo lui stesso, rimandandolo come Apostolo tra gli Etiopi.
Fu accolto con affetto e con onore, chiamato "rivelatore della luce " e Abba Salama cioè padre pacifico. Gli Etiopi, dicono gli storici, "Si convertirono in numero infinito".
E da allora, attraverso tutte le vicende della storia, non dimenticarono più la fede insegnata loro da San Frumenzio, ragazzo cristiano e avventuroso missionario.
(Fonte: Archivio Parrocchia)
Giaculatoria - San Frumenzio, pregate per noi.


*Beato Giuseppe Barsabba - il Giusto (20 luglio)

Martirologio Romano: Commemorazione del Beato Giuseppe, chiamato Barsabba e soprannominato il Giusto, discepolo del Signore, che gli Apostoli proposero insieme a San Mattia, perché uno dei due prendesse il posto che era stato di Giuda il traditore; e pur caduta la sorte su Mattia, egli si adoperò ugualmente nel ministero della predicazione e della santificazione.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giuseppe Barsabba, pregate per noi.


*San Giuseppe Maria Diaz Sanjurjo - Vescovo e martire (20 luglio)

Scheda del gruppo a cui appartiene:
“Santi Martiri Vietnamiti” (Andrea Dung Lac e 116 compagni)

28 ottobre 1818 - 30 gennaio 1860
É il primo dei venticinque martiri uccisi nel Tonchino Centrale (Vietnam) durante la persecuzione che infierì dal 1857 al 1862, e beatificati da Pio XII il 29-4-1951. Giuseppe nacque, primo di cinque fratelli, il 28-10-1818 a Vigo, in Spagna. Il Santo risolvette di farsi domenicano per potere più facilmente realizzare le sue aspirazioni di vita missionaria.
A tal fine i superiori lo mandarono con cinque fratelli dapprima nelle Filippine e poi fu destinato al Tonchino, dove i pericoli per i cristiani erano molto maggiori.
Morì martirizzato nella città di Nam Định condannato a morte in odio alla fede durante la persecuzione dell’imperatore Tự Đức. Mons. Sanjurjo e i suoi compagni furono canonizzati il 19-6-1988 da Giovanni Paolo II con altri 112 martiri del Vietnam.
Martirologio Romano: Nella città di Nam Định nel Tonchino, ora Viet Nam, San Giuseppe Maria Díaz Sanjurjo, vescovo dell’Ordine dei Predicatori e martire, condannato a morte in odio alla fede durante la persecuzione dell’imperatore Tự Đức.
É il primo dei venticinque martiri uccisi nel Tonchino Centrale (Vietnam) durante la persecuzione che infierì dal 1857 al 1862, e beatificati da Pio XII il 29-4-1951.
Giuseppe nacque, primo di cinque fratelli, il 28-10-1818 a Vigo, villaggio della parrocchia di Santa Eulalia di Suegos, nella provincia di Lugo (Spagna), da benestanti agricoltori. Poiché fin dall'infanzia diede segni di vocazione ecclesiastica, fu mandato in seminario, dove, a dodici anni, vestì l'abito chiericale e ricevette la prima tonsura.
Quando, a motivo dei rivolgimenti politici, il seminario di Lugo fu chiuso, il Santo fu costretto a ritornare in famiglia. Non se la sentiva però di lavorare la terra. Al padre che un giorno gliene muoveva lamento, egli disse con franchezza: "Io non sono fatto per questi lavori; altri me ne sono riservati in paesi lontani". Dopo tre anni, il seminario riaprì i battenti e Giuseppe poté farvi ritorno per lo studio della teologia e del diritto che andò poi a perfezionare all'università di Compostela.
Nel fiore degli anni, nonostante l'opposizione del padre, il santo risolvette di farsi domenicano per potere più facilmente realizzare le sue aspirazioni di vita missionaria. Di lui Don Giovanni Carrera, parroco di San Martin de Ferreiros, testimoniò: "Lo conosco da quando era ancora assai giovane, e ho sempre notato in lui una vita esemplare, austera e frugale, una grande inclinazione alla virtù e alla vocazione sacerdotale".
I Domenicani lo ammisero alla vestizione religiosa a Ocana, in provincia di Toledo, nel 1842, alla professione solenne l'anno successivo perché si era mostrato "religioso esemplare, ubbidiente, penitente ed umile" e all'ordinazione sacerdotale nel 1844.
Poiché P. Sanjurjo sospirava la vita missionaria, i superiori lo mandarono con cinque fratelli nelle Filippine.
A Manila fu nominato professore di lettere nell'università di San Tommaso, ma dopo alcuni mesi egli confidò al P. Provinciale che avrebbe preferito andare a predicare il Vangelo nelle missioni più pericolose.
Fu destinato al Tonchino dove regnava Thiéu-Tri (1840-1847), figlio del re Minh-Manh, il quale aveva pubblicato numerosi editti di persecuzione contro i cristiani per cui la vita e la morte di essi erano poste nelle mani dei mandarini. Il P. Sanjurjo, che anelava al martirio, non ne fece caso.
Giunse sul campo del lavoro nella Pasqua del 1845. Suo primo compito fu quello di dirigere il seminario minore di Luc-Thuy, nella provincia di Nam-Dinh. Da poco ne era stato eletto rettore quando la squadra navale annamita fu distrutta da due navi da guerra francesi. Il re Thiéu-Tri se ne vendicò infierendo contro i cristiani anche se non avevano niente a che vedere con quel disastro. Rinnovò difatti la proibizione di appartenere alla religione cristiana, e raccomandò ai mandarini la rigorosa osservanza dei decreti emanati da suo padre.
Il Santo fu costretto a disperdersi con i seminaristi nei distretti vicini perché a Luc-Thuy furono fatte perquisizioni per arrestarli. Alla morte del persecutore regnò il secondogenito di lui, Tu-Dùc (1847-1883) il quale, invece di fare rispettare l'anno di lutto regolamentare con la pace, promise un premio a coloro che fossero riusciti a catturare qualche europeo. Il seminario di Luc-Thuy fu devastato e depredato.
Il rettore riuscì a mettersi in salvo con i seminaristi a Cao-Xà, dove era stato già preceduto da altri confratelli. Confidò in una lettera ad un amico: "Sono rimasto senza casa, senza libri, senza vesti, senza nulla, ma sono tranquillo e sereno, anzi, godo di poter imitare in qualche modo il nostro divin Maestro che disse di non avere una pietra su cui reclinare il capo".
Delle sue peregrinazioni così scrisse a Don Carrera: "Mi trovai in molti pericoli, essendo molte le spie che percorrevano il paese alla caccia dei missionari.
Ciò nonostante, con marce e contromarce, mascherato e talvolta con la pelle coperta di bitume, potei eludere la loro attiva vigilanza fino al giorno dell'Assunzione della Vergine, giorno in cui ricevetti una lettera del Vescovo domenicano di questa missione che mi ordinava di venire qui a Cao-Xà".
Il Santo aveva appena riaperto il seminario indigeno quando il re Tu-Dùc pubblicò un decreto col quale incitava i sudditi a far catturare i missionari stranieri perché "falsari, seduttori, barbari, tonti, sciocchi, vili" e prometteva trecento once d'argento a chi ne scoprisse qualcuno. Per provvedere meglio al bene delle anime, il Vicario Apostolico del Tonchino Orientale, Mons. Girolamo Hermosilla OP. (+l-11-1861), ot- tenne da Pio IX il permesso di smembrare il suo territorio con l'erezione del Vicariato del Tonchino Centrale sotto la dirczione di Mons. Domenico Marti, residente a Bùi-Chu, nella provincia di Nam-Dinh, al quale fu dato come Coadiutore, con diritto di successione, il P. Sanjurjo (1849). Costui ne diede notizia a Don Carrera in questi termini: "Questo suo infelice servo per ragioni ineluttabili ha dovuto accettare la mitra episcopale con l'enorme peso di una croce tanto grande quanto è grande la cura di pascere 150.000 anime, che sono già entrate nell'ovile del Signore, senza contare gli oltre 4.000.000 di abitanti che stanno ancora fuori".
A suo padre scrisse: "Qui le dignità accrescono lavoro... Devo sempre andare a piedi, sovente anche scalzo e a volte con il fango fino alle ginocchia per fuggire più speditamente nel caso che il nemico ci voglia rincorrere.
Ma ciò nonostante sono allegro e contento, e mi sacrifico assai volentieri con la speranza di rivederci in cielo, dato che qui in terra sarà molto difficile".
Dopo la morte di Mons. Marti (+1852), Mons. Sanjurjo dovette fissare la sua residenza a Bùi-Chu. "Allora - attestò di lui Mons. Onate, suo successore - si dimostrò vero pastore vigilantissimo del clero, padre misericordioso della sue pecorelle, consolazione per tutti i bisognosi, e, in una parola, era tutto per tutti, uomo pieno di scienza, costante nei suoi propositi e prudente nelle sue risoluzioni... La sua urbanità e il suo tratto distinto erano tali che i mandarini della capitale lo rispettavano e apprezzavano, gradivano i suoi omaggi e accoglievano le sue domande a favore della religione".
Principale preoccupazione del vescovo fu di promuovere l'insegnamento del catechismo e di difendere il cristianesimo mediante conferenze. Nel 1854 il re Tu-Dùc pubblicò un decreto di persecuzione ancora più iniquo dei precedenti. Difatti confermava il premio di 300 once d'argento a colui che arrestava o denunciava un europeo; minacciava la pena di morte ai capi dei villaggi che nascondevano gli europei; ordinava alle autorità di distruggere le chiese e le case dei missionari; comandava ai cristiani di presentarsi entro sei mesi al loro rispettivo mandarino per abiurare la religione e calpestare il crocifisso. Appena ne ebbe notizia Mons. Sanjurjo si mise in relazione con il governatore e con i mandarini di Nam-Dinh, e ottenne la sospensione dell'iniquo decreto. In quel tempo alcuni facinorosi cercarono di sollevare il popolo contro Tu-Dùc, e promisero la libertà religiosa ai cristiani se li avessero aiutati, ma il Vicario Apostolico glielo proibì.
Prevedendo il suo imprigionamento, egli ottenne da Pio IX di poter eleggere come Coadiutore, con diritto di successione, Mons. Melchiorre Garcia Sampedro, che lo avrebbe seguito tosto sulla via del martirio (28-7-1858).
Crescendo il pericolo della persecuzione il vescovo inviò alcuni catechisti nella capitale della provincia perché salutassero da parte sua il governatore.
Costui non solo li accolse bene, ma promise che avrebbe prevenuto il Vicario Apostolico qualora fosse stato costretto ad adottare misure contro di lui. Difatti, avendo dovuto fare eseguire il decreto del re a causa della denuncia di un mandarino bramoso della promozione di grado e della ricompensa promessa, incaricò un messo di andarlo ad avvertire dell'arrivo dei soldati a Bùi-Chu, ma quando costui vi giunse il villaggio era già circondato. Il presule cercò rifugio prima nella casa di un soldato cristiano che era in buoni rapporti con un ufficiale del comando superiore, poi tra le piantagioni dell'orto. Arrestato, fu condotto senza croce pettorale e anello a Nam-Dinh. Nell'interrogatorio, al quale fu sottoposto dai mandarini, si mostrò fermo nella professione della propria fede, motivo per cui fu gettato in prigione, dove rimase per due mesi segregato da tutti.
Sebbene fosse legato con una catena, e di giorno portasse la canga al collo e di notte avesse il ceppo ai piedi, cosi si accomiatò dai suoi missionari: "II mio spirito trabocca di gioia, e spero di versare il mio sangue perché, unito a quello di Gesù Cristo, purifichi tutte le mie iniquità. Confido nell'aiuto delle loro preghiere per conseguire il dono della fortezza e della perseveranza finale. Credo che non mi rimarranno che pochi giorni di vita, ma, tra questi leopardi-sanguisughe come sembra lungo il tempo! Voglia Iddio che questi tormenti siano il purgatorio per i miei peccati!".
Mons. Sanjurjo fu condannato alla decapitazione perché "maestro principale" della "falsa religione di Gesù". Il 20-7-1857 egli si avviò al luogo del martirio sereno, benché ridotto a pelle
ed ossa, leggendo e meditando un libro. Quando vi giunse ottenne di rivolgere alcune parole ai presenti.
Poi disse al capo dei manigoldi: "Il re e i mandarini hanno decretato che io oggi sia decapitato. Ho lasciato per voi trenta monete affinché non mi uccidiate con un colpo solo, ma con tre. Il primo colpo lo riceverò in ringraziamento a Dio che mi creò e mi fece venire nel Tonchino a predicare la religione; il secondo in riconoscenza ai miei genitori che mi dettero la vita; il terzo in testamento alle mie pecorelle, affinché stiano ferme e costanti nell'affrontare la morte a imitazione del loro pastore, e così siano degne di godere in cielo la beatitudine senza fine in compagnia dei santi".
Mentre lo legavano ad un palo, che era stato inchiodato a forma di croce, il martire disse: "Me ne sto qui in ginocchio perché mi tronchiate la testa". Poi continuò a predicare, ma tutti piangevano così forte che non si poteva intendere tutto quello che diceva. Tuttavia furono udite distintamente queste parole: "Io me ne vado in cielo; voi, figli miei, avrete da patire molti travagli, e sarete afflitti dalla fame, dall'inondazione, dalla peste, dalla guerra". Dopo che fu decapitato, la sua testa fu gettata per aria come monito e minaccia a tutti gli altri e il suo corpo lanciato nel fiume.
Le predizioni del martire si avverarono alla lettera. Nella notte stessa di quel giorno la capitale rimase allagata per la rottura di una diga. Il corpo del giustiziato non fu più ritrovato. Dopo un mese fu ripescata la testa con il cesto pieno di pietre nel quale era stata collocata. In seguito fu trasportata a Ocana, ma nella guerra civile spagnola del 1936 andò smarrita.
I 125 martiri beatificati da Pio XII sono tutti tonchinesi, fatta eccezione dei due Vicari Apostolici, Mons. Diaz Sanjurjo e Mons. Garcia Sampedro, di nazionalità spagnuola. I laici martirizzati furono 19. Provenivano da tutti i ceti sociali: nobili, professionisti, contadini e operai. Furono decapitati o bruciati vivi in varie località delle Missioni Domenicane del Tonchino centrale (Vietnam) perché si rifiutarono energicamente di calpestare la croce come i mandarini volevano.
Tra i martiri del Tonchino centrale figurano anche Domenico Màu e Giuseppe Tuàn, due sacerdoti domenicani. S. Domenico Màu, nacque a Phù-Nhai, nella provincia di Bùi-Chu. Diventato sacerdote, chiese e ottenne di essere ammesso nell'ordine dei frati Predicatori. Amministrò vari distretti con zelo, senza temere la persecuzione. Catturato in tarda età, fu rinchiuso nel carcere di Hung-Yén, dove rimase per due mesi portando la corona del rosario al collo ed esortando i cristiani che lo andavano a trovare alla frequenza dei sacramenti. Andò al martirio pregando con le mani giunte, come se si avviasse all'altare per celebrare la Messa. Fu decapitato il 5-11-1858 presso il fiume che da il nome alla città. Le sue reliquie sono venerate nella chiesa di Mai-Linh.
Nello stesso carcere di Hung-Yèn fu rinchiuso per diversi mesi anche S. Giuseppe Tuàn, nato nel 1821 a Tràn-Xà, nella provincia di Hung-Yèn. Fattosi sacerdote, chiese e ottenne di essere ammesso all'Ordine dei Frati Predicatori.Dopo avere esercitato il ministero con grande soddisfazione dei superiori in diversi distretti, fu tradito da un cattivo cristiano, avido di denaro. Lo fece catturare dopo che lo aveva chiamato per amministrare i sacramenti a sua madre gravemente malata. Condannato alla decapitazione, nel viaggio verso il luogo del martirio, si rifiutò di calpestare la croce che era stata posta sul suo cammino. Fu martirizzato nell'aprile del 1861.
Altri due sacerdoti martiri tonchinesi, che vollero soltanto professare la regola del Terz'Ordine di S. Domenico, furono S. Domenico Càm, nato a Càm-Chuong, nella provincia di Bàc-Ninh, tenuto chiuso per diversi mesi in una gabbia del carcere di Hung-Yèn e decapitato l'11-3-1859; e S. Tommaso Khuòng, figlio di un mandarino, ex-governatore di Hung-Yèn. Essendo di famiglia nobile, più volte fu arrestato e rimesso in libertà dopo che era diventato sacerdote e terziario domenicano al tempo del re Minh-Manh. Un giorno, per sfuggire ad ulteriori arresti, cercò rifugio nel Vicariato Orientale. Quando giunse sul ponte di Tràn-Xà, avendo visto tracciata per terra una croce grande quanto tutta la larghezza della strada, si rifiutò di passarvi sopra. Le spie poste a custodia del ponte si avvidero che era cristiano.
Lo arrestarono con chi lo accompagnava, e lo condussero nel carcere di Hung-Yèn. Fu giudicato dal governatore della città in persona con altri quattro cristiani molto ragguardevoli. Il governatore gli promise che, se avesse convinto i suoi compagni a rinnegare la propria fede, lo avrebbe rimesso in libertà. Gli rispose il martire: "Ho raggiunto ormai gli 80 anni.
Come sacerdote della religione cattolica ho sempre cercato di aiutare i cristiani ad osservarne fedelmente i precetti. Se ora li consigliassi di apostatare, il mio comportamento sarebbe inqualificabile e mostrerei di non essere un vero uomo. Tanto io quanto i miei compagni non desideriamo altro che spargere il sangue anche centomila volte per la religione che professiamo".
Il Santo fu decapitato il 30-1-1860. Si avviò al martirio servendosi come bastone di una canna alla quale aveva conferito la forma di croce. Mons. Sanjurjo e i suoi compagni furono canonizzati il 19-6-1988 da Giovanni Paolo II con altri 112 martiri del Vietnam.
(Autore: Guido Pettinati – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Giuseppe Maria Diaz Sanjurjo, pregate per noi.


*San Leone Ignazio (Léon-Ignace) Mangin - Gesuita martire in Cina (20 luglio)
Verny, Francia, 30 luglio 1857 – Zhujiahe, Cina, 20 luglio 1900
Entrò nella Compagnia di Gesù il 5 novembre 1875 e partì per la Cina nel 1882. Il suo posto di missione era un piccolo villaggio (Tchou-kia-ho) di 400 anime in cui, a motivo degli attacchi dei boxers vennero a rifugiarsi molte altre persone, fino ad arrivare a 3.000 abitanti.
Il Padre Mangin chiamò allora il suo vecchio compagno di studi, il Padre Denn, che viveva in un villaggio vicino (Koutcheng), ed entrambi pianificarono la difesa della zona. I boxers attaccarono il 15 luglio del 1900 ma gli abitanti opposero resistenza e li respinsero.
Tre giorni dopo tornarono di nuovo all'attacco e riuscirono ad entrare nel villaggio. Allora i Padri Mangin e Denn riunirono le donne e i bambini nella chiesa.
I boxers sfondarono la porta e offrirono la salvezza a coloro che avrebbero rinunciato alla fede cristiana. Alcuni accettarono.
Poi Padre Denn intonò il confiteor, e Padre Mangin pronunciò le parole dell'assoluzione.
E i boxers iniziarono il massacro. Con loro fu uccisa anche Maria Zhou Wuzhi, che aveva voluto difendere col suo corpo Padre Mangin che stava distribuendo l’Eucarestia.
Emblema: Palma
Martirologio Romano: Nel villaggio di Zhoujiahe presso la città di Yingxian nella provincia dello Hebei in Cina, martirio dei Santi Leone Ignazio Mangin e Paolo Denn, sacerdoti della Compagnia di Gesù, che nella persecuzione dei Boxer, mentre incoraggiavano premurosamente i fedeli in chiesa, furono trafitti davanti all’altare dai nemici che avevano fatto irruzione. Insieme a loro perì santa Maria Zhou Wuzhi, che, volendo proteggere con il proprio corpo san Leone ministro della celebrazione, cadde ferita a morte.
Dal primo annuncio del Vangelo in terra cinese sino ai giorni nostri, i missionari francesi, spagnoli ed italiani, nonché i cristiani indigeni, hanno subito ripetute violente persecuzioni perpetrate dai vari regimi succedutisi.
Il 1° ottobre 2000 in Piazza San Pietro a Roma papa Giovanni Paolo II canonizzò 120 martiri caduti in Cina in odio alla fede cattolica tra il 1648 ed il 1930. Poiché il martirio avvenne in diverse regioni affidate dalla Santa Sede a religiosi di differenti ordini e congregazioni, i martiri sono stati divisi in gruppi secondo le loro rispettive congregazioni: Dominicani (6), Francescani (30), Gesuiti (56), Salesiani (2), e Missioni Estere di Parigi (24). Due martiri non appartengono a nessuno dei gruppi citati.
La maggioranza dei martiri furono laici, ma non mancano anche alcuni vescovi, sacerdoti e religiosi. Il gruppo complessivo canonizzato da papa Wojtyla fu denominato “Santi Agostino Zhao Rong e 119 compani” e la memoria facoltativa è stata inserita nel calendario liturgico romano al 9 luglio.
L’apice delle persecuzioni in terra cinese si ebbe nell’anno 1900, con la cosiddetta “rivolta dei Boxers”: iniziata nello Shandong, diffusasi poi nello Shanxi e nell’Hunan, raggiunse anche lo Tcheli Orientale Meridionale, allora Vicariato Apostolico di Xianxian, affidato ai Gesuiti, ove i cristiani uccisi si contarono a migliaia.
Secondo alcuni storici, in tale vicariato circa 5000 Cattolici offrirono la loro vita per la fede in Cristo, ma purtroppo si è a conoscenza dell’identità solamente di 3069 di loro. Fra questa immensa schiera i padri gesuiti raccolsero materiale e testimonianze circa quattro loro confratelli di origine francese (Leon Ignace Mangin, Paul Denn, Modeste Andlauer, e Remi Isore) e ben 52 laici cristiani cinesi: uomini, donne e bambini, sposati e catecumeni, il più anziano (Pablo Liou-Tsinn-Tei) aveva l’età di 79 anni, mentre il più giovane (Andrea Wang Tien-K'ing), soltanto 9 anni. Tutti subirono il martirio nel mese di luglio 1900; molti di essi furono uccisi nella chiesa del villaggio di Tchou-Kia-ho in cui si erano rifugiati ed erano in preghiera insieme ai primi due dei missionari sopra elencati.
Per questo folto gruppo, denominato “Leon-Ignace Mangin e 55 compagni” fu introdotta dunque la causa di canonizzazione il 28 maggio 1948, che portò alla beatificazione il 17 aprile 1955, in seguito al riconoscimento del loro martirio avvenuto il 22 febbraio precedente, ed infine come già anticipato all’ufficializzazione della loro santità da parte di Giovanni Paolo II durante il Grande Giubileo del 2000.
Léon-Ignace Mangin nacque a Verny, nei pressi di Metz, in Lorena, il 30 luglio 1857, in una famiglia di undici figli. Suo padre era giudice di pace. Dopo aver frequentato la scuola primaria
presso I Fratelli delle Scuole Cristiane, entrò nel collegio gesuita di Metz e poi di Amiens. Allegro e dinamico, era molto amato dai suoi compagni.
Il 5 novembre 1875 iniziò il noviziato nella Compagnia di Gesù, continuando i suoi studi letterari e filosofici a Louvain. Nel 1881 fu professore a Liège e l’anno seguente gli fu proposto di partire missionario per la Cina. Egli accettò e s’imbarcò il mese di settembre. Nel 1886 ricevette l’ordinazione presbiterale. Il suo luogo di missione fu il piccolo villaggio di Tchou-kia-ho di circa quattrocento anime in cui, a motivo degli attacchi dei Boxers, vennero a rifugiarsi molte altre persone, sino ad arrivare a tremila abitanti.
Padre Mangin svolse anche ruoli amministrativi dal 1890, divenendo difensore degli interessi dei ventimila cristiani del suo distretto dinnanzi ai funzionari civili. Anche i pagani iniziarono così ad apprezzare la sua amabilità ed il suo savoir-faire, ma egli si doleva del fatto che ciò sottraesse tempo prezioso al dedicarsi totalmente alla cura delle anime a lui affidate. Fu infine soddisfatto di ricevere l’incarico della cura pastorale del distretto di King Tcheou, nel Sud Hebei.
Prevedendo la venuta di tempi difficili, fortificò il villaggio di Zhujiahe con l’aiuto del capovillaggio Zhu Dianxuan. Due confratelli gesuiti, Rémy Isoré e Modeste Andlauer, erano già stati assassinati dai Boxers il 19 giugno 1900. Padre Mangin si rifugiò allora a Zhujiahe ed invitò a raggiungerlo Padre Paul Denn.
Il villaggio giunse ad ospitare sino a tremila cristiani. Il 14 luglio una prima incursione dei Boxers venne repressa e così per i tre giorni seguenti.
Questi chiesero allora rinforzi ad un’armata cinese di passaggio nei paraggi per raggiungere un altro luogo di combattimento. Attaccando nuovamente il villaggio ormai ben diecimila soldati, il 20 luglio riuscirono ad invadere il villaggio e presero a massacrare tutti coloro che trovavano in strada.
Vedende che ogni tentativo di difesa era ormai inutile, i due missionari fecero entrare in chiesa le donne ed i bambini e dall’altare cercarono di incoragiare e confortare le persone terrorizzate. I Boxers allora forzarono la porta ed urlarono: “Uscite e non sarete uccisi!”. Padre Mangin tenendo in mano un crocifisso rispose: “Restate qui. Un pò prima, un pò dopo, cosa importa? Fra qualche istante ci ritroveremo tutti in Cielo”.
Solo alcune mamme con i loro bambini uscirono a testa bassa. Padre Denn fece recitare il Confiteor e l’atto di contrizione e Padre Mangin impartì l’assoluzione generale. Impazienti, i Boxers si mirero a colpire.
Maria Zhou Wuzhi, donna coniugata, volle difendere col suo corpo Padre Mangin che stava distribuendo l’Eucarestia e venne subito uccisa. Poi fu incendiato l’edificio sacro ed i padri Léon-Ignce Mangin e Paul Denn, con i vestiti ormai infuocati, furono colpiti mortalmente ai piedi dell’altare.
Il Martyrologium Romanum, che commemora separatamente i martiri in base agli anniversari di morte, commemora i santi missionari Léon-Ignce Mangin e Paul Denn con la laica Maria Zhou Wuzhi al 20 luglio, mentre la celebrazione comune a tutti i martiri cinesi è posta al 9 luglio.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Leone Ignazio Mangin, pregate per noi.


*Santa Lucia Wang Wangzhi - Madre di famiglia, Martire (20 luglio)

Scheda del Gruppo cui appartiene:
"Santi Martiri Cinesi" (Agostino Zhao Rong e 119 Compagni) 9 luglio - Memoria Facoltativa
1869 circa – Majiazhuang, Weixian, Cina, 22 luglio 1900
Lucia Wang Wangzhi, madre di Andrea, nove anni, e di una bambina di cinque, è una dei martiri del villaggio cinese di Majiazhuang, nella provincia dello Hebei. Obbligata a scegliere tra l’aver salva la vita e la fede, scelse la seconda, anche per i suoi figli.
Dopo essersi opposta al salvataggio di Andrea, perché temeva che venisse educato da pagano, assistette alla sua decapitazione, poi lei e la figlia subirono la stessa sorte. Insieme ai figli, è inclusa nel gruppo dei 120 martiri cinesi che furono canonizzati a Roma il 1 ottobre 2000.
Martirologio Romano: In località Majiazhuang vicino a Daining nella provincia dello Hebei in Cina, Santi martiri Anna Wang, vergine, Lucia Wang Wangzhi e suo figlio Andrea Wang Tianqing, uccisi per il nome di Cristo nella persecuzione dei Boxer.
Lucia Wang nata Wang (il suffisso –zhi indica il cognome di nascita) viveva nel villaggio cinese di Majiazhuang, nella provincia dello Hebei, quando rimase coinvolta nella rivolta dei Boxer, che vedeva nel Cristianesimo un pericolo sociale. Aveva due figli, Andrea, di nove anni, e una bambina di cinque, di cui non ci è giunto il nome.
Quando i Boxer arrivarono a Majiazhuang, anzitutto incendiarono la chiesa del villaggio. Il capo della squadriglia pose gli abitanti del villaggio di fronte all’alternativa fra apostatare o affrontare la morte, poi andò via coi suoi uomini. Lucia e i suoi bambini, quindi, si rifugiarono nella scuola del villaggio, custodita dall’anziano Giuseppe Wang Yumei, e vennero raggiunti da una ragazzina che in quella scuola aveva studiato, Anna Wang. Il maggior conforto di cui potevano godere i rifugiati era la celebrazione della Messa, all’alba, grazie a un padre missionario.
I roghi appiccati dai Boxer, però, si facevano sempre più vicini. Quando i soldati arrivarono, Giuseppe disse a tutti di rifugiarsi nel sotterraneo della scuola; lui avrebbe cercato di sviare gli aggressori accogliendoli sull’ingresso principale. Dato che si rifiutava di parlare, il capo ordinò di sparare contro le finestre dell’edificio: il fragore dei vetri spaventò i bambini, che, urlando, fecero scoprire il nascondiglio. Tutti i presenti vennero quindi costretti a salire su di un carro e condotti al villaggio dov’era il quartier generale dei Boxer. Lucia cercò di ragionare con i soldati,
facendo loro notare che nessuno aveva fatto nulla di male, ma alla fine desistette, per non aggravare la situazione, già critica di suo.
Verso sera, alla luce delle fiaccole, i prigionieri vennero sottoposti ad un interrogatorio. Mentre i bambini, giustamente impauriti, piangevano, la donna rispose: «La religione cristiana non insegna che a far del bene a tutti, perché basata sull’amore. Noi quindi, che l’abbiamo abbracciata perché persone di buona volontà, non meritiamo la maledizione, perché siamo, anzi, nelle migliori condizioni di ubbidire alle leggi quali vere donne e madri cinesi, che fanno onore alla patria». Le sue parole non vennero tenute in considerazione, come pure quelle di Giuseppe, che, anzi, venne colpito alla gola da una lancia e decapitato.
Dato che i prigionieri inorridivano, ma non si smuovevano, i persecutori adottarono un sistema per farli cedere: separarono i figli dalle madri, poi li condussero in una saletta adiacente a due stanze. Una, situata ad ovest, era indicata da un cartello con scritto “Liberazione”, dove i soldati avevano ammassato giocattoli, ventagli e altre mercanzie; se vi fossero entrati, sarebbero stati salvati. L’altra, a est, era contrassegnata dalla scritta “Morte”.
Di fronte alla perplessità dei piccoli, venne deciso di far venire alcune delle donne e di porle di fronte alla medesima scelta.
Lucia e i suoi bambini scelsero di restare fedeli a quanto credevano, così, insieme a quanti non avevano apostatato, subirono una nuova minaccia: tornare alla religione dei padri, o essere sepolte vive insieme ai figli. Venne loro concessa una notte di riflessione, che trascorsero, invece, in preghiera, guidati dalla giovane Anna Wang.
L’indomani, il 22 luglio 1900, donne e bambini vennero condotti in uno spiazzo, dove erano state preparate delle fosse. Prima avevano subito un nuovo interrogatorio a cui non risposero, perché incoraggiate dallo sguardo di Anna. I soldati dissero loro che, se fossero rimaste ostinate nel loro proposito, sarebbero dovute entrare nelle fosse insieme ai figli. Le donne avanzarono, ma la ragazza suggerì loro, a voce bassa, d’inginocchiarsi rivolte verso la chiesa del villaggio. Il capo, allora, ordinò che tutte venissero colpite con la spada, a cominciare dalle più anziane, e spinte nelle buche.
Venuto il turno di Lucia, il capo dei Boxer cercò di convincerla a rinnegare la fede facendo leva proprio sui suoi figli. Ella ribatté: «Io sono cattolica, e cattolici sono pure questi miei figlioletti. Se voi uccidete me, per la mia fede, sopprimete anche loro».
Dopo queste parole, Andrea scoppiò a piangere e a lamentarsi di aver sete. Un soldato, allora, tagliò a metà un cocomero giallo, così poté almeno rinfrescargli le labbra. Al vedere quella scena, l’uomo si rivolse al capo per chiedergli di poter tenere lui il bambino. Ma Lucia, al pensiero che il figlio avrebbe potuto aver salva la vita, però sarebbe stato educato da pagano, si oppose: «Io sono cristiana», ripeté, «e anche mio figlio. Uccideteci entrambi, ma lui per primo e io per ultima!».
Andrea, quindi, gettò via il frutto e si preparò a morire. Con un sorriso, salutò Lucia per l’ultima volta, poi chinò il collo per venire decapitato; immediatamente dopo, fu il turno della mamma e della sorella. Tutti e tre vennero seppelliti nella medesima fossa. Dopo di loro fu il turno di altre madri e figli, il più piccolo dei quali aveva appena dieci mesi.
Il 6 novembre 1901, a quindici mesi di distanza, le fosse vennero disseppellite, per concedere ai martiri una sepoltura conveniente. Con gran meraviglia degli astanti, i cadaveri vennero ritrovati confusi, ma con le membra e le teste intatti.
La causa di canonizzazione per Lucia Wang Wangzhi venne inserita in quella del gruppo capeggiato dal gesuita padre Leone Ignazio Mangin e composto in tutto da cinquantasei martiri. Il riconoscimento del loro martirio venne sancito il 22 febbraio 1955. Il 17 aprile dello stesso anno, domenica “in albis”, si svolse invece la beatificazione. La canonizzazione del gruppo, inserito nel più ampio elenco dei 120 martiri cinesi, avvenne invece il 1 ottobre 2000.
(Autore: Emilia Flocchini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Leone Ignazio Mangin, pregate per noi.


*Beato Luigi Novarese - Sacerdote (20 luglio)  
Casale Monferrato, 29 luglio 1914 - Rocca Priora, Roma, 20 luglio 1984
Abbandonata ormai ogni velleità che, per parte di madre, circoli nelle mie vene un po’ del suo sangue, devo ammettere di aver appreso con piacere l’ormai prossimo inserimento nell’albo dei beati di un grande uomo e di un santo prete che porta il cognome dei miei antenati; un piacere, anzi, al cui confronto il mancato rapporto di parentela appare quasi solo più un dettaglio. Viene dalla loro stessa terra, il Monferrato, da una famiglia anch’essa coltivatrice di vigneti e per di più, manco a farlo apposta, non eccessivamente fortunata.
A cominciare da Luigi, cui la morte porta via il papà per polmonite quando ha appena nove mesi e che da piccolo è delicato e fragile come tre dei suoi otto fratelli, che sono morti in tenera età.
Storia ordinaria di famiglia numerosa, che si ammazza di fatica e forse si trascura anche un po’. Per sua fortuna ha una mamma energica e forte, che non risparmia fatica e sacrifici per crescere i sei figli, facendo loro anche da papà, ma se le cose, economicamente parlando, cominciano a scricchiolare subito, costringendola a vendere pian piano i terreni della cascina, finiscono poi con il naufragare miseramente per colpa della malattia di Luigi, colpito a nove anni da una grave forma di tubercolosi ossea, complicata da ascessi purulenti che provocano una sofferenza ai limiti della sopportazione. La santa donna, malgrado il parere dei medici che ormai lo danno per spacciato e sfidando l’ira degli altri figli, mette in vendita anche la cascina e i rimanenti terreni per pagare le costosissime cure dell’epoca, al termine delle quali al giovanotto, ormai sui 17 anni, pronosticano appena un paio di mesi di vita. È a questo punto che nella vita di Luigi fa la sua comparsa don Filippo Rinaldi, pure lui monferrino e terzo successore di don Bosco, che lo invita a fare una novena a Maria Ausiliatrice, per ottenere una guarigione per la quale la scienza medica si è dichiarata impotente. Non una ma ben tre novene sono necessarie (oh, potenza della costanza!) per ottenere una guarigione improvvisa, completa e duratura, ottenuta la quale, oltre a portar le stampelle nella basilica di Torino come ex voto, non resta al giovanotto che mantenere la promessa, fatta durante la novena, di dedicare la sua vita ai malati. Sembrerebbe orientato a fare il medico, ma poi l’improvvisa morte di mamma gli scombina i piani e decide di entrare in seminario. Ovviamente senza un soldo, per cui il suo vescovo gli procura una borsa di studio presso l’ Almo Collegio Capranica. Viene ordinato sacerdote il 17 dicembre 1938, consegue poi la licenza in Teologia, la laurea in Diritto canonico e il diploma di avvocato rotale, sempre portandosi dietro, come indelebile ricordo dei terribili anni della malattia, una gamba più corta dell’altra di 15cm, per cui deve far uso di una scarpa ortopedica. Questa sua disabilità non impedisce a Mons. Montini di chiamarlo a lavorare nella Segreteria di Stato, con lo specifico incarico di evadere la corrispondenza che arriva al Papa  per i soldati al fronte.
Don Luigi scopre così un’altra forma di sofferenza, quella provocata dalla guerra e dalla mancanza di cibo, e per far arrivare gli aiuti pontifici non ha davvero che l’imbarazzo della scelta. Non dimentica però i malati, e con stile innovativo rispetto al suo tempo, lotta contro l’emarginazione dei disabili.
Dialoga, senza complessi, con la medicina dimostrando l’efficacia terapeutica della motivazione spirituale nella cura del malato. Fonda case di cura, centri di assistenza, corsi professionali per disabili e infermi, insegnando loro a pensare e vivere in modo nuovo la malattia. Fa maturare una nuova comprensione spirituale e pastorale del malato, che non vuole solo oggetto di carità, ma soggetto di azione nell’opera di evangelizzazione e i suoi “esercizi spirituali dei malati” diventano una grande novità nella Chiesa.
Nel 1943 dà vita alla “Lega Sacerdotale Mariana”; quattro anni dopo, insieme a sorella Elvira Myriam Psorulla, crea i “Volontari della Sofferenza”; nel 1950 nascono i Silenziosi Operai della Croce, cui seguono, nel 1952, i Fratelli e le Sorelle degli Ammalati. Muore il 20 luglio 1984 e la Chiesa, dopo aver riconosciuto l’eroicità delle sue virtù e approvato un miracolo attribuito alla sua intercessione, proclamerà beato Mons. Luigi Novarese l’11 maggio 2013.
(Autore: Gianpiero Pettiti)
Mons. Luigi Novarese nasce a Casale Monferrato il 29 luglio 1914 da Giusto Carlo e Teresa Sassone, ultimo di nove figli.
Nel 1915 papà Giusto Carlo muore; Luigino aveva appena nove mesi. Alla mamma trentenne si addossava il gravoso compito di mandar avanti una famiglia piuttosto numerosa.
A nove anni il piccolo Luigi, dopo un’accidentale caduta, è colpito da una coxite tubercolare alla gamba destra che lo costringe a letto con il busto ingessato.
Il tutto complicato dalla comparsa di ascessi purulenti che producono una sofferenza veramente al limite della sopportazione.
Di fronte alla malattia gli esiti sono moltissimi: l’esasperazione, introversione che non sarà mai del tutto recuperata, la ribellione. Ma la fede della madre, il contesto e questo attaccamento “alla piemontese” (la sua guarigione avvenne per intercessione della Madonna Ausiliatrice e di Don Bosco) diventano i punti a cui aggrapparsi. Nella fede ha cercato con forza di uscire da quella situazione, che sembrava letale e concludersi diversamente; nella fede ha riproposto
nuovamente gli interrogativi che portano al cuore della vita: il problema del dolore innocente, il problema del senso di anni apparentemente perduti per l’operosità e l’efficienza storica, il problema del perché proprio a me, che cosa ho fatto di male.
L’esperienza della malattia nel Servo di Dio Luigi Novarese ha riorientato la sua vita: da medico a sacerdote, apostolo dei sofferenti.
Studia a Roma all’Almo Collegio Capranica dove consegue gli ordini minori dell’Ostiariato e del Lettorato.
Il 17 dicembre 1938, viene ordinato sacerdote nella Basilica di San Giovanni in Laterano a Roma e, l’anno successivo, ottiene la licenza in Sacra Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana.
Il suo ministero è sempre stato caratterizzato dall’attenzione verso i deboli.
Mentre in Europa infuriava il secondo conflitto mondiale, prestava servizio presso la Segreteria di Stato ed il suo compito era quello di mantenere i contatti con i vescovi, anche d’oltralpe, al fine di far fronte alle necessità ed ai bisogni delle famiglie che avevano dei congiunti impiegati in guerra.
Solo coltivando i rapporti personali, riusciva a superare forme dittatoriali piuttosto crudeli, in quel periodo particolarmente virulente, ed è in questo contesto che comincia a toccare con mano come il dolore è tutt’altro che assente e si moltiplica all’inverosimile dalle famiglie ai popoli.
Nel maggio 1943, fonda la Lega Sacerdotale Mariana il cui intento primario è quello di riunire, nel vincolo della Vergine Immacolata, sacerdoti secolari e regolari, al fine di valorizzare l’umana sofferenza avendo particolare amore e sollecitudine verso i confratelli infermi o, comunque, bisognosi.
Il 17 maggio 1947 fonda, coadiuvato da Sorella Elvira Myriam Psorulla, il Centro Volontari della Sofferenza e, l’anno successivo, i Silenziosi Operai della Croce che verranno elevati a Pia Unione Primaria dal Beato Papa Giovanni XXIII con il Breve Apostolico “Valde probandae” il 24 novembre del 1960.
La prospettiva dalla quale è scaturita la creatività apostolica di Mons. Novarese e verso cui ha confluito tutta la sua attività al servizio della persona sofferente è senza dubbio la sua capacità di promuovere in chi soffre una mentalità tutta evangelica in grado di non sprecare o banalizzare il dolore attraverso la rassegnazione o patetiche forme di pietismo.
L’ammalato può divenire un prezioso strumento di evangelizzazione, di sostegno del fratello sofferente e uno strumento di luce dove vive perché è lui che deve trasformare il suo ambiente. “Gli ammalati devono sentirsi gli autori del proprio apostolato” ripeteva spesso Mons. Novarese. Le loro esperienze di malattia, di isolamento, di emarginazione, quando hanno trovato senso e novità nell’incontro con il Cristo, li rendono particolarmente qualificati e credibili nel portare la luce del Vangelo a chi, in situazioni simili, ancora si sente inutile e smarrito.
Secondo il Servo di Dio mons. Novarese, per realizzare la propria azione apostolica di soggetto attivo e responsabile nella Chiesa, è necessario che la persona sofferente comprenda la via della Croce, la lezione dell’amore per dare un senso alle dimensioni notturne della vita consapevoli che in ciò continua la Passione di Cristo. Il Servo di Dio mons. Luigi Novarese muore a Rocca Priora, in provincia di Roma, il 20 luglio del 1984.
(Autore: Felice Di Giandomenico - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Luigi Novarese, pregate per noi.


*Santi Maddalena Yi Yŏng-hŭi e 7 compagni - Martiri coreani (20 luglio)  
Martirologio Romano: A Seul in Corea, santi Maddalena Yi Yŏng-hŭi, Teresa Yi Mae-im, Marta Kim Sŏng-im, Lucia Kim, Rosa Kim, Anna Kim Chang-gŭm e Maria Wŏ Kwi-im, vergine, e Giovanni Battista Yi Kwang-nyol, martiri.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Maddalena Yi Yŏng-hŭi e 7 compagni, pregate per noi.


*Santa Maria Fu Guilin - Martire (20 luglio)
Martirologio Romano: Nella cittadina di Daliucun presso Wuyi nella stessa provincia, Santa Maria Fu Guilin, che, maestra, sempre nella stessa persecuzione fu consegnata nelle mani dei nemici del Vangelo e decapitata mentre invocava Cristo Salvatore.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Maria Fu Guilin, pregate per noi.


*Sante Maria Zhao Guozhi, Rosa Zhao e Maria Zhao - Martiri (20 luglio)
Martirologio Romano: Nel villaggio di Wuqiao Zhaojia sempre nello Hebei, commemorazione delle Sante Maria Zhao Guozhi e delle sue figlie Rosa e Maria Zhao, che, in quella stessa persecuzione, si gettarono in un pozzo per non essere violentate, ma tirate fuori di lì subirono il martirio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sante Maria Zhao Guozhi, Rosa Zhao e Maria Zhao, pregate per noi.


*Santa Maria Zhou Wuzhi - Martire (20 luglio)

Scheda del gruppo a cui appartiene:
“Santi Martiri Cinesi” (Agostino Zhao Rong e 119 Compagni) 9 luglio - Memoria Facoltativa
+ Zhoujiahe, Cina, 20 luglio 1900
Martirologio Romano:
Nel villaggio di Zhoujiahe presso la città di Yingxian nella provincia dello Hebei in Cina, martirio dei Santi Leone Ignazio Mangin e Paolo Denn, sacerdoti della Compagnia di Gesù, che nella persecuzione dei Boxer, mentre incoraggiavano premurosamente i fedeli in chiesa, furono trafitti davanti all’altare dai nemici che avevano fatto irruzione.
Insieme a loro perì Santa Maria Zhou Wuzhi, che, volendo proteggere con il proprio corpo San Leone ministro della celebrazione, cadde ferita a morte.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Maria Zhou Wuzhi, pregate per noi.


*Santa Marina (Margherita) d'Antiochia di Pisidia - Vergine e Martire (20 luglio)
Nasce ad Antiochia di Siria nella seconda metà del III secolo da genitori pagani.
Viene educata alla fede cristiana dalla sua balia, una cristiana convinta.
Il governatore Olibrio cerca di distoglierla dal cristianesimo e vuole sposarla. Ella si rifiuta e così viene uccisa intorno al 305.
È patrona dei contadini, delle partorienti, delle balie ed è invocata contro l'infertilità.
Al governatore che la chiede in sposa, Margherita risponde di aver dedicato la sua vita a Gesù, suo sposo celeste.
«Puoi pretendere che io rinunzi al cielo e scelga invece la polvere della terra?», gli dice.
Olibrio, umiliato, dà ordine di bruciarle il corpo con fiaccole accese e di fustigarla.
La leggenda vuole che alla prigioniera appaia un drago per sbranarla, che però scompare appena ella si fa il segno della croce.
Anche le gravi ferite scompaiono miracolosamente.
La notizia di questo miracolo si diffonde subito tra il popolo suscitando scalpore, tanto che alcuni si fanno battezzare.
L'ira del governatore non conosce allora più limiti e ordina che la giovane venga decapitata sulla pubblica piazza. (Avvenire)
Patronato: Donne incinte, Moribondi, Licodia Eubea (CT), Montefiascone (VT)
Etimologia: Marina = donna del mare, dal latino
Emblema: Drago, Palma
Martirologio Romano: Ad Antiochia di Pisidia, nell’odierna Turchia, Santa Marina o Margherita, che si ritiene abbia consacrato il suo corpo a Cristo nella verginità e nel martirio.
Margherita (Marina nella "passio" greca attribuita ad un certo Timoteo che è la fonte principale per la biografia) nasce nel 275 ad Antiochia di Pisidia, all'epoca una delle città più fiorenti dell'Asia Minore, (oggi vicino le rovine della città è situata la borgata turca di Yalovaè del distretto di Iconio); Paolo e Barnaba in uno dei loro viaggi vi si fermarono per predicare Gesù Messia e Figlio di Dio ottenendo molte conversioni.
Il padre Edesimo o Edesio era sacerdote pagano, per questo ruolo la famiglia di Margherita spiccava per agiatezza e nella vita sociale e religiosa della città.
Nessuna notizia si ha della madre.
Margherita presumibilmente rimane orfana di madre dai primi giorni di vita, tanto che il padre la affida ad una balia che abita nella campagna vicina.
La balia segretamente cristiana, educa Margherita a questa fede e quando ritenne che fosse matura la presentò per ricevere il battesimo.
Tutto ciò avvenne, ovviamente, ad insaputa del padre.
Siamo durante il periodo delle persecuzioni scatenate da Massimiano e Diocleziano, Margherita crescendo apprendeva la storia di eroismi dei fratelli di fede, irrobustiva il suo spirito ispirandosi al Vangelo, si sentiva decisa ad emulare il coraggio dimostrato dai cristiani davanti alla crudeltà delle persecuzioni e nelle sue preghiere chiedeva di essere degna di testimoniare la sua fedeltà a Cristo.
Il padre ignaro di tutto ciò decide di riprendere la figlia ormai quindicenne presso la sua casa di Antiochia.
Margherita fu subito a disagio sia per il distacco dalla nutrice, che per lo stile di vita che teneva presso la casa paterna colma di agi.
Una sera chiese al padre cosa rappresentassero quelle statuette e le lampade che erano in casa, il padre spiegò che quelli erano gli idoli che adorava ed invitò Margherita a bruciare incenso per loro.
Ella ascoltava quasi indifferente quello che il padre le diceva, il padre credette che Margherita mancava di una educazione religiosa adeguata al proprio rango sociale, la affidò così ad un
maestro di sua conoscenza che dirigeva una scuola dove si insegnava un po' di tutto.
Margherita non gradiva gli insegnamenti pagani e dopo poco tempo rivelò al padre di essere cristiana.
Per tale motivo, il padre non esitò a mandarla via di casa, quindi Margherita ritornò dalla sua balia che l'accolse come reduce vittorioso di un'aspra battaglia.
In campagna Margherita si rese utile pascolando il gregge e per le altre necessità che si presentavano; essa dedicava molto tempo alla preghiera, in particolare pregava per il padre e per i fratelli nella fede che venivano sempre più spesso perseguitati.
Un giorno mentre conduceva le pecore al pascolo, Margherita, venne notata da Oliario, nuovo governatore della provincia; appena la vide rimase colpito dalla sua bellezza e ordinò che gli fosse condotta dinnanzi.
Dopo un lungo colloquio il governatore non riuscì nell'intento di convincere Margherita a diventare sua sposa, essa si dichiarò subito cristiana e fu irremovibile nel professare la sua fede.
Il governatore, dopo un lungo interrogatorio, alle risposte di Margherita, controbatte con la flagellazione e l'incarcerazione.
Secondo la tradizione, in carcere a Margherita appare il demonio sotto forma di un terribile drago, che la inghiotte, ma lei armata da una croce che teneva tra le mani, squarcia il ventre del mostro sconfiggendolo.
Da questo fantastico episodio, nacque nella devozione popolare quella virtù riconosciuta a Margherita, di ottenere, per la sua intercessione, un parto facile alle donne che la invocano prima dell'inizio delle doglie.
Dopo un breve periodo di carcere, Margherita è sottoposta ad un nuovo martellante interrogatorio davanti a tutta la cittadinanza, anche in quest'occasione, essa non esita a proclamare a tutti la sua fede e l'aver dedicato a Cristo la sua verginità.
Ancora una volta viene invitata ad adorare ed offrire incenso agli dei pagani, ma lei si rifiuta e menziona il brano del vangelo di Matteo dicendo "quando sarete dinnanzi a magistrati e ai presidi, non vi preoccupate come o che cosa dovete rispondere, perché lo Spirito del Padre vostro, che sta nei cieli, parlerà per voi".
Mentre tutti osservavano quanto stava succedendo, una forte scossa di terremoto fece sussultare la terra e apparve una colomba con una corona che andò a deporre sul capo di Margherita.
Questo fatto prodigioso, le affermazioni di Margherita, il suo rifiuto delle pratiche pagane e le molte conversioni che avvennero, mandarono su tutte le furie il governatore che emise la sentenza di condanna per Margherita: "Venga decapitata fuori della città".
Margherita fu decapitata il 20 luglio 290 all'età di quindici anni.
Il corpo venne raccolto e portato in luogo sicuro dai fedeli dove fu fatto oggetto di grande venerazione.
Secondo la tradizione un pellegrino di nome Agostino da Pavia, nel secolo decimo, riuscì a trafugare, dopo varie peripezie, il corpo di Santa Margherita e trasportarlo in Italia, a Roma per proseguire verso Pavia.
Durante il viaggio, si fermò a Montefiascone, dove fu accolto dai benedettini del monastero di Santo Pietro ai quali raccontò le vicende del suo viaggio.
Dopo qualche giorno il pellegrino si ammalò e morì, raccomandando ai monaci di conservare e venerare la preziosa reliquia.
Da qui cominciò a diffondersi il culto di Santa Margherita per tutta l'Italia ed in altri paesi dell'Europa, molte città si pregiarono erigere chiese in suo onore.
La fama di Santa Margherita è così importante da essere inserita tra i "quattordici Santi Ausiliatori", con questo nome vengono designati un gruppo di 14 Santi alla cui intercessione il popolo cristiano suole far ricorso in momenti difficili.
Essi sono: Acacio, Egidio, Barbara, Biagio, Cristoforo, Ciriaco, Dionigi, Erasmo, Eustachio, Giorgio, Caterina, Margherita, Pantaleone e Vito.
(Autore: Carmelo Randello – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Marina d'Antiochia di Pisidia, pregate per noi.


*Santi Martiri di Seul (20 luglio)

Martirologio Romano: A Seul in Corea, Santi Maddalena Yi Yŏng-hŭi, Teresa Yi Mae-im, Marta Kim Sŏng-im, Lucia Kim, Rosa Kim, Anna Kim Chang-gŭm e Maria Wŏ Kwi-im, vergine, e Giovanni Battista Yi Kwang-nyol, martiri.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Martiri di Seul, pregate per noi.


*San Paolo (Paul) Denn - Gesuita Martire in Cina (20 luglio)
Scheda del gruppo a cui appartiene:
“Santi Martiri Cinesi” (Agostino Zhao Rong e 119 Compagni) 9 luglio - Memoria Facoltativa

Lille, Francia, 1 aprile 1847 – Zhujiahe, Cina, 20 luglio 1900
Per provvedere a sua madre rimasta vedova, ritardò il suo ingresso nella Compagnia di Gesù fino all’età di 25 anni.
Poco dopo fu destinato alla Cina dove fu ordinato sacerdote nel 1880.
Il Padre Mangin chiamò allora il suo vecchio compagno di studi, il Padre Denn, che viveva in un villaggio vicino (Koutcheng), ed entrambi pianificarono la difesa della zona.
I boxers attaccarono il 15 luglio del 1900 ma gli abitanti opposero resistenza e li respinsero.
Tre giorni dopo tornarono di nuovo all'attacco e riuscirono ad entrare nel villaggio. Allora i Padri Mangin e Denn riunirono le donne e i bambini nella chiesa. I boxers sfondarono la porta e offrirono la salvezza a coloro che avrebbero rinunciato alla fede cristiana. Alcuni accettarono.
Poi Padre Denn intonò il confiteor, e Padre Mangin pronunciò le parole dell’assoluzione. E i boxers iniziarono il massacro.
Con loro fu uccisa anche Maria Zhou Wuzhi, che aveva voluto difendere col suo corpo Padre Mangin che stava distribuendo l’Eucarestia.
Emblema: Palma
Martirologio Romano: Nel villaggio di Zhoujiahe presso la città di Yingxian nella provincia dello Hebei in Cina, martirio dei Santi Leone Ignazio Mangin e Paolo Denn, sacerdoti della Compagnia di Gesù, che nella persecuzione dei Boxer, mentre incoraggiavano premurosamente i fedeli in chiesa, furono trafitti davanti all’altare dai nemici che avevano fatto irruzione.
Insieme a loro perì santa Maria Zhou Wuzhi, che, volendo proteggere con il proprio corpo san Leone ministro della celebrazione, cadde ferita a morte.
Dal primo annuncio del Vangelo in terra cinese sino ai giorni nostri, i missionari francesi, spagnoli ed italiani, nonché i cristiani indigeni, hanno subito ripetute violente persecuzioni perpetrate dai vari regimi succedutisi. Il 1° ottobre 2000 in Piazza San Pietro a Roma Papa Giovanni Paolo II canonizzò 120 martiri caduti in Cina in odio alla fede cattolica tra il 1648 ed il 1930.
Poiché il martirio avvenne in diverse regioni affidate dalla Santa Sede a religiosi di differenti ordini e congregazioni, i martiri sono stati divisi in gruppi secondo le loro rispettive congregazioni: Dominicani (6), Francescani (30), Gesuiti (56), Salesiani (2), e Missioni Estere di Parigi (24).
Due martiri non appartengono a nessuno dei gruppi citati. La maggioranza dei martiri furono laici, ma non mancano anche alcuni vescovi, sacerdoti e religiosi. Il gruppo complessivo
canonizzato da papa Wojtyla fu denominato “Santi Agostino Zhao Rong e 119 compani” e la memoria facoltativa è stata inserita nel calendario liturgico romano al 9 luglio.
L’apice delle persecuzioni in terra cinese si ebbe nell’anno 1900, con la cosiddetta “rivolta dei Boxers”: iniziata nello Shandong, diffusasi poi nello Shanxi e nell’Hunan, raggiunse anche lo Tcheli Orientale Meridionale, allora Vicariato Apostolico di Xianxian, affidato ai Gesuiti, ove i cristiani uccisi si contarono a migliaia.
Secondo alcuni storici, in tale vicariato circa 5000 Cattolici offrirono la loro vita per la fede in Cristo, ma purtroppo si è a conoscenza dell’identità solamente di 3069 di loro.
Fra questa immensa schiera i padri gesuiti raccolsero materiale e testimonianze circa quattro loro confratelli di origine francese (Leon Ignace Mangin, Paul Denn, Modeste Andlauer, e Remi Isore) e ben 52 laici cristiani cinesi: uomini, donne e bambini, sposati e catecumeni, il più anziano (Pablo Liou-Tsinn-Tei) aveva l’età di 79 anni, mentre il più giovane (Andrea Wang Tien-K'ing), soltanto 9 anni.
Tutti subirono il martirio nel mese di luglio 1900; molti di essi furono uccisi nella chiesa del villaggio di Tchou-Kia-ho in cui si erano rifugiati ed erano in preghiera insieme ai primi due dei missionari sopra elencati.
Per questo folto gruppo, denominato “Leon-Ignace Mangin e 55 compagni” fu introdotta dunque la causa di canonizzazione il 28 maggio 1948, che portò alla beatificazione il 17 aprile 1955, in seguito al riconoscimento del loro martirio avvenuto il 22 febbraio precedente, ed infine come già anticipato all’ufficializzazione della loro santità da parte di Giovanni Paolo II durante il Grande Giubileo del 2000.
Paul Denn nacque nella città francese di Lille il 1° aprile 1847. Per provvedere a sua madre rimasta vedova, ritardò il suo ingresso nella Compagnia di Gesù sino all’età di venticinque anni. Poco dopo fu destinato missionario in Cina, ove ricevette l’ordinazione presbitarele nel 1880 ed intraprese il suo ministero.
Con l’infuriare della rivoluzione dei Boxers, fu invitato dal confratello Padre Léon-Ignace Mangin, suo vecchio compagno di studi, a rifugiarsi nel vicino villaggio di Zhujiahe che aveva fatto fortificare. Due padri gesuiti, Rémy Isoré e Modeste Andlauer, erano già stati assassinati dai Boxers il 19 giugno 1900. Il 14 luglio una prima incursione dei Boxers presso Zhujiahe venne repressa e così per i tre giorni seguenti.
Questi chiesero allora rinforzi ad un’armata cinese di passaggio nei paraggi per raggiungere un altro luogo di combattimento. Attaccando nuovamente il villaggio ormai ben diecimila soldati, il 20 luglio riuscirono ad invadere il villaggio e presero a massacrare tutti coloro che trovavano in strada.
Vedende che ogni tentativo di difesa era ormai inutile, i due missionari fecero entrare in chiesa le donne ed i bambini e dall’altare cercarono di incoragiare e confortare le persone terrorizzate. I Boxers allora forzarono la porta ed urlarono: “Uscite e non sarete uccisi!”. Padre Mangin tenendo in mano un crocifisso rispose: “Restate qui. Un pò prima, un pò dopo, cosa importa?
Fra qualche istante ci ritroveremo tutti in Cielo”. Solo alcune mamme con i loro bambini uscirono a testa bassa. Padre Denn fece recitare il Confiteor e l’atto di contrizione e Padre Mangin impartì l’assoluzione generale. Impazienti, i Boxers si mirero a colpire.
Maria Zhou Wuzhi, donna coniugata, volle difendere col suo corpo Padre Mangin che stava distribuendo l’Eucarestia e venne subito uccisa. Poi fu incendiato l’edificio sacro ed i padri Léon-Ignce Mangin e Paul Denn, con i vestiti ormai infuocati, furono colpiti mortalmente ai piedi dell’altare.
Il Martyrologium Romanum, che commemora separatamente i martiri in base agli anniversari di morte, commemora i santi missionari Léon-Ignce Mangin e Paul Denn con la laica Maria Zhou Wuzhi al 20 luglio, mentre la celebrazione comune a tutti i martiri cinesi è posta al 9 luglio.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Paolo Denn, pregate per noi.


*San Paolo di Cordova - Martire (20 luglio)
Martirologio Romano: A Córdova nell’Andalusia in Spagna, San Paolo, diacono e martire, che istruito dall’esempio e dalla parola di San Sisenando, non ebbe timore di rimproverare davanti ai principi e alle autorità dei Mori la vanità del loro culto, venendo ucciso per aver confessato Cristo come vero Dio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Pietro Zhou Rixin - Martire (20 Luglio)

Scheda del gruppo a cui appartiene:
“Santi Martiri Cinesi” (Agostino Zhao Rong e 119 Compagni) 9 luglio - Memoria Facoltativa

Martirologio Romano: Nel territorio di Lujiazhuang presso Yingxian sempre nello Hebei, San Pietro Zhou Rixin, martire, che, nella medesima persecuzione, davanti al governatore che lo incalzava si rifiutò di rinnegare Dio creatore del mondo e fu per questo decapitato.
Pietro, secondogenito di Zhu Yuting, nacque nel 1881 e venne battezzato nel villaggio di Zhujiahe, nella provincia dello Hebei, a maggioranza cattolica (trecento abitanti su quattrocento).
Studiò nelle scuole del posto ed era molto promettente: in molti speravano, infatti, che un giorno sarebbe stato utile alla Chiesa.
Nel 1900, a causa della rivolta dei Boxer, il villaggio venne ripetutamente attaccato. Il sacerdote gesuita Leone Ignazio Mangin, con l’aiuto del capovillaggio Zhu Dianxuan, fortificò il luogo: dopo un’accanita resistenza, il 14 luglio riuscirono a respingere i persecutori.
Il successo fu momentaneo: il 20 luglio i rivoltosi, associati a un drappello dell’esercito cinese, fecero irruzione.
Padre Mangin, con l’aiuto del confratello padre Paolo Denn, fece entrare nella chiesa del villaggio le donne e i bambini, per farli sfuggire al massacro che si stava compiendo.
I Boxers, però, forzarono l’ingresso e invitarono alla resa; uscirono solo alcune mamme con i loro piccoli. I due sacerdoti, dopo aver impartito l’assoluzione generale, vennero uccisi insieme a una donna, Maria Zhou Wuzhi, che fece scudo col suo corpo a padre Mangin, che stava distribuendo l’Eucaristia.
Mentre veniva dato fuoco all’edificio, Pietro, che aveva diciannove anni, insieme ad alcuni uomini e giovani riuscì a fuggire passando per la sacrestia e gettandosi da una finestra.
Un certo numero di essi venne catturato e ucciso a coltellate o a colpi di fucile.
I cinquantuno sopravvissuti, fra i quali c’era il giovane, vennero legati, allo scopo di rimandare la
oro uccisione al giorno successivo.
Nel frattempo, il capo dei rivoltosi, il generale Chen, tentò di far abiurare i presenti: ci riuscì solo con due di essi.
Quando fu il turno di Pietro, rimase colpito dalla sua giovane età e dal suo aspetto lacero e gli disse:
«Lascia dunque una buona volta la tua religione e sarai libero».
«No, no» rispose il prigioniero inorridito.
«Di’ soltanto una parola e avrai salva la vita».
«Non voglio».
«Fa’ anche solo un piccolo cenno di apostasia, altrimenti ti faccio uccidere».
«Grande uomo, come voi non potete rinnegare il padre e la madre, così neppure io posso rinnegare il mio Dio!».
«Vattene, stupido che non sei altro!», gli urlò allora dietro il comandante, e ordinò che fosse subito decapitato.
Pietro venne incluso nel gruppo di 56 martiri del Vicariato Apostolico dello Zhili Occidentale, i cui capi vennero identificati in Leone Ignazio Mangin e Paolo Denn e la cui causa venne introdotta il 28 maggio 1948.
Il decreto sul loro martirio venne promulgato il 22 febbraio 1955 e portò alla beatificazione, ad opera del Venerabile Pio XII, il 17 aprile dello stesso anno.Inseriti nel più ampio gruppo dei 120 martiri cinesi, capeggiati da Agostino Zhao Rong, vennero infine iscritti nell’elenco dei Santi il 1 ottobre 2000, da parte del Beato Giovanni Paolo II.
(Autore: Emilia Flocchini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Beata Rita Dolores Pujalte Sanchez - Suora, martire in Spagna (20 luglio)
Aspe (Alicante), Spagna, 19 novembre 1853 – Canillejas (Madrid), 20 luglio 1936
Le Beate Rita Dolores Pujalte Sanchez e Francisca del Sagrado Corazon de Jesus Aldea Araujo sono due suore uccise durante la Guerra civile spagnola (1936-1939).
In quel periodo la Chiesa pagò un enorme tributo: furono assassinati, infatti, 7mila tra religiosi, religiose e sacerdoti.
Le due appartenevano alle Suore della carità del Sacro Cuore di Gesù, fondate nel 1877 in Spagna dalla venerabile Isabel de Larrañaga.
Dopo di lei, Rita Dolores era stata la seconda superiora della Congregazione.
Quando avvenne il martirio, il 20 luglio del 1936, le due si trovavano nel collegio di Santa Susanna a Madrid. Rita, ormai 83enne e cieca, veniva assistita da Francesca, infermiera 55enne.
Fatta irruzione nell'istituto per ragazze povere, i rivoluzionari finsero, su preghiera delle consorelle, di risparmiarle. In realtà le caricarono su un camion, le portarono a Canillejas, un sobborgo della capitale, e le fucilarono. Nel 1940 i corpi furono riesumati e trovati incorrotti. Sono state beatificate insieme il 10 maggio del 1998. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Madrid in Spagna, Beate Rita dell’Addolorata del Cuore di Gesù Pujalte y Sánchez e Francesca del Cuore di Gesù Aldea y Araujo, vergini della Congregazione delle Suore della Carità del Sacro Cuore di Gesù e martiri, che, durante la persecuzione scoppiata nel corso della guerra civile, furono arrestate nella chiesa del Collegio dai nemici della Chiesa e poco dopo fucilate in strada.
La Congregazione delle ‘Suore della Carità del Sacro Cuore di Gesù’, fondata nel 1877 in Spagna dalla venerabile Isabel de Larrañaga Ramirez, è stata presente con il tributo di sangue di alcune sue figlie, alla grande carneficina di religiosi e clero cattolici (quasi 7.000), che la Chiesa di Spagna, ha dovuto pagare durante la violenta e sanguinaria Guerra Civile del 1936-39.
A questa Congregazione appartenevano le due suore Rita Dolores Pujalte Sanchez e Francisca del Sagrado Corazón de Jesús Aldea Araujo; la prima Rita Dolores fu l’immediata successore della Fondatrice alla guida della Congregazione, la seconda Francisca Aldea era infermiera volontaria per assistere l’ammalata superiora, entrambe spose di Cristo, subirono il martirio insieme.
Rita Dolores nacque ad Aspe (Alicante) il 19 novembre 1853; lei e la sorella Luisa abbracciarono la vita religiosa nello stesso Istituto, nel quale entrò nel 1888 e nel 1890 fece i voti temporanei.
Stimata da tutte per le sue doti e per la sua religiosità, fin dal 1891 occupò sempre posti di responsabilità nell’Istituto.
La fondatrice prima di morire a Cuba nel 1899, suggerì alle sue figlie di nominare Rita Dolores come loro superiora, cosa che avvenne nel 1900 e confermata nella stessa carica per 28 anni consecutivi; nel 1928 la madre si ritirò nella Casa di S. Susanna di Madrid, dove la colse la persecuzione religiosa.
Colta e dotata di grande sensibilità, di carattere fermo, attiva e dinamica, ispirava fiducia e gioia invitando alle virtù. Era molto caritatevole specie con le consorelle malate, che cercava di
servire personalmente, portando sollievo e fiducia in Dio.
Aprì collegi per insegnare alle ragazze, nelle zone più povere, promovendo l’educazione della donna, secondo i propositi della fondatrice; nella sua vecchiaia divenne punto di riferimento nel Collegio di Santa Susanna, dove trascorse gli ultimi anni della sua vita.
Nel luglio 1936 a Madrid la situazione era precipitata e in città si respirava un clima di paura, di imminente pericolo di persecuzione religiosa. La Comunità del Collegio di S. Susanna pur cosciente del pericolo, decise di rimanere per continuare ad avere cura delle orfane ricoverate; il 20 luglio i rivoluzionari assalirono il Collegio e abbattendo le porte, entrarono sparando.
Le suore raccolte in preghiera nella cappella, si preparavano al peggio, la superiora pregò gli assalitori di lasciare libere l’anziana ottantatreenne e quasi cieca madre Rita Dolores e suor Francesca anch’essa malata, pur essendo più giovane.
I rivoluzionari fingendo di aiutare le due religiose, le accompagnarono prima in un appartamento vicino; dopo due ore un gruppo di rivoltosi, tornò nell’appartamento prelevandole e trascinandole giù per le scale, le fecero salire su un furgone, conducendole in un sobborgo di Madrid, nel paesino di Canillejas; si avviarono in una strada solitaria, vicino al cimitero del paese, qui giunti le fecero scendere dal furgone e scaricarono su di esse diversi colpi di fucile; erano le 15,30 del 20 luglio 1936.
La loro età e le malattie di cui soffrivano, non furono sufficienti a fermare la furia assassina dei persecutori, nel 1940 i cadaveri furono esumati per portarli al cimitero della Almudena di Madrid e a detta dei testimoni, i corpi conservavano ancora la flessibilità ed il colore di una persona vivente.
A seguito della fama di santità delle due suore, nel 1954 i loro corpi incorrotti, furono traslati a Villaverde vicino Madrid e collocati nella cappella del loro Istituto. Il processo per la loro beatificazione si aprì nel 1954 e proseguì negli anni, fino al 1997 quando il Papa approvò il martirio subito dalle due religiose.
Per Rita Dolores e Francisca Aldea, il martirio fu il premio per la loro vita spesa al servizio degli altri e il soddisfacimento dell’ardente desiderio di versare il loro sangue per Cristo, come avevano espresso più di una volta.
Papa Giovanni Paolo II le ha beatificate insieme il 10 maggio 1998 in Piazza San Pietro; la loro ricorrenza liturgica è al 20 luglio.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Rita Dolores Pujalte Sanchez, pregate per noi.


*San Torlaco (Thorlàk Thorhallsson) - Vescovo (20 luglio e 23 dicembre)
Fljotshlio (Islanda), 1133 - Skalholt (Islanda), 23 dicembre 1193

Nacque a Fljotshlio, in Islanda, nel 1133 e a soli 19 ricevette l'ordinazione presbiterale. Desideroso di dedicarsi agli studi teologici, si trasferì a Parigi.
Proseguì poi gli studi a Lincoln, in Inghilterra.
Tornato in patria divenne rettore della chiesa di Kirkjubaer, dove in seguito fondò un monastero di canonichesse. Entrò tra i canonici regolari di Sant'Agostino, grazie ai quali divenne primo priore del monastero di Thykkvabae, fondato nel 1168 da Thorkill.
Due anni dopo Kloengur, vescovo di Skalholt, confermò Torlaco nell'incarico, dandogli inoltre la benedizione abbaziale.
Nel 1178 Torlaco fu nominato successore di Kloengur e ricevette l'ordinazione episcopale a Nidaros dall'arcivescovo Eystein, che aveva introdotto la riforma gregoriana anche in Islanda.
Torlaco cercò di migliorare la formazione del clero islandese e fu anche grande promotore del celibato sacerdotale. Nel XII secolo le famiglie islandesi che si erano fatte promotrici dell'edificazione di nuove chiese, ritenevano tutti diritti su di esse. Torlaco si oppose a questi privilegi. Morì il 23 dicembre 1193 a Skalholt. (Avvenire)
Patronato: Islanda
Emblema: Mitra, Pastorale
Martirologio Romano: In Islanda, San Torlaco, vescovo di Skálholt, che si adoperò per il rinnovamento morale del clero e del popolo.
San Thorlàks nacque a Fljotshlio, in Islanda, nel 1133 ed a soli 19 ricevette già l'ordinazione presbiterale. Desideroso di dedicarsi agli studi teologici, si trasferì a Parigi, dove venne a contatto con i canonici dell'abbazia di San Vittore, fondata nel 1108. Proseguì poi gli studi a Lincoln, in Inghilterra. Tornato in patria divenne rettore della chiesa di Kirkjubaer, dove in seguito fondò un monastero di canonichesse.
Essendo ancora sconosciuta in Islanda la riforma gregoriana, la famiglia di Torlaco pensava che egli fosse propenso per un eventuale matrimonio, ma egli preferì invece entrare tra i canonici regolari di Sant'Agostino, grazie ai quali divenne primo priore del monastero di Thykkvabae, fondato nel 1168 da Thorkill. Due anni dopo Kloengur, vescovo di Skalholt, confermò Torlaco nell'incarico, dandogli inoltre la benedizione abbaziale.
La “Thorlàks saga”, vita del santo scritta poco dopo la sua morte, racconta l'ingresso nel monastero di Thykkvabae sia di molti islandesi che di stranieri, attratti dalla fama di santità che già circondava l'abate.
Nel 1178 Torlaco fu nominato successore di Kloengur e ricevette l'ordinazione episcopale a Nidaros dall'arcivescovo Eystein.
Quest'ultimo riuscì ad introdurre la riforma gregoriana anche in Islanda guadagnando al suo partito il novello vescovo. Uomo di grande spiritualità e verità, Torlaco cercò incrementare la formazione del clero islandese e fu anche grande promotore del celibato sacerdotale. Il suo capolavoro fu il “Poenitentiale”, caratterizzato da una grande severità che fece da controaltare alla confusione di quel periodo: nel 1180 l'arcivescovo Eystein sarà bandito dal re e lo stesso Torlaco dovette subire diverse sofferenze.Nel XII secolo le famiglie islandesi che si erano fatte promotrici dell'edificazione di nuove chiese, ritenevano tutti diritti su di esse.
I sacerdoti, da loro nominati a queste chiese private, naturalmente avevano poche possibilità di rimproverare i loro signori, qualora avessero agito contro la morale cristiana.
In taluni casi Torlaco arrivò al punto di doversi rifiutare di consacrare una chiesa, se tutti i diritti su di essa non fossero stati trasferiti a lui, in qualità di vescovo.Ciò causò una disputa con il diacono Jon Loptsson, restauratore della chiesa di Hofdabraeck. La situazione peggiorò quando Jon, sposatosi, decise di coabitare con Ragneid, sorella di Torlaco, e per ben tre volte tentò di uccidere
il vescovo.La disputa sarebbe finita solo con la morte di Torlaco, avvenuta il 23 dicembre 1193 a Skalholt.
Il suo successore Paolo, figlio di Jon e Ragneid, riconciliò il padre con la Chiesa. La morte di Torlaco sembrava segnare il fallimento definitivo dei disegni e delle speranze che aveva coltivato e nutrito circa una fruttuosa riforma della chiesa islandese.
Ma come l'apparente fallimento di Nostro Signore sulla Croce si rivelò la sconfitta finale del peccato e della morte, così con la prematura scomparsa del vescovo Torlaco si aprì la strada verso una riforma duratura, ed egli ottenne un posto nella schiera dei santi nella cui vita e morte si manifestò il mistero della croce: “Chi perde la propria vita la conserverà”.
Questa è la legge del chicco di frumento che brilla nei martiri come Olav II di Norvegia, Enrico di Upsala ed Erik IX di Svezia, per citare quelli geograficamente vicini a Torlaco che, pur non essendo stato chiamato a testimoniare con il sangue la propria fede, realizzò nell'adempimento fedele del suo ministero episcopale la stessa sequela praticata dai martiri con la loro morte.
Ancora quando egli era ancora in vita destavano parecchio l'attenzione popolare i numerosi miracoli da lui operati e cinque anni dopo la sua morte il parlamento islandese decise la solenne traslazione del suo corpo, che a cui tempi corrispondeva ad una canonizzazione.
La sua festa veniva celebrata il 23 dicembre ed ancora oggi questo giorno viene chiamato in islandese “Thorlaksmessa”, cioè “Messa di Torlaco”.Nel Medioevo in Islanda almeno 56 chiese erano a lui dedicate e perfino a Costantinopoli gliene si intitolò una.
Molto venerato anche in Inghilterra e Scandinavia, nel 1237 venne aggiunta una seconda festa in ricordo della sua “translatio” al 20 luglio, unica sua memoria liturgica ancora oggi celebrata visto che le norme del Concilio Vaticano II vietano la celebrazione solenne dei santi durante la novena di Natale. Nel 1982 fu fissato il giorno per la sua memoria nel Proprio della Chiesa Cattolica della Norvegia. Poi, in occasione dell'anno dell'anniversario, il 1983, la Santa Sede confermò la celebrazione della sua memoria anche per l'ordine dei Canonici Regolari di Sant'Agostino. Si conservano ancora oggi alcuni frammenti di un'antica agiografia, nonché di un compendio di antifone e responsori. La Riforma protestante, che portò alla distruzione del suo reliquiario, non riuscì fortunatamente a cancellare la sua memoria nel popolo islandese, che ancora oggi, all'alba del terzo millennio, lo onora come patrono. Non solo per l'Islanda, ma per l'intera Europa San Torlaco costituisce un pressante invito a riscoprire con gioia le proprie radici cristiane. Il Martyrologium Romanum ne riporta il culto alla data del 23 dicembre.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Torlaco, pregate per noi.


*San Vulmaro - Presbitero (20 luglio)

Religioso benedettino.
Fondò a Hautmont, in Francia, due monasteri.

Martirologio Romano:
Nel territorio di Boulogne in Francia, San Vulmaro, sacerdote, che, umile pastore, avuta la possibilità di studiare e raggiunto il ministero sacerdotale, si ritirò in un eremo secondo le consuetudini degli antichi padri e fondò poi a Hautmont in Francia, tra i boschi della sua patria, due monasteri, l’uno maschile e l’altro per le sacre vergini.
(Fonte:
Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - San Vulmaro, pregate per noi.


*Santa Wang-Hoei (Rosa) - Martire in Cina (20 luglio)
Scheda del gruppo a cui appartiene:
“Santi Martiri Cinesi” (Agostino Zhao Rong e 119 Compagni) 9 luglio - Memoria Facoltativa

Emblema: Palma
Martirologio Romano: In località Majiazhuang vicino a Daining nella provincia dello Hebei in Cina, Santi martiri Anna Wang, vergine, Lucia Wang Wangzhi e suo figlio Andrea Wang Tianqing, uccisi per il nome di Cristo nella persecuzione dei Boxer.
Nel 1895 la Cina fu sconfitta dal Giappone, in seguito a ciò sorsero delle Società segrete che propugnavano rivolte in modo violento, una di queste erano i ‘Boxers’, appoggiati dall’imperatrice vedova Tzu Hsi e dal suo consigliere principe Tuan, essi dilagarono in modo cruento e xenofobo.
Ne furono vittime i cristiani di ogni fede, sia fedeli, sia missionari che dal giugno 1900 subirono una vera e propria persecuzione.
Fra i tanti martiri di quel periodo vi fu anche Wang-Hoei che aveva preso il nome di Rosa, essa divenuta un’attiva catechista del villaggio di Kang-kia-tciang e di quelli vicini, dovette nascondersi durante la persecuzione dei ‘Boxers’, cambiando continuamente di luogo.
Insieme ad una sua amica, che in seguito diverrà una reale testimone, trascorse il giorno dell’Assunta e la notte seguente in preghiera, la mattina del 16 agosto 1900 il villaggio fu invaso dai soldati che arrestarono alcuni cristiani, ma informati della presenza di Rosa di cui avevano saputo lo zelo, con l’aiuto di alcune spie la trovarono e arrestarono.
Subì un interrogatorio costellato di percosse, colpi di lancia e di spada che le facevano grondare sangue abbondante, ma lei non negando di essere cristiana, dimostrava di avere fiducia nella vita eterna e che quindi quei tormenti erano accettati con fede.
Fu spinta tutta sanguinante nel canale del villaggio, ma riuscì a salvarsi dalle acque e raggiungere la riva opposta, raggiunta di nuovo dai carnefici le furono inferte altre ferite da taglio e ributtata in acqua, dove fu travolta dalla corrente annegando, aveva 45 anni.
Fu beatificata insieme ad altri martiri cinesi da Pio XII il 17 aprile 1955 e canonizzata insieme ad altri 119 martiri in Cina, da papa Giovanni Paolo II il 1° ottobre 2000.
Festa religiosa per tutti il 20 luglio. (Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Wang-Hoei, pregate per noi.  


*San Xi Guigi - Martire in Cina (20 luglio)

Scheda del gruppo a cui appartiene:
“Santi Martiri Cinesi” (Agostino Zhao Rong e 119 Compagni) 9 luglio - Memoria Facoltativa

† Dechao, Cina, 20 luglio 1900
Martirologio Romano:
Nella cittadina di Dechao sempre nello Hebei, commemorazione di San Xi Guizi, martire, che, ancora catecumeno, scoppiato un tumulto, si dichiarò cristiano e, coperto di ferite, fu battezzato nel suo stesso sangue.
Il 1° ottobre del 2000, Papa Giovanni Paolo II ha canonizzato un numeroso gruppo di 120 martiri in Cina.
Essi vennero beatificati in vari gruppi, a partire dal 1746 con Papa Clemente XIII fino a Pio XII nel 1951; subirono il martirio in diverse località del Tonchino (Vietnam) e Cina, vittime delle ricorrenti persecuzioni scatenate dai vari imperatori che si succedevano.
Morirono a migliaia, vescovi, sacerdoti locali, missionari europei, seminaristi, religiosi di vari Ordini, suore di molte Congregazioni, catechisti e fedeli laici di ogni categoria, sia maschili che femminili.
Fra le decine di migliaia di fedeli cinesi, che con lo slancio di una fede genuina, morirono eroicamente in difesa di una religione, che se pur venuta da lontano, essi avevano accettata ed assimilata con il
suo messaggio salvifico per tutti gli uomini, accogliendo e proteggendo i suoi ministri; solo di una piccola parte si è potuto istruire un processo ufficiale per additarli a tutta la cristianità, in virtù della loro fede professata e del loro martirio finale.
E ci piace indicare fra questi, Xi Guigi laico cinese quasi sconosciuto, che in un paese citato in latino con il nome di Dechao era un catecumeno, quindi si preparava a divenire cristiano; travolto il 20 luglio 1900 dalla furia dei persecutori, i famigerati ‘Boxers’, moribondo si battezzò bagnandosi con il proprio sangue, altro non sappiamo; ma questo lontano, sconosciuto neocristiano, dall’alto dei cieli che si è guadagnato con la sua forte e genuina fede, ci insegna che per Cristo, tanti fedeli nel mondo, in tutti questi secoli, hanno versato e versano il loro sangue per l’affermarsi del cristianesimo, lasciando i beni fatui di questa terra senza rimpianti.
La celebrazione collettiva di tutti i 120 Santi è al 9 luglio, mentre la singola memoria di San Xi Guigi è al 20 luglio, giorno del suo martirio.  
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi
Giaculatoria - San Xi Guigi, pregate per noi.


*Altri Santi del giorno (20 luglio)

*San
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.

 
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