Santi del 20 Maggio - Istituto Aveta

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Santi del 20 Maggio

Il mio Santo > I Santi di Maggio

*Beato Alcuino - Monaco, teologo, letterato (20 maggio)
York (Inghilterra), 735 - Tours (Francia), 19 maggio 804
Alcuino, una delle più grandi figure della rinascita degli studi nel periodo carolingio, nacque a York nel 735 da una nobile famiglia anglosassone e venne educato alla scuola episcopale di York ed ebbe come maestri di latino, greco ed ebraico Aelberto e il vescovo Egberto.
In questo periodo entrò nell’Ordine Benedettino; morto il vescovo Egberto, gli successe come arcivescovo di York Aelberto, il quale dopo aver ordinato Alcuino diacono, gli affidò la direzione
della Scuola episcopale, che divenne in breve famosa, attirando un gran numero di studenti provenienti dall’Irlanda e dalla Frisia e rendendo molto noto il nome di Alcuino, nel mondo letterario circoscritto dell’epoca.
In un viaggio verso Roma, incontrò a Parma Carlo Magno, che lo invitò alla sua corte; espletati gli incarichi ricevuti, con il permesso del suo vescovo e del re Etelberto, all’inizio del 782 Alcuino si trasferì ad Aquisgrana, ricevendo in dotazione le abbazie di Ferrières e di Troyes e assumendo la direzione della “Schola Palatina”, fondata da Carlo Magno.
Introdusse nella Scuola il sistema aristotelico del ‘trivio’ (grammatica, retorica, dialettica) e del ‘quadrivio’ (aritmetica, geometria, musica, astronomia) già in uso a York e che nelle Scuole Medioevali, costituivano gli studi preparatori alla filosofia e teologia.
Con il soprannome di ‘Flaccus Albinus’, Alcuino divenne il centro di una specie di Accademia, di cui fece parte anche Carlo Magno, del quale fu ‘precettore’ in tutte le scienze. In questa celebre “Schola Palatina” insegnarono fra gli altri Giovanni Scoto Eriugena, Candido, Rabano Mauro.
Dopo un periodo di due anni dal 790 al 792, Alcuino risiedette in Gran Bretagna alla corte di Offa, re di Mercia per riappacificarlo con Carlo Magno, al suo ritorno, si occupò con vigore delle questioni teologiche che agitavano quel tempo, come l’adozianismo spagnolo e la controversia delle immagini, partecipando ai Concili di Francoforte del 794 e di Aquisgrana del 799.
Ebbe ancora un incarico di prestigio nel 796, divenendo abate dell’abbazia di S. Martino di Tours, cui apportò nuovo splendore a quella Scuola, chiamando molti professori da York e allestendo una importante biblioteca.
Questa scuola resterà famosa nella storia della paleografia medioevale (scienza che studia le antiche scritture su carta, pietra o metalli), per lo sviluppo della “minuscola carolina” (scrittura dei manoscritti venuta in uso durante la rinascita culturale promossa da Carlo Magno; le lettere sono minuscole, generalmente staccate le une dalle altre, diritte e di tipo rotondo, che poi nel XII secolo si fanno angolose preannunciando la scrittura gotica); che ripresa dagli umanisti del Quattrocento, costituì la base della grafia moderna.
Il rapporto fra Carlo Magno e Alcuino fu della massima importanza storica, perché generò, in un periodo ancora in preda alle distruzioni barbariche e con la conversione di parte di quei popoli, uno sviluppo e una rinascita degli studi in generale, di cui Alcuino fu il massimo esponente.
Per incarico dell’imperatore fra il 799 e l’801 fu impegnato alla revisione della Bibbia e dopo aver portato a termine la costruzione del monastero di Cormery, Alcuino morì il 19 maggio 804 a Tours.
Il benedettino Rabano Mauro, teologo tedesco, autore dell’opera enciclopedica “De universo”, lo raffigurò in un codice, conservato nella Biblioteca di Vienna, di notevole valore perché compiuto prima dell’840 nel monastero di Fulda e quindi quasi contemporaneo; inoltre lo stesso Rabauno Mauro lo inserì nel suo "Martirologio", mentre cronisti e storici lo onorano con il titolo di Beato, ma egli non ebbe culto pubblico.
Più che un letterato o un filosofo, egli fu un grande organizzatore e seminatore di idee, non uno spirito creatore; tuttavia è fuor di dubbio che Alcuino fu l’anima di quel vasto e complesso movimento denominato “Rinascita Carolingia”, diffondendo la sua dottrina, espressione peraltro del pensiero antico, in un gran numero di opere ed esplicando la sua influenza su Carlo Magno, nel quale riconosceva essere il "Difensore" della Chiesa e della diffusione della scienza.
Non è possibile, dato lo spazio disponibile, elencare tutte le opere composte, scritte, commentate da Alcuino, riguardanti ampiamente la Pedagogia, Filosofia, Poesia, Esegesi, Teologia (Dogmatica, Mistica e Ascetica, Sacramenti, Liturgia), che fanno di lui una delle menti più illuminate del Medioevo; a tutto ciò bisogna aggiungere l’Epistolario comprendente una raccolta di oltre 300 lettere, che hanno una importanza straordinaria per la critica storico-letteraria della ‘Rinascita Carolingia’.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Alcuino, pregate per noi.


*Sant'Anastasio di Brescia - Vescovo (20 maggio)

sec. VII
Martirologio Romano:
A Brescia, Sant’Anastasio, vescovo.
La vita di Anastasio è pressocché ignota: troviamo il suo nome dopo quello di san Paterio nella lista dei vescovi di Brescia, redatta nel IX sec. da Ramperto.
La sua elezione sembra sia avvenuta al tempo della morte di Gregorio Magno (604) o poco dopo.
Non è molto probabile la notizia data da Marco Massimo, vescovo di Saragozza, secondo cui Anastasio si sarebbe recato a predicare il Vangelo in Africa e in Spagna.
Comunque, secondo quanto affermano tutte le leggende locali, Anastasio tornò a Brescia e vi morì verso il 608.
Gli è attribuita la fondazione della cattedrale di San Pietro, distrutta poi agli inizi del IX sec. e in seguito riedificata.
Il corpo di Anastasio fu sepolto nella chiesa di Santo Stefano in Brescia e poi, nel 1581, fatto traslare da San Carlo Borromeo nella cattedrale di San Pietro, donde nel 1604 fu portato nella cattedrale iemale di Santa Maria, detta la Rotonda.
La sua festa ricorre il 20 maggio.
(Autore: Antonio Rimoldi - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Anastasio di Brescia, pregate per noi.


*Sant'Arcangelo Tadini - Parroco (20 maggio)
Verolanuova (BS), 12 ottobre 1846 - Botticino Sera (BS), 20 maggio 1912
Nacque in una famiglia nobile il 12 ottobre 1846 a Verolanuova (Brescia). Venne ordinato sacerdote nel 1870.
Viceparroco e maestro elementare in Val Trompia e successivamente cappellano nella periferia di Brescia fino al 1885, si dedicò completamente all'attività pastorale e all'insegnamento elementare, divenendo in questo campi un precursore per molti aspetti. Nel
1887 divenne parroco a Botticino Sera (Brescia), carica che tenne fino alla morte.
Si distinse anche per il forte impegno sociale. Fondò nel 1893 la Società di Mutuo Soccorso e nel 1898 una filanda per evitare l'emigrazione delle ragazze del paese per trovare lavoro; inoltre un pensionato per lavoratrici.
Per assicurare l'assistenza alle giovani, fondò nel 1900 una Congregazione religiosa: le Suore Operaie della Santa Casa di Nazareth con i tre voti canonici, vita in comune e abito religioso ma impegnate come vere e proprie operaie. Morì il 20 maggio 1912.
È stato canonzzato da Papa Benedetto XVI il 26 aprile 2009. (Avvenire)
Patronato: Claudicanti
Martirologio Romano: Nel villaggio di Botticino Sera vicino a Brescia, Beato Arcangelo Tadini, sacerdote, che si adoperò per i diritti e la dignità dei lavoratori e fondò la Congregazione delle Suore Operaie della Santa Casa di Nazareth, dedita in particolar modo alla giustizia sociale.  
(I) Nacque in una famiglia nobile e benestante, il 12 ottobre 1846 a Verolanuova (Brescia); l’ambiente era liberale che però non influì, in nessun modo sulla formazione del giovane.
Entrò nel seminario di Brescia nel 1864, dove oltre che prepararsi per il sacerdozio, studiò filosofia e teologia, terminando dopo sei anni nel 1870, quando venne ordinato sacerdote dal vescovo-principe di Trento, mons. Benedetto Riccabona de Reichelfels.
Viceparroco e maestro elementare in Val Trompia e successivamente cappellano nella periferia di Brescia fino al 1885; si distinse per la pietà, per la predicazione e per l’educazione dei fanciulli, pur tra contrasti, svolse un’intensa attività pastorale e nel contempo fu insegnate elementare.
Nel 1887 divenne parroco a Botticino Sera (Brescia), carica che tenne fino alla morte, fu un precursore delle molte iniziative, che i nuovi tempi richiedevano ai parroci. Alle opere strettamente spirituali e pastorali, come l’oratorio per i giovani, la direzione spirituale, l’orientamento vocazionale, la Compagnia delle Figlie di S. Angela e il Terz’Ordine Francescano, affiancò un’intensa attività sociale, attuando lo spirito della enciclica ‘Rerum Novarum’ di papa Leone XIII, in collaborazione con il movimento cattolico-sociale di fine Ottocento a Brescia.
Fondò nel 1893 la Società di Mutuo Soccorso e nel 1898 una filanda per evitare l’emigrazione delle ragazze del paese per trovare lavoro; inoltre un pensionato per lavoratrici.
Per assicurare l’assistenza alle giovani, fondò nel 1900 una Congregazione religiosa dal nome ‘Suore Operaie della S. Casa di Nazareth’ con i tre voti canonici, vita in comune e abito religioso;
dovette superare molte difficoltà e incomprensioni, anche da parte di sacerdoti che non ritenevano opportuno che delle religiose facessero anche le operaie, svolgendo così una missione piena di pericoli e poco confacente.
Ma padre Arcangelo Tadini superò tutto, anche difficoltà economiche, perché aveva intuito che la realtà storica e il mondo del lavoro sono luogo, nel nostro tempo, per attuare la salvezza e la liberazione dell’uomo.
Fu sempre cagionevole di salute, ma visse una vita intensa di opere, morì il 20 maggio 1912 in Botticino Sera. Dentro e fuori la diocesi, si diffuse la fama della sua santità e il 18 dicembre 1931, il vescovo di Brescia approvò la Congregazione da lui fondata, dichiarata poi di Diritto Pontificio dal Papa Giovanni XXIII.
Nel 1960 si aprirono i processi informativi e papa Giovanni Paolo II l’ha beatificato il 3 ottobre 1999.
(II) Vi sono uomini che hanno realizzato straordinarie imprese sociale, in umiltà e semplicità, uomini che in silenzio hanno fatto miracoli.
Una di queste è Arcangelo Tadini. Nato a Verolanuova (Brescia) il 12 ottobre 1846, dal 1855 al 1856 studia presso il Collegio Vescovile di Lovere (BG).
Nel 1856 entra nel Seminario di Brescia dove, fino al 1870 segue i corsi di Teologia; il 19 giugno 1870 è ordinato sacerdote a Trento.
Comincia il suo ministero pastorale come curato a Londrino (BS) sperimentando grandi difficoltà fisiche, per motivo di una gamba rigida, diventatagli tale dopo un incidente nel collegio di Lovere. Questa sofferenza lo accompagnerà per il resto della vita.
Dal 1873 al 1855 è curato alla Noce, una curazia dipendente dalla parrocchia di S. Nazzaro (BS). Don Arcangelo qui vi rifulge come un uomo di Dio ricco di carità evangelica. E' un ottimo direttore di anime e uomo d'azione fino al 1885, anno in cui venne nominato parroco di Botticino Sera (BS).
E' un pastore attivissimo, la sua giornata è scandita da numerosi momenti di Adorazione, che danno senso e forza ad ogni cosa, ama il Signore in maniera straordinaria, è sempre disponibile, pur di temperamento serio cerca spesso di sorridere, cerca Cristo in tutti, ha una sola aspirazione: piacere sempre a Dio, darGli gloria e vivere per Lui.
Don Arcangelo è uomo riflessivo, calmo, forte nell sue decisioni, un sacerdote in continuo contatto col Vivente alla presenza di Dio.
Arrivato a Botticino Sera si dà fare partendo dai giovani: apre per loro l'oratorio, costituisce la banda musicale, la Confraternita del SS. Sacramento, il Terz' ordine Francescano, e la Società Operaia del Mutuo Soccorso, per tutelare i lavoratori.
Le ragazze di Botticino, per aiutare economicamente la famiglia, cercano lavoro nelle filande del bresciano, e perciò sono assenti spesso da casa.
Don Arcangelo, che considera la Parrocchia come la famiglia di ogni cristiano, si duole nel
constatare la dispersione del suo popolo.
Per questo motivo, costruisce in paese una filanda, affinchè le ragazze non abbandonino la famiglia. Vuole però che le giovani siano guidate materialmente e spiritualmente da religiose che assistano le operaie, anzi, lavorino gomito a gomito con loro.
Nel 1900 fonda la Congregazione delle Suore Operaie della Santa Casa di Nazareth. Egli dà alla comunità il modello della Sacra Famiglia, perchè desidera che le sue figlie siano eroiche, aperte alla Chiesa e attente al mondo del lavoro, donne che sappiano lavorare sorridendo.
Don Arcangelo ama le famiglie, cura lo sviluppo delle coppie, senza dimenticare gli ammalati, da i quali si reca con entusiasmo.
Coltivando per tutta la sua vita la carità in modo eroico, consumando il suo patrimonio e privandosi di tutto, muore santamente il 20 maggio 1912 a Botticino, nella casa madre delle Suore Operaie, nell'ora in cui soleva recarsi in cappella con le amate religiose.  Viene reso Beato da Giovanni Paolo II il 3 ottobre 1999.
Per informazioni, richieste di immagini o biografie rivolgersi a: Suore Operaie della S. Casa di Nazareth - Via Tadini 19 - Botticino Sera (BS)  
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Arcangelo Tadini, pregate per noi.


*Beati Arnaldo Serra e 30 Compagni Martiri Mercedari (20 maggio)

+ Tunisi, Africa, 1492
A Tunisi in Africa, il Beato Arnaldo Serra e 30 Santi compagni, trovandosi in missione di redenzione per la difesa della fede cattolica, furono presi dai mussulmani ed avendo superato onorevolmente vari tormenti, furono rinchiusi in un carcere puzzolente.
Morirono consumati dalla sete e fame nell’anno 1492 unendosi alla corona dei martiri di Cristo.
L’Ordine li festeggia il 20 maggio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beati Arnaldo Serra e 30 Compagni, pregate per noi.


*Santa Aurea di Ostia - Martire (20 maggio)

Martirologio Romano: Presso Ostia nel Lazio, Santa Aurea, martire.
É commemorata nel Martirologio Geronimiano il 20 maggio coll'indicazione topografica in Ostia e il 22 agosto con quella in Portu Romano.
Nel Martirologio Romano invece è ricordata il 24 agosto con un breve elogio tratto dalla passio.
In realtà esisteva ad Ostia una chiesa dedicata ad Aurea che Sergio I (m. 701), Leone III (m. 816) e Leone IV (m. 855) fecero successivamente restaurare, ma della santa non si hanno notizie storicamente sicure e quelle contenute nella sua passio e in quella di Censorino sono assolutamente false.
In breve possono così sintetizzarsi le tradizioni agiografiche concernenti Aurea: al tempo di Claudio ella fu arrestata ed interrogata dallo stesso imperatore, e dopo essere stata torturata, fu esiliata ad Ostia e confinata nei suoi possessi.
Ma, di nuovo arrestata, Aurea fu ancora tormentata e infine gettata in mare con una pietra al collo.
Il suo corpo, portato a riva dalle onde, fu sepolto da Nonno il 29 agosto di un anno imprecisato.
L'antica chiesa di Sant'Aurea, ingrandita verso la fine del 1400, quando Baccio Pontelli costruì il castello e la incluse nella cinta di difesa, è oggi la chiesa cattedrale della diocesi suburbicaria di Ostia.
(Autore: Giovanni Battista Proja  - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Aurea di Ostia, pregate per noi.


*Sant'Austregesilio di Bourges - Vescovo (20 maggio)

m. 624 circa
Martirologio Romano:
A Bourges nella regione dell’Aquitania, in Francia, Sant’Austregesilio, vescovo, che si mostrò ministro di carità soprattutto tra i poveri, gli orfani, i malati e i condannati a morte.
Austregisilo, nato a Bourges verso il 551, passò molti anni alla corte del re Gontrano (+ 593), rifiutò di ammogliarsi e finì per ottenere l'autorizzazione ad entrare nel sacerdozio.
Succedette verso il 612 al vescovo Apollinare nella sede di Bourges che governò per dodici anni, durante i quali Sant’Amando, il futuro apostolo del Belgio, si venne a stabilire in una cella appoggiata alla cattedrale di Bourges, per viverci da recluso.
Austregisilo assisté nel 614 al concilio di Parigi : questa è la sola notizia precisa che noi possediamo intorno al suo episcopato.
Morì il 20 maggio del 624.
Secondo una leggenda composta per riportare le origini della Chiesa di Bourges all'epoca apostolica, egli avrebbe ricevuto una fiaccola dalle mani dell'apostolo San Pietro in persona.
È patrono di Bourges, dove gli è dedicata una chiesa.
(Autore: Henry Platelle – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Austregesilio di Bourges, pregate per noi.


*San Baudelio di Nimes - Martire (20 maggio)
Martirologio Romano: A Nîmes nella Gallia narbonense, ora in Francia, San Baudelio martire.  
Non si conosce niente di certo della sua vita. Secondo una passio del sec. IX, Baudelio sarebbe
stato ucciso in una foresta nei dintorni di Nimes, dove si era recato per condurre vita eremitica.
La sua tomba, secondo san Gregorio di Tours, attirava già numerosi pellegrini nel 509. Un lauro taumaturgico, che era cresciuto affondando le radici nel sarcofago, avrebbe operato numerosi miracoli.
La festa di Baudelio è fissata al 20 maggio nel Martirologio Geronimiano; è commemorato, inoltre, nei Propri di Nimes e di Orléans.
Le sue reliquie, ricordate ancora nel sec. XIV, sono scomparse.
Il culto di Baudelio fu molto esteso: oltre che nelle due città ricordate, se ne trovano tracce nelle città spagnole di Morera, Zahara e Oviedo, nel calendario di Cordova del 961 e in tutti i calendari mozarabici.
Si propagò anche in Oriente ad opera di alcuni mercanti siriaci.
(Autore: Pierre Villette – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Baudelio di Nimes, pregate per noi.


*San Bernardino da Siena - Sacerdote (20 maggio)

Massa Marittima, Grosseto, 8 settembre - L'Aquila, 20 maggio 1444
Canonizzato nel 1450, cioè a soli sei anni dalla morte, era nato nel 1380 a Massa Marittima, dalla nobile famiglia senese degli Albizzeschi.
Rimasto orfano dei genitori in giovane età fu allevato a Siena da due zie. Frequentò lo Studio senese fino a ventidue anni, quando vestì l'abito francescano.
In seno all'ordine divenne uno dei principali propugnatori della riforma dei francescani osservanti. Banditore della devozione al santo nome di Gesù, ne faceva incidere il monogramma «YHS» su tavolette di legno, che dava a baciare al pubblico al termine delle prediche. Stenografati con un metodo di sua invenzione da un discepolo, i discorsi in volgare di Bernardino sono giunte fino a noi.
Aveva parole durissime per quanti «rinnegano Iddio per un capo d'aglio» e per «le belve dalle zanne lunghe che rodono le ossa del povero».
Anche dopo la sua morte, avvenuta alla città dell'Aquila, nel 1444, Bernardino continuò la sua opera di pacificazione. Era infatti giunto morente in questa città e non poté tenervi il corso di prediche che si era prefisso.
Persistendo le lotte tra le opposte fazioni, il suo corpo dentro la bara cominciò a versare sangue e il flusso si arrestò soltanto quando i cittadini dell'Aquila si rappacificarono. (Avvenire)
Patronato: Pubblicitari, Preghiere
Etimologia: Bernardino = ardito come orso, dal tedesco
Emblema: IHS (monogramma di Cristo)
Martirologio Romano: San Bernardino da Siena, sacerdote dell’Ordine dei Minori, che per i paesi e le città d’Italia evangelizzò le folle con la parola e con l’esempio e diffuse la devozione al santissimo nome di Gesù, esercitando instancabilmente il ministero della predicazione con grande frutto per le anime fino alla morte avvenuta all’Aquila in Abruzzo.
Per ascoltare le prediche efficacissime di questo frate francescano di fine Medioevo, si radunavano folle di fedeli nelle piazze delle città, non potendoli contenere le chiese; e mancando allora mezzi tecnici di amplificazione della voce, venivano issati i palchi da cui parlava, studiando con banderuole la direzione del vento, per poterli così posizionare in modo favorevole all’ascolto dalle folle attente e silenziose.
Origini e formazione
San Bernardino nacque l’8 settembre 1380 a Massa Marittima (Grosseto) da Albertollo degli Albizzeschi e da Raniera degli Avveduti; il padre nobile senese era governatore della città fortificata posta sulle colline della Maremma.
A sei anni divenne orfano dei genitori, per cui crebbe allevato da parenti, prima dalla zia materna che lo tenne con sé fino agli undici anni, poi a Siena a casa dello zio paterno, ma fino all’età adulta furono soprattutto le donne della famiglia ad educarlo, come la cugina Tobia terziaria francescana e la zia Bartolomea terziaria domenicana.
Ricevette un’ottima educazione cristiana ma senza bigottismo, crebbe sano, con un carattere schietto e deciso, amante della libertà ma altrettanto conscio della propria responsabilità.
Studiò grammatica, retorica e lettura di Dante, dal 1396 al 1399 si applicò allo studio della Giurisprudenza nella Università di Siena, dove conseguì il dottorato in filosofia e diritto; non era propenso alla vita religiosa, tanto che alle letture bibliche preferiva la poesia profana.
Verso i 18 anni, pur seguitando a vivere come i coetanei, entrò nella Confraternita dei Disciplinati di Santa Maria della Scala, una compagnia di giovani flagellanti, che teneva riunioni a mezzanotte nei sotterranei del grande ospedale posto di fronte al celebre Duomo di Siena.
Aveva 20 anni quando Siena nel 1400 fu colpita dalla peste; e anche molti medici e infermieri dell’Ospedale di Santa Maria della Scala, morirono contagiati, per cui il priore chiese pubblicamente aiuto.
Bernardino insieme ai compagni della Confraternita si offrì volontario, la sua opera nell’assistenza agli appestati durò per quattro mesi, fino all’inizio dell’inverno, quando la pestilenza cominciò a scemare.
Trascorsero poi altri quattro mesi, tra la vita e la morte, essendosi anch’egli contagiato; guarito assisté poi per un anno la zia Bartolomea diventata cieca e sorda.
La scelta Francescana
In quel periodo cominciò a pensare seriamente di scegliere per la sua vita un Ordine religioso, colpito anche dall’ispirata parola di San Vincenzo Ferrer, domenicano, incontrato ad Alessandria.
Alla fine scelse di entrare nell’Ordine Francescano e liberatosi di quanto possedeva, l’8 settembre 1402 entrò come novizio nel Convento di San Francesco a Siena; per completare il noviziato, fu mandato sulle pendici meridionali del Monte Amiata, al convento sopra Seggiano, un villaggio di poche capanne intorno ad una chiesetta, detto il Colombaio.
Il convento apparteneva alla Regola dell’Osservanza, sorta in seno al francescanesimo 33 anni prima, osservando appunto assoluta povertà e austerità, prescritte dal fondatore San Francesco; e con la loro moderazione, che li distingueva dagli Spirituali più combattivi nei decenni precedenti, gli Osservanti si opponevano al rilassamento dei Conventuali, con discrezione e senza eccessi.
Frate Bernardino visse al Colombaio per tre anni, facendo la professione religiosa nel 1403 e diventando sacerdote nel 1404, celebrò la prima Messa e tenne la prima predica nella vicina Seggiano e come gli altri frati del piccolo convento, prese a girare scalzo per la questua nei dintorni.
Nel 1405 fu nominato predicatore dal Vicario dell’Ordine e tornò a Siena.
La sua formazione, studi, prime predicazioni
Dopo un po’, da Siena andò con qualche compagno nel piccolo romitorio di Sant’Onofrio sul colle della Capriola di fronte alla città; da tempo questo conventino era abitato da frati dell’Osservanza, qui fra’ Bernardino volle costruire un nuovo convento più grande, esso apparteneva all’Ospedale della Scala ed egli riuscì ad ottenerlo in dono, ma giacché i Frati Minori non potevano accettare donazioni, si impegnò a versare in cambio una libbra di cera all’anno.
Aveva circa 25 anni e restò alla Capriola per 12 anni, dedicandosi allo studio dei grandi dottori e teologi specie francescani; raccogliendo e studiando materiale ascetico, mistico e teologico.
In quel periodo, fu a contatto col mondo contadino ed artigiano delle cittadine dei dintorni, imparando a predicare per farsi comprendere da loro, con espressioni, immagini vivaci e aneddoti che colpissero l’attenzione di quella gente semplice, a cui affibbiava soprannomi nelle loro attività e stile popolano di vivere, per farli divertire; così la massaia disordinata era “madama Arrufola” e la giovane che ‘balestrava’ con occhiate languide i giovani dalla sua finestra, era “monna Finestraiola”.
Per una malattia alle corde vocali che per qualche anno lo colpì, rendendo la sua voce molto fioca, Bernardino da Siena, stava per chiedere di essere esonerato dalla predicazione.
Ma inaspettatamente un giorno la voce ritornò non soltanto limpida, ma anche musicale e penetrante, ricca di modulazioni.
Sul colle della Capriola tornava spesso dopo i suoi lunghi viaggi di predicatore, per ritrovare li spirito di meditazione e per scrivere i “Sermoni latini”; formò molti discepoli fra i quali san Giacomo della Marca, san Giovanni da Capestrano, i beati Matteo da Agrigento, Michele Cercano, Bernardino da Feltre e Bernardino da l’Aquila.
Il grande predicatore popolare
Nel 1417 padre Bernardino da Siena fu nominato Vicario della provincia di Toscana e si trasferì a Fiesole, dando un forte impulso alla riforma in atto nell’Ordine Francescano.
Contemporaneamente iniziò la sua straordinaria predicazione per le città italiane, dove si verificava un grande afflusso di fedeli che faceva riempire le piazze; tutta la cittadinanza partecipava con le autorità in testa, e i fedeli affluivano anche dai paesi vicini per ascoltarlo.
Dal 1417 iniziò a Genova la sua prodigiosa predicazione apostolica, allargandola dopo i primi strepitosi successi, a tutta l’Italia del Nord e del Centro.
A Milano espose per la prima volta alla venerazione dei fedeli, la tavoletta con il trigramma; da Venezia a Belluno, a Ferrara, girando sempre a piedi, e per tutta la sua Toscana, dove ritornava spesso, predicò incessantemente; nel 1427 tenne nella sua Siena un ciclo di sermoni che ci sono pervenuti grazie alla fedele trascrizione di un ascoltatore, che li annotava a modo suo con velocità, senza perdere nemmeno una parola.
Da queste trascrizioni, si conosce il motivo dello straordinario successo che otteneva Bernardino; sceglieva argomenti che potevano interessare i fedeli di una città ed evitava le formulazioni astruse o troppo elaborate, tipiche dei predicatori scolastici dell’epoca.
Per lui il “dire chiaro e breve” non andava disgiunto dal “dire bello”, e per farsi comprendere usava racconti, parabole, aneddoti; canzonando superstizioni, mode, vizi.
Sapeva comprendere le debolezze umane, ma era intransigente con gli usurai, considerati da lui le creature più abbiette della terra.
Le conversioni spesso clamorose, le riconciliazioni ai Sacramenti di peccatori incalliti, erano così numerosi, che spesso i sacerdoti erano insufficienti per le confessioni e per distribuire l’Eucaristia.
Quando le leggi che reggevano un Comune, una Signoria, una Repubblica, erano ingiuste e osservarle significava continuare l’ingiustizia, Bernardino da Siena, in questi casi dichiarava sciolti dal giuramento i pubblici ufficiali e invitava la città a darsi nuove leggi ispirate al vangelo; e le città facevano a gara per ascoltarlo e ne accettavano le direttive.
Il trigramma del Nome di Gesù
Affinché la sua predicazione non fosse dimenticata facilmente, Bernardino con profondo intuito psicologico, la riassumeva nella devozione al Nome di Gesù e per questo inventò un simbolo dai colori vivaci che veniva posto in tutti i locali pubblici e privati, sostituendo blasoni e stemmi delle famiglie e delle varie corporazioni spesso in lotta tra loro.
Il trigramma del nome di Gesù, divenne un emblema celebre e diffuso in ogni luogo, sulla facciata del Palazzo Pubblico di Siena campeggia enorme e solenne, opera dell’orafo senese
Tuccio di Sano e di suo figlio Pietro, ma lo si ritrova in ogni posto dove Bernardino e i suoi discepoli abbiano predicato o soggiornato.
Qualche volta il trigramma figurava sugli stendardi che precedevano Bernardino, quando arrivava in una nuova città per predicare e sulle tavolette di legno che il Santo francescano poggiava sull’altare, dove celebrava la Messa prima dell’attesa omelia, e con la tavoletta al termine benediceva i fedeli.
Il trigramma fu disegnato da Bernardino stesso, per questo è considerato patrono dei pubblicitari; il simbolo consiste in un sole raggiante in campo azzurro, sopra vi sono le lettere IHS che sono le prime tre del nome Gesù in greco (ma si sono date anche altre spiegazioni, come l’abbreviazione di “In Hoc Signo (vinces)”, il motto costantiniano, oppure di “Iesus Hominum Salvator”.
Ad ogni elemento del simbolo, Bernardino applicò un significato; il sole centrale è chiara allusione a Cristo che dà la vita come fa il sole, e suggerisce l’idea dell’irradiarsi della Carità.
Il calore del sole è diffuso dai raggi, ed ecco allora i dodici raggi serpeggianti cioè i dodici Apostoli e poi da otto raggi diretti che rappresentano le beatitudini; la fascia che circonda il sole rappresenta la felicità dei Beati che non ha termine, il celeste dello sfondo è simbolo della fede; l’oro dell’amore.
Bernardino allungò anche l’asta sinistra dell’H, tagliandola in alto per farne una croce, in alcuni casi la croce è poggiata sulla linea mediana dell’H.
Il significato mistico dei raggi serpeggianti era espresso in una litania: 1° rifugio dei penitenti; 2° vessillo dei combattenti; 3° rimedio degli infermi; 4° conforto dei sofferenti; 5° onore dei credenti; 6° gioia dei predicanti; 7° merito degli operanti; 8° aiuto dei deficienti; 9° sospiro dei meditanti; 10° suffragio degli oranti; 11° gusto dei contemplanti; 12° gloria dei trionfanti.
Tutto il simbolo è circondato da una cerchia esterna con le parole in latino tratte dalla Lettera ai Filippesi di San Paolo: “Nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi, sia degli esseri celesti, che dei terrestri e degli inferi”.
Il trigramma bernardiniano ebbe un gran successo, diffondendosi in tutta Europa, anche Santa Giovanna d’Arco volle ricamarlo sul suo stendardo e più tardi fu adottato anche dai Gesuiti.
Diceva San Bernardino: “Questa è mia intenzione, di rinnovare e chiarificare il nome di Gesù, come fu nella primitiva Chiesa”, spiegando che, mentre la croce evocava la Passione di Cristo, il suo nome rammentava ogni aspetto della sua vita, la povertà del presepio, la modesta bottega di falegname, la penitenza nel deserto, i miracoli della carità divina, la sofferenza sul Calvario, il trionfo della Resurrezione e dell’Ascensione.
In effetti ribadiva la devozione già presente in San Paolo e durante il Medioevo in alcuni Dottori della Chiesa e in San Francesco d’Assisi, inoltre tale devozione era praticata in tutto il Senese, pochi decenni prima dai Gesuati, congregazione religiosa fondata nel 1360 dal senese Beato Giovanni Colombini, dedita all’assistenza degli infermi e così detti per il loro ripetere frequente del nome di Gesù.
Quindi la novità di San Bernardino fu di offrire come oggetto di devozione le iniziali del nome di Gesù, attorniato da efficaci simbolismi, secondo il gusto dell’epoca, amante di stemmi, armi, simboli.
L’uso del trigramma, comunque gli procurò accuse di eresie e idolatria, specie dagli Agostiniani e Domenicani, e Bernardino da Siena subì ben tre processi, nel 1426, 1431, e 1438, dove il francescano poté dimostrare la sua limpida ortodossia, venendo ogni volta assolto con il favore speciale di Papa Eugenio IV, che lo definì “il più illustre predicatore e il più irreprensibile maestro, fra tutti quelli che al presente evangelizzano i popoli in Italia e fuori”.
Riformatore dell’Ordine Francescano
Bernardino, che fin dal 1421 era Vicario dei Frati Osservanti di Toscana e Umbria, nel 1438 venne nominato dal Ministro Generale dell’Ordine Francescano, Vicario Generale di tutti i conventi dell’Osservanza in Italia.
Nella sua opera di riforma, portò il numero dei conventi da 20 a 200; proibì ai frati analfabeti o poco istruiti, di confessare e assolvere i penitenti; istituì nel convento di Monteripido presso Perugia, corsi di teologia scolastica e di diritto canonico; s’impegnò a fare rinascere lo spirito della Regola di San Francesco, adattandola alle esigenze dei nuovi tempi.
Rifiutò per tre volte di essere vescovo di diocesi, che gli furono offerte.
Gli ultimi anni, la morte
Nel 1442, sentendosi oltremodo stanco, soffriva di renella, infiammazione ai reni, emorroidi e dissenteria, rassegnò le sue dimissioni dalla carica, che aveva accettato per spirito di servizio verso l’Ordine.
Nel fisico sembrava più vecchio dei suoi 62 anni, aveva perso tutti i denti, tranne uno e quindi le gote gli si erano incavate, ma quell’aspetto emaciato l’aveva già a 46 anni, quando posò per un quadro dal vivo, oggi conservato alla Pinacoteca di Siena.
Libero da responsabilità riprese a predicare, nonostante il cattivo stato di salute; i senesi gli chiesero di recarsi a Milano per rinsaldare l’alleanza con il duca Filippo Maria Visconti contro i fiorentini; da lì proseguì poi per il Veneto, predicando a Vicenza, Verona, Padova, Venezia, scendendo poi a Bologna e Firenze, nella natia Massa Marittima predicò nel 1444 per 40 giorni.
Ritornato a Siena si trattenne per poco tempo, perché voleva ancora compiere una missione di predicazione nel Regno di Napoli, dove non si era mai recato, con l’intenzione di predicare anche lungo il percorso; accompagnato da alcuni frati senesi, toccò il Trasimeno, Perugia, Assisi, Foligno, Spoleto, Rieti, ma già in prossimità de L’Aquila, il suo fisico cedette allo sforzo e il 20 maggio 1444 fu portato in lettiga al convento di San Francesco, dentro la città, dove morì quel giorno stesso a 64 anni, posto sulla nuda terra come San Francesco, dietro sua richiesta.
Dopo morto, il suo corpo esposto alla venerazione degli aquilani, grondò di sangue prodigiosamente e a tale fenomeno i rissosi abitanti in lotta fra loro, ritrovarono la via della pace.
I frati che l’accompagnavano, volevano riportare la salma a Siena, ma gli aquilani, accorsi in massa lo impedirono, concedendo solo gli indumenti indossati dal frate, oggi conservati nel convento della Capriola a Siena.
Nelle città dov’era vissuto, furono costruiti celebri oratori, chiese, mausolei, come quello di San Bernardino nella omonima chiesa dell’Aquila, dove riposa.
Sei anni dopo la morte, il 24 maggio 1450, festa di Pentecoste, Papa Niccolò V lo proclamò Santo nella Basilica di San Pietro a Roma.
San Bernardino è compatrono di Siena, della nativa Massa Marittima, di Perugia e dell’Aquila.
Una città in California porta il suo nome.
È invocato contro le emorragie, la raucedine, le malattie polmonari.
La sua festa si celebra il 20 maggio.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Bernardino da Siena, pregate per noi.


*Beata Colomba da Rieti - Vergine (20 maggio)  

Rieti, 2 febbraio 1467 - Perugia, 20 maggio 1501
Nata a Rieti nel 1467, Angiolella Guadagnoli fu da subito chiamata Colomba, perché al fonte battesimale le si avvicinò proprio una colomba e ciò fu interpretato come segno di predilezione divina. Fin dall'infanzia, viste le severe penitenze che si infliggeva e la vita di preghiera che conduceva, fu considerata una piccola santa.
Promessa in sposa a un nobile quando aveva appena 12 anni, rifiutò risolutamente il matrimonio d'alto lignaggio e sette anni dopo, nonostante
l'opposizione della famiglia, vestì l'abito di terziaria domenicana. Si mise, poi, in cammino verso Siena, la patria del suo modello di vita, santa Caterina.
Una serie di avversità la bloccò, però, a Perugia, dove rimase e fondò un monastero dedito all'educazione delle fanciulle nobili, chiamato delle "Colombe".
Dal 1488 al 1501, data della morte, si adoperò per sanare le discordie della città (fu ascoltata consigliera dei potenti Baglioni, i signori di Perugia). E la salvò dalla peste nel 1494. Il culto è stato riconosciuto da Urbano VIII nel 1627.  (Avvenire)
Martirologio Romano: A Perugia, Beata Colomba (Angela), vergine della Penitenza di San Domenico, che si adoperò per pacificare la città divisa tra fazioni.
Angiolella Guadagnoli, fu chiamata Colomba, perché al fonte battesimale si vide una misteriosa colomba scendere sul suo capo, simbolo, forse, di quella profusione di grazie che lo Spirito Santo avrebbe versato nella sua anima. Come il glorioso Padre Domenico, essa, fin dalla culla, rivolse il cuore a Dio, e iniziò, con passo deciso, l’ascesa verso la santità. Ancora in fasce si privava del latte materno.
A tre, a sette, a dieci anni le sue penitenze uguagliarono quelle dei più rigidi anacoreti. Il cielo non solo la favori di altissima contemplazione, ma l’arricchì di doni straordinari, come la profezia, la scrutazione dei cuori e i miracoli.
A dieci anni consacrò a Dio la sua verginità, e, per perseverare nel suo proposito e vincere le opposizioni dei genitori, si recise la bella chioma. Nella domenica delle Palme del 1486 vestì l’Abito del Terz’Ordine.
Quindi per divina ispirazione lasciò la nativa Rieti, e si recò a Perugia dove fondò un Monastero Domenicano del Terz’Ordine, per l’educazione delle fanciulle nobili che fu detto delle “Colombe". Anche fuori del Chiostro svolse un fecondissimo apostolato.
Soccorse tutte le miserie dell’anima e del corpo, pacificò gli animi dei cittadini divisi da partiti e da lotte fratricide, stornò con le sue preghiere e con le sue suppliche i divini castighi, pronti a scagliarsi sulla città colpevole.
Essa fu per i perugini l’Angelo inviato da Dio, troppo presto, però, tolto a loro, perché volò al premio, il 20 maggio 1501, a soli 33 anni. Papa Urbano VIII il 25 febbraio 1627 ha riconosciuto il culto.
(Autore: Franco Mariani - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Colomba da Rieti, pregate per noi.  


*Sant'Etelberto - Re dell'Anglia Orientale (20 maggio)

m. 20 maggio 794
Patronato:
Hereford
Emblema: Corona, Scettro, Palma
Poche e scarne notizie ci sono pervenute circa l’esistenza terrena del re martire Etelberto dell’Est Anglia, come anche per gli altri sovrani inglesi venerati come santi risalenti all’incirca a quel periodo.
L’assassinio di Etelberto in lotta per l’indipendenza del suo antico popolo diede origine ad un culto nei suoi confronti quale “martire”.
La sua vicenda ci spiega come mai la cattedrale di Hereford sia stata dedicata proprio ad un sovrano dell’Anglia orientale.
La prima stesura scritta della sua vita pare possa essere attribuita a Osbert di Clare a Westminster nell’XI secolo, che si rifece ad una tradizione orale di Hereford.
L’ “Anglo-Saxon Chronicle” fa semplice menzione della morte di Etelberto. Appena quindicenne, questi ebbe il coraggio di chiedere in sposa la figlia di Offa, re della Mercia, potentissimo
monarca inglese che si era già impossessato di ben quattro regni.
In principio Offa si dimostrò disponibile ed invitò Etelberto a Sutton Walls, vicino a Hereford, per mettere a punto i dettagli dell’accordo.
Forse a causa della contrarietà di sua moglie Cynethryth, Offa cambiò repentinamente idea e commissionò l’assassinio di Etelberto nel 794.
Ne face poi gettare il corpo nel fiume Lugg, mentre il capo venne preso a calci e divenne in seguito oggetto di venerazione a Westminster.
In seguito ad un’apparizione del Santo re, si decise di seppellirne il corpo nella chiesa di Hereford ed il suo culto si diffuse così nell’intera Anglia orientale.
Alcuni secoli dopo il Circognani dipinse Etelberto nel Collegio inglese di Roma insieme a tutti i martiri inglesi.
Nell’Est Anglia ben dodici antiche chiese sono a lui dedicate.
La vicenda Sant’Etelberto è paragonabile a quella di altri Santi re anglosassoni, come San Chenelmo e Sant’Edoardo II, e scandinavi, come Erik IX di Svezia e Olav II di Norvegia.
Come avvenuto anche per molti martiri del XX secolo, il concetto di martirio è stato dunque esteso a casi di morte violenta a causa della giustizia, “per testimonium caritatis heroicis”.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Etelberto, pregate per noi.


*Beata Giuseppa Endrina Stenmanns - Vergine (20 maggio)
Issum, Germania, 28 maggio 1852 – Steyl, Paesi Bassi, 20 maggio 1903
Confondatrice della Congregazione delle Serve dello Spirito Santo.
Venerabile dal 14 maggio 1991, Papa Benedetto XVI ha riconosciuto un miracolo per la sua beatificazione il 1° giugno 2007.
Sarebbe giusto chiamarla “donna della santa pazienza” e la potrebbero utilmente invocare quanti tra noi sono impazienti, “non stanno nella pelle” e vorrebbero bruciare le tappe anche verso gli obiettivi più nobili e giusti.
Lei, Hendrina Stenmanns, invece, comincia ad aver pazienza fin da bambina; e non solo per sopportare le immancabili contrarietà che la vita riserva a tutti, ma addirittura per realizzare il sogno della sua vita. Perché Hendrina, forse grazie ad una zia suora, sente fin da piccola il desiderio di farsi suora.
E non una suora qualsiasi, ma “suora francescana”, a dimostrazione che da sempre ha le idee chiare ed è anche ben determinata nei suoi propositi.
Mentre comincia a pazientemente aspettare l’età giusta per entrare in convento, tanto per non perdere tempo fa un “noviziato di carità” nella case dei poveri di Issum, il piccolo paese tedesco del Basso Reno in cui è nata nel 1852.
A guidarla in questo pellegrinaggio di casa in casa sono i suoi genitori, soprattutto mamma, che oltre ad allevare sette figli trova il tempo per prendersi cura degli altri.
Finita la scuola, impara a lavorare come tessitrice di seta e contribuisce così a mandare avanti la famiglia.
Quando “l’età da convento” arriva, mamma si ammala e muore e, a lei agonizzante, Hendrina promette di prendersi cura di tutta la famiglia, di cui è la maggiore; così deve continuare a pazientemente aspettare e a rimandare la realizzazione della sua vocazione.
E non è un’attesa da poco, se si considera che prima che tutti i suoi si sistemino scoccano per lei i 32 anni.
Come mamma le ha insegnato, continua nel suo esercizio di carità a domicilio, vegliando i malati di notte e curando gli anziani, il tutto secondo le sue possibilità e con un inalterabile sorriso, che rende piacevole e desiderabile ogni sua visita. Si iscrive anche al Terz’Ordine, per vivere almeno un po’ quella spiritualità francescana che ancora aspetta e spera possa diventare un giorno sua norma di vita.
Evidentemente i progetti di Dio son diversi e questa snervante attesa altro non fa che
modellare in lei la pazienza, che viene ad assumere i contorni sempre più definiti di autentica virtù cristiana. La sua strada si incrocia così con quella di un apprendista di suo padre che vuole diventare missionario e che le parla della Congregazione dei Verbiti fondata in Olanda da un prete, Arnoldo Janssen, suo quasi conterraneo.
Hendrina, che ormai ha “perso il treno” con le Francescane, si lascia infiammare dall’ideale missionario e, mentre aiuta quel giovanotto a preparare il corredo necessario per entrare dai Verbiti, finisce per desiderare di essere anche lei missionaria. Nel 1884 va così a Steyl, in territorio olandese, dove il reverendo Janssen, dopo aver fondato la congregazione maschile dei suoi missionari, sta pensando anche ad una congregazione femminile.
Ma proprio perché ancora la sta solo pensando, non può offrire ad Hendrina che un bel periodo di gavetta, precisamente nella cucina del suo seminario, affiancandola ad una certa Helena Stollenwerk, che da un paio d’anni fa qui la domestica, in attesa anche lei di entrare nella futura congregazione di padre Janssen.
In questa cucina Hendrina prega soffre e spera per cinque anni, lunghi anche per lei, pur già abituata ad aver pazienza e ad aspettare.
L’8 dicembre 1889, finalmente, padre Janssen è in grado di accogliere Hendrina, Helena ed altre quattro donne nella nuova congregazione, cui dà il nome di Serve dello Spirito Santo. Le attendono altre cinque anni, tra postulandato e noviziato, prima di poter emettere i voti.
Della nuova congregazione Helena è la superiora e Hendrina (diventa suor Giuseppa) la maestra delle novizie, alle quali soprattutto insegna la cosa che meglio ha imparato a fare nella sua vita: aver pazienza. “Viviamo ora per ora, giorno per giorno, e lasciamo il futuro a Dio”, ripete loro instancabilmente, mentre lei di se stessa dice “Il mio cuore è pronto” e sussurra ad ogni movimento e ad ogni sua azione “Vieni Spirito Santo”.
Quando suor Maria Elena Stollenwerk passa tra le adoratrici perpetue (l’altra congregazione fondata da Padre Janssen) tocca a suor Giuseppa diventare superiora delle Serve dello Spirito Santo: più che una carica è un servizio, che esercita con pazienza e amore, ma per poco tempo.
Infatti deve ancora imparare ad esercitare la pazienza quando la salute vacilla, il male le toglie le forze e la crocifigge in un letto, fino a che un attacco di asma la stronca il 20 maggio 1903, a 51 anni neppure compiuti.
Il 28 giugno 2008 Madre Hendrina Giuseppa Stenmanns è stata elevata alla gloria degli altari, dove l’hanno preceduta padre Arnoldo Janssen (canonizzato nel 2003) e Madre Maria Helena Stollenwek (beatificata nel 1995).
(Autore: Gianpiero Pettiti – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Giuseppa Endrina Stenmanns, pregate per noi.


*San Guido della Gherardesca - Confessore (20 maggio)

Pisa, 1060 - Pisa, 20 maggio 1140
Etimologia:
Guido = istruito, dall'antico tedesco
Martirologio Romano: A Castagneto in Toscana, Beato Guidone della Gherardesca, eremita.
Sul Santo pisano non ci sono molte notizie.
Le poche che sono disponibili lo presentano talvolta come monaco camaldolese in San Michele in Borgo (Pisa); per altri fu Terziario francescano. La Sacra Congregazione dei Riti preferì la lezione ricavata dai Bollandisti, che si servirono dell'Archivio della famiglia Gherardesca.  
Napoleone Gherardesca fu, probabilmente, il padre di Guido e Pietro. Quest'ultimo venne creato successivamente cardinale da Pasquale II (1099-1118).  
La vita di Guido fu contrassegnata dalla preghiera, dalla meditazione, dal digiuno e dalla elemosina. Come spesso si riscontra anche nella vita degli altri Santi pisani dei secoli XII-XIII, Guido fu ritenuto santo già in vita.  Per non cadere nel peccato di orgoglio, decise così di allontanarsi dalla città. All'età di 40 anni lasciò dunque Pisa e visse in solitudine presso Donoratico.
Là costruì un oratorio che dedicò a Santa Maria alla Gloria, dove aspettò fra digiuni e preghiere di entrare nel Regno di Dio il 20 maggio 1140.
Alla sua morte la venerazione per Guido della Gherardesca crebbe notevolmente. Nel 1212 fu concesso il trasferimento del corpo dall'oratorio, ormai troppo angusto per la folla dei fedeli, alla Chiesa di Donoratico.
Un Breve di Papa Callisto III (1455-1458) indirizzato all'Arcivescovo di Pisa Giuliano Ricci, autorizzò la traslazione del corpo del santo pisano. Venerdì 16 giugno 1459 i pisani poterono così accogliere con una grande festa uno dei Santi, che segnarono la vita spirituale della città toscana.
(Autore: Massimo Salani – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Guido della Gherardesca, pregate per noi.


*Sant'Ilario di Tolosa - Vescovo (20 maggio)
VI sec.

Martirologio Romano: A Tolosa nella Gallia narbonense, in Francia, Sant’Ilario, vescovo, che sul sepolcro di San Saturnino, suo predecessore, costruì una piccola basilica in legno.
Ilario (lat. Hilarius; fr. Hilaire) è conosciuto attraverso la passio Saturnini: fu lui, infatti, che fece ricercare il corpo del suo lontano predecessore e fece elevare sulle sue reliquie una basilica in legno di modeste proporzioni.
Visse probabilmente verso la metà del secolo IV e le sue reliquie si trovano nell'attuale basilica di St. Sernin a Tolosa.
La sua festa si celebra il 20 maggio.

(Autore: Gérard Mathon – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Ilario di Tolosa, pregate per noi.


*Santa Lidia di Tiatira (20 maggio)

sec. I
Vissuta nel primo secolo , non si ha la certezza se Lidia fosse il suo nome o indicasse piuttosto le sue origini. Nacque infatti a Tiatira, città della Lidia, regione dell'Asia minore. Abitò a Filippi, in Macedonia, e non si sa se fosse nubile o maritata.
Commerciava la costosa porpora e aveva quindi una posizione sociale ed economica importante. Gli affari terreni non le avevano impedito di dedicarsi anche allo spirito. Apparteneva ai «timorati di Dio», quei pagani che si erano convertiti alla fede dei Giudei. Fino a quando incontrò Paolo di Tarso, nella sua prima missione in Europa.
L'episodio è narrato negli Atti degli Apostoli: San Paolo giunse a Filippi con Timoteo, Sila e Luca. Fu allora che Lidia si convertì e sul suo esempio tutti i familiari chiesero di essere battezzati.
Prima discepola di Paolo, Lidia ospitò a casa sua il Santo e i suoi compagni per tutto il tempo della missione.
In quei giorni di predicazione ci furono conversioni, e si formò una comunità di cristiani. Nella casa di Lidia nacque così la prima Chiesa fondata in Europa da Paolo di Tarso. (Avvenire)
Etimologia: Lidia = nativa della Lidia (regione dell'Asia Minore)
Martirologio Romano: Commemorazione di Santa Lidia di Tiátira, che, commerciante di porpora, a Filippi in Macedonia, oggi in Grecia, ascoltando la predicazione di San Paolo Apostolo prima fra tutti credette al Vangelo.
“Imprenditrice”: oggi andrebbe ai convegni, qualificandosi così. É un personaggio che negli Atti degli apostoli occupa un breve spazio (al capitolo 16), ma che vive da protagonista un momento dell’evangelizzazione.
Siamo a Filippi di Macedonia, la prima tappa dell’apostolo Paolo in terra europea. Vi è giunto dall’Asia Minore (oggi Turchia) con Timoteo, Luca e Sila. Cerca la sinagoga per annunciare il Vangelo prima di tutto agli ebrei, come sempre. Ma questi sono pochi, nella cittadina già molto romanizzata; non hanno la sinagoga e al sabato pregano in riva a un fiumicello. Anche Paolo va al fiume, ma vi trova soltanto donne.
E alle donne si rivolge tranquillo, come racconta Luca negli Atti: "Sedutici, rivolgemmo la parola alle donne là riunite". Ed ecco venire in primo piano lei. Lei sola: "Una donna di nome Lidia".
Non sappiamo se questo sia il nome suo, oppure se indichi la sua origine. Lei infatti proviene dalla città di Tiatira nella Lidia, che è una regione dell’Asia Minore.
E ha una posizione speciale, quale proprietaria di un’azienda non certo da poco, perché ciò che lei commercia è la costosissima porpora. Roba da gente che se lo può permettere.
Paolo e i suoi amici finiscono di parlare, e solo Lidia si fa avanti a parlare, a fare domande. Lei non è ebrea di nascita. Viene dal paganesimo e poi l’ha attratta la fede di Israele; ora è una "credente in Dio" (così gli ebrei chiamano i nuovi proseliti).
Ora è avvenuta in Lidia una trasformazione che gli Atti descrivono sobriamente così: "Il Signore le aprì il cuore per aderire alle parole di Paolo". Lidia si fa cristiana, insomma.
Nella sostanza e nella forma, perché chiede e riceve il battesimo; insieme alla sua famiglia, nella quale è evidente che comanda lei. Poi invita Paolo, Timoteo, Luca e Sila a essere ospiti in casa sua. E ci dev’essere un po’ d’imbarazzo in loro: mah, abitare in casa di una donna...
E allora la cristiana Lidia li batte in logica e in franchezza con un ragionamento inattaccabile: "Se avete giudicato che io sia fedele al Signore, venite ad abitare nella mia casa". Confessa Luca: "Ci costrinse ad accettare".
Nei giorni seguenti, Paolo e Sila finiscono in prigione a causa di un’indovina e dei suoi sfruttatori, poi vengono liberati miracolosamente, e ricevono le scuse dell’autorità, perché Paolo è cittadino romano.
Prima di partire, i due tornano nella casa di Lidia. "E qui, incontrati i fratelli, li esortarono e poi partirono". Poche e illuminanti parole: in quei giorni di predicazione e di avventura ci sono state conversioni, si è formata una comunità di cristiani.
E, prima di andarsene, l’apostolo Paolo la riunisce e l’ammaestra.
Proprio lì, nella casa della lucida ed energica Lidia, ha preso dunque vita la prima Chiesa fondata in Europa da Paolo di Tarso.
(Autore: Domenico Agasso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Lidia di Tiatira, pregate per noi.


*San Lucifero di Cagliari - Vescovo (20 maggio)
† 370/371

Martirologio Romano: A Cagliari, San Lucifero, vescovo, che, intrepido difensore della fede nicena, patì molto da parte dell’imperatore Costanzo; relegato in esilio, fece poi ritorno nella sua sede, dove morì confessore di Cristo.
Ricostruire la vita di Lucifero vescovo di Cagliari, circa i suoi primi anni e la sua formazione, riesce difficile per mancanza di fonti. Ignota è la data e il luogo di nascita, nonché l’educazione. Quasi sicuramente è sardo, stando a quanto affermano Faustino e Marcellino «apostolicus vir Lucifer de Sardinia calaritanae civitatis episcopus».
Quanto alla data di nascita possiamo collocarla al sorgere del secolo IV o al massimo alla fine del III, senza però voler fissare il 290 come pensa Ambrogio Machin, il quale si fonda sull’età di ottantun anni attribuita a Lucifero dal falso epitafio ritrovato a Cagliari il 19 giugno 1623 durante gli scavi di rinvenimento del presunto suo corpo, che sarebbe venuto alla luce due giorni dopo.
La prima data sicura della vita di Lucifero è il 354; è già vescovo di Cagliari e viene inviato da papa Liberio come legato, insieme col presbitero Pancrazio e il diacono Ilario, all’imperatore Costanzo II per trattare la questione ariana: frutto di questa missione fu la convocazione del sinodo di Milano del 355.
Il sinodo, iniziato sotto buoni auspici, degenerò per l’intervento dell’imperatore, che in tale occasione propose ai vescovi partecipanti la sottoscrizione della condanna di Atanasio o l’esilio. La maggioranza cedette all’insistenza di Costanzo, mentre Lucifero, Eusebio di Vercelli, Dionigi di Milano, il presbitero Pancrazio e il diacono Ilario si rifiutarono e preferirono l’esilio.
Quello di Lucifero durò fino al 361; in questo periodo egli sopportò ogni sorta di sofferenze e soprusi e gli venne risparmiata la vita non per pietà, bensì per non farne un martire.
Tre sono le località dell’esilio: Germanicia di Commagene nella provincia dell’Eufrate, dove era vescovo l’ariano Eudossio; Eleuteropoli di Palestina, durante l’episcopato di Eutichio e di Turbone, entrambi ariani; la Tebaide superiore.
Nel 361 per un decreto dell’imperatore Giuliano l’Apostata, col quale tutti i vescovi esiliati da Costanzo riuscirono a ritornare nelle proprie sedi, finì il suo esilio. Durante il ritorno, declinò l’invito di Eusebio di recarsi al sinodo di Alessandria (362) per discutere insieme con Atanasio il modo di liberare la Chiesa alessandrina dall’arianesimo, riconciliare i dissidenti e riformare la Chiesa cattolica.
Al suo posto mandò i due diaconi Erennio e Agapeto, con la promessa che avrebbe accettato le decisioni dello stesso sinodo. Essendosi usata clemenza verso gli omeusiani che si convertivano, continuò nella sua intransigenza.
Durante il sinodo alessandrino si recò ad Antiochia di Siria, che trovò divisa in due fazioni: eustaziani e meleziani. Lucifero in assenza del vescovo legittimo, Melezio, consacrò vescovo della città il presbitero Paolino, capo degli eustaziani e peggiorò la situazione credendo di migliorarla.
Dopo qualche tempo tornò in Sardegna e morì sotto Valentiniano I nell’anno 371 circa.
Gli ultimi anni della sua vita sono molto oscuri; non si sa se sia morto dopo essersi riconciliato con i vescovi alessandrini e con Roma. Le stesse fonti sono discordi: alcune affermano che sia morto scismatico, mentre altre ritengono il contrario.
Le opere di Lucifero sono costituite da una serie di opuscoli polemici, indirizzati all’imperatore Costanzo II, il cui contenuto teologico è povero, le espressioni improprie e lo stile trascurato. Il testo è infarcito di interminabili citazioni bibliche, che rendono pesante la lettura; però ha il pregio di fornirci materiale per la ricostruzione del testo scritturistico pre-geronimiano e per
la conoscenza della storia del tempo e del latino volgare del secolo IV.
De non conveniendo cum haereticis, scritto probabilmente nel 355-356, all’inizio dell’esilio; De regibus apostaticis, composto certamente dopo il febbraio del 356 e prima del 360; De sant'Athanasio libri duo, composti certamente prima della fine del 358; De non parcendo in Deum delinquentibus, non può essere stato composto prima dell’autunno del 359; Moriendum esse pro Dei Filio, composto intorno al 360.
Oltre gli opuscoli citati, le edizioni ci tramandano anche un epistolario di Lucifero, in cui lo vediamo mittente in due lettere (una ad Eusebio di Vercelli e l’altra a Florenzio, gran ciambellano di Costanzo), e destinatario in sei (tre di Atanasio, due di papa Liberio, una di Florenzio).
La critica però ne rigetta l’autenticità: probabilmente sono una falsificazione posteriore dei suoi seguaci, i quali affermano che le opere di Lucifero furono conosciute, apprezzate e tradotte in greco, da Atanasio; di tale traduzione però non esiste alcuna traccia.
Il centro del culto di Lucifero è la Sardegna, dove rimane circoscritto a Cagliari e al suo circondario. Ciò si deduce dalle chiese a lui dedicate: di queste attualmente ne sussistono due: una a Cagliari, riedificazione seicentesca di una precedente chiesa romanica, l’altra a Vallermosa.
Il Machin ne ricorda altre tre: a Selargius, Muravera e Sadili, da tempo distrutte. I monumenti letterari sono tardivi e per di più poco attendibili: il suo nome non appare nel Martirologio Geronimiano e nemmeno nel Martirologio Romano. Dei martirologi recenti il primo che lo riporta è quello del Ferrari.
Per quanto riguarda la ricognizione del presunto suo corpo, avvenuta a Cagliari il 21 giugno 1623, sotto la chiesa di san Saturnino, bisogna andare molto cauti. L’epigrafe col nome di Lucifero e il sarcofago contenente le sue presunte ossa, sono da considerarsi una falsificazione. Per dare un giudizio di tutto questo bisogna tener presente la controversia sul primato ecclesiastico tra i due arcivescovi di Cagliari e di Sassari.
Essi pur di far prevalere la loro teoria ricorsero senza scrupolo ad ogni mezzo: smania di ricerca di reliquie, di tombe e di epigrafi.
Lucifero probabilmente fu venerato come santo, subito dopo la morte, dai seguaci dello scisma luciferiano, il cui fondatore non è l’intransigente vescovo cagliaritano, ma probabilmente il suo diacono Ilario. Attualmente la festa liturgica del santo viene celebrata a Cagliari il 15 maggio e a Vallermosa il 20 dello stesso mese.

(Autore: Mauro M. Todde – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Lucifero di Cagliari, pregate per noi.


*Beato Luigi Talamoni - Sacerdote, Fondatore (20 maggio)

Monza (Milano), 3 ottobre 1848 – Milano, 31 gennaio 1926
Sacerdote ambrosiano, Luigi Talamoni nacque a Monza il 3 ottobre del 1848 e morì a Milano il 31 gennaio del 1926.
Fu professore nel seminario liceale della sua città natale e svolse un intenso ministero pastorale e una benefica attività sociale.
A lui si deve, insieme alla vedova Maria Biffi Levati, la fondazione di una Congregazione femminile, le Misericordine di San Gerardo, impegnata nell'assistenza ai malati più poveri.
Martirologio Romano: A Milano, Beato Luigi Talamoni, sacerdote, che, coltivando la sua vocazione di educatore dei giovani, esercitò il proprio ministero con somma dedizione e con attiva partecipazione alle difficoltà della società del suo tempo e istituì la Congregazione delle Suore Misericordine di San Gerardo.
Ecco un altro figlio della generosa terra lombarda, che nel secolo XIX diede i natali a tante belle figure della santità italiana, già annoverate nel numero dei Santi e Beati, ma anche di altre avviate sulla strada del loro riconoscimento ufficiale, con i vari processi canonici ancora in corso.
E a questa eletta schiera appartiene il beato Luigi Talamoni, che secondogenito dei sei figli di Giuseppe e Maria Angelica Sala, nacque a Monza (Milano) il 3 ottobre 1848, i genitori erano modesti artigiani.
Da ragazzo frequentò l’oratorio del Carrobiolo, annesso all’Istituto dei padri Barnabiti e diretto
da un’anima speciale di apostolo, padre Luigi Villoresi (1814-1883), il quale lo accolse poi nell’Istituto per i chierici poveri, che aveva fondato nel 1862.
Dopo il liceo, nel 1865 entrò nel Seminario arcivescovile di Milano per studiare teologia; venne ordinato sacerdote il 4 marzo 1871 dall’arcivescovo Nazari di Calabiana; inoltre conseguì anche una laurea in materie storico-filosofiche, all’Accademia Scientifica-letteraria di Milano.
Ebbe subito l’incarico, dai suoi superiori, di insegnare prima nel Collegio milanese di S. Carlo e poi nel Seminario liceale di Monza, dove rimase dal 1° settembre 1875, fino al termine della sua vita.
Senza legarsi ad incarichi parrocchiali, per restare libero di dedicarsi all’insegnamento, sentito da lui come una vocazione, si prestò con generosità sacerdotale al ministero della confessione nel duomo di Monza e nelle parrocchie vicine.
Quel confessionale nel duomo, divenne il punto di riferimento di molte anime, non solo della città, ma anche di paesi distanti. Come insegnante e educatore, fu chiaro e brillante, sapiente e ottimo oratore, scrittore vivace ed esemplare; formò con l’esempio e con la parola tanti sacerdoti, fioriti sia nel Seminario di Monza, sia nell’Istituto Villoresi prima citato, di cui continuò ad occuparsi come insegnante fino al 1901, quando esso fu trasformato in collegio.
Sempre presente al capezzale degli ammalati, incoraggiò e diresse l’opera assistenziale avviata dalla signora Maria Biffi, ved. Levati (1835-1905), con la quale nel 1891 fondò le “Suore Misericordine di S. Gerardo” e di cui scrisse il primo regolamento.
In controtendenza al principio di non partecipazione dei cattolici alla vita politica delle Stato, come conseguenza della “Questione Romana”, scaturita dall’annullamento violento del millenario Stato Pontificio nel 1870, i cattolici di Monza, con l’attenuazione graduale di questa disposizione di Pio IX, riconoscendogli stima incondizionata, lo vollero come loro capolista alle elezioni comunali del 1893.
Con un voto plebiscitario fu eletto consigliere comunale di Monza; ricoprì questa carica fino al 1923, quando di fronte alla violenza fascista, il Consiglio Comunale fu costretto a sciogliersi.
Per questa inclinazione all’azione politica diretta, condivisa con gli ex alunni dell’Istituto di padre Villoresi, anche quando dalla Santa Sede, venivano indicazioni di astensione, padre Luigi Talamoni soffrì in silenzio le numerose incomprensioni, provenienti soprattutto dal clero intransigente.
Incomprensioni accresciute, perché lui e i suoi allievi erano seguaci delle dottrine rosminiane, oggi del tutto riabilitate, sia perché più aperti ai problemi sociali.
L’opera sociale da lui svolta, nell’impegno politico, così eccezionale in quel tempo per un sacerdote, gli conquistò la stima anche degli avversari politici. Fu un grande scrittore di opere edificanti, specie di schemi di predicazione per i Vangeli festivi, il mese di maggio mariano, il mese di giugno dedicato al S. Cuore, in onore di S. Giuseppe, le Quarantore; opere quasi tutte stampate ancora lui vivente, dalla Tipografia Artigianelli di Monza.
Morì a Milano nella clinica delle Suore di Maria Bambina, in via Quadronno, il 31 gennaio 1926, ma subito trasferito a Monza dove gli furono tributati onori funebri solenni, a spese del Comune. La salma inumata nel vecchio cimitero cittadino di San Gregorio, venne esumata il 20 maggio 1966 e traslata nella cappella della Casa-madre delle Suore Misericordine di San Gerardo.
Gli arcivescovi milanesi Schuster e Montini, tennero i vari processi informativi diocesani, in vista della sua beatificazione, che proseguirono poi a Roma presso la competente Congregazione.
La beatificazione di padre Luigi Talamoni, è stata celebrata il 21 marzo 2004 da Papa Giovanni Paolo II, in Piazza San Pietro a Roma.
Sono stati stampati, dopo la sua morte, almeno 10 libri biografici della sua nobile e santa persona e della sua benefica opera spirituale e sociale nella provincia milanese. La data di culto per la Chiesa Universale è il 20 maggio, mentre la diocesi di Milano e la sua Congregazione lo ricordano il 3 ottobre, giorno della sua nascita e del suo battesimo nel Duomo di Monza.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Luigi Talamoni, pregate per noi.


*Santi Marcello e Codrato (Codro) - Martiri (20 maggio)

Emblema: Palma
I sinassari bizantini commemorano Marcello e Codrato al 20 o al 22 maggio con un semplice annuncio senza alcuna precisazione.
I distici che li celebrano in qualche meneo rendono noto il genere del loro martirio: Marcello morì dopo che gli fu fatto bere del piombo fuso, mentre Codrato venne squartato dai cavalli.
(Autore: Joseph-Marie Sauget – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santi Marcello e Codrato, pregate per noi.


*Beata Maria Crescenzia (Maria Angelica) Pérez - Religiosa Gianellina (20 maggio)
San Martín, Buenos Aires, Argentina, 17 agosto 1897 – Vallenar, Cile, 20 maggio 1932
Maria Angelica Pérez, nata in Argentina, entrò a diciott’anni tra le Figlie di Nostra Signora dell’Orto o Suore Gianelline col nome di suor Maria Crescenzia. Visse nel nascondimento, adempiendo con straordinaria carità umili mansioni.
Coniugò l’apostolato e il servizio con una intensa interiorità, impegnandosi a compiere in tutto la volontà di Dio. Ammalata di tubercolosi polmonare, morì a Vallenar in Cile il 20 maggio 1932, a 35 anni.
È stata beatificata il 17 novembre 2012 a Buenos Aires. I suoi resti mortali riposano, dal 26 luglio 1986, nella Cappella del Collegio dell’Orto a Pergamino.
Maria Angelica Pérez, quinta degli undici figli di AugustínPérez e di Ema Rodriguez, nacque a San Martín nella provincia di Buenos Aires il 17 agosto 1897. Ben presto si trasferì con tutta la famiglia a Pergamino, dove trascorse l’adolescenza e la prima giovinezza in un clima di profonda religiosità.
Il padre era lavoratore nelle sterminate pampas argentine, ora come agricoltore, ora come mandriano, secondo le richieste. Anche Angelina, come la chiamavano in famiglia, lo seguì insieme ai fratelli. Contemporaneamente al lavoro, s’impegnò negli studi, conseguendo il diploma di maestra dei lavori domestici.
A 18 anni, essendo maturata la sua vocazione allo stato di religiosa consacrata a Dio, il 31 dicembre 1915 entrò nella Congregazione delle Figlie di Nostra Signora dell’Orto nella città di Buenos Aires.
Aveva conosciuto quelle suore a Pergamino, quando aveva circa dieci anni. Indossò l’abito religioso il 2 settembre 1916 e prese il nome di suor Maria Crescenzia. Al termine del noviziato, pronunciò i voti il 7 settembre 1919.
La Congregazione era stata fondata il 12 gennaio 1829 da Antonio Maria Gianelli, vescovo di Bobbio (canonizzato nel 1951), per cui le suore sono dette anche Gianelline. Un loro drappello missionario sbarcò nel settembre 1856 a Montevideo in Uruguay e si espanse poi nel continente sudamericano. Il gruppo era capeggiato da suor Chiara Podestà, sorella della cofondatrice madre Caterina.
Nei primi anni della sua vita religiosa, suor Maria Crescenzia si dedicò ai bambini come maestra del cucito e insegnando il catechismo, prima nella Casa Provinciale, poi nel Collegio dell’Orto a Buenos Aires.
Successivamente si dedicò con zelo agli ammalati, specialmente ai tubercolotici ricoverati nel
sanatorio marittimo "Solarium" di Mar del Plata, forse perché la tisi aveva colpito suo padre e due sorelle (Luisa e Sofia), tutti morti in giovane età.
L’intensa assistenza durò tre anni, durante i quali il fisico di suor Crescenzia, già predisposto a quel male, cominciò a declinare velocemente. La superiora la inviò quindi a Vallenar in Cile, dove alcune suore della Congregazione prestavano servizio nel locale ospedale.
Lì suor Crescenzia visse con gioiala vita comunitaria e il servizio agli infermi, crescendo incessantemente nell’amore di Dio.
Furono anni di sofferenza silenziosa, durante i quali lavorava come poteva: sempre più affaticata, non si lamentava, aveva l’accortezza a non fare gesti o atti affettuosi che potevano contagiare le consorelle.
Insegnava il canto ai bambini suonando il piccolo armonium della Cappella, ma con voce flebile e sempre più stanca, nella totale accettazione della volontà di Dio e nell’offerta della sua giovane esistenza, specie nei lunghi periodi di doloroso isolamento.
Minata dal male, suor Maria Crescenzia morì il 20 maggio 1932 a soli 35 anni, tra il generale compianto della popolazione di Vallenar, che aveva preso ad identificarla come la "santina".
Fu tale la devozione nei suoi riguardi, che i fedeli locali riuscirono ad impedire per 34 anni la traslazione della salma, che era stata sepolta nel cimitero di Vallenar in modo non riconoscibile, in un sepolcro con undici casse sovrapposte di poveri deceduti.
Quando nel 1966 la tomba venne individuata, la cassa fu aperta e il suo corpo risultò incorrotto; fu traslato a Quillata nella nuova Cappella cimiteriale della Congregazione. Ricondotto in patria, il 26 luglio 1986venne collocato nella Cappella del Collegio dell’Orto a Pergamino.
Il 5 dicembre 1989 la Santa Sede diede il nulla osta per l’avvio del processo di beatificazione di suor Maria Angelica Pérez.  
Dopo i vari gradi dell’istruttoria, sia in fase diocesana che presso la Congregazione per le Cause dei Santi, il 22 giugno 2004 il Papa San Giovanni Paolo II ha autorizzato la promulgazione del decreto sull’eroicità delle sue virtù.
È stata beatificata il 17 novembre 2012 a Buenos Aires in Argentina, durante una celebrazione presieduta dal cardinal Angelo Amato.

(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Maria Crescenzia Pérez, pregate per noi.


*San Protasio Chong Kuk-bo - Martire (20 maggio)
m. 1839
Martirologio Romano:
A Seul in Corea, San Protasio Chong Kuk-bo, martire, che, dopo avere in un primo tempo abbandonato la fede cristiana, la recuperò nuovamente, professandola in carcere tra i supplizi fino alla morte.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Protasio Chong Kuk-bo, pregate per noi.


*Beato Rafael Garcìa Torres - Laico e Martire (20 maggio)
Schede dei Gruppi a cui appartiene:
"Beati 115 Martiri spagnoli di Almería" - Beatificati nel 2017
"Santi, Beati e Servi di Dio Martiri nella Guerra di Spagna" Vittime della persecuzione religiosa - Senza Data (Celebrazioni singole)

Níjar, Spagna, 22 febbraio 1904 – Turón, Spagna, 20 maggio 1938

Rafael García Torres nacque a Níjar, in provincia e diocesi di Almería, il 22 febbraio 1904.
Era membro dell’associazione dell’Adorazione Eucaristica notturna. Morì in odio alla fede cattolica il 20 maggio 1938, a Turón, in provincia di Granada.
Inserito in un gruppo di 115 martiri della diocesi di Almeria, è stato beatificato ad Aguadulce, presso Almería, il 25 marzo 2017.

(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Rafael Garcìa Torres, pregate per noi.


*San Talaleo (Talleleo) - Martire (20 maggio)
m. Egea (Cilica), 284 circa
San Talaleo, medico vissuto in Fenicia, fu martirizzato con i compagni Alessandro ed Asterio nel 284 da Teodoro governatore di Ega in Cilicia.
Il ricordo del solo Talaleo compare in data odierna sul Martyrologium Romanum.
Martirologio Romano:
Ad Ayaş in Cilicia, nell’odierna Turchia, San Talaleo, Martire.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Talaleo, pregate per noi.


*San Teodoro di Pavia - Vescovo e Confessore (20 maggio)

m. 769 circa
Martirologio Romano:
A Pavia, San Teodoro, vescovo, che patì l’esilio al tempo della guerra tra Franchi e Longobardi.
San Teodoro fin dall’infanzia fece parte del clero pavese: prima arciprete, poi arcidiacono e infine vescovo di Pavia nel 740.
I primi anni del suo episcopato furono turbati dalla guerra tra i Franchi e i Longobardi, culminata con l’assedio di Pavia del 754, che durò dieci mesi.
Per motivi non ancora chiari fu esiliato, ma ritornò alla propria sede dopo la vittoria definitiva di Carlomagno.
Numerose leggende fiorirono attorno alla sua vita: fu eletto per designazione angelica; difese la città di Pavia dall’occupazione delle truppe franche; deviò una freccia che stava per colpirlo, rivolgendola verso l’attentatore stesso, un parente di Carlomagno, per poi risuscitarlo.
Morì attorno al 769.
Fu deposto nella basilica di Sant'Agnese, che in seguito fu a lui intitolata. Con San Siro e San Agostino è patrono della città di Pavia. 
(Autore: Adriano Disabella – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Teodoro di Pavia, pregate per noi.


*Beato Tomàs Valera Gonzàlez - Giovane liaco e Martire (20 maggio)

Schede dei Gruppi a cui appartiene:
"Beati 115 Martiri spagnoli di Almería" Beatificati nel 2017
"Santi, Beati e Servi di Dio Martiri nella Guerra di Spagna" Vittime della persecuzione religiosa - Senza Data (Celebrazioni singole)

Sorbas, Spagna, 7 ottobre 1918 – Turón, Spagna, 20 maggio 1938

Tomás Valera González nacque a Sorbas, in provincia e diocesi di Almería, il 7 ottobre 1918. Era studente, nonché membro di Azione Cattolica e dell’associazione dell’Adorazione Eucaristica notturna.
Fu ucciso in odio alla fede cattolica il 20 maggio 1938, a 19 anni, presso Turón, in provincia di Granada. Inserito in un gruppo di 115 martiri della diocesi di Almeria, è stato beatificato ad Aguadulce, presso Almería, il 25 marzo 2017.

(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Tomàs Valera Gonzàlez, pregate per noi.


*Altri Santi del giorno (20 Maggio)
*xxx
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi


 
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