Santi del 20 Marzo - Istituto Aveta

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Santi del 20 Marzo

Il mio Santo > I Santi di Marzo

*Sant'Alessandra di Amiso e Compagne - Martiri (20 marzo)

Sono poche le notizie che si sanno su di lei, al contrario sono molte e non sempre attendibili le leggende popolari che narrano facesse parte di un gruppo di sette donne che si presentarono al prefetto Amiso, proclamando la loro fede cristiana e denunciandolo per la sua crudeltà.
Di conseguenza morirono gettate in una fornace ardente.  
In modo più attendibile, Teodoto di Ancita ci racconta di sette vergini, con gli stessi nomi, che subirono il martirio sotto il prefetto Teocteno, morendo annegate.
Nonostante queste discrepanze, queste sante testimoniano una grandissima fede nel professare e proclamare ad alta voce la propria appartenenza alla Chiesa di Cristo.  
Etimologia: Alessandro = protettore di uomini, dal greco
Emblema:  Palma
Sono commemorate il 20 marzo nel Martirologio Romano. Nel Sinassario Costantinopolitano, invece, se ne fa memoria il 18 marzo con un breve elogio, tratto certamente da una passio perduta, ma che non doveva essere molto attendibile.
Secondo questo testo, al tempo di Massimiano sette donne e cioè Alessandra, Claudia, Eufrasia,   Matrona, Giuliana, Eufemia e Teodosia si presentarono al preside di Amiso, professandosi cristiane e rimproverandolo per la sua crudeltà e la sua ingiustizia nel condannare i cristiani.  
Subito arrestate, furono flagellate, scarnificate e, infine, gettate in una fornace ardente.
Quattro dei nomi sopra ricordati e precisamente Alessandra, Claudia, Eufrasia e Matrona ritornano in un altro gruppo, pur esso di sette vergini, annegate dal prefetto Teotecno e ricordate nella passio, certamente più attendibile, di Teodoto di Ancira.
Gli altri tre nomi  Giuliana, Eufemia e Teodosia si possono facilmente intravedere nei rispettivi Giulitta, Faine e Tecusa del gruppo di Ancira, commemorato nei sinassari greci e nel Martirologio Romano il 18 maggio.
Con ogni verosimiglianza, quindi, si può concludere che il gruppo di Alessandra e compagne di Amiso non è che un doppione dell'altro formato da Tecusa e compagne di Ancira ed erroneamente attribuito ad Amiso.  
(Autore: Agostino Amore - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Alessandra di Amiso e Compagne, pregate per noi.   


*Beato Ambrogio Sansedoni - Domenicano (20 marzo)  Siena, 16 aprile 1220 - ivi, 20 marzo 1286

Entrò nell’Ordine Domenicano a diciassette anni ed ebbe a Parigi, come Maestro, San Albergo Magno e come condiscepolo San Tommaso d’Aquino, di cui emulò l’angelica purità. Compiuti brillantemente gli studi, fu inviato a Colonia ad insegnare Teologia, rifiutando il titolo di Maestro, cosi come ricusò l’Arcivescovado di Siena.
In Germania predicò in tedesco con tanto inaspettato successo.
Fu tanta la sua fama di sapienza e di santità, da essere implorato il suo intervento per comporre gli animi dei Principi Elettori ad una pacifica elezione dell’Imperatore. Estinse anche tra quei popoli la setta Boema che tanti danni causava alle anime. Predicò per ordine del Pontefice, la Crociata.
All’altare, per l’interno ardore, si liquefaceva letteralmente in copiosi sudori e, dopo l’elevazione, un tremito riverenziale lo scuoteva tutto, mentre si sentivano le ossa scricchiolare ed infrangersi con Gesù eucarestia.
Quando predicava si vedeva una misteriosa colomba librare sul suo capo. Nel 1270 fu chiamato a Roma dal Papa, dedicandosi alla restaurazione degli studi ecclesiastici.
Morì vittima del suo zelo, il 20 marzo 1286 a Siena, durante una predica. Parlò con tale veemenza contro gli usurai, che gli si ruppe per ben due volte una vena in petto, causandone la morte repentina.
Martirologio Romano: A Siena, Beato Ambrogio Sansedoni, sacerdote dell’Ordine dei Predicatori, che fu discepolo di sant’Alberto Magno e, benché uomo versato nella dottrina e nella predicazione, si mostrò nello stesso tempo semplice verso tutti.
Nasce in palazzo Sansedoni, tuttora maestoso a Siena, in Piazza del Campo: ma sembra nato deforme, per certe imperfezioni agli arti, e così l’affidano a una donna in separata sede, senza antenati né palazzi. Però lei lo tiene così bene da guarirlo. Torna allora a palazzo, ma lo lascerà poi a 17 anni per farsi domenicano.  
Noviziato e prime  scuole probabilmente a Siena, poi il perfezionamento nel 1245 a Parigi e di lì a Colonia (1248), dove ha per professore il futuro sant’Alberto Magno e per compagni Pietro di Tarantasia (poi diventato papa Innocenzo V) e Tommaso d’Aquino. Chiamato a Parigi come insegnante, Ambrogio si fa conoscere pure – anzi, soprattutto – per l’efficacia della
predicazione in chiesa e in piazza, tra i salmi e tra i tumulti. (Alcuni pittori lo raffigureranno con lo Spirito Santo in forma di colomba bianca, che gli parla all’orecchio).  
Ha doti eccezionali di persuasore, e si deve anche a lui se non scoppia uno scisma in Germania già nel 1245, per il dissidio tra il concilio di Lione e l’imperatore Federico II. Ma, alla morte di questi, suo figlio Manfredi tenta di recuperare i territori imperiali nel Sud d’Italia: e la Sede romana s’immischia rovinosamente in contese contro gli stranieri di Germania, chiamando in Italia stranieri di Francia, comandati da Carlo d’Angiò.
Poiché Siena ghibellina sta con Manfredi, papa Clemente le infligge l’interdetto (divieto di celebrare i riti sacri). Ed ecco Ambrogio Sansedoni correre dal Papa a Orvieto per difendere i concittadini.
E lo fa con tale vigore razionale che alla fine il Papa esclama: "Mai un uomo ha parlato così!".
E si dicono di lui cose simili a Parigi, in Germania, in tante città d’Italia che lo ascoltano quando arriva tra i conflitti a costruire tregue, a fermare le armi, riconciliatore instancabile e persuasivo, con le sue parole lucide e appassionate insieme.
Soltanto in un caso la passione prevale: quando parla degli usurai. Allora dice cose terribili. Ma non riesce a salvare Corradino di Svevia, l’ultimo principe tedesco in lotta per il Sud d’Italia, dopo la sconfitta e la morte di Manfredi. Battuto lui pure a Tagliacozzo (1268), Corradino viene consegnato da traditori a Carlo d’Angiò, che lo fa decapitare, malgrado l’intervento di Ambrogio (in quel tempo a Napoli) che mette in mezzo anche il Papa.
Dopo tanti viaggi, Ambrogio ritorna a Siena. Ricomincia a predicare. E nella città toscana muore predicando, possiamo dire: il malore irreparabile lo coglie durante il quaresimale. Siena lo piange e lo onora, ne fa un patrono della città, prega presso le sue reliquie in San Domenico. Un suo busto sarà collocato sulla facciata del Duomo, e fino a metà ’500 si disputerà un Palio dedicato a lui. Nel 1597 Papa Clemente VIII lo includerà nel Martirologio romano. L'Ordine Domenicano lo ricorda l'8 ottobre.
(Autore: Domenico Agasso - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Ambrogio Sansedoni, pregate per noi.  


*Sant’Archippo di Colossi - Discepolo di San Paolo, Martire (20 marzo)
m. sec. I

Sant’Archippo, compagno e discepolo di San Paolo Apostolo, fu da questi citato nella lettera a Filemone ed in quella ai Colossesi, meritandosi così la venerazione quale santo da parte delle Chiese d’Oriente e d’Occidente nonostante la scarsità di notizie sul suo operato.
Martirologio Romano: Commemorazione di Sant’Archippo, compagno del Beato Apostolo Paolo, che lo ricorda nelle Lettere a Filemone e ai Colossesi.
S. Paolo lo ricorda nel periodo della prima prigionia romana (61-63) nella lettera a Filemone (Philetn. 2) e in quella ai Colossesi (Col. 4, 17), perciò possiamo dedurre che Archippo risiedeva a
Colossi e che forse ne era oriundo. Paolo indirizza la let a Filemone, Archippo e Appia in forma solenne e la coincidenza nell'indirizzo ha fatto supporre che Archippo fosse figlio o parente degli altri due.
Inoltre, im dopo i saluti ad Archippo si aggiungono quelli alla «comunità che si aduna nella casa tua» (cioè di Filemone principale destinatario della let parole che ci inducono a pensare che Archippo esercitasse il ministero sacro presso la comunità cri costituitasi nella casa di Filemone.
Paolo (Col. 4, 17) invita la comunità di Colossi a ricor ad Archippo di «badare al ministero che ha ricevuto nel Signore, affinché l'adempia». Questo ammo sembrerebbe indicare qualche deficienza nell'esercizio del ministero da parte di Archippo (per ra della giovane età, delle difficoltà...?), ma certo non suppone gravi difetti perché è una rac generica, fatta in tono confidenziale, come tra colleghi che si stimano.
E Paolo professa grande stima per Archippo, designandolo «suo commili» o «compagno di combattimento», riferen con ciò non alle lotte comuni a tutti i fedeli, ma a quelle specifiche che gli apostoli e i loro compagni devono sostenere. Archippo, infatti, esercitava a Colossi un ministero apostolico, sulla cui natura precisa non possiamo pronunciarci; Paolo (Col. 4, 17) usa, a questo proposito, l'espressione generica «ministero sacro».
Forse durante la lunga assenza del vescovo di Colossi, Epafra, che allora si trovava a Roma presso Paolo (cf. Col. 1, 7 seguenti 4, 12; Philem. 23), Archippo ne avrà fatto le veci, con gli stessi poteri e dignità di lui. Certo, Archippo doveva essere uno dei principali esponenti della Chiesa di Colossi, e prezioso collaboratore di Epafra.
Tra i greci e nella liturgia bizantina Archippo è cele come apostolo e martire il 23 novembre e il 20 febbraio assieme a Filemone e ad Appia, e di nuovo col solo Filemone il 6 luglio. Il suo martirio che avrebbe avuto luogo sotto Nerone, davanti al prefetto imperiale di Colossi (o di Chona, non lungi da Efeso), per aver rifiutato il culto di Artemide-Diana, viene descritto con molti parti Archippo bastonato, denudato, gettato in un fosso e coperto di terra fino a mezzo corpo, fu punzec con stiletti dai bambini e finalmente lapidato.
Il santo entrò nel Martirologio Romano per opera di Adone (secc. VIII-IX), e vi si commemora il 20 marzo. Come al solito, questo testo è più sobrio dei menologi greci, e si contenta dei dati biblici: così il 20 marzo ha di Archippo questo elogio: «In Asia natalis S. Archippi, qui beati Pauli Apo extitit commilito, et cuius ipse in epistola ad Philemonem et ad Colossenses meminit».

(Autore: Bonaventura Mariani – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant’Archippo, pregate per noi.

 

*Sant'Arcil II - Re di Georgia, Martire (20 marzo)
VIII secolo
Figlio di Stefano Khosroid, principe di Cakheth, combatté insieme al fratello Mihr o Mirian, allora re della Georgia, gli invasori arabi che, guidati dall’emiroMurvan-Qru, nipote di Maometto, li avevano  assaliti mentre erano accampati ad Anakopia.
Alla morte di Mihr, privo di discendenza maschile, gli succedette Archil II.
Nel quarantesimo anno di regno, gli arabi invasero nuovamente il territorio georgiano al comando di un altro discendente di Maometto: Cicum, detto anche Asim, il quale percorse gran parte della regione mettendo a ferro e fuoco i paesi che lasciava alle spalle.
Per scongiurare ulteriori devastazioni Archil II decise di chiedere la pace all’invasore e porre il paese sotto la sua protezione, purché fossero risparmiate le chiese e non fossero usate le violenze messe in atto altrove per costringere i nuovi sudditi a rinnegare la fede cristiana.
Ricevuto degnamente dal capo arabo, Arcil II qualche giorno dopo ricevette la promessa di doni considerevoli in cambio dell’abiura.
Fermo nella fede, il re oppose ai subdoli artifici di Cicum queste chiare parole: “Dio mi preservi dall’accogliere le tue lusinghe e dal rinnegare Cristo, il Dio vivente, il vero Dio, che per redimerci è morto per noi sulla croce.
Se io credessi alle tue profferte sarei condannato al tormento eterno; ma se mi ucciderai, resusciterò come il mio Dio e sarò glorificato con lui”.
Adirato per il rifiuto, Cicum fece gettare Arcil in prigione per intimidirlo e aumentò l’offerta promettendogli questa volta la  restituzione del regno e dei beni, la concessione di vari privilegi se avesse abbracciato la fede islamica.
Ma non ottenne da parte di Arcil che un secondo rifiuto: “Non rinnegherò mai il Signore mio Dio e non baratterò mai la gloria eterna per una gloria passeggera”. Cicum ordinò quindi che gli venisse mozzata la testa: era il 20 marzo del 718, secondo alcuni, del 741 o 744, secondo altri.
Con maggiore verisimiglianza gli “Annali georgiani” pongono la data del martirio di Arcil II nel 786, anno dell’invasione di Cicum (permettendo di stabilire il 736 e il 786 come limiti del periodo di governo di Arcil II).
La sera prima dell’esecuzione il corpo del re martire fu prelevato dal campo arabo e sepolto in una chiesa di Notcora.
La festa del Santo è celebrata nell’attuale Calendario Georgiano il 20 marzo, ai primi di gennaio nel Lezionario di Gerusalemme, al giorno 8 nell’elenco dei santi georgiani inserito nel Lezionario di Parigi ed al 15 nel Calendario palestino-georgiano del X secolo.
(Autore: Niccolò del Re - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Beato Battista Spagnoli (20 marzo)
Mantova, 17 aprile 1447 - Mantova, 20 marzo 1516
Martirologio Romano: A Mantova, Beato Battista Spagnoli, sacerdote dell’Ordine dei Carmelitani, che promosse la pace tra i principi e riformò l’Ordine di cui, suo malgrado, fu messo a capo per volontà del Papa Leone X. Nacque  a Mantova il 17.4.1447 da padre di origine spagnola (da qui il cognome).
Entrò tra i Carmelitani di Ferrara,  professando i voti religiosi nel 1464. Maestro in teologia a Bologna (1475), svolse numerosi incarichi in vari conventi e per ben sei volte ricoprì l'ufficio di
Vicario Generale della sua Congregazione di riforma (detta mantovana) e sul finire della sua vita fu Priore Generale di tutto l'Ordine (1513-16). La sua attività non si limitò alla famiglia religiosa.
Nel 1513 fu invitato a partecipare al Concilio lateranense; e nel  1515 incaricato da Papa Leone X della missione diplomatica per comporre la pace tra il re di Francia e il duca di Milano.
Si distinse essenzialmente nello spirito e nella finalità di denuncia della dilagante corruzione dei tempi, ed espresse la sua ansia riformatrice con felici spunti letterari e con un vibrante discorso nel 1489 nella basilica vaticana davanti al Papa e ai cardinali.
Tutto ciò non lo distoglieva dalla vita interiore e dalla speciale devozione alla Madonna.
Fu amico di insigni umanisti e di illustri personaggi dell'epoca, ben figurando nel mondo della cultura. Proclamato da Erasmo il "Virgilio cristiano" (più di 50 mila sono i suoi versi latini, oltre le opere in prosa) è da ritenersi tra i migliori poeti del suo tempo; ciò è anche attestato dalle numerosissime edizioni dei suoi scritti. Morì a Mantova il 20 marzo 1516.
Il corpo, incorrotto, si conserva nella chiesa cattedrale di quella città. Il culto di Beato venne confermato da Leone XIII il 17 dicembre 1885. Se ne celebra la memoria il 17 aprile.
(Autore: Anthony Cilia – Fonte: www.ocarm.org)
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*Santa Claudia e Compagne - Martiri di Amiso (20 marzo)
Etimologia: Claudia = zoppa, dal latino
Il 20 marzo il “Martirologio Romano’”commemora un gruppo di sette donne martiri e cioè: Claudia, Alessandra, Eufrasia, Matrona, Giuliana, Eufemia e Teodosia, le quali, in piena persecuzione dei cristiani nel secolo IV, sotto l’imperatore Massimino Cesare (309-313), furono arrestate ad Amiso (odierna Turchia).  
Esse condividendo fede e coraggio, rimproverarono al preside di Amiso la sua crudeltà e la sua
ingiustizia nel condannare i cristiani.
Professandosi esse stesse cristiane, non abiurarono, non sacrificarono agli dei, come chiedeva loro il preside, che le fece flagellare; Claudia e le altre accettarono la tortura e disposte a fare la scelta vincente della morte terrena in cambio della vita eterna, pertanto furono gettate in una fornace ardente.
Bisogna dire che delle sette martiri, vengono ricordate almeno con nomi simili fra altre sette martiri annegate ad  Ancira, Alessandra, Claudia, Eufrasia e Matrona; mentre le altre tre Giuliana, Eufemia e Teodosia, si possono identificare nelle martiri Giulitta, Eufemia e Tecusa, gruppo commemorato il 18 maggio.
Da questi studi si potrebbe dedurre che i due gruppi di Amiso e di Ancira siano doppioni di se stessi.
Ad ogni modo, i calendari da tanti secoli riportano, in particolare Santa Claudia al 20 marzo, magari non nominando le sue compagne di martirio e continuando ad ignorare i dotti studi degli agiografi.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Cutberto di Lindisfarne - Vescovo (20 marzo)

Northumbria, 634 c. - Farne, 20 marzo 687
Patronato:
Pastori
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: Nell’isola di Farne in Northumbria, nell’odierna Inghilterra, transito di San Cutberto, vescovo di Lindisfarne, che nel suo ministero pastorale brillò per la stessa diligenza dimostrata in precedenza in monastero e nell’eremo, e armonizzò pacificamente l’austerità e lo stile di vita dei Celti con i costumi romani.
Nato da famiglia contadina nella Northumbria circa il 634, dopo aver militato sotto il re Oswin, nel
651 entrò nel monastero di Melrose e nel 661 fece parte di un gruppo di monaci inviato a Ripon per fondarvi un monastero.
Nel 664, divenuto priore di Lindisfarne, attuò le decisioni del concilio di Whitby che, per realizzare l'unità delle  osservanze nella Chiesa anglosassone, si era pronunciato in favore degli usi romani contro quelli celtici; inoltre, diede ai suoi monaci, parallelamente alla regola di San Benedetto, un'altra regola di cui mancano tracce.
Nel 675 si ritirò a vita eremitica in una celletta nell'isola di Farne, ad alcuni chilometri dalla costa in cui si trovava il monastero.
Ma nel 684 il concilio di Twyford lo elesse vescovo di Lindisfarne, su proposta dell'arcivescovo di Canterbury, Teodoro, che lo consacrò il giorno di Pasqua  del 685, dopo aver vinto le sue tenaci resistenze.
Zelante evangelizzatore, Cutberto
percorse le campagne predicando e convertendo.
Poco dopo il Natale del 686, sentendo imminente la fine, si ritirò nel suo antico eremitaggio di Farne, dove morì il 20 marzo 687.
Il suo corpo fu sepolto presso l'altare del monastero di  Lindisfarne. In seguito a numerosi miracoli attribuiti alla sua intercessione, il 20 marzo 698 i monaci di Lindisfarne, col consenso del vescovo locale, Eadbert, lo canonizzarono mediante la forma, allora vigente, dell'elevazione delle reliquie.
Queste furono successivamente traslate a Norham e Durham, dove si troverebbero ancora.
La festa di Cutberto ricorre il 20 marzo.
I suoi più antichi biografi sono un monaco di Lindisfarne, che scrisse verso l'anno 700, e Beda, che verso il 721 ne compose la Vita in versi e in prosa.
(Autore: Antonio Rimoldi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Cutberto di Lindisfarne, pregate per noi.  


*Beato Francesco di Gesù Maria Giuseppe (Francisco Palau y Quer) - Sacerdote Carmelitano (20 marzo)
Aytona, Spagna, 29 dicembre 1811 - Tarragona, Spagna, 20 marzo 1872
Francisco Palau y Quer nacque il 29 dicembre 1811 ad Aytona (Spagna). Nel 1828 entrò nel seminario di Lèrida. Completato il triennio di studi filosofici e concluso il primo corso di teologia, nel 1832 passò nell'Ordine dei Carmelitani Scalzi dove l'anno successivo emise i voti.
Costretto da circostanze politiche a vivere da exclaustrato, potè ricevere l'Ordinazione Sacerdotale a Barbastro nel 1836.
Dopo un lungo periodo di permanenza in Francia (1840 - 1851), ritornò in Spagna e si dedicò al ministero della predicazione e delle missioni popolari, specialmente a Barcellona e nelle Isole Baleari. Fu lì che negli anni 1860 - 1861 si occupò dell'organizzazione di alcuni gruppi femminili dando origine a quelle che oggi si chiamano le Suore Carmelitane Missionarie Teresiane e le Suore Carmelitane Missionarie.
Fondò anche una famiglia di Fratelli della Carità, oggi estinta. Morì a Tarragona il 20 marzo 1872.
Martirologio Romano: A Tarragona in Spagna, Beato Francesco di Gesù Maria Giuseppe Palau y Quer, sacerdote dell’Ordine dei Carmelitani Scalzi, che durante il suo ministero sostenne atroci vessazioni e, accusato ingiustamente, fu relegato nell’isola di Ibiza, dove morì abbandonato a se stesso.  
Prima di andare a morire in croce Gesù predisse agli Apostoli che nel mondo avrebbero avuto tribolazioni e  persecuzioni a causa del suo nome (Gv 15,20).
Questa profezia si verificò alla lettera nella vita e nell'opera di questo Beato spagnuolo, che visse in un secolo ricco di eminenti personalità sacerdotali e religiose, catalane come lui: S. Antonio Claret y Calarà (11870), fondatore dei Missionari Figli del Cuore Immacolato di Maria; B. Francesco Coll OP. (+1875), fondatore delle Suore Domenicane dell’Annunziata; S. Maria Rosa Molas y Vallvé (+1876), fondatrice delle Suore di Nostra Signora della Consolazione; B. Enrico de Osso y Cervello (+1896), fondatore della Compagnia di S. Teresa di Gesù; S. Teresa Jornet Ibars (+1897), fondatrice delle Piccole Suore degli Anziani abbandonati e pronipote carnale del B. Francesco di Gesù, Maria e Giuseppe; B. Giuseppe Mananet y Vives (+1901), fondatore dei Figli della S. Famiglia e delle Missionarie Figlie della S. Famiglia di Nazareth; B. Emmanuele Domingo y Sol (+1903), fondatore dell'Istituto Secolare dei Sacerdoti Operai Diocesani del S. Cuore.
Il nostro Beato nacque il 29-12-1811 ad Aytona, nella diocesi di Lèrida (Catalogna), settimo dei 9 figli che Giuseppe Palau, modesto contadino ebbe da Antonia Quer, entrambi molto fedeli alla religione e alla monarchia. Al fonte battesimale gli fu imposto il nome di Francesco.
Sotto la guida dei genitori egli crebbe pio, amante dello studio e dei poveri. Fu il maestro delle scuole elementari che suggerì loro di fare continuare gli studi al figlio per le spiccate doti intellettuali che in lui aveva scorto.
Tuttavia fu la sorella Rosa che lo mise in condizione di frequentare come esterno, a 14 anni, il seminario, dandogli ospitalità a Lérida nella casa di campagna in cui si era stabilita dopo le nozze con il marito. In seguito, non volendo sfruttare la generosità della sorella e desiderando vivere nel seminario come interno per attendere meglio alla propria formazione, il Beato moltiplicò gli sforzi nello studio in modo da essere in grado di concorrere per una borsa di studio e vincerla.
In seminario Francesco rimase soltanto 4 anni, durante i quali si distinse per il profitto, l’obbedienza e lo spirito di penitenza.
A 21 anni, al termine del primo anno di teologia, rinunciò alla borsa di studio e si fece carmelitano nonostante l'opposizione dei genitori e dei superiori del seminario, che vedevano in lui un soggetto di grande utilità per la  diocesi. Pare che, al termine di una novena fatta in onore di S. Elia, Francesco abbia visto il profeta nel gesto di ricoprirlo con il mantello dei Carmelitani, come segno della volontà di Dio nei suoi riguardi. Quando entrò nel noviziato dell'Ordine a Barcellona con il nome di Fra Francesco di Gesù, Maria e Giuseppe, e vi fece la solenne professione (15-11-1833), era già fermamente deciso a osservarne gli obblighi benché i tempi che correvano fossero molto tristi.
In Spagna, difatti, alla morte del re Ferdinando VII (+1833), era scoppiata una guerra civile tra sua figlia Isabella II (+1904), sostenuta dai liberali e lo zio Don Carlos, pretendente al trono in forza della legge salica, sostenuto dai conservatori e dal clero.
Sedici anni più tardi confesserà nel suo libro La Vita Solitaria: "Quando feci la mia professione
religiosa la rivoluzione teneva già nella sua mano la torcia incendiaria per bruciare tutte le case religiose e il temibile pugnale per assassinare gli individui che si erano rifugiati in esse.
Non ignoravo il pericolo opprimente al quale mi esponevo... ciò nonostante mi impegnai con voti solenni in uno stato, le cui regole credevo di poter praticare fino alla morte, indipendentemente da qualsiasi umano avvenimento".
A Barcellona il Beato continuò a studiare teologia benché non sentisse attrattiva per il sacerdozio. Pur di vivere la vita carmelitana sarebbe rimasto volentieri nell'Ordine anche come semplice fratello laico.
Il 25-7-1835 il suo convento fu assalito e incendiato dai rivoluzionari liberali. Trovò rifugio con altri confratelli in una casa vicina, ma dopo alcuni giorni fu condotto nella cittadella, spogliato dell'abito religioso e mandato a Lérida munito di un passaporto. L'esclaustrato, che amava di più la vita solitaria che quella attiva, stabilì la sua residenza tra i monti di Vich.
Soltanto dopo diversi mesi si ricongiunse ad Aytona con i suoi familiari, dove, più per obbedienza al suo Patrovinale che per intima aspirazione, si preparò al sacerdozio, che ricevette il 2-4-1836 dal vescovo di Barbastro.
Nel paese nativo P. Francesco rimase due anni vivendo in una grotta distante due chilometri dal paese, svolgendo sporadicamente le veci del parroco e rifiutando qualsiasi offerta da parte dei fedeli per le sue prestazioni. In seguito, in considerazione delle necessità delle diocesi della Catalogna, rimaste quasi tutte senza pastori, decise di uscire dal suo isolamento per darsi con ardore alla predicazione, vestito da carmelitano, un po' ovunque, anche nelle caserme dei soldati in armi, tra i quali diffuse l'abitino del Carmine e combattè la bestemmia.
Quando però Berga, quartiere generale delle truppe di Don Carlos, cadde nelle mani dei sostenitori di Isabella II, il Beato cercò rifugio a Perpignan (Francia) con suo fratello Giovanni e i resti dell'esercito sconfitto.
Durante il suo esilio P. Francesco occupò il tempo nello scrivere la sua prima opera intitolata La lotta dell'anima  con Dio standosene solo in una grotta dei dintorni, accanto a quella del fratello, immerso nella meditazione, nella preghiera e nei digiuni continuati.
Verso la fine del 1842 il Beato si trasferì nel comune di Caylus, appartenente alla diocesi di Montauban, ospite del visconte del castello di Mondésir, facente parte della parrocchia di St. -Pierre Livron. Non è improbabile che abbia conosciuto il suo benefattore in Spagna in qualche campo di carlisti.
Nell'interno del bosco che attorniava il castello, il Beato visse da eremita per cinque anni in una grotta trasformata in cappella nella quale, con il permesso della curia di Montauban, celebrava la Messa e confessava coloro che accorrevano a lui attratti dalla fama della sua vita penitente. A Mondésir egli divenne l’"oracolo" del paese.
Ogni tanto lo percorreva tenendo in mano una croce e predicando a tutti con grande vigore le verità eterne. Dalla sua grotta, però, non sarebbe uscito mai, tanto amava stare solo con Dio.
Soleva dire che gli era stata lasciata in eredità dal profeta Elia. L'ordinario del luogo, Mons. Giovanni Doney, il 24-9-1844 gli volle fare visita per dargli a intendere quanto lo stimasse.
A partire dal mese di aprile 1846 il P. Francesco stabilì la sua dimora in un terreno che comperò vicino al santuario di Notre-Dame di Livron, che sorgeva presso la chiesa parrocchiale, con l'evidente intento di fondare un'istituzione stabile di indole eremitico-ascetica con l'aiuto di Teresa Christià, ex-clarissa di Perpignan, che aveva abbandonato il monastero per motivi di salute e che, in seguito ai suggerimenti del P. Palau, aveva deciso di vivere dedita al servizio del Santuario in compagnia di due signorine. Maria Bois e Giovanna Gracias.
Dopo l'acquisto del terreno il Beato volle fare un viaggio in Spagna con l'intento di riunirsi alla sua famiglia. Portò con sé l'ultima sua opera intitolata Quidditas Ecclesiae, in quattro libri, che non riuscì a fare stampare e che in seguito andò perduta. In Francia tornò in compagnia del padre, del cognato e di un nipote, ma il vescovo di Montauban non gli fu più favorevole come prima perché le sue discepole, con il loro genere di vita, suscitarono riserve e critiche da parte tanto delle autorità civili quanto di quelle ecclesiastiche.
Il Beato, dal comune di Claylus si trasferì allora in quello di Loze con il fratello Giovanni e si stabilì sopra un terreno vasto e selvaggio che aveva comprato a Cantayrac, evidentemente per conservare la propria libertà d'azione. Mons. Doney, però, continuò ad essergli ostile per l'austerità di vita che conduceva nelle grotte umide e buie, l'abito carmelitano che continuava a portare e, soprattutto, per le numerose persone che accorrevano a prendere parte alle sue Messe con discapito di quelle parrocchiali.
Nella regione tutti sapevano che dormiva sulla paglia, che pregava e meditava buona parte della notti inginocchiato per terra, che si nutriva quasi esclusivamente di pane acqua, erbe, patate lesse e qualche frutto della regione e che, all'opposizione del vescovo rispondeva soltanto con la "pazienza e la preghiera". Di tutti era quindi considerato un eremita "straordinario".
P. Francesco un bel giorno decise di trasferirsi a St.-Paul-de-Fenouillet, nella diocesi di Perpignan, dove comperò  un campo alberato nell'intento di consolidare il suo piano di vita solitaria per sé e per i gruppi maschili e femminili che si andavano costituendo.
Frattanto, poiché Mons. Doney persisteva a negargli la facoltà di celebrare la Messa nella diocesi e la situazione politico-religiosa in Spagna era migliorata, in seguito al concordato stipulato il 16-3-1851 tra il governo e la Santa Sede, il Beato prese la decisione di abbandonare per sempre la Francia. Avrebbe voluto stabilirsi nella sua diocesi di origine, Lérida, ma il vescovo Mons. Cirillo Uriz y Labayru, il quale personalmente era contrario ai "beateri" e ai fratelli esclaustrati, gli fece sapere che la sua presenza in diocesi non era gradita a causa dei vari gruppi di discepole che vi contava e che egli aveva già dissolti il 2-4-1852.
Il suo successore, Mons. Mariano Puiglatt, non si dimostrò più tenero nei riguardi del Beato. Difatti, nel 1863 gli proibì di predicare in una chiesa della sua diocesi, il mese di Maggio. Invece di protestare, il perfetto carmelitano gli rispose: "Essendo V. Ecc. mio prelato... può con autorità, libertà e senza raggiri, avvisare, correggere, castigare, tagliare e bruciare, certo che i suoi avvisi, correzioni e castighi saranno ricevuti sempre come pegno del suo amore e della sua sollecitudine pastorale verso questo suo suddito sacerdote".
Respinto dalla sua diocesi, P. Francesco si trasferì a Barcellona dove Mons. Domingo Costa y Borràs, che ben lo conosceva e apprezzava, essendo stato vescovo di Lérida, lo chiamò a lavorare per la ricristianizzazione della sua turbolenta diocesi. Le zone di periferia rigurgitavano infatti, di operai provenienti da varie regioni della Spagna, ed erano privi di una solida e continuata formazione catechetica.
Il Beato, oltre a dedicarsi alla predicazione e farsi animatore della costruzione di nuove chiese, fondò una vera e propria scuola di catechismo per adulti con programma, metodo d'insegnamento e statuto propri. La chiamò Scuola delle Virtù e fu frequentata da oltre 2000 adulti. Dopo 3 anni, però, in concomitanza con gli scioperi ad oltranza di molti operai, fu sciolta dalle autorità civili, pressate dai nemici della Chiesa. Il fondatore, nonostante le sue energiche proteste orali e scritte, fu confinato nell'isola Ibiza, nelle Baleari, con il falso pretesto che fomentava idee sovversive.
P. Francesco non si perse d'animo, anzi, continuò a dirigere le sue figlie spirituali residenti a Lérida, Aytona e Balaguer, le quali, nonostante l'ordine di chiusura delle loro case, avevano trovato la maniera di continuare di fatto il loro genere di vita. Dall'esilio coatto l’8-5-1854 scrisse ad alcuni suoi amici: "Non vedrò per tutta la vita se non persecuzioni, giacché il mio spirito disprezza il mondo e per conservare il mio benessere non devierò mai dal mio cammino... Io non sogno altro che sofferenze, contraddizioni e lotte, ne desidero per questo altra via che quella della croce". Con la loro collaborazione si preoccupò di mettere in salvo quello che apparteneva alla soppressa Scuola delle Virtù e riuscì a farsi mandare nell'isola l'immagine della SS. Vergine in essa venerata, in onore della quale fece costruire una cappella tuttora meta di pellegrinaggi.
Per due anni P. Francesco visse in una grotta di Es Cubells nella parrocchia di S. Giuseppe, che un signore gli aveva messo a disposizione con un pezzo di terra da cui trarre gli alimenti necessari. In seguito, avendo scoperto  nell'isolotto chiamato Vedrà, una grotta ancora più solitaria e inaccessibile, vi si trasferì perché la solitudine costituiva "il suo cielo". Per potersi dedicare a pieno titolo all'attività pastorale in tutte le isole Baleari, egli sollecitò e ottenne, dalla S. Congregazione di Propaganda Fide, il titolo e la facoltà di missionario apostolico benché fosse ritenuto inabile a disimpegnare incarichi stabili di ministero perché, a furia di vivere in grotte buie e umide, era diventato sordo e aveva contratto una malattia cronica.
Ciò nonostante, quando lasciava la solitudine per predicare nei paesi di Ibiza, Maiorca e Minorca, le chiese erano insufficienti a contenere la gente che accorreva a udirlo o a prendere parte alle Messe, che celebrava con straordinaria devozione. Con la sua voce possente, la sua statura bassa e tarchiata, agli occhi dei fedeli assumeva l'aspetto di un profeta. Infatti di solito non riusciva a terminare le sue prediche senza che la sua voce non fosse affogata dal loro pianto.
Dopo tre anni di confino il Beato inviò successivamente due suppliche alla regina Isabella II per ottenere che fosse revocata l'ingiusta sentenza di cui era stato vittima. Ottenne fortunatamente la libertà soltanto quando, il 1-5-1860, essa fu concessa ai confinati politici. Nel frattempo a Madrid era stata trattata giudizialmente la sua vicenda ed era stata trovata immune da qualsiasi colpevolezza. A chiarire la sua posizione aveva giovato anche la pubblicazione nella capitale del suo scritto intitolato La Scuola della Virtù Vendicata (1859).
Il P. Francesco invece di ritornare a vivere nelle grotte, si sentì spinto a mettersi al completo servizio della Chiesa, che divenne da quel momento la sua "amata", mediante la predicazione per tutta la Catalogna, gli esorcismi, gli scritti e la fondazione di Associazioni maschili e femminili del Terz'Ordine Carmelitano. Per le sue opere impegnava gli aiuti che riceveva dai benefattori nonché la piccola pensione che il governo concedeva a tutti gli esclaustrati.
Grande fu la ripugnanza che provò nel seguire il nuovo genere di vita che Dio esigeva da lui. Lo confidò egli stesso il 27-10-1860 a Giovanna Gracias, sua discepola, nella lettera che le scrisse da Madrid dove stava predicando nella chiesa di S. Isidoro: "Riesce orribile al mio spirito e al mio corpo viaggiare senza punto fisso, abbandonato alle attenzioni degli amici... Tuttavia... quando Dio mi chiama, non c'è niente di quello che mi si pone davanti che non assalti e calpesti per quanto terribile e sgradevole esso sia". Alla stessa persona scrisse nell'agosto del 1861: "La mia unione, le mie nozze spirituali con la Chiesa costituiscono l'oggetto unico e principale che occupa i miei esercizi. Di questo ho piena la testa e il cuore e non so pensare altra cosa e assorbe talmente le mie potenze e i miei sensi, che in cinque giorni sono riuscito a stento a consumare un pane. Ciò nonostante sto bene e non sento il bisogno di mangiare".
É in questo contesto di profonda unione mistica con il mistero della Chiesa che il Beato si sentì chiamato a lottare contro i demoni e a fondare gruppi di Terziari e Terziarie Carmelitani, per l'insegnamento religioso all'infanzia e la cura degli infermi a domicilio, viventi insieme di propria volontà in forma privata, senza fisionomia giuridico-canonica e tanto meno civile. Essi non potevano prefiggersi altri fini perché la Chiesa e lo Stato il 25-8-1859 avevano convenuto che in Spagna gli istituti di stampo contemplativo non avessero diritto di cittadinanza.
Il P. Francesco l'8-l-1867 fu nominato direttore dei Terziari e delle Terziarie Carmelitani, dal Procuratore Generale e Commissario dei Carmelitani Scalzi, il P. Pasquale di Gesù e Maria. Tale nomina lo mise in grado di conferire una strutturazione formale e giuridica a tutte le comunità esistenti in Spagna. Le costituzioni che redasse per loro furono stampate a Barcellona un mese prima della sua morte.
Dal 1860 al 1872 il Beato fondò 6 comunità di Fratelli, i quali praticamente cessarono di esistere con la guerra civile del 1936, e 6 comunità di Sorelle le quali, dopo la sua morte, diedero origine a due congregazioni riconosciute dalla S. Sede: le Carmelitane Missionarie Teresiane di Tarragona e le Carmelitane Missionarie di  Barcellona. Verso la fine del 1864 fino alla morte, il P. Francesco si convinse di essere chiamato da una forza interna irresistibile, sconvolgente, a guarire gli ossessi. Per questa sua vera o presunta missione egli operò e redasse il settimanale El Ermitano per ottenere che fosse rimesso in auge nella Chiesa l'esorcistato, ma fu osteggiato, punito e perfino carcerato.
Teatro degli esorcismi da lui praticati, fu la casa di Santa Cruz di Vallcarca, presso Barcellona e, più precisamente, la cappella che vi aveva fatto costruire per la Messa festiva, appartenente alla comunità dei Fratelli, nota poi con il nome di Els Penitens. Quando il Beato iniziò pubblicamente la sua attività di esorcista, il centro di Vallcarca divenne inevitabilmente una specie di ricovero privato per i numerosi malati che, di loro iniziativa, accorrevano a lui per essere curati ed eventualmente anche esorcizzati. Il 13-4-1866 Mons. Pantaleone Montserrat, vescovo di Barcellona, gli proibì di continuare gli esorcismi ed egli ubbidì. Da quel giorno si limitò soltanto a pregare per coloro che continuavano ad accorrere a lui e a consolarli, ma, nello stesso tempo, sentì più forte che mai, in sé, la spinta a fare intervenire nella questione l'autorità suprema della Chiesa.
In Spagna, nel settembre del 1868 si verificarono luttuosi eventi che culminarono nella detronizzazione e nella cacciata della regina Isabella II. In quella circostanza il P. Francesco si radicò ancora di più nella persuasione che era necessario rimettere in auge il ministero permanente dell'esorcismo, per contrastare l'azione del demonio nella società.
Si servì per diffondere la sua idea ancora di El Ermitano come pure per elevare, a più riprese, la sua energica protesta contro la giunta provinciale di Barcellona, perché aveva ordinato la chiusura della residenza di Santa Cruz di Vallcarca. Nel frattempo raccolse in quaderni i casi di ossessi che riteneva di avere liberati dal demonio e li fece pervenire a Pio IX. Nella segreteria papale furono letti, ma si pensò che il P. Palau fosse "o un illuso o un malizioso". Nel 1870 si recò personalmente a Roma per presentare ai Padri Conciliari di lingua spagnuola il suo proclama riguardo all’esorcistato, ma non ebbe seguito. Lo stesso S. Antonio M. Claret riteneva che di ossessi nel mondo ce ne fosse uno sparuto numero.
Appena il Beato ottenne dalle autorità la licenza di riaprire il complesso di Santa Cruz di Vallcarca, escogitò il sistema di adattare una parte dell'edificio, diretto da suo fratello Giovanni e dal suo discepolo Gabriele Brunet, a  ospedale, ma il 28-10-1870 l'autorità civile, sostenuta dal vicario capitolare di Barcellona, fece arrestare il P. Francesco che fungeva da cappellano e viveva in una grotta sotterranea, i dirigenti e 39 ricoverati. Lo stabilimento era di natura strettamente privata, non in contravvenzione con le leggi dello stato. L'autorità ecclesiastica aveva soltanto autorizzato la celebrazione della Messa nell'attigua cappella, e il P. Francesco non faceva altro che pregare in essa per gli ospitalizzati che si ritenevano posseduti dal demonio, leggere loro brani del Vangelo e aspergerli con l'acqua benedetta. Dopo la liberazione dal carcere egli intentò causa contro i suoi persecutori. Di fronte alle storture, il sangue gli saliva alla testa. Il processo si concluse il 9-10-1871 con sentenza pienamente assolutoria da parte del Tribunale di Prima Istanza, confermata in seguito anche dal Tribunale di Appello quando l'interessato stava ormai per morire.
P. Francesco Palau aveva sortito da natura un fisico molto robusto, ma le lunghe dimore nelle grotte, i digiuni pressoché costanti, le prolungate vigilie, le continue incomprensioni delle autorità civili e religiose glielo avevano a poco a poco fiaccato.
L'ultimo e più grave colpo alla sua salute egli lo ricevette nel febbraio del 1872 quando, nell'ospedale di Calasanz, assistette con alcune sue discepole gli appestati. Recatesi successivamente a visitare la casa delle Sorelle di Tarragona contrasse la polmonite, che lo portò alla tomba il 20 marzo dello stesso anno. Fino all'ultimo respiro egli aveva dato segno di grande pietà. Il direttore di El Ermitano scrisse di lui: "Con l'ardire dell'apostolo, la chiaroveggenza del profeta e la fortezza del martire, né il carcere, né l'esilio, né le privazioni... furono sufficienti ad abbatterlo e a farlo retrocedere un solo istante dalla via che aveva imboccato fino dal momento in cui si era consacrato al servizio di Dio". Giovanni Paolo II ne riconobbe l'eroicità delle virtù il 10-11-1986 e lo beatificò il 24-4-1988.  
(Autore: Guido Pettinati – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Francesco di Gesù Maria Giuseppe, pregate per noi.  


*Beata Giovanna Veron - Vergine e Martire (20 marzo)

Scheda del Gruppo a cui appartiene:
“Beati Martiri di Laval - Vittime della Rivoluzione Francese”

Quelaines, Francia, 6 agosto 1766 - Ernée, Francia, 20 marzo 1794
Jeanne Véron, religiosa professa delle Soeurs de la Charité de Notre-Dame d’Evron, era addetta alla scuola parrocchiale di St-Pierre-des-Landes e spiccava per la sua dolcezza verso il prossimo. Fu ghigliottinata durante la Rivoluzione Francese per avere rifiutato i giuramenti prescritti e nascosto i preti refrattari al giuramento. Venne portata al patibolo in barella poiché idropica. Le sue spoglie mortali, insieme a quelle della consorella Francoise Tréhet, dal 1814 sono venerate nella chiesa di St-Pierre-des-Landes. Entrambe furono beatificate il 19 giugno 1955.
Martirologio Romano: A Ernée nel territorio di Mayenne in Francia, beata Giovanna Véron, vergine e martire, che si dedicò alla cura dei fanciulli e dei malati e fu trafitta con la spada durante la rivoluzione francese per aver nascosto dei sacerdoti ai persecutori.
Jeanne Véron nacque presso Quelaines il 6 agosto 1766. Professò i voti religiosi nella Congregazione delle Soeurs  de la Charité de Notre-Dame d’Evron, dedite all’educazione delle giovani ed a varie opere di carità.
Per il loro caraterristico abito di colore grigio, erano note come “le piccole sorelle grigie”. Fu inviata a Saint-Pierre-des-Landes a coadiuvare la consorella Francesca Tréhet nella gestione della scuola parrocchiale da lei fondata, nell’insegnamento ed inoltre nell’assistenza ai malati.
Giovanna spiccava per la sua dolcezza verso il prossimo, la gentilezza e la carità.
Si prospettavano però tempi per niente tranquilli per la Chiesa e l’intera nazione francese.
Con l’avvento della Rivoluzione, infatti, nonostante non vi furono denunce o lamentele nei confronti delle due suore, furono comunque inserite in una lista di condannati alla ghigliottina, per poi essere arrestate tra la fine di febbraio ed i primi di marzo del 1794.
Furono entrambe detenute ad Ernée, Francesca in prigione, mentre la consorella Giovanna in ospedale, in quanto gravemente ammalata.
Il 13 marzo toccò alla prima essere processata ed uccisa, ma sette giorni dopo toccò infine a Jeanne Véron essere condotta in tribunale su una sedia a rotelle.
Qui le fu allora richiesto di gridare: “Lunga vita alla Repubblica!”, ma la religiosa rifiutò e venne allora definitivamente condannata.
Il verdetto redatto dalla commissione l’accusò di aver “nascosto sacerdoti refrattari e nutrito e protetto dei rivoltosi vandeani”.
Alla tragica sentenza fu data esecuzione quel medesimo giorno e Giovanna dovette essere trasportata sul patibolo in barella: aveva soli ventotto anni.
Le sue spoglie mortali, insieme a quelle della consorella Francoise Tréhet, dal 1814 sono venerate nella chiesa di St-Pierre-des-Landes.
Entrambe furono beatificate il 19 giugno 1955, insieme ad altri martiri della diocesi di Laval.  
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Giovanna Veron, pregate per noi.  

 

*San Giovanni Nepomuceno - Martire (20 marzo)
Napomuk, Boemia, 1330 - 1383
Nacque nel 1330 a Napomuk, in Boemia, fu consacrato sacerdote a Praga e divenne predicatore di corte del re Venceslao. La moglie del re, Giovanna di Baviera, conosciutolo, lo scelse come confessore.
Il re, corrotto, sospettava che Giovanna gli fosse infedele e la tormentava spesso per conoscere ciò che esisteva solo nella sua mente.
Si rivolse così a Giovanni per conoscere le confessioni della donna. Ma il Santo si rifiutò di rispondere.
Nonostante le minacce Giovanni si mostrò inflessibile. Tale fermezza gli costò la condanna ad essere gettato nel fiume Moldava.
Sul ponte della città tra il sesto e il settimo pilastro venne gettato nella corrente.  
Era l'anno 1383.  (Avvenire)
Etimologia: Giovanni = il Signore è benefico, dono del Signore, dall'ebraico
Emblema: Palma, cinque stelle, abito talare
Martirologio Romano: A Praga in Boemia, San Giovanni Nepomuceno, sacerdote e martire, che nel difendere la Chiesa patì molte ingiurie da parte del re Venceslao IV e, sottoposto a torture e supplizi, fu infine gettato ancora vivo nel fiume Moldava.
San Giovanni Nepomuceno è il martire del sigillo sacramentale.
Nacque nel 1330 a Napomuk, in Boemia. Cominciò gli studi ecclesiastici nella città di Praga e fu consacrato sacerdote dall’arcivescovo di quella città.
Appena ordinato, si diede con zelo alla sacra predicazione, e il re Venceslao lo volle come predicatore di corte.
Non passò molto tempo che l’arcivescovo, per dargli un premio volle eleggerlo canonico della
cattedrale e l’imperatore lo propose alla sede vescovile di Leitometitz. Spaventato il buon canonico di tanti onori e responsabilità, riuscì a persuadere il sovrano a ritirare la sua proposta.
La moglie di Venceslao, la piissima Giovanna di Baviera, conosciutolo, lo elesse per suo confessore e direttore di spirito.
La buona regina passava ore intere dinanzi al Santissimo Sacramento, fuggiva anche l’ombra del peccato ed era a tutti esempio di grande virtù.
Però il re, corrotto, sospettava che Giovanna gli fosse infedele e la tormentava spesso per conoscere ciò che esisteva solo nella sua mente.
Riuscendo naturalmente infruttuose tutte le sue investigazioni, e non essendo ancora convinto dell’innocenza della consorte, deliberò di interrogare il suo confessore e farsi rivelare da lui, o per amore o per forza, quanto la regina gli diceva in confessionale.
Chiamato a sé Giovanni, lo interrogò in belle maniere e con promesse di onori gli intimò di parlare.
Il Santo rabbrividì alla proposta e rispose con coraggio che in quella richiesta non poteva assolutamente obbedirlo.
Dopo essere stato minacciato della prigionia, e anche di peggio, fu richiamato dopo qualche giorno a svelare quanto gli era stato ordinato.
Ma Giovanni si mostrò inflessibile sia quella volta che una terza, quando il re lo invitò a  un pranzo.
All’ennesimo fermo rifiuto il re ordinò ai suoi sgherri di gettarlo nel fiume Moldava che passa per Praga.
Di notte, perché non vi fosse il pericolo di una sommossa del popolo.
Giovanni venne condotto sul ponte della città e, tra il sesto e il settimo pilastro (dove ancora una croce ricorda il delitto), venne gettato nella corrente.  
Era l’anno 1383.
Il mattino seguente però sulle sponde del fiume galleggiava un cadavere circondato da una luce misteriosa. Fu tratta alla riva e si riconobbe Giovanni.
Tutta la città fu sottosopra appena chiarito il mistero e conosciuto l’autore del misfatto.  
Con una processione, il corpo fu portato alla vicina chiesa di S. Croce, mentre ogni persona, piangente, accorreva a baciargli i piedi e a raccomandarsi alla sua intercessione.
(Autore: Antonio Galuzzi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Giovanni Nepomuceno, pregate per noi.  


*San Giuseppe (Josef) Bilczewski - Arcivescovo di Lviv dei Latini (20 marzo)  
Wilamowice, Polonia, 26 aprile 1860 - 20 marzo 1923
Arcivescovo di Leopoli dei latini, Giuseppe Bilczewski (1860 - 1923), durante la prima guerra mondiale fu punto di riferimento per cattolici, ortodossi ed ebrei per la città ucraina. E' stato canonizzato nel 2005.
Emblema: Bastone pastorale
Martirologio Romano: A Leopoli in Ucraina, Beato Giuseppe Bilezewski, vescovo, che con grande ardore di carità si adoperò per l’edificazione dei costumi e la formazione dottrinale del clero e del popolo di rito latino e, in tempo di guerra, sovvenne con ogni mezzo e premura alle necessità dei poveri e dei bisognosi.
Jozef (Giuseppe) nacque il 26 aprile 1860 a Wilamowice in Polonia da una famiglia di contadini, primo di nove figli. Molto studioso, alternava gli studi al lavoro dei campi in aiuto ai genitori; frequentò il ginnasio e il liceo a Wadowice diplomandosi, poi dando seguito alle sue aspirazioni, entrò nel seminario diocesano di Cracovia nel 1880, superati brillantemente tutti gli studi ed esami venne ordinato sacerdote nel 1884.
Dopo un anno di lavoro pastorale, fu inviato a Vienna e poi a Roma e Parigi per approfondire il dottorato in teologia, laureandosi nel 1890; ritornato in Polonia, poi ottenne un incarico di docente in teologia all’Università  Jaghellonica di Cracovia e infine nel 1891 ottenne un posto di professore di dogmatica presso l’Università di Leopoli.
Essendosi specializzato in archeologia cristiana, ottenne dal governo polacco una borsa di studio per compiere a Roma ulteriori ricerche sulle catacombe romane.
I suoi studi e ricerche lo portarono a pubblicare opere scientifiche e articoli su riviste specializzate. La sua profonda scienza, la simpatia innata, la bontà e gentilezza che lo distingueva, lo portarono ad essere eletto rettore dell’Università.
Il 17 dicembre 1900 fu nominato arcivescovo di Leopoli di rito latino con il consenso dell’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe, la sua consacrazione avvenne il 20 gennaio 1901 in cattedrale. La sua
opera pastorale è esplicata nel suo enorme programma delle attività spirituali, di formazione del clero, di organizzazione del rito cattolico.
Nel 1904 organizzò il 1° Congresso Mariologico in Polonia, instaurò il culto del Beato Giacomo Strepa, morto nel 1409, suo predecessore, attaccatissimo alla Sede Apostolica, fece numerose visite ‘ad limina’ ai sommi pontefici. Varie lettere pastorali sono state da lui prodotte ad edificazione dei fedeli e del clero della diocesi, i papi dell’epoca dimostrarono tutta la loro benevolenza nei suoi confronti fino all’ultima malattia che lo portò alla morte il 20 marzo 1923, assistito con la preghiera dell’intero capitolo metropolitano.
I suoi funerali furono un’apoteosi di affetto di tutta la popolazione e clero, con la rappresentanza del governo. Il beato Giuseppe Bilczewski ebbe una vita spirituale molto intensa racchiusa in tre parole: la preghiera, il lavoro e l’abnegazione di sé stesso; dedicava anche notti intere alla preghiera: Di lui il cardinale Wojtyla, nel 50° anniversario dalla morte, disse: “tutto il suo servizio pastorale può essere riassunto con le parole del Salmo: ‘Lo zelo per la tua casa mi divora’”. Nella cattedrale di Leopoli è stato innalzato un monumento alla sua persona il 20 marzo 1928; un miracolo avvenuto il 24 luglio 1995 su un ragazzo con gravi ustioni, ha coronato tutte le aspettative per la sua beatificazione, essendo favorevoli tutti i processi canonici richiesti. Papa Giovanni Paolo II l’ha innalzato agli onori degli altari, durante il suo pellegrinaggio apostolico in Ucraina il 26 giugno 2001 a Leopoli (Lviv).
Papa Benedetto XVI, nella sua prima cerimonia di canonizzazione, lo ha proclamato santo il 23 ottobre 2005 in piazza San Pietro. (Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Da giovane tutti lo considerano, come si suol dire, un “gran cranio”, per l’intelligenza viva e i risultati che ottiene negli studi. Da vescovo lo paragonano subito al Buon Pastore, per come appassionatamente si dedica alla sua diocesi. Da morto lo venerano subito come santo, fino a che la Chiesa lo proclama davvero tale. Giuseppe Bilczewiski nasce a cresce in una famiglia contadina, alternando lo studio al lavoro nei campi, per aiutare mamma e papà. Perché in casa ci sono altre otto bocche da sfamare, e lui è il maggiore. Lo fanno studiare, perché è intelligente e pieno di buona volontà, e lo dimostra diplomandosi a pieni voti.
Sogna di entrare in seminario e alla fine ci riesce: ha già vent’anni, ma quattro anni dopo è prete, perché ha bruciato le tappe e superato brillantemente tutti gli esami. Appena un anno di lavoro pastorale e poi lo mandano a Vienna, Roma e Parigi per proseguire gli studi e laurearsi. Inizia per lui una brillante carriera di insegnante universitario, prima a Cracovia e poi a Leopoli, fino ad essere nominato rettore: incanta i colleghi, con la sua cordialità, affascina gli studenti con la sua disponibilità, stupisce il mondo scientifico con la profondità e scientificità dei suoi studi. Vince anche una borsa di studio statale per approfondire nelle catacombe romane i suoi studi e le sue ricerche di archeologia cristiana.
Nel 1900 lo propongono per la sede vescovile di Leopoli e su questa nomina c’è il consenso dell’imperatore austriaco, segno della fama e della stima che lo circondano. Così è consacrato vescovo ad appena 40 anni e lo studioso diventa anche pastore. Anzi, è quest’ultimo aspetto a prevalere nel vescovo Giuseppe, che racchiude il suo programma pastorale nelle parole “sacrificarsi per la Chiesa”. Parole che diventano un  programma di vita da attuare in una completa disponibilità, in una grande generosità, in una illuminata azione pastorale. Il lavoro non gli fa paura e così, nel pieno del suo vigore fisico, visita instancabilmente la diocesi, per sostenere i suoi preti e incoraggiare i fedeli; fa numerose visite “ad limina” ai sommi pontefici, per sottolineare l’attaccamento suo e della diocesi alla Sede apostolica; scrive numerose lettere pastorali per spiegare e inculcare il culto all’Eucaristia e al Sacro Cuore, la pratica della confessione e l’importanza dell’educazione religiosa dei bambini e dei giovani.
Sono parole, le sue, che nascono da una intensa spiritualità che ha in Gesù il suo centro e nella Madonna un modello e una guida. Muore, ad appena 63 anni, il 23 marzo 1923.
Giovanni Paolo II° lo proclama beato nel 2001, particolarmente lieto di considerarlo nella linea della sua successione apostolica (il vescovo Giuseppe consacrò il vescovo Twardowski, il quale ordinò il vescovo Baziak, il quale a sua volta conferì l’ordinazione vescovile a Woityla).
La morte, un anno fa, non gli permette di canonizzare questo suo grande connazionale, che proveniva dalla sua stessa terra e che aveva lavorato nella sua stessa città.
Un onore e un piacere riservato a Benedetto XVI, nella sua prima cerimonia di canonizzazione il 23 ottobre 2005.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Giuseppe Bilczewski, pregate per noi.


*Beato Ippolito Galantini - Laico, Fondatore (20 marzo)
Figlio di un tessitore e lavoratore al telaio egli stesso, Ippolito Galantini spese tutta la vita - trascorsa nella natìa Firenze - per la catechesi.
Nato nel 1586, dodicenne anni iniziò a radunare i suoi coetanei per istruirli nella fede. Nonostante le umili origini e la giovanissima età, l'arcivescovo Alessandro de' Medici (poi Papa Leone XI) lo volle come maestro di dottrina cristiana nella chiesa di Santa Lucia al Prato.
Aiutato da alcuni benefattori che gli fornirono un oratorio, continuò nella sua attività, aiutando anche il padre nel mestiere.
Nel 1604 diede vita alla Congregazione di San Francesco della Dottrina cristiana, subito diffusasi. Morì nel 1619 ed è beato dal 1825. (Avvenire)
Etimologia: Ippolito = che scioglie i cavalli, dal greco
Martirologio Romano: A Firenze, Beato Ippolito Galantini, che fondò il Sodalizio della Dottrina Cristiana e si adoperò assiduamente per l’istruzione catechistica dei fanciulli e dei semplici.  
Un Beato precoce sulla via della perfezione e della santità; Ippolito Galantini, fiorentino, nacque il 12 ottobre 1565 e sin da quando era bambino amava raccogliersi in preghiera in chiesa, ascoltando prediche e ripetendole ai suoi giovanissimi coetanei, che radunava intorno a sé.
Appena un po’ più grandicello prese ad aiutare il padre tessitore; cercò di abbracciare la vita religiosa, ma la sua giovane età, anche se di maturità precoce, non lo permise.

Verso i dodici anni radunava i suoi amici coetanei per istruirli nella religione cattolica, ed era tanto l’impegno e la capacità che metteva in questo compito, che sia pur così giovane, venne scelto come maestro di dottrina cristiana nella chiesa di S. Lucia al Prato, dall’arcivescovo di Firenze Alessandro de’ Medici (poi divenuto Papa Leone XI).
Non poté entrare fra i frati cappuccini a causa della sua cagionevole salute, quindi continuò la sua opera come catechista, sino a diventare a soli 17 anni capo della Congregazione di S. Lucia e poi di quella del S. Salvatore; nel contempo continuò ad aiutare il padre, con sua grande fatica.
Aiutato da alcuni generosi concittadini, poté avere un oratorio tutto suo, dove poter esercitare in permanenza il suo apostolato, iniziato il 14 ottobre 1602 e compiuto nel 1604, prendendo il nome di Congregazione di S. Francesco della Dottrina Cristiana.
La notorietà di questa Congregazione si sparse anche in altre città dove venne invitato ad istituirne altre sul luogo, la sua opera si propagò soprattutto in Emilia e Toscana. È considerato per l’impegno profuso e per il votarsi interamente all’apostolato dell’istruzione religiosa, per le classi più modeste della popolazione, uno dei più eroici campioni che il laicato abbia dato alla restaurazione cattolica.
Lui figlio umile del popolo, semplice operaio, si vide affiancato nell’opera, anche da personaggi di alto rango sociale, che non disdegnarono di farsi maestri di catechesi al popolo.
Combatté per 14 anni con varie malattie, che lo tormentarono con atroci sofferenze, sopportate con alto sacrificio.
Il 20 marzo 1619 Ippolito Galantini morì a Firenze, tra la costernazione generale; tanta era la fama della sua santità che il suo sepolcro divenne subito meta di pellegrinaggi, venendo invocato per ricevere grazie da Dio.
Le Regole e le costituzioni per la sua Congregazione della Dottrina Cristiana, furono da lui stesso dettate; i fiorentini chiamarono i membri “Vanchetoni” per la loro grande modestia; il suo profondo sentimento di pietà e di apostolato, fu espresso in alcuni suoi scritti fra cui gli “Esercizi delle scuole di spirito”.
Papa Benedetto XIV nel 1756 lo dichiarò venerabile e Papa Leone XII lo beatificò il 19 giugno 1825. La sua festa si celebra il 20 marzo.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Ippolito Galantini, pregate per noi.   


*San Leonzio di Saintes - Vescovo (20 marzo)

† 640 ca.

San Leonzio è il tredicesimo vescovo di Saintes. Nella lista ufficiale dei vescovi della diocesi, succede ad Audeberto e precede Bertario.
La diocesi è attestata a partire dal IV Secolo. Primo vescovo e patrono della diocesi è Sant’Eutropio. La prima cattedrale fu eretta durante l’episcopato di Palladio alla fine del VI Secolo.
Nella Diocesi di Saintes furono celebrati diversi concili provinciali a partire dal 562.
San Leonzio governò la diocesi per vari anni e lo troviamo prima del 625 e dopo il 637.
Di questo vescovo non sappiamo nulla.
La sua presenza è attestata solo da due testimonianze.
Nella prima afferma che San Leonzio ha partecipato al concilio di Clichy del 627, sottoscrivendone le decisioni.
La seconda si trova nella biografia di San Macuto (o Malo). In quel testo si afferma che il santo accolse il vescovo bretone di Saintes, "verso la fine della sua vita nell’anno 637".
In alcuni martirologi si tramanda che San Leonzio sia morto intorno al 640.
La sua festa nel proprio della diocesi di La Rochelle è stata fissata nel giorno 20 marzo.

(Autore: Mauro Bonato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Leonzio di Saintes, pregate per noi.  


*Santa Maria Giuseppina del Cuore di Gesù (Sancho de Guerra) (20 marzo)  
Vitoria, Spagna, 7 settembre 1842 - Bilbao, 20 marzo 1912
Martirologio Romano:
A Bilbao nella Guascogna in Spagna, Santa Maria Giuseppa del Cuore di Gesù Sancho de Guerra, vergine, fondatrice della Congregazione delle Suore Serve di Gesù, che formò soprattutto alla cura dei malati e dei poveri.
Vita e Opere
Maria Giuseppa del Cuore di Gesù, figlia primogenita di Bernabé Sancho, seggiolaio, e di Petra de Guerra, casalinga, nacque a Vitoria (Spagna) il 7 settembre 1842, e fu battezzata il giorno seguente. Secondo la prassi allora vigente, fu cresimata due anni dopo, il 10 agosto 1844. Rimasta orfana di padre all'età di sette anni, la mamma la preparò alla Prima Comunione, che ricevettea dieci anni.
Quindicenne fu inviata a Madrid presso alcuni parenti per ricevere una educazione e una formazione più completa. Tratti caratteristici della sua infanzia e fanciullezza furono: una forte pietà verso l'Eucaristia e la Vergine Maria, una spiccata sensibilità verso i poveri e gli ammalati e una inclinazione alla ritiratezza.
Tornata a Vitoria verso i 18 anni, manifestò alla madre il desiderio di entrare in monastero, sentendosi da tempo attratta alla vita claustrale.
Da adulta, la Beata Maria Giuseppa soleva ripetere: "Sono nata con la vocazione religiosa". Solo che, a giudicare dalle circostanze, si evince che passò attraverso varie esperienze non senza
contrastanti suggerimenti di saggi ecclesiastici, prima di trovare la forma definitiva della sua vocazione. Fu, infatti, in procinto di entrare fra le Concezioniste contemplative di Aranjuez nel 1860, ma ne fu impedita per il sopraggiungere di una grave malattia di tifo. Sua madre l'aiutò a superare la delusione.
Nei mesi successivi le sembrò di comprendere che il Signore la chiamava ad un genere di vita religiosa attiva. Fu così che si decise ad entrare nell'Istituto delle Serve di Maria, di recente fondato a Madrid da Santa Soledad Torres Acosta. Con l'avvicinarsi del tempo della professione, fu assalita da gravi dubbi ed incertezze sulla sua effettiva chiamata in quell'Istituto. Aprì il suo animo a diversi confessori e si sentì dire che aveva sbagliato vocazione. I contatti col Santo Arcivescovo Claret e i colloqui sereni con la stessa Santa Soledad Torres Acosta, maturarono gradualmente la decisione di uscire dall'Istituto delle Serve di Maria per dar vita a una nuova famiglia religiosa, che avesse per scopo esclusivo l'assistenza ai malati negli ospedali e a domicilio. Condividevano questo ideale altre quattro Serve di Maria, che, con licenza del Cardinale Arcivescovo di Toledo, uscirono insieme con lei allo stesso scopo.
La nuova fondazione si fece a Bilbao nella primavera 1871, quando Maria Giuseppa aveva 29 anni. Da allora, e poi per 41 anni di seguito, fu superiora del nuovo Istituto delle Serve di Gesù. Si sobbarcò a penosi viaggi per visitare le varie comunità, finché una lunga malattia la confinò nella Casa di Bilbao. Costretta a letto o in poltrona, seguiva la vicende delle varie Case in Spagna e fuori mediante una fitta e preziosa corrispondenza. Alla sua morte, avvenuta dopo lunghi anni di sofferenze, il 20 marzo del 1912, erano 43 le Case fondate ed oltre un migliaio il numero delle sue suore.
La sua santa morte provocò una grande emozione a Bilbao e in altre numerose località dove era conosciuta attraverso le Case del suo Istituto. Anche i funerali ebbero una risonanza straordinaria. Fu sepolta nel cimitero cittadino di Bilbao. Già nel 1926, crescendo la fama di santità, i suoi resti mortali furono traslati nella Casa Madre dell'Istituto e tumulati nella cappella, dove tuttora riposano.
Spiritualità
Gli scritti e le testimonianze oculari mettono in evidenza i cardini della spiritualità della Beata Maria Giuseppa:
1) Grande amore all'Eucaristia e al Sacro Cuore;
2) Profonda adorazione del mistero della Redenzione e intima partecipazione al dolore di Cristo e alla sua Croce;
3) Somma dedizione al servizio agli infermi in un contesto di spirito contemplativo.
Ecco alcune espressioni significative tratte dai suoi scritti:
"La carità e il reciproco amore costituiscono anche in questa vita il paradiso delle comunità. Senza croce non potremo vivere dovunque andiamo, perché la vita religiosa è vita di sacrificio e di abnegazione. ll fondamento della più grande perfezione è l'amore fraterno".
"Non crediate, sorelle, che l'assistenza consista solo nel porgere all'ammalato medicina e cibo. V'è un altro tipo di assistenza che non può mai essere dimenticato ed è l'assistenza del cuore che si adegua ed entra in simpatia con la persona che soffre e va incontro alle sue necessità".
"Formiamo nel Cuore divino di Gesù il nostro centro di comunicazione con Lui. Possiamo farlo con la frequenza che desideriamo senza timore di molestare nessuno; solo con Gesù sarà la nostra intimità" .
Il Carisma di servire gli infermi
L'impronta specifica impressa dalla Beata all'Istituto delle Serve di Gesù riflette la sua esperienza interiore di anima consacrata al servizio caritatevole del prossimo, specialmente infermo, in un contesto di spirito contemplativo. Troviamo espresso bene questo suo concetto nel Directorio de Asistencias da lei scritto, dove arriva ad affermare che la Serva di Gesù procura all'infermo, che lei accompagna fino alla porta dell'eternità, un bene maggiore di quello del missionario che con la sua predicazione richiama gli erranti al retto sentiero della vita.
"In questo modo - scrive - le funzioni materiali del nostro Istituto, destinate a procurare la salute corporale del prossimo, si elevano a grande altezza e fanno diventare la nostra vita attiva più perfetta di quella contemplativa, come insegna l'Angelico maestro San Tommaso a proposito dei lavori diretti alla salvezza dell'anima derivanti dalla contemplazione"
Con questo spirito le Serve di Gesù, dalla morte della Beata e fino ad oggi, hanno continuato il loro servizio ai malati, con una generosa oblazione di vita che ricorda quella della loro Fondatrice.
Inoltre, in conformità ai progressi dei tempi e alle contingenze della vita moderna, alla primaria finalità di assistenza agli infermi, il ricovero e la cura di donne anziane, e l'accoglienza ed assistenza di bambini negli asili nido, ne hanno aggiunto un'altro: mense per persone in difficoltà, centri d'accoglienza per malati di AIDS, centri di giorno per anziani, pastorale della salute, e altre opere di carità e beneficenza, soprattutto negli Stati più poveri dell'America Latina e dell'Asia. Oggi le 1.050 Suore dell'Istituto delle Serve di Gesù sono presenti oltre che in Spagna, in Italia, Francia, Portogallo, Cile, Argentina, Paraguay, Colombia, Ecuador, Perù, Messico, Repubblica Dominicana, Filippine.
Iter della Causa
Già pochi anni dopo la morte della Madre Maria Giuseppa, l'Istituto delle Serve di Gesù progettava l'inizio della Causa di Canonizzazione, che, però, per circostanze avverse, tra cui la guerra civile spagnola del 1936 e la seconda guerra mondiale, poté attuarsi soltanto poco prima dello scadere del trentennio.
a) Il 31 maggio 1951 prese l'avvio il Processo Ordinario Informativo di Bilbao.  b) Il 7 gennaio 1972 si ebbe il Decretum super introductione Causae.
c) Il 7 settembre 1989 fu promulgato il Decretum super Virtutibus.
d) Il 27 settembre 1992 fu solennemente beatificata in Piazza San Pietro.
e) Nel concistoro del 10 marzo 2000, Santissimo Giovanni Paolo II fissa la data della  Canonizzazione  per il 1 ottobre 2000.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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+San Martino di Braga – Vescovo

Pannonia (attuale Ungheria), circa 510 - Braga (Portogallo), 20 marzo 579
«Si istruì a tal punto nelle lettere che veniva considerato secondo a nessuno nel proprio tempo». É il ritratto scelto da Gregorio di Tours per descrivere il suo contemporaneo Martino.
Il Santo nasce circa nel 510 in Pannonia (Ungheria) e muore il 20 marzo 579 a Braga (Portogallo). Il suo apostolato sarà in Galizia e in modo particolare nelle regione degli Svevi. Sarà il primo vero evangelizzatore di quella regione europea. Diventerà vescovo di Dumio. Le sue spoglie mortali riposano, dopo varie peregrinazioni nella cattedrale di Braga. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Braga in Portogallo, San Martino, vescovo, che, originario della Pannonia, ebbe dapprima la sede di Dume e poi quella di Braga; per il suo zelo e la sua predicazione gli Svevi, abbandonata l’eresia ariana, abbracciarono la fede cattolica.
"Si istruì a tal punto nelle lettere, che veniva considerato secondo a nessuno nel proprio tempo".
Così parla di Martino il suo contemporaneo Gregorio di Tours, nella Storia dei Franchi.
Il luogo dei suoi studi è la Palestina, dove giunge pellegrino dall’attuale Ungheria; ma quello che doveva essere un pellegrinaggio finisce per  trasformarsi in un soggiorno di anni, durante i quali Martino acquista una profonda conoscenza dei filosofi greci e romani, che egli studia direttamente nelle loro lingue.
Nello stesso tempo, Martino si accosta ai Padri del deserto: la loro spiritualità influenza moltissimo questo studioso, al punto da farne anche un asceta e poi un apostolo, un evangelizzatore appassionato. Studiare, per Martino, significa vivere direttamente, fisicamente, i giorni, gli usi, i sentimenti di chi lo circonda.
l’Oriente, eccolo verso l’anno 550 da tutt’altra parte del mondo allora conosciuto: in Galizia, nel nord-est della Penisola iberica, dove si è insediata da circa un secolo la popolazione germanica degli Svevi, i quali hanno creato un proprio regno. Gli Svevi sono stati avviati al cristianesimo da predicatori ariani.  
E Martino diviene con il tempo l’eminente protagonista del loro passaggio al cattolicesimo. Per lui questa diventa la missione di tutta la vita. La sua “rampa di lancio” per la rievangelizzazione degli Svevi è il monastero che ha fondato a Dumio.
Di qui, infatti, partono con lui gli evangelizzatori che ha istruito e formato personalmente, e che ora lavorano sul suo esempio.
Questo “pannonio” (ungherese), passato attraverso la cultura greco-latina e il monachesimo d’Oriente, riesce nell’impresa di farsi “svevo con gli svevi”, facendo accogliere la dottrina cattolica nella sua integrità e autenticità, conciliandola sapientemente con il carattere e con la sensibilità di questo popolo.
Martino si fa accettare e ascoltare come uno di loro: addirittura diventa uno dei personaggi più eminenti del regno svevo. Consacrato vescovo di Dumio e poi arcivescovo di Braga, è anche il grande organizzatore della struttura ecclesiastica nel territorio.
Attraverso il concilio locale che egli presiede, con gli scritti e con l’insegnamento, migliora la formazione culturale e pastorale del suo clero; e ne regola la disciplina, specialmente con i cosiddetti Capitula Martini, che sono regole da lui formulate avendo come guida la spiritualità orientale, di cui si è personalmente arricchito durante il soggiorno in Terrasanta.
Già in vita gli si attribuiscono miracoli, e dopo la morte nasce spontaneo il culto nei suoi confronti.
Le sue spoglie mortali, dopo varie peregrinazioni a causa di guerre e invasioni, si trovano ora nella cattedrale di Braga.
(Autore: Domenico Agasso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Santi Martiri di San Saba (20 marzo)
m. 797
Martirologio Romano:
Nel monastero di Mar Saba in Palestina, martirio dei Santi venti monaci, che durante un’incursione dei Saraceni morirono soffocati dal fumo nella chiesa della Madre di Dio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Niceta di Apolloniade - Vescovo (20 marzo)

Martirologio Romano: Commemorazione di San Niceta, vescovo di Pojani in Macedonia, che fu mandato in esilio dall’imperatore Leone l’Armeno a motivo del culto delle sacre immagini.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Santi Paolo, Cirillo, Eugenio e Compagni - Martiri (20 marzo)
Martirologio Romano: Ad Antiochia di Siria, oggi in Turchia, Santi Paolo, Cirillo e altri, martiri.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*Sant'Urbicio di Metz - Vescovo (20 marzo)

sec. V

Martirologio Romano: A Metz nella Gallia belgica, nell’odierna Francia, Sant’Urbizio, vescovo.
Sant’Urbicio (Urbice o Urbizio) è il quindicesimo vescovo di Metz.
La diocesi di Metz, eretta probabilmente verso la fine del III secolo, riconosce come primo vescovo San Celemente.
Nella lista episcopale della diocesi San Urbicio è collocato dopo Sant’Autore, menzionato nel 451 e Sant’Eplezio.
Sappiamo che dopo di lui venne nominato il vescovo Bonolo.
Una nota leggendaria che ci è stata tramandata è la vendita del suo titolo di arcivescovo per raccogliere dei soldi al fine di aiutare il popolo durante una grave carestia.
É stato sepolto a San Maximin.
Le sue reliquie, rivenute nel 1516, furono traslate definitivamente nella chiesa di Saint’Eucario.
La sua festa ricorre il 20 marzo.

(Autore: Mauro Bonato – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
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*San Vulfranno - Arcivescovo di Sens (20 marzo)  
m. 700/703 circa
Martirologio Romano:

Nel monastero di Fontenelle nella Neustria, in Francia, deposizione di San Vulframno, che, prima monaco e poi vescovo di Sens, si dedicò a donare al popolo frisio l’annuncio del Vangelo; tornato infine nel monastero di Fontenelle, vi riposò in pace.
(Fonte:
Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - San Vulfranno, pregate per noi.  


*Altri Santi del giorno (20 marzo)
*San
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.


 
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