Santi del 20 Novembre - Istituto Aveta

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Santi del 20 Novembre

Il mio Santo > I Santi di Novembre

*Beato Ambrogio Traversari - Monaco (20 novembre)

Portico di Romagna, 1386 - Firenze, 1439
Ambrogio Traversari è ricordato nella storia della Chiesa e in quella della letteratura.
Appartenne inoltre alla storia della diplomazia della Chiesa, in un'epoca delicata e difficile, e in questa si acquistò meriti altissimi, pari soltanto alla sua altissima umiltà. Infine appartenne alle glorie di un glorioso Ordine italiano, quello dei Camaldolesi.
Umanista e maestro di umanisti; legato pontificio e Padre conciliare; Abate camaldolese e riformatore del suo Ordine, amico e sostenitore di Cosimo de' Medici, e Beato della Chiesa.
Era nato da nobile famiglia toscana, e si fece monaco camaldolese a 14 anni quando, al principio del '400, la prima generazione degli artisti dei Rinascimento cominciava a stampare la propria impronta sul volto della città. Suo coetaneo e compagno di vocazione fu il domenicano Giovanni da Fiesole, detto il Beato Angelico.
Monaco a Santa Maria degli Angioli, a Firenze, dove ebbe per confratello il pittore e miniatore Lorenzo Monaco, fu sensibile e aperto ai fermenti della nuova cultura fiorentina, studiando il
greco, il latino, l'ebraico, la letteratura e la filosofia classica. Insegnava ai giovani, religiosi e laici, e formò studiosi e letterati come Giannozzo Manetti e Poggio Bracciolini. La sua cella, come quella dell'agostiniano Luigi Marsili, a Santo Spirito, fu punto d'incontro degli ingegni più vivi del suo tempo.
Religioso serio, di carattere dolce e benevolo, percorse rapidamente la carriera in seno al proprio Ordine, fino a diventare superiore generale. Per il suo distacco di sapiente e la sua serenità di uomo di studio, fu incaricato a più riprese di svolgere opera di mediatore e di pacificatore, in missioni diplomatiche spesso assai delicate, non soltanto di carattere religioso, ma anche civili e politiche.
Il Papa Eugenio IV lo incaricò della riforma del suo Ordine, e Ambrogio Traversari assolse il compito con somma prudenza e pazienza.
Visitando i monasteri, poté raccogliere e studiare codici antichi e manoscritti preziosi.
A Roma, fu bibliotecario del Papa e dei Cardinali. A Firenze, si adoperò per il ritorno dell'esule Cosimo de' Medici, futuro Signore della città. Legato pontificio al Concilio di Basilea, sostenne le ragioni e il prestigio del Papato. Più tardi ebbe grande parte nel Concilio, apertosi a Ferrara e proseguito a Firenze, per l'unione tra la Chiesa greca e la latina, facendovi intervenire il Patriarca di Costantinopoli e lo stesso Imperatore bizantino. La felice conclusione di quel Concilio, nel 1439, fu anche il trionfo di Ambrogio Traversari, che aveva vergato con il suo stile di umanista il documento di unione tra le due Chiese sorelle.
Il monaco camaldolese non sopravvisse di molto a quel consolante avvenimento. Morì nello stesso anno, non ancora vecchio.
E mentre il suo nome restava alto nel firmamento della cultura italiana, attorno al suo ricordo si accendeva il culto riservato ai Beati.
(Fonte: Archivio della Parrocchia)
Giaculatoria - Beato Ambrogio Traversari, pregate per noi.

 

*Beate Angela di San Giuseppe (Francesca Onorata Lloret Marti) e 14 compagne - Vergini e Martiri (20 novembre)
Scheda del Gruppo a cui appartengono:
"Beate Martiri Spagnole della Congregazione della Dottrina Cristiana"

+ Valencia, Spagna, 20 novembre 1936
Martirologio Romano:
Vicino a Valencia in Spagna, Beate Angela di San Giuseppe (Francesca) Lloret Martí e quattordici compagne, vergini e martiri: superiora generale la prima, religiose della Congregazione della Dottrina Cristiana le altre, subirono il martirio per la fede in Cristo nella persecuzione contro la Chiesa scoppiata durante la guerra civile.
Francesca Onorata Lloret Martì nacque il 16 gennaio 1875 a Villajoyosa (Valenza) da Francesco e Carmen.
Conseguito il titolo di maestra, intraprese l'insegnamento. Nel 1903 entrò nella Congregazione della Dottrina Cristiana, nella quale ricopri incarichi di superiora locale, segretaria generale e superiora generale. Esercitava quest'ultimo quando patì il martirio, con le consorelle, la notte del 20 novembre 1936, nel maneggio di Paterna.
Ecco le altre vittime:
(Orts Baldo) Maria del Suffragio: nacque il 9 febbraio 1888 ad Altea (Alicante) da Gaspar e Rosaria. Studiò privatamente, entrando nella congregazione nel 1922. Fu superiora locale, maestra delle novizie e vicaria generale;
(Llimona Planas) m. Maria di Montserrat nacque il 2 novembre 1860 a Molina de Rey (Barcellona) da Giovanni e Maria. Entrò nella congregazione nel 1882 poco dopo la fondazione di questa. Ricoprì la carica di superiora generale per 33 anni;
(Duart Roig) m.Teresa di San Giuseppe: nacque il 20 maggio 1876 a Benifayo de Espioca (Valenza) da Giuseppe e Rosa. Entrò nella congregazione nel 1889. Ricoprì le cariche, di maestra delle novizie e superiora locale;
(Ferrer Sabria) m. Isabella: nacque il 15 novembre 1852 a Villanueva y Geltrù (Barcellona) da Giuseppe e Mariana. Fu co-fondatrice della congregazione nel 1880. Ricopri la carica di superiora locale;
(Mongoche Homs) sr. Maria dell'Assunzione: nacque il 12 luglio 1859 a Ulldecona (Tarragona) da Pietro e Isabella. Entrò nella congregazione nel 1885. Ricoprì la carica di superiora locale.
(Martì Lacal) sr. Maria Concezione: nacque l'8 novembre 1861 a Carlet (Valenza) da Vincenzo e Maria. Entrò nella congregazione nel 1885;
(Carot) sr. Maria Grazia Paola di Sant'Antonio: nacque il 1° giugno 1869 a Valenza da Vincenzo e Leonarda. Entrò nella congregazione nel1900. Si dedicò all'insegnamento;
(Gómez Vives) sr. Cuore di Gesù: nacque il 6 febbraio 1881 a Valenza da Giovanni e Vincenza. Conseguì il titolo di maestra entrando nella congregazione nel 1906. Esercitò per tutta la vita l'insegnamento e fu direttrice locale del collegio;
(Jiménez Baldovi) sr. Maria del Soccorso: nacque il 13 marzo 1885 a San Martin de Provenzals (Barcellona) da Gesù e Salvatora. Orfana di madre dalla prima infanzia, fu educata nella casa della misericordia. Entrò  nella congregazione nel 1907;
(Suris Brusola) sr. Maria Dolores: nacque il 17 febbraio 1899 a Barcellona da Gerardo e Carità. Orfana di madre fin dalla prima infanzia entrò nella congregazione nel 1918. Si dedicò all'insegnamento;
(Pasqual Pallardo) sr. Ignazia: nacque nel 1862 (si ignora il giorno, perché gli archivi parrocchiali sono scomparsi). Entrò nella congregazione nel 1889;
(Calpe Ibenez) sr. Maria del Rosario: nacque il 25 novembre 1855 a Sueca (Valenza) da Mariano e Leandra. Entrò nella congregazione nel 1893, era sorella cuciniera;
(Lòpez Garcìa) sr. Maria della Pace: nacque il 12 agosto 1885 a Turis (Valenza) da Pietro e Maria. Entrò nella congrezione nel 1911. Era sorella cuciniera e infermiera;
(Aurea Navarro) sr. Marcella: nacque nella provincia di Albarete, entrando nella congregazione nel 1934. Era dedita all'insegnamento;
(Amparo Rosat Balasch) m. Maria del Sacro Cuore: nacque il 15 ottobre 1873 a Mislata (Valenza) da Emanuele e Teresa. Entrò nella congregazione nel 1896 ricoprì la carica di superiora locale. Esercitava quest'ultima a Carlet, quando patì il martirio con sr. Calvario, la mattina presto del 27 settembre 1936;
(Romero Clariana) sr. Maria del Calvario: nacque l'11 aprile 1871 a Carlet, (Valenza) da Agostino e Giuseppa. Entrò nella congregazione nel 1892. Era sorella cuciniera e patì il martirio con m. Maria del Sacro Cuore nello stesso luogo e lo stesso giorno.
Le spoglie mortali delle martiri (con l'eccezione di quelle di m. Maria del S. Cuore e di Sr. Maria del Calvario), furono sepolte in un primo tempo nel cimitero di Valenza. Poi, il 10 maggio 1940 furono esumate, identificate e traslate a Mislata (Valenza) nel cimitero locale. Oggi riposano nel Pantheon costruito per i martiri. Il processo super fama martyrii è stato portato a termine a Valenza e trasferito alla Sacra Congregazione per le Cause dei Santi.
Il processo ordinario è stato aperto il 20 gennaio 1970.
(Autore: Juan Sànchez - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beate Angela di San Giuseppe e 14 compagne, pregate per noi.

 

*Sant'Avventore - Martire (20 novembre)

+ Torino, fine III secolo
«A Torino si festeggiano i Santi martiri Ottavio, Solutore e Avventore, soldati della legione Tebana, i quali, sotto l'imperatore Massimiano, combattendo valorosamente, furono coronati dal martirio».
Così il Martirologio romano racconta la storia di questi tre martiri della fine del II secolo. Il riferimento al «valoroso combattimento» si riferisce evidentemente alla loro determinazione nel dichiararsi cristiani nonostante la persecuzione instaurata da Massimiano. Dei tre santi una «Passione» del V secolo narra che essi fuggirono al massacro generale di Agaunum.
Inseguiti, furono presi nei pressi di Torino: Avventore e Ottavio, raggiunti, vennero trucidati sul posto. Solutore, invece, riuscì a proseguire nella fuga fino alle rive della Dora Riparia, dove, scoperto, fu decapitato.
Nel luogo della sepoltura dei tre nel V secolo sorse una basilica. Nel 1575 fu innalzata la «Chiesa dei martiri», che ne ospita ancor oggi le reliquie. (Avvenire)
Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Torino, Santi Ottavio, Solutore e Avventore, martiri.
Santi Ottavio, Solutore e Avventore, Martiri
Assolutamente nulla di certo è stato tramandato su questi gloriosi martiri ed il loro ricordo sarebbe andato di certo perduto se il primo vescovo di Torino, San Massimo, nel IV secolo non avesse citato i loro nomi nel titolo di uno dei suoi sermoni.
É singolare poi il fatto che nel testo egli narri la vicenda di questi eroici testimoni della fede cristiana senza alcun preciso riferimento geografico o temporale.
Da tale testo parrebbe di poter desumere che essi fossero cittadini torinesi, oppure primi missionari inviati ad evangelizzare la città.
Una “passio” risalente al V secolo, storicamente non attendibile, azzardò però l’ipotesi che essi potessero alcuni soldati appartenenti alla folta schiera della leggendaria Legione Tebea.
San Maurizio, capitano, ed i suoi compagni, esercito proveniente dall’Egitto e rifiutatisi di trucidare altri cristiani e sacrificare agli dei pagani, subirono il martirio in Svizzera presso Agaunum, ma ben presto iniziarono a sorgere voci su alcuni soldati scampati all’eccidio e divenuti evangelizzatori delle zone limitrofe sui vari versanti delle Alpi.
Si spiegherebbe in tal modo l’arrivo a Torino dei tre Santi.
Raggiunti però dai soldati fedeli all’imperatore, Avventore ed Ottavio sarebbero stati uccisi nei pressi della Dora Baltea, mentre Solutore sarebbe riuscito a fuggire nel Canavese, ma infine scoperto in una cava di sabbia sulle rive della Dora Baltea nei pressi di Caravino e decapitato su un sasso che ne conserverò le tracce vermiglie del suo sangue.
Una matrona romana di Ivrea, impietosita, ne raccolse il corpo e con la sua quadriga lo trasportò a Torino, ove raccolse i resti degli altri due martiri, e diede loro comune sepoltura in una cappella fatta appositamente costruire nei pressi dell’odierna Cittadella di Pietro Micca.
Alla sua morte anch’essa vi fu sepolta Tutto ciò avvenne verso la fine del III secolo.
Il vescovo Vittore fece ingrandire la chiesa verso il 490, finché nel 1006 vi si aggiunse anche un monastero benedettino, intitolato a San Solutore e e fondato dal vescovo Gezone, dipendente dalla celebra Sacra di San Michele sita in Val di Susa.
Le reliquie dei tre martiri, insieme a quelle di Santa Giuliana e di San Gozzelino, secondo abate, nel 1536 furono trasferite nel santuario torinese della Consolata, quando il re francese Francesco I ordinò di abbattere l’antico monastero.
Infine nel 1619 i sacri resti vennero traslati nella nuova chiesa dei Santi Martiri nell’odierna Via Garibaldi, appositamente edificata conformemente ai desideri del pontefice piemontese San Pio V e del duca sabaudo Emanuele Filiberto.
Qui i cinque santi sono ancor oggi oggetto di venerazione, insieme con il martire romano San Tigrino, traslato dalle catacombe romane.
Ai fini dell’identificazione dell’esatta ubicazione del luogo del martirio dei Santi Avventore ed Ottavio, si rivelò l’apparizione della Madonna a San Giovanni Bosco nel 1845, che indicò al sacerdote torinese un preciso luogo in località Valdocco (nome che forse significherebbe etimologicamente “valle degli uccisi”), sul quale venne eretta la Basicila di Maria Ausiliatrice.
Nella cripta una quadro rafigura la decapitazione dei due santi e la fuga di Solutore verso il Canavese.
Un’altare è inoltre dedicato ai tre martiri nel coro della chiesa e le loro statue campeggiano sulla facciata della basilica. Nella cripta in una pala d’altare è raffigurata anche la matrona Giuliana fra altre sante vergini.
 Nella chiesa torinese di Santa Barbara, edificata nei pressi dell’antico monastero benedettino, sono ancor oggi venerati i Santi Solutore, Avventore, Ottavio, Giuliana e Gozzelino.
Quanto al culto liturgico oggi tributato ai protomartiri torinesi, il Martyrologium  Romanum, calendario ufficiale della Chiesa universale, li commemora al 20 novembre, nell’anniversario della morte, mentre l’archidiocesi di Torino celebra la loro memoria al 20 gennaio, anniversario della traslazione.
In diocesi di Ivrea, invece, è particolarmente vivo il ricordo di San Solutore, il culto locale è celebrato nella medesima data presso Baio Dora, Borgofranco, Caravino, Romano Canavese e Strambino, nonché ad Issogne in Valle d’Aosta.
Antichi Codici del Comune di Torino raffigurato i tre santi martiri, antichi protettori della città, che come è desumibile nella vasta iconografia che li riguarda sono soliti portare tutte le insegne dei martiri e dei soldati tebei.
Dal Sermone 12 di San Massimo di Torino:
“De passione vel natale sanctorum id est Octavi, Adventi et Solutoris Taurinis”
Mentre, o fratelli, dobbiamo celebrare con grande devozione il natale di tutti i santi martiri, dobbiamo tuttavia con maggior venerazione curare la solennità di quelli che hanno sparso il loro sangue tra le nostre case.
Perché, se certamente tutti i santi sono ovunque presenti e a tutti giovano, quelli però che hanno sofferto il supplizio per noi sono per noi speciali intercessori.
Il martire infatti non soffre soltanto per sé, ma anche per i concittadini. Con il suo patire vince per sé il premio, ai concittadini offre l’esempio; per sé ottiene il riposo, per i concittadini la salvezza.
Dal loro esempio imparammo a cercare la vita eterna nelle umiliazioni, imparammo a non temere la morte.
Vedete dunque che cosa dobbiamo ai martiri!
Ecco: l’uno è tormentato perché l’altro venga salvato, l’uno sopporta il carnefice perché l’altro riconosca Cristo; l’uno è mandato a morte perché l’altro guadagni la vita eterna.; insomma, il santo è ucciso perché il peccatore venga liberato!
I beati martiri dunque né per sé son vissuti, né per sé son morti.
Poiché a noi hanno lasciato un esempio di vita con la loro bontà e di fortezza con la loro passione.
Perciò il Signore ha voluto che in diversi luoghi per tutto il mondo ci fossero dei martiri che, quali fidati testimoni ancora in certo modo presenti, ci spronassero con l’esempio della loro professione di fede; e così l’umana debolezza, lenta a credere alla predicazione del Signore che è lontana nel tempo, creda almeno alla testimonianza presente dei beati martiri.
Tutti i martiri si devono dunque venerare devotamente, ma una particolare venerazione dobbiamo tributare a quei martiri dei quali possediamo le reliquie.
Tutti ci soccorrono con la preghiera, questi anche con il martirio.
Con questi godiamo di una certa familiarità perché sono sempre con noi, dimorano in mezzo a noi, ci custodiscono da vivi perché non ci colga la lebbra del peccato, ci accolgono morenti perché non ci sommerga il terrore dell’inferno.
Anche per questo i nostri antenati hanno provveduto che le nostre sepolture siano contigue a quelle dei martiri, perché l’inferno, che di loro ha timore, a noi non si accosti, perché noi non colgano le tenebre mentre su di loro è la luce del Cristo.
Così dunque, riposando insieme ai santi martiri, sfuggiamo alle tenebre dell’inferno se non per i meriti nostri, almeno per la vicinanza della santità loro. [...]
Pertanto, o fratelli, veneriamo i nostri martiri in questo mondo, onde poterli avere come difensori nell’altro: in nulla infatti potremo venire separati da loro, se staremo spiritualmente vicini ad essi nella pietà, così come le loro ossa sono materialmente presenti tra di noi.
Preghiera
Solutore, Avventore e Ottavio,
voi che siete stati i più antichi protettori di Torino, impetrateci una filiale devozione alla Madonna, celebrata nei soavissimi e gloriosi titoli di Consolata e Ausiliatrice (Voi stessi ce li avete delicatamente forniti nella Vostra vigile protezione sulla Città e sulla sua espansione) e, insieme, allo Sposo della Vergine San Giuseppe Lavoratore.
Allora l’anima, sul Vostro esempio, sarà retta e schiva di ogni macchia, e, nella perenne pace e gioia del cuore, noi saremo rotti alla fatica, al sacrificio, alla responsabilità e alla dedizione.
Solutore, Avventore e Ottavio, martiri torinesi, che nel corso di tanti secoli siete stati esaltati da Dio come taumaturghi a favore della Vostra Città e dei concittadini a Voi devoti, esaudite ora le aspirazioni e le suppliche di noi, pure Vostri concittadini o di nascita o di domicilio o di lavoro o di adozione, che continuiamo ad invocarvi martiri torinesi, protettori e taumaturghi. Amen.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Avventore, pregate per noi.  

  

*San Basilio di Antiochia - Martire (20 novembre)
Martirologio Romano: Ad Antiochia in Siria, San Basilio, martire.
È un martire di Antiochia commemorato nel Breviario Siriaco il 20 novembre come vittima di una persecuzione anteriore a quella di Diocleziano, poiché, secondo lo stile di quel martirologio, è detto «ex antiquis martyribus».
Alla stessa data è ricordato nel Geronimiano insieme con Dionisio, di cui, però, si ignora ogni altra notizia.
Sembra, infine, che Basilio sia ancora commemorato nello stesso martirologio e alla stessa data sotto i nomi di Basilisco e Basilisca.
(Autore: Filippo Caraffa - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Basilio di Antiochia, pregate per noi.


*San Bernerio (Berniero) di Eboli - Eremita (20 novembre)

sec. XI-XII
Mancano documenti certi per fissare l'anno della nascita di questo santo spagnolo (nativo forse di Burgo de Osma) e collocato da alcuni nel sec. XI, da altri nel XII.
Secondo l'uso dei tempi, si dette, sin dalla giovinezza, a pellegrinare ai maggiori santuari della sua patria; venne quindi a Roma, donde scese ad Eboli, cittadina del Salernitano, dove in una
grotta condusse vita di penitenza e di preghiera.
La tradizione ha conservato il ricordo del luogo dove egli visse in uno speco sottostante il sagrato della badia benedettina di San Pietro in Eboli, di cui erroneamente alcuni gli attribuiscono la costruzione.
La sua morte per i Bollandisti sarebbe avvenuta sul cadere del sec. XII.
Il suo corpo ebbe sepoltura nella chiesa annessa al monastero di San Pietro in Eboli, dove egli fu subito venerato come Santo ed invocato come patrono della città.
Le sacre reliquie furono rinvenute il 16 ottobre 1554, e la Sacra Congregazione dei Riti, con decreto del 18 maggio 1602, approvò l'Ufficio da recitarsi dal clero di Eboli.
Il 25 luglio 1930, nei restauri apportati alla chiesa di San Pietro, l'arcivescovo Monterisi pose in una nuova urna le reliquie del Santo, collocandole sotto l'altare della cripta della medesima chiesa. La festa si celebra il 20 novembre. Il popolo ebolitano eresse al Santo eremita una preziosa statua in argento, di grandezza naturale.
(Autore: Antonio Balducci – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Bernerio di Eboli, pregate per noi.

  

*San Bernoardo (Bernwardo) di Hildesheim - Vescovo (20 novembre)  
Sassonia, ca. 960 - Hildesheim (Sassonia), 20 novembre 1022
Martirologio Romano:
A Hildesheim nella Sassonia in Germania, san Bernvardo, vescovo, che difese il gregge dagli attacchi, rinnovò con numerosi sinodi la disciplina del clero e promosse la vita monastica.
Il vescovo metallurgico: si può chiamarlo anche così. Mentre studiava Scritture e dottrina della Chiesa, era attratto pure dall’arte di forgiare, fondere e modellare i metalli nelle fucine e botteghe artigiane di Hildesheim, forte centro di commerci nella Bassa Sassonia. Figlio di aristocratici, è nato quando il duca sassone Ottone diventava l’imperatore Ottone I, il più potente sovrano d’Europa. Dopo di lui, ha visto salire al trono suo figlio Ottone II, morto a Roma nel 983 dopo una sconfitta (per opera dei Saraceni) che ha rischiato di abbattere l’Impero. E poi, da giovane sacerdote, viene chiamato a corte come maestro del nuovo imperatore Ottone
III, che è ancora un bambino. Un incarico di forte peso, motivato dalle buone doti che Bernoardo sta rivelando, e anche dalla sua stretta parentela con la grande nobiltà di Sassonia.
E nel 992 eccolo nominato vescovo di Hildesheim, anche per la buona prova che ha dato come educatore a corte. Ora questa buona prova deve ripeterla assai più in grande: si tratta di consolidare tra la sua gente una fede che tanto solida veramente non è, in ogni parte del territorio. Due secoli prima, infatti, tra i Sassoni non sono arrivati i missionari a predicare: è arrivato Carlo Magno con l’esercito, “cristianizzando” la gente a mano armata, in massa; e il ricordo di tanta brutalità è durato a lungo. Per questo Bernoardo comincia col fondare monasteri, centri di evangelizzazione con la parola e l’esempio.
È lui a introdurre nel territorio i primi benedettini. Poi fa ricorso all’arte figurativa, che parla anche a chi non sa leggere i libri della fede calligrafati dai suoi scriptores, con lui a guidarli. Chiama pittori, scultori, orafi della città, e altri ne fa arrivare col moltiplicarsi delle sue iniziative. Ma non è il “committente” che ordina e paga. Lui è “del mestiere” e ogni giorno passa nelle botteghe a seguire e a stimolare gli artisti.
All’epoca, i sovrani tedeschi affidano a vari vescovi anche responsabilità civili e militari. Bernoardo, mentre innalza a Hildesheim il grande monastero di San Michele, partecipa anche a spedizioni militari, fortifica la sua città e altri luoghi del territorio diocesano. E negli anni 1000-1001 è in Italia per fronteggiare una rivolta, al fianco dell’imperatore Ottone III, che ha 18 anni e morirà prima dei 20.
Il monastero di San Michele è infine ultimato nel 1022, poche settimane prima della sua morte. E lì Bernoardo viene sepolto. Hildesheim conserva tuttora alcune opere d’arte realizzate per suo impulso. Come le porte di bronzo destinate a San Michele e assegnate poi alla cattedrale; l’imponente “collana di Bernoardo” in bronzo, il suo crocifisso d’argento, la Bibbia e l’Evangeliario miniati. Nel 1150 Bernoardo è stato canonizzato localmente dal vescovo del tempo. Nel dicembre 1193 il Papa Celestino III lo ha proclamato Santo.
(Autore: Domenico Agasso - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Bernoardo di Hildesheim, pregate per noi.

 

*San Cipriano di Calamizzi - Abate (20 novembre)  

m. 20 novembre 1190
Martirologio Romano:
In Calabria, san Cipriano, abate di Calamizzi, che, custodendo fedelmente gli insegnamenti e gli esempi dei Padri orientali, fu severo con se stesso, generoso con i poveri e per tutti buon consigliere.
Alcuni km sopra Pavigliana, località situata sulle colline a Sud-Est di Reggio Calabria, vi sono una serie di grotte, testimonianze di una presenza attiva di eremiti che qui conducevano vita ascetica in penitenza ed in preghiera.
Proprio in queste grotte trascorse parte della sua vita un santo tra i più importanti di Reggio, cioè San Cipriano.
Nacque verso il 1110-1120 da una nobile e ricca famiglia; il padre era medico ed anche Cipriano divenne ben presto, come attestano i biografi, “esperto della scienza medica”. Tuttavia alla salute fisica, preferì quella spirituale: a 25 anni chiese di far parte dei monaci del monastero del SS.mo Salvatore di Calanna.
La austera vita monacale caratterizzata da veglie, lavoro e penitenze, non lo convinse
completamente; pertanto chiese ed ottenne dal Superiore di praticare vita eremitica. Si ritirò nei possedimenti paterni a Pavigliana, dove vi era una Chiesa dedicata a Santa Veneranda martire.Qui trascorse venti anni nella più totale solitudine, lavorando attivamente per guadagnarsi da vivere, pregando, meditando e facendo penitenza.
La notizia della sua presenza si diffuse ben presto nella vallata, conseguentemente tutti gli abitanti dei centri vicini, si recavano da lui per ottenere aiuti di ogni tipo, particolarmente per le loro infermità; alcuni chiedevano anche di poter restare con lui. In questo stesso tempo moriva l’abate del monastero di San Nicola di Calamizzi, Paolo, ed i monaci si recarono da Cipriano che aveva sessant’anni, per chiedergli di essere loro nuovo abate. L’eremita, pensando che questa fosse volontà di Dio, accettò. Durante questo periodo, Cipriano incitò con ogni modo la vita spirituale e culturale di tutti i monaci, fece restaurare la Chiesa, costruire il campanile, le celle per i confratelli, il refettorio, acquistò arredi e libri.
Ormai la sua attività non conosceva sosta: di giorno lavorava e curava gli ammalati, di notte pregava. Mangiava e dormiva quanto era appena sufficiente per sopravvivere.
Non mancarono purtroppo per lui le sofferenze; soprattutto perché cadde dal carro che utilizzava per spostarsi, procurandosi la frattura di una gamba che lo rese claudicante per tutta la vita.
Cipriano morì il 20 novembre 1190 dopo aver chiesto perdono a tutti; venne seppellito nella Chiesa del monastero, distrutta dal terremoto del 1783. I monaci che popolavano l’edificio, restarono prodigiosamente illesi.
L’Arcidiocesi di Reggio Calabria- Bova ricorda San Cipriano abate il 20 novembre con memoria obbligatoria.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Cipriano di Calamizzi, pregate per noi.  

 

*San Crispino di Ecija - Vescovo e Martire (20 novembre)  
Martirologio Romano: Nella città di Écija nell’Andalusia in Spagna, san Crispino, vescovo e martire.
Compare già nel Martirologio Geronimiano il 20 novembre, insieme con altri sette martiri, localizzati genericamente in Spanis. Il Martirologio Romano, seguendo Usuardo, ne anticipa la festa al 19 novembre e ne fa un vescovo di Astigi nella Betica, ora Ecija (diocesi di Siviglia), decapitato per la fede.
Le precisazioni di Usuardo non erano peregrine: nel 1909, infatti, I. Bonsor scoprì a Carmona, presso Siviglia, un frammento di calendario lapideo risalente, pare, al sec. VI, in cui, al 13 maggio, si legge «III id. maias Sci Crispini et Muci mar».
Non può essere che Crispino, di cui probabilmente a Carmona si festeggiava il 13 maggio un arrivo di reliquie, sicché la sua festa fu unita a quella del noto martire orientale Mucio o Mocio, che cadeva l'11 dello stesso mese.
Il calendario di Cordova del 961, ponendone la festa al 20 novembre, lo dice sepolto nel monastero «quod est in sinistro civitatis Astige», cioè «a nord di Astige».
Probabilmente originario di Astigi e non posteriore al sec. X, è l'inno del Breviario mozarabico «Insignem Christi Crispinum laudemus martyrem» che, pur dando particolari sul martirio del santo e sui miracoli che gli erano attribuiti, non lo dice vescovo. Così, invece, lo chiamano i calendari mozarabici del sec. XI, commemorandolo il 21 novembre; probabilmente, essi si rifanno a tradizioni locali.
Concludendo, si può dire che Crispino fu vescovo di Astigi dove, in una persecuzione del sec. III, subì il martirio della decapitazione e dove fu sepolto e venerato per tutto l'alto Medioevo.
(Autore: Ireneo Daniele - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Crispino di Ecija, pregate per noi.


*San Dasio - Martire (20 novembre)  

Martirologio Romano: A Silistra in Mesia, nell’odierna Bulgaria, San Dasio, martire.
Secondo le notizie fornite dalla passio, Dasio morì in Durostorum città della Mesia il 20 novembre 303.
Nel Martirologio Geronimiano però è ricordato il 5 agosto ed il 4 ottobre sotto l'indicazione topografica di Axiopolis: probabilmente si tratta di una traslazione di reliquie o della dedicazione di una chiesa in suo onore.
Nonostante vi siano riportati alcuni brani autentici, desunti da fonti più antiche, la passio ha
poco valore storico per quel che riguarda il martire, del quale, pertanto, si sa solo che era un militare perito durante la persecuzione di Diocleziano.
Secondo la passio, invece, Dasio fu eletto re della festa dei Saturnali, alla fine dei quali avrebbe dovuto essere immolato in onore di Cronos.
Vedendo che non poteva ormai sfuggire alla morte, preferì morire da cristiano e perciò proclamò pubblicamente la sua fede. Fu imprigionato e condotto al tribunale del legato Basso e poiché rifiutò di sacrificare agli dei, fu decapitato. Più tardi, probabilmente nella seconda metà del sec. VI, quando Durostorum fu invasa dagli Avari, il suo corpo fu trasferito ad Ancona.
(Autore: Agostino Amore - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Dasio, pregate per noi.

  

*San Doro di Benevento - Vescovo (20 novembre)  
Martirologio Romano: A Benevento, San Doro, vescovo.
Nella cronotassi ufficiale dei vescovi di Benevento, sono indicati due vescovi con il nome di Doro. Il primo considerato Santo, è menzionato intorno al 320, mentre l’esistenza del secondo è attestata in una lettera di papa Leone Magno dell’8 marzo 448.
San Doro è il terzo vescovo di Benevento. Succede a Teofilo, il primo vescovo beneventano documentato storicamente, nel 313, immediato successore di san Gennaro.
San Doro viene menzionato per la prima volta dallo storico longobardo Falcone di Benevento nel suo “Chronicon Beneventanum”. In quel testo l’autore riferisce che il 15 maggio 1119, Landolfo, arcivescovo di Benevento, rinvenne diverse reliquie o “corpora sanctorum”, tra cui quelle di un certo Doro.
E’ solo dopo quel ritrovamento che gli storici locali riscostruirono la presenza del nostro vescovo intorno al 320.
Nel catalogo tradizionale di Marco de Vipera, “Chronologia episcoporum et archiepiscoporum metropolitanae ecclesiae Beneventanae” redatto nel 1636, San Doro viene indicato come XV vescovo di Benevento.
L’autore ritiene che il primo vescovo fosse San Fotino, greco, mandato da San Pietro nell’anno 40. Ma in quell’elenco non tutti i vescovi tramandati “ex antiqua tradizione” hanno un fondamento storico, tanto che oggi la Cronotassi ufficiale parte da San Gennaro, patrono principale di Napoli, deceduto nel 305.
Infine dobbiamo rilevare che sulla figura di San Doro vescovo di Benevento esiste un grande equivoco.
Secondo lo storico ed esperto agiografo faentino, Francesco Lanzoni, “è lecito sospettare che il Dorus del 448, sia “il vero Dorus” che venne erroneamente duplicato nel 320.
Nel martirologio romano viene riportata la sua festa alla data del 20 novembre.
(Autore: Mauro Bonato - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Doro di Benevento, pregate per noi.


*Sant'Edmondo - Re degli Angli Orientali, Martire (20 novembre)  
841/42 - Thetford, Inghilterra, 20 novembre 870
Re dell'Estanglia, territorio costituito dalle contee di Norfolk e Suffolk, il martire Edmondo è patrono dell'Inghilterra.
Nato attorno all'841, Edmondo visse in un secolo, il IX, che era caratterizzato dalle razzie degli occupanti danesi secondo un metodo collaudato: l'assedio e la richiesta di una taglia per risparmiare persone e cose. Edmondo, invece, nell'869, non si piegò al ricatto e ingaggiò battaglia con il suo piccolo esercito ma venne sconfitto e fatto prigioniero.
A Edmondo furono promesse la salvezza e il mantenimento della corona se avesse rinnegato la sua fede religiosa e si fosse dichiarato vassallo dei danesi.
Rispose senza esitazione per due volte no e così venne trafitto dalle frecce dei vincitori. Riposa a Bury St. Edmund, ad una cinquantina di chilometri da Cambridge.  (Avvenire)
Etimologia: Edmondo = difensore della proprietà, dal tedesco
Emblema: Lupo, Freccia, Palma
Martirologio Romano: In Inghilterra, Sant’Edmondo, martire, che, re degli Angli orientali, catturato nella guerra contro i pagani invasori, fu coronato dal martirio per la fede in Cristo.
E' un Santo più vivo nella memoria popolare d’Inghilterra che in tante pagine di documenti storici. Ed è vivo soprattutto per il modo e le ragioni della sua morte.
Ma di lui sappiamo poco, e quel poco è pure raccontato male, per quanto concerne le sue origini. Gli storici, infatti, respingono la tradizione secondo cui Edmondo sarebbe stato figlio del re Alkmund di Sassonia, nato a Norimberga e poi adottato dal re dell’Estanglia, ossia dell’Inghilterra orientale, formata principalmente dalle contee di Norfolk e Suffolk. Perciò, niente Norimberga e niente adozione.
Sappiamo soltanto che Edmondo è l’ultimo re di questo territorio, in tempi durissimi per tutta l’Inghilterra, aggredita continuamente dai danesi. I quali dapprima sono una flotta che va all’arrembaggio dell’Isola, con sbarco, saccheggio, uccisioni, e reimbarco con tanto di bottino; i cronisti dell’epoca lasciano racconti atterriti di queste sanguinarie imprese. Poi i danesi si fanno
anche occupanti (e, più tardi ancora, anche governanti: certo, a modo loro, ma lasciando tracce importanti nella storia britannica).
Al momento, i danesi sono una massa di specialisti dell’aggressione, chiamata here (un nome che ai tempi di Edmondo dà i brividi). Essi sono comandati da tre fratelli: Halfdene, Ivarr e Ubba.
Il metodo è quello del "decidete un po’ voi": prima le minacce di saccheggio e morte (e di esempi ne hanno già dati molti), poi la richiesta di una taglia per risparmiare persone e cose. Accade spesso che certe popolazioni accettino di pagare, purché se ne vadano.
Nell’anno 869, eccoli irrompere in Estanglia. Dapprima compiono i soliti saccheggi e distruzioni, poi parlano di trattative. Vogliono instaurare il loro dominio sul regno. Ma qui c’è il giovane re Edmondo. Il quale, dopo quello che ha già visto, non tratta con nessuno. Edmondo combatte, col suo piccolo esercito, col suo grande carattere. Ma viene sconfitto e preso prigioniero.
I vincitori gli offrono salve la vita e la stessa corona, a patto che rinneghi la sua fede religiosa e che si dichiari vassallo dei danesi. Edmondo risponde due volte no, e subito le frecce danesi lo trafiggono. La sua morte segna la fine del regno dell’Estanglia, ma l’Inghilterra si riempie del suo nome.
Il giovane re sconfitto diventa una bandiera. Prima che finisca il secolo, una moneta coniata durante il suo regno viene già chiamata “penny di sant’Edmondo”.
Già santo, già canonizzato dai compatrioti; e più tardi la Chiesa lo proclamerà patrono d’Inghilterra. Il suo corpo avrà definitiva sepoltura a Beadoricesworth, che oggi si chiama Bury St. Edmund (a circa 50 km da Cambridge). Al suo nome si è intitolata una congregazione di sacerdoti inglesi, i “Preti di sant’Edmondo”.
(Autore: Domenico Agasso - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Edmondo, pregate per noi.

  

*San Francesco Saverio Can - Martire (20 novembre)  
Martirologio Romano: Ad Hanoi nel Tonchino, ora Viet Nam, San Francesco Saverio Cần, martire, che, catechista, fu strangolato e decapitato per la sua fede sotto l’imperatore Minh Mạng.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Francesco Saverio Can, pregate per noi.  


*San Gregorio il Decapolita - Monaco (20 novembre)
Irenopoli, Isauria, 762 – Costantinopoli, 20 novembre 862
San Gregorio il Decapolita visse nell’VIII secolo. Condusse prima vita monastica, poi anacoretica. Fattosi infine pellegrino, soggiornò per lungo tempo a Tessalonica e poi a Costantinopoli, dove si trovò a combattere l’iconoclastia e poi morì. Le sue reliquie sono venerate oggi in terra romena.
Martirologio Romano: A Costantinopoli, san Gregorio Decapolitano, monaco, che condusse dapprima vita monastica e poi anacoretica; fattosi quindi pellegrino, risiedette molto a lungo a Salonicco e, infine, a Costantinopoli, dove rese l’anima a Dio combattendo strenuamente in difesa del culto delle sacre immagini.
Gregorio nacque verso la metà dell’VIII secolo (secondo il Card. Baronio nel 762) ad Irenopoli,
una delle città della decapoli di Isauria, donde il suo soprannome di Decapolita. In giovane età abbracciò la vita religiosa, senza però obbligarsi alla stabilità: trascorsi infatti quattordici mesi in un monastero del suo paese, si ritirò in una grotta, per poi dirigersi verso Nord. Trascorse un certo periodo in un monastero nei pressi di Efeso, per poi trasferisri a Costantinopoli, a Proconneso e spostarsi verso Occidente attraverso la Tracia e la Macedonia.
Soggiornò per qualche tempo anche a Tessalonica, presso la chiesa di San Menas, continuando poi il suo peregrinare per Corinto, Reggio Calabria, Roma, Siracusa ed Otranto, per tornare infina a Tessalonica.
Qui conobbe e strinse amicizia con San Giuseppe l’Innografo: insieme verso l’840 si stabilirono a Costantinopoli nella chiesa di Sant’Antipa. Gregorio il Decapolita morì infine il 20 novembre 862, ormai centenario.
Questa vita errante non lo lasciò comunque estraneo alla vita ecclesiale del suo tempo ed in particolare alla politica iconoclasta condotta dagli imperatori. Durante il suo soggiorno a Roma aveva chiesto al Papa Leone III di intervenire contro Leone V l’Armeno, mentre nell’841 con i suoi amici aveva inviato San Giuseppe l’Innografo a chiedere aiuto a Gregorio IV, ma questi cadde prigioniero dei pirati ed una volta liberato fece ritorno a Costantinopoli trovando però il suo maestro ormai morto.
Giuseppe si consacrò allora al suo culto e redasse un canone in suo onore. A San Gregorio il Decapolita è stato forse arbitrariamente attribuito un racconto della conversione di un pirata.
La Vita del santo fu scritta da Ignazio, diacono e sacrista della celeberrima basilica di Santa Sofia in Costantinopoli. Le reliquie del santo sono oggi venerate in Romania ove furono traslate.
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Gregorio il Decapolita, pregate per noi.

  

*Sant'Ippolito di Condat - Vescovo (20 novembre)
Martirologio Romano: Sul massiccio del Jura nella regione di Lione in Francia, Sant’Ippolito, abate e vescovo.
Il Catalogo abbaziale di Condat, abbazia divenuta in seguito sede del vescovato di Saint-Claude, sembra risalire al IX secolo e si presenta come la semplice enumerazione cronologica degli abati che hanno retto il monastero dalla sua fondazione.
A partire da sant'Eugendo (fr. Oyend), che fu il quarto abate, ogni menzione comporta un nome (che non è preceduto dall’aggettivo Sanctus), una cifra indicante gli anni di governo e una indicante i mesi. Il quindicesimo personaggio è così presentato: «Ypolitus episcopus VII et abbas XXVI».
Per molto tempo si è pensato che questo personaggio fosse lo stesso vescovo Ypolitus ricordato nel Catalogo episcopale di Belley (Ain), che risale al secolo XI, tanto più che, accanto ad Ippolito, un ignoto, nel Catalogo di Condat, ha aggiunto al titolo episcopus la precisazione
bellicensis. L’identificazione sembrava chiara e si pensava che, eletto abate di Condat, Ippolito fosse stato in seguito eletto vescovo di Belley, esercitando le due cariche per sette anni, per rinunciare infine al vescovato e ritirarsi sua abbazia, che resse poi fino alla morte. Dopo gli studi di H. Franck, le ricerche fatte recentemente su San Claudio hanno indotto B. de Vregille ad esaminare il caso di «Ippolito, vescovo e abate», terzo successore di san Claudio.
Egli data il ministero abbaziale di Ippolito dal 755 al 771-72 almeno e pone due obiezioni all’identificazione dell'abate di Condat con il vescovo di Belley. Prima di tutto, nel Catalogo di Belley, Ypolitus precede numerosi vescovi che appartenevano certamente al secolo VI o agli inizi del VII.
D’altra parte, noi sappiamo che al concilio di Attigny, nel 762, si fece distinzione tra gli obblighi degli abati che sono vescovi e gli obblighi di quelli che non lo sono, e l’ordine delle sottoscrizioni tiene conto di tale distinzione: i nomi dei diciassette abati vengono dopo quelli dei ventisette vescovi, designati sia dal nome della città episcopale, sia da quello del monastero.
Fra i cinque vescovi così designati con il nome del monastero, si trova, in diciassettesima fila, «Ypolitus episcopus de monasteri Eogendi».
La designazione di «vescovo del monastero di Saint Oyend» è piuttosto singolare. Essa non ha impedito al Duchesne, che la cita, di situare Ippolito nel 762 tra i vescovi di Belley. Per contro una simile ipotesi è parsa inesplicabile all’ultimo storico che ha studiato direttamente le sottoscrizioni di Attigny, H. Franck. Non vi è alcun dubbio sulla carica di abate di Ippolito. Come per san Claudio, la sua qualità di vescovo è pure certa. «La sola questione, prosegue B. de Vregille, è di sapere di dove il compilatore del 1150 ha tratto l'appellativo bellicensis o almeno su quale base poggiavano coloro che lo hanno informato».
La conclusione cui aderisce l’autore che, come san Claudio, Ippolito sarebbe stato un claustrale, consacrato per il servizio interno della comunità.
(Autore: Claude Boillon - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Ippolito di Condat, pregate per noi.

 

*Beata Maria dei Miracoli (Milagros) Ortelles Gimeno - Vergine e Martire (20 novembre)  
Schede dei Gruppi a cui appartiene:
"Beati Martiri Spagnoli Cappuccini di Valencia"
"Beati 233 Martiri Spagnoli di Valencia" Beatificati nel 2001

1882 - 1936
Martirologio Romano:
Nel villaggio di Picadero de Paterna sempre nel territorio di Valencia in Spagna, beata Maria dei Miracoli Ortells Gimeno, vergine dell’Ordine delle Clarisse Cappuccine e martire, che nella medesima persecuzione fu coronata dal martirio per la testimonianza di fede resa a Cristo.
Nacque a Valencia il 29 novembre 1882, nella via Zaragoza. Fu la terza e ultima figlia degli sposi D. Enrique Ortells e Donna Dolores Gimeno. Fu battezzata il 30 novembre 1882 nella chiesa parrocchiale di san Juan Bautista. Durante la sua infanzia fu molto devota e l’ambiente familiare in cui crebbe era eminentemente cristiano.
Il suo vicini ricordano che: “la sua pietà era
straordinaria, il suo amore alla penitenza singolare, fino al punto che un giorno sua madre la sorprese mentre stava aspirando cattivi odori, non avendo altro modo per mortificarsi...In chiesa, invece di sedersi sulla sedia, si sedeva per terra...”.
Suor Virtudes, cappuccina, ricorda che suor Milagros “entrò in quest’Ordine cappuccino portata dal suo desiderio di maggiore perfezione. S
ua madre le proponeva di essere religiosa Riparatrice, ma essa non volle accettare cercando la maggiore strettezza della Regola cappuccina”. Entrò nel monastero delle Cappuccine di Valencia il 9 ottobre 1902. Lì ricordano che “quando entrò lo fece con molto entusiasmo”. In questo monastero ebbe gli incarichi di infermiera, refettoriera, rotara, sagrestana e Maestra delle novizie, tutti uffici che disimpegnò con fedeltà.
Le sue sorelle religiose descrivono la sua autentica personalità con questi tratti: “Era molto caritatevole e si offriva sempre a prestare qualsiasi servizio alle sorelle religiose.
La si vedeva sempre raccolta interiormente. Dopo il mattutino di mezzanotte era solita rimanere ancora per un po’ di tempo, con l’intenzione di praticare maggiore penitenza.” “Godeva fama di santità fra le sue sorelle di religione, fino al punto che esclamavano sempre: ‘E’ una piccola santa’”.”La sua pietà era solida; la sua caratteristica più notevole era il suo amore all’Eucaristia e all’Immacolata.
La sua penitenza era straordinaria, usava discipline, cilici, ecc. Era molto stimata da tutte le religiose e osservava molto bene tutte le Regole. Evidenti in lei erano la preghiera e la presenza di Dio. Chiaramente manifesta era la sua umiltà, credendosi indegna di cariche e anche di ricevere l’Eucaristia”.
Allo scoppio della rivoluzione dovette rifugiarsi in casa della sorella Maria, a Valencia, e lì conduceva una vita di preghiera e di raccoglimento. Poi si rifugiò in una casa della via Maestro Chapí, di Valencia, dove c’erano pure altre religiose della Dottrina cristiana.
Lì sarebbe stata presa da un gruppo di miliziani il 20 novembre 1936 e uccisa insieme ad altre 17 religiose della Dottrina cristiana, nel luogo conosciuto come “Picadero de Paterna”.
Fu sepolta nel cimitero di Valencia. Il 30 aprile 1940 i suoi resti furono esumati e portati nel monastero delle Cappuccine di Valencia, dove riposano attualmente.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Maria dei Miracoli Ortelles Gimeno, pregate per noi.


*Beata Maria Fortunata Viti - Benedettina  (20 novembre)

Veroli, Frosinone, 1827 - novembre 1922
Anna Felice Viti era nata a Veroli (Frosinone) nel 1827, figlia di un possidente dedito al vino e al gioco. Perse la mamma a 14 anni. E lei si caricò molte responsabilità nell'accudire gli otto fratelli e sorelle.
Per mantenerli andò anche a servizio come domestica. A 24 anni entrò tra le monache benedettine di Santa Maria de' Franconi a Veroli, dette le «monache buone».
E mutò il nome in Maria Fortunata. La sua giornata era scandita, oltre che dalla preghiera, dai compiti più umili: filare e cucire. Visse oltre 70 anni nell'anonimato della sua cella. Alla sua morte, nel 1922, 95enne, fu seppellita nella fossa comune. Ma il suo nome restò e Papa Paolo VI la proclamò beata. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Veroli nel Lazio, Beata Maria Fortunata (Anna Felice) Viti, dell’Ordine di San Benedetto, che per quasi tutto il corso della sua vita svolse l’incarico di guardarobiera, intenta solo ad osservare con tutto il cuore i precetti della regola.
Di eccezionale in questa vita non c’è proprio niente, a parte una straordinaria longevità: quasi 96 anni, ma di una vita così umile, nascosta, insignificante direbbe qualcuno, che quasi si fa fatica a
parlarne.
Le premesse non sono delle più felici: il papà è un ricco possidente di Veroli che si rovina salute e portafoglio grazie alla sua passione per il gioco e alla sua tendenza a consolarsi con troppi bicchieri di vino.
La mamma muore di crepacuore a 36 anni dopo aver dato alla luce nove figli e lei, a 14 anni, si ritrova mammina precoce degli altri otto. Ha così tanto da fare che non riesce a pensare a sé e nemmeno al suo futuro.
La sua maggiore occupazione è fare in modo che in casa tutti rispettino quel padre collerico, alcolizzato e ridotto in miseria, come è capace di fare lei, che ogni sera gli bacia la mano e gli chiede la benedizione, ingoiando lacrime e umiliazioni: e pensare che l’avevano battezzata Anna Felice e da suora l’avrebbero chiamata Fortunata!
A 24 anni, infatti, decide di entrare nel convento delle “monache buone”, cioè le benedettine della sua città. Si conserva di lei il fermo proposito, formulato in quel giorno, di “farsi santa”: non sa che per raggiungere l’obiettivo dovrà vivere più di 70 anni, “sepolta viva” nell’anonimato della sua cella, con giornate tutte uguali, scandite da azioni ripetitive che qualcuno potrebbe anche definire monotone: filare e cucire, lavare e rammendare.
E pregare, anche se questo per lei non dovrebbe essere un problema, assorbita come sempre sembra nella contemplazione del suo Dio. Soltanto dopo si potrà scoprire quanta aridità spirituale si nascondeva dietro quel suo fervore; quanti tormenti ed intimi combattimenti venivano coperti dalla sua apparente imperturbabile serenità. Non sa né leggere né scrivere per le sue ben note vicende familiari e così non può essere ammessa tra le “coriste”, cioè le monache che si dedicano alle funzioni liturgiche.
Per lei soltanto il lavoro, con la giornata che inizia alle tre e mezza di mattinata e prosegue in azioni faticose e umili, che lei compie così bene da farle diventare un capolavoro, condendole con tanta preghiera anche in mezzo alla più completa aridità spirituale. Frusta di lavoro e consumata dagli anni, tormentata dai reumatismi che negli ultimi anni la costringono a letto, incapace anche del più piccolo movimento, si spegne cieca, sorda e rattrappita, dopo 72 anni di clausura, nel 1922.
Di lei sembra non accorgersi nessuno e così la seppelliscono in fretta, il giorno dopo, nella fossa comune. Ma la tirano fuori 13 anni dopo, a furor di popolo, e la seppelliscono in chiesa, tanti sono i miracoli che si verificano sulla sua tomba.
E non basta: Paolo VI, nel 1967, proclama Beata Suor Maria Fortunata Viti, la suora che, lavorando e sorridendo, si era fatta Santa nella monotonia del quotidiano, nel chiuso di un convento e con un sacco di malanni, e che da allora possiamo festeggiare il 20 novembre.
(Autore: Gianpiero Pettiti – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Maria Fortunata Viti, pregate per noi.   


*Beate Martiri Spagnole della Congregazione della Dottrina Cristiana (20 novembre)
Fra le migliaia di vittime della persecuzione religiosa, attuata in Spagna dai miliziani rossi, durante la Guerra Civile, si annoverano le 17 Suore appartenenti alla Congregazione della Dottrina Cristiana.
Esse non erano colpevoli di nessun reato e come tanti altri martiri di quel triste periodo degli anni ’30 che insanguinò la Spagna cattolica, furono uccise solo perché religiose e in più maestre, non vi erano motivi di carattere politico o provocatorio.
Il 19 luglio 1936, giorno successivo al sollevamento nazionale, la Superiora Generale della Congregazione madre Ángeles de San José, con tredici suore e una novizia, visto il clima pericoloso che si era instaurato, fece togliere a tutte gli abiti religiosi, che in quel momento costituiva un pericolo immediato e lasciata la Casa Madre e il Noviziato di Mislata, si trasferirono in una casa privata in Calle Maestro Chapí n. 9, alla periferia di Valencia.
Trascorsero in semiclandestinità quattro mesi in quella casa, in preghiera e qualche piccolo apostolato per quanto era possibile fare.
La sera del 19 novembre 1936 furono catturate dai miliziani rossi e condotte nel maneggio di Paterna, a circa 6 Km da Valencia e lì all’una di notte del giorno 20 furono fucilate, mentre pronunciavano parole di perdono.
Esiste del loro martirio una documentazione fotografica, scattata dal custode del cimitero di Valencia, prima della sepoltura e su ogni foto firme di testimoni per autenticarle.
Altre due suore della stessa Congregazione furono arrestate a Carlet e uccise in un posto imprecisato, i loro corpi non furono più ritrovati, suor Amparo e suor Calvario si fecero notare per la serenità dimostrata in carcere e per il conforto dato alle altre compagne di prigionia.
Le 17 suore martiri di Mislata sono state beatificate da Papa Giovanni Paolo II, il 1° ottobre 1995.
Questi i loro nomi:
1)  Madre Ángeles de S.José – Lloret Martí, superiora
2) Maria del Suffragio – Ortis Baldó
3)  Maria de Montserrat – Llimona Planas
4)  Teresa de San José – Duart Roig
5)  Isabel Ferrer Sabriá
6) Maria de la Asunción – Mongoche Homs
7)  Maria Concepción – Martí Lacal
8)  Maria Gracia de San Antonio
9) Corazón de Jesús – Gómez Vives
10) Maria del Socorso – Jimenez Baldoví
11) Maria Dolores – Suris Brusola
12) Ignacia del SS. Sacramento – Pascual Pallardó
13) Maria del Rosario – Calpe Ibáñez
14) Maria de la Paz – López García
15) Marcela de Santo Tomás – Aurea Navarro
16) Amparo Rosat Balasch
17) Maria del Calvario – Romero Clariana
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beate Martiri Spagnole della Congregazione della Dottrina Cristiana, pregate per noi.

    

*Sant'Ottavio - Martire (20 novembre)
+ Torino, fine III secolo
«A Torino si festeggiano i Santi martiri Ottavio, Solutore e Avventore, soldati della legione Tebana, i quali, sotto l'imperatore Massimiano, combattendo valorosamente, furono coronati dal martirio».
Così il Martirologio romano racconta la storia di questi tre martiri della fine del II secolo. Il riferimento al «valoroso combattimento» si riferisce evidentemente alla loro determinazione nel dichiararsi cristiani nonostante la persecuzione instaurata da Massimiano.
Dei tre santi una «Passione» del V secolo narra che essi fuggirono al massacro generale di Agaunum.
Inseguiti, furono presi nei pressi di Torino: Avventore e Ottavio, raggiunti, vennero trucidati sul posto. Solutore, invece, riuscì a proseguire nella fuga fino alle rive della Dora Riparia, dove, scoperto, fu decapitato.
Nel luogo della sepoltura dei tre nel V secolo sorse una basilica. Nel 1575 fu innalzata la «Chiesa dei martiri», che ne ospita ancor oggi le reliquie. (Avvenire)
Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Torino, Santi Ottavio, Solutore e Avventore, martiri.
Santi Ottavio, Solutore e Avventore, Martiri
Assolutamente nulla di certo è stato tramandato su questi gloriosi martiri ed il loro ricordo sarebbe andato di certo perduto se il primo vescovo di Torino, San Massimo, nel IV secolo non avesse citato i loro nomi nel titolo di uno dei suoi sermoni.
É singolare poi il fatto che nel testo egli narri la vicenda di questi eroici testimoni della fede cristiana senza alcun preciso riferimento geografico o temporale.
Da tale testo parrebbe di poter desumere che essi fossero cittadini torinesi, oppure primi missionari inviati ad evangelizzare la città.
Una “passio” risalente al V secolo, storicamente non attendibile, azzardò però l’ipotesi che essi potessero alcuni soldati appartenenti alla folta schiera della leggendaria Legione Tebea.
San Maurizio, capitano, ed i suoi compagni, esercito proveniente dall’Egitto e rifiutatisi di trucidare altri cristiani e sacrificare agli dei pagani, subirono il martirio in Svizzera presso Agaunum, ma ben presto iniziarono a sorgere voci su alcuni soldati scampati all’eccidio e divenuti evangelizzatori delle zone limitrofe sui vari versanti delle Alpi.
Si spiegherebbe in tal modo l’arrivo a Torino dei tre Santi.
Raggiunti però dai soldati fedeli all’imperatore, Avventore ed Ottavio sarebbero stati uccisi nei
pressi della Dora Baltea, mentre Solutore sarebbe riuscito a fuggire nel Canavese, ma infine scoperto in una cava di sabbia sulle rive della Dora Baltea nei pressi di Caravino e decapitato su un sasso che ne conserverò le tracce vermiglie del suo sangue.
Una matrona romana di Ivrea, impietosita, ne raccolse il corpo e con la sua quadriga lo trasportò a Torino, ove raccolse i resti degli altri due martiri, e diede loro comune sepoltura in una cappella fatta appositamente costruire nei pressi dell’odierna Cittadella di Pietro Micca.
Alla sua morte anch’essa vi fu sepolta Tutto ciò avvenne verso la fine del III secolo.
Il vescovo Vittore fece ingrandire la chiesa verso il 490, finché nel 1006 vi si aggiunse anche un monastero benedettino, intitolato a San Solutore e e fondato dal vescovo Gezone, dipendente dalla celebra Sacra di San Michele sita in Val di Susa.
Le reliquie dei tre martiri, insieme a quelle di Santa Giuliana e di San Gozzelino, secondo abate, nel 1536 furono trasferite nel santuario torinese della Consolata, quando il re francese Francesco I ordinò di abbattere l’antico monastero.
Infine nel 1619 i sacri resti vennero traslati nella nuova chiesa dei Santi Martiri nell’odierna Via Garibaldi, appositamente edificata conformemente ai desideri del pontefice piemontese San Pio V e del duca sabaudo Emanuele Filiberto.
Qui i cinque santi sono ancor oggi oggetto di venerazione, insieme con il martire romano San Tigrino, traslato dalle catacombe romane.
Ai fini dell’identificazione dell’esatta ubicazione del luogo del martirio dei Santi Avventore ed Ottavio, si rivelò l’apparizione della Madonna a San Giovanni Bosco nel 1845, che indicò al sacerdote torinese un preciso luogo in località Valdocco (nome che forse significherebbe etimologicamente “valle degli uccisi”), sul quale venne eretta la Basicila di Maria Ausiliatrice.
Nella cripta una quadro rafigura la decapitazione dei due santi e la fuga di Solutore verso il Canavese.
Un’altare è inoltre dedicato ai tre martiri nel coro della chiesa e le loro statue campeggiano sulla facciata della basilica. Nella cripta in una pala d’altare è raffigurata anche la matrona Giuliana fra altre sante vergini.
 Nella chiesa torinese di Santa Barbara, edificata nei pressi dell’antico monastero benedettino, sono ancor oggi venerati i Santi Solutore, Avventore, Ottavio, Giuliana e Gozzelino.
Quanto al culto liturgico oggi tributato ai protomartiri torinesi, il Martyrologium  Romanum, calendario ufficiale della Chiesa universale, li commemora al 20 novembre, nell’anniversario della morte, mentre l’archidiocesi di Torino celebra la loro memoria al 20 gennaio, anniversario della traslazione.
In diocesi di Ivrea, invece, è particolarmente vivo il ricordo di San Solutore, il culto locale è celebrato nella medesima data presso Baio Dora, Borgofranco, Caravino, Romano Canavese e Strambino, nonché ad Issogne in Valle d’Aosta.
Antichi Codici del Comune di Torino raffigurato i tre santi martiri, antichi protettori della città, che come è desumibile nella vasta iconografia che li riguarda sono soliti portare tutte le insegne dei martiri e dei soldati tebei.
Dal Sermone 12 di San Massimo di Torino:
“De passione vel natale sanctorum id est Octavi, Adventi et Solutoris Taurinis”
Mentre, o fratelli, dobbiamo celebrare con grande devozione il natale di tutti i santi martiri, dobbiamo tuttavia con maggior venerazione curare la solennità di quelli che hanno sparso il loro sangue tra le nostre case.
Perché, se certamente tutti i santi sono ovunque presenti e a tutti giovano, quelli però che hanno sofferto il supplizio per noi sono per noi speciali intercessori.
Il martire infatti non soffre soltanto per sé, ma anche per i concittadini. Con il suo patire vince per sé il premio, ai concittadini offre l’esempio; per sé ottiene il riposo, per i concittadini la salvezza.
Dal loro esempio imparammo a cercare la vita eterna nelle umiliazioni, imparammo a non temere la morte.
Vedete dunque che cosa dobbiamo ai martiri!
Ecco: l’uno è tormentato perché l’altro venga salvato, l’uno sopporta il carnefice perché l’altro riconosca Cristo; l’uno è mandato a morte perché l’altro guadagni la vita eterna.; insomma, il santo è ucciso perché il peccatore venga liberato!
I beati martiri dunque né per sé son vissuti, né per sé son morti.
Poiché a noi hanno lasciato un esempio di vita con la loro bontà e di fortezza con la loro passione.
Perciò il Signore ha voluto che in diversi luoghi per tutto il mondo ci fossero dei martiri che, quali fidati testimoni ancora in certo modo presenti, ci spronassero con l’esempio della loro professione di fede; e così l’umana debolezza, lenta a credere alla predicazione del Signore che è lontana nel tempo, creda almeno alla testimonianza presente dei beati martiri.
Tutti i martiri si devono dunque venerare devotamente, ma una particolare venerazione dobbiamo tributare a quei martiri dei quali possediamo le reliquie.
Tutti ci soccorrono con la preghiera, questi anche con il martirio.
Con questi godiamo di una certa familiarità perché sono sempre con noi, dimorano in mezzo a noi, ci custodiscono da vivi perché non ci colga la lebbra del peccato, ci accolgono morenti perché non ci sommerga il terrore dell’inferno.
Anche per questo i nostri antenati hanno provveduto che le nostre sepolture siano contigue a quelle dei martiri, perché l’inferno, che di loro ha timore, a noi non si accosti, perché noi non colgano le tenebre mentre su di loro è la luce del Cristo.
Così dunque, riposando insieme ai santi martiri, sfuggiamo alle tenebre dell’inferno se non per i meriti nostri, almeno per la vicinanza della santità loro.
Pertanto, o fratelli, veneriamo i nostri martiri in questo mondo, onde poterli avere come difensori nell’altro: in nulla infatti potremo venire separati da loro, se staremo spiritualmente vicini ad essi nella pietà, così come le loro ossa sono materialmente presenti tra di noi.
Preghiera
Solutore, Avventore e Ottavio,
voi che siete stati i più antichi protettori di Torino, impetrateci una filiale devozione alla Madonna, celebrata nei soavissimi e gloriosi titoli di Consolata e Ausiliatrice (Voi stessi ce li avete delicatamente forniti nella Vostra vigile protezione sulla Città e sulla sua espansione) e, insieme, allo Sposo della Vergine San Giuseppe Lavoratore.
Allora l’anima, sul Vostro esempio, sarà retta e schiva di ogni macchia, e, nella perenne pace e gioia del cuore, noi saremo rotti alla fatica, al sacrificio, alla responsabilità e alla dedizione.
Solutore, Avventore e Ottavio, martiri torinesi, che nel corso di tanti secoli siete stati esaltati da Dio come taumaturghi a favore della Vostra Città e dei concittadini a Voi devoti, esaudite ora le aspirazioni e le suppliche di noi, pure Vostri concittadini o di nascita o di domicilio o di lavoro o di adozione, che continuiamo ad invocarvi martiri torinesi, protettori e taumaturghi. Amen.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Ottavio, pregate per noi.

 

*San Silvestro di Chalon-sur-Saone - Vescovo (20 novembre)  
Martirologio Romano: A Châlon-sur-Saône in Burgundia, ora in Francia, San Silvestro, vescovo, che, nel quarantaduesimo anno del suo sacerdozio, pieno di giorni e di virtù passò al Signore.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Silvestro di Chalon-sur-Saone, pregate per noi.


*San Simplicio di Verona - Vescovo (20 novembre)  
San Simplicio è il terzo vescovo di Verona. Nella cronotassi ufficiale della diocesi scaligera figura dopo San Dimitriano e prima di San Procolo.
Di lui non abbiamo notizie certe.
Solo il Vescovo Valier nel Martirologio veronese lo dice “sapientissimo nelle umane e divine cose”. Si credeva morto il 20 novembre. Venne sepolto nella cripta di San Procolo.
Della traslazione dei suoi resti nella Chiesa di Santo Stefano, avvenuta un 21 ottobre verso la fine del V secolo, ne parlò il canonico Gian Giacomo Dionisi nel Settecento. Sempre lo stesso autore ricorda anche una seconda traslazione avvenuta il 20 febbraio 1550.
Nel “Catalogus Sanctorum Ecclesiae Veronensis”, mons. Franco Segala ne trascrive l’elogium dal Martirologio della chiesa veronese: “Veronae sancti Simplicii eiusdem civitatis episcopi (qui, cum esset vir humanarum divinarumque rerum schientissimus, doctrina et rebus gestis populo veronensi plurimum profuit atque Ecclesiam cum in primis mirabiliter ornasset et ad magnum splendorem perduxisset, sanctissime ex hac vita dessit)".
Di lui c’è un’unica raffigurazione, tra i Santi Girolamo, Francesco, Mauro e Placidia, in una pala di Nicolò Giolfino.
Nel martirologio diocesano, era ricordato nel giorno della sua festa il giorno 20 novembre, fino alla riforma del Proprio veronese, del 1961, voluta dal vescovo Carraro, quando è stato annoverato nella festa comune di tutti i vescovi veronesi, e la sua festa venne a cessare.
(Autore: Mauro Bonato - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Simplicio di Verona, pregate per noi.


*San Solutore - Martire (20 novembre)
+ Torino, fine III secolo
«A Torino si festeggiano i Santi martiri Ottavio, Solutore e Avventore, soldati della legione Tebana, i quali, sotto l'imperatore Massimiano, combattendo valorosamente, furono coronati dal martirio».
Così il Martirologio romano racconta la storia di questi tre martiri della fine del II secolo. Il riferimento al «valoroso combattimento» si riferisce evidentemente alla loro determinazione nel dichiararsi cristiani nonostante la persecuzione instaurata da Massimiano.
Dei tre santi una «Passione» del V secolo narra che essi fuggirono al massacro generale di Agaunum.
Inseguiti, furono presi nei pressi di Torino: Avventore e Ottavio, raggiunti, vennero trucidati sul posto. Solutore, invece, riuscì a proseguire nella fuga fino alle rive della Dora Riparia, dove, scoperto, fu decapitato.
Nel luogo della sepoltura dei tre nel V secolo sorse una basilica. Nel 1575 fu innalzata la «Chiesa dei martiri», che ne ospita ancor oggi le reliquie. (Avvenire)
Emblema: Palma
Martirologio Romano: A Torino, Santi Ottavio, Solutore e Avventore, martiri.
Santi Ottavio, Solutore e Avventore, Martiri
Assolutamente nulla di certo è stato tramandato su questi gloriosi martiri ed il loro ricordo sarebbe andato di certo perduto se il primo vescovo di Torino, San Massimo, nel IV secolo non avesse citato i loro nomi nel titolo di uno dei suoi sermoni.
É singolare poi il fatto che nel testo egli narri la vicenda di questi eroici testimoni della fede cristiana senza alcun preciso riferimento geografico o temporale.
Da tale testo parrebbe di poter desumere che essi fossero cittadini torinesi, oppure primi missionari inviati ad evangelizzare la città.
Una “passio” risalente al V secolo, storicamente non attendibile, azzardò però l’ipotesi che essi potessero alcuni soldati appartenenti alla folta schiera della leggendaria Legione Tebea.
San Maurizio, capitano, ed i suoi compagni, esercito proveniente dall’Egitto e rifiutatisi di trucidare altri cristiani e sacrificare agli dei pagani, subirono il martirio in Svizzera presso Agaunum, ma ben presto iniziarono a sorgere voci su alcuni soldati scampati all’eccidio e divenuti evangelizzatori delle zone limitrofe sui vari versanti delle Alpi.
Si spiegherebbe in tal modo l’arrivo a Torino dei tre Santi.
Raggiunti però dai soldati fedeli all’imperatore, Avventore ed Ottavio sarebbero stati uccisi nei pressi della Dora Baltea, mentre Solutore sarebbe riuscito a fuggire nel Canavese, ma infine scoperto in una cava di sabbia sulle rive della Dora Baltea nei pressi di Caravino e decapitato su un sasso che ne conserverò le tracce vermiglie del suo sangue.
Una matrona romana di Ivrea, impietosita, ne raccolse il corpo e con la sua quadriga lo trasportò a Torino, ove raccolse i resti degli altri due martiri, e diede loro comune sepoltura in una cappella fatta appositamente costruire nei pressi dell’odierna Cittadella di Pietro Micca.
Alla sua morte anch’essa vi fu sepolta Tutto ciò avvenne verso la fine del III secolo.
Il vescovo Vittore fece ingrandire la chiesa verso il 490, finché nel 1006 vi si aggiunse anche un monastero benedettino, intitolato a San Solutore e e fondato dal vescovo Gezone, dipendente dalla celebra Sacra di San Michele sita in Val di Susa.
Le reliquie dei tre martiri, insieme a quelle di Santa Giuliana e di San Gozzelino, secondo abate, nel 1536 furono trasferite nel santuario torinese della Consolata, quando il re francese Francesco I ordinò di abbattere l’antico monastero.
Infine nel 1619 i sacri resti vennero traslati nella nuova chiesa dei Santi Martiri nell’odierna Via Garibaldi, appositamente edificata conformemente ai desideri del pontefice piemontese San Pio V e del duca sabaudo Emanuele Filiberto.
Qui i cinque santi sono ancor oggi oggetto di venerazione, insieme con il martire romano San Tigrino, traslato dalle catacombe romane.
Ai fini dell’identificazione dell’esatta ubicazione del luogo del martirio dei Santi Avventore ed Ottavio, si rivelò l’apparizione della Madonna a San Giovanni Bosco nel 1845, che indicò al sacerdote torinese un preciso luogo in località Valdocco (nome che forse significherebbe etimologicamente “valle degli uccisi”), sul quale venne eretta la Basicila di Maria Ausiliatrice.
Nella cripta una quadro rafigura la decapitazione dei due santi e la fuga di Solutore verso il Canavese.
Un’altare è inoltre dedicato ai tre martiri nel coro della chiesa e le loro statue campeggiano sulla facciata della basilica. Nella cripta in una pala d’altare è raffigurata anche la matrona Giuliana fra altre sante vergini.
Nella chiesa torinese di Santa Barbara, edificata nei pressi dell’antico monastero benedettino, sono ancor oggi venerati i Santi Solutore, Avventore, Ottavio, Giuliana e Gozzelino.
Quanto al culto liturgico oggi tributato ai protomartiri torinesi, il Martyrologium  Romanum, calendario ufficiale della Chiesa universale, li commemora al 20 novembre, nell’anniversario della morte, mentre l’archidiocesi di Torino celebra la loro memoria al 20 gennaio, anniversario della traslazione.
In diocesi di Ivrea, invece, è particolarmente vivo il ricordo di San Solutore, il culto locale è celebrato nella medesima data presso Baio Dora, Borgofranco, Caravino, Romano Canavese e Strambino, nonché ad Issogne in Valle d’Aosta.
Antichi Codici del Comune di Torino raffigurato i tre santi martiri, antichi protettori della città, che come è desumibile nella vasta iconografia che li riguarda sono soliti portare tutte le insegne dei martiri e dei soldati tebei.
Dal Sermone 12 di San Massimo di Torino:
“De passione vel natale sanctorum id est Octavi, Adventi et Solutoris Taurinis”
Mentre, o fratelli, dobbiamo celebrare con grande devozione il natale di tutti i santi martiri,
dobbiamo tuttavia con maggior venerazione curare la solennità di quelli che hanno sparso il loro sangue tra le nostre case.
Perché, se certamente tutti i santi sono ovunque presenti e a tutti giovano, quelli però che hanno sofferto il supplizio per noi sono per noi speciali intercessori.
Il martire infatti non soffre soltanto per sé, ma anche per i concittadini. Con il suo patire vince per sé il premio, ai concittadini offre l’esempio; per sé ottiene il riposo, per i concittadini la salvezza.
Dal loro esempio imparammo a cercare la vita eterna nelle umiliazioni, imparammo a non temere la morte.
Vedete dunque che cosa dobbiamo ai martiri!
Ecco: l’uno è tormentato perché l’altro venga salvato, l’uno sopporta il carnefice perché l’altro riconosca Cristo; l’uno è mandato a morte perché l’altro guadagni la vita eterna.; insomma, il santo è ucciso perché il peccatore venga liberato!
I Beati martiri dunque né per sé son vissuti, né per sé son morti.
Poiché a noi hanno lasciato un esempio di vita con la loro bontà e di fortezza con la loro passione.
Perciò il Signore ha voluto che in diversi luoghi per tutto il mondo ci fossero dei martiri che, quali fidati testimoni ancora in certo modo presenti, ci spronassero con l’esempio della loro professione di fede; e così l’umana debolezza, lenta a credere alla predicazione del Signore che è lontana nel tempo, creda almeno alla testimonianza presente dei beati martiri.
Tutti i martiri si devono dunque venerare devotamente, ma una particolare venerazione dobbiamo tributare a quei martiri dei quali possediamo le reliquie.
Tutti ci soccorrono con la preghiera, questi anche con il martirio.
Con questi godiamo di una certa familiarità perché sono sempre con noi, dimorano in mezzo a noi, ci custodiscono da vivi perché non ci colga la lebbra del peccato, ci accolgono morenti perché non ci sommerga il terrore dell’inferno.
Anche per questo i nostri antenati hanno provveduto che le nostre sepolture siano contigue a quelle dei martiri, perché l’inferno, che di loro ha timore, a noi non si accosti, perché noi non colgano le tenebre mentre su di loro è la luce del Cristo.
Così dunque, riposando insieme ai santi martiri, sfuggiamo alle tenebre dell’inferno se non per i meriti nostri, almeno per la vicinanza della santità loro. [...]
Pertanto, o fratelli, veneriamo i nostri martiri in questo mondo, onde poterli avere come difensori nell’altro: in nulla infatti potremo venire separati da loro, se staremo spiritualmente vicini ad essi nella pietà, così come le loro ossa sono materialmente presenti tra di noi.
Preghiera
Solutore, Avventore e Ottavio,
voi che siete stati i più antichi protettori di Torino, impetrateci una filiale devozione alla Madonna, celebrata nei soavissimi e gloriosi titoli di Consolata e Ausiliatrice (Voi stessi ce li avete delicatamente forniti nella Vostra vigile protezione sulla Città e sulla sua espansione) e, insieme, allo Sposo della Vergine San Giuseppe Lavoratore.
Allora l’anima, sul Vostro esempio, sarà retta e schiva di ogni macchia, e, nella perenne pace e gioia del cuore, noi saremo rotti alla fatica, al sacrificio, alla responsabilità e alla dedizione.
Solutore, Avventore e Ottavio, martiri torinesi, che nel corso di tanti secoli siete stati esaltati da Dio come taumaturghi a favore della Vostra Città e dei concittadini a Voi devoti, esaudite ora le aspirazioni e le suppliche di noi, pure Vostri concittadini o di nascita o di domicilio o di lavoro o di adozione, che continuiamo ad invocarvi martiri torinesi, protettori e taumaturghi. Amen.  
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Solutore, pregate per noi.


*San Teonesto - Martire a Vercelli (20 novembre)  

Sembra che Teonesto fosse un membro della primitiva comunità cristiana di Vercelli, precedente l'episcopato di Eusebio e forse anche la pace costantiniana, che testimoniò col sacrificio della propria vita la sua fede.
Dopo il martirio, la sua salma venne sepolta in un area cimiteriale ove trovavano posto deposizioni cristiane e pagane, senza particolari distinzioni. Sembrerebbe che Eusebio abbia eretto egli stesso il sacello in cui riposavano i resti del santo, poi ingrandito e trasformato già alla fine del IV secolo nella prima basilica eusebiana.
Oggi le reliquie del santo vengono conservate in una nicchia posta sopra l'altare della Madonna dello Schiaffo, nel duomo vercellese. (Avvenire)
Martirologio Romano: A Vercelli, san Teonesto, martire, in cui onore il vescovo sant’Eusebio costruì una basilica.
Unica fonte antica che ricorda San Teonesto è la vita del santo vescovo vercellese Eusebio, in cui si ricorda come il presule desiderò essere sepolto presso le reliquie del martire, venerate in
un sacello nella zona sepolcrale fuori le mura della città di Vercelli. Occorre chiedersi quali indicazioni trarre da questa scarsa notizia per cercare di ricostruire l’identità del santo, per altro sconosciuto a qualsiasi altra fonte agiografica.
Il testo della Vita Eusebii, sopra menzionato, è da collocare nell’VIII secolo, un epoca già molto distante dai fatti che descrive, fatto che ne pregiudica in alcuni casi l’attendibilità storica. Sembrerebbe che Eusebio avesse eretto egli stesso il sacello in cui riposavano i resti del santo, poi ingrandito e trasformato già alla fine del IV secolo nella prima basilica eusebiana.
Quando, alla fine del XVI secolo, la struttura della chiesa venne progressivamente demolita per lasciare il posto all’attuale cattedrale, si rinvennero anche le sepolture del santo vescovo e di Teonesto, una accanto all’altra come Eusebio aveva desiderato. Sulla tomba del martire vi era un’iscrizione cruciforme, oggi purtroppo perduta: S. MARTIR THEONESTUS, giudicata dal Bruzza dell’epoca eusebiana.
Se tale datazione risultasse corretta, si potrebbe ritenere il santo un membro della primitiva comunità cristiana vercellese, precedente l’episcopato di Eusebio e forse anche la pace costantiniana, che testimoniò col sacrificio della propria vita la sua fede.
Dopo il martirio, la sua salma venne sepolta in un area cimiteriale ove trovavano posto deposizioni cristiane e pagane, senza particolari distinzioni; inoltre l’iscrizione lascerebbe supporre che la tomba contenesse l’intero corpo del santo e non solo ne conservasse delle reliquie. Quest’ultima ipotesi potrebbe trovare conferma solo analizzando scientificamente i resti attribuiti a Teonesto, oggi conservati in una nicchia posta sopra l’altare della Madonna dello Schiaffo, nel duomo vercellese.
Se dunque non si trattasse solo di parziali reliquie, ma di resti corporei di una certa consistenza, si potrebbe ritenere proprio Vercelli il luogo in cui il santo morì e pertanto escludere le ipotesi di chi lo vorrebbe identificare con l’omonimo e leggendario vescovo ucciso dagli ariani ad Altino, in Veneto, insieme ad altri compagni.
Al contrario, essendo ormai comprovato che la narrazione agiografica di quest’ultimo santo non è altro che un racconto che accomuna in una sola fantasiosa narrazione santi venerati in diverse località (Albano a Magonza, Orso ad Aosta), si potrebbe ipotizzare che sia stato proprio il santo vercellese ad essere stato trasformato nel vescovo itinerante.
Nella città e nella diocesi di Vercelli Teonesto, pur venendo ancora celebrato liturgicamente il 20 di novembre, non godette mai di particolare venerazione, tanto che la sua iconografia è del tutto inesistente, non conoscendosi attualmente opere che lo riproducano, né il suo nome venne mai associato a qualche particolare patronato. Paradossalmente però sono forse queste scarne ed essenziali notizie che garantiscono, più di incontrollabili e poco credibili leggende, l’autenticità della memoria cultuale che riguarda San Teonesto.
(Autore: Damiano Pomi - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Teonesto, pregate per noi.


*Altri Santi del giorno (20 novembre)
*
San Felice di Valois - Confessore
*San

Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.

 
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