Santi del 20 Ottobre - Istituto Aveta

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Santi del 20 Ottobre

Il mio Santo > I Santi di Ottobre

*Sant’Acca di Hexham - Abate e Vescovo (20 ottobre)

Hexham, Inghilterra, 688 circa - Hexham, Inghilterra, 20 ottobre 740
Sant’Acca di Hexham è un abate e vescovo vissuto nell’VIII secolo.
Nacque a Hexham intorno all’anno 688. E’ stato vescovo nell’antica sede di Hexhan, che fu eretta  nel 678 ed assieme alla diocesi di Lindisfarne, fondata da Sant’Aidano,  e che costituiva la parte principale della struttura ecclesiastica dell'antico regno di Northumbria.
La diocesi di Hexham aveva sede nel monastero fondato nel 674 da Vilfrido di York e che si estendeva nel territorio compreso tra i fiumi Aln e Tees.

Nella lista dei tredici vescovi conosciuti di Hexham, sant’Acca figura al settimo posto. Succede a San Vilfrido di York e precede San Frithbert, governando la diocesi per oltre vent’anni, tra gli anno 709 e 732.
Sant’Acca era amico di Beda il venerabile, che gli dedicò alcune delle sue opere.
Prima di essere nominato vescovo fu abate del monastero di Sant’Andrea.
Sant’Acca fu tra i protagonisti dell’espansione del Cristianesimo in Inghilterra, promuovendo la cultura latina e il canto gregoriano.
Dopo la deposizione di re Ceolwulf di Northumbria dovette per qualche tempo lasciare Hexham.
Sant’Acca morì il giorno, 20 ottobre 740, a Hexham.
La sua memoria è ricordata nel giorno della sua festa il 20 ottobre.

(Autore: Mauro Bonato - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Sant’Acca di Hexham, pregate per noi.


*Sant'Adelina di Mortain - Badessa (20 ottobre)

Etimologia: Adelina (come Adele ed Adelaide) = figlia nobile, dall'antico tedesco
Martirologio Romano: A Savigny in Normandia, Santa Adelina, prima badessa del monastero di Mortain, da lei fondato con l’aiuto di suo fratello San Vitale.
Sorella del Beato Vitale, abate di Savigny (Manche), e da lui avviata alla vita religiosa, Adelina fu la prima badessa del monastero fondato a Mortain nel 1105 o 1115 dal conte Guglielmo di Mortain.
In esso si seguiva la Regola di san Benedetto, con l'aggiunta di osservanze cistercensi. Per il colore del loro abito le religiose erano chiamate le «Dame Bianche» (Albae Dominae).
Adelina morì verso il 1125.
Cominciò ad essere onorata come Beata in occasione di una solenne traslazione dei suoi resti, di quelli di suo fratello Vitale e di altri religiosi di Savigny.
È commemorata il 20 ottobre.
(Autore: Philippe Rouillard – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Adelina di Mortain, pregate per noi.


*Sant'Alderaldo di Troyes - Arcidiacono (20 ottobre)

Martirologio Romano: Presso Troyes lungo la Senna in Francia, Sant’Aderaldo, arcidiacono, che diede lustro alla regola canonica con i suoi ammonimenti e con il suo esempio, anche mentre in Terra Santa era tenuto prigioniero dai Saraceni.
Si può tentare una ricostruzione della vita di Alderaldo localizzando gli elementi leggendari della tradizione manoscritta in un periodo storico indicato, anche se approssimativamente, da un documento di donazione redatto a Montierender.
La sua Vita, infatti, si riduce ad un panegirico tenuto insieme da luoghi comuni ed esortazioni a ben fare. Manca qualunque precisazione storica in seno al racconto stesso e qualunque indizio che permetta di individuare le fonti e l'agiografo che se ne servì.
Alderaldo è appena ricordato nelle cronache di san Mariano d'Auxerre e di san Pietro di Sens; probabilmente visse nell'ambito del sec. XI.
Secondo la Vita, Alderaldo, nato nei pressi di Troyes da genitori facoltosi, sarebbe stato educato in un monastero e, più tardi, sarebbe diventato canonico della chiesa locale di San Pietro.
Tra il 982 e il 991, il vescovo Manasse nominò Alderaldo arcidiacono, poiché la sua firma seguita da questo titolo compare nel documento di Montierender.
Il Santo introdusse radicali riforme nei monasteri della diocesi di Troyes, dove, invece di una vita ascetica e distaccata, si curavano commerci e guadagni. In seguito Alderaldo, partito per un pellegrinaggio in Terra Santa, riuscì a fuggire dai ceppi dei pirati barbareschi, ma cadde in mano ai Turchi, che lo sottoposero ad ogni sorta di torture pur di costringerlo ad infrangere la regola.
Ma Alderaldo non ne interruppe mai l'osservanza e resisté valorosamente ad ogni pressione. Ebbe particolarmente a cuore la consuetudine del silenzio dopo compieta.
Visitò la Palestina e tornò poi a Troyes per via di terra, recando numerose reliquie, fra cui uno di quei supposti frammenti del Santo Sepolcro che riempivano i mercati dell'epoca.
Alderaldo, per custodire la preziosa reliquia, edificò a Samblières, località distante 12 Km. da Troyes, un santuario intorno al quale sorse presto un borgo, che divise con quel monastero il nome di Santo Sepolcro fino al 1673 (anno in cui si inaugurò la denominazione attuale di Villacerf). L'officiatura del santuario fu affidata ai monaci cistercensi di Cluny.
Tra loro Alderaldo morì e fu sepolto nel 1002 (nel 1004 o 1005 secondo altri).
Il culto di Alderaldo si estese nella intera diocesi di Troyes e ve ne sono numerose testimonianze, a partire dal sec. XIII in poi; la festa fu sempre celebrata il 2 ottobre.
Nel sec. XVII le reliquie furono traslate nella chiesa parrocchiale di Villacerf, dove agli inizi del sec. XIX gli fu dedicato un monumento.
(Autore: Maria Vittoria Brandi – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Alderaldo di Troyes, pregate per noi.


*Sant'Andrea in Crisi (o il Calibita) - Monaco (20 ottobre)

+ 767
Monaco cretese incarcerato e ucciso dalla furia degli iconoclasti.
Martirologio Romano: A Costantinopoli, Sant’Andrea, detto in Crisi o Calibita, monaco e martire, che, nato nell’isola di Creta, più volte fustigato sotto l’imperatore Costantino Copronimo per il culto delle sacre immagini e sottoposto a tortura, morì precipitato tra le immondizie dalle mura della città.
Nacque a Creta nel sec. VIII e sin dalla gioventù praticò una vita ascetica tanto dura da meritarsi l'appellativo di «colui che vive in un tugurio», con cui talvolta è distinto dall'omonimo Andrea di Gortina, morto verso il 740.
È dubbio se Andrea fu stilita in Creta, ma è certo che fu monaco o anacoreta. Al tempo della persecuzione dell'imperatore iconoclasta Costantino V Copronimo, Andrea, recatosi nel 767 a Costantinopoli, entrò nel palazzo di San Mamante, dove Costantino giudicava i cultori delle immagini, e apostrofò arditamente l'imperatore con queste parole: «Tu dici, o imperatore, che noi adoriamo idoli; ma noi adoriamo e veneriamo queste icone perché fatte a immagine e somiglianza di Dio, che per noi si è fatto uomo».
Costantino, non essendo riuscito a competere con Andrea sulla dottrina, ordinò che il monaco fosse rinchiuso in carcere, dopo averlo fatto crudelmente flagellare.
L'indomani Andrea fu condotto dinnanzi all'imperatore e, non piegandosi né a blandizie, né a minacce, venne abbandonato alla furia della plebaglia.
Battuto a sangue per le vie di Costantinopoli, Andrea fu trascinato nel Forum Bovis (piazza che prendeva il nome da un camino bronzeo in forma di bue, in cui, secondo la tradizione, fu arso vivo il martire Antipa) e qui fu linciato, dopo che un pescatore gli aveva troncato il piede destro. Questo avvenne il 20 ottobre 767 e il corpo di Andrea fu gettato in una fossa comune nel cimitero chiamato «Pelagio» in turpe compagnia di pagani e assassini.
Nottetempo però alcuni fedeli trafugarono la salma di Andrea, riconoscendola miracolosamente tra tante altre, e le diedero decorosa sepoltura in un luogo detto "Krisis", donde l'appellativo «in Crisi», e là sorse ben presto un monastero a lui dedicato. Non sappiamo che fine abbiano fatto le reliquie di Andrea, dopo che i turchi conquistarono Costantinopoli (1453).
La Chiesa latina festeggia Andrea il 17 ottobre, mentre nella Chiesa greca Andrea è celebrato il 17, 19 e 20 ottobre da solo e il 28 novembre assieme a santo Stefano junior, che è il più famoso martire della persecuzione di Costantino V. Di Andrea possediamo due Vitae, pubblicate entrambe negli Acta Sanctorum; l'una, anonima, fu scritta poco dopo la morte di Andrea, lungi da Costantinopoli, e, nella sua semplicità, è da considerarsi molto attendibile, mentre l'altra, opera di Simeone Metafraste, è meno accettabile per le amplificazioni leggendarie che l'autore, come è suo costume, spesso si concede.
(Autore: Mario Salsano – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Andrea in Crisi, pregate per noi.


*Beato Berengario Aleman de Pellpuig - Mercedario (20 ottobre)

XIII secolo
Originario di Valenza (Spagna), il Beato Berengario Aleman de Bellpuig, cavaliere laico mercedario, onorò l'Ordine con le sue eroiche virtù.
Nel 1230 prese parte alla liberazione dell'isola di Maiorca sconfiggendo i mori, riportandola alla fede di Cristo.
Nella stessa isola nel convento del Santissimo Salvatore terminò la sua vita accompagnato da prodigiosi miracoli che attestarono la sua santità.
L'Ordine lo festeggia il 20 ottobre.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Berengario Aleman de Pellpuig, pregate per noi.


*San Caprasio di Agen - Martire (20 ottobre)

Martirologio Romano: Ad Agen in Aquitania, ora in Francia, San Caprasio, martire.
Il 20 ottobre, nelle aggiunte al Martirologio Geronimiano, è commemorato Caprasio (fr. Caprais), al quale, come ricorda San Gregorio di Tours, fu dedicata una chiesa, divenuta in prosieguo di tempo, dopo varie vicende e in seguito al Concordato del 1801, la cattedrale di Agen.

Purtroppo, le notizie su Caprasio sono state trasmesse da leggende agiografiche non anteriori al sec. IX, nelle quali è arduo distinguere il vero dal falso.
In un cod. del sec. X si trova una passio di Caprasio che, tuttavia, è pura e semplice riproduzione di quella di san Sinforiano di Autun; in genere, però, tutti gli altri codd. narrano le vicende di Caprasio unitamente a quelle di Santa Fede, martire anch'ella ad Agen.
Secondo questi testi, dunque, Caprasio, per sfuggire alla persecuzione di Diocleziano, si era ritirato in una spelonca.
Venuto a conoscenza del martirio di Fede, desiderò esserne partecipe e, confortato da un prodigio, si presentò al giudice Daciano che, lusingandolo, cercò dapprima di indurlo ad apostatare, ma poi, vedendolo irremovibile, lo consegnò ai carnefici.
Mentre il martire era torturato, si convertirono due fratelli, Primo e Feliciano, che, insieme con Fede e Caprasio, furono decapitati il 6 ottobre. I corpi dei quattro, esposti in una piazza, furono trafugati dai cristiani e sepolti onoratamente; in seguito furono traslati dal vescovo Dulcizio nella chiesa dedicata alla Vergine.
Dopo l'invenzione del corpo (sec. V), il culto di Caprasio ebbe un grande sviluppo, tanto che, nel sec. XIV, egli era ritenuto il protovescovo di Agen.
(Autore: Agostino Amore – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Caprasio di Agen, pregate per noi.


*San Cornelio - Il Centurione (20 ottobre)

Cesarea di Palestina, I secolo
Era un centurione romano noto come uomo pio e timorato, che pregava ed era generoso nelle elemosine. La sua residenza era a Cesarea di Palestina, sede del governatore romano e apparteneva alla coorte detta «Italica».
Gli Atti degli Apostoli narrano che mentre un giorno verso le tre del pomeriggio, pregava Dio desideroso di conoscerne la volontà, ebbe la visione di un angelo che gli disse di mandare degli uomini a Giaffa (Ioppe) per invitare nella sua casa un uomo di nome Simone detto anche Pietro, il quale l'avrebbe istruito su quanto chiedeva.
Cornelio inviò allora due servitori ed un soldato alla sua ricerca. Pietro l'Apostolo, che era in visita alle Chiese della Giudea, aveva nel frattempo avuto una visione simbolica che gli chiariva la volontà di Dio sull'ammissione dei Gentili nella Chiesa.
Pertanto incontrati i messi di Cornelio, accettò l'invito e venne a Cesarea nella sua casa. Entrato, si mise a predicare il Vangelo e mentre parlava lo Spirito Santo scese su tutti i presenti, manifestandosi con il dono delle lingue. Da qui ebbe inizio l'evangelizzazione dei «gentili». (Avvenire)
Martirologio Romano: Commemorazione di san Cornelio centurione, che fu battezzato da San Pietro Apostolo a Cesarea in Palestina, primizia della Chiesa dei gentili.
Di Cornelio si parla negli ‘Atti degli Apostoli’ cap. 10, egli era un centurione romano noto come uomo pio e timorato, che pregava ed era largo di elemosine.
La sua residenza era a Cesarea di Palestina, sede del governatore romano e apparteneva alla coorte detta ‘Italica’; è probabile che sapesse del cristianesimo e che il suo cuore fosse turbato e alla
ricerca di Dio, non accontentandosi più degli dei pagani.
E mentre un giorno verso le tre del pomeriggio, pregava Dio desideroso di conoscerne la volontà, ebbe la visione di un angelo che chiamandolo per nome, gli disse che le sue preghiere e le sue elemosine erano gradite a Dio, e poi gli disse di mandare degli uomini a Giaffa (Ioppe) ad invitare nella sua casa, un uomo di nome Simone detto anche Pietro, che era ospite di un certo Simone conciatore, nella sua casa in riva al mare, il quale l’avrebbe istruito su quanto chiedeva.
Cornelio inviò allora due servitori ed un soldato alla sua ricerca; Pietro l’Apostolo, che era in visita alle Chiese della Giudea, aveva nel frattempo avuta una visione simbolica che gli chiariva la volontà di Dio sull’ammissione dei Gentili nella Chiesa.
Pertanto incontrati i messi di Cornelio, accettò l’invito e venne a Cesarea nella sua casa. Cornelio attorniato dai familiari, quando lo vide, lo accolse con gli onori dovuti ad un inviato di Dio, prostrandovisi davanti, ma Pietro lo esortò ad alzarsi dicendo: “Alzati anche io sono un uomo!”, quindi entrato prese a predicare di Gesù il Risorto “per il quale ottengono la remissione dei peccati, tutti coloro che credono in Lui”.
E mentre proseguiva nel suo parlare apostolico, ecco lo Spirito Santo scendere su tutti i presenti, manifestandosi con il dono delle lingue; dietro il verificarsi di questa nuova Pentecoste, Pietro comprende chiaramente la volontà di Dio, quindi li battezza aggregandoli alla Chiesa, senza la prescritta circoncisione della legge mosaica, per cui anche i pagani potevano così essere ammessi nella nuova religione, che inizialmente sembrava riservata solo agli ebrei circoncisi.
Da qui parte l’inizio ufficiale dell’evangelizzazione dei Gentili e della loro ammissione “non come ospiti e forestieri, ma come cittadini e membri della famiglia di Dio”.
A questo punto finisce la narrazione apostolica che riguarda Cornelio il centurione, tutto quanto poi si sa sul suo futuro, non ha carattere di certezza, anzi è argomento di diverse interpretazioni fra la Chiesa latina e la Chiesa Greca, che nei suoi ‘Menologi’ lo classifica a volte come vescovo a volte come martire.
Egli certamente soffrì per la fede in Skepsi in Misia, dove i greci lo pongono se non come vescovo,
come ‘prefetto’ ecclesiastico di quella città, con la sua predicazione ‘testimoniò’ unitamente ai patimenti, quel Gesù che così prodigiosamente gli si era rivelato.
Le sue sofferenze inflitte da Demetrio prefetto della città, ebbero fine quando questi, veduti i miracoli operati dal centurione, anche in favore di sua moglie e del figlio, si convertì al cristianesimo e non solo lo liberò dal carcere, ma lo ricoprì di onori.
Quindi Cornelio fu si incarcerato, ma poi morì in pace; tutti i menologi greci portano la sua ricorrenza al 13 settembre.
La sua casa, tramutata in chiesa, fu visitata dalla matrona romana Santa Paola, alla fine del IV secolo, nel suo pellegrinaggio in Terra Santa, descritto da San Girolamo.
Inoltre la Chiesa Greca lo ricorda insieme con i santi martiri Demetrio, la moglie Evanzia e il figlio Demetriano, convertiti da Cornelio; la Chiesa Latina lo ricordava da solo il 12 febbraio, i vari ‘Martirologi’ occidentali lo qualificavano come vescovo di Cesarea di Palestina, ma il silenzio su ciò di autorevoli storici ecclesiastici dell’antichità, come Eusebio di Cesarea e Origine, tanto legati a Cesarea, non fa confermare questo episcopato.
La recente edizione del ‘Martyrologium Romanum’ porta San Cornelio il centurione al 20 ottobre.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Cornelio, pregate per noi.


*Beato Diego de Cervantes - Mercedario (20 ottobre)

Inviato come redentore in terra africana, il Beato Diego de Cervantes, religioso dell'Ordine Mercedario, liberò da una dura schiavitù 443 prigionieri dei saraceni.
Amato da Dio e dagli uomini, dopo aver accumulato meriti e buone opere si addormentò nel Signore.
L'Ordine lo festeggia il 20 ottobre.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Diego de Cervantes, pregate per noi.


*Beato Giacomo degli Strepa (Strepar o Strzemie) (20 ottobre)

1340 – Leopoli, 20 ottobre 1409
Di nobile famiglia polacca, ancor giovanissimo entrò nell’Ordine di san Francesco. Per molti anni esercitò il ministero in Russia, fu Vicario Generale di quella missione e lavorò attivamente per l’unità dei cristiani.
Eletto vescovo di Halicz (la cui sede metropolitana fu in seguito trasferito a Leopoli), si distinse per le sue qualità di pastore.
Per gli eccezionali meriti civili, venne proclamato difensore e custode della patria. Il suo corpo riposa nella cattedrale di Leopoli. Pio VI ne approvò il culto.
Martirologio Romano: A Leopoli in Ucraina, Beato Giacomo Strepa, vescovo di Halicz, dell’Ordine dei Minori, insigne per sollecitudine pastorale e apostoliche virtù.
Un infaticabile apostolo della Polonia e della Russia fu, durante il XIV secolo, Giacomo Strepar o Strzemie (italianizzato in Strepa) che, ricco di nascita, mise in pratica l’invito rivolto da Gesù al giovane ricco dei Vangeli: lasciare tutti i propri beni e mettersi alla sua sequela.
Giacomo nacque nella diocesi di Cracovia, da una nobile famiglia polacca, intorno all’anno 1340. Era molto giovane quando, affascinato dall’ideale francescano, entrò in un convento di Frati Minori. Si aggregò alla Società dei Frati Pellegrini, composta sia da Francescani che da Domenicani e, con un forte anelito missionario, si prefisse come meta l’Ucraina.
Fu eletto guardiano del convento di Leopoli (città fondata nel 1250 circa) in un momento travagliato della storia ecclesiastica di quella città. Vi erano infatti contrasti tra il clero diocesano e i religiosi, e tra cattolici e ortodossi. Ricoprendo, inoltre, la carica di inquisitore della fede in Rutenia, per dieci anni il suo apostolato fu instancabile.
Nel pieno della maturità gli si prospettò una nuova grande missione: predicare la Parola di Cristo in Russia. Tale fu il successo che venne nominato vicario generale e poi vescovo di Halicz, sede vescovile che sarà in seguito trasferita a Leopoli. Fra Giacomo aveva cinquantadue anni.
Infaticabile, il novello vescovo impiegò tutte le sue forze, con un impegno straordinario, per il bene della diocesi. Costruì chiese nei luoghi più remoti ed eresse parrocchie, affidandole a sacerdoti di provate virtù, giunti a volte, appositamente, dalla Polonia. Attento alle necessità dei poveri e dei luoghi di culto, devolse a tali scopi le rendite del vescovado. Si impegnò nella costruzione di monasteri, di scuole e ospedali. A piedi, senza alcun onore, col semplice saio francescano, visitò ogni comunità.
Fu esempio d’umiltà, accompagnando l’apostolato attivo con penitenze personali. In ogni azione era spinto da una grande fede interiore, trasmettendo le sue devozioni per il Santissimo Sacramento e per la Madonna. Istituì l’adorazione perpetua e raffigurò la Vergine nello stemma vescovile, invitando a recitare quotidianamente il Rosario.
Tanto zelo portò i frutti di un diffuso risveglio religioso del popolo. Il frate vescovo manteneva immutata l’indole missionaria verso gli atei e verso gli ortodossi, desiderando con forza l’unità dei cristiani mentre, per l’alta autorità morale, veniva nominato senatore del Consiglio di Patria.
In tale veste dava suggerimenti pratici per l’amministrazione della città, trovandosi un giorno a fronteggiare persino le incursioni dei barbari.
Morì il 20 ottobre 1409 ricevendo per i suoi eccezionali meriti, anche civili, il titolo di “protettore del regno, difensore e custode della patria”. Tale era considerato da tutti.
Il corpo, col saio e le insegne vescovili, fu sepolto nella chiesa dei francescani. Vasta la fama di santità, continui i pellegrinaggi alla sua tomba, mentre si verificavano miracoli per sua
intercessione. Dieci anni dopo la morte si riesumò il corpo che apparve incorrotto. Il culto, diffuso in Polonia, Lituania e in Russia, fu confermato da Papa Pio VI l’11 settembre 1790.
Oggi le sue reliquie sono venerate nella cattedrale di Leopoli (L’viv), l’importante città ucraina ricca di storia e cultura che ha tra i suoi padri proprio il nobile frate venuto dalla Polonia.
Preghiera
O Dio,
che con le fatiche apostoliche del vescovo Beato Giacomo degli Strepa
hai posto nella chiesa di Polonia e di Russia i germi della fede,
per sua intercessione donaci di vivere in modo autentico
la nostra vocazione cristiana.
Per Cristo Nostro Signore. Amen.
(Autore: Daniele Bolognini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giacomo degli Strepa, pregate per noi.


*Sant'Irene del Portogallo - Martire (20 ottobre)

Sec. VI
Etimologia: Irene = pace, pacifica, dal greco
Emblema: Palma
Sono più d'una, nei calendari, le Sante con il nome di Irene. Nome bello nel suono e nel significato, perché deriva dalla parola greca che significa "pace".
La Santa Irene di oggi è una delle più note, grazie soprattutto a una pittoresca leggenda che ha incontrato grande popolarità in molti paesi, benché abbia ben poco di verosimile.
Narra dunque come Irene, nata nel Portogallo sulla metà del VI secolo, fosse religiosa in un monastero di vergini consacrate a Dio. Benché modesta e pudica, ella spiccava tra le consorelle per la sua eccezionale bellezza di lineamenti.
Si innamorò di lei un giovane signore, che più volte la chiese in sposa. Irene gli fece capire come ciò fosse impossibile, e non per sprezzo o antipatia, ma per restare fedele a un impegno più alto. Al rifiuto, il giovane, sinceramente innamorato, si afflisse tanto da ridursi gravemente ammalato. Spronata dalla carità, Irene si recò a visitarlo, e lo consolò con parole così ispirate da far presto guarire l'innamorato giovane.
Ma la storia non finì lì. Un religioso indegno, turbato dalla bellezza di Irene, tentò di corrompere la giovane, sua penitente. Non riuscendovi, egli si vendicò atrocemente. Offrì alla fanciulla una misteriosa bevanda, e poco dopo Irene mostrò i segni di una prossima maternità. Lo scandalo dilagò. Lo seppe anche il primo pretendente, il quale, giustamente si ritenne odiosamente beffato.
Mandò perciò un sicario per punire la donna, da lui ritenuta menzognera e impudica.
Il sicario recise con la spada la testa di Irene, poi ne gettò il corpo nelle acque di un fiume. La corrente portò il corpo di Irene fino al Tago, poi lo fece arenare presso la città di Scallabis; dove
viveva un Abate, zio della fanciulla. Avvertito in visione dell'accaduto, l'Abate si recò in processione a raccogliere le spoglie dell'uccisa.
Non fu difficile comprovare l'innocenza della fanciulla, Martire senza colpa. La sua vicenda commosse l'intera città, tanto che da allora venne chiamata, non più Scallabis, ma Santarèm, cioè "Sant'Irene".
Abbiamo già detto che questa popolarissima leggenda non ha nessun fondamento reale. La Santa di oggi, la Santa Irene di Santarèm, altro non è che l'immaginario "doppione" di un'altra Martire dallo stesso nome. Sant'Irene, Martire di Tessalonica nei primi secoli, era particolarmente venerata a Scallabis, dove si trovavano alcune sue reliquie.
La devozione per l'antica Martire orientale dette corpo alla leggenda della Santa dallo stesso nome, ma con le fattezze di una fanciulla portoghese. Si volle insomma rendere più edificante e commovente un esempio di virtù e di eroismo, non però allo scopo di ingannare i fedeli, ma al contrario per accrescere il loro zelo e ravvivare il loro affetto per la Santa.
(Fonte: Archivio della Parrocchia)
Giaculatoria - Sant'Irene del Portogallo, pregate per noi.


*Beato Jakob Kern - Sacerdote Premostratense (20 ottobre)

Martirologio Romano: A Vienna in Austria, Beato Giacomo (Francesco Alessandro) Kern, sacerdote dell’Ordine Premonstratense: ancora studente, chiamato alle armi nella prima guerra mondiale e gravemente ferito, si dedicò in seguito con ogni sollecitudine al ministero pastorale, che esercitò per breve tempo, colpito da una lunga e inesorabile malattia, che egli accettò con fortezza d’animo, in pacifica obbedienza alla volontà di Dio.
Francesco Alessandro Kern, nacque a Vienna l’11 aprile 1897, la madre aveva desiderato la sua venuta e da piccolo lo introdusse alla vita religiosa; partecipò sin da ragazzino alla vita della parrocchia e proprio lì sentì la chiamata a seguire Cristo.
La famiglia, la comunità parrocchiale, la scuola, gli amici, sono fattori determinanti e terreno fertile per una vocazione. In tal modo giunse nel seminario diocesano di Hollanbrunn; amava e preferiva l’adorazione del Santissimo e aveva un culto particolare per Gesù; in seguito entrò nella Confraternita dell’Espiazione del Cuore di Gesù.
Fu coinvolto nella Prima Guerra Mondiale, essendo ancora seminarista, fu reclutato nel 1915, dovette partecipare ad una guerra di cui non comprendeva i motivi di fondo, ciononostante compì il suo dovere, instaurando buoni rapporti con i commilitoni, che rispettarono le sue convinzioni e il suo agire conformi al desiderio di essere sacerdote.
L’11 settembre 1916 venne ferito gravemente, con perforazione dei polmoni e fegato, per lui erano iniziate “le settimane sante” come le chiamò in seguito; le ferite non vennero curate bene, lottò contro la morte nel Lazzaretto, sopravvisse miracolosamente.
Durante quella guerra insensata, proseguì gli studi di teologia a Vienna, sebbene cagionevole di salute, mentre diveniva luogotenente con altre esperienze in guerra; finito il conflitto ritornò al seminario di Vienna; tutto ciò non era contraddittorio per quell’epoca, un futuro pastore di anime deve poter vivere fra la gente, nella vita quotidiana, per poter comprendere le necessità e gli stati d’animo. Si pose all’ascolto della volontà di Dio per il futuro, saputo che nella vicina Regione Ceca, dopo la caduta dell’Impero Austro-Ungarico, si era costituita una chiesa nazionale, di cui uno dei più attivi artefici fu un monaco premostratense di Strahov, Isidoro Zahradnik, che aveva abbandonato il suo monastero con altri confratelli.
Francesco Kern maturò la decisione di subentrare al posto di coloro che avevano lasciato il monastero, che sorgeva lungo i confini cechi. Il suo direttore spirituale accettò che il giovane Kern provasse per un anno la vita come religioso nell’abbazia di Geras, influì il fatto che questa antica abbazia fondata nel 1153, aveva assistito pastoralmente molte parrocchie e che Kern consapevole dei suoi limiti di salute, credeva che l’Istituzione di San Norberto fosse adatta a lui; il suo desiderio era di impegnarsi completamente per gli altri.
Subì per due volte l’asportazione di più costole, senza anestesia, perché il suo debole cuore non poteva sopportarla; i suoi terribili dolori potevano essere sopportati solo condividendoli con le sofferenze di nostro Signore.
Francesco Alessandro Kern entrò a Geras (Vienna) nel 1920 prendendo il nome di Jakob, compì il noviziato e grazie ad una dispensa papale venne ordinato sacerdote nel 1922, la sera e la notte precedente alla sua prima Messa, ebbe una grave emorragia, si temette che avrebbe celebrato la
prima messa in cielo.
Il 20 ottobre 1924 fece la sua gioiosa professione religiosa; il giorno successivo il 21 ottobre ricevé il Viatico e ritornò al cielo a soli 27 anni.
Fu la sua una vita intensamente variegata anche se breve, da fanciullo e studente diligente, da giovane rispondente alla sua vocazione, da seminarista attivo, da soldato e ufficiale in guerra, da ferito con lo strascico di dolori incredibili, da sacerdote e monaco impegnato, da vittima espiatrice con la sua vita, per la glorificazione del Cuore di Gesù. Papa Giovanni Paolo II l’ha beatificato il 21 giugno 1998 a Vienna, durante la sua visita pastorale in Austria.
(Autore: Antonio Borrelli – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
É stata una pallottola italiana a perforargli fegato e polmoni ad a fare di lui una vittima espiatrice. Francesco Alessando Kern nasce a Vienna nel 1897, lungamente e ardentemente atteso da una mamma profondamente cristiana, che non ha poi paura di farselo “portare via” dal Signore che chiama. Ed infatti, fin da bambino, gli fa frequentare le funzioni religiose, lo lascia partecipare alla vita di parrocchia, lo aiuta a specializzarsi nella preghiera: cose tutte che certamente contribuiscono a far sbocciare e maturare una vocazione al sacerdozio.
Il giovane Kern entra nel seminario diocesano e ne esce nel 1915 solo perché, come gli altri giovani della sua età, è chiamato sul fronte della Prima Guerra Mondiale. Fa il suo dovere di buon soldato, anche se non sa perché deve partecipare a quella “inutile strage”. Che fra le tante vittime, cadute al fronte o segnate da mutilazioni per tutta la vita, annovera anche lui.
L’11 settembre 1916 una pallottola, partita dal fronte italiano, lo ferisce gravemente, perforandogli fegato e polmoni. Mancano il tempo, la capacità o i mezzi per curarlo come si dovrebbe e così sopravvive per miracolo, iniziando una lenta via crucis da un ospedale all’altro. Continua a studiare teologia come può, tra una sofferenza e un intervento chirurgico e alla fine della guerra torna nel
seminario di Vienna. I mesi passati al fronte, oltre a mutilargli il fisico, sono serviti però anche ad affinargli incredibilmente l’anima.
É così che il giovane chierico chiede e ottiene di entrare nel monastero premostratense che sorge al confine della Regione Ceca, con il dichiarato proposito di prendere il posto di un monaco che aveva abbandonato il monastero con altri confratelli per fondare una “chiesa nazionale”. Lo porta a questa decisione, dunque, un sentimento di espiazione e di riparazione e anche, forse, la consapevolezza che le sue condizioni di salute davvero precarie non gli permetterebbero un apostolato attivo in diocesi.
In effetti la sua salute continua a peggiorare: a più riprese devono operarlo e asportargli diverse costole, purtroppo senza anestesia perché il suo debole cuore non potrebbe sopportarla.
Il segreto per accettare e sopportare tanta sofferenza sta semplicemente nel viverla in unione a quella di Gesù, cercando di “completare nella sua carne quello che manca ai patimenti di Cristo”.
Entrato nel 1920 in monastero con il nuovo nome di Jakob, dopo il noviziato si prepara all’ordinazione sacerdotale, mentre le sue condizioni di salute continuano a peggiorare. Una dispensa papale gli permette di venire ordinato nel 1922 e di fare la professione religiosa il 20 ottobre 1924. Neppure ventiquattr’ore dopo Jakob Kern già contempla il Signore faccia a faccia, dopo una vita lunga appena 27 anni, tutti intessuti di amore, di preghiera e di sofferenza. Giovanni Paolo II lo ha proclamato Beato il 21 giugno 1998 durante il suo viaggio pastorale in Austria.
(Autore: Gianpiero Pettiti – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Jakob Kern, pregate per noi.


*San Leopardo di Osimo - Eremita (20 ottobre)

Martirologio Romano:
Ad Aussonce nel territorio di Reims sempre in Francia, San Sindolfo, eremita, che condusse vita solitaria, noto a Dio soltanto.
(Fonte:
Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - San Leopardo di Osimo, pregate per noi.


*Santa Maria Bertilla Boscardin - Vergine (20 ottobre)

Gioia di Brendola (VI), 6 ottobre 1888 - Treviso, 20 ottobre 1922
Nata nel 1888 in provincia di Vicenza, in una famiglia contadina, con l'aiuto del parroco, entrò nel 1905 nelle suore Maestre di Santa Dorotea Figlie dei Santissimi Cuori a Vicenza.
Divenuta infermiera, lavorò nell'ospedale di Treviso, dove si dedicò a servire i malati nel corpo e nello spirito, infaticabile nell'aiutare le consorelle.
Nonostante fosse stata colpita da un tumore a soli 22 anni, continuò con impegno il proprio lavoro, reso più faticoso dalle difficoltà e dalle tensioni della prima guerra mondiale. Mandata a Como, soffrì molto per l'incomprensione di qualche medico e della propria superiore senza mai lamentarsi o protestare.
Tornata a Treviso, riprese il suo lavoro in ospedale nonostante l'aggravarsi della malattia. Morì a 34 anni, nel 1922. La sua grandezza spirituale sta nell'aver cercato nella fatica, nell'umiltà, nel silenzio, un'unione con Dio sempre più profonda.
Le sue spoglie si trovano ora a Vicenza, nella Casa madre della sua comunità. (Avvenire)
Etimologia: Maria = amata da Dio, dall'egiziano; signora, dall'ebraico
Emblema: Giglio
Martirologio Romano: A Treviso, Santa Maria Bertilla (Anna Francesca) Boscardin, vergine della Congregazione delle Suore di Santa Dorotea dei Sacri Cuori, che si adoperò in ospedale per la salute dei malati nel corpo e nello spirito.
Operata di tumore a 22 anni, lei che è infermiera sperimenta la vita in ospedale anche sul versante della sofferenza.
Riesce a rimettersi e torna alle sue fatiche: quelle che ha scelto entrando nel 1905 tra le Suore Maestre di Santa Dorotea, Figlie dei SS. Cuori a Vicenza.
Al battesimo è stata chiamata Anna Francesca: figlia di agricoltori non certo ricchi, ha frequentato alcune classi di scuola elementare; poi, presto al lavoro, come tutte le ragazze della
sua condizione all’epoca. Lavoro in campagna, in casa sua, in casa d’altri.
Presa la decisione di farsi suora, Anna Francesca lascia che sia il suo parroco a scegliere per lei tra le varie congregazioni femminili.
Al momento della professione religiosa prende poi i nomi di Maria Bertilla.
I suoi primi compiti in comunità sono i lavori in cucina, al forno e in lavanderia: nessun problema per una che conosce le fatiche della campagna ancora senza macchine, dove tutto si fa a forza di braccia.
Poi inizia il tirocinio presso l’ospedale di Treviso e si rimette a studiare, diplomandosi infermiera. Ma questo non le impedisce di dedicarsi anche a compiti più pesanti per aiutare le consorelle.
Ecco poi sopraggiungere il tumore, l’intervento chirurgico, la lenta ripresa. Pochi anni dopo scoppia la prima guerra mondiale, e quando Treviso viene a trovarsi in pericolo suor Maria Bertilla è trasferita in Lombardia con tutto l’ospedale, e sottoposta a una prova severa: incomprensioni e dissensi provocano la sua “retrocessione” da infermiera a donna di fatica in lavanderia.
Suor Maria Bertilla ne soffre moltissimo: ma dentro di sé, soltanto dentro.
Non le sfugge una parola di amarezza, di risentimento.
Il suo fisico ora resiste meno allo sforzo, ma la volontà non cede. Dopo il rientro a Treviso, la religiosa viene reintegrata nelle funzioni di infermiera.
Ma lei è anche qualcosa d’altro, come dirà Giovanni XXIII canonizzandola l’11 maggio del 1961: "La
irradiazione di suor Bertilla si allarga: nelle corsie, a contatto con gli epidemici, a consolare, a calmare: pronta e ordinata, esperta e silenziosa, fino a far dire anche ai distratti che Qualcuno – cioè il Signore – fosse sempre con lei a dirigerla".
Finché crolla: si è riprodotto il tumore. "La morte mi può sorprendere ad ogni momento", scrive nei suoi appunti, "ma io devo essere preparata". Nuova operazione, ma questa volta non si rialza più e la sua vita si conclude a 34 anni.
L’irradiazione però continua. Presso la sua tomba c’è sempre chi prega, chi ha bisogno della suora infermiera per i mali più diversi: e l’aiuto, per vie misteriose, arriva. Vissuta oscuramente, Maria Bertilla è sempre più conosciuta e amata da morta.
Esperta in sofferenza e umiliazione, continua a donare speranza.
Le sue spoglie si trovano ora a Vicenza, nella Casa Madre della sua comunità.
(Autore: Domenico Agasso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Maria Bertilla Boscardin, pregate per noi.


*Beata Maria di Gesù - Vergine Mercedaria (20 ottobre)

Monaca mercedaria nel convento di Vera Cruz di Berriz in Spagna, la Beata Maria di Gesù, fu resa famosa per le rivelazioni divine dello Spirito profetico.
Dopo molte fatiche e gravissime pene, decorata di meriti e di miracoli migrò allo Sposo Divino.
L'Ordine la festeggia il 20 ottobre.
(Fonte:
Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria -  Beata Maria di Gesù, pregate per noi.


*San Saturnino di Cagliari - Vescovo (20 ottobre)

sec. III
Saturnino di Cagliari, vescovo di Tolosa, fu tra i fondatori della Chiesa gallica. Secondo la leggenda, sarebbe stato legato alla coda di un toro furioso che lo trascinò per lungo tempo (secolo III).
Etimologia: Saturnino = di carattere malinconico, dal latino
Emblema: Bastone pastorale
Può far sorridere i moderni Cagliaritani che ben conoscono la loro bella chiesa dei santi Cosma e Damiano, sapere che il fondatore del monastero accanto a quella chiesa scelse tale luogo perché si trovava, allora, "lontano dal rumore della città di Cagliari".
Oggi la chiesa, situata a oriente del centro cittadino, si trova in piena città moderna ed è circondata dal rumore dell'attività giornaliera e della vita di una moderna comunità, e la cornice è dunque ben diversa da quella del VI secolo, quando visse San Fulgenzio di Ruspe. Questo personaggio, originario dell'Oriente, dove era diventato Vescovo, venne esiliato in Sardegna, dove
dovette trattenersi una quindicina di anni. In quel tempo volle costruire un monastero e scelse appunto il luogo "lontano dal rumore della città", ad oriente di Cagliari.
Già allora esisteva lì una chiesa, anzi una basilica. Era intitolata a San Saturnino, e soltanto più tardi ha preso il nome dei due fratelli medici, Cosma e Damiano.
Si capisce quindi come questo monumento sia interessante dal punto di vista storico e artistico. Infatti, questa chiesa cagliaritana presenta le caratteristiche di un'architettura di tipo bizantino influenzata dalle costruzioni di quel periodo e di quello stile che un tempo si trovavano nelle regioni mediterranee dell'Africa. Questo particolare tipo di arte bizantina, scomparso quasi del tutto in Africa, si è conservato nell'isola che, simile a un grande parco nazionale dell'arte e della civiltà, custodisce memorie e vestigia antiche non soltanto di secoli, ma di molti millenni, con la freschezza di fiori di serra.
Ma chi era il San Saturnino, al quale, già nel VI secolo, era dedicata la basilica oggi intitolata ai Santi Cosma e Damiano?
La risposta non è facile, o meglio le risposte sono più d'una, e non è facile dire quale sia la più soddisfacente. Secondo una tradizione, Saturnino è un Martire locale, di cui si narra una leggendaria Passione. Gli storici però osservano che tale tradizione è piuttosto tardiva, risalendo al Mille. Sembra costruita a posteriori per dare un volto e una storia al Santo al quale era dedicata l'antica basilica. Per di più, il racconto della Passione di San Saturnino di Cagliari ricalca quello di un altro San Saturnino, quello di Tolosa, e di San Sergio.
Più probabile è l'ipotesi che vedrebbe in San Saturnino un Martire africano venerato in Sardegna, dati i frequenti contatti tra l'isola e le regioni mediterranee del continente africano, testimoniati anche, come abbiamo detto, nel campo dell'architettura medievale.
Ma di quale Saturnino Martire africano può trattarsi? 1 Martiri di questo nome sono piuttosto numerosi, e nessun indizio aiuta a scegliere quello giusto, o almeno probabile.
In conclusione, la personalità storica di San Saturnino di Cagliari è nebulosa, anzi francamente oscura. Resta la realtà del suo culto millenario nell'isola forte e generosa, e la sostanza di un monumento fuor del comune, a Cagliari, che ne ricorda la gloria e ne celebra i fasti, aggiungendo alla suggestione della leggenda e al calore della devozione il tocco fiorito della bellezza.
(Fonte: Archivio Parrocchia)
Giaculatoria - San Saturnino di Cagliari, pregate per noi.


*San Sindulfo (Sindolfo) - Eremita (20 ottobre)

Martirologio Romano: Ad Aussonce nel territorio di Reims sempre in Francia, San Sindolfo, eremita, che condusse vita solitaria, noto a Dio soltanto.
San Sindulfo (Sindolfo, Sindulfus o Sandou) è il trentatreesimo vescovo di Vienne. Figura dopo san Clarenzio e prima di san Landalène citato negli anni 625-650.  
Di lui conosciamo solo il nome.
Non sappiamo nulla circa il suo governo della diocesi di Vienne.
Su di lui esiste una querelle in merito al suo nome, anche se ormai tutti gli storici lo indicano come Sindulfo. Gli antichi documenti di Vienne e lo storico e monaco benedettino Flodoardo di Reims, nella sua “Historia Remensis Ecclesiae o Gesta Pontificum Remensium” parlando del concilio di Clichy, lo citano come “Sindulfus”. Ma c’è un’altra relazione antica sullo stesso concilio, dove è citato come “Landolenus o Landalenus”.
Nel privilegio per l’abbazia di Rebais del 636, figurano entrambi i nomi. Mentre nel concilio di Chalon sur Saône del 650 è riportato solo il nome di Landolenus.
Il “Chronicum” di Adone di Vienne, del IX secolo lo definisce così: “Sindulphus, Vienneae ecclesiae episcopus clarus habetur”.
Nella terza edizione dello stesso testo detto anche “Martirologio di Adone”, con le aggiunte di Vienne è definito come Sindulfo (Vienneae, sancti Sindulphi episcopi) la cui festa ricorre il 10 dicembre. Anche nell’antico breviario di Vienne del quindicesimo secolo, che pone fine a tutta la questione sul nome, è riportata la prima testimonianza di Sindulfo vescovo con una festa alla stessa data. Infine, nel martirologio romano la sua festa è celebrata il 10 dicembre.
(Autore: Mauro Bonato - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Sindulfo, pregate per noi.


*Beato Stefano Kurti - Sacerdote e Martire (20 ottobre)

Scheda del Gruppo a cui appartiene:
"Beati Martiri Albanesi" (Vincenzo Prennushi e 37 compagni) - 5 novembre
Ferizaj, Kosovo, 24 dicembre 1898 – Gurëz, Albania, 20 ottobre 1971
Don Shtjefën Kurti, nato nell’attuale Kosovo, dal 1929 esercitò il ministero in Albania. Fu arrestato una prima volta nel 1946, con l’accusa di collaborazionismo col Vaticano e con i nazifascisti. In una lettera destinata a papa Pio XII descrisse dettagliatamente la persecuzione messa in atto dal regime comunista.
Dopo aver scontato la sua pena, riprese il suo apostolato e lo proseguì clandestinamente quando, nel 1967, vennero chiuse per decreto statale tutte le chiese.
Fu nuovamente arrestato per essersi opposto al saccheggio di una chiesa e destinato al campo di lavoro di Lushnjë. Per aver battezzato un bambino di nascosto venne, infine, condannato a morte e fucilato il 20 ottobre 1971. Compreso nell’elenco dei 38 martiri albanesi capeggiati da monsignor Vinçenc Prennushi, è stato beatificato a Scutari il 5 novembre 2016.
Shtjefën Kurti nacque a Uroševac in Serbia (oggi Ferizaj, in Kosovo) il 24 dicembre 1898, sesto figlio di Jak e Katrine, albanesi.
Dopo aver frequentato le elementari nel suo paese, entrò nel Pontificio Seminario di Scutari. Proseguì gli studi al Canisianum, collegio di Innsbruck in Austria tenuto, come già il Seminario di Scutari, dai padri Gesuiti.
Il 10 gennaio 1919 passò al Collegio di Propaganda Fide a Roma e venne ordinato nella medesima città il 13 maggio 1921. Rimpatriato, fu parroco a Uresovac, a Novoselle e Eperme, nella diocesi di Skopje. Nel 1929 chiese e ottenne di partire per l’Albania: operò quindi nella diocesi di Durazzo.
Venne arrestato una prima volta a Tirana il 28 ottobre 1946. L’accusa che gli fu rivolta fu quella di essere una spia del Vaticano, nonché collaborazionista dei fascisti e dei nazisti, ma anche dei servizi segreti angloamericani: tutto questo perché il suo ministero l’aveva portato a entrare in contatto con italiani, tedeschi e inglesi. In aggiunta, fu accusato anche di traffico di valuta, precisando che la paga per i suoi presunti servizi di spionaggio era pari a quella dei ministri del governo comunista. Venne quindi condannato a vent’anni di reclusione nel carcere di Burrel, ma ne scontò diciassette.
Poco prima dell’arresto, il 16 settembre 1946, don Shtjefën scrisse una lettera a papa Pio XII, per far emergere in tutto il suo terrore la persecuzione religiosa in atto nel suo Paese.
«Sebbene io non sia che un semplice sacerdote», scrisse, «mi prendo la rispettosa libertà di esporre a Vostra Beatitudine quanto segue, essendomi presentata l’opportunità di farlo: mentre ciò riesce assolutamente impossibile ai nostri Eccellentissimi Ordinari.
Beatissimo Padre, sarà doloroso ciò che esporrò, ma è unico nostro conforto il poter versare nell’angelico cuore del Padre Comune l’amarezza di cui è ripieno l’animo nostro cristiano e sacerdotale. Clero secolare e regolare viviamo in una vera epoca di violenta persecuzione. Tutta l’attività nostra e in tutti i campi è stata soppressa, non soltanto, ma anche distrutta in parte o soggetta a minutissima sorveglianza. Chiusi i seminari sia il Pontificio di Scutari che dei Francescani e dei Gesuiti, seguendosi le istruzioni vessatorie suggerite dai russi bolscevichi, acuite dall’odio satanico dei nostri governanti.
Le file dei martiri si moltiplicano ogni giorno; nelle carceri, torture terribili sono applicate indistintamente a tutti; migliaia di uomini, donne, vecchi e bambini, spogliati di tutto e affamati, vengono deportati nei campi di concentramento, nei luoghi più isolati e malsani, dentro case senza porte né finestre, costretti tutto il giorno a duri lavori per un solo pezzo di pane. Allo scopo di indebolire la costituzione fisica dei detenuti e di farli perire per esaurimento e tubercolosi, con un recente provvedimento è stato proibito alle famiglie di portare loro dei viveri.
Oltre a queste profanazioni e privazioni, il Clero compiange la morte violenta, preceduta da indicibili replicate torture, di ben nove sacerdoti, mentre continuano a soffrire nelle dure prigioni altri diciannove: ogni giorno ci rattristano nuovi arresti. Nel momento in cui scrivo giunge notizia dell’arresto di altri tre sacerdoti e gran numero della popolazione, cattolici e musulmani: uno di quei tre (sacerdoti) ha celebrato le sue Primizie (la Prima Messa Solenne) l’8 corrente. Ciascuno di noi, del resto, attende, con serena rassegnazione la medesima sorte. Noi e il popolo cattolico non possiamo sperare di godere dei diritti dei cittadini, per la ragione che siamo riconosciuti come dipendenti dal Vaticano. Chiunque prenda la nostra difesa, dopo breve tempo, solo per questo fatto, è cacciato nelle prigioni. Chi è con la Santa Sede è senz’altro ritenuto reazionario e nemico dell’attuale governo comunista. Continuamente nei settimanali, nei discorsi pubblici, nelle riviste umoristiche, nelle trasmissioni radiofoniche, e con ogni altro mezzo, si fa giuoco e strazio della religione, della liturgia, del Vaticano e dell’Augusta Vostra Persona, coll’angoscia di tutti i cattolici e degli animi onesti delle altre credenze. Tutto saremmo disposti a sopportare, ma il dileggio del
Vicario di Gesù Cristo ricolma l’animo nostro d’immensa desolazione ed acuisce esasperando le piaghe dello smisurato nostro dolore.
Non c’è nessuna libertà né di parola, né di pensiero, né di stampa. Questa è solo nelle mani del governo ateo e nessuno può confutare gli errori che esso propaga. Chi osasse contraddire scomparirebbe dal consorzio umano senza sapere che fine abbia fatto…
Santità, moltissime altre cose resterebbero da rilevare, ma mi devo limitare a quanto sopra, gettando in tutta fretta queste righe, per paura d’essere colto nell’atto dello scrivere. Di nuovo esprimo il mio dolore di amareggiare l’animo dolce di Vostra Santità con questo desolato esposto. Prostrato ai piedi di Vostra Santità, che bacio riverentemente, chiedo umilissimamente la sua Paterna Benedizione Apostolica per me, per il Clero di Tirana, dell’Archidiocesi, per il popolo e per tutti, auspice di miglior avvenire e soprattutto per sostenerci nella lotta presente senza abbattimento per la nostra fede e per l’inconcusso attaccamento alla Vostra Augusta Persona». Per anni non si ebbero sue notizie finché una sorella, rimasta nel Kosovo, non venne a sapere che era ancora in vita tramite un vescovo, che l’aveva letto su un giornale. In effetti, di lì a poco la donna ricevette una lettera da don Shtjefën, imbucata a Burrel, dove le chiedeva vitamine e medicine.
Fu rilasciato nel 1963, due anni prima della fine della pena. Dopo un periodo di convalescenza a Gurëz, in casa di un altro fratello, ricominciò il ministero a Durazzo e poi a Tirana. La polizia di regime, però, continuava a tenerlo di mira.
Quando, nel 1967, per effetto della “rivoluzione culturale” albanese, le chiese furono chiuse al culto, don Shtjefën dovette trovare lavoro come operaio nella cooperativa di Gurëz. Nel frattempo, però, continuava il suo apostolato: nei giorni di vacanza, o comunque appena poteva, viaggiava per amministrare i sacramenti e confortare il popolo disorientato.
Un giorno, mentre si trovava a Lezhë per visitare dei fedeli, si trovò di fronte a un gruppo di militanti comunisti che erano sul punto di saccheggiare una chiesa. Intimò loro di fermarsi, ma non ottenne altra risposta che l’immediato arresto.
Fu allora accusato di aver ripreso le sue attività spionistiche e sovversive e, in aggiunta, di sabotaggio della produzione e incitamento al furto. La condanna ricevuta fu di sedici anni nel campo di lavoro di Lushnjë, nell’Albania centrale, ma anche lì continuò la sua assistenza religiosa.
Una donna, qualche tempo dopo, lo avvicinò per chiedergli di battezzare il suo bambino. Don Shtjefën acconsentì e le diede appuntamento nella cantina del campo, dove amministrò il sacramento.
Tuttavia, venne denunciato, messo sotto stretta sorveglianza e condotto nel dicembre 1971 a Gurot, città vicina a Gurëz, per un nuovo processo, che si svolse nella chiesa del luogo, riconvertita in tribunale. Alla presenza, tra gli altri, del fratello Mehill, fu chiesto al sacerdote di mettersi nel punto dov’era situato l’altare, come se dovesse celebrare la Messa. Rifiutatosi di prendere parte a quella parodia, rimase in silenzio.
Quando il giudice gli domandò se davvero avesse battezzato quel bambino, parlò: «Sono prete e il mio dovere è di celebrare i sacramenti per tutti coloro che lo domandano». Quelle parole furono sufficienti per condannarlo definitivamente a morte: venne fucilato a Gurëz il 20 ottobre 1971.
La sua memoria venne più volte infangata dalla stampa di regime: ancora nel 1981, a dieci anni dalla sua morte, veniva accusato di furto nella cooperativa dove lavorava. Tutto questo è accaduto probabilmente perché fu l’unico sacerdote albanese del quale, per lungo tempo, fu nota la vicenda e il martirio.
Compreso nell’elenco dei 38 martiri albanesi capeggiati da monsignor Vinçenc Prennushi, don Shtjefën Kurti è stato beatificato a Scutari il 5 novembre 2016.

(Autore: Emilia Flocchini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Beato Stefano Kurti, pregate per noi.


*San Vitale di Salisburgo - Vescovo (20 ottobre)

Martirologio Romano: A Salisburgo in Baviera, nell’odierna Austria, San Vitale, vescovo, che, originario dell’Irlanda, fu discepolo di San Ruperto, suo compagno di viaggi e imitatore delle sue fatiche e delle sue veglie; eletto da lui come suo successore, convertì alla fede in Cristo il popolo di Pinzgau.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Vitale di Salisburgo, pregate per noi.


*Altri Santi del giorno (20 ottobre)

*San
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.

 
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