Santi del 21 Luglio - Istituto Aveta

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Santi del 21 Luglio

Il mio Santo > I Santi di Luglio

*Sant'Alberico Crescitelli - Missionario, Martire (21 luglio)

Altavilla Irpina (AV), 30 giugno 1863 – Yentsepien (Cina), 21 luglio 1900
Padre Alberico Crescitelli, missionario del Pime, fu martirizzato in Cina nel 1900, durante la rivolta dei Boxers. Nato ad Altavilla Irpina (Avellino) nel 1863, a 17 anni era entrato nell'allora Pontificio seminario dei Santi Pietro e Paolo per le missioni estere.
Nel 1887, poco prima di partire per la sua destinazione, lo Shensi meridionale, restò bloccato nel paese natale a causa di un'epidemia di colera, nella quale si prodigò.
Raggiunta con un viaggio avventuroso la Cina, si dedicò ai cristiani del fiume Han e si spinse in altre località.
Suscitò molte conversioni.
Ma nel 1900 si abbatté la tempesta contro gli occidentali e, tra loro, i missionari.
Dato che gestiva un asilo per ragazzi poveri, bisognosi di cibo, padre Alberico venne ingiustamente accusato di essere un artefice delle privazioni alimentari che la popolazione subiva.
Il malcontento si sfogò contro di lui.
Circondato dentro la dogana di Yentsepien, venne fatto uscire, torturato, ucciso, fatto a pezzi e gettato nel fiume. È santo dal 2000. (Avvenire)
Etimologia: Alberico = potente elfo, dallo scandinavo
Martirologio Romano: Presso Yanzibian vicino a Yangpingguan in Cina, Sant’Alberico Crescitelli, sacerdote del Pontificio Istituto per le Missioni estere e martire, che, durante la persecuzione dei Boxer, crudelmente percosso quasi a morte, il giorno seguente fu trascinato lungo un selciato con i piedi legati fino al fiume, dove, fatto a pezzi e infine decapitato, ricevette la corona del martirio.
Sant’Alberico Crescitelli fa parte del numeroso gruppo di 120 Beati martiri in Cina e Vietnam (Tonchino), canonizzati tutti insieme il 1° ottobre 2000 da Papa Giovanni Paolo II in Piazza S. Pietro.
Essi arrivarono al martirio per strade diverse, sia per luoghi che come date, inoltre facevano parte di svariate Congregazioni religiose missionarie e di nazionalità diverse unitamente ad un cospicuo numero di catechisti, collaboratori, e catecumeni cinesi; perlopiù vittime dell’odio fanatico anticristiano dei "Boxers" o dei loro fiancheggiatori.
Alberico Crescitelli nacque il 30 giugno 1863 ad Altavilla Irpina (Avellino) da famiglia profondamente cristiana; il paese era già noto per il culto del glorioso martire San Pellegrino, le cui reliquie ritrovate nel cimitero di Santa Ciriaca a Roma, furono poi ricomposte e messe in un’urna di legno dorato e trasportate ad Altavilla nella chiesa maggiore, il 15 luglio 1780; per la presenza di queste reliquie e per il succedersi di miracoli attribuiti al santo martire, si instaurò un grande culto rendendo celebre il paese in tutta la Campania.
Da ragazzo il padre lo incaricò di controllare dei fondi agricoli di loro proprietà, questa attività giornaliera occupava molto del suo tempo, essendo i fondi distanti fra loro e se da un lato contribuì a dargli una competenza in cose agricole e una disposizione alle scienze naturali, dall’altra gli impedì di dare un approfondimento ai suoi studi elementari.
Il padre resosi conto di ciò, lo mandò a scuola dal cappellano don Fischetti, che con il poco tempo disponibile, si dedicò ad istruire Alberico, il quale da questo contatto giornaliero e con la sua guida spirituale, maturò la vocazione sacerdotale e così l’8 novembre 1880 a 17 anni e dopo matura riflessione, entrò nel Pontificio Seminario dei SS. Pietro e Paolo per le Missioni Estere (attuale Pontificio Istituto Missioni Estere) in Roma.
Trascorse sette anni di studi in questo Seminario, istituito essenzialmente per formare dei missionari e che dal 1883 aveva avuto affidata la parte meridionale dello Shensi in Cina. Studiò filosofia all’Archiginnasio Gregoriano e teologia alla Pontificia Università Lateranenese ed a quella Gregoriana, conseguendo con soddisfazione i gradi accademici.
Venne ordinato sacerdote il 4 giugno 1887, celebrando la Prima Messa nella Cappella dell’Istituto Missionario, assistito da mons. Gregorio Antonucci, neo-eletto Vicario Apostolico dello Shensi meridionale.
I suoi superiori ritenendolo preparato per l’apostolato missionario, ne disposero la partenza per l’autunno, concedendogli prima un periodo di riposo e di saluto ai suoi parenti nel paese natio.
Arrivato ad Altavilla Irpina il 10 luglio 1887, trascorse un paio di mesi fra la sua gente, partecipando alle funzioni e alla festa della Madonna del Carmelo; ai primi di agosto si recò per qualche giorno a Napoli, chiamato dal Visitatore Apostolico De Martinis, che gli propose di insegnare nel Collegio Cinese, fondato a Napoli dal servo di Dio sacerdote Matteo Ripa (1682-1746), ma Alberico, benché l’impiego potesse essere di tutto comodo per lui, rifiutò non ritenendolo conforme alla sua vocazione.
Dovendo partire l’8 settembre dal paese, cedette al desiderio della madre di restare qualche altro giorno, e così quando il 12 settembre scoppiò ad Altavilla Irpina una terribile epidemia di colera, egli era ancora lì e non volle più allontanarsene, associandosi con il permesso dei superiori, all’opera di assistenza di due altri sacerdoti, il già citato suo maestro don Giovanni Fischetti e don Cosimo Lombardi.
Il Comune di Altavilla fu il paese più colpito dall’epidemia di colera, che dal 13 settembre al 20 ottobre 1887, colpì 275 persone di cui ne morirono 103, i tre quarti della popolazione fuggì verso le campagne e in paese rimasero ben pochi per aiutare ed assistere gli ammalati, i moribondi e a dare sepoltura ai morti; fra queste benemerite persone vi fu anche padre Alberico Cresciteli, al quale il Ministro degli Interni dell’epoca, il 23 novembre 1889 conferì la medaglia di bronzo, come benemerito della pubblica salute.
Cessato il morbo, il 31 ottobre padre Alberico lasciò i familiari in lagrime e il suo paese e accompagnato da due cugini, partì per Benevento e da lì poi da solo per Roma, dove trovò ormai assegnatagli la meta della sua missione, cioè lo Shensi meridionale, ora diocesi di Hanchung.
Trascorsero alcuni mesi nella preparazione alla partenza e con le cerimonie della consegna missionaria del Crocifisso, l’udienza e la benedizione di papa Leone XIII, insieme ad un altro missionario padre Vincenzo Colli e infine il 1° aprile 1888, si accomiatò dai confratelli e superiori, partendo il giorno dopo per Genova, dove trovò anche il fratello Luigi che l’accompagnò fino a Nizza; i due missionari proseguirono poi per Marsiglia e l’8 aprile, imbarcati sul piroscafo ‘Sindh’ partirono per Shanghai e dopo una sosta a Hong Kong, località in via di sviluppo, che la Cina nel 1841 aveva ceduta all’Inghilterra, arrivarono a Shanghai il 14 maggio dopo 36 giorni di navigazione.
Qui cominciò tutta una vita fatta di avventura, trasferimenti in territori accidentati, risalite di fiumi ed affluenti, adattamento al clima, adeguamento agli usi e costumi locali, come il radersi i capelli lasciando solo un ciuffo a mo’ di treccia, sciogliersi nel parlare il linguaggio locale, che per quanto possa essere insegnato in una scuola europea, non è mai la stessa cosa del capirlo e parlarlo con scioltezza, sopportare tutti i riti pagani, cui dovevano assistere, come quello di aspergere il sangue di un gallo, sacrificato alle divinità dei fiumi prima di attraversarli; inchini continui, genuflessioni, bastoncini d’incenso, superare le rapide dei fiumi con il pericolo di infrangere la barca e tanti altri pericoli di ogni genere.
Dopo 81 giorni di barca e 2000 km di fiumi attraverso zone pagane, padre Crescitelli e padre Colli arrivarono a Siaochai, antica comunità cristiana adagiata sulla riva destra del fiume Han, sorta per l’opera ed i prodigi del missionario gesuita, il servo di Dio Stefano Lefèvre (1597-1657) martire e sepolto in un villaggio vicino.
Vennero accolti dai loro confratelli già presenti, coordinati dal Vescovo Vicario Apostolico mons. Antonucci; padre Alberico trascorse alcuni mesi ad Hachung, città dove i missionari avevano una residenza, per addestrarsi nella lingua, così ostica per gli europei, particolarmente per lui, come dirà nelle numerose lettere inviate alla madre in Italia, con la quale teneva un intenso legame spirituale.
Poi intraprese la sua attività missionaria visitando le comunità cristiane disseminate lungo il fiume Han, spingendosi ad Ovest verso Mienhsien e ad est fino a Han-yang-pin, dove edificò una chiesa.
Pensò di avvalersi delle sue competenze in agricoltura, formando delle colonie agricole, con lo scopo anche di riunire i cristiani troppo dispersi nel territorio. Nel gennaio 1900 gli vennero
affidati i distretti di Mienhsien, Lioyang e Ningkiang che era il più lontano e scomodo, ma in cui padre Alberico Crescitlli lavorò particolarmente con fervore, raccogliendo un gran numero di conversioni e togliendo gli idoli dovunque glielo permettevano.
A questo punto una piccola panoramica sulla Cina di quel 1900, anzitutto la situazione economica nelle campagne, perché già dal 1898, contrariamente all’ostinata siccità, vi furono piogge interminabili che distrussero i raccolti e il seminare, facendo aumentare spaventosamente i prezzi di quel poco che si aveva e con provviste già esaurite.
Ci fu un razionamento dei viveri con sussidi, da cui furono esclusi i cristiani, a causa dell’ostilità che ormai serpeggiava fra i capi contrari alla religione ed agli europei. Padre Alberico Crescitelli, combatté in tutti i modi affinché i sussidi, concessi per fronteggiare la carestia, fossero estesi a tutti, riuscendo alla fine ad avere giustizia, ma con la contrarietà dei pagani, i quali erano convinti che la loro razione venisse così diminuita, questo sarà uno dei motivi che costerà la vita al missionario; del resto lo stesso Padre Crescitelli gestiva orfanotrofi con centinaia di bambini specie orfanelle e quindi bisognoso oltremodo di aiuti per sfamarli.
In campo politico si susseguivano le lotte di potere all’interno dello stesso palazzo imperiale di Pechino, con i tentativi non riusciti, dell’imperatore Kwangsu di avviare la Cina a diventare una potenza alla pari di quelle occidentali, e la presenza di 6000 Manciù con i loro interessi di casta, con a capo la settantenne imperatrice madre Thehsi; un fallito tentativo di eliminarla, provocò invece un mozzare di testa infinito, di tutti i consiglieri dell’imperatore ed il confino per lo stesso, che solo grazie alla mediazione dei Paesi Occidentali ebbe salva la vita, sottraendolo alla sanguinaria e vecchia madre.
In tutta la Cina, a seguito della politica antioccidentale di cui i missionari e la Chiesa erano l’espressione più lampante e radicata nel territorio, iniziarono persecuzioni, eccidi, ferimenti, omicidi di missionari e fedeli cristiani cinesi, con distruzione di chiese ed edifici collegati; un editto imperiale del 28 settembre 1899, sconfessava altri due precedentemente emessi a favore dell’opera missionaria, diventando una indiretta proscrizione della religione cattolica.
Inoltre comparve sulla scena la società segreta dei ‘Boxers’, presentata all’imperatrice come fedele alla dinastia e decisa a salvarla ad ogni costo dall’oppressione straniera, essi erano comandati da Yuhsien, viceré dello Shantung, uomo rozzo, crudele e nemico degli stranieri e quando uscì il decreto imperiale del luglio 1900 di espulsione o uccisione dei missionari stranieri, scatenarono una carneficina, cominciando con 29 fra suore, frati, sacerdoti missionari, vescovi, catechisti cinesi, uccisi in una orribile carneficina a colpi dì arma da taglio nel cortile del tribunale dove erano stati radunati con l’inganno.
Molti eccidi vennero perpetrati nei mesi seguenti, anche se la corte imperiale era fuggita a Sianfu, dopo l’intervento militare delle Potenze alleate, finché non venne firmato il protocollo di pace del 7 settembre 1901.
E in questo periodo maturò il sacrificio estremo di padre Alberico Crescitelli, sempre attivo nell’apostolato nel distretto di Ningkiang; sollecitato a mettersi in salvo nella vicina provincia dello Sechwan, sia dai fedeli che dal Vicario; altri missionari erano già stati rimpatriati, quindi il missionario si avviò verso Yan-pin-kwan, un mercato sul fiume Kia-lin-kiang e attraversato un affluente che divideva Tsin-kan-ping dove abitava dal mercato, e salendo una stradina che costeggiava il fiume entrò nel mercato e nell’attraversarlo passò davanti all’edificio della dogana, dove si riscuotevano le tasse per l’attraversamento dei fiumi sui confini.
Qui il doganiere di nome Jao che l’aveva riconosciuto, con fare gentile e premuroso lo convinse a rimanere al sicuro nel piccolo edificio, perché la strada non era sicura e certamente sarebbe stato assalito; padre Alberico prima accondiscese, poi ebbe la sensazione di un tradimento e voleva allontanarsi, ma il doganiere ancora con insistenza lo fece rimanere.
Verso le undici di notte mentre pregava in un angolo, una plebaglia accerchiò l’isolato edificio, il doganiere facendo finta di essere rammaricato, gli indicò come unica possibile via di fuga la porta sul retro, dalla quale lo fa uscire, richiudendola alle sue spalle; bisogna dire che la dogana essendo ufficio pubblico non poteva essere violato da nessuno secondo le severe leggi; ma la porta di cui si parla, finiva verso la parte del monte così ripida che nessuno scalatore avrebbe potuto salirci, figurarci il padre missionario per niente allenato.
Padre Alberico fu preso subito da un gruppo di malfattori e mentre pregava in ginocchio e parlava loro chiedendo perché facevano questo a lui, che aveva fatto solo del bene, fu colpito da vari fendenti, uno sulla fronte la cui pelle staccatasi ricadde sugli occhi, un altro gli staccò quasi un braccio e un altro lo ferì al naso e alle labbra; poi tutti insieme la plebaglia prese a percuoterlo con bastoni e coltelli, lanciando grandi urla.
Non contenti di averlo ridotto così sanguinante e quasi incosciente, lo presero come una bestia,
attaccato con le mani ed i piedi ad una grossa canna e a spalle lo portarono su un banco del mercato, dove poi proseguì il tormento del padre, a cui vennero bruciati barba e baffi; i pagani partecipavano a questi oltraggi considerandolo erroneamente responsabile della riduzione dei sussidi alimentari, come prima accennato.
Nonostante l’intervento di un mandarino militare, venuto dalla città ma con pochi soldati, in un momentaneo allontanarsi di costui per predisporre una barella per trasportarlo via; i capi della plebaglia pagana, forse anche mezzo ubriachi, gli legarono le caviglie con una corda e lo trascinarono ormai morente verso un luogo vicino al fiume, dove dopo alcuni tentativi di decapitarlo ma non riusciti, usarono una lunga lama (un attrezzo agricolo) come fosse una sega e così in due alla fine ci riuscirono.
Moriva così in questo modo, che definire barbaro è niente, il 21 luglio 1900 a Yentsepien, il grande missionario del P.I.M.E. padre Alberico Crescitelli, dopo dodici anni spesi per il bene materiale e spirituale dei cinesi; il suo corpo fatto a pezzi fu gettato nel vicino fiume.
Questo autentico martire della Chiesa e del grande movimento missionario che si ebbe in Cina in quei tempi, venne beatificato da Papa Pio XII il 18 febbraio 1951 e come detto all’inizio di questo testo, è stato proclamato santo il 1° ottobre 2000 da Papa Giovanni Paolo II.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Alberico Crescitelli, pregate per noi.


*Sant'Arbogasto - Vescovo (21 luglio)

m. 600 circa
Patronato:
Strasburgo
Martirologio Romano: A Strasburgo in Burgundia, Sant’Arbogasto, vescovo.
L’Irlanda e la Scozia si contendono i natali di questo Santo vissuto nel VI secolo, anche se il nome Arbogasto fa presupporre piuttosto un’origine aquilana e dunque francese.
Il resto della sua vita ci è pervenuto grazie ad una sua “Vita” in larga parte leggendaria, redatta da un suo successore
sulla cattedra episcopale, che sembra però avere un qualche fondamento storico.
Ma la sua esistenza e la fama di costruttore di chiese che si diffuse sul suo conto sono comunque attestate dal rinvenimento di alcuni mattoni recanti un’incisione del nome di Arbogasto.
Dal suo paese il Santo si trasferì dunque in Alsazia per dedicarsi alla vita eremitica, secondo la tradizione resuscitò un giovane principe, figlio del re Dagoberto, che era stato ucciso durante una battuta di caccia svoltasi nei pressi della sua cella.
Il sovrano, pieno di riconoscenza verso il Santo, lo nominò dunque vescovo di Strasburgo.
Intrapresa l’edificazione della prima cattedrale della città, Arbogasto dedicò poi tutta la sua vita alla cura della porzione di popolo di Dio affidatagli, divenendo esempio ineguagliabile di umiltà. Gli venne sempre tradizionalmente attribuita la volontà di essere seppellito in un luogo collinare destinato esclusivamente ai criminali.
Il suo desiderio fu poi adempiuto quando morì all’incirca nel 660 ed a ciò seguì la costruzione di una chiesa. Sant’Arbogasto è venerato come patrono principale della diocesi di Strasburgo, nonché come compatrono di alcune altre città vicine. É invocato inoltre per il sollievo nei momenti di fatica.
(Autore: Fabio Arduino - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Sant'Arbogasto, pregate per noi.


*San Daniele - Profeta (21 luglio)

Daniele, l'ultimo dei quattro profeti detti maggiori, giudeo, nato probabilmente a Gerusalemme da famiglia nobile, forse imparentata coi re di Giuda, fu deportato a Babilonia tra il 606-605 a.C.
Qui fu scelto con altri tre giovani nobili giudei (Anania, Azaria e Misaele) per essere ammesso alla corte del re, per assolvere incarichi ufficiali onorifici.
Daniele colpì il re grazie alla sua intelligenza e rettitudine, tanto che fu nominato principe di Babilonia e prefetto su tutti i sapienti del regno.
Alla corte babilonese Daniele si distinse come oracolo potente e giudice giusto, durante la sua vita ebbe numerose e sconvolgenti visioni e operò segni grandiosi nel nome del Dio dei giudei,
che grazie a lui venne riconosciuto con regio decreto come l'unico Dio vero, capace di salvare coloro che credono in lui. Daniele, sopravvissuto al crollo dell'impero neo-babilonese (539-38), da lui stesso profetizzato dopo una visione, vide ancora i primi anni del nuovo impero persiano prima della morte in vecchiaia. (Avvenire)
Etimologia: Daniele = Dio è il mio giudice, dall'ebraico
Non esiste ragione fondata per dubitare dell'esistenza storica di Daniele e dei fatti e delle visioni a lui attribuite, sia che si ammetta essere Daniele stesso all'origine delle tradizioni orali o scritte, raccolte dal redattore del sec. II, sia che si preferisca un'origine alquanto posteriore, ma sempre vicina alle tradizioni e ai tempi di Daniele (sec. VI).
Lasciando come dubbia, o almeno non dimostrata, l'identità del profeta col Daniele di Ez. (14,14,20; 28,3), nominato tra Noè e Giobbe e lodato per la sua giustizia e sapienza, limitiamoci alle notizie del libro. Daniele, l'ultimo dei quattro profeti detti maggiori, giudeo, nato probabilmente a Gerusalemme da famiglia nobile, forse imparentata coi re di Giuda, fu deportato a Babilonia da Nabucodonosor, insieme con altri giovani dello stesso rango sociale, nell'anno terzo o quarto di Ioakin, re di Giuda, cioè il 606-605 a. C.
A Babilonia fu scelto con altri tre giovani nobili giudei (Anania, Azaria e Misaele) per essere ammesso, dopo una conveniente preparazione di tre anni nella lingua e negli usi dei Caldei, alla corte del re, per assolvere incarichi ufficiali onorifici.
Secondo l'uso, fu loro cambiato il nome: a Daniele, che poteva avere allora dai quindici ai venti anni, si diede quello di Baltassar.
Con i suoi compagni fu presentato al re al quale fece ottima impressione, non solo per la sua prestanza fisica (conservata malgrado l'astinenza dal vino, dalla carne, e da altri cibi prelibati che gli venivano offerti dalla mensa del re e che egli, per amore della Legge, gentilmente rifiutava), ma soprattutto per le doti di spirito che in lui il re poté ammirare quando, avendolo esaminato, trovò scienza e intelligenza dieci volte superiori a quelle di tutti i suoi magi e indovini (Dan. 1, 20).
Ammesso pertanto alla corte, dopo che ebbe dato saggi non equivocabili, anzi, sbalorditivi, della sua rettitudine, fu fatto principe di Babilonia e prefetto su tutti i sapienti del regno; dietro sua richiesta, anche i compagni (Anania, Azaria e Misaele) ebbero posti onorevoli e cariche di
responsabilità nella provincia, mentre egli rimaneva a palazzo presso il re (Dan. 2, 46-49).
Il primo saggio della sua probità e saggezza sembra sia stato dato da Daniele nella causa di Susanna: ella fu sottratta alla morte a cui era stata ingiustamente condannata, e la sentenza si ritorse contro i due giudici disonesti dopo che essi erano stati convinti pubblicamente da Daniele della loro falsa testimonianza contro l'innocente.
Daniele è presentato in questo episodio in giovane età (Dan. 13, 45), circostanza che rende tanto più ammirevole la sua maturità di giudizio, in contrasto con la fatuità e corruzione dei due giudici anziani.
Come questo suo intervento nel caso di Susanna gli acquistò fama presso il suo popolo, cioè gli esuli giudei, il cui numero era nel frattempo aumentato con la seconda deportazione del 598, così l'interpretazione del sogno di Nabucodonosor sulla grande statua plurimetallica, abbattuta dalla piccola pietra staccatasi dal monte, lo rese celebre tra i babilonesi e onorato della piena fiducia del re tra i principi della corte.
Il Dio d'Israele è glorificato come Dio sommo, che solo ha la sapienza delle cose occulte e la comunica ai suoi servi fedeli, come Daniele (Dan. 2, 47).
Era l'anno dodicesimo di Nabucodonosor (=593), quando Daniele, allora tra i ventisette e i trent'anni, si affermò quale oracolo di Dio, favorito dalla scienza dei segreti, superiore di gran lunga a quella di tutti i magi, indovini, saggi e caldei di Babilonia.
Egli non fu coinvolto nell'accusa dei babilonesi mossa contro i suoi tre compagni, Anania, Misaele e Azaria, per non aver voluto adorare la statua del re, ma la pena della fornace ardente, loro inflitta, dovette affliggerlo grandemente, vedendo che quello stesso ufficio onorifico di prefetto della provincia di Babilonia, concesso loro dal re per sua mediazione (Dan. 2, 49), era stato occasione di disgrazia: tuttavia l'esito felice di quella prova mutò la tristezza in gaudio e poiché i suoi compagni, scampati al fuoco, riebbero le loro cariche (Dan. 3, 97), il Dio di Israele fu riconosciuto con regio decreto come l'unico Dio vero, capace di salvare coloro che credono in lui (Dan. 3, 96).
Pochi anni dopo Daniele interpretò un altro sogno di Nabucodonosor, quello del grande albero rigoglioso, abbattuto e reciso, che risorse dalle radici con la magnificenza di prima. Daniele, chiamato dal re, gli spiegò il senso di quel sogno, invano cercato dai sapienti: l'albero è simbolo dello stesso re, che per la sua superbia sarà privato della gloria regia e ridotto allo stato umiliante di una bestia fino a che non riconoscerà che l'Altissimo detiene il dominio sul regno degli uomini e lo dà a chi vuole (Dan. 4, 21 sg.).
Per mitigare alquanto questo annunzio così severo e terrificante Daniele, da buon amico, consiglia al re di procacciarsi la divina clemenza con opere buone e con la pietà verso i poveri (Dan. 4, 24).
Nuova prova dello spirito di sapienza ricevuto da Dio la diede Daniele nello svelare il senso delle enigmatiche parole Mane' Thecel, Phares nella cena di Baltassar, il quale nella lunga assenza di suo padre Nabonide, ne teneva le veci a Babilonia: questa cena di gala con tutti i principi e dignitari di corte, con le mogli e concubine, era un affronto alla religione dei giudei, in quanto in essa si faceva uso dei vasi sacri del Tempio di Gerusalemme.
L'orgia si arrestò, però, alla vista della mano misteriosa che scriveva sul muro segni ignoti.
I sapienti, magi e indovini, chiamati dal re, non furono capaci di decifrare la scrittura.
Allora, su consiglio della regina, fu introdotto Daniele, che dopo aver rifiutato i sommi onori e i regali che il re gli prometteva, lesse e interpretò le fatidiche parole, che contenevano la sentenza di Dio sulla fine di Baltassar e del suo impero, sentenza che si compì quella stessa notte, subentrando l'impero persiano a quello babilonese (538).
Le visioni profetiche, sia quelle coi tratti apocalittici di bestie simboliche, raffiguranti i diversi regni della terra fino all'avvento del Regno di Dio (capp. 7-8), il cui tempo è approssimativamente indicato (cap. 9), sia quelle che, senza simboli, parlano direttamente degli stessi regni e dei loro re, senza però nominarli (capp. 10-11), e quella ultima che annunzia la fine
dei tempi (cap 12), sono tutte messe in bocca a Daniele che parla in prima persona e riceve da un angelo (Gabriele) la spiegazione delle visioni avute.
Per muovere Dio a clemenza, Daniele affligge se stesso col digiuno. indossa gli abiti di penitenza e confessa i peccáti suoi e quelli del popolo, riconoscendo la giustizia di Dio in tutto quel che si patisce.
Implora misericordia, pregando Dio di affrettare il suo aiuto, per amore del suo santuario, che da tanto tempo è desolato, e per riguardo a se stesso, fedele alle sue promesse.
In risposta alla sua accorata preghiera, Dio gli manda l'angelo Gabriele con un messaggio di consolazione. Daniele, sopravvissuto al crollo dell'impero neo-babilonese (539-38), vide ancora i primi anni del nuovo impero persiano: la sua ultima visione è datata dall'anno terzo di Cliro (536), quando egli, nato verso il 620, era già più che ottantenne.
I Greci, presso i quali la festa è al 17 dicembre, lo ricordano insieme con altri santi dell'Antico Testamento la domenica precedente al Natale.
(Autore: Teofilo Garcia de Orbiso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Daniele, pregate per noi.


*Beato Gabriele Pergaud - Canonico Regolare, Martire (21 luglio)

Scheda del gruppo a cui appartiene:
“Beati Martiri dei Pontoni di Rochefort 64 martiri della Rivoluzione Francese”

Saint-Priest-la-Plaine, Francia, 29 ottobre 1752 – Rochefort, Francia, 21 luglio 1794
Martirologio Romano:
Nel braccio di mare antistante Rochefort sulla costa francese in una sordida galera ferma all’ancora, Beato Gabriele Pergaud, sacerdote e martire, che, canonico regolare di Beaulieu nel territorio di Saint Brieuc, durante la rivoluzione francese fu per il suo sacerdozio trascinato fuori dall’abbazia e, gettato in carcere, ottenne la corona del martirio colpito da malattia.
Gabriele Pergaud nacque il 29 Ottobre 1752 a Saint-Priest-la-Plaine, nei pressi di Creuse in Francia. Sentendosi chiamato alla vita religiosa e sacerdotale, entrò nella Congregazione di Francia dei Canonici Regolari di Sant’Agostino, ove nel 1769 emise i suoi voti.
Ricevuta l’ordinazione presbiterale, svolse vari incarichi, l’ultimo dei quali fu quello di priore dell’abbazia della Beata Vergine Maria di Beaulieu, in Cotes d’Armor.
Uomo di carattere forte e viva fede Gabriele rifiutò il giuramento civile allo stato, imposto dalle autorità politiche in seguito alla promulgazione della nuova costituzione francese. Il pontefice Pio VI aveva infatti condannato tali provvedimenti, volti a disconoscere il potere papale sulla Chiesa gallicana.
Per questo motivo il Pergaud fu imprigionato e rinchiuso in una delle due navi, meglio note come “pontoni”, ancorate nel mare al largo di Rochefort.
I sacerdoti e religiosi deportati erano stipati nello stretto interponte, passavano la notte in condizioni disumane ed insopportabili. Ciò era aggravato dal fatto che l’equipaggio ogni mattina faceva bruciare del catrame, rendendo l’aria irrespirabile. Durante il giorno dovevano stare in piedi sul ponte della nave. Il cibo era scarso e spesso avariato. Inoltre erano esposti alla brutalità e ai motteggi dei marinai.
Ogni preghiera e ogni segno religioso erano non solo proibiti, ma anche severamente repressi. Praticamente tutti furono colpiti da una malattia contagiosa e, essendo vietata l’assistenza di un medico, parecchi si fecero infermieri dei loro confratelli.
I sacerdoti e religiosi coltivavano in gran parte una vera vita spirituale e, date le severe proibizioni, dovevano ricorrere a sotterfugi.
Seguendo l’esempio di Cristo, perdonarono i loro aguzzini e scrissero le loro “risoluzioni” in un diario. Una di queste recita: “Se siamo i più infelici degli uomini, siamo anche i più felici dei cristiani”.
Dopo molte sofferenze, sopportate con spirito di abbandono a Dio e riconfermando la sua fedeltà alla Chiesa Cattolica, Gabriele Pergaud spirò il 21 luglio 1794.
É stato beatificato il 1° ottobre 1995 da Papa Giovanni Paolo II, insieme ad altri numerosi martiri compagni, anch’essi martiri nei “pontoni di Rochefort”.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Gabriele Pergaud, pregate per noi.


*San Giovanni - Eremita (21 luglio)

San Giovanni fu per quasi trent’anni compagno di San Simeone Salos nel pellegrinaggio ai luoghi santi e nella vita eremitica.
Martirologio Romano:
Presso Homs in Siria, San Simeone, detto il Folle, che, mosso dallo Spirito Santo, desiderò essere ritenuto stolto per Cristo e disprezzato tra gli uomini.
Insieme a lui si commemora San Giovanni, eremita, che fu per circa trent’anni compagno di San Simeone nella santa peregrinazione e nell’eremo presso il lago di Mareotide in Egitto.
(Fonte:
Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - San Giovanni, pregate per noi.


*Beato Giovanni de Las Varillas - Mercedario (21 luglio)

Grande missionario mercedario fu, il Beato Giovanni de Las Varillas, che accompagnò Herman Cortés come suo consigliere e cappellano nella sua prima spedizione in Honduras nell’anno 1524.
Anche se non riuscì a stabilire l’Ordine Mercedario nella terra atzeca (infatti non furono fondati conventi fino al 1597), fu comunque un’eccellente evangelizzatore e convertì alla fede di Cristo una moltitudine di quei popoli vincendoli dalle superstizioni.
Colmo di virtù e meriti morì santamente in terra messicana.
L’Ordine lo festeggia il 21 luglio.
(Fonte:
Enciclopedia dei Santi)

Giaculatoria - Beato Giovanni de Las Varillas, pregate per noi.


*Beato Giovanni de Zambrana - Mercedario (21 luglio)

XVI secolo
Giunto in Guatemala nell’anno 1535, il missionario Beato Giovanni de Zambrana, fu l’evangelizzatore più rinomato del paese, il quale eresse dalle fondamenta il convento mercedario di San Giacomo dei cavalieri nella città di Santiago.
Portò alla fede cattolica molte popolazioni barbare e fu il primo a predicare il vangelo agli indios del Guatemala.
Dopo aver accumulato molti meriti in fama di santità passò alla vita eterna.
L’Ordine lo festeggia il 21 luglio.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beato Giovanni de Zambrana, pregate per noi.


*San Giuseppe Wang Yumei - Martire (21 luglio)

Scheda del Gruppo a cui appartiene:
"Santi Martiri Cinesi" (Agostino Zhao Rong e 119 Compagni) - 9 luglio - Memoria Facoltativa

1832 circa – Daining, Hebei, Cina, 22 luglio 1900
Giuseppe Wang Yumei (traslitterato anche come Wang-Jou-Mei) era l’anziano custode dell’abitazione dei missionari presenti nel villaggio cinese di Majiazhuang, nella provincia dello Hebei.
Dopo aver tentato di salvare la vita dei suoi compaesani, rifugiatisi nella scuola del villaggio, fu il primo tra loro a morire, con la gola trapassata da un colpo di lancia. È incluso nel gruppo dei 119 martiri cinesi che furono canonizzati a Roma il 1 ottobre 2000.
Martirologio Romano: Sulla strada verso Daining nei pressi di Yongnian nella provincia dello Hebei sempre in Cina, passione di San Giuseppe Wang Yumei, martire nella medesima persecuzione.
Giuseppe Wang Yumei era l’anziano custode dell’abitazione dei missionari presenti nel villaggio cinese di Majiazhuang, nella provincia dello Hebei, quando anche quel luogo fu raggiunto dalla rivolta dei Boxer.
Quando i soldati arrivarono, anzitutto incendiarono la chiesa del villaggio. Il capo della squadriglia pose gli abitanti del villaggio di fronte all’alternativa fra apostatare o affrontare la morte, poi andò via coi suoi uomini.
Giuseppe, allora, si pose a difesa della scuola del villaggio, dove si erano rifugiate alcune donne coi loro bambini, decise a non abbandonare la fede.
Vi si diresse anche Anna Wang, una ragazzina che in quella scuola aveva studiato, convinta di trovarvi la sua insegnante, che invece si era allontanata con le altre allieve. Il maggior conforto di cui potevano godere i rifugiati era la celebrazione della Messa, all’alba, grazie a un padre missionario.
I roghi appiccati dai Boxer, però, si facevano sempre più vicini.
Quando i soldati arrivarono, Giuseppe disse a tutti di rifugiarsi nel sotterraneo della scuola; lui
avrebbe cercato di sviare gli aggressori accogliendoli sull’ingresso principale. Il capo della banda gli domandò dove fossero gli altri, ma l’anziano si rifiutò di denunciare la loro presenza, per cui venne quasi strangolato, poi scaraventato in un angolo.
A quel punto, il capo ordinò di sparare contro le finestre dell’edificio: il fragore dei vetri spaventò i bambini, che, urlando, fecero scoprire il nascondiglio. Tutti i presenti vennero quindi costretti a salire su di un carro e condotti al villaggio dov’era il quartier generale dei Boxer.
Verso sera, alla luce delle fiaccole, i prigionieri vennero sottoposti ad un interrogatorio. Mentre i bambini, giustamente impauriti, piangevano, Lucia Wang Wangzhi, una delle madri di famiglia, provò a presentare la religione cristiana come basata sull’amore e quindi innocua, ma ricevette solo insulti.
Nel sentire quelle parole ingiuriose, Giuseppe si fece avanti: «Coloro che c’insegnarono a praticare la religione e la morale cattolica», disse, «meritano i più alti elogi perché pionieri anche di civiltà e di amor patrio in quanto ci abituarono pure al rispetto verso la patria e all’ubbidienza delle leggi».
Benché i soldati gli insinuassero di dover pensare, invece, a salvarsi la vita, l’anziano proseguì: «Appunto perché con un piede sulla fossa devo parlare così per rendere omaggio alla verità!».
Poi, rivolgendosi alle sue compagne, le esortò: «Nessuna di voi ceda alle ingiuste imposizioni di questi autentici nemici del vero Dio e della vera Cina!».
Sentendolo parlare così, il capo dei Boxer sentenziò che doveva morire all’istante, cosicché gli altri si decidessero ad apostatare.
Trascinato di fronte alle rovine della chiesa del villaggio, venne inizialmente trapassato alla gola da una lancia, poi, quando crollò a terra, subì anche la decapitazione.
La causa di canonizzazione per Giuseppe Wang Yumei venne inserita in quella del gruppo capeggiato dal gesuita padre Leone Ignazio Mangin e composto in tutto da cinquantasei martiri.
Il riconoscimento del loro martirio venne sancito il 22 febbraio 1955. Il 17 aprile dello stesso anno, domenica "in albis", si svolse invece la beatificazione.
La canonizzazione del gruppo, inserito nel più ampio elenco dei centodiciannove martiri cinesi, avvenne invece il 1 ottobre 2000.

(Autore: Emilia Flocchini – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Giuseppe Wang Yumei, pregate per noi.


*San Lorenzo da Brindisi - Sacerdote e Dottore della Chiesa (21 luglio)

Brindisi, 22 luglio 1559 - Lisbona, 22 luglio 1619
Giulio Cesare Russo (questo era il suo vero nome) nacque a Brindisi - sul luogo in cui egli stesso volle che sorgesse la chiesa intitolata a Santa Maria degli Angeli - il 22 luglio 1559, da Guglielmo Russo ed Elisabetta Masella.
Perse il padre da bambino e la madre ch'era appena adolescente.
A 14 anni fu costretto a trasferirsi a Venezia da uno zio sacerdote, dove proseguì gli studi e maturò la vocazione all'Ordine dei Minori Cappuccini.
Assunse il nome di Lorenzo e il 18 dicembre 1582 divenne sacerdote.
Nel 1602 fu eletto Vicario generale.
Nel 1618, sentendosi prossimo alla fine, voleva tornare a Brindisi, ma i nobili napoletani lo convinsero a recarsi dal re di Spagna Filippo III, per esporre le malversazioni di cui erano vittime per colpa del viceré spagnolo Pietro Giron, duca di Osuna.
Il 22 luglio 1619 padre Lorenzo morì a Lisbona, forse avvelenato.
Fu beatificato nel 1783 da Pio VI; canonizzato nel 1881 da Leone XIII; proclamato dottore della Chiesa, col titolo di doctor apostolicus, nel 1959 da Giovanni XXIII. (Avvenire)
Etimologia: Lorenzo = nativo di Laurento, dal latino
Martirologio Romano: San Lorenzo da Brindisi, sacerdote e dottore della Chiesa: entrato nell’Ordine dei Frati Minori Cappuccini, svolse instancabilmente nelle regioni d’Europa il ministero della predicazione; esercitò ogni compito in semplicità e umiltà nel difendere la Chiesa contro gli infedeli, nel riconciliare tra loro i potenti in guerra, nel curare il governo del suo Ordine. Il 22 luglio morì a Lisbona in Portogallo.
(22 luglio: A Lisbona in Portogallo, anniversario della morte di San Lorenzo da Brindisi, la cui memoria si celebra il giorno precedente a questo).
Giulio Cesare Russo nacque da Guglielmo Russo ed Elisabetta Masella il 22 luglio 1559. Allorché intraprese gli studi nelle scuole esterne dei Francescani Conventuali di San Paolo Eremita in Brindisi, era già orfano del padre, scomparso dopo il 1561 e prima del 1565.
Tra il 1565 e il 1567 prese l'abito dei conventuali e passò dalla scuola esterna a quella per oblati e candidati alla vita religiosa.
In questo periodo tradizioni variamente riportate collocano le prime sortite pubbliche del futuro Santo; il riferimento è all'uso dei Conventuali di far predicare i fanciulli in determinate solennità. Il futuro Santo, orfano ora anche di madre, è in notevoli difficoltà economiche.
I parenti, fra questi Giorgio Mezosa suo insegnante presso i Conventuali, non pare se ne prendessero molta cura; è forse per questo che Giulio Cesare, quattordicenne, si trasferisce in Venezia presso uno zio sacerdote che dirigeva una scuola privata e aveva cura dei chierici di San Marco.
La scelta, infatti, gli consente di proseguire i suoi studi e maturare la vocazione all'ordine dei Minori Cappuccini.
Il 18 febbraio 1575 gli è concesso l'abito francescano e gli è imposto dal vicario provinciale, padre Lorenzo da Bergamo, il suo stesso nome: da quel momento sarà padre Lorenzo da Brindisi.
Mandato a Padova a seguire i corsi di logica e filosofia e a Venezia quello di teologia, il 18 dicembre 1582 diviene sacerdote.
La sua ascesa nell'ordine è rapida; nel 1589 è vicario generale di Toscana; nel 1594 provinciale di Venezia; nel 1596 secondo Definitore Generale; nel 1598 vicario provinciale di Svizzera; nel 1599 ancora Definitore Generale.
In questo stesso anno è posto a capo della schiera di missionari che i cappuccini, su sollecitazione del pontefice, inviano in Germania.
Qui, a divulgare e ad accrescere la sua fama di santità contribuì un episodio avvenuto nell'ottobre del 1601; il brindisino volle essere uno dei quattro cappellani necessari per assistere spiritualmente le truppe cattoliche nella campagna in atto contro i turchi ed il 9 ottobre giunse ad Albareale, l'attuale Székeshefer vár in Ungheria, ove era accampato l'esercito imperiale.
Padre Lorenzo, quando il nemico sferrò l'attacco, fu d'esempio sia con la parola che coi comportamenti.
I turchi lo ritennero un negromante e un mago, i cristiani un Santo.
Il 24 maggio 1602, quasi all'unanimità, padre Lorenzo viene eletto vicario generale dell'ordine; con l'alta carica gli è affidato il compito di visitare tutte le province oltre le Alpi.
Nel triennio del generalato, il 1604, può tornare a Brindisi ove decide la costruzione di una chiesa sotto il titolo di Santa Maria degli Angeli con annesso monastero per le claustrali.
Finanziatori dell'opera, che doveva svilupparsi sul luogo stesso in cui era la casa natale del santo, saranno il duca di Baviera, la principessa di Caserta e altre personalità che il cappuccino aveva avuto modo d'incontrare durante le sue missioni in Europa.
Più volte, dopo il 1604, pensa di tornare a Brindisi e nel 1618 vi è ormai diretto quando è costretto a mutare itinerario e fermarsi a Napoli.
Qui è convinto dal patriziato napoletano a recarsi in Spagna per esporre al re Filippo III le malversazioni del viceré don Pietro Giron duca di Ossuna.
Il 25 maggio 1619, evitati sicari e ostacoli d'ogni genere, padre Lorenzo raggiunge il re a Lisbona; ricevuto il giorno seguente, a conferma delle sue parole soggiunse che era sicuro di ciò che riferiva quanto del fatto che presto sarebbe morto e che il re, se non avesse provveduto al bene dei propri sudditi, lo sarebbe stato entro due anni.
Il 22 luglio del 1619, forse avvelenato, il brindisino moriva; il 31 marzo 1621, giusto l'ammonimento, si spegneva Filippo III che aveva continuato a favorire di fatto l'Ossuna.
Padre Lorenzo sarà beatificato nel 1783 da Pio VI, canonizzato nel 1881 da Leone XIII, proclamato dottore della chiesa, col titolo di doctor apostolicus, nel 1959 da Giovanni XXIII.
(Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Frate Lorenzo Russo è a Piacenza malato; grave, ma ancora vivo. Anzi, guarirà. Ma intanto il duca Ranuccio I di Parma si fa già promettere dai Cappuccini la consegna della salma, da tenere come reliquia.
Questo accade nel 1616.
Nel 1619 il frate muore a Lisbona, in casa di don Pedro di Toledo (già governatore spagnolo di Milano), e questi vuole il suo corpo per mandarlo a un monastero della Galizia fondato da sua figlia.
D’altra parte già nel 1601, alla battaglia di Albareale (poi Székesfehérvàr, in Ungheria) contro i Turchi, molti soldati imperiali lo credevano un essere soprannaturale, vedendolo passare disarmato e illeso tra frecce, pallottole e scimitarre, per soccorrere feriti e confortare morenti.
Questo frate Lorenzo Russo da Brindisi è principalmente uno studioso, ma le vicende del tempo fanno della sua vita un’avventura continua.
Orfano dei genitori a 14 anni, è accolto da uno zio a Venezia. Studia a Verona e a Padova, poi ancora a Venezia.
Si è fatto cappuccino, nel 1582 è ordinato prete, nel 1586 è maestro dei novizi, e poi avrà sempre cariche nell’Ordine, fino a quella di Generale.
Lui è uomo da libri, conoscitore eccezionale della Bibbia (che può citare a memoria anche in ebraico), e diviene famoso come predicatore, appunto per la vasta cultura, aiutata poi dalla bella voce e dalla figura imponente.
Lo mandano sulle prime linee più difficili: in Boemia, per esempio, dove in gran parte la popolazione si è staccata dalla Chiesa cattolica. Accolto ostilmente, si dedica a un’intensa predicazione, sostiene controversie, guida l’opera dei Cappuccini. L'evidente coerenza tra le sue parole e la sua vita lo fa rispettare anche da autorevoli avversari. Quando celebra la messa, poi, lo si vede davvero “rivivere” il sacrificio della Croce rinnovato sull’altare: si può respingere la sua fede, ma non si resta indifferenti di fronte al suo modo appassionato di sentirla e di manifestarla.
I Papi e vari prìncipi europei gli affidano continue missioni diplomatiche. Per tre anni frate Lorenzo rappresenta la Santa Sede in Baviera. E i napoletani, che non ne possono più del duca di Osuna (viceré spagnolo), vogliono lui come loro ambasciatore presso Filippo III di Spagna.
Appunto nel corso di questa missione lo coglie la morte; e immediata si divulga la voce della sua santità.
La causa canonica, però, viene bloccata dai decreti di Papa Urbano VIII (1623-1644) che modificano i procedimenti per i Santi. Riprenderà nel XVIII secolo, concludendosi con la canonizzazione ad opera di Leone XIII nel 1881. I suoi scritti rimangono inediti fino all’edizione integrale negli anni 1925-1956, in seguito alla quale Giovanni XXIII proclamerà San Lorenzo da Brindisi Dottore della Chiesa, con la qualifica di doctor apostolicus.
(Autore: Domenico Agasso – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Lorenzo da Brindisi, pregate per noi.


*Beata Lucrecia García Solanas - Martire (21 luglio)
Schede dei Gruppi cui appartiene:
"Beate Martiri Spagnole Minime Scalze di San Francesco di Paola"
"Beati 522 Martiri Spagnoli"  Beatificati nel 2013
"Martiri della Guerra di Spagna"

Lucrecia García Solanas, vittima della persecuzione anticattolica durante la guerra civile in Spagna, morì con 9 monache catalane sequestrate e torturate dai repubblicani. Beatificata il 13 ottobre 2013.
Lucrecia García Solanas nacque ad Aniñón, presso Saragozza, il 13 agosto 1866. Il 9 ottobre 1910 si sposò con José Gaudí Negre, il quale morì nel 1926.
Da allora in poi, visse nel convento delle monache Minime di Barcellona, in un’abitazione esterna alla clausura, per stare vicino a una sua sorella, madre Maria di Montserrat. Sempre a disposizione delle monache, accorreva in portineria a ricevere i messaggi per loro. Si era abituata a seguire la preghiera della comunità, da donna molto religiosa qual era. Non è dato sapere se avesse figli.
Allo scoppio della guerra civile spagnola, venne costretta ad abbandonare il convento e, insieme alla sorella e ad altre otto monache, si rifugiò in un edificio vicino, la Torre Arnau. Nonostante le fosse stata offerta la possibilità di rifugiarsi presso alcuni parenti a Barcellona, Lucrecia non volle abbandonare madre Maria di Montserrat e le altre.
Alle tre e mezza della notte del 23 luglio, alcuni miliziani, informati da Esteban, il portinaio del convento, assaltarono la torre in cerca di dieci monache. Entrati nella sala da pranzo, videro nove donne che recitavano il Rosario e chiesero chi di loro fosse la superiora, per ottenere da lei i valori del convento.
Le nove monache e Lucrecia vennero gettate in un camion e, dopo essere fatte scendere, torturate e uccise. Al momento del martirio, la vedova aveva settant’anni. Insieme alle sue compagne di martirio, è stata beatificata a Tarragona il 13 ottobre 2013, inclusa nel più vasto gruppo di cinquecentoventidue martiri caduti durante la guerra civile spagnola.
(Autore: Emilia Flocchini - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Era il 19 di luglio del 1936 quando, alle 9 di mattina, una donna arrivò di corsa al convento per dire alle religiose di scappare al più presto. I responsabili della persecuzione anticattolica avevano cominciato a bruciare le chiese di Barcellona e presto avrebbero fatto lo stesso con la loro. La
madre superiora, che fino ad allora, nonostante le violenze, non aveva mai voluto lasciare il convento, disse alle suore di cambiarsi i vestiti.
Le fece uscire in abiti civili e le nascose in una torre vicina, appartenente al padrone di quel terreno. Da lì si sarebbero poi spostate una alla volta, per cercare rifugi migliori.
Alcune suore si nascosero con la futura beata Lucrecia García Solanas, che rimasta vedova e senza figli, era andata ad aiutare la sorella (la madre superiora) e le altre suore. Lucrecia viveva con loro da più di dieci anni, in una casa fuori del convento, facendo da interfaccia tra il monastero e il mondo esterno. Il rifugio scelto dalle religiose era una cantina, dove il padrone delle terre circostanti teneva i suoi attrezzi da lavoro. Da lì le donne sentivano il rumore dei miliziani del Fronte popolare che, con l’aiuto dei cani, cercavano le loro vittime.
Il 21 luglio un gruppo armato fece ingresso in monastero, forzando il portone con la dinamite. I “rossi” entrarono nella chiesa adiacente, la profanarono e poi la bruciarono. Dopo aver setacciato il monastero per saccheggiarlo, i repubblicani profanarono anche i corpi di due suore sepolte pochi mesi prima, lasciandoli esposti al pubblico ludibrio. Il 22 luglio, il gruppo delle religiose rifugiate aumentò per via del ritorno di alcune di loro che non potevano più rimanere nelle loro case, ma il giorno successivo il portiere del convento, che conosceva il nascondiglio, le tradì.
Gli anticattolici le trovarono nella torre mentre pregavano il rosario. Chiesero della madre superiora per interrogarla sulle ricchezze che si aspettavano di trovare nel monastero. La badessa si fece avanti e offrì la propria vita in cambio di quella delle consorelle.
Disse ai miliziani anche che Lucrecia era una laica, ma quelli non ascoltarono e vollero sapere dove fossero le altre suore. Le trovarono nella cantina, anch’esse in ginocchio a pregare. Tutte le donne furono arrestate e per loro cominciò il calvario.
I repubblicani insultarono le religiose, strinsero loro i rosari al collo e schernendole le misero in fila per trascinarle in strada. Si salvò solo una monaca, sorella di un famoso anarchico. Le altre fecero la fine descritta da Amparo Bosch Vilanova, testimone oculare, che in seguito raccontò: «Le hanno messe in fila come se dovessero ricevere l’Ostia, le hanno spinte in strada dove c’era un camion in cui le gettarono come sacchi di patate, con una violenza tale da rompere loro le ossa».
Il camion poi si diresse a San Andrés, dove le donne, dopo essere state sottoposte a lunghe torture, furono uccise. Testimoni hanno detto che verso le sette di sera di quel giorno si udirono diversi spari. I corpi delle suore furono trovati accatastati.
In tutto erano dieci, nove suore più una laica. Avevano ferite da armi da taglio sul petto e nelle parti intime, con i vestiti strappati e bucati da armi da fuoco.
Mentre venivano torturate dai “rossi”, tutte le monache, e con loro Lucrecia, temettero più lo stupro che la morte, tanto che sui loro corpi furono trovati i segni di una lotta durissima.
Una donna ha riferito che i repubblicani stessi rimasero sconvolti dal coraggio di quelle donne, tanto che, al bar, dopo averle martirizzate, commentavano: «Guarda che suore coraggiose che sono morte oggi». Secondo altri testimoni, le dieci martiri avevano reso la vita pregando in ginocchio per il perdono dei loro carnefici.
(Autore: Benedetta Frigerio - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Beata Lucrecia García Solanas, pregate per noi.


*Santa Prassede di Roma - Vergine e Martire (21 luglio)

II sec.
Fu vittima con la sorella Pudenziana (festeggiata il 19 maggio) delle persecuzioni.
Riposa nella basilica romana che porta il suo nome insieme ad altri martiri. (Avvenire)
Etimologia: Prassede = colei che agisce, dal greco
Emblema: Giglio, Palma
Martirologio Romano: A Roma, commemorazione di Santa Prassede, sotto il cui nome fu dedicata a Dio una chiesa sul colle Esquilino.
Il suo nome abbinato a quello di s. Pudenziana martire romana sua sorella, figura negli itinerari del sec. VII dai quali risulta che esse erano venerate dai pellegrini nel cimitero di Priscilla sulla via Salaria.
Inoltre sono menzionate nel ‘Kalendarium Vaticanum’ della basilica di San Pietro del XII secolo, Pudenziana al 19 maggio e Prassede sua sorella il 21 luglio.
La loro vita è raccontata nei ‘Leggendari’ o ‘Passionari’ romani, essi furono composti intorno al V-VI sec. ad uso dei chierici e dei monaci per fornire loro le preghiere per gli Uffici religiosi, sia per edificanti e pie letture; i ‘Passionari’ racconti delle vite e delle sofferenze dei santi martiri, si diffusero largamente negli ambienti religiosi dell’Alto e Basso Medioevo.
Le ‘Gesta’ delle due sante martiri, raccontano, che Pastore, prete di Roma, scrive a Timoteo discepolo di San Paolo, che Pudente ‘amico degli Apostoli’, dopo la morte dei suoi genitori e della moglie Savinella, aveva trasformato la sua casa in una chiesa con l’aiuto dello stesso Pastore.
Poi Pudente muore lasciando quattro figli, due maschi Timoteo e Novato e due femmine Pudenziana e Prassede.
Le due donne con l’accordo del prete Pastore e del papa Pio I (140-155), costruiscono un battistero nella chiesa fondata dal padre, convertendo e amministrando il battesimo ai numerosi domestici e a molti pagani, il papa visita spesso la chiesa (titulus) e i fedeli, celebrando la Messa per le loro intenzioni.
Pudenziana (Potentiana) muore all’età di sedici anni, forse martire e viene sepolta presso il padre Pudente, nel cimitero di Priscilla, sulla via Salaria.
Dopo un certo tempo, anche il fratello Novato si ammala e prima di morire dona i suoi beni a Prassede, a Pastore e al Papa Pio I.
Il racconto prosegue con una lettera inviata dai tre suddetti all’altro fratello Timoteo, per chiedergli di approvare la donazione ricevuta.
Timoteo, che evidentemente era lontano, risponde affermativamente, lasciandoli liberi di usare i beni di famiglia.
Allora Prassede chiede al Papa Pio I, di edificare una chiesa nelle terme di Novato (evidentemente di sua proprietà) ‘in vico Patricius’, il Papa acconsente intitolandola alla beata vergine Pudenziana (Potentiana), inoltre erige un’altra chiesa ‘in vico Lateranus’ intitolandola alla Beata Vergine Prassede, probabilmente una santa omonima.
Due anni dopo scoppia un’altra persecuzione e Prassede nasconde nella sua chiesa (titulus) molti cristiani; l’imperatore Antonino Pio (138-161) informato, ne arresta e condanna a morte molti di loro,
compreso il prete Semetrius; Prassede durante la notte provvede alla loro sepoltura nel cimitero di Priscilla, ma molto addolorata per questi eventi, ottiene di morire martire anche lei qualche giorno dopo.
Il prete Pastore seppellisce anche lei vicino al padre Pudente e alla sorella Pudenziana.
Il racconto delle ‘Gesta’ delle due sante è fantasioso, opera senz’altro di un monaco o pio chierico del V-VI secolo.
La loro esistenza comunque è certa, perché esse sono menzionate in molti antichi codici.
Il 20 gennaio 817 il papa Pasquale I fece trasferire i corpi di 2300 martiri dalle catacombe o cimiteri, all’interno della città, per preservarli dalle devastazioni e sacrilegi già verificatesi durante le invasioni dei Longobardi; le reliquie furono distribuite nelle varie chiese di Roma.
Quelle di Santa Pudenziana nella chiesa di San Pudente suo padre e quelle di Prassede nella chiesa di Santa Prassede che secondo alcuni studiosi non erano la stessa persona.
Il corpo di Santa Pudenziana (Potentiana) venne traslato sia nel 1586, che nel 1710, quando fu restaurata la chiesa poi a lei intitolata, sotto l’altare maggiore; dal IV secolo fino a tutto il VI secolo la chiesa portava il nome del fondatore Pudente (Ecclesiae Pudentiana); dal VII secolo la chiesa cambiò prima il nome in “Ecclesiae S. Potentianae” e poi dal 1600 ad oggi esclusivamente in chiesa di S. Pudenziana, trasferendo così l’intitolazione dal nome del padre a quella della figlia.
Per quanto riguarda le reliquie di Santa Prassede, anch’esse riposano nella chiesa che porta il suo nome, insieme ad alcune della sorella e di altri martiri, raccolte in quattro antichi sarcofagi nella cripta.
La celebrazione liturgica è rimasta divisa: Santa Prassede al 21 luglio e Santa Pudenziana il 19 maggio.
Una delle più antiche rappresentazioni delle due sante sorelle è un affresco del IX secolo ritrovato nel 1891 nella chiesa Pudenziana, che le raffigura insieme a San Pietro, inoltre le si vede insieme alla Madonna in una pittura murale in fondo alla cripta della chiesa di santa Prassede, come pure nel grandioso mosaico della conca absidale della stessa chiesa, donato da Papa Pasquale I.
Ad ogni modo le due chiese sono un concentrato di opere d’arte a cui si sono dedicati artisti di ogni tempo, per rendere omaggio alle due Sante sorelle romane, testimoni dell’eroicità dei cristiani dei primi secoli.
(Autore: Antonio Borrelli - Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - Santa Prassede di Roma, pregate per noi.


*San Simeone 'Salos' (21 luglio)

VI secolo
Il Martyrologium Romanum, come i più antichi calendari, commemora in data odierna San Simeone detto “Salos”, cioè il folle (per Cristo).
Per ispirazione divina desiderò essere considerato stolto per Cristo e ignobile davanti agli uomini.
Etimologia: Simeone = Dio ha esaudito, dall'ebraico
Martirologio Romano: Presso Homs in Siria, san Simeone, detto il Folle, che, mosso dallo Spirito Santo, desiderò essere ritenuto stolto per Cristo e disprezzato tra gli uomini.
Insieme a lui si commemora san Giovanni, eremita, che fu per circa trent’anni compagno di San Simeone nella santa peregrinazione e nell’eremo presso il lago di Mareotide in Egitto.
Sui primi anni della vita del San Simeone venerato in data odierna non si hanno particolari notizie, se non le sue origini siriane e la provenienza di sua madre da Edessa. Recatosi in pellegrinaggio ai luoghi santi, incontrò un suo connazionale, Giovanni, anch'egli oggi festeggiato, con cui fece ritorno da Gerusalemme.
Entrambi ben istruiti, erano particolarmente ferrati nella lingua greca. Attraversando Gerico videro i monasteri che sorgevano lungo il Giordano e si sentirono subito attratti dalla vita eremitica, tanto da optare subito per la vita monastica.
Simeone si approcciò alla vita spirituale con umiltà, credendo non solo di dover accettare le umiliazioni mandateci da Dio nella vita quotidiana, ma anche cercare di mortificarsi e non lasciarsi
influenzare dalla mentalità umana.
Lasciò poi il deserto per trasferirsi nella siriana Emesa, attuale Homs, ove fu soprannominato “salos”, cioè “folle” per Cristo, in quanto deliberatamente prese ad simulare disturbi mentali per far credere di essere pazzo.
Dio non tardò a ricompensare l'umiltà di Simeone conferendogli una grazia straordinaria e poteri miracolosi, anche se non è comunque da escludere che a quel tempo la mente del santo fosse effettivamente sconvolta.
Vi è però un'altra ipotesi secondo la quale l'assurdo comportamento, oltre al disagio e all'abuso di forze fisiche che lo accompagnavano, avesse nella spiritualità di Simeone il preciso scopo di mascherare la sua santità e trascendere il suo corpo con un'insolita forma di ascesi.
La traduzione in siriano della “Vita” greca sostiene che Simeone fosse monofisita, cioè che aderisse all'eresia secondo cui Cristo possedesse solo una natura divina, forse per annoverarlo a pieno titolo come membro della Chiesa siriaca, anch'essa monofisita.
Differiscono anche i racconti della sepoltura del Santo: secondo la versione greca, infatti, quando l'amico Giovanni fece aprire la tomba per traslare il corpo in un posto più adatto, la trovò vuota per opera del Signore che in tal modo aveva glorificato il suo servo fedele.
Ciò potrebbe spiegare l'effettiva assenza tutt'oggi di reliquie del Santo da poter venerare. Tuttavia i siriani affermarono in passato che un loro religioso si sarebbe impossessato del corpo e lo avrebbe portato in un monastero alla periferia di Emesa, in cui già si venerava la testa di San Giovanni Battista.
Sin dai più antichi calendari San Simeone “Salos” fu commemorato al 21 luglio unitamente al suo compagno San Giovanni, finché nel XVI secolo il venerabile cardinale Cesare Baronio inspiegabilmente li separò, spostando la festa di Simeone al 1° luglio. La recente edizione del Martyrologium Romanum è però tornata all'antica data.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Simeone 'Salos', pregate per noi.


*San Vittore - Martire a Marsiglia (21 luglio)

m. 290
Patronato:
Marsiglia
Emblema: Palma, Spada, Ruota, Cavallo, Stendardo
Martirologio Romano: A Marsiglia nella Provenza in Francia, San Vittore, martire.
Assai difficile è trovare notizie storicamente attendibili sul patrono di Marsiglia, il martire San Vittore.
I Santi Gregorio di Tours e Venanzio Fortunato, nelle loro opere, ricordano come la tomba del Santo nella città francese fosse una delle mete di pellegrinaggi più frequentate nell’intera nazione.
Vittore, probabilmente appartenente ad una famiglia senatoriale, svolse il ruolo di ufficiale nell’esercito romano.
Verso la fine del III secolo, in occasione della visita dell’imperatore Massimiano a Marsiglia, si trovò a dover incoraggiare i cristiani indigeni a restare saldi nella loro fede ed a resistere alla persecuzione.
Questa ebbe forse inizio quando, assediata la città nel 287, i cristiani rifiutarono categoricamente di combattere, di sacrificare agli dèi e di riconoscere il dogma della divinità imperiale.
Denunciato e portato dinnanzi all’imperatore, Vittore fu condannato alla tortura.
La leggendaria “Passio” gli attribuisce la conversione alla religione cristiana di tre guardie, che sarebbero così state giustiziate ancor prima di lui.
Decapitato poi anch’egli, i quattro cadaveri furono gettati in mare.
Alcuni loro amici riuscirono però miracolosamente a ritrovarli ed a seppellirli ove sorse poi il cimitero di Marsiglia, in una cavità ricavata nella roccia.
La prima citazione ufficiale del San Vittore in questione in un martirologio avvenne solo nell’806 con quello Lionese.
A San Giovanni Cassiano, che fondò a Marsiglia un convento dedicato al Santo martire, è attribuita da alcuni la stesura della “Passio”.
Non è però da escludere che Cassiano si sia limitato ad adattare a questa città la storia di un qualche santo orientale e ad abbinargli un nome latino.
Non esistevano infatti nelle Gallie dei martiri molto antichi, dei quali si custodissero le reliquie, venerabili come patroni.
Recenti ricerche hanno comunque appurato una seppur minima veridicità della “Passio”.
Alcuni scavi effettuati nella cripta di San Vittore rivelarono una necropoli scavata nella roccia, contenente varie tombe ed un altare, al disotto di una cappella risalente al VI secolo.
Due tombe marmoree contenevano i resti di due uomini, forse Vittore ed un suo compagno, ed erano situate in una sorta di costruzione paleocristiana molto simile a quella solitamente edificate sulle tombe dei martiri.
Tale edificio potrebbe risalire all’inizio del V secolo, mentre le tombe addirittura ai primi anni del IV secolo.
É attestato un culto risalente proprio a tale epoca.
Il nome Vittore fu invece molto probabilmente attribuito simbolicamente ad un personaggio anonimo e Cassiano scrisse la “Passio” del patrono del suo nuovo monastero rifacendosi evidentemente a tradizioni orali.
Il nuovo Martyrologium Romanum commemora San Vittore al 21 luglio.
(Autore: Fabio Arduino – Fonte: Enciclopedia dei Santi)
Giaculatoria - San Vittore, pregate per noi.


*Altri Santi del giorno (21 luglio)

*San
Giaculatoria - Santi tutti, pregate per noi.

 
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